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Libertà duratura: guerra in Afghanistan 
Il soldato di ventura e il medico afghano
di TIZIANO TERZANI
PESHAWAR - Sono venuto in questa citta' di frontiera per essere
piu' vicino alla guerra, per cercare di vederla coi miei occhi, di farmene una
ragione; ma, come fossi saltato nella minestra per sapere se e' salata o meno,
ora ho l'impressione di affogarci dentro. Mi sento andare a fondo nel mare di
follia umana che, con questa guerra, sembra non avere piu' limiti.
Passano i giorni, ma non mi scrollo di dosso l'angoscia: l'angoscia di prevedere
quel che succedera' e di non poterlo evitare, l'angoscia di essere un rappresentante
della piu' moderna, piu' ricca, piu' sofisticata civilta' del mondo ora impegnata
a bombardare il Paese piu' primitivo e piu' povero della Terra; l'angoscia di
appartenere alla razza piu' grassa e piu' sazia ora impegnata ad aggiungere
nuovo dolore e miseria al gia' stracarico fardello di disperazione della gente
piu' magra e piu' affamata del pianeta. C'e' qualcosa di immorale, di sacrilego,
ma anche di stupido - mi pare - in tutto questo. A tre settimane dall'inizio
dei bombardamenti anglo-americani dell'Afghanistan la situazione mondiale e'
molto piu' tesa ed esplosiva di quanto lo fosse prima. I rapporti fra israeliani
e palestinesi sono in fiamme, quelli fra Pakistan e India sono sul punto di
rottura; l'intero mondo islamico e' in agitazione e ogni regime moderato di
quel mondo, dall'Egitto all'Uzbekistan, al Pakistan stesso, subisce la montante
pressione dei gruppi fondamentalisti.
Nonostante tutti i missili, le bombe e le operazioni segretissime dei commandos,
mostrateci in piccoli spezzoni del Pentagono, come per farci credere che la
guerra e' solo un videogame, i talebani sono ancora saldamente al potere, la
simpatia nei loro confronti cresce all'interno dell'Afghanistan, mentre diminuisce
invece in ogni angolo del mondo il senso della nostra sicurezza.
"Sei musulmano?", mi chiede un giovane quando mi fermo al bazar a
mangiare una focaccia di pane azzimo.
"No".
"Allora che ci fai qui? Presto vi ammazzeremo tutti".
Attorno tutti ridono. Sorrido anch'io.
Lo chiamano Kissa Qani, il "bazar dei raccontastorie". Ancora una
ventina d'anni fa, era uno degli ultimi, romantici crocevia dell'Asia pieno
delle piu' varie mercanzie e varie genti. Ora e' una sorta di camera a gas con
l'aria irrespirabile per le esalazioni e le folle sempre piu' in mal arnese
a causa dei tantissimi rifugiati e mendicanti. Fra le vecchie storie che ci
si raccontavano c'era quella di Avitabile, un napoletano soldato di ventura
arrivato qui a meta' dell'Ottocento con un amico di Modena e diventato governatore
di questa citta'. Per tenerla in pugno, ogni mattina all'ora di colazione faceva
impiccare un paio di ladri dal minareto piu' alto della moschea e per decenni
ai bambini di Peshawar e' stato detto:
"Se non sei buono, ti do ad Avitabile".
Oggi le storie che si raccontano al bazar sono tutte sulla guerra americana.
Alcune, come quella secondo cui l'attacco a New York e Washington e' stato opera
dei servizi segreti di Tel Aviv - per questo nessun israeliano sarebbe andato
a lavorare nelle Torri Gemelle l'11 settembre -, e quella secondo cui l'antrace
per posta e' una operazione della Cia per preparare psicologicamente gli americani
a bombardare Saddam Hussein, sono gia' vecchie, ma continuano a circolare e
soprattutto a essere credute. L'ultima e' che gli americani si sarebbero resi
conto che con le bombe non riescono a piegare l'Afghanistan e hanno ora deciso
di lanciare sacchi pieni di dollari sulla gente. "Ogni missile costa due
milioni di dollari. Ne hanno gia' tirati piu' di cento. Pensa: se avessero dato
a noi tutti quei soldi, i talebani non sarebbero piu' al potere", dice
un vecchio rifugiato afghano, ex comandante di un gruppo di mujaheddin anti-sovietici,
venuto a sedersi accanto a me.
L'idea che gli americani son pieni di soldi e disposti a essere generosi con
chi sia disposto a schierarsi dalla loro parte e'
diffusissima. Giorni fa alcune centinaia di capi religiosi e tribali della comunita'
afghana in esilio si sono riuniti in un grande
anfiteatro nel centro di Peshawar per discutere del futuro dell'Afghanistan
"dopo i talebani". Per ore e ore dei bei, barbutissimi signori - ottimi
per i primi piani delle televisioni occidentali - si sono avvicendati al microfono
a parlare di "pace e
unita", ma nei loro discorsi non c'era alcuna passione, non c'era alcuna
convinzione. "Son qui solo per registrare il loro nome e cercare di raccogliere
fondi americani", diceva un vecchio amico, un intellettuale pakistano,
di origine pashtun come quella gente.
"Ognuno guarda l'altro chiedendosi "e tu quanto hai gia' avuto?".
Quel che gli americani dimenticano e' un nostro vecchio proverbio: un afghano
si affitta, ma non si compra".
Per gli americani la riunione di Peshawar era il primo importante passo per
quella che, sulla carta, pareva loro la ideale soluzione politica del problema
afghano: far tornare il re Zahir Shah, installare a Kabul un governo in cui
tutti fossero rappresentati - compresi alcuni capi talebani moderati - e mandare
l'esercito del nuovo regime a caccia degli uomini di Al Qaeda, risparmiando
cosi' il lavoro e i rischi ai soldati della coalizione.
Ma le soluzioni sulla carta non sempre funzionano sul terreno, specie quando
questo terreno e' l'Afghanistan.
Gia' l'idea che il vecchio re del passato, in esilio a Roma da trent'anni, possa
ora giocare un ruolo nel futuro del paese e' una
illusione di chi crede di poter rifare il mondo a tavolino, e' una pretesa di
quei diplomatici che non escono dalle loro stanze ad aria condizionata. Basta
andare fra la gente per rendersi conto che il vecchio sovrano non gode di quel
prestigio che le cancellerie occidentali - specie quella italiana - gli attribuiscono
e che il suo non essersi mai fatto vedere, il suo non aver mai visitato un campo
di rifugiati viene preso come una indicazione di indifferenza per la sofferenza
del suo popolo. "Bastava che al tempo dell'invasione sovietica si fosse
fatto fotografare con un fucile in mano ed avesse sparato un colpo in aria.
Oggi lo rispetterebbero - dice l'amico -... e poi, poteva almeno l'anno scorso
essere andato in pellegrinaggio alla Mecca, il che, coi tempi che corrono, gli
avrebbe dato un po' di rilievo anche dal punto di vista religioso".
A parte il re, l'altro uomo su cui gli americani contavano per il loro gioco
era Abdul Haq, uno dei piu' prestigiosi comandanti della resistenza anti-sovietica,
tenutosi poi fuori dalla guerra civile che segui'. "Non e' qui. E' andato
in Afghanistan" si diceva durante la conferenza di Peshawar, alludendo
ad una "missione" che sarebbe stata decisiva per il futuro. L'idea
ovvia era che Abdul Haq, col suo prestigio e il suo grande ascendente sui tanti
vecchi mujaheddin alleatisi coi talebani, avrebbe staccato dal regime del Mullah
Omar alcuni comandanti regionali e avrebbe potuto marciare su Kabul alla testa
di gruppi pashtun quando la capitale fosse stata presa dalla Alleanza del Nord,
che i pashtun ed i pakistani non vogliono assolutamente vedere al potere.
La "missione" di Abdul Haq non e' durata a lungo. I talebani lo hanno
seguito appena quello e' entrato in Afghanistan, dopo alcuni giorni lo hanno
catturato e nel giro di poche ore lo hanno giustiziato come un "traditore"
assieme a due suoi seguaci. Gli americani con tutta la loro attrezzatura elettronica
ed i loro super-elicotteri non sono riusciti a salvarlo.
Il presupposto di tutta questa manovra americana per una soluzione politica
era comunque che il regime dei talebani si sfaldasse, che sotto la pressione
delle bombe cominciassero le defezioni e che nel paese si creasse un vuoto di
potere. Ma tutto questo non e' successo.
Anzi. Ogni indicazione e' che i talebani sono ancora fermamente in carica. Catturano
giornalisti occidentali che siavventurano oltre la frontiera e fanno sapere,
per scoraggiare altri tentativi, di non avere piu' spazio, ne' cibo per detenerne
altri. "Le varie inchieste sono in corso. Verranno tutti giudicati secondo
la sharia, la legge coranica", dicono, come farebbe un qualsiasi stato
sovrano. I talebani passano decreti, fanno comunicati per smentire notizie false
e continuano a sfidare la strapotenza americana non cedendo terreno e promettendo
morte agli afghani che si schierano con il nemico.
Non solo. Il fatto che i talebani siano ora attaccati da degli stranieri, fa
si' che anche chi aveva poca o nessuna simpatia per il loro regime, ora si schiera
dalla loro parte. "Quando un melone vede un altro melone, ne prende il
colore", dicono i pashtun. Dinanzi agli stranieri, visti di nuovo come
invasori, gli afghani diventano sempre piu' dello stesso colore.
Per gli americani, gia' sotto enorme pressione internazionale per la stupidita'
delle loro bombe intelligenti che continuano a cadere su gente inerme e di nuovo
sui magazzini della Croce Rossa, la guerra aerea s'e' rivelata un completo fallimento,
quella politica uno smacco.
Avevano cominciato la campagna afghana dicendo di volere Osama Bin Laden, "vivo
o morto", e hanno presto ripiegato sul voler catturare o uccidere il Mullah
Omar, capo dei talebani, sperando che questo avrebbe fatto vacillare il regime,
ma finora quel che son riusciti a fare, oltre a qualche centinaio di vittime
civili, e' terrorizzare la popolazione delle citta' gia' ridotte a macerie.
Le Nazioni Unite calcolano che le bombe hanno fatto fuggire da Kandahar, Kabul
e Jalalabad il 75% degli abitanti.
Questo vuol dire che almeno un milione e mezzo di persone sono ora senza tetto,
si aggirano nelle montagne del paese e si aggiungono ai sei milioni che, sempre
secondo le Nazioni Unite, erano gia' "a rischio" per mancanza di cibo
e protezione prima dell'11 settembre.
"Quelli sono gli innocenti di cui dobbiamo occuparci - dice un funzionario
internazionale -. Quelli che non hanno nulla a che fare col terrorismo, quelli
che non leggono i giornali, che non guardano la Cnn. Molti di loro non sanno
neppure che cosa e' successo alle Torri Gemelle".
Quel che tutti sanno invece e' che bombe, le bombe che giorno e notte distruggono,
uccidono e scuotono la terra come in un costante terremoto, le bombe sganciate
dagli aerei d'argento che piroettano nel cielo di lapislazzulo dell'Afghanistan,
sono bombe inglesi e americane e questo coagula l'odio dei pashtun, degli afghani
e piu' in generale dei musulmani contro gli stranieri. Ogni giorno di piu' l'ostilita'
e' ovvia sulla faccia della gente.
Ero andato al bazar perche' volevo vedere quanti avrebbero partecipato alla
manifestazione pro-talebani che si tiene di routine nella vecchia Peshawar dopo
la preghiera di mezzo giorno, ma l'amico pashtun mi aveva avvertito che il numero
dei dimostranti non vuol dire ormai nulla. "I duri non marciano piu', si
arruolano. Vai nei villaggi", m'aveva detto.
L'ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti universitari
che in quella regione sembrava conoscessero tutti e tutto, ho gettato uno sguardo
su un mondo la cui distanza dal nostro non e' misurabile in chilometri, ma in
secoli: un mondo che dobbiamo capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe
che ci sta davanti.
La regione in cui sono stato e' a due ore di macchina da Peshawar, a mezza strada
dal confine afghano-pakistano. Per le popolazioni di qui la frontiera - anche
quella stabilita a tavolino oltre cento anni fa da un funzionario inglese -
non esiste.
Dall'una e dall'altra parte di quella innaturale divisione politica fra identiche
montagne vive un'identica gente: i pashtun (detti anche pathan) che in Afghanistan
sono la maggioranza, in Pakistan una minoranza. I pashtun, prima che afghani
o pakistani, si sentono pashtun e il sogno di un Pashtunstan, uno stato che
aggreghi tutti i pashtun non e' mai completamente tramontato. I pashtun sono
i temuti guerrieri dell'Afghanistan; sono loro che gli inglesi non riuscirono
mai a sconfiggere. "Un pashtun ama il suo fucile piu' di suo figlio - dicevano
dei loro nemici gli ufficiali di Sua Maesta' -.
Coraggiosi come leoni, selvaggi come gatti, ingenui come bambini". I talebani
sono pashtun e quasi esclusivamente pashtun sono le zone in cui ora cadono le
bombe americane.
"Mio padre e' sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i bombardamenti
anche lui parla come un talebano e sostiene che non c'e' alternativa alla jihad",
diceva uno dei miei studenti, mentre lasciavamo Peshawar.
La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. In lontananza le prime
montagne. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano grandi slogan dipinti
di fresco. "La jihad e' il dovere della nazione", "Un amico degli
americani e' untraditore", "La jihad durera' fino al giorno del giudizio".
Il piu' strano era: "Il profeta ha ordinato la jihad contro l'India e l'America".Nessuno
qui si chiede se al tempo del Profeta, mille e quattrocento anni fa, l'India
e l'America esistessero gia'. Ma e' appunto questa accecante mistura di ignoranza
e di fede a essere esplosiva ed a creare, attraverso la piu'semplicistica e
fondamentalista versione dell'Islam, quella devozione alla guerra e alla morte
con cui abbiamo deciso, forse un po' troppo avventatamente, di venirci a confrontare.
"Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una bomba,
prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa rotte, mettiamo
tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel fagotto li', nella terra.
Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli inglesi? Sanno morire cosi'?".
Dal fondo della stanza un altro uomo barbuto, ricordandosi da dove,presentandomi,
ho detto di venire, apre un giornale in Urdu e ad alta voce legge una breve
notizia in cui si dice che anche l'Italia si e' offerta di mandare navi e soldati
e il mio interlocutore personalizza la sua sfida: "...e voi italiani allora?
Siete pronti a morire cosi'? Perche' anche voi venite qui a uccidere la nostra
gente, a distruggere le nostre moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere
le vostre chiese, se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?".
Siamo in una
sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche decina di chilometri
dal confine afghano. Negli scaffali polverosi ci sono delle polverose medicine;
al muro una bandiera verde e nera con al centro un sole in cui e' scritto "Jihad".
Attorno al "dottore" che mi parla si sono riuniti una decina di giovani:
alcuni sono veterani della guerra, altri ci stanno per andare. Uno e' appena
tornato dal fronte e racconta dei bombardamenti.
Dice che gli americani sono codardi perche' sparano dal cielo, scappano e non
osano combattere faccia a faccia. Dice che il Pakistan impedisce ai profughi
di entrare nel paese e che tanti civili, feriti nei bombardamenti di Jalalabad,
muoiono ora dall'altra parte del confine per mancanza delle piu' semplici cure.
L'atmosfera e' tesa. Qui, ancora piu' che al bazar, tutti sono assolutamente
convinti che quella in corso e' una grande congiura-crociata dell'Occidente
per distruggere l'Islam, che l'Afghanistan e' solo il primo obbiettivo e che
l'unico modo di
resistere e' per tutto il mondo islamico di rispondere all'appello per la guerra
santa. "Vengano pure gli americani, cosi' ci potremo procurare delle buone
scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei giovani - a voi la guerra costa
tantissimo. A noi nulla. Non sconfiggerete mai l'Islam".
Cerco di spiegare che la guerra in corso e' contro il terrorismo, non l'Islam,
cerco di dire che l'obbiettivo della coalizione internazionale guidata dagli
americani non sono gli afghani, ma Osama Bin Laden ed i talebani che lo proteggono.
Non convinco nessuno. "Io non so chi sia Osama - dice il "dottore"
- non l'ho mai incontrato, ma se Osama e' nato a causa delle ingiustizie commesse
in Palestina ed in Iraq, sappiate che le ingiustizie ora commesse in Afghanistan
faranno nascere tanti, tanti altri Osama".
Di questo sono convinto e la prova e' dinanzi ai miei occhi: l'ambulatorio e'
un centro di reclutamento per la jihad, il "dottore" e' il capo di
un gruppo di venti giovani che domani partira' per l'Afghanistan. Ognuno portera'
con se' un'arma, del cibo e del danaro. In ogni villaggio ci sono gruppi cosi'.
Il "dottore" parla di alcune migliaia di mujaheddin che da questa
regione, formalmente in Pakistan, stanno per andare a combattere a fianco dei
Talebani.
L'addestramento? Tutti, dice il "dottore", han fatto due mesi per
imparare l'uso delle armi e delle tecniche di guerriglia.
Ma quel che conta e' l'istruzione religiosa ricevuta nella tante piccole scuole
coraniche, le madrasse, sparse nella campagna. Mi han portato a visitarne una.
Disperante.Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina
di bambini - c'erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, tutti pallidi,
magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella
loro lingua? No, in arabo che nessuno sa.
"Sanno pero' che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria lui e
tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!", mi
ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore.Trentacinque anni, sposato
con cinque figli, ammalato di cuore, fratello del capo della locale moschea,
diceva che nonostante le sue condizioni di salute, anche lui sarebbe andato
a combattere.
Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si facessero vedere
al suolo. "Se non smettono di bombardare costituiremo piccole squadre di
uomini che andranno a mettere bombe e a piantare la bandiera dell'Islam in America.
Se verranno presi dall'Fbi si suicideranno", diceva con un sorriso invasato.
A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o nulla, ma
per le famiglie povere della regione quella, pur miserissima, e' l'unica educazione
possibile. Il risultato sono i giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente
potere che i mullah, ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione
delle campagne grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei paesi
musulmani come l'Arabia Saudita.
Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi carichi
di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate sull'ignoranza. Eppure sentendo
parlare questa gente, mi chiedevo quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di
conoscenze, siamo pieni di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere
alle bugie che ci raccontiamo.
A sette settimane degli attacchi in America le prove che ci erano state promesse
sulla colpevolezza di Osama Bin Laden, e di riflesso dei talebani, non ci sono
state ancora date, eppure quella colpevolezza e' ormai data per scontata. Anche
noi ci facciamo illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima
operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a trovare
il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come dice il mio amico
pashtun "quel centro non esiste o e' al massimo una capanna di fango con
un tappeto da preghiera e qualche piccione viaggiatore, ora che i talebani non
possono piu' usare le loro radioline facilmente intercettabili dagli americani".
E non e' il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro arrogante
credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non e' la loro cieca fede in Allah,
pari alla nostra fede nella scienza, nella tecnica, nella abilita' di mettere
la natura al nostro servizio? E' con queste certezze che andiamo oggi a combattere
in Afghanistan con i mezzi piu' sofisticati, gli aerei piu' invisibili, i missili
piu' lungimiranti e le bombe piu' "ammazzauomo" per rifarci di un
atto di guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma
determinazione a morire.
Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti a uccidere
innanzitutto degli innocenti e con cio' ad aizzare ancor piu' un cane che giaceva?
Come non vedere che abbiamo fatto un passo nella direzione sbagliata, che siamo
entrati in una palude di sabbie mobili e che con ogni altro passo finiremo solo
per allontanarci sempre di piu' dalla via di uscita? Dopo la conversazione con
i fanatici della jihad, quella fra me e me e' continuata per il resto della
notte, passata insonne a tenermi lontano le zanzare. Certo che non e' invidiabile
una societa' come quella che produce dei ragazzi cosi' ottusi e disposti a morire.
Ma lo e' forse la nostra? Lo e' quella americana? Che accanto agli eroici pompieri
di Manhattan, produce anche gente come il bombarolo di Oklahoma City, gli attentatori
alle cliniche abortiste e forse anche quelli che - il sospetto cresce - mettono
l'antrace nelle buste spedite a mezzo mondo? Quella su cui avevo appena gettato
uno sguardo era una societa' carica d'odio. Ma e' da meno la nostra che ora,
per vendetta o magari davvero per mettere le mani sulle riserve naturali dell'Asia
Centrale, bombarda un paese che vent'anni di guerra han gia' ridotto ad una
immensa rovina? Possibile che per proteggere il nostro modo di vivere, si debbano
fare milioni di rifugiati, si debbano far morire donne e bambini? Per favore,
vuole spiegarmi qualcuno esperto in definizioni, che differenza c'e' fra l'innocenza
di un bambino morto nel World Trade Center e quella di uno morto sotto le bombe
a Kabul?
La verita' e' che quelli di New York, sono i "nostri" bambini, quelli
di Kabul invece, come gli altri centomila bambini afgani che, secondo l'Unicef,
moriranno quest'inverno se non arrivano subito dei rifornimenti, sono i bambini
"loro". E quei bambini loro non ci interessano piu'. Non si puo' ogni
sera, all'ora di cena, vedere sullo schermo della tv di casa un piccolo moccioso
afghano che aspetta di avere una pagnotta. Lo si e' gia' visto tante volte;
non fa piu' spettacolo. Anche a questa guerra ci siamo gia' abituati. Non fa
piu' notizia e i giornali richiamano i loro corrispondenti, le televisioni riducono
i loro staff, tagliano sui collegamenti via satellite dai tetti degli alberghi
a cinque stelle di Islamabad. Il circo va altrove, cerca altre storie, l'attenzione
e' gia' stata anche troppa.
Eppure l'Afghanistan ci perseguitera' perche' e' la cartina di tornasole della
nostra immoralita', delle nostre pretese di civilta', della nostra incapacita'
di capire che la violenza genera solo violenza e che solo una forza di pace
e non la forza delle armi puo' risolvere il problema che ci sta dinanzi.
"Le guerre cominciano nella mente degli uomini ed e' nella
mente degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace", dice il
preambolo della costituzione dell'Unesco.
Perche' non provare a cercare nelle nostre menti una soluzione che non sia quella
brutale e banale di altre bombe e di altri morti?
Abbiamo sviluppato una grande conoscenza, ma non appunto quella della nostra
mente, e ancor meno quella della nostra coscienza, mi dicevo insonne tentando
sempre di scacciare le zanzare.
La notte e' fortunatamente breve. Alle quattro la voce metallica di un altoparlante
comincia a salmodiare dall'alto di un minareto vicino; altre rispondono in lontananza.
Partiamo.
Nella hall dell'albergo dove arrivo a fare colazione e' gia' accesa la televisione.
La prima notizia, all'alba, non e' piu' la guerra in Afghanistan, ma l'annuncio
fatto a Washington del "piu' grande contratto di forniture belliche nella
storia del mondo".
Il Pentagono ha deciso di affidare alla Lockheed Martin la costruzione della
nuova generazione di sofisticatissimi aerei da caccia: 3.000 pezzi per un valore
iniziale di 200 miliardi di dollari. Gli aerei entreranno in funzione nel 2012.
Per bombardare chi? Mi chiedo. Penso ai ragazzini della madrassa che nel 2012
avranno giusto vent'anni e mi torna in mente una frase dell'invasato "dottore":
"Se gli americani vogliono combatterci per quattro anni, noi siamo pronti,
se vogliono farlo per 40 anni siamo pronti. Per 400, siamo pronti".
E noi? Questo e' davvero il momento di capire che la storia si ripete e che
ogni volta il prezzo sale.
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