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Libertà duratura: guerra in Afghanistan
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Libertà duratura: guerra in Afghanistan Libertà duratura





Il pudore di chiamarla guerra

Adriano Sofri

IL PRIMO titolo, «Giustizia infinita», fu frettolosamente ripudiato perché, si disse, suonava sconveniente alla sensibilità musulmana, che riserva a Dio l'infinitezza. Alle mie orecchie l'aggettivo suonava appropriato, perché ammetteva che questa lotta - contro il «terrorismo», così chiamato anche lui in attesa di un nome migliore - non avrebbe avuto fine.
Infinita: non per onnipotenza, ma per impotenza. Senza fine, non senza confini. In discussione era piuttosto il sostantivo, la giustizia: cui l'aggettivo di infinita faceva da attenuante. Che ripiego questo «Enduring Freedom», e peggio ancora la sua grottesca traduzione: duratura. La libertà sia tenace e immutabile - non durevole, come in un foglio di garanzia quinquennale. La giustizia piuttosto non va nominata invano. Perché la giustizia è un'aspirazione nobile ma l'ingiustizia è una realtà immane.
Anche l'infelicità esiste, e la felicità è solo un'attesa: ma l'infelicità coincide con la condizione umana. L'ingiustizia è invece il frutto dell'azione umana, è opera nostra, e non fa che crescere e accumularsi.

L'ingiustizia riempie il mondo e lo tira in basso, e la giustizia è un filo di fumo inseguito dagli sguardi degli schiacciati. Non bisogna prendersi troppa confidenza con la giustizia, neanche con la parola: senza mantenerla. Non solo: la giustizia è il ripudio della vendetta, ma la vendetta è anche la sua antica sorella, una sorella esosa e ricattatrice.
Bisogna trattare con discrezione la giustizia in generale (non perciò amarla meno, al contrario!) e specialmente nella risposta all'attacco mosso alle Torri e al Pentagono - lingua di scacchi. Se ci rassegniamo a dire che i morti delle Torri esigono giustizia, e giuriamo di dar loro giustizia, prepariamo la rovina. La punizione per quei morti non è forse giusta? Sì: ma più urgente è la punizione in nome dei vivi, candidati per sorteggio alla prossima impresa dei martiri assassini. Non è un principio assoluto che adesso deve ispirarci: è l'incombenza puntuale di una minaccia.
Noi europei, quando siamo in vena, immaginiamo l'Europa come un'America con le rovine romane e senza pena di morte. Lusinghiera vanità. L'America ha un sentimento accanito della giustizia perché non l'ha ancora strappato via dalla sorellanza con la vendetta. Questo la rende più capace di giustizia - noi siamo duttili, pronti a metterla da parte, la giustizia, in cambio d'altro, che chiamiamo pace, e facciamo dei girotondi per dimenticare il nostro strappo - ma anche più tentata dalla vendetta. Noi, gli italiani, che siamo tra gli europei più precocemente scampati alla pena di morte - e orgogliosi perciò - siamo anche i più pieghevoli all'ingiustizia. Gli inglesi l'hanno appena congedata, la pena di morte, e ne devono avere ancora un ricordo vivo e una nostalgia, che li rende capaci di colpire. Le cose cambiano d'aspetto da un momento all'altro, da un luogo all'altro.
«Non c'è pace senza giustizia»: gli uni lo dicono per invocare la riduzione delle disuguaglianze nel mondo, e intanto deprecare la risposta alle aggressioni; gli altri lo dicono per esigere che alla pace non sia sacrificata la libertà e il diritto. C'è un Isaia per ogni bandiera.
Il tempo della giustizia dev'essere sempre. Ma ora l'azione contro i nemici non deve incatenarsi al castigo giurato ai morti. Con questo proposito, si indurrà a picchiare forte e alla cieca. A commettere errori, volendoli commettere. Né deve portare i colpevoli davanti a un tribunale, assicurarli alla giustizia, e via. Deve misurarsi con la minaccia. Tener la mira fissata sul pericolo futuro, ammaestrata dall'orrore avvenuto. Far pagare un prezzo anticipato, non saldare un conto.
La pace non c'è: è stata rotta, non in una delle infinite e orrende guerre al dettaglio che corrono la terra e esorcizzano la guerra in grande, ma nel mondo. Un mondo contro un altro: qualunque nome sia destinato a prendere l'uno e l'altro. Non c'è la pace, non c'è la giustizia. C'è una guerra. Non ci si arrende alla cosa chiamandola col suo nome. Al contrario. È infame, e c'è.
È strano come si vogliano chiudere gli occhi. Al tempo del Kosovo, quando importava negarle il nome di guerra e imporle il nome di azione di polizia internazionale, perché così si sarebbe riconosciuta la necessità dell'intervento ma se ne sarebbero contestati i metodi guerreschi (delle bombe dall'alto, a rischio zero, della potenza overwhelming e degli errori naturali), nessuno voleva prestarsi a quel futile gioco di parole. Gente seria: la Guerra del Kosovo! Oggi ci si impegna a negare il nome di guerra, magari per chiamare la cosa operazione di polizia. Una pattuglia di ufficiali giudiziari ammanetterà Bin Laden e i suoi, leggendo loro i diritti. Al tempo della guerra del Golfo (altra guerra! Si chiamò allora guerra una cosa imbarazzante in cui da una parte non muore nessuno, dall'altra cento o duecentomila soldati!) ci furono i fautori strenui dell'embargo, come strumento pacifico per liberare il Kuwait, riportare la giustizia e sventare la guerra. Ora ci sono fautori del Tribunale Penale internazionale, che hanno finora per lo più ignorato o deriso. Ci sono fautori dell'Onu: peccato per la sua maggioranza di Stati dispotici, per la sua inerzia o complicità nei confronti di genocidi e stragi, per il suo Consiglio di Sicurezza con la Siria appena entrata, nel giorno in cui i capi siriani dichiaravano legittime contro Israele tutte le armi, compresi i kamikaze.
L'azione militare è ora vidimata dall'Onu in nome della legittima difesa.
La legittima difesa non è la giustizia: è una deroga necessaria alla giustizia. Se l'azione degli americani e degli inglesi è, come dev'essere, di legittima difesa, non deve ingannarsi né ingannare sulla giustizia. Il diritto alla legittima difesa non è condizionato dall'innocenza dell'aggredito. La giustizia è un'aspirazione assoluta. La legittima difesa è duttile e relativa. Il suo criterio è l'efficacia, purché non tradisca i valori che vuole difendere: a cominciare dalla cura delle vite degli afgani innocenti come di vite proprie.


LE APOCALISSI DELL' 11 SETTEMBRE

di Enzo Bianchi


QUELLO che è avvenuto l'11 settembre scorso si mostra sempre di più come una "apocalisse" nel senso etimologico e cristiano del termine: un "alzare il velo", una rivelazione di ciò che è l'uomo, di quello che l'uomo vuole e, perciò, opera.
Se è vero, come dice l'antica sapienza di Israele, che "l'uomo nel benessere non capisce", è anche vero che nelle crisi c'è l'occasione propizia al pensare, all'interrogarsi e, quindi, favorevole al confronto con l'altro.
Tuttavia si ha l'impressione che oggi sia diventato talmente difficile e faticoso pensare che si preferisce ricorrere a semplificazioni, schierarsi senza aver percorso un autentico cammino di conoscenza e di discernimento, si preferisce cioè non ascoltare l'altro ma rinsaldare la propria posizione e difenderla a ogni costo. Una delle "rivelazioni" di cui occorre prendere atto riguarda i cristiani o, meglio, i cattolici.

Di fronte agli eventi dell'11 settembre hanno reagito e continuano a reagire in modo diverso, perfino contrapposto e, oserei dire, confuso. Non era stato così, su queste tematiche, negli ultimi decenni, dopo il magistero sulla pace di Giovanni XXIII e del concilio Vaticano II; oggi invece le voci si contrappongono e gli esponenti dell'uno e dell'altro orientamento affermano di riferirsi al vangelo, allo stesso vangelo. La confusione è tale che può essere letta come un invito a concludere che sui temi più profondi ed essenziali della vita anche il vangelo risulta impotente ed inefficace e che ciascuno può invocarlo a sostegno della propria posizione. Disagio dunque di molti cristiani, ma anche polemica offensiva e a volte calunniosa da parte di chi non vuole capire che esistono "ragioni cristiane".
Una prima tematica conflittuale è certamente quella che riguarda il rapporto tra cristiani e occidente. Il cristianesimo è nato in occidente sul ceppo mediterraneo dell'ebraismo e in occidente si è sviluppato: i popoli dell'occidente portano ancora oggi nella loro cultura e nella loro tradizione le tracce di questo dinamismo originale. Non solo, ma per molte nazioni occidentali c'è stata un'identificazione tra religione e nazione per cui, ad esempio, la Francia era chiamata "la primogenita della chiesa", la Spagna vantava il titolo di "Cattolica", fino al caso di alcuni paesi, come la Polonia, in cui l'identità nazionale è stata conservata anche grazie alla religione durante gli anni della cattività comunista.
Tuttavia è stato osservato che l'occidente per il cristianesimo è un "accidente" (in senso tomista), cioè è stato un luogo di incarnazione ma, essendo il vangelo destinato a ogni uomo di ogni cultura, non si può operare un'identificazione tra occidente e cristianesimo. Sarebbe un tradimento della volontà di Gesù Cristo e del dinamismo millenario insito nel suo annuncio di salvezza. Di conseguenza, i cristiani che vivono in occidente dovrebbero imparare a discernere le differenze tra messaggio evangelico e cultura che l'ha trasmesso venendone in parte plasmata, dovrebbero vigilare affinché non avvenga questa identificazione.
Non mi pare quindi che si possano bollare simili posizioni come "antioccidentali" né, tantomeno, come "antiamericane". Né si scambi per opposizione agli Stati Uniti, una critica squisitamente cristiana ed evangelica all'attuale modo di vita dominante occidente, a una prosperità che in quella nazione, prima iperpotenza globale, ha la sua epifania più evidente. Affermare, come è stato fatto da parte occidentale, che l'eccidio di New York è stata "un'aggressione contro il nostro stile di vita, dovuta al fatto che si detesta la nostra prosperità" significa proprio identificare il sistema socioeconomico con la popolazione dell'occidente.
Ignacio Ramonet su Le Monde diplomatique osserva che molti nel mondo pensano che "l'America se lo sia meritato": amara e detestabile constatazione che però trova terreno fertile nei sentimenti di quei milioni di persone che pensano alla loro miseria disperata come a una condizione cui non è estraneo il mondo ricco che, tramite i mass media, entra nelle case dei miseri. Per citare solo una delle recenti, autorevoli prese di posizione, non sospettabili di antioccidentalismo, vorrei ricordare cosa ha scritto il cardinal Ratzinger: "Regna ormai un'ideologia in cui gli uomini abituati alla ricchezza e al benessere non fanno più sacrifici per raggiungere un benessere universale, ma promuovono strategie per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell'umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che i pochi hanno raggiunto!". Dove è incarnata e vissuta questa ideologia? Forse in Etiopia o in Cambogia? La Fao ha dichiarato nei giorni scorsi che ogni giorno nel mondo muoiono di fame 24 mila persone (il che significa quasi 9 milioni in quest'anno di attesa supplementare): questo dramma è imputabile solo alla loro arretratezza, alla loro situazione storica, alla loro incapacità cronica a competere con l'occidente? Oppure, come qualcuno ha pensato di fare, bisogna additare nel papa il principale responsabile: "il maggiore colpevole della povertà è chi ostacola la contraccezione... nel corso del lungo papato di Wojtyla le bocche da sfamare sono diventate un miliardo in più"? È certo che non sono gli Stati Uniti l'origine e la causa di tutti i mali dei poveri, ma è altrettanto certo che essi, come tutte le nazioni ricche del pianeta, non sono innocenti. Sì, è davvero sbrigativo e fuorviante etichettare come "antiamericanismo" ogni critica al nostro sistema: oggi la cultura e la forma di società degli Stati Uniti è anche la nostra, non è dunque possibile per noi nutrire sentimenti antiamericani, ma è possibile restare critici verso il sistema in cui viviamo e del quale ognuno di noi, in forma diversa, è responsabile.
Un'altra "apocalisse", un altro svelamento provocato dalla tragedia dell'11 settembre riguarda l'atteggiamento dei cristiani verso la guerra: è impressionante notare come da un lato si affermi di rispettare la voce del Papa, la si definisca voce "profetica" (leggi "fuori della storia") che è opportuno che risuoni come monito (leggi "fervorino"), come affermazione di una "speranza" (leggi "utopia") ma, d'altro canto, un sano realismo impedisce che le si dia ascolto e le si presti obbedienza! Prevalgano dure esigenze concrete di lotta per sconfiggere il terrorismo, dunque il papa continui pure a fare il profeta, ma i cattolici dicano un chiaro sì alle armi cui si affidano i valori più nobili: tolleranza, pace, diritti umani... Ma il papa non si era chiesto quale mai può essere quella verità (quel valore) che si serve della violenza per affermarsi? Cosa dedurne? Che la chiesa cattolica parla a più voci? Che al suo interno sono presenti fiancheggiatori di Bin Laden? O che ha perso ogni possibilità di credere nella pace come strumento e prassi di riconciliazione e lascia all'audace ostinazione del papa il solitario compito della voce utopica? Ancora una volta mi pare di poter constatare amaramente che il cristianesimo ha sì dei "nemici", ma essi sono sempre e soltanto al suo interno: sono quelli che vorrebbero declinarlo come "religione civile", identificandolo con l'occidente e chiedendogli di dare fondamento etico (un tempo si sarebbe detto "benedizione") a un potere che non vuole interrogarsi sulle diverse possibilità di fermare il terrorismo e sulle conseguenze di un intervento armato per le popolazioni civili e nel futuro del mondo. Classificare con disprezzo i cristiani come pacifisti, antioccidentali, succubi di un buonismo melenso è facile, e oggi appare strategia pagante, ma non è operazione seria e capace di favorire l'ascolto e di contribuire a un dipanamento della crisi.
Certo che chi è vigilante, non tace di fronte ai massacri dei ceceni (neppure se opportunisticamente legittimati come lotta al terrorismo), ricorda tutti i genocidi commessi e condanna qualsiasi forma di terrorismo: quello dell'Irlanda del Nord, dei Paesi Baschi e della Corsica, divenuto endemico e tristemente "familiare" agli europei, come quello tragicamente cronico in Israele o quello di Bin Laden, assurto a evento mediatico. Sì, oggi, ancora una volta, i tempi non sono favorevoli né per i poveri, né per le vittime della guerra, né per quelli che credono nella pace.


DALLA PARTE DELLE VITTIME

di Gino Strada

Molte, secondo fonti dei Taleban, sarebbero le vittime civili dei bombardamenti anglo-americani sull'Afghanistan - abbiamo sentito piu' volte in televisione - ma, afferma il Pentagono, si tratta solo di propaganda del regime di Kabul.
La guerra, questa guerra, e' anche mediatica. Lo e' stata per anni, volutamente censurando la tragedia del popolo dell'Afghanistan, e lo e' anche oggi, per mascherare i lutti di una nuova guerra.
E allora noi di Emergency abbiamo voluto andare a verificare, per informare in modo obiettivo e documentato, e anche per prepararci a rispondere a nuovi bisogni umanitari.
Le vittime che indichiamo qui di seguito le abbiamo incontrate, visitate, intervistate.
Niente "si dice", nessun "portavoce", nessun intermediario.
E' un elenco, crediamo, largamente incompleto: siamo sicuri di non aver raggiunto tutte le vittime, e abbiamo ritrovato solo quei feriti che in qualche modo hanno potuto raggiungere presidi sanitari della sola Kabul: questo elenco ha dunque un valore esemplificativo.
Per motivi di riservatezza, abbiamo omesso il luogo dove sono ricoverati, mentre abbiamo indicato nome, sesso, eta', tipo di lesione, data e luogo del bombardamento.
Inoltre, per ovvi motivi, non possiamo raccogliere le storie di chi e' morto, di quegli sventurati che in questi giorni si aggiungono alla lunga lista delle vittime della follia della guerra.
Faremo tutto il possibile per continuare a fornire nuove aggiornate informazioni nei giorni e nelle settimane seguenti, anche se vorremmo non ce ne fosse bisogno.
Abbiamo una sola certezza, verificata di persona dallo staff di Emergency: anche quello che segue e' un elenco di vittime civili di una guerra incivile come tutte le guerre.

* Vittime da bombardamenti su Kabul
1. Aihasha Abdul Malik, F, 3 anni, amputazione di gamba, lesioni multiple agli arti, intossicazione polmonare, 10 ottobre, Mikrorajon.
2. Zarwali Almar, M,10 anni, amputazione di gamba destra e lesione dei tessuti molli alla mano destra e gamba sinistra, 10 ottobre, Saroby.
3. Jawed M. Alam, M, 10 anni, frattura bilaterale agli arti inferiori, 10 ottobre, Boni-hosar.
4. Raqeba M. Jan, F, 30 anni, lesioni dei tessuti molli agli arti inferiori bilateralmente, 11 ottobre, Tarakhel.
5. Saleha Moheb, F, 10 anni, ferita al torace, 11 ottobre, Karte Se.
6. Ahmad Khan Janay Ahmad, M, 35 anni, frattura di caviglia destra, 12 ottobre, Qargha.
7. M. Omar Khan, M, 10 anni, lesione ai tessuti molli gamba destra, 12 ottobre, Qargha.
8. M. Azghar Ali Ahmad, M, 40 anni, trauma ginocchio destro, 12 ottobre, Qargha.
9. Abdul Moqim Rahim, M, 20 anni, frattura esposta di tibia sinistra, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
10. Naiheb M. Ranq, M, 4 anni, trauma cranico, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
11. Nasir Ahmaed Gul M. Abd, M, 20, lesione mano sinistra,12 ottobre, Khair Khana.
12. Abdullah Hamid Hakim, M, 24 anni, lesione mano destra, vicinanze aeroporto.
13. Wahed Abdul Jahl, M, 22 anni, lesioni alla gamba destra, 12 ottobre, Qargha.
14. Farema M. Sarwer, F, 25 anni, lesioni gamba destra, 12 ottobre, Mikrorajon.
15. Negena M. Salem, F, 10 anni, frattura cranica, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
16. Waheda M. Nesar, F, 4 anni, ferita penetrante all'addome, 12 ottobre, Rish Khor.
17. M. Azam, M, 20 anni, frattura di gamba sinistra, 14 ottobre, Karte Parwan.
18. Breshna M. Ghous, F, 1 anno, dispnea da inalazione, 14 ottobre, Badam Bagh.
19. Zarmina Amanullah, F, 7 anni, lesione penetrante al fianco destro e gomito destro, 14 ottobre, Debury (paziente deceduta).
20. Fazela Amanullah, F, 5 anni, frattura di ginocchio destro, 14 ottobre, Debury.
21. Parwana Amanullah, F, 11 anni, ferita alla gamba destra, 14 ottobre, Debury.
22. Ferozan Amanullah, F, 14 anni, ferita al gluteo destro, 14 ottobre, Debury.
23. Najibullah M. Yassir, M, 12 anni, ferita penetrante all'addome, 14 ottobre, Debury.
24. Latifa Allah Ghuiam, F, 25 anni, ferita al volto ed alla coscia destra, 14 ottobre, Debury.
25. Peer Mohamad, M, 63 anni, ferita alla coscia destra, 14 ottobre, Niaz Big.
26. Jan Sharif M. Jan, M, 35 anni, ferita penetrante al torace e addome, 15 ottobre, Karte Parwan.
27. Abdul Bary, M, 6 anni, ferita al gluteo ed all'avambraccio, 15 ottobre, Afshar.
28. Omel Ahmad, M, 3 anni, ferita al cranio, 15 ottobre, Afshar.
29. Abdul Habib Abd. Qadir, M, 65 anni, ferita coscia destra, 15 ottobre, Afshar.
30. M. Alam Allah Dad, M, 40 anni, frattura di gomito, 15 ottobre, Qasaba.
31. M. Sadiq Abd. Mazid, M, 70 anni, frattura ala iliaca sinistra, 15 ottobre, Khair Khana.
32. Noor Aga Abd. Ghafur, M, 34 anni, ferita piede destro, 16 ottobre, Khair Khana.
33. Nezamudin Noorudin, M, 30 anni, frattura di rotula destra, 16 ottobre, Badam Bagh.
34. Gulbigum M. Dad, F, 40 anni, frattura cranica, 16 Ottobre, Qable Bye.
35. Khuda Dad Nowroz, M, 28 anni, ferita penetrante al torace, 17 ottobre, Qalav Shadan.
36. Khuda Dad Rostam, M, 22 anni, ferita al dorso, 17 ottobre, Qalav Shadan.
37. Khanabudin Mostara, M, 28 anni, ferita bilaterale alle gambe, 17 ottobre, Qalav Shadan.
38. Morad Ali M. Mussan, M, 21 anni, frattura di bacino, 17 ottobre, Qalav Shadan.
39. M. Raza M. Wakl, M, 13 anni, ferita penetrante all'addome, 17 ottobre, Qalav Shan.
40. Sulaiman Agha M., 16 anni, ferita al cranio, 17 ottobre, Khoshal Khan.
41. Shabana Agha M., F, 13 anni, ferita agli arti, 17 ottobre, Khoshal Khan.
42. Shad M. Dad M., M, 21 anni, ferita alla gamba destra, 17 ottobre, Khoshal Khan.
43. Najiba M. Ayub, F, 40 anni, ferita al cranio, 17 ottobre, Shari-now.
44. Basnooa M. Afzal, F, 40 anni, frattura di bacino, 17 ottobre, Kair Khana.
45. Abdul Wakl M. Arzal, M, 40 anni, ferita al bacino, Pz in Shock ,17 ottobre, Kair Khana.
46. Niaz Moh Ghulam M., M, 7 anni, ferita al cranio, Pz. In coma, 17 ottobre, Kolola Pushta.
47. Bakara Zar Alam, F, 45 anni, ferita al cranio, 18 ottobre, Pushta Enihesar.
48. Mohammed Sher Mohammed, M, 23 anni, lesioni arti superiori, 18 ottobre, Microrayon.
49. Norullah Nezamudin, M, 28 anni, ferita cerebrale, 18 ottobre, Qargha.
50. Aminullah Momin, M, 50 anni, frattura pelvica, 18 ottobre, Badam Bagh.
51. Sarajudin Fazudin, M, 55 anni, ferite al collo e alle corde vocali, 18 ottobre, Khairkhana.
52. Zamari Mirajan, M, 20 anni, fratture multiple arti inferiori, 18 ottobre, Khairkhana.
53. Abdul Kabir Mohammed, M, 60 anni, ferite penetranti agli occhi, 18 ottobre, Khairkhana.
54. Haroon Agha Sherin, M, 12 anni, ferrite agli arti inferiori, 18 ottobre, Khairkhana.
55. Shamsudin Qader, M, 22 anni, ferite multiple al volto, 18 ottobre, Khairkhana.
56. Zaher Mohammed Alam, M, 35 anni, ferrite alla gamba destra, 18 ottobre, Khairkhana.
57. Kamila Khoja Masod, F, 45 anni, ferite multiple al volto, 18 ottobre, Microrayon.
58. Khosh Abdul Fatah, F, 7 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Microrayon.
59. Ahmed Osman, M, 10 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Microrayon.
60. Anisa Mohammed Gul, F, 8 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre,Char-Qalla.
61. Zobidullah Rahmatullah, M, 18 anni, ferite toraciche, 18 ottobre, Khairkhana.
62. Shah Malang-Sar Baland, M, 30 anni, ferite alla gamba destra, 18 ottobre, Khairkhana.
63. Samir Zamir, M, 13 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Khairkhana.
64. Gulam Rasul Ayub, M, 40 anni, politraumatizzato, 18 ottobre, Khairkhana.
65. Shamsudin Mohammed Nazeer, M, 19 anni, ferrite al volto, 19 ottobre, Khairkhana.
66. Sarwer Mohammed Ayub, M, 45 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
67. Nadia Mohammed Sarwer, F, 3 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
68. Hanifa Mohammed Sarwer, F, 23 anni, ferite penetranti agli occhi, 21 ottobre, Khairkhana.
69. Zafonon Sarwer, F, 25 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
70. Najia Mohammed Sarwer, F, 8 anni, trauma cranico, 21 ottobre Khairkhana.
71. Rabia Mohammed Sarwer, F, 7 anni, trauma cranico, 21 ottobre, Khairkhana.
72. Malyar Zekria, M, 7 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
73. Hasanullah Zekria, M, 8 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
74. Arif Mohammed Asif, M, 5 anni, trauma cranico, 21 ottobre, Khairkhana.
75. Nesar Qand Agha, M, 3 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.

Fin qui i feriti accertati, tutti colpiti da frammenti di bombe e/o razzi.
Nel popoloso quartiere di Khairkhana, in Kabul, dove sono state bombardate numerose abitazioni, abbiamo potuto verificare i seguenti nomi di pazienti deceduti sul posto:

76. Bilal Gulam Rasul, M, 4 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
77. Kaled Gulam Rasul, M, 6 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
78. Wares Gulam Rasul, M, 12 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
79. Samin Gulam Rasul, M, 9 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
80. Said Mir-Said Jan, M, 30 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
81. Said Mir-Said Mir, F, 26 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
82. Nazira-Said Mir, F, 21 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
83. Sofi Kasim, F, 39 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
84. Aziza-Khoja Fagir, F, 23 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.

Il 18 ottobre 6 persone sono state uccise dai bombardamenti a Microrayon: non siamo per ora in grado di fornire i nomi.
Il 21 ottobre altre 12 persone per ora non identificate sono state uccise dai bombardamenti a Khairkhana, dove tre case sono state completamente distrutte.
Di queste famiglie sono rimasti vivi solo due bambini, secondo le verifiche fatte dal personale infermieristico di Emergency a Kabul. Cercheremo di fornire aggiornamenti quanto prima.
Najib e gli altri dell'Emergency Team in Kabul.

* Vittime civili dei bombardamenti angloamericani nella provincia di Kapisa Sabato 27 ottobre 2001 alle ore 21,15 (ora locale) 7 feriti sono stati ricoverati presso il Centro Chirurgico di Emergency di Anabah, nella valle
del Panchir.
Le vittime, tutte colpite da schegge metalliche di razzi o bombe, hanno dichiarato di essere state ferite durante i bombardamenti anglo-americani sopra i villaggi che costellano la linea del fronte. Le vittime, tutti civili, provengono anche da villaggi situati nella zona sotto il controllo dell'Alleanza del Nord, come Chany Khil, e hanno dichiarato di trovarsi dentro o nei pressi delle proprie abitazioni al momento dell'attacco.
Le vittime di questo bombardamento sono: Rowida, F, 5 anni; Aziza Said, F, 13 anni; Zagul, F, 50 anni; Laikhan Mirza, M, 6 anni; Saida, F, 30 anni; Zarif, M, 22 anni; Ahmad Froh, M, 4 anni.

Emergency, Anabah, Afghanistan.



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