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Libertà duratura: guerra in Afghanistan 
Digiuno di potenza
di Adriano Sofri
Gli Usa non devono rinunciare a ribattere con la forza al terrorismo. Ma devono
farlo con intelligenza: la potenza va messa a dieta. Come insegna la parabola
dell'eremita che digiunava davanti a una tazza di fragole.
Cominciamo dall'eremita. C'è un eremita, macilento, selvatico come un
vero eremita. Raccoglie pazientemente le fragoline di bosco attorno alla sua
grotta. Le mette in una tazza davanti a sé e le guarda macerarsi, fino
a che marciscono completamente, e allora le butta via. Il suo digiuno sarebbe
troppo vacuo se gli bastasse non avere niente da mangiare.
Mi è tornato in mente questo apologo (devo averlo letto da qualche parte
in Thomas Mann) perché stavo ripensando all'intelligenza a proposito
della risposta al terrorismo islamista ("islamista" dico: è
l'unica parola maldestramente usabile per distinguere da "islamico").
Alle intelligenze, piuttosto: perché esistono molti modi di essere intelligenti,
forse un solo modo di essere cretini. Ci sono perfino quelle accezioni specializzate,
l'intelligence dello spionaggio, o, prima, l'"intelligenza col nemico",
cioè la complicità e il tradimento. Non riesco a sopportare quella
cosa che si chiama "quoziente di intelligenza": quale intelligenza?
Forse mi seccherebbe prendere un voto basso: non ho mai imparato a giocare a
scacchi, non so decifrare un qualunque manuale di istruzioni e ho una quantità
di altre inettitudini. Ne parlo perché in questi giorni si è ricominciato
a discutere della "guerra" al terrorismo ripescando l'antica analogia
con la strategia degli scacchi.
La geopolitica mondiale è "lo scacchiere", dall'America si
teme una partita giocata troppo per linee dirette e si auspica piuttosto una
capacità di previsione e di complicazione, di obliquità. "La
mossa del cavallo", così Vittorio Foa volle intitolare una sua autobiografia.
Peraltro, nella fascetta del bel romanzo di Paolo Maurensig, La variante di
Lüneburg, che ho qui con me, ho letto questa citazione di Garry Kasparov,
il grande campione russo: "Gli scacchi sono lo sport più violento
che esista".
Da piccolo giocavo a dama, naturalmente, e ora ogni tanto faccio una partita:
la galera è un luogo di infantilizzazione forzata, si gioca a tutti i
giochi, senza allegria. Bene: non sopporto quella regola della dama per cui
si è obbligati a mangiare. Forse solo perché è imbarazzante
arrivare davanti all'avversario e prepararsi a farne un solo boccone, per accorgersi
di essere caduti nella sua trappola, e che tu, ormai senza scampo, gli mangi
una pedina e lui ti divora mezza popolazione. Ma a parte questo, quella regola
inibisce una delle supplenze decisive della felicità, che è la
rinuncia. Uno arriva fino lì, spalanca le fauci, poi le richiude con
cautela, si volta e va via. È la sapienza dell'eremita e delle sue fragole.
Non voglio fare l'apologia della rinuncia in generale, al contrario: mi piacciono
le fragole di bosco, e tutto. Ma ci sono circostanze in cui la rinuncia è
una prova di forza e soprattutto di intelligenza.
Io non penso che l'America (e gli altri, noi compresi) debba per saggezza rinunciare
a rispondere con la forza all'assalto terrorista. Al contrario.
La questione è il modo della risposta. L'intelligenza. Vi segnalo una
coincidenza che mi sembra stimolante. Ricordate il film di Michael Cimino, Il
cacciatore? Un inviato del Corriere della sera, Luigi Offeddu, è andato
a DuBois, la cittadina della Pennsylvania in cui era ambientata la parte americana
del film, l'altra parte in Vietnam. C'è un sindaco italiano, è
anche il capo dei pompieri, si chiama Herm Suplizio, dice che ora bisogna fermare
la terza guerra mondiale. Il film di Cimino era del '78, ed era un gran film,
che andrebbe rivisto.
Tre amici, operai di acciaieria, si arruolano per il Vietnam, sono catturati
dai vietcong e torturati, ma sopravvivono: uno, Nick, restando in Indocina a
giocarsi la vita alla roulette russa; un altro, Steven, amputato delle gambe
e disperato dall'abbandono della sua donna; il terzo, Michael (De Niro), dopo
aver riportato a casa il cadavere di Nick ritorna alla vita di prima. Nella
scena finale gli amici restati e i reduci da una sconfitta devastante si ritrovano
a cantare "God Bless America", come ora. Ma la vera scena culminante
è un'altra. Prima di partire per la sporca guerra i tre sono appassionati
cacciatori sui monti Allegheny. Tornato, Michael torna a caccia nel suo antico
posto e avvista un magnifico cervo reale. Lo inquadra nel mirino, accarezza
il grilletto col dito, e finalmente sposta il dito, solleva il fucile e rinuncia
al colpo graziando il cervo, e se stesso. La parabola è trasparente:
la guerra, la parente feroce della caccia, la caccia all'uomo, trasforma il
reduce in un ex cacciatore.
È una parabola antica e proverbiale, del resto. L'avete vista in tanti
dipinti, letta in tanti libri. Un cervo sta davanti al cacciatore, col suo palco
sontuoso di corna, in mezzo al quale appare un crocefisso, e il cacciatore,
Sant'Eustachio, Sant'Uberto, San Giuliano Ospitaliere, lascia cadere la balestra,
o l'arco, e si converte. Figura esemplare della conversione, del pentimento:
così attuale nel nostro tempo, in cui ci siamo spinti troppo oltre perché
la rinuncia non appaia sempre più spesso l'unica via saggia, la riparazione
indispensabile. Smettere qualcosa, piuttosto che intraprenderla: morale demoralizzante,
forse, ma indispensabile. Intanto, morale della ritirata, della "de-escalation",
per tornare al linguaggio militare, che mostra quale responsabilità decisiva
abbia chi digiuna, o si mette a dieta, e ha il frigorifero pieno, la tazza con
le fragoline, e non perché muore di fame e non ha niente. La rinuncia
ragionevole, non la privazione che annichilisce.
Vale anche per la potenza, che va messa a dieta, e per la forza, che quanto
più è schiacciante, tanto più dev'essere misurata e contenuta.
Così io non so dare consigli da giocatore di scacchi, ma da sporadico
giocatore di dama sì: con una piccola correzione regolamentare. Non si
è obbligati a mangiare.
La mattina dopo
di Giulietto Chiesa
E' la mattina dopo il primo attacco americano sull'Afghanistan.
Ho visto le televisioni, ieri sera, ho ascoltato toni, commenti. Sono angosciato
per la guerra che comincia e per i commenti e i toni che ascolto. E' un'ondata
bellicista che mai prima d'ora mi era accaduto di sperimentare. Non c'è
spazio non solo per l'umanità e per la verità, ma neppure per
la logica più elementare. E per la decenza. Ascolto giornalisti che,
senza fare una piega, riferiscono notizie che sanno false (se non lo sanno è
peggio, perché vuol dire che non sanno neppure distinguere), o che sono
palesemente ridicole.
Come quella secondo cui gli aerei americani starebbero lanciando porzioni alimentari
sulla popolazione afgana, <innocente>.
Dio mio, com'è possibile riferire, senza degnarla di un commento critico,
una tale idiozia, pensata in qualche ufficio stampa militare?
Bisognerebbe aiutare la gente a capire. E' un suo diritto, ma invece di adempiere
al dovere di informare si fa a gara per negarlo. E io credo, invece, che si
debba cercare di capire cosa accadrà, in modo che milioni di persone
sappiano dove stanno andando, dove vengono trascinate senza che se ne rendano
conto.
Sì, è probabile che Kabul venga presa nella prossima settimana.
Presa da chi? Questo non è chiaro. Non è chiaro se i taliban verranno
neutralizzati, non è chiaro se verranno massacrati, non è chiaro
se Osama bin Laden sarà catturato o ucciso, non è chiaro se i
leader talibani subiranno la stessa sorte. Non è chiaro nulla. L'unica
cosa chiara è che ci saranno altre vittime tra la popolazione civile.
I commentatori sembrano tutti certi che non c'era altro modo per combattere
il terrorismo. Ma siamo proprio certi che non c'era altro modo? Chi l'ha detto?
E come mai nessuno si ricorda che questo terrorismo è stato alimentato,
creato, foraggiato, da quegli stessi che lo bombardano? E come mai nessuno si
ricorda che, in nome della giustizia e della libertà, e della punizione
dei responsabili, si stanno usando le basi militari del Pakistan, che non è
affatto un paese democratico e che è stato il principale organizzatore
e creatore dei taliban?
Tutti smemorati questi esperti, e commentatori, e politici che si affrettano
ad ogni parola a esprimere solidarietà con l'America. Colpita da una
tragedia, e che meriterebbe altra solidarietà, non quella di chi la incita
ad andare avanti su una strada sbagliata, che non le porterà di sicuro
pace e tranquillità, ma altra tragedia e altre morti. Dio salvi l'America
da questo tipo di amici!
Allora bisogna cercare di ragionare. Sulle cause che ci hanno portato fino a
questo punto terribile, ma anche sulle conseguenze immediate che dovremo fronteggiare.
Per esempio: anche se l'Occidente riuscirà a uccidere Osama bin Laden,
e il mullah Omar, l'esito più probabile è una nuova fase della
guerriglia, con l'Alleanza del Nord al governo e i taliban sui monti. Dietro
di loro, ad armarli, ci sarà comunque una formidabile concentrazione
finanziaria: quella che li ha finanziati fino a ieri, quella dell'oppio, che
ha le sue basi in Pakistan e nelle maggiori banche occidentali.
E bisognerà fare il check-up della situazione nel mondo islamico. In
primo luogo in Pakistan, dove il generale Musharraf, preso per la collottola
da Bush e Blair, ha dovuto abbandonare i taliban, ma ha anche dovuto cacciare
via una quindicina di generali, per evitare che lo sbalzino di sella, e dovrà
ora fronteggiare folle islamiche inferocite che innalzano i taliban a eroi della
fede. Le basi militari ottenute in prestito dall'Occidente potrebbero essere
pagate a caro prezzo. E si dovrà vedere fino a che punto l'appello di
Osama alla guerra santa avrà effetti nei paesi arabi e islamici amici
dell'Occidente: Pakistan in primo luogo, e poi Arabia Saudita, Egitto, Emirati
arabi, Marocco e tanti altri.
Il tutto mescolato in una tremenda catena di azioni e reazioni nella quale si
colloca la continuazione dell'11 settembre, contro l'America e i suoi alleati.
Altri attentati, altra paura, altre vittime civili. Perché dovrebbe essere
evidente che Osama e i suoi fanatici utilizzano le disuguaglianze del mondo
per alimentare la propria barbarie. Il che non li assolve certamente - ed è
questa la tremenda ambiguità della situazione, che le canaglie utilizzano
con la massima spregiudicatezza - ma non deve impedire di denunciare quelle
disuguaglianze . Mentre c'è già pronta una legione di canaglie
che vuole chiudere la bocca a tutti coloro che invitano alla saggezza perché
capiscono che non si porrà fine alla spirale di violenza e di barbarie
- cui l'Occidente sta prendendo parte - senza cambiare il sistema dei rapporti
tra stati, tra paesi ricchi e poveri, ristabilendo una legalità internazionale
accettabile dai cinque sesti della popolazione del pianeta.
Ci stiamo tutti cullando nell'illusione che basti colpire, una ad una, le maglie
di Al Queida, e non sembriamo renderci conto che il problema è immensamente
più vasto dei confini Afgani. E corriamo tutti dietro al presidente degli
Stati Uniti, che è stato capace, fino ad ora, soltanto di immaginare
una strategia che produrrà un'altra serie di guerre, inesorabilmente.
E già ci viene comunicato che, dopo l'Afghanistan dei taliban toccherà
ad altri obiettivi, per esempio il Sudan ,e poi l'Iraq, e poi l'Iran. O altri
esempi che s'individueranno all'occorrenza. Colpi su colpi, nella logica esclusiva
che ci ha portato fino a qui: la logica del più forte. E non c'è
quasi nessuno che gridi, con quanto fiato ha in gola, che questa logica ci rende
tutti ancora più ingiusti e ancora più deboli.
Fra guerra e terrorismo c'è una terza
via...
di Nanni Salio
E dopo il 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) venne l'11
settembre 2001: inaspettato per i piu', ma previsto saggiamente da alcuni. Date
epocali? Forse, ma non necessariamente. Nei poco piu' di dieci anni che separano
questi due eventi, l'umanita' ha perso una formidabile occasione, una "finestra
di opportunita'", per porre definitivamente la guerra fuori dalla storia
e vi e' ripiombata a capofitto.
Perche' ci vogliono cosi' male, si chiedono gli americani. Perche' tanto odio?
Cosa possiamo fare?
Esaminiamo innanzi tutto tre principali interpretazioni.
La prima e' la teoria del "blowback", o del "contraccolpo",
che e' esposta con grande preveggenza e dovizia di dati da Chalmers Johnson
in un testo quasi profetico, Gli ultimi giorni dell'impero americano (Garzanti,
Milano 2001). La politica estera ed economica americana ha prodotto talmente
tanti guasti e seminato tanto odio da ritorcersi contro, anche se i cittadini
americani non ne sono consapevoli (ma questo non vale per i loro leader). E'
ormai noto a tutti che personaggi come Saddam Hussein, Noriega, Bin Laden e
tanti altri sono creature degli USA, che come tanti "Frankenstein"
si ribellano e si rivoltano contro il loro creatore. In altri termini, la dottrina
militare, le teorie strategiche e il modello di difesa elaborati dal complesso
militare-industriale-scientifico statunitense si sono rivelati profondamente
errati e pericolosi e invece di creare sicurezza hanno generato uno stato generale,
su scala mondiale, di insicurezza, paura, terrore, rischio mortale. Siamo di
fronte a uno dei piu' incredibili errori concettuali e di progettazione, finanziato
con centinaia di miliardi di dollari all'anno, e le popolazioni civili di tutto
il mondo stanno pagando un prezzo altissimo. Se il Pentagono e il Dipartimento
di Stato degli Stati Uniti utilizzassero gli stessi criteri di efficienza di
un'azienda privata, i dirigenti di queste due istituzioni dovrebbero essere
licenziati in tronco. Invece, ci ripropongono la stessa ricetta: altri bombardamenti.
La seconda interpretazione e' la vecchia, ma sempre attuale, "teoria del
petrolio". Tutte le principali guerre di questi anni sono state combattute
dagli USA per assicurarsi il controllo delle riserve strategiche di petrolio
e gas naturale. Intorno al 2005 verra' raggiunto il picco di produzione geofisica
del pianeta, e verso il 2030 comincera' la vera e propria crisi generale. La
transizione puo' essere indolore solo se progettata per tempo, ma non sembra
essere questa la direzione verso la quale ci stiamo muovendo (si veda: www.dieoff.com).
La terza interpretazione e' quella che Giulietto Chiesa propone affermando:
"Cercate la cupola, non solo Bin Laden". In altre parole, e' assai
improbabile che gli attentati dell'11 settembre siano stati attuati da una singola
organizzazione senza una vasta rete di complicita', anche all'interno degli
stessi Stati Uniti. E' noto che da sempre il terrorismo convive in simbiosi
con i servizi segreti, come insegnano tante vicende del passato, compresa quella
dello stragismo in Italia.
Queste tre interpretazioni non si escludono a vicenda, anzi si corroborano tra
loro e ci mettono in guardia da facili spiegazioni e da ancor piu' semplicistiche
soluzioni che, nell'immediato, non esistono. Siamo di fronte al trionfo dell'"impermanenza",
della societa' del rischio, dell'angoscia e del terrore che giorno per giorno
abbiamo ottusamente contribuito a costruire.
*
Dopo la parte di analisi in negativo, proviamo a formulare alcune proposte in
positivo.
1. Giustizia senza vendetta: la ricerca dei colpevoli, dei perpetratori, non
solo materiali, ma anche dei mandanti, e' compito di un organismo sovranazionale
e non di una singola parte. Gli USA si sono finora opposti alla costituzione
di un Tribunale Penale Internazionale sui crimini contro l'umanita': cambieranno
idea dopo l'11 settembre? Giuridicamente, questi attentati sono un crimine contro
l'umanita' e non un atto di guerra, e come tali devono essere affrontati.
2. Negoziazione: uno dei principi cardine della trasformazione nonviolenta dei
conflitti e' la non demonizzazione dell'avversario e l'analisi corretta
delle sue richieste. Che cosa ha chiesto Bin Laden nel corso della sua dichiarazione
trasmessa dalle TV di tutto il mondo? Tre sono i punti essenziali, tutti quanti
non solo negoziabili, ma che da tempo avrebbero dovuto essere affrontati: definitiva
risoluzione del conflitto Israele-Palestina; cessazione dell'embargo e dei bombardamenti
sull'Iraq, con lo stillicidio di morti che mensilmente sono almeno pari a tutte
le vittime dell'11 settembre; abbandono delle basi USA in Arabia Saudita.
3. Costituzione di una commissione internazionale per la verita', la giustizia
e la riconciliazione: questa commissione potrebbe cominciare a funzionare a
partire da ong e gruppi di base, sulla falsariga di quella promossa in Sudafrica
da Nelson Mandela e Desmond Tutu coinvolgendo in un secondo tempo le istituzioni
statali e sovranazionali.
4. Sostegno ai movimenti locali che lottano per i diritti umani e la democrazia
con metodi nonviolenti: ovunque sono presenti gruppi che operano per una trasformazione
nonviolenta dei conflitti, in particolare movimenti di donne come quello afghano
Rawa.
5. Dialogo, educazione, cultura: e' il lavoro lento, ma indispensabile, per
costruire un'autentica cultura della nonviolenza, compito primario di ogni educatore.
Segnaliamo l'articolo di Umberto Eco, "Le
guerre sante: passione e ragione" ("La Repubblica", 8 ottobre
2001).
6. Movimento internazionale per la pace: cosi' come negli anni '80 una grandiosa
mobilitazione riusci' a sconfiggere la minaccia nucleare, occorre a maggior
ragione costruire un movimento delle societa' civili di ogni paese, del Nord
e del Sud del mondo, che sappia imporre un cambiamento nell'agenda delle priorita'
politiche sui temi globali: pace, ambiente e sviluppo, senza cadere nella trappola
della protesta violenta.
7. Uscire dall'economia del petrolio: fonte di ricchezza per pochi, di gigantesca
corruzione e di minaccia ambientale planetaria, e' diventata anche una delle
cause prevalenti delle guerre. E' indispensabile avviare prontamente la riconversione
del sistema energetico su basi rinnovabili, decentrate, a piccola potenza.
8. Controllo della finanza internazionale: il mondo e' pieno di "Bin Laden"
come si usa dire nel dialetto piemontese e forse di qualche altra regione, che
disinvoltamente utilizzano i proventi della droga, del commercio di armi, della
speculazione finanziaria e delle attivita' mafiose per costruire paradisi fiscali
e potentati economici al riparo da ogni intrusione della giustizia. Cominciamo
a liberarci dei "Bin Laden" nostrani, che stanno varando leggi scandalose
e offensive del piu' comune buon senso morale.
9. Zone libere dall'odio: e' la proposta lanciata dalla ong americana "Global
exchange" che richiama quella delle zone denuclearizzate degli anni '80.
Dichiariamo le nostre scuole e i nostri quartieri "zone libere dall'odio",
con un lavoro di base, di dialogo, di incontro, di scambio culturale che valorizzi
differenze e capacita' costruttive e creative di trasformazione nonviolenta
dei conflitti.
10. Liberiamoci dal complesso militare-industriale: tutti i punti precedenti
rischierebbero di risultare vani se la piu' potente causa di produzione delle
guerre non venisse rimossa, in ogni paese, ma soprattutto in quelli piu' potenti,
a cominciare dagli USA, sostituendo gli attuali modelli di difesa altamente
offensivi e distruttivi con forme di difesa popolare nonviolenta.
LA GUERRA DEL GREGGIO SI FA, MA NON SI DICE
MASSIMO RIVA
Nel dibattito sulla campagna militare contro Osama Bin Laden e il regime talebano
in Afghanistan, c'è una parola che ogni tanto compare e però fa
fatica a conquistare quella centralità che le sarebbe dovuta. Questa
parola è "petrolio". I primi ad evitare di usarla sono i seguaci
dello sceicco terrorista che, nei loro proclami di guerra santa, rovesciano
sull'Occidente ogni genere di recriminazione storica o di violenta minaccia
attuale, ma nulla dicono sul nodo cruciale del greggio. Altrettanto, però,
sta accadendo anche all'interno della grande alleanza che si è formata
attorno agli Stati Uniti dopo la tragedia dell'11 settembre. Il giusto principio
della difesa dei paesi occidentali dai pericoli del terrorismo islamico viene
argomentato, in nome dell'esigenza di tutelare la sicurezza e la libertà
della vita sociale e individuale, sotto mille aspetti fondamentali. Fuorché
uno: la certezza di quei rifornimenti energetici, che pure sono una componente
non secondaria della vita in Occidente.
Questo processo di oscuramento appare davvero singolare per almeno due ragioni
geoeconomiche piuttosto serie. Nella grande area islamica fra il Kazakhstan
e il Mar Rosso, alla quale Bin Laden indirizza i suoi appelli alla mobilitazione
politicoreligiosa nel nome di Allah, è concentrato il 65/70 per cento
delle riserve del mondo intero. Al tempo stesso, le maggiori economie dell'Occidente
fronteggiano una dipendenza esterna da petrolio in una misura del 60 per cento
del fabbisogno negli Stati Uniti e di poco inferiore (il 58) in Europa. Sono
cifre che fanno riflettere perché indicano una condizione di vera e propria
sudditanza.
Per giunta, aggravata da tre fattori pesanti. Primo: le mitiche riserve americane,
agli attuali livelli di consumo, hanno un orizzonte di vita di poco superiore
ai dieci anni. Secondo: i giacimenti europei del Mare del Nord costituiscono
appena l'1,5 per cento delle riserve mondiali. Terzo: l'emancipazione dal petrolio
resta per l'Occidente un traguardo lontanissimo in quanto lo sviluppo di fonti
energetiche davvero sostitutive del greggio richiederà qualche decennio.
Sembra il caso di ricordare che un analogo processo di rimozione della parola
petrolio ha un precedente nel 1990, durante la guerra del Golfo. Anche allora
il ricorso alle armi per liberare il Kuwait dall'occupazione irakena fu spiegato
soprattutto con l'esigenza di restaurare il diritto internazionale violato,
mentre un velo di ipocrisia fu steso sul tema petrolifero. Benché fosse
del tutto evidente che il pericolo maggiore da contrastare era che Saddam Hussein,
sommato il proprio greggio a quello dei pozzi kuwaitiani, avrebbe potuto puntare
sull'Arabia Saudita e diventare così il padrone dell'Opec. Con esiti
facilmente immaginabili sui prezzi di una materia prima energetica essenziale:
non solo per il benessere del mondo occidentale, ma addirittura per la vita
stessa dei paesi più poveri del pianeta.
Oggi è sorprendente notare come la stessa storia si stia ripetendo. Certo,
dopo le stragi di New York e Washington, innanzi tutto viene il dovere di combattere
le organizzazioni terroristiche perché queste hanno infranto sanguinosamente
le più elementari regole della convivenza civile e minacciano di continuare
a farlo. Ma questo non può far dimenticare che l'Afghanistan si trova
nel cuore di un'area geopolitica nella quale si concentrano le maggiori risorse
petrolifere del mondo. Se Osama Bin Laden o chiunque altro al suo posto riuscisse
a costruire - facendo leva sulla guerra santa contro gli infedeli - un fronte
comune dei popoli e dei regimi che stanno fra il Kazakhstan e il Mar Rosso,
non l'Opec ma il mercato petrolifero mondiale avrebbe trovato il suo padrone
assoluto. Con conseguenze che è eufemistico definire devastanti per un'economia
planetaria ancora così dipendente dalle forniture di greggio,
come hanno mostrato le cifre precedenti.
Sia chiaro: queste considerazioni non possono né devono legittimare una
sorta di militarizzazione del mercato petrolifero internazionale per iniziativa
dei paesi consumatori. Ma che questi ultimi si organizzino per impedire che
uno speculare tentativo di militarizzazione sia realizzato dai paesi produttori
sembra il minimo indispensabile. Ed è proprio in questa ottica che non
si spiega il diffuso "understatement" sull'argomento. Che non parlino
delle loro inconfessabili ambizioni in proposito i vari Saddam o Bin Laden è
perfettamente logico perché costoro non hanno alcun interesse a scoprire
le proprie carte. Anche Hitler, nel '38 a Monaco, assicurò che non avrebbe
toccato la Polonia. Molto meno comprensibile è che siano i maggiori governi
dell'Occidente a non avere il coraggio esplicito di porre l'esistenza di un
articolato mercato petrolifero mondiale fra i punti irrinunciabili della propria
dottrina di politica
internazionale.
In realtà, tutti sappiamo che il nodo petrolifero è oggi ben presente
all'attenzione delle cancellerie d'Europa e d'America, come lo era nel 1990.
Tuttavia, è proprio questa linea del "si fa, ma non si dice"
che appare oggi pericolosa. Innanzi tutto, perché rischia di alimentare
equivoci dannosi nella comunicazione tra governanti e governati nel momento
più sbagliato: il ricorso alla forza nella lotta ai terroristi si profila
come una guerra di lunga durata e, quindi, richiederà un appoggio continuo
e costante da parte dell'opinione pubblica. Ma poi anche perché, nascondendo
la centralità della questione petrolifera, si falsano già ora
i termini del dibattito politico tra favorevoli e contrari agli interventi armati
in corso.
Al riguardo la lezione dell'Italia è esemplare. Come mai, per esempio,
gli interventisti della sinistra evitano di usare l'argomento del petrolio nei
loro dibattiti coi pacifisti? Perché sembrano manifestare una sorta di
complesso di inferiorità dinanzi agli slogan antimilitaristi di chi sa
proporre non soluzioni ma fughe dai problemi? Forse pesa ancora sulle loro coscienze
l'antico vizio di considerare gli interessi economici come un frutto avvelenato
della logica capitalista? E' ora e tempo per tutti di rimettere i piedi sulla
dura terra. Un mercato petrolifero mondiale sotto il tallone di un potere ideologicomilitare
come quello che sognano Bin Laden e altri personaggi della sua risma sarebbe
un colpo esiziale per le economie dell'Occidente. Altro che le domeniche a piedi,
così desiderate dai Verdi nostrani. Altro che un'equa divisione internazionale
del lavoro, come piacerebbe a Fausto Bertinotti. A piedi rischieremmo di andare
per tutta la settimana, mentre a milioni di persone l'automobile non servirebbe
solo perché non avrebbero più un luogo di lavoro da raggiungere.
Per non dire
delle immense tragedie che si consumerebbero nei paesi più miserabili,
dove si muore di fame anche perché già adesso un barile di greggio
è merce troppo cara.
Coraggio, quindi: si parli di petrolio e senza falsi pudori.
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