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L’11 settembre, la guerra, e la giustizia
I fatti dell’11 settembre hanno colpito l’immaginazione delle popolazioni
di tutto il mondo, e soprattutto di quelli del mondo occidentale. Il vedere
due grandi grattacieli, che erano il simbolo della ricchezza e della prosperità
del mondo “ricco”, sfaldarsi in pochissimo tempo come fossero di burro,
come quando il burro viene messo a scaldare sul fuoco, ha dato alle popolazioni
del mondo “sviluppato” la sensazione che dietro la loro ricchezza
si celi in realtà una grande debolezza, che porta, a sua volta, ad una
grande insicurezza,. Qualcuno ha scritto che l’11 settembre è stato
una svolta nella storia, e che la storia futura non potrà più
essere quella del passato. Ma la risposta che Bush, seguito dai suoi vassalli
(tra cui, purtroppo, trai primi, c’è anche il nostro attuale capo
del governo, Berlusconi), si appresta a dare, non è affatto nuova, anzi
ripercorre esattamente la vecchia storia, quella che vuole dimostrare che per
aver ragione bisogna essere i più forti, e che “ragione” e
“violenza” vanno di pari passo, sono l’una il riflesso dell’altra.
E si prepara perciò a combattere ed a cercare di distruggere Saddam,
considerato uno dei capi della “resistenza” al potere ed alla forza
del mondo occidentale, sperando, una volta eliminato questo presunto capo del
terrorismo internazionale, di aver distrutto quest’ultimo e di poter vivere
in un mondo di pace, tornando poi a cullarsi nell’immagine di sicurezza
che il mondo occidentale aveva prima dei fatti dell’11 Settembre. Bush
considera perciò la guerra che si appresta a portare avanti come un atto
di doverosa “difesa” del proprio mondo e dei propri valori, e cerca
alleati in altri paesi del mondo ricco, tra cui anche il nostro (la settima
od ottava potenza mondiale!), cercando anche di convincere le Nazioni Unite
della “doverosità” di un attacco a Saddam, e dell’ordine
dato ai propri soldati di “assassinarlo”.
Ma se volessimo realmente considerare l’11 settembre come una svolta storica
dovremmo al contrario non rispondere nel vecchio modo, quel modo che cerca di
scacciare la violenza con altra violenza più forte della prima, ma piuttosto
in quello, anche questo antico, e forse più antico dell’altro, ma
nuovo per la politica mondiale, del detto del profeta Isaia “che non ci
sarà pace finché non ci sarà giustizia”. Il fatto
che la popolazione del mondo occidentale, che è circa il 20 % della popolazione
mondiale, utilizzi circa l’80 % di tutte le risorse del mondo (petrolio,
cibo, acqua, aria, ecc.) lasciando agli altri paesi, che noi chiamiamo eufemisticamente
“mondo sottosviluppato”, solo le briciole, costringendo perciò,
ogni, giorno, milioni di bambini di questo ultimo mondo a morire di denutrizione,
e perciò di fame, sembra che non ci interessi, e che non abbia alcun
collegamento con i fatti dell’11 settembre. Infatti si dice che bisogna
spendere di più di quello che già spendiamo attualmente per avere
armi sempre più sofisticate, ed un esercito “professionalmente”
ben preparato, che possa rispondere con efficacia alle minacce del terrorismo
internazionale, e possa tornare a farci sentire “sicuri” nella nostra
roccaforte di “mondo ricco”.
Ma facendo così dimentichiamo due delle grandi lezioni che ci vengono
dalla storia di questo secolo. La prima è quella che ci ha insegnato
Gandhi che è riuscito, attraverso la lotta nonviolenta, quella che lui
chiamava “Sathyagraha”, e cioè la lotta con la forza dell’amore
e della verità, a far ottenere l’indipendenza all’India, liberando
il suo paese dal colonialismo inglese e stimolando anche in quel paese un cambiamento
politico, e cioè la vittoria dei laburisti, che erano contrari al mantenimento
delle colonie, contro i conservatori, che pure, guidati da Churchill, avevano
vinto la guerra contro il nazismo ed il fascismo. Uno degli insegnamenti principali
di Gandhi è quello che ”la migliore difesa è quella di non
avere nemici”. In realtà invece, non tenendo affatto conto che questa
divisione tra mondo “ricco”, che vede la morte di alcune migliaia
di persone che si trovavano nelle due torri procurata da due aerei dell’
”esercito” di Al Qaeda come un fatto da vendicare, e mondo “povero”
che invece dovrebbe subìre senza fiatare questi squilibri e queste ingiustizie
che portano ogni giorno a morire migliaia dei propri figli, non fa che incrementare
la “guerra”, perché tale è, tra mondo ricco e mondo
povero. Perciò la risposta armata ed arrogante del mondo occidentale
non serve ad annientare il terrorismo, ma piuttosto lo fomenta e fa nascere
ogni giorno dei nuovi Bin Laden, giovani ed adulti che sono disposti a perdere
la propria vita pur di non far soccombere il proprio popolo di fronte ai soprusi
del mondo occidentale.
La seconda lezione è invece quella che ci viene dall’attuale conflitto
in Israele e Palestina. Anche qui ci troviamo di fronte ad una situazione di
grande squilibrio sociale e politico. Da una parte Israele, ricco e potente,
che continua ad ignorare le varie risoluzioni dell’ONU che gli chiedono
di ritornare ai confini precedenti, e cessare l’occupazione di molti territori
palestinesi, in cui ha continuato, fino a non molto tempo fa, ad istituire nuove
colonie di ebrei immigrati da vari paesi del mondo (che Israele considera a
pieno diritto suoi concittadini), costringendo invece all’esilio tanti
palestinesi che vorrebbero tornare nel loro paese, ma non possono; dall’altra
i palestinesi, che hanno incautamente cercato, per distruggere Israele, di ricorrere
alla guerra, alleandosi con i paesi arabi circostanti, ma sono stati ignominiosamente
sconfitti (la cosiddetta guerra dei “sei giorni”). I palestinesi hanno
poi cercato di mettere in moto una resistenza nonviolenta (rifiuto del pagamento
di tasse, rioccupazione pacifica dei territori a loro confiscati, ricostruzione
di case distrutte, ecc) durante quella che è stata chiamata la prima
Intifada, che usava pietre, si, che non sono certo un simbolo di nonviolenza,
ma scagliate da bambini e giovanissimi contro i carri armati ed i fucili a ripetizione
degli israeliani, (il che fa venire in mente la storia di Davide che combatte
con la fionda contro il gigante Golia), un tipo di lotta perciò che alcuni
studiosi della nonviolenza, come G, Sharp, hanno chiamato a “bassa intensità
di violenza”. Ma la risposta degli Israeliani a questa descalata di violenza
dei palestinesi, rispetto al tentativo di usare le armi e la guerra fatta in
precedenza, non è stata di ascolto e di ricerca di soluzioni pacifiche,
ma piuttosto quella dell’allontanamento da Israele, a tempo indeterminato,
di colui che era il capo riconosciuto di questa resistenza nonviolenta: Mubarak
Awad, che l’aveva anche teorizzata in un testo che era diventato molto
popolare nel mondo palestinese e che stava acquisendo lo status di una strategia
approvata anche dal partito di Arafath. Questa repressione ed indebolimento,
da parte israelinana, della lotta nonviolenta dei palestinesi è stato
sicuramente un elemento importante per la nascita della seconda Intifada, quella
attuale, che ha scoperto la forza dei “kamicaze”, dei giovani che
sono disposti a morire suicidandosi pur di colpire al cuore, nel suo stesso
territorio, il mondo israeliano, facendo perciò uscire questa popolazione
dalla illusione che basti avere un esercito potente, avere la bomba atomica,
costruire un muro di pietra, e usare le armi, per liberarsi dell’incubo
di questi giovani disposti a morire pur di colpire “l’avversario”
nella sua vita di tutti i giorni, e perciò rendendo la sua vita quotidiana
un inferno. Ma sono tutte e due delle illusioni. Anche se Sharon, con l’uso
delle armi, riuscisse nel suo intento di liberare tutto il territorio palestinese
dai palestinesi, o uccidendoli o spedendoli fuori confine (come, sostengono
vari studiosi, sia la sua intenzione) e allargasse ulteriormente il territorio
israeliano, questo sicuramente non porterebbe alla pace, ma ad aumentare le
ingiustizie sociali e la sensazione negli sconfitti di aver subito una violenza
inaudita da accettare forse per qualche anno, per poi esplodere con più
forza nel desiderio di vendicarsi del sopruso subito. Ma anche per i palestinesi
l’idea che la morte inflitta a tanti civili innocenti possa portare alla
propria liberazione è pure una illusione, perché al contrario
questo inasprisce il conflitto ed isola i palestinesi dalle molte simpatie che
la lotta “a bassa intensità di violenza” aveva loro procurato
sia in una parte dei cittadini israeliani, sia a livello internazionale. Perciò
questi due estremismi, di Sharon e dei fondamentalismi islamici, invece di portare
ad una soluzione del conflitto, lo inaspriscono e lo rendono irrisolvibile.
E’ perciò necessario trovare altre strade, diverse da quelle dell’intensificazione
della violenza.
Per questo se vogliamo realmente che l’11 settembre sia una svolta storica
dobbiamo imparare a combattere le ingiustizie ed i soprusi, che sono tanti,
in modo nuovo, attraverso le armi della nonviolenza che sono sostanzialmente
:la non-collaborazione alle ingiustizie, l’azione diretta nonviolenta,
l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, da una parte, come
strumenti per combattere le tante ingiustizie sociali che il nostro mondo perpetua
giorno per giorno contro il mondo dei poveri, ed il progetto costruttivo per
dare vita ad un mondo, a livello planetario, più giusto ed umano.
Ma è su quest’ultimo aspetto che vorrei soffermarmi maggiormente.
Infatti di fronte alla globalizzazione in atto che è all’interno
di un modello di sviluppo che pone al suo centro il capitale che trasforma tutto
in merce e mette al centro dei processi che guidano quello che Padre Balducci
ha definito “l’uomo planetario” il potere del mercato, è
in via di organizzazione un movimento alternativo, definito variamente come
di “Seattle”, o di “globalizzazione dei diritti” oppure,
come io preferisco, di “globalizzazione della pace”. Il guaio, od
i limiti , di questo movimento, è quello che mentre è unito nella
resistenza al modello di sviluppo attuale, c’è ancora al suo interno,
una grossa incertezza sul metodo di lotta da portare avanti. Dato il principio
insegnatoci da Gandhi che “il fine sta ai mezzi come il seme sta all’albero”,
e che perciò non si può avere un mondo di pace se non si utilizzano
mezzi pacifici, e data la necessità di lottare contro le ingiustizie,
la pace non può essere intesa come assenza di conflitto, ma come “umanizzazione”
dello stesso, e perciò come uso della nonviolenza, sia come forma di
lotta che come forma di elaborazione del progetto costruttivo. Ma non tutto
il movimento alternativo è d’accordo con questa strategia. Molti
ritengono ancora che per abbattere il sistema attuale sia necessario l’uso
della violenza. Ma questo non accordo e non chiarezza sui mezzi porta anche
ad una non chiarezza degli obiettivi.
Su quest’ultimo punto molti insegnamenti ci sono venuti dall’incontro
di Porto Alegre. E speriamo che il prossimo Social Forum Europeo che si terrà
a Firenze, serva ulteriormente a chiarire questi obiettivi. A me sembra comunque
che un grosso insegnamento ci venga dall’insegnamento di Aldo Capitini,
e da quello di Danilo Dolci, che hanno ambedue sottolineato l’importanza
del lavoro con la gente, del potere di tutti, e del controllo dal basso verso
coloro che governano sia a livello locale che nazionale, ed internazionale.
Ed anche da un libro che stiamo traducendo in italiano, di uno dei migliori
pianificatori mondiali, J. Friedmann, nel suo “Empowerment: the politics
of alternative develpment” (Blackwell Publ., Cambridge – Mass., 1992)
che sto utilizzando come testo di base delle mie lezioni per il corso di laurea
in “Operatori di Pace” presso l’Università di Firenze..
Friedmann parte da una analisi critica delle teorie economiche tradizionali,
per le quali la crescita economica è tutta centrata sullo sviluppo dei
mercati: : “maggiore quest’ultimo meglio è”. Secondo questa
teoria la soluzione della povertà può esserci solo con lo sviluppo
economico, la raccomandazione principale di questa impostazione è di
lasciar soli i poveri (a meno che non diventino “pericolosi” e richiedano
interventi di tipo repressivo). Questa teoria, ancora purtroppo dominante, ritiene
infatti che lo sviluppo dell’economia porti necessariamente il benessere
a scendere verso il basso e quindi a creare posti di lavoro non qualificato
sufficienti a superare il problema della povertà. Friedmann sottolinea
invece che l’attuale sviluppo economico, all’interno della divisione
internazionale del lavoro, tende a creare una povertà di massa, e si
pone il problema di trovare uno sviluppo alternativo che elimini la povertà
e non si limiti ad azioni valide a livello locale ma che si estenda anche a
livello regionale, nazionale ed internazionale. Partendo da numerosissimi esempi
concreti, in Sud America e in altre parti del mondo, di azioni dal basso da
parte di gruppi emarginati che hanno portato al miglioramento delle loro condizioni
di vita mostra come uno sviluppo alternativo parta proprio da questi gruppi
e li porti ad agire oltre che per il superamento del loro stato di emarginazione,
anche a prendere coscienza del proprio potere, e a lottare perciò per
il proprio diritto di “inclusione” nei processi decisionali e per
dar vita ad una società più giusta.
Ma secondo Friedmann l’alternativa non si può limitare ad azioni
locali da parte di questi gruppi emarginati per opporsi a ciò che va
contro la loro vita e la convivenza civile, ma deve porsi l’obiettivo anche
di operare per una democrazia “inclusiva” (che non escluda dal potere
decisionale la maggior parte della popolazione povera, come di fatto, in molti
paesi, succede attualmente), per una crescita economica valida (che non vada
a danno dei più poveri, ma parta invece proprio dalla soluzione dei loro
problemi, e dal superamento del loro stato attuale), per l’equivalenza
dei generi (per non avere una società “maschilista”, ma una
società in cui maschi e femmine abbiano realmente, sia nei diritti che
nella vita sociale, un uguale potere), e per la “sostenibilità”
(per uno sviluppo che non distrugga l’ecologia del pianeta, ma rispetti
i diritti delle future generazioni di avere un mondo anche migliore dell’attuale).
Friedmann dà inoltre concrete indicazioni, con molti esempi concreti,
per facilitare la comprensione del passaggio dalle lotte di base per questi
diritti, nei settori su indicati, a quelle per la trasformazione della società
intera. Non è possibile qui dare atto di tutto gli elementi che emergono
da questo libro. Né ricordare gli importanti contributi dati da Capitini,
e Dolci , ad una rivoluzione dal basso, nonviolenta, per la trasformazione della
nostra società in una società più giusta, più umana.
Ma mi auguro che i lavori del prossimo Forum Europeo fiorentino tengano conto
dei loro insegnamenti, secondo me molti importanti, per delineare la strada
per arrivare a quel “nuovo mondo possibile” che la “Rete di Lilliput”,
ed altri movimenti dal basso che si ispirano alla nonviolenza, cercano non solo
di chiarire teoricamente, ma anche di mettere in pratica. nella vita quotidiana.
Firenze, 23 Ottobre 2002
ALBERTO L’ABATE
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