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COME OPPORSI ALLA GUERRA, IN SETTE PUNTI E UNA POSTILLA
di Peppe Sini
1. Illimpidendo noi stessi.
Interrogandoci sulle nostre ambiguita', sulle nostre complicita', sui nostri
privilegi, sulle nostre menzogne, e depurandocene. Da Mohandas Gandhi a Danilo
Dolci tutte le grandi lotte nonviolente sono cominciate con il raccoglimento
interiore, l'esame e la purificazione di se'.
*
2. Col ripudio assoluto della violenza.
Che implica separarci nettamente, preliminarmente ed intransigentemente dai
violenti e dagli ambigui. Far comunella con loro, o illudersi di poter percorrere
insieme con loro un pezzo di strada, significa imboccare la strada sbagliata,
e diventare loro complici.
*
3. Preparandoci all'azione diretta nonviolenta.
Per contrastare la guerra praticamente, operativamente, e non solo simbolicamente,
non solo a chiacchiere. L'azione diretta nonviolenta contro la guerra o e' concreta
o non e'.
Questo richiede una preparazione rigorosa, training di formazione, un'autentica
persuasione alla nonviolenza, la profonda introiezione dei suoi valori, lo studio
sistematico delle sue tecniche.
Ed occorre essere intransigenti nello stabilire che ad una azione diretta nonviolenta
contro la guerra possono partecipare solo le persone che hanno fatto la scelta
della nonviolenza, e che ad essa intendono attenersi fino in fondo; gli altri,
i non persuasi, non possono partecipare poiche' sarebbero di pericolo per se'
e per gli altri, e farebbero fallire irrimediabilmente l'azione nonviolenta
anche solo con una parola sbagliata.
*
4. Preparando la disobbedienza civile di massa.
La quale disobbedienza civile e' una cosa seria che richiede serieta' di comportamenti
e piena responsabilita', consapevolezza e preparazione.
Essa e' quindi il contrario delle iniziative equivoche ed irresponsabili che
personaggi stolti e fin inquietanti hanno recentemente preteso di spacciare
sotto questa denominazione.
*
5. Preparando lo sciopero generale contro la guerra.
E giovera' ripeterlo pari pari: preparando lo sciopero generale contro la guerra.
*
6. Ripudiando tutte le culture sacrificali.
Occorre affermare la dignita', l'unicita' e il valore assoluto di ogni vita,
la propria e l'altrui.
Chi pensa che si possa sacrificare anche una sola vita umana, ha gia' sancito
in linea di principio la liceita' di ucciderci tutti, ed e' quindi complice
della logica degli assassini.
*
7. Affermando la nonviolenza in tutte le sue dimensioni, anche come nonmenzogna
e come noncollaborazione al male.
Mentire e' gia' disprezzare e denegare gli altri esseri umani in cio' che degli
esseri umani e' piu' proprio: la facolta' di capire, la ragione.
La nonviolenza e' sempre anche nonmenzogna.
Chiave di volta della nonviolenza e' la consapevolezza che occorre togliere
il consenso ai facitori di male. Occorre esplicitamente noncollaborare con essi.
La nonviolenza e' sempre negazione del consenso all'ingiustizia e alla violenza.
*
Postilla. Lo scatenamento di una guerra globale come quella che gli abominevoli
attentati terroristici dell'11 settembre hanno innescato puo' provocare la fine
della civilta' umana. E' bene non dimenticarlo mai.
Opposizione alla guerra e salvezza dell'umanita' vengono quindi a coincidere.
Ma solo la nonviolenza puo' opporsi coerentemente e concretamente alla guerra.
E dunque solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
Un movimento per la pace che non scelga la nonviolenza non e' un movimento per
la pace.
PERSUASI DELLA NONVIOLENZA PER SCONFIGGERE OGNI TERRORISMO
di Nanni Salio
"Non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra,
che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume.
Non credo piu' che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver
prima fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra,
dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove".
E' da queste parole di Etty Hillesum, scritte nel suo Diario 1941-1943, durante
la seconda guerra mondiale, poco prima di morire nel lager, che bisogna partire
per riflettere sulla tragica serie di attentati dell'11 settembre negli USA.
"Il regno di Dio e' in voi", diceva Tolstoi, ma potremmo aggiungere:
"...anche quello di satana".
Per i persuasi della nonviolenza, il compito e' oggi piu' difficile che mai.
Bisogna riuscire a interrompere la spirale della violenza che quasi certamente
verra' alimentata dalla ritorsione che il governo USA sta pianificando. La via
maestra e' quella del dialogo con tutte le parti in causa, conoscerne e riconoscerne
torti e ragioni, vedere e far vedere la sofferenza e il dolore di tutte le vittime,
aiutare i persecutori a riumanizzarsi, analizzare i traumi subiti mediante una
sorta di grande terapia collettiva che apra la strada alla riconciliazione del
genere umano.
Dobbiamo aiutare i cittadini americani a prendere coscienza della irresponsabilita'
della loro classe politica e del fallimento delle dottrine militari, anch'esse
basate sul terrorismo (di stato), che li hanno resi piu' insicuri e vulnerabili.
Cosi' come a suo tempo aiutammo i cittadini sovietici a scrollarsi di dosso
un regime che cadde quasi senza colpo ferire, attraverso una strabiliante lotta
nonviolenta culminata nel 1989, ora dobbiamo aiutare i cittadini americani a
liberarsi dal giogo altrettanto odioso e pericoloso del complesso militare-industriale-scientifico
che li ha portati in un vicolo cieco.
Al contempo, occorre aiutare le popolazioni dell'islam e piu' in generale i
popoli oppressi a non cadere nella trappola della violenza e del terrorismo.
E' necessario un gigantesco impegno di educazione alla lotta nonviolenta, l'unica
strada che nel secolo scorso ha consentito di ottenere risultati significativi
e duraturi senza seminare odio, vittime, vendette, massacri, tragedie ricorrenti
e senza fine.
Non ci sara' vera pace senza giustizia e non ci saranno ne' pace ne' giustizia
senza una cultura della nonviolenza attiva. E' la globalita' dei problemi che
impone di riconoscere sia i limiti, i fallimenti e gli errori sia gli aspetti
positivi, creativi, costruttivi di ciascuna cultura. Non ci sono popoli eletti
ne' reietti, ma ciascuno ha il suo bagaglio di esperienze storiche, miti, traumi,
successi e insuccessi dai quali partire per costruire una cultura che riconosca
nella nonviolenza il seme comune dell'umanita', le verita' antiche come le colline.
Chi si fara' carico di questo progetto, della trasformazione nonviolenta di
ogni conflitto, dal micro al macro? In tutte le principali tradizioni culturali
e religiose sono presenti uomini e donne che hanno saputo assumere su di se'
il dolore del mondo per compiere un'opera di redenzione: sono i "giusti"
della tradizione ebraica, il redentore della religione cristiana, i bodhisattva
della cultura buddhista, i rishi degli antichi Veda, i sufi dell'islam. Oggi,
questa eredita' culturale dev'essere raccolta e disseminata da tutti coloro
che hanno effettivamente a cuore le sorti dell'umanita' intera e che intendono
dare alla propria esistenza un senso piu' profondo e autentico. Se ci sono persone
disposte a immolare la propria vita per seminare il terrore, dovra' esserci
un numero ancora piu' grande di satyagrahi preparati a donare la vita perche'
persuasi della nonviolenza, come ci hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King,
Etty Hillesum e tanti altri che hanno vissuto in momenti della storia umana
non meno drammatici del nostro.
Il "movimento di movimenti", venuto alla ribalta negli ultimi due
anni per le sue iniziative di contestazione dei vertici dei potenti, si trova
ora di fronte a una scelta ineludibile: deve farsi carico consapevolmente di
questo ambizioso progetto e imboccare chiaramente e con determinazione la strada
della nonviolenza attiva, costruttiva e creativa per non soccombere nella stretta
fra i due terrorismi. La sua agenda diventa ancora piu' fitta e una priorita'
assoluta dovra' essere assegnata alla lotta contro lo strapotere degli apparati
militari, ovunque nel mondo, alla realizzazione di modelli di difesa basati
sulle tecniche di lotta della nonviolenza, alla democratizzazione delle Nazioni
Unite, al boicottaggio delle industrie belliche, all'abolizione degli eserciti,
alla disobbedienza civile di massa.
Solo cosi' la lotta per la giustizia sociale, per la salvaguardia del pianeta,
per la difesa dei deboli non si avvitera' nell'eterna e drammatica spirale autodistruttiva
della violenza diretta.
TRE AMBIGUITA' NEL MOVIMENTO PACIFISTA
di Giobbe Santabarbara
Affinche' l'impegno del movimento pacifista contro il terrorismo e contro la
guerra possa essere limpido e coerente, adeguato ed efficace, occorre una chiarificazione
in noi stessi.
Occorre prendere coscienza di ambiguita' presenti in consistenti filoni della
cultura che si dichiara pacifista ma che contraddicono col loro argomentare
ed agire il fine che pure proclamano di perseguire.
Occorre un salto di qualita': passare dal pacifismo generico, dal pacifismo
strumentale, dal pacifismo dimidiato e subalterno, alla nonviolenza. Sola la
scelta della nonviolenza consente un'azione per la pace nitida, persuasa e persuasiva,
concreta.
Indico tre ambiguita' su cui occorre riflettere, su cui occorre decidere, su
cui occorre tracciare delle linee di demarcazione per evitare obnubilamenti,
menzogne, vergogne, complicita', orrori.
*
I. La prima ambiguita' e' di non essere limpidi nella condanna e nel ripudio
della violenza.
Eppure dopo Auschwitz ed Hiroshima, dopo i gulag e la Cambogia, dovrebbe essere
chiaro a tutti cio' che Gandhi sapeva gia' prima dell'atomica, e che Albert
Einstein e Bertrand Russell dissero alto e forte nel loro appello: e' in gioco
l'esistenza dell'umanita', la violenza conduce all'annientamento.
Cosicche' non esiste piu' ne' guerra giusta ne' violenza legittima, ma un solo
imperativo: salvare l'umanita', e quindi disarmare tutti, e tutti i conflitti
affrontare col dialogo e la consapevolezza di essere un'unica famiglia umana.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: partecipa del movimento che
coerentemente si impegna contro la guerra e contro il terrorismo, che concretamente
si impegna nell'edificare la pace e la giustizia, solo chi fa la scelta preliminare
ed irrinunciabile del ripudio della violenza.
*
II. La seconda ambiguita' e' nella stereotipata e pregiudiziale intolleranza,
e l'ambivalente ipocrisia, nei confronti degli Stati Uniti d'America e della
cultura e popolazione nordamericana.
Che certo non sono un modello di costumi e di societa' sostenibile, ma che non
sono solo imperialismo e consumismo. Sono anche, dovendo dirlo di scorcio, Walt
Whitman e Herman Melville, Leonard Peltier e Martin Luther King, Louis Armstrong
e Woody Allen, Noam Chomsky e Adrienne Rich, Mumia Abu Jamal e naturalmente
Emily Dickinson. America e' il genocidio dei nativi americani e la stupidita'
assassina di pressoche' tutti i suoi presidenti degli ultimi cent'anni, il complesso
militare-industriale stragista e la narcotizzazione hollywoodiana. Ma America
sono anche tante persone e tanti movimenti che contro tutto cio' si sono battuti.
Cosicche' e' insensato omologare potenti e popolazione, carnefici e vittime,
poteri economici e tradizioni culturali, lobbies vampiresche e movimenti per
i diritti civili, in un'unico stereotipo, e fare di tutt'erbe un fascio: alla
stessa stregua noi italiani saremmo per forza tutti mafiosi e fascisti.
Analogamente e' schizofrenico detestarne l'egemonia culturale per la sua carica
consumistica e manipolatrice ed andare in brodo di giuggiole per i prodotti
che quell'egemonia culturale impone: e' un esempio perfetto di efficacia dell'apparato
pubblicitario e della sua potenza di manipolazione il successo di massa e la
ricezione acritica di un libro di documentazione giornalistica interessante
ed utile ma sostanzialmente mediocre come "No logo"; e' un esempio
perfetto di questa egemonia culturale che le televisioni italiane, ripetitrici
in sedicesimo di quella barbarie che Guenther Anders esule in America aveva
gia' colto e denunciato decenni fa, abbiano imposto come simboli e portavoce
del movimento che si oppone alla globalizzazione neoliberista personaggi grotteschi
e irresponsabili, e che sarebbero ridicoli se non fossero inquietanti, come
chi fa i proclami di guerra in tv o chi spedisce pallottole a un ministro.
Infine, e' irragionevole ragionare per schemi di tipo razzista: "i tedeschi",
"gli amerikani", "gli islamici": e Averroe'? L'islam che
salvava la vita degli intellettuali cristiani quando nell'Europa cristiana la
Chiesa cristiana li faceva bruciare sul rogo? E Malcolm X? E Cesar Chavez? E
Allen Ginsberg? E Dietrich Bonhoeffer? E i fratelli Scholl? Ed Heinrich Boell?
Ed Hannah Arendt? Stiamoci attenti coi pregiudizi e le semplificazioni.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: nel movimento per la pace non
puo' esserci spazio per culture ed atteggiamenti razzisti e totalitari, autoritari
e dogmatici, acritici e intolleranti. Essere corrivi con simili culture ed atteggiamenti
equivale ad essere complici della violenza dei potenti e degli assassini.
*
III. La terza ambiguita' e' nello sguardo che non riusciamo a rivolgere su noi
stessi.
Eppure dovremo fare i conti con la nostra ignavia, col nostro parassitismo,
con la nostra superficialita', con la nostra ipocrisia, con la nostra complicita'.
Due anni fa non riuscimmo a impedire che l'Italia partecipasse alla guerra illegale
e stragista nei Balcani. E non riuscimmo a difendere la legge fondamentale del
nostro paese, il patto costitutivo del nostro ordinamento giuridico. Altrove
ho detto quali siano state a mio avviso le scaturigini di quella nostra catastrofe
morale e politica (le ambiguita' del pacifismo parastatale e parassitario, e
quelle ancora piu' gravi dell'antimilitarismo a sua volta militarista, violentista,
irresponsabile e peggio), qui ripeto solo che c'era un solo modo per opporsi
alla guerra: fare la scelta limpida e consapevole della nonviolenza, e forti
di questa scelta praticare una stategia coerente di contrasto operativo della
guerra, fondata su tre pilastri: l'azione diretta nonviolenta, la disobbedienza
civile (che e' il contrario delle idiozie che sotto questo nome spacciano deliranti
e mascalzoni), lo sciopero generale contro la guerra.
Una discussione onesta sulla vicenda di due anni fa ancora dobbiamo farla. E
pochi mesi fa una leadership di persone in maggioranza serie e brave ma nell'insieme
obnubilata e irresponsabile ha portato allo sbaraglio centinaia di migliaia
di persone generose a Genova costruendo le condizioni perche' venissero massacrate.
Per ottenere visibilita' sui mass-media si e' follemente agito esponendo al
pericolo di gravi lesioni e di morte centinaia di migliaia di esseri umani,
da parte di una leadership subalterna e di fatto resa complice di una scellerata
strategia di provocazione fatta crescere per mesi il cui effetto di impaurimento,
umiliazione, disorientamento, sconvolgimento, e in alcuni casi vera e propria
terrorizzazione di molti ragazzi in divisa, e fin di eccitamento dei verosimilmente
pochi ma tragicamente scatenati sadici criminali purtroppo presenti tra le forze
dell'ordine, era cosi' evidente che occorreva essere ciechi o in abissale malafede
per non rendersene conto. E le conseguenze sono state terribili.
Una discussione onesta su questo aspetto della catastrofe di Genova ancora deve
cominciare.
E qui non e' in discussione il fatto che le violenze commesse da personale delle
forze dell'ordine siano comunque inammissibili e comunque ingiustificate e comunque
illecite e comunque criminali: cio' e' ovvio; e che i responsabili di esse vadano
perseguiti col massimo rigore: cio' e' ovvio, necessario, urgente, e la legislazione
vigente lo prevede e lo impone. Chi ha commesso violenza, e chi lo ha consentito,
deve essere sottoposto a processo e punito, tanto piu' se ha abusato di un pubblico
ufficio, di un potere conferitogli dallo stato.
Ma dobbiamo avere l'onesta' di esaminare anche questo altro aspetto della questione:
i catastrofici errori della inadeguata leadership del movimento che si oppone
alla globalizzazione neoliberista; e chi scrive queste righe lo predica invano
fin dai tempi di Praga, dove gia' era chiarissimo quali sarebbero stati gli
esiti omicidi provocati da una condotta peggio che ambigua: sciagurata.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: prima di fare la predica agli
altri dobbiamo esaminare ed invigilare noi stessi; chi vuol essere operatore
di pace non puo' permettersi atteggiamenti irresponsabili, ragionamenti capziosi,
condotte acritiche.
*
Solo la scelta della nonviolenza, la coerenza della nonviolenza, la forza della
nonviolenza, consentira' al movimento che lotta per la giustizia globale di
proseguire il suo cammino.
Solo la scelta della nonviolenza costruisce la pace e consente la convivenza.
Solo la scelta della nonviolenza: deve valere nei rapporti tra le persone, deve
valere nei rapporti tra le culture e le religioni e le societa', deve valere
nei rapporti tra le istituzioni, tra gli stati, nelle relazioni internazionali.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
QUATTRO RAGIONI PER PREPARARE LO SCIOPERO GENERALE CONTRO LA
GUERRA
di Peppe Sini
1. Perche' una guerra scatenata a seguito degli attentati terroristici
di un gruppo criminale (ancora neppure ben identificato) non ha fondamento nel
diritto internazionale, e aggiunge crimine a crimine. strage a strage.
2. Perche' nel caso dell'Italia violerebbe anche la legge fondamentale
del nostro paese, la Costituzione della Repubblica Italiana, nell'art. 11 e
non solo. Sarebbe quindi due volte un atto criminale.
3. Perche' aggiungendo vittime innocenti a vittime innocenti non
solo non sconfiggerebbe il terrorismo, ma lo rafforzerebbe.
4. Perche' rischia di evolvere in una guerra mondiale che puo'
mettere fine alla civilta' umana.
Pertanto, se la guerra venisse scatenata e il nostro governo decidesse
(illegalmente) che l'Italia ad essa dovesse prendere parte, occorre agire per
difendere la Costituzione e per cercar di salvare le vite degli esseri umani
effettivo bersaglio della guerra.
Ed a tal fine occorre:
a) l'azione diretta nonviolenta eseguita esclusivamente da persone
persuase della nonviolenza (e non da parte di persone ambigue o confuse che
sarebbero pericolose a se' e agli altri); un'azione diretta nonviolenta che
contrasti concretamente, operativamente, e non solo simbolicamente, la guerra
e i suoi apparati (un esempio: l'azione diretta nonviolenta delle "mongolfiere
per la pace" con cui ostruire lo spazio di decollo delle basi da cui partono
i bombardieri);
b) la disobbedienza civile di massa: ovvero il rifiuto di cooperare
con chi ha tradito la Costituzione e si e' posto fuori legge; disobbedienza
civile che significa rompere la complicita' con chi ordisce assassinii, e pagare
di persona tutte le conseguenze economiche, civili e penali della propria azione
di noncollaborazione; la disobbedienza civile e' una cosa seria che richiede
disponibilita' ad accettare le prevedibili sofferenze e i prevedibili danni
da subire come conseguenza alla propria assunzione di responsabilita', come
sapevano Thoreau e Gandhi che l'hanno praticata davvero (mentre cio' che nei
mesi scorsi e' stato spacciato sotto questa etichetta in italia ne e' l'esatto
contrario);
c) lo sciopero generale contro la guerra: per bloccare il nostro
paese cosi' da impedire l'uso dell'esercito italiano per commettere stragi,
e con la forza della democrazia e della legalita' ricondurre alla ragione quel
governo, quel parlamento e quel presidente della Repubblica che accettando di
portarci in guerra avrebbero commesso un atto di alto tradimento del nostro
ordinamento giuridico.
Peppe Sini - responsabile del "Centro di ricerca per la pace"
di Viterbo
CON JOHN LENNON IMMAGINO CHE L'AMERICA NON FACCIA
LA GUERRA
di Mao Valpiana
Vengo a sapere che uno dei più grandi network radiofonici
statunitensi, la Clear Chanel, avrebbe censurato varie canzoni perchè
ritenute non opportune in questo momento di "chiamata alle armi" per
l'America.
Fra queste canzoni c'è la bellissima "Imagine" di John Lennon.
John Lennon, come si sa, era inglese, di Liverpool, ma dopo l'unione con Yoko
Ono e la separazione dai Beatles volle trasferirsi a New York, città
che amava moltissimo, nella quale si trovava a proprio agio "per il modo
di vivere e di pensare". Negli Stati Uniti John aveva molti amici, e venne
subito introdotto negli ambienti intellettuali e radicali americani. Partecipava
anche alla vita politica di NY, presenziando a manifestazioni, concerti, iniziative
pubbliche. Il governo non gradiva quella presenza, troppo visibile, troppo chiassosa,
troppo scomoda. La CIA iniziò a raccogliere un dossier su Lennon, per
documentare le prove di un presunto antiamericanismo dell'ex beatle. Lennon
fece dichiarazioni contro la guerra del Viet Nam, contro l'industria bellica,
le spese militari, la politica imperialista, partecipò attivamente al
movimento per la pace, anche con sostanziosi finanziamenti.
Fu in quel periodo che compose canzoni come "Power to the people"
e che fece riempire le città americane di manifesti con la scritta "The
War is over" ("la guerra è finita - se tu lo vuoi", firmati
"con amore, John e Yoko, da NY"). A tutti i capi di Stato inviò
una ghianda, scrivendo loro di piantarla e guardare crescere la quercia, anzichè
dichiarare una guerra. Insieme a Yoko comprò intere pagine dei giornali
americani per pubblicare i loro pensieri pacifisti.
Quando le autorità gli negarono il visto per il permesso di soggiorno,
fra il signor Lennon e il governo USA, iniziò una lunga battaglia legale.
Nixon stesso diede l'ordine di allontanarlo: era un "indesiderato".
Alla fine John vinse. Riuscì a stabilirsi definitivamente a NY, fare
un figlio con Yoko, e dedicarsi a tempo pieno alla paternità nella città
che amava. Riconciliato con se stesso e con gli States regalò al mondo
intero "Imagine", il manifesto della nonviolenza.
Ma la storia non era ancora finita. L'8 dicembre del 1980 venne assassinato
davanti a casa, a New York, con un colpo di pistola: come accadde a John Kennedy
e a Martin Luther King. Dissero che a sparare fu un folle isolato, ma l'inchiesta
venne chiusa troppo in fretta. Il figlio Sean ha denunciato un coinvolgimento
dei servizi segreti nella morte di suo padre John.
Oggi, una parte dell'America guerrafondaia lo vorrebbe uccidere una seconda
volta censurando il suo inno per la pace.
Ma la parte migliore d'America ha accolto Lennon come un proprio figlio, dedicandogli
quell'angolo di Central Park dove egli andava sempre a passeggiare con il suo
bambino, come un americano qualunque.
Un americano per la pace.
Verona, 21 settembre 2001
IMMAGINA
Immagina che non ci sia più il paradiso,
è facile se ci provi, nessun inferno sotto i nostri piedi
e sopra di noi solo il cielo,
immagina che tutte le persone vivono
solo per questo giorno
immagina che non ci sono più nazioni
non è difficile
nessuno da uccidere o per cui morire
e nemmeno alcuna religione
immagina che tutte le persone vivano
la vita in pace
puoi dirmi che sono un sognatore
ma non sono l'unico
spero che un giorno tu ti unisca a noi
e che il mondo possa esistere come una cosa sola.
Immagina di non possedere nulla,
voglio vedere se puoi farlo,
nessun bisogno di provare astio o rabbia,
solo la fratellanza dell'uomo
immagina tutte le persone che
condividono il mondo
puoi dirmi che sono un sognatore
ma non sono l'unico
spero che un giorno tu ti unisca a noi
e che il mondo possa essere unito.
John Lennon
DIRE NO!
di War Resisters International
Un appello per l'obiezione di coscienza alla guerra e ai preparativi
bellici
L'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI), una rete internazionale
di organizzazioni pacifiste con 80 sezioni in più di 40 paesi, lancia
un appello per l'obiezione di coscienza in vista dei preparativi bellici intrapresi
dalla NATO, dall'Afghanistan e da molti altri paesi. Sebbene ancora sconvolti
dagli attacchi terroristici dell'11 settembre al World Trade Centre e al Pentagono,
siamo profondamente convinti che una guerra di ritorsione andrà solo
ad alimentare il circolo della violenza. Combattere il crimine dell'attacco
terroristico con il crimine del bombardamento e dell'uccisione di persone ugualmente
innocenti non serve a pareggiare i conti, ma solo a sommare sofferenza a sofferenza.
Noi chiediamo una giustizia senza guerra. E' responsabilità
di ciascuno di noi opporsi alla guerra e ai suoi preparativi.
In questa situazione:
· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede
a tutti i soldati - per qualsiasi forza siano chiamati a combattere - di dare
ascolto alla loro coscienza e di rifiutarsi di partecipare ai preparativi bellici
o alla guerra: disobbedire agli ordini, appellarsi alla possibilità di
obiettare, disertare, dire No!
· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede
a tutti coloro che sono implicati nei preparativi bellici, tanto a livello amministrativo
quanto nelle fabbriche: disobbedite agli ordini, dite No!
· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) fa
appello ai giornalisti e ai media, cui si richiede di sostenere i preparativi
bellici
e di promuovere la guerra, affinché si rifiutino di farlo, insistano
a scrivere la verità, dicano No!
· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede
a tutti i suoi membri e a ciascuno, di sostenere questo rifiuto di prendere
parte alla guerra e ai suoi preparativi, e di impegnarsi in azioni dirette nonviolente
di resistenza alla guerra!
War Resisters' International
Londra, 20 settembre 2001
La War Resisters' International è l'Internazionale dei
Resistenti alla Guerra, di cui il Movimento Nonviolento è la sezione
italiana
Settembre 2001 La vita umana è sacra
di 8 Premi Nobel per la Pace
Un appello di otto premi Nobel della pace all'attenzione ed all' azione in un
momento di crisi.
Siamo profondamente rattristati dai tragici avvenimenti che hanno avuto luogo
l'11 settembre a New-York e Washington D.C. Non possiamo, in questo momento,
misurare l'ampiezza di quanto avvunto e ci sentiamo spinti a pronunciarci giacchè
temiamo che le reazioni possano condurre ad una spirale di violenza.
Trasmettiamo il nostro sentimento di profonda vicinanza e cordoglio alle famiglie
ed agli amici delle vittime, così come al popolo americano. Le nostre
preghiere vi accompagnano in questo difficile periodo di perdita e di dolore.
I numerosi atti di coraggio delle squadre di soccorso e la generosità
dei cittadini del vostro paese sono una sorgente di ispirazione per ciascuno
di noi.
Il rispetto della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana
è un fondamento essenziale della fede in ciascuna delle grandi religioni
nel mondo. Ci sentiamo incoraggiati dall'espressione di solidarioetà
spontanea di milioni di donne ed uomini di buona volontà, di ogni ambiente,
di ogni conmtinente e di tanti leader politici e religiosi che si sono pronunciati
contro questo atto di terorismo barbaro.
Niente può giustificare un atto che è costato la vita a migliaia
di persone innocenti. I responsabili di questo atto terribile debbono essere
ricercati e portati davanti alla giustizia. Allo stesso tempo sappiamo che la
condanna dei colpevoli da parte della giustizia non risolverà i problemi
più profondi che sono all'origine del terrorismo e che trovano la loro
radice nell'ingiustizia sociale, economica e politica. Abbiamo particolarmente
presenti le vittime innocenti che, ogni giorno, soffrono e muoiono in numerosi
luoghi del mondo: il solo crimine che hanno commesso è essere nati proprio
in quel posto, essere di quella religione, avere un certo colore della pelle.
In questo momento di crisi siamo di fronte ad una sfida le cui conseguenze potrebbero
determinare il futuro del primo secolo di questo nuovo millennio. L'Assemblea
delle Nazioni Unite ha dichiarato che il primo decennio del XXI secolo sarà
" il decennio della pace e della nonviolenza " (2001 - 2010). Pensiamo
sia tempo di applicare questa decisione.
Molti hanno paragonato l'11 settembre all'attacco di Pearl Harbour. Ma non viviamo
più nel 1941. Durante gli ultimi sessanta anni abbiamo imparato molte
dure lezioni riguardo la spirale distruttrice della violenza. E tuttavia ci
siamo lasciati fuorviare aspettandoci che il potere militare fosse in grado
di risolvere i problemi. Sfortuantamente i nostri dirigenti politici continuano
a prendere decisioni che incoraggiano lo scontro invece dei negoziati. Ne derivano
ancora più morti e distruzioni ed un crescente senso di insicurezza,
di paura, di disperazione per ciascuno di noi. Ogni azione intrapresa deve essere
realizzata in conformità ala diritto internazionale ed alla Carta delle
Nazioni Unite.
Perciò noi chiamiamo la comunità internazionale ed in modo tutto
particolare il popolo americano ad accettare la sfida che è loro posta
nel cuore stesso dell'avversità. Riconosciamo il bisogno di agire rapidamente
ed in modo decisivo contro questi atti di terrorimo. Nondimeno chiediamo con
forza al governo americano di evitare ogni rapprersaglia militare.
D'altro canto chiediamo alle Nazioni Unite di organizzare il più rapidamente
possibile:
- Una conferenza internazionale sul terrorismo che dovrà analizzare le
cause profonde del terrorismo, propore mezzi per conoscere le sue cause, stabilire
standard internazionali di sicurezza e garantire che i criminali siano assicuarati
alla giustizia.
- Una giornata internazionale di commemorazione delle vittime del terrorismo,
con manifestazioni pubbliche di solidarietà e l'organizzazione di programmi
di educazione alla pace ed alla nonviolenza nelle scuole e nelle università.
Il terrorismo minaccia i principi fondamentali ai quali si ispira la nostra
società, principi che fanno parte integrante della Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo. Il miglior modo di rispondere a chi vuole minacciare
la democrazia ed il suo quadro giuridico è riaffermare questi valori
e le istituzioni che li garantiscono.
In conclusione noi chiamiamo i governi ed i popoli del mondo a fare passi concreti
per sviluppare una cultura della pace e della nonviolenza. La risposta degli
Stati Uniti e dei suoi alleati non dovrebbe essere guidata da un cieco bisogno
di vendetta, ma piuttosto da uina rinnovata determinazione a lavorare per la
pace e la giustizia nel mondo.
Il grande demonio che deve essere combattuto non è uno od un altro gruppo
di persone, ma piuttosto la paura e l'odio che continuano a germogliare nei
cuori degli uomini.
Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace 1976
Betty Williams, Premio Nobel per la Pace 1976
Adolfo Perez Esquivel, Nobel per la Pace 1980
Desmond Mpilo Tutu, Nobel per la Pace 1984
The 14th Dalai Lama (Tenzin Gyatso), Nobel per la Pace 1989
Rigoberta Menchu Tum, Nobel per la Pace 1992
Joseph Rotblat, Nobel per la Pace 1995
Jody Williams, Nobel per la Pace 1997
Dopo l' 11 settembre, quali alternative alla
guerra?
di Gianni Scotto
La distruzione delle torri gemelle del World Trade Center a New
York e l'attacco al Pentagono segnano la fine del "dopo-guerra fredda"
e l'inizio di una fase completamente nuova nella politica internazionale. Si
affaccia sulla scena un terrorismo globale, capace di distruzioni su scala sinora
mai vista. E basta pensare all'eventualita' - assai reale - di un aereo pilotato
su una centrale atomica per far capire che la scala della distruzione in futuro
potrebbe assumere dimensioni inimmaginabili.
Per chi - come noi - vede nella costruzione di una cultura della pace e delle
convivenza planetaria l'unica possibilita' per il futuro del genere umano, gli
eventi dell'11 settembre sono un colpo assai duro. Come ogni crisi, gli attentati
terroristici portano con se' enormi sofferenze, ma anche delle opportunita'
di sviluppo. Gli orrori del nazismo hanno fatto nascere una cultura planetaria
dei diritti umani, e oggi i torturtori e gli assassini di stato non sono piu'
certi della loro impunita'.
Il secolo dei genocidi ha prodotto anche fulgidi esempi di nonviolenza; e il
fatto stesso che uomini come Mohandas Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini,
abbian camminato tra noi su questa terra ci riempie di ammirazione e di speranza.
Piangiamo dunque le vittime innocenti di New York e Washington, respingiamo
pero' la voce dell'odio e della vendetta e volgiamoci alla ricerca. Per vincere
la sfida, lasciamoci guidare dall'intelligenza e dall'umanita': i terroristi
vogliono la paura e la violenza.
Cosa abbiamo visto in queste ultime settimane? Il pianeta e' oggi assai piu'
unito e interconnesso di alcuni decenni fa. Per le seimila vittime negli Stati
Uniti il mondo intero ha assunto il lutto. Oggi sappiamo che anche nel cuore
della societa' piu' ricca, la vita umana rimane fragile, e puo' essere spazzata
via dalla violenza sconsiderata.
Allo stesso tempo rimane l'abissale divisione tra nord e sud che conosciamo
almeno dalle cifre: noi del nord, poco piu' di un decimo dell'umanita', consumiamo
piu' dell'ottanta per cento delle risorse del pianeta. Alle moltitudini del
sud rimangono le briciole, la disperazione e la rabbia.
In risposta alla barbarie abbiamo visto migliaia, milioni di persone agire con
coraggio e abnegazione. Lo scienziato Stephen Jay Gould ha raccontato che, sul
luogo del disastro, si e' manifestata ai suoi occhi una regola fondamentale
dell'esistenza umana: per ogni atto di barbarie esistono diecimila atti di generosita'
e nobilta' umana. Se non fosse cosi', il genere umano gia' da tanto tempo avrebbe
cessato di esistere. E' una cosa che tutti sanno, ma che si dimentica facilmente.
Coltivare la nostra umanita' attraverso l'agire e' importante perche' e' una
strada maestra per sconfiggere il terrorismo: non fare cio' che i terroristi
vogliono. Se esaminiamo gli atti e le parole della leadership politica statunitense,
troviamo anche qui due aspetti. Dopo una avventata dichiarazione iniziale, il
presidente Bush ha ripetuto piu' volte che questa non e' una "guerra delle
civilta'"; in occasione della visita a una moschea negli Stati Uniti ha
perfino citato un versetto del Corano e pronunciato parole di apprezzamento
per l'Islam, religione di pace. In nome della lotta al terrorismo, gli USA hanno
lanciato un'iniziativa diplomatica senza precedenti, trovano il sostegno di
quasi tutti i paesi, e la collaborazione fattiva della Russia. Addirittura l'inizio
di un avvicinamento all'Iran.
Forse gli Stati Uniti sosterranno in un prossimo futuro risolutamente una soluzione
giusta per il conflitto palestinese.
Ma la dirigenza statunitense ha una grave responsabilita': avere "dichiarato
guerra." Quanto accaduto l'11 settembre e' un atto di violenza enorme.
Ma e'
un atto di terrorismo, non e' l'attacco di Pearl Harbor. Dietro la distruzione
delle torri gemelle ci sono persone singole, organizzate in un movimento terrorista.
Gli strumenti per contrastarlo avrebbero dovuto e potuto essere gli strumenti
del diritto. Invece le massime autorita' statunitensi (e i maggiori media come
la CNN) hanno deciso di chiamarla "guerra". E non e' solo una questione
di parole, perche' gli Stati Uniti hanno in questo caso il potere di mettere
in pratica quello che dicono. Gli attacchi contro l'Afghanistan iniziati il
7 ottobre sono la conseguenza logica di questa decisione fondamentale.
Il carattere di questa guerra e' preoccupante, perche' e' indeterminato, e perche'
le possibili ripercussioni sono incalcolabili: si pensi solo alla
possibilita' di un rovescio politico in Pakistan, o in Arabia Saudita.
Se intendiamo percorrere un cammino di ricerca, un passo indispensabile e' respingere
l'idea che la guerra, la risposta al terrorismo con la violenza militare, sia
un evento ineluttabile e senza alternative. Nella piccola dimensione della politica
italiana questo e' quanto vanno dicendo sia le forze della destra al governo,
sia i principali esponenti dell'opposizione.
Allora la riflessione e l'azione concreta per creare delle alternative alla
logica di guerra dovranno essere raccolte dalla societa' civile. Riflessione
(ricerca, studio) e azione concreta (movimento sociale, politica) sono due facce
della stessa medaglia: senza azione, la ricerca diventa un esercizio sterile,
buono tutt'al piu' per la carriera accademica; senza riflessione l'azione diventa
superficiale attivismo di chi batte la grancassa per il proprio tornaconto politico,
o umanitarismo nobile, ma non all'altezza dellasfida politica dei tempi.
* Links utili
Una delle proposte piu' interessanti di azione alternativa alla guerra e' del
mediatore e ricercatore statunitense John Paul Lederach:
http://www.changemakers.net/journal/01october/lederach.cfm
Una raccolta di articoli di approfondimento sull'11 settembre e le sue conseguenze
e' accessibile alla pagina:
http://www.changemakers.net/journal/01october/commonground.cfm
Si veda in particolare l'intervista al monaco buddista Thich Nhat Hanh:
http://www.changemakers.net/journal/01october/hanh.cfm
Per chi e' interessato al contesto dei rapporti tra occidente e mondo islamico
raccomandiamo caldamente il saggio dei Michael Sells "The Interlinked Factors
of a Tragedy". Sells e' docente di studi islamici all'universita' statunitense
di Haverford:
http://www.haverford.edu/relg/sells/interlinkedfactors.htm
In Italia, Enrico Euli ha fatto una serie di considerazioni assai interessanti:
La guerra mondiale al terrorismo: un caso didattico. "Nella sventura, se
avessimo voluto cercare con la lanterna un esempio di gestione negativa e violenta
dei conflitti, non avremmo mai potuto sperare in un caso cosi' didatticamente
perfetto. In esso si concentrano pressoche' tutti gli elementi utili per individuare
esattamente quel che sarebbe importante non fare alla luce non solo della teoria
e pratica nonviolenta, ma di qualunque ricerca su questi temi condotta nell'ambito
delle scienze sociali (comprese le ricerche portate avanti dalle istituzioni
militari e di polizia)".
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