Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Se il 1900 termina con l'abbattimento del Muro di Berlino, il
2000 inizia con il crollo delle Torri Gemelle.
Oggi è il momento del lutto, del silenzio, della meditazione.
Dolore per le vittime, compassione per il popolo americano.
Essere dalla parte delle vittime, sempre. Dalla parte dei popoli chesubiscono
violenza. Ieri con i kossovari, i bosniaci; l'altro ieri con i tibetani, i vietnamiti;
oggi con gli americani. Domani, con chi subirà nuove violenze.
Invitiamo i veronesi ad unirsi concretamente al dolore degli americani
recandosi, il giorno delle esequie, davanti alla American School di Lungadige
Attiraglio, simbolo civile, e davanti a Palazzo Carli, simbolo militare.
Ce l'ha insegnato Gandhi, che lealmente sospese le sue campagne
nonviolente contro il Regno Unito, quando gli inglesi erano impegnati su altri
fronti nella prima e seconda guerra mondiale.
I rapporti internazionali, le categorie della politica, concetti
come difesa, sicurezza, sviluppo, vanno ripensati.
Non è una guerra tra il Bene e il Male (visione che nella storia è
sempre stata foriera di tragedie).
La nonviolenza è il nuovo paradigma. Diritto internazionale, giustizia,
dialogo tra popoli e culture, sono le sole armi per sconfiggere il terrorismo.
Gruppo Consiliare VERDI della COLOMBA
Piazza Brà, 1 - 37121 Verona
tel. 045 8077587 fax 045 8077216
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LA VIA DELLA PACE E' NELLA GIUSTIZIA
di Alberto L'Abate
Questi fatti mi hanno fatto venire in mente una frase di Gandhi
che diceva che il miglior modo di difendersi e' quello di non avere nemici.
Purtroppo l'occidente, con la propria politica di potenza, e con il mantenimento
di quella violenza strutturale di cui parla il comunicato del Movimento Nonviolento
e del Movimento Internazionale della Riconciliazione di Torino, di nemici se
ne crea ogni giorno sempre di piu'.
E la reazione che la Nato sta programmando, se la politica dell'occidente non
cambia, e non prende in considerazione quando scritto dal "Guardian"
che "la migliore difesa e' la giustizia", rischia di peggiorare sempre
piu' la situazione.
E' forse venuto il momento di una forte risposta di tutti i gruppi e le organizzazioni
che credono nella nonviolenza, e che pensano che la via della pace e' nella
giustizia. Ma manca da parte nostra una strategia valida e vincente. Perche'
non cerchiamo di lavorarci?
QUALE RISPOSTA AL TERRORISMO
di Davide Melodia
Di fronte al terrorismo, sin qui, individui, gruppi e governi
hanno adottato modi diversi di ritorsione e di vendetta, altrettanto e più
violenta del terrorismo stesso, coinvolgendo degli innocenti, e provocando ulteriori
violenze e ritorsioni.
La risposta armata assomiglia molto alla pena di morte, su vasta scala.
La risposta razionale e socio-religiosa, fondata sulla giustizia, la solidarietà
e l'assistenzialismo, quale forma suprema di prevenzione - ai disperati che
intendono, ricorrendo alla violenza del terrorismo, punire i colpevoli della
loro miseria - raramente adottata, e quasi mai tempestivamente, è di
per sé sacrosanta.
Ma - di fronte al terrorismo su scala bellica (non guerra), testè applicato
da feroci sconosciuti contro i simboli della potenza economica e militare degli
Stati Uniti - sia la prima risposta violenta, sia la seconda, "giustizialista",
non possono bastare.
Se è vero che quest'ultima forma di terrorismo con effetti esponenziali,
"di massa", ha motivazioni, portata e finalità "nuove",
anche le risposte che il mondo deve dare devono essere teoricamente e praticamente
"nuove".
La risposta della giustizia preventiva deve esserci comunque, ma per essere
creduta e rispettata, per avere un impatto deterrente, per arrivare al cuore
e alla mente non solo dei popoli oppressi, o perseguitati o tenuti in non cale
dalla civiltà tecnologica avanzante, globalizzanre, pianificante, ma
dei suoi presunti "vendicatori", deve fare un salto di qualità.
E qui, anche se ne sento la necessità e l'urgenza, non ho la soluzione.
Altri, spero, la potrà elaborare.
UNA NUOVA CONVIVENZA MONDIALE
di Luciano Benini
Di fronte alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti l'orrore
e l'indignazione sono i sentimenti che immediatamente prevalgono in ognuno di
noi, accanto alla più ferma condanna per atti che non possono trovare
alcuna giustificazione. Questi crimini colpiscono l'umanità intera perché
lacerano e feriscono la natura umana che c'è in ciascuno di noi.
Ora, a qualche giorno di distanza da avvenimenti tanto tragici, occorre saper
riflettere sulle cause che possono portare a gesti tanto disperati e gravi,
perché poi le risposte che la comunità internazionale dovrà
porre in essere dipenderanno proprio dall'analisi che sapremo fare.
Se, come purtroppo la maggiorparte dei politici, dei giornalisti e delle persone
di potere hanno affermato in questi giorni, si cercherà di spiegare tutto
col fanatismo religioso, con la lotta fra il bene e il male, con lo scontro
fra la civiltà da una parte e la barbarie dall'altra, allora sembrerà
normale una risposta militare e violenta, sembrerà normale restringere
le libertà individuali in nome della sicurezza, sembrerà normale
vedere in ogni mediorientale un possibile terrorista, sembrerà normale
reprimere ogni forma di dissenso e di critica al sistema occidentale in nome
della necessità di far fronte comune contro il nemico esterno. In questa
logica si spiega l'irresponsabile e ridicola proposta, avanzata da un personaggio
inquietante come Cossiga, di celebrare subito un nuovo incontro dei G8 in Italia,
proposta purtroppo fatta propria dal presidente Berlusconi ma per fortuna accantonata
subito dagli stessi Stati Uniti.
L'analisi di quanto avvenuto in questi giorni mi pare debba essere molto più
profonda.
È certamente giusto cercare di individuare i colpevoli di questa tremenda
strage e renderli incapaci di nuocere ancora: questo deve essere fatto, e con
urgenza. Ma occorre anche cercare di capire il loro scopo e la molla che li
ha spinti ad agire così. Capire non significa giustificare: non c'è
giustificazione alcuna per la violenza omicida e premeditata. Ma non basta annientare
chi l'ha progettata e messa in atto, se non si estirpa del tutto il seme dell'odio.
Che qualcuno abbia potuto far festa per questa strage è un pensiero che
ci fa inorridire, ma è l'inquietante segnale di un mondo diviso: perciò
occorre cercar di capire, ascoltando tutti, soprattutto coloro che sono o si
sentono vittime dello strapotere simboleggiato dagli obiettivi che sono stati
colpiti, Manhattan e quindi il potere economico, il Pentagono e quindi il potere
militare, la Casa Bianca, scampata dalla strage, il potere politico.
Occorre dare all'Occidente un volto amichevole e solidale verso il resto del
mondo: una nuova e reale sicurezza non nascerà dal rafforzamento militare
della cittadella assediata, né dalla ferocia delle ritorsioni, ma da
un ritrovato senso della giustizia, e dall'acquisizione di strumenti non distruttivi
per la gestione dei conflitti, anche i più gravi, anche i più
tragici.
Chi compie azioni di questo genere in nome dell'Islam bestemmia Allah esattamente
come bestemmiavano i cristiani che si lanciavano in tante "guerre sante",
anche in tempi recenti.
Perchè meravigliarsi che qualcuno cerchi di guadagnarsi il paradiso nell'aldilà
con azioni terroristiche, quando il paradiso in terra promesso dal capitalismo
neoliberista è, per oltre i quattro quinti dell'umanità, un miraggio
che si allontana, lasciando il posto ad un inferno fatto di sfruttamento economico,
disastri ambientali, collasso sociale, violenza endemica? Perchè stupirsi
se c'è chi si addestra alla guerra santa, quando gli anni novanta sono
stati utilizzati dalle potenze occidentali per ridare legittimità e dignità
alla guerra come valido strumento di risoluzione delle controversie internazionali?
Queste sono le domande che dovremmo porci, questi i temi su cui chiedere al
popolo degli Stati Uniti di riflettere, se veramente ci consideriamo loro amici.
Gli Usa, e con loro l'intero Occidente, devono imparare a guardarsi allo specchio
se vogliono veramente capire come si è arrivati alla tragedia di questi
giorni. Il "brodo di cultura" in cui il terrorismo si è sviluppato
è il loro stesso sistema economico, non il movimento "anti-global"
come gli ideologi di regime stanno già cominciando a dire.
È la disperazione che genera la massa critica sufficiente per una follia
di così grande portata. E la disperazione è la condizione di milioni
di poveri, di diseredati, di oppressi. Popoli devastati e depredati dal colonialismo
del Primo Mondo che forniscono braccia e consenso al terrorismo. Popoli che
hanno visto milioni di loro fratelli morire, essere trattati come bestie. Popoli
spogliati di tutto, dalle loro materie prime alla loro cultura.
Non è vero che di qua c'è la civiltà e di là c'è
la barbarie.
Quando gli Stati Uniti bruciavano vivi col Napalm migliaia di bambini vietnamiti
colpevoli solo di vivere in un paese comunista, dove era la civiltà e
dove la barbarie?
Quando gli Stati Uniti organizzavano le scuole di tortura e repressione per
i militari golpisti Latino-americani, che poi puntualmente mettevano in pratica
gli insegnamenti ricevuti uccidendo, facendo sparire e torturando centinaia
di migliaia di donne, bambini, anziani, dove era la civiltà e dove la
barbarie?
Quando i bombardamenti della NATO, Italia compresa, uccidevano 100-200 mila
iracheni colpevoli solamente di avere come capo un dittatore che solo pochi
anni prima era sostenuto politicamente, economicamente e militarmente dalla
NATO stessa perché difendeva gli interessi occidentali contro il fanatismo
musulmano di Komeini, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando più di mezzo milione di bambini iracheni venivano uccisi in 10
anni dall'embargo proclamato dai paesi occidentali, dove era la civiltà
e dove la barbarie?
Quando la NATO giocava al tiro al bersaglio da 10 mila metri di altezza uccidendo
a migliaia serbi e kossovari e spegnendo la speranza che dieci anni di resistenza
nonviolenta aveva alimentato, dove era la civiltà e dovela barbarie?
Quando da più di 50 anni 4 milioni di Palestinesi sono costretti a vivere
nei campi profughi perché cacciati dalla loro terra senza che nessuno
muova un dito, mentre per molto meno (Kuwait, Kossovo) si è messo a disposizione
l'intero apparato bellico delle potenze occidentali, dov'è la civiltà
e dove la barbarie?
Quando decine di migliaia di Kurdi sono uccisi, torturati, imprigionati senza
che la NATO muova un dito solo perché il governo che uccide, tortura,
imprigiona, quello turco, fa parte della NATO stessa, dov'è la civiltà
e dove la barbarie?
Quando ogni giorno 100 mila persone muoiono di fame, malattie, guerre spesso
causate dalle politiche neoliberiste occidentali che la globalizzazione vorrebbe
estendere all'intero pianeta, quando con il consenso dei governi occidentali
gli aggiustamenti strutturali del Fondo Monetario Internazionale e le politiche
monetarie e commerciali della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio costringono alla miseria e alla disperazione milioni di persone,
dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando 8 paesi al mondo pretendono di decidere le sorti del resto dell'umanità
e con il loro braccio armato, la NATO, si arrogano il diritto di decidere quando
e contro chi è giusto bombardare, togliendo forza e legittimità
all'unico organismo internazionale che ce l'ha, l'ONU, dov'è la civiltà
e dove la barbarie?
Quando l'altra sera anch'io partecipavo alla fiaccolata per esprimere
l'orrore e lo sdegno per la strage, camminavo non solo per le migliaia di vittime
provocate in questi giorni dal terrorismo negli Stati Uniti ma anche per i Palestinesi,
per i Kurdi, per gli Africani, per i popoli Latino-americani, per tutti i popoli
e le persone della terra che sono privati della dignità di esseri umani.
La vita di un Palestinese, di un Kurdo, di un Iracheno, di un Africano o di
un Latino-americano ha lo stesso valore di quella di uno Statunitense. Occorre
allora avere la forza di indignarsi sempre di fronte alla barbaria, perché
civiltà e barbarie sono in ogni popolo e in ognuno di noi. Quando prevale
la nonviolenza, la giustizia, la convivenza, la solidarietà, è
la civiltà che prevale, quando la parola è alla repressione, alle
armi, alla violenza, è la barbarie che prevale.
C'è infine un aspetto che fa riflettere in questa vicenda:
il gigantesco sistema militare che è stato messo in piedi in 50 anni
dalla NATO, basato su migliaia di testate nucleari, carriarmati, armamenti chimici
e batteriologici, bombardieri e cannoni, è stato messo in ginocchio e
ridicolizzato non da un attacco nucleare di una superpotenza ma da alcuni coltellini
da boy-scout.
Se anche solo una piccolissima parte delle risorse economiche e di persone che
sono state sprecate in questi anni fosse stata impiegata per consentire a tutti
di disporre di acqua, cibo, casa, salute e lavoro, gran parte dei problemi dell'umanità
sarebbero stati risolti e la sicurezza del mondo sarebbe molto maggiore di quanto
sia oggi. Ridicolo ci appare oggi il progetto di "Scudo stellare":
speriamo che almeno quanto avvenuto serva per accantonarlo definitivamente.
Occorre allora affermare con chiarezza che chiunque ancora oggi propugni la
tesi che possa esistere una "violenza giusta" è esso stesso
complice degli assassini, e mette in pericolo il futuro dell'umanità,
che chiunque non abbia capito che l'uccidere anche un solo essere umano equivale
ad affermare la liceità di ucciderci tutti, costui coopera alla fine
del mondo.
E mentre condanniamo senza appello la strage dell'11 settembre, condanniamo
ugualmente ogni proposito di vendetta o pretesa di fare giustizia con le armi
da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. L'indagine ed il
giudizio sui responsabili di un tale crimine internazionale che offende tutta
l'umanità compete all'ONU nelle sue legittime istituzioni. Per questo
motivo mi sento di fare mio l'appello che circola in questi giorni che dice:
"Signor Presidente della Repubblica, La supplico di agire perché
alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti nessuno risponda con la vendetta
militare. Proprio perché quel crimine colpisce tutta l'umanità,
deve essere un tribunale che rappresenta l'intera comunità dei popoli
umani a compiere le indagini ed emettere il giudizio con tutte le garanzie giuridiche.
Ad un crimine, per quanto grande, non si risponde con la guerra. La guerra non
sarebbe un giusto giudizio penale, nella luce della ragione, della morale e
della legge, ma un nuovo crimine che spingerebbe ulteriormente il mondo nel
buio mortale dell'odio e della distruzione. In nome della vita e della civiltà,
nell'ora del massimo pericolo, La supplico di scongiurare la guerra con l'impegnativa
autorità che Le dà la nostra Costituzione pacifica.
Se l'Italia sarà in guerra, io non ci sarò."
NOI DONNE AFGHANE DICIAMO CHE...
dell'associazione afghana Rawa
LA GENTE DELL'AFGHANISTAN NON HA NIENTE A CHE FARE CON OSAMA E
I SUOI COMPLICI COMUNICATO UFFICIALE DEL RAWA SUGLI ATTENTATI IN USA E SULLE
RESPONSABILITA' DEGLI STATI UNITI, APPELLO ALLA POPOLAZIONE #settembre 2001,
da RAWA. Traduzione a cura di Iemanja'
14 settembre
L'11 settembre 2001 il mondo è rimasto scioccato dagli
orribili attacchi terroristici agli Stati Uniti. RAWA esprime con il resto del
mondo il proprio dolore e la condanna di questo atto barbarico di violenza e
terrore. RAWA aveva già avvertito che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto
sostenere i più infidi, i più criminali, i più antidemocratici
e misogini partiti fondamentalisti islamici, perché dopo che i Jehadi
(l'Alleanza del Nord di Massud, ndr.) e i Talebani avevano commesso ogni possibile
sorta di orrendi crimini contro la nostra gente, essi non avrebbero provato
alcuna vergogna nel commettere tali crimini contro il popolo americano che considerano
"infedele". Allo scopo di raggiungere e mantenere il proprio potere,
questi delinquenti crudeli sono pronti a rivolgersi a qualsiasi forza criminale.
Ma sfortunatamente noi dobbiamo dire che è stato il governo degli Stati
Uniti a sostenere il dittatore pakistano gen. Zia-ul Haq nel creare migliaia
di scuole religiose dalle quali sono emersi i germi dei Talebani. Allo stesso
modo, come è evidente per tutti, Osama Bin Laden è stato il pupillo
della CIA. Ma ciò che è più penoso è che i politici
americani non hanno tratto una lezione dalle loro politiche a favore dei fondamentalisti
nel nostro paese e stanno ancora continuando ad appoggiare questo o quel gruppo
o leader fondamentalista. Secondo noi, ogni tipo di sostegno ai fondamentalisti
Talebani e Jehadies significa in realtà calpestare i valori democratici,
i diritti delle donne e i diritti umani.
Se è provato che i presunti autori degli attacchi terroristici si trovano
fuori dagli Stati Uniti, il nostro grido costante che i terroristi fondamentalisti
avrebbero finito per ritorcersi contro i loro creatori, è confermato
una volta di più.
Il governo degli USA dovrebbe considerare le cause di fondo di questo terribile
evento, che non è stato il primo e non sarà l'ultimo. Gli USA
dovrebbero smettere di appoggiare i terroristi afghani e i loro sostenitori
una volta per tutte.
Adesso che i Talebani e Osama sono i primi indiziati dalle forze americane dopo
gli attacchi criminali, gli USA sottoporranno l'Afghanistan a un attacco militare
simile a quello del 1998 e uccideranno migliaia di innocenti afghani per i crimini
commessi dai Talebani e da Osama? Pensano gli USA che attraverso questi attacchi,
con migliaia di diseredati, poveri e innocenti afghani come vittime, saranno
in grado di cancellare le cause del terrorismo o piuttosto diffonderanno il
terrorismo su più larga scala?
Dal nostro punto di vista vasti e indiscriminati attacchi militari ad un paese
che da più di due decenni è sottoposto a disastri permanenti,
non sarebbero un motivo d'orgoglio. Non pensiamo che una tale aggressione sarebbe
l'espressione della volontà della gente americana. Il governo degli USA
e il loro popolo dovrebbero sapere che c'è una grande differenza tra
la gente povera e martoriata dell'Afghanistan e i terroristi criminali Talebani
e Jehadi.
Mentre noi manifestiamo ancora una volta la nostra solidarietà e il profondo
cordoglio al popolo degli Stati Uniti, crediamo anche che attaccare l'Afghanistan
e uccidere la sua gente più derelitta e sofferente, non allevierà
in alcun modo il lutto del popolo americano. Speriamo sinceramente che il popolo
americano sia in grado di DISTINGUERE tra la gente dell'Afghanistan e un pugno
di terroristi fondamentalisti. I nostri cuori si rivolgono alla gente degli
Stati Uniti.
ABBASSO IL TERRORISMO!
CONTRO LA FOLLIA
di Pasquale Pugliese
Dopo il silenzio e il raccoglimento - uniche azioni immediatamente
possibili di fronte ad una tragedia dalle proporzioni, reali e simboliche, di
dimensioni bibliche - per le migliaia di inermi cittadini statunitensi vittime
del terrorismo, è giunto il tempo di avviare una riflessione profonda
sulle cause di tanto odio e di tanta disperazione e sulle risposte che tutti
noi oggi possiamo dare. E le risposte si situano, a mio parere, almeno a tre
diversi livelli di profondità: la mobilitazione contro la guerra, il
disarmo militare e il disarmo economico.
Mobilitazione
Di fronte alla folle azione terroristica, l'unica reazione che l'Occidente sembra
contemplare - e già sta preparando - è la guerra: una doppia follia.
Follia in se stessa, perché anch'essa azione terroristica che colpisce
- ormai quasi esclusivamente - innocenti vittime civili, compiuta da chi detiene
il monopolio "legittimo" della forza; follia nelle conseguenze, perchè
- se non è totale e sterminatrice (hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato
pace) - alimenta nelle vittime l'odio, la disperazione ed ulteriori e più
feroci azioni di terrore.
Di fronte alla follia del terrorismo ed alla doppia follia della guerra l'unica
risposta possibile è la mobilitazione: una grande e determinata mobilitazione
pacifista e nonviolenta. La mia proposta è di sospendere da parte del
movimento per la pace e la giustizia globale - gandhianamente - tutte le iniziative
di contestazione in programma per i prossimi mesi e di concentrare tutti gli
sforzi in un nostro grande appuntamento di massa: la Marcia per la pace Perugia-Assisi
del 14 ottobre prossimo.
Se ciò non basterà a fermare la follia, bisognerà passare
all'obiezione di coscienza, alla disobbedienza civile ed all'azione diretta
nonviolenta, attive e diffuse.
E questo è il compito di tutte le donne e gli uomini costruttori di pace.
Disarmo militare
In questi cinquanta anni "di pace" decine e decine di guerre hanno
insanguinato tutti gli angoli del globo, causando milioni di morti. Gli Stati
Uniti sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nella maggior parte
di esse: popolazioni civili in tutte le parti del mondo - dalla Corea al Vietnam,
dall'Irak alla Yugoslavia - hanno visto le bombe americane cadere sulle loro
teste, distruggere le loro città, annientare le loro economie. O sparare
le armi occidentali vendute indiscriminatamente a tutti i paesi in guerra.
La difesa degli interessi economici e strategici dell'Occidente ha visto sempre
di più - con un'accelerazione dopo la fine della guerra fredda - l'uso
della guerra calda per conseguire e mantenere il dominio ed il privilegio. Ciò
è causa di disperazione, odio, desiderio di vendetta di molte genti verso
l'Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare.
E l'odio genera odio, la vendetta genera vendetta in una spirale senza uscita
fino all'uso, folle ma possibile, - e già sperimentato proprio dagli
americani - da parte di qualcuno della bomba atomica.
Ed allora solo il disarmo ci può salvare, solo la ripresa di una lotta
antica ("disarmo, vocabolo d'un tempo" dice Pietro Ingrao su il manifesto
del 16 settembre), contro tutti gli eserciti e tutte le guerre. E' quanto hanno
proclamato, ignorati dai più, i 3.000 marciatori della Marcia nonviolenta
del 24 settembre 2000; è quanto va recuperato oggi più che mai
in questo momento di follia.
E questo è il compito di tutti gli amici della nonviolenza.
Disarmo economico
Noi che viviamo "sicuri nelle nostre tiepide case" (E.Levi Se questo
è un uomo), come potevamo pensare di poter continuare ancora a lungo
nella nostra sicurezza, quando sperperiamo avidamente, da soli, le risorse naturali,
energetiche ed economiche dell'umanità intera? Quale sicurezza ci siamo
illusi essere possibile continuando a spartirci, nell'opulento Occidente, l'86
% delle risorse di tutti; costringendo alla morte, nel silenzio e nel buio delle
televisioni, 30.000 bambini al giorno per fame?
Quali misure di sucurezza possiamo innalzare, quali armi possiamo inventare,
a difesa di un mondo nel quale 220 persone possiedono una ricchezza pari al
prodotto globale lordo della metà più povera dell'umanità?
I peggiori regimi tirannici della storia sono stati spazzati via per molto meno.
Ed allora ecco, di fronte a questa follia, la giusta ribellione dei popoli di
Seattle e di Porto Alegre, che si salda alla ribellione dei contadini indiani,
dei sem terra brasiliani e degli indios messicani. Ecco la lotta per resistere
alla violenza strutturale, della quale la violenza diretta della guerra è
la difesa, e per costruire un'economia sobria, giusta e sostenibile. E realizzare
per questa via, finalmente, un mondo in cui tutti abbiano diritto ad una vita
dignitosa e libera dalla fame, dalla guerra e dallo sfruttamento.
Ma, attenzione, i fatti di questi giorni ci ammoniscono, ancora una volta, che
solo la nonviolenza dei fini e dei mezzi - alternativa radicale alla violenza
strutturale dell'ingiustizia e alla violenza diretta della guerra - è
la strada da percorrere. Ogni altra strada, si sa dove inizia ma non si sa dove
conduce.
E percorre questa strada, oggi, è il compito dei lillipuziani.
GIUSTIZIA E PACE SONO LE CATEGORIE DELLA POLITICA
Di Mao Valpiana
Dopo il dolore, il silenzio, il lutto, è il momento della
riflessione.
Non si è ancora data sepoltura alle vittime innocenti, e già si
sente parlare di ritorsione militare. Il nemico è stato individuato in
Osama Bin Laden (che a suo tempo fu un pupillo della CIA), e lo stato-canaglia
questa volta è l'Afghanistan (i cui guerriglieri furono sostenuti e finanziati
dall'America in chiave antisovietica). Si richiamano i riservisti, si scaldano
i motori dei caccia bombardieri, si muove la flotta e si preannuncia che la
guerra sarà lunga ma vittoriosa. Si rispolvera il vecchio armamentario
ideologico della lotta del Bene contro il Male.
Pochi vogliono concedersi il lusso di pensare, di porsi qualche domanda, di
guardarsi allo specchio. Tutti gli appelli sono solo per la vendetta. Il buonismo
del perdono ora non serve a nulla. La sfida che ci aspetta è veramente
dura.
Di fronte al terrorismo, anche il più efferato, secondo la civiltà
giuridica uno Stato di diritto ha una sola strada: individuare i colpevoli,
i mandanti, gli organizzatori, arrestarli e processarli. Se si tratta di terrorismo
internazionale, ci sono i tribunali per i crimini contro l'umanità; se
è uno Stato ad essersi macchiato di tali delitti, deve intervenire l'ONU,
con la sua autorità e le sue truppe. Questo è il compito della
giustizia. Se si esce da questo tracciato, si entra nell'arbitrio, nella giustizia
"fai da te", che è lo stesso parametro usato dai terroristi.
La politica, invece, deve interrogarsi sulle cause, sui moventi, sugli scopi,
sugli obiettivi del terrorismo. Deve estirpare il seme dell'odio, impedire che
germogli e fruttifichi.
Per chi vuole usare la testa (e il cuore) prima che le mani (e le armi) le domande
sono chiare.
Se l'occidente non vuole rimettersi a fare le crociate deve chiedersi se quanto
sta accadendo nel mondo non sia forse il frutto di cinquecento anni di colonialismo
e oltre duemila anni di dominio culturale, dai tempi dell'Impero Romano. Il
colonialismo europeo in Africa, Asia e America Latina; la spartizione del mondo
a Yalta fra Usa e Urss; la creazione dello Stato di Israele; il dominio del
dollaro; l'appoggio della politica militare americana a governi corrotti; i
colpi di stato finanziati e organizzati dalla Cia; la crescita della Nato a
scapito dell'Onu; i bombardamenti su Bagdad e su Belgrado; gli embarghi per
Cuba e Iraq; il ruolo americano in Somalia e Turchia; il dramma dei kurdi; i
palestinesi abbandonati a se stessi . Decenni di supremazia militare, hanno
trasformato il mondo in una polveriera.
Non si tratta ora di criticare cultura e politica americana, ma la cultura e
la politica di cui si sono alimentati i paesi del mondo ricco e potente.
Questa cultura (guadagnare e investire denaro, produrre e consumare sempre di
più) e questa politica (prepararsi alla guerra per difendere i propri
interessi) non solo costituiscono il programma di ogni governo, ma sono sostenute
e alimentate dai governati, che sono gli artefici e i costruttori quotidiani
di questa società. Ognuno dovrebbe quindi criticare la propria cultura
e la propria politica. Aiutare l'Amercia a cambiare, è un gesto di profonda
amicizia con il popolo americano.
Fargli capire la fragilità della loro società: sono
bastati dei coltelli da supermercato per colpire al cuore la superpotenza nucleare.
Anche qui emerge chiara una domanda: le ingenti spese per la difesa militare,
sottratte alla sanità, all'istruzione, alla cooperazione, a cosa sono
servite? Forse difesa militare e sicurezza non sono la stessa cosa.
Sono passati ottocento anni dalla Crociate, e il rapporto fra Occidente e paesi
Arabi non ha fatto grandi progressi. Forse bisogna ripensare e seguire l'esempio
del più illuminato fra gli uomini europei dell'epoca, Francesco d'Assisi,
che andò alle crociate a mani nude, per incontrare e parlare col Sultano.
Sta tutta qui l'indicazione di come si deve ripensare la politica: è
solo il dialogo, lo scambio, la conoscenza reciproca che può offrire
una via d'uscita ad una situazione troppo intricata. Bisognerebbe far studiare
l'arabo nell' American School, e far studiare l'inglese nelle Scuole Coraniche.
Portare in medioriente i testi di Kant e Cartesio e noi imparare la filosofia
islamica.
L'antidoto alla guerra di religione sta nel contaminarsi reciprocamente. Per
questo dobbiamo trovare alleanze con i settori moderati, democratici, realmente
religiosi della società islamica. La repressione e la lotta muro contro
muro significa solamente regalare interi paesi al fondamentalismo.
"O nonviolenza, o non esistenza" diceva Martin Luther King, il più
grande leader nonviolento degli Stati Uniti. La nonviolenza impone oggi un profondo
esame di coscienza a tutto l'occidente.
Questo mondo, così com'è, ci porta dritti all'autodistruzione.
E' un mondo basato sulla violenza strutturale, che ha scelto un tipo di sviluppo
insostenibile: un quarto degli uomini con la pancia e gli arsenali pieni, tre
quarti che desidererebbero partecipare al banchetto, ma ne vengono esclusi.
Un mondo lanciato verso il progresso materiale, impaurito di perdere i privilegi
raggiunti; un livello di sviluppo energivoro, ecologicamente impossibile per
l'intero pianeta, di cui gode solo il 20% dell'umanità. Un mondo regolato
da una logica economica i cui rapporti di forza sono basati sulla potenza militare,
è un mondo ricco di denaro, ma povero di futuro.
E' indispensabile una conversione ecologica ed economica: un'economia nonviolenta,
per questo, deve trovare interlocutori anche nei paesi extra G8, nel bacino
del Mediterraneo, nei paesi dell'est, nel mondo islamico: lavorare insieme per
un nuovo modello di sviluppo, per una società sostenibile.
Certo, è difficile invertire la rotta, ma è la sola
scelta che abbiamo. La nonviolenza è la più grande arma di cui
disponga l'umanità: ce l'ha insegnato Gandhi.