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Dopo gli attentati in USA
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Dopo gli attentati USA - 2°

SIAMO TUTTI AMERICANI

di Alberto Tomiolo

Gli attentati USA cambiano lo scenario.

Se il 1900 termina con l'abbattimento del Muro di Berlino, il 2000 inizia con il crollo delle Torri Gemelle.

Oggi è il momento del lutto, del silenzio, della meditazione. Dolore per le vittime, compassione per il popolo americano.
Essere dalla parte delle vittime, sempre. Dalla parte dei popoli chesubiscono violenza. Ieri con i kossovari, i bosniaci; l'altro ieri con i tibetani, i vietnamiti; oggi con gli americani. Domani, con chi subirà nuove violenze.

Invitiamo i veronesi ad unirsi concretamente al dolore degli americani recandosi, il giorno delle esequie, davanti alla American School di Lungadige Attiraglio, simbolo civile, e davanti a Palazzo Carli, simbolo militare.

Ce l'ha insegnato Gandhi, che lealmente sospese le sue campagne nonviolente contro il Regno Unito, quando gli inglesi erano impegnati su altri fronti nella prima e seconda guerra mondiale.

I rapporti internazionali, le categorie della politica, concetti come difesa, sicurezza, sviluppo, vanno ripensati.
Non è una guerra tra il Bene e il Male (visione che nella storia è sempre stata foriera di tragedie).
La nonviolenza è il nuovo paradigma. Diritto internazionale, giustizia, dialogo tra popoli e culture, sono le sole armi per sconfiggere il terrorismo.

Gruppo Consiliare VERDI della COLOMBA
Piazza Brà, 1 - 37121 Verona
tel. 045 8077587 fax 045 8077216
mail:
http://www.verdinonviolenti.org


LA VIA DELLA PACE E' NELLA GIUSTIZIA

di Alberto L'Abate

Questi fatti mi hanno fatto venire in mente una frase di Gandhi che diceva che il miglior modo di difendersi e' quello di non avere nemici.
Purtroppo l'occidente, con la propria politica di potenza, e con il mantenimento di quella violenza strutturale di cui parla il comunicato del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione di Torino, di nemici se ne crea ogni giorno sempre di piu'.
E la reazione che la Nato sta programmando, se la politica dell'occidente non cambia, e non prende in considerazione quando scritto dal "Guardian" che "la migliore difesa e' la giustizia", rischia di peggiorare sempre piu' la situazione.
E' forse venuto il momento di una forte risposta di tutti i gruppi e le organizzazioni che credono nella nonviolenza, e che pensano che la via della pace e' nella giustizia. Ma manca da parte nostra una strategia valida e vincente. Perche' non cerchiamo di lavorarci?


QUALE RISPOSTA AL TERRORISMO

di Davide Melodia

Di fronte al terrorismo, sin qui, individui, gruppi e governi hanno adottato modi diversi di ritorsione e di vendetta, altrettanto e più violenta del terrorismo stesso, coinvolgendo degli innocenti, e provocando ulteriori violenze e ritorsioni.
La risposta armata assomiglia molto alla pena di morte, su vasta scala.
La risposta razionale e socio-religiosa, fondata sulla giustizia, la solidarietà e l'assistenzialismo, quale forma suprema di prevenzione - ai disperati che intendono, ricorrendo alla violenza del terrorismo, punire i colpevoli della loro miseria - raramente adottata, e quasi mai tempestivamente, è di per sé sacrosanta.
Ma - di fronte al terrorismo su scala bellica (non guerra), testè applicato da feroci sconosciuti contro i simboli della potenza economica e militare degli Stati Uniti - sia la prima risposta violenta, sia la seconda, "giustizialista", non possono bastare.
Se è vero che quest'ultima forma di terrorismo con effetti esponenziali, "di massa", ha motivazioni, portata e finalità "nuove", anche le risposte che il mondo deve dare devono essere teoricamente e praticamente "nuove".
La risposta della giustizia preventiva deve esserci comunque, ma per essere creduta e rispettata, per avere un impatto deterrente, per arrivare al cuore e alla mente non solo dei popoli oppressi, o perseguitati o tenuti in non cale dalla civiltà tecnologica avanzante, globalizzanre, pianificante, ma dei suoi presunti "vendicatori", deve fare un salto di qualità. E qui, anche se ne sento la necessità e l'urgenza, non ho la soluzione. Altri, spero, la potrà elaborare.


UNA NUOVA CONVIVENZA MONDIALE

di Luciano Benini

Di fronte alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti l'orrore e l'indignazione sono i sentimenti che immediatamente prevalgono in ognuno di noi, accanto alla più ferma condanna per atti che non possono trovare alcuna giustificazione. Questi crimini colpiscono l'umanità intera perché lacerano e feriscono la natura umana che c'è in ciascuno di noi.
Ora, a qualche giorno di distanza da avvenimenti tanto tragici, occorre saper riflettere sulle cause che possono portare a gesti tanto disperati e gravi, perché poi le risposte che la comunità internazionale dovrà porre in essere dipenderanno proprio dall'analisi che sapremo fare.
Se, come purtroppo la maggiorparte dei politici, dei giornalisti e delle persone di potere hanno affermato in questi giorni, si cercherà di spiegare tutto col fanatismo religioso, con la lotta fra il bene e il male, con lo scontro fra la civiltà da una parte e la barbarie dall'altra, allora sembrerà normale una risposta militare e violenta, sembrerà normale restringere le libertà individuali in nome della sicurezza, sembrerà normale vedere in ogni mediorientale un possibile terrorista, sembrerà normale reprimere ogni forma di dissenso e di critica al sistema occidentale in nome della necessità di far fronte comune contro il nemico esterno. In questa logica si spiega l'irresponsabile e ridicola proposta, avanzata da un personaggio inquietante come Cossiga, di celebrare subito un nuovo incontro dei G8 in Italia, proposta purtroppo fatta propria dal presidente Berlusconi ma per fortuna accantonata subito dagli stessi Stati Uniti.
L'analisi di quanto avvenuto in questi giorni mi pare debba essere molto più profonda.
È certamente giusto cercare di individuare i colpevoli di questa tremenda strage e renderli incapaci di nuocere ancora: questo deve essere fatto, e con urgenza. Ma occorre anche cercare di capire il loro scopo e la molla che li ha spinti ad agire così. Capire non significa giustificare: non c'è giustificazione alcuna per la violenza omicida e premeditata. Ma non basta annientare chi l'ha progettata e messa in atto, se non si estirpa del tutto il seme dell'odio. Che qualcuno abbia potuto far festa per questa strage è un pensiero che ci fa inorridire, ma è l'inquietante segnale di un mondo diviso: perciò occorre cercar di capire, ascoltando tutti, soprattutto coloro che sono o si sentono vittime dello strapotere simboleggiato dagli obiettivi che sono stati colpiti, Manhattan e quindi il potere economico, il Pentagono e quindi il potere militare, la Casa Bianca, scampata dalla strage, il potere politico.
Occorre dare all'Occidente un volto amichevole e solidale verso il resto del mondo: una nuova e reale sicurezza non nascerà dal rafforzamento militare della cittadella assediata, né dalla ferocia delle ritorsioni, ma da un ritrovato senso della giustizia, e dall'acquisizione di strumenti non distruttivi per la gestione dei conflitti, anche i più gravi, anche i più tragici.
Chi compie azioni di questo genere in nome dell'Islam bestemmia Allah esattamente come bestemmiavano i cristiani che si lanciavano in tante "guerre sante", anche in tempi recenti.
Perchè meravigliarsi che qualcuno cerchi di guadagnarsi il paradiso nell'aldilà con azioni terroristiche, quando il paradiso in terra promesso dal capitalismo neoliberista è, per oltre i quattro quinti dell'umanità, un miraggio che si allontana, lasciando il posto ad un inferno fatto di sfruttamento economico, disastri ambientali, collasso sociale, violenza endemica? Perchè stupirsi se c'è chi si addestra alla guerra santa, quando gli anni novanta sono stati utilizzati dalle potenze occidentali per ridare legittimità e dignità alla guerra come valido strumento di risoluzione delle controversie internazionali? Queste sono le domande che dovremmo porci, questi i temi su cui chiedere al popolo degli Stati Uniti di riflettere, se veramente ci consideriamo loro amici. Gli Usa, e con loro l'intero Occidente, devono imparare a guardarsi allo specchio se vogliono veramente capire come si è arrivati alla tragedia di questi giorni. Il "brodo di cultura" in cui il terrorismo si è sviluppato è il loro stesso sistema economico, non il movimento "anti-global" come gli ideologi di regime stanno già cominciando a dire.
È la disperazione che genera la massa critica sufficiente per una follia di così grande portata. E la disperazione è la condizione di milioni di poveri, di diseredati, di oppressi. Popoli devastati e depredati dal colonialismo del Primo Mondo che forniscono braccia e consenso al terrorismo. Popoli che hanno visto milioni di loro fratelli morire, essere trattati come bestie. Popoli spogliati di tutto, dalle loro materie prime alla loro cultura.
Non è vero che di qua c'è la civiltà e di là c'è la barbarie.
Quando gli Stati Uniti bruciavano vivi col Napalm migliaia di bambini vietnamiti colpevoli solo di vivere in un paese comunista, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando gli Stati Uniti organizzavano le scuole di tortura e repressione per i militari golpisti Latino-americani, che poi puntualmente mettevano in pratica gli insegnamenti ricevuti uccidendo, facendo sparire e torturando centinaia di migliaia di donne, bambini, anziani, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando i bombardamenti della NATO, Italia compresa, uccidevano 100-200 mila iracheni colpevoli solamente di avere come capo un dittatore che solo pochi anni prima era sostenuto politicamente, economicamente e militarmente dalla NATO stessa perché difendeva gli interessi occidentali contro il fanatismo musulmano di Komeini, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando più di mezzo milione di bambini iracheni venivano uccisi in 10 anni dall'embargo proclamato dai paesi occidentali, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando la NATO giocava al tiro al bersaglio da 10 mila metri di altezza uccidendo a migliaia serbi e kossovari e spegnendo la speranza che dieci anni di resistenza nonviolenta aveva alimentato, dove era la civiltà e dovela barbarie?
Quando da più di 50 anni 4 milioni di Palestinesi sono costretti a vivere nei campi profughi perché cacciati dalla loro terra senza che nessuno muova un dito, mentre per molto meno (Kuwait, Kossovo) si è messo a disposizione l'intero apparato bellico delle potenze occidentali, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando decine di migliaia di Kurdi sono uccisi, torturati, imprigionati senza che la NATO muova un dito solo perché il governo che uccide, tortura, imprigiona, quello turco, fa parte della NATO stessa, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando ogni giorno 100 mila persone muoiono di fame, malattie, guerre spesso causate dalle politiche neoliberiste occidentali che la globalizzazione vorrebbe estendere all'intero pianeta, quando con il consenso dei governi occidentali gli aggiustamenti strutturali del Fondo Monetario Internazionale e le politiche monetarie e commerciali della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio costringono alla miseria e alla disperazione milioni di persone, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando 8 paesi al mondo pretendono di decidere le sorti del resto dell'umanità e con il loro braccio armato, la NATO, si arrogano il diritto di decidere quando e contro chi è giusto bombardare, togliendo forza e legittimità all'unico organismo internazionale che ce l'ha, l'ONU, dov'è la civiltà e dove la barbarie?

Quando l'altra sera anch'io partecipavo alla fiaccolata per esprimere l'orrore e lo sdegno per la strage, camminavo non solo per le migliaia di vittime provocate in questi giorni dal terrorismo negli Stati Uniti ma anche per i Palestinesi, per i Kurdi, per gli Africani, per i popoli Latino-americani, per tutti i popoli e le persone della terra che sono privati della dignità di esseri umani. La vita di un Palestinese, di un Kurdo, di un Iracheno, di un Africano o di un Latino-americano ha lo stesso valore di quella di uno Statunitense. Occorre allora avere la forza di indignarsi sempre di fronte alla barbaria, perché civiltà e barbarie sono in ogni popolo e in ognuno di noi. Quando prevale la nonviolenza, la giustizia, la convivenza, la solidarietà, è la civiltà che prevale, quando la parola è alla repressione, alle armi, alla violenza, è la barbarie che prevale.

C'è infine un aspetto che fa riflettere in questa vicenda: il gigantesco sistema militare che è stato messo in piedi in 50 anni dalla NATO, basato su migliaia di testate nucleari, carriarmati, armamenti chimici e batteriologici, bombardieri e cannoni, è stato messo in ginocchio e ridicolizzato non da un attacco nucleare di una superpotenza ma da alcuni coltellini da boy-scout.
Se anche solo una piccolissima parte delle risorse economiche e di persone che sono state sprecate in questi anni fosse stata impiegata per consentire a tutti di disporre di acqua, cibo, casa, salute e lavoro, gran parte dei problemi dell'umanità sarebbero stati risolti e la sicurezza del mondo sarebbe molto maggiore di quanto sia oggi. Ridicolo ci appare oggi il progetto di "Scudo stellare": speriamo che almeno quanto avvenuto serva per accantonarlo definitivamente.
Occorre allora affermare con chiarezza che chiunque ancora oggi propugni la tesi che possa esistere una "violenza giusta" è esso stesso complice degli assassini, e mette in pericolo il futuro dell'umanità, che chiunque non abbia capito che l'uccidere anche un solo essere umano equivale ad affermare la liceità di ucciderci tutti, costui coopera alla fine del mondo.
E mentre condanniamo senza appello la strage dell'11 settembre, condanniamo ugualmente ogni proposito di vendetta o pretesa di fare giustizia con le armi da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. L'indagine ed il giudizio sui responsabili di un tale crimine internazionale che offende tutta l'umanità compete all'ONU nelle sue legittime istituzioni. Per questo motivo mi sento di fare mio l'appello che circola in questi giorni che dice:
"Signor Presidente della Repubblica, La supplico di agire perché alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti nessuno risponda con la vendetta militare. Proprio perché quel crimine colpisce tutta l'umanità, deve essere un tribunale che rappresenta l'intera comunità dei popoli umani a compiere le indagini ed emettere il giudizio con tutte le garanzie giuridiche. Ad un crimine, per quanto grande, non si risponde con la guerra. La guerra non sarebbe un giusto giudizio penale, nella luce della ragione, della morale e della legge, ma un nuovo crimine che spingerebbe ulteriormente il mondo nel buio mortale dell'odio e della distruzione. In nome della vita e della civiltà, nell'ora del massimo pericolo, La supplico di scongiurare la guerra con l'impegnativa autorità che Le dà la nostra Costituzione pacifica.
Se l'Italia sarà in guerra, io non ci sarò."


NOI DONNE AFGHANE DICIAMO CHE...

dell'associazione afghana Rawa

LA GENTE DELL'AFGHANISTAN NON HA NIENTE A CHE FARE CON OSAMA E I SUOI COMPLICI COMUNICATO UFFICIALE DEL RAWA SUGLI ATTENTATI IN USA E SULLE RESPONSABILITA' DEGLI STATI UNITI, APPELLO ALLA POPOLAZIONE #settembre 2001, da RAWA. Traduzione a cura di Iemanja'

14 settembre

L'11 settembre 2001 il mondo è rimasto scioccato dagli orribili attacchi terroristici agli Stati Uniti. RAWA esprime con il resto del mondo il proprio dolore e la condanna di questo atto barbarico di violenza e terrore. RAWA aveva già avvertito che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto sostenere i più infidi, i più criminali, i più antidemocratici e misogini partiti fondamentalisti islamici, perché dopo che i Jehadi (l'Alleanza del Nord di Massud, ndr.) e i Talebani avevano commesso ogni possibile sorta di orrendi crimini contro la nostra gente, essi non avrebbero provato alcuna vergogna nel commettere tali crimini contro il popolo americano che considerano "infedele". Allo scopo di raggiungere e mantenere il proprio potere, questi delinquenti crudeli sono pronti a rivolgersi a qualsiasi forza criminale. Ma sfortunatamente noi dobbiamo dire che è stato il governo degli Stati Uniti a sostenere il dittatore pakistano gen. Zia-ul Haq nel creare migliaia di scuole religiose dalle quali sono emersi i germi dei Talebani. Allo stesso modo, come è evidente per tutti, Osama Bin Laden è stato il pupillo della CIA. Ma ciò che è più penoso è che i politici americani non hanno tratto una lezione dalle loro politiche a favore dei fondamentalisti nel nostro paese e stanno ancora continuando ad appoggiare questo o quel gruppo o leader fondamentalista. Secondo noi, ogni tipo di sostegno ai fondamentalisti Talebani e Jehadies significa in realtà calpestare i valori democratici, i diritti delle donne e i diritti umani.
Se è provato che i presunti autori degli attacchi terroristici si trovano fuori dagli Stati Uniti, il nostro grido costante che i terroristi fondamentalisti avrebbero finito per ritorcersi contro i loro creatori, è confermato una volta di più.
Il governo degli USA dovrebbe considerare le cause di fondo di questo terribile evento, che non è stato il primo e non sarà l'ultimo. Gli USA dovrebbero smettere di appoggiare i terroristi afghani e i loro sostenitori una volta per tutte.
Adesso che i Talebani e Osama sono i primi indiziati dalle forze americane dopo gli attacchi criminali, gli USA sottoporranno l'Afghanistan a un attacco militare simile a quello del 1998 e uccideranno migliaia di innocenti afghani per i crimini commessi dai Talebani e da Osama? Pensano gli USA che attraverso questi attacchi, con migliaia di diseredati, poveri e innocenti afghani come vittime, saranno in grado di cancellare le cause del terrorismo o piuttosto diffonderanno il terrorismo su più larga scala?
Dal nostro punto di vista vasti e indiscriminati attacchi militari ad un paese che da più di due decenni è sottoposto a disastri permanenti, non sarebbero un motivo d'orgoglio. Non pensiamo che una tale aggressione sarebbe l'espressione della volontà della gente americana. Il governo degli USA e il loro popolo dovrebbero sapere che c'è una grande differenza tra la gente povera e martoriata dell'Afghanistan e i terroristi criminali Talebani e Jehadi.
Mentre noi manifestiamo ancora una volta la nostra solidarietà e il profondo cordoglio al popolo degli Stati Uniti, crediamo anche che attaccare l'Afghanistan e uccidere la sua gente più derelitta e sofferente, non allevierà in alcun modo il lutto del popolo americano. Speriamo sinceramente che il popolo americano sia in grado di DISTINGUERE tra la gente dell'Afghanistan e un pugno di terroristi fondamentalisti. I nostri cuori si rivolgono alla gente degli Stati Uniti.
ABBASSO IL TERRORISMO!


CONTRO LA FOLLIA

di Pasquale Pugliese

Dopo il silenzio e il raccoglimento - uniche azioni immediatamente possibili di fronte ad una tragedia dalle proporzioni, reali e simboliche, di dimensioni bibliche - per le migliaia di inermi cittadini statunitensi vittime del terrorismo, è giunto il tempo di avviare una riflessione profonda sulle cause di tanto odio e di tanta disperazione e sulle risposte che tutti noi oggi possiamo dare. E le risposte si situano, a mio parere, almeno a tre diversi livelli di profondità: la mobilitazione contro la guerra, il disarmo militare e il disarmo economico.

Mobilitazione
Di fronte alla folle azione terroristica, l'unica reazione che l'Occidente sembra contemplare - e già sta preparando - è la guerra: una doppia follia. Follia in se stessa, perché anch'essa azione terroristica che colpisce - ormai quasi esclusivamente - innocenti vittime civili, compiuta da chi detiene il monopolio "legittimo" della forza; follia nelle conseguenze, perchè - se non è totale e sterminatrice (hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato pace) - alimenta nelle vittime l'odio, la disperazione ed ulteriori e più feroci azioni di terrore.
Di fronte alla follia del terrorismo ed alla doppia follia della guerra l'unica risposta possibile è la mobilitazione: una grande e determinata mobilitazione pacifista e nonviolenta. La mia proposta è di sospendere da parte del movimento per la pace e la giustizia globale - gandhianamente - tutte le iniziative di contestazione in programma per i prossimi mesi e di concentrare tutti gli sforzi in un nostro grande appuntamento di massa: la Marcia per la pace Perugia-Assisi del 14 ottobre prossimo.
Se ciò non basterà a fermare la follia, bisognerà passare all'obiezione di coscienza, alla disobbedienza civile ed all'azione diretta nonviolenta, attive e diffuse.
E questo è il compito di tutte le donne e gli uomini costruttori di pace.

Disarmo militare
In questi cinquanta anni "di pace" decine e decine di guerre hanno insanguinato tutti gli angoli del globo, causando milioni di morti. Gli Stati Uniti sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nella maggior parte di esse: popolazioni civili in tutte le parti del mondo - dalla Corea al Vietnam, dall'Irak alla Yugoslavia - hanno visto le bombe americane cadere sulle loro teste, distruggere le loro città, annientare le loro economie. O sparare le armi occidentali vendute indiscriminatamente a tutti i paesi in guerra.
La difesa degli interessi economici e strategici dell'Occidente ha visto sempre di più - con un'accelerazione dopo la fine della guerra fredda - l'uso della guerra calda per conseguire e mantenere il dominio ed il privilegio. Ciò è causa di disperazione, odio, desiderio di vendetta di molte genti verso l'Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare.
E l'odio genera odio, la vendetta genera vendetta in una spirale senza uscita fino all'uso, folle ma possibile, - e già sperimentato proprio dagli americani - da parte di qualcuno della bomba atomica.
Ed allora solo il disarmo ci può salvare, solo la ripresa di una lotta antica ("disarmo, vocabolo d'un tempo" dice Pietro Ingrao su il manifesto del 16 settembre), contro tutti gli eserciti e tutte le guerre. E' quanto hanno proclamato, ignorati dai più, i 3.000 marciatori della Marcia nonviolenta del 24 settembre 2000; è quanto va recuperato oggi più che mai in questo momento di follia.
E questo è il compito di tutti gli amici della nonviolenza.

Disarmo economico
Noi che viviamo "sicuri nelle nostre tiepide case" (E.Levi Se questo è un uomo), come potevamo pensare di poter continuare ancora a lungo nella nostra sicurezza, quando sperperiamo avidamente, da soli, le risorse naturali, energetiche ed economiche dell'umanità intera? Quale sicurezza ci siamo illusi essere possibile continuando a spartirci, nell'opulento Occidente, l'86 % delle risorse di tutti; costringendo alla morte, nel silenzio e nel buio delle televisioni, 30.000 bambini al giorno per fame?
Quali misure di sucurezza possiamo innalzare, quali armi possiamo inventare, a difesa di un mondo nel quale 220 persone possiedono una ricchezza pari al prodotto globale lordo della metà più povera dell'umanità? I peggiori regimi tirannici della storia sono stati spazzati via per molto meno.
Ed allora ecco, di fronte a questa follia, la giusta ribellione dei popoli di Seattle e di Porto Alegre, che si salda alla ribellione dei contadini indiani, dei sem terra brasiliani e degli indios messicani. Ecco la lotta per resistere alla violenza strutturale, della quale la violenza diretta della guerra è la difesa, e per costruire un'economia sobria, giusta e sostenibile. E realizzare per questa via, finalmente, un mondo in cui tutti abbiano diritto ad una vita dignitosa e libera dalla fame, dalla guerra e dallo sfruttamento.
Ma, attenzione, i fatti di questi giorni ci ammoniscono, ancora una volta, che solo la nonviolenza dei fini e dei mezzi - alternativa radicale alla violenza strutturale dell'ingiustizia e alla violenza diretta della guerra - è la strada da percorrere. Ogni altra strada, si sa dove inizia ma non si sa dove conduce.
E percorre questa strada, oggi, è il compito dei lillipuziani.


GIUSTIZIA E PACE SONO LE CATEGORIE DELLA POLITICA


Di Mao Valpiana

Dopo il dolore, il silenzio, il lutto, è il momento della riflessione.
Non si è ancora data sepoltura alle vittime innocenti, e già si sente parlare di ritorsione militare. Il nemico è stato individuato in Osama Bin Laden (che a suo tempo fu un pupillo della CIA), e lo stato-canaglia questa volta è l'Afghanistan (i cui guerriglieri furono sostenuti e finanziati dall'America in chiave antisovietica). Si richiamano i riservisti, si scaldano i motori dei caccia bombardieri, si muove la flotta e si preannuncia che la guerra sarà lunga ma vittoriosa. Si rispolvera il vecchio armamentario ideologico della lotta del Bene contro il Male.
Pochi vogliono concedersi il lusso di pensare, di porsi qualche domanda, di guardarsi allo specchio. Tutti gli appelli sono solo per la vendetta. Il buonismo del perdono ora non serve a nulla. La sfida che ci aspetta è veramente dura.
Di fronte al terrorismo, anche il più efferato, secondo la civiltà giuridica uno Stato di diritto ha una sola strada: individuare i colpevoli, i mandanti, gli organizzatori, arrestarli e processarli. Se si tratta di terrorismo internazionale, ci sono i tribunali per i crimini contro l'umanità; se è uno Stato ad essersi macchiato di tali delitti, deve intervenire l'ONU, con la sua autorità e le sue truppe. Questo è il compito della giustizia. Se si esce da questo tracciato, si entra nell'arbitrio, nella giustizia "fai da te", che è lo stesso parametro usato dai terroristi.
La politica, invece, deve interrogarsi sulle cause, sui moventi, sugli scopi, sugli obiettivi del terrorismo. Deve estirpare il seme dell'odio, impedire che germogli e fruttifichi.
Per chi vuole usare la testa (e il cuore) prima che le mani (e le armi) le domande sono chiare.
Se l'occidente non vuole rimettersi a fare le crociate deve chiedersi se quanto sta accadendo nel mondo non sia forse il frutto di cinquecento anni di colonialismo e oltre duemila anni di dominio culturale, dai tempi dell'Impero Romano. Il colonialismo europeo in Africa, Asia e America Latina; la spartizione del mondo a Yalta fra Usa e Urss; la creazione dello Stato di Israele; il dominio del dollaro; l'appoggio della politica militare americana a governi corrotti; i colpi di stato finanziati e organizzati dalla Cia; la crescita della Nato a scapito dell'Onu; i bombardamenti su Bagdad e su Belgrado; gli embarghi per Cuba e Iraq; il ruolo americano in Somalia e Turchia; il dramma dei kurdi; i palestinesi abbandonati a se stessi…. Decenni di supremazia militare, hanno trasformato il mondo in una polveriera.
Non si tratta ora di criticare cultura e politica americana, ma la cultura e la politica di cui si sono alimentati i paesi del mondo ricco e potente.
Questa cultura (guadagnare e investire denaro, produrre e consumare sempre di più) e questa politica (prepararsi alla guerra per difendere i propri interessi) non solo costituiscono il programma di ogni governo, ma sono sostenute e alimentate dai governati, che sono gli artefici e i costruttori quotidiani di questa società. Ognuno dovrebbe quindi criticare la propria cultura e la propria politica. Aiutare l'Amercia a cambiare, è un gesto di profonda amicizia con il popolo americano.

Fargli capire la fragilità della loro società: sono bastati dei coltelli da supermercato per colpire al cuore la superpotenza nucleare. Anche qui emerge chiara una domanda: le ingenti spese per la difesa militare, sottratte alla sanità, all'istruzione, alla cooperazione, a cosa sono servite? Forse difesa militare e sicurezza non sono la stessa cosa.
Sono passati ottocento anni dalla Crociate, e il rapporto fra Occidente e paesi Arabi non ha fatto grandi progressi. Forse bisogna ripensare e seguire l'esempio del più illuminato fra gli uomini europei dell'epoca, Francesco d'Assisi, che andò alle crociate a mani nude, per incontrare e parlare col Sultano. Sta tutta qui l'indicazione di come si deve ripensare la politica: è solo il dialogo, lo scambio, la conoscenza reciproca che può offrire una via d'uscita ad una situazione troppo intricata. Bisognerebbe far studiare l'arabo nell' American School, e far studiare l'inglese nelle Scuole Coraniche. Portare in medioriente i testi di Kant e Cartesio e noi imparare la filosofia islamica.
L'antidoto alla guerra di religione sta nel contaminarsi reciprocamente. Per questo dobbiamo trovare alleanze con i settori moderati, democratici, realmente religiosi della società islamica. La repressione e la lotta muro contro muro significa solamente regalare interi paesi al fondamentalismo.
"O nonviolenza, o non esistenza" diceva Martin Luther King, il più grande leader nonviolento degli Stati Uniti. La nonviolenza impone oggi un profondo esame di coscienza a tutto l'occidente.
Questo mondo, così com'è, ci porta dritti all'autodistruzione. E' un mondo basato sulla violenza strutturale, che ha scelto un tipo di sviluppo insostenibile: un quarto degli uomini con la pancia e gli arsenali pieni, tre quarti che desidererebbero partecipare al banchetto, ma ne vengono esclusi. Un mondo lanciato verso il progresso materiale, impaurito di perdere i privilegi raggiunti; un livello di sviluppo energivoro, ecologicamente impossibile per l'intero pianeta, di cui gode solo il 20% dell'umanità. Un mondo regolato da una logica economica i cui rapporti di forza sono basati sulla potenza militare, è un mondo ricco di denaro, ma povero di futuro.
E' indispensabile una conversione ecologica ed economica: un'economia nonviolenta, per questo, deve trovare interlocutori anche nei paesi extra G8, nel bacino del Mediterraneo, nei paesi dell'est, nel mondo islamico: lavorare insieme per un nuovo modello di sviluppo, per una società sostenibile.

Certo, è difficile invertire la rotta, ma è la sola scelta che abbiamo. La nonviolenza è la più grande arma di cui disponga l'umanità: ce l'ha insegnato Gandhi.



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