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Dopo Genova
(Edi Rabini - 1 agosto 2001)
Ho potuto leggere solo ora i giornali locali e provo a rispondere
ad alcune delle critiche che mi sono state rivolte, prima di tutto a quello
di tradimento della mia storia e del pensiero di Alexander Langer. In realtà
scrivo soprattutto per me, per cercare di mettere un qualche ordine in pensieri
confusi da notizie che si accumulano e si contraddicono. E per cercare di aprire
una riflessione comune che vada oltre al contingente.
Sí, era successo anche al tempo dell'intervento militare in Kosovo, che
ho condiviso nonostante l'orrore che m'ispira ogni guerra, perché ha
interrotto il ciclo di violenze innescato dal dittatore Milosevic che ha per
10 anni insanguinato e impoverito le regioni dell'ex-Jugoslavia. Se non ricordo
male poco si è discusso in seguito. Ma alcuni si sono ricreduti del loro
estremismo pacifista al termine di una relazione tenuta a Bolzano, su invito
di Pax Christi, dai fratelli Giancarlo e Valentino Salvoldi, che il Kosovo conoscono
piuttosto bene.
Sono venute a Bolzano nel luglio scorso le destinatarie del premio Langer 2000,
la kosovara Vjosa Dobruna e la jugoslava Natasa Kandic. Ci hanno portato testimonianze
dirette e drammatiche di ciò che stava succedendo e che l'intervento
internazionale ha fermato. Vjosa è incaricata ora dall'ONU per la ricostruzione
della convivenza e Natasa è tra le più ferme accusatrici di Milosevic
davanti al tribunale internazionale dell'Aia, che una parte della sinistra considera
semplicemente un braccio armato degli Stati Uniti.
Non mi permetto di parlare in nome di Langer, anche se so del suo doloroso isolamento
quando si recò al vertice dei capi di stato europei a Cannes, il 26 giugno
1995, pochi giorni prima di morire, per chiedere un intervento militare che
interrompesse l'assedio di Tuzla e Sarajevo e fu accusato da Chirac di essere
un guerrafondaio. Mi chiedo solo cosa sarebbe successo in Kosovo se fosse stato
affidato (come era possibile e come era tradizione delle diplomazie internazionali)
all'UCK il monopolio della lotta di liberazione? Ci sarebbe ancora spazio in
quel paese per le forze più moderate, di Rugowa, che invece hanno vinto
le prime elezioni? E ci sarebbe spazio per una mediazione internazionale, che
pur si fa sentire, in Macedonia?
E' davvero molto difficile discutere con chi non ha vissuto come una rottura
epocale Tienanmen e il 1989, l'assedio di Sarajevo, il genocidio in Ruanda e
il tentativo di genocidio in Kosovo. E non prova a rispondere alle domande epocali
di come sostituire l'equilibrio del terrore tra le grandi potenze nei decenni
della guerra fredda, con la potenza delle leggi e degli accordi internazionali.
Ma veniamo a Genova e al contro-G8 che ho duramente criticato
prima del suo inizio. Interpellato da un giornalista mi sono limitato a criticare
il linguaggio schematico e falsificante dei convocatori, con la loro mania di
voler tracciare una netta linea di demarcazione tra amici e nemici (preludio
di ogni guerra), con la delegittimazione di uno dei tanti (magari maldestri)
tentativi con cui la politica tenta di controllare il mercato, con la copertura
che assicuravano ad ogni forma di violenza annunciata. Alcune delle cose che
ho detto sono state semplificate e posso assicurare di non aver mai preso le
distanze, come mi attribuisce Francesco Comina, dai movimenti di solidarietà
internazionale dentro i quali mi sono formato. Non rinuncio invece al dovere
di guardare a ciò che succede in piena libertà, rispondendo prima
di tutto alla mia coscienza e rinunciando a quella dose, davvero eccessiva,
di populismo e di demagogia che circola nei gruppi dirigenti della nostra politica.
Che i figli uccidano pure i loro padri, se lo ritengono necessario per sentirsi
più liberi, ma che siano padri veri e non opportunisti senza memoria
storica, o nostalgici di una parentesi di vita in cui si sono sentiti vitali
e potenti.
Ora si riconosce che le parole hanno un peso. Che certe parole
usate nell'invitare al Genova Global Forum hanno avuto la capacità di
convocare anche un gruppo numeroso di giovani "conseguenti" a quelle
parole, accolti e difesi come interni al movimento di protesta, considerati
contraddizione secondaria rispetto alla mostruosità del nemico che si
vedeva lì riunito.
Ci sono stati anche alcuni esponenti Verdi (me ne sento particolarmente responsabile)
tra gli apprendisti stregoni che hanno attizzato pericolosi fuochi, come fanno
certi pastori sardi a beneficio del loro gregge o certi disoccupati che vogliono
farsi passare come i più abili dei pompieri.
Distruggere l'impero è stato detto, parodiando il sub comandante Marcos.
Un impero del male che appare senza contraddizioni interne. Se al posto di Busch
e di Berlusconi ci fossero stati Clinton e Rutelli (senza contare la presenza
dei Prodi, Schroeder, Fischer, Jospin, Blair et) il giudizio non sarebbe stato
diverso come testimoniano i precedenti di Nizza (che riuniva i capi di stato
europei europeo) e di Göteborg (che era un vertice UE-USA).
Si teorizza che siamo ormai in balia delle multinazionali e si fa di tutto per
delegittimare quei pochi luoghi in cui la politica cerca di pensare di regolarla
o almeno moderarla. Eppure il G8 riunisce capi di governo legalmente eletti,
che devono in ogni caso sottoporre gli orientamenti pattuiti ai rispettivi parlamenti
attraverso procedure sottoposte al controllo dell'opinione pubblica. Non sono
degli sceicchi o principi feudali, padroni assoluti dei loro territori e dei
loro popoli.
Don Bruno Carli ha paragonato quei potenti riuniti a Genova all'anticristo.
Sappiamo bene i massacri che certi cristiani hanno compiuto in passato sventolando
quella bandiera, quell'idea di nemico mortale da estirpare come "non umano".
Alexander Langer no, usava con molta prudenza le parole, stando ben attento
a che non si trasformassero in manganelli, e insegnava a guardava prima alle
travi sue e dei suoi vicini che alle pagliuzze dei suoi avversari.
La risposta del governo di centro-destra ad una manifestazione
che voleva denunciare le ingiustizie del mondo è stata terribile. E'
facile per la destra presentare un suo supposto senso dello stato, perché
per diversi decenni, con in più la parentesi fascista, lo ha avuto dalla
sua parte. Ma a Genova ha rispolverato un'idea di stato ottocentesca, incapace
di confrontarsi con la complessità di un movimento molto variegato e
in gran parte disponibile al dialogo. Ha mostrato i muscoli di un padroncino
autoritario e gerarchico, e ha così sollevato i singoli membri delle
forze dell'ordine (questo è per me la perdita più grave) dalla
loro personale e irrinunciabile responsabilità nell'obbligo di rispettare
per primi le leggi, per dimostrare la necessaria superiorità morale nei
confronti di chi le stava così apertamente violando. Non è per
questo soprattutto che chiediamo l'abolizione della pena di morte e condizioni
carcerarie degne? Non è infatti molto più grave, nella coscienza
comune, la violazione della legge da parte di un rappresentante della legge?
Non ero a Genova ma ho seguito egualmente con apprensione il lavoro di accertamento
che l'autorità giudiziaria e il parlamento stanno compiendo, incalzate
da cosi preziose e coincidenti testimonianze giornalistiche. Ma oltre a ricostruire
la catena di comando che ha portato a certi orrori, a me interessa riproporre
la domanda su come vengono formate le forze dell'ordine e provare a far qualcosa
per cambiare le storture regolamentari che permettono ancora di coprire ordini
e comportamenti illegittimi.
Ma torniamo a noi, alla nostra trave. Ora quasi tutti parlano
di nonviolenza, di prendere le distanze dalla violenza. Credo che si debba andare
oltre a quest'affermazione di principio. E' necessario riconoscere alle istituzioni
democratiche nazionali e internazionali il monopolio dell'uso legittimo della
forza, chiudendo una volta per sempre con i gruppi e le bande private che hanno
insanguinato gli anni tremendi della guerra fredda (e reso poi difficili i processi
di riconciliazione, come si vede in Israele, Spagna, Irlanda), quando si era
affermata la linea ipocrita della non ingerenza negli affari interni dei singoli
paesi, anche dittatoriali, salvo l'autorizzazione per ciascuno a finanziare
e ad addestrare guerriglie e terrorismi di ogni genere.
Bisogna ammettere che la violenza di Seattle ha fatto notizia e ha reso visibile
quel movimento, grazie soprattutto ad un sistema informativo sempre a caccia
di emozioni forti, come è il caso della formula uno o della discesa libera,
con le loro promesse di eccitanti incidenti. E' vero, lo ha ben dimostrato il
farsesco militarismo delle tute bianche, che l'annuncio di superamento della
linea rossa è riuscito a calamitare l'attenzione dell'opinione pubblica
e della polizia. Forse ha davvero influenzato anche l'ordine del giorno del
G8. Ma il prezzo pagato, ampiamente prevedibile, è valso davvero quel
risultato, quel povero giovane morto, questa lacerazione drammatica tra società
civile e istituzioni democratiche? Davvero il fine giustifica i mezzi?
Kalida Messaoudi, la parlamentare algerina destinataria del premio Langer 1997,
era stata condannata a morte dai fondamentalisti islamici che si sentivano vittime
di un colpo di stato militare che aveva loro tolto nel 1991 il probabile governo
teocratico del paese. Ma c'è, ci diceva Khalida, ingiustizia grave al
mondo che possa giustificare lo sgrossamento di donne e bambini? O, aggiungo
io, la distruzione di una macchina di proprietà di un casuale passante?
Non è anche questo un modo, meno drammatico naturalmente, di usare i
civili come arma di pressione, di ricatto, di guerra psicologica?
Affidare alle istituzioni nazionali e internazionali il monopolio
dell'uso legittimo della forza (soprattutto in un mondo cosi pieno di armi private)
non vuol dire sottovalutare quanto di rischioso c'è in questa delega
che sta alla base degli stati democratici. Un deposito di dinamite è
un luogo pericoloso che deve essere tenuto sotto controllo con cura. Così
lo è (lo abbiamo visto a Genova) una concentrazione di forze che si mostrano
a vicenda i muscoli.
Sta' nella migliore tradizione della sinistra, e in una concezione liberale
dello stato, di preoccuparsi do un attentato controllo dei corpi armati (come
di ogni altro potere autonomo), favorendo, come è avvenuto negli anni
70, processi di sindacalizzazione, di democratizzazione, di costruzione di organismi
di rappresentanza.
Dopo l'assedio di Sarajevo, le stragi di Tuzla e Srebrenica, il genocidio in
Rwanda, la crisi di Timor Est, le istituzioni internazionali, con l'Unione Europea
in prima fila, hanno in pochi anni avviato un ripensamento delle politiche di
non ingerenza e di costruzione di nuovi strumenti di prevenzione e di repressione
dei conflitti etnici, razziali, religiosi più atroci. Solo chi è
senza memoria storica può ignorare i cambiamenti che si sono avviati
in pochissimi anni, cosí come si intravedono per esempio in una relazione
scritta nel 1992 da Alexander Langer, e approvata dal Parlamento Europeo: sostegno
alla società civile e all'informazione indipendente, ingerenza umanitaria,
esercito europeo con funzioni di polizia internazionale, corpi civili di pace
come struttura professionale di prevenzione dei conflitti e di ricostruzione
della convivenza, tribunale penale permanente, controllo del commercio delle
armi.
Come spesso succede i movimenti, che quelle rivendicazioni avevano inizialmente
sostenuto e condiviso, non sono stati in grado di farne un elemento di consapevole
crescita del rapporto tra società civile e istituzioni. Hanno avuto paura
delle proprie idee, hanno preferito vegetare nelle nicchie minoritarie (spesso
lautamente finanziate). La discussione che si è aperta sul nuovo ruolo
delle forze armate, in funzioni di polizia internazionale, è stata lasciata
agli addetti ai lavori. Si è voluto confermare un velenoso pregiudizio
che distingue ancora giovani buoni (obiettori di coscienza) e giovani cattivi
(soldati e soldatesse di leva o professionali), anche quando il loro addestramento
riguarda principalmente la funzione di prevenzione e interposizione in luoghi
che l'Unione Europea o le stesse Nazioni Unite riconoscono a rischio per la
popolazione civile.Per la nostra particolare storia, per essere conosciuti,
forse immeritatamente, al mondo come un modello ancora imperfetto di soluzione
istituzionale di un conflitto etnico, il nostro Sudtirolo ha accumulato un livello
straordinariamente alto di competenze e di conoscenze in questo decisivo campo
della prevenzione dei conflitti: IV Corpo d'Armato Alpino (che ora dovrebbe
diventare una degli snodi del nuovo esercito europeo), Dipartimento minoranze
etniche ed autonomie regionali dell'Accademia Europea, politica estera dell'Amministrazione
provinciale e di alcuni generosi comuni, un notevole arcipelago di associazioni
di cooperazione e di solidarietà internazionale, et..
Il Sudtirolo potrebbe davvero essere il luogo più adatto per un'agenzia
europea che sperimenti una formazione congiunta, per gran parte parallela, degli
aspiranti soldati e aspiranti membri dei corpi civili di pace.Perché
metto un accento cosi grande sul riconoscimento di ciò che si muove nelle
istituzioni. Perché la fine della guerra fredda ha creato un periodo
di drammatica instabilità della convivenza, che l'ONU, per molte ragioni,
non ha saputo e non poteva regolamentare. Proprio dai luoghi di crisi più
acuta è emersa una richiesta di forti autorità che non lasciassero
minoranze inermi in balia di poteri autoritari, coloniali e dittatoriali, non
ancora sconfitti. E' emersa la speranza che si diffondessero alcune conquiste
di civiltà, di libertà e d legalità alle quali nessuno
di noi vorrebbe rinunciare e che televisione satellitare e internet rendono
desiderabili in gran parte del mondo.E' stato proprio la crisi della convivenza
e di regole condivise, a mettere per 10 anni in sordina i temi del governo dell'economia
e dell'ambiente comune, che erano stati messi all'ordine del giorno negli ani
70 e 80, fino alla loro consacrazione e visibilità massima all'assemblea
ONU di Rio 1992 sull'ambiente.
Ora quei temi vengono ripresi, diventano un movimento internazionale che parte
dalla fame e sete giustizia. Molti giovani già cosmopoliti se ne riappropriano
generosamente. Ma c'è una bella differenza tra una radicalità
affidata alla prudenza, allo studio, al pessimismo della ragione, ed una pseudo
radicalità vitalista (peggio se senile) affidata alla cattiva memoria,
alle buone intenzioni, alla volontà di egemonia politica di partiti responsabili
solo nei confronti dei loro affiliati, alla nostalgia di uno stato etico che
sostituisce l'analisi politica e la costruzioni di istituzioni internazionali
(l'Europa prima di tutto) incaricate di costruire regole condivise e di farle
rispettare da potenti, prepotenti e fanatici.
Ho detto che si intravede una buona dose di razzismo in certe
posizioni vetero terzomondiste e vetero internazionaliste. Cerco di spiegarmi.
Diversi anni fa, un librario intraprendente mi convinse di comprare a rate la
"Storia d'Italia" di Einaudi. Incominciarono ad arrivare i primi volumi,
poi a seguire altri, ogni volta su aspetti più specifici, più
particolari, forse entusiasmanti per gli studiosi che hanno scoperto la storia
come processo di trasformazioni lente, determinato dalle conquiste scientifiche
e dai grandi mercanti, da millenni interessate all'espansione dei loro commerci.
Sono arrivati a 20 i volumi, prima che mi decidessi di interrompere l'abbonamento
infinito.
Ora, durante queste vacanze, ho ripreso in mano i due volumi (che avevo letto
15 ani fa) in cui la scrittrice della Guadalupa Maryse Condé racconta
la distruzione del regno Bambara di Segù (edizioni Lavoro). In quella
storia minuziosa, si trova la ricostruzione delle devastazioni provocate dal
colonialismo islamico prima e da quello francese poi (ambedue schiavisti ed
ambedue monotesti). Ma si scoprono le modificazioni ben più profonde
che emergono dalle prese di coscienza degli individui, da una molteplicità
di crisi: nei rapporti familiari, tra uomo e donna, nelle credenze superstiziose
e dalle gerarchie sociali che le sostengono. Si vedono i conflitti economici
e sociali tra nobili, schiavi, commercianti, guerrieri, profeti, indovini, missionari,
il rimescolamento dei gruppi tribali, lo scontro e l'incontro tra natura, corano,
bibbia, tra albero, moschea e campanile. Si vede un paese in cui mentre avviene
la grande storia, i figli si ribellano ai padri, le mogli ai mariti. Si scoprono
i conflitti che nascono da desideri, ossessioni, affetti, invidie, avidità,
corruzione. Una storia anche nostra quindi, che ci fa riconoscere dentro un
processo di emancipazione prima di tutto individuale, che ha elementi universali.
Ora oso pensare che se di quel regno di Segù non sono stati scritti 20
volumi dalle edizioni Einaudi, non vuol dire che 20 volumi non potrebbero essere
scritti per descrivere in dettaglio come si è modificato e si modifica
uno dei nostri molti mondi.
Ill colonialismo è finito da 50 anni, il che non vuol dire che non ci
sono più colonialisti e affaristi, ma che (come ha detto con grande fermezza,
durante il G8, il presidente del Sud Africa Thabo Abeki) il destino dei diversi
paesi sta principalmente nelle loro mani. Vuol dire che non esiste un Nord e
un Sud indeterminato e omogeneo, ma diversi Nord e diversi Sud a volte in relazione
e a volte in concorrenza tra loro.
Andiamo ora a vedere, per esempio, le richieste presentate al
G8, contenute nel documento approvato a Genova dalle associazioni cattoliche
il 7 luglio scorso (aumentare gli aiuti allo sviluppo fino al 0,7% del Pil,
promuovere e rafforzare i programmi internazionali di lotta alla povertà
,
perfino l'eliminazione indiscriminata del debito per i paesi più poveri,
il finanziamento di un miglioramento della sanità e della lotta all'AIDS,
et). Sono solo gocce in un mare, lo sappiamo, poco più che atti di carità,
verso paesi considerati solo degni di carità.
Se andiamo a rileggere gli atti del convegno organizzato a Bolzano nel 1983
dal nascente Centro Terzo Mondo, o quelli dei diversi convegni Campagna Internazionale
"Nord-Sud:Biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito", o la relazione
introduttiva che Alex Langer tenne all'assemblea di Genova del 1991, che preparava
Rio (in il Viaggiatore leggero, Sellerio) dal titolo: "500 anni bastano,
ora cambiamo rotta ", riscopriamo la stessa modestia delle proposte di
lavoro, quando vogliono rimanere sul terreno della giusta modestia (dopo Auschwitz
sappiamo bene "chi è l'uomo"), della necessaria "reciprocità",
fuggendo da ogni forma di promessa salvifica, che nessuno onestamente è
in grado di poter assicurare o da soluzioni tecniciste che altre mani possono
facilmente manipolare e trasformare.
Le proposte che sono maturate negli anni 60 e 70 sono ancora lì, modeste
e nello stesso tempo portatrici di relazioni concrete con persone in carne ed
ossa: l'alleanza per il clima, commercio equo e solidale, cambiamenti degli
stili di vita, consumo critico, risparmio etico, accoglienza degli immigrati,
valutazione di impatto ambientale, sociale e culturale di ciò che provocano
le nostre imprese anche all'estero, una Corte Internazionale e regole anche
per i danni ambientali, moltiplicare gemellaggi, rapporti concreti tra comunità,
soprattutto negli interventi d'emergenza.
Sono proposte modeste, ripeto, ma contengono dentro di sé una radicalità
che non ha bisogno di generalizzazioni astratte, n di indebite rappresentanze
generali.
Lo stesso Social Forum di Porto Allegre mi sembra un'espressione compiuta di
questa convinzione: che ogni paese, anche il più sperduto, contiene in
se le energie, le competenze tecniche, il potere reale di autodeterminare il
proprio futuro, dentro un conflitto tra diversi ipotesi di politica (economica,
sociale, estera, ambientale et.), e naturalmente anche contro tendenze egemoniche
di grandi e piccole imprese sostenute da governi che scambiano la politica estera
con lo sviluppo dei beni di famiglia. E padre Alessandro Zannotelli o i nostri
coraggiosi missionario in Brasile, non sono pure loro modesti e concreti e pratici
quando chiedono la nostra collaborazione?
Ho visto l'elenco delle associazioni che aderiscono alla rete
Lilliput. A ciascuno di loro riconosco il merito di aver saputo mettere a punto
e rendere visibile un pezzo di desiderabile direzione per la nostra società.
Ma sarebbe tradire la loro natura se si attribuisse loro una delega, una rappresentanza,
su di un terreno (di politica generale e di contestazione globale) che ha bisogno
di ben altri elementi di analisi e di lavoro, prima di tutto locali?
CONSIDERAZIONI SULLA NONVIOLENZA DOPO GENOVA
di Carlo Schenone
Fare una analisi da un punto di vista nonviolento degli avvenimenti
legati al G8 non e' per niente facile, anche perche' le variabili in gioco sono
veramente molte.
Una prima considerazione potrebbe essere che chi ha adottato la nonviolenza
come metodo e' riuscito a fare cio' che si era proposto riuscendo in alcuni
casi anche a difendere la propria modalita' di azione dalla aggressione altrui,
contrariamente a tutti gli altri.
I Gruppi di Affinita' per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) hanno portato a
termine l'azione di blocco che si erano prefissati in Piazza Portello e quando
i black block sono arrivati in piazza Manin alcuni dei GdA sono riusciti ad
evitare che andassero a "rovinare" l'azione di piazza Corvetto - via
Assarotti.
Ma la soddisfazione che si prova a fare questa considerazione viene subito limitata
da altre considerazioni.
Innanzi tutto la limitatezza culturale di molti che in questi giorni hanno parlato
di nonviolenza.
Per esempio si sono sentite tanti "nonviolenti" che hanno invocato
la polizia per vedere difesi a suon di manganellate i propri diritti di manifestazione,
stupendosi del fatto che invece di essere difesi dalle forze di polizia sono
stati brutalmente attaccati.
Non penso sia coerente chiedere ad altri di fare cio' che si ritiene ingiusto
fare. Perche' chiedere alla polizia di manganellare i black block per poi fare
quelli che non vogliono nessuna violenza? Questo e' un argomento che i nonviolenti
evitano di affrontare da sempre, ma non si puo' fare i puri, quelli che si rifiutano
di usare la violenza, per poi chiamare i pistoleri quando si e' nel casino.
Se molti, ma non tutti, quelli che si dicono amici della nonviolenza si sono
posti il problema della difesa della collettivita' dalle minaccie esterne parlando
di Difesa Nonviolenta, quasi nessuno si e' posto il problema di affrontare questo
tema a livello di conflitti all'interno della collettivita'. Anche l'idea, condivisibile
transitoriamente, di addestrare alla nonviolenza la polizia penso abbia soprattutto
senso nel mitigare la violenza attualmente presente ma non puo' risolvere la
gestione dei conflitti sociali.
Penso abbia molto piu' senso che protestino per la mancata difesa dei manifestanti
da parte delle polizie coloro che sarebbero pronti a difendere le proprie manifestazioni
a suon di sprangate del servizio d'ordine piuttosto di coloro che si rifiutano
anche solo di parlare di servizio d'ordine per paura di dover concludere che
bisogna fornirlo di spraghe o manganelli.
Io mi sono impegnato nella realizzazione delle manifestazioni cercando di portare
le persone a tale consapevolezza e, constatato di non esserci riuscito, avevo
anche ipotizzato di rinunciare a realizzarle. Le mie proposte (di gruppi di
interposizione e di ritirate difensive durante le manifestazioni) sono state
rigettate con stupore e/o terrore come se fossero ridicole ma forse era la cosa
su cui maggiore avrebbe dovuto centrarsi la preparazione dei GdA.
Finora si e' contato sul fatto che, di solito, alle manifestazioni organizzate
dai gruppi nonviolenti non c'erano "visite indesiderate" ma non e'
piu' detto che anche in mezzo ad una "pacifica" fila indiana non si
mischi qualcuno che comincia ad insultare e a tirare pietre. E' probabile che
alla Perugia-Assisi non succeda niente, ma nulla lo esclude neppure, soprattutto
se i "nonviolenti" verranno qualificati come i nemici interni, servi
del potere, strutturali ad esso e cosi' via, da insurrezionalisti e nerastri
vari.
Penso sia necessario cominciare finalmente a porsi il problema di come puo'
essere protetta una manifestazione nonviolenta prima di pensare di andare a
fare altre manifestazioni pubbliche.
Questo non toglie, ovviamente, che non sia necessario protestare, direi quasi
insorgere, contro le violenze della polizia. Se non devo contare su di essa
per la mia protezione non si puo' negare che sia presente perche' qualcuno la
ritiene una buona soluzione ai problemi di ordine pubblico, ma cio' non puo'
darle il diritto di compiere violenze, men che meno violenze gratuite, come
del resto non e' dato a nessun altro, a prescindere da quale parte della barricata
sia.
Chi si rifa' alla nonviolenza non puo' protestare se la polizia non ha spaccato
la testa ai black block, se non per dimostrare che c'era connivenza tra le due
parti. Invece i "nonviolenti" dovrebbero prendersela con loro stessi
per non essere in grado di dare una risposta nonviolenta agli attacchi dei black
block.
Questo poteva forse essere il motivo per decidere alla fine di non essere presenti
in piazza, ammettendo la propria incapacita' di dare una risposta ad un problema
reale e prevedibile. Dire che non bisognava esserci perche' era prevedibile
che ci sarebbero stati dei disordini penso sia un approccio quasi vigliacco.
Estendendo questo ragionamento si arriva a dire che i nonviolenti possono agire
solo quando non ci sara' qualcuno che crea problemi. Cio' significa che per
far sta zitti i nonviolenti basta far scoppiare un po' di problemi, cosa peraltro
semplicissima. In definitiva se i nonviolenti possono manifestare quando non
c'e' nessuno che disturba la loro azione, polizia compresa, vorrebbe dire che
i nonviolenti non manifestano mai.
In tal caso comincerei a condividere l'analisi di chi associa i nonviolenti
alle mammolette tanto buone ma che non danno fastidio a nessuno per cui li si
puo' lasciare fare le loro cose purche' siano folcloristiche e che non incidono
sulla realta'. Anime belle. O si comincia a pensare come fare per difendere
nonviolentemente le manifestazioni nonviolente o e' piu' saggio smettere di
pensare di fare manifestazioni nonviolente con tutto cio' che questo significa.
Penso che Genova abbia messo in evidenza altre due cose. La prima e' che in
Italia la situazione dell'agibilita' politica e' molto piu' problematica di
quello che ci si poteva aspettare, e richiede di essere affrontata in maniera
meno approssimativa e spontanea. Cio' che era avvenuto a Goteborg non implicava
nulla di particolare rispetto a quello che sarebbe potuto avvenire a Genova.
Forse altri potevano essere i segnali, come il comportamento falso e ingannevole
avuto dal governo rispetto agli impegni presi. Chi diceva di non fare manifestazioni
a Genova lo affermava sulla base della constatazione che ci sarebbero stati
sicuramente dei disordini e non che le liberta' democratiche in Italia erano
messe in discussione. Da un certo punto di vista, col senno di poi, forse, si
puo' pensare, ora, che se non ci fossero stati i "pacifici" tra i
quali mischiarsi non ci sarebbero neppure stati i disordini, ma dato che tutti
abbiamo dovuto constatare che i disordini sono stati preordinati (secondo taluni
testimoni anche dalle forze di polizia), i disordini ci sarebbero stati ugualmente,
non solo a Genova, ma in tutti gli altri posti dove veniva proposto di manifestare,
con ancora maggiore stupore degli "astensionisti". L'unica maniera
per non essere coinvolti in disordini sarebbe stato di rinunciare a manifestare
ma allora torniamo a quanto detto prima.
La seconda considerazione e' che in Italia la nonviolenza e' diventata una realta'
di cui tutti parlano (tanto che termini storicamente di ambito nonviolento come
"disobbedienza civile", "consiglio dei portavoce", "gruppi
di affinita'" sono stati abusati e associati a componenti del tutto diverse
del movimento) ma di cui pochi sanno e ancora meno si preparano per metterla
in pratica.
Il lavoro di formazione alla nonviolenza, anche pratica, fatto nei decenni passati
e poi fatta naufragare per l'incapacita' di essere fedeli ad un compito umile
ma importante, ha portato ad una diffusione delle parole senza pero' arrivare
a farle diventare parte dell'esistenza quotidiana.
Non penso che basti una formazione alla nonviolenza di tipo etico o filosofico,
che e' alla base di una "rivoluzione" personale nei confronti della
vita di tutti i giorni, ma e' necessario formarsi per imparare anche ad affrontare
il conflitto sociale. Sono convinto che non basti fare in modo di convincere
tutti a diventare dei bravi nonviolenti per avere un mondo nonviolento (magari
alla fine dei secoli), ma bisogna anche imparare ad affrontare il presentissimo
problema del conflitto con coloro che nonviolenti non hanno intenzione di esserlo,
a prescindere dalle motivazioni che li spingano, che chiedano cio' che noi chiediamo
o che invece si oppongano alle nostre richieste. E penso che cio' sia necessario
anche perche' e' qualcosa di molto piu' coinvolgente, concreto e determinante
per il nostro futuro che il cambiamento negli stili di vita. Ovviamente cio'
non e' in contraddizione con la formazione alla nonviolenza "personale",
ma altrettanto ovviamente quest'ultima deve includere la formazione alla nonviolenza
"sociale", anche nella pratica.
E penso che sia importante, se si tiene alla credibilita' della nonviolenza,
che cio' venga affrontato in tempi molto rapidi per poter dare risposte alle
domande che stanno sorgendo in maniera tumultuosa da un movimento sempre piu'
ansioso di trovare risposte credibili.
Anche per dare risposte c'e' il tempo giusto. Non si puo' dare risposte quando
non ci sono domande, ma non servono neppure piu' risposte una volta che lo domande
hanno trovato altre risposte, magari meno soddisfacenti, ma che hanno fatto
calare la curiosita' magari anche se con una coda di delusione. E' vero che
nel seguire dei secoli tornera' un momento in cui le domande sorgeranno nuovamente,
ma vorrei poter vedere anche io cio' che auspico per tutti.
Attualmente ci sono tantissime persone che sono convinte della giustezza della
nonviolenza da un punto di vista etico o anche solo strategico e tutte queste
persone pero' si vedono di fronte una pratica che e' deludente, come ho letto
vale "al massimo per un sit-in", come un qualcosa che e' pittoresco,
simbolico ma per niente sostanziale.
Per questo anche io auspicavo che i GdA fossero in grado di violare la zona
rossa. Io per primo, subendone personalmente le conseguenze, ho rimarcato le
azioni e le parole violente delle tute bianche nei mesi precedenti il G8, ma
purtroppo la scarsa conoscenza della pratica della nonviolenza ha fatto diventare
nelle parole di tutti l'entrare in zona rossa sinonimo di violenza, con scene
di spinte e manganellate, che testimoniano una inesorabile attitudine delle
persone a concepire militarmente, con masse che si scontrano, ogni tipo di confronto,
per quanto si dichiarino magari acerrimamente antimilitariste. La stessa deformazione
che faceva sentire necessario definire a priori una azione comune, di massa,
da parte dei nonviolenti.
Con un sopralluogo su meta' del confine della zona rossa fatto necessariamente
il giorno prima della azioni, visto che prima tale confine era solo una riga
su una cartina e non griglie in ferro attaccate ai muri, ho individuato due
"punti deboli" (sul centinaio che ho visitato), in cui era possibile
entrare senza doversi necessariamente scontrare con nessuno, in seguito a due
errori di montaggio delle grate stesse, per di piu' in due punti che per tutto
il tempo del G8 non sono stati presidiati. Sarebbero bastati due o tre GdA preparati,
per un totale di non piu' di cinquanta persone, per fare una azione simbolica
che avrebbe raggiunto lo scopo che altri non sarebbero mai riusciti a raggiungere,
proprio per il loro approccio militare allo scontro, se non in seguito ad un
accordo sottobanco con le polizie. Non avere neppure provato ad entrare in zona
rossa, scegliendo di andare tutti a bloccare un varco che non interessava a
nessuno essendo sostituibile tranquillamente da altri, ha significato rinunciare
a dare credibilita' ad una modalita' di azione e farla rimanere ad una valutazione
minimale, tale per cui le persone pensano che i nonviolenti fanno "al massimo
un sit-in".
Pensate se venerdi', intanto che le tute bianche assieme a Carlo Giuliani stavano
avvicinandosi alla morte, si fosse diffusa la notizia che cinquanta nonviolenti,
con l'intelligenza e non con lo scontro, per quanto prevalentemente simulato
come quello preannunciato dalla tute bianche, erano riusciti a violare (e uso
apposta questa parola che ha la stessa radice di violenza) la zona rossa magari
andandosi a rinchiudere nella Cattedrale (30 metri da uno dei "punti deboli")
la quale, essendo extraterritoriale, non poteva essere, almeno teoricamente,
violata dalle polizie. Invece, anche tra i GdA, si e' continuato a pensare per
"luoghi comuni", per deja vu, levandosi dai piedi chi proponeva qualcosa
di "strano" e "pazzo" anche se non piu' "pericoloso"
di altre azioni.
E adesso siamo a piangere un ragazzo che aveva bisogno di concretezza. Carlo
Giuliani e' stato tradito dai teorici della nonviolenza che non hanno saputo
convincerlo che la nonviolenza affronta la vita senza paura, ora, e non solo
quando tutti saranno nonviolenti. Un suo compagno di scuola mi diceva che Carlo
era rappresentante di istituto, sempre disponibile, impegnato animo e cuore
per cercare di aiutare anche i suoi compagni a trovare le risposte alle domande
che i giovani si pongono. Nessuno lo ha mai detto (per pudore o forse per vergogna)
ma Carlo e' stato obiettore di coscienza presso Amnesty International. Non era
uno qualunque, un "perduto", ma un ragazzo che probabilmente ha anche
avuto una formazione alla nonviolenza, a cui la nonviolenza non ha saputo dare
risposte se non asettiche, eteree, lontane dalla quotidianita' dei conflitti
che la societa' scaraventa addosso a tutti noi.
Una serie di luoghi comuni, belle parole che non sapevano dare risposte alle
questioni della vita di tutti i giorni. E la incapacita' di affrontare le cose
senza ricorrere ai luoghi comuni ha impedito al politburo dei "portavoce"
del GSF di trovare, come avevo proposto nuovamente inascoltato, una alternativa
tra il corteo e il "tutti a casa". Se annullare la manifestazione,
come fece Gandhi, poteva forse essere la scelta giusta nel caso fosse stato
ucciso un carabiniere, non si doveva accettare che per fare smettere le proteste
bastasse "ammazzarne uno", ma non si doveva neppure fare finta di
niente, come se la morte di una persona non fosse qualcosa di cosi' grave da
richiedere un cambiamento adeguato alla atrocita', qualsiasi fosse stato il
ruolo di chi era morto, black block, carabiniere o nonviolento. E invece le
uniche alternative prese in considerazioni sono state tra fare il corteo o non
fare niente mettendo nuovamente a rischio la vita di migliaia di persone senza
un motivo valido.
Ultima considerazione. Non mi sono messo ad elencare tutte le cose che avevo
gia' detto e scritto prima che avvenisse la carneficina e che si sono realizzate,
perfino peggio di come le avevo previste, nonostante fossero state ritenute
trascurabili o folli e da non tenere in considerazione, spesso solo per la paura
di dover tenere in considerazione cose difficili da gestire. Le ho dette senza
pretendere che fossero prese in considerazione, e forse in questo ho sbagliato,
convinto che tutte le idee devono maturare e diventare parte del pensare degli
altri, che le idee mutuate da altri si seccano presto.
Anche se forse non serve dire "io l'avevo detto", puo' essere utile
per il futuro provare ad ascoltarci di piu' tutti. In passato i "saggi"
della noviolenza sono riusciti a bloccare lo sviluppo di campagne imponendo
la loro visione, adesso i giovani snobbano e deridono le osservazioni di chi
ha un po' piu' di esperienza. Forse sarebbe meglio trovare una via di mezzo,
cercando di capire le ragioni vicendevoli e rispondendo non per assoluti ma
sul merito dei punti, magari con un po' di attenzione in piu' per chi in passato
ha detto cose che si sono rivelate vere.
Ci sarebbero un sacco di altre cose da dire, ma penso che non mancheranno le
occasioni per confrontarsi. Se invece non ci saranno, sarebbe inutile perdere
tempo adesso a parlare di cose che probabilmente non avrebbero nessuno interessato
ad ascoltarle.
Dal cuore e dalla testa.
21 LUGLIO 2001, NON SOLO GENOVA
di Massimiliano Pilati
Sabato 21 luglio ore 16.00 in piazza Re Enzo a Bologna si sono
date appuntamento 400 persone per manifestare contro i G8. La manifestazione
indetta dal nodo bolognese della rete di Lilliput (ma ideata e lanciata in primis
dai nonviolenti torinesi) è stata pensata come una marcia
nonviolenta, in fila indiana, sotto i portici. E' stato chiesto ai manifestanti
di non gridare slogan, di non cantare e di manifestare il proprio dissenso unicamente
presentandosi all'appuntamento con dei cartelloni sandwich recanti messaggi
semplici e chiari. Scopo dichiarato della manifestazione nonviolenta (organizzata
e indetta con diversi giorni di anticipo) quello di riuscire a raggiungere il
maggior numero di persone e soprattutto dopo i gravi fatti del venerdì
nero di Genova, ricucire lo strappo con la società civile. La grande
fila indiana ha girato le vie del centro ordinatamente e sotto i portici, per
far sentire la nostra presenza solo un lungo e interminabile battimano a scandire
il nostro essere in strada in maniera alternativa e forse anche per richiamare
simbolicamente l'orrendo ritmo scandito dai cellerini coi manganelli contro
i loro scudi sentito alle tante radioline presenti alla marcia e collegate con
radio
gap. Unico neo della manifestazione è stata una incomprensione finale
con dei manifestanti che hanno deciso di continuare con un blocco stradale,
scelta per noi errata in quel contesto.
Fin qui uno scarno riassunto di quanto accaduto a Bologna quel giorno. Chi scrive
queste righe faceva parte di quello sparuto gruppo di persone che teorizzavano
il fatto che Genova dovesse restare vuota, che l'unicovero dissenso possibile
contro un potere che militarizza una città per far incontrare quelli
che dovrebbero essere i nostri rappresentanti fosse quello di lasciarli soli
assieme alle migliaia di poliziotti pronti a difenderli. Ora che in molti, dopo
Genova, ripensano allo stare in piazza in modo diverso mi sento di riproporre
quella esperienza a tutti quanti.
Credo che nel ripensamento generale all'interno del movimento vada seriamente
presa in considerazione la possibilità di abbandonare la rincorsa dei
vertici del "Potere", uscire cioè dalla subalternità
degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dai potenti, che ci portano
a scendere in piazza dove e quando vogliono loro. Penso che centinaia e migliaia
di manifestazioni organizzate all'unisono in tutta Italia con le stesse modalità
e con le stessa pratiche possano essere una bellissima risposta a chi pensa
che esistiamo solo in funzione delle date dei vertici.
Se si vuole essere un movimento serio e con una nostra agenda politica dobbiamo
riuscire a fare questo. Altro passo che dobbiamo riuscire a fare
oltre al dove stare in piazza è il come starci. Penso sinceramente che
rispondere con violenza alle provocazioni delle forze dell'ordine sia fare
un grande piacere al "Potere" che ha così la bellissima occasione
di reprimerci e di screditarci agli occhi della società civile come violenti
e teppisti. Se crediamo veramente che "un mondo diverso è possibile"
dobbiamo anche riuscire a trovare un modo diverso di manifestare il nostro dissenso.
Credo che solo la scelta della nonviolenza ci permetta di ottenere questo.
Quello della marcia nonviolenta di Bologna è solo un piccolo esempio,
tra l'altro organizzato per una trentina di persone e quindi impreparato alla
presenza di centinaia di persone. L'effetto che si voleva creare era quello
di 30-40 persone con i rispettivi cartelli e in fila indiana sotto i portici;
c'erano invece 400 persone, non tutte ben informate sulla nostra strana forma
di marcia e la maggior parte delle quali sprovvista di cartello e quindi si
è perso l'effetto scenico voluto. Ripeto questo è solo un piccolo
esempio e neanche il migliore, ma penso che trovandoci tutti assieme e discutendone
un po' si possano trovare delle bellissime forme alternative di stare in piazza,
forme che già in passato molti hanno praticato e che spaziano da moderate
marce e sit-in fino alle più radicali azioni dirette nonviolente. Per
fare questo dobbiamo però mettere nella nostra agenda degli impegni una
seria formazione teorica pratica al metodo nonviolento.
Concludendo, penso che questa strategia lillipuaziana e nonviolenta possa consentire,
se attuata con preparazione, organizzazione e consapevolezza
del come stare in strada di portare efficacemente le nostre tematiche sui nostri
territori, di poter comunicare a viso aperto con i nostri concittadini e quindi
di poter allargare il consenso nei nostri confronti e di diminuire quello verso
le strutture di "Potere" e di repressione.
Massimiliano Pilati - del Movimento Nonviolento e del nodo bolognese
della rete Lilliput.
I fatti di Genova e le ragioni della nonviolenza
di Bruno Antonio
E' difficile scrivere circa i fatti di Genova dopo gli attentati alle torri
gemelle, come se la polvere terribile alzata a New York ricadesse fin qui, e
rendesse ogni visuale più opaca.
Una scelta di fatto già in essere, ma che essere matura ed efficace,
ha bisogno di molto affinamento e approfondimento.
Vogliamo argomentare questa affermazione, partendo dalla nostra esperienza dentro
il movimento di contestazione del G8 di Genova.
Sentiamo tuttavia il dovere ancora di farlo, di continuare un discorso non ancora
concluso, di contribuire a elaborare un'esperienza cruciale per così
tanti di noi.
Nelle giornate di luglio la nonviolenza e' diventata parola d'ordine di un movimento
(di una maggioritaria parte di esso) molto vasto e una pratica attuata da migliaia
di persone: migliaia di persone hanno fatto Nonviolenza: quando sono state caricate
dalla polizia nel grande, pacifico corteo del sabato e non ha opposto violenza
alla violenza che scatenata brutalmente contro di loro.
Parte dei Gruppi di Affinità per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) ha
realizzato venerdì 20, per alcune ore, il blocco del varco pedonale e
stradale di piazza Portello, ottenendo un indubbio successo "tecnico",
minimizzando la tensione, evitando le infiltrazioni e le provocazioni (requisendo,
tra l'altro, un bastone a una persona immediatamente volatilizzatasi).
Altri GdA hanno sostenuto il blocco con un'azione di protezione: all'arrivo
dei 'Black' in Piazza Manin si sono frapposti per impedire loro di disturbare
il blocco a Portello.
Azione che un reparto di carabinieri ha, nei fatti, dimostrato di non gradire
caricando i nonviolenti e continuando ad 'accompagnare' a distanza l'opera di
distruzione dei 'neri'.
Molti, a Boccadasse, hanno preferito testimoniare la loro opposizione alle politiche
dei 'grandi' della terra con il digiuno, la meditazione, la preghiera.
Altre (in prima fila, quante le donne!) hanno manifestato senza violenza davanti
alle reti, nonostante la presenza inquietante dei reparti antisommossa, che
invece quasi mai sono rimasti inattivi.
Ma tutto questo non basta.
Dopo i fatti di Genova, dunque - e ancor di più alla luce sinistra di
quanto successo negli USA - sempre più la nonviolenza si impone come
scelta irrinunciabile per tutto il movimento, e non solo per parte di esso.
· Perché è "un modo di agire che implica
un modo di essere" La NV ha bisogno di motivazioni che vadano oltre la
contingenza; solo comunicando e confrontandosi sui valori che ognuno di noi
ha potremo costruire una NV solida. Siamo consapevoli che ci debba essere continuità
tra i comportamenti quotidiani, le scelte concrete ed individuali ed i percorsi
politici. La dialettica tra contenuti e mobilitazioni non è problematica
in un ottica dove i contenuti sono (dovrebbero essere) pratica di ogni giorno
e la mobilitazione armonizza i mezzi coi fini, e si fa contenuto in sé,
nelle sue stesse modalità di realizzazione.
· Perché quando la mobilitazione è contenuto, cioè
prassi coerente con quanto afferma come valore, la comunicazione con l'opinione
pubblica è facilitata, ispira maggiore simpatia e fiducia, rende più
difficoltosa la strumentalizzazione ed il travisamento dei messaggi.
· Perché gli scontri di piazza che hanno oscurato i contenuti
nel fumo dei lacrimogeni, - qualcuno ha visto in tv immagini dalla più
grande manifestazione genovese del dopoguerra, nella sua parte non aggredita
?
Qualcuno ha sentito parlare del public forum, oltre agli addetti ?- e meglio
ancora nel sangue: la violenza è spettacolo, come insegna la fiction.
Così passa in primo piano, ed il resto - quello che conta, le ragioni
- nell'ombra.
· Perchè abbiamo sperimentato che la nonviolenza non impedisce
la repressione, ma sa sottrarsi all'escalation, ai meccanismi mimetici, e non
concede pretesti. Non disperde il consenso sociale, lo accresce ( quello che
il movimento ha perso in consenso con le stupide devastazioni dei black blocker,
veri e presunti, lo ha recuperato con le aggressioni subite da tanti: amareggia
per chi è stato picchiato, ferito per strada, colpito nel sonno, per
chi è stato torturato in caserma: ma dà un senso al loro dolore).
Solo sottrarsi ad essa senza esitazioni, senza cade nell'illusione
di poterla controllare a livelli 'accettabili' o anche semplicemente simbolici
consente di rendere più difficoltosa la risposta repressiva e violenta
e di mantenere l'integrità delle proprie posizioni, anche quando aggrediti.
E' per questo che parte del movimento aveva scelto di attuare un blocco esterno
alla zona rossa, in quanto giudicava che altre opzioni, come quella di violare
(simbolicamente) la zona rossa, potessero innescare meccanismi di tensione incontrollabili
da parte del movimento e ben utilizzati dal Potere.
Rimane il rammarico di non essere riusciti a convincere tutto il movimento verso
un'azione (il blocco) che avrebbe potuto, se attuata con maggiore convinzione
e per un arco di tempo piu' sostenuto, disturbare lo svolgimento del summit
con maggiore efficacia. E allora abbiamo visto gli 'inflessibili' spiazzati
dalle spranghe dei 'black block' e i 'disobbedienti' aggrediti a freddo da reparti
di carabinieri durante il percorso concordato con la questura e coinvolti, differentemente
dalle intenzioni iniziali, in una escalation tragica, fino agli spari.
Questo perché il rifiuto integrale della violenza permette di controllare
l'innesco dell'escalation.
Il Potere ha bisogno del confronto militare.
Lo auspica specie quando fingono di temerlo, mentre fa di tutto perché
avvenga - lo incoraggia, lo provoca.
Ne ha bisogno perché così puo' giocare sul terreno da lui scelto,
dove e' più forte. Sarà anche, come ha detto qualcuno, un problema
di testosterone dei giovani maschi: ma di sicuro tutti noi subiamo una fascinazione
molto forte della violenza, dalla quale in pochi si sanno liberare davvero (più
le donne degli uomini).
Le giornate di Genova ci insegnano che non è possibile "graduare"
il confronto basato sulla forza, dato che il gioco è tra due schieramenti
e la mossa di ciascuno è risposta a quella dell'altro, non si può
decidere prima alcunché, ma solo ribattere colpo su colpo: o il rifiuto
è a priori, totale e senza esitazioni, oppure si deve mettere in conto
che non si sarà più in grado di rispettare dei limiti, se l'avversario
vuole portarmi al di là.
· Perchè la nonviolenza richiede la partecipazione
di tutti ai processi decisionali, e l'alto livello di consapevolezza impedisce
sconfinamenti e derive. Quando i livelli di partecipazione e consapevolezza
sono alti, anche le infiltrazioni non sono impossibili, ma più problematiche.
C'e' ancora molto da fare per affermare la NV come proposizione
positiva di una societa' diversa e non fermarsi al, pur necessario, momento
di contrasto della guerra e della violenza.
In quei terribili e bellissimi giorni abbiamo capito che la nonviolenza
non va confusa, con la moderazione: è invece una teoria - e una prassi
- assai radicale. E' azione, è comunicazione. E' forza (Gandhi sostituì
alla parola tradizionale sanscrita "a-himsa", letteralmente "non-violenza"
il suo concetto di "satyagraha", che suona più o meno come
"forza della verità").
La nonviolenza non la si improvvisa, è ricerca, è sperimentazione:
è un percorso di crescita, dove le tappe intermedie permettono quelle
avanzate.
Abbiamo voluto 'sporcarci le mani' nel movimento per far crescere la nonviolenza
dentro il movimento, cercando un confronto non facile, accettando contaminazioni,
scelte anche parziali, ma in progress, facendoci interpellare da chi rivendica
la radicalità di fronte al nostro moderatismo. Di questo rivendichiamo
la positività, i risultati raggiunti, le contraddizioni.
E l'esperienza personale non la può sostituire alcun dotto discorso.
Esperienze fatte da tante, tante persone, che chiedono oggi pratiche compatibili
coi loro principi, e allo stesso tempo efficaci, e lo chiedono perché
hanno visto, sentito, partecipato, scoperto con stupore o con rabbia, sulla
loro pelle e sui loro corpi spesso feriti che cosa è potuto può
accadere.
La nonviolenza non può rimanere patrimonio di pochi.
Il movimento è forte perché invece raccoglie la partecipazione
di tante, tante persone. E non può lasciarle, come a Genova, senza strumenti
per affermare le loro ragioni anche con forza, ma con la forza della ragione.
E' soprattutto capacità di accettare il conflitto, riconoscerne i termini,
affrontarlo e porre le basi per risolverlo.
E' disponibilità a pagarne il prezzo. La nonviolenza è la forza
della ragione, e delle ragioni.
Perché di ragioni ne abbiamo da vendere, e dobbiamo riuscire a farle
valere.
Vogliamo continuare a cogliere la sfida di continuare a coniugare proposte e
proteste, quotidiano e lunga scadenza, locale e globale.
A maggior ragione dopo gli attentati di New York.
LUCA MORO e ANTONIO BRUNO della Rete Contro G8 per la Globalizzazione
dei Diritti
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