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Dopo Genova
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Dopo Genova

(Edi Rabini - 1 agosto 2001)

Ho potuto leggere solo ora i giornali locali e provo a rispondere ad alcune delle critiche che mi sono state rivolte, prima di tutto a quello di tradimento della mia storia e del pensiero di Alexander Langer. In realtà scrivo soprattutto per me, per cercare di mettere un qualche ordine in pensieri confusi da notizie che si accumulano e si contraddicono. E per cercare di aprire una riflessione comune che vada oltre al contingente.
Sí, era successo anche al tempo dell'intervento militare in Kosovo, che ho condiviso nonostante l'orrore che m'ispira ogni guerra, perché ha interrotto il ciclo di violenze innescato dal dittatore Milosevic che ha per 10 anni insanguinato e impoverito le regioni dell'ex-Jugoslavia. Se non ricordo male poco si è discusso in seguito. Ma alcuni si sono ricreduti del loro estremismo pacifista al termine di una relazione tenuta a Bolzano, su invito di Pax Christi, dai fratelli Giancarlo e Valentino Salvoldi, che il Kosovo conoscono piuttosto bene.
Sono venute a Bolzano nel luglio scorso le destinatarie del premio Langer 2000, la kosovara Vjosa Dobruna e la jugoslava Natasa Kandic. Ci hanno portato testimonianze dirette e drammatiche di ciò che stava succedendo e che l'intervento internazionale ha fermato. Vjosa è incaricata ora dall'ONU per la ricostruzione della convivenza e Natasa è tra le più ferme accusatrici di Milosevic davanti al tribunale internazionale dell'Aia, che una parte della sinistra considera semplicemente un braccio armato degli Stati Uniti.
Non mi permetto di parlare in nome di Langer, anche se so del suo doloroso isolamento quando si recò al vertice dei capi di stato europei a Cannes, il 26 giugno 1995, pochi giorni prima di morire, per chiedere un intervento militare che interrompesse l'assedio di Tuzla e Sarajevo e fu accusato da Chirac di essere un guerrafondaio. Mi chiedo solo cosa sarebbe successo in Kosovo se fosse stato affidato (come era possibile e come era tradizione delle diplomazie internazionali) all'UCK il monopolio della lotta di liberazione? Ci sarebbe ancora spazio in quel paese per le forze più moderate, di Rugowa, che invece hanno vinto le prime elezioni? E ci sarebbe spazio per una mediazione internazionale, che pur si fa sentire, in Macedonia?
E' davvero molto difficile discutere con chi non ha vissuto come una rottura epocale Tienanmen e il 1989, l'assedio di Sarajevo, il genocidio in Ruanda e il tentativo di genocidio in Kosovo. E non prova a rispondere alle domande epocali di come sostituire l'equilibrio del terrore tra le grandi potenze nei decenni della guerra fredda, con la potenza delle leggi e degli accordi internazionali.

Ma veniamo a Genova e al contro-G8 che ho duramente criticato prima del suo inizio. Interpellato da un giornalista mi sono limitato a criticare il linguaggio schematico e falsificante dei convocatori, con la loro mania di voler tracciare una netta linea di demarcazione tra amici e nemici (preludio di ogni guerra), con la delegittimazione di uno dei tanti (magari maldestri) tentativi con cui la politica tenta di controllare il mercato, con la copertura che assicuravano ad ogni forma di violenza annunciata. Alcune delle cose che ho detto sono state semplificate e posso assicurare di non aver mai preso le distanze, come mi attribuisce Francesco Comina, dai movimenti di solidarietà… internazionale dentro i quali mi sono formato. Non rinuncio invece al dovere di guardare a ciò che succede in piena libertà, rispondendo prima di tutto alla mia coscienza e rinunciando a quella dose, davvero eccessiva, di populismo e di demagogia che circola nei gruppi dirigenti della nostra politica.
Che i figli uccidano pure i loro padri, se lo ritengono necessario per sentirsi più liberi, ma che siano padri veri e non opportunisti senza memoria storica, o nostalgici di una parentesi di vita in cui si sono sentiti vitali e potenti.

Ora si riconosce che le parole hanno un peso. Che certe parole usate nell'invitare al Genova Global Forum hanno avuto la capacità di convocare anche un gruppo numeroso di giovani "conseguenti" a quelle parole, accolti e difesi come interni al movimento di protesta, considerati contraddizione secondaria rispetto alla mostruosità del nemico che si vedeva lì riunito.
Ci sono stati anche alcuni esponenti Verdi (me ne sento particolarmente responsabile) tra gli apprendisti stregoni che hanno attizzato pericolosi fuochi, come fanno certi pastori sardi a beneficio del loro gregge o certi disoccupati che vogliono farsi passare come i più abili dei pompieri.
Distruggere l'impero è stato detto, parodiando il sub comandante Marcos. Un impero del male che appare senza contraddizioni interne. Se al posto di Busch e di Berlusconi ci fossero stati Clinton e Rutelli (senza contare la presenza dei Prodi, Schroeder, Fischer, Jospin, Blair et) il giudizio non sarebbe stato diverso come testimoniano i precedenti di Nizza (che riuniva i capi di stato europei europeo) e di Göteborg (che era un vertice UE-USA).
Si teorizza che siamo ormai in balia delle multinazionali e si fa di tutto per delegittimare quei pochi luoghi in cui la politica cerca di pensare di regolarla o almeno moderarla. Eppure il G8 riunisce capi di governo legalmente eletti, che devono in ogni caso sottoporre gli orientamenti pattuiti ai rispettivi parlamenti attraverso procedure sottoposte al controllo dell'opinione pubblica. Non sono degli sceicchi o principi feudali, padroni assoluti dei loro territori e dei loro popoli.
Don Bruno Carli ha paragonato quei potenti riuniti a Genova all'anticristo. Sappiamo bene i massacri che certi cristiani hanno compiuto in passato sventolando quella bandiera, quell'idea di nemico mortale da estirpare come "non umano". Alexander Langer no, usava con molta prudenza le parole, stando ben attento a che non si trasformassero in manganelli, e insegnava a guardava prima alle travi sue e dei suoi vicini che alle pagliuzze dei suoi avversari.

La risposta del governo di centro-destra ad una manifestazione che voleva denunciare le ingiustizie del mondo è stata terribile. E' facile per la destra presentare un suo supposto senso dello stato, perché per diversi decenni, con in più la parentesi fascista, lo ha avuto dalla sua parte. Ma a Genova ha rispolverato un'idea di stato ottocentesca, incapace di confrontarsi con la complessità di un movimento molto variegato e in gran parte disponibile al dialogo. Ha mostrato i muscoli di un padroncino autoritario e gerarchico, e ha così sollevato i singoli membri delle forze dell'ordine (questo è per me la perdita più grave) dalla loro personale e irrinunciabile responsabilità nell'obbligo di rispettare per primi le leggi, per dimostrare la necessaria superiorità morale nei confronti di chi le stava così apertamente violando. Non è per questo soprattutto che chiediamo l'abolizione della pena di morte e condizioni carcerarie degne? Non è infatti molto più grave, nella coscienza comune, la violazione della legge da parte di un rappresentante della legge?
Non ero a Genova ma ho seguito egualmente con apprensione il lavoro di accertamento che l'autorità giudiziaria e il parlamento stanno compiendo, incalzate da cosi preziose e coincidenti testimonianze giornalistiche. Ma oltre a ricostruire la catena di comando che ha portato a certi orrori, a me interessa riproporre la domanda su come vengono formate le forze dell'ordine e provare a far qualcosa per cambiare le storture regolamentari che permettono ancora di coprire ordini e comportamenti illegittimi.

Ma torniamo a noi, alla nostra trave. Ora quasi tutti parlano di nonviolenza, di prendere le distanze dalla violenza. Credo che si debba andare oltre a quest'affermazione di principio. E' necessario riconoscere alle istituzioni democratiche nazionali e internazionali il monopolio dell'uso legittimo della forza, chiudendo una volta per sempre con i gruppi e le bande private che hanno insanguinato gli anni tremendi della guerra fredda (e reso poi difficili i processi di riconciliazione, come si vede in Israele, Spagna, Irlanda), quando si era affermata la linea ipocrita della non ingerenza negli affari interni dei singoli paesi, anche dittatoriali, salvo l'autorizzazione per ciascuno a finanziare e ad addestrare guerriglie e terrorismi di ogni genere.

Bisogna ammettere che la violenza di Seattle ha fatto notizia e ha reso visibile quel movimento, grazie soprattutto ad un sistema informativo sempre a caccia di emozioni forti, come è il caso della formula uno o della discesa libera, con le loro promesse di eccitanti incidenti. E' vero, lo ha ben dimostrato il farsesco militarismo delle tute bianche, che l'annuncio di superamento della linea rossa è riuscito a calamitare l'attenzione dell'opinione pubblica e della polizia. Forse ha davvero influenzato anche l'ordine del giorno del G8. Ma il prezzo pagato, ampiamente prevedibile, è valso davvero quel risultato, quel povero giovane morto, questa lacerazione drammatica tra società civile e istituzioni democratiche? Davvero il fine giustifica i mezzi?
Kalida Messaoudi, la parlamentare algerina destinataria del premio Langer 1997, era stata condannata a morte dai fondamentalisti islamici che si sentivano vittime di un colpo di stato militare che aveva loro tolto nel 1991 il probabile governo teocratico del paese. Ma c'è, ci diceva Khalida, ingiustizia grave al mondo che possa giustificare lo sgrossamento di donne e bambini? O, aggiungo io, la distruzione di una macchina di proprietà di un casuale passante? Non è anche questo un modo, meno drammatico naturalmente, di usare i civili come arma di pressione, di ricatto, di guerra psicologica?

Affidare alle istituzioni nazionali e internazionali il monopolio dell'uso legittimo della forza (soprattutto in un mondo cosi pieno di armi private) non vuol dire sottovalutare quanto di rischioso c'è in questa delega che sta alla base degli stati democratici. Un deposito di dinamite è un luogo pericoloso che deve essere tenuto sotto controllo con cura. Così lo è (lo abbiamo visto a Genova) una concentrazione di forze che si mostrano a vicenda i muscoli.
Sta' nella migliore tradizione della sinistra, e in una concezione liberale dello stato, di preoccuparsi do un attentato controllo dei corpi armati (come di ogni altro potere autonomo), favorendo, come è avvenuto negli anni 70, processi di sindacalizzazione, di democratizzazione, di costruzione di organismi di rappresentanza.
Dopo l'assedio di Sarajevo, le stragi di Tuzla e Srebrenica, il genocidio in Rwanda, la crisi di Timor Est, le istituzioni internazionali, con l'Unione Europea in prima fila, hanno in pochi anni avviato un ripensamento delle politiche di non ingerenza e di costruzione di nuovi strumenti di prevenzione e di repressione dei conflitti etnici, razziali, religiosi più atroci. Solo chi è senza memoria storica può ignorare i cambiamenti che si sono avviati in pochissimi anni, cosí come si intravedono per esempio in una relazione scritta nel 1992 da Alexander Langer, e approvata dal Parlamento Europeo: sostegno alla società civile e all'informazione indipendente, ingerenza umanitaria, esercito europeo con funzioni di polizia internazionale, corpi civili di pace come struttura professionale di prevenzione dei conflitti e di ricostruzione della convivenza, tribunale penale permanente, controllo del commercio delle armi.
Come spesso succede i movimenti, che quelle rivendicazioni avevano inizialmente sostenuto e condiviso, non sono stati in grado di farne un elemento di consapevole crescita del rapporto tra società civile e istituzioni. Hanno avuto paura delle proprie idee, hanno preferito vegetare nelle nicchie minoritarie (spesso lautamente finanziate). La discussione che si è aperta sul nuovo ruolo delle forze armate, in funzioni di polizia internazionale, è stata lasciata agli addetti ai lavori. Si è voluto confermare un velenoso pregiudizio che distingue ancora giovani buoni (obiettori di coscienza) e giovani cattivi (soldati e soldatesse di leva o professionali), anche quando il loro addestramento riguarda principalmente la funzione di prevenzione e interposizione in luoghi che l'Unione Europea o le stesse Nazioni Unite riconoscono a rischio per la popolazione civile.Per la nostra particolare storia, per essere conosciuti, forse immeritatamente, al mondo come un modello ancora imperfetto di soluzione istituzionale di un conflitto etnico, il nostro Sudtirolo ha accumulato un livello straordinariamente alto di competenze e di conoscenze in questo decisivo campo della prevenzione dei conflitti: IV Corpo d'Armato Alpino (che ora dovrebbe diventare una degli snodi del nuovo esercito europeo), Dipartimento minoranze etniche ed autonomie regionali dell'Accademia Europea, politica estera dell'Amministrazione provinciale e di alcuni generosi comuni, un notevole arcipelago di associazioni di cooperazione e di solidarietà internazionale, et..
Il Sudtirolo potrebbe davvero essere il luogo più adatto per un'agenzia europea che sperimenti una formazione congiunta, per gran parte parallela, degli aspiranti soldati e aspiranti membri dei corpi civili di pace.Perché metto un accento cosi grande sul riconoscimento di ciò che si muove nelle istituzioni. Perché la fine della guerra fredda ha creato un periodo di drammatica instabilità della convivenza, che l'ONU, per molte ragioni, non ha saputo e non poteva regolamentare. Proprio dai luoghi di crisi più acuta è emersa una richiesta di forti autorità che non lasciassero minoranze inermi in balia di poteri autoritari, coloniali e dittatoriali, non ancora sconfitti. E' emersa la speranza che si diffondessero alcune conquiste di civiltà, di libertà e d legalità alle quali nessuno di noi vorrebbe rinunciare e che televisione satellitare e internet rendono desiderabili in gran parte del mondo.E' stato proprio la crisi della convivenza e di regole condivise, a mettere per 10 anni in sordina i temi del governo dell'economia e dell'ambiente comune, che erano stati messi all'ordine del giorno negli ani 70 e 80, fino alla loro consacrazione e visibilità massima all'assemblea ONU di Rio 1992 sull'ambiente.
Ora quei temi vengono ripresi, diventano un movimento internazionale che parte dalla fame e sete giustizia. Molti giovani già cosmopoliti se ne riappropriano generosamente. Ma c'è una bella differenza tra una radicalità affidata alla prudenza, allo studio, al pessimismo della ragione, ed una pseudo radicalità vitalista (peggio se senile) affidata alla cattiva memoria, alle buone intenzioni, alla volontà di egemonia politica di partiti responsabili solo nei confronti dei loro affiliati, alla nostalgia di uno stato etico che sostituisce l'analisi politica e la costruzioni di istituzioni internazionali (l'Europa prima di tutto) incaricate di costruire regole condivise e di farle rispettare da potenti, prepotenti e fanatici.

Ho detto che si intravede una buona dose di razzismo in certe posizioni vetero terzomondiste e vetero internazionaliste. Cerco di spiegarmi.
Diversi anni fa, un librario intraprendente mi convinse di comprare a rate la "Storia d'Italia" di Einaudi. Incominciarono ad arrivare i primi volumi, poi a seguire altri, ogni volta su aspetti più specifici, più particolari, forse entusiasmanti per gli studiosi che hanno scoperto la storia come processo di trasformazioni lente, determinato dalle conquiste scientifiche e dai grandi mercanti, da millenni interessate all'espansione dei loro commerci. Sono arrivati a 20 i volumi, prima che mi decidessi di interrompere l'abbonamento infinito.
Ora, durante queste vacanze, ho ripreso in mano i due volumi (che avevo letto 15 ani fa) in cui la scrittrice della Guadalupa Maryse Condé‚ racconta la distruzione del regno Bambara di Segù (edizioni Lavoro). In quella storia minuziosa, si trova la ricostruzione delle devastazioni provocate dal colonialismo islamico prima e da quello francese poi (ambedue schiavisti ed ambedue monotesti). Ma si scoprono le modificazioni ben più profonde che emergono dalle prese di coscienza degli individui, da una molteplicità di crisi: nei rapporti familiari, tra uomo e donna, nelle credenze superstiziose e dalle gerarchie sociali che le sostengono. Si vedono i conflitti economici e sociali tra nobili, schiavi, commercianti, guerrieri, profeti, indovini, missionari, il rimescolamento dei gruppi tribali, lo scontro e l'incontro tra natura, corano, bibbia, tra albero, moschea e campanile. Si vede un paese in cui mentre avviene la grande storia, i figli si ribellano ai padri, le mogli ai mariti. Si scoprono i conflitti che nascono da desideri, ossessioni, affetti, invidie, avidità, corruzione. Una storia anche nostra quindi, che ci fa riconoscere dentro un processo di emancipazione prima di tutto individuale, che ha elementi universali.
Ora oso pensare che se di quel regno di Segù non sono stati scritti 20 volumi dalle edizioni Einaudi, non vuol dire che 20 volumi non potrebbero essere scritti per descrivere in dettaglio come si è modificato e si modifica uno dei nostri molti mondi.
Ill colonialismo è finito da 50 anni, il che non vuol dire che non ci sono più colonialisti e affaristi, ma che (come ha detto con grande fermezza, durante il G8, il presidente del Sud Africa Thabo Abeki) il destino dei diversi paesi sta principalmente nelle loro mani. Vuol dire che non esiste un Nord e un Sud indeterminato e omogeneo, ma diversi Nord e diversi Sud a volte in relazione e a volte in concorrenza tra loro.

Andiamo ora a vedere, per esempio, le richieste presentate al G8, contenute nel documento approvato a Genova dalle associazioni cattoliche il 7 luglio scorso (aumentare gli aiuti allo sviluppo fino al 0,7% del Pil, promuovere e rafforzare i programmi internazionali di lotta alla povertà…, perfino l'eliminazione indiscriminata del debito per i paesi più poveri, il finanziamento di un miglioramento della sanità e della lotta all'AIDS, et). Sono solo gocce in un mare, lo sappiamo, poco più che atti di carità, verso paesi considerati solo degni di carità.
Se andiamo a rileggere gli atti del convegno organizzato a Bolzano nel 1983 dal nascente Centro Terzo Mondo, o quelli dei diversi convegni Campagna Internazionale "Nord-Sud:Biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito", o la relazione introduttiva che Alex Langer tenne all'assemblea di Genova del 1991, che preparava Rio (in il Viaggiatore leggero, Sellerio) dal titolo: "500 anni bastano, ora cambiamo rotta ", riscopriamo la stessa modestia delle proposte di lavoro, quando vogliono rimanere sul terreno della giusta modestia (dopo Auschwitz sappiamo bene "chi è l'uomo"), della necessaria "reciprocità", fuggendo da ogni forma di promessa salvifica, che nessuno onestamente è in grado di poter assicurare o da soluzioni tecniciste che altre mani possono facilmente manipolare e trasformare.
Le proposte che sono maturate negli anni 60 e 70 sono ancora lì, modeste e nello stesso tempo portatrici di relazioni concrete con persone in carne ed ossa: l'alleanza per il clima, commercio equo e solidale, cambiamenti degli stili di vita, consumo critico, risparmio etico, accoglienza degli immigrati, valutazione di impatto ambientale, sociale e culturale di ciò che provocano le nostre imprese anche all'estero, una Corte Internazionale e regole anche per i danni ambientali, moltiplicare gemellaggi, rapporti concreti tra comunità, soprattutto negli interventi d'emergenza.
Sono proposte modeste, ripeto, ma contengono dentro di sé una radicalità che non ha bisogno di generalizzazioni astratte, n‚ di indebite rappresentanze generali.
Lo stesso Social Forum di Porto Allegre mi sembra un'espressione compiuta di questa convinzione: che ogni paese, anche il più sperduto, contiene in se le energie, le competenze tecniche, il potere reale di autodeterminare il proprio futuro, dentro un conflitto tra diversi ipotesi di politica (economica, sociale, estera, ambientale et.), e naturalmente anche contro tendenze egemoniche di grandi e piccole imprese sostenute da governi che scambiano la politica estera con lo sviluppo dei beni di famiglia. E padre Alessandro Zannotelli o i nostri coraggiosi missionario in Brasile, non sono pure loro modesti e concreti e pratici quando chiedono la nostra collaborazione?

Ho visto l'elenco delle associazioni che aderiscono alla rete Lilliput. A ciascuno di loro riconosco il merito di aver saputo mettere a punto e rendere visibile un pezzo di desiderabile direzione per la nostra società. Ma sarebbe tradire la loro natura se si attribuisse loro una delega, una rappresentanza, su di un terreno (di politica generale e di contestazione globale) che ha bisogno di ben altri elementi di analisi e di lavoro, prima di tutto locali?


CONSIDERAZIONI SULLA NONVIOLENZA DOPO GENOVA

di Carlo Schenone

Fare una analisi da un punto di vista nonviolento degli avvenimenti legati al G8 non e' per niente facile, anche perche' le variabili in gioco sono veramente molte.
Una prima considerazione potrebbe essere che chi ha adottato la nonviolenza come metodo e' riuscito a fare cio' che si era proposto riuscendo in alcuni casi anche a difendere la propria modalita' di azione dalla aggressione altrui, contrariamente a tutti gli altri.
I Gruppi di Affinita' per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) hanno portato a termine l'azione di blocco che si erano prefissati in Piazza Portello e quando i black block sono arrivati in piazza Manin alcuni dei GdA sono riusciti ad evitare che andassero a "rovinare" l'azione di piazza Corvetto - via Assarotti.
Ma la soddisfazione che si prova a fare questa considerazione viene subito limitata da altre considerazioni.
Innanzi tutto la limitatezza culturale di molti che in questi giorni hanno parlato di nonviolenza.
Per esempio si sono sentite tanti "nonviolenti" che hanno invocato la polizia per vedere difesi a suon di manganellate i propri diritti di manifestazione, stupendosi del fatto che invece di essere difesi dalle forze di polizia sono stati brutalmente attaccati.
Non penso sia coerente chiedere ad altri di fare cio' che si ritiene ingiusto fare. Perche' chiedere alla polizia di manganellare i black block per poi fare quelli che non vogliono nessuna violenza? Questo e' un argomento che i nonviolenti evitano di affrontare da sempre, ma non si puo' fare i puri, quelli che si rifiutano di usare la violenza, per poi chiamare i pistoleri quando si e' nel casino. Se molti, ma non tutti, quelli che si dicono amici della nonviolenza si sono posti il problema della difesa della collettivita' dalle minaccie esterne parlando di Difesa Nonviolenta, quasi nessuno si e' posto il problema di affrontare questo tema a livello di conflitti all'interno della collettivita'. Anche l'idea, condivisibile transitoriamente, di addestrare alla nonviolenza la polizia penso abbia soprattutto senso nel mitigare la violenza attualmente presente ma non puo' risolvere la gestione dei conflitti sociali.
Penso abbia molto piu' senso che protestino per la mancata difesa dei manifestanti da parte delle polizie coloro che sarebbero pronti a difendere le proprie manifestazioni a suon di sprangate del servizio d'ordine piuttosto di coloro che si rifiutano anche solo di parlare di servizio d'ordine per paura di dover concludere che bisogna fornirlo di spraghe o manganelli.
Io mi sono impegnato nella realizzazione delle manifestazioni cercando di portare le persone a tale consapevolezza e, constatato di non esserci riuscito, avevo anche ipotizzato di rinunciare a realizzarle. Le mie proposte (di gruppi di interposizione e di ritirate difensive durante le manifestazioni) sono state rigettate con stupore e/o terrore come se fossero ridicole ma forse era la cosa su cui maggiore avrebbe dovuto centrarsi la preparazione dei GdA.
Finora si e' contato sul fatto che, di solito, alle manifestazioni organizzate dai gruppi nonviolenti non c'erano "visite indesiderate" ma non e' piu' detto che anche in mezzo ad una "pacifica" fila indiana non si mischi qualcuno che comincia ad insultare e a tirare pietre. E' probabile che alla Perugia-Assisi non succeda niente, ma nulla lo esclude neppure, soprattutto se i "nonviolenti" verranno qualificati come i nemici interni, servi del potere, strutturali ad esso e cosi' via, da insurrezionalisti e nerastri vari.
Penso sia necessario cominciare finalmente a porsi il problema di come puo' essere protetta una manifestazione nonviolenta prima di pensare di andare a fare altre manifestazioni pubbliche.
Questo non toglie, ovviamente, che non sia necessario protestare, direi quasi insorgere, contro le violenze della polizia. Se non devo contare su di essa per la mia protezione non si puo' negare che sia presente perche' qualcuno la ritiene una buona soluzione ai problemi di ordine pubblico, ma cio' non puo' darle il diritto di compiere violenze, men che meno violenze gratuite, come del resto non e' dato a nessun altro, a prescindere da quale parte della barricata sia.
Chi si rifa' alla nonviolenza non puo' protestare se la polizia non ha spaccato la testa ai black block, se non per dimostrare che c'era connivenza tra le due parti. Invece i "nonviolenti" dovrebbero prendersela con loro stessi per non essere in grado di dare una risposta nonviolenta agli attacchi dei black block.
Questo poteva forse essere il motivo per decidere alla fine di non essere presenti in piazza, ammettendo la propria incapacita' di dare una risposta ad un problema reale e prevedibile. Dire che non bisognava esserci perche' era prevedibile che ci sarebbero stati dei disordini penso sia un approccio quasi vigliacco. Estendendo questo ragionamento si arriva a dire che i nonviolenti possono agire solo quando non ci sara' qualcuno che crea problemi. Cio' significa che per far sta zitti i nonviolenti basta far scoppiare un po' di problemi, cosa peraltro semplicissima. In definitiva se i nonviolenti possono manifestare quando non c'e' nessuno che disturba la loro azione, polizia compresa, vorrebbe dire che i nonviolenti non manifestano mai.
In tal caso comincerei a condividere l'analisi di chi associa i nonviolenti alle mammolette tanto buone ma che non danno fastidio a nessuno per cui li si puo' lasciare fare le loro cose purche' siano folcloristiche e che non incidono sulla realta'. Anime belle. O si comincia a pensare come fare per difendere nonviolentemente le manifestazioni nonviolente o e' piu' saggio smettere di pensare di fare manifestazioni nonviolente con tutto cio' che questo significa.
Penso che Genova abbia messo in evidenza altre due cose. La prima e' che in Italia la situazione dell'agibilita' politica e' molto piu' problematica di quello che ci si poteva aspettare, e richiede di essere affrontata in maniera meno approssimativa e spontanea. Cio' che era avvenuto a Goteborg non implicava nulla di particolare rispetto a quello che sarebbe potuto avvenire a Genova. Forse altri potevano essere i segnali, come il comportamento falso e ingannevole avuto dal governo rispetto agli impegni presi. Chi diceva di non fare manifestazioni a Genova lo affermava sulla base della constatazione che ci sarebbero stati sicuramente dei disordini e non che le liberta' democratiche in Italia erano messe in discussione. Da un certo punto di vista, col senno di poi, forse, si puo' pensare, ora, che se non ci fossero stati i "pacifici" tra i quali mischiarsi non ci sarebbero neppure stati i disordini, ma dato che tutti abbiamo dovuto constatare che i disordini sono stati preordinati (secondo taluni testimoni anche dalle forze di polizia), i disordini ci sarebbero stati ugualmente, non solo a Genova, ma in tutti gli altri posti dove veniva proposto di manifestare, con ancora maggiore stupore degli "astensionisti". L'unica maniera per non essere coinvolti in disordini sarebbe stato di rinunciare a manifestare ma allora torniamo a quanto detto prima.
La seconda considerazione e' che in Italia la nonviolenza e' diventata una realta' di cui tutti parlano (tanto che termini storicamente di ambito nonviolento come "disobbedienza civile", "consiglio dei portavoce", "gruppi di affinita'" sono stati abusati e associati a componenti del tutto diverse del movimento) ma di cui pochi sanno e ancora meno si preparano per metterla in pratica.
Il lavoro di formazione alla nonviolenza, anche pratica, fatto nei decenni passati e poi fatta naufragare per l'incapacita' di essere fedeli ad un compito umile ma importante, ha portato ad una diffusione delle parole senza pero' arrivare a farle diventare parte dell'esistenza quotidiana.
Non penso che basti una formazione alla nonviolenza di tipo etico o filosofico, che e' alla base di una "rivoluzione" personale nei confronti della vita di tutti i giorni, ma e' necessario formarsi per imparare anche ad affrontare il conflitto sociale. Sono convinto che non basti fare in modo di convincere tutti a diventare dei bravi nonviolenti per avere un mondo nonviolento (magari alla fine dei secoli), ma bisogna anche imparare ad affrontare il presentissimo problema del conflitto con coloro che nonviolenti non hanno intenzione di esserlo, a prescindere dalle motivazioni che li spingano, che chiedano cio' che noi chiediamo o che invece si oppongano alle nostre richieste. E penso che cio' sia necessario anche perche' e' qualcosa di molto piu' coinvolgente, concreto e determinante per il nostro futuro che il cambiamento negli stili di vita. Ovviamente cio' non e' in contraddizione con la formazione alla nonviolenza "personale", ma altrettanto ovviamente quest'ultima deve includere la formazione alla nonviolenza "sociale", anche nella pratica.
E penso che sia importante, se si tiene alla credibilita' della nonviolenza, che cio' venga affrontato in tempi molto rapidi per poter dare risposte alle domande che stanno sorgendo in maniera tumultuosa da un movimento sempre piu' ansioso di trovare risposte credibili.
Anche per dare risposte c'e' il tempo giusto. Non si puo' dare risposte quando non ci sono domande, ma non servono neppure piu' risposte una volta che lo domande hanno trovato altre risposte, magari meno soddisfacenti, ma che hanno fatto calare la curiosita' magari anche se con una coda di delusione. E' vero che nel seguire dei secoli tornera' un momento in cui le domande sorgeranno nuovamente, ma vorrei poter vedere anche io cio' che auspico per tutti.
Attualmente ci sono tantissime persone che sono convinte della giustezza della nonviolenza da un punto di vista etico o anche solo strategico e tutte queste persone pero' si vedono di fronte una pratica che e' deludente, come ho letto vale "al massimo per un sit-in", come un qualcosa che e' pittoresco, simbolico ma per niente sostanziale.
Per questo anche io auspicavo che i GdA fossero in grado di violare la zona rossa. Io per primo, subendone personalmente le conseguenze, ho rimarcato le azioni e le parole violente delle tute bianche nei mesi precedenti il G8, ma purtroppo la scarsa conoscenza della pratica della nonviolenza ha fatto diventare nelle parole di tutti l'entrare in zona rossa sinonimo di violenza, con scene di spinte e manganellate, che testimoniano una inesorabile attitudine delle persone a concepire militarmente, con masse che si scontrano, ogni tipo di confronto, per quanto si dichiarino magari acerrimamente antimilitariste. La stessa deformazione che faceva sentire necessario definire a priori una azione comune, di massa, da parte dei nonviolenti.
Con un sopralluogo su meta' del confine della zona rossa fatto necessariamente il giorno prima della azioni, visto che prima tale confine era solo una riga su una cartina e non griglie in ferro attaccate ai muri, ho individuato due "punti deboli" (sul centinaio che ho visitato), in cui era possibile entrare senza doversi necessariamente scontrare con nessuno, in seguito a due errori di montaggio delle grate stesse, per di piu' in due punti che per tutto il tempo del G8 non sono stati presidiati. Sarebbero bastati due o tre GdA preparati, per un totale di non piu' di cinquanta persone, per fare una azione simbolica che avrebbe raggiunto lo scopo che altri non sarebbero mai riusciti a raggiungere, proprio per il loro approccio militare allo scontro, se non in seguito ad un accordo sottobanco con le polizie. Non avere neppure provato ad entrare in zona rossa, scegliendo di andare tutti a bloccare un varco che non interessava a nessuno essendo sostituibile tranquillamente da altri, ha significato rinunciare a dare credibilita' ad una modalita' di azione e farla rimanere ad una valutazione minimale, tale per cui le persone pensano che i nonviolenti fanno "al massimo un sit-in".
Pensate se venerdi', intanto che le tute bianche assieme a Carlo Giuliani stavano avvicinandosi alla morte, si fosse diffusa la notizia che cinquanta nonviolenti, con l'intelligenza e non con lo scontro, per quanto prevalentemente simulato come quello preannunciato dalla tute bianche, erano riusciti a violare (e uso apposta questa parola che ha la stessa radice di violenza) la zona rossa magari andandosi a rinchiudere nella Cattedrale (30 metri da uno dei "punti deboli") la quale, essendo extraterritoriale, non poteva essere, almeno teoricamente, violata dalle polizie. Invece, anche tra i GdA, si e' continuato a pensare per "luoghi comuni", per deja vu, levandosi dai piedi chi proponeva qualcosa di "strano" e "pazzo" anche se non piu' "pericoloso" di altre azioni.
E adesso siamo a piangere un ragazzo che aveva bisogno di concretezza. Carlo Giuliani e' stato tradito dai teorici della nonviolenza che non hanno saputo convincerlo che la nonviolenza affronta la vita senza paura, ora, e non solo quando tutti saranno nonviolenti. Un suo compagno di scuola mi diceva che Carlo era rappresentante di istituto, sempre disponibile, impegnato animo e cuore per cercare di aiutare anche i suoi compagni a trovare le risposte alle domande che i giovani si pongono. Nessuno lo ha mai detto (per pudore o forse per vergogna) ma Carlo e' stato obiettore di coscienza presso Amnesty International. Non era uno qualunque, un "perduto", ma un ragazzo che probabilmente ha anche avuto una formazione alla nonviolenza, a cui la nonviolenza non ha saputo dare risposte se non asettiche, eteree, lontane dalla quotidianita' dei conflitti che la societa' scaraventa addosso a tutti noi.
Una serie di luoghi comuni, belle parole che non sapevano dare risposte alle questioni della vita di tutti i giorni. E la incapacita' di affrontare le cose senza ricorrere ai luoghi comuni ha impedito al politburo dei "portavoce" del GSF di trovare, come avevo proposto nuovamente inascoltato, una alternativa tra il corteo e il "tutti a casa". Se annullare la manifestazione, come fece Gandhi, poteva forse essere la scelta giusta nel caso fosse stato ucciso un carabiniere, non si doveva accettare che per fare smettere le proteste bastasse "ammazzarne uno", ma non si doveva neppure fare finta di niente, come se la morte di una persona non fosse qualcosa di cosi' grave da richiedere un cambiamento adeguato alla atrocita', qualsiasi fosse stato il ruolo di chi era morto, black block, carabiniere o nonviolento. E invece le uniche alternative prese in considerazioni sono state tra fare il corteo o non fare niente mettendo nuovamente a rischio la vita di migliaia di persone senza un motivo valido.
Ultima considerazione. Non mi sono messo ad elencare tutte le cose che avevo gia' detto e scritto prima che avvenisse la carneficina e che si sono realizzate, perfino peggio di come le avevo previste, nonostante fossero state ritenute trascurabili o folli e da non tenere in considerazione, spesso solo per la paura di dover tenere in considerazione cose difficili da gestire. Le ho dette senza pretendere che fossero prese in considerazione, e forse in questo ho sbagliato, convinto che tutte le idee devono maturare e diventare parte del pensare degli altri, che le idee mutuate da altri si seccano presto.
Anche se forse non serve dire "io l'avevo detto", puo' essere utile per il futuro provare ad ascoltarci di piu' tutti. In passato i "saggi" della noviolenza sono riusciti a bloccare lo sviluppo di campagne imponendo la loro visione, adesso i giovani snobbano e deridono le osservazioni di chi ha un po' piu' di esperienza. Forse sarebbe meglio trovare una via di mezzo, cercando di capire le ragioni vicendevoli e rispondendo non per assoluti ma sul merito dei punti, magari con un po' di attenzione in piu' per chi in passato ha detto cose che si sono rivelate vere.
Ci sarebbero un sacco di altre cose da dire, ma penso che non mancheranno le occasioni per confrontarsi. Se invece non ci saranno, sarebbe inutile perdere tempo adesso a parlare di cose che probabilmente non avrebbero nessuno interessato ad ascoltarle.
Dal cuore e dalla testa.


21 LUGLIO 2001, NON SOLO GENOVA


di Massimiliano Pilati

Sabato 21 luglio ore 16.00 in piazza Re Enzo a Bologna si sono date appuntamento 400 persone per manifestare contro i G8. La manifestazione
indetta dal nodo bolognese della rete di Lilliput (ma ideata e lanciata in primis dai nonviolenti torinesi) è stata pensata come una marcia
nonviolenta, in fila indiana, sotto i portici. E' stato chiesto ai manifestanti di non gridare slogan, di non cantare e di manifestare il proprio dissenso unicamente presentandosi all'appuntamento con dei cartelloni sandwich recanti messaggi semplici e chiari. Scopo dichiarato della manifestazione nonviolenta (organizzata e indetta con diversi giorni di anticipo) quello di riuscire a raggiungere il maggior numero di persone e soprattutto dopo i gravi fatti del venerdì nero di Genova, ricucire lo strappo con la società civile. La grande fila indiana ha girato le vie del centro ordinatamente e sotto i portici, per far sentire la nostra presenza solo un lungo e interminabile battimano a scandire il nostro essere in strada in maniera alternativa e forse anche per richiamare simbolicamente l'orrendo ritmo scandito dai cellerini coi manganelli contro i loro scudi sentito alle tante radioline presenti alla marcia e collegate con radio
gap. Unico neo della manifestazione è stata una incomprensione finale con dei manifestanti che hanno deciso di continuare con un blocco stradale,
scelta per noi errata in quel contesto.
Fin qui uno scarno riassunto di quanto accaduto a Bologna quel giorno. Chi scrive queste righe faceva parte di quello sparuto gruppo di persone che teorizzavano il fatto che Genova dovesse restare vuota, che l'unicovero dissenso possibile contro un potere che militarizza una città per far incontrare quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti fosse quello di lasciarli soli assieme alle migliaia di poliziotti pronti a difenderli. Ora che in molti, dopo Genova, ripensano allo stare in piazza in modo diverso mi sento di riproporre quella esperienza a tutti quanti.
Credo che nel ripensamento generale all'interno del movimento vada seriamente presa in considerazione la possibilità di abbandonare la rincorsa dei vertici del "Potere", uscire cioè dalla subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dai potenti, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono loro. Penso che centinaia e migliaia di manifestazioni organizzate all'unisono in tutta Italia con le stesse modalità e con le stessa pratiche possano essere una bellissima risposta a chi pensa che esistiamo solo in funzione delle date dei vertici.
Se si vuole essere un movimento serio e con una nostra agenda politica dobbiamo riuscire a fare questo. Altro passo che dobbiamo riuscire a fare
oltre al dove stare in piazza è il come starci. Penso sinceramente che rispondere con violenza alle provocazioni delle forze dell'ordine sia fare
un grande piacere al "Potere" che ha così la bellissima occasione di reprimerci e di screditarci agli occhi della società civile come violenti e teppisti. Se crediamo veramente che "un mondo diverso è possibile" dobbiamo anche riuscire a trovare un modo diverso di manifestare il nostro dissenso.
Credo che solo la scelta della nonviolenza ci permetta di ottenere questo.
Quello della marcia nonviolenta di Bologna è solo un piccolo esempio, tra l'altro organizzato per una trentina di persone e quindi impreparato alla
presenza di centinaia di persone. L'effetto che si voleva creare era quello di 30-40 persone con i rispettivi cartelli e in fila indiana sotto i portici; c'erano invece 400 persone, non tutte ben informate sulla nostra strana forma di marcia e la maggior parte delle quali sprovvista di cartello e quindi si è perso l'effetto scenico voluto. Ripeto questo è solo un piccolo esempio e neanche il migliore, ma penso che trovandoci tutti assieme e discutendone un po' si possano trovare delle bellissime forme alternative di stare in piazza, forme che già in passato molti hanno praticato e che spaziano da moderate marce e sit-in fino alle più radicali azioni dirette nonviolente. Per fare questo dobbiamo però mettere nella nostra agenda degli impegni una seria formazione teorica pratica al metodo nonviolento.
Concludendo, penso che questa strategia lillipuaziana e nonviolenta possa consentire, se attuata con preparazione, organizzazione e consapevolezza
del come stare in strada di portare efficacemente le nostre tematiche sui nostri territori, di poter comunicare a viso aperto con i nostri concittadini e quindi di poter allargare il consenso nei nostri confronti e di diminuire quello verso le strutture di "Potere" e di repressione.

Massimiliano Pilati - del Movimento Nonviolento e del nodo bolognese della rete Lilliput.



I fatti di Genova e le ragioni della nonviolenza


di Bruno Antonio


E' difficile scrivere circa i fatti di Genova dopo gli attentati alle torri gemelle, come se la polvere terribile alzata a New York ricadesse fin qui, e rendesse ogni visuale più opaca.
Una scelta di fatto già in essere, ma che essere matura ed efficace, ha bisogno di molto affinamento e approfondimento.
Vogliamo argomentare questa affermazione, partendo dalla nostra esperienza dentro il movimento di contestazione del G8 di Genova.
Sentiamo tuttavia il dovere ancora di farlo, di continuare un discorso non ancora concluso, di contribuire a elaborare un'esperienza cruciale per così tanti di noi.
Nelle giornate di luglio la nonviolenza e' diventata parola d'ordine di un movimento (di una maggioritaria parte di esso) molto vasto e una pratica attuata da migliaia di persone: migliaia di persone hanno fatto Nonviolenza: quando sono state caricate dalla polizia nel grande, pacifico corteo del sabato e non ha opposto violenza alla violenza che scatenata brutalmente contro di loro.
Parte dei Gruppi di Affinità per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) ha realizzato venerdì 20, per alcune ore, il blocco del varco pedonale e stradale di piazza Portello, ottenendo un indubbio successo "tecnico", minimizzando la tensione, evitando le infiltrazioni e le provocazioni (requisendo, tra l'altro, un bastone a una persona immediatamente volatilizzatasi).
Altri GdA hanno sostenuto il blocco con un'azione di protezione: all'arrivo dei 'Black' in Piazza Manin si sono frapposti per impedire loro di disturbare il blocco a Portello.
Azione che un reparto di carabinieri ha, nei fatti, dimostrato di non gradire caricando i nonviolenti e continuando ad 'accompagnare' a distanza l'opera di distruzione dei 'neri'.
Molti, a Boccadasse, hanno preferito testimoniare la loro opposizione alle politiche dei 'grandi' della terra con il digiuno, la meditazione, la preghiera.
Altre (in prima fila, quante le donne!) hanno manifestato senza violenza davanti alle reti, nonostante la presenza inquietante dei reparti antisommossa, che invece quasi mai sono rimasti inattivi.
Ma tutto questo non basta.
Dopo i fatti di Genova, dunque - e ancor di più alla luce sinistra di quanto successo negli USA - sempre più la nonviolenza si impone come scelta irrinunciabile per tutto il movimento, e non solo per parte di esso.

· Perché è "un modo di agire che implica un modo di essere" La NV ha bisogno di motivazioni che vadano oltre la contingenza; solo comunicando e confrontandosi sui valori che ognuno di noi ha potremo costruire una NV solida. Siamo consapevoli che ci debba essere continuità tra i comportamenti quotidiani, le scelte concrete ed individuali ed i percorsi politici. La dialettica tra contenuti e mobilitazioni non è problematica in un ottica dove i contenuti sono (dovrebbero essere) pratica di ogni giorno e la mobilitazione armonizza i mezzi coi fini, e si fa contenuto in sé, nelle sue stesse modalità di realizzazione.

· Perché quando la mobilitazione è contenuto, cioè prassi coerente con quanto afferma come valore, la comunicazione con l'opinione pubblica è facilitata, ispira maggiore simpatia e fiducia, rende più difficoltosa la strumentalizzazione ed il travisamento dei messaggi.

· Perché gli scontri di piazza che hanno oscurato i contenuti nel fumo dei lacrimogeni, - qualcuno ha visto in tv immagini dalla più grande manifestazione genovese del dopoguerra, nella sua parte non aggredita ?
Qualcuno ha sentito parlare del public forum, oltre agli addetti ?- e meglio ancora nel sangue: la violenza è spettacolo, come insegna la fiction. Così passa in primo piano, ed il resto - quello che conta, le ragioni - nell'ombra.

· Perchè abbiamo sperimentato che la nonviolenza non impedisce la repressione, ma sa sottrarsi all'escalation, ai meccanismi mimetici, e non concede pretesti. Non disperde il consenso sociale, lo accresce ( quello che il movimento ha perso in consenso con le stupide devastazioni dei black blocker, veri e presunti, lo ha recuperato con le aggressioni subite da tanti: amareggia per chi è stato picchiato, ferito per strada, colpito nel sonno, per chi è stato torturato in caserma: ma dà un senso al loro dolore).

Solo sottrarsi ad essa senza esitazioni, senza cade nell'illusione di poterla controllare a livelli 'accettabili' o anche semplicemente simbolici consente di rendere più difficoltosa la risposta repressiva e violenta e di mantenere l'integrità delle proprie posizioni, anche quando aggrediti.
E' per questo che parte del movimento aveva scelto di attuare un blocco esterno alla zona rossa, in quanto giudicava che altre opzioni, come quella di violare (simbolicamente) la zona rossa, potessero innescare meccanismi di tensione incontrollabili da parte del movimento e ben utilizzati dal Potere.
Rimane il rammarico di non essere riusciti a convincere tutto il movimento verso un'azione (il blocco) che avrebbe potuto, se attuata con maggiore convinzione e per un arco di tempo piu' sostenuto, disturbare lo svolgimento del summit con maggiore efficacia. E allora abbiamo visto gli 'inflessibili' spiazzati dalle spranghe dei 'black block' e i 'disobbedienti' aggrediti a freddo da reparti di carabinieri durante il percorso concordato con la questura e coinvolti, differentemente dalle intenzioni iniziali, in una escalation tragica, fino agli spari.

Questo perché il rifiuto integrale della violenza permette di controllare l'innesco dell'escalation.
Il Potere ha bisogno del confronto militare.
Lo auspica specie quando fingono di temerlo, mentre fa di tutto perché avvenga - lo incoraggia, lo provoca.
Ne ha bisogno perché così puo' giocare sul terreno da lui scelto, dove e' più forte. Sarà anche, come ha detto qualcuno, un problema di testosterone dei giovani maschi: ma di sicuro tutti noi subiamo una fascinazione molto forte della violenza, dalla quale in pochi si sanno liberare davvero (più le donne degli uomini).
Le giornate di Genova ci insegnano che non è possibile "graduare" il confronto basato sulla forza, dato che il gioco è tra due schieramenti e la mossa di ciascuno è risposta a quella dell'altro, non si può decidere prima alcunché, ma solo ribattere colpo su colpo: o il rifiuto è a priori, totale e senza esitazioni, oppure si deve mettere in conto che non si sarà più in grado di rispettare dei limiti, se l'avversario vuole portarmi al di là.

· Perchè la nonviolenza richiede la partecipazione di tutti ai processi decisionali, e l'alto livello di consapevolezza impedisce sconfinamenti e derive. Quando i livelli di partecipazione e consapevolezza sono alti, anche le infiltrazioni non sono impossibili, ma più problematiche.

C'e' ancora molto da fare per affermare la NV come proposizione positiva di una societa' diversa e non fermarsi al, pur necessario, momento di contrasto della guerra e della violenza.

In quei terribili e bellissimi giorni abbiamo capito che la nonviolenza non va confusa, con la moderazione: è invece una teoria - e una prassi - assai radicale. E' azione, è comunicazione. E' forza (Gandhi sostituì alla parola tradizionale sanscrita "a-himsa", letteralmente "non-violenza" il suo concetto di "satyagraha", che suona più o meno come "forza della verità").
La nonviolenza non la si improvvisa, è ricerca, è sperimentazione: è un percorso di crescita, dove le tappe intermedie permettono quelle avanzate.
Abbiamo voluto 'sporcarci le mani' nel movimento per far crescere la nonviolenza dentro il movimento, cercando un confronto non facile, accettando contaminazioni, scelte anche parziali, ma in progress, facendoci interpellare da chi rivendica la radicalità di fronte al nostro moderatismo. Di questo rivendichiamo la positività, i risultati raggiunti, le contraddizioni.
E l'esperienza personale non la può sostituire alcun dotto discorso.
Esperienze fatte da tante, tante persone, che chiedono oggi pratiche compatibili coi loro principi, e allo stesso tempo efficaci, e lo chiedono perché hanno visto, sentito, partecipato, scoperto con stupore o con rabbia, sulla loro pelle e sui loro corpi spesso feriti che cosa è potuto può accadere.
La nonviolenza non può rimanere patrimonio di pochi.
Il movimento è forte perché invece raccoglie la partecipazione di tante, tante persone. E non può lasciarle, come a Genova, senza strumenti per affermare le loro ragioni anche con forza, ma con la forza della ragione.
E' soprattutto capacità di accettare il conflitto, riconoscerne i termini, affrontarlo e porre le basi per risolverlo.
E' disponibilità a pagarne il prezzo. La nonviolenza è la forza della ragione, e delle ragioni.
Perché di ragioni ne abbiamo da vendere, e dobbiamo riuscire a farle valere.
Vogliamo continuare a cogliere la sfida di continuare a coniugare proposte e proteste, quotidiano e lunga scadenza, locale e globale.
A maggior ragione dopo gli attentati di New York.

LUCA MORO e ANTONIO BRUNO della Rete Contro G8 per la Globalizzazione dei Diritti



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