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Dopo Genova
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Addestrare le forze dell'ordine ai valori e alle tecniche della nonviolenza


UNA LETTERA AL CAPO DELLO STATO DEL 24 LUGLIO 2001 E DUE LETTERE DI UN ANNO FA
AL MINISTRO DELL'INTERNO ED A MOLTI PARLAMENTARI PER LA FORMAZIONE E L'ADDESTRAMENTO DELLE FORZE DELL'ORDINE AI VALORI E ALLE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA

Il responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, Peppe Sini, ha inviato ieri una lettera aperta al capo dello stato per richiedere un suo impegno a sostegno della proposta che il personale delle forze dell'ordine sia formato e addestrato alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie della nonviolenza.

Nei giorni precedenti, sia prima che dopo i terribili fatti di Genova, la struttura pacifista viterbese aveva reiteratamente chiesto alle istituzioni un impegno in tal senso.

Lo scorso anno, il 24 ed il 25 luglio 2000, la struttura pacifista virterbese aveva inviato due lettere analoghe, ed assai dettagliate, a molti parlamentari e al Ministro dell'Interno.

Su questo tema peraltro da anni il Centro di ricerca per la pace di Viterbo sollecita le amministrazioni e le istituzioni ad un impegno necessario ed urgente.

Di seguito alleghiamo alcuni materiali informativi essenziali:
1. Testo della lettera al Presidente della Repubblica di ieri, 24 luglio 2001;
2. Testo della lettera al Ministro dell'Interno di un anno fa, 25 luglio 2000;
3. Testo della lettera a vari parlamentari di un anno fa, 24 luglio 2000;
4. Breve notizia sul responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo.

"Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 25 luglio 2001

Mittente: Centro di ricerca per la pace
strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
tel. e fax 0761353532, e-mail:

Allegato 1. Lettera al Presidente della Repubblica del 24 luglio 2001
Formare e addestrare le forze dell'ordine alla nonviolenza: una ragionevole proposta per migliorare la sicurezza pubblica e per meglio difendere la vita e l'incolumita' di tutti

Egregio Presidente,
vorremmo segnalare alla sua attenzione la seguente proposta: che tutti gli operatori delle forze dell'ordine, cui incombe il gravoso ed importantissimo impegno di difendere la sicurezza pubblica, l'incolumita' delle persone, la legalita', siano specificamente formate e addestrate alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie di comunicazione e di intervento della nonviolenza.
Data la delicatezza del servizio pubblico dalle forze dell'ordine prestato, e dato che esse per funzione istituzionale si trovano sovente ad agire in situazioni fortemente critiche e d'emergenza, e' assolutamente necessario che la formazione e l'addestramento del personale in esse impiegato prevedano anche questa grande risorsa che e' la conoscenza e la capacita' di applicazione di tecniche comunicative e relazionali, di strategie di intervento e di interpretazione, di solido radicamento in fondamentali valori giuridici e morali, tecniche, strategie e valori che la teoria-prassi della nonviolenza nel corso della storia ha esplorato, elaborato, tematizzato, sperimentato e che mette a disposizione di tutti gli operatori
sociali, come di tutti gli esseri umani.
In Italia esistono esperienze formative alla nonviolenza, tradizioni culturali della nonviolenza, illustri studiosi ed educatori alla nonviolenza (sia in ambito accademico che nel servizio sociale), che possono essere adeguatamente valorizzati a tal fine.
Tra le esperienze formative vi sono prestigiose ed ormai consolidate tradizioni di corsi tenuti in universita', in scuole, in istituzioni, in enti di servizio sociale e di servizio civile, in tante sedi dell'associazionismo democratico e della societa' civile.
Tra le tradizioni culturali della nonviolenza in Italia bastera' ricordare la riflessione e la proposta di Aldo Capitini, con il suo richiamo a Francesco d'Assisi, a Giuseppe Mazzini, a Mohandas Gandhi; le esperienze e riflessioni di Danilo Dolci ed il suo straordinario intervento sociale e lavoro maieutico; ed ancora le cospicue ricerche di Guido Calogero e Norberto Bobbio; l'esperienza di don Lorenzo Milani; l'elaborazione di Ernesto Balducci, e molte altre figure esemplari si potrebbero citare tra quanti nel nostro paese hanno dato un grande contributo alla promozione della teoria e della pratica della nonviolenza.
Tra gli studiosi, formatori ed educatori oggi attivi in Italia vi sono prestigiose figure accademiche come Alberto L'Abate, Antonino Drago, Giuliana Martirani, Giuliano Pontara, Giovanni Salio, Giovanni Scotto e molti, molti altri illustri docenti e ricercatori, riconosciuti ed apprezzati a livello internazionale.
Ebbene, poiche' queste risorse esistono e sono dunque a disposizione, che siano valorizzate al fine indicato.
Egregio Presidente,
si faccia autorevole patrocinatore della proposta di un necessario ed urgente intervento delle istituzioni competenti (il parlamento se con una legge, il governo se con un decreto, il ministero se con una circolare, organi di direzione delle forze dell'ordine se con un mero provvedimento amministrativo interno) affinche' tutti i membri delle forze dell'ordine
vengano formati alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie nonviolente.
Questo aumenterebbe la loro professionalita', e sarebbe certo di grande utilita'.
Ringraziandola fin d'ora per l'attenzione e la sensibilita', distinti
saluti,
per il Centro di ricerca per la pace di Viterbo: il responsabile, Giuseppe Sini
Viterbo, 24 luglio 2001

Allegato 2. Testo della lettera al Ministro dell'Interno di un anno fa, 25 luglio 2000

Proposta di prevedere la formazione e l'addestramento ai valori, le strategie e le tecniche della nonviolenza per tutti gli operatori pubblici addetti alla pubblica sicurezza

Signor Ministro,
la crescita della violenza va contrastata nel modo più rigoroso e coerente: ovvero promuovendo quanto più possibile la nonviolenza.
* La nonviolenza, intervento attivo per promuovere diritti e dignità di tutti
La nonviolenza è il portato delle scelte assiologiche e giuriscostituenti inscritte nei princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.
La nonviolenza è l'applicazione dei princìpi etici e giuridici promulgati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
La nonviolenza è proposta operativa fondamentale e fondante per la civile convivenza in un'epoca, come quella attuale, di grandi conflitti, di grandi opportunità evolutive come di immani pericoli di regresso e catastrofe.
La nonviolenza ovviamente non è passività, ma opposizione alla violenza la più nitida, intransigente ed efficace; non è un sottrarsi ai conflitti ed alle situazioni di crisi, ma un farvi fronte e gestirli con chiaroveggenza ed energia affinché essi producano acclaramento e ricomposizione, evolvano in esiti di maggiore giustizia, di maggiore umanizzazione; la nonviolenza non è contemplazione atterrita o inerme ritrarsi, ma presenza viva e operante per affermare sempre ed ovunque, e quindi in primo luogo ove più occorra, la dignità della persona e i diritti umani; la nonviolenza è il dispiegarsi del principio di legalità in quanto esso fonda la convivenza e difende e promuove i diritti di tutti.
* Una proposta pratica: formare e addestrare tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza ai valori, le strategie e le tecniche della nonviolenza.
E' necessario che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza conosca e sia in grado di utilizzare nello svolgimento delle sue mansioni le tecniche, le strategie, i valori, e dunque le acquisizioni e gli strumenti conoscitivi, ermeneutici ed operativi della nonviolenza.
E' infatti assai penoso che proprio le persone che, per il lavoro di altissima responsabilità che svolgono, più hanno bisogno di disporre di una formazione, un addestramento ed una strumentazione (teorica ed applicativa) adeguati a difendere e promuovere sicurezza, convivenza, rispetto dei diritti delle persone tutte, proprio queste persone siano private di una
opportunità formativa massimamente adeguata all'incombenza che la legge e le istituzioni loro attribuiscono.
E' assurdo che proprio quegli operatori dei pubblici servizi che devono intervenire in situazioni di massima crisi ed emergenza, non abbiano a disposizione gli strumenti più adatti alla bisogna: le tecniche operative, le strategie comunicative, gli strumenti interpretativi, i valori di riferimento che la nonviolenza propone.
E', quello qui segnalato, un paradosso gravido di conseguenze pericolose: è un paradosso che deve cessare. Si ponga rimedio istituendo al più presto la prassi e l'obbligatorietà della formazione e dell'addestramento alla nonviolenza per tutti gli operatori addetti alla sicurezza pubblica.
Beninteso: questa non è una panacea, ma senza ombra di dubbio costituirebbe un contributo di grande valore e di sicura utilità.
* Benefiche ricadute
Non vi è dubbio, infatti, che la formazione e l'addestramento alla nonviolenza per il personale addetto alla difesa e promozione della sicurezza e dei diritti di tutti avrebbe immediati effetti benefici sia per i lavoratori destinatari di tale formazione e addestramento, sia per gli utenti tutti del loro intervento, includendo tra gli utenti anche le persone
oggetto dei loro interventi: persone che anche quando commettono crimini e pertanto debbono essere perseguite e punite ai sensi di legge, restano comunque esseri umani ed in quanto tali non possono essere fatti oggetto di trattamenti degradanti, di minacce, di violenze e lesioni.
La Costituzione è chiara: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" (art. 2); non sono ammessi "trattamenti contrari al senso di umanità" (art. 27, comma secondo); e naturamente "non è ammessa la pena di morte" (art. 27, comma quarto).
La nonviolenza, è una constatazione empirica e non un'asserzione ideologica o fideistica, degnifica le parsone che vengono in contatto con essa; la conoscenza della nonviolenza, dei suoi valori e concetti, come delle sue strategie comunicative e delle sue tecniche relazionali, umanizza le persone e i rapporti, adegua l'agire a valori e fini che sono quelli fondanti la civiltà giuridica, che sono quelli sanciti dalla Costituzione, che sono i valori ed i fini che rendono degna la vita e civile la convivenza.
A tutti andrebbe garantita, fin dalle scuole di base, la conoscenza e la formazione alla nonviolenza; ebbene, che si cominci intanto a mettere questo patrimonio di risorse a disposizione almeno di chi, per il lavoro che svolge, più ne ha bisogno.
Che le istituzioni democratiche si adoperino affinché proprio nelle situazioni in cui di contrastare la violenza si tratta, si abbia a disposizione la ricchezza di strumenti teorici e pratici che la nonviolenza offre.
Signor Ministro,
le saremmo grati se, preferendo riconoscersi nella Costituzione della Repubblica Italiana e nella civiltà giuridica, anziché nelle correnti obbrobriose ideologie della violenza, del deliro, della barbarie, lei volesse prendere in considerazione tale proposta e farne oggetto di un intervento operativo in forma o di decreto, o di disegno di legge da proporre con la maggior tempestività all'organo legislativo.
Distinti saluti,
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo Viterbo, 25 luglio 2000

Allegato 3. Testo della lettera a vari parlamentari di un anno fa, 24 luglio 2000

Una proposta di legge per stabilire che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza sia educato e addestrato ai valori ed alle tecniche della nonviolenza

Cari amici ed egregi signori,
con questa lettera aperta vi formuliamo la proposta di voler promuovere, d' intesa con gli altri parlamentari a ciò disponibili, una proposta di legge finalizzata a stabilire che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza, all'attività di repressione del crimine, all'intervento delle istituzioni in situazioni di conflitto e di crisi, abbia nel suo curriculum formativo lo studio dei valori e delle esperienze della nonviolenza, e l' addestramento all'uso delle strategie e delle tecniche della nonviolenza.
Già mesi addietro, in una lettera inviata ad alcune figure istituzionali locali, proponevamo ad esse "di voler promuovere un corso di formazione ai valori ed alle tecniche della nonviolenza per tutto il personale preposto alla pubblica sicurezza".
E già colà chiarivamo che "la nonviolenza non è passività, ma contrasto efficace ed opposizione integrale alla violenza; e le sue specifiche tecniche comunicative, di accostamento psicologico, di interpretazione sociologica e di intervento sociale, costituiscono strumenti sia di formazione morale e intellettuale di se stessi, sia di interazione adeguata e costruttiva con gli altri; particolarmente in situazioni di conflitto, di tensione e di crisi le tecniche della nonviolenza sono di grandissima utilità, e pressoché insostituibili.
E' evidente la necessità che particolarmente coloro che svolgono il delicatissimo e difficilissimo compito di contrastare crimine e violenza, di promuovere e difendere con la legalità la serenità e il benessere di tutti, devono avere conoscenze e capacità tali da saper intervenire adeguatamente in primo luogo in aiuto di chi è in difficoltà.
Conoscere le tecniche della nonviolenza, ed essere addestrati al loro uso, significa avere a disposizione una strumentazione interpretativa ed operativa di grande valore ed efficacia.
Contrastare la violenza significa contrastare effettivamente ed efficacemente il crimine (che sulla violenza si fonda), significa altresì garantire autentica sicurezza, che solo può nascere dal rispetto più scrupoloso dei diritti della persona, di ogni persona, dal rispetto e dalla promozione della dignità umana, dall'aiuto a chi di aiuto ha bisogno".
E' nostra ferma convinzione che la conoscenza della nonviolenza, dei suoi valori, delle sue tecniche, delle sue strategie di intervento comunicativo, sociale, solidale e umanizzante, sia indispensabile per ogni operatore pubblico e soprattutto per quelli addetti alla sicurezza ed alla protezione dei diritti.
Naturalmente non si tratta di "convertire" delle persone, bensì:
- in primo luogo, di mettere a disposizione strumenti interpretativi ed operativi adeguati per agire in modo costantemente legale, efficace e rispettoso della dignità umana nello svolgimento delle proprie mansioni;
- in secondo luogo, di fornire agli operatori addetti al controllo del territorio ed alla protezione dei diritti, un quadro di riferimento categoriale ed applicativo coerente con la Costituzione, e quindi con la fonte stessa della legalità nel nostro paese; e con la Dichiarazione universale dei diritti umani, che costituisce un comune orizzonte di riferimento per le codificazioni giuridiche e le prassi amministrative dei paesi democratici;
- in terzo luogo, di offrire un'occasione di riflessione sulle dinamiche relazionali e sulle strategie operative e cooperative nel rapporto interpersonale e particolarmente nel conflitto con la persona o le persone nei cui confronti si interviene e con cui quindi si interagisce;
- in quarto luogo di mettere a disposizione indicazioni utili ad un approfondimento delle problematiche non solo giuridiche, procedurali, amministrative e tecniche, ma anche psicologiche, sociologiche, comunicative e antropologico-culturali connesse ed implicate dall'attività che si svolge.
I valori teoretici, le strategie d'intervento e le tecniche operative della nonviolenza, e quindi l'educazione e l'addestramento ad essi ed esse, costituiscono una opportunità formativa che a nostro parere sarebbe necessario ed urgente che entrasse nel bagaglio di conoscenze, nei curricula studiorum e nell'addestramento di tutti gli operatori addetti alla sicurezza
pubblica.
Vi saremmo assai grati se voleste prendere in considerazione questa proposta, e -qualora la riteneste persuasiva ed opportuna- se voleste impegnarvi per tradurla in una proposta di legge o in altro atto legislativo equipollente.
Con i migliori auguri di buon lavoro, distinti saluti,
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo Viterbo, 24 luglio 2000

Allegato 4. Breve notizia sul responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Peppe Sini e' dagli anni settanta il responsabile del "centro di ricerca per la pace" di Viterbo. E' stato apprezzato pubblico amministratore comunale e provinciale. Nel 1987 ha coordinato per l'Italia la campagna di solidarieta' con Nelson Mandela allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Ha organizzato e presieduto nel 1987 il primo convegno nazionale dedicato alla figura e all'opera di Primo Levi, con l'autorizzazione dei familiari. Ha tenuto corsi di educazione alla pace in alcune scuole medie superiori, presso enti di servizio civile, istituzioni ed associazioni. Autore di varie pubblicazioni particolarmente sui temi della pace e della nonviolenza. E' direttore responsabile del notiziario
quotidiano telematico "La nonviolenza e' in cammino".


Pax Christi e la scelta nonviolenta

di Sergio Paronetto

La scelta della nonviolenza.

Contemporaneamente alla protesta più ferma contro il comportamento del governo e di alcuni settori delle forze di polizia in occasione del vertice G8 di Genova, intendo partecipare anch’io a una riflessione più ampia sul popolo di Seattle. Non vorrei più chiamarlo così (l’espressione è datata, usurata, ormai ambigua).
Propongo tre varianti:
o popolo di Porto Alegre (cantiere aperto di proposte qualificanti sui grandi problemi dell’umanità);
o popolo delle Nazioni Unite, evidenziando una cittadinanza universale in collegamento con le iniziative dell’ “ONU dei popoli”, previste nel prossimo ottobre a Perugia e ad Assisi;
o, semplicemente, popolo della pace basato sulla limpida denuncia di ogni tipo di violenza e orientato alla scelta alternativa e rivoluzionaria della totale e globale nonviolenza.
Pochi giorni prima di essere ucciso, M.Luther King esclamava preoccupato e sofferente: “Non è più questione di scegliere tra violenza e nonviolenza. Si tratta di scegliere: o nonviolenza o non esistenza”.

1. So bene che a Genova la situazione era complessa e rischiosa. Il compito del “Genoa Social Forum” era arduo, difficilissimo. Gridare “abbiamo vinto” al termine della marcia finale era comprensibile ma è stata una forzatura. Un modo, forse, per consolarsi, per farsi coraggio. Forse, era meglio dire: “abbiamo resistito”, “continueremo”, “ce la faremo”…
Qualcuno (tra questi “Pax Christi” e “Rete Lilliput”) ha lanciato l’idea di non fare il corteo finale. Era un’ipotesi dignitosa come altre. I più “duri” l’hanno intesa come una forma di cedimento o di sconfitta. Forse era meglio fare il corteo dato il numero straripante di persone (che le televisioni non hanno documentato). Ma chi può dire con certezza quale sarebbe stato l’impatto di un grande “urlo silenzioso” di protesta? Di una manifestazione distribuita su più piazze o a semicerchio, seduti e silenziosi? Perché solo un corteo è segno di “forza”? Il movimento della pace italiano, a mio parere, deve riscoprire o valorizzare di più l’importanza del silenzio operoso o, per i credenti, della preghiera. Perché valutare quest’ultima come una fuga e non come gesto debole-potente di partecipazione? Le iniziative di contemplazione organizzate a Genova, a Verona, in molti monasteri e chiese durante il G8 sono state tra le più belle e fresche novità del popolo della pace.

2. Il movimento italiano per la pace ha fatto molto. Sta facendo molto. E’ cresciuto. E’ diventato un soggetto plurale e autonomo. Occorre, però, riconoscere che esce da Genova ferito e umiliato, sia (soprattutto) perché è morta una persona, sia perché si sono scatenate violenze di vario tipo che hanno oscurato le ragioni della protesta e della proposta.
Tali ragioni sono state anticipate dall’incontro delle associazioni cattoliche, dal forum delle forze sindacali, dal GSF nelle piazze tematiche, dal progetto Lilliput. Parte della stampa le ha accompagnate e rilanciate. Molto, purtroppo, è stato oscurato. Le responsabilità sono molteplici. E’ giusto denunciare il governo o i comandi delle forze dell’ordine-disordine. Bisogna continuare a farlo.
Raccogliere le testimonianze. E’ accaduto qualcosa di orribile. Eviterei, comunque, generalizzazioni qualunquistiche perché i poliziotti e i carabinieri, per quanto male guidati od ospitanti frange estremiste “di tipo fascista”, non sono “assassini” o “nemici”.
Anni fa, uno spietato accusatore del “palazzo” reazionario e corrotto, come Pier Paolo Pasolini (ricordato dal padre di Giuliani), ammoniva i contestatori che la polizia, nonostante tutto, è composta di lavoratori e di cittadini come coloro che manifestano.

3. A mio avviso, è bene affrontare con calma le ombre o la “zona grigia” presente in grandi incontri come quello di Genova. La difficoltà di crescita del movimento per la pace riguarda anche il modo di pensare-agire di alcuni “pacifisti” o “antiglobalizzatori”. Per me, i due termini sono ambigui. Il primo appare generico e approssimativo. Il secondo é schematico e deviante rispetto la qualità dell’impegno “globalizzante” del popolo della pace,
che opera per la globalizzazione dei diritti, della giustizia e della solidarietà.
Pur riconoscendo che il GSF ha fatto molto di buono, penso ci sia stato un difetto iniziale proveniente da coloro che si sono proposti prima di “bloccare il G8” e poi di “violare la zona rossa”.
L’enfasi riguardante tali obiettivi, accompagnata dalla famigerata “dichiarazione di guerra” delle tute bianche, ha modificato l’ordine delle priorità. L’attenzione, complici i mass media alimentati dagli “esibizionisti”, è stata spostata lontano dai grandi problemi della fame, delle guerre e dell’ingiustizia nel mondo. Si era in attesa di possibili incidenti.
Giustificare operazioni paramilitari di questo tipo in nome dei poveri del mondo vuol dire possedere un’enorme presunzione. Per me, è stato un grave errore di provincialismo. Si è mescolato un problema di agibilità urbana, teoricamente giusto ma in quell’occasione secondario, con i temi internazionali fondamentali. Questioni che avrebbero dovuto avere la massima visibilità propositiva si sono ridotte alla necessità di conquistare qualche metro nella zona rossa.
I temi della globalizzazione non possono essere affidati alla toponomastica urbana, alla rivendicazione di spazi. Per un operatore di pace, i “territori” da contendere non sono quelli delle cartografie ma i supermercati, le banche, l’informazione, la formazione, i tribunali… In una parola, la vita quotidiana. Lo stile di vita. Michele Serra ha osservato che gli scontrini contano più degli scontri. Dando troppo spazio ai riti simbolici del “blocco” o della “violazione”, molti sono stati imbrigliati nella trappola virtuale dell’allarmismo mediatico. Sono, così, caduti nella rete tesa da una politica governativa insofferente di critiche e pronta a screditare il movimento, a ritenerlo complice delle tute nere o di altri gruppi paramilitari.

4. So bene che in certe occasioni è difficile calibrare le parole. Noto, però, che il linguaggio di alcuni sedicenti “pacifisti” è cupo, gladiatorio, militarizzato. Quasi sempre ultimativo, eccitato.
Alcuni vivono, per così dire, un orgasmo da scontro. Lo cercano. Mimano la guerra o la rivoluzione armata.
Desiderano il “martirio”. E’ una logica tipica dell’estrema destra radicale, politica o esoterica. Il mito del guerriero è duro a morire. Cresce in luoghi diversi, uguali e contrari. Può contagiare persone miti e generose. A volte, nel clima teso di alcune grosse manifestazioni, i partecipanti ritengono secondaria la presenza dei “microviolenti” disposti a usare sassi, bastoni, scudi, o a fare un po’ di guerriglia urbana. Pur dissentendo o denunciando il fatto, qualcuno pensa che si tratti di “compagni che sbagliano”. E’ un abbaglio! I violenti (ai margini o infiltrati nei cortei) sono pericolosi avversari del movimento per la pace. Lo umiliano. Lo sgretolano. Lo screditano. E’ per questo che, a volte, vengono lasciati fare o sono manipolati. E’ una storia vecchia. Il modo migliore per eliminare o indebolire un soggetto politico “alternativo” è quello di minarlo dall’interno, usando parole d’ordine condivise. E’ quello di portarlo al degrado e al suicidio. Condivido l’allarme di Susan George in riferimento alle violenze di Goteborg e di Genova: “ne ho abbastanza di questi gruppi che arrivano nelle
manifestazioni per distruggere…; ne ho abbastanza di questi teppisti e temo che se si continua a lasciarli fare finiranno per distruggere il movimento: la più bella speranza politica da trent’anni a questa parte…
Il movimento che lotta per una globalizzazione diversa è in pericolo…Non potrà più andare avanti allo stesso modo…Noi, la immensa maggioranza che avanza proposte serie, noi che crediamo fermamente che un altro mondo è possibile, dobbiamo agire responsabilmente…Dovremo trovare nuovi percorsi democratici per portare avanti la lotta” (“Azione nonviolenta”, n.7, 2001 e lettera e-mail del 26.7).

5. Cerco di precisare ulteriormente. Scrive Luca Casarini: “lanciare i sassi per fermare un inferno mi sembra legittimo”(“La Repubblica” 23.7.2001). La frase è un misto di ingenuità e di irresponsabilità. Rivela disponibilità a usare o tollerare la violenza. Casarini e altri si appellano, tra l’altro, alla “legittima difesa” senza rendersi conto che usano proprio l’argomentazione di coloro che preparano le guerre o la corsa agli armamenti. Sono complici-vittima della logica dello scontro. Chi giustifica i “microviolenti” ripete frasi solo apparentemente sensate come: “la vera violenza è quella dei potenti”, “ci sono violenze più grandi”, “il mondo è pieno di violenza”. A mio parere, tali espressioni sono pericolosissime. Chi pensa così non si rende conto che la violenza fa sempre il gioco dei potenti. Le cosiddette “microviolenze” rafforzano le “macroviolenze”. Le imitano. Le riproducono. Le riciclano. Le occultano. Le giustificano. Accreditano chi le compie, indisturbato, capace di presentarsi come benefattore o salvatore. Salvo casi rari, la violenza corrompe ogni fine cui venga subordinata.
Appartiene alla notte della democrazia. Alla preistoria, ancora in atto, dell’umanità.
Le “microviolenze” sono figlie e complici delle grandi violenze. Sono la loro clonazione. Bisogna dire con fermezza che anche la “microviolenza” è sempre cattiva. Un sasso, un bastone, un oggetto lanciato possono ammazzare. Non colpiscono il capitalismo, l’imperialismo, ma un essere umano, una persona. Il suo diritto alla vita. Oltre che cattiva, la “microviolenza” è stupida, ingenua, controproducente. Dà anche spazio alla repressione.
Giustamente Curzio Maltese osserva che “l’estremismo è il primo alleato del manganello, l’inevitabile utile idiota di ogni svolta autoritaria” (“La Repubblica” 23.7). “Nulla è più gradito ai padroni del mondo -osserva a sua volta Enrico Peyretti (“Adista” 28, 9.4.2001)- che le manifestazioni contrarie in forma violenta. Esse permettono agli oppressori di apparire oppressi, quindi sono uno stupido regalo fatto ai padroni da rivoluzionari ingenui, complici per ignoranza e superficialità, succubi della stessa cultura dei loro avversari, perciò profondamente sconfitti”.

6. La sconfitta è, soprattutto, umana. Chi sottovaluta il peso avvilente e degradante delle violenze o le vede come un fenomeno “normale” del mondo moderno, per quanto protesti o gridi, è sull’orlo della resa. Sta cadendo nella disperazione.
Sta incubando il cinismo. Il popolo della pace deve esprimere in tutti i modi la sua radicale estraneità, il suo irriducibile antagonismo nei confronti di ogni forma di violenza. La violenza è male perché è disumana. Crea una spirale autodistruttiva nella persona e nella società. Si basa sull’automatismo botta-risposta, amico-nemico, occhio per occhio. Ci ingabbia in un meccanismo che paralizza il piacere di vivere e blocca ogni energia vitale. Ci inchioda in una coazione a ripetere che Fromm chiamerebbe “necrofilia”. La nonviolenza, invece, rappresenta la “biofilia” operosa. Una forma di sanità mentale. Il libero civile dispiegarsi del piacere di vivere. La gioia di comunicare. La fiducia nella possibilità di costruire rapporti liberi, giusti e fraterni. La ricerca della convivialità. Una novità di vita che il cristiano può intendere come icona della Trinità, annuncio della Resurrezione, fuoco della Pentecoste.

Dopo il G8, il movimento per la pace può agire in tal senso opponendosi al progetto necrofilo dello scudo spaziale al quale Berlusconi, mettendo da parte il dibattito parlamentare, la Costituzione e il futuro dell’Europa, ha dato l’appoggio. Occorre denunciare quest’ultima grande violenza, immensa ingiustizia verso i poveri, con la forza fresca e coraggiosa dell’amore che trasforma.
Nonviolenza come forza dell’amore, proclamava Luther King, negli anni ’60, nel vivo della polemica contro i metodi del “Black power” che, a suo parere, stava imitando i valori più spregevoli, brutali e incivili della società americana:
“Sono stanco della violenza, ne ho vista troppa; ho visto un tale odio sui volti di troppi sceriffi del sud! Non intendo lasciare che sia l’oppressore a prescrivermi il metodo che devo usare. Non intendo abbassarmi al suo livello; voglio elevarmi a un livello superiore. Noi abbiamo un potere che non si trova nelle bottiglie molotov… L’umanità si aspetta qualcosa di diverso dalla cieca imitazione del passato. Non potrebbe darsi che l’uomo nuovo di cui il mondo ha bisogno fosse l’uomo nonviolento?… La vita può diventare una serie continua di sogni infranti... Io però riesco a sentire una voce che grida: forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. E’ bene che tu ci provi (M.L.King, Autobiografia, a cura di C. Carson).
In questo cammino mezzi e fini s’intrecciano.
Se vuoi la pace (shalom) prepara la pace. Anzi, non c’è nessuna via per la pace. La pace è la via. I contenuti dell’azione sono importanti. Ma il primo contenuto è la pace. E’ bene continuare a provarci.

Sergio Paronetto - Verona 29 luglio 2001

(Pax Christi, c/o C.M.D.)


Riflessione in 9 punti dopo Genova

Di Enrico Peyretti


Dopo la tragedia di Genova

Dopo la tragedia di Genova, proviamo a riflettere. Di tragedia si è trattato, e di nessuna vittoria, anche se rimangono delle possibilità preziose, da curare e sviluppare. Tragedia, perché quando la violenza si scatena, tutti ne rimaniamo sporcati, degradati. La violenza nasce dalla stupidità ignorante, dalla paura, ma anche da dosi di odio presenti nel corpo sociale, e sempre genera paura, ignoranza e odio. L'odio è il male maggiore che possa arrivare ad un popolo. Un male peggiore della morte, perché dalla morte può venire anche vita, ma la vita nell'odio è soltanto morte. La violenza di pochi offende e avvilisce tutti, e può contaminare molti. Questa violenza viene da uomini-pietra e pietrifica anche le vittime, se non hanno immense risorse umane. Il vero principale problema dei fatti di Genova è questo: le risorse umane profonde e solide. Le altre considerazioni sono successive.
Anzitutto, la parola va data alla verità del dolore. Da Alessandria, persone generose che hanno accolto e curato i rilasciati dal carcere, italiani e stranieri, in aperta campagna, senza sapere dove si trovassero, raccontano: «Le botte le hanno prese tutte nella caserma di Bolzaneto: ragazzi e ragazze. Le costole rotte, le caviglie gonfie e doloranti, i lividi sul corpo, i colpi alla testa sono frutti del dopo arresto. In piedi per sedici diciotto ore con le mani legate dietro la schiena, faccia al muro costretti ad orinarsi nei pantaloni, gambe divaricate, colpi nei testicoli, se cedevano le gambe e ti chinavi botte e spruzzate di prodotti urticanti sul viso. Le ragazze nude costrette a far flessioni, insultate in modo ignobile dai poliziotti che dichiaravano di aver finalmente visto come è fatta una puttana comunista nuda, a chi ha avuto un conato di vomito è stato passato il viso sul pavimento per farglielo leccare. In quelle condizioni costretti a cantare "viva il duce" e canti inneggianti al fascismo, ben conosciuti da quei poliziotti; forzatamente venivano costretti a passare le loro mani su zaini ed altri oggetti (armi improprie) perché rimanessero le loro impronte.
Questo era già successo quando sulle auto (spesso non riconoscibili) che li portavano alle caserme, con le mani legate dietro la schiena, la testa abbassata i ragazzi si sentivano passare fra le mani vari oggetti». Basti questa testimonianza, tra le centinaia disponibili (io ne ho ricevute più di quattrocento), a dire la vergogna d'Italia. Che ci siano anche solo alcuni poliziotti fascisti, cioè dediti al culto della forza bruta, mentre hanno la forza soltanto per difendere il diritto, e che ministri della Repubblica li difendano pregiudizialmente, questa è la vergogna e la sconfitta d'Italia. Aveva ragione chi segnalava il pericolo civile delle forze oggi al governo. Era dal tempo del fascismo che non avvenivano energiche manifestazioni sotto le nostre ambasciate nel mondo, come sono avvenute ora, a vergogna d'Italia.

1 - Il movimento anti-globalizzazione non è contro l'unificazione del mondo umano. Il movimento stesso è mondiale: internazionale, interculturale, intergenerazionale, altruista. È contro una mondializzazione iniqua, nella quale cresce la ricchezza e cresce l'ingiustizia. Bush e Berlusconi, quando dicono che chi è contro la globalizzazione è contro i poveri, sono impudenti spacciatori di notizie false. Se guardiamo le cifre, le "provvidenze" prese dagli 8 ricchi per i popoli poveri sono briciole offensive e sprezzanti, polvere negli occhi.

2 - Il movimento non è soltanto negativo. La sua ossatura valida è costituita da esperienze in atto, seppure germinali, di economia alternativa, solidale, che stanno maturando in espressioni teoriche e politiche.

3 - Lo spettacolo osceno della violenza strutturale nell'economia e nel governo del mondo, assunto abusivamente dai più forti contro le legittime istituzioni cosmopolitiche, quale è l'Onu esautorata, muove all'indignazione e alla collera anche correnti sprovvedute sul piano morale e culturale, e ineducate all'azione costruttiva politica. Ad esse si aggiungono frazioni piccole ma accanite, della destra internazionale mortifera, di cultura puramente violenta, che si esprimono soltanto nella distruzione, non senza che il cinismo del potere le utilizzi, come è avvenuto chiaramente a Genova, al fine di criminalizzare tutta la protesta.

4 - Purtroppo, i tragici fatti di Genova dimostrano che aveva ragione chi chiedeva una netta separazione, proclamata e praticata, tra le forme di protesta decise o disponibili alla violenza, e le forme seriamente nonviolente. Pensiamo e scriviamo "nonviolenza" in parola unica per dirne la grande valenza positiva, non di pura e insufficiente astensione dal dare inizio alla violenza, come quando si pensa e si scrive l'espressione in due parole ("non violenza"), pura negazione relativa e transitoria. La nonviolenza in quel significato positivo, attivo, costruttivo, è radicalmente alternativa anzitutto alla prima e maggiore violenza, quella strutturale dell'ingiustizia sistematica, poi anche alla violenza fisica, materiale, interiorizzata nella rabbia di chi protesta unicamente o principalmente in modo negativo e distruttivo. Chi fa così imita, riproduce e addirittura giustifica la maggiore violenza strutturale, regalando agli oppressori (e ai loro strumenti umani, le polizie) la possibilità di apparire oppressi agli occhi dell'opinione pubblica più condizionata, ma anche giustamente offesa per azioni distruttive a danno non certo dei potenti, ma di terzi incolpevoli. Questo risultato è stato, di fatto o volontariamente, lo scopo di quelle componenti deteriori dell'agitazione, nemiche del movimento per la giustizia, che a Genova sono state le "tute nere". I governi, specialmente quello italiano ospitante, che oggi, anche nelle democrazie, sono governati dai potentati economici incontrollati, hanno fatto proprio, o hanno addirittura predisposto, questo risultato infame.

5 - La richiesta di netta separazione tra violenti e nonviolenti, avanzata nel movimento stesso da molti mesi, era stata malintesa da buona parte del movimento composito, come se fosse una discriminazione tra buoni e cattivi, una divisione tra alleati con lo stesso obiettivo. Ci sono i testi scritti di quel dibattito in posta elettronica. Sta qui la grave debolezza o ambiguità del Genoa Social Forum, dove pure tanto generoso impegno è stato profuso. La distinzione era assolutamente pratica, non moralistica: non era tra buoni e cattivi, ma tra effettivi alleati della violenza strutturale (i manifestanti violenti, che facevano "dichiarazioni di guerra", rimangiate l' indomani, senza alcuna credibilità) e veri avversari alternativi alla violenza strutturale (i manifestanti positivamente nonviolenti). L'alternativa chiara andava difesa come primo obiettivo, e l'alternativa era la nonviolenza pura. E' stata una grave ingenuità (generosa, ma sbagliata) credere di potere condurre un'azione comune senza questa chiarezza.

6 - Il rifiuto di operare quella distinzione essenziale per la lotta giusta ha dato luogo all'ambiguità della posizione mediana e mediatrice tra gli estremi, violento l'uno, nonviolento l'altro. Questa ambiguità deve ora essere oggetto di seria meditazione e di un lungo lavoro di ricostruzione.
Questa ambiguità ha disorientato e buttato allo sbaraglio tanti generosi manifestanti, specialmente i più giovani, col possibile effetto di scoraggiare e dilapidare il loro fresco impegno, offeso dalla violenza dilagata, o di lasciarli corrompere dal virus della stessa violenza. Molto ambigua era la posizione delle "tute bianche", che volevano l'affrontamento fisico, l'invasione della "zona rossa", il blocco dei lavori dei G8, e dicevano di volerlo fare senza violenza, pur sapendo di provocare una reazione violenta, dalla quale si sarebbero "difese". Questa azione veniva chiamata "disobbedienza civile", ignorando che l'autentica disobbedienza civile, e non la semplice provocazione, richiede alcune ardue qualità: la grande forza di sopportare tutte le conseguenze (come Socrate, Tommaso Moro, Gandhi, Franz Jägerstätter) ; il coraggio di dimostrare con l'«arma umana della sofferenza» (Gandhi) di essere liberi anche dalla violenza di risposta; la capacità di smascherare in tal modo l'ingiustizia della legge ingiusta e la violenza che la difende. Ma questa forza, coraggio e capacità
non si improvvisano e non c'erano nella maggioranza dei manifestanti, pur i meglio intenzionati, pur preparati come mai prima in nessun'altra manifestazione così grande. Ci sono stati in casi preziosi per sperare, come quello riferito dall'Ansa nel dispaccio che riportiamo qui sotto, e chissà
in quanti altri rimasti ignoti. Tra quei quindici c'erano alcuni nostri amici ed un redattore de il foglio. Solo l'Unità ha riferito l'episodio con la massima evidenza.

(ANSA) - GENOVA, 20 LUG - «Devo ringraziare quei quindici che si sono messi in ginocchio e ci hanno salvato». A parlare è un poliziotto. Esprime gratitudine nei confronti di un gruppo di pacifisti che, all'arrivo del corteo degli anarchici [si tratta delle "tute nere"], si sono inginocchiati in fondo a Via Palestro, davanti allo schieramento dei poliziotti, invitando il gruppo a fermarsi. Si era appena conclusa la manifestazione pacifica e colorata degli ambientalisti e della Rete Lilliput partita da Piazza Manin. Il corteo si era sciolto, dopo le azioni simboliche davanti alla grata di protezione alla zona rossa di Via Assarotti, e una parte dei manifestanti si era riversata su piazza Marsala per un sit-in. «Toglietevi il casco» ripetevano i giovani all'indirizzo dei poliziotti in assetto antisommossa. Gianluca, 21 anni, ha raccolto l'invito e subito dopo tutti gli altri lo hanno seguito. A quel punto una ragazza entusiasta si è alzata ed è andata ad abbracciare il poliziotto. «Noi ci siamo tolti il casco - dice un altro poliziotto - e loro ci hanno dimostrato solidarietà. Gli anarchici di fronte a loro hanno desistito».

7 - Tuttavia, nonostante quelle carenze e ambiguità, la preparazione e lo svolgimento delle giornate di Genova, compresi i momenti di convegno, hanno promosso una riflessione, sebbene ancora incompiuta, sull'alternativa tra violenza e nonviolenza, essenziale e preliminare alla ricerca della giustizia coi mezzi della giustizia, gli unici mezzi che possono avvicinare a quel fine. Questa riflessione, imposta ulteriormente dai fatti, che hanno rivelato tanto il fascino nero della violenza sbrigativa, quanto i suoi effetti degradanti, va ora continuata e approfondita, affinché gli errori e i dolori di Genova non siano arrivati invano. Bisogna aprire un dialogo serio e paziente, meditato e senza pregiudizi, tra le componenti del movimento qualificate in senso nonviolento, e tutte le altre, fino a quelle più esposte al mito disumano della violenza. Assai difficile, o impossibile, sarà tentare il dialogo coi gruppi violenti per tradizione ideologica nazi-fascista. Ma con le singole persone disorientate, il dialogo e l' esempio incoraggiante sono sempre possibili. L'umanità è la sostanza ricuperabile di ogni persona. Ma le idee non sono tutte rispettabili: il culto della violenza non è rispettabile.

8 - La forza pubblica, in troppi dei suoi agenti, non ha saputo e probabilmente - troppi segni lo indicano - non ha voluto separare violenti, non-violenti, e nonviolenti, ma ha colpito in modo pesante e indiscriminato, sia che fosse diretta o coperta politicamente in tal senso, sia perché ineducata e abbandonata nell'incapacità inammissibile di distinguere la protesta legittima da quella illegittima, la propria azione legittima da quella illegittima, l'uso della forza giusta e minima dalla violenza. L' effetto, visto in tv da tutti, dell'uso violento e brutale, persino omicida, della forza pubblica, che è giustificata soltanto dalla difesa dei diritti, è di una immensa gravità civile. Lo stato nemico dei cittadini che dissentono è il peggiore degli stati. La democrazia non è il calcolo dei voti nell'urna: questo è soltanto uno strumento indispensabile ma formale.
La democrazia consiste nella difesa e realizzazione dei diritti umani, tra i quali c'è la manifestazione del dissenso senza violenza. I colpiti dalla polizia e dai carabinieri a Genova non erano violenti, se non forse pochissimi. I grandi violenti non sono stati colpiti, ma lasciati liberi di distruggere, se non portati sul posto a questo scopo, come molti hanno visto. Quando Berlusconi ha accusato di violenza tutti i manifestanti senza distinzione, si è dimostrato, anche sul piano dei più elementari valori civili, oltre che nell'etica economica, quell'affarista «inadatto a governare» un paese civile. La destra della maggioranza che, con la durezza di Fini, ha voluto difendere contro l'evidenza tutto l'operato della forza pubblica, ha manifestato la sua idea di stato, profondamente antidemocratica, inaccettabile. Le forze politiche del centro-sinistra sono state deboli, esitanti, incapaci di capire tutto il valore del movimento per la giustizia, tentando poi di aggregarsi, ma da lungo tempo notoriamente senza lucidità di giudizio sulla violenza neoliberista. Rifondazione è stata presente. Ma tutto il sistema dei partiti non è culturalmente adeguato al fenomeno in corso: o non lo capisce, o cerca di utilizzarlo. Specialmente sulla necessaria opzione nonviolenta assoluta, perché la politica sia umana, tutta la classe politica, da destra a sinistra, è pressoché analfabeta. Il lavoro da fare è immenso.

9 - L'esito cruento e deformato delle manifestazioni genovesi dà ragione, purtroppo, a chi, prevedendolo e temendolo, aveva organizzato in molte città maggiori e minori (Torino, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara, Cuneo, Pinerolo, ed altre che ora mi sfuggono) manifestazioni all'insegna di "Non solo a Genova" e di "Parliamo a tutti, non solo ai G8". Tali manifestazioni si sono svolte non solo senza fare né patire violenza, ma producendo argomenti e segni di denuncia e di critica propositiva attraverso l'immagine e il gesto totalmente non-aggressivo, strutturalmente nonviolento, quale è il cammino in fila indiana, portando cartelli sul corpo, non su aste, e distribuendo volantini esplicativi. Questo tipo di manifestazione, camminando sui marciapiedi, rispettando i semafori, non disturbando i passanti, instaura una comunicazione mite e razionale con molti cittadini, che manca ad ogni corteo di massa. A Torino vi hanno partecipato, sabato 21 luglio, da 300 a 500 persone, confluite da tre diverse file indiane, ciascuna di almeno cento persone (non è difficile contarsi così in fila), partite dalla semi-periferia, a qualche chilometro dal centro, percorrendo le vie più popolate. (Ma, l'indomani, Repubblica ha parlato di un centinaio di presenti, e La Stampa di cortei "mini", di quaranta persone ciascuno!. diventate però 300 in piazza Castello). Ciò che conta è che diversi passanti hanno osservato: «Non come a Genova!». E sbagliavano, perché di Genova avevano saputo solo il brutto, e non la realtà della grandissima maggioranza serena e propositiva. L'informazione corrente giustamente ha fatto eco alla tragedia, ma, nella sua cronica sordità a ciò che più importa, ingiustamente ha trascurato il segnale della forza mite di chi porta le ragioni della giustizia. Questo tipo di informazione ha ingannato molti italiani più sprovveduti, facendo credere che a Genova si siano affrontate due violenze pari, oppure addirittura che i dimostranti abbiano meritato i colpi ricevuti.

10 - Infine, il giudizio sulle violenze, tutte in pratica contro lo sviluppo di un movimento per la giustizia mondiale, non deve dimenticare che la violenza più radicata e più grave è l'ingiustizia strutturale. Anche la protesta più scomposta e violenta, e quindi stupida e complice, è generata da quella violenza più vasta e profonda, più invisibile e rispettata, più giustificata e accettata, più mascherata e falsificatrice, più attrezzata e spregiudicata nel difendersi. La vera azione per la giustizia comincia e continua soltanto con i mezzi della giustizia, quindi nella ricerca rigorosa, personale e collettiva, della forza nonviolenta, che è la "forza vera" (satyagraha), la forza umana, creativa, coraggiosa, liberante. Tutta la politica, quella delle istituzioni, e quella dei movimenti oltre le
istituzioni, deve emanciparsi dal mito superstizioso e dannato della violenza risolutiva, e imparare la politica della nonviolenza, l'unica adeguata ad una convivenza umana.

Enrico Peyretti (1 agosto 2001)



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