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Dopo Genova
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Le profonde ferite di Genova si curano con la nonviolenza

di Mao Valpiana

Non voglio dire nulla dei G8, che hanno concluso il vertice con un niente di fatto. Non voglio dire nulla del "blocco nero", composto da professionisti della guerriglia urbana. Non voglio dire nulla della polizia, delle sue provocazioni, della sua violenza.
Mi interessa, invece, parlare di noi e delle prospettive del movimento di critica alla globalizzazione.
Dopo Seattle, dopo Goteborg, dopo Genova, se il movimento vuole avere un futuro, deve affrontare con chiarezza la questione della nonviolenza. Non solo come parola magica da inserire nelle dichiarazioni di principio, ma come fine e mezzo del proprio agire. Qual era il fine? Impedire ai G8 di riunirsi, o trovare soluzioni per un'economia di giustizia? Le tecniche della nonviolenza non possono essere ridotte a training per parare i colpi della polizia, né basta alzare le mani bianche in alto per fare un'azione nonviolenta. Oggi bisogna ripensare completamente i metodi ormai inadeguati come i mega cortei indistinti che sono stati utilizzati dai teppisti quali paravento per le loro scorribande. Dopo Goteborg era evidente (l'abbiamo detto e scritto) che la manifestazione di massa a Genova non andava fatta, che sarebbe stata una trappola. Abbiamo suggerito (ed organizzato) centinaia di iniziative locali, in tutta Italia, cortei silenziosi in fila indiana (per rappresentare chi non ha voce e per essere visibili con la propria identità): un modo per evitare la globalizzazione del movimento antiglobalizzazione… Ma non siamo stati ascoltati.. All'interno del Genoa Social Forum (GSF) è prevalsa la logica "di massa": tutti uniti sotto la bandiera del no-global (anarchici, comunisti, cattolici, scout, pacifisti, ambientalisti, cobas, tute bianche, missionari, antimperialisti, socialisti rivoluzionari, partiti e sindacati…), pronti ad offrire una prova di forza.
Invece a Genova è stato un massacro, in senso fisico e politico. Tutto prevedibile e previsto.
Troppo facile ora dire che mille delinquenti organizzati hanno impedito a centomila persone pacifiche di manifestare e che la polizia ha fatto il resto. Non basta dissociarsi dalla guerriglia del Black Block; non basta denunciare le violenze delle forze dell'ordine.
Quel che è accaduto a Genova ha radici profonde e mette in evidenza limiti, approssimazioni, ambiguità di un movimento troppo variegato, che ha allargato indistintamente i propri confini.
Per mesi il GSF ha tollerato ed accettato l'obiettivo delle tute bianche: "invadere la zona rossa". Il subcomandante dei centri sociali, promosso sul campo a vice portavoce del GSF, ha farneticato per settimane di "guerra ai G8", ha dichiarato che "l'illegalità diffusa è alla base del cambiamento", ha definito i poliziotti "soldati dell'impero". Il GSF anziché sconfessare le tute bianche ed escluderle dal movimento, ha concesso loro il riconoscimento politico e le ha accettate come parte integrante e prioritaria. Il portavoce dei centri sociali ha conquistato la scena, si è messo sotto i riflettori e davanti alle telecamere: obiettivo raggiunto. Da quel giorno il capo delle tute bianche ha indossato la maschera da buono, dichiarando che loro sarebbero andati ad invadere la zona rossa "solo con i corpi, con gli scudi ma senza bastoni" e avrebbero deposto anche le divise.
Un consumato politico. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Carlo Giuliani, il 23enne morto, ha preso sul serio le parole di sfida e di odio, ha creduto alla guerra contro i G8 e con un estintore voleva colpire un soldato dell'impero. Le parole sono pietre! Tollerare politicamente chi ha enfatizzato gli animi con proclami e addestramenti al corpo a corpo, è stato un errore clamoroso da parte del GSF.
Come è stato un errore mantenere il corteo del 21 luglio dopo la tragedia annunciata del ragazzo morto.
Quando Gandhi assistette a violenze scatenate dall'interno del suo movimento, sospese ogni campagna in atto. La nonviolenza è una cosa seria, che non si improvvisa. E' da irresponsabili convocare migliaia di persone ad una manifestazione politica delicata, senza avere la capacità e gli strumenti per gestirla.
Genova lascia una ferita aperta, che non si può richiudere addossando tutta la colpa alla polizia, né si può esorcizzarla dichiarando "vittoria" perché il G8 è stato ridimensionato, come ha fatto avventatamente il portavoce del GSF. I problemi del movimento sono ben più profondi e tali resteranno finchè non si affronterà seriamente il nodo della nonviolenza. A partire dai contenuti, ancora troppo vaghi e generici per un movimento che si prefigge addirittura lo stravolgimento dei rapporti economici mondiali. Ci vuole ora una pausa di riflessione, una purificazione. Ci vuole un lungo lavoro per creare omogeneità di intenti e di linguaggio, di strategia e di tattica. Un movimento non può fare scorciatoie. Deve crescere lentamente, nella chiarezza. Diversamente si combinano solo guai.
E ancora una volta la nonviolenza è questione centrale.


La trappola della violenza

Di Nanni Salio

Non si scherza e non si gioca con la violenza, neppure in forma verbale o "virtuale", come sarebbe stata, secondo Luigi Manconi, quella delle tute bianche. "Le parole sono pietre", sosteneva giustamente Carlo Levi.
La posta in gioco e' troppo alta, per entrambi gli attori sociali (istituzioni e movimenti), per illudersi che sia possibile affrontare la molteplicita' di conflitti scatenati dai processi di globalizzazione in corso con vecchie formule politiche e di lotta. Occorre cambiare rotta, modificare il nostro stile di vita sia individuale sia collettivo (il modello di sviluppo) per renderli autenticamente equi e sostenibili. Non e' certo un'impresa da poco! L'american way of life e il modello di sviluppo e di economia ad esso sotteso sono largamente condivisi da ampi settori dell'opinione pubblica nei paesi ricchi, dalle elite in quelli poveri e, contraddittoriamente, dallo stile di vita reale di molti degli stessi oppositori.
Rabbia e paura sono due degli ingredienti negativi e pericolosi che sono stati presenti nell'animo e nelle azioni di molti di coloro che hanno dato vita alle manifestazioni del movimento di protesta, da Seattle in poi. Ma la rabbia, contrariamente a quanto sostengono alcuni agitatori politici, e' segno di debolezza, impotenza, ribellismo sterile e conduce facilmente all'insuccesso.
Gli scontri avvenuti a Genova erano abbastanza prevedibili, alimentati tra l'altro da un processo mediatico che ha irresponsabilmente enfatizzato proclami violenti, portando alla ribalta personaggi che ben poco avevano da dire su "quale mondo migliore e' possibile". Con queste premesse, la scelta di indire una grande manifestazione, condotta secondo schemi classici e tradizionali, e' stata alquanto infelice. A maggior ragione se si considera la quasi totale impreparazione nell'assicurare un servizio d'ordine e di interposizione nonviolento che isolasse le frange nichiliste (un cocktail letteralmente esplosivo di tute nere, neonazi e provocatori della polizia).
Dopo la tragedia, le accuse reciproche di violenza rischiano di essere sterili, addirittura ingenue e superficiali.
Non c'e' bisogno di scomodare Pasolini per condannare senza alcuna indulgenza azioni di guerriglia urbana che hanno come obiettivi polizia e carabinieri e che portano con grande probabilita' a risultati tragici. La morte di Carlo Giuliani e' la doppia tragedia di due giovani quasi coetanei provocata da un'assurda e insensata quanto stupida concezione di lotta violenta. Ma e' bene ricordare anche l'episodio, segnalato solo da alcuni giornali, del poliziotto che ha ringraziato pubblicamente quel gruppo di una quindicina di giovani che lo hanno difeso da un assalto delle tute nere, inginocchiandosi e coprendolo con i loro corpi. E' un esempio di nonviolenza attiva, del forte, del coraggioso, che avrebbe dovuto essere praticata da migliaia di persone per impedire le scorribande dei provocatori.
La violenza innesca una spirale perversa. L'abbiamo visto troppe volte, in ogni latitudine e nelle situazioni piu' disparate. Certo, coloro che hanno impartito gli ordini alla polizia, e i poliziotti che li hanno eseguiti, si sono comportati in modo vigliacco utilizzando metodi tipici delle squadracce fasciste. Ma che cosa c'e' di nuovo in tutto cio'? E' il mestiere antico delle armi, degli eserciti e delle polizie di tutto il mondo, sul fronte interno e su quello esterno. Non ci sono solo i "morti di Reggio Emilia" giustamente ricordati da Marco d'Eramo ("Il Manifesto", 24.7.2001), ma anche le recenti incursioni nei centri sociali (Askatasuna a Torino, Leoncavallo a Milano) condotte con lo stesso stile di quelle di Genova. Non dimentichiamoci mai che lo stato moderno si fonda sul monopolio della violenza e che le peggiori atrocita' sono state commesse proprio dalle autorita' statuali nei confronti dei propri concittadini.
La via maestra per spezzare questo circolo vizioso e' quella della nonviolenza attiva. In questi giorni abbiamo sentito molte volte, troppe volte, usare a sproposito questa parola che, come tante altre, rischia di subire un degrado entropico. Non bastano i proclami generici e gli slogan, e tanto meno gli pseudo satyagraha elettorali dei radicali.
Come ci insegna Aldo Capitini, non siamo tanto sciocchi da definirci nonviolenti ma piuttosto "persuasi e amici della nonviolenza", consapevoli del lungo cammino da compiere sul piano individuale, interiore, e su quello collettivo, politico. Ma non partiamo neppure da zero. Proprio l'evento che forse piu' di altri ha contribuito a scatenare le forze, nel bene e nel male, dell'attuale processo di globalizzazione, la "caduta del muro di Berlino", e' il risultato di una serie di lotte nonviolente su larga scala che per la prima volta hanno permesso di cambiare l'assetto internazionale, quasi senza sparare un solo colpo di fucile.
Abbiamo molto da imparare, ma anche qualcosa da insegnare. Il compito di autentici educatori e' fondamentale per evitare di crescere nuove generazioni di nichilisti che teorizzano il "nulla", si autodistruggono e impediscono a tutti noi di affrontare costruttivamente e creativamente i conflitti in una grande opera di apprendimento reciproco della nonviolenza.
Questo percorso non consiste solo nell'acquisizione di competenze tecniche per la trasformazione nonviolenta del conflitto, ma ha anche una grande valenza liberatoria delle nostre soggettivita' e delle nostre potenzialita'.
E' una rivoluzione permanente condotta con il sorriso sulle labbra, all'insegna di una vita piu' semplice esteriormente, ma piu' ricca interiormente e sul piano relazionale. E' cio' che chiedono, a volte inconsapevolmente, bambini e bambine, giovani e meno giovani impegnati in una miriade di piccole esperienze alternative che gia' prefigurano una economia e una societa' nonviolenta. Sta a noi conoscere e valorizzare questo potenziale umano e incanalare positivamente e costruttivamente queste aspirazioni. La nonviolenza e' la sfida del XXI secolo per liberare oppressi e oppressori, vittime e persecutori dalle catene della violenza che li disumanizzano entrambi.



E ora che fare?

Di Pasquale Pugliese

Nonostante il dolore, l'amarezza e la rabbia per quanto avvenuto a Genova nei giorni passati, cerchiamo di non perdere la lucidità e abbozzare una prima analisi per provare a capire il perchè di quanto accaduto, a leggere i nostri errori e a trovare la strada da percorrere adesso.

La trappola

Il Potere da sempre, quando è o si percepisce minacciato, reagisce con la massima violenza di cui è capace: se necessario spara. Lo fa nella maggior parte del mondo, lo ha già fatto anche in Italia e lo farà ancora e, se questo non dovesse bastare, scatanerà la repressione feroce e indiscriminata.
Il potere politico e militare nel nostro paese è in mano ad un governo liberista-mafioso-fascista e, per chi ne aveva qualche dubbio, il comportamento della polizia prima e del suo braccio mass-mediatico poi lo comprova definitivamente.
Questo potere non aspettava altro che l'occasione per poter sfoderare tutta la violenza di cui è capace nei confronti di un movimento solido, vero, dal basso e dalla parte della verità e della giustizia, perciò fortemente minaccioso. Non aspettava altro che qualcuno gliene fornisse l'occasione o, almeno, gli fornisse l'opportunità di crearsi l'occasione.

Se l'occasione immediata è stata data dai criminali neri, sia che fossero sia che non fossero in combutta con la polizia, l'opportunità più profonda è stata data dal clima di tensione che si è venuto a creare ed è montato intorno al vertice dei G8: le botte di Napoli, il ragazzo ferito a Goteborg, l'attenzione mediatica ossessiva su tutto quanto si preparava per Genova, la mobilitazione dell'esercito, l'annuncio dell'arrivo a Genova da parte di coloro - antimperialisti, insurrezionalisti e quant'altro - che non si riconoscevano nelle raccomandazioni del Genoa Social Forum, la farneticante "dichiarazione di guerra" del portavoce delle tute bianche (salvo dichiararsi pacifista all'ultimo minuto, ma qualcuno forse a ventanni l'ha presa sul serio: attenzione, le parole sono pietre e si porta la responsabilità delle loro conseguenze!), il susseguirsi di esplosioni nella settimana del Vertice.
E poi l'illusione, da parte del GSF, di poter tenere insieme - all'insegna del tutti a Genova - ma separate e distinte, in così poco spazio, tutte le forme di testimonianza e azione, dalla preghiera all'assalto alla zona rossa, dalle azioni dirette nonviolente ai vandalismi annunciati: una forma di mobilitazione e contaminazione che ha favorito l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti della barricata, di coloro che sguazzano nel torbido e danno sfogo - in queste occasioni dove si possono confondere nella massa - alla violenza più brutale di cui sonocapaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per neutralizzali.
E' stata una battaglia campale e, come tutte le battaglie giocate sul piano militare, ha avuto la meglio chi ha colpito più ferocemente, più subdolamente, alle spalle e di nascosto.
E i nostri temi e le nostre proposte azzerate dalla violenza.
E' stata una trappola e noi ci siamo cascati. Se ne dovrà parlare ancora, ma adesso bisogna venirne fuori.

La Rete di Liliput

Con i fatti di Genova il movimento emerso a Seattle entra nella fase acuta del conflitto. In Italia, rispetto ad altre fasi storiche di lotta di piazza, questa volta c'è la novità delle Rete di Lilliput: centinaia e centinaia di associazioni - che quotidianamente lavorano sui temi sociali ed ecologici - le quali, riunite nei nodi locali, hanno fatto la scelta della nonviolenza.
La Rete di Lilliput all'interno del movimento di lotta ha, e deve mantenere e rinforazare, un proprio ruolo fondamentale, delicato e insostituibile: quello di percorrere la strada stretta che passa tra l'assenza di conflitto da un lato e il conflitto violento dall'altro (che conduce alla repressione e ad una nuova stabilizzazione) ossia di lavorare alla trasformazione del conflitto in senso nonviolento.
La Rete di Lilliput deve investire le proprie energie per impedire che un conflitto che coinvolge l'umanità e la natura intera venga condotto nel cul de sac dello scontro con la polizia (nel quale il potere vuole condurlo ed ha dimostrato di saperlo fare benissimo); per trovare la via d'uscita dalla polarizzazione tra due soggetti antagonisti (contestatori vs forze dell'ordine) che consente al resto del mondo di rimanere spettatore; per non concedere a nessuno la possibilità di restringere il conflitto ad affare tra noi ed il potere, ma lavorare per estenderlo, generalizzarlo, portarlo tra tutti ,coinvolgendo la gente affinchè cominci, grazie alle nostre azioni, a sentirsi interiormente in conflitto con se stessa ed il proprio stile di vita e di consumo.
Si tratta di trasformare, lentamente ma profondamente, il consenso che sostiene il sistema in dissenso ed il dissenso in azione.

Che fare?

Se questo è il servizio prezioso che la Rete di Lilliput può svolgere è necessario, a mio avviso - soprattutto e urgentemente dopo Genova - compiere alcune scelte strategiche necessarie alla trasformazione nonviolenta del conflitto.
Gli obbiettivi di mantenere la possibilità di agire nelle piazze, di ridurre al massimo la possibilità di degenerazioni violente, di mettere il potere nell'impossibilità - o nella difficoltà estrema - di utilizzare il suo apparato repressivo e di comunicare a più persone contemporaneamente le nostre ragioni, possono essere tenuti insieme oggi, a mio avviso, solo declinando la modalità lillipuziana reticolare, adottata come forma
organizzativa della Rete, anche come strumento di mobilitazione.

A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di azione ormai usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
1) abbandonare la rincorsa dei vertici del potere: uscire dalla subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dalle loro agende, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono i potenti;
2) uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della contemporaneità, delle forme di lotta, adottata dal GSF: le forme che non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione, nell'immaggine, fanno il gioco del potere. Non bisogna manifestare dove manifestano compagni di strada che non condividono le nostre forme.
3) uscire dalla logica delle manifestazioni di massa che, in questa fase, sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul piano, reale o simbolico, della forza e sempre più si trasformano in campi di battaglia, a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il movimento.

Per altro verso, bisogna strutturare una modalità di azione nuova, nonviolenta, lillipuziana, reticolare:
1) creare presso ogni nodo, o insieme di nodi limitrofi, un gruppo di azione nonviolenta GAN (dove sono stati costituiti gruppi di affinità tanto meglio, che non si sciolgano);
2) avviare un programma di formazione per ciascun GAN serio e e approfondito, teorico e pratico, sul metodo nonviolento e sulle sue tecniche;
3) quando sarà completata la formazione, strutturare un' agenda di azioni nonviolente locali concordate e contemporanee su tutto il territorio nazionale, in base alle nostre priorità, di tempi e di temi (per esempio per raggiungere un obbiettivo più avanzato in una campagna di boicottaggio, o per fare un'azione di comunicazione efficace su un tema particolarmente importante, per fare una contestazione capillare e diffusa ecc.).
Questa strategia lillipuziana e nonviolenta può consentire - se attuata con persuasione, preparazione e organizzazione - di portare efficacemente le nostre tematiche sui nostri territori, di comunicare a viso aperto con i nostri concittadini che spesso ci conoscono - conoscono il nostro impegno e lavoro quotidiano - e sanno che non siamo vandali calati da chissà dove, di impedire - visti i numeri ridotti e non trattandosi di manifestazioni ma di azioni dirette condotte da chi le organizza - le infiltrazioni di provocatori (e comunque ci si prepara, eventalmente, per isolarli, escluderli, consegnarli alla polizia o sospendere l'azione), di rendere inutilizzabile l'apparato repressivo del potere sia nella forma violenta che in quella disinformativa, perchè senza alcun alibi e perchè tutto si svolge sotto gli occhi della nostra gente e della stampa dei nostri paesi e città.

Conclusioni

Questa è la strada che avevamo provato ad indicare già ai tempi di Marina di Massa. Allora fu minoritaria. Oggi rinnoviamo l'appello: che almeno la Rete di Lilliput cambi la propria strategia, subito, e indichi una via di azione ai tanti ragazzi che oggi la cercano e sono delusi e frastornati per quanto vissuto o visto a Genova.

Ma già sentiamo i proclami per andare tutti a Roma il 10 novembre.
Devo ricordare che alla Prima assemblea nazionale della Rete di Lilliput era stato formato un gruppo di lavoro per preparare il controvertice e le contestazioni di Genova. Il G8 è finito. Per la Rete di Lilliput non è automatico partecipare ad un Social Forum stabile, non è automatico partecipare alle mobilitazioni che altri hanno posto in agenda. Si tratta di scelte politiche e strategiche che vanno fatte - o non fatte - tutti assieme.
E' tempo di mettere in agenda, prima di ogni decisione, la Seconda assemblea nazionale della Rete di Lilliput.
Presto, per favore.


Rovesciare il punto di vista

Di Angela Marasso


I fatti di Genova sono andati oltre ogni immaginazione.
Nel tentativo di superare l'amarezza, il dolore e la rabbia e a partire dal profondo disagio che sento per le mie, le nostre insufficienze e inadeguatezze provo anch'io a esporre qualche sommesso pensiero.
Ho letto in questi giorni molte riflessioni buttate giu' a caldo e tutte contribuiscono a ricostruire un pezzetto di verita', testimoniano il sentire angosciato di molti, la rabbia e la ribellione al senso di impotenza vissuto in quelle ore, il desiderio di proseguire su strade piu' chiare e sicure.
Credo sia importante non perdere questa complessita' e cercare, con chi generosamente si e' coinvolto piu' da vicino, in particolare con gli amici di Genova che dentro il GSF hanno cercato di proporre percorsi di nonviolenza attiva, di comprendere cosa e' avvenuto e come si puo' rispondere a queste nuove sfide.
Due cose credo vadano sottolineate, in primo luogo.
A Genova, in condizioni difficilissime, 200.000 persone (per stare ai dati ufficiali del Ministero dell'Interno) hanno manifestato pacificamente: poiche' le immagini che abbiamo visto erano solo immagini di distruzione, e' doveroso ribadire che, nonostante la presenza di teppisti e l'azione di gruppi abbagliati da miti militareschi, nonostante provocazioni e durissime repressioni, un tale imponente numero di persone non si e' fatto travolgere dall'esigua minoranza di violenti, ed ha resistito alle cariche indiscriminate della polizia. Straordinario l'episodio del gruppo di dimostranti che si e' interposto tra poliziotti e Black Bloc, riuscendo a far desistere questi ultimi, riportato dall'ANSA e ripreso da "Repubblica".
E' un caso emblematico di trasformazione nonviolenta di una situazione concreta di conflitto, che, mentre riesce a smascherare nel modo piu' limpido chi, utilizzando i manifestanti come scudo, persegue propri scopi, nel contempo, riconoscendo come persona chi svolge una funzione di ordine pubblico, ne depotenzia l'aggressivita'. E' importante ricordarlo, se crediamo che questa sia la sola strada per uscire dall'impotenza, da un lato, e dalla logica della risposta violenta, dall'altro, per mostrare l'efficacia della nonviolenza non solo a chi gia' ne e' persuaso, ma a chi ancora non lo e'.
La seconda cosa che credo vada stigmatizzata e' la brutalita' della reazione repressiva (manifestatasi in particolare nella "spedizione punitiva" notturna negli edifici che accoglievano parte dei manifestanti), che e' preoccupante e indice di un salto di qualita' da non sottovalutare.
Se si puo' ancora comprendere, il che non significa giustificare, come nella tensione di un'azione di piazza possano partire colpi indiscriminati che colpiscono anche manifestanti pacifici ( proprio per questo e' cosi' fondamentale non concedere alcun alibi, alcuna "giustificazione" allo scatenamento della violenza repressiva con il proprio comportamento, ma assumere atteggiamenti idonei a contenere la violenza, da qualsiasi parte provenga), non e' tollerabile, in uno stato di diritto, che si usino metodi squadristici per "punire" i colpevoli. I teppisti andavano individuati, isolati, perseguiti, secondo le regole di un ordinamento che si fonda sul rispetto della persona, qualunque cosa essa abbia fatto. Al di fuori di cio', si va verso una pericolosa deriva autoritaria, che assumera' nuove forme, ma avra' la stessa sostanza di esperienze gia' viste. Come qualcuno ha scritto, "abbiamo gia' dato, grazie".
Detto questo, credo anch'io, come molti hanno scritto in questi giorni, che non si debba sfuggire ad una rigorosa autocritica, perche' e' troppo importante cio' che si sta muovendo, per lasciare che venga soffocato da errori nostri, oltre che da precise strategie di chi ha interesse e volonta' di contrastarne la crescita, la forza, i contenuti, l'efficacia.
Autocritica, e comincio da me, da parte di chi non ha trovato abbastanza tempo ed energie per coinvolgersi piu' direttamente nelle questioni e negli interrogativi scottanti, di metodo e di merito, di organizzazione e di modalita' di mobilitazione; da parte di chi vede solo gli errori degli altri e non i propri; da parte di chi ha risposte troppo sicure, che non mettono mai in discussione le domande... ognuno puo' cercare da se' quali sono i limiti del proprio operato e del proprio impegno.
Sui Black Bloc ha gia' scritto in modo autorevole Susan George, in un intervento pubblicato anche su "Azione Nonviolenta" di luglio-agosto, al quale rimando. Ma credo sia necessario anche andare oltre: occorre smascherare e combattere i black bloc che stanno anche nella nostra testa, nei nostri cuori, nei nostri comportamenti, conformati al vecchio modello di cultura della sopraffazione e del dominio, soggiogati dal fascino della politica come "esercitazione militare", subalterni alle categorie di amico/nemico.
Perche' una cosa e' certa, per me: questo movimento potra' crescere e proporsi di raggiungere obiettivi concreti solo se partira' da un rovesciamento radicale del paradigma culturale violento che segna il nostro linguaggio, le nostre abitudini mentali, i nostri comportamenti, il nostro modo di percepire, concettualizzare e vivere i conflitti, in favore di una forza, di un pensiero e di una politica finalmente alternativi, che non lasciano spazio a strumentalizzazioni e infiltrazioni di sorta, che non sono garantiti contro la repressione violenta ma possono concretamente contenerla, bloccarla, metterla in crisi, come gia' e' avvenuto piu' volte, in particolare nel nostro secolo cosi' intensamente violento: la forza, il pensiero e la politica della nonviolenza attiva, da riprendere, da approfondire, da mettere in pratica a partire da se', per trasformare, insieme, la vita personale e collettiva.
Da qui, da questo rovesciamento e da questo nuovo punto di vista diventa possibile ripensare creativamente anche i modi del comunicare e del manifestare, per affrontare efficacemente le nuove sfide che ci stanno di fronte.


Lettera aperta al GSF

Di Enrico Euli

Tutte le immagini, le emozioni, le ambivalenze di questi giorni mi attorniano ed attraversano, alcune gustose, digeribili,anche dolci; altre ancora indigeste, nauseanti, opache.

Sono giorni che lasciano il segno, che nessuno potrà dimenticare. Saranno giorni che, nel bene e nel male, si porranno come soglia tra una fase e un'altra, appena iniziata, della politica italiana. Nella confusione, lo
sento con sufficiente chiarezza.
Siamo agli esordi, forse anche in ritardo, ma qualcosa -finalmente- si è mosso, ed anche la superficie si increspa, dopo tanti anni di lavoro silenzioso e sommerso.
Cerchiamo di non perdere questa nuova, preziosissima occasione.
Mi pare che nella 'rete di reti', nel 'movimento dei movimenti' che si sono espressi a Genova si possano rintracciare alcuni nodi di consapevolezza davvero comuni, alcuni 'fondamenti' condivisi e 'radicali' tra tutti e tutte:

1. la percezione diretta di una democrazia senza qualità, che ha superato la soglia di decadimento e di involuzione, che degrada verso derive regressive ed autoritarie, verso un regime regolato da monopoli informativi e decisionali (per la costruzione del consenso-assenso) e da repressioni aperte (per la rimozione-criminalizzazione dei conflitti).

2. la percezione diffusa di uno sviluppo distruttivo ed insensato, che non lascia scampo alla vita, alla natura, alle culture, che ha superato la soglia di tollerabilità e si avvicina rapidamente al rischio di catastrofi irreversibili e a condizioni di 'non ritorno'.

3. la percezione verificata di una ripresa massiccia della cultura di guerra che, dalla Guerra del Golfo a quelle balcaniche, ha tracciato l'ultimo decennio, dopo le speranze aperte dal Movimento per la Pace e dalla perestroika negli anni 80.

4. la voglia di resistere con tutte le nostre forze a tutto questo, a lottare, insieme e diversi.
E' un patrimonio enorme proprio perchè è comune e va salvaguardato, perchè è davvero prezioso, con pazienza, ascolto, fiducia, attenzione. La domanda da cui ora partirei, definiti i punti comuni, è sul punto che ci differenzia di più e sul quale rischiamo di crescere o di saltare insieme:
'COME resistere, COME lottare ?'.

In questi giorni la creatività dei movimenti si è espressa: dalla preghiera alle spranghe, dalle animazioni teatrali alle parate con tute e caschi, dai blocchi nonviolenti dei varchi agli assalti mortali.
Ognuno rischia di trarre le sue conclusioni da solo, per la sua parte e, in condizioni di incomunicabilità reciproca, il 'movimento dei movimenti' non ci sarebbe più e tutto questo lavoro comune, anzichè a crescere, andrebbe a disfarsi ancora una volta.

Vorrei perciò offrire alcune riflessioni personali, alla ricerca di un confronto con tutti/e:

1. Non possiamo in questo momento fare qualcosa per cambiare la polizia o i black blockers o i rapporti tra loro: sono organizzazioni troppo ideologizzate e strutturate, troppo poco trasparenti, come devono essere le formazioni militari, più o meno legali.
Credo che possiamo e dobbiamo lavorare solo su di noi: se lo faremo produrremo dei cambiamenti anche nei contesti esterni e nei potenziali alleati-avversari.

2. Per quanto ci riguarda quindi, è decisivo, anche solo tatticamente, non favorire in alcun modo la ripresa del perverso circuito della violenza e della guerra.
E' importante ed urgente: - non mostrificare nessuno, non creare capri espiatori, non trasferire colpevolezze totali in una sola parte; assumersi ciascuno la propria responsabilità in termini di azione o di omissione.
-non utilizzare la violenza diretta e strutturale degli altri per giustificare la propria o quella dei propri alleati; criticare comunque la violenza e la distruzione della vita da chiunque provenga.
-non mitizzare i caduti, solo perchè sono morti e sono stati uccisi dal nostro avversario; se ci dissociamo dalle loro azioni in vita, dobbiamo farlo anche in morte (il che non significa che non piangiamo e che non ci arrabbiamo per una vita spezzata).

3. E' fondamentale che, nei prossimi mesi:
- l'area rosa (nonviolenta e non-violenta) accresca i suoi livelli di consapevolezza, di formazione e di organizzazione, in vista di metodologie ed azioni che siano capaci di maggiore
SICUREZZA-RASSICURAZIONE COMUNICAZIONE-VISIBILITA' EFFICACIA-EFFICIENZA CREATIVITA'-NOVITA'.
Ho riscontrato ancora (ma è ovvio, siamo davvero agli inizi !) un livello di improvvisazione e di inconsapevolezza troppo alto, che -se non corretto- ci porterà a rischi tali da indurre molte persone desiderose di 'esserci' a stare a casa, ad abbandonare il campo.
E' invece il momento di diffondere la nonviolenza attiva, di renderla ancora più ricca di esempi e di sperimentazioni, di unire in essa la capacità di allargare l'area delle persone coinvolte e le differenti radicalità convergenti nell'azione stessa.
-l'area gialla (disobbediente anti-violenta) rifletta sulle sue scelte e su come stare nella rete.
Ho assistito con piacere e speranza (a differenza di quanto scrive 'Repubblica' nell'intervista di venerdì scorso) allo sviluppo di tattiche creative e meno violente rispetto alle origini fatte proprie dai Centri sociali di cui Luca Casarini appare come portavoce.
Sono fiducioso sul fatto che la riflessione tra le tute bianche ci sarà e che la scelta fatta nel recente passato non sarà rinnegata, perchè ha le sue motivazioni non solo tattiche, ma anche strategiche.
Credo e spero che saprà tenere insieme consenso e conflitto.
Sono preoccupato però da alcuni atteggiamenti e da alcune scelte fatte qui a Genova e che proseguono a manifestarsi sui mass media in questi giorni.
Temo una regressione dell'area gialla verso il circuito perverso descritto al punto 2. Sarebbe un passaggio involutivo gravissimo tale da generare la crisi prematura e forse letale del movimento unito nel GSF.
Non solo non permetterebbe la diffusione della cultura anti-violenta (che resta, mi pare, anche dalle dichiarazioni fatte da tutti alla conferenza stampa del 22 luglio, uno degli obiettivi comuni del GSF), ma rischierebbe un ritorno al già visto, con effetti disastrosi sul movimento e sui suoi programmi.

4. per favorire processi positivi ed evitare rischi di questa portata proporrei al GSF di organizzare subito dopo l'estate, su questi temi, un seminario-training di riflessione comune e di confronto tra le due aree, per evitare fratture e derive divergenti, ma anche confusioni ed ambiguità.
Mi dichiaro disponibile sin d'ora a collaborare per questo e per altri momenti di incontro tra noi e con altri.
La fase è molto delicata e la nostra esperienza è davvero giovane e nuova, in gran parte sconosciuta e inaspettata. Siamo però usciti dalla palude politica e culturale in cui ci siamo trovati per anni. E' vero: la violenza ed il sopruso, da tempo covati, ora escono alla luce. Ma credo che sia un bene. Ognuno può vederli, considerarli, scegliere. Ci vediamo, a Genova, in Italia, in Sardegna, davanti alle prefetture o dove sia, tra poche ore.
Buona estate a tutti e a tutte



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