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Le profonde ferite di Genova si curano con la nonviolenza
di Mao Valpiana
Non voglio dire nulla dei G8, che hanno concluso il vertice con
un niente di fatto. Non voglio dire nulla del "blocco nero", composto
da professionisti della guerriglia urbana. Non voglio dire nulla della polizia,
delle sue provocazioni, della sua violenza.
Mi interessa, invece, parlare di noi e delle prospettive del movimento di critica
alla globalizzazione.
Dopo Seattle, dopo Goteborg, dopo Genova, se il movimento vuole avere un futuro,
deve affrontare con chiarezza la questione della nonviolenza. Non solo come
parola magica da inserire nelle dichiarazioni di principio, ma come fine e mezzo
del proprio agire. Qual era il fine? Impedire ai G8 di riunirsi, o trovare soluzioni
per un'economia di giustizia? Le tecniche della nonviolenza non possono essere
ridotte a training per parare i colpi della polizia, né basta alzare
le mani bianche in alto per fare un'azione nonviolenta. Oggi bisogna ripensare
completamente i metodi ormai inadeguati come i mega cortei indistinti che sono
stati utilizzati dai teppisti quali paravento per le loro scorribande. Dopo
Goteborg era evidente (l'abbiamo detto e scritto) che la manifestazione di massa
a Genova non andava fatta, che sarebbe stata una trappola. Abbiamo suggerito
(ed organizzato) centinaia di iniziative locali, in tutta Italia, cortei silenziosi
in fila indiana (per rappresentare chi non ha voce e per essere visibili con
la propria identità): un modo per evitare la globalizzazione del movimento
antiglobalizzazione… Ma non siamo stati ascoltati.. All'interno del Genoa
Social Forum (GSF) è prevalsa la logica "di massa": tutti uniti
sotto la bandiera del no-global (anarchici, comunisti, cattolici, scout, pacifisti,
ambientalisti, cobas, tute bianche, missionari, antimperialisti, socialisti
rivoluzionari, partiti e sindacati…), pronti ad offrire una prova di forza.
Invece a Genova è stato un massacro, in senso fisico e politico. Tutto
prevedibile e previsto.
Troppo facile ora dire che mille delinquenti organizzati hanno impedito a centomila
persone pacifiche di manifestare e che la polizia ha fatto il resto. Non basta
dissociarsi dalla guerriglia del Black Block; non basta denunciare le violenze
delle forze dell'ordine.
Quel che è accaduto a Genova ha radici profonde e mette in evidenza limiti,
approssimazioni, ambiguità di un movimento troppo variegato, che ha allargato
indistintamente i propri confini.
Per mesi il GSF ha tollerato ed accettato l'obiettivo delle tute bianche: "invadere
la zona rossa". Il subcomandante dei centri sociali, promosso sul campo
a vice portavoce del GSF, ha farneticato per settimane di "guerra ai G8",
ha dichiarato che "l'illegalità diffusa è alla base del cambiamento",
ha definito i poliziotti "soldati dell'impero". Il GSF anziché
sconfessare le tute bianche ed escluderle dal movimento, ha concesso loro il
riconoscimento politico e le ha accettate come parte integrante e prioritaria.
Il portavoce dei centri sociali ha conquistato la scena, si è messo sotto
i riflettori e davanti alle telecamere: obiettivo raggiunto. Da quel giorno
il capo delle tute bianche ha indossato la maschera da buono, dichiarando che
loro sarebbero andati ad invadere la zona rossa "solo con i corpi, con
gli scudi ma senza bastoni" e avrebbero deposto anche le divise.
Un consumato politico. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Carlo Giuliani,
il 23enne morto, ha preso sul serio le parole di sfida e di odio, ha creduto
alla guerra contro i G8 e con un estintore voleva colpire un soldato dell'impero.
Le parole sono pietre! Tollerare politicamente chi ha enfatizzato gli animi
con proclami e addestramenti al corpo a corpo, è stato un errore clamoroso
da parte del GSF.
Come è stato un errore mantenere il corteo del 21 luglio dopo la tragedia
annunciata del ragazzo morto.
Quando Gandhi assistette a violenze scatenate dall'interno del suo movimento,
sospese ogni campagna in atto. La nonviolenza è una cosa seria, che non
si improvvisa. E' da irresponsabili convocare migliaia di persone ad una manifestazione
politica delicata, senza avere la capacità e gli strumenti per gestirla.
Genova lascia una ferita aperta, che non si può richiudere addossando
tutta la colpa alla polizia, né si può esorcizzarla dichiarando
"vittoria" perché il G8 è stato ridimensionato, come
ha fatto avventatamente il portavoce del GSF. I problemi del movimento sono
ben più profondi e tali resteranno finchè non si affronterà
seriamente il nodo della nonviolenza. A partire dai contenuti, ancora troppo
vaghi e generici per un movimento che si prefigge addirittura lo stravolgimento
dei rapporti economici mondiali. Ci vuole ora una pausa di riflessione, una
purificazione. Ci vuole un lungo lavoro per creare omogeneità di intenti
e di linguaggio, di strategia e di tattica. Un movimento non può fare
scorciatoie. Deve crescere lentamente, nella chiarezza. Diversamente si combinano
solo guai.
E ancora una volta la nonviolenza è questione centrale.
La trappola della violenza
Di Nanni Salio
Non si scherza e non si gioca con la violenza, neppure in forma
verbale o "virtuale", come sarebbe stata, secondo Luigi Manconi, quella
delle tute bianche. "Le parole sono pietre", sosteneva giustamente
Carlo Levi.
La posta in gioco e' troppo alta, per entrambi gli attori sociali (istituzioni
e movimenti), per illudersi che sia possibile affrontare la molteplicita' di
conflitti scatenati dai processi di globalizzazione in corso con vecchie formule
politiche e di lotta. Occorre cambiare rotta, modificare il nostro stile di
vita sia individuale sia collettivo (il modello di sviluppo) per renderli autenticamente
equi e sostenibili. Non e' certo un'impresa da poco! L'american way of life
e il modello di sviluppo e di economia ad esso sotteso sono largamente condivisi
da ampi settori dell'opinione pubblica nei paesi ricchi, dalle elite in quelli
poveri e, contraddittoriamente, dallo stile di vita reale di molti degli stessi
oppositori.
Rabbia e paura sono due degli ingredienti negativi e pericolosi che sono stati
presenti nell'animo e nelle azioni di molti di coloro che hanno dato vita alle
manifestazioni del movimento di protesta, da Seattle in poi. Ma la rabbia, contrariamente
a quanto sostengono alcuni agitatori politici, e' segno di debolezza, impotenza,
ribellismo sterile e conduce facilmente all'insuccesso.
Gli scontri avvenuti a Genova erano abbastanza prevedibili, alimentati tra l'altro
da un processo mediatico che ha irresponsabilmente enfatizzato proclami violenti,
portando alla ribalta personaggi che ben poco avevano da dire su "quale
mondo migliore e' possibile". Con queste premesse, la scelta di indire
una grande manifestazione, condotta secondo schemi classici e tradizionali,
e' stata alquanto infelice. A maggior ragione se si considera la quasi totale
impreparazione nell'assicurare un servizio d'ordine e di interposizione nonviolento
che isolasse le frange nichiliste (un cocktail letteralmente esplosivo di tute
nere, neonazi e provocatori della polizia).
Dopo la tragedia, le accuse reciproche di violenza rischiano di essere sterili,
addirittura ingenue e superficiali.
Non c'e' bisogno di scomodare Pasolini per condannare senza alcuna indulgenza
azioni di guerriglia urbana che hanno come obiettivi polizia e carabinieri e
che portano con grande probabilita' a risultati tragici. La morte di Carlo Giuliani
e' la doppia tragedia di due giovani quasi coetanei provocata da un'assurda
e insensata quanto stupida concezione di lotta violenta. Ma e' bene ricordare
anche l'episodio, segnalato solo da alcuni giornali, del poliziotto che ha ringraziato
pubblicamente quel gruppo di una quindicina di giovani che lo hanno difeso da
un assalto delle tute nere, inginocchiandosi e coprendolo con i loro corpi.
E' un esempio di nonviolenza attiva, del forte, del coraggioso, che avrebbe
dovuto essere praticata da migliaia di persone per impedire le scorribande dei
provocatori.
La violenza innesca una spirale perversa. L'abbiamo visto troppe volte, in ogni
latitudine e nelle situazioni piu' disparate. Certo, coloro che hanno impartito
gli ordini alla polizia, e i poliziotti che li hanno eseguiti, si sono comportati
in modo vigliacco utilizzando metodi tipici delle squadracce fasciste. Ma che
cosa c'e' di nuovo in tutto cio'? E' il mestiere antico delle armi, degli eserciti
e delle polizie di tutto il mondo, sul fronte interno e su quello esterno. Non
ci sono solo i "morti di Reggio Emilia" giustamente ricordati da Marco
d'Eramo ("Il Manifesto", 24.7.2001), ma anche le recenti incursioni
nei centri sociali (Askatasuna a Torino, Leoncavallo a Milano) condotte con
lo stesso stile di quelle di Genova. Non dimentichiamoci mai che lo stato moderno
si fonda sul monopolio della violenza e che le peggiori atrocita' sono state
commesse proprio dalle autorita' statuali nei confronti dei propri concittadini.
La via maestra per spezzare questo circolo vizioso e' quella della nonviolenza
attiva. In questi giorni abbiamo sentito molte volte, troppe volte, usare a
sproposito questa parola che, come tante altre, rischia di subire un degrado
entropico. Non bastano i proclami generici e gli slogan, e tanto meno gli pseudo
satyagraha elettorali dei radicali.
Come ci insegna Aldo Capitini, non siamo tanto sciocchi da definirci nonviolenti
ma piuttosto "persuasi e amici della nonviolenza", consapevoli del
lungo cammino da compiere sul piano individuale, interiore, e su quello collettivo,
politico. Ma non partiamo neppure da zero. Proprio l'evento che forse piu' di
altri ha contribuito a scatenare le forze, nel bene e nel male, dell'attuale
processo di globalizzazione, la "caduta del muro di Berlino", e' il
risultato di una serie di lotte nonviolente su larga scala che per la prima
volta hanno permesso di cambiare l'assetto internazionale, quasi senza sparare
un solo colpo di fucile.
Abbiamo molto da imparare, ma anche qualcosa da insegnare. Il compito di autentici
educatori e' fondamentale per evitare di crescere nuove generazioni di nichilisti
che teorizzano il "nulla", si autodistruggono e impediscono a tutti
noi di affrontare costruttivamente e creativamente i conflitti in una grande
opera di apprendimento reciproco della nonviolenza.
Questo percorso non consiste solo nell'acquisizione di competenze tecniche per
la trasformazione nonviolenta del conflitto, ma ha anche una grande valenza
liberatoria delle nostre soggettivita' e delle nostre potenzialita'.
E' una rivoluzione permanente condotta con il sorriso sulle labbra, all'insegna
di una vita piu' semplice esteriormente, ma piu' ricca interiormente e sul piano
relazionale. E' cio' che chiedono, a volte inconsapevolmente, bambini e bambine,
giovani e meno giovani impegnati in una miriade di piccole esperienze alternative
che gia' prefigurano una economia e una societa' nonviolenta. Sta a noi conoscere
e valorizzare questo potenziale umano e incanalare positivamente e costruttivamente
queste aspirazioni. La nonviolenza e' la sfida del XXI secolo per liberare oppressi
e oppressori, vittime e persecutori dalle catene della violenza che li disumanizzano
entrambi.
E ora che fare?
Di Pasquale Pugliese
Nonostante il dolore, l'amarezza e la rabbia per quanto avvenuto
a Genova nei giorni passati, cerchiamo di non perdere la lucidità e abbozzare
una prima analisi per provare a capire il perchè di quanto accaduto,
a leggere i nostri errori e a trovare la strada da percorrere adesso.
La trappola
Il Potere da sempre, quando è o si percepisce minacciato, reagisce con
la massima violenza di cui è capace: se necessario spara. Lo fa nella
maggior parte del mondo, lo ha già fatto anche in Italia e lo farà
ancora e, se questo non dovesse bastare, scatanerà la repressione feroce
e indiscriminata.
Il potere politico e militare nel nostro paese è in mano ad un governo
liberista-mafioso-fascista e, per chi ne aveva qualche dubbio, il comportamento
della polizia prima e del suo braccio mass-mediatico poi lo comprova definitivamente.
Questo potere non aspettava altro che l'occasione per poter sfoderare tutta
la violenza di cui è capace nei confronti di un movimento solido, vero,
dal basso e dalla parte della verità e della giustizia, perciò
fortemente minaccioso. Non aspettava altro che qualcuno gliene fornisse l'occasione
o, almeno, gli fornisse l'opportunità di crearsi l'occasione.
Se l'occasione immediata è stata data dai criminali neri, sia che fossero
sia che non fossero in combutta con la polizia, l'opportunità più
profonda è stata data dal clima di tensione che si è venuto a
creare ed è montato intorno al vertice dei G8: le botte di Napoli, il
ragazzo ferito a Goteborg, l'attenzione mediatica ossessiva su tutto quanto
si preparava per Genova, la mobilitazione dell'esercito, l'annuncio dell'arrivo
a Genova da parte di coloro - antimperialisti, insurrezionalisti e quant'altro
- che non si riconoscevano nelle raccomandazioni del Genoa Social Forum, la
farneticante "dichiarazione di guerra" del portavoce delle tute bianche
(salvo dichiararsi pacifista all'ultimo minuto, ma qualcuno forse a ventanni
l'ha presa sul serio: attenzione, le parole sono pietre e si porta la responsabilità
delle loro conseguenze!), il susseguirsi di esplosioni nella settimana del Vertice.
E poi l'illusione, da parte del GSF, di poter tenere insieme - all'insegna del
tutti a Genova - ma separate e distinte, in così poco spazio, tutte le
forme di testimonianza e azione, dalla preghiera all'assalto alla zona rossa,
dalle azioni dirette nonviolente ai vandalismi annunciati: una forma di mobilitazione
e contaminazione che ha favorito l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti
della barricata, di coloro che sguazzano nel torbido e danno sfogo - in queste
occasioni dove si possono confondere nella massa - alla violenza più
brutale di cui sonocapaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per
neutralizzali.
E' stata una battaglia campale e, come tutte le battaglie giocate sul piano
militare, ha avuto la meglio chi ha colpito più ferocemente, più
subdolamente, alle spalle e di nascosto.
E i nostri temi e le nostre proposte azzerate dalla violenza.
E' stata una trappola e noi ci siamo cascati. Se ne dovrà parlare ancora,
ma adesso bisogna venirne fuori.
La Rete di Liliput
Con i fatti di Genova il movimento emerso a Seattle entra nella fase acuta del
conflitto. In Italia, rispetto ad altre fasi storiche di lotta di piazza, questa
volta c'è la novità delle Rete di Lilliput: centinaia e centinaia
di associazioni - che quotidianamente lavorano sui temi sociali ed ecologici
- le quali, riunite nei nodi locali, hanno fatto la scelta della nonviolenza.
La Rete di Lilliput all'interno del movimento di lotta ha, e deve mantenere
e rinforazare, un proprio ruolo fondamentale, delicato e insostituibile: quello
di percorrere la strada stretta che passa tra l'assenza di conflitto da un lato
e il conflitto violento dall'altro (che conduce alla repressione e ad una nuova
stabilizzazione) ossia di lavorare alla trasformazione del conflitto in senso
nonviolento.
La Rete di Lilliput deve investire le proprie energie per impedire che un conflitto
che coinvolge l'umanità e la natura intera venga condotto nel cul de
sac dello scontro con la polizia (nel quale il potere vuole condurlo ed ha dimostrato
di saperlo fare benissimo); per trovare la via d'uscita dalla polarizzazione
tra due soggetti antagonisti (contestatori vs forze dell'ordine) che consente
al resto del mondo di rimanere spettatore; per non concedere a nessuno la possibilità
di restringere il conflitto ad affare tra noi ed il potere, ma lavorare per
estenderlo, generalizzarlo, portarlo tra tutti ,coinvolgendo la gente affinchè
cominci, grazie alle nostre azioni, a sentirsi interiormente in conflitto con
se stessa ed il proprio stile di vita e di consumo.
Si tratta di trasformare, lentamente ma profondamente, il consenso che sostiene
il sistema in dissenso ed il dissenso in azione.
Che fare?
Se questo è il servizio prezioso che la Rete di Lilliput può svolgere
è necessario, a mio avviso - soprattutto e urgentemente dopo Genova -
compiere alcune scelte strategiche necessarie alla trasformazione nonviolenta
del conflitto.
Gli obbiettivi di mantenere la possibilità di agire nelle piazze, di
ridurre al massimo la possibilità di degenerazioni violente, di mettere
il potere nell'impossibilità - o nella difficoltà estrema - di
utilizzare il suo apparato repressivo e di comunicare a più persone contemporaneamente
le nostre ragioni, possono essere tenuti insieme oggi, a mio avviso, solo declinando
la modalità lillipuziana reticolare, adottata come forma
organizzativa della Rete, anche come strumento di mobilitazione.
A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di azione ormai usuali
ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
1) abbandonare la rincorsa dei vertici del potere: uscire dalla subalternità
degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dalle loro agende, che ci
portano a scendere in piazza dove e quando vogliono i potenti;
2) uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della contemporaneità,
delle forme di lotta, adottata dal GSF: le forme che non sono coerentemente
nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione, nell'immaggine, fanno
il gioco del potere. Non bisogna manifestare dove manifestano compagni di strada
che non condividono le nostre forme.
3) uscire dalla logica delle manifestazioni di massa che, in questa fase, sono
il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul piano, reale o
simbolico, della forza e sempre più si trasformano in campi di battaglia,
a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il movimento.
Per altro verso, bisogna strutturare una modalità di azione nuova, nonviolenta,
lillipuziana, reticolare:
1) creare presso ogni nodo, o insieme di nodi limitrofi, un gruppo di azione
nonviolenta GAN (dove sono stati costituiti gruppi di affinità tanto
meglio, che non si sciolgano);
2) avviare un programma di formazione per ciascun GAN serio e e approfondito,
teorico e pratico, sul metodo nonviolento e sulle sue tecniche;
3) quando sarà completata la formazione, strutturare un' agenda di azioni
nonviolente locali concordate e contemporanee su tutto il territorio nazionale,
in base alle nostre priorità, di tempi e di temi (per esempio per raggiungere
un obbiettivo più avanzato in una campagna di boicottaggio, o per fare
un'azione di comunicazione efficace su un tema particolarmente importante, per
fare una contestazione capillare e diffusa ecc.).
Questa strategia lillipuziana e nonviolenta può consentire - se attuata
con persuasione, preparazione e organizzazione - di portare efficacemente le
nostre tematiche sui nostri territori, di comunicare a viso aperto con i nostri
concittadini che spesso ci conoscono - conoscono il nostro impegno e lavoro
quotidiano - e sanno che non siamo vandali calati da chissà dove, di
impedire - visti i numeri ridotti e non trattandosi di manifestazioni ma di
azioni dirette condotte da chi le organizza - le infiltrazioni di provocatori
(e comunque ci si prepara, eventalmente, per isolarli, escluderli, consegnarli
alla polizia o sospendere l'azione), di rendere inutilizzabile l'apparato repressivo
del potere sia nella forma violenta che in quella disinformativa, perchè
senza alcun alibi e perchè tutto si svolge sotto gli occhi della nostra
gente e della stampa dei nostri paesi e città.
Conclusioni
Questa è la strada che avevamo provato ad indicare già ai tempi
di Marina di Massa. Allora fu minoritaria. Oggi rinnoviamo l'appello: che almeno
la Rete di Lilliput cambi la propria strategia, subito, e indichi una via di
azione ai tanti ragazzi che oggi la cercano e sono delusi e frastornati per
quanto vissuto o visto a Genova.
Ma già sentiamo i proclami per andare tutti a Roma il 10 novembre.
Devo ricordare che alla Prima assemblea nazionale della Rete di Lilliput era
stato formato un gruppo di lavoro per preparare il controvertice e le contestazioni
di Genova. Il G8 è finito. Per la Rete di Lilliput non è automatico
partecipare ad un Social Forum stabile, non è automatico partecipare
alle mobilitazioni che altri hanno posto in agenda. Si tratta di scelte politiche
e strategiche che vanno fatte - o non fatte - tutti assieme.
E' tempo di mettere in agenda, prima di ogni decisione, la Seconda assemblea
nazionale della Rete di Lilliput.
Presto, per favore.
Rovesciare il punto di vista
Di Angela Marasso
I fatti di Genova sono andati oltre ogni immaginazione.
Nel tentativo di superare l'amarezza, il dolore e la rabbia e a partire dal
profondo disagio che sento per le mie, le nostre insufficienze e inadeguatezze
provo anch'io a esporre qualche sommesso pensiero.
Ho letto in questi giorni molte riflessioni buttate giu' a caldo e tutte contribuiscono
a ricostruire un pezzetto di verita', testimoniano il sentire angosciato di
molti, la rabbia e la ribellione al senso di impotenza vissuto in quelle ore,
il desiderio di proseguire su strade piu' chiare e sicure.
Credo sia importante non perdere questa complessita' e cercare, con chi generosamente
si e' coinvolto piu' da vicino, in particolare con gli amici di Genova che dentro
il GSF hanno cercato di proporre percorsi di nonviolenza attiva, di comprendere
cosa e' avvenuto e come si puo' rispondere a queste nuove sfide.
Due cose credo vadano sottolineate, in primo luogo.
A Genova, in condizioni difficilissime, 200.000 persone (per stare ai dati ufficiali
del Ministero dell'Interno) hanno manifestato pacificamente: poiche' le immagini
che abbiamo visto erano solo immagini di distruzione, e' doveroso ribadire che,
nonostante la presenza di teppisti e l'azione di gruppi abbagliati da miti militareschi,
nonostante provocazioni e durissime repressioni, un tale imponente numero di
persone non si e' fatto travolgere dall'esigua minoranza di violenti, ed ha
resistito alle cariche indiscriminate della polizia. Straordinario l'episodio
del gruppo di dimostranti che si e' interposto tra poliziotti e Black Bloc,
riuscendo a far desistere questi ultimi, riportato dall'ANSA e ripreso da "Repubblica".
E' un caso emblematico di trasformazione nonviolenta di una situazione concreta
di conflitto, che, mentre riesce a smascherare nel modo piu' limpido chi, utilizzando
i manifestanti come scudo, persegue propri scopi, nel contempo, riconoscendo
come persona chi svolge una funzione di ordine pubblico, ne depotenzia l'aggressivita'.
E' importante ricordarlo, se crediamo che questa sia la sola strada per uscire
dall'impotenza, da un lato, e dalla logica della risposta violenta, dall'altro,
per mostrare l'efficacia della nonviolenza non solo a chi gia' ne e' persuaso,
ma a chi ancora non lo e'.
La seconda cosa che credo vada stigmatizzata e' la brutalita' della reazione
repressiva (manifestatasi in particolare nella "spedizione punitiva"
notturna negli edifici che accoglievano parte dei manifestanti), che e' preoccupante
e indice di un salto di qualita' da non sottovalutare.
Se si puo' ancora comprendere, il che non significa giustificare, come nella
tensione di un'azione di piazza possano partire colpi indiscriminati che colpiscono
anche manifestanti pacifici ( proprio per questo e' cosi' fondamentale non concedere
alcun alibi, alcuna "giustificazione" allo scatenamento della violenza
repressiva con il proprio comportamento, ma assumere atteggiamenti idonei a
contenere la violenza, da qualsiasi parte provenga), non e' tollerabile, in
uno stato di diritto, che si usino metodi squadristici per "punire"
i colpevoli. I teppisti andavano individuati, isolati, perseguiti, secondo le
regole di un ordinamento che si fonda sul rispetto della persona, qualunque
cosa essa abbia fatto. Al di fuori di cio', si va verso una pericolosa deriva
autoritaria, che assumera' nuove forme, ma avra' la stessa sostanza di esperienze
gia' viste. Come qualcuno ha scritto, "abbiamo gia' dato, grazie".
Detto questo, credo anch'io, come molti hanno scritto in questi giorni, che
non si debba sfuggire ad una rigorosa autocritica, perche' e' troppo importante
cio' che si sta muovendo, per lasciare che venga soffocato da errori nostri,
oltre che da precise strategie di chi ha interesse e volonta' di contrastarne
la crescita, la forza, i contenuti, l'efficacia.
Autocritica, e comincio da me, da parte di chi non ha trovato abbastanza tempo
ed energie per coinvolgersi piu' direttamente nelle questioni e negli interrogativi
scottanti, di metodo e di merito, di organizzazione e di modalita' di mobilitazione;
da parte di chi vede solo gli errori degli altri e non i propri; da parte di
chi ha risposte troppo sicure, che non mettono mai in discussione le domande...
ognuno puo' cercare da se' quali sono i limiti del proprio operato e del proprio
impegno.
Sui Black Bloc ha gia' scritto in modo autorevole Susan George, in un intervento
pubblicato anche su "Azione Nonviolenta" di luglio-agosto, al quale
rimando. Ma credo sia necessario anche andare oltre: occorre smascherare e combattere
i black bloc che stanno anche nella nostra testa, nei nostri cuori, nei nostri
comportamenti, conformati al vecchio modello di cultura della sopraffazione
e del dominio, soggiogati dal fascino della politica come "esercitazione
militare", subalterni alle categorie di amico/nemico.
Perche' una cosa e' certa, per me: questo movimento potra' crescere e proporsi
di raggiungere obiettivi concreti solo se partira' da un rovesciamento radicale
del paradigma culturale violento che segna il nostro linguaggio, le nostre abitudini
mentali, i nostri comportamenti, il nostro modo di percepire, concettualizzare
e vivere i conflitti, in favore di una forza, di un pensiero e di una politica
finalmente alternativi, che non lasciano spazio a strumentalizzazioni e infiltrazioni
di sorta, che non sono garantiti contro la repressione violenta ma possono concretamente
contenerla, bloccarla, metterla in crisi, come gia' e' avvenuto piu' volte,
in particolare nel nostro secolo cosi' intensamente violento: la forza, il pensiero
e la politica della nonviolenza attiva, da riprendere, da approfondire, da mettere
in pratica a partire da se', per trasformare, insieme, la vita personale e collettiva.
Da qui, da questo rovesciamento e da questo nuovo punto di vista diventa possibile
ripensare creativamente anche i modi del comunicare e del manifestare, per affrontare
efficacemente le nuove sfide che ci stanno di fronte.
Lettera aperta al GSF
Di Enrico Euli
Tutte le immagini, le emozioni, le ambivalenze di questi giorni
mi attorniano ed attraversano, alcune gustose, digeribili,anche dolci; altre
ancora indigeste, nauseanti, opache.
Sono giorni che lasciano il segno, che nessuno potrà dimenticare.
Saranno giorni che, nel bene e nel male, si porranno come soglia tra una fase
e un'altra, appena iniziata, della politica italiana. Nella confusione, lo
sento con sufficiente chiarezza.
Siamo agli esordi, forse anche in ritardo, ma qualcosa -finalmente- si è
mosso, ed anche la superficie si increspa, dopo tanti anni di lavoro silenzioso
e sommerso.
Cerchiamo di non perdere questa nuova, preziosissima occasione.
Mi pare che nella 'rete di reti', nel 'movimento dei movimenti' che si sono
espressi a Genova si possano rintracciare alcuni nodi di consapevolezza davvero
comuni, alcuni 'fondamenti' condivisi e 'radicali' tra tutti e tutte:
1. la percezione diretta di una democrazia senza qualità, che ha superato
la soglia di decadimento e di involuzione, che degrada verso derive regressive
ed autoritarie, verso un regime regolato da monopoli informativi e decisionali
(per la costruzione del consenso-assenso) e da repressioni aperte (per la rimozione-criminalizzazione
dei conflitti).
2. la percezione diffusa di uno sviluppo distruttivo ed insensato,
che non lascia scampo alla vita, alla natura, alle culture, che ha superato
la soglia di tollerabilità e si avvicina rapidamente al rischio di catastrofi
irreversibili e a condizioni di 'non ritorno'.
3. la percezione verificata di una ripresa massiccia della cultura
di guerra che, dalla Guerra del Golfo a quelle balcaniche, ha tracciato l'ultimo
decennio, dopo le speranze aperte dal Movimento per la Pace e dalla perestroika
negli anni 80.
4. la voglia di resistere con tutte le nostre forze a tutto questo,
a lottare, insieme e diversi.
E' un patrimonio enorme proprio perchè è comune e va salvaguardato,
perchè è davvero prezioso, con pazienza, ascolto, fiducia, attenzione.
La domanda da cui ora partirei, definiti i punti comuni, è sul punto
che ci differenzia di più e sul quale rischiamo di crescere o di saltare
insieme:
'COME resistere, COME lottare ?'.
In questi giorni la creatività dei movimenti si è espressa: dalla
preghiera alle spranghe, dalle animazioni teatrali alle parate con tute e caschi,
dai blocchi nonviolenti dei varchi agli assalti mortali.
Ognuno rischia di trarre le sue conclusioni da solo, per la sua parte e, in
condizioni di incomunicabilità reciproca, il 'movimento dei movimenti'
non ci sarebbe più e tutto questo lavoro comune, anzichè a crescere,
andrebbe a disfarsi ancora una volta.
Vorrei perciò offrire alcune riflessioni personali, alla
ricerca di un confronto con tutti/e:
1. Non possiamo in questo momento fare qualcosa per cambiare la polizia o i
black blockers o i rapporti tra loro: sono organizzazioni troppo ideologizzate
e strutturate, troppo poco trasparenti, come devono essere le formazioni militari,
più o meno legali.
Credo che possiamo e dobbiamo lavorare solo su di noi: se lo faremo produrremo
dei cambiamenti anche nei contesti esterni e nei potenziali alleati-avversari.
2. Per quanto ci riguarda quindi, è decisivo, anche solo tatticamente,
non favorire in alcun modo la ripresa del perverso circuito della violenza e
della guerra.
E' importante ed urgente: - non mostrificare nessuno, non creare capri espiatori,
non trasferire colpevolezze totali in una sola parte; assumersi ciascuno la
propria responsabilità in termini di azione o di omissione.
-non utilizzare la violenza diretta e strutturale degli altri per giustificare
la propria o quella dei propri alleati; criticare comunque la violenza e la
distruzione della vita da chiunque provenga.
-non mitizzare i caduti, solo perchè sono morti e sono stati uccisi dal
nostro avversario; se ci dissociamo dalle loro azioni in vita, dobbiamo farlo
anche in morte (il che non significa che non piangiamo e che non ci arrabbiamo
per una vita spezzata).
3. E' fondamentale che, nei prossimi mesi:
- l'area rosa (nonviolenta e non-violenta) accresca i suoi livelli di consapevolezza,
di formazione e di organizzazione, in vista di metodologie ed azioni che siano
capaci di maggiore
SICUREZZA-RASSICURAZIONE COMUNICAZIONE-VISIBILITA' EFFICACIA-EFFICIENZA CREATIVITA'-NOVITA'.
Ho riscontrato ancora (ma è ovvio, siamo davvero agli inizi !) un livello
di improvvisazione e di inconsapevolezza troppo alto, che -se non corretto-
ci porterà a rischi tali da indurre molte persone desiderose di 'esserci'
a stare a casa, ad abbandonare il campo.
E' invece il momento di diffondere la nonviolenza attiva, di renderla ancora
più ricca di esempi e di sperimentazioni, di unire in essa la capacità
di allargare l'area delle persone coinvolte e le differenti radicalità
convergenti nell'azione stessa.
-l'area gialla (disobbediente anti-violenta) rifletta sulle sue scelte e su
come stare nella rete.
Ho assistito con piacere e speranza (a differenza di quanto scrive 'Repubblica'
nell'intervista di venerdì scorso) allo sviluppo di tattiche creative
e meno violente rispetto alle origini fatte proprie dai Centri sociali di cui
Luca Casarini appare come portavoce.
Sono fiducioso sul fatto che la riflessione tra le tute bianche ci sarà
e che la scelta fatta nel recente passato non sarà rinnegata, perchè
ha le sue motivazioni non solo tattiche, ma anche strategiche.
Credo e spero che saprà tenere insieme consenso e conflitto.
Sono preoccupato però da alcuni atteggiamenti e da alcune scelte fatte
qui a Genova e che proseguono a manifestarsi sui mass media in questi giorni.
Temo una regressione dell'area gialla verso il circuito perverso descritto al
punto 2. Sarebbe un passaggio involutivo gravissimo tale da generare la crisi
prematura e forse letale del movimento unito nel GSF.
Non solo non permetterebbe la diffusione della cultura anti-violenta (che resta,
mi pare, anche dalle dichiarazioni fatte da tutti alla conferenza stampa del
22 luglio, uno degli obiettivi comuni del GSF), ma rischierebbe un ritorno al
già visto, con effetti disastrosi sul movimento e sui suoi programmi.
4. per favorire processi positivi ed evitare rischi di questa
portata proporrei al GSF di organizzare subito dopo l'estate, su questi temi,
un seminario-training di riflessione comune e di confronto tra le due aree,
per evitare fratture e derive divergenti, ma anche confusioni ed ambiguità.
Mi dichiaro disponibile sin d'ora a collaborare per questo e per altri momenti
di incontro tra noi e con altri.
La fase è molto delicata e la nostra esperienza è davvero giovane
e nuova, in gran parte sconosciuta e inaspettata. Siamo però usciti dalla
palude politica e culturale in cui ci siamo trovati per anni. E' vero: la violenza
ed il sopruso, da tempo covati, ora escono alla luce. Ma credo che sia un bene.
Ognuno può vederli, considerarli, scegliere. Ci vediamo, a Genova, in
Italia, in Sardegna, davanti alle prefetture o dove sia, tra poche ore.
Buona estate a tutti e a tutte
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