Il mito di John Lennon
E' morto l'8 dicembre di vent'anni fa, ammazzato da un colpo di
pistola.
Un fan squilibrato, si è detto. Ma molti pensano ancora che dietro all'assassinio
ci sia stato un complotto dei servizi segreti per eliminare un leader scomodo.
Al suo funerale c'era una folla incontenibile, avvolta nella sensazione che
il sogno era davvero finito. Proprio come è accaduto per Gandhi e Martin Luther
King (la pistola di un folle e un funerale imponente). Sì, lo so, affiancare
il nome di John Lennon ai grandi della nonviolenza può suonare come una bestemmia,
un sacrilegio, una provocazione. Ma quando parlo del mito di Lennon, non intendo
celebrarne gli insegnamenti (come avviene per Gandhi) o la forza d'animo (come
per Martin Luther King): di Lennon amiamo la musica, la poesia, il suo essere
personaggio pubblico e la sua vita contraddittoria, che lo fa sentire simile
a tutti noi.
Non ha mai nascosto la sua fragilità, arrivando persino a scrivere quel capolavoro
che è Help!, un grido d'aiuto lanciato proprio ai suoi stessi fans. Di Lennon
ci importa l'influenza positiva che ha avuto su tante generazioni di giovani.
Si è detto che dei quattro Beatles, John era il più geniale. Ma questo non basta
a spiegare il suo mito.
Per capire Lennon bisogna scavare nella sua biografia: cresciuto senza padre
e senza madre, affidato ad una zia, studente mediocre, negli anni '50 è un tipico
teddy boy attaccabrighe. Senza nemmeno accorgesene si trova catapultato nel
precocissimo successo dei Beatles: ecco i soldi, la droga, le follie da rock
star. Si sposa e ha un figlio di cui non si occupa, travolto dal tour mondiale.
Poi, finalmente, l'amore per Yoko Ono, la voglia di distruggere la gabbia d'oro
dei Beatles, le crisi esistenziali, l'uscita dalla droga, la nascita di un nuovo
figlio, la rinuncia alla musica per fare il papà casalingo. Con il passare degli
anni, come avviene per tutti i miti, si sbiadiscono i lati mediocri o negativi,
e rimangono solo gli aspetti celebrativi (è quanto avvenuto anche con la recente
operazione commerciale della “The Beatles Antology”, la biografia autorizzata
dai tre Beatles viventi e da Yoko Ono). Ed in effetti è ciò che ci importa e
che rimarrà nella storia. John è l'autore dei due inni del movimento pacifista
mondiale: i giovani studenti democratici di piazza Tien an men a Pechino, i
dissidenti che abbattevano il muro di Berlino, i sostenitori di Mandela, i veterani
del Viet-nam che restituivano le medaglie, tutti costoro cantavano Imagine e
Give peace a change. Chi scrive la storia del crollo dell'Unione Sovietica,
si imbatte sempre più spesso nella testimonianza degli allora giovani russi
che raccontano come furono le canzoni dei Beatles, e in particolare la pacifista
Revolution, ascoltate clandestinamente alle radio occidentali, ad incrinare
la loro fede nel comunismo. Lennon fu il primo baronetto a restituire il titolo
alla Regina per protestare contro il coinvolgimento dell'Inghilterra nel commercio
mondiale delle armi. Stabilitosi a New York, negli ultimi anni della sua vita
sostenne una lunga battaglia legale per ottenere la cittadinanza americana,
sempre rifiutata dal governo statunitense che lo considerava come “persona indesiderabile”
proprio per le sue prese di posizione pacifiste e contro gli interventi militari
americani. Su di lui è stato rintracciato un voluminoso fascicolo della FBI,
da cui era tenuto costantemente sotto controllo. Nel mito Lennon un posto d'onore
sarà conservato dal famoso bed-in (una settimana in un letto d'albergo, lui
e Yoko, a rilasciare interviste sul tema della pace e della nonviolenza); poi
quei cartelloni pubblicitari, fatti affiggere in tutte le capitali del mondo,
con la scritta “La guerra è finita, se tu lo vuoi – Buon Natale da John e Yoko”.
A fare di John un personaggio “umano” (molti suoi fans, compreso chi scrive,
lo consideravano un fratello maggiore) è stata anche la sua ingenuità e il suo
facile entusiasmo: si imbattè in molti ciarlatani, profittatori, cui lui dava
fiducia e soldi, fino a che, dopo aver perso svariati miliardi, fu Yoko ad amministrare
il capitale di famiglia mentre John faceva solo l'artista.
Ma ciò che forse ha contribuito maggiormente a creare il mito Lennon è quel
suo ritiro volontario dalla scena.
Risolti con la psicanalisi i problemi di mancanza affettiva materna e paterna,
trovato un rapporto equilibrato con Yoko, ha abbandonato musica e affari per
dedicarsi a tempo pieno a fare il papà casalingo del secondo amatissimo figlio,
Sean.
Una scelta che l'ha posto ancora una volta controcorrente, anticipatore di quella
riscoperta dei valori domestici e degli affetti familiari che molti ora inseguono
e che Lennon ha testimoniato nell'ultimo album, uscito postumo.
Quello che resta non è solo nelle canzoni scritte, ma soprattutto nell'energia
dispensata a tante generazioni che attraverso la sua musica, ma anche il suo
volto con lo sguardo malinconico, ha trovato alimento per far crescere importanti
movimenti culturali o politici. Per questo considero Lennon uno dei grandi personaggi
del novecento.
Il menestrello della nonviolenza.
Mao Valpiana |