CECENIA - PER CAPIRE, PER FARE
Prima del dicembre 1994 pochi europei sapevano dell'esistenza
della Cecenia e del popolo ceceno. Oggi invece la Cecenia - non meno che la
Bosnia-Herzegovina o la Macedonia - viene vista come possibile luogo di incubazione
di una terza guerra mondiale, o comunque di un conflitto di vaste dimensioni.
Trentamila morti - tra ceceni e russi -, mezzo milione di sfollati,
una distruzione incredibile di edifici, attività economiche, rapporti
politici, relazioni umane, una città in rovine ed una guerra e guerriglia
senza prospettive di rapida conclusione: ecco un primo scarno bilancio della
guerra in Cecenia, dove il tentativo dell'armata federale russa di riprendersi
il controllo totale sulla repubblica ribelle nel Caucaso settentrionale non
è finora andato in porto, e dove la resistenza cecena a sua volta non
è riuscita a respingere l'offensiva russa. Dopo un protocollo firmato
in Inguscezia, a Orgionikigewskaja il 6 dicembre 1994 tra il ministro della
difesa russo Graciov ed il presidente ceceno Dudayev sembrava essere aperta
la via ad una soluzione pacifica, ma pochi giorni dopo i militari russi in forze
sono entrati in Cecenia e la guerra si è via via intensificata. Nonostante
larghi successi militari riportati dai russi (che tuttavia hanno avuto anche
pesanti perdite), i dirigenti ceceni non sono stati neutralizzati, i combattenti
continuano ad operare - con un certo appoggio della popolazione, a quanto sembra
- e la comunità internazionale si mostra sempre più esitante ed
impotente. Inizialmente si era lasciata in notevole misura carta bianca a Eltsin:
era evidente che si temeva l'inizio di una nuova Jugoslavia (la Federazione
russa è composta di ben 89 entità territoriali e/o etniche!),
su scala ancora più grande e con effetti quindi ancora meno controllabili.
Così si pensava di chiudere gli occhi dinnanzi ad un'operazione che si
sperava chirurgica, possibilmente efficace e di breve durata, facilitata magari
anche dalla cattiva fama della dirigenza cecena (un cocktail secessionista con
forti ingredienti di mafia e vecchia nomenklatura desiderosa di fare ormai da
sè) e dalla necessità dell'Occidente di andare ormai in fondo
con l'appoggio dato a Jelzin già a diverse riprese ed in non lievi occasioni
(bombardamento del parlamento, p.es.).
Invece si è dimostrato che la "repubblica dei Ceceni"
(circa 1,2 milioni di abitanti, di cui tre quarti di nazionalità cecena,
gli altri in gran parte russi ed ingusci) ha dimostrato una volontà di
indipendenza che non si è lasciata inficiare neanche dalla modesta o
cattiva qualità dei suoi dirigenti, e che la violenza dell'intervento
russo ha semmai incoraggiato e non scoraggiato la volontà di secessione.
La Cecenia non aveva firmato il trattato di federazione (marzo
1992), rifiutando anche la partecipazione all'elaborazione della costituzione
russa ed alle elezioni per il parlamento russo (1993): il seggio della Cecenia,
nel Consiglio della federazione, è stato lasciato vuoto. Il congresso
nazionale ceceno, riunito nel novembre 1990 a Grozny, aveva deciso che si dovesse
negoziare la sovranità della Cecenia. Questo è il mandato che
il generale Djochar Dudayev - ex-generale dell'aviazione sovietica, eletto presidente
della Cecenia (tra 6 candidati) in data 27 ottobre 1991 - invoca come base della
sua attività presidenziale e politica. Dall'altra parte Mosca sin dall'inizio
non aveva riconosciuto legittimo il presidente (negando che alla Cecenia spettasse
eleggere un presidente) ed i suoi poteri, ed aveva già inviato truppe
una prima volta nel 1992, ritirandole più tardi. E lo stesso Dudayev,
che si era presentato con la pretesa di restaurare l'antica sovranità
e fierezza cecena (un popolo assai tradizionale, con una forte impronta islamica-sunnita
e patriarcal-tribale), in realtà si era fatto ben presto odiare per lo
stile autoritario e nepotista del suo governo, che lo aveva condotto nel 1993
a sciogliere il parlamento ed a far arrestare diversi avversari politici. Un
"consiglio provvisorio" tentò di opporgli un'alternativa più
democratica, ed aveva anche cominciato a costruire un proprio comando militare.
Chiese a Dudayev di mettere a disposizione la sua carica, anche per favorire
una riconciliazione nazionale cecena, ma il presidente a sua volta si dichiarò
disposto a lasciare la poltrona solo una volta che fosse chiaramente assicurata
la sovranità cecena; Dudayev invocò anche la solidarietà
degli altri popoli del Caucaso settentrionale.
Due elementi di grande rilievo complicano la situazione: uno
di ordine economico, l'altro di ordine etnico-politico. La Cecenia, infatti,
è una specie di piccolo Kuwait nella Federazione russa: il 2-3% del petrolio
della federazione viene prodotto in Cecenia (ma la produzione è in forte
e costante calo), importanti raffinerie ed oleodotti si trovano lì e
"la Cecenia ha lo svantaggio della sua posizione geografica: nell'Ottocento
sulla via dell'espansionismo zarista verso la Persia e l'India, oggi su un crocevia
del petrolio" (Dudayev). Anche le più importanti vie di comunicazione
tra Mosca e le repubbliche trans-caucasiche passano per la Cecenia, e Mosca
non intende rinunciare al controllo.
Inoltre la Cecenia è una delle 10 repubbliche e regioni
autonome del Caucaso settentrionale dove si concentra un mosaico etnico e confessionale
assai composito; i ceceni sono musulmani, come altri popoli del Caucaso, e si
ritengono parte di una solidarietà islamica assai diffusa nell'area turco-iraniana,
che potrebbe essere attivata in caso di bisogno. L'indice di crescita demografica
in Cecenia è assai alto, a differenza della Russia in generale.
Due elementi quindi, il petrolio e l'Islam, che incoraggiano
la volontà di secessione (l'annessione alla Russia data da poco più
di un secolo). Esattamente per le stesse ragioni però Mosca vede una
eventuale separazione accordata alla Cecenia come prima breccia in una diga
che a quel punto non resisterebbe più a lungo, e potrebbe portare a tensioni,
conflitti e persino guerre internazionali di enorme dimensione, accentuando
un secolare contrasto tra mondo slavo ed islamico di cui si notano già
numerosi segni di ripresa (dalla Bosnia al conflitto armeno-azero, che indirettamente
lo richiama), e che - una volta aperto - avrebbe pesanti ripercussioni all'interno
della Federazione russa e nelle relazioni tra la Russia e le aree caucasica
e centro-asiatica, nonchè con la Turchia e l'Iran. Già ora si
vede chiaramente che l'andamento del conflitto ceceno è strettamente
collegato ad altre tensioni e conflitti nell'area: Georgia/Abchasia, Ossezia,
Inguscezia....
Tra le vittime politiche più illustri di questa guerra
c'è anche il noto democratico ed ex-dissidente Sergej Kovaljev, l'incaricato
del presidente russo Eltsin che nella Duma, nel parlamento della Federazione
russa, avrebbe dovuto essere l'avvocato dei diritti umani e che ora è
stato destituito dalla sua carica. Del resto il suo compito era diventato largamente
inutile: i suoi appelli ad una soluzione pacifica del conflitto ceceno sono
rimasti inascoltati, la sua disponibilità a fungere da mediatore dai
russi è stata ignorata e non gli è stato nemmeno permesso di accompagnare
sul terreno gli inviati dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione
in Europa, subentrata alla CSCE) che - sotto presidenza ungherese - alla fine
di gennaio hanno svolto una missione di esplorazione. In un incontro di Kovaljev
con i Verdi al Parlamento europeo (fine febbraio 1995), il suo giudizio sulle
prospettive di soluzione del conflitto si era ormai trasformato in una valutazione
molto pessimistica.
Più in generale, non pochi democratici russi hanno protestato
contro la guerra in Cecenia, vedendovi una ricaduta imperiale ed egemonica e
notando che anche i già assai ridotti spazi di democrazia sotto il regime
di Jelzin finivano per essere sacrificati alla logica della guerra e della conseguente
prevalenza delle forze armate. Anche in Occidente ci si è ripetutamente
chiesti quanto Eltsin ancora comandasse al Cremlino, ma finalmente lo stesso
presidente Clinton (al pari di Kohl ed altri leaders occidentali) ha deciso
di avallarne la politica, pur con qualche monito a non eccedere in Cecenia.
Gli sforzi internazionali si sono sinora limitati ad alcuni appelli
di assemblee democratiche e ad una missione dell'OSCE. Il Parlamento europeo
da dicembre interviene mensilmente sulla Cecenia ed ha suscitato una vivace
protesta del parlamento russo (la Duma) per il contenuto delle sue prese di
posizione. Il P.E. ha definito - con il concorso determinante dei Verdi che
seguono la situazione attraverso costanti contatti con gruppi democratici e
di impegno sui diritti umani sia a Mosca che nella regione caucasica ed attraverso
una missione nell'area (Elisabeth Schroedter, Brigitte Luggin, marzo 1995) -
essenzialmente la seguente linea: a) immediata cessazione delle ostilità,
liberazione dei prigionieri, accesso agli aiuti umanitari ed osservatori internazionali;
b) sostegno ad una soluzione politica negoziata, occorrendo con l'aiuto di organismi
internazionali (OSCE); c) no all'impiego dell'Armata contro minoranze, no alla
grave violazione dei diritti umani, d) sostegno ai democratici russi, a Kovaljev,
agli organismi internazionali per i diritti umani ("Helsinki Watch");
e) sospensione dei negoziati con la Federazione russa sintantochè le
azioni militari in Cecenia continuano.
La missione dell'OSCE, guidata dall'ambasciatore ungherese Márton
Krasznai, è arrivata alle seguenti raccomandazioni conclusive (si tenga
conto che l'OSCE è un'organizzazione di Stati, di cui la Federazione
russa fa parte, mentre ovviamente la Cecenia oggi non vi è rappresentata):
a) un "cessate il fuoco" umanitario da negoziare, interventi umanitari,
accesso incondizionato alla Croce Rossa, intervento dell'UNHCR per gli sfollati
e rifugiati; b) istituzione di una commissione nazionale russa di investigazione
sulle atrocità e violazioni dei diritti umani (alla quale organismi internazionali
quali l'OSCE ed il Consiglio d'Europa potrebbero fornire assistenza); c) un
governo provvisorio ceceno - nel quadro della Federazione russa - con la più
larga e rappresentativa partecipazione; libere elezioni; assistenza internazionale
per individuare forme di auto-governo compatibili con il quadro costituzionale
della Federazione russa; d) intervento anche di organismi non-governativi ai
fini di incoraggiare e sostenere la ricostruzione di una società civile.
Il presidente ribelle Dudayev in una sua presa di posizione,
pubblicata a metà marzo 1995 dal Washington Post, chiede a sua volta
un cessate-il-fuoco incondizionato, sorvegliato da osservatori internazionali,
la creazione di zone di sicurezza dove dispensare assistenza medica ed alimentare
da parte di gruppi umanitari internazionali, negoziati tra Russia e Cecenia
(ma pretende che sia il suo governo, auto-definito legittimo, a condurle) con
la supervisione di mediatori internazionali e la tenuta di elezioni parlamentari
e presidenziali nel 1995. "Tengo a dichiarare al mondo che non siamo secessionisti
e che non chiediamo completa indipendenza", aggiunge.
Ora molto dipenderà dalla pressione internazionale che
si saprà esercitare sul regime di Eltsin, da un lato, ed anche verso
il presidente ceceno Dudayev: non è immaginabile che una prova di forza
possa condurre ad una soluzione accettabilmente giusta e duratura.
Per la società civile ed i gruppi di pace in una situazione
come questa è assai difficile intervenire direttamente: la distanza geografica
e culturale rende pressoché impossibile un'azione diretta. Ma l'invio
di missioni, lo sviluppo di relazioni strette con gruppi impegnati sui diritti
umani, il sostegno alle poche reti di dialogo esistenti nell'area (tra cui la
Helsinki Citizens' Assembly, che ha una qualche presenza nell'area caucasica)
sono un efficace aiuto all'azione di pace, come pure - naturalmente - le pressioni
politiche affinchè alla Russia di Eltsin non venga semplicemente "perdonata"
la sanguinosa spedizione cecena.
Alexander Langer |