A RECIFE, IN BRASILE, E' MORTO DOM HELDER CAMARA
La voce dei senza voce, contro miseria e violenza
Dom Helder Camara se n'è andato nel sonno all'alba del 28 agosto
nella sua casa di Olinda, a Recife, nel Nordest del Brasile. Aveva 90 anni,
essendo nato nel febbraio del 1909 a Fortaleza, capitale dello stato nordestino
del Ceará, terra di siccità, povertà e di emigrazione ma anche di una forte
religiosità popolare. Le sue spoglie ora riposano nella Igreja das Fronteiras,
dove dalla metà degli anni Sessanta intorno all'esile vescovo di Recife dalla
tunica color sabbia si incontravano insieme a collaboratori ed amici, anche
gli altri amici di dom Helder, quelli più amati, i diseredati. "Chiesa delle
frontiere": quelle che l'azione, le parole ed il sorriso di dom Helder, ormai
non conoscevano più.
di Gabriele Colleoni
Oggi può apparire anche paradossale che il servizio pastorale
di quello che sprezzantemente i militari brasiliani ed i loro giornali durante
la dittatura (1964-1985), definirono "il vescovo rosso", sia iniziato negli
anni '30 a fianco delle organizzazioni del cattolicesimo integralista del Ceará,
molto attive nella regione ma anche molto vicine al movimento fascista brasiliano.
L'unica spiegazione plausibile sta forse nella incontenibile spinta che urgeva
un giovane prete nordestino ad aiutare la sua gente dalla "vita e morte severina",
come quella cantata da un poeta conterraneo. Un eccessivo attivismo costatogli
l'"esilio" in una parrocchia a Rio de Janeiro dove poi diventerà vescovo ausiliare,
con il divieto dei superiori a qualsiasi attività politica - proibizione rispettata
fino al 1963, quando con l'avvento del regime militare brasiliano, ne diventerà
l'avversario più noto fuori e temuto. Nel frattempo, l'irrequieto prete del
Ceará aveva già lasciato comunque il segno in seno alla chiesa: nel 1952, diede
vita alla Cnbb, la Conferenza Episcopale brasiliana, prima organizzazione al
mondo a riunire i vescovi di un Paese. Solo dopo il Concilio Vaticano II questo
tipo di organizzazione sarà approvato e incoraggiato nel resto del mondo, ma
intanto la Cnbb aveva già acquisito un grande peso, anche politico, nella vita
brasiliana. Durante il Concilio, con l'appoggio di Paolo VI, dom Camara fu tra
i promotori della "Chiesa dei poveri", attenta al grido di giustizia delle fasce
più umili della popolazione mondiale e del Terzo Mondo. Una delle sue affermazioni
più citate - "la povertà è sopportabile, ma la miseria è un'offesa alla natura
umana" - venne pronunciata al Concilio. Dopo la nomina nel 1964 ad arcivescovo
di Recife e Olinda in Pernambuco, riprese la lotta politica, enfatizzando l'impegno
a favore dei diritti umani e le denunce delle violenze della dittatura militare,
che lo accuserà di attività comuniste quando sarà tra i fondatori delle comunità
ecclesiali di base, altra decisiva innovazione nella Chiesa brasiliana contemporanea.
Nel 1969, durante la "stretta" più brutale della repressione, uno dei suoi più
stretti collaboratori, padre Enrique Pereira Neto, venne assassinato. É il momento
in cui attorno al "vescovo rosso" si fa il vuoto. "Quel che è davvero terribile",
dirà, "è che anche i piccoli si allontanano, si lasciano intimidire....". Ma
è a questo punto che avviene lo scarto: convinto che la causa della giustizia
è indivisibile, che il destino del Terzo Mondo dipendeva da una riforma radicale
dei rapporti politici ed economici tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, dom
Helder alza la sua voce in nome dei troppi "senza-voce" per farla arrivare alle
"superpotenze", capitaliste e socialiste, alle multinazionali, ai governi ed
ai popoli del Nordamerica e dell'Europa, e nel 1970 con Ralph Abernaty, il successore
di Martin Luther King, sottoscrive un appello comune in cui tra l'altro si dice:
"per far fronte al pericolo costante di una guerra mondiale, dobbiamo costruire
un movimento mondiale per la pace. Per far fronte al problema della povertà,
dobbiamo istituire una lotta mondiale contro la miseria e l'ingiusta ripartizione
delle ricchezze...". Sono le basi, lungimiranti se si pensa che la globalizzazione
era allora una prospettiva remota, del costante impegno futuro di dom Camara
ad invocare ed a costruire quella che chiama "la multinazionale della solidarietà",
capace di contrastare, nel segno di una libertà creativa, ma al tempo stesso
solidale e responsabile verso tutti gli uomini, la sfida delle altre multinazionali.
L'ostilità del regime nei suoi confronti divenne talmente viscerale che ai media
venne imposto il divieto di qualsiasi menzione del suo nome sulla stampa o in
pubblico, arrivando a boicottarne la stessa candidatura al premio Nobel per
la Pace. E ciò nonostante il risaputo orgoglio brasileiro per i concittadini
che hanno tenuto alto il nome del Paese all'estero. Per la sua radicalità evangelica
dom Helder era diventato comunque "scomodo" anche dentro la Chiesa, anche se
in uno dei primi viaggi in Brasile il Papa stesso lo abbracciò pubblicamente
con le parole "dom Helder, fratello degli uomini e fratello mio". La riprova
la si ebbe quando nel 1985 - casualmente in contemporanea con la fine del regime
militare - anche dom Helder si fece da parte lasciando l'incarico di arcivescovo
di Recife per limiti di età. Le sue iniziative pastorali costruite in vent'anni
nello spirito conciliare vennero gradualmente ma sistematicamente svuotate o
smantellate a colpi di diritto canonico dal successore scelto dal Vaticano,
dom José Cardoso. Gli ultimi quindici anni sono stati di relativo silenzio.
Eppure, di fronte all'ennesima dura prova, dom Helder non ha voluto allontanarsi
dalla sua gente, è rimasto ad Olinda nella sua modesta casetta, dedicandosi
alle iniziative sociali promosse dalla sua fondazione Obras di Frei Francisco,
ed alla campagna "Duemila senza miseria", avviata con l'aiuto di religiosi,
vescovi e laici, che erano cresciuti avendo dinanzi l'esempio di questo piccolo
grande "fratello degli uomini". "Il sogno di un uomo solo è destinato a rimanere
un sogno, il sogno di molti uomini può diventare realtà": nella sua semplicità
dom Helder Camara ha regalato a più di una generazione - quelle vissute sentendosi
addosso il vento rinnovatore scaturito dal Concilio - una piccola grande bussola
che alla fine ha portato a precorrere molto cammino. In questa "necessità" di
condivisione come presupposto alla ricerca di ogni utopia autenticamente umana
e per l'uomo, sta la prima e fondamentale lezione che a molti di noi diede quel
piccolo vescovo mite che, a dispetto della sua esilità fisica, gridava dai tetti
contro l'oppressione del suo popolo da parte dei "gorilla" dell'esercito più
potente del Sudamerica, e che ad un certo punto si era "mescolato" con i poveri,
scegliendo non solo di stare dalla loro parte ma anche una vita frugale e semplice,
senza distanze. Rifuggendo ogni pompa ecclesiastica ed insieme ogni tentazione
paternalistica di potere. Il suo terreno privilegiato rimase quello dell'azione
concreta, della condivisione "libera e liberatrice", della parola che rompe
il silenzio e porta conforto. Qualsiasi fosse il peso da sopportare. Per questo
i tanti "deserti" che nel corso della sua vita Helder Camara ha dovuto affrontare,
non sono mai stati - ha scritto qualcuno - il "cimitero della speranza". E del
resto ce lo ricordava lui stesso con il titolo dato ad un suo libro del 1971
sulle "minoranze abramiche": Il Deserto è fertile. Come potrà esserlo anche
il deserto che oggi la sua scomparsa si lascia alle spalle. E lo sarà se sapremo
farci ancora mettere in crisi dall'esempio di questo umile ed instancabile "costruttore
di pace". |