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Per una Polizia Internazionale

di Antonio Papisca

Solo una polizia internazionale puo' esercitare un aiuto umanitario che non sia pura distruzione Non si puo' fare la guerra per i diritti umani
L'impegno a intensificare gli aiuti e a promuovere momenti di preghiera nei Balcani feriti dal conflitto Un intervento anche militare e' accettabile se ha un comando davvero sovranazionale e ha come fine l'interposizione tra le parti.
Per garantire i diritti umani in Kosovo occorre un'efficace presenza internazionale sul territorio.
Lo si sta dicendo e chiedendo non da oggi.
Ma "chi" e "come" deve assolvere a questo compito di giustizia e di solidarieta' nei riguardi di chi soffre?
Qui sta il punto nodale della questione.
Le Nazioni Unite o la Nato?
Se, per restare nella legalita' e nella ragionevolezza, diciamo Nazioni Unite, il come e': "polizia internazionale".
Se, come gli Usa pretendono, si dice Nato, il come e': "esercito internazionale".
Il problema e' pero' che non si sta facendo nulla per chiarire la differenza fra le due ipotesi, fra esercito e polizia, con questo portando, piu' o meno esplicitamente, acqua alla tesi della guerra come evento inevitabile per difendere i deboli.
Nell'ipotesi Nato - esercito internazionale, il contesto sarebbe, anzi e', un contesto unilaterale, "di parte" e "di guerra", anche se di "guerra alla guerra a fin di bene", come si sta ripetendo fino alla nausea.
Poiche' la Nato e' gia' in guerra: le operazioni in corso traducono nei fatti l'animus bellandi, cioe' l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, uno Stato (territorio, popolo, governo).
L'eventuale presenza Nato sul territorio del Kosovo si configurerebbe come il classico esercito di occupazione.
Nell'ipotesi invece Nazioni Unite - polizia internazionale, si agirebbe in un contesto che, oltre ad apparire legale e ragionevole, e' anche "multilaterale", in cui possono cioe' trovarsi consensi in ogni parte del mondo.
Potrebbero certamente scattare veti al Consiglio di Sicurezza, ma in questo caso non sarebbero quelli della Russia o della Cina e sarebbe difficile per i governi occidentali trovarsi sotto un'ulteriore ondata di dissenso e di delegittimazione in seno alla comunita' internazionale. Cerchiamo dunque di chiarire, sgombrando innanzitutto il terreno dell'ambiguita' dell'aggettivo "umanitario".
Si parla di guerra umanitaria, di guerra per i diritti umani, di ingerenza umanitaria.
Per i diritti umani e per l'aiuto umanitario non si puo' fare la guerra.
Punto e basta.
Si possono invece compiere operazioni di polizia internazionale, anche con l'uso del militare.
Questo dice il vigente diritto internazionale.
Mentre le operazioni di guerra hanno fini di "distruzione", l'intervento di polizia internazionale ha come fini:
l'interposizione fra le parti in conflitto, la protezione e la difesa dell'incolumita' delle popolazioni, la cattura dei criminali, la somministrazione dell'aiuto umanitario.
Le operazioni di polizia internazionale si differenziano dalle operazioni di guerra - giova ripeterlo, opportune et inopportune - perche': non hanno come obiettivo la distruzione, totale o parziale, di uno Stato; devono essere intraprese in proprio dall'Onu (disposizioni del cap. VII della Carta delle Nazioni Unite) o espressamente autorizzate dall'Onu se intraprese da un'organizzazione regionale (cap. VIII); devono quindi avvenire sotto comando "soprannazionale" e nell'osservanza della Carta delle Nazioni Unite e delle pertinenti convenzioni giuridiche internazionali, a cominciare da quelle dei diritti umani.
Per le funzioni di polizia internazionale che prevedano l'impiego di personale militare, questo deve essere adeguatamente educato e addestrato a fini che non sono di guerra.
Ai sensi del vigente diritto internazionale, l'"intervento d'autorita'
della Comunita' internazionale" non puo' essere effettuato da uno Stato o da un gruppo di stati.
Poiche' questa funzione spetta all'Onu, gli stati hanno l'obbligo di mettere le Nazioni Unite nella condizione di agire con tempestivita' ed efficacia.
Tutto il discorso sull'inefficienza e i ritardi dell'Onu si ribalta sugli stati, e' un boomerang nei loro confronti.
Non solo il regime di Milosevic, ma anche la Nato, sta mettendo a rischio un patrimonio di civilta' giuridica e istituzionale che era stato con passione sancito all'indomani della seconda guerra mondiale: la Carta delle Nazioni Unite (la si invochi e la si commenti nelle scuole, in Parlamento, nei Consigli comunali, regionali e provinciali, in particolare si rifletta sul suo preambolo), la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, le successive Convenzioni giuridiche (si rifletta in particolare sulla Convenzione sui diritti dei bambini), il sistema della cooperazione multilaterale, la filosofia dello "sviluppo" umano, il divieto dell'uso della forza al di fuori del controllo diretto dell'autorita' sopranazionale delle Nazioni Unite, la decolonizzazione politica, gli embrioni di democrazia internazionale.
Questo balzo di qualita' della civilta' giuridica e politica mondiale, questa genuina apertura di "universale" sul futuro dell'umanita', questo patrimonio di ideali che ampi strati di societa' civile globale - solidarista e pacifica - vogliono difendere e sviluppare, questi "segni dei tempi" che, dalla "Pacem in Terris" in poi, i Sommi Pontefici non si stancano di additare perche' siano colti e fatti fruttificare, vengono oggi messi a rischio da esponenti di classi governanti che dimostrano, nei fatti, di non avere ne' la qualita' culturale ne' l'ispirazione valoriale ne' il buon senso comune dei grandi statisti che hanno pensato e voluto le Nazioni Unite.

C'E' UN JET-SET DI SIGNOROTTI DELLA POLITICA MONDIALE CHE HA NELLE SUE MANI GRAN PARTE DEL POTERE IDONEO A FARE GRAN PARTE DEL BENE POSSIBILE IN QUESTO NOSTRO MONDO, SEMPRE PIU' INTERDIPENDENTE, MA CHE USA PROTERVIA, MUSCOLI E STUPIDITA' INVECE DI SAGGEZZA, COMPETENZA, SENSO DEL DIRITTO, CAPACITA' POLITICA, ABILITA' NEGOZIALE.

Sotto i macabri vessilli di mammona e dell'industria di guerra, si distrugge, non si costruisce.
Tutto un patrimonio di valori universali, di idealita', di buone volonta', l'azione paziente degli operatori della speranza e dei costruttori di pace, che sono attivi in ogni parte del mondo, nelle condizioni piu' difficili, e' messa a rischio da un "campo di disvalori" che pare avanzare come un rullo compressore. Il diritto intanto e' in lutto, intere popolazioni sono stremate, tante coscienze sanguinano anche in occidente. Che queste ultime reagiscano.
Troveranno adesioni in ogni parte del mondo, da parte dei tanti che possono fare udire la loro voce soltanto nel "foro morale" delle Nazioni Unite.
Si passi all'azione, si faccia politica perche' denaro e "volonta'" siano spesi per fare funzionare e democratizzare l'Onu, non per fare le guerre.
Momenti come l'attuale, ove si contrappongono due disegni di ordine mondiale radicalmente antitetici, sono quelli della "prova", della testimonianza personale, costi quel che costi.
Non si puo' negoziare sui valori umani universali, ne' con Milosevic ne' coi signori della guerra.
Si' si', no no.
Per i cristiani, quale momento piu' propizio a far fruttare il discorso evangelico delle Beatitudini?



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