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STRATEGIE ALTERNATIVE DI DIFESA PER
INTERVENIRE NEI CONFLITTI
Delegittimare la guerra, per trovare una pace giusta
di Angela Dogliotti Marasso
"L’Italia ripudia la guerra come strumento
di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali" (art.11)
Le tragiche esperienze di genocidi, deportazioni, bombardamenti
avevano portato i costituenti a fondare su questa decisiva affermazione di civiltà
il patto di convivenza nel nostro paese nell’immediato dopoguerra.
Altri massacri, pulizie etniche, deportazioni hanno insanguinato,
da allora, il nostro secolo: la guerra non è uscita dalla storia, anche
se la coscienza comune ne percepisce chiaramente tutto l’orrore. E’ difficile
trovare oggi qualcuno che la esalti ancora come "igiene del mondo",
ma ciò che è rimasto nel profondo della nostra sedimentazione
culturale è l’essenza della sua legittimazione come strumento della politica.
Si dice infatti di questa guerra: tutte le vie pacifiche sono
fallite, non si può accettare il genocidio del Kossovo, "la Nato
non deve perdere l’occasione di colpire a fondo, costringendo Milosevic a una
cessazione delle ostilità non provvisoria e unilaterale, ma sostanziale
e risolutiva"(Gianni Vattimo, La Stampa del 7/4/99)
E’ su questo punto che dobbiamo rispondere, questo è
il nocciolo duro da intaccare: delegittimare la guerra; affermare, costruire,
sviluppare strategie alternative di difesa e di intervento nelle situazioni
di conflitto.
Perché non è vero che tutte le vie pacifiche
siano fallite, è vero piuttosto che non sono state adeguatamente seguite
le alternative alla guerra che nel corso del conflitto tra dirigenza serba e
Kosovari si sono presentate:
a- non è stata sostenuta, da un’Europa indifferente,
la decennale resistenza nonviolenta dei Kosovari , che aveva finora impedito
la guerra nel punto più caldo dei Balcani, mentre è stato favorito
il conflitto armato appoggiando e armando l’UCK;
b- Milosevic è stato premiato con l’eliminazione delle
sanzioni di primo livello e con accordi economici , anche da parte dell’Italia
(STET, FIAT...);
c- la missione degli osservatori OSCE, che ha svolto un positivo
lavoro di interposizione e di mediazione tra le milizie serbe, l’UCK e la popolazione
civile, è giunta troppo tardi ed è stata solo parzialmente realizzata
(1400 verificatori su 2000)
d- è stato svolto un insufficiente lavoro diplomatico
in ambito ONU e OSCE, lavoro che avrebbe potuto individuare le forme di un intervento,
anche limitato, ma accettabile da tutte le parti
Ma a queste argomentazioni si risponde che non possiamo andare
a vedere quali errori siano stati fatti nel passato, perché di fronte
al massacro era necessario prendere una decisione immediata, per fermarlo.
Ma come si può chiederci di non ragionare sul passato
se è proprio dalle omissioni, dalle indifferenze, dagli errori del passato
che si è sviluppata l’attuale, tragica situazione? Non si può
sostenere che la guerra è l’unica risposta quando essa non è che
l’ultimo anello di una serie di opzioni politiche che, in quanto prigioniere
di una cultura di legittimazione della guerra, hanno avuto l’effetto di mettere
in atto una profezia che si è autoavverata. Perché, infatti, non
sostenere Rugova e armare, invece, l’UCK? Non significa ciò, nella migliore
delle ipotesi, sentire solo la ragione delle armi? E quale morte annunciata
più della tragedia del Kossovo? Bisognava aspettare fino ad ora per scoprire
il volto feroce di Milosevic?
Non solo, ma l’intervento NATO anziché proteggere i
Kosovari, li ha esposti ancor più, in modo irresponsabile (un paradosso
dell’etica della responsabilità...), alla pulizia etnica di Milosevic
e alla vendetta delle milizie serbe, ponendo la necessità di una nuova
escalation della guerra. Di questo passo, ci saranno ancora Kosovari da salvare
quando la resistenza serba sarà piegata? Non si rivela in questo modo
il fatale destino della eterogenesi dei fini quando la violenza vuole farsi
giustizia?
Oltre a ciò, i bombardamenti sulla Serbia hanno ottenuto
finora come risultato:
- di ricompattare i Serbi attorno a Milosevic, isolando i dissidenti;
- di incrementare gli odi reciproci, di cronicizzare le separazioni
etniche;
- di isolare i moderati di entrambe le parti , favorendo invece
le posizioni estreme e rendendo così più difficile una reale soluzione
del conflitto.
Per questo siamo convinti che non esistono alternative alla
ricerca di una alternativa alla guerra.
E per questo i movimenti nonviolenti hanno approfondito la
ricerca e la sperimentazione di forme di intervento, di interposizione, di difesa
civili (caschi bianchi, berretti bianchi, PBI, ambasciata di pace a Pristina,
reti di donne attraverso i confini, mediazioni della diplomazia non ufficiale
come quelle della Comunità di S.Egidio...)
E’ un segno di speranza che queste iniziative, sviluppatesi
nell’ambito della ricerca per la pace e della diplomazia popolare, siano oggi
riconosciute anche a livello istituzionale, sia in Italia dalla Legge 230/98
che prevede la predisposizione di forme di difesa civile non armata e nonviolenta,
sia in Europa, dalla raccomandazione del 10/2/99 del Parlamento Europeo (per
sostenere la quale il Movimento Nonviolento è impegnato da tempo), che
prevede l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo, organismo che prefigura
una strategia alternativa di intervento nei conflitti, nella quale l’Europa
potrebbe svolgere un ruolo fondamentale e non subalterno a nessuno Si
fermi dunque la guerra prima che i suoi effetti diventino irreparabili per la
futura convivenza in quelle terre martoriate; la parola torni subito alla diplomazia
e alle legittime istituzioni internazionali, nate per risolvere le controversie
con mezzi più civili e umani della guerra. Se forza di interposizione
armata deve esserci, sia una forza multinazionale sotto egida ONU e OSCE.
E poi si convochi al più presto una Conferenza internazionale
di pace sull’Europa del sud-est, "non di spartizione in pericolosi stati
etnici, ma per aiutare la convivenza delle culture diverse sulla stessa terra,
che è l’unica formula della pace giusta".
segreteria nazionale del Movimento Nonviolento
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