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Presa di posizione della Campagna per una soluzione nonviolenta nel

Kossovo nella riunione di Bologna del 27.3.1999 sull’attuale situazione

di guerra nella Federazione Jugoslava e nel Kossovo.

1) Dolore per il fatto di assistere all’ennesimo tentativo delle grandi potenze di far credere che la pace si possa ottenere con la guerra e che il bombardamento di città e villaggi per raggiungere obiettivi militari sia assolutamente indispensabile. Nella guerra moderna si sta verificando che la vera vittima rimane sempre e solo la popolazione civile di qualsiasi gruppo etnico essa sia. Nella situazione specifica i missili e le bombe uccidono sia le vittime che i carnefici, tanto più che questi ultimi usano i primi come scudi umani per difendersi dai bombardamenti. Questo è ancora più vero per gli attacchi sul Kossovo dove il rischio è di uccidere proprio la popolazione che si pretende di difendere.

2) I Governi dei Paesi che aderiscono alla NATO hanno dichiarato ufficialmente che si è arrivati ai bombardamenti dei territori della Jugoslavia (Serbia e Montenegro) perché si erano tentate tutte le possibili vie diplomatiche pacifiche e perché queste erano fallite. La Campagna per una soluzione non violenta nel Kossovo - che dal 1993 si occupa della prevenzione del conflitto armato e della ricerca di valide soluzioni al problema del Kossovo - sa che questo non è affatto vero:

a) perché la diplomazia internazionale non ha fatto quasi nulla per prevenire questa prevedibile escalation di violenza tra le etnie: infatti non ha appoggiato seriamente la resistenza nonviolenta del popolo kossovaro, condotta ininterrottamente dal 1989, favorendone inoltre le forme e componenti più passive. La Transnational foundation for peace and future research (TFF), che nel 1992 ha denunziato il rischio della possibile esplosione della guerra nel Kossovo, ha espresso il dubbio che questa mancanza di appoggio alla prevenzione della guerra sia dovuta al fatto che si attendeva l’esplosione del conflitto armato per sostenere la necessità e l’indispensabilità dell’intervento della NATO, in cerca di rilegittimazione dopo il crollo del bipolarismo est-ovest e a cinquant’anni dalla sua fondazione.

b) perché l’unico tentativo riuscito di mediazione portato avanti dalla diplomazia non ufficiale tramite la Comunità di Sant’Egidio, che prevedeva una normalizzazione del sistema scolastico nel Kossovo, invece di essere attentamente monitorato nella sua applicazione, è restato lettera morta per un anno e mezzo. Malgrado questo è stato premiato Milosevic, principale responsabile della non applicazione, eliminando le sanzioni di primo livello, riconoscendo ufficialmente la Neo-Jugoslavia e dichiarandola zona di mercato privilegiato (aprendo così la corsa agli affari di cui l’Italia - tramite Telecom, Fiat, e altre ditte interessate allo sfruttamento delle potenzialità delle miniere di Trepca - è il primo partner economico).

c) perché la diplomazia internazionale è stata estremamente lenta nell’applicazione dell’accordo tra Holbrooke e Milosevic che prevedeva l’intervento nel Kossovo di 2000 verificatori del cessate il fuoco non armati. Infatti, pur essendo il numero dei verificatori estremamente ristretto in rapporto al territorio da tenere sotto controllo, a quasi un anno dalla sua firma solo 1400 di loro risultavano dislocati. Ciò nonostante la loro presenza era riuscita a contenere la violenza sulla popolazione civile, vertiginosamente esplosa al loro ritiro.

d) perché ci sono molti dubbi, da quanto si è potuto conoscere, che altre soluzioni previste e di cui si è parlato durante i lavori di Rambouillet, come l’intervento di un corpo di peacekeeping ufficiale dell’ONU, o di una delega ufficiale da parte di questo all’OSCE - tutti organismi cui aderisce anche la Russia e che darebbero maggiori garanzie di obiettività e neutralità - siano state adeguatamente esplorate, nel tentativo anche qui di portare in primo piano gli interessi di parte della NATO

3) Visto tutto questo ci sembra necessario, per togliere questi dubbi e dare un’altra possibilità alla pace, di chiedere a Kofi Annan e all’ONU di fare un ulteriore tentativo di mediazione che preveda:

a) l’immediata cessazione dei bombardamenti NATO su tutta l’area;

b) la firma da entrambe le parti - Jugoslavia e Governo Parallelo del Kossovo - di un nuovo cessate il fuoco che comporti l’uscita dal Kossovo dell’esercito jugoslavo fino ai livelli già previsti dall’accordo Holbrooke-Milosevic, con l’interruzione dei combattimenti da parte di entrambi i contendenti.

c) il rientro nell’area dei verificatori OSCE, sensibilmente potenziati nel numero e nelle competenze, e integrati da elementi della società civile ben preparati alla mediazione e alla soluzione nonviolenta dei conflitti.

d) l’organizzazione, prima possibile, da parte delle NU, preferibilmente nella loro sede di Ginevra che è sembrata più neutrale e libera da condizionamenti di quella di New York, di una Conferenza Internazionale di pace per tutti i Balcani, cui partecipino tutti i Governi dell’area balcanica e le organizzazioni non governative che in questi anni si sono occupate dei problemi di queste terre. E’ indispensabile che la Conferenza consideri il problema del Kossovo all’interno del più vasto quadro balcanico. Infatti il conflitto si sta già estendendo alla Macedonia e all’Albania, e il Montenegro - malgrado la sua dissociazione dalla politica di Milosevic - è stato pesantemente bombardato.

4) Ci auguriamo che queste nostre proposte vengano accettate e che la forza della ragione e della pace prevalgano su quelle della guerra e della forza. Infatti quando si passa alle armi non sono più possibili soluzioni pluralistiche.

Lettera aperta di Mao Valpiana a Marco Pannella sulla guerra in Jugoslavia.

La nonviolenza é una cosa seria

Caro Marco,

in questi giorni e in più occasioni ti sei espresso pubblicamente a favore dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia e l’hai fatto "da nonviolento gandhiano", che tra la codardia e la violenza sceglie quest’ultima per fermare il genocidio serbo in atto contro gli albanesi del Kosovo.

Ti scrivo in nome della nostra antica amicizia e della comune militanza antimilitarista, per l’obiezione di coscienza, che ci ha visti marciare insieme per la smilitarizzazione, in Italia e in Europa, da Trieste ad Aviano, da Bruxelles a Varsavia.

Oggi il popolo televisivo sente la tua unica voce come espressione di questa "nonviolenza gandhiana", ma tu sai bene (ho troppa stima e rispetto della tua intelligenza per pensare il contrario) che ben altra é la posizione dei movimenti nonviolenti, in Italia e nel mondo, degli amici di Aldo Capitini e di Mohandas Gandhi. Non sto parlando del pacifismo generico, antiamericano e filoserbo, sto parlando dei movimenti antimilitaristi e nonviolenti specifici, quelli della War Resisters International (l’Internazionale dei Resistenti alla Guerra, alla quale anche il Partito Radicale risulta affiliato), della nonviolenza attiva, politica ed efficace.

Bene, proprio la nonviolenza di tipo gandhiano insiste su due punti chiave: la correlazione tra mezzi e fini e l’efficacia dell’azione. Nel caso dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia non si realizza nessuna delle due condizioni. Le "bombe chirurgiche" non fermano Milosevic (anzi enfatizzano il nazionalismo serbo) e colpiscono anche il popolo del Kosovo la prova é nei fatti: dall’inizio delle operazioni militari sono aumentate le stragi ai danni dei civili albanesi e si sono moltiplicati i profughi in fuga dalla loro terra. Dunque il mezzo non ottiene il fine, e quindi non é efficace. (Non affronto l’argomento dell’illegalità dei raid aerei -secondo la Carta dell’Onu, lo Statuto della Nato e la Costituzione italiana- perché se una bomba, con danno minimo, servisse davvero a fermare la pulizia etnica e a salvare la vita a migliaia di vittime, farei una "obiezione di coscienza" e sarei disposto ad assumere io stesso la responsabilità di sganciare quella bomba ma così non é ).

Dunque, caro Marco, la vicenda del genocidio in atto, la strategia militare americana e le sventure dei serbi di Jugoslavia e degli albanesi del Kosovo, sono ben più complesse di un manicheo "o con la Nato o con Milosevic". Certo, la neutralità o l’ignavia in questo caso sarebbero dei peccati mortali (in senso letterale, perché lascerebbero i kosovari al loro destino di morti sgozzati) e dunque bisogna intervenire. Ma bisogna intervenire con strumenti che possano davvero fermare gli assassini, e non creando dei nuovi assassini. Vai a rileggerti le pagine di Gandhi sul nazismo. Le sue lettere a Hitler e agli ebrei. Il mahatma proponeva una resistenza attiva nonviolenta per scongiurare il massacro della seconda guerra mondiale. E certamente Gandhi non può essere accusato di essere stato un pacifista imbelle e inerme.... o te la saresti presa anche con lui?

Ognuno é libero di assumere la propria posizione, e di giustificarla come meglio crede ma sinceramente non mi sembra che quella tua di oggi sia presentabile con "gandhiana" (non basta una gloriosa storia personale o un discutibile simbolo di partito per rivendicare il primato della nonviolenza).

Per concludere ti mando un documento frutto di tanti anni di lavoro dei nonviolenti italiani nella "Campagna per una soluzione nonviolenta nel Kosovo" (nella quale si impegnò anche il nostro comune amico, non pacifista ma nonviolento, Alex Langer). Può essere una buona base di discussione e contiene proposte politiche concrete attuabili da subito. Accetti il confronto?

Ti abbraccio,

Mao

Mao Valpiana é direttore di "Azione nonviolenta"



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