Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Quando si pensa a Gandhi viene subito in mente il personaggio politico
che si è battuto per l’indipendenza dell’India usando
il metodo della nonviolenza. Si ha quindi di lui l’idea di una
persona che ha voluto e saputo incidere nella storia della sua patria
utilizzando tecniche nonviolente vincenti di resistenza al male politico,
economico e sociale. Più precisamente egli ha lottato per rimuoverre
l’ingiustizia e per promuovere la riconciliazione e la pace con
le armi dell’amore e della verità.
Questa immagine di Gandhi, come nonviolento politico, è nota
a tutti, ma coglie solo esteriormente l’importanza dell’uomo,
perché c’è una realtà interiore di lui, non
ben conosciuta, e che costituisce, a mio avviso, la vera identità
del Mahatma. Ci si sintonizza certamente meglio con l’anima di
Gandhi se lo si considera un santo che si interessò di politica,
un saggio orientale a cui stava a cuore il bene degli uomini.
In verità per conoscere veramente Gandhi bisogna sondare il suo
intimo e comprendere le lotte che ha sostenuto per liberarsi dalle sue
debolezze. Un suo attento biografo, Clemente Fusero, affermava: «Cento
volte più a cuore della libertà politica dell’India,
gli stava a cuore la libertà interiore dell’uomo, intesa
come affrancamento dall’odio, dalla paura, dalla cupidigia, da
tutte le passioni che riducono in servitù lo spirito degli individui
e che portano a sanguinose esplosioni la vita dei popoli». Gandhi
soleva anche dire: «Debbo confessare che l’autopurificazione
mi sta cento volte più a cuore della cosiddetta attività
politica».
Per comprendere la spiritualità di Gandhi bisogna partire dal
fatto che la nonviolenza del forte era la sua verità. Si tratta
di trasformare la volontà di bene in vita concreta. Secondo lui
«ogni verità astratta è priva di valore, se non
si incarna in uomini che la rappresentino». Ecco perché
affermava: «Io non ho messaggi da darvi, la mia vita è
il mio messaggio». Egli era solito anche distinguere la nonviolenza
del forte da quella del debole e del codardo. Queste due ultime erano
da rigettare perché a caratterizzare il nonviolento devono essere
la fortezza e l’eroismo.
E’ bene precisare che la nonviolenza del forte per Gandhi aveva
due fronti: quello interiore e quello esteriore. Nel primo il nonviolento
doveva estinguere in se stesso il male interiore che si manifestava
nei peccati di gola, di lussuria, di ira, di avidità, di potere
e di vanità. Nel secondo il nonviolento doveva essere capace
di combattere il male presente nella società lottando con tutti
i mezzi possibili, purché privi di violenza fisica. Per Gandhi
la resistenza al male interiore era propedeutica rispetto alla resistenza
al male sociale.
Ma come egli è riuscito a sprigionare tanta energia pur essendo
fisicamente una persona piccola ed esile? Come è stato possibile
tanto attivismo nella sua vita?
Si potrebbe dire che Dio lo aveva dotato di resistenze non comuni. Ma
non è proprio così. In un capitolo della sua autobiografia
parla a lungo della sua timidezza e rileva anche in altre occasioni
le sue debolezze e i suoi insuccessi. Ci troviamo quindi di fronte ad
una persona che non nasconde i suoi smarrimenti e la sua fragilità.
Non bisogna poi dimenticare che Gandhi ha sempre affermato di non essere
una persona eccezionale e diversa dagli altri e che chiunque poteva
percorrere, come lui, la strada della verità.
Si può certamente dire che la forza spirituale acquisita da Gandhi
è stata il risultato di un cambiamento interiore e di un rigoroso
riordine della sua vita personale. Si è trattata di una prodigiosa
ascesi individuale che ha trasformato l’impacciato giovane indù
che si era recato a studiare giurisprudenza in Inghilterra nella ‘Grande
Anima’ che ha sconfitto l’Impero Britannico. Ma i gradini
di questa ascesi furono saliti con difficoltà e un po’
alla volta, e forse non tutti se è vero che verso la fine della
sua vita Gandhi ebbe a dire rivolgendosi a se stesso: «Che diritto
ha di vivere chi non è ancora riuscito a dominare sufficientemente
l’ira e l’attaccamento?».
Quali erano dunque gli aspetti salienti di questa ‘nonviolenza
del forte’ sul fronte interiore a cui Gandhi diede fondamentale
importanza? Egli ha sempre insistito sulla necessità dell’autocontrollo,
che permetteva di soggiogare con la forza dello spirito le debolezze
della natura umana, fonti dell’ incapacità di agire. Tra
gli aspetti fondamentali della nonviolenza del forte sono anzitutto
da sottolineare il digiuno, il silenzio settimanale e il brahmacharya.
Col primo controllava il palato, col secondo la parola e l’ira
e col terzo il sesso. Il controllo di questi tre ‘demoni’
gli permise un rinvigorimento spirituale e fisico, nonché una
maggiore certezza nelle sue capacità. Si sentì così
in grado di affrontare con vigore e pace interiori le prove della lotta
nonviolenta per promuovere il bene politico e sociale.
La pratica del digiuno l’aveva imparata da sua madre Putlibai,
una donna straordinaria, di cui Gandhi parlava sempre con commozione:
«Era profondamente religiosa...Faceva i voti più severi
e li osservava senza deflettere. Nemmeno l’infermità era
una scusa per mitigarli». Quando nel 1888 andò in Inghilterra
a studiare giurisprudenza, tra l’altro promise, per seguire la
tradizione indù e i consigli di sua madre, di non mangiare carne.
Gandhi non solo si attenne al voto ma frequentò il circolo vegetariano
londinese, per il cui giornale scrisse anche degli articoli. Fu soprattutto
nel Sud-Africa che la sua pratica del digiuno cominciò a configurarsi
e a consolidarsi in maniera razionale e definitiva. Il digiuno venne
da Gandhi prima di tutto utilizzato come mezzo per eliminare il superfluo
da tutti quegli alimenti che usava per l’alimentazione. Era questo
un importante esperimento per aderire alla verità, cioè
al bene. Solo successivamente Gandhi comincerà ad adoperare il
digiuno come mezzo di sacrificio personale per emendare gli errori degli
altri. Il primo digiuno di questo tipo ebbe luogo in Sud Africa nel
1913, nella colonia di Phoenix, per alcune colpe commesse da fanciulli
di cui era educatore. Il quattordicesimo e ultimo digiuno avvenne a
Delhi nel gennaio del 1948 per impedire le violenze tra indù
e mussulmani. In particolare bisogna ricordare il successo del digiuno
a morte, intrapreso il 20 settembre 1932, affinché i templi indiani
venissero aperti agli Intoccabili, rompendo una barriera millenaria
che, come ebbe a dire J.Monchanin, fu «una vittoria dello spirito
che non ha mai avuto l’uguale, certamente in tutta la storia dell’India
e forse in tutta la storia umana».
Col silenzio settimanale Gandhi tendeva invece all’autocontrollo
della parola e dell’ira. Egli aveva scelto il lunedì come
giorno durante il quale non comunicava con la parola, ma con domande
e risposte scritte su un taccuino o in qualche altro modo. Pierre Meile,
autore dello scritto intitolato “Gandhi ou la sagesse déchaînée”
(Gandhi o la saggezza scatenata), pubblicato come introduzione all’autobiografia
in francese del Mahatma, apparsa nel 1964, ha affermato che questo silenzio
settimanale non poteva essere turbato o violato nemmeno dalla presenza
di un re. A questo proposito è bene ricordare che quando Gandhi
andò in Svizzera e fu ricevuto dal suo biografo Romain Roland
si attenne, anche in quel momento, scrupolosamente al suo silenzio del
lunedi, limitandosi ad ascoltare e rispondendo dettagliatamente il giorno
successivo.
Il voto di brahmacharya, cioè di rinuncia alla vita sessuale,
avvenne sempre nel Sud Africa nel 1906 a Phoenix. Esso fu concordato
con la moglie Kasturbai. Gandhi ha dedicato due capitoli dell’
autobiografia al ricordo del suo voto di brahmacharya. Nel primo di
essi afferma che per questa sua decisione «il fattore predominante
era stata l’influenza di Raychandbhai», il suo saggio amico
e poeta di Bombay che gli aveva fatto comprendere come la fedeltà
più grande ad una donna era quella che era priva di concupiscenza.
Il controllo del palato e del pensiero contribuirono ad indurlo decisamente
al controllo della sessualità.
Si può certamente sostenere che nell’ambito del fronte
interiore della nonviolenza del forte Gandhi faceva rientrare anche
la preghiera, che gli era sempre stata di sostegno nei momenti più
bui della sua esistenza. Una volta ebbe a dire: « La preghiera
mi ha salvato la vita». Un’altra volta affermò: «Come
il cibo è indispensabile al corpo, la preghiera è indispensabile
all’anima». Credeva sia nella preghiera individuale che
sociale. Infatti la sua uccisione si verificò mentre andava in
pubblico a pregare.
In tutti i suoi atteggiamenti Gandhi fondamentalmente era proteso al
perseguimento della Moksha, cioè della redenzione, della salvezza,
o meglio della liberazione dal vincolo terreno. Questo cammino era continuamente
presente in lui. Infatti egli afferma nella significativa introduzione
alla sua autobiografia: « Ciò che voglio raggiungere e
l’auto-percezione, trovarmi faccia a faccia con Dio, arrivare
alla Moksha. Io vivo, agisco e sono a questo scopo, tutto ciò
che dico e che scrivo, tutti i miei sforzi in campo politico hanno questo
fine ultimo». Poi a conforto di queste parole, che rivelano il
suo profondo sentimento religioso, aggiunge: «Colui che cerca
la verità dovrebbe essere meno che polvere, la gente calpesta
la polvere, ma l’umiltà di colui che cerca la verità
dovrebbe essere tale da indurlo a lasciarsi schiacciare anche dalla
polvere. Allora e non prima riuscirà a scorgere la verità».
Anche questa insistenza sull’umiltà fu cruciale per la
sua fortificazione perché lo indusse a distaccarsi da qualsiasi
richiamo della vanità o del potere.
Liberare la società dall’iniquità rientrava in questa
visione religiosa della vita. E’ significativo che il Mahatma
nel 1906 iniziò il satyagraha (ovvero l’uso della forza
della verità nella lotta per la giustizia) appena dopo il voto
di brahmacharya.
Gandhi aveva combattuto a lungo e spesso vinto sul fronte interiore
la violenza prodotta dagli errori che commetteva. Questa ardua lotta
lo liberò da molte passioni e lo rafforzò. Acquisendo
la nonviolenza interiore del forte gli fu più facile passare
sul fronte esteriore. E da allora egli fu capace di affrontare con coraggio
le più difficili ‘esperienze di verità’ politiche
e sociali, alle quali si interessò il mondo intero, cioè
prima quelle a favore della tolleranza razziale nel Sud Africa e poi
quelle che portarono all’indipendenza dell’India.
Remo de Ciocchis
Le 10 parole della nonviolenza, per fare
un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 9 luglio 2003
La parola del mese: “Bellezza”
di Christoph Baker*
“Christoph, scrivi qualcosa sulla bellezza!”. L’invito
è allettante. Dopo tutto da un po’ di tempo viviamo in una
marea di brutture. Dal marciapiede sotto casa al fiume che scorre lì
vicino, dai cieli grigi di smog alle immagini di guerra che passano alla
tivù: è il trionfo della spazzatura reale e morale.
Si ha un bel dire che non bisogna mollare, che è importante resistere,
che passeranno anche questi tempi bui. Ma se non si ha qualche spiaggia
incontaminata, qualche isola felice su cui rifugiarsi, allora anche la
resistenza è solo un lento suicidio. E non si può più
appellarsi solo alla forza della ragione per allontanare le nuvole nere
che si addensano all’orizzonte dei nostri sogni.
Abbiamo tutti un grande bisogno di essere ancora stupiti, meravigliati,
sconvolti dalla vita, come quando da bambini ci catturava il volo delle
farfalle, il vento che scompigliava l’erba alta nei prati incolti,
il sole che tramontava in mezzo ai palazzi come l’occhio di un dio
allegro che ci salutava e ci diceva di stare tranquilli, che domani sarebbe
stato un altro giorno.
Ma poi i giorni sono diventati anni e il lento scorrere del tempo ci ha
portato nelle paludi dell’abitudine, della routine. Di quel quotidiano
così riempito di programmi, di cose da fare, di appuntamenti e
scadenze, da farci smarrire il giusto sentiero, dimenticando di alzare
la testa ogni tanto per vedere dov’eravamo diretti. Finché
un giorno ci ha colto la desolazione delle cose intorno a noi e la dèbacle
dei nostri affetti.
Allora ci aggrappiamo alle poche cose rimaste a portata di mano, quasi
sempre avvolte nei tessuti soffici della memoria , laddove il tempo ha
fatto il suo lavoro di pulizia, lasciando che gli angoli si smussino,
che i dettagli stonati sfumino e, guarda caso, che rimanga un quadro di
colori ed emozioni coinvolgenti.
Non c’è niente da fare: l’essere umano ha bisogno della
bellezza nella sua concezione più completa. Come rapporto con la
propria vita, come richiamo alle cose essenziali, come sentimento di appartenenza
a qualcosa più grande di noi.
Certo, l’essere umano tende naturalmente a fare riferimento alle
impronte della propria specie. Si riconosce facilmente nell’opera
dei suoi simili, che essa sia architettonica, artistica o gastronomica.
Non nascondo un mio senso di profonda appartenenza alla specie umana,
quando si tratta di condividere il frutto della creatività e del
genio dell’uomo. Una ricetta sublime nella sua semplicità
(che so’? una spigola all’acqua pazza), un quadro di Rouault,
la linea eterea di una Bugatti 57C Atlante, o ancora una bottiglia di
Château de Beaucastel 1959… Per non parlare del tesoro che
rappresentano la musica e le canzoni. Sono tutte cose, queste, che mi
riempiono il cuore, oltre ad appagare i miei sensi.
Eppure, ho avuto la fortuna di scoprire che ci sono cose extra umane che
possono altrettanto scombussolarmi, e farmi perdere le mie sicurezze.
Sarà forse dovuta al fatto di essere cresciuto in campagna, se
oggi sento un legame così forte con la natura. Più che la
reazione alla distruzione dell’ambiente che io ed i miei simili
andiamo compiendo da sempre (e oggi in modo sempre più micidiale),
è la sconvolgente bellezza di Gaia che mi prende per mano. Spesso,
è stata lei a farmi uscire dalla retta via. Non ho mai saputo ignorare
il richiamo ancestrale della foresta, della montagna o (e soprattutto)
del mare aperto.
Lungo il cammino della mia vita, la natura ha saputo offrirmi stupore,
meraviglia, sgomento e paura. E anche i paesaggi più domestici,
come le colline del Senese, toccano direttamente il cuore, senza cadere
nelle fogne della ragione. Quindi, a maggiore ragione (!) i dirupi vertiginosi
delle Alpi, la maestà oscura del Schwarzwald, o il sortilegio dell’Atlantico
a Sud della Groenlandia. Vi sono, stampati nella memoria, immagini forti
di tempeste oceaniche, nebbie che viaggiano alla velocità del giaguaro,
venti essenziali e crudeli, soli infuocati e senza misericordia.
Vi è nella gratuità di queste cose la prima lezione di comunione
con la vita; prima di quando, crescendo, cominciamo ad accettare tutte
le codificazioni che ci inculcano a scuola. Infatti bisognerebbe sempre
tenere ben presente il danno inflitto a Bach, Rembrandt, Shakespeare o
Botticelli da certi riduzionisti della didattica! E poi gioire del fatto
che non sono riusciti ad ammazzarli completamente....
La bellezza rimane fonte primordiale di creatività. Sì,
certo, anche l’obbrobrio, la bruttura, la nullità, il grigiore
possono scatenare in noi un senso di ribellione liberatrice. Ma rimane
sempre l’estetica la vera dea dei nostri sentimenti, quella che
guida la voce del cuore, delle viscere, dell’anima verso un domani
danzante e cantante, che ci parla di armonia, di pace, di condivisione
dell’invisibile; finché, trasportati dalle emozioni, troviamo
anche noi qualche piccolo guizzo, qualche ispirazione, qualche pennellata
improvvisa che porta un po’ di sole nelle nostre gabbie abituali.
Ecco perché è così duro andare avanti in mezzo al
brutto, sopravivere senza il richiamo della bellezza. Ci viene a mancare
proprio il respiro vero nelle nostre vene. Certo, possiamo far finta;
possiamo scappare nei paradisi artificiali, scambiando lo schiamazzo per
musica e i neon per aurore boreali. Resterà però come un
pugno nello stomaco per non aver più saputo trovare la via d’uscita
da tanto squallore.
Da oggi dobbiamo aggiungere alla battaglia per i diritti umani, il diritto
alla bellezza. Dobbiamo rivendicare una valutazione di impatto estetico
su tutte le azioni e le attività dell’uomo. Dobbiamo introdurre
nei piani regolatori e nei progetti di sviluppo l’occhio dell’artista,
del poeta e del contemplatore.
Abbiamo l’urgenza di non deturpare più l’ambiente che
ci accoglie. Abbiamo il dovere di smantellare ciò che ha reso un
luogo brutto. Così capiremo l’indissolubile legame: l’estetica
è la vera ricompensa dell’etica.
* Vive a Roma ed è autore di “Ozio, lentezza e nostalgia
– decalogo mediterraneo per una vita più conviviale”,
Emi, Bologna, 2001.
La bellezza di M. K. Gandhi
La bellezza non risiede nell’apparenza, ma soltanto nella verità.
Una volta scoperta la bellezza interiore, quella esteriore risulta immensamente
povera.
Il cielo trapunto di stelle…Il firmamento morale del cuore umano
ornato con il medesimo splendore…Quale spettacolo più straordinario
vorremmo vedere?
La bellezza di M. L. King
Anche noi dobbiamo riconoscere il bisogno di pungoli nonviolenti per creare
nella società quel genere di tensione che aiuterà gli uomini
ad elevarsi dagli oscuri abissi del pregiudizio alle maestose altezze
della comprensione e della fratellanza.
Sia che la chiamiamo processo inconscio, impersonale Brahmam, o Essere
personale di impareggiabile potenza e infinito amore, c’è
una forza creativa in questo universo che lavora per portare gli aspetti
sconnessi della realtà in un tutto armonioso.
Sia lecito a noi tutti sperare che le oscure nubi del pregiudizio razziale
si diradino presto e la spessa nebbia dell’incomprensione si sollevi
dalle nostre comunità impregnate di paura, e che un domani non
troppo lontano le raggianti stelle dell’amore e della fratellanza
brillino sul nostro grande Paese in tutta la loro scintillante bellezza.
La bellezza di Aldo Capitini
Certe volte, anche a Perugia, il cielo è così ampio che
non ci si sente più geograficamente in alto, ma in una posizione
di umiltà ma non oppressa e quasi di familiare devozione all’infinito.
La nonviolenza non è mai perfetta, e non finisce mai, appunto
perché è una cosa dell’anima; è un valore,
è come la musica, la poesia, e si può sempre fare nuova
musica, nuova poesia; e la vecchia musica, la vecchia poesia, possono
essere vissute più profondamente.
L’atto del Vero, che tende a costituire conoscenze di ciò
che sono gli eventi e le cose, ha accanto a sé, ma più vicino
ad una realtà liberata, l’atto del Bello, che tende a formare
immagini di bellezza, nelle quali noi vediamo come dei preannunci di una
realtà liberata.
La bellezza di Francesco d’Assisi
Laudato sie, mì Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mì Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Per approfondire
Bellezza
Le ragioni del bello: il pensiero estetico.
Aristotele, La poetica, Milano, BUR Rizzoli, 1987.
E. de Arteaga, La bellezza ideale, Palermo, Aesthetica, 1993.
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R. Bodei, Le forme del bello, Bologna, Il Mulino, 1995.
U. Eco, La definizione dell'arte, 2a ed., Milano, Mursia, 1990.
H. G. Gadamer, L'attualità del bello. Saggi di estetica ermeneutica,
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W. Hogarth, L'analisi della bellezza, Palermo, Aesthetica, 2001.
F. Hutcheson, Ricerca sull'origine delle nostre idee di bellezza e virtù,
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Platone, Filebo, Simposio, Fedro in Id., Opere complete, vol. 3°,
Bari, BUL Laterza, 1993.
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S. Zecchi (a cura di), Estetica 1993. Oriente e occidente, Bologna, Il
Mulino, 1993.
Si conclude a Gubbio, il 6 e 7 settembre prossimi, con un convegno ed
un momento di festa, il percorso proposto dal Movimento Nonviolento fin
dallo scorso anno. Un prologo di grande interesse è costituito
dalla camminata in due giorni, 4 e 5 settembre, lungo il Sentiero francescano
della pace Assisi - Gubbio.
E’ un percorso che ha avuto un appuntamento ogni mese, con la riflessione
su dieci parole ispirate al pensiero della nonviolenza. Ci hanno aiutato
scritti di amiche ed amici, che hanno collaborato a questo progetto, e
frasi di Francesco, Gandhi, Capitini, Luther King.
4 e 5 settembre: sentiero francescano della pace Assisi - Gubbio
Il sentiero, molto bello e ben tenuto, di grande interesse naturalistico
e storico, ripropone l’antico tracciato più volte percorso
da Francesco. In particolare ricorda quando si recò a Gubbio, nell’inverno
1206-1207, dopo aver riconsegnato al padre tutti i propri beni, vestiti
compresi. La camminata, nella nostra proposta, impegna due giorni. Il
tratto Assissi - Valfabbrica si percorre comodamente in cinque ore. Prevede
perciò una partenza in tarda mattinata da Assisi, con arrivo a
Valfabbrica nel pomeriggio. Un incontro sul significato dell’iniziativa,
aperto alla popolazione, è previsto nella serata. Si pernotta a
Valfabbrica e si riparte il mattino successivo per Gubbio.
La seconda giornata, pur non presentando l’escursione alcuna difficoltà,
è decisamente più impegnativa. Si tratta di circa dieci
ore di cammino. Si riparte perciò di buon mattino per giungere
prima di cena alla chiesa della Vittorina, primo luogo di insediamento
dei francescani a Gubbio. Qui ha termine il sentiero.
Sia a Valfabbrica che a Gubbio sarà possibile pernottare, con sacco
a pelo, in strutture messe a disposizione dalle Amministrazioni locali.
Chi abbisognasse di una sistemazione meno “francescana” può
prenotare presso differenti ed accoglienti strutture presenti nei due
comuni. Un’indicazione delle possibilità alternative sarà
disponibile sul sito di Azione Nonviolenta.
I partecipanti alla camminata avranno a disposizione un furgone di appoggio
per il trasporto di zaini e sacchi a pelo. Sarà loro assicurato,
lungo il percorso, il rifornimento di acqua e gli spuntini di mezzogiorno
del 4 e 5 settembre, nonchè la colazione del 5 settembre. E’
richiesto perciò di contribuire alle spese organizzative e soprattutto
di far presente sollecitamente la volontà di partecipare.
Gli interessati dovranno preventivamente iscriversi compilando il modulo
pubblicato su questo stesso numero e versando una cifra di acconto (INFO:
sede nazionale del Movimento Nonviolento, via Spagna 8 Verona, tel.0458009803,
fax 0458009212, e mail <
>). Saranno dettagliatamente
informati su ogni aspetto della camminata, dei suoi contenuti e momenti
di incontro. Affinchè l’iniziativa sia per i partecipanti
la più significativa possibile è infatti indispensabile
conoscerne preventivamente il numero, che non potrà comunque essere
illimitato.
6 e 7 settembre, un convegno a Gubbio
Convegno: Al posto della guerra. Un’Europa disarmata.
Ci sembra particolarmente importante proporre un appuntamento, di riflessione
e discussione, a tutti gli amici della nonviolenza sull’alternativa
alla guerra, al terrorismo, al dominio, per affrontare i conflitti che
quotidianamente ci coinvolgono. Lo facciamo a Gubbio, luogo della straordinaria
leggenda francescana dell’incontro con il lupo e della nonviolenta
trasformazione del conflitto tra la città e la belva che la terrorizza.
Lo facciamo a Gubbio tanto più volentieri, per l’accoglienza
che l’Amministrazione comunale ha mostrato verso la nostra proposta.
Ne agevola l’effettuazione con la messa a disposizione delle migliori
strutture.
Il Convegno, dopo il benvenuto degli sbandieratori ai convenuti a mezzogiorno
in Piazzza grande, si apre nel pomeriggio di sabato 6 e si conclude nella
mattinata di domenica 7. Ci è parso utile, particolarmente in questo
momento, portare l’attenzione sul ruolo che, come europei, possiamo
avere nel costruire una credibile alternativa alla guerra. Ci interessa
un confronto con le realtà più impegnate a far sì
che il motto “Mai più eserciti e guerre”, al quale
restiamo affezionati, non resti una pura aspirazione, ma si traduca in
concrete iniziative. Per questo abbiamo richiesto il contributo di donne
e uomini che sappiamo impegnati, nel pensiero e nell’azione, sul
nostro stesso cammino. Il Centro servizi, ottimamente ristrutturato in
un’antica sede, bene si presta non solo allo svolgimento del Convegno
ma anche ad ospitare mostre ed attività, che lo accompagneranno.
In particolare sarà allestita una mostra che ricorda i quaranta
anni di Azione nonviolenta, ma spazi espositivi sono a disposizione anche
di altre riviste e gruppi impegnati per la nonviolenza.
6 settembre, Teatro romano di Gubbio
Momento corale: Dieci parole della nonviolenza
La serata del 6 settembre costituisce il momento più largo e pubblico
di incontro tra quanti hanno partecipato all’iniziativa fin dalla
camminata, quanti sono giunti a Gubbio per il Convegno e le iniziative
che lo accompagnano, quanti vogliono, con noi, festeggiare i 40 anni di
Azione noviolenta. L’incontro si svolge al Teatro Romano, sempre
messo a disposizione dal Comune.
La struttura stessa del Teatro, attorniato da un vasto parco, la sua collocazione
con splendida vista sulla città costituiscono già un momento
spettacolare. Tale aspetto non sarà assente anche nella riproposizione
delle dieci parole della nonviolenza. Sarà questo il filo conduttore
della serata. Ciò avverrà con lettura di testi, testimonianze,
brevi commenti, canzoni, cori.
La serata. si concluderà con musica e canzoni.
E’ questa la proposta che, con familiarità e tensione (direbbe
Capitini), rivolgiamo a tutti gli amici interessati alla nonviolenza:
camminare insieme, in un rapporto più vicino con noi stessi e tra
noi, e con la natura,
migliorare le nostre convinzioni nel confronto più aperto delle
idee,
ritrovarsi accanto in un momento di festa, che richiama la possibilità
e l’impegno di andare oltre le difficoltà e gli ostacoli
all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti gli esseri.
I ponti uniscono, collegano, creano unità.
Per in guerra si abbattono.
Il ponte di Mostar sta per essere ricostruito. Ma come?
Abbiamo incontrato a Parigi l’ingegner Gilles Péqueux, incaricato
della definizione, coordinamento e supervisione degli studi per la ricostruzione
del ponte di Mostar. Péqueux ha raccontato della fretta con cui
la comunità internazionale vorrebbe ricostruire il Ponte, per segnare
simbolicamente la riconciliazione della città e del Paese, mentre
la popolazione non ha ancora elaborato il lutto rappresentato dalla scomparsa
del monumento. Riportiamo la nostra intervista con Péqueux e la
trascrizione del suo intervento alla "Giornata del Courrier des Balkans",
Parigi, 1 marzo 2003.Nel dibattito sui criteri che dovrebbero sovrintendere
alla ricostruzione del ponte di Mostar, tra autenticità e modernità
lei ha proposto una terza opzione: quella dello “stato dello spirito”
(état de l’esprit, ndr). Ricostruire aderendo a quello che
ha rappresentato il ponte di Mostar dal punto di vista dello stato dello
spirito. Cosa significa?
Significa porsi nella prospettiva dello stesso stato dello spirito che
ha permesso la costruzione del ponte di Mostar nel sedicesimo secolo,
cioè comprendere come è stata possibile la costruzione originale.
L’unico approccio che possiamo avere è quello di metterci
nella posizione del costruttore originale per essere il più vicini
possibile al monumento per come era in origine. Cosa significa dal punto
di vista pratico, sotto il profilo architettonico e ingegneristico?
Dal punto di vista pratico penso che significhi evitare di cercare di
ricopiare l’opera punto per punto. Lo stato dello spirito significa
che all’epoca c’era un alto grado di empirismo e una scarsa
normalizzazione (strutturazione). Gli operai lavoravano insieme sul cantiere
cercando le soluzioni mentre procedevano, comunicavano, cercavano, facevano
degli errori, li correggevano, e il tutto sotto la guida dell’architetto
principale, Hajruddin. Niente era propriamente determinato all’inizio.
Si progettava prendendo delle decisioni nel corso del procedere del cantiere,
nel momento in cui si ponevano i problemi. Di fatto nella costruzione
c’è una responsabilità non solo dell’architetto,
Hajruddin, ma ogni operaio era una parte pregnante dell’edificio.
Lei ha lavorato al progetto per 4 anni. Ora presenta le sue dimissioni
in polemica con la direzione presa dal progetto i cui principali finanziatori
sono Banca Mondiale e Unesco. Hanno deciso di adottare dei criteri diversi
da quelli proposti da lei?
La responsabilità non è direttamente dell’Unesco o
della Banca Mondiale. Il progetto è in primo luogo nelle mani della
città di Mostar e delle autorità locali…Che seguono
le indicazioni di Unesco e Banca Mondiale?
Esattamente, è così. Non chiamerei in causa direttamente
l’Unesco, loro non mettono soldi nel progetto, non hanno una posizione
forte e non possono giocare un vero ruolo di guardiani dell’etica
del progetto. I soldi vengono dalla Banca Mondiale e da donatori bilaterali.
L’Italia destina tre milioni di dollari al progetto, mettendo questa
somma a disposizione della Banca Mondiale che lo spende secondo le proprie
procedure. Il problema è che la Banca Mondiale non ha fibra, non
ha a mio avviso sufficiente sensibilità storica per essere in grado
di discernere e rende il progetto estremamente tecnico, è questo
che le rimprovero. In ogni caso il Ponte sarà terminato alla fine
del 2003?
Sì, in teoria il Ponte dovrebbe essere terminato entro la fine
del 2003, secondo me piuttosto entro la primavera del 2004, se non ci
sono particolari problemi. Oggi infatti nonostante ci sia già un
progetto ci sono ancora ampi margini di ignoto dal punto di vista tecnico.Gli
operai saranno bosniaci o arriveranno da altri Paesi?
Oggi la impresa aggiudicataria dei lavori è turca. Allo stato attuale
delle cose sembra che l’insieme della manodopera sarà turco.
C’è molto poca manodopera locale. Ci sono due o tre ingegneri
locali ma l’essenziale della manodopera è turco. Noi deploriamo
questa circostanza perché per quello che ho cercato di spiegare
nel mio intervento trovo molto importante cercare di coinvolgere la manodopera
locale.Se ho capito bene lei ritiene questo un buon progetto dal punto
di vista tecnico ma una occasione perduta per la Bosnia dal punto di vista
culturale e politico? O ritiene che la Bosnia non sia ancora pronta per
la ricostruzione del Ponte di Mostar?
Sì, penso che la Bosnia non sia ancora veramente pronta. Penso
che ci sarebbe voluto più tempo per integrare meglio la complessità
di un progetto di tale importanza. Non siamo molto lontani dalla fine
della guerra, e anche se i giornalisti spesso dicono che questa ricostruzione
va per le lunghe, e si interrogano sul perché non si procede più
velocemente, penso che occorra del tempo. Bisogna che il Paese si rimetta
in piedi, ci sono ancora molti problemi da risolvere e io penso che sia
ancora presto perchè la Bosnia si lanci in un progetto così
complicato. Sfortunatamente il Paese è stato sottoposto ad una
grande pressione per portare a termine il progetto velocemente. Intervista
a cura di Andrea Rossini
dell’Osservatorio Balcani
www.osservatoriobalcani.org
"L’aspetto emozionante di quest'opera costruita nel Sedicesimo
secolo è che è più vicina a una scultura collettiva
che a un’opera d’arte classica. […]La sua bellezza risiede
nel fatto che si tratta di un insieme di errori corretti con una mescolanza
di procedure orientali e occidentali. Mostar è in qualche modo
il luogo dove l’Oriente e l’Occidente si sono tesi la mano.
[…]L’opera [di ricostruzione] si potrà considerare
riuscita se riusciremo a riportare la gente a lavorare con uno stato dello
spirito comune. Sono abbastanza pessimista su questo punto. Ed è
una delle ragioni per cui sono in disaccordo con lo stato di avanzamento
del progetto."
Pubblichiamo anche la trascrizione dell’intervento di Gilles Péqueux
a cura de ”Le Courrier des Balkans”Redatto da Cyril GroennebergSono
arrivato in Bosnia-Erzegovina nel 1994, con l'Unione Europea. Di formazione
sono ingegnere. Nel 1994 era stata fatta la scommessa di far lavorare
delle persone di Mostar Ovest e Mostar Est. Oltre ai sei o sette ponti
di Mostar distrutti col vecchio Ponte (Stari Most), ho partecipato alla
ricostruzione di ponti sulla Drava. Sono stato capo progetto per il ponte
di Mitrovica, e ultimamente per il ponte di Novi Sad. Grazie alla mia
esperienza precedente, le autorità di Mostar mi hanno affidato
le sorti del progetto, che ha cominciato a definirsi a partire dall'Agosto
1998. Riguardo al tema del mio intervento, non entrerò nei dettagli
tecnici della costruzione del ponte. Vorrei semplicemente cominciare col
dire che così come a Dubrovnik la distruzione della città
è stata vissuta come una grave aggressione, così a Mostar,
la distruzione del Ponte e di buona parte della città è
stata vissuta come un vero e proprio incubo. La distruzione del Ponte
di Mostar è stata vissuta come talmente insopportabile che gli
abitanti non hanno voluto vederla. Quando si inizia un simile progetto,
bisogna immaginarsi che la gente vede il ponte così com’era.
Il problema, è che il lutto della distruzione non è stato
portato. Quello che è un po’ terribile in questo progetto,
è il rapporto con una popolazione sopraffatta e una comunità
internazionale che mette pressione per ricostruire il Ponte al fine di
accelerare la riconciliazione.Il pericolo a breve termine è che
si rischia di ritrovarsi con un innesto che forse non attecchirà.
La prima questione che si pone, è perché si ricostruisce
il Ponte di Mostar e come. Innanzi tutto perché si ricostruisce
il ponte. Si fa dapprima sul sito del Ponte una archeologia della struttura,
poiché non esistono più tracce di questo ponte, o quasi
più. Ma immaginiamo di trasportarci nello spazio di un istante
nell’anno 2500, e che si veda questo ponte costruito nel 2003, o
piuttosto ricostruito identico a com’era 150-200 anni dopo la caduta
dell’Impero ottomano in questa parte dell’Europa. La questione
sarà sapere perché questo ponte è stato distrutto
e ricostruito identico, mentre l’Impero che l’ha costruito
è scomparso. Ma oggi un altro problema che si pone è che
tutto il mondo deve ritrovare il “suo” Ponte con le sue qualità
e i suoi difetti. Sapendo che le pietre assemblate dalla ricostruzione
del Ponte non cancelleranno il lutto del ponte distrutto. Sarà
in qualche modo un “nuovo Ponte vecchio” ricostruito con le
stesse tecniche di costruzione. Questo ponte sarà soprattutto quello
dei “Mostarini” cioè quello degli abitanti che avevano
conosciuto il vecchio ponte durante la loro vita.Il progetto si situa
più nell’atto stesso della ricostruzione, e nel modo di condurla:
il ponte ricostruito non sarà né una copia, né una
imitazione, ma uno stato dello spirito che si è cercato di ritrovare
con l’archeologia della struttura. L’idea è di arrivare
a ritrovare lo spirito di Hajruddin, Turco che è arrivato con due
o tre altri Turchi e una trentina di persone della regione. Quello che
bisogna considerare è che in Oriente c’è un modo diverso
di tagliare la pietra rispetto all’Occidente (inteso fino a Venezia
per l’Europa da questo punto di vista). L’aspetto emozionante
di questa opera costruita nel Sedicesimo secolo è che è
più vicina a una scultura collettiva che a un’opera d’arte
classica. Dico scultura collettiva, perché la bellezza dell’opera
risiede nel fatto che è un insieme di errori corretti con una mescolanza
di procedure orientali e occidentali. Mostar è in qualche modo
il luogo dove l’Oriente e l’Occidente si sono tesi la mano.
E io penso che l’opera sarà riuscita se riusciremo a rimettere
la gente a lavorare insieme con uno stato dello spirito comune. Personalmente,
io sono abbastanza pessimista su questo punto. Ed è una delle ragioni
per cui sono in disaccordo sullo stato di avanzamento del progetto.
Dibattito col pubblicoInterventi in sala:
È importante precisare che voi avete aperto delle scuole di taglio
della pietra.
Gilles PEQUEUX: Sì, è vero. Per me era importante che questo
atto di ricostruzione fosse una riappropriazione. Non si trattava di far
venire gente dall’Italia, dalla Germania o dalla Francia per costruire
il ponte e andarsene dopo la costruzione. Ho dunque aperto una scuola
di taglio della pietra con due sessioni di sei mesi per una quindicina
di persone. Ci hanno impressionato, perché hanno mostrato un’energia
fantastica. Si è lavorato volontariamente sulla storia delle tecniche
a partire da uno studio dei monumenti religiosi. Il problema è
che la Bosnia-Erzegovina è un Paese che tende ad essere considerato
dagli altri Paesi come un mercato internazionale dove bisogna sapersi
ritagliare uno spazio. Si rimprovera spesso a questo Paese di non aver
saputo utilizzare il denaro che gli era stato generosamente assegnato.
Io rimprovero alla comunità internazionale di aver distribuito
soldi senza essersi veramente interessata a questo Paese.Perché
pensa che la ricostruzione del Ponte sia votata al fallimento?
Per me rischia di essere un insuccesso perché il Ponte di Mostar
è più un progetto politico che un progetto di ricostruzione.
Non si è mai ricostruito un ponte simile, non lo si è mai
fatto. E il problema è che la sola cosa che interessa alla comunità
internazionale è l’inaugurazione del Ponte. Ma, come quando
si vuole fare un bambino ci vogliono nove mesi per concepirlo, e non sei,
se no non riesce, per il Ponte è uguale. Oggi, l’impresa
che dirige i lavori, cioè che costruisce il Ponte, è turca,
il capomastro è croato, con un po’ di Bosniaci. Notiamo che
da parte croata c’è un po’ la volontà di redimere
la “colpa” di avere distrutto il Ponte. Oggi, si è
un po’ dimenticata la tecnicità dell’opera.Il problema
è che la popolazione è stata esclusa dalla realizzazione
del progetto?
Io sono fra quelli che pensano che le grandi opere nascono dalle grandi
potenze. Il Ponte di Mostar è nato dall’espansione dell’Impero
ottomano. Per quanto riguarda il ruolo della popolazione, lei ha perfettamente
ragione. C’è bisogno di avere un ritorno sul progetto. Le
autorità di Mostar sono un po’ vittime delle pressioni della
Banca Mondiale. La “comunità internazionale” si pone
due questioni per lei fondamentali: 1) l’aiuto costa caro. 2) A
partire da questo, come si fa a partire al più presto per non pagare
troppo. La strategia è dunque: si ricostruisce il ponte nel periodo
più breve e si va via. Ora, la ricostruzione è un momento
storico, nel senso che è qualcosa che prende del tempo. Boris NAJMAN
(Vice presidente della associazione Sarajevo): La ricostruzione non ha
avuto come oggetto di considerare le vittime come le prime destinatarie
della ricostruzione.
A che fase siamo della ricostruzione?
Il contratto del cantiere è stato firmato nel settembre 2002. Da
parte mia, io ho concluso il mio contratto a fine febbraio 2003 con la
messa in opera del progetto cominciato nell’agosto 1998. Oggi le
fondamenta sono fatte, e i primi elementi dell’arcata saranno posati
nel mese di marzo 2003. Il progetto dovrebbe essere portato a termine
da qui alla fine dell’anno. Le autorità politiche di Mostar
seguono le indicazioni date dalla Banca Mondiale.
Che ne è del progetto della scuola di tagliapietre?
Il progetto è molto avanzato a quel livello, e io penso che le
autorità non si siano augurate più di tanto che io resti,
forse perché hanno paura che ciò rallenti il progetto. L’ambasciatore
francese ha preso bene nota che le autorità di Mostar non desiderano
che la Francia continui a impegnarsi in questo progetto. È un peccato,
perché Mostar avrebbe potuto essere iscritta come patrimonio mondiale
dell’umanità dall’U.N.E.S.C.O., la cui sede è
a Parigi. I tagliapietre di Mostar conoscono bene il lavoro della pietra
e padroneggiano la loro tecnica, ma le autorità di Mostar e la
Banca Mondiale hanno deciso che i tagliapietre turchi erano meno cari.
Io ci tengo a ringraziare ugualmente l’ambasciatore di Francia per
avermi sostenuto fino alla fine. Che cosa pensate della ricostruzione
di Mostar nel suo insieme?
Voi forse sapete che l’U.N.E.S.C.O. ha pubblicato un piano di ricostruzione
della “Stari grad” (città vecchia). Ora, sapete com’è
la situazione economica e sociale della città di Mostar. Ci sono
molte costruzioni abusive. Io penso che se resta una possibilità
di preservare la città dall’anarchia della ricostruzione,
questa sarebbe l’iscrizione della città al patrimonio mondiale
dell’umanità da parte dell’U.N.E.S.C.O. E al livello
della ricostruzione del Ponte, il ruolo dell’U.N.E.S.C.O. avrebbe
dovuto essere quello di dire quali sono le scelte del progetto che fanno
sì che si resti vicini allo spirito della costruzione originale,
cioè in effetti l’assenza di standardizzazione. Bisogna sapere
dire qualche volta: “Non so e lascio fare ai tagliapietre”
dandogli fiducia, come si è fatto all’epoca della costruzione
del Ponte originale. Contemporaneamente ponendosi domande più pertinenti
come: “Faccio la malta con tecniche tradizionali o con tecniche
moderne?”
Traduzione di Carlo Dall’Asta
In ricordo di un caro amico Enzo Melegari,
obiettore
di Alberto Trevisan
Ho avuto molti compagni di viaggio nel mio lungo cammino di obiettore
di coscienza ma Enzo* è stata la persona con cui ho condiviso tutto,
gioie e dolori, ansie ed attese, caldo o freddo nelle varie carceri, da
Peschiera del Garda a Gaeta, nei viaggi che ci hanno visto attraversare
mezza Italia incatenati e in manette, travestiti con delle tute blu per
non far "apparire la sacralità del grigio verde": con
lui sono uscito definitivamente libero dal carcere di Peschiera del Garda,
ora definitivamente chiuso, emblema di una fortezza sconfitta dalla nonviolenza!!
Il nostro primo e fraterno incontro è avvenuto nel 1971 proprio
nel carcere di Peschiera del Garda: vi ero arrivato dopo una notte passata
in una cella di isolamento. Dopo l´arresto: ero molto stanco, forse
anche giù di morale e quando si chiuse, alla mie spalle, la pesante
porta di ferro della cella non potrò mai dimenticare mai l´abbraccio
consolatorio di Enzo, già in carcere, in attesa di processo per
la sua prima obiezione di coscienza.
Avevo subito capito che non avrei più trascorso vari mesi di prigione
da solo, come era successo a Roma al carcere di Forte Boccea e quindi
la nostra lotta per il riconoscimento dell´obiezione di coscienza
e l´istituzione del servizio civile alternativo al servizio militare,
sarebbe stata difficile certo ma forse più in discesa: la giusta
contaminazione della nonviolenza cominciava ad interessare molti giovani.
Enzo per il raggiungimento di questi obiettivi di grande civiltà
e nonviolenti, ha dato sempre, anche prima dell´obiezione, un grande
contributo: non ha mai interrotto il suo impegno, con modestia ma con
determinazione certosina, ricco di un notevole bagaglio intellettuale
e cultuale, uomo poliedrico, uomo di fede, legato al Vangelo di cui spesso
nelle lunghe giornate in carcere leggeva brani e a lungo rifletteva con
grande serenità d´animo ..
Uscito dal carcere ha trascorso due anni in Uruguay per conto della sua
associazione (M.L.A.L. Movimento Laici America Latina) di cui diventerà
negli ultimi anni, presidente, oltre che responsabile di progetti, ottimo
sociologo e esperto di buona cooperazione.
Ora riposa in un piccolo cimitero alla periferia di Verona, vicino alla
sua casa in collina, dove abitava con la sua splendida famiglia, dove
ritornava dopo i viaggi, dove studiava e scriveva per la sua organizzazione.
Terrò con grande cura ed emozione, rileggendolo più volte,
il suo ultimo libro "La solidarietà al bivio. Gestire l´esclusione
o costruire la cittadinanza" (Verona, Il Segno dei Gabrielli editori,
1996) con la sua sincera dedica scrittami nella mia copia: "E´
stata una felicità ritrovarci. Stiamo sempre con lo stesso spirito
e questo è molto bello. Grazie di questo incontro. Vicenza 24 ottobre
1998."
Dopo questo incontro fraterno ci siamo rivisti davanti al Carcere militare
di Peschiera del Garda in occasione della sua definitiva chiusura, guardando
le finestre a bocca di lupo della nostra cella, ricordando le manifestazioni
in nostra solidarietà , i richiami dalla piazza del nostro amico
barbiere Manlio durante il giorno del mercato e la improvvisa partenza
per l´altro carcere, Gaeta, anch´esso chiuso e riconvertito
in Sede Universitaria: ci siamo detti, con orgoglio, lui sempre con modestia,
di fronte alle telecamere della RAI, con i nostri avvocati e amici che
la nonviolenza, gli obiettori di coscienza avevano vinto le invalicabili
fortezze austroungariche e angioine.
E´ stato a Gaeta che il nostro rapporto divenne forte, quasi insostituibile:
eravamo due obiettori per nulla a disagio in mezzo a centinaia di altri
detenuti con cui abbiamo condiviso tutto, dalla popolose camerate alle
passeggiate nei cortili del Castello Angioino, dagli ottimi pomodori al
sole di Gaeta nell´estate 1971 prima di affrontare l´ultima
fredda tappa tra le mura del carcere di Peschiera del Garda prima di uscire
liberi per il Natale 1972 con in tasca e nel cuore il diritto alla libertà
della nostra coscienza contro gli eserciti, contro tutti gli eserciti.
Un costruttore di pace
Dopo l’importante e decisivo contributo dato alla campagna per il
riconoscimento in Italia del diritto all’obiezione di coscienza
(tre processi e sette mesi di carcere militare a Peschiera e Gaeta tra
il 1970 e il 1972), Enzo Melegari è stato per trent’anni,
fino alla sua improvvisa e prematura scomparsa il 10 luglio 2002, prevalentemente
impegnato in azioni, campagne e progetti di promozione nonviolenta dello
sviluppo umano. Attraverso il Mlal (Movimento Laici America Latina), l’organizzazione
non governativa per la cooperazione tra i popoli, di cui è stato
anche presidente, ha potuto mettere la sua professionalità di sociologo
e la sua vocazione di “costruttore di pace” al servizio di
tante comunità locali dell’America Latina, dell’Asia
e dell’Africa.
Viaggio sui luoghi degli obiettori al
nazismo
Martiri della resistenza al nazismo
Josef Mayr-Nusser, la Rosa Bianca,
Franz Jägerstätter
Il 2003 vede cadere il 60° anniversario di due testimonianze che nel
tempo hanno assunto una rilevanza sempre maggiore. Si tratta del processo
al gruppo di studenti della “Rosa bianca”, condannati a morte
per aver stampato e diffuso 6 volantini contro il regime nazista all’inizio
del 1943 e dell’obiezione di coscienza di un contadino austriaco
dell’Alta Austria, Franz Jägerstätter, ghigliottinato
il 9 agosto 1943 per aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito
hitleriano.
A loro si unisce idealmente e geograficamente la figura di Josef Mayr-Nusser,
giovane impiegato di Bolzano, arruolato a forza nelle SS e, a sua volta,
disobbediente allo speciale giuramento di fedeltà al Führer.
Fare memoria di queste persone non vuol dire solo onorarne la memoria
e riconoscerne il coraggio, la forza, la grandezza d’animo.
A noi, dopo oltre mezzo secolo, resta l’eredità di valori
vissuti al prezzo della vita e l’impegno a mantenere saldo il primato
della coscienza di fronte alle subdole dittature di oggi, che appaiono
sotto le forme più sgargianti ma ugualmente false, opprimenti,
violente, antidemocratiche, irrispettose dell’uomo e della sua dignità.
Pellegrinaggio dal 7 al 10 agosto 2003
a Bolzano (i), München (g) e St. Radegund (a)
Programma:
gio. 7 agosto: partenza da Verona (stazione ferroviaria “Porta nuova”)
alle ore 11.00; sosta a Bolzano sulla tomba di Josef Mayr-Nusser; arrivo
a München.
ven. 8 agosto: visita al Museo della Rosa Bianca; incontro con Franz Josef
Müller, classe 1924, presidente della Weisse Rose Stiftung (la Fondazione
Rosa Bianca di Monaco), condannato a 5 anni di carcere nel secondo processo
alla Rosa Bianca (aprile 1943) e con Anneliese Knoop-Graf, sorella di
Willy Graf, uno dei componenti del gruppo, giustiziato nel febbraio 1943;
in serata trasferimento a Salisburgo.
sab. 9 agosto: partecipazione alle celebrazioni a St. Radegund: visita
alla casa natale, incontro culturale, celebrazione al pomeriggio, marcia
della pace, messa conclusiva nella cappella di St. Radegund; incontro
con Franziska, moglie di Franz Jägerstätter.
dom. 10 agosto: eventuale visita a Salzburg;
rientro a Verona.
Note tecniche
I pernottamenti avvengono in Ostelli della gioventù.
E’ possibile salire sul pullman anche a Rovereto, Trento, Bolzano.
Per la marcia a St. Radegund portare scarpe comode, zainetto con maglione,
ombrello o kway.
Il costo a persona è di € 235,00.
Compresi nella quota: viaggio; pernottamenti del 7, 8, 9 agosto; cene
del 7, 8, 9 agosto; pranzi dell’8 e 9 agosto.
Non compresi nella quota i pranzi del 7 e del 10 agosto, l’ingresso
al Museo della Rosa Bianca.
E’ necessario portare un documento di identità valido.
Informazioni e iscrizione
Per l’iscrizione: agenzia Soffi di vita, via Dordi 15, Trento, tel.
0461 980 555 (dal lun. al ven. ore 9-14.30); cell. 340 4866 750 o 347
7235 752; email:
Le iscrizioni vanno fatte entro il 15 giugno 2003, compilando l’apposito
modulo, da richiedere per email, e versando la caparra di € 50,00
sul conto corrente bancario n. 19/307053 intestato a Soffi di vita, Cassa
Rurale di Trento ABI 08304 - CAB 01816, specificando la causale “Viaggio-pellegrinaggio
FJ Italia”.
E’ gradita l’anticipazione via email a
Il saldo deve essere versato entro il 15 luglio 2003.
Informazioni sul programma: Giampiero Girardi, 347 4185755,
.
Il viaggio-pellegrinaggio è promosso in collaborazione con
Pax Christi Italia
Via Quintale per Le Rose 131, 50029 Tavernuzze (FI)
tel. 055 2020 375;
e con
Associazione “la Rosa Bianca”
MATERIALE DISPONIBILE
Cassetta VHS
Franz Jägerstätter, un contadino contro Hitler. Vita e morte
di un uomo che ha agito secondo coscienza, durata 27 min., costo 15 euro.
Richiedere a: Caritas diocesana, via Endrici 27, 38100 Trento,
tel. 0461-261166; fax 0461-266176; email:
Volumi
Franz Jägerstätter, un contadino contro Hitler, di Erna Putz,
edizione italiana a cura di Giampiero Girardi, Berti, 2000, 252 pagine,
13 euro. Rintracciabile in libreria (a Trento: Ancora, via S. Croce 35)
oppure presso l’Editrice Berti, via Legnano 1, 29100 Piacenza,
tel. 0523 321322; fax 0523 335866; email:
Franz Jägerstätter, il testimone solitario, di Gordon Zahn,
Editoria universitaria, Venezia, 2002, 200 pagine. Rintracciabile presso
l’Editore Albert Gardin, c.p. 570, 30100 Venezia, tel. 041 5246242,
www.editoriauniversitaria.com,
Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, di Francesco
Comina, prefazione di Albert Mayr, San Paolo, Alba, 2000, 116 pagine.
Sophie Scholle e la Rosa Bianca, di Paolo Ghezzi, Morcelliana, Brescia,
2003, 230 pagine.
La Rosa Bianca: un gruppo di resistenza al nazismo in nome della libertà,
di Paolo Ghezzi, Paoline, 1993, 307 pagine.
L’Unione Europea e la prevenzione dei conflitti violenti
Il prossimo primo luglio inizia il semestre italiano di presidenza dell’Unione
europea. Si tratterà di sei mesi assai importanti: all’interno
dell’Unione ci si prepara ad accogliere i nuovi membri e a redigere
la nuova costituzione che ne regolerà il funzionamento in futuro.
Inoltre continua a farsi sentire la lacerazione tra i paesi contrari alla
guerra in Irak e quelli che invece si sono schierati con gli Stati Uniti.
Come già da qualche anno a questa parte, le organizzazioni non
governative International Alert e Saferworld hanno pubblicato un rapporto
in cui vengono indicate le priorità da affrontare nel corso dei
semestri di presidenza greco e italiano per migliorare la capacità
dell’Unione europea nella prevenzione dei conflitti violenti (in
inglese sul sito www.international-alert.org). Entrambe le organizzazioni
sono attive da diversi anni nel campo della trasformazione nonviolenta
dei conflitti, e si occupano in particolare di analisi, individuazione
delle cause strutturali, progetti di dialogo e peacebuilding.
In Italia, il Centro studi difesa civile ha deciso di promuovere la traduzione
del “presidency paper”, in modo da favorire anche nel nostro
paese un dibattito sulle possibilità di sviluppo delle capacità
di prevenzione da parte dell’Unione europea che coinvolga sia i
cittadini e la società civile che i decisori politici e i funzionari
pubblici incaricati di mettere in atto l’agenda politica del nostro
paese nel corso della presidenza. La traduzione sarà anche disponibile
in internet sul sito www.mediazioni.org.
Nel recente passato, l’Unione Europea ha compiuto numerosi passi
avanti nel campo della prevenzione, sia a livello di dichiarazioni di
principio, sia nel campo dell’istituzione di concreti strumenti
di politica. L’Unione ha riconosciuto il nesso tra povertà,
sottosviluppo e conflitti, ed il ruolo centrale della cooperazione allo
sviluppo nella prevenzione dei conflitti violenti. Si tratta ora di fare
in modo che la prevenzione e il peacebuilding diventino un elemento portante
della politica estera comune: in altri termini, è importante che
tali obiettivi diventino parte integrante dell’azione dell’UE
in tutti i settori di sua competenza, dal commercio, all’azione
dell’economia privata. Inoltre, le pratiche di prevenzione dei conflitti
violenti devono sempre tenere conto dei cittadini e della società
civile dei paesi a cui sono dirette. Nello studio si propone di investire
nella formazione del personale comunitario che si occupa del tema della
prevenzione e dei temi ad esso correlati; di sviluppare più efficaci
strumenti di valutazione di impatto sulla pace e sui conflitti; di aiutare
i paesi partner a cooperare più efficacemente con l’UE nella
progettazione di politiche di prevenzione; di creare forme di monitoraggio
dell’esportazione illegale di beni destinati a finanziare conflitti
armati (come si è iniziato a fare con i diamanti nel cd. “Kimberley
process”).
Inoltre, occorre che l’elaborazione di risposte comuni alle crisi
internazionali sia strettamente collegata a strategie di prevenzione della
violenza e costruzione della pace nel medio e lungo termine. Prevenzione
e peacebuilding vanno anche considerate la risposta più efficace
nel lungo termine al problema del terrorismo internazionale.
Attenzione particolare è dedicata ai rapporti tra l’Unione
europea e i paesi del continente africano. Lo studio di Saferworld e International
Alert propone di monitorare l’impatto degli accordi commerciali
tra Ue ed Africa sul livello di povertà e sui conflitti presenti
in questi paesi, e di destinare risorse adeguate allo sviluppo della società
civile di questi paesi nell sviluppo di strategie congiunte di gestione
dei conflitti violenti.
La prefazione, curata dal Centro studi difesa civile, si occupa di ciò
che l’Italia può fare per colmare il divario con gli altri
paesi europei in tema di prevenzione e di peacebuilding: oltre a una nuova
attenzione per le politiche di prevenzione, il testo chiede un salto di
qualità nell’impegno per la soluzione di crisi e conflitti
di lunga durata, seguendo l’esempio di paesi come la Norvegia e
la Svizzera. Nell’ottica della prevenzione possono essere inserite
la creazione in Italia di un Istituto internazionale di ricerca sui conflitti
e la pace e l’istituzione di un Corpo civile di pace.
Oltre che per i contenuti, credo che la pubblicazione in italiano del
“Presidency paper” sia importante per il processo che speriamo
di innescare: ovvero di muovere il dibattito sul tema della pace dalle
dichiarazioni di principio al concreto “che fare”, qui e ora,
delle agenzie governative e della società civile. Al di là
delle contingenze della politica italiana, un contributo ad una cultura
del dibattito e della proposta costruttiva.
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Informatica, informazione, intrattenimento: il potere di Murdoch (e
di Berlusconi)
E' in atto ormai da alcuni anni, a livello planetario, il tentativo di
raggruppare sotto un'unica egida alcuni settori di applicazione della
tecnologia avanzata; editoria, informatica, radio e televisioni, case
discografiche e cinematografiche, telecomunicazioni.
Il termine più usato per definire questo settore è infotainment,
dalla fusione dei termini inglesi informatic/information, cioè
informatica ed informazione, ed entertainment, cioé intrattenimento;
motivate dall'enorme presa che tali settori hanno nella vita delle persone,
sia in termini politici, sia per quanto riguarda le cifre d'affari che
rappresentano, sono nate o si sono fortemente sviluppate alcune multinazionali
multimediali, del tutto analoghe a quelle che si occupano dell'industria,
della distribuzione, del commercio. La differenza sta nel prodotto, che
qui è immateriale, ma non nell'impostazione strategica o negli
obiettivi.
Rupert Murdoch, settantenne miliardario australiano, è un esempio
di successo in questo mercato. Il suo gruppo è composto da varie
divisioni: quella cinematografica, che fa capo alla Twenty Century Fox;
quella editoriale britannica, che comprende i giornali The Times, The
Sun e News Of The World, il settimanale Today e la casa editrice Harper
Collins; quella editoriale statunitense, che raggruppa i quotidiani The
Boston Herald e New York Post; quella editoriale australiana, che conta
un centinaio di quotidiani incluso The Australian, Daily Telegraph Mirror
e Herald Sun, oltre a qualche altra dozzina di testate sparse in giro
per il mondo, alcune squadre sportive e gli stadi ove queste giocano;
infine le attività televisive, composte da TV via etere come la
British Sky Broadcasting (BSKYB) e la statunitense Fox TV, a pagamento
via cavo e via satellite (Sky Global Network).
Proprio quest’ultimo settore è quello che più gli
sta dando soddisfazioni: negli USA le case vengono spesso costruite già
cablate e con il decoder installato, e sono 60 milioni i cittadini che
pagano un canone per vedere film, sport, talk show e notizie; possedere
questo strumento di diffusione diventa fondamentale per chi vuole rendersi
visibile politicamente. Murdoch è ad un passo per diventare, oltre
che il più grande produttore di contenuti, anche il proprietario
del maggior numero di tv via cavo.
Sono note a tutti le sue spiccate tendenze politiche: grande sostenitore
della Thatcher, in questi mesi di guerra nel Golfo è arrivato a
far titolare i suoi quotidiani in prima pagina “Chirac verme”
e ad incitare al boicottaggio dei prodotti d’oltralpe, a causa del
rifiuto francese a partecipare all’alleanza contro l’Iraq,
in ossequio alla sua incondizionata simpatia per il partito repubblicano
statunitense.
Le amicizie dell’anziano tycoon non hanno confini: tramite il controllo
della tv satellitare Star TV, che trasmettendo da Hong Kong ha soppiantato
la Bbc in Cina, Murdoch ha stretto un'alleanza con la potente famiglia
Deng. In India invece, sostenendo la corrente liberalizzatrice del Partito
del Congresso di Sonia Gandhi, è riuscito a garantirsi il controllo
del canale privato hindu, la Zee TV, l'unico in grado di gareggiare con
il colosso televisivo di Stato, la Doordarshan. Ma da qualche tempo il
magnate australiano ha rivolto la sua attenzione al nostro paese.
Grande amico di Berlusconi, si è offerto più volte di rilevare
le sue tv per liberarlo dal conflitto di interessi, pur garantendogli
una favorevole copertura massmediatica. Recentemente la sua tv più
famosa, la Fox, ha aperto un ufficio di corrispondenza a Roma al quale
ha affidato la copertura informativa del Sud Europa e del Mediterraneo.
Ma l’affare più grande l’ha fatto acquistando e fondendo
le due tv a pagamento presenti in Italia, Telepiù e Stream, in
un’unica realtà chiamata Sky Italia. Da noi il mercato delle
pay tv non è mai decollato per la presenza, unica al mondo, di
ben sette canali nazionali gratuiti più un gran numero di network,
ma ad esso sono legati due importanti settori che riguardano da vicino
gli interessi degli italiani.
Il primo è quello del calcio, che non riguarderà molti lettori
di questa rivista ma che può fare la fortuna o la disfatta della
nostra RAI, se gestito in termini aggressivi contro il suo palinsesto.
E’ infatti in questi avvenimenti sportivi che si concentra la maggior
parte della spesa degli sponsor pubblicitari, e da tempo le partite dei
campionati di serie A e B vengono trasmesse in diretta a pagamento. Il
secondo invece è molto più delicato, e riguarda la produzione
cinematografica italiana: oltre ad essere finanziatrice di molti film
e documentari, la pay tv rappresenta infatti il naturale sbocco delle
pellicole di maggior successo.
Nonostante esista una legge che impone alle tv italiane di trasmettere
più del 50% di film di produzione europea, con diversi trucchetti
RAI, Mediaset e La 7, hanno ridotto drasticamente la diffusione dei prodotti
cinematografici dei nostri registi nostrani, privilegiando le produzioni
hollywoodiane.
L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Il Carroarmato fa il pieno alla Esso
Ne parliamo con Manuele Messineo di Rete Lilliput, che ha
realizzato l’azione insieme a Greenpeace e a un gruppo di studenti
di sociologia.
Roma, venerdì 11 aprile 2003
ore 9.30 un carroarmato color sabbia si aggira per la Salaria. Due giovani
ansimanti lo spingono -quasi fosse rimasto a secco- fino a un’autopompa
della locale stazione Esso: “buongiorno; un dollaro di super, per
cortesia”.
E’ una bellissima giornata; il gestore è sorpreso ma tranquillo:
il bocchettone c’è, ma il cingolato è visibilmente
di cartone!
Intanto un piccolo corteo, imbandierato a pace, si accoda: “Siamo
un gruppo di azione nonviolenta e vogliamo protestare contro il comportamento
della Esso sull’Iraq …. tenga”. L’uomo afferra
il volantino; ha lo sguardo vivace e certamente è a conoscenza
del boicottaggio internazionale alla Exonn-Mobil.
9.35 Si chiede di poter aprire un grande striscione arcobaleno ma il gestore
obietta; impedirebbe alle auto di far rifornimento. Iniziano a discutere.
Intanto gli altri membri del corteo si sono dispersi: esibiscono cartelli
e chiacchierano con autisti e pedoni, sempre lasciando un volantino.
9.45: dopo un lungo confronto dialettico, il gestore cede: il bandierone
viene steso per terra e i manifestanti vi si lasciano cadere, simulando
la morte (die-in). Le auto stanno alla larga dalle autopompe.
10.30: Anche la seconda richiesta dei manifestanti è finalmente
soddisfatta: la pistola dell’autopompa viene introdotta nel bocchettone
del carroarmato. I quattro giornalisti presenti documentano; i manifestanti
salutano, lasciando un dollaro e una bandiera arcobaleno.
Preparazione
Quali costi ha avuto l’azione in soldi e impegno?
Bassissimi, se si eccettuano le due nottate di quattro ore e i 14 euro
di materiali (più da cartoleria che da industria armiera ndr.)
impiegati da me e Luigi Pirelli per assemblare tutto quel cartone di scarto.
Per il resto sono bastate in tutto 16 ore di lavoro equamente ripartite
tra gli altri 14 partecipanti. Costi promozionali zero (era un’azione
a sorpresa), solo qualche fotocopia, da distribuire durante l’intervento.
Infine 2 riunioni di 4 ore per concordare dinamiche, logistica e ruoli.
Le decisioni sono state prese in maniera consensuale?
Sì, ma con tempi meno stretti avremmo potuto cercare il consenso
con più determinazione e creatività. Qualcuno non ha condiviso
la decisione di fare il blocco delle pompe comunque, anche nell’eventualità
che il gestore non collaborasse.
Ruoli nell’azione?
Due persone addette ai gestori, due alla Polizia, uno alla stampa e 9
ai passanti. Il buon clima e la presenza di persone di esperienza come
Enrico Euli, ci ha permesso improvvisazioni come il Die-in.
Tecniche
Di persuasione: “spiazzamento” mediante recapito di oggetti
simbolici (cfr. G.Sharp “Politiche dell’azione nonviolenta”
vol.2 pag. 37 e seguenti) ed esposizione di bandiere e colori simbolici
(Op.cit. pag. 33).
Di intervento: interposizione nonviolenta, peraltro concordata con il
gestore (Op.cit. pag. 244 e circostanti).
Pur all’interno di un simile e preciso canovaccio di azioni, ruoli
e regole riferibili ad es. all’azione di Greenpeace in Lussemburgo
(http://www.greenpeace.it/local/aquila/StopEsso/stopesso.htm), questa
sembra più orientata alla comunicazione, all’improvvisazione
e all’empatia anche con le controparti, paradossalmente quasi avvicinandosi,
nei risultati, a dinamiche di fraternizzazione (Op.cit. pag.33).
Valutazione
Imprevisti o passaggi poco efficaci?
Tutto ha funzionato come programmato, a parte l’arrivo di un’enorme
autocisterna Esso. Fortunatamente il nostro carrarmatino era esattamente
nel punto di scarico e ci ha dato il tempo di improvvisare, utilizzando
lo striscione un abbraccio giocoso al gigante (cfr I viaggi di Gulliver
ndr) che ha dissolto la tensione, aprendo il dialogo.
Controparti e forze dell’ordine?
I gestori sono stati sempre disponibili ad ascoltarci, talvolta quasi
ad appoggiarci. Non mi pare siano stati loro a chiamare la polizia né
a lamentarsi con i 15 agenti, arrivati ad azione quasi terminata. Anche
con questi, comunque, i rapporti sono stati ben gestiti.
Avete raggiunto lo scopo che vi eravate dati?
Mi pare raggiunto l’obiettivo del lancio della campagna Stop E$$o
War, con azioni contemporanee in molte città d’Italia. A
Roma buoni articoli su Corriere, Manifesto e Stampa (la didascalia della
foto parlava di disobbedienti; sigh!).
Si racconta poi di un’autocisterna Esso che avrebbe girato Roma
in lungo e in largo, prima di accorgersi (per la gente che sorrideva ai
semafori) di tutti quegli adesivi StopE$$owar su cerchioni e paraurti.
Pubblichiamo (in questo e nei prossimi numeri) alcune riflessioni scaturite
da un percorso di formazione alla nonviolenza organizzato dalla segreteria
MIR-Movimento Nonviolento piemontese presso il Centro "D.Sereno Regis"
di Torino, cui hanno preso parte diversi coordinatori del Gruppo Campi
e partecipanti del gruppo di Educazione alla Pace, tra cui Mariella Lajolo
e Chiara Canina, che hanno redatto gli articoli. Le riflessioni si riferiscono,
in particolare, ad un training condotto da Enrico Euli, ed al dibattito
che ne è seguito e che si propone ai lettori, nell'intento di suscitare
altri contributi su temi importanti della formazione alla nonviolenza.
Solitamente il concetto di forza coincide con quello di violenza, ma forza
può essere violenza e nonviolenza e la violenza non è l’unica
forza possibile.
Siamo di fronte alla confusione tra nonviolenza e non aggressività,
ma non aggressivo è diverso da nonviolento. Ciò in quanto
la nonviolenza implica aggressività benigna, aggressività
nel senso di assertività.
Adgredior vuol dire incontro, in-contro, che indica un moto a luogo, quindi
muoversi verso.
Di che tipo di personalità abbiamo bisogno per educarci alla nonviolenza?
Si ha aggressività distruttiva quando partendo da una situazione
di assenza del sé, di annullamento del sé, ci si muove verso
l’eccesso del sé (esempio: bullismo, in cui il fare il bullo
fa parte del tentativo di risalire dall’assenza del sé all’eccesso
del sé).
Si ha passività quando partendo da una situazione di assenza del
sé, ci si muove verso la carenza del sé (quello che possiamo
identificare con la nonviolenza passiva). Spesso l’altruismo è
la risposta all’assenza del sé, che si muove verso la carenza
del sé.
Le prime due posizioni potenziano la violenza.
Facendo riferimento a questa configurazione, la pace può essere
letta come la sottomissione di una maggioranza, all’aggressività
distruttiva di una minoranza.
Per assertività si intende manifestare il sé in termini
pieni, ma non egoistici. Una persona assertiva è disponibile alla
relazione con l’altro e a non stare fermo sulle sue posizioni.
Per empatia si intende la scelta di porre l’altro come limite alla
crescita della propria identità.
A partire da un sé pieno, decidi di renderlo carente per dare spazio
all’altro.
Spesso anche l’assertività, che può implicare caparbietà
nel voler raggiungere degli obiettivi, viene identificata con la violenza,
sembra impossibile raggiungere degli obiettivi senza far violenza ad altri.
Ma ci si può educare a raggiungere degli obiettivi e a combattere
situazioni ingiuste, rispettando l’altro.
La posizione assertiva è molto faticosa, richiede continua vigilanza
e impegno (dentro e fuori di sé). Implica non sopportare, un costante
allenamento a non accettare piccoli soprusi, per prepararsi a combattere
quelli gravi.
Per sopportarli si tende a vivere in una condizione di repressione delle
emozioni sempre più alta, a cui possono seguire due possibili sviluppi:
la passività o l’esplosione.
I discorsi ci allontanano, ci proteggono dall’agire, è difficile
agire perché c’è un’ipertrofia intellettuale
a danno delle emozioni. Ma, non esiste ricerca senza azione, la ricerca
deve essere attiva, non solo intellettuale.
Spesso si ha difficoltà a valutare qual è il tempo opportuno
per agire e ciò rischia di portare all’inazione, in quanto
il mondo è talmente complesso che, se desideri capire, disporre
di tutti gli elementi, prima di agire, non potrai mai agire. Se il scegliere
ha come riferimento unico la razionalità, è facile imbarcarsi
nella minuziosa valutazione dei pro e contro per ogni opzione, spesso
trovandosi nella difficoltà di giungere ad una decisione, in quanto
prima di scegliere non tutti gli elementi sono disponibili e le conseguenze
non tutte prevedibili.
E’ importante mantenere principi ferrei(non complessi e che non
necessitino di ulteriore approfondimento), non negoziabili, su alcune
questioni essenziali, per il resto si può essere flessibili.
L’assertività serve ad affermare i propri diritti, a chiederne
il rispetto, ma chiedere il rispetto dei diritti è sempre all’interno
di uno squilibrio di potere che non viene scalfito, molto più “rivoluzionario”
è l’affermare i propri bisogni (fondamenti) e richiedere
che siano soddisfatti.
Ci sono differenze che non possono essere accolte e devi lottare, combatterle.
La lotta nonviolenta deve aprire un contrasto su questioni essenziali
rispetto alle diversità non accettabili.
Nell’essere assertivi ci si assume il carico e la responsabilità
di aprire la lotta con l’altro.
La nonviolenza stimola i conflitti, in contrasto alla negazione dei conflitti.
La pace non è quiete, ma permanente inquietudine nella relazione,
con la sicurezza che la relazione sopravviverà a ogni sfida.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Ararat: la shoah armena
La seconda guerra mondiale traccia il solco nella storia del novecento,
una cesura netta e violenta all’interno del lento incedere dell’umanità;
e il cinema, che di questa storia, ne riproduce la forma attraverso lo
sguardo (non solo, anche le psicosi, gli incubi e le perversioni) dopo
questo evento non può più essere considerato allo stesso
modo. Come può il reale rappresentato mantenere l’identica
imperturbabile e positivista oggettività dei primi del secolo dopo
la “visione” dei campi di concentramento?
Tutto il cinema del dopoguerra risulta scandito (e filtrato) dalla cinematografia
della Shoah. Quell’immane e funesta vergogna collettiva rivive nelle
testimonianze dirette di migliaia di esseri umani ri-prodotte e rappresentate
sul “grande schermo”, dove “schermo” rappresenta
il luogo-incontro di diversi percorsi di espiazione e liberazione dal
senso di colpa. Ma c’è una frase detta da Adolph Hitler,
che mai da nessun attore abbiamo sentito pronunciare; una frase attraverso
la quale tranquillizzare i generali più vicini che mai e poi mai
in futuro sarebbe rimasta memoria della responsabilità morale e
della colpa commessa contro il popolo ebraico: “qualcuno è
mai stato perseguito e condannato per il genocidio del popolo armeno?”.
La “Shoah armena” non ha sguardi che la rappresentino né
lacrime o santuari che la glorifichino.
Atom Egoyan (regista canadese di origine armena), con il suo Ararat, cerca
di restituire un volto e una dimensione all’interno della storia,
al primo tragico atto di pulizia etnica mai perpetrato nel novecento da
un popolo nei confronti di propri simili; e tutto questo almeno una trentina
d’anni prima della seconda guerra mondiale: nel 1915, mentre tutte
le grandi potenze europee davano inizio allo “scannatoio”
del primo conflitto globale, l’esercito turco eliminava con sistematica
brutalità un milione e mezzo di turchi-armeni. Di tutto ciò
non rimangono che le scarne testimonianze dei pochi e scioccati armeni
scampati al massacro. E sono proprio alcuni tra i discendenti di questo
genocidio gli interpreti che Egoyan ha scelto per questa sua ultima opera,
presentata al festival di Cannes fuori concorso a causa delle minacce
e del violento ostracismo delle autorità turche: Charles Aznavour
(vero nome Chahnour Varinag Aznavourian) nato a Parigi da genitori armeni
fuggiti al massacro turco, Eric Bogosian, Arsinee Khanjian ed Elias Koteas
(oltre all’esordiente David Alpay, nella parte del giovane Raffi).
Nel tentativo, attraverso le loro parole e i loro corpi, di ricollocare
una tragedia storica collettiva (e universale) avvenuta nel passato, nel
quadro di relazioni e drammi individuali vissuti dai protagonisti nel
presente della propria vita, ma indissolubilmente legati a doppio filo
con le sofferenze dei progenitori.
Ararat, il monte dell’arca perduta, presenza simbolo di un’alleanza
tra dio e gli uomini andata in frantumi, è un film stratificato
e complesso, nel quale passato e presente si compenetrano nei destini
dei vari personaggi senza soluzione di continuità; un film di figli
senza padri, caduti vittime del “massacro originario”, che
cercano disperatamente di ritrovare una identità personale e culturale
nonché un senso più grande, quasi fondativo, del proprio
dolore. Ararat è un mosaico dalle atmosfere plumbee, un film che
prende forma da un dipinto attraverso cui il pittore Arshile Gorky (pseudonimo
con cui l’artista ha nascosto il suo nome armeno Vosdanig Adoian)
reinterpreta una vecchia foto che lo ritraeva bambino assieme alla madre
(uccisa dai turchi); un “mise en scene” metacinematografica
che il personaggio interpretato da Aznavour dirige con stile patinato
e oleografico, smaccatamente patetico e finto al limite dell’insopportabilità.
E appunto attorno a questa operazione filmica si intrecciano il difficile
rapporto di Ami (la madre di Raffi) con il figlio che intrattiene una
relazione d’amore con la sorellastra (la quale rimprovera e perseguita
Ami per aver causato il suicidio del proprio padre) e che fatica a comprendere
appieno le ragioni che hanno spinto il padre terrorista ad immolarsi per
la causa armena; e l’altrettanto difficile rapporto tra David e
il figlio Philip a casa della relazione che quest’ultimo intrattiene
con un Ali, un attore gay di origine turca che nel film di Aznavour interpreta
la parte di un sanguinario generale dell’esercito ottomano. Nonostante
Egoyan conservi il rigore formale e la perfezione estetica delle opere
precedenti il film risulta irrisolto nell’eccessivo accumulo di
troppi materiali narrativi (ognuno dei quali, se adeguatamente sviluppato,
avrebbe forse potuto fornire spunti validi per più film a se stanti)
e nella disorganicità del progetto complessivo. Nonostante questi
limiti, però, il regista canadese regala all’umanità,
il primo sguardo di verità su un genocidio, quello degli armeni,
la cui responsabilità ancora oggi il governo turco fatica ad ammettere.
Dino Frescobaldi
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
La memoria delle canzoni, un antidoto contro la guerra
Continua la mobilitazione musicale creativa. Ne abbiamo già parlato
nei numeri di dicembre 2002 e aprile 2003. Tanto sarà sfuggito
e altro andrebbe ricordato: da“We want peace” canzone di Lenny
Kravitz e Kadim al Sahir (il più famoso cantante iracheno), allo
speciale “Stop the war!” del mensile “Tutto” (numero
di aprile), alla sezione“Musica per il futuro di pace” su
www.vitaminic.it Ma in questo periodo è accaduto quello che tanti,
da anni, continuavano a chiedere: qualcuno ha cominciato a raccogliere
e ordinare testi di canzoni sull’argomento. Sono così disponibili
le “Canzoni contro la guerra”: 5 volumi, tutti scaricabili
gratuitamente, per un totale di 600 canzoni di diversi Paesi, spesso complete
di traduzione e anche in diverse lingue. La si trova sui siti: www.obiezione.it
o www.canzonicontrolaguerra.cjb.net
- Riccardo Venturi, protagonista principale di questa realizzazione, ne
parla così:
Le “canzoni contro la guerra” sono scaturite, o meglio sono
emerse, da questo periodo che stiamo vivendo. Sono stati in ballo quattro
gruppi virtuali che si occupano per definizione di canzoni d’autore.
La scintilla (e una scintilla, di solito, dà fuoco a qualcosa che
è già nell’aria) è stata scoccata da Paolo
Rusconi, il quale poco prima della manifestazione planetaria del 15 febbraio
scorso ha aperto un sito dedicato alle “Parole di pace”: articoli
di giornale, link, poesie e, per l’appunto, canzoni. E’ qui
che sono “sceso in campo” (wow, l’ho detto), raccogliendo,
traducendo e ordinando. Pochi giorni dopo si è iniziata la raccolta
vera e propria attraverso mailing list e newsgroup di Lolli, De Andrè
e Guccini. Ho iniziato i “volumi” (con i relativi e biechi
“elenchi parziali delle canzoni”) ed ho chiesto a qualcuno
di ospitare la raccolta sul proprio sito. La raccolta è divenuta
veramente attiva e permetterà a chiunque di inserire autonomamente
le canzoni fin quando lo voglia.
- I criteri di scelta e il titolo
“Canzoni contro la guerra” (Ccg) riflette un’opinione
del tutto mia personale, che mi ha portato a preferirlo, in primis a “canzoni
per la pace”. Non mi ritengo affatto un “pacifista”,
né per il mio carattere fondamentalmente rissaiolo (sebbene sia
raro che porti a lungo rancore verso qualcuno) né per convinzioni
profonde e ideali radicati. Tra le Ccg, quelle che meglio rispecchiano
il mio pensiero sono casomai certe canzoni “nella” guerra.
D’altronde, dato che ho coscientemente fatto assumere alla raccolta
un carattere pubblico o collettivo, non potevo assolutamente intervenire
sui testi che venivano via via proposti. Solo in cinque casi (su seicento…)
non ho inserito dei testi perché non avevano palesemente a che
vedere con la guerra né “contro”, né “per”
né “dentro”.
- La raccolta si apre con “Il disertore”, poi c’è
veramente di tutto…
Le Ccg hanno assunto un aspetto estremamente composito e non poteva essere
altrimenti. Sono veramente divenute il riflesso dei modi più svariati
di intendere quella che, in senso assai lato, può essere definita
un’opposizione. C’è di tutto: “Stelutis alpinis”
convive con “Contessa”, le canzoni simil-cattoliche con Alfredo
Bandelli, De Andrè coi canti partigiani o della guerra di Spagna,
Phil Ochs con le ballate bretoni, le canzoni note a tutti e quelle più
sconosciute, Bob Dylan con i listaroli e niusgruppari che hanno voluto
scrivere canzoni originali.
Sarebbe stato interessante che qualcuno che non si oppone né a
questa né ad altre guerre, avesse fatto un’analoga raccolta
di “canzoni per la guerra”: il materiale non gli sarebbe certo
mancato, tra canti bellici, militari, “patriottici”. Ma forse
questa eventuale raccolta avrebbe rischiato di essere ancor più
contro la guerra di quella propriamente detta.
- Fra le funzioni di questo lavoro una in particolare da sottolineare
?
Nutrire forse l’unico, vero ed efficace antidoto contro la guerra:
la memoria. Che sia a base di canzoni o di qualsiasi altra cosa. Non per
niente è proprio la memoria che subisce, ogni giorno, attacchi
continui. Sono contro il disarmo della memoria. Per quello che posso la
v