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La guerra è finita o infinita?
Dipende solo da tutti noi
Di Mao Valpiana
Mi sia concesso un ricordo personale. C’era ancora la guerra nel
Viet-Nam e John Lennon fece affiggere sui muri delle principali capitali
del mondo, da Atene a Londra, da New York a San Francisco, un enorme manifesto
con la scritta “La guerra è finita, se tu lo vuoi. La guerra
è finita, adesso”. L’iniziativa fece scalpore. Anni
dopo Lennon spiegò cosa voleva dire: ‘la guerra non termina
quando i politici firmano il trattato di pace o quando i generali danno
l’ordine ai soldati di tornare a casa, ma finisce solo quando la
gente le toglie il consenso’. Questo accadeva trent’anni fa.
Oggi un’altra guerra è finita, ma in realtà prosegue.
La guerra in Iraq non è stata fermata, ma i cortei della pace non
si fanno più. Che confusione! Molta gente non sa se ritirare o
lasciare la bandiera della pace al balcone, se bisogna essere contenti
o tristi. La guerra è finita, ma si spara ancora in Afganistan,
in Iraq, in Palestina, in Sudan… Dunque, la guerra non è
finita.
Lasciamo perdere per un momento la geo politica internazionale, lo scacchiere
mediorientale, il futuro dell’Iraq o la sorte dell’Onu, la
politica di Bush o il ruolo dell’Europa, e pensiamo invece allo
stato di salute del movimento per la pace.
La parola d’ordine “fermiamo il conflitto” è
stata sconfitta. La guerra c’è stata e ha vinto. L’esercito
anglo americano ha neutralizzato l’armata di Saddam Hussein (anche
se le tanto temute armi di sterminio di massa non si sono ancora trovate
e forse non si troveranno mai) e la dittatura è caduta. Dunque,
hanno avuto torto i pacifisti e hanno avuto ragione i sostenitori dell’intervento
armato? Non è proprio così.
In questa tragica vicenda, ci sono alcune ambiguità che vanno chiarite.
Nel ricchissimo dibattito che ha accompagnato i giorni della guerra in
Iraq, due interventi mi sono sembrati particolarmente emblematici: quelli
di Ingrao e di Sofri.
Pietro Ingrao in un’intervista su la Repubblica del 3 aprile ha
detto: “Chi vuole veramente fermare la guerra prima di tutto deve
aiutare gli iracheni nella loro resistenza civile e armata”.
Nello stesso numero de la Repubblica Adriano Sofri interveniva dicendo:
“(…) ‘fermare la guerra’ adesso vuol dire rassegnarsi
alla vittoria di Saddam Hussein”.
Due punti di vista opposti. Per Ingrao bisognava augurarsi una guerra
lunga, con la resistenza degli iracheni. Per Sofri bisognava augurarsi
una guerra breve, con la vittoria degli americani. Questo dibattito non
mi ha appassionato. Augurarsi una guerra lunga mi è apparso abominevole.
Augurarsi la vittoria di chi ha scatenato una guerra d’attacco mi
è apparso cinico. Penso che alla guerra bisogna opporsi e basta.
Sempre e comunque. Questa volta mi sono trovato d’accordo con Marcello
Veneziani (com’è imprevedibile il mondo!), che su Il Giornale
ha scritto della sua passione per i perdenti: “A chi dice che questa
passione per i vinti è pura retorica da anime belle, io rispondo
che se per questo è pura retorica illudersi che abbiano trionfato
la libertà, la pace e la democrazia o i diritti dell’uomo:
in realtà hanno trionfato la forza, la tecnologia, la superiorità
delle armi, a prescindere dalla causa”. Anche Simone Weil aveva
una propensione per gli sconfitti, perché diceva che la verità
è “fuggiasca dal campo dei vincitori”.
L’ambiguità di una parte del variegato movimento pacifista
stava proprio nello slogan ‘fermiamo la guerra’ perché
del tutto irrealizzabile, senz’altro più irrealizzabile del
tentativo di prevenire lo scoppio della guerra stessa. La guerra non la
si ferma, la guerra la si previene (innanzitutto opponendosi in tempo
di pace alla preparazione della guerra futura, dentro e fuori di noi).
E nemmeno ‘fuori l’Italia dalla guerra’ era un bel messaggio,
perché suonava quasi come un chiamarsi fuori. Come scriveva Sofri
nel citato articolo: “Non è questo il nostro stemma. Noi
siamo quelli che si mettono in mezzo, quelli del mondo intero”.
Ogni guerra è un crimine contro l’intera umanità:
non basta che il nostro paese non sia coinvolto per non sentirci interpellati.
La nonviolenza ci chiama a mobilitarci fin da oggi contro il prossimo
conflitto armato, lavorando da subito per il disarmo e ricercando quali
siano le concrete alternative alla guerra e quale sia la forza legittima
che le può sostenere.
In questo senso va l’iniziativa delle 10 parole della nonviolenza
che ci sta accompagnando da qualche mese e che si avvia alla conclusione
nel prossimo mese di settembre con la camminata nonviolenta da Assisi
a Gubbio. Percorreremo per due giorni (giovedì 4 e venerdì
5 settembre) il sentiero francescano della pace e poi ci incontreremo
per due giorni a Gubbio (sabato 6 e domenica 7 settembre) per un convegno
sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti (come fece Francesco ammansendo
il lupo) e per una festa della nonviolenza.
Nel prossimo numero di Azione nonviolenta pubblicheremo il programma dettagliato
ed inizieremo a raccogliere le prenotazioni
torna in alto
Dopo la guerra in Iraq, l’ONU è ad
una svolta:
morire o rinascere. In una nuova sede, a Gerusalemme.
di Antonio Papisca*
Sviluppo umano e sicurezza globale possono essere garantite da un’Onu
rafforzata e democratizzata. La società civile sta sostenendo da
anni questo processo. Mentre i potenti della terra continuano ad affidarsi
alla ragion di stato e alla guerra.
Si parla con insistenza della centralità delle Nazioni Unite: alla
buon’ora, vien da dire. Ma occorre usare lungimiranza e prudenza
nell’appellarsi a questo principio. Lungimiranza, perché
le Nazioni Unite costituiscono lo snodo ineludibile e irrinunciabile della
governabilità nell’era della globalizzazione. Prudenza, perché
l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è ancora stata messa
nella condizione di agire al riparo delle strumentalizzazioni dell’”usa
e getta” e del “due pesi due misure”.
Dieci anni fa, Nigrizia mi diede l’occasione di curare, per molti
mesi, una rubrica intitolata “Onu dei Popoli”. È appena
il caso di ricordare che la Carta delle Nazioni Unite si apre con una
solenne affermazione di soggettività democratica e pacifista: «Noi,
Popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal
flagello della guerra…».
Va anche ricordato che a partire dal 1995, con cadenza biennale e alla
vigilia della marcia Perugia-Assisi, si riunisce l’Assemblea dell’Onu
dei Popoli. Ancora prima, nel 1985, l’associazione Mani Tese organizzava
a Firenze, a Palazzo Vecchio, un grande convegno internazionale dal quale
scaturì il vibrante appello “Per una costituente mondiale
per la pace e lo sviluppo”, dove puntuali sono i riferimenti all’Onu.
Rileggendo oggi questo documento, non si può non rimanere impressionati
dall’attualità del messaggio di “ordine mondiale democratico”
in esso contenuto.
Il richiamo di questi fatti serve per sottolineare che le formazioni solidaristiche
di società civile hanno anticipato – inascoltate - le classi
governanti nell’affermare l’importanza delle Nazioni Unite.
Ancora una volta, i potenti fautori della “ragion di stato”
e della realpolitik sono contraddetti dalla “ragion di promozione
umana”.
La diagnosi dell’attuale stato di cose è fin troppo chiara.
Il mondo è pervaso da miseria e da violenza armata dentro, e fra,
gli stati. Nessun paese, nessuna società può dirsi sicura
dalle incursioni, palesi o opache che siano, della criminalità
transnazionale. Il terrorismo si presenta con una vasta gamma di modalità.
L’ingiustizia economica e sociale va di pari passo con la dilagante
insicurezza. Se grandi furono le attese suscitate dal crollo del Muro,
ancor più pungenti sono le odierne delusioni e lo sconforto.
Il disarmo appare oggi, paradossalmente, come una chimera. Ancor più
di prima, urge dunque controllare la produzione e il commercio delle armi,
prevenire e gestire pacificamente i conflitti, far funzionare un sistema
di sicurezza collettiva sotto legittima autorità sopranazionale,
instaurare una nuova divisione internazionale del lavoro che rispetti
le esigenze della giustizia sociale ed economica nel mondo.
Mobilitarsi per la riforma
L’Onu, istituzione multilaterale per antonomasia, è indispensabile
per gestire l’ordine mondiale nel rispetto di “tutti i diritti
umani per tutti” e per un’economia di giustizia. C’è
bisogno di una istituzione mondiale in cui tutti gli stati, grandi e piccoli,
siano rappresentati e tutti i popoli, anche i più lontani e diseredati,
possano far sentire la loro voce. Quale istituzione può perseguire
i molteplici e complessi obiettivi dello human development e della human
security, se non una Onu messa nella condizione di farlo? E chi deve metterla
in questa condizione se non gli stati che ne sono membri, in particolare
i più potenti?
In occasione del “Millennium Forum” di società civile
globale, svoltosi nel maggio 2000 a New York, nel Palazzo di Vetro, è
risuonata la parola d’ordine: strengthening and democratising the
United Nations, cioè rafforzare e democratizzare le Nazioni Unite.
Se si è sinceri nel proclamare oggi la centralità delle
Nazioni Unite, occorre senza indugio perseguire il duplice obiettivo del
potenziamento e della democratizzazione della massima organizzazione mondiale.
Il dibattito sulla sua riforma, che pareva bene avviato in occasione del
cinquantesimo anniversario dell’Onu, ha purtroppo dimostrato di
non avere raggiunto quella massa critica sufficiente a far precipitare,
una volta per tutte, la riforma.
Questo significa che devono mobilitarsi, ancor più massicciamente
e puntualmente che nel passato, le forze di società civile globale,
esercitando pressione sui governi e sulle classi politiche perché
facciano funzionare, tempestivamente ed efficacemente, l’Onu.
Tra i tanti argomenti da usare nei confronti di chi ha responsabilità
istituzionali, ce ne sono due particolarmente convincenti, uno di carattere
giuridico, l’altro di carattere per così dire utilitarista.
Il primo è che far funzionare bene le Nazioni Unite costituisce
per gli stati ”obbligo giuridico”, non un optional: se non
si rispetta la Carta delle Nazioni Unite, ci si pone in una condizione
di persistente illegalità. In altre parole, il diritto internazionale
è violato non soltanto quando si fa la guerra preventiva, ma anche
quando non si alimenta l’Onu di supporto politico, di risorse finanziarie
(in particolare, con puntuale versamento delle quote annuali), di personale.
Il secondo è che far funzionare bene le Nazioni Unite costa molto
meno che procedere individualmente o a ranghi sparsi in un mondo che è
sempre più interdipendente, disordinato e insicuro.
Che cosa deve cambiare
Insomma il calcolo costi-benefici pende a favore dell’Onu, è
questione di razionalità economicistica, oltre che di ragionevolezza
e di buon senso comune. In quest’ottica, tra le cose che occorre
fare con la massima urgenza perché l’Onu possa adempiere
al suo alto mandato sono: la creazione di un corpo permanente di polizia
civile e militare sotto la diretta autorità sopranazionale delle
Nazioni Unite; il conferimento di maggiori poteri al Consiglio economico
e sociale (Ecosoc) per quanto riguarda l’orientamento sociale dell’economia
mondiale e la sorveglianza sulle organizzazioni internazionali economiche
(insomma, l’Ecosoc come un Consiglio di sicurezza economica e sociale);
il ricambio di buona parte dell’attuale personale Onu, burocratizzato
e privo di tensione ideale, con personale adeguatamente formato e motivato
(coi diritti umani nella testa e nel cuore); l’aumento delle risorse
destinate agli organi specializzati in materia di diritti umani ed emergenze
varie – a cominciare dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite
per i diritti umani – e ai programmi per lo sviluppo umano nei paesi
ad economia povera; la dotazione della Corte penale internazionale di
tutte le risorse, finanziarie e umane che le sono necessarie per bene
avviare le proprie attività; l’allargamento della composizione
del Consiglio di sicurezza, in funzione di una sua più adeguata
maggiore rappresentatività.
Ma dare il pur indispensabile “più potere” all’Onu
lasciando questa nelle mani esclusive degli stati, cioè dei vertici
governativi e delle diplomazie, è rischioso. Ecco dunque la necessità
di accompagnare il potenziamento con la democratizzazione, la quale, nei
suoi termini essenziali, comporta: la creazione di un’Assemblea
parlamentare delle Nazioni Unite che affianchi l’attuale Assemblea
generale composta dagli stati membri: sarebbe l’embrione di un processo
che porterebbe gradualmente alla istituzione di un vero e proprio Parlamento
delle Nazioni Unite; per le materie attinenti ai diritti umani, allo sviluppo
e all’ambiente, l’attribuzione di uno status di “co-decisionalità”
a favore delle organizzazioni non governative (ong) che già godono
dello status ”consultivo” presso l’Ecosoc; l’estensione
dell’esercizio di questo status consultivo anche presso il Consiglio
di sicurezza.
Onu a Gerusalemme
Un’ultima riflessione, sempre in chiave strategica. La campagna
per la democrazia internazionale comporta che si difendano le istituzioni
internazionali multilaterali, quali “siti” essenziali per
l’estensione della pratica democratica dalla città fino all’Onu.
Se non ci sono le istituzioni, non c’è lo spazio, legittimo
e trasparente, per l’esercizio di ruoli democratici.
Dietro la strategia della de-regulation economica lanciata da Reagan all’inizio
degli anni ottanta si nascondeva la de-regulation istituzionale: in altri
termini, l’insistenza nel togliere lacci e lacciuoli al libero gioco
del mercato nascondeva la volontà di svincolarsi dai precetti del
diritto e dalla trasparenza delle istituzioni. Un modo nostrano di cadere
in questa trappola è consistito nel proclamare “più
società, meno stato” (quanti ci sono cascati in buona fede…).
Questo disegno è oggi drammaticamente disvelato in tutta la sua
dissennatezza (a ratione alienum, parafrasando la Pacem in terris): la
cosiddetta nuova teoria della guerra preventiva – che è poi
vecchia di millenni… - ben si spiega con la metafora del “giù
la maschera”. A tanta spudoratezza di governanti, la società
civile deve rispondere proclamando, responsabilmente: “più
società, più istituzioni, più democrazia, più
trasparenza, più politiche sociali, più azioni positive”.
Per quanto riguarda il futuro dell’Onu, diventa sempre più
necessario porre, anche fisicamente, la sua sede al riparo dalle infiltrazioni
e dalle pressioni che l’amministrazione Usa quotidianamente esercita.
La sede a New York è a rischio di… sudditanza. Se l’amministrazione
Usa non vuole una Onu super partes, democratica, efficiente ed efficace,
se non vuole né la Corte penale internazionale né corpi
permanenti di polizia delle Nazioni Unite né istituzioni economiche
internazionali in funzione di giustizia sociale, se non vuole le ong tra
i piedi alle grandi conferenze mondiali, se vuole soltanto un Fondo Monetario
Internazionale capace di quell’accanimento terapeutico che si chiama
“aggiustamento strutturale costi-quel-che-costi”, se vuole
un ordine mondiale gerarchico e belligeno informato al principio del si
vis pacem para bellum, ebbene non si indugi oltre, si scuota la polvere
dai calzari e si offra una nuova casa all’Onu, magari installando
una parte significativa dei suoi uffici a Gerusalemme. L’Onu a Gerusalemme:
pietra di contraddizione, ma anche pietra angolare di un nuovo ordine
mondiale fondato sul rispetto della dignità umana e dei diritti
fondamentali che a questa ineriscono.
* Direttore del Centro interpartimentale sui diritti della persona e dei
popoli all’Università di Padova.
Le 10 parole della nonviolenza, per fare
un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 11 giugno 2003
La parola del mese: “Potere di tutti”
Dal controllo al potere
di Aldo Capitini
Come passare dal controllo al potere? Il controllo, nelle sue tre forme:
informazione esatta, critica adatta, progettazione progrediente, è
già potere; accrescere l’una o l’altra delle forme,
secondo la propria capacità, è sviluppare l’omnicrazia.
Alcuni sociologi distinguono il “potere” dalla “autorità”,
nel senso che il primo è la probabilità che la volontà
vinca gli ostacoli che incontra, la seconda è la probabilità
che un gruppo trovi obbedienza per i suoi comandi. Ma noi, che non consideriamo
che l’ambito sociale, possiamo mettere in disparte il fatto semplice
della volontà individuale che riesce a realizzare qualche cosa.
Qui dobbiamo vedere come il controllo si fa potere entro la società,
o acquista “autorità”.
Usiamo, dunque, il termine in senso generico: il potere come capacità
di realizzare progetti (tra cui proporre norme), con la probabilità
di vedere realizzati i progetti e le norme ubbidite.
Qui interviene, con un suo contributo, la persuasione della compresenza
in questi due modi:
1. se i progetti e le norme hanno un fondamento evidente e puro nella
realtà di tutti, è più probabile che essi incontrino
il consenso di molti; la persuasione della compresenza e della omnicrazia
è una garanzia che pesa a favore dell’accettazione dei progetti
e delle norme, quindi esse hanno un potere, in virtù non del loro
riferimento all’interesse individuale, ma di un riferimento alla
realtà di tutti;
2. esiste un ordine sociale che è la convivenza di tutti e non
è il semplice interesse individuale; un persuaso della compresenza
e dell’omnicrazia può tralasciare la difesa di tale ordine
sociale in quanto egli teme di sottoporre tale ordine al proprio vantaggio
individuale, e può tralasciare di vedere la difesa dell’ordine
sul piano della guerra, la quale oramai viene condotta come strage e può
arrivare all’uso, oltre che delle armi chimiche, delle armi nucleari,
il che deforma ogni carattere umano della lotta. Ma rimane il semplice
ordine sociale come convivenza pubblica, come rispetto di quelle istituzioni
che spesso sono strumenti del potere di tutti. E qui è possibile
collaborare con chi usa quelli strumenti coercitivi che sono semplicemente
applicati a frenare e sviare l’individuo che attenti a tali “strumenti
che sono di tutti”, e che non segua, quando potrebbe, la pressione
intima della compresenza che lo indurrebbe a tale rispetto.
Mentre non è possibile collaborare sul piano della guerra o guerriglia,
che porta a stragi, terrorismo, tortura, cioè ad una violenza che
prende mano rispetto al motivo originario, è possibile stare accanto
a chi semplicemente usi la violenza entro stretta disciplina di giovare
alla convivenza di tutti nella loro evoluzione, una violenza in ambito
modesto, strettamente condizionata dai modi (quante armi si possono usare
che non uccidono!), accompagnata costantemente da un soffio omnicratico;
il persuaso della nonviolenza può, personalmente, non usare nemmeno
questo tipo di violenza, se il suo compito è di richiamare costantemente
al fine; ma comprende che c’è violenza e violenza, e quella
per mantenere la convivenza di tutti è più giustificata
di ogni altra.
Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra,
ma non avrei difficoltà a stare in un’amministrazione di
ente locale. Questo rispetto dell’ordine locale:
1. non significa accettazione dell’ordine costituito, da difendere
ad oltranza, ma il riconoscimento che si può mantenere la convivenza
nonviolenta tra gli abitanti di una località, che è ambito
modesto, mentre si può, nello stesso tempo, portare avanti la rivoluzione
nonviolenta con le sue tecniche per trasformare le strutture e tutta la
situazione locale;
2. mette in primo piano l’”ente locale” (in Italia la
borgata, la frazione, il comune, la provincia, la regione), perchè
in queste dimensioni può meglio realizzarsi l’ispirazione
nonviolenta e omnicratica, nella diretta conoscenza delle persone e dei
problemi, nella permanente democrazia diretta, ricca di profondi motivi
etici ed educativi, e aliena da imperialismi atomici!
Il potere di Aldo Capitini
A noi interessa non il tutto di ora, ma interessano i tutti per arrivare
ad un tutto migliore, che è quello della compresenza sempre più
attuata.
La solidarietà aperta e il sacrificio resistente conferiscono
un potere a tutti, dànno cioè una capacità di influire,
di presentare efficacemente la propria volontà, di essere, sia
pure inizialmente in piccolo, ascoltati e fors’anche obbediti.
Un centro che attua un’apertura nonviolenta mostra che è
possibile avere un potere, senza bisogno di sostenerlo con la violenza.
Il potere di M. K. Gandhi
Per me il potere politico non è un fine, ma uno dei mezzi per
permettere al popolo di migliorare le sue condizioni in ogni settore della
vita.
Spero di dimostrare che il vero swaraj si avrà non già
con l’acquisizione dell’autorità da parte di pochi,
ma con l’acquisizione da parte di tutti della capacità di
opporsi all’autorità quando è usata male.
L’intera nostra concezione di vita viene trasformata e tutto ciò
che intraprendiamo non è più finalizzato al bene del nostro
piccolo io ma al bene di tutti.
Il potere di M. L. King
Il nostro potere scientifico ha sorpassato il nostro potere spirituale.
Noi abbiamo guidato bene i missili e guidato male gli uomini.
Io non posso mai essere quello che dovrei essere finché voi non
siete ciò che dovreste essere, e voi non potete mai essere quello
che dovreste essere finché io non sono ciò che dovrei essere.
Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetevi
a farlo appassionatamente. Questo limpido sguardo in avanti, verso la
realizzazione di sé, è la lunghezza della vita umana.
Per approfondire
Il Potere di tutti
Teoria del potere
B. Barnes, La natura del potere, Bologna, Il Mulino, 1995.
G. M. Chiodi, La menzogna del potere. La struttura elementare del potere
nel sistema politico, Milano, Giuffré, 1979.
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G. Duso, Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna, Roma,
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Foucault, e Habermas, Bari, Dedalo, 2002.
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- Napoli (vedi titolo seguente).
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La democrazia globale
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( a cura di Matteo Soccio)
Sono un soldato ebreo. Mi sento sionista. Voglio
il Giudaismo. Amo Israele.
E per questo mi sono dichiarato obiettore, con “il coraggio di rifiutare”
Di Elena Buccoliero
Incontro con Uri Dotan, refusenik israeliano
“Mi considero un essere umano, un israeliano e un ebreo. Sono stato
sergente di fanteria nell’esercito israeliano negli ultimi sei anni,
tre anni nel servizio di leva e tre come riservista. Quando è stata
pubblicata la lettera dei riservisti, ho capito che dovevo smettere di
esitare e fare quella che io riconosco come l’unica opzione morale
e politica possibile in questa realtà. Mi sono unito al gruppo
dei refusenik una settimana dopo la pubblicazione della lettera e sono
diventato uno degli attivisti più impegnati in questo nuovo movimento,
Ometz Lesarev, che significa appunto “Il coraggio di rifiutare”.
Uri Dotan, israeliano, 26 anni, sta per terminare la scuola per assistente
sociale. È un obiettore di coscienza selettivo. Racconta la sua
storia con lucidità e semplicità ad un pubblico di studenti,
in uno dei tanti incontri che nel dicembre scorso lo hanno visto protagonista
nel tour di testimonianza organizzato da Rete Lilliput e da molte altre
realtà locali, in diverse città dell’Emilia Romagna,
e poi a Trento e a Prato.
“Sono nato in Israele, mio padre è un veterano di guerra.
Rimase ferito da una pallottola alla testa durante uno scontro dopo che
dei terroristi palestinesi erano penetrati in Israele dal confine con
la Giordania. Questa situazione familiare mi ha insegnato qual è
il vero prezzo della guerra.
In Israele i bambini imparano l’importanza del servizio militare
per la difesa del paese. È ancora il maggior contributo che un
cittadino può dare al suo Stato e alla società in cui vive.
Così, negli anni che precedettero la chiamata alla leva, decisi
che avrei seguito le orme di mio padre, che sarei stato un combattente
e mi sarei offerto volontario per le unità militari più
importanti e a rischio, per dare al mio paese il meglio che posso”.
Il piccolo Uri cresce, ha 19 anni, l’età per il servizio
di leva, e il sogno diventa realtà. Sulle orme del padre, entra
in un corpo speciale dell’esercito israeliano, lo stesso dove il
babbo ha combattuto.
“Ho prestato servizio un po’ dappertutto, in Cisgiordania
e in Gaza. Dovunque guardi, trovi i segni dell’occupazione. A quel
tempo eravamo fuori dalle città ma le controllavamo dall’esterno.
Era il 1996, erano in corso gli accordi di Oslo e credevo che perfino
Biniamin Netaniau, appena eletto, non avrebbe potuto fermare questo momento
magico. Ero sicuro che fossimo sulla strada giusta per arrivare alla fine
dell’occupazione, credevo che i politici delle due parti stessero
facendo il necessario per chiudere questa orribile situazione, e ogni
volta che dovevo fare qualcosa che andava contro i miei principi, mettevo
una sorta di maschera per resistere. Eseguivo gli ordini, pensando che
la situazione fosse temporanea”.
E invece l’occupazione perdura e Uri è sempre più
consapevole degli orrori che porta con sé. Racconta di essere entrato
in una casa palestinese, armato, insieme ai suoi uomini, ricorda la pena
provata quando ha visto una mamma palestinese difendere con il suo corpo
un figlio poco più che ragazzo, ha tremato al pensiero di avere
tanto potere, lui ragazzo, sulla vita di un altro ragazzo. E poi il suo
racconto ci trasferisce ad un posto di blocco, e dall’orrore ci
mettiamo a parlare di responsabilità, di costrizione e di impotenza.
“Eravamo ad un piccolo checkpoint all’entrata di Hebron. Il
giorno prima c’era stato un attacco terrotistico, e avevamo avuto
l’ordine di chiudere la città, nessuno doveva uscire tranne
le situazioni umanitarie. Quando stai seduto ad un checkpoint per otto
ore, dopo un po’ cominci a diventare paranoico. Tutti quelli che
vogliono passare dichiarano un probelma umanitario, ma tu hai l’ordine
di accettare solo i casi estremi. Ti convinci che stai proteggendo il
paese dal prossimo attacco suicida, anche se sai che i terroristi non
passano dai checkpoint ma li aggirano. Vuoi essere un buon soldato, perciò
non lasci passare nessuno. Finché un’auto si ferma, uno dei
miei soldati si avvicina e la donna dice che è incinta. Il soldato
non le crede, il ventre della donna non è molto pronunciato, non
mostra di avere dolore, non sembra particolarmente nervosa. Il soldato
decide di non lasciarla passare.
Qualche ora dopo riceviamo una comunicazione dalla parte palestinese:
l’automobile ha vagato per tre ore lungo vie secondarie cercando
di raggiungere un ospedale, e il bambino è morto durante il percorso.
Ora mi chiedo: siamo noi, i soldati israeliani, i cattivi? Io credo di
no. Conosco quel soldato, è un’ottima persona, crede nella
pace. Il problema è che questa situazione mette lui e me in una
condizione in cui non abbiamo gli strumenti per fare la cosa giusta”.
E ancora: “Ho scelto una storia estrema, ma cosa succede se non
permetti alla gente di andare a lavorare? O agli studenti di raggiungere
la scuola? Non sono anche queste situazioni umanitarie?”
Dall’attesa di una “pace politica” alla scelta personale
di non collaborazione
Tra mille dubbi Uri Dotan compie il servizio di leva e poi parte per
un lungo viaggio. Il Lontano Oriente e gli Stati Uniti come terapia per
allontanare i pensieri da quello che ha visto e vissuto. Oggi Uri guarda
sui giornali le fotografie di Israele, riconosce i soldati israeliani
durante azioni di guerra e impallidisce, pensando d’essere stato
parte di scene come queste. Ma allora rientrava pieno di speranze nel
paese che aveva lasciato durante gli accordi di Oslo, sulla strada giusta.
“Dopo circa un anno in giro per il mondo, stavo ritornando a casa.
Era la fine di "Yom Hakipurim", la festa sacra più importante
per gli ebrei e al tempo stesso un momento riservato alla ricerca spirituale.
Ero in aeroplano. Prendo un quotidiano israeliano, guardo le fotografie
di prima pagina, leggo qualcosa qua e là e mi rendo conto che sto
tornando ad un paese molto diverso da quello che ho lasciato. Alla mia
partenza, Israele era in un periodo di grande speranza di pace, stavamo
andando nella giusta direzione. Ora ritornavo ad una terra piena di violenza,
odio e spirito di vendetta. Ero triste, arrabbiato soprattutto confuso.
Come aveva potuto accadere? Chi aveva distrutto il sogno?
Mi è occorso un po’ di tempo per capire che non ci sono buoni
o cattivi in questa storia, solo cattivi ed altri più cattivi.
Mi è occorso del tempo per decidere di non prendere mai più
parte in questa orribile situazione”.
Dal dubbio, alla consapevolezza, alla scelta di obiezione parziale. Un
passaggio difficile, ricco di implicazioni personali, sociali e politiche.
“Chi pensa alla nostra obiezione di coscienza, probabilmente pensa
che la conseguenza più pesante sia il carcere militare. Non sto
dicendo che si tratti di un’esperienza piacevole, ma altri fattori
sono ancora più pesanti. Prima di tutto ci sono gli amici dell’unità
militare. Quando decidi di obiettare abbandoni i tuoi compagni, li lasci
ad affrontare i problemi più difficili senza il tuo aiuto.
Poi ci sono aspetti più personali, di responsabilità. Israele
ha sempre combattuto per la sua sopravvivenza. Sono cresciuto su valori
che santificano il sacrificio di sé per la salvezza del paese e
per molti anni questo è stato anche giustificato. Quando tutto
intorno a te senti il ritornello “stiamo combattendo per il diritto
di vivere sicuri”, quando ogni giorno vedi i kamikaze che esplodono
tutto intorno, dici a te stesso “ho il diritto di lasciare tutto
e dire di no?”, anche quando ti accorgi che si sta andando nella
direzione opposta, che con le tue azioni l’odio si gonfia e si approfondisce.
Ma puoi continuare a giocare alla democrazia quando governi su 3 milioni
e mezzo di persone in modo per nulla democratico, quando neghi tutti i
loro diritti umani di base?”
Qual è stata la scintilla che ti ha persuaso all’obiezione?
“Non si è trattato di una decisione improvvisa, ha richiesto
tempo. Prima ho deciso di smettere di essere un combattente. L’ultima
volta che ho servito l’esercito nei territori occupati, sono rimasto
alla base come radio operatore, e ho capito che passare gli ordini via
radio non mi rendeva meno complice dell’occupazione. Così,
quando è stata pubblicata la lettera dei riservisti, nel gennaio
2002, ho deciso che era il momento di superare tutte le esitazioni e di
unirmi a loro.
Cinque mesi più tardi sono stato chiamato come riservista nell’area
di Hebron. Ho rifiutato e sono stato condannato a 28 giorni di carcere
militare per aver disobbedito ad un ordine”.
L’esperienza del carcere potrebbe ripetersi ancora.
“Sì, ogni volta che mi destineranno ai Territori Occupati.
Del resto, io continuo il mio servizio come riservista. Due mesi dopo
il carcere militare sono stato chiamato ancora come riservista e ho trascorso
tre settimane nella difesa di un kibbutz nel nord di Israele”.
Il “lusso” di essere pacifista
Come definiresti la tua posizione di fronte al conflitto?
“Non ho ricette da dare, io non sono un politico, tutto quello che
posso fare è portare la mia esperienza. Certo, non posso permettermi
il lusso di essere un pacifista, credo che Israele abbia bisogno di un
esercito forte per difendersi, ma credo anche che quanto stiamo facendo
nei Territori Occupati non abbia niente a che fare con la difesa”.
Chi sceglie l’obiezione, totale o parziale, sa di dover affrontare
forte ripercussioni sociali, vicine e lontane. Nel tuo caso, i tuoi familiari
cos’hanno pensato della tua scelta?
“Mia madre era molto preoccupata di sapermi in carcere militare,
ma ancora peggiore sarebbe stato per lei pensarmi nei territori occupati.
Quanto agli altri, tutto sommato ho avuto fortuna, hanno rispettato la
mia scelta, forse perché hanno visto la mia decisione, la determinazione
ad affrontare un prezzo personale per ciò in cui credo”.
Seguendo da lontano i movimenti pacifisti israeliani, si ha l’impressione
che l’obiezione sia una realtà quasi esclusivamente maschile.
È proprio così?
“Beh, è piuttosto raro che le ragazze vengono impiegate in
servizi difficili nei Territori Occupati, quindi hanno meno ragioni per
scegliere l’obiezione selettiva. Però spesso le donne pagano
il prezzo più alto, restano a casa mentre il loro compagno viene
rinchiuso in un carcere militare, magari hanno già dei bambini
da crescere… Non credo che per le donne sia più facile”.
Cosa è successo in Israele dopo la petizione dei 52 ufficiali e
riservisti?
“Nel giro di tre mesi abbiamo raggiunto 200 firme, e oggi siamo
a oltre 500. Ogni firmatario che si aggiunge significa, per noi, avvicinarsi
alla fine dell’occupazione. Non che l’esercito non possa fare
a meno di 500 soldati - starebbe in piedi anche fossimo 2000 - ma la nostra
scelta demoralizza gli altri, squalifica l’occupazione, la colora
di nero. Questa è l’efficacia della nostra scelta.
La petizione dice ai decisori: non chiederci come abbiamo osato sottrarci,
domanda piuttosto a te stesso come è possibile che 500 tra i tuoi
migliori ufficiali stiano facendo questo, e perché.
Nel contempo si rivolge alla gente di Israele, per ricordare che il vero
oggetto dell’occupazione è un popolo, sono esseri umani.
Parliamo di quando scortiamo i bambini dei coloni alle loro lezioni private,
parliamo della chiusura delle strade. Ricordiamo alla gente che non esiste
una soluzione militare al conflitto e dovremmo piuttosto uscire dai territori.
Rimarchiamo che il modo migliore per sconfiggere il terrorismo è
eliminare le ragioni dell’odio, e che il terrorismo non è
una scusa per investire altro denaro nei territori”.
Si dice che uno dei mezzi per il mantenimento del conflitto sia la non
comunicazione tra gli avversari. Il tuo movimento è in contatto
con movimenti palestinesi? Tu stesso hai degli amici arabi?
“Ho diversi amici arabi di cittadinanza israeliana, questo sì.
Avevo contatti con arabi palestinesi, si lavorava insieme, ma ultimamente
i rapporti sono stati forzatamente interrotti e si limitano a qualche
rara telefonata, perché loro rischierebbero di essere uccisi in
quanto collaborano con degli israeliani, ed anche io. E così, per
il momento non possiamo sentirci”.
In Israele ci sono molte associazioni contrarie all’occupazione
dei territori. Qual è la particolarità di Ometz Lesarev?
“Credo sia il fatto che noi ci definiamo sionisti, totalmente fedeli
al nostro paese e pronti a lottare per esso, in ogni luogo o momento,
ma non ad opprimere un intero popolo. Il nostro NO è un messaggio
positivo. Proprio allo scopo di salvare Israele, la nostra amata terra,
dalla spaccatura più irrimediabile, chiediamo di ritornare al vero
Sionismo, al vero Giudaismo. Siamo centinaia di giovani ben determinati
a pagare un alto prezzo personale perché questo avvenga. Spero
che la mia scelta e quella di altri porterà alla fine dell’occupazione,
leverà una voce di equilibrio che spezzi questo circolo di violenza”.
Quale pensi debba essere il ruolo della comunità internazionale
di fronte al conflitto arabo-israeliano?
“Assolutamente determinante. I popoli di Israele e Palestina hanno
dimostrato da tempo di non riuscire a spezzare questo fluire di vendette
e di violenze contrapposte, e per quanto tanta parte dell’opinione
pubblica israeliana desideri la fine dell’occupazione, ogni volta
che si ripete un fatto di sangue le persone non riescono a prendere le
distanze, a rinunciare alla vendetta. Perciò non possiamo essere
lasciati soli. La gente di Israele e Palestina non è in grado di
fermarsi, di rinunciare. Solo un forte intervento politico esterno può
persuaderci”.
A ottant’anni dalla nascita del priore
di Barbiana
Di Giuseppe Barone
L’inattualità di Don Lorenzo Milani (27 maggio 1923 –
26 giugno 1967)
Quella di don Lorenzo Milani è la storia di un uomo integro e
rigoroso, abituato a guardare alla radice dei problemi, animato dall’esigenza
di orientare sempre eticamente il proprio agire, senza scadere mai nel
moralismo. Alle pacche sulle spalle, alle infinite furberie, alle faccende
da accomodare (e che sempre, in qualche modo, si accomodano), don Milani
risponde con la provocazione, i toni bruschi, l’irruenza. Pure è
lontanissimo da tanti insulsi pseudo-provocatori prezzolati dei nostri
giorni.
Sta lavorando alla stesura delle Esperienze pastorali (date alle stampe
con tanto di imprimatur nel 1958, e presto ritirate dal mercato per ordine
del Sant’Uffizio perché «inopportune»), quando,
a causa dei frequenti conflitti con i superiori, viene allontanato dalle
attività presso la scuola per operai e contadini di Calenzano e
spedito al “confino” in un minuscolo borgo di montagna, ove
non possa dare fastidio. Tentano di zittire la sua parola alta e scomoda.
Lui prima reagisce male (alla madre, col consueto linguaggio schietto,
scrive: «Un prete isolato è inutile»), poi accetta,
senza risparmiarsi, la nuova sfida. Inizia l’esperienza singolarissima,
luminosa, irripetibile di Barbiana: le alterne vicende, l’impegno
sociale ed educativo, i “suoi” ragazzi, ai quali, in punto
di morte, confesserà: «ho voluto più bene a voi che
a Dio». Soprattutto arrivano le prese di posizione coraggiose, le
polemiche, la Lettera a una professoressa.
Don Milani è così: sincero, duro, aspro, tagliente. Ma sa
essere tenero, dolce, attento. Cattolico fervente, sacerdote, sa dialogare
con tutti e si inventa una scuola dove si studiano le lingue straniere
ma non si parla di Dio. È critico verso la Chiesa e lo Stato, ma
rispettoso del ruolo dell’una e dell’altro. Conduce la sua
lotta non contro, ma in nome del cattolicesimo più autentico, radicale
e della fedeltà alla Costituzione repubblicana. Ha il coraggio
di dichiarare apertamente che l’obbedienza non è una virtù,
che spesso disobbedire è un diritto – anzi: un dovere –
del buon cristiano come del buon cittadino, e lo fa, tra l’altro,
ripescando un documento del Concilio di Trento. Come punti di riferimento
elegge san Francesco e la Rivoluzione francese.
Se ritiene di dover impegnare una battaglia, non si cura delle conseguenze:
sa rischiare – e accettare – l’impopolarità e
la punizione, l’isolamento e persino il processo in un’aula
di Tribunale. Neppure si preoccupa di guadagnarsi alleati: inviso alle
gerarchie cattoliche, non prova a ingraziarsi le forze di sinistra che,
dal canto loro, faticano a capirlo. Quando viene resa nota, con grande
scandalo, la sua Risposta ai cappellani militari toscani, che avevano
definito l’obiezione di coscienza «un insulto alla Patria
e ai suoi caduti, estranea al comandamento cristiano dell’amore
e espressione di viltà», non si astiene dall’affermare
a proposito della rivista “Rinascita” che l’aveva pubblicata
integralmente: «essa non meritava l’onore di essere fatta
bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza
e la nonviolenza». Intanto, guarda con interesse e rispetto all’ordinamento
democratico e a quello socialista («i due sistemi politici più
nobili che l’umanità si sia data»), ammira i grandi
partiti popolari e i sindacati.
Più ancora che per le cose che dice, don Milani è avversato
per come le dice. E le fa.
Attento al punto di vista di ciascuno, ama il parlar chiaro, il prender
posizione, lo schierarsi, in un paese uso al compromesso a tutti i costi,
se non alla compromissione; dove tutti sanno che se qualcuno tuona “mai”
può trattarsi al più di un “forse”. Un paese
fatto di brava gente, di buoni, che sa chiudere un occhio e, quando necessario,
entrambi.
Cosa ci rimane – nel balbettio confuso e inquietante dei nostri
giorni – di quella vicenda, dell’impegno, del parlar chiaro,
della coerenza, del radicalismo, delle provocazioni? A cosa può
servire un personaggio così scomodo, spigoloso, diverso, attento,
aperto, «segno di contraddizione»? A molto poco, temo. Anzi:
a tantissimo.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Teniamo le bandiere sui nostri balconi!
Il Coordinamento della Campagna “Pace da tutti i balconi”
ha lanciato il seguente appello.
Sette mesi fa nasceva “Pace da tutti i Balconi!”, una campagna
che è riuscita in un’impresa che solo un gruppo di sognatori
poteva credere realizzabile: cambiare il volto delle nostre città
e dei nostri paesi, cambiare il corso della storia. In questo momento,
stimiamo ci siano tre milioni di bandiere della pace sventolanti sulle
case, ma anche sulle chiese, sulle scuole, sui municipi, che è
come dire che almeno dieci milioni di persone si sono riconosciute in
questo simbolo.
Quello che questi numeri dicono è il risultato di una campagna
che il mondo intero guarda stupefatto. Le lettere che ci giungono da chi
ha avuto occasione di visitare il nostro paese ultimamente ne sono testimonianza.
Quello che le cifre non possono descrivere è il popolo dell’arcobaleno,
nato e cresciuto in questi mesi. Un popolo che non è una massa
indistinta, ma una folla di volti, ciascuno unico ed irripetibile. Volti,
persone che hanno preso posizione sul tema della guerra, con un gesto
semplice ma non per questo meno impegnativo o importante.
Questa mobilitazione non è riuscita ad impedire la guerra, ma siamo
coscienti che mai come in questo caso l’opinione pubblica abbia
influito in maniera determinante sugli eventi: il nostro governo, nonostante
abbia sostenuto politicamente la guerra e fornito basi e supporto logistico
è stato impossibilitato a intervenire nel conflitto con una partecipazione
diretta di soldati e mezzi militari italiani.
Anche a livello europeo si è innescata una reazione a catena che
ha isolato e messo in minoranza gli Stati che hanno appoggiato la guerra.
La guerra stessa, nelle riflessioni degli interventisti è stata
vista come guerra ingiusta ma dolorosamente necessaria! Ciò ha
portato ad includere nei piani di chi ha preparato l’attacco il
dovere di limitare al massimo le perdite fre i civili, per non perdere
del tutto la faccia. Può sembrare poco, ma tutto questo non era
affatto scontato, ed è stato possibile grazie ad ogni singola famiglia,
scuola, parrocchia, associazione, movimento, istituzione, che ha esposto
e mantenuto esposto il vessillo della pace per tutti questi mesi.
Grazie a questo impegno, è cresciuta la consapevolezza rispetto
alla guerra ed al problema della giustizia nei Paesi del Sud del Mondo.
Sono state smascherate le ipocrisie di chi voleva giustificare la guerra
con la lotta al terrorismo o con l’impegno per la libertà
e la democrazia. Molta gente ha capito che questa guerra, come tutte le
guerre, nasce per soddisfare gli interessi di pochi, mentre crea morte
e sofferenze indicibili per i popoli che la subiscono. Il no a questa
guerra è diventato il no a tutte le guerre, anche quelle più
lontane e dimenticate. Il sì alla pace ha aperto le porte all’impegno
quotidiano per nuovi stili di vita più attenti alla giustizia e
all’impatto dei nostri comportamenti sull’ambiente e sulle
condizioni di vita in tutto il pianeta.
Il frutto più bello della campagna “Pace da tutti i balconi!”
è però aver fatto capire una cosa fondamentale: che la pace
si costruisce con il contributo di tutti e di ciascuno, per quanto piccolo
possa sembrare. Insieme si può arrivare a risultati grandi, a piccoli
passi e con sacrificio si possono modificare situazioni che sembravano
fuori portata. Ora è importante che questa inestimabile ricchezza
umana non si disperda.
Il valore politico di questo movimento non può e non deve essere
ingabbiato all’interno di partiti e schieramenti elettorali. Il
popolo dell’arcobaleno è e deve restare trasversale, capace
di spronare tutti i partiti a compiere gesti di pace, incoraggiando tutti
e ciascuno a testimoniare i valori della pace all’interno dei programmi
elettorali che vorranno proporre al vaglio degli elettori. Ci auguriamo
infatti che i partiti politici facciano tutti la loro parte, dando sempre
maggiore spazio alla fame e sete di giustizia e pace che i cittadini in
maniera così eterogenea, hanno voluto testimoniare.
Sappiamo che forte potrebbe essere la tentazione da parte delle forze
politiche di appropriarsi della bandiera della pace per scopi elettorali.
Non è così che potranno rispondere ai cittadini! In Italia
tutti hanno percepito che la Pace, lungi dall’essere una parola
d’ordine di alcuni partiti politici, era ed è un valore che
può essere condiviso da tutti, credenti e non, di destra, centro
o sinistra, di qualsiasi razza e ceto sociale.
Le risposte che ci attendiamo dai partiti politici sono altre: vorremmo
sapere cosa ne pensano della liberalizzazione del commercio internazionale
delle armi (con le modifiche alla legge 185), approvata proprio durante
la guerra e passata sotto silenzio; vorremmo sapere qual è la loro
posizione sui progetti di difesa comune europea, che prevedono la creazione
di altri eserciti ed un ulteriore aumento delle spese militari; vorremmo
sapere se si impegneranno affinché, nella futura Convenzione Europea,
sia sancito il diritto alla pace, il ripudio della guerra, la neutralità
attiva dell’Unione; vorremmo sapere come intendano implementare
concretamente il dettato costituzionale che all’art. 11 dice: “L’Italia
ripudia la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali”.
Ma non solo. Vorremmo anche capire perché ci siamo fermati (dopo
le promesse) nel programma di riduzione del debito dei Paesi del Sud del
mondo; vorremmo capire quali sono (se ci sono) le proposte per garantire
a tutti i popoli l’accesso al cibo, all’acqua, alle cure mediche
e sanitarie; vorremmo sapere come i partiti intendono accogliere chi arriva
in Italia fuggendo dalle guerre e dalla fame; vorremmo sapere cosa intendono
fare di fronte ad un modello economico socialmente ed ecologicamente insostenibile;
vorremmo capire che ruolo hanno in mente per il nostro Paese rispetto
alle guerre più o meno dimenticate che continuano ad insanguinare
il pianeta.
Tutto questo lo vorremmo vedere scritto chiaramente nei programmi dei
partiti politici e soprattutto, fin da adesso, lo vorremmo vedere nel
loro agire quotidiano in Parlamento e in tutte le sedi Istituzionali.
Crediamo che gli Italiani abbiano diritto a queste risposte, per poter
decidere di conseguenza. Siamo certi che questa volta non si accontenteranno
di barattare queste risposte con qualche bandiera arcobaleno su manifesti
e volantini elettorali.
Hanno aderito, fra gli altri,:
Padre Arnaldo De Vidi, direttore del Movimento CEM Mondialità
Padre Alex Zanotelli, missionario Comboniano
Don Luigi Ciotti, Gruppo Abele, Presidente Associazione Libera
Teresa Strada, Presidente di Emergency
Flavio Lotti, Tavola della Pace
Ernesto Olivero, Sermig, Torino
Don Albino Bizzotto, Fondatore Beati i Costruttori di Pace
Padre Giorgio Beretta, Campagna di pressione “Banche armate”
Padre Marcello Storgato, Direttore del mensile “Missionari Saveriani”
Padre Agostino Rigon, CIMI, Conferenza degli Istituti Missionari in Italia
Don Alessandro Santoro, Comunità delle Piagge, Firenze
Padre Ottavio Raimondo, EMI
Daniele Lugli, Segretario nazionale Movimento Nonviolento
Giovanni Turiano, Presidente Nazionale Gioventù Francescana Minori
Emanuela Imbriaco, Delegata Nazionale Giustizia e Pace Gifra Minori
Antonio Vermigli, Direttore Notiziario Rete Radiè Resch
Alessandro Marescotti, fondatore di PeaceLink
Mao Valpiana, direttore della rivista “Azione Nonviolenta”
Prendiamo la bicicletta, lasciamo l’automobile!
31 Maggio, Giornata nazionale dell’auto-boicottaggio. Biciclettate
Nonviolente in tutta Italia
Oggi il petrolio è al centro di almeno tre guerre.
La prima guerra, la più appariscente, è quella per il controllo
strategico delle ultime riserve di combustibile fossile: è questa
una delle principali ragioni delle guerre contro la Cecenia, l’Afghanistan
e l’Iraq, aldilà della propaganda che ce le presenta come
una lotta contro il terrorismo.
La seconda guerra è quella contro l’ambiente: l’uso
scriteriato del petrolio e dei suoi derivati è tra le maggiori
cause di inquinamento, sia a livello locale (nelle otto maggiori città
italiane muoiono dieci persone al giorno a causa di malattie polmonari
riconducibili allo smog) che a livello planetario (basti pensare all’effetto
serra provocato dalle massicce emissioni di CO2).
La terza guerra è quella che si combatte ogni giorno nelle strade:
l’attuale sistema di mobilità caratterizzato dal trasporto
privato su gomma ha preteso un pesantissimo tributo di sangue (mezzo milione
di morti a causa degli incidenti stradali negli ultimi dieci anni nella
sola Europa) ed ha causato guasti enormi su tutto il tessuto urbano e
sociale.Contro tutte queste guerre, ciascuno di noi può fare molto,
ogni giorno ed in ogni luogo. Ciascuno di noi può contribuire,
agendo dal basso ed in pieno stile nonviolento, a disintossicare le nostre
società, le nostre strade, le nostre vite, dalla dipendenza del
petrolio e dell’automobile.In questi mesi, la coscienza popolare
dei disastri prodotti dalla guerra è cresciuta enormemente, così
come è cresciuta la volontà di impegnarsi in prima persona.
E’ giunto ora il momento di passare dalla protesta alla proposta,
dalla resistenza all’azione, boicottando oggi tutti l’uso
dell’automobile - cominciando dalla propria - per ottenere domani
la netta riduzione dei consumi petroliferi, fondamentale per la costruzione
di stili di vita sostenibili.
Per questo Rete Lilliput lancia la proposta di una giornata nazionale
dell’auto-boicottaggio, invitando tutto il grande movimento per
la pace a operare per spezzare il legame perverso tra l’attuale
sistema dei trasporti, il bisogno di petrolio e le guerre.
Sabato 31 maggio 2003 lasciamo a casa l’automobile ed invadiamo
tutte le città ed i paesi d’Italia con lunghe file indiane
di biciclette arcobaleno. Facciamo toccare con gli occhi e vedere con
il cuore che muoversi in bicicletta è meglio che spostarsi in automobile.
Per noi stessi, per chi ci sta intorno, per tutto il pianeta, per l’oggi
e per il domani.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Il ruolo dei cittadini e degli enti locali per prevenire la guerra
Le iniziative del Decennio per una cultura di pace e nonviolenza
Il periodo 2001-2010, in seguito all’importante risoluzione n.53/25
del 10 Novembre 1998 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, impegna
gli Enti Locali ad azioni per favorire e rafforzare la creazione di una
diversa cultura che valorizzi la condivisione invece dello scontro, la
comprensione invece della paura, che favorisca appunto l’incontro
e il reciproco rispetto, strumenti fondamentali per sconfiggere il terrorismo
e i fondamentalismi.
A questa importante opportunità che investe globalmente la realtà
del nostro pianeta non poteva mancare l’adesione del Movimento Nonviolento
che, assieme al Movimento Internazionale della Riconciliazione, Beati
Costruttori di Pace, Associazione per la Pace, Gruppo Autonomo di Volontariato
Civile in Italia e da ultima l’importante adesione della Banca Popolare
Etica, ha costituito il Comitato italiano per il decennio.
Si è svolta a Padova ai primi giorni di aprile l’importante
riunione per programmare il lavoro operativo, per realizzare questo ambizioso
programma ma terribilmente attuale in tempi di atroci confronti, di ipotesi
di "guerre preventive", dove come sempre i bambini e le loro
madri, sono le vittime più colpite da queste guerre.
L’accordo è stato unanime sull’informazione immediata
dell’iniziativa attraverso un manifesto e materiale informativo
e, in particolare, una costante pressione nei confronti dell’Ente
Locale, soggetto istituzionale principale chiamato a sviluppare, promuovere,
mettere a disposizione risorse per la costruzione di un vera cultura di
pace, l’unica in grado di "prevenire" i conflitti e non
solo pensare al cessate il fuoco o alla ricostruzione di interi Paesi
distrutti dai conflitti.
Un grande messaggero di pace come Giorgio La Pira, siciliano ma sindaco
della sua amata Firenze, centro universale di colloqui di pace, costituente,
strenuo assertore di una Costituzione basata sul rispetto della persona
umana e, con altri padri costituenti come Dossetti e Scalfaro, quasi estensore
dell’articolo 11 della Costituzione dove la guerra viene assolutamente
"ripudiata", ci ha lasciato una frase quasi profetica: "Gli
Stati spariscono. Le città restano". Ecco l’attualità
del ruolo dell’Ente Locale, in particolare il Comune, come soggetto
principale per la formazione di cittadini amanti della pace, del dialogo
e a difesa e garanzia dei soggetti più deboli come i bambini.
Purtroppo gli Stati che pur partecipando con grande potere agli organismi
internazionali come Onu e le sue varie diramazioni come Unesco, Fao, Alto
Commissariato per i profughi, sono i primi a non finanziare questi enti
, quando persino non sono i principali fautori dell’inutilità
di tali organismi.
Per questo il ripartire a costituire una nuova Onu non può che
partire dalle piccole Comunità espressioni dirette dei primari
delle persone, delle genti, come da anni ci suggerisce il Prof. Antonio
Papisca dell’Università di Padova e del Centro Diritti umani
e dei popoli.
Già nell’ambito della importante manifestazione Civitas a
Padova (1-4 Maggio) che da anni rappresenta l’appuntamento più
importante per il mondo del volontariato e del terzo settore, del non
profit, delle Ong , anche se ultimamente assomiglia più ad una
vetrina , si è deciso di essere presenti con uno stand che Banca
Etica ha già predisposto e con l’organizzazione di un dibattito
sul Decennio, in data ancora da fissare secondo il calendario delle manifestazioni
in Civitas.
Inoltre ci si attiverà immediatamente presso l’Ente locale,
in questo caso specifico della realtà padovana, il comune di Padova
per chiedere la riapertura dell’ufficio Pace e soprattutto il ripristino
della importante Consulta della Pace che riuniva tutte le associazioni
interessati ai temi della cultura della pace e della nonviolenza.
Una equa divisione dei compiti e delle spese, avvenuta in un clima di
sereno confronto, promette un buon inizio per questo importante decennio
che dovrà estendersi in gran parte delle realtà del nostro
paese, anche sull’onda di un nuovo movimento pacifista che si è
mobilitato in tutti i modi possibili per evitare la guerra contro l’Irak
.
E’ stata data l’adesione al Comitato Internazionale che si
riunisce a Parigi e che dovrebbe essere il centro di Coordinamento europeo
per il decennio: esiste già una bozza di statuto, una proposta
di segreteria che saranno sottoposte alla discussione nelle prossime riunioni
già fissate in calendario.
Per chi volesse avere informazioni più precise e aggiornate cercare
il sito www.decennio.org o www.unesco.org o
La riunione ha segnato, a mio parere, un punto di partenza importante
di qualità e non rimane che continuare questo impegno perché
siamo ormai tutti d’accordo che se non si "previene" la
guerra con una cultura di pace, con atti di disarmo anche unilaterale,
non resta che la deriva delle guerre "preventive" contro questi
stati "canaglia" che già definirli con questo linguaggio
fa a dir poco inorridire come "distruggi e terrorizza" intere
popolazioni inermi, donne e bambini compresi, oggi dell’Irak, domani
non si sa......
Alberto Trevisan
Dalle storie alla storia
E' solo ritrovando la nostra identità, le nostre radici (il locale)
che potremo confrontarci con la nuova era (il globale). Attraverso la
ricostruzione della memoria è possibile capire il cambiamento ed
essere soggetti attivi, in grado di partecipare in modo critico e consapevole.
La presenza del male nel divenire storico non deve indurre allo sconforto,
ma spingere ad affermare la missione dell'uomo, di ogni uomo (o donna)
ad operare dentro il mistero della storia. Inoltre solo coloro che hanno
avuto il coraggio di sognare sono riusciti a coltivare una profonda aspirazione,
un ideale, una tensione e perché no, un'utopia.
Oggi l'insegnamento storico declina a poco a poco e prevale il disorientamento
delle nuove generazioni insieme alla mancanza di consapevolezza sulle
comuni radici soggettive e collettive. A questo si accompagna, tra le
numerose riflessioni che affollano il secolo breve, una pericolosa confusione
tra vittime e carnefici (spesso risolta nelle aule dei tribunali), certamente
decisiva nel dare il colpo di grazia ad una Clio ormai inerme.
Il coraggio deve animarci in una visione quasi profetica. Chi vuole salvare
lo spirito profondo dell'insegnamento della storia e della trasmissione
del sapere dovrebbe negare la conoscenza oggettiva paragonandola alla
conoscenza di un'altra persona, la quale non sarà mai pienamente
esaustiva e soddisfacente: Non esiste alcuna conoscenza storica realmente
oggettiva, universalmente valida, cogente. L' io storico inoltre si incontra
con l'Altro e queste diverse soggettività entrano in relazione
per cercare di comprendere la realtà: come non ricordare il concetto
di storico militante, l'uso delle fonti orali, la critica femminista?
Entra in gioco una nuova visione del mondo, non è solamente questione
di metodologie. Lo storico è lì ben presente, uomo tra gli
uomini, animato da passioni, costretto a fare una scelta necessariamente
arbitraria, poiché dipende da una "teoria" la cui verità
non sarà mai d'ordine scientifico, ma soltanto filosofico.
Chi fa ricerca storica si sceglie il suo passato perché si gioca
il suo presente.
Non accettare il fatto compiuto, non ripetere il giudizio dei primi venuti,
ma svelare cause sotterranee che nessuno aveva potuto scorgere, appare
una sfida per tutti i volgarizzatori, gli imbonitori, quei maestri saccenti
che tendono a dare una visione manichea dei fatti storici.
Scrivere, raccontare, conoscere, salvare la memoria storica diventa un
monito per le giovani generazioni; sperimentare le fonti, tutte le fonti,
per rendersi contemporanei degli avvenimenti che si narrano, assume un
alto valore pedagogico ed etico, è un'educazione della volontà
e del coraggio, che restituisce all'uomo il senso della responsabilità
per poter combattere il fatalismo.
Alla fine, in un mondo globalizzato, dove qualche volta la paura del diverso
proietta lugubramente il passato sul presente, dichiarare che il recupero
della memoria rinnova ed arricchisce, connota la storia come amicizia
e fratellanza, e non è cosa da poco.
Maria Teresa Gavazza
Associazione "Comunicando"
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Ripensare la politica estera, mettere in discussione la Nato
La guerra annunciata si è compiuta. È ancora troppo presto
per valutare appieno le conseguenze dell'attacco angloamericano all'Irak.
Mentre la guerra è stata più breve di quanto molti si aspettavano,
i primi giorni del dopoguerra, con l'anarchia e i saccheggi nelle grandi
città irachene, mostrano che al momento le forze occupanti non
hanno né l'interesse, né la capacità di garantire
un minimo di ordine al paese. Intanto gli strateghi folli dell'amministrazione
statunitense sembrano già affilare le armi contro il prossimo nemico,
la Siria: e speriamo che rimangano soltanto esercizi retorici.
Quel che è certo è che gli Stati Uniti hanno dato un colpo
micidiale a un pilastro dell'insieme di regole che governava il sistema
internazionale dal dopoguerra. Certo la superpotenza era già intervenuta
militarmente, in maniera diretta o indiretta, in tanti stati. Ma la sensazione
è che oggi una soglia sia stata superata, che il modo di agire
degli Stati Uniti sia diventato quello di una potenza imperiale, che sfrutta
come e quando vuole la sua superiorità militare. Questa mutazione
sembra essersi compiuta nel giro di pochi mesi.
Se questo è vero, vuol dire che è arrivato il momento di
ridiscutere i rapporti con la superpotenza alleata dell'Italia, ed in
particolare riesaminare il senso della NATO, che del vecchio ordine era
parte integrante, e la necessità della concessione di basi alle
forze militari statunitensi.
Due erano le caratteristiche portanti dell'alleanza nel passato: il fatto
di inquadrarsi nel sistema delle Nazioni Unite e la sua natura difensiva.
Tralasciamo per brevità il fatto che in sostanza nemmeno in passato
questi principi erano rispettati e che la mutazione è stata a lungo
preparata. Il comportamento dell'alleato dominante oggi ha definitivamente
affossato quei principi. La dottrina della guerra preventiva fa strame
della funzione difensiva delle forze armate atlantiche; l'unilateralismo
della superpotenza ha messo in un angolo le istituzioni internazionali.
Da una idea di difesa militare collettiva ci ritroviamo dentro un sistema
di sicurezza imperiale, dove il partner più potente può
fare quel che vuole, incluso prendere decisioni (come la guerra di oggi)
che in prospettiva mettono a rischio la sicurezza interna dell'alleato
più debole. Perché è chiaro che, anche se volessimo
definire l'interesse del nostro paese alla maniera degli "esperti
di sicurezza", questa guerra può farci solo male, esacerbando
le frange estremiste del fondamentalismo e preparando il terreno a nuovi
attentati terroristici in tutto il mondo – Italia inclusa.
Sono perciò venuti a mancare del tutto i presupposti che erano
alla base della stretta alleanza militare tra Italia e Stati Uniti. Per
questo è urgente aprire una discussione nella politica e nella
società italiana sulla permanenza del nostro paese nell'alleanza
e sulla concessione delle basi militari agli USA.
La nonviolenza offre una strada radicalmente diversa alla sicurezza:
questa non viene intesa come garantita dalla strapotenza delle armi, ma
dalla solidità interna e dalla capacità di instaurare rapporti
costruttivi con l'esterno. Solidità interna vuol dire diverse cose:
resilienza nei confronti di eventuali attacchi esterni, capacità
di offrire una difesa popolare nonviolenza, una economica non dedita allo
sfruttamento e alla rapina altrui. La creazione di rapporti costruttivi
con altri popoli e paesi presuppone la costruzione di una politica estera
di pace, della quale abbiamo già parlato e di cui certamente continueremo
a occuparci.
Ma non dimentichiamo che la novità non è solo la guerra,
ma anche il movimento diffuso, capillare, senza pari che abbiamo di fronte
oggi. Milioni di persone con cui parlare, le paure, speranze e idee per
un mondo nuovo da condividere, da capire, una capacità di pace
da far crescere e maturare.
È urgente parlare di nuovo, a tutti, di difesa alternativa, di
sicurezza alternativa. Trovare spazi, nei media, nella società,
nella politica, per rimettere in questione la NATO e la concessione delle
basi agli Stati Uniti. Se riusciamo a innescare un confronto ampio su
una nuova sicurezza, su una politica estera di pace, e in definitiva sul
superamento della nostra dipendenza militare dall'impero, forse scopriremo
di poter raggiungere molte più persone di quanto crediamo. In fondo
sappiamo bene che la nonviolenza fa miracoli!
L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Non solo corteo
Agire con il teatro
Azione teatrale di controinaugurazione della mostra bellica EXA del
2002. Ne parliamo con Floriana Colombo del GAN di Milano (
www.mademake.it/gdaforg8 ).
(Parte seconda)
PREPARAZIONE
In che modo avete preparato l’opinione pubblica?
Animazione in piazza, teatro di strada, culminata con “banche trasparenti”,
simbolico lavaggio dei vetri delle banche più coinvolte, mostre
itineranti, banchetti, convegno-forum su questi temi.
Avete rivolto appelli alla società civile e ai rappresentanti
istituzionali?
Sì, per richiedere la modifica del regolamento di Exa 2003.
Come avete informato le forze dell’ordine dell’azione?
Abbiamo contrattato con il questore le relative autorizzazioni, nell’ambito
di una più ampia manifestazione prevista per quel giorno nella
tradizionale forma del corteo dalla città alla mostra. I banchetti
di Emergency e Amnesty più una piccola delegazione di 200 manifestanti
sono stati autorizzati ad avvicinarsi alla mostra.
Particolari ruoli?
Sì, ripartiti tra i membri del Gan di Milano: 2 si occupavano dei
contatti con la stampa; 2 con la polizia; 3 con gli altri gruppi. 1 persona
da Milano teneva il ponte telefonico per informazioni; 1 faceva lo speaker
della controinaugurazione; 2 scattavano fotografie.
Avete messo per iscritto norme di comportamento?
Sì, le norme sono state proposte da noi, condivise nella riunione
dei partecipanti e messe per iscritto, con le indicazioni sul “canovaccio”
dell’azione teatrale da svolgersi al termine del corteo, e i nomi
e i numeri di cellulare dei membri del Gan Milano referenti dei vari ruoli
concordati per l’azione. Abbiamo preparato anche un volantino-vademecum
che elencava altre attenzioni da tenere durante il corteo, specie nel
momento in cui la testa dei 200 delegati autorizzati doveva deviare verso
i cancelli della fiera. Questo volantino era pensato soprattutto in funzione
di chi si ritrovasse lì con noi all’ultimo momento, senza
aver partecipato alla riunione preparatoria, e magari senza aver mai partecipato
ad azioni dirette.
VALUTAZIONE
Visibilità sui media?
Riteniamo raggiunto l'obiettivo: tutte le principali testate giornalistiche
(locali e nazionali) hanno pubblicato la foto delle "maschere bianche".
E' stata l'immagine più ripresa e diffusa, anche dalle agenzie
di informazione alternativa (es. Indymedia). Questo ha rinforzato in noi
l'idea che le azioni simboliche sono quelle di maggior impatto comunicativo
e possono veicolare messaggi con maggiore efficacia in quanto predispongono
ad un ascolto e dialogo più attivi.
Reazioni dei visitatori della mostra?
Le maschere bianche hanno favorevolmente stupito e sono rimaste impresse
a molte persone. Molti dei presenti si sono avvicinati a noi per chiederci
chi eravamo. All’efficacia comunicativa ha contribuito anche il
volantino pieghevole che si accompagnava all’azione, che riportava
un iceberg con in cima gli slogan del sito di Exa e con i dati “sommersi”
su produzione e commercio di armi.
Cosa non ha funzionato?
Qualche difficoltà l'abbiamo riscontrata nel mantenere i rapporti
e la compattezza tra gruppi diversi e con diseguale competenza rispetto
alla realizzazione di azioni dirette. In particolare dovevamo posizionarci
in testa al corteo (dietro il furgone di apertura) per potere successivamente
distaccarci da esso e confluire verso l'ingresso di Exa. Fin dai primi
passi alla partenza della manifestazione è risultato difficile
mantenere la posizione perchè le altre componenti del corteo non
erano state informate dello svolgimento imminente dell'azione simbolica
e rifiutavano la nostra richiesta di rimanere in testa.
Questo ci ha costretto a continue contrattazioni sul mantenimento della
nostra posizione. I tre portavoce del Gan Milano durante il corteo hanno
fatto un po’ di fatica a tenere le fila con i portavoce-referenti
dei singoli gruppetti partecipanti, specie nei momenti in cui il nostro
spezzone rischiava di sfilacciarsi, dietro la pressione degli altri manifestanti.
Per evitare ulteriori tensioni e fraintendimenti, a metà del percorso
abbiamo insistito più volte perché dal furgone si annunciasse
che all’altezza dell’Ortomercato ci saremmo staccati con gli
altri delegati per svolgere un’azione teatrale. L’abbiamo
ottenuto solo alla fine del percorso. E abbiamo dovuto comunque attuare
un’escamotage: una fermata “diversiva”, nel punto in
cui il corteo piegava a “U” nella parte finale del percorso,
per riconnetterci rapidamente alla testa che già sfilava in senso
opposto!
(La prima parte è stata pubblicata sul numero di Aprile)
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Segreti e misteri della Certificazione Sociale SA8000
L’ultima azienda in ordine di tempo è stata la Granarolo,
uno dei più grandi produttori di latte in Italia. Coerentemente
con il tipo di azionariato che la gestisce, e facilitata dal tipo di prodotto
che produce e vende, ha deciso di acquisire la certificazione SA8000 che
garantisce ai consumatori il rispetto, da parte dell’azienda, di
alcune norme a difesa dei diritti civili nella filiera che porta alla
produzione del bene (in questo caso il latte e i suoi derivati).
I punti che un’azienda certificata si impegna a rispettare, e a
far rispettare ai suoi fornitori, sono i seguenti:
esclusione del ricorso al lavoro minorile (sotto i 15 anni)
assenza di lavoro coercitivo
standard minimi di salute e sicurezza sul luogo di lavoro
libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva
assenza di discriminazione
assenza di pratiche disciplinari, punizioni corporali o mentali
orario di lavoro settimanale massimo di 48 ore con almeno 1 giorno festivo
retribuzione al disopra del salario minimo previsto dall’OIL
presenza di un management disposto a conformarsi alle leggi esistenti
in materia di diritti umani e a seguire le indicazioni dell’ente
certificatore per migliorare.
L'ente certificatore effettua una raccolta di informazioni attraverso
interviste mirate con le parti interessate (le interviste con i lavoratori
sono la parte più critica), avvalendosi inoltre di reclami o appelli
pervenuti all'azienda, all'ente di accreditamento o all'ente verificatore
stesso.
Come le altre aziende che hanno intrapreso questa via, anche la Granarolo
ha assegnato questo lavoro alla più famosa società di certificazione
mondiale (in tutto le società accreditate sono 5).
Ma qual è la più famosa società di certificazione
esistente al mondo? Sicuramente la svizzera SGS, Société
Générale de Surveillance (www.sgs.com), quotata alla borsa
di Zurigo, famosa anche per essere stata al fianco di Coop per la questione
Del Monte (www.altreconomia.it/numero2/Campagna.html) e per aver
contribuito a far emergere il lavoro minorile nelle fabbriche di
palloni pakistani (www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/globalexpress/2002_06/faccia.htm).
Ultimamente sta seguendo la Chiquita, sempre per il raggiungimento dell’agognata
certificazione SA8000 (www.chiquita.com/chiquitacr1/References/pdfs/Italian.pdf).
Tra parentesi, la società è accusata di aver corrotto il
governo di Benazir Bhutto nel 1999 (www.unipv.it/cspe/am9910.htm) per
ottenere delle consulenze, mentre il suo precedente proprietario, Jacques
Salmanovitz, fu coinvolto nell’occultamento dei beni appartenenti
agli ebrei svizzeri durante la II Guerra Mondiale (www.abbc.com/aaargh/ital/fink/holind/olind3a.html).
Ma questa è acqua passata.
Chi sono gli attuali proprietari di SGS? Fa certamente un po’ impressione
sapere che, dal 2000, il 21% di questa società è in mano
all'IFIL degli Agnelli, che inizialmente hanno sborsato ben 328 milioni
di euro per accaparrarsi il primo 10%, per poi arrotondare la quota l’anno
seguente (www.ifil.it/comunicati_stampa/ifil14_11_2000_ita.pdf ; www.borsaitalia.it/media/borsa/db/
pdf/ 2173.pdf)
Un altro azionista è, con il 23,5%, il miliardario tedesco August
Von Finck, proprietario di consistenti quote di Lowenbrau, Allianz e Movenpick
e socio degli Agnelli nella gestione aziendale. Siede nel consiglio direttivo
con suo figlio ed il rappresentante IFIL. Il terzo maggior azionista è
infine la Swisse Life, che però ha ridotto l'anno scorso la propria
quota dal 16% al 5%.
L’IFIL, di fronte alla perdurante crisi del gruppo FIAT che rappresenta
ancora la maggior parte delle sue attività, ha deciso di dismettere
(e far dismettere a FIAT) molte aziende per far fronte alle consistenti
perdite del settore automobilistico: in breve tempo sono stati venduti
il settore assicurativo, parte di quello energetico, quasi tutto il settore
finanziario e il 34% della Ferrari; persino la storica sede del Lingotto
e i prestigiosi vigneti francesi di Chateau Margaux hanno cambiato proprietario,
ma la partecipazione in SGS, che pure potrebbe fruttare all’incirca
700 milioni di euro, non è tra gli asset in vendita.
Non ci sarà ovviamente nulla di male ma, in fin dei conti, quasi
la metà del capitale di chi dovrebbe vigilare sull’operato
delle aziende è in mano ad industriali che potrebbero in teoria
influenzarne l’operato per loro tornaconto. E che in ogni caso intascheranno
metà dei profitti di fine anno ottenuti grazie alle proteste dei
consumatori critici. Un corto circuito che allunga un’ombra anche
su quello che dovrebbe essere lo strumento migliore in mano a chi richiede
un’etica della responsabilità delle imprese.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Anche ad Hollywood sono anti-americani?
Dopo i bombardamenti su Baghdad, ecco la seconda fase: “l’esportazione
della democrazia”. In Iraq, a dire il vero, non sembrano essersene
ancora resi conto, ma gli strateghi e gli esperti di geopolitica ci insegnano
che ci vuole del tempo; e così in Somalia, in Kosovo e in Afghanisthan
(le ultime nazioni “liberate” dagli americani) stanno ancora
pazientemente aspettando. Ad essersene, invece, accorti sono alcuni tra
i più noti protagonisti del mondo cinematografico statunitense.
All’inizio del 2003 Sean Penn, attore e regista cinematografico
(l’ultimo suo lungometraggio è il bellissimo “La promessa”
con Jack Nicholson) si è recato a Baghdad per verificare direttamente,
e non attraverso la “mediazione” dei network statunitensi,
la drammatica situazione di un popolo piegato da trent’anni di regime
e da dieci di embargo. Il 16 febbraio ad Hollywood si è tenuta
una marcia anti-guerra che ha sorpreso per le dimensioni e per il numero
di “celebrità” coinvolte. Il 10 marzo un gruppo di
“stars” di Hollywood, tra cui Jessica Lange, Steve Buscemi
ed Ethan Hawke ha consegnato una petizione all’Onu e ai quindici
membri del Consiglio di Sicurezza contro l’intervento militare anglo-americano
in Iraq; petizione che in soli cinque giorni ha raccolto su Internet oltre
un milione di firme.
Le conseguenze di tali atti si sono rivelate, da subito, alquanto inquietanti.
L’attore Martin Sheen, uno dei più ferventi oppositori alla
linea Bush ha dichiarato di essere stato oggetto di numerose manifestazioni
di ostilità: avrebbe ricevuto, infatti, una montagna di lettere
piene di odio e di minacce e sarebbe stato, in varie occasioni, oggetto
anche per strada di insulti del tipo “traditore”, “vigliacco”…
da parte di persone comuni. Anche il network televisivo NBC che manda
in onda la serie “West King” interpretata dall’attore
avrebbe ricevuto moltissime lettere di reclamo che chiedevano, nella maggior
parte dei casi, l’allontanamento e l’isolamento di Martin
Sheen. Una delle organizzazioni dello spettacolo favorevoli alla guerra,
la “Citizen Against Celebrità Pundits” ha continuato
per tutto il conflitto, a chiedere il boicottaggio di Sean Penn, Mike
Farrell, Martin Sheen, Susan Sarandon, Edward Norton, Tyne Daly, Danny
Glover, Rob Reiner, Penelope Cruz, Alec Balwin, Jeneane Garofano, Woody
Harrelson e Rosario Dawson; ma contro di essa si è schierato il
SAG (Sindacato degli attori americani) “…alcuni esponenti
del mondo imprenditoriale hanno recentemente suggerito che alcuni noti
individui contrari all’intervento, dovrebbero essere puniti perdendo
il loro diritto al lavoro. Questo scioccante ragionamento mostra che per
alcuni le lezioni della storia non sono servite a nulla…”
a dimostrazione di come esista, comunque, una società civile americana
che non ha del tutto “esportato” dal proprio cervello, il
concetto di democrazia. Una buona parte di tale società si è
in quest’ultimo periodo sentita validamente e coraggiosamente rappresentata,
non già da un politico o da un intellettuale di area democratica,
bensì da un regista: Michael Moore, l’autore di “Roger
& me” e dell’ormai film di culto “Bowling a Colombine”,
feroce atto d’accusa contro la cultura delle armi da fuoco negli
States già recensito sulle pagine di questo periodico. Il documentarista
Michael Moore si è recato a ricevere l’Oscar per Bowling
e di fronte ad una platea imbellettata a festa ha ripetuto per tre volte
il suo “Vergogna, Mr Bush! Hai finito!”, aggiungendo, così,
un ulteriore tassello a quella personale polemica nei confronti del presidente
degli Stati Uniti inaugurata con il libro best-seller “Stupid white
man” (una requisitoria nei confronti di Bush e della sua “cricca”
rea di aver “rubato” le elezioni – il libro è
uscito in Italia per Mondatori); tale polemica vedrà scritto un
ulteriore capitolo a Cannes 2004 con l’uscita del lungometraggio
provvisoriamente intitolato “Fahrenheit 9/11”, sui legami
tra la famiglia Bush e i Bin Laden, prodotto e finanziato dalla casa produttrice
di Mel Gibson. Ma l’irriverente provocatore si è dimostrato
anche un attento e quasi “profetico” analista politico come
si evince dalla chiusura di questa lettera aperta a George W. Bush del
marzo 2003: “…Quando avrà “vinto” la guerra,
la sua popolarità salirà alle stelle perché tutti
amano un vincitore – e a chi non piace vedere qualche bel calcio
in culo di tanto in tanto (soprattutto se il culo è del terzo mondo!).
Perciò faccia del suo meglio per cavalcare questa vittoria fino
alle elezioni dell’anno prossimo. Certo, sono ancora molto lontane…
Ma, chi lo sa, magari troverà Osama prima delle elezioni! Su, cominci
a pensarla cosi! Non perda la speranza! Uccida gli iracheni. Loro hanno
il nostro petrolio. Suo, Michael Moore.”
Giorgio Cordini è uno dei chitarristi italiani più apprezzati
e richiesti. Non a caso ha suonato con tanti artisti importanti: Fabrizio
De Andrè, Massimo Ranieri, Vasco Rossi, Gino Paoli, Celentano,
Ornella Vanoni, Zucchero. Veneziano trapiantato a Brescia, alla fine degli
anni sessanta ha suonato con Mauro Pagani nella “Forneria Marconi”
prima che nascesse la PFM. Ha ideato e prodotto“Disarmati”,
album principalmente strumentale con canzoni d’autore legate al
tema della pace e della lotta contro ogni tipo di guerra. Al cd è
seguito uno spettacolo che sta attualmente girando per l’Italia
in appoggio ad Emergency. Il disco è distribuito in alcuni negozi,
ma soprattutto ai concerti o tramite il sito www.giorgiocordini.it dove
è possibile anche scaricare tablature di diversi pezzi per chitarra.
Come è nato il tuo progetto musicale contro la guerra?
Sono pacifista da sempre. Ho vissuto la stagione del ’68, della
guerra del Vietnam, di Martin Luther King, sono cresciuto con Dylan e
Lennon. Sono rimasto fedele a quelle idee mentre molti sono tornati a
credere che la guerra possa diventare accettabile per imporre la pace.
Volevo proseguire sulla strada di “Chitarre d’autore”,
un disco di canzoni anche famose, senza testo con miei arrangiamenti.
In questo caso, il tema è la guerra e la pace.
“Disarmati”, un titolo volutamente senza accento con due
possibili significati ?
Ho sempre pensato “Disarmàti”. Poi non è stato
messo l’accento e si può anche pensare “Disàrmati”
quasi fosse un imperativo. Ma io non volevo dire questo anche perché
non intendo obbligare nessuno. Le mie erano considerazioni sul f