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potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
La nuova speranza del mondo:
fermare la prossima guerra!
A cura di Mao Valpiana *
Le guerra annunciata è divenuta guerra reale. Con i suoi morti
veri, le stragi, i lutti, le distruzioni. La guerra si sa come inizia,
ma non si sa mai come e quando finirà. Si ha la sola certezza che
nulla sarà più come prima: che il futuro è incerto,
che l’odio, il dolore, la paura, il rancore... tutto ciò
che è stato seminato prima o poi riemergerà. Ciò
che si impone con la violenza delle armi non è mai duraturo, perchè
non è penetrato nel profondo della coscienza, perchè la
guerra può solo vincere ma non può convincere. La storia
lo ha sempre dimostrato: il nemico vinto definitivamente è solo
il nemico morto; altrimenti prima o poi arriva il momento della vendetta.
Violenza chiama violenza, e allora sarà nuovamente guerra. Questa
è la spirale che vogliamo rompere, queste sono le catene dalle
quali ci dobbiamo liberare.
Questa guerra non la si poteva fermare. Non c’è riuscita
l’Onu, non ci sono riusciti milioni e milioni di persone che hanno
manifestato in tutto il mondo, non c’è riuscito il Papa,
con i suoi appelli e le sue preghiere. L’abbiamo sempre detto: gli
interessi che portano alla guerra sono così forti che nulla riesce
ad ostacolarli. La macchina bellica è così potente e ricca
che nessuna parola riesce ad arrestare la sua corsa. Allora non c’è
nulla da fare? Tutto è vano? No, perchè sappiamo che è
possibile fermare la prossima guerra, impedendone fin d’ora la sua
preparazione. Noi dobbiamo valorizzare quello straordinario movimento
che si è mobilitato in tutto il mondo in questi mesi, facendo cogliere
la speranza e la possibilità di prevenire da subito il prossimo
conflitto bellico nell’unico modo possibile: lavorare per l’abolizione
degli eserciti, gli strumenti che rendono possibile l’ineluttabilità
della guerra. Questa è la chiave di volta!
... e nel frattempo? Lasciamo che questa guerra faccia indisturbata la
sua strage di umanità? Certamente no. Nel frattempo possiamo fare
emergere le contraddizioni di chi ha voluto e sostenuto questa guerra.
Possiamo evidenziare la connessione guerra/petrolio che ci interpella
tutti personalmente, spingendoci a ridurre i consumi, a scegliere mezzi
di trasporto non dipendenti da quei pozzi petroliferi che sono il motivo
vero della guerra in Iraq (lasciare ferma l’automobile e usare la
bicicletta).
***
Mesi fa, quando le nubi di guerra si stavano addensando, già potevamo
presumere che, a guerra scoppiata, come era accaduto in passato, i soliti
tuttologi, davanti alle straripanti manifestazioni per la pace, ci avrebbero
interpellati a gran voce: “dov’erano ieri i pacifisti quando
bisognava contrastare il terrorismo internazionale di Bin Laden e Saddam
Hussein?”. La risposta politicamente corretta recita che “sono
stati i paesi occidentali a rifornire di armi i talebani e gli irakeni;
noi abbiamo sempre denunciato le dittature, lo sterminio dei kurdi, il
dramma della Palestina e le profonde ingiustizie strutturali che alimentano
l’area del fondamentalismo”. E giù ad elencare alcune
delle cose che da anni facevamo e facciamo tuttora, intensificando il
nostro impegno.
Oggi la domanda ce la facciamo da soli: “dove saranno domani gli
amici della nonviolenza?”.
Domani, quando l’informazione nazionale inizierà l’operazione
di rimozione, per far cessare la passione che oggi è così
viva, quando tanti saranno presi dalla rassegnazione e verrà voglia
di dire che a tanto impegno hanno corrisposto risultati deludenti, e quindi…,gli
amici della nonviolenza – tutti, non solo quelli del nostro Movimento
– tireranno le somme e si accorgeranno che la proposta nonviolenta
è “passata”, che la nonviolenza ha contagiato, come
ci si era proposti di fare, movimenti, partiti, e gente, tanta gente.
Gli amici della nonviolenza, tutti, sanno che nessuna lotta è mai
sconfitta per sempre, che saremo sempre lì, con un obiettivo oggi
necessario e possibile: consolidare e rafforzare i legami che abbiamo
stretto, i contatti che abbiamo intrecciato, ribadire le proposte, avanzarne
di nuove, sempre più aderenti alla realtà ed al momento.
Questo è il progetto per domattina: costruire una coscienza a livello
individuale (perché sappiamo che le adesioni si conquistano una
alla volta), ed aggrumarla in una coscienza collettiva.
Là dove abbiamo iniziato a scalfire certi atteggiamenti del passato
(i partiti, ad esempio), proponiamo una riflessione pacata e rispettosa
delle storie di ognuno.
Capiamo – noi stessi per primi – quale carica di novità
corre per il mondo, accettiamola per quanto giusta e positiva, arricchiamola
con l’aggiunta nonviolenta là dove esistono asperità,
indecisioni.
Sappiamo di essere straordinariamente coesi, noi che siamo portatori di
tante diversità, anche quando i contatti tra noi sono scarsi, o
addirittura sembrano inesistenti: in realtà, e le cose avvenute
sono lì a dimostrarlo, abbiamo agito in maniera straordinariamente
unitaria. Sembra già questo un piccolo miracolo…..
* libera sintesi della discussione avvenuta nel Comitato di Coordinamento
del Movimento Nonviolento, riunito a Verona il 22 marzo 2003
Le vere ragioni di una guerra annunciata: una
società “tossicodipendente” dal petrolio
Contesto
“Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di petrolio
raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni addirittura
prima del 2010)”. In altre parole, in quell’arco di tempo
metà delle riserve stimate disponibili del pianeta sarà
consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi del petrolio cominceranno
a crescere inarrestabilmente, mentre nazioni, aziende e consumatori faranno
a gara per procurarsi la rimanente metà delle riserve.[…].
Gli Stati Uniti, per molto tempo leader della produzione di petrolio,
hanno sperimentato in questo settore un costante declino a partire dal
1970, anno in cui l’estrazione petrolifera americana ha raggiunto
il picco. Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza
dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale consumatore
di greggio: la popolazione americana, che costituisce soltanto il 5% di
quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo”.
Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington
Presupposti
“In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli Stati
Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda cresce di giorno
in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più dai maggiori produttori
stranieri come l’Iraq e l’Arabia Saudita. Tuttavia non è
l’attuale flusso di petrolio iracheno che preoccupa Washington,
bensì le prospettive a lungo termine. Secondo recenti calcoli del
dipartimento dell’energia, nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno
di importare 17 milioni di barili di petrolio al giorno, sei milioni in
più rispetto ad oggi. La maggior parte dovrà venire dal
Golfo Persico, perché solo quest’area possiede sufficienti
riserve per aumentare sostanzialmente la produzione. L’Iraq è
l’unico stato oltre all’Arabia Saudita che nei prossimi dieci
o venti anno possa aumentare la produzione di milioni di barili al giorno”.
Michael T.Klare, Salon, USA
Rapporti ufficiali
“Un rapporto dell’inizio del 2001, predisposto congiuntamente
dal potente Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute
for Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per finire
il petrolio, prospettando anche l’eventuale “necessità
dell’intervento militare” per garantire approvvigionamenti
petroliferi. Intitolato “Strategic Energy Policy Challanges for
the 21st Century”, il rapporto congiunto paventa la fine del greggio
abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign Relations è
uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano la politica
americana. Affermando che “non c’è alternativa. E non
c’è tempo da perdere”, il loro documento prospetta
in futuro l’esplosione dei prezzi dell’energia, la recessione
economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino risposte.
L’accesso al petrolio viene citato ripetutamente come un “imperativo
per la sicurezza”. Uno dei “passi immediati” che il
Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare la politica
USA in modo da velocizzare la disponibilità di “petrolio
nella regione del bacino del Caspio”. Questo confermerebbe vecchie
accuse secondo le quali le questioni energetiche farebbero ombra all’agenda
americana sull’Afghanistan”.
Ritt Goldstein
“Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l’accesso
alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto
il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee.
La priorità dell’amministrazione, cioè l’acquisizione
di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitata
per la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Developmant
Group, pubblicato il 17 maggio 2001. Questo documento, redatto dal vicepresidente
Richard Cheney, mette a punto una strategia destinata a far fronte al
previsto aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio.
Secondo il rapporto Cheney, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava
il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%.
Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel
2020 gli Stati Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più.[…].
Primo obiettivo: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo persico,
dove si trovano circa i due terzi delle riserve energetiche mondiali.[…].
Il progetto USA di garantirsi l’accesso alle riserve petrolifere
di regioni cronicamente instabili può essere realistico soltanto
a condizione di possedere la capacità di “proiettare”
in queste aree la propria potenza miliare”.
Michael Klare, Università di Hampshire, Massachusetts
Interessi privati
“Con l’amministrazione Bush i giganti del petrolio americani
hanno conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni
militari e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio.
E’ un successo della potente lobby petrolifera texana, che è
riuscita a far nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere
in posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri.
La famiglia del presidente George W.Bush ha gestito compagnie petrolifere
fin dal 1950. Il vicepresidente Dick Cheney ha trascorso la seconda metà
degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton, la maggiore
fornitrice di servizi per le industrie petrolifere. Condoleezza Rice,
consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto parte del consiglio di
amministrazione della Chevron, che ha battezzato con il suo nome una petroliera.
Il segretario del commercio Donald Evans è stato per più
di dieci anni chief executive offier della Tom Brown Inc., una compagnia
che possiede giacimenti di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming.
Ma i legami non si esauriscono a livelo personale. La famiglia bin Laden
e altri membri della ricchissima élite saudita (che deve il proprio
patrimonio al petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d’affari
della famiglia Bush, proprio mentre l’industria energetica americana
contribuiva all’elezione di Bush. Dei 10 principali finanziatori
di sempre di Gerge W., sei provengono dal settore petrolifero o hanno
legami con esso”.
Michel Chossudovski, Università di Ottawa
(Sintesi a cura del Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia)
Quali strumenti non simbolici contro la guerra?
Alcuni modi concreti per prevenire la prossima crisi
Di Marinella Correggia
Per distrarci dall’incubo della guerra annunciata e cominciata,
proviamo a fare alcuni sogni. Immaginiamoci indietro nel tempo di qualche
mese, e immaginiamo cosa si sarebbe potuto fare per prevenire la guerra
preventiva.
Primo sogno. Bush sconfitto dalla “superpotenza pacifica e non
compratrice”
Cinquanta milioni di persone, fra i 110 milioni che hanno manifestato
il 15 febbraio, hanno “firmato” sul sito un appello a non
comprare più i prodotti delle principali multinazionali Usa: dalle
sigarette alle benzine, dai cibi alle bevande, dai cartoni animati ai
farmaci. A proposito: decine di migliaia di medici in tutto il mondo non
prescrivono più farmaci di Pfizer, Bristol Meyer- Squibb e Glaxo
SmithKlein, fra i principali contribuenti alla campagna elettorale di
Bush. Ben mille “città per la pace” hanno dichiarato
che non compreranno più beni e servizi di compagnie statunitensi,
compresi i programmi informatici. Il movimento dei giovani del mondo,
che riunisce associazioni nazionali con milioni di aderenti, ha deciso
di non toccare più i simboli a stelle e strisce. Dopo alcuni mesi
di una simile mobilitazione mondiale, che minacciava di andare avanti
fino alla fine della politica estera aggressiva degli Usa, le multinazionali
hanno concordato un piano di pressione sulla cricca Bush, affinché
cambi strada, per evitare rilevanti perdite di profitti e mercati. It
is the economy, stupid. Alla fine, la cricca di Bush ha ceduto e deciso
di lasciar lavorare gli ispettori. Ed è stato un passo verso la
fine della superpotenza unilaterale.
Insomma, à la guerre comme à la guerre. Economiche ed egemoniche
sono le motivazioni vere di questa guerra? E allora, azioni economiche
di massa devono reagirvi. L’unico modo per fiaccare Bush è
far pressione sul mondo degli affari (non solo petroliferi) di cui il
“presidente” è espressione, perché quel mondo
se ne lamenti; e sull’economia statunitense, affinché i cittadini
trovino che non è conveniente per il loro stile di vita permettere
al presidente di fare guerra. In fondo, la ricetta economica fu suggerita
fin dagli anni ’50. Durante la guerra di Corea, l’economista
gandhiano J.C. Kumarappa sostenne l’idea di un isolamento economico
degli Usa “per riportarli alla ragione”: “Il loro ultimo
interesse è economico-finanziario. Se gli stati amanti della pace
attueranno una forma di nonviolenta non collaborazione, ciò significherebbe
smettere di commerciare con l’aggressore”. Ciò significa
non solo boicottare le merci che danno profitti alle multinazionali Usa,
ma anche smettere di investire economicamente nella borsa di quel paese;
solo gli arabi mandano negli Usa 800 miliardi di dollari l’anno
a titolo di investimenti, ed è così che l’economia
americana può permettersi un debito estero enorme e impunito, un
parassitismo ai danni del mondo. Anche il dollaro andrebbe sostituito
da altre monete, per indebolirne il ruolo dittatoriale che ha assunto
dal 1971. Siamo contro gli embarghi, certo, ma nel caso di un grosso paese
produttore di alimenti come gli Stati Uniti e ricco di una quantità
di materie prime e macchinari, l’isolamento economico non farebbe
morire di fame nessuno, come invece è avvenuto con l’Iraq.
Semmai, ciò potrebbe favorire un dimagrimento degli stili di vita
del paese; Emmanuel Todd, autore dell’illuminante saggio Après
l’Empire, ritiene che una riduzione del 20% degli stili di vita
Usa sarebbe necessaria per l’equilibrio del mondo.
Ma finisce qui il primo sogno.
Secondo sogno. Illustri corpi a scopo deterrenza
Ultime notizie. In extremis, il papa Giovanni Paolo II, il Dalai Lama,
il capo della chiesa anglicana, quello della chiesa metodista americana,
un autorevole imam hanno deciso di partire per l’Iraq, dove intendono
soggiornare a rotazione; saranno affiancati, sempre a rotazione, dai premi
Nobel per la pace che tempo fa a Roma hanno lanciato un appello contro
la guerra, nonché da numerosi parlamentari di tutto il mondo. L’illustre
staffetta coprirà con congrue presenze a Baghdad i prossimi mesi,
per fungere da deterrente. “Riteniamo e speriamo” recita un
comunicato stampa dei partenti, “che l’interposizione dei
nostri corpi nel paese del probabile conflitto possa agire da deterrente
alle bombe”.
Finisce qui il secondo sogno.
Terzo sogno. Interporsi a migliaia
La costituzione di corpi civili di pace per la prevenzione delle guerre
è da tempo oggetto di riflessione e ricerca da parte di pacifisti
e nonviolenti. Ma come fare interposizione quando le guerre cadono dal
cielo con le bombe? Per la prima volta, nei mesi di lunga preparazione
bellica, a livello internazionale sono state preparate e organizzate le
“missioni di deterrenza”. Non è stato facile convincere
il governo iracheno, ma alla fine il sistema è stato messo su:
per mesi si sono susseguite delegazioni di cinquanta persone ciascuna,
con esponenti anche autorevoli, e disposte a rimanere sul posto anche
in caso di conflitto. Quando questo si è pericolosamente avvicinato,
il numero di persone è cresciuto fino a mille, arrivati con stretto
preavviso in pochi giorni da diversi paesi occidentali. L’effetto
“mille occidentali” è stato potente: i paesi di origine
dei “mille” hanno minacciato gli Stati Uniti: in caso di attacco
vi isoleremo politicamente, diplomaticamente ed economicamente, e vi riterremo
responsabili di crimini di guerra. La superpotenza ha quindi rinviato
le operazioni belliche, con la scusa ufficiale che la presenza intorno
all’Iraq di centinaia di migliaia di militari statunitensi e inglesi
ha “obbligato” il governo iracheno a collaborare con gli ispettori.
La faccenda dei mille si presenta ormai come un modello di deterrenza
anche nel futuro.
Finisce qui il terzo sogno. E torniamo alla realtà.
Piccoli boicottaggi crescono: troppo tardi
Complessivamente, per mesi le manifestazioni pacifiste non hanno avuto
al centro la disobbedienza economica, salvo nei paesi arabi, dove da circa
un anno e mezzo molte merci simbolo degli Usa sono boicottate in appoggio
alla causa palestinese; ma anche là, non si tratta di un’azione
“scientifica”, bensì uno spontaneo passaparola, senza
monitoraggio e senza richieste precise; più che di una pressione,
si tratta di una punizione. Inoltre, il mondo arabo rappresenta una piccola
frazione, il solo 3%, dell’export Usa. Se si fossero mossi gli europei
o i giapponesi, e gli stessi americani dissidenti, forse le multinazionali
avrebbero avuto di che temere.
Pattrice, statunitense del Maryland, si rammarica: “Bush avrebbe
forse cambiato i suoi piani di guerra se le multinazionali si fossero
coralmente lamentate. E sarebbe successo se i tanti milioni che marciano
e protestano avessero smesso per tempo di nutrire la guerra con il loro
denaro: che pressione sarebbe stata sull'economia Usa!". Pacifista,ambientalista,
animalista, coordinatrice di un’alleanza internazionale contro la
fame, Pattrice ha lavorato nei mesi scorsi – come molti altri –
per diffondere il verbo del boicottaggio a scopo di pressione. Con risultati
che si sono visti solo negli ultimi tempi; troppo tardi. I pacifisti non
padroneggiano l’arma economica, le azioni dirette di tipo economico;
del resto, chi non li ha visti con una Marlboro in bocca e una Coca cola
in mano, a pontificare contro l’egemonia economico-militare Usa?
Lo scollamento fra l’impegno politico e lo stile di vita è
in genere appariscente, nei pacifisti “di professione”; molto
più che nella base. Continua Pattrice: “I leader pacifisti
dovranno assumersi la responsabilità di aver ignorato, per diverse
ragioni, le possibilità di pressione offerte dal cambiamento nei
consumi. Bastava tenere le mani in tasca anziché allungarle su
certi scaffali; esattamente come i movimenti dei lavoratori ottennero
risultati incrociando le braccia”. Ancora il primo marzo scorso,
a Londra, in una riunione internazionale del movimento pacifista, alcuni
attivisti che proponevano un lancio internazionale del boicottaggio di
multinazionali suscettibili di influenzare Bush, furono…boicottati
da altri per timore di “antiamericanismo”. Idem per le missioni
di pace a Baghdad: “appoggio a Saddam”. Così, il documento
finale proponeva al movimento per la pace nel mondo “giornate di
azioni dirette, azioni di strada, scioperi ecc.”. Molto generico.
Eccetto per lo sciopero. Ah, a proposito: questa è stata la prima
delle guerre Usa-alleate che ha visto uno sciopero in Italia ed Europa.
Le altre volte, nessuno sciopero fu indetto se non dai piccoli sindacati
non confederali. Eppure, allora l’Europa era parte in gioco. Stavolta,
Italia e Spagna a parte, uno sciopero in Europa non serve contro la guerra:
danneggia anzi l’economia europea, anziché quelle statunitensi.
Solo l’approssimarsi del conflitto prima, e le bombe poi, hanno
dato la scossa. E gli appelli al boicottaggio adesso si sprecano. Di diverso
tipo. Ma che cosa e perché si dovrebbe non comprare?
Adeguare le reazioni alle cause
La proposta più internazionale di azione economica diretta contro
la guerra viene dal People’s Health Movement (Phm, www.phmovement.org)
che raccoglie gruppi, medici, operatori sanitari e associazioni per la
salute di 80 paesi. Nelle ore in cui cadevano i primi missili su Baghdad,
il Phm lanciava la campagna di boicottaggio di prodotti di multinazionali
Usa e inglesi, suggerendo liste specifiche per paese, e la tattica di
comunicare il boicottaggio al negoziante e alla compagnia.
D’angoscia, la "superpotenza opinione pubblica" sembra
finalmente mettere i denti: non potendo scalfire la cricca di Bush, perché
non ne è elettrice, prova con il boicottaggio - a scopo di pressione
- delle multinazionali Usa. Non solo chi ha interessi nella presente guerra
ma chi può influenzare Bush; avendolo magari anche finanziato (la
lista in www.boycottBush.net). Una pressione generale sull'economia Usa
servirà a far diventare la guerra un pessimo affare, anche agli
occhi dei cittadini di quel paese, così che tolgano sostegno a
Bush. Per fermare almeno i prossimi conflitti.
C’è chi sul boicottaggio insiste da mesi; soprattutto il
gruppo Idea – azioni economiche dirette contro la guerra (www.boycottwar.net)
che agisce da clearinghouse per le varie iniziative. Ma il boicottaggio
non sa di antiamericano? Macché, poteva salvarci da Bush, spiega
- dagli Usa - Pattrice Jones E il veterano della guerra di Corea Sanford
M. Russell, ha scritto: “Se chi è contro la guerra non comprasse
più made in Usa, sarebbe una pressione decisiva”.
E' troppo tardi per poter contare su un effetto “riduzione delle
vendite”. Ma ha tuttora senso far crescere la pressione internazionale
sulla comunità multinazionale Usa. Il sito www.adbusters.org ha
raccolto in pochi giorni decine di migliaia di impegni a boicottare Brand
America. In Italia, dopo l'avvio della campagna StopEssowar che ha unito
Lilliput, botteghe del mondo e altre associazioni a una precedente azione
di Greenpeace, e dopo la decisione di boicottare le benzine Usa presa
a Livorno dall’assemblea dell’European Social Forum, anche
il megacoordinamento "Fermiamo la guerra" ha invitato al non
acquisto delle tre marche di benzine. Ma, così come Idea, il gruppo
Oro nero (su www.retelilliput.it, sezione guerra) e l’associazione
malamente (www.malamente.it) propongono più in generale di boicottare
i vari marchi che hanno sostenuto la campagna elettorale di Bush, per
una pressione globale. In Spagna il movimento antiglobalizzazione spagnolo
ha lanciato la campagna no les des tu dinero para la guerra.
La Stop the war coalition inglese sostiene la campagna antiEsso di Greenpeace.
Nella piccola Islanda i pacifisti volantinano liste out (“è
simbolico, noi isolani siamo 200mila...” dice il musicista Elias
Davidsson). Propone lo sciopero degli acquisti l'organizzazione For Mother
Earth (www.formotherearth.org) attiva in Bielorussia, Sri Lanka, Belgio,
Francia, Bulgaria e Finlandia; hanno aderito diversi eurodeputati. I boicottaggi
più estesi sono iniziati mesi fa nei paesi arabi, in Giordania
e Libano, Egitto e Siria; chi già disertava bevande e cibi yankee
per protesta contro l’asse di ferro Bush-Sharon, ha aggiunto la
motivazione Iraq. Qualche giorno fa da Baghdad gli scudi umani hanno chiesto
un boicottaggio generalizzato del made in Usa.
Insomma: per piegare Dabliù, non compro più (e lo faccio
sapere)...Exxon, Chevron, Bp-Amoco, Coca Cola, Pepsi, McDonalds, Philip
Morris, Kfc, Pfizer, Glaxo e Bristol Meyers Squibb, Microsoft, Walt Disney,
Nike e tecnologie assortite, General Motors, Ford. Ce n’è
per tutti: ragazzi, adulti, enti locali, medici antiguerra, casalinghe.
Molti prodotti "simbolo" sono facilmente sostituibili; o inutili;
parte di un modello che divorando risorse è incompatibile con la
pace. Contro la guerra cambia la vita.
Per una campagna “Contro la guerra cambia la vita”
Ad esempio, pedala anziché guidare. Già nell’autunno
scorso alcuni militanti pacifisti statunitensi manifestavano in bici,
per mostrare il nesso fra gli elevati consumi di petrolio e la conseguente
avidità rispetto ai pozzi, un’avidità madre di guerre.
Nei prossimi giorni a Washington i pedali contro la guerra saranno una
delle azioni del movimento statunitense. In queste azioni (economiche)
dirette, l’Italia non è da meno. Con il coordinamento dei
gruppi azione nonviolenta (Gan) le biciclettate munite di bandiera della
pace “contro la guerra del petrolio” sono iniziate in alcune
città nel lontano 29 novembre, giornata del non acquisto (di benzina,
in questo caso). Via via sono aumentate e ormai si svolgono periodicamente
in molte città: Caltanissetta, Fidenza, La Spezia, Lodi, Lucca,
Oderzo, Palermo, Pesaro, Prato, Rimini, Riccione, Reggio Emilia, Roma,
Torino, Trento, Treviso, Verona (chi vuole aggiungersi o saperne di più
può scrivere a:
). La Federazione italiana
amici della bici (Fiab) sottolinea che “un uso più consapevole
e razionale delle risorse, l’utilizzo di forme di energie alternative
e un consumo più responsabile siano elementi indispensabili per
la pace”; così anche l’associazione Ruotalibera di
Bari. I Gan propongono che si svolga al più presto una biciclettata
contemporanea in moltissime città, con milioni di persone, per
fermare il traffico automobilistico, “lasciando tutti la macchina
a casa e inondando le città e i paesi di chilometri e chilometri
di bici”. Circola fra gli attivisti la vignetta che rappresenta
un uomo al volante e sotto, al posto della carrozzeria, un panciuto missile.
Ma l’efficacia del “boicottaggio dell’auto” sarebbe
maggiore se per un giorno lo decretassero le amministrazioni comunali
di tutto il mondo; ne sono stati fatti in alcune città italiane,
ma il coro sarebbe un’altra cosa. Mesi fa gruppi di attivisti lanciarono
l’idea di “car free days ovunque”; farebbe un effetto
“15 febbraio” piuttosto forte, oltre a provocare se ripetuto
una notevole riduzione nei consumi petroliferi.
Sono molti i gruppi a proporre al popolo della pace di compiere quotidianamente
azioni che rendano la guerra “un pessimo affare per chi la propugna
e per chi non fa nulla per fermarla”. Il boicottaggio potrebbe essere
il primo scalino per una campagna “contro la guerra cambia la vita”.
Il gruppo “Oro nero” – che studia il contenuto petrolifero
delle merci, presto dovrebbe essere ospitato sul sito di Lilliput –
propone poi di ridurre i consumi petroliferi: non solo i trasporti ma
anche l’elettricità, i riscaldamenti, gli usa e getta, gli
imballaggi, gli abiti, i cibi “pesanti”. A proposito: “Ci
saranno campi di battaglia finché ci saranno mattatoi”. Non
ricordiamo chi lo disse, ma il concetto è chiaro. Violenza chiama
violenza. Sangue chiama sangue. Allora, cerchiamo la strada di una globale
economia nonviolenta.
Quanto all’interposizione…
Nel 1999, prima che iniziasse la guerra del Golfo. il Gulf Peace Team
(alcune centinaia di persone di diversi paesi, compresa l’Italia
con i Volontari di pace in Medio Oriente - Vpmo) si piazzò nel
deserto allo scopo di fare interposizione. Allo scoppio del conflitto,
furono tutti trasferiti a Baghdad, poi evacuati. Missione fallita. Nel
corso delle altre guerre dal cielo – Nato contro Jugoslavia nel
1999, Usa contro Afghanistan nel 2001, nessuna missione di questo tipo
fu nemmeno tentata (le delegazioni di solidarietà sono un’altra
cosa). Nella guerra all’Iraq del 2003, si è registrato il
generoso tentativo degli “scudi umani”, una definizione invero
infelice per un’idea giusta: quella che la presenza di “corpi”
occidentali può fungere da deterrente; ecco dunque persone disposte
a porre i propri corpi a protezione di infrastrutture civili. Come ha
detto uno degli scudi umani da Baghdad prima dell’inizio della guerra:
“Se venissimo qui in tanti, in migliaia, potremmo fermare questa
guerra. E se si riuscisse a fermare questa guerra, le potremmo fermare
tutte”. L’operazione scudi umani non ha però avuto
effetto: perché solo poche centinaia di persone hanno aderito all’idea,
boicottata anziché assunta dal movimento per la pace a livello
internazionale, sostanzialmente per il timore di strumentalizzazioni da
parte governativa; che si sarebbero potute evitare se appunto il movimento
si fosse fatto carico del progetto. Invece, così non è stato;
e l’impreparazione di gran parte dei partecipanti li ha esposti
al dicktat del governo: niente ospedali, niente scuole, vi posizioneremo
presso raffinerie e impianti (luoghi da cui la stessa popolazione irachena
si tiene ben lontana).
Che il prossimo annuncio di guerra non ci colga impreparati. Occorre che
il movimento per la pace vada oltre le splendide manifestazioni, le bandiere
e i blocchi dei treni. La costituzione di corpi civili di pace, con squadre
ben addestrate e composte anche da personalità – è
da mettere al centro dell’agenda.
Il movimento “No War”: poeti, attori,
chicanos, neri, religiosi
e l’opinione pubblica dell’altra America, spine nel fianco
di Bush
A cura di Gabriele Smussi
Alcune considerazioni sul pacifismo statunitense
Uno dei principali ostacoli che i movimenti anti-guerra degli Stati Uniti
hanno dovuto affrontare nel loro cammino è stato la grande assenza
di copertura mediatica del loro movimento da parte dei grandi mezzi di
comunicazione, scritti ed audiovisivi. Per fronteggiare questo ostacolo,
ricorda “Los Angeles Times”, i militanti hanno dovuto finanziare,
a prezzi molto elevati, spot televisivi per acquistare pagine intere di
pubblicità sui giornali. Il gruppo TrueMajority, per esempio, ha
recentemente speso 200.000 dollari per mettere su reti locali uno spot
di 30 secondi, rifiutato alla CNN. Nella carta stampata, pagine contro
la guerra sono state comprate sui grandi quotidiani da gruppi molto diversi:
sindacati, istituzioni religiose, celebrità di Hollywood. Nell’ottobre
scorso la prima manifestazione a Washington è stata scarsamente
coperta sulla stampa ed i pochi articoli di “New York Times”
e “Washington Post” erano comunque mediocri e deludenti. L’unica
iniziativa contro la guerra alla quale si sono interessati i media è
stata quella dei poeti. A fine gennaio la moglie del presidente Bush ha
annullato un simposio di poesia che doveva tenersi alla Casa Bianca quando
è venuta a conoscenza che numerosi poeti invitati intendevano esprimere
la loro opposizione alla guerra. Uno di loro, Sam Hamill, aveva chiesto
a 50 colleghi ch’egli inviassero dei poemi contro la guerra. Quindici
giorni dopo la sua richiesta ne aveva già ricevuto più di
5.300, provenienti praticamente da tutti i maggiori poeti del paese. “La
signora Bush rispetta il diritto di tutti gli americani di esprimere la
loro opinione politica, ma l’oggetto dell’avvenimento era
di celebrare la poesia”, affermava il portavoce della Casa Bianca.
Nel “Los Angeles Times” la poetessa Grace Paley rispondeva:
“In qualunque paese tutti i giornali si sarebbero burlati di lei.
I poeti vivono nel mondo e il loro lavoro non può che esserne il
riflesso”.
Cosa pensano gli americani della guerra?
Dopo gli attentati di New York e Washington dell’11 settembre 2001,
l’ipotesi di un intervento statunitense contro l’Iraq per
cacciare Saddam Hussein ha ottenuto, nei sondaggi, l’adesione della
maggioranza degli americani. Mano a mano che l’amministrazione repubblicana
ha precisato le sue intenzioni (dal discorso di George Bush sull’”Asse
del Male” del 29 gennaio 2002 fino all’arringa di Colin Powell
davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 5 febbraio 2003)
l’opinione pubblica ha sempre dato il suo consenso. La spaccatura
fra un’America pronta a sbarazzarsi del dittatore irakeno ed una
opposta al ricorso alla forza per toglierlo di mezzo, è rimasta
stabile dall’estate scorsa, se si fa fede a due sondaggi: i sostenitori
dell’offensiva militare hanno rappresentato dal 52% al 59% delle
persone intervistate da Gallup e tra il 56 e il 68% per i sondaggi effettati
da “Washington Post” e “ABC News”.
Pur in presenza di tali cifre incoraggianti, il governo statunitense non
poteva considerarsi soddisfatto nel momento in cui si stava preparando
ad entrare in azione. In effetti, gli oppositori all’intervento
non sono mai scesi al di sotto del 35% e sono arrivati fino al 43% delle
persone intervistate da Gallup. Il discorso del Presidente sullo Stato
dell’Unione del 28 gennaio e le dichiarazioni del Segretario di
Stato delle Nazioni Unite avevano lo scopo di mobilitare l’opinione
pubblica e scalzare lo zoccolo resistente degli oppositori potenziali.
Le due inchieste mostrano inoltre che mentre i sostenitori dell’intervento
sono sempre più sicuri della loro scelta, una maggioranza degli
oppositori confessa di poter cambiare parere.
Il governo non poteva comunque considerarsi vittorioso. In primo luogo
perché se la grande maggioranza credeva che fossero fondate le
accuse del governo statunitense contro il regime di Baghdad (relativamente
agli armamenti di distruzione di massa, alla dissimulazione delle prove
agli ispettori dell’ONU, ai presunti legami con Al-Quaeda..), solo
una minoranza (36% secondo Gallup) giudicava che l’Iraq rappresentasse
una minaccia immediata per gli Stati Uniti.
Alcune voci del pacifismo USA
Decine di amministrazioni comunali o di contee hanno adottato risoluzioni
che criticano la politica bellicistica del loro Presidente. Fra le città
la più importante è stata Chicago. Non dimentichiamo che
era stato il sindaco di Chicago, democratico, che nel 1968 aveva represso
le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Oggi suo figlio, l’attuale
sindaco Richard Daley, ha dichiarato: “Tutti sono contrari alla
guerra”. Il testo adottato precisa che “non è affatto
chiaro che un’azione militare unilaterale statunitense sfocerà
nell’installazione di un governo irakeno libero e democratico”.
Carlos Montes, un militante del gruppo californiano “Latinos contra
la guerra”, si ricorda ancora delle manifestazioni massicce (30.000
persone) dei chicanos contro la guerra del Vietnam il 29 agosto 1970 a
Los Angeles, che anche lui aveva contribuito a preparare. Trent’anni
dopo, il 7 febbraio, ha organizzato una marcia nei quartieri d’East
Los Angeles, un inizio modesto, ma alla quale ha visto partecipare “giovani
e donne operaie di origine messicana e chicana che non hanno l’abitudine
di manifestare. Ma esse sono là perché hanno un figlio o
un membro della loro famiglia nelle forze armate e non vogliono vederli
partire per la guerra”. L’organizzatore della manifestazione
sottolineava che gli agenti di reclutamento che passano a tappeto le scuole
per conto dell’Esercito sono molto più numerosi in questi
quartieri di quanto lo siano i reclutatori dell’università:
“è scandaloso che l’esercito recluti da noi in modo
particolarmente aggressivo. È una pratica razzista che prende di
mira i giovani latinos svantaggiati. Come se il Governo si preoccupasse
maggiormente di arruolarci, piuttosto che di educarci”.
Particolarmente significativo è stato anche il parere del generale
Brent Scowcroft. Ex aggiunto di Enry Kissinger alla Casa Bianca, sotto
la presidenza di Nixon, è stato uno dei principali consiglieri
della politica estera di Gerard Ford . Nel 1989 George H. W. Bush, il
padre dell’attuale presidente, lo scelse come consigliere per la
sicurezza nazionale, e fu allora che si fece affiancare, per occuparsi
dell’Unione Sovietica da una giovane e brillante universitaria,
Coondoleeza Rice. Brent Scowcroft, prendeva posizione e già il
15 agosto 2002, in un articolo pubblicato su Wall Street Journal, si dichiarava
contrario ad una guerra in Iraq. Secondo il suo punto di vista, affrontare
Saddam Hussein non poteva che “mettere in pericolo la guerra contro
il terrorismo”, provocando disaccordi con gli Stati Uniti e gli
alleati europei ed Arabi, dei quali c’era bisogno per combattere
il terrorismo islamico.
L’ostilità delle chiese
“Sarebbe una buona idea spiegare che l’America religiosa è
lontana dall’essere unanime dietro Gorge Bush a proposito della
guerra con l’Irak”, affermava E.J. Dionne, ricercatore alla”Brookings
Insitution” e cronista al “Washington Post”.
Il Consiglio Nazionale delle Chiese (NCC), che raggruppa 36 confessioni
protestanti, anglicane e cristiane-ortodosse, ha inviato delegati in Europa
per esprimere la propria ostilità alla politica del Governo. Il
reverendo Michael Livingstone, visitando Parigi in febbraio, spiegava
che se si aggiungono i 50 milioni di fedeli del NCC ai 64 milioni di cattolici
i cui vescovi respingono la guerra, si ottiene un numero considerevole
di oppositori.
Robert Edgar, segretario generale del NCC, sottolineava che l’organizzazione
da lui rappresentata “dal mese di agosto sta operando per impedire
la guerra”. In settembre 2002 ha inviato rappresentanti in Iraq
e iniziato a compiere azioni di disobbedienza civile secondo i metodi
concepiti da James Lawson, discepolo di Gandhi e compagno di Martin Luther
King negli anni ‘60. Il 9 dicembre oppositori alla guerra sono stati
interpellati davanti alla sede delle Nazioni Unite, a New York, dove era
proibito manifestare. Ex deputato democratico della Pennsylvania, il reverendo
Edgar spiegava che fanno parte del NCC confessioni che praticano il pacifismo
integrale come i quaccheri, ed altre che “seguono la teoria della
guerra giusta” e rigettano la guerra in Iraq non per il rifiuto
al principio di impiegare la forza, ma “perché la dimostrazione
della sua necessità non è stata fatta”.
Le chiese protestanti classiche sono in maggioranza ostili alla guerra,
ma il loro clero “è un po’ a sinistra della massa dei
fedeli”. La luterana Jean Elshtain, professore dell’Università
di Chicago nel libro “Guerra giusta contro il terrorismo”,
spiegava che la guerra in Vietnam è stata l’esperienza formatrice
per la generazione che dirige queste chiese, le quali “considerano
ogni guerra non difensiva come malvagia”.
La sola confessione importante che ha preso esplicitamente posizione a
favore della guerra è la Convenzione Battista del Sud (SBC), la
più potente delle chiese evangeliche, con predominanza bianca,
che conta 16 milioni di fedeli.
Il pastore newyorkese Al Sharpton è noto per le sue posizioni.
Nell’estate 2001 è andato ad opporsi fisicamente alle manovre
della marina sull’isola di Vieques, vicino a Porto Rico, e questo
gli ha fatto trascorrere alcune settimane in prigione. Nella primavera
del 2002 denunciava gli attentati ai diritti costituzionali commessi dal
governo in nome della lotta al terrorismo. Impegnato nel movimento contro
la guerra, è oggi il solo portavoce del Partito Democratico ed
intende candidarsi alle presidenziali del 2004. Egli ritiene che “niente
giustifichi la guerra che il Governo Bush ha deciso di scatenare contro
l’Iraq”, se non la volontà dell’equipe di mascherare
i fallimenti di fronte al terrorismo e nel campo economico. Egli ha inoltre
accusato il potere di esporre l’esercito, nel quale i Neri sono
numerosi, per proteggere gli interessi petroliferi della ricca borghesia
texana.
Il pacifismo di Hollywood
La comunità di Hollywood negli ultimi tempi ha accelerato la sua
presa di posizione contro la guerra. “Noi dobbiamo esprimerci e
dire no. Voi non parlate per noi” dichiarava a Washington il 18
gennaio, davanti alla folla che era venuta a manifestare l’attrice
Jessica Lange, che si è definita “una madre ben determinata
a non trasmettere alle generazioni future un’eredità di onta,
avidità e sangue”. Varie celebrità, fra cui Martin
Sheen, Sean Penn, Mike Farrell, Wendie Malick, Sally Field, oltre ad attrici
ed attori della nuova generazione come Kisten Dunst e Josh Lucas, Danny
Glover, Janeane Garofano, fanno parte della coalizione Artists United
To Win Without War (Artisti uniti per vincere senza la guerra). Per Robert
Greenwald, il realizzatore che ha riunito la coalizione “Artists
United To Win Without War” inviando e-mail alle star di Hollywood,
“è chiaro che ormai il movimento di opposizione è
grande, profondo e diversificato”. È dunque tempo di pensare
a nuove strategie.
“Penso che la situazione attuale non giustifichi una guerra”,
dichiarava con forza il 9 febbraio Janeane Garofano e deplorava “il
rapporto nullo che Gorge Bush intrattiene con la democrazia, anche in
questo paese”.
Le riserve di alcuni democratici, diplomatici e strateghi
Fra gli oppositori alla guerra c’è una parte di democratici
ma anche di repubblicani e di militari in pensione. Edward Kennedy, senatore
del Massachessets ed uno dei personaggi più potenti del Congresso,
ha continuato a ripetere che dovrebbe essere data priorità alla
lotta conto Al-Quaeda, affermando che “il popolo americano merita
un dibattito completo sulle giustificazioni e conseguenze della guerra”.
Josef Biden, ex presidente della commissione degli affari esteri del Senato,
rimproverava al Governo di non dire agli americani “quanto rischia
di costare umanamente ed economicamente, una guerra con l’Iraq”,
mentre l’ex presidente della commissione della Difesa, Carl Levin,
contestava le argomentazioni del Governo ha proposito di un collegamento
tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden.
Fra i democratici l’ex segretario di Stato Madeleine Albright si
è dichiarata ostile al comportamento del Governo, al quale ha rinfacciato
di minimizzare la questione nord coreana. Richard Lugar, il nuovo presidente
della commissione affari esteri del senato, ha rimproverato al Pentagono
e al Dipartimento di Stato di non aver preparato con serietà il
futuro dopo l’intervento. Chi amministrerà l’Iraq?
Quanto tempo dovranno restarvi le forze statunitensi? Quale sarà
il ruolo dell’ONU? Si tratta di critiche analoghe a quelle che fin
dall’agosto 2002 aveva sollevato Brent Scrowcroft, consigliere di
Bush padre per la sicurezza nazionale, che pure sosteneva che la guerra
contro l’Iraq rischiava di causare conseguenze peggiori dei mali
ai quali dichiarava di voler rimediare.
L’ex presidente democratico Jimmy Carter e colui che fu il suo consigliere
per la sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski, hanno denunciato i partigiani
della guerra, in particolare coloro che da tempo insistono perché
Saddam Hussein venga cacciato dal potere.
Alcuni militari in pensione costituiscono una imbarazzante categoria di
avversari alla strategia di Bush. Il generale Schwarzkopf, comandante
in capo durante la Guerra nel Golfo, per esempio, ha dichiarato che era
stato convinto dalle argomentazioni dell’ex colomba “Colin”
(Powel), il segretario di Stato che dodici anni fa era suo superiore gerarchico.
Amava vedere l’Oceano
E’ morta per fermare l’odio
Rachel Corrie, 23 anni, americana di Olympia, impegnata in azioni di
interposizione con l'International Solidarity Movement a Gaza, è
stata uccisa il 16 marzo da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre
tentava un’azione diretta nonviolenta per impedire lo sradicamento
degli alberi e la demolizione di una casa palestinese.
Pubblichiamo il triste e coraggioso messaggio dei genitori, seguito da
una “lettera dalla Palestina” che Rachel ha inviato a casa
due settimane dopo il suo arrivo nella Striscia di Gaza e un mese prima
del suo sacrificio.
Stiamo attraversando un momento di grande dolore, e stiamo ancora cercando
di scoprire i dettagli che si nascondono dietro la morte di Rachel nella
Striscia di Gaza.
Abbiamo insegnato ai nostri figli ad apprezzare la bellezza della comunità
e della famiglia, e siamo fieri del fatto che nostra figlia sia vissuta
seguendo le sue convinzioni. Rachel era ricca di amore e di un senso di
dovere verso tutti gli uomini, dovunque vivessero. E ha dato la sua vita
per cercare di proteggere coloro che non sono capaci di proteggersi da
soli. Rachel ci aveva scritto dalla Striscia di Gaza e noi vorremmo diffondere
la sua esperienza, proprio attraverso le sue parole.
Craig e Cindy Corrie,
genitori di Rachel
Da una e-mail di Rachel, 7 febbraio 2003.
Sono in Palestina da due settimane, e ancora mi mancano le parole per
descrivere quello che vedo.
Non so quanti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei carri
armati nei muri e le torri di un esercito occupante che li sorveglia costantemente,
dal vicino orizzonte. Anche se non ne sono completamente sicura, penso
che anche il più piccolo di loro capisca che la vita non è
così dappertutto (…) In ogni caso, qui ci sono bambini di
otto anni molto più consapevoli di come funziona il potere globale
di quanto non lo fossi io solo pochi anni fa, almeno rispetto a Israele.
Comunque, penso che nessuna lettura, conferenza, documentario o discorso
avrebbe potuto prepararmi alla situazione che esiste qui. Non è
possibile neppure immaginarla a meno di venire personalmente, e anche
allora sei sempre ben consapevole che la tua esperienza non è tutta
la realtà. Io ho il denaro per comprare l’acqua quando l’esercito
distrugge i pozzi e, ovviamente, ho la possibilità di andarmene.
Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando esco per
andare a scuola o al lavoro posso essere abbastanza sicura che non ci
sarà un soldato armato di tutto punto ad aspettarmi ad un blocco
stradale, un soldato con il potere di decidere se posso andare per la
mia strada, e se al ritorno avrò ancora una casa. Questi piccoli
sanno che i bambini americani di solito non hanno i genitori uccisi e
sanno che qualche volta vanno a vedere l’oceano. (…)
E dopo tutti questi pensieri un po’ sconnessi, ora mi trovo a Rafah,
una città di circa 140.000 abitanti, di cui circa il 60% è
composto di rifugiati - molti dei quali per la seconda o terza volta.
Rafah esisteva prima del 1948, ma la maggior parte delle persone che ora
vi abitano discendono dalle famiglie che si sono trasferite qui dalle
loro case nella Palestina storica - ora Israele. Rafah venne spaccata
a metà quando il Sinai ritornò sotto l’Egitto. Attualmente
l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto 14 metri tra la
Rafah palestinese e il confine. Secondo il Comitato Popolare dei Rifugiati
di Rafah (Rafah Popular Refugee Committee) seicentodue case sono state
completamente abbattute. Il numero di quelle parzialmente distrutte è
ancora più elevato. Oggi, mentre camminavo sulle pietre dove una
volta sorgevano le abitazioni, i soldati egiziani mi hanno chiamato dall’altra
parte del confine, “Vai via! Vai via!”, perché stava
arrivando un carro armato.
Secondo l’ufficio municipale per l’acqua, i pozzi distrutti
la scorsa settimana coprivano metà dei rifornimenti di tutta la
città. Molte comunità hanno chiesto la presenza notturna
di osservatori internazionali per cercare di difendere le case da ulteriori
demolizioni. Dopo le 10 di sera qui è molto difficile muoversi
perché i soldati israeliani trattano da oppositore chiunque passi
per la strada e gli sparano contro.
Sto appena cominciando ad imparare, da quello che mi aspetto sarà
una esperienza molto intensa, sulla capacità dei popoli di organizzarsi
contro tutti gli odi. E di resistere contro tutti gli odi.
Rachel
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino
comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 14 maggio 2003
La parola del mese: “Liberazione”
Nostra intervista a Padre Alex Zanotelli *
Padre Alex, perché fra le 10 parole della nonviolenza hai scelto
proprio “liberazione”?
Pochi concetti sono stati così pregnanti di significato nel secolo
scorso, come la parola “liberazione”, generalmente intesa
come liberazione politica, sociale, economica; penso in particolare alle
lotte dei popoli colonizzati dell’Africa o dell’America Latina
per liberarsi dagli oppressori. In questo modo, per decenni, abbiamo perso,
o tralasciato, l’aspetto più profondo, spirituale, antropologico
della liberazione interiore dell’uomo.
Generalmente la liberazione sociale era associata a processi violenti
(la rivoluzione armata), a causa della profonda influenza del marxismo
sui movimenti rivoluzionari (pensiamo agli eserciti popolari di liberazione).
Molte lotte armate in Africa, in Salvador, Nicaragua, Guatemala, risentivano
dell’influenza marxista.
Per il marxismo l’Uomo è essenzialmente “buono”
(il mito del buon selvaggio di Rousseau), ed infatti il suo messaggio
diceva: “cambia la struttura della società, e automaticamente
nascerà l’uomo nuovo”. E invece abbiamo visto che non
è stato così!
Mentre la “liberazione” veniva egemonizzata dal marxismo,
la Chiesa cosa faceva?
Questa grande influenza ideologica marxista sui movimenti di liberazione
è potuta avvenire perché la Chiesa si è alienata
su posizioni schizofreniche, puntando solo sulla liberazione personale,
la liberazione in Cristo, senza preoccuparsi troppo di ciò che
stava accadendo nella società; in questo modo, è ovvio,
la Chiesa di quegli anni ha perso molti appoggi popolari.
La posizione della Chiesa si reggeva su una visione evangelica: la violenza
non viene dalla società, ma dall’interno dell’Uomo.
E’ chiaro che una conversione vera non si può imporre (i
regimi che hanno tentato di farlo si sono trasformati in dittature, spesso
feroci), ma deve maturare all’interno dell’individuo. Per
questo la Chiesa ha continuato a dire: “cambia l’uomo e di
conseguenza cambierà anche la società”, e purtroppo
in venti secoli di storia abbiamo visto che anche questo non era vero!
Vuoi dire che la Chiesa è stata fuori dalla storia?
Il cristianesimo è stato capace di trasformare radicalmente le
persone, come la conversione di Saulo in Paolo, ma non si è mai
vista una società trasformata dal cristianesimo. Ci sono voluti
addirittura tre secoli alla Chiesa per dire che l’apartheid è
un peccato, e l’ha detto dopo che l’apartheid era caduto!
Dunque il marxismo e la fede cattolica si sono “giocati”
la liberazione?
Queste sono le due esperienze di liberazione sperimentate nel novecento:
quella ecclesiale e quella politica, con due diverse visioni dell’Uomo.
E’ qui che dobbiamo riflettere: entrambe queste visioni hanno fallito.
Ovunque il comunismo sia stato imposto con la forza delle armi, con la
violenza, c’è stato un fallimento tragico, come nei paesi
dell’Est. Non hanno funzionato nemmeno tutte le lotte di liberazione
che io stesso sostenevo: Mozambico, Eritrea… quando hanno preso
il potere è stato un disastro!
Questi sono fatti, non è ideologia! La liberazione politico-economica-sociale
promossa dall’ispirazione marxista non ha funzionato, perché
non ha saputo risolvere il problema della violenza.
Il fronte ecclesiale, invece, ha fallito perché non prendeva in
considerazione il passaggio dalla conversione personale alla conversione
della società (se tu ti converti, ma restano le strutture di ingiustizia
e di peccato, quelle stesse strutture poi ti riportano ed essere un pagano).
Per questo in America Latina, dopo il Concilio Vaticano 2°, è
nata la teologia della liberazione, come tentativo di tradurre l’ispirazione
biblica della sete di un uomo e di mondo nuovo.
Possiamo dire che la teologia della liberazione fu un tentativo di conciliare
marxismo e cristianesimo?
Nella teologia della liberazione è mancata l‘analisi critica
al marxismo, ed è per questo che nella teologia della liberazione
c’erano alcune lacune, dovute ad una riflessione non sufficiente
sul tema della violenza. Un’ambiguità che ci sarà
anche nello stesso papato, che con la Populorum Progressio (che voleva
in qualche modo recepire questa nuova teologia) in certe circostanze giustificava
la ribellione violenta dei popoli oppressi..
Ma allora, la novità dove dobbiamo cercarla?
Una grande novità è stata rappresentata da Renè Girard
quando, fra gli anni ’60 e ’70, ha scritto il suo primo libro
“La violenza e il sacro”, (che Le Monde definì come
il libro più importante del secolo…. eppure è stato
messo subito rimosso dall’intelligenzia del tempo, ancora troppo
influenzata dal pensiero marxista). Renè Girard ha analizzato a
fondo la violenza che viene dall’interno dell’uomo, la mimesi,
l’imitazione, la relazione con gli altri… e ha fatto una disanima
durissima su tutte le culture e gli imperi, che lui definisce come nati
dall’omicidio e retti sul sangue.
Nelle società primitive c’è sempre stato bisogno della
vittima su cui costruire la pace sociale; poteva essere una singola persona
o un gruppo. Le religioni primitive hanno sempre avuto bisogno del “sacrificio”,
del capro espiatorio. Renè Girard, agnostico, ha ricordato ai credenti
che l’unico testo religioso in cui questo meccanismo salta, è
proprio il Vangelo. La vittima colpevole (Gesù, condannato dal
Sinedrio e dai Romani) è proclamato innocente: uno scandalo!
Una vera rivoluzione antropologica…
E’ grazie a queste riflessioni che ho iniziato a capire cos’ha
rappresentato Gesù nelle storia. Gandhi ci aveva sempre detto che
la sua nonviolenza veniva da Gesù, ma noi non l’avevamo capito.
Nel 1991 avviene l’incontro fra Renè Girard e i teologi della
liberazione. Viene indicata una via d’uscita al problema della violenza:
la conversione personale deve avvenire sulla base di valori profondi,
e si deve accompagnare alla riproposizione di questi valori fuori dalla
persona, nella dimensione collettiva. Non nascerà l’uomo
nuovo, l’uomo planetario, se non saremo capaci di dare corpo all’intuizione
che la liberazione delle singole persone deve tradursi in alternative
economiche, sociali, politiche. Queste alternative devono valere non solo
per la comunità nella quale siamo inseriti, ma devono avere una
dimensione globale. Oggi la salvezza è globale, o non è!
Dunque, non ci può essere vera liberazione se non con la nonviolenza
attiva, e questo deve diventare il cuore della nuova società.
* Missionario Comboniano.
Intervista raccolta da Mao Valpiana
La liberazione di M. K. Gandhi
Tutti aneliamo alla salvezza, ma probabilmente non sappiamo bene in cosa
consista.
La liberazione dal ciclo nascita-morte è, ad ogni modo, uno dei
suoi significati.
La vera debolezza è interiore, non esteriore.
Dove c’è libertà di spirito, là risiede anche
un’inestinguibile forza spirituale.
Chiunque si sottometta a un potere dispotico sappia che significa dover
rinunciare alla libertà personale.
La liberazione di M. L. King
L’uomo è più che un animale produttivo guidato da
forze economiche, è un essere spirituale, coronato di gloria e
di onore, dotato del dono della libertà.
L’uomo è uomo perché è libero di operare entro
la struttura del suo destino: è libero di deliberare, di prendere
decisioni e di scegliere fra varie alternative.
La nostra attuale sofferenza e la nostra lotta nonviolenta per essere
liberi può offrire alla civiltà occidentale il tipo di dinamica
spirituale di cui ha così disperatamente bisogno per sopravvivere.
La liberazione di Aldo Capitini
Avremo cura di evitare sempre l’oppressione e lo sfruttamento,
e di promuovere senza interruzione la libertà e l’uso dei
beni della vita per tutti.
La liberazione non è soltanto da una società ingiusta, ma
anche dalla natura che dà la morte, dalla nostra sostanza umana
che dà il peccato.
Mi appassiono e là dove vedo il dolore, il peccato, la morte, i
colpi della natura o della società, e mi tendo alla liberazione
per tutti: solo se tocco questo orizzonte di infinità, comincia
il miracolo, e questo è possibile ottenerlo, mentre la protezione
richiesta dall’egocentrismo è alquanto incerta.
Per approfondire
Liberazione
Filosofia ed etica della liberazione
A. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1989.
F. Battistrada, Per un umanesimo rivisitato. Da Heidegger a Gramsci, a
Jonas, all’etica di liberazione, Milano, Jaca Book, 1999.
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L. Boff, Il creato in una carezza. Verso un’etica universale: prendersi
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nella storia, Lungro (Cosenza), Marco Editore, 1992.
K. Satish, Non-violenza o non esistenza, Roma, Città Nuova, 1970.
J. Sémelin, Per uscire dalla violenza, Torino, Edizioni Gruppo
Abele, 1985.
*G. Sharp, Politica dell'azione nonviolenta, 3 voll., Torino, Edizioni
Gruppo Abele, 1985-1997.
Liberazione della donna
Aa.Vv., Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga,
1987.
C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità,
Milano, Feltrinelli, 1991.
L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti,
1991.
Osho, La donna. Una nuova visione, Arona, New Services Corporation, 1997.
A. Seroni, La questione femminile in Italia 1970-1977, Roma, Editori Riuniti,
1977.
S. Ulivieri (a cura di), Educazione e ruolo femminile. La condizione della
donna in Italia 1945-1990, Firenze, La Nuova Italia, 1992.
Liberazione animale
P. Singer, Il movimento di liberazione animale, Torino, Sonda, 1989.
P. Singer, Liberazione animale, Milano, Mondadori, 1991.
Liberazione come risveglio interiore
E. Barella, La via della consapevolezza: un cammino senza sentieri, Torino,
Psiche, 1997.
J. Brosse, Satori, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1994.
P. Confalonieri, La saggezza che libera, Milano, Mondadori, 1995.
T. Gyatso (Dalai Lama), Il sentiero per la liberazione, Pomaia, Edizioni
Chiara Luce, 1997.
T. Gyatso (Dalai Lama), La via della liberazione, Milano, Pratiche editrice,
2000.
J. Krishnamurti, Verso la liberazione interiore, Parma, Guanda, 1998.
A. M. La Sala Batà, La via della liberazione dalla sofferenza,
Roma, Edizioni Armonia e Sintesi, 1998.
C. Maccari, Liberazione buddhista e salvezza cristiana, Leumann (Torino),
LDC, 1995.
Osho, Tecniche di liberazione, Arona, New Services Corporation, 2000.
U. P. Sayadaw, Proprio in questa vita. Gli insegnamenti del Buddha sulla
liberazione, Roma, Astrolabio, 1998.
A. W. Watts, La via della liberazione. Saggi e discorsi sull’autotrasformazione,
Roma, Astrolabio, 1992.
(a cura di Matteo Soccio)
* Le opere contrassegnate con un asterisco sono disponibili presso "Azione
Nonviolenta".
La Giornata degli obiettori di coscienza
Sosteniamo i Refusenik israeliani!
Il 15 maggio è la Giornata Internazionale degli Obiettori di Coscienza.
La War Resisters’ International organizza una mobilitazione in Israele.
In febbraio War Resisters’ International ha pubblicato un rapporto
per la Commissione ONU per i Diritti Umani, che descrive dettagliatamente
la situazione degli obiettori di coscienza in Israele1. In sintesi, tale
rapporto mostra che:
agli uomini è negato il diritto all’obiezione di coscienza,
e per le donne questo diritto non è completamente garantito;
la procedura per garantire il diritto all’obiezione di coscienza
per gli uomini non è di dominio pubblico e – per quanto riguarda
la prassi - iniqua;
l’incarcerazione di obiettori di coscienza (uomini) costituisce
una violazione del diritto umano all’obiezione di coscienza, derivato
dall’Articolo 18 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili
e Politici;
la pratica comune delle ripetute incarcerazioni è una violazione
dell’Articolo 14, paragrafo 72;
il tentativo di indebolire gli obiettori di coscienza attraverso la procedura
di ripetute incarcerazioni – come testimoniato recentemente –
viola l’Articolo 14, paragrafo 7 e la Risoluzione 2002/45 della
Commissione ONU per i Diritti Umani .
Successivamente alla pubblicazione di questo rapporto, la situazione
è addirittura peggiorata: è stata introdotta una nuova strategia
che consiste nel deferimento alla corte marziale degli obiettori di coscienza
che hanno scontato ripetuti periodi di incarcerazione. Il primo ad essere
inviato alla corte marziale è Jonathan Ben-Artzi, che ha già
scontato 200 giorni di prigione, in 7 diversi momenti. Seguito da Haggay
Matar e Matan Kaminer, mentre Uri Ya’acobi è stato improvvisamente
ed inaspettatamente congedato.
Negli ultimi due anni, War Resisters’ International ha diffuso più
di 200 “CO-alerts” (“Allarmi-OdC”), messaggi di
allarme sugli obiettori di coscienza (messaggi di posta elettronica in
inglese3), tutti riguardanti l’incarcerazione di obiettori di coscienza
israeliani. Dall’inizio della seconda intifada, più di 180
obiettori di coscienza hanno scontato periodi di detenzione – la
maggior parte (circa 150) è costituita dai cosiddetti refusenik,
coloro che si rifiutano di prestare servizio nei Territori Occupati. Complessivamente
gli obiettori di coscienza israeliani hanno trascorso più di 6.500
giorni in carcere negli ultimi due anni.
Il nuovo sviluppo consistente nel deferimento alla corte marziale, che
arriva dopo un incremento considerevole delle condanne al carcere, peggiora
la situazione. Attualmente WRI sta cercando di organizzare una delegazione
con lo scopo di controllare alcuni dei casi deferiti alla corte marziale
per mostrare l’interesse e la solidarietà internazionale
(se desiderate prendere parte a tale delegazione, vi preghiamo di mettervi
in contatto con l’ufficio di WRI).
E’ necessaria la solidarietà!
Per migliorare la situazione degli obiettori di coscienza israeliani,
è importante fare pressione a diversi livelli. War Resisters’
International sta collaborando con l’Ufficio delle Nazioni Unite
dei Quaccheri a Ginevra per fare pressione dal lato della Commissione
Onu sui Diritti Umani. E in collaborazione con EBCO (European Bureau for
Conscientious Objection – Ufficio Europeo per l’Obiezione
di Coscienza) stiamo lavorando anche sulle istituzioni europee. Ma più
importante è la pressione internazionale dal basso – dalla
base.
Una possibilità – accanto all’invio di lettere e fax
in risposta ai vari messaggi di allarme CO-alert di WRI – è
quella di “adottare” un refusenik, come suggerito da Yesh
Gvul. Questo comporta il sostegno diretto ad un refusenik da parte di
un gruppo, il quale può usare ciò per accrescere la consapevolezza
nella sua comunità locale4. Ma il punto centrale delle attività
di WRI quest’anno sarà il 15 maggio. Per questa giornata
WRI sta organizzando un’azione nonviolenta internazionale in Israele
– in solidarietà con gli Odc israeliani e con la resistenza
nonviolenta all’occupazione israeliana, e per la coesistenza e la
collaborazione. Nella settimana antecedente al 15 maggio avrà luogo
un seminario/training in Israele, per uno scambio di esperienze sull’obiezione
di coscienza, e per preparare l’azione del 15 maggio.
War Resisters’ International chiama/invita inoltre ad azioni locali,
decentrate per il 15 maggio, di fronte ai consolati o alle ambasciate
israeliane, o in altri luoghi pubblici ovunque nel mondo. Deve essere
sottolineato che le azioni non sono rivolte contro lo Stato di Israele
in sé, ma contro la politica del governo israeliano nei confronti
degli obiettori di coscienza e nei Territori Occupati. I principali partner
di WRI sono gli stessi gruppi di obiettori di coscienza israeliani, soprattutto
New Profile, the Shministim e Yesh Gvul.
Andreas Speck
War Resisters’ International
War Resisters' International
5 Caledonian Rd, London N1 9DX, Britain
tel +44-20-7278 4040, fax 7278 0444
email
http://wri-irg.org
Dalla piccola Pieve di Barbiana alla maestosità
della Basilica di S.Pietro
di Alberto Trevisan
L’8 marzo il Papa ha ricevuto in udienza gli obiettori e le volontarie
del servizio civile.
Quando il 4 novembre 2000, molti obiettori di coscienza sono saliti a
Barbiana, luogo simbolo per gli obiettori, risalendo a piedi le curve
sinuose che portano al poggio del Monte Giovi, riflettevo a lungo e in
silenzio e confrontandomi con un carissimo amico le ragioni per cui il
giubileo degli obiettori non poteva essere celebrato a Roma.
Da anni avevamo chiesto di essere ricevuti dal Pontefice, da quando con
l 'Enciclica "Gaudium et Spes" la Chiesa del dopo Concilio Vaticano
II° aveva definitivamente cancellato il concetto di "guerra giusta"
e aveva riconosciuto con rispetto "quanti per motivi di coscienza
chiedevano di servire la Patria non in armi ma con un servizio civile
alternativo": avevamo proposto la nostra partecipazione assieme al
Giubileo dei militari per far capire che il metodo nonviolento non considera
nessuno come nemico ma cerca soprattutto di capire le ragioni dell'altro.
Certo l'ex Vescovo di Firenze, card. Piovanelli, nel suo intervento, oltre
a confermare la validità dell'insegnamento di Don Lorenzo Milani,
ci aveva accolti con parole toccanti e piene di significato, sino a chiamarci
"sentinelle del mattino" , richiamandosi al Profeta Isaia.
Ci aveva chiesto di ripensare il nostro passato, gestire al meglio il
presente ma soprattutto organizzare il futuro perché mancavano
ancora "molte ore al mattino".
Con questi pensieri, siamo partiti l'8 Marzo 2003 per essere ricevuti
da Giovanni Paolo II°: forse il Papa aveva voglia di vederci in tanti,
obiettori delle varie generazioni, le nuove ragazze del servizio civile
volontario, i rappresentanti degli enti di servizio civile e del volontariato
le persone con disabilità, i volontari della Croce rossa, delle
varie Misericordie, della Protezione civile e via molti altri soggetti.
La voglia di "esserci tutti" ci ha portato a riempire gli 8
mila posti della sala Nervi a fianco della Basilica di S.Pietro in attesa
della udienza del Papa in una sala piena di colori delle bandiere della
pace e delle sciarpe bianche e blu con il nuovo simbolo del Servizio Civile
Volontario con musiche e canzoni. Ogni sedia aveva già la propria
sciarpa bianca o blu, quelle che, assieme alla bandiere della pace hanno
accompagnato i momenti più emozionanti di tutta l'udienza.
Non era giusto chiedere al Papa che si dilungasse più di tanto,
nel ricordare la lunga storia dell'obiezione di coscienza, dato che ogni
giorno "tuona" contro il pericolo della guerra.
La sua voce mi è parsa ferma e forte. I suoi occhi, i suoi gesti
erano rivolti alla sala strapiena, alle sciarpe e alle bandiere che hanno
salutato la sua uscita: una persona che non si vergogna di farsi aiutare
dalla carrozzina, forse proprio per risparmiare le forze e gridare sempre
più forte che "Spes contra Spem", malgrado tutto, se
si vuole la pace, la guerra si può evitare subito e sempre.
Molte persone con disabilità, di cui siamo amici per i rapporti
intensi costruiti in anni di lavoro nel sociale, erano accompagnati da
parenti o volontari e si inserivano pienamente in tutta l'atmosfera dell´incontro.
Sono stati proprio loro, che hanno il motto di vivere una "Vita Indipendente",
i primi ad arrivare a fianco del Papa per salutarlo, per donare, ad esempio,
il loro cappellino della associazione o il loro sorriso corrisposto come
non mai.
Ho ricordato una scena molto simile quando in una delle sue ultime uscite,
prima di lasciarci, Padre David Maria Turoldo, il poeta della pace, di
fronte all'Arena di Verona strapiena di tutto il movimento della pace
unito da un grande cartello "Anch'io ripudio la guerra" chiese
con la sua voce roboante ai potenti della terra, ai signori delle armi
"Cessate il fuoco!"
Il sole di Roma, l'enorme piazza S.Pietro ci ha riaccolto dopo un bagno
di speranza e di grandi emozioni e ci è voluto tempo perché
alla spicciolata la piazza fosse abitualmente lasciata ai turisti: sembrava
che il popolo della pace non si volesse staccare da quell´incontro.
Credo di dover dire che il Papa, con il suo “Mai, mai, mai più
la guerra” ci ha messo d'accordo tutti, almeno per una volta, abbattendo
quegli steccati che a volte ci impediscono di andare avanti. Personalmente
aspettavo questo momento da oltre trent'anni e sarò contento di
dire in futuro "c'ero anch'io!".
L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Un teatro contro la mostruosa mostra d’armi EXA 2003
Dal 12 al 15 aprile si terrà a Brescia Exa2003, fiera di armi
leggere. Presentiamo l’azione teatrale di controinaugurazione realizzata
l’anno scorso nell’ambito della campagna “Disarmiamo
EXA”. Ne abbiamo parlato con Floriana Colombo del GAN di Milano.
Che risultato vi proponete per la campagna?
A medio termine: modificare il regolamento di EXA “in direzione
di una stretta coerenza con quanto dichiarato nel marchio “Mostra
di armi sportive e da caccia”
A più lungo termine: attivare/rafforzare il processo di riconversione
industriale e culturale; avviare un percorso verso la costruzione di un
osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL).
Che risultato per vi proponevate per l’azione?
Dare visibilità ai contenuti della campagna sui mass-media e smascherare
l'ambivalenza dell'esposizione, aumentando la consapevolezza delle famiglie
che vanno visitare la mostra così da condizionare gli organizzatori
della mostra
Ed ecco l’Azione Teatrale!
La gran parte delle 40 persone coinvolte nell’azione si posizionano
in riga, da un lato, con la maschera neutra. Dieci passi più in
là viene tirato un nastro tricolore, al di là del quale
la voce fuori campo, col megafono, fa la cronaca dell'inaugurazione:
“Signore e signori buon giorno! Benvenuti a Exa 2002, la grande
fiera che fa di Brescia la patria indiscussa dell'arma sportiva italiana.
Oggi è un giorno di festa per tutti gli appassionati del settore...”
Le maschere si muovono lentissimamente verso il nastro camminando in riga;
al di là del nastro di fronte a loro vengono proposti in sequenza
4 "quadri viventi" (stile "statue" del teatro dell'oppresso)
di finti partecipanti all'inaugurazione: la famiglia di sportivi, il poliziotto,
il commerciante d'armi, il sindaco.
I° quadro:
“Vediamo infatti avvicinarsi l'allegra famiglia sportiva, il Sig.
Rossi valido e rispettabile cacciatore delle valli, con sua moglie e suo
figlio si appresta a visitare gli stand dei migliori espositori da tutto
il mondo... ma ecco che STOP! La Famiglia Rossi viene assalita da un dubbio
inquietante“.
Allo "stop!" dello speaker le maschere si congelano in una statua
di gruppo ..... voce fuori campo:
“E se gli espositori non si occupassero solo di armi sportive e
da collezione? (…) Forse la famiglia Rossi non sa che ... secondo
i dati di Amnesty International le armi leggere ogni anno uccidono 150.000
persone, fra uomini donne e bambini... forse la famiglia Rossi non sa
che spesso queste armi ad uso civile finiscono nelle mani sbagliate, non
sa che l'Italia è il terzo esportatore mondiale di armi di piccolo
calibro, e che fra i destinatari si trovano stati coinvolti in conflitti
armati come India, Pakistan, Eritrea, Etiopia, Uganda, Sierra Leone, Congo,
o paesi che sono teatri di violazioni dei diritti umani come Turchia,
Arabia Saudita, Cina e Indonesia. Forse non lo sa... oppure lo sa?!”
Lo schema si ripete una seconda e una terza volta:
2° quadro:
“Ma vediamo chi altro c'è. Ah sì c'è anche
il Sig. Bianchi, valente poliziotto in borghese, (…) Saranno tutti
onesti servitori dell'ordine pubblico coloro che poi imbracceranno questi
ultimi ritrovati della tecnologia?” Forse il sig. Bianchi non sa
che(…) sono di fatto utilizzati in molti conflitti sia in regimi
autoritari che in regimi democratici, con un incidenza tale di vittime
da spingere il segretario delle Nazioni Unite, Kofhi Annan, a definirle
a tutti gli effetti " ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA " Forse il
sig . bianchi non lo sa...oppure lo sa?!”
3° quadro:
“Brambilla, onesto instancabile lavoratore, espositore orgoglioso
della qualità delle sue lavorazioni (…) un senso di inspiegabile
malessere (…) col nuovo disegno di legge 1927 non verrà esercitato
alcun controllo governativo sui trasferimenti di armi ad uso civile ,
né monitorato l'utilizzo di questo materiale una volta che ha lasciato
l'Italia. Non ci sarà alcuna garanzia che i destinatari di quest
e armi non le riesportino o le usino per scopi "non civili":
ma non dovevamo mica combattere il terrorismo?. ...per questo da un po'
di tempo il Sig. Brambilla ha iniziato a soffrire d'insonnia...
4° quadro: la voce fuori campo presenta il sindaco che taglia il
nastro...
Comunque i nostri amici che ci possono fare, è gente normale, è
sabato, c'è una bella fiera che sta per cominciare... ed ecco la
deliziosa maestra di cerimonia, che si appresta al taglio del nastro!
Cinque, quattro, tre, due ,uno, VIA!”
Parte la sirena e le maschere bianche crollano a terra restando immobili.
Finale. Le statue si scongelano e dopo essersi calate una maschera da
soldato sulla faccia, attraversano l'area dove c'era il nastro per entrare
alla mostra, camminando indifferenti tra le vittime. Il buon poliziotto
ripassa le sagome di vittime con una vernice bianca ad acqua che l’amministrazione
potrà cancellare ma che rimarranno nelle coscienze di tutti.
Per informarsi
GAN Milano:
; www.mademake.it/gdaforg8
BSF: www.bresciasocialforum.org/disarmiamoexa
EXA: (www.exa.it) (notare il logo)
(1° Parte. Continua)
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Dietro a quelle bandiere c’è il movimento arcobaleno
Torno in Italia agli inizi di marzo, e insieme alla primavera scopro
le bandiere del movimento per la pace sventolare da tanti balconi. A Firenze,
Roma, Milano il volto delle nostre città è cambiato. C’è
una tensione nuova, che non ricordo di avere mai vissuto, neppure nei
tempi lontani in cui ci si mobilitava contro l’installazione dei
missili nucleari a Comiso. Allora i nonviolenti erano pochi, e la massa
dei manifestanti scendeva in piazza su invito dei grandi partiti. Oggi
la nonviolenza è diventata una componente decisiva di un movimento
maturo e che cresce dal basso.
Invece la politica ufficiale latita (il Governo), oppure è indecisa
e ha paura di schierarsi in maniera netta, “senza se e senza ma”,
contro la guerra annunciata (buona parte dell’opposizione).
Due immagini mi vengono in mente in questo momento. La prima è
di “battere il ferro finché è caldo”: i nonviolenti,
e chi intende costruire una nuova politica di pace, devono lavorare a
breve scadenza per far crescere la consapevolezza che la pace non è
solo un pio desiderio di anime belle, ma anche il frutto di concrete scelte
politiche. E’ il tempo di far sentire alla società civile
e a chi ci governa che occorrono scelte precise. Durante la prima guerra
del Golfo, dodici anni fa, Alex Langer invitava a cambiare la vita per
fermare la guerra. Le sue parole rimangono attuali – e il mese scorso
abbiamo provato a renderle concrete nella situazione di oggi.
Lavorare per l’attivazione della società civile per un lavoro
di pace è indispensabile, ma non basta. Ora bisogna ricondurre
alla propria responsabilità anche i vertici politici. Governo e
opposizioni devono dirci se e in quale misura vogliono impegnarsi per
una nuova politica di pace; per il rispetto dell’articolo 11 della
nostra Costituzione; per il sostegno alla prevenzione della violenza,
alla soluzione negoziata dei conflitti internazionali; per il rilancio
delle organizzazioni internazionali, in particolare per rispondere alle
minacce delle armi di distruzione di massa e al terrorismo internazionale;
per l’istituzione dei Corpi civili di pace e il sostegno a tutti
gli strumenti civili di risoluzione dei conflitti internazionali; per
la messa in pratica di forme di difesa nonviolenta, come previsto dalla
legge sul servizio civile del 1998.
Oggi la società politica è forse più ricettiva a
idee nuove, e noi dobbiamo articolare il nostro programma costruttivo
con chiarezza. Tra un anno, quando l’onda di piena di questo movimento
si sarà affievolita, non sarà più così. E
a qualche politico potrebbe venire di nuovo in mente di chiedere –
senza assumersi impegni – il sostegno di chi lavora per la pace.
Non dimentichiamo la lettera aperta ai marciatori della Perugia-Assisi
dei “leaders” del centrosinistra, nell’autunno del 2001!
La seconda immagine che vorrei proporre ai lettori riguarda il mare di
bandiere che sventolano da tanti balconi in tutta Italia. Mi sono chiesto,
come forse molti, dietro quante di queste bandiere ci sia un impegno reale
e duraturo per la pace. Ho già sentito qualche voce lamentarsi
di questa che corre il rischio di diventare una nuova moda.
Ma forse siamo fuori strada. A me piace pensare che ognuna di quelle bandiere
sia un seme, una promessa di un percorso che forse ancora non è
stato compiuto, ma che si preannuncia nel futuro prossimo. Non sottovalutiamo
il coraggio che per tante persone è necessario a esporre pubblicamente
la propria opinione su questo tema. Allora è anche qui compito
dei movimenti per la nonviolenza e la pace incoraggiare nuovi passi su
questo cammino, attivare le persone che prima non si sarebbero mai sognate
di interessarsi ai problemi della guerra, all’obiezione di coscienza,
agli strumenti della pace, alle patologie dello sviluppo che sono alla
radice di tanti conflitti. E che dire degli annunci nelle parrocchie dove
i fedeli si riuniscono per recitare il rosario per la pace? Non potrebbero
i nonviolenti trovare forme di dialogo anche con chi esprime una sensibilità
così diversa?
La gioiosa esplosione del “movimento arcobaleno” ci impegna
a fare di più e meglio per attivare un dialogo con tutta la società.
La sfida che abbiamo di fronte è trovare un equilibrio tra questo
lavoro di attivazione nel costruire la pace e il rispetto per le diverse
sensibilità accomunate oggi dal ripudio della guerra e della violenza
terrorista.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Le canzoni per la pace contro le armi della guerra
L’attacco all’Iraq, nonostante tutto, è cominciato.
I “balconi di pace” con le bandiere arcobaleno hanno continuato
a moltiplicarsi in tutta Italia. Mtv Italia, nel primo giorno di guerra,
ha stravolto il palinsesto e cancellata la pubblicità per dare
spazio ai messaggi dei ragazzi contro l’attacco all’Iraq e
ai video-clip più in sintonia, come “Untitled” dei
Sigur Ros , “Boom!”dei System of a down, “Everybody
hurts” dei Rem, “The Grave” di George Michael e “Out
of time” di John Hardwick. Fra il 21 e 23 marzo si sono tenuti oltre
50 eventi musicali in 16 Paesi, coinvolgendo 500 musicisti e gruppi di
base coordinati dal Global Music Festival for Peace and Charity, che ha
fra i sostenitori Phil Collins. Alle manifestazioni di Roma del 22 marzo,“Parole
e musica per la pace” hanno avuto una notevole rilevanza, con interventi
illustri sui due palchi (De Gregori, Ruggeri e Mirò, De Sio, Mannoia
da una parte e Modena City Ramblers, Gang, Bandabardò dall’atra)
e sorprese come “Il disertore” cantata da Massimo Di Cataldo...
Nelle settimane precedenti le risonanze musical-pacifiste non si sono
contate. Al Festival di San Remo, per esempio, nonostante tentativi di
censura del direttore Rai, il messaggio pacifista e addirittura nonviolento
ha trovato notevoli spazi! Si è partiti con le bandiere messe su
due poltroncine del teatro (biglietti acquistati da Agnoletto e don Vitaliano).
Fra gli ospiti Peter Gabriel, prima di cantare ha detto “No war”,
rincarando la dose nelle interviste di rito:“la guerra è
sempre una risposta barbara adoperata per risolvere una questione già
difficile in partenza” e Tara Gandhi, nipote del Mahatma che, dopo
aver presentato alla cittadinanza sanremese il pensiero e la filosofia
del nonno con proiezione di filmati, sul palco del festival ha detto:
“sono qui con voi per urlare pace a tutti e penso che da questa
città dei fiori e della musica partirà un messaggio al mondo
intero”. Fra i cantanti c’è chi si è esibito
indossando magliette o bandiere della pace, molti dei partecipanti hanno
aderito al digiuno indetto dal Papa e Pippo Baudo ha colto numerose occasioni
per lanciare battute a favore della pace. Considerando la gara, un bel
quarto posto è stato raggiunto da Ruggeri e Mirò con la
canzone “Nessuno tocchi Caino”.
Non solo dentro ma anche fuori: a cento metri dal teatro Ariston era allestita
durante gli ultimi tre giorni del festival una tenda della pace, con proiezione
di filmati e performance musicali che, la sera della finale hanno visto
presenti gli Inti Illimani. Quest’ultima iniziativa era collegata
a “Salaam Baghdad-Artisti contro la guerra”, aggregazione
nata dopo “Il cielo sopra Baghdad” (ne abbiamo parlato nel
numero di dicembre) che ha dato vita a una serie di appuntamenti basati
sulla presentazione del film (“Sotto il cielo di Baghdad”),
delle mostre fotografiche e del cd coi concerti realizzati in novembre
in Iraq e a una serie di concerti a Orvieto, Bologna, Roma, Ancona e Asti
con M. Bubola, A. Parodi (ex-Tazenda), P. Capodacqua, G. Kuzminac, P.
Pollina, C. Lolli, M. Gazzè e molti altri.
In precedenza, “Parole e musiche contro la guerra” è
stato un notevole appuntamento il 10 febbraio a Milano, in preparazione
alla memorabile manifestazione che si è poi tenuta a Roma. Ne hanno
fatto parte fra gli altri: V. Capossela, M. Ovadia, Jovanotti, Paolo Rossi,
D. Fo e F. Rame.
A livello internazionale l’opposizione alla guerra ha ricompattato
i musicisti. Oltre a singole iniziative come quella di Madonna che ha
prodotto un video contro la guerra, vanno segnalati i “Musicisti
Uniti per Vincere Senza la guerra” che si sono presentati con una
intera pagina a pagamento sul New York Times. Fra i promotori: Brian Eno,
i Rem, Lou Reed, Caetano Veloso, Sheryl Crow, Suzanne Vega, Natalie Imbruglia.
Da questa mobilitazione è nato il doppio cd “Peace, not war
coalition” che contiene alcuni dei nuovi inni pacifisti: “The
bell” di Stephan Smith, “The price of oil” di Billy
Bragg, “Self evident” di Ani Di Franco. Le parole di John
Lennon sono state ancora una volta occasione per numerose azioni nonviolente
per la pace. Due esempi su tutti: in Italia il 22 febbraio migliaia di
persone, cantanti, radio, scuole di musica, associazioni, circoli e scuole,
alle ore 17 (“La pace all’ora del TU”) in tutto il Trentino
hanno cantato, suonato, trasmesso, ascoltato “Imagine”, su
proposta del Centro Musica e del Comune di Trento; negli Usa la scritta
“Give peace a chance” è comparsa su magliette che,
degne delle azioni dei GAN anni sessanta di Pinniana memoria, si sono
improvvisamente moltiplicate fra i clienti di un centro commerciale di
New York nonostante espressi divieti e l’arresto della prima persona
che l’aveva indossata pubblicamente.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Educare i cittadini alla pace per trasformare i conflitti futuri
La dimensione educativa ci chiede un più avanzato livello di riflessione
e di impegno a costruire adeguati percorsi di pace. Tre mi sembrano le
direzioni di maggiore interesse.
Educare alla cittadinanza attiva. Sono state già fatte diverse
osservazioni sulla parola d’ordine della “disobbedienza”,
usata in diverse azioni di opposizione alla guerra, discusse e diversamente
valutate. Credo non sia superfluo ribadire che:
a) occorre distinguere tra “illegalità” e “violenza”
(non necessariamente un’azione contro la legge è un’azione
violenta); se si assume il concetto di “legge” nella sua accezione
più alta, cioè come “la forza del debole”, come
scriveva don Dilani, è evidente che educare alla cittadinanza significa
educare alla legalità. Tuttavia, “non posso dire ai miei
ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla.
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi da
osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole).
Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano
il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”
(dall’autodifesa di don Lorenzo Milani, pubblicata in “L’obbedienza
non è più una virtù, Movimento Nonviolento, Perugia,
1991, pag.13) Si può lottare in tanti modi per cambiare un legge
ingiusta, anche con l’obiezione di coscienza, con la non collaborazione,
con la disobbedienza civile, pagandone le conseguenze ( “chi paga
di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama
la legge più degli altri”, scrive ancora don Milani sulla
scia di Gandhi). E’ il nocciolo della teoria nonviolenta del potere
e della strategia di lotta satyagraha, che comportano precise indicazioni
di comportamento per