- Prendere l’uscita di sicurezza prima
che sia troppo tardi
di Mao Valpiana
- In tre milioni, senza se e senza ma, per la pace, contro
la guerra, semplicemente
- Televisione con l’elmetto e giornalisti obiettori
di Beppe Muraro
- Noi cittadini israeliani e palestinesi, ci opponiamo alla
guerra contro l’iraq
di Elena Buccoliero
- L’obiezione di coscienza al servizio militare in israele:
un diritto umano non riconosciuto
di Elena Buccoliero
- Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune:
“giustizia”
di Graziano Zoni
- Giustizia, diritto e nonviolenza amare la legge, per migliorarla
di Daniele Lugli
- Difendere l’articolo 11, ripudiare la guerra
- L’azione
- Lilliput
- Economia
- Alternative
- Musica
- Cinema
- Educazione
- Storia
- Libri
- Lettere
Prendere l'uscita di sicurezza,
prima che sia troppo tardi
Di Mao Valpiana
Caro Saddam,
non dar retta al Premier italiano Berlusconi: noi pacifisti non siamo
tuoi amici e tanto meno facciamo il tuo tragico gioco. Anzi, abbiamo sempre
lottato contro la tua feroce dittatura, anche quando i paesi occidentali
guardavano con benevolenza al regime irakeno, perchè contrapposto
all'Iran di Komeini, e ti vendevano armi e assistenza militare. Abbiamo
sempre condiviso le rivendicazioni di autonomia del popolo kurdo, che
tu hai sterminato. Sosteniamo i partiti democratici irakeni in esilio
e condanniamo i metodi sanguinari con i quali tieni nel terrore il tuo
popolo, continuamente umiliato e costretto a fingere di benvolerti.
La tua politica è quanto di più lontano c'è dai nostri
ideali di pace e giustizia.
Se ci opponiamo alla guerra che Bush vuole muoverti non lo facciamo certo
per difendere il tuo regime, ma solo per evitare al popolo che opprimi
altra violenza che si aggiungerebbe a quella che già subisce; ed
inoltre sappiamo che una nuova guerra ti renderebbe ancora più
forte, come è già accaduto nel 1991.
Chi vuole la guerra lo fa solo per interessi economici; ai signori del
petrolio importa ben poco il destino del popolo irakeno. Il tuo regime
doveva essere abbattuto anni fa con la forza della democrazia; bisognava
fare un vero embargo delle armi e lasciar passare solo cibo e medicinali;
invece per dieci anni è stato fatto il contrario.
Chi è armato fino ai denti non può imporre ad altri di disarmare.
Per questo L'America, e la Russia e la Cina, non hanno alcuna autorevolezza
ai nostri occhi.
La Russia, per essere credibile quando si oppone alla guerra in Iraq,
dovrebbe avviare da subito un vero processo di pace in Cecenia e riconoscere
di aver commesso un genocidio.
La Cina, per dare credibilità al suo veto alla guerra di Bush,
dovrebbe iniziare a ritirarsi dal Tibet e chiedere scusa al mondo intero
per l'infamia di quell'invasione.
Gli Stati Uniti, quando chiedono che l'Iraq abbandoni le armi di sterminio
di massa, dovrebbero contemporaneamente rinunciare al proprio armamento
atomico, chimico e batteriologico.
Sappiamo ben vedere la differenza fra una democrazia e un totalitarismo.
E non abbiamo dubbi da quale parte schierarci. Per quanto imperfetta e
calpestata, la democrazia in cui viviamo è un dono prezioso, mentre
il tuo regime dittatoriale è una tragedia storica. Ma la guerra
non ha aggettivi, non è né democratica, né giusta,
né preventiva, né fascista, né comunista. E' guerra
e basta. Le tue bombe non sono diverse da quelle di Bush.
Noi sappiamo che la violenza non si spazza via con altra violenza. Sappiamo
che non si può sconfiggere il terrorismo con altro terrorismo.
Noi siamo contro la guerra, fatta da chiunque, per qualsiasi motivo, con
qualsiasi arma. La guerra è il più grande crimine contro
l'umanità. La guerra è il peggiore dei mali che vuole combattere.
La nonviolenza è la vera alternativa alla guerra. Non l'utopia
di un mondo senza conflitti, ma il realismo di una proposta per risolverli.
La strategia della nonviolenza è quella del disarmo unilaterale.
La storia, anche recente, ha dimostrato che gesti concreti di disarmo
unilaterale ottengono risultati decisivi.
Di fronte all'installazione nei paesi della Nato dei missili nucleari
Cruise, la risposta di Gorbaciov fu il ritiro dei missili nucleari SS
20 dai paesi del Patto di Varsavia. Fu un gesto clamoroso, che diede l'avvio
al processo di distensione e contribuì al declino (senza spargimento
di sangue) di tanti regimi dittatoriali e al crollo del Muro di Berlino.
Noi riteniamo che il tuo allontanamento sia assolutamente necessario e
doveroso, ma senza usare i tuoi stessi mezzi omicidi. Già 10 anni
fa Alexander Langer, leader storico dei pacifisti europei, formulò
una seria proposta che andava in questa direzione: "chiedere all'ONU
di promuovere una sorta di "Fondazione S.Elena" (nome dell'isola
in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso
innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la
possibilità di servirsi di un'uscita di sicurezza prima che ricorrano
al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle (Siad Barre, Ceausescu,
Marcos, Fidel Castro, il re del Marocco, Saddam Hussein... potrebbero
o potevano utilmente beneficiarne piuttosto che giocare il tutto per il
tutto); la questione di amnistie e indulti per chi è abbastanza
lontano ed abbastanza vigilato da non poter più fare danni, non
dovrebbe essere insolubile". Quante sofferenze sarebbero state risparmiate
al popolo irakeno se l'Europa avesse fatto propria questa soluzione!
La mostruosa e potente macchina bellica, ben oliata, finanziata, addestrata,
è pronta alla carneficina. Noi faremo l'impossibile per fermarla,
insieme con tante forze popolari, sociali, spirituali e religiose. Non
illuderti, Saddam Hussein, il potere della violenza è fragile,
la forza della nonviolenza è invincibile.
In tre milioni, senza se e senza ma, per la pace,
contro la guerra. Semplicemente.
Riportiamo stralci dal testo dell'intervento unitario conclusivo della
manifestazione contro la guerra svoltasi a Roma il 15 febbraio 2003
C'è chi pensa che solo ai potenti sia dato di scrivere la storia.
Oggi in tutto il mondo stiamo dimostrando il contrario.
In tutto il mondo, oggi, stiamo dimostrando che gli uomini e le donne,
i popoli, i cittadini e le cittadine possono riprendere in mano il proprio
destino e decidere insieme il proprio comune futuro.
Fermiamo la guerra. Milioni di persone, movimenti sociali, organizzazioni
grandi e piccole in tutto il pianeta hanno risposto all'appello promosso
dal Forum Sociale Europeo e rilanciato nel Forum Sociale Mondiale.
Dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Russia all'Islanda, da Manila al
Cairo abbiamo marciato insieme. Insieme, palestinesi a Ramallah e israeliani
a Tel Aviv. Gli osservatori di pace di tutto il mondo a Baghdad. Oggi,
siamo parte della più grande manifestazione mondiale della storia
dell'umanità. Per dire no alla guerra all'Iraq. No, senza se e
senza ma.
Non siamo qui a fare testimonianza. Siamo qui perchè questa guerra
vogliamo fermarla. E possiamo fermarla.
Sappiamo bene che il governo degli Stati Uniti vuole questa guerra. Sappiamo
che Bush e i suoi alleati sono disposti a fare la guerra anche contro
la volontà della maggioranza dei popoli del pianeta. Ma sappiamo
anche che l'opinione pubblica ha un peso. Che i presidenti devono essere
eletti. Che i governi hanno bisogno di voti. Lo sanno anche loro.
Abbiamo un potere immenso, nelle nostre mani, se siamo capaci di presentarci
uniti. Se siamo capaci di convincere gli indecisi. Se non ci rassegniamo.
Se non torniamo a casa. Se non ci diamo per vinti. Se nei prossimi giorni
continueremo ad estendere la resistenza popolare e permanente alla guerra.
Fermiamo la guerra.
*
Siamo tanti e diversi. Veniamo da storie, culture, pratiche e percorsi
diversi e differenti. Oggi hanno marciato insieme i movimenti che si battono
contro la globalizzazione neoliberista, i movimenti per la pace, i movimenti
per la democrazia, partiti politici, l'associazionismo sociale, sindacati
confederali e di base, associazionismo religioso, i social forum, le strutture
dell'autorganizzazione, le aree antagoniste e della disobbedienza, le
ong, intellettuali, operatori della comunicazione, le organizzazioni degli
studenti, delle donne, dei migranti, e migliaia di cittadini e di cittadine.
Siamo orgogliosi di tanta diversità. È la nostra forza,
perchè la nostra convergenza è costruita sulla chiarezza.
Senza ambiguità, senza opportunismi, siamo tutti schierati contro
questa guerra, in ogni caso, qualsiasi istituzione la promuova o la autorizzi.
Siamo qui, a dispetto delle scelte della dirigenza della Rai, il servizio
pubblico pagato da tutti i cittadini, che ha deciso di oscurare questa
grande manifestazione rifiutandosi di dare la diretta televisiva.
*
Siamo qui per difendere l'articolo 11 della nostra Costituzione "L'Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".
Non erano sognatori, quelli che scrissero la Costituzione. Avevano visto
gli orrori del nazifascismo, erano stati protagonisti della Resistenza,
avevano visto le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Non si illudevano
di poter vivere in un mondo senza conflitti. Di fronte ai conflitti, hanno
fatto una scelta: non usare la guerra, usare la politica. A questa scelta
di civiltà, noi ci sentiamo vincolati.
Siamo qui per difendere il diritto internazionale. E il diritto internazionale
dice che nessuno può farsi giustizia da sè. La giusta risposta
al terrorismo non può essere la vendetta, nè tantomeno la
guerra preventiva. Non può essere la risposta di Bush dopo le Twin
Towers, e neppure quella di Sharon. La guerra preventiva è la morte
del diritto internazionale. La guerra preventiva è l'affermazione
del dominio del più forte. Il governo degli Stati Uniti ha esplicitato
fino in fondo il suo progetto di egemonia mondiale, senza regole e senza
vincoli, nel documento sulla sicurezza nazionale nel quale si arroga il
potere di muovere guerra "a chiunque costituisca una minaccia per
i propri interessi nazionali". A vivere in un futuro di barbarie,
noi ci rifiutiamo.
Siamo qui perchè siamo convinti che la guerra non sconfigge il
terrorismo.
Il terrorismo non ha mai ragione, neanche quando si nasconde dietro le
ragioni dell'ingiustizia sociale. Il terrorismo uccide la partecipazione,
che è la forza dei movimenti sociali. A delegare la lotta per il
cambiamento, non ci rassegneremo mai. Siamo qui per difendere la giustizia.
Uno degli obiettivi della guerra è il controllo del petrolio che
alimenta le economie occidentali. Non è benessere quello che si
crea a costo della vita di milioni di persone in tutto il mondo.
Il mondo è pieno di armi nucleari, batteriologiche, chimiche, di
distruzione di massa. Le spese militari aumentano in tutti i paesi del
mondo, e alimentano il commercio illegale e criminale. Lo stato più
armato del pianeta vuole fare la guerra all'Iraq in nome del disarmo.
Gli Usa hanno speso quest'anno 500 miliardi di dollari per le armi. Ne
basterebbero 13 per salvare dalla morte per fame milioni di persone. A
un mondo cosi' tremendamente ingiusto, noi ci opponiamo.
*
Siamo qui anche contro la guerra economica, sociale e culturale che affligge
il pianeta, contro la globalizzazione neoliberista che produce ogni giorno
più disoccupazione, precarietà, miseria e ingiustizia sociale.
Siamo qui per difendere la pace. La guerra sarà vista, nei tanti
sud del mondo, come un'altra prova dell'arroganza e della politica di
potenza dell'occidente. Aumenterà la spirale dell'insicurezza e
della repressione, dell'odio etnico e religioso. Produrrà altra
violenza, altra guerra. A questo circolo vizioso, noi ci impegniamo a
resistere.
Siamo qui per difendere la democrazia e i diritti umani. Ci battiamo perchè
democrazia e diritti umani siano affermati in tutto il mondo contro ogni
dittatura e tirannia. Anche in Iraq. Ma la democrazia non si può
affermare con l'arbitrio. Il popolo iracheno ha sofferto abbastanza.
Il regime di Saddam è stato sostenuto e armato per anni dagli Stati
Uniti. Dodici anni di embargo hanno fatto il resto. All'orrore di tremila
bombe lanciate su un popolo stremato, noi ci rivoltiamo. Cosi' come ci
rivoltiamo all'uso delle bombe atomiche già minacciato nei piani
del Pentagono, e siamo particolarmente allarmati per la presenza di ordigni
nucleari tattici ad alta penetrazione nelle basi militari in Italia.
Siamo qui perchè la Carta dell'Onu esclude e condanna la guerra
come flagello dell'umanità. Nessun Consiglio di Sicurezza può
legittimare questa guerra. La Carta delle Nazioni Unite non lo permette.
Autorizzare la guerra vuol dire uccidere definitivamente l'Onu, già
da anni debole, succube dei poteri forti, tollerante di troppe ingiustizie
in tutto il mondo. Basta con le complicità, basta con le doppie
misure, basta con la sudditanza agli Stati Uniti. All'ipocrisia della
comunità internazionale,
noi ci ribelliamo.
*
Siamo qui, infine e soprattutto, per difendere il diritto alla vita dei
nostri fratelli e sorelle irachene minacciate di morte dopo dodici anni
di stenti. Vogliamo ricordarci sempre, e vogliamo ricordare a tutti, che
saranno loro a pagare il prezzo più alto. La guerra la decidono
i potenti, ma sono i deboli che la fanno e la subiscono.
Noi la guerra la vediamo dall'alto, con le immagini dei traccianti e la
scia dei missili. Loro la vedono dal basso, ed è tutta un'altra
cosa. Un razzismo strisciante, per il quale le vite non sono tutte uguali,
impedisce di vedere la guerra con i loro occhi, di pensare ai loro volti
e ai loro sorrisi quando parliamo di guerra.
A loro, e alle vittime mai viste di tutte le guerre dichiarate e non dichiarate,
vi chiediamo di dedicare ora un minuto di silenzio.
*
Siamo cittadini e cittadine d'Europa. Una Europa che ancora può
fermare questa guerra.
Facciamo appello perchè partiti e parlamentari si impegnino a votare
contro la guerra, anche in caso di autorizzazione delle Nazioni Unite,
e contro l'utilizzo delle basi militari, contro il sorvolo degli spazi
aerei nazionali e contro qualsiasi supporto logistico diretto o indiretto
alla guerra.
Facciamo appello perchè le porte del negoziato siano tenute caparbiamente
aperte, per arrivare a una soluzione politica e non militare della crisi.
In molti paesi europei, come in Italia, la grandissima maggioranza della
popolazione è contro la guerra. Chiediamo che i Parlamenti rispettino
questo orientamento e lo traducano in scelte coerenti.
Chiediamo un vincolo di coerenza in particolare alle forze politiche che
hanno aderito a questa manifestazione. Ognuno si assuma le proprie responsabilità,
nella libertà che a ciascuno compete. Ciascuno risponderà
delle proprie azioni di fronte ai cittadini e alle cittadine di questo
paese. Il tempo del politicismo è finito. È tempo di chiarezza.
Votate contro questa guerra. Fate vincere in Parlamento le ragioni della
pace e della democrazia che nel paese hanno già vinto. Assumete
la responsabilità di rappresentare la volontà della maggioranza
dei cittadini italiani. Restituite al nostro paese un ruolo positivo e
una dignità.
*
A noi, movimenti sociali, associazioni, partiti politici, organizzazioni
sindacali, esperienze religiose, strutture autorganizzate, società
civile organizzata e diffusa, cittadini e cittadine che abbiamo condiviso
la piattaforma di questa manifestazione, da qui rilanciamo un appello
e un impegno comune. Mettiamo in campo tutte le nostre energie, le nostre
forze, le nostre intelligenze e i nostri corpi, le nostre relazioni, la
nostra fantasia e la nostra determinazione per fermare la guerra.
Costruiamo la più grande esperienza di resistenza permanente alla
guerra e alla macchina della guerra che sia mai stata messa in campo,
nel caso
sciagurato che la guerra inizi.
Facciamo appello perchè andiamo avanti insieme, nel rispetto delle
differenze, trovando il massimo possibile di unità e di convergenza,
coordinando laddove possibile le nostre iniziative, comunicando, riconoscendo
le pratiche diverse in un patto di solidarietà.
Ciascuno con i propri strumenti, ciascuno con le proprie forme, ciascuno
con le proprie pratiche, costruiamo una rete gigantesca di iniziative
e di azioni che provino a fermare, a intralciare, a boicottare, a mettere
ostacoli alla guerra.
Facciamo appello perchè prosegua la mobilitazione di massa in ogni
città, in ogni quartiere, in ogni piazza del paese. Prepariamoci
a rispondere all'appello dei pacifisti americani perchè in caso
di attacco tutti scendano in strada. Prepariamoci a rispondere all'appello
europeo per manifestazioni di massa in ogni paese il primo sabato dopo
l'attacco. Facciamo appello agli studenti perchè le scuole e le
università siano ancora una volta al centro della mobilitazione
contro la guerra.
Facciamo appello alle associazioni dei consumatori e dei cittadini consapevoli
perchè promuovano campagne, coinvolgendo il maggior numero di persone
in azioni quotidiane contro la guerra.
Facciamo appello alle organizzazioni sindacali, molte delle quali sono
oggi in piazza qui e in tutto il mondo, affinchè rafforzino ed
estendano la mobilitazione dei lavoratori utilizzando tutti gli strumenti
possibili, inclusi gli scioperi.
Facciamo appello agli operatori dell'informazione affinchè rifiutino
di essere arruolati in una guerra fatta innanzitutto di menzogne. Disobbedite
anche voi agli ordini ingiusti, impedite che le redazioni si trasformino
in caserme.
Facciamo appello perchè aumenti la mobilitazione capillare per
coinvolgere tutti e tutte. Riempiamo le finestre delle nostre città
di bandiere della pace. In ogni casa, in ogni scuola, nei luoghi di lavoro,
nelle sedi istituzionali, tappezziamo l'Italia di bandiere pacifiste.
Facciamo appello affinchè ciascuno trovi il suo modo per non obbedire
all'ordine ingiusto di sostenere la guerra.
Le pratiche della nonviolenza attiva, della testimonianza, del digiuno,
della preghiera, della disobbedienza civile e sociale, della resistenza
e dell'antagonismo sociale hanno grandi radici e tradizioni nel nostro
paese.
Costruiamo una fitta rete di resistenza popolare che sappia essere efficace,
allargare il consenso e la partecipazione attiva per fermare la guerra
in tutti i suoi aspetti.
*
Facciamo appello perchè aumenti la solidarietà concreta
a fianco delle vittime della guerra. A fianco della popolazione civile
irachena, che si prepara alla guerra in mezzo a mille sofferenze. A fianco
del popolo palestinese, del popolo kurdo, del popolo afgano, dei popoli
che soffrono le guerre dimenticate.
Noi non siamo quelli che vendono le armi ai dittatori. Noi siamo quelli
che da anni, nel silenzio colpevole dei governi, siamo a fianco giorno
dopo giorno ai popoli del mondo che patiscono la guerra, la povertà,
l'oppressione.
Rilanciamo tutte le iniziative di solidarietà concreta e di cooperazione
internazionale che la società civile mette in campo. E avvisiamo
sin d'oggi il governo che non parteciperemo ad iniziative umanitarie promosse
da chi butta le bombe. I nostri soldi, li spenderemo bene. Salutiamo da
qui i cooperanti e i volontari impegnati all'estero che oggi hanno fatto
lo sciopero bianco contro la guerra in tutto il mondo.
Facciamo appello perchè si rilanci l'iniziativa politica in Medio
Oriente, per la fine dell'occupazione in Palestina, per due popoli e due
stati, per
Gerusalemme capitale condivisa, per la pace e la democrazia in tutto il
Kurdistan, per la vita e la libertà del presidente Ocalan e di
tutti i leader politici, sociali, sindacali, di minoranze etniche detenuti
e perseguitati. Noi non usiamo due pesi e due misure.
Facciamo appello perchè il sostegno alle forze democratiche dei
popoli che vivono oppressi da regimi e dittature in tutta la regione diventi
priorità politica per tutti, istituzioni e movimenti. Dall'Iraq
all'Arabia Saudita, i diritti umani, civili e politici sono negati per
milioni di persone. C'è bisogno di solidarietà e di impegno
politico quotidiano.
Facciamo appello perchè si rafforzino i movimenti europei e mondiali
che con noi sono impegnati contro la guerra, perchè si realizzi
la massima solidarietà e sostegno al movimento pacifista negli
Stati Uniti che rappresenta una grande speranza di cambiamento per il
proprio paese e per tutto il mondo.
Facciamo appello per una politica di disarmo globale sul piano militare,
economico e sociale, per politiche di riduzione delle spese militari,
per una riconversione dell'economia di guerra verso usi civili.
Facciamo appello perchè l'impegno assunto da tanti movimenti sociali
nel Forum Sociale Europeo di Firenze affinchè l'articolo 1 della
Costituzione Europea contenga il ripudio della guerra come mezzo per la
risoluzione delle controversie internazionali divenga una grande campagna
nazionale ed europea.
Possiamo dare alla storia un altro segno. Un segno di civiltà.
Un mondo senza guerra è possibile. Un mondo di pace, di giustizia,
di diritti è possibile. Un altro mondo è possibile. E oggi
qui lo stiamo costruendo.
Fermiamo la guerra.
Televisione con l’elmetto e giornalisti
obiettori
Di Beppe Muraro *
“Siamo imbavagliati: noi giornalisti del servizio pubblico radiotelevisivo
non potremo raccontare in diretta la manifestazione per la pace che si
terrà a Roma e in altri 54 paesi del Mondo.
La Rai ce lo impedisce.
Le voci e le ragioni di milioni di persone troveranno spazio solo nei
notiziari e su satellite.
Comunque la si pensi sulla eventuale guerra in Iraq, noi siamo dalla parte
dei cittadini che hanno il diritto di essere informati nel modo più
ampio possibile su una crisi internazionale che divide profondamente le
coscienze. Secondo la Direzione Generale della Rai la diretta non si deve
fare perché potrebbe influenzare il dibattito politico. Una giustificazione
che offende le istituzioni della Repubblica, i lavoratori della Rai e
tutti i cittadini”.
Questo è il testo del videocomunicato prodotto dall’Usigrai
(il sindacato dei giornalisti Rai) per protestare contro la mancata diretta
sulla manifestazione di Roma. Mostrava anche decine e decine di giornalisti
Rai - riuniti nel loro congresso nazionale - imbavagliati, a simboleggiare
la censura e il silenzio imposto dai vertici dell’azienda.
Nessuno di voi però l’ha potuto vedere. Anche questo videocomunicato
è stato censurato dal Direttore Generale Agostino Saccà.
Incurante delle proteste dei giornalisti, ma anche quelle dei presidenti
di Camera e Senato oltre che dell’Osservatore Romano e Famiglia
Cristiana, sulla manifestazione di Roma ha continuato a mantenere la linea
del silenzio. Non è stato visto in Italia, ma ha girato per le
tv di mezzo mondo: chiesto e messo in onda senza problemi. Il nostro ‘silenzio’
ha fatto notizia. Inevitabile, allora, che il 15 febbraio i giornalisti
della Rai (e non solo loro) si siano rimessi i bavagli bianchi usati per
il videocomunicato e abbiano sfilato per le vie di Roma dietro ad uno
striscione bianco-blu con la scritta ‘I giornalisti Rai contro il
silenzio’ e con questo siamo saliti sul palco di piazza San Giovanni.
E il tema della guerra e dell’informazione in tempi di guerra è
così entrato prepotentemente non solo nel dibattito del congresso
dei giornalisti Rai, ma anche di tutta la categoria.
Per noi giornalisti non si tratta di fare questa o quella scelta di campo,
ma di poter rendere conto di quanto succede sia sui fronti di guerra che
sui cosiddetti ‘fronti interni’. E vogliamo farlo senza dover
subire censure, riportare veline, seguire le direttive di questo o quel
portavoce. In questi giorni Bruce Springsteen ha detto che con i venti
di guerra i primi a perire in America sono stati i diritti civili e tra
questi il diritto di informare e ad essere informati.
Il no alla diretta Rai della manifestazione del 15 febbraio va proprio
in questa direzione e il no alla censura del silenzio ‘gridato’
dai gironalisti Rai imbavagliati vuole impedire questa deriva.
‘Quanto sta accadendo nel mondo dell’informazione è
figlio diretto del conflitto di interessi del capo del Governo che inevitabilmente
influenza la politica dell’informazione’ ha detto il segretario
della Federazione nazionale della stampa, il sindacato unitario dei giornalisti
italiani, Paolo Serventi Longhi, dopo la manifestazione di Roma.
‘La guerra‘ ha continuato Serventi Longhi ‘è
nemica della libera informazione, di ogni forma di libertà e dei
diritti collettivi ed individuali; la stessa Costituzione all’articolo
11 la ripudia ed afferma la vocazione dei cittadini italiani alla pace’.
Altra iniziativa messa in moto da un gruppo di giornalisti è quella
promossa dall’associazione ‘Articolo 21 liberi di’ (che
fa chiaro riferimento all’articolo 21 della Costituzione, quello
che garantisce a tutti la libertà di parola, di espressione e di
informazione).
Si tratta di un appello al mondo dell’informazione che si può
trovare sul sito ‘articolo21liberidi.org’, insieme a molte
altre informazione contro la censura, contro la guerra e contro la malainformazione).
La guerra (che speriamo di non vedere) non ha bisogno di ‘pensiero
unico’ e di ‘cassette a reti unificate’ ma, al contrario,
è necessario garantire le più ampie circolazioni delle idee,
dei punti di vista, anche i più distanti.
Un impegno che molti di noi hanno già preso, decisi a dire sempre
e comunque no a chi vuole mettere l’elmetto ai giornalisti.
* Giornalista Rai
Noi, cittadini israeliani e palestinesi, ci opponiamo
alla guerra contro l’Iraq
15 febbraio 2003- Manifestazioni a Tel-Aviv e a Ramallah
A cura di Elena Buccoliero
“Noi, israeliani e palestinesi, ci opponiamo alla guerra contro
l’Iraq. Non serve ad affermare la sicurezza o la giustizia, è
piuttosto una guerra di potere, per l’egemonia, il controllo e il
vantaggio. Siamo convinti che la sicurezza e la libertà di tutti
i popoli del Medio Oriente non si raggiungeranno con la guerra, la violenza
e la morte”.
È stata questa la dichiarazione conclusiva che ha unito, nella
piazza di Tel-Aviv, migliaia di pacifisti ebrei ed arabi – secondo
le associazioni, oltre 3.000; secondo un quotidiano israeliano, 1.500…
- scesi in piazza per chiedere la pace, in unione con milioni di persone
in tutte le capitali del mondo.
Tra le organizzazioni presenti ricordiamo: Balad, Gush Shalom, il Comitato
Israeliano contro la Demolizione delle Case, Hadash, Yesh Gvul, Black
Laundry, Mada, la partnership arabo-ebraica Ta’ayush, il Centro
per l’Informazione Alternativa e la Coalizione delle Donne per la
Pace, composta da: Bat Shalom, Machsom Watch, Noga-Feminist Journal, Nalad,
Donne in Nero, New Profile, Tandi, WILP e Fifth Mother.
Una manifestazione simile si è svolta a Ramallah, in Palestina.
La chiusura militare ha impedito ai due gruppi di incontrarsi, unico spiraglio
un collegamento telefonico con Haidar Abdel Shafi, statista palestinese
anziano e rispettato, che ha espresso parole di solidarietà e di
fiducia sorprendentemente forti, in arabo e in inglese, a sottolineare
la comune volontà di pace. Una volontà che è condivisa,
in Israele, quasi dalla metà della popolazione, nonostante politici
e militari facciano fronte unito in appoggio a Bush e rassicurino la gene
sul fatto che i missili iracheni non arriveranno nel paese.
Secondo tre recenti sondaggi di opinione infatti (pubblicati su Ha'aretz
e Israel Broadcasting Company il 13 febbraio, su Ma'ariv il 14 febbraio)
circa il 42-47% degli israeliani preferisce una soluzione diplomatica
e sostiene la posizione franco-tedesca; un caso davvero singolare in un
paese in cui tutti, il sistema politico e l’opinione pubblica, tendono
a seguire gli Stati Uniti su tutte le problematiche di politica internazionale,
e probabilmente l’anomalia è dovuta alla paura, visibilmente
crescente a mano a mano che lo scoppio della guerra sembra farsi più
vicino.
Molte ragioni per chiedere la pace
In Israele le ragioni per difendere la pace sono molto sentite e riguardano
sia la salvaguardia del popolo iracheno, sia il timore di un ulteriore
inasprimento del conflitto mediorientale.
“Se ci sarà un attacco americano contro l’Iraq, tutti
i popoli del Medio Oriente, inclusi noi, israeliani e palestinesi, ne
pagheranno il prezzo: morte, distruzione ed altre guerre”, si legge
infatti nella piattaforma di indizione della manifestazione.
Proprio per questo il comunicato diffuso dall’associazione nonviolenta
israeliana Gush Shalom immediatamente prima della manifestazione inizia
con un grazie alla Francia e alla Germania:
“Merci M. Chirac!, Danke Herr Schroeder!, per i vostri sforzi coraggiosi.
La nostra opposizione a questa guerra non è una difesa di Saddam
Hussein – è una auto-difesa. Oltre al pericolo immediato
per gli abitanti di Israele, questa guerra potrebbe trascinare tutti i
popoli della regione nel sangue e nel caos. Sharon, i suoi sostenitori
e i suoi ufficiali aspettano questa guerra, perché credono che
offrirà loro l’opportunità per avverare i loro piani:
l’espulsione di massa dei palestinesi e la distruzione della loro
leadership. Una tale possibilità sarebbe un errore fatale non solo
per la pace, ma per il futuro stesso di Israele”.
Verso la globalizzazione della pace
All’indomani della manifestazione Adam Keller, portavoce di Gush
Shalom, ha raccontato e commentato in via telematica la manifestazione
dando grande risalto alla dimensione globale del movimento per la pace:
“Il contesto era familiare. Eppure, questa volta c’era qualcosa
di nuovo e di diverso: mai prima d’ora i pacifisti israeliani si
sono trovati ad essere parte integrante di un movimento mondiale di protesta;
mai prima d’ora i nostri problemi, in questo miserabile angolo del
mondo, sono stati tanto connessi con l’angoscia, il senso di allarme
e la paura di tante persone in tanti paesi del mondo. E i dimostranti
abituati a mandare Sharon al Tribunale dell’Aja per crimini di guerra
questa notte hanno consegnato Bush alla stessa corte”.
Lo slogan della manifestazione era “Israeliani e palestinesi si
oppongono alla guerra”, proprio per sottolineare l’unione
tra i due popoli sul tema della pace. E “non era soltanto uno slogan”,
rassicura Adam Keller, “la questione è davvero molto sentita,
anche per l’ansia di quello che potrebbe succedere in questo paese
se nei mesi a venire Bush lanciasse davvero il suo attacco. Ogni giorno
i giornali sono pieni di foschi annunci di missili iracheni che atterrano
in Israele a dispetto di ogni rassicurazione ufficiale, e si prospetta
una nuova ondata di attentati kamikaze più terribili che mai, che
inizierebbero in contemporanea con gli attacchi su Baghdad. Un timore
condiviso dai manifestanti di questa sera, era che in tali circostante
Sharon troverebbe un pretesto e una opportunità per portare avanti
il suo vero piano mortale: l’espulsione di massa dei palestinesi
e la distruzione della loro leadership”.
Tante voci contro la guerra
Il Jerusalem Post sulla sua edizione telematica racconta un altro volto
della stessa manifestazione, dà conto delle frange estremiste filo-Saddam.
“Si sono sentiti slogan anti-americani e anti-israeliani”,
riferisce il giornale israeliano, “e alcuni canti che sarebbe azzardato
definire pacifisti. "Bush, Powell e Sharon, terroristi al potere"
era uno degli slogan. Alcuni striscioni invitavano gli ispettori delle
Nazioni Unite a indagare sulle armi di distruzione di massa israeliane,
mentre altri si concentravano sul conflitto tra Israele e Palestina con
cartelli come: Sharon è più pericoloso di Saddam".
Consapevole di tante contraddizioni, la scrittrice femminista Rela Mazali,
rappresentante della Coalizione delle Donne per una Pace Giusta, è
intervenuta con una “Lettera aperta a un amico che non è
venuto qui questa sera”, un testo indirizzato ai molti israeliani
che non condividono la guerra imminente ma ciò nonostante non hanno
partecipato alla manifestazione ritenendola “troppo radicale”
o “troppo araba”.
C’è stata molta commozione quando un rappresentante di Yesh
Gvul, Dan Tamir, capitano riservista che ha rifiutato il servizio nei
territori occupati, ha letto la lettera di un giovane refusenik detenuto
nella Prigione Militare n. 4, che invitava i giovani americani e inglesi
a seguire il suo esempio.
"Quali piani sono già stati preparati nel più piccolo
dettaglio, aspettando semplicemente che Bush offra un pretesto per adottarli?”,
ha urlato Haim Hanegbi di Gush Shalom. “Quanti alberi sono già
destinati a venire sradicati? Quante case saranno demolite? Quante persone
hanno già ricevuto una sentenza segreta di espulsione o di morte?”.
Azmi Bdeir di Ta'ayush, che conduceva l’incontro, ha concluso: "La
guerra che si abbatterà su di noi non è un disastro naturale.
È voluta dagli uomini. Esseri umani l’hanno pianificata,
esseri umani vogliono portarla avanti. Esseri umani possono anche fermarla.
Noi, insieme a molte altre persone in tutto il mondo".
L’obiezione di coscienza al servizio militare
in Israele: un diritto umano non riconosciuto
A cura di Elena Buccoliero
Nel gennaio 2003 War Resisters’ International ha stilato un rapporto
indirizzato alla Commissione Onu per i Diritti Umani, per chiedere una
pressione internazionale affinché Israele riconosca il diritto
all’obiezione di coscienza, previsto peraltro nelle convenzioni
internazionali di cui lo stesso stato israeliano è firmatario.
Il rapporto è anche una occasione per comprendere chiaramente come
funziona il servizio militare in questo paese e, di seguito, l’obiezione
di coscienza. Ne presentiamo un estratto.
Cosa dice la legge
In Israele la leva obbligatoria è nata insieme allo Stato, nel
1948. L’attuale legge sul servizio militare però è
del 1986. Secondo questa normativa tutti i cittadini israeliani e i residenti
permanenti devono prestare servizio militare; tuttavia, il Ministero della
Difesa, a sua discrezione, ha esentato automaticamente tutte le donne
non ebree e tutti gli uomini palestinesi, con l’eccezione dei drusi.
I palestinesi possono offrirsi come volontari, ma pochissimi lo fanno.
Il servizio militare dura tre anni per gli uomini, 20-21 mesi per le donne.
Prosegue poi come servizio di riserva, un mese all’anno, per gli
uomini fino ai 51 anni (54 per gli ufficiali) e per le donne fino ai 24
anni, un contributo che viene considerato essenziale per la costruzione
dell’identità nazionale e per la difesa del paese. Ciò
nonostante dagli anni Ottanta in avanti le cose stanno cambiando. Spesso
giunti a 35 anni gli uomini non vengono più richiamati perché
considerati non più idonei dal punto di vista fisico, e a 41 o
a 45 anni sono esentati definitivamente.
Le donne non vengono chiamate affatto come riserviste e sono favorite
nell’ottenimento dell’esenzione tanto che solo il 60% delle
ragazze è effettivamente reclutata, anche perché le ragazze
sposate, in cinta o con figli possono richiedere il congedo.
L’esenzione formale è possibile anche agli uomini quando
il servizio leda la sicurezza, la stabilità economica o il sistema
educativo del paese, oppure per ragioni familiari o altri comprovati motivi.
Questa possibilità si applica ai malati, a chi è imputato
di un reato, agli ebrei o drusi che studiano in una scuola religiosa,
a chi non ha ancora ottemperato all’obbligo scolastico, ma NON agli
obiettori di coscienza.
L’obiezione femminile
Il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto parzialmente
alle donne, basandosi sulla tradizione ebraica che non permette alle ragazze
di allontanarsi dall’autorità paterna o di vivere in una
società mista, come potrebbe essere il sistema militare. Difatti
l’obiezione viene concessa solo per ragioni religiose, dopo verifiche
sui comportamenti anche alimentari delle richiedenti e dopo averle sottoposte
a colloqui con un rabbino, uno psichiatra, un ufficiale dell’esercito,
un rappresentante della comunità e una donna soldato.
Quasi tutte le ragazze che lo richiedono ottengono il congedo, ma si tratta
comunque di una esperienza umiliante. Inoltre, nessuna possibilità
è garantita per donne militari che, dopo un periodo di servizio,
chiedano l’esenzione per ragioni di coscienza.
L’obiezione maschile
Tra i ragazzi l’obiezione di coscienza non è contemplata.
Nel 1985 le forze armate hanno costituito un tavolo che affronti i casi
di obiezione, il “Comitato per Garantire l’Esenzione dalla
Difesa dello Stato per Ragioni di Coscienza, composto soltanto da rappresentanti
dell’esercito israeliano. Secondo le associazioni impegnate per
la difesa dei diritti civili, “l’esenzione è ritenuta
una grazia e non un diritto. Non ci sono leggi, forme o procedure chiare
in materia, né criteri di giudizio esplicitati”. Amnesty
ha scritto che il Comitato “non ha legittimità legale”,
dal momento che “una direttiva interna stabilisce la composizione
e le procedure da seguire, ma non c’è diritto di appello”
e “questa direttiva non viene resa pubblica”.
Un giovane richiamato alle armi che dichiari la propria obiezione dovrebbe
venire inviato al Comitato di Coscienza, in realtà questo non succede
sempre, soprattutto non per gli obiettori drusi né per chi opera
un rifiuto selettivo. Quando anche viene consultato, la procedura si conclude
con parere negativo.
In alcuni casi si verificano degli aggiustamenti interni all’esercito
per cui il servizio di alcuni giovani viene posticipato, fino a coincidere
con un periodo in cui la loro unità non presterà servizio
nei Territori Occupati, ma sarà impegnata in compiti di rilevanza
sociale. Questa soluzione non è un diritto ma solo una possibilità
lasciata all’arbitrio dei comandanti.
La condizione di obiettore di coscienza pone frequenti restrizioni per
tutto l’arco della vita. Chi non presta servizio militare viene
guardato con sospetto, e questo vale sia per gli obiettori che per i palestinesi.
L’obiezione si diffonde
Dall’inizio della seconda Intifada il numero di obiettori è
cresciuto lentamente. Nella maggior parte dei casi si tratta di obiettori
selettivi che rifiutano di prestare servizio nei territori palestinesi
ma non rinnegano l’esercito nel suo complesso. Il diffondersi di
questa scelta ha avuto in questi due anni alcune tappe fondamentali.
Il 3 settembre 2001, 62 studenti di scuola media superiore si sono esposti
in una lettera aperta al primo ministro israeliano. All’inizio dell’anno
successivo, la lettera degli ufficiali del gruppo “Courage to Refuse”
ha ricevuto un’attenzione pubblica anche maggiore e ha raccolto
numerosi consensi tanto che, al 29 gennaio 2003, sono 520 i riservisti
che hanno firmato questa dichiarazione.
Nell’aprile 2002 l’esercito israeliano ha annunciato una mobilitazione
di emergenza di 20.000 riservisti, causando un picco nei casi di obiezione,
conclusi tutti con la carcerazione. Da allora i numeri sono ancora alti.
Nel settembre 2002 è uscita una nuova lettera degli studenti, firmata
da oltre 200 giovani, oggi oltre 300, per la maggior parte per ragioni
politiche.
Il numero di obiettori cresce continuamente. Tuttavia, è quasi
impossibile dare cifre esatte. I diversi gruppi di obiettori stimano che
oltre 2000 persone abbiano dichiarato la loro obiezione, dal settembre
2000 ad oggi. Più di 1.100 casi sono documentati con precisione.
Il carcere militare
Secondo la legge israeliana il rifiuto di eseguire un ordine militare
può essere punito con un periodo di detenzione fino a due anni,
la diserzione fino a 5 anni, il rifiuto del servizio fino a 56 giorni,
con sentenza rinnovabile se l’obiettore rifiuta ancora. Chi aiuta
altri a evitare il servizio militare rischia fino a due anni di carcere.
In pratica le sentenze non superano mai un anno di carcere. Gli obiettori
di coscienza vengono accusati di rifiuto di obbedire ad un ordine, assenza
senza ragione, diserzione o rifiuto dell’arruolamento. Se la richiesta
di esenzione non viene accolta, al giovane si impone nuovamente il servizio
militare. Un secondo rifiuto da parte dell’obiettore porta ad una
sanzione disciplinare oppure alla corte marziale.
Normalmente le condanne sono brevi (dai 7 ai 35 giorni), ma ripetute.
L’esperienza mostra però che non esistono regole generali,
ci sono stati casi di obiettori condannati anche a un anno e mezzo di
carcere militare. Il trattamento più duro è quello riservato
ai drusi.
Dall’ottobre 2000 al gennaio 2003 gli obiettori in carcere sono
stati più di 180, e di essi 151 erano obiettori selettivi. Anche
il numero di sentenze consecutive è aumentato. Fino a un anno fa
ci si fermava alla quinta condanna, di recente si sta andando avanti anche
sei, sette volte o più, senza che si intravveda una via d’uscita.
Per tutte queste ragioni WRI chiede alla Commissione ONU per i Diritti
Umani di intervenire affinché Israele riconosca il diritto all’obiezione
di coscienza.
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino
comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 9 aprile 2003
La parola del mese: “Giustizia”
Di Graziano Zoni *
Il 27 gennaio 1985, l’Abbé Pierre venne chiamato a concludere,
in Palazzo Vecchio a Firenze, il seminario che aveva per tema: “Contro
la fame, cambia la vita”.
In quella occasione, l’Abbé Pierre fece alcune osservazioni
che penso possono efficacemente introdurre le considerazioni che vorrei
condividere con gli amici lettori di Azione nonviolenta.
Ecco l’inizio dell’intervento del fondatore di Emmaus: “Quando
ho visto il vostro manifesto: “Contro la fame cambia la vita”,
ho pensato che ciò potesse avere due significati. Uno, imperativo:
Tu, prendi delle iniziative per cambiare la vita. Ma è altresì
evidente, l’ulteriore significato, non più un imperativo,
ma semplicemente uno sguardo realista. Non più, soltanto, che ciascuno
di noi deve cambiare la propria vita, ma: ‘ Apri gli occhi. Anche
senza di te, la vita cambia!’. La differenza è evidente.
La vita cambia, e questo cambiamento avverrà o attraverso le nostre
iniziative, il nostro cambiamento, oppure, senza di noi, a suon di pedate
nel sedere. Questo mondo così com’è non ha futuro.
Non dipende dalle nostre opinioni… è un’evidenza lampante,
per più di una ragione. I politici, in Francia come in Italia ed
ovunque, si arrabattano per presentare agli elettori il proprio programma
e dicono: “Votate per me, se volete uscire dal tunnel di questa
crisi economica che ci tormenta”. Non commettete l’errore
di crederci. Si tratta di un inganno. La verità è che non
c’è uscita da questo tunnel. Ciò che possiamo iniziare
a intravedere è il fondo del tunnel. Questo tunnel nel quale l’umanità
si è trovata impegnata da secoli, avendo come spinta di ogni iniziativa:
Avere di più, avere di più. E’ un cammino che finisce
contro un muro. Non c’è che una sola speranza, quali che
siano le opinioni dei partiti politici. Questa sola speranza è
che sappiamo essere capaci, tutti, di fare qualche passo indietro. Volontario,
per ritrovare la strada aperta. Continuare a inventare stratagemmi, trucchi,
illusioni. per cercare di uscire dallo stallo in cui ci troviamo, è
pura follia.”
Altre voci, in passato ed anche in tempi recenti, si sono levate per
lanciare un richiamo, forte e ripetuto, al rifiuto del consumismo, ma
sono rimaste “voci che gridano nel deserto”.
Gioverà ricordarne alcune: Giovanni Paolo II, ad esempio, già
nella enciclica Sollicitudo Rei Socialis e qualche giorno prima dello
scorso Natale, aveva affermato che “l’accumulo di beni e servizi,
anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità
umana… Una sorta di supersviluppo… consistente nella eccessiva
disponibilità di ogni tipo di beni materiali, rende facilmente
gli uomini schiavi del possesso…”
Il filosofo francese Roger Garaudy, aveva scritto nel suo “Appel
aux vivants” (1979) che “se vivremo i prossimi venti anni
come abbiamo vissuto gli ultimi trenta, prepareremo una bara per i nostri
figli…”
Il Presidente americano Carter, nel suo discorso di investitura, faceva
osservare alla nazione l'insostenibilità della realtà del
mondo: "Noi americani che rappresentiamo il 6% della popolazione
mondiale, possediamo e consumiamo il 30% delle risorse e ricchezze disponibili
sulla terra.... quale legge matematica può rendere possibile al
restante 94% della popolazione la disponibilità della stessa quantità
di beni, di ricchezze, di energie?...." (Sono passati molti anni,
Carter è tornato alle sue noccioline... ha ricevuto pure il Nobel
della Pace, ma se cambiamenti ci sono stati in quelle percentuali, sono
peggiorativi, per l’America come per l’Europa...)
In Italia abbiamo avuto un politico intelligente e lungimirante come
Enrico Berlinguer che in due famosi e provocatori discorsi (purtroppo
immediatamente dimenticati ed archiviati anche dal PCI e successive modifiche
o rifondazioni) del gennaio 1977 all'Eliseo di Roma e del marzo 1979 al
Lirico di Milano, prospettava con forza e convinzione, la sobrietà
e l'austerità come leva di giustizia... "L'austerità
per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui
si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo
convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini
attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca ad
un peggioramento della qualità e della umanità della vita.
Una società più austera può essere una società
più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più
democratica, più umana...." (Documenti de L'Unità -
n.136, 11.6.1989)
Di fronte alla saggezza di questi ripetuti richiami alla giustizia ed
al rispetto dell’ambiente sia per noi che per i nostri figli e nipoti,
dobbiamo constatare la folle miopia, volutamente portata avanti dalla
classe dominante che non curante dell’evidenza dei danni provocati
dal consumismo sfrenato, non perde occasione per incitare a “consumare,
consumare, consumare”, dando così prova di una irresponsabilità
globale davvero diabolica. E, terribile cassa di risonanza, purtroppo
efficace, a questa follia dominante, è la pubblicità, ormai
divenuta l'aria che respiriamo, per effetto della quale il superfluo diventa
conveniente, il conveniente diventa necessario, il necessario si trasforma
in indispensabile.
Ma, sarebbe molto comodo e tranquillizzante attribuire la responsabilità
di questa ingiustizia strutturale ed istituzionalizzata, qual è
il consumismo, ai magici poteri di anonimi persuasori occulti, oppure
ad anonime e funeste società sovranazionali, o ad uno o due colossi
industriali o potenze politiche imperialiste oppure ai “governi
di destra” che oggi reggono, ahimè ciecamente!, le sorti
del mondo… il fatto più assurdo è che tutti ammettiamo
la necessità di fare qualcosa di efficace per cambiare il mondo,
ma nessuno, o almeno molto pochi sono coloro che fanno qualcosa.
Lo strapotere di questi “gestori” senz’anima del futuro
del mondo, è dovuto fondamentalmente alla nostra debolezza, alla
nostra incoerenza, alla nostra scarsa convinzione che, ancora una volta,
il piccolo David può vincere il gigante Golia.
Per creare questa società “consumista”, i cui drammi
ci fanno soffrire, si è cominciato “condizionando”
ed “educando” l’Uomo “consumista” che ne
è il suo elemento base.
Allo stesso modo, e con la stessa capillarità e convinzione, volendo
dare vita ad una società giusta ed equilibrata con possibilità
di sopravvivenza umana per tutti, dovremo cominciare con il costruire
l’Uomo “libero e giusto”.
All’Uomo dei consumi, egocentrico, egoista, più ossessionato
dal possedere che dal condividere, schiavo dei bisogni che egli stesso
si crea, insoddisfatto ed invidioso, e per il quale l’unico principio
morale è quello di accumulare sempre di più, noi dobbiamo
proporre l’Uomo “libero e giusto”, l’Uomo che
non aspira ad avere di più, ma ad essere migliore, a sviluppare
la sua capacità di servizio verso gli altri nella solidarietà,
capace di vivere felice nel “sufficiente” misurato con il
metro sociale dei bisogni e dei diritti altrui, secondo quando sta scritto
nell’Esodo: “Chi molto ne raccolse, non ne ebbe di più;
e chi poco, non ne ebbe di meno”.
Bisogna che ci convinciamo tutti che la sobrietà è la sola
scelta di vita, politica, sociale ed economica, che possa garantirci un
futuro umano. Non più, o non solo, una virtù, ma un doveroso
atto politico di giustizia.
* Presidente Emmaus Italia
La giustizia di M. K. Gandhi
La giustizia ha bisogno di essere temperata dalla generosità,
come la generosità ha bisogno di essere sorretta dalla giustizia.
Come mai giudichiamo una legge giusta per gli altri e non per noi?
L’uomo veramente morale è colui che conduce una vita di virtù
non perché ne ricavi dei vantaggi, ma perché è la
legge profonda del suo essere, il suo stesso respiro.
La giustizia di M. L. King
Le leggi umane assicurano la giustizia, ma una legge più alta
produce l’amore.
Dio riunisce nella sua natura una sintesi creativa di amore e giustizia
che ci condurrà, attraverso l’oscura valle della vita, fino
ai luminosi sentieri della speranza e dell’adempimento.
Dobbiamo convincerci che accettare passivamente un sistema ingiusto significa
cooperare con quel sistema e divenire, così, complici del male
che è in esso.
La giustizia di Aldo Capitini
Se la legge presumesse di stare di sopra agli esseri umani per imporsi
ad essi arbitrariamente, sarebbe da respingere in ogni caso.
Sarebbe opportuno, molte volte, formulare leggi con l’aggiunta che
l’esecuzione di esse “è affidata alla coscienza dei
cittadini”.
La legge è una conquista della ragione, e spesso merita di essere
aiutata. Ma il nonviolento l’accetta a modo suo. L’accetta
quando è molto buona.
Per approfondire
La Giustizia
Teorie della giustizia
B. BARRY, La teoria liberale della giustizia. Analisi critica delle principali
dottrine di John Rawls, Milano, Giuffré, 1994.
B. BARRY, Teorie della giustizia, Milano, Il Saggiatore, 1996.
R. BOUDON, Sentimenti di giustizia, Bologna, Il Mulino, 2002.
S. HAMPSHIRE, Non c'è giustizia senza conflitto. Democrazia comeconfronto
di idee, Milano, Feltrinelli, 2001.
A. HELLER, Oltre la giustizia, Bologna, Il Mulino, 1990.
H. KELSEN, Il problema della giustizia, Torino, Einaudi, 1975.
E. OPOCHER, Analisi dell'idea della giustizia, Milano, Giuffré,
1977.
C. PERELMAN, La giustizia, Torino, Giappichelli, 1959.
J. RAWLS, Una teoria della giustizia, 7a ed., Milano, Feltrinelli, 1999.
J. RAWLS, Il diritto dei popoli, Milano, Edizioni di Comunità,
2001.
J. RAWLS, Giustizia come equità. Una riformulazione, Milano, Feltrinelli,
2002.
S. VECA, Questioni di giustizia. Corso di filosofia politica, Torino,
Einaudi,1991.
E. H. WOLGAST, La grammatica della giustizia, Roma, Editori Riuniti, 1991.
La giustizia per i cristiani
AA.VV., Perdono e giustizia, n. spec. della rivista "Communio"
n. 172-173, Milano, Jaca Book, 2000.
M. CICALA, La legge del Signore. Giustizia e diritto nelle Sacre Scritture,
1998, Milano, Editoriale Eco, 1998.
C. M. MARTINI, Sulla giustizia, Milano, Mondadori, 1999.
J. MOLTMANN, La giustizia crea futuro. Una politica ispirata alla pace
e un'etica fondata sulla creazione in un mondo minacciato, Brescia, Queriniana,
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La crisi della giustizia in Italia
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I. MEREU, La giusta ingiustizia. Saggio sulla violenza legale, Pordenone,
Biblioteca dell'Immagine, 1994.
(a cura di Matteo Soccio)
Giustizia, diritto e nonviolenza Amare la Legge,
per migliorarla
di Daniele Lugli
Lo sposo se ne andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle
strane parole: "A questo mondo c'è giustizia finalmente!"
Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più
quel che si dica.
Alessandro Manzoni: I promessi sposi.
Unicuique suum et neminem laedere (a ciascuno il suo e non far male a
nessuno) potrebbero essere il fondamento della giustizia. Il problema
si sposta a cosa debba essere considerato "suo" e che sia il
"far male". Le leggi lo stabiliscono e i giudici ne decidono
l'applicazione. È una distinzione che risale al diluvio universale.
A fondamento e coronamento dei sette precetti donati a Noè dopo
il diluvio (con la promessa di non mandarne un altro, ché tanto
l'umanità è ben capace di distruggersi da sé) Dio
pone infatti quello di istituire un sistema di giustizia, riservando forse
a sé il giudizio di ultima istanza o finale.
Anche gli altri comandamenti, espressi come divieti, sembrano ragionevoli.
In particolare evidenza è il divieto di uccidere. L'ebreo polacco
Lec osserva che a torto lo si considera un divieto: è invece una
scoperta, come sa ogni amico della nonviolenza, cioè dell'apertura
(appassionata!) all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni
essere.
Quale rispetto meriti l'ufficio del giudice risalta ancora in un racconto
della tradizione ebraica. Un uomo si ritiene ingiustamente trattato in
varie circostanze, quasi perseguitato, da Dio. Si rivolge perciò
al tribunale della sua comunità. Espone i fatti e chiede giustizia.
Non risulta nessuna risposta del convenuto (onnipresente e quindi non
contumace) alle contestazioni. I giudici si ritirano per deliberare, in
assenza delle parti interessate. Per questo invitano Dio a lasciarli soli,
e Dio si ritira.
Di primato della legge e interpretazione del diritto ha recentemente parlato,
con competenza ed esperienza profonde, Francesco Saverio Borrelli. La
sua prolusione al nuovo anno accademico dell'Istituto di formazione politica
“Pedro Arrupe” di Palermo è pubblicata in Aggiornamenti
Sociali (gen. ‘03). Il rapporto tra legalità, etica, diritto
e politica viene approfondito prendendo le mosse dal senso di legalità,
dalla spontanea, quotidiana sottomissione alle leggi, che il comportamento
delle istituzioni incentiva o dissuade. E nella nostra realtà i
quattro difetti dell'autorità: lentezza, villania, debolezza, corruzione
(individuati quattrocento anni fa da Francesco Bacone) non regrediscono,
ma trovano piuttosto nuovi modi di esprimersi.
Nel rapporto tra etica e diritto Borrelli confronta l'orientamento giusnaturalista
e quello positivista, optando per quest'ultimo. Dunque il rispetto della
legge vigente è un valore sociale per sé. Nei suoi confronti
la coscienza detterà posizioni di disobbedienza, resistenza, rivolta
solo nelle situazioni limite di insanabile contrasto tra giustizia legale
(dike) e senso di giustizia (dikaiosyne) proprio di ogni persona. Vi sono
valori morali a monte del diritto positivo. Anche con questi si confronta
il giudice, collocato com'è all'incrocio di legge, giustizia ideale
e politica.
L'esame si conclude individuando il ruolo del giudice, integrativo dello
stesso indirizzo politico. Il primato della legge è temperato dal
dovere di interpretare il diritto secondo istanze di giustizia e morale
sociale, scritte nella Costituzione e simili (ma non solo). Legalità,
politica, giustizia, etica, senza confondersi e senza cristallizzarsi,
potrebbero equilibrarsi verso un futuro aperto, illuminato dal lampeggiare
del vivido frammento di divinità che ogni uomo custodisce in sé.
Questa conclusione riporta alla mia memoria tre cose con crescente intensità.
Il verso di una canzone, noi siam come le lucciole; una frase in cui Galtung
riassume il senso fondamentale della visione ebraica: “La verità
non è rinchiusa in una formula verbale, ma nel dialogo richiesto
per raggiungere quella formula: questo dialogo non ha né inizio
né fine”; la discussione su questi stessi temi tra Calogero
e Capitini, alla quale ho assistito quarant'anni fa a Perugia, nella stanza
del C.O.R. in via dei Filosofi.
Sull'appena nata Azione nonviolenta i temi vengono da Capitini affrontati
proprio in rapporto a quell'incontro ed ai suoi sviluppi, in due articoli
del 1964 Nonviolenza e dialogo e Nonviolenza, diritto e politica. E da
ultimo, sulla rivista di agosto-settembre ‘68:
“Che fa la nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla,
per integrarla con l'animo, per migliorarla, per ridurre la violenza.
La legge non può essere respinta per sostituirla senz'altro con
la naturale istintività individualistica umana. È una conquista
della ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento la
aiuta a modo suo. L'accetta quando è molto buona. Consiglia di
sostituire progressivamente all'esclusiva fiducia nei mezzi coercitivi
lo sviluppo di mezzi educativi e di controllo cooperante di tutti. Fa
campagne per sostituire leggi migliori, quando le attuali sono insoddisfacenti
o sbagliate. Errato è insegnare a ubbidire sempre alle leggi e
a non volerle riformare, come se non esistesse la coscienza e la ragione.
Non basta dire "noi siamo autonomi e ci diamo perciò le nostra
leggi". Bisogna aggiungere "e le nostre leggi hanno l'orientamento
di realizzare la nonviolenza come apertura all'esistenza, alla libertà,
allo sviluppo di tutti".
Il compito di "aprire" il diritto, di integrarlo, di dare giuste
risposte in una direzione di uguaglianza, libertà e fraternità
progressive, nella stessa direzione in cui dovrebbe operare la politica
cioè, spetta in primo luogo ai giudici. C'è da chiedersi
se la loro preparazione, selezione, le condizioni del loro lavoro siano
le più adeguate e cosa si possa fare per migliorarle.
Ricordava Capitini a Calogero: “Chi è amico della nonviolenza
è teso all'aggiunta, all’integrazione verso la legge, a vivere
le ragioni profonde di essa, come accomunante tutti a un livello superiore.
Perciò egli la fonda, la vive, la giudica e rifiuta quando essa
contrasta all'apertura di tutti. Perciò fa una netta distinzione
tra la giuridicità e il potere politico, e in nome di un approfondimento
e arricchimento della giuridicità, è catafratto verso le
confusioni tra giuridicità e potere politico, tutt'altro che infrequenti”.
Noi giudici, notai delle disuguaglianze sociali
La legge è uguale per tutti. Una favola impossibile. I potenti
si misurano con la legge e con la tempra dei giudici. Per loro ci sono
processi infiniti, prescrizioni, cavilli. Intanto la giustizia si esercita
con i poveri e i non garantiti che commettono reati facili da accertare.
Si procede per direttissima: patteggiamento della pena, condanna e carcere.
Così le prigioni scoppiano perché sono piene di poveri cristi.
È come gettare le reti in un acquario: sicuramente si prende qualcosa.
Per i garantiti c’è al più la seccatura del processo
e nessuna conseguenza penale.
Tutti i giorni viviamo la profonda umiliazione di essere certificatori,
notai delle disuguaglianze sociali. Attraverso di noi si esercita la sopraffazione
dello Stato verso gli ultimi. Il rischio è il degrado sociale,
l’esplosione; non è detto che chi sta dall’altra parte
accetti a tempo indeterminato di essere puro oggetto passivo della giustizia.
Non dico, con questo, che i poveri non commettano reati, la violenza c’è
ormai dappertutto. Mi colpisce di più quando è mero fattore
di produzione del reddito, chirurgica, solo quando serve, minima e senza
eccedere. Le rapine con armi da fuoco, per esempio, ormai sono rare. I
rapinatori agiscono con i taglierini: azioni fredde, con introiti modesti.
Si guadagna di meno e se ne fanno di più. La logica è entrata
nel patrimonio culturale di tanti giovani, e il controllo non impedisce
iniziative non del tutto organizzate.
In questi anni si stanno formando altre sacche di violenza inesplorata
tra persone che vivono in situazioni di degrado terrificante. Il traffico
di organi, lo sfruttamento dei minori… Ci sono cinesi che vivono
schiavi nelle zone del pratese, ragazze albanesi trattate come bestie
e uccise quando non servono più. Consideriamo tutto questo con
posizioni politicamente corrette, miopi. Si parla molto dei reati degli
extracomunitari e si perdono di vista le vittime che spesso sono anch’esse
extracomunitarie. Certo è un problema politico, di rapporti di
forza, ma sono questioni estremamente gravi, e qualche intervento lo dovremo
pur studiare, che non sia solo giudiziario o repressivo.
dall’intervento di Sergio Materia, giudice del Tribunale di Bologna,
al convegno “La normalità della violenza” promosso
a Verona nell’ottobre 2002 da Movimento Nonviolento e Psichiatria
Democratica.
Difendere l’Articolo 11
Ripudiare la guerra
Nella nostra Costituzione, che elenca diritti e doveri, un articolo “ripudia
la guerra”.
Niente è stato fatto, o è in programma, per dare attuazione
all’impegno.
Al contrario, si è fatto, e ci si prepara a fare, tutt’altro.
Se il contrasto a noi appare stridente, qualche rappresentante politico
addirittura suggerisce di cambiare l’articolo. Gli amici della nonviolenza
preferiscono impegnarsi per l’attuazione della Costituzione, per
dare concretezza al diritto/dovere di ripudiare il più grande crimine
contro l’umanità: la guerra.
In questo quadro desolante di particolare importanza è la proposta
di legge di attuazione dell’art.11 della Costituzione, che il Movimento
condivide e sosterrà in ogni modo.
L’iniziativa di raccolta firme sarà anche più significativa
se si accompagnerà ad un’assunzione precisa di responsabilità
personale, quale quella sollecitata dalla Campagna di obiezione del Cittadino.
Al centro dell’agire - ci ricorda Capitini - sono persone.
Daniele Lugli
Segretario nazionale del Movimento Nonviolento
Norme di attuazione del ripudio della guerra sancito dall’articolo
11 della Costituzione
Art. 1
(Ripudio della guerra)
1. La realizzazione di un ordinamento internazionale che assicuri la pace
e la giustizia fra le nazioni, di cui all’art. 11 della Costituzione,
non può essere perseguita facendo ricorso allo strumento della
guerra.
2. Per “guerra” si intende qualunque intervento armato di
uno o più Stati che, a causa del ricorso massiccio alla violenza,
sia idoneo a provocare la morte, la mutilazione o il ferimento di persone
innocenti o a produrre distruzioni indiscriminate o a causare gravi alterazioni
dell’ambiente naturale.
3. La difesa della patria, di cui all’art. 52 della Costituzione,
si esercita nell’ambito delle disposizioni dell’art. 51 della
Carta delle Nazioni Unite.
*
Art. 2
(Prevenzione dei conflitti)
1. L’Italia coopera alla soluzione pacifica delle controversie internazionali,
a norma del Capo VI della Carta delle Nazioni Unite.
2. Fino a quando non avranno attuazione gli articoli 43, 45 e 47 della
Carta delle Nazioni Unite, l’Italia potrà fornire soltanto
formazioni non armate, nonchè contingenti militari per il mantenimento
della pace (“caschi blu”) con il consenso delle parti interessate.
I relativi accordi dovranno essere autorizzati dalle Camere in conformità
all’art. 80 della Costituzione.
*
Art. 3
(Inammissibilità di ulteriori interventi armati)
1. Le forze armate italiane non possono compiere interventi militari all’estero
in contrasto con le disposizioni di cui agli articoli precedenti.
2. I fatti commessi nel corso di operazioni militari all’estero,
eseguite in violazione delle disposizioni di cui sopra, sono regolati
dal diritto penale comune.
3. I fatti illeciti e le conseguenze dannose connesse ad operazioni militari
non possono essere sottratti al sindacato giurisdizionale.
*
Art. 4
(Armi vietate dalle Convenzioni internazionali)
1. In attuazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari,
ratificato con Legge del 24 aprile 1975, n. 131, della Convenzione che
vieta la fabbricazione e l’immagazzinamento di armi batteriologiche
e tossiche, ratificata con Legge dell’8 ottobre 1974, n. 618, della
Convenzione che mette al bando la produzione, lo sviluppo e l’immagazzinamento
delle armi chimiche, ratificata con Legge del 18 novembre 1995, n. 496,
sono vietati la produzione, l’introduzione e il transito nel territorio
nazionale delle armi biologiche, chimiche e nucleari, nonchè la
loro fornitura ai Paesi esteri.
2. Tale divieto si estende alle mine anti-uomo, alle bombe a grappolo
(cluster bombs), ai proiettili e alle munizioni all’uranio impoverito
(“DU”) e a ogni altro sistema d’arma il cui uso sia
vietato dalle Convenzioni internazionali.
3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, le violazioni
del presente articolo sono punite ai sensi dell’art. 435 del Codice
penale.
*
Art. 5
(Cooperazione con la Corte Penale Internazionale)
1. L’Italia fornisce piena collaborazione all’attività
della Corte Penale
Internazionale, istituita con il Trattato di Roma del luglio 1998, ratificato
con legge 12 luglio 1999, n. 232, ai sensi degli articoli 88 e seguenti
dello Statuto istitutivo della medesima Corte.
2. E’ fatto divieto di stipulare accordi internazionali volti a
sottrarre i cittadini di paesi terzi alla giurisdizione della Corte Penale
Internazionale.
Questo progetto di legge di iniziativa popolare è stato elaborato
dai giuristi Danilo Zolo (Docente Universitario), Luigi Ferrajoli (Docente
universitario) e Domenico Gallo (Magistrato).
L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Boicottaggio economico delle multinazionali americane
Le campagne internazionali di boicottaggio delle multinazionali Usa –
soprattutto petrolifere – come strumento di pressione sugli interessi
che vogliono la guerra: Bush e i suoi “grandi elettori” Ne
parliamo con Marinella Correggia di Idea.
Fermare la guerra con la disobbedienza economica? Che è questa
”Idea”?
Da mesi il Gruppo internazionale azioni economiche dirette (Idea è
l’acronimo in inglese), una rete di attivisti di diversi paesi,
propone ai fautori di pace il boicottaggio internazionale delle multinazionali
statunitensi – in testa a tutte quelle petrolifere, anche inglesi,
a partire dal 15 febbraio. Sono gli interessi al cuore di quello che possiamo
definire il bus-h-iness.
Cosa boicottare, come, e a che servirà?
Lo scopo dell’azione non sarebbe solo simbolico o di protesta: George
W. Bush si muove seguendo gli interessi delle corporations che l’hanno
eletto, e a loro va passato il messaggio che subiranno danni economici
se Washington non cambia rotta. La richiesta di boicottaggio è
diretta anche ai pacifisti statunitensi: “Con questo boicottaggio,
apparirà chiaro che i Bushiti, i quali sostengono di fare la guerra
in nome della sicurezza del popolo americano, in realtà lo danneggiano,
e in molti modi. Si capirà che c’è il popolo da un
lato e gli interessi dall’altro”.
Non più solo pacifisti europei ma anche dagli USA e dal terzo
mondo?
Segnali sparsi arrivano da diverse aree del mondo. Il 18 dicembre al Cairo,
i presenti al meeting internazionale organizzato dalla campagna popolare
egiziana contro l’egemonia Usa e l’aggressione all’Iraq
hanno proposto di “boicottare le merci statunitensi”. Uno
slogan generico ma chiaro. Appelli al boicottaggio antiguerra sono risuonati
a Porto Alegre e al Forum Sociale asiatico svoltosi ad Hyderabad (India).
Là il malese Mohideen Abdul Kader del Third World Network ha detto:
“I movimenti dovrebbero iniziare a organizzare boicottaggi effettivi
dei beni e servizi americani ”.
E in Italia?
Qualcosa si muove anche in Italia. In risposta all’appello di un
lettore numerose sono le lettere giunte al manifesto con l’impegno
a non acquistare prodotti di marchi a stellestrisce.
E’ da supporre che, se i diversi “spezzoni di boicottaggio”
si unificheranno in una piattaforma comune, questa sarà: boicottiamo
anzitutto le compagnie petrolifere Usa e inglesi per i loro chiari interessi
nella guerra annunciata del “petroliere Bush”, e boicottiamo
le multinazionali Usa che hanno sostenuto Bush perché facciano
pressione sul presidente per un cambio di rotta.
Un boicottaggio del bushiness potrebbe unificare in un fiume i torrentelli
delle campagne già in corso per svariate ragioni contro questo
o quel marchio. Viene in aiuto.
“GRANDI ELETTORI” DI BUSH, “AZIONISTI DI MAGGIORANZA”
DEL BUSHINESS*
1.Exxon-Mobil (marchio Esso) prima fra tutte il colosso fra i colossi
(fusione avvenuta nel 1999). Boicottata da tempo da Greenpeace (www.stopesso.org)
per le note posizioni su Kyoto; fornisce carburante a prezzi stracciati
all’esercito Usa.
2.Chevron-Texaco: fusione avvenuta nel 2001; ex datore di lavoro di Condoleeza
Rice
3.Bp-Amoco: fusione anglo-statunitense avvenuta nel 1998.
4.Shell: anglolandese, non ha “eletto” Bush ma ha comuni mire
nell’area mediorientale, oltre a essere già nel mirino degli
ambientalisti.
5.Philip Morris (marchio Marlboro): adotta politiche aggressive di penetrazione
nel Sud del mondo.
6.Microsoft: evviva Linux.
7.Coca Cola e Pepsi Cola: già oggetto di sparsi boicottaggi per
violazione di diritti sindacali (in Colombia) o del diritto all’acqua
(in India).
8.Pfizer, Glaxo, Bristol Meyers Squibb: multinazionali farmaceutiche note
agli attivisti per la campagna accesso ai farmaci essenziali; portano
grandi profitti in casa Usa.
9.Walt Disney non mancano nel bushiness marchi di intrattenimento
10.General Motors e Ford: fabbriche d’auto.
11.McDonald: l’anti icona del movimento non ha dato tantissimo a
Bush ma porta pur sempre royalties al sistema americano.
Fonte: www.boycottbush.net
E’ difficile sostituire il made by US multinationals?
Neanche tanto: i prodotti e servizi alternativi esistono ovunque e così
si supera l’obiezione classica: il boycott danneggia i lavoratori.
Si può fare perfino negli Usa: “Comprate merci locali, di
cooperative, al limite di importazione, mettete i soldi in piccole banche
cooperative, andate in bici”, propone Idea.
Andare in bici?
Ovunque, il boicottaggio sfocia nella scelta di consumi alternativi e
ridimensionati, una svolta necessaria se si vuole un mondo senza guerre
per le risorse. Insomma, la disobbedienza economica antiguerra come sganciamento
dal consumismo e del petrolio. Primo target, i trasporti. Ed ecco moltiplicarsi
in Italia le biciclettate contro la guerra (a Treviso, Reggio Emilia,
Prato, Verona, Lodi) organizzate dai Gruppi di azione nonviolenta. E c’è
la proposta –avanzata da ecopacifisti piemontesi – delle giornate
di risparmio energetico per la pace.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Quando fai benzina finanzi la guerra
Sempre più prendiamo consapevolezza della responsabilità
collegata ad ogni acquisto. Il comperare è la forma di consenso
a un prodotto del mercato e l’approvazione e l’incoraggiamento
a tutta la filiera di produzione da cui deriva. Ogni acquisto ci fa diventare
consenzienti di tutte le vicende che hanno dato origine al prodotto che
noi scegliamo.
In questo momento, in cui la guerra viene proposta come strumento di sicurezza
e ordine nel mondo, chi è convinto che invece essa provochi solo
sofferenza e distruzione si interroga su quali imprese economiche siano
coinvolte nell'affare guerra. Dire no alla guerra non è sufficiente.
E' il momento di affiancare ai gesti simbolici azioni nonviolente dirette
a incidere sugli equilibri di mercato. L’azione sarà tanto
più efficace se sarà collettiva e orientata verso un prodotto
strategicamente importante come il petrolio.
Bush ha deciso di attaccare l'Iraq soprattutto per garantirsi il controllo
delle più grandi riserve di petrolio al mondo dopo quelle dell’Arabia
Saudita. Ebbene, a fornire il carburante all'esercito americano sarà
la Exxon, la più grande multinazionale petrolifera del mondo, che
in Europa è proprietaria del marchio Esso.
Secondo quanto riportato alla fine di settembre dall’agenzia di
stampa Defense Logistic, la Exxon ha vinto l’appalto di 48 milioni
di dollari per la fornitura di benzina, gasolio ed oli lubrificanti per
l’esercito, la marina, l’aviazione, la Nato e le altre agenzie
afferenti al Dipartimento della Difesa. La fornitura comprende anche l’approvvigionamento
alle basi italiane continentali (Vicenza, Camp Derby, Napoli ecc) ed insulari
(Sicilia, La Maddalena ecc). Questa cifra è un’inezia per
una compagnia con introiti di decine di miliardi di dollari annui, ma
assume un aspetto interessante se si considera che la Exxon, per la sua
posizione di maggiore compagnia petrolifera, per di più statunitense
e con un grande “ascendente” su Bush, sarà la compagnia
che più di altre trarrà profitti dalla conquista dell’Iraq
e dei suoi campi di estrazione, il 25% dei quali era già di sua
proprietà prima del conflitto del 1991.
La Exxon è già al centro di una campagna di boicottaggio
internazionale che coinvolge Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania
e Australia. Oggi persino la Deutsche Bank giudica a rischio investire
nella multinazionale petrolifera.
Nel 2000 la Exxon, in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi,
ha contribuito alla campagna elettorale del partito repubblicano con oltre
un milione di dollari. Sin dal suo insediamento, è apparso chiaro
che il nuovo Governo statunitense era guidato da una potente lobby legata
all’industria petrolifera. Infatti tra le prime decisioni di Bush,
così come esplicitamente richiesto dalla Exxon, ci sono state il
rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici,
l’avvio all’estrazione petrolifera anche in aree protette
e la rimozione del presidente dell’IPCC (International Panel on
Climate Change) che sin dal 1995 aveva indicato nell’uso di combustibili
fossili la principale causa dei cambiamenti climatici.
Per tutti questi motivi proponiamo di togliere il nostro consenso a chi
fornisce energia alla guerra: così daremo un segnale del reale
potere che è in mano ai consumatori.
Greenpeace, I Bilanci di Giustizia, Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo,
l'associazione Botteghe del Mondo e la Rete di Lilliput propongono di
non rifornirsi più alla Esso.
Questa azione responsabile e nonviolenta è uno strumento per esprimere
efficacemente dal basso la volontà della stragrande maggioranza
della popolazione.
FAI UN GESTO CONCRETO CONTRO LA GUERRA
NON FINANZIARE CHI LE DA ENERGIA
DIMINUISCI I TUOI CONSUMI DI CARBURANTE
NON FERMARTI PIU’ ALLE STAZIONI DI SERVIZIO ESSO
www.stopessowar.org
per informazioni: 06 5729991
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Riconvertire i beni dei mafiosi in terra e lavoro per tutti
Il Gruppo Abele e l'associazione Libera furono i promotori, nel 1996,
di una iniziativa di legge popolare che si concluse con la promulgazione
nello stesso anno, da parte del nostro Parlamento, della legge 109 sulla
restituzione alla collettività, per un uso sociale, dei patrimoni
confiscati alle mafie.
Nel corso di questi anni oltre 4.500 beni sono stati confiscati dallo
Stato: il 50% in Sicilia, il 15% in Calabria e altrettanti in Campania.
Tra di essi troviamo una discreta varietà edilizia: 17 alberghi,
230 ville, 1.600 appartamenti e 1.000 terreni, ma anche 3 fabbricati scolastici
e 6 impianti sportivi, segno che tra i mafiosi si fa strada il bisogno
di diversificare gli investimenti. Di queste confische più di mille,
per un valore complessivo che supera i 450 milioni di euro, sono state
destinate a scopi sociali.
A Castelvetrano (TP) i 46 ettari di uliveti del capomafia Bernardo Provenzano
sono stati affidati ad una comunità di recupero di tossicodipendenti
che produce l'olio extravergine "Libera" (venduto anche da alcune
botteghe equo-solidali); stessa sorte è avvenuta per i 30 ettari
appartenuti a Matteo Messina Denaro, uno dei più pericolosi latitanti
di Cosa Nostra, ora affidati alle cure della Casa dei Giovani di padre
Salvatore Lo Bue. A San Giuseppe Jato, feudo della famiglia Brusca, la
casa dove venne tenuto prigioniero e poi barbaramente ucciso il piccolo
Giuseppe Di Matteo è stata scelta per dar vita ad un giardino della
memoria antimafia; a Casal di Principe infine una ludoteca è nata
in un condominio confiscato al boss locale.
Libera è l'ente che più ha cercato di coniugare il recupero
dei beni con scelte di valore simbolico e la necessità di creare
opportunità di lavoro che, in ambienti dove la disoccupazione crea
l'humus per il proliferare della malavita organizzata, riescano a sostenersi
autonomamente dopo un aiuto iniziale.
Banca Etica ha finanziato alcune attività di recupero di questi
appezzamenti, attività spesso contrastate dalla parte di popolazione
ancora legata al boss finito in carcere. Uno degli ultimi finanziamenti
ha riguardato "Lavoro e non solo", cooperativa sociale di tipo
B con sede a Palermo che gestisce, su incarico del Comune di Corleone,
27 ettari di terreno confiscati a Totò Riina, con l'obiettivo di
promuovere lo sviluppo economico e sviluppare percorsi di inclusione sociale.
Tramite il progetto "Liberaci dalle spine" la cooperativa ha
creato e gestisce una azienda agricola, unendo la genuinità e qualità
dei prodotti (coltivazione biologica e naturale) al valore sociale (utilizzo
di beni confiscati e inserimento lavorativo di soggetti con disagio psichico).
Nella splendida villa che Riina aveva appena finito di farsi costruire
è stato inoltre insediato l'Istituto Professionale di Stato per
l'Agricoltura.
In luglio la prima raccolta di frumento è stata eccezionale: 2
mila quintali di grano, che dopo una lavorazione artigianale in un pastificio
di Corleone hanno prodotto circa mille quintali di fusilli, spaghetti
e rigatoni, venduti tra gli altri dalla Coop in 50 ipermercati, tanto
da convincere il regista torinese Armando Ceste (Abdellah e i suoi fratelli)
a ricavare un film-documentario dalla sua visita ai luoghi liberati in
Calabria, Sicilia, Campania. "Libera Terra" è stato presentato
nell'ottobre scorso al Torino Film Festival.
Le iniziative di Libera hanno contribuito a creare un modello-pilota esportabile
in varie situazioni. Ultimamente alcuni paesi tra i più esposti
alle organizzazioni mafiose come Monreale, San Giuseppe Jato, Piana degli
Albanesi e Corleone hanno creato un consorzio con l'obiettivo di dare
impulso a cinque progetti infrastrutturali, da realizzare in collaborazione
con l'associazione di Don Ciotti. Nasceranno quindi a breve in quei comuni
due aziende agrituristiche, un centro ippico polivalente, una cantina
vinicola ed un laboratorio di piante officinali.
Suona quindi come una beffa il fatto che dal 2002 Libera non è
più tra le associazioni riconosciute dal Ministero dell'Istruzione
per i corsi di educazione nelle scuole, su segnalazione del ministro Moratti.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Venti di guerra e soffi di speranza
Solo all'inizio dell'anno la guerra annunciata contro l'Irak sembrava
già decisa e praticamente inevitabile. Nelle prime settimane di
febbraio il vento sembra essere girato, e gli oppositori all'avventura
bellica paiono avere qualche speranza in più.
Scrivo queste note il 16 febbraio. È impressionante solo elencare
gli episodi senza precedenti degli ultimi giorni.
Due settimane fa la dichiarazione di otto capi di stato o di governo europei
in appoggio all'amministrazione Bush (pubblicata sui giornali di diversi
paesi, tra cui in Italia il quotidiano di famiglia del Presidente del
Consiglio) aveva indicato una divisione profonda nel vecchio continente.
La scorsa settimana si è avuta la più grave frattura interna
nella storia della NATO. Francia, Germania e Belgio hanno posto il veto
alla richiesta di fornire appoggio militare alla Turchia in vista dell'invasione
all'Irak. Se i governi avessero acconsentito, la NATO sarebbe diventata
di fatto un'alleanza offensiva, del tutto prona ai voleri della potenza
egemone.
Il 14 febbraio, in una seduta del Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti
si sono ritrovati praticamente isolati insieme alla Gran Bretagna. Hans
Blix, il capo degli ispettori, ha usato un linguaggio senza perifrasi:
anche se i problemi sono lungi dall'essere tutti risolti, l'Irak si mostra
più cooperativo e la situazione lascia ben sperare. Nei confronti
degli Stati Uniti la sua critica è stata aspra: le informazioni
dei sistemi di spionaggio USA, che il Segretario di Stato Powell aveva
presentato pochi giorni prima in Consiglio di Sicurezza, non provano alcunché.
Nella stessa seduta, il ministro degli esteri francese Villepin ha sottolineato
che la guerra può essere considerata solo una extrema ratio, e
ha affermato con orgoglio che la Francia è una paese antico, con
una memoria viva delle distruzioni belliche. Una chiara risposta agli
sprezzanti commenti del ministro della difesa USA Rumsfeld, che aveva
bollato Francia e Germania come la "vecchia Europa". Alla fine
del discorso, nella sala del consiglio la tensione si è sciolta
in un applauso del tutto irrituale. Gli Stati Uniti apertamente isolati
nel massimo organo delle Nazioni Unite: gli ambienti diplomatici del "palazzo
di vetro" hanno commentato che una scena del genere non si era mai
vista.
In questo scenario ha avuto luogo la mobilitazione planetaria del 15 febbraio,
con manifestazioni di dimensioni senza precedenti in diverse capitali
europee, tra cui Londra, Berlino e Roma. Ora la posizione dei governi
che si sono opposti alla guerra in Irak è assai meno precaria:
non hanno più spazio i giochi di prestigio come il comunicato degli
otto capi di governo della "nuova Europa". E forse le manifestazioni
cancellano la possibilità di un compromesso dell'ultima ora con
il governo statunitense.
Con tutta probabilità la guerra in Irak avrà luogo. La nostra
speranza è che ciò avvenga violando apertamente il diritto
internazionale; peggio sarebbe se le Nazioni Unite avallassero l'attacco
che contraddice i principi del loro stesso patto fondativo. Tutto però
lascia supporre che gli Stati Uniti non recederanno dal loro proposito:
troppo alto sarebbe il prezzo politico di una marcia indietro. Conviene
quindi già fare i conti con la guerra e il dopoguerra iracheno.
La guerra sostituirà il vecchio sopruso (la dittatura sanguinaria
di Hussein e le devastanti sanzioni internazionali) con uno nuovo (l'occupazione
militare USA). È ovvio che non vogliamo difendere il crimine vecchio,
né rassegnarci al crimine nuovo. Oggi è importante sostenere
una presenza di diplomazia popolare in Irak, mobilitarsi contro la guerra
(e contro le sanzioni!), e tessere fin d'ora i fili della continuità
tra l'opposizione al vecchio e al nuovo sopruso.
Dal punto di vista dei nonviolenti, è fondamentale trovare uno
spazio e una voce in questo nuovo movimento globale per la pace improvvisamente
salito alla ribalta. È un grande segnale di speranza il fatto che
il movimento ha una spiccata caratteristica paneuropea, e che una sua
componente fondamentale sono migliaia di persone che per la prima volta
si avvicinano al tema della pace. Senz'altro nel prossimo futuro ci sarà
fame di nuove e diverse informazioni, di organizzazione, di formazione.
Questo è tanto più vero quanto più appaiono peregrine
opinioni e parole d'ordine di militari e governanti. Basta leggere i giornali
per comprendere quanto sia incerto il futuro del sistema internazionale
e dei valori fondativi della convivenza tra i popoli.
All'incertezza sul domani dobbiamo rispondere con l'adesione ai valori
della nonviolenza, con la creatività delle risposte all'ingiustizia
e al dominio. I guerrafondai diffondono la paura: i costruttori di pace
dovranno offrirne gli antidoti, la serenità e la saldezza di continuare
in ciò che è giusto.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Se possiamo cantare insieme, possiamo anche vivere insieme!
Musicians without Borders (MwB) é un’associazione nata
in Olanda nel 1999, durante la guerra nel Kosovo. “Mentre la Serbia
venivabombardata - ci dice Laura Hassler, direttore dell’organizzazione
- un gruppo di musicisti della cittá di Alkmaar decise di presentare,
in occasione del tradizionale concerto in memoria delle vittime della
seconda guerra mondiale (la sera del 4 maggio, N.d.R) un programma di
musiche provenienti dalla ex-Jugoslavia; volevamo esprimere la nostra
preoccupazione e indignazione per la guerra ritornata in Europa. Una trentina
di cantanti di diversa provenienza (olandesi, curdi, turchi)
insieme ad una piccola orchestra si esibí di fronte a un pubblico
commosso fino alle lacrime. Uno degli artisti turchi disse allora che
bisognava mettere quel concerto su un treno e mandarlo in Kossovo. Abbiamo
cominciato semplicemente cosí nel maggio 1999, col pensiero di
dover fare qualcosa contro quella guerra”.
I primi passi
Nel giro di pochissimo tempo altri musicisti aderiscono al progetto, appoggiato
anche dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation) che
offre supporto tecnico e amministrativo : viene raccolta una consistente
somma di denaro ma l’idea iniziale di partire immediatamente per
il Kossovo risulta irrealizzabile “Allora abbiamo deciso di lavorare
qui in Olanda, nei campi accoglienza per rifugiati kossovari; abbiamo
fatto musica con i bambini e raccolto strumenti musicali per gli artisti
che avevano perduto i propri nella fuga. La gente nei campi piangeva,
riconoscendo la propria musica, commossa dal fatto che persone straniere
la trovassero bella: un riconoscimento delle cose buone che essi avevano
da offrire, al di lá dell’attuale condizione di miseria in
cui versavano.”
Nel novembre 1999 un gruppo di 25 musicisti venne invitato a partecipare
all’inaugurazione di un centro per l’infanzia a Sarajevo.
In quell’occasione si visitó anche un campo di rifugiati.
”La gente stava lá seduta in mezzo al fango, sotto le tende.
É stato bello vedere i loro volti illuminarsi”.
Nell’estate 2000, in collaborazione con artisti locali, viene organizzata
una tourné che tocca la Macedonia, il Kossovo, la Bosnia e la Croazia:
otto intensi giorni di laboratori di musica e danza, animati da 15 persone.
“Tutta i brani suonati erano balcanici, ma di diversa provenienza
etnica : in questo modo abbiamo agito da catalizzatori. A Skopje, capitale
della Macedonia, gruppi Albanesi, Macedoni, Turchi e Rom fecero musica
insieme dando vita infine ad un grande concerto. ‘Se possiamo cantare
insieme, allora possiamo anche vivere insieme’ cantó un gruppo
di bambini ROM.” Da allora questo slogan é diventato la bandiera
dell’associazione.
Canzoni per Srebrenica
Questo primo viaggio in Bosnia e il contatto con i musicisti locali ispirano
a Laura il successivo progetto, riguardante la tragedia di Srebrenica:
nel 1995, la sicurezza di questa enclave musulmana, situata all’interno
della Bosnia serba, doveva essere garantita da truppe olandesi affiliate
alla NATO. In realtá queste si trovarono impotenti e impreparate
ad assistere a una spaventosa carneficina attuata dalle truppe serbo-bosniache
di Mladic: 12mila uomini furono fatti prigionieri e separati dalle donne
e dai bambini, che vennero allontanati dalla cittá insieme ai militari
olandesi. In pochi giorni si stima che furono uccisi a sangue freddo circa
7mila uomini, i corpi gettati in fosse comuni.
MwB prepara un programma di canzoni bosniache e poesie del popolare poeta
locale Mehemed Aljia Dizdar. La musica viene arrangiata per l’ensemble
vocale femminile Vrouwvolk, che nella primavera 2001 si esibisce con successo
in diverse localitá olandesi, prima di trasferirsi in tourné
in Bosnia; qui, nel teatro della cittá di Tuzla, le donne di Srebrenica,
provenienti dai campi rifugiati, possono assistere al co |