Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Abbiamo combattuto in Vietnam
e nel Golfo
Ora siamo obiettori di coscienza per la pace
In questi mesi abbiamo registrato un proliferare di appelli contro la
guerra; alcuni sinceri, altri meno; alcuni precisi, altri generici; fra
i tanti, uno ci è apparso singolarmente incisivo e credibile, sia
perché proviene dall’America (e lì l’opinione
pubblica può essere veramente decisiva), sia perché è
stato scritto da chi ha pagato di persona le proprie scelte.
Lo pubblichiamo, come editoriale di questo numero.
Appello di coscienza da parte dei Veterani alle Truppe effettive ed ai
Riservisti
Siamo i Veterani delle Forze Armate Statunitensi. Molti di noi credevano
che prestare servizio militare fosse il nostro dovere, e che il nostro
lavoro consistesse nel difendere questo paese. Le nostre esperienze nell’esercito
ci hanno fatto pensare, ed abbiamo messo in discussione molto di ciò
che ci era stato insegnato. Adesso riteniamo che il nostro principale
dovere sia quello di incoraggiare voi, membri delle Forze Armate USA,
a scoprire quale sia la motivazione reale per la quale vi mandano a combattere
e a morire, e quali saranno le conseguenze delle vostre azioni sull’umanità
intera. Facciamo appello a voi, militari effettivi e riservisti, affinché
obbediate alla vostra coscienza e facciate la cosa giusta.
Nell’ultima guerra del Golfo, come soldati, ci fu ordinato di uccidere
da una distanza di sicurezza. Abbiamo distrutto la maggior parte dell’Iraq
dal cielo, uccidendo centinaia di migliaia di persone, civili compresi.
Ci ricordiamo bene della strada per Basra, l’autostrada della morte,
dove ci avevano ordinato di uccidere gli iracheni che scappavano. Abbiamo
spianato con i bulldozer le trincee sotterrando persone ancora vive. L’uso
delle armi all’uranio impoverito ha reso molti campi di battaglia
radioattivi. L’ingente utilizzo di pesticidi, farmaci sperimentali,
depositi di armi chimiche, hanno creato un cocktail tossico che ha avvelenato
sia il popolo iracheno che i veterani della Guerra del Golfo. Un veterano
su quattro della Guerra del Golfo oggi è un disabile.
Durante la guerra del Vietnam ci fu ordinato di distruggere il Vietnam
sia dal cielo che a terra. A My Lai abbiamo massacrato più di 500
persone tra vecchi, donne e bambini. E questa non è stata un’azione
isolata, ma è come abbiamo combattuto la guerra. Abbiamo usato
il diserbante "Agent Orange" sul nemico, e in seguito ne abbiamo
sperimentato gli effetti sulla nostra pelle. Sappiamo come si presenta
e come ti riduce il Disturbo da Stress Post Traumatico, perché
i fantasmi di milioni di donne, uomini e bambini invadono i nostri sogni.
Se decidete di prendere parte all’invasione dell’Iraq voi
apparterrete ad un esercito invasore. Vi mandano ad invadere ed occupare
territori in cui le persone stanno solo cercando di crescere i loro figli
e vivere le loro vite. Ma chi sono gli Stati Uniti per dire al popolo
iracheno come deve condurre il proprio paese quando moltissimi statunitensi
pensano che il proprio presidente sia stato eletto illegalmente?
Saddam è stato duramente attaccato per aver avvelenato con il gas
la sua stessa gente e per cercare di produrre armi di distruzione di massa.
Tuttavia quando Saddam ha compiuto i suoi peggiori crimini, gli Stati
Uniti lo appoggiavano. Questo sostegno significava anche fornire i mezzi
per la produzione di armi chimiche e biologiche. Anche l’embargo
e le numerose sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti hanno contribuito
a decimare il popolo iracheno, uccidendo più di un milione di persone,
in maggioranza neonati e bambini. Questa guerra è un omicidio detto
in altri termini.
Durante la guerra del Vietnam migliaia di militari in Vietnam e negli
Stati Uniti si sono rifiutati di eseguire gli ordini. Molti hanno fatto
resistenza e si sono ribellati. Molti sono diventati obiettori di coscienza
ed altri sono andati in prigione piuttosto che impugnare le armi di fronte
al cosiddetto nemico. Durante l’ultima guerra del Golfo molti soldati
semplici hanno portato avanti forme di opposizione in vari modi e per
ragioni differenti. Molti di noi sono usciti da questo sistema e si sono
aggregati al movimento di opposizione alla guerra.
Quando arriverà l’ordine di partire, la vostra risposta avrà
un forte impatto sulle vite di milioni di persone del Medio Oriente e
anche del nostro paese. La vostra risposta aiuterà a cambiare il
corso del nostro futuro. Avrete altre scelte da fare sul vostro cammino.
I vostri comandanti vogliono che voi obbediate. Noi vi spingiamo a riflettere.
VETERANI FIRMATARI DELL’APPELLO (lista iniziata il 6 dicembre 2002)
Nome e Cognome, Arma, Anni di servizio
Anton Black, Navy, 1977-84
Dave Blalock, Army 1968-71
David Wiggins MD, Army, Gulf War
Mike Wong, Army, 1969-75
Howard Zinn, Air Force, 1943-45
(seguono centinaia di firme)
www.calltoconscience.net
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino
comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 12 febbraio 2003
La parola del mese: “Festa”
Di Giuliana Martirani
“Il cristianesimo è trasformare la tragedia della vita in
una festa”, diceva negli anni ’70 Suor Maria Romero, beata
salesiana nicaraguense.
Ma cos’è la festa e dov’è la festa in una civiltà
così “musona”, cupa e guerrafondaia come la nostra?
La festa è il banchetto del Regno di Dio, il regno di giustizia
e di pace, pardon le repubbliche di giustizia e di pace, quelle in cui
c’è finalmente la felicità per tutti, quella del Discorso
della Montagna: la felicità dei poveri e degli afflitti, di quei
milioni, pardon miliardi ormai di impoveriti e di afflitti che non possono
dire: “Ma com’è bello vivere... che festa è
la vita...!”.
La festa è il banchetto dell’umanità: risorse per
tutti, in benefica e pacifica condivisione fraterna. Innanzitutto le risorse
del creato, i manufatti di Dio, quelli dei primi sei giorni del creato
che con la sua parole fece e disse “è cosa buona”,
ottimo ingrediente per il banchetto della vita, la festa della vita. Beni
comuni per tutti!
La Festa di Madre Terra bene comune.
Una terra su cui essere inquilini e non proprietari. Una terra bene comune
e non come quelle difese da palizzate e paramilitari di latifondisti,
oligarchie e multinazionali. Una terra che ritorni con quella cosa così
ovvia per noi che è la riforma fondiaria da noi pretesa e per gli
altri ignorata, a quelli che sono resi Senza Terra dall’avidità
produttiva di alcuni e dal consumismo famelico di altri che ne sprecano
smodatamente i prodotti.
Una terra bene comune di tutti senza confini murali e virtuali che dividono
il territorio in terre dei ricchi e terre dei poveri, nord e sud, centri
e periferie, terre di padroni e riserve di indiani o immigrati, terre
paradisi fiscali e terre maledette di senza tetto, senza lavoro, senza
dignità.
Una terra bene comune di tutti senza confini murali e virtuali che dividono
il territorio in terre di privilegiati (che si difendono, ora, le ingiuste
ricchezze fatte sul lavoro di “altri”) e le terre di quegli
stessi “altri” cui prima si è fatto un apartheid urbano
(ma erano utili alla produzione) e olra si fa un apartheid nazionale,
pardon una devolution, separati in casa (“voi fatevi gli affari
vostri e noi ci occupiamo di borsa e finanza”).
La festa della terra condivisa, finalmente bene comune di tutti come il
primo giorno della casa dell’uomo: il Giardino di Eden, una terra
da custodire l’uno per l’altro in benevola efraterna reciprocità.
La festa di una terra Adamah da trattare da madre e non matrigna, matrice
di Adam fatto di terra e acqua, anch’esso come sua madre, la nostra
madre terra che a noi di terra e acqua, come lei formati, ci alimenta
e ci sostiene.
Ma nella festa delle vita, la terra non è più bene comune
da tempi immemorabili. Non restavano che i popoli nativi a documentare
all’umanità immemore i giorni antichi di quando la terra
era bene comune. Nel nostro scorcio di secolo anche questa memoria è
stata cancellata, cancellando una razza, quella rossa e cancellando i
popoli nativi che non volevano possedere la terra (“Ma come potete
possedere la terra? Si chiedeva Capriolo Zoppo) e quelli nomadi accompagnati
dallo spocchioso disprezzo di noialtri tutti stanziali.
La festa di frate foco bene comune
E’ il fuoco per l’avventura tecnologico-industriale a possedere
quegli agi che affrancassero tutti gli uomini (non solo i più furbi
e gli altri invece schiavi) dal duro lavoro. Quel fuoco che consentisse
di terminare la creazione iniziata da Dio per trasformare “sorella
roccia rame” in “fratello filo elettrico”. Ma quel fuoco
si è trasformato in atomo e petrolio maledetto che alcuni rende
straricchi e potenti ed altri cadaveri o rifugiati, spostati di terra
in terra, sfollati ed esiliati perchè nati su “terre sbagliate”
troppo strategiche.
Ma nella festa della vita, il fuoco non è più bene comune
da tempi immemorabili. Da quando Prometeo lo rubò agli dei, accaparrandosene
lui la proprietà e per questo atto infame fu dagli dei condannato
ad essere divorato da aquile sui monti della Scizia.
E invece volevamo a ancora vogliamo la festa del fuoco condiviso, un fuoco
per stare caldi tutti e non solo alcuni con eccessivi impianti di riscaldamento
e altri a batter i denti in infinite marce di sfollati, cacciati dalle
loro terre maledette perchè troppo ricche di petrolio.
Fratello foco per fare festa insieme e insieme ballare la danza della
vita.
La festa di sorella acqua bene comune.
L’acqua diritto per tutti e bene comune e non bene economico, privatizzato
e petrolizzato. L’acqua delle sorgenti e dei fiumi e non quella
delle alluvioni e degli straripamenti devastatori per l’avidità
dei cementificatori.
L’acqua dei pozzi condivisi e non quella dei pozzi e dei fiumi occupati
e dichiarati zona di sicurezza nazionale che rende alcuni legittimi coloni
su territori altrui e consumatori di fiumi altrui ed altri invece controllati
ospiti del proprio territorio.
Ma nella festa della vita l’acqua dal marzo del 200 non è
più bene comune, ma bene economico da privatizzare, vendere e farci
degli ottimi idrobusinnes.
La festa di frate aire bene comune.
L’aria da condividere nel continuo atto del respirare senza sosta
di miliardi di essere del mondo umano animale e vegetale e minerale. L’aria
pulita e non quella dei protocolli non firmati per l’avido calcolo
degli inquinatori impuniti nè quella invasa dagli invisibili veleni
a Chernobyl o a Marghera. La festa di frate aire, così ovvio nel
suo venir fuori dall’albero della vita del Giardino di Eden che
ci alimenta con le sue scorie che diventano ossigeno per noi.
Ma nella festa della vita, questo invisibile ma preziosissimo bene è
ancora forse per poco bene comune.
La festa allora è davvero il banchetto della vita che cerchiamo
di non dimenticare ogni domenica, nel banchetto domenicale, il nostro
stare insieme a riposare a ridere e a scherzare raccontandoci gioie che
diventano risata comune e dolori che si trasformano in comune soluzione.
La festa è il pane condiviso e il cibo ben curato, non fast ma
slow, non contaminato ma casto come l’aveva pensato il Creatore
che disse i primi giorni del Creato: “è cosa buona”.
La festa è il bicchiere di vino per brindare e augurarsi reciprocamente
cose buone, vita lunga, problemi risolti, e soprattutto amore e affetti
felici.
La festa è questo banchettare insieme, è il pane e il vino
che stanno lì a garanzia di un patto d’amore che ci stiamo
scambiando: il pane della giustizia e della condivisione, perchè
cum-panis di cammino, compagni nel pellegrinaggio della vita, e il vino
della pace e della pienezza fraterna.
La festa è questo stare insieme micro e macro; la piccola famiglia,
gli amici e i compagni di impegno e di cordata e la grande famiglia umana.
Che ha già molte anticipazioni nella festa della domenica e in
quella di nozze, nel battesimo del figlio e nel compleanno con le candeline,
nella preghiera in chiesa e il canto di montagna e nella danza dei ragazzi
in discoteca.
La festa è sognare insieme utopie impossibili e futuri improbabili
me che invece diventano poi certi a sedersi intorno ad un tavolo risolvendo
insieme un difficile lavoro.
La festa è perdersi negli occhi dell’amato oppure fare chilometri
solo per incontrare il sorriso di un amico e dirsi ciao.
La festa di M. K. Gandhi
La compagnia dei buoni è cibo per le nostre anime; per questo
la cerchiamo.
Non basta che noi impariamo l’arte di leggere, di scrivere, ecc.;
è necessario che impariamo l’arte di vivere in amicizia con
tutti i nostri vicini.
La gioia e la pace dello spirito derivano da ciò che di giusto
e opportuno facciamo, non da ciò che fanno o dicono gli altri.
La festa di M. L. King
La fine della segregazione abbatterà le barriere legali e avvicinerà
gli uomini fisicamente, ma qualche cosa deve toccare il cuore e l’anima
degli uomini così che essi vogliano stare insieme spiritualmente,
perché questo è naturale e giusto.
Quando le catene della paura e i ceppi della frustrazione avevano quasi
ridotto all’impotenza i miei sforzi, ho sentito la potenza di Dio
che trasformava il travaglio della disperazione nell’allegria della
speranza.
C’è una forza creativa in questo universo che lavora per
portare gli aspetti sconnessi della realtà in un tutto armonioso.
La festa di Aldo Capitini
La festa, in quanto corroboratrice dell’apertura alla compresenza
e all’omnicrazia, è tenacemente rivoluzionaria.
Se il lavoro può unire tra loro pochi o molti esseri, la festa
unisce ancor di più tutti, perché, più del lavoro,
assomiglia alla compresenza e all’omnicrazia.
La festa diventa il sostegno più profondo del lavoro e del tempo
libero, e come impastata con essi, un elemento, e come una luce, che li
accompagna e li irrora.
La festa di Francesco d’Assisi
Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dov’è tristezza fa che io porti la gioia
Per approfondire
La festa
Antropologia della festa
P. APOLITO, Il tramonto del totem. Osservazioni per una etnografia delle
feste, Milano, Franco Angeli, 1993.
A. ARINO A. - L. M. LOMBARDI SATRIANI (a cura di), L'utopia di Dioniso.
Festa tra modernità e tradizione, Roma, Meltemi, 1997.
C. BERTELLI (a cura di), La città gioiosa, Milano, Libri Scheiwiller,
1997.
G. BRAVO, Festa contadina e società complessa, 3a ed., Milano,
Franco Angeli, 1992.
F. CARDINI, Il cerchio sacro dell'anno. Il libro delle feste, Rimini,
Il Cerchio, 1995.
A. CATTABIANI, Lunario. Dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni
popolari d'Italia, Milano, Mondadori, 2002.
M. DE FERRARI - R. NICCOLI, Il diavolo e l'acquasanta. Tradizioni popolari,
feste, riti tra il sacro e il profano, Genova, ERGA, 1998.
F. FERRARA - L. COPPOLA, Le feste e il potere, Roma, Officina, 1983.
F. JESI, La festa. Antropologia, etnologia, folklore, Torino, Rosenberg
& Sellier, 1977.
A. VIGGIANO, I sentieri del sacro, Torino, Edizioni del Capricorno, 1991.
La festa cristiana
G. BENEDETTI, Il vangelo della festa, Bologna, EDB, 2001.
R. BERTALOT - F. FRANCESCHETTI (a cura di), Riscoperta della festa, Roma,
Borla, 1991.
O. CLÉMENT, Le feste cristiane, Comunità di Bose, Qiqajon
, 2000.
G. DELEURY, Le feste di Dio. La fede, la storia, i miti, Milano, San Paolo,
1999.
FRÈRE ROGER DI TAIZÉ, La tua festa non abbia fine, Brescia,
Morcelliana, 6a ed., 1984.
N. LOHFINK, Le grandi feste cristiane. Esegesi e liturgia, Casale Monferrato,
Piemme, 1998.
C. SINGER, Il libro delle feste, Bologna, EDB, 2001.
L. URBAN PADOAN, Processioni e feste dogali, Vicenza, Neri Pozza,1998.
La festa ebraica
L. CATTANI, Il Sabato nel pensiero e nella vita di Israele, Milano, Gribaudi,
2002.
H. COX, Le feste degli ebrei, Milano, Mondadori, 2003.
J. EISENBERG - A. STEINSALTZ , Il candelabro d'oro dalla creazione del
mondo all'anima dell'uomo attraverso le feste ebraiche, Genova, ECIG,
2000.
A. J. HESCHEL, Il Sabato, Milano, Garzanti, 2001.
D. MISAN, Di generazione in generazione. Memoria e feste ebraiche, Firenze,
La Giuntina, 2002.
P. STEFANI (a cura di), La festa e la Bibbia, Brescia, Morcelliana, 1998.
Altre feste
AA.VV., Popoli in festa. Percorsi didattici interculturali tra le feste
degli altri, Bologna, EMI, 2000.
L. ARTUSI LUCIANO - S. GABBRIELLI, Le feste di Firenze, Roma, Newton Compton,
1992.
C. AUTIERO, Guida alle feste popolari in Italia, 2a ed. ,Roma, Datanews,
1997.
K. BAYATLY, La memoria del corpo sotto i cieli dell'Islam. Tradizione,
riti, feste e spettacoli, Milano, Ubulibri, 2001.
M. COLANGELI, Le feste dell'anno. Almanacco delle feste popolari italiane,
Milano, Sugarco, 1977.
U. CORDIER, Guida alle sagre e alle feste patronali. Oltre 1000 luoghi
e tradizioni, Casale Monferrato, Piemme, 2000.
P. COTTINI, Di festa in festa, Varese, Lativa, 1991.
FORUM TRENTINO PER LA PACE - ISTITUTO COMPRENSIVO DI BRENTONICO (a cura
di), Paese che vai…festa che trovi, Trento, Provincia Autonoma di
Trento, 2000.
M. GRANET, Feste e canzoni dell'antica Cina, Milano, Adelphi, 1990.
G. MICHIEL RENIER, Origine delle feste veneziane, Venezia, Filippi, s.d.
I. MOSCARDO - S. PARAZZOLI (a cura di), Le feste delle grandi religioni.
Cristianesimo, ebraismo, Islam, buddismo, Milano, San Paolo, 1993.
L. NASTO, Le feste civili a Roma nell'Ottocento, Gruppo Editoriale Internazionale,
1994.
S. ROVEDA (a cura di), Italia in festa. Guida alle manifestazioni artistiche,
culturali, folcloristiche, eno-gastronomiche di tutta Italia, Milano,
Swan, 2001.
L. SQUARZINA (a cura di), Le feste della Rivoluzione francese da Rousseau
al 1794, Roma, Bulzoni, 1990.
A.WILKES, Le feste dei bambini, Milano, Mondadori, 1996.
LE DIECI PAROLE DELLA NONVIOLENZA,
IN CAMMINO VERSO IL LUPO DI GUBBIO
Il XX Congresso del Movimento Nonviolento ha promosso, in continuità
e sviluppo della Marcia del 2000 Perugia - Assisi “Mai più
eserciti e guerre”, un appuntamento per tutti gli amici della nonviolenza:
una camminata da Assisi a Gubbio, lungo il “sentiero francescano
della pace” (l’antica via di comunicazione medioevale, di
46 chilometri) nei giorni 4, 5 e 6 settembre 2003. Tema centrale sarà
il conflitto, nelle sue diverse manifestazioni e modalità di affrontarlo.
Approfondire e diffondere la proposta nonviolenta ci è sembrato
infatti necessario ed urgente, nella convinzione che “La nonviolenza
è il varco attuale della storia”. Come luogo significativo
abbiamo indicato Gubbio (la conversione del lupo), dove si concluderà
la camminata il sabato 6 settembre con una iniziativa assembleare e corale;
la domenica 7 settembre sempre a Gubbio si svolgerà un convegno
sulla soluzione nonviolenta dei conflitti.
Nei prossimi numeri di Azione nonviolenta preciseremo i contorni di forma
e di sostanza dell’iniziativa.
Ci piace immaginare un cammino laico accessibile a tutti, un momento da
vivere insieme per più giorni, e un appuntamento finale, al quale
possa intervenire anche il “lupo” per un dialogo davvero aperto.
Abbiamo pensato ad un percorso che ci porti a quell’appuntamento:
10 parole, una al mese (il secondo mercoledì) , che ci accompagnano
da ottobre 2002 ad agosto 2003. Nei giorni scelti pratichiamo il digiuno
dal cibo e dalla televisione.
Ogni mese proponiamo un tema di riflessione, con articoli, citazioni di
autori della nonviolenza, indicazioni bibliografiche, così da fornire
adeguato materiale di approfondimento che ognuno potrà utilizzare
per una iniziativa specifica, che potrà essere privata o pubblica
(una riunione fra amici, una banchetto in piazza, un cartello esposto
per strada, un messaggio al finestrino della macchina, ecc.) che abbia
come titolo la parola del mese. Ognuno di noi, ogni lettore di Azione
nonviolenta, ogni iscritto al Movimento, è chiamato in questa occasione
a “farsi centro” e promotore di una iniziativa, di una azione
nonviolenta, anche se piccola e personale, o impegnativa e collettiva.
Come diceva il titolo di una nostra Marcia: “…A ognuno di
fare qualcosa”. Un modo per sentirsi uniti, in movimento, e per
far crescere la nonviolenza dentro e fuori di noi.
Mai più eserciti e guerre:
la nonviolenza è il varco attuale della storia
Le “10 parole” si rifanno alla tradizione laica e religiosa
della nonviolenza in Gandhi, King, Capitini e Francesco, ed indicano degli
ideali di riferimento.
1^ parola: FORZA DELLA VERITA’
mercoledì 13 novembre
2^ parola: COSCIENZA
mercoledì 11 dicembre
3^ parola: AMORE
mercoledì 8 gennaio
4^ parola: FESTA
mercoledì 12 febbraio
5^ parola: SOBRIETA’
mercoledì 12 marzo
6^ parola: GIUSTIZIA
mercoledì 9 aprile
7^ parola: LIBERAZIONE
mercoledì 14 maggio
8^ parola: POTERE DI TUTTI
mercoledì 11 giugno
9^ parola: BELLEZZA
mercoledì 9 luglio
10^ parola: PERSUASIONE
mercoledì 13 agosto
Del santissimo miracolo che fece santo Francesco,
quando convertì il ferocissimo lupo d'Agobbio.
Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio
nel contado di Agobbio appari un lupo grandissimo, terribile e feroce,
il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini, in
tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse
volte s'appressava alla città, e tutti andavano armati quando uscivano
della città, come s'eglino andassono a combattere; e con tutto
ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo.
Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco prese il cammino inverso
il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali
erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a
santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco
gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così:
«Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che
tu non facci male né a me né a persona». Mirabile
cosa a dire!
«Frate lupo, tu fai molti danni in queste partì, e hai fatti
grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza;
e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d'uccidere
uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se' degno delle
forche come ladro e omicida pessimo, e ogni gente grida e mormora di te,
e tutta questa terra t'è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far
la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più,
ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né
li canti ti perseguitino più». E dette queste parole, il
lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo
mostrava d'accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo
osservare….
(Tratto dai “Fioretti” di San Francesco, capitolo ventunesimo)
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino
comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 12 marzo 2003
La parola del mese: “Sobrietà”
Di Lidia Menapace
L’impetuoso e felice movimento, che cammina per le strade del
mondo da un po’ di anni e proclama essere possibile un altro mondo,
mi fa spesso venire voglia di provare a immaginarmi che faccia potrebbe
avere quel mondo baldanzosamente sperato. E mi viene sempre in mente qualche
verso dantesco (le deformazioni professionali non si perdono facilmente!)
che descrive una Firenze sognata, però nostalgicamente, guardando
al passato. Dante, esule per le tremende contese politiche della sua città,
immagina come potrebbe essere stata una Firenze che non ha mai conosciuto:
un “così riposato viver di cittadini”, un “così
dolce ostello” e cerca di ricostruire quel sogno pensando alla Firenze
del suo trisavolo, che definisce “in pace, sobria e pudica”
Come sempre, essendo molto moralista e alquanto tetro nei giudizi sul
presente, Dante di pace non dà nessuna definizione, se non che
quando una città è in pace produce un “riposato viver
di cittadini” e viene avvertita come “un dolce ostello”.
Dato l’affanno spesso inconcludente di molte nostre giornate, davvero
non sarebbe male avere un po’ di riposo e un ostello accogliente.
Più specifica è la descrizione di sobrietà e pudore.
Non lo seguo nelle sue preferenze –appunto- moralistiche: la sobrietà
è il vestire semplice degli uomini del tempo antico e per le donne
andare “senza il viso dipinto”, e quanto al pudore è
tutta una requisitoria contro i giovani rockettari di allora (“un
Lapo Salterello”) e le ragazze con le gambe in mostra dalla mini
(“una Cianghella”). Rifaccio invece per conto mio i sogni
e avverto sempre che la sobrietà è una componente molto
importante di un luogo tranquillo, riposato e accogliente.
Che cosa intendo dunque con “sobrietà”? La parola
mi venne in mente quando Berlinguer propose l’austerità come
modello di vita e mi trovai subito in disaccordo. Austerità dice
un atteggiamento un po’ cupo e triste, esalta il sacrificarsi, atteggia
il volto a un cipiglio giudicante, non ha leggerezza.. Capivo che le intenzioni
di chi proponeva erano pregevolmente anticonsumistiche e serie, ma, appunto,
troppo serie, quasi un po’ piagnone. Allora riflettendo mi dissi
che non avrei voluto vivere in un mondo austero, bensì in uno sobrio.
E poiché sono golosa a me gli esempi non erano venuti dal vestire
o dai divertimenti, ma dai cibi: chi è astemio o anoressica non
sa nemmeno che cosa si perde, ma chi è beone o bulimica butta giù
anche metanolo o cibi rozzi e non bada mai alla qualità. Chi invece
ama la sobrietà, gusta il colore il sapore il bouquet di un buon
vino, ammira la forma i colori gli aromi di un piatto ben cucinato, e
comunica ad altri commensali la sua comune gioia e piacere: non per nulla
chiamiamo convivialità la piacevolezza dello stare insieme. E’
una forma non esasperata né violenta di piacere, ma è un
vero piacere complesso, che contiene anche la comunicazione.
Il ragionamento si può estendere dai cibi ad altri temi. Il piacere
della lettura, della conversazione, che non è ingurgitamento di
pagine ed esibizione di citazioni, che non è pettegolezzo o scambio
di notizie futili, ma trasmissione di sentimenti passioni e conoscenze.
Insomma a me sobrietà sembra sempre più il nome non accademico
di un piacevole moderno epicureismo, comportando una accurata ma non ansiosa
scelta di piaceri che non offendono nessuno, rispettano i desideri altrui
e tengono anche conto di una certa discrezione del vivere: cantare sì,
ma non schiamazzi notturni; parlare, certo, ma non produrre un continuo
fastidioso rumore di fondo. La sobrietà si estende anche all’ambiente,
che nelle nostre città è divenuto fastidioso per inquinamento
acustico (il traffico). visivo (le luci sfacciate degli orribili addobbi
natalizi), e naturalmente chimico e magnetico.
Fa parte della sobrietà la misura, scelta come strada della libertà,
il piacere atteso come forma di comunicazione e accoglienza e il passo
spedito e leggero che non pesi troppo sulla terra. A me dà un po’
fastidio l’idea di un modello di sviluppo “sostenibile”:
è come dire che intendiamo (noi che saremmo virtuosi ed ecologici)
caricare sulle spalle della madre terra tutto il peso che può portare
e non di più: non sarebbe migliore, meno violento uno sviluppo
gradevole, ameno, piacevole per la terra e per chi la abita? Fatto cioè
di vita serena. di riposo, di ozio, di silenzio, di contemplazione oltre
che di produzione e riproduzione, di lavoro e di commerci?
Questo a un di presso intendo quando dico che vorrei un altro mondo
possibile sobrio. Lì troverei facile vivere con felicità
politica cioè esprimendo una identità non aggressiva, non
sospettosa, ma accogliente. curiosa. Un modo di vivere non affannoso,
non competitivo, ma capace di gustare il passare del tempo e le dimensioni
degli spazi, e assaporare gli scambi: mi sembra che davvero per stare
in pace sia giusto essere sobri.
Quanto al pudore mi è più oscuro che cosa significhi.
Forse una misura e un certo riserbo di sé. Comunque va bene, purché
non sia una prescrizione predicatoria di comportamenti vestiti parole
ammesse ed altre vietate. Forse il pudore come la sobrietà non
ammettono divieti esteriori e fondano sulla convinzione ragionevole del
saper misurare le risorse e controllare le relazioni. Insomma la felicità
politica (un dolce ostello) che viene dal poter esprimere la propria identità
senza bisogno di mettersi in maschera per apparire “come si deve”.
Il diritto a non essere “normali”. come dice una argutissima
teologa argentina. Marcella Maria Althaus-Reid rivendica appunto il diritto
a “no ser derecha”, che vuol dire anche non essere di destra,
oltre che “diritta”, “normale” e che chiama pornografia
la teologia la globalizzazione e il capitalismo, perché non rispettano
i movimenti le posizioni le relazioni la spontaneità le scelte
i volti i corpi i gesti i desideri segnati dal colore voce faccia di ciascuno/ciascuna
di noi, ma violenta i corpi e le persone in una gabbia di prescrizioni
modi valori attese già programmate. Non sanno dire quali parole
sentimenti forme di relazione vanno bene e quali sono per sé cattive:
ma comunque vietano di continuo La sobrietà consente di guardare
con occhi innocenti tutto quel che esiste al mondo senza pregiudizi. Non
sarebbe bello e non è anche fattibile?
Se si sta in pace e si vive in modo nonviolento, certo: altrimenti con
la guerra tutto va perso e non torna, il peggiore inquinamento anche mentale,
l’ottundimento di ogni sottile giudizio piacere del ragionare attenzione
nelle relazioni gioia di vivere: tutto viene distrutto persino nella memoria,
sostituito con le truci grida e pianti e distruzioni che poi studiate
a scuola vengono chiamate eroismo. Invece è follia da sonno della
ragione.
La sobrietà di M. K. Gandhi
Gli oggetti dei sensi vanno e vengono; se siamo loro attaccati, saremo
pieni di sofferenza quando ci lasciano; ma se vi rinunciamo spontaneamente,
saremo sempre pieni di pace e di gioia.
Restare intrappolato nelle cose materiali e sperare nella propria realizzazione,
è cosa vana come lo sforzo per trovare il fiore proverbiale nel
cielo.
Ciò che prendiamo per noi lo togliamo dalla bocca degli altri.
È veramente necessario, ciò che vogliamo acquistare? Dobbiamo
ridurre al minimo le nostre necessità.
La sobrietà di M. L. King
Noi non dobbiamo mai concedere la nostra suprema fedeltà a nessun
costume legato al tempo, a nessuna idea legata alla terra, perché
al cuore del nostro universo c’è una realtà più
alta – Dio e il suo regno d’amore – a cui noi dobbiamo
conformarci.
Il danaro senza amore è come il sale senza sapore, buono solo
per essere calpestato sotto i piedi degli uomini. Il vero amor di prossimo
esige interessamento personale.
Noi dobbiamo riconquistare lo splendore evangelico dei cristiani primitivi,
che erano non-conformisti nel più vero senso della parola e rifiutavano
di adattare la loro testimonianza agli schemi mondani.
La sobrietà di Aldo Capitini
Più importanti sono gli esseri che gli oggetti, e che nella riduzione
dell’affluenza di beni, bisogna cogliere l’occasione per dare
maggior rilievo alla compresenza e all’omnicrazia.
Se ci si salda con la prosperità, ci si sente morti quando la
prosperità dilegua.
Bisogna distinguere, in ciò che io costruisca come mio, l’uso
di esso, perché non è ammissibile che io me ne serva per
tenere altri nella condizione di inferiori, di oppressi, di sfruttati.
La sobrietà di Francesco d’Assisi
Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
poiché è dando che si riceve
Per approfondire
Sobrietà, stili di vita, economia nonviolenta
Sobrietà
G. BOLOGNA - F. GESUALDI - F. PIAZZA - A. SAROLDI, Invito alla sobrietà
felice, 3a ed. Bologna, EMI, 2001.
G. BORMOLINI, I vegetariani nelle tradizioni spirituali, Torino, Il Leone
Verde, 2000.
R. DAHLKE, Digiuno e consapevolezza, Milano, Tecniche Nuove, 1999.
G. GAZZERI (a cura di), Il segreto di Igea. Guida pratica al digiuno autogestito,
2a ed., Genova, Manca, 1990.
R. LEJEUNE, Digiunare. Guarigione e festa del corpo e dello spirito, Milano,
Ancora, 1990.
A. NICORA, Sobrietà e castità: virtù del cristiano,
Casale Monferrato, Piemme, 1997.
J. PIEPER, La temperanza, Brescia, Morcelliana, 2001.
G. SAVONAROLA, La semplicità della vita cristiana, Milano, Ares,
1996.
G. ZANGA, Filosofia del vegetarianesimo, Torino, Bresci, 1987.
Stili di vita
C. BAKER, Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita
più conviviale, Bologna, EMI,2001.
G. BATTISTELLA, Nuovi stili di vita. Intuizioni ed esperienze, 3a ed.,Bologna,
EMI,1997.
G. MARTIRANI, La civiltà della tenerezza. Nuovi stili di vita per
il terzo millennio, 3a ed., Milano, Paoline Editoriale Libri ,1997.
A. NAESS, Ecosofia. Ecologia, società e stili di vita, Como, Red/Studio
Redazionale,1994.
W. PASINI, I tempi del cuore. Lentezza e fretta nella vita e nell'amore,
Milano, Mondadori, 1996.
P. SANSOT, Passeggiate, Milano, Pratiche, 2001
P. SANSOT, Sul buon uso della lentezza. Il ritmo giusto della vita, Milano,
Pratiche, 1999.
P. SANSOT, Vivere semplicemente, Milano, Pratiche, 2000.
A. SAROLDI, Giusto movimento. Piccola guida al paese inesplorato dei nuovi
stili di vita, 2a ed.,Bologna, EMI, 1997.
T. TROGLODITA, Uso libero e libero uso. Barattare, regalare, condividere,
ospitare: nuove ricchezze per diversi stili di vita, Milano, Stampa Natura
Solidarietà, 1997.
B. VALLELY, Stili di vita. Manuale di ecologia quotidiana. 1001 modi per
salvare il pianeta, Padova, Muzzio, 2000.
Povertà volontaria, povertà francescana
M. V. BRETON, La povertà, Milano, Biblioteca Francescana, 1982.
L. CRIPPA, Povertà amata povertà beata, Milano, Ancora,
1989.
J. DUPONT - G. AUGUSTIN, La povertà evangelica, Brescia, Queriniana,
1973.
L. FOLEY - J. WEIGEL - P. NORMILE, Vivere come Francesco, Padova, Messaggero,
2002.
A.JACQUARD, Il valore della povertà. Un grande scienziato ateo
riscopre l'attualità del messaggio di Francesco di Assisi, Vicenza,
Neri Pozza,1996.
A.G. MELANI (a cura di), La povertà, S. Maria degli Angeli (PG),
Porziuncola, 1967.
C. SQUARISE (a cura di), La povertà religiosa. Un approccio interdisciplinare,
Bologna, EDB, 1991.
D.M. TUROLDO, Profezia della povertà, Sotto il Monte (Bergamo),
Servitium, 1998.
Consumo responsabile
CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, Guida al consumo critico. Informazioni
sul comportamento delle imprese per un consumo consapevole, 7a ed., Bologna,
EMI, 2001.
G. GARBILLO, Consumo sostenibile. Per consumare solo ciò che è
necessario, Milano, Stampa Natura Solidarietà, 1996.
F. GESUALDI, Manuale per un consumo responsabile. Dal boicottaggio al
commercio equo e solidale, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2002.
MOVIMENTO GOCCE DI GIUSTIZIA, Miniguida al consumo critico e al boicottaggio,
5a ed. Padova, Coop. S.P.E.S. Editrice, 2001.
A.VALER, Bilanci di giustizia, Bologna, EMI, 1999.
Economia nonviolenta
AA.VV., Denaro e fede cristiana. Testimonianza e fede dei cristiani per
un uso consapevole del denaro, Bologna, EMI, 2001.
E. BALDESSONE - M. GHIBERTI - G. VIAGGI, L'Euro solidale. Carta d'intenti
per la finanza etica in Italia, 2a ed. Bologna, EMI, 2000.
CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, Guida al risparmio responsabile, Bologna,
Emi, 2002.
M. K. GANDHI, La voce della verità, Roma, Newton Compton, 1991.
(Cfr. cap.: "Idee economiche", pp.200-247).
M. K. GANDHI, Il mio credo il mio pensiero, Roma, Newton Compton, 1992.
(Cfr.: pp.201-275).
I. GHIZZONI (a cura di), Manuale del risparmiatore etico e solidale, 2a
ed., Piacenza, Berti, 2002.
T. PERNA, Fair Trade, Torino, Bollati-Boringhieri, 1998. (Sul commercio
"equo e soldale").
G. SALIO, Elementi di economia nonviolenta, Quaderni di "Azione Nonviolenta",
n. 16, Verona, Edizioni del Movimento Nonviolento, 2001.
G. STIZ - COOPERATIVA"IL SEME", Guida alla finanza etica, Bologna
EMI, 1999.
WUPPERTAL INSTITUT (a cura di), Futuro sostenibile. Riconversione ecologica,
nord-sud, nuovi stili di vita, 3a ed., Bologna, EMI, 1999.
Quando l’ulivo è davvero il simbolo
della pace
Di Franco Perna
Accogliendo l'appello di famiglie palestinesi a dare una mano per la raccolta
delle olive, sono partito con un gruppo di amici svizzeri per 2 settimane
(dal 28 ott. al 10 nov. del 2002) sotto gli auspici della YMCA (Associazione
cristiana di giovani) e l'ATG (Iniziativa per un turismo alternativo di
Beit Sahour/Betlemme).
L'ingresso a Tel Aviv è stato lungo, ma meno difficile di
quanto si pensava. Abbiamo raggiunto Betlemme, con breve sosta alla YMCA
di Gerusalemme Est, in circa di 2 ore. La prima attenzione si è
soffermata sulla presenza di tantissimi insediamenti israeliani (oltre
200 nei territori palestinesi), e i blocchi stradali e militari,
causa principale di rallentamenti e spesso umiliazioni, nella loro
vita di tutti i giorni. Ci sono poi zone cui i palestinesi non possono
accedere senza un permesso speciale o a rischio della propria vita. E'
un po' la situazione di proprietari di terre nelle vicinanze di insediamenti,
ben protetti da recinti di ferro spinato e da giovani soldati israeliani.
In tali casi è stata utile la nostra presenza di stranieri tra
gli agricoltori palestinesi. Questi infatti si sentono più sicuri
e incoraggiati nel portare a termine i loro lavori, soprattutto la raccolta
delle olive, che per molti rappresenta la sola fonte di entrata per tutto
l'anno.
Noi non abbiamo incontrato troppe difficoltà o pericoli, benchè
2 persone di un gruppo precedente siano state aggredite dai coloni sotto
gli occhi di soldati israeliani che non si sono mossi. In un altro
caso, accompagnando un contadino che qualche giorno prima era stato messo
in fuga dai militati dal proprio oliveto, abbiamo dovuto prendere atto
che ormai le olive erano già state raccolte (presumibilmente da
coloni israeliani). Il nostro amico contadino faceva gran fatica a nascondere
le lacrime, ma almeno questa volta i soldati si sono limitati ad osservarci
da lontano... Al dire di altri volontari in altre zone della Palestina,
tali episodi sono di routine.
Visto che la raccolta delle olive volgeva alla fine ci è stato
suggerito di dare una mano a Daoud Nassar e la sua famiglia che desiderano
trasformare un vasto terreno tradizionalmente di loro proprietà,
ma che fa gola ad alcuni insediamenti vicini, in un centro di incontri internazionali
e multietnici, chiamato: "Tenda delle nazioni". Il posto si
trova nei pressi di Nahalin, a meno di 10 km da Betlemme, ma per raggiungerlo
potrebbe occorrere anche un'ora per via dei blocchi stradali, attraversabili
solo a piedi, quindi bisogna prendere più mezzi, con inutile spreco
di tempo e di soldi che in Palestina sono veramente scarsi, dato l'alto
tasso di disoccupazione (60-70 %). Inoltre, chi è fortunato di
trovare lavoro non guadagna più dell'equivalente di circa 300-350
Euro mensili, un insegnante, per esempio.
Ritornando al progetto Tenda delle nazioni, dove abbiamo lavorato 4 giorni
sotto gli occhi dei coloni che in precedenza avevano già iniziato
i lavori per una strada, interrotta da noi perchè su
proprietà privata, piantando ulivi e costruendo muri di recinto,
desidero dire che si tratta di un luogo bellissimo, con grande potenziale
di sviluppo... potrebbe diventare una specie di Neve Shalom in Palestina.
Il lavoro da fare, però, è tanto ed occorrono mezzi umani
e materiali per portarlo a termine. L'idea è di utilizzare volontari
stranieri anche per incoraggiare giovani locali a prendere in mano le
loro responsabilità. La presenza straniera servirebbe da 'empowerment'...
e la speranza di Daoud e i suoi fratelli è che un giorno possano
venirci a lavorare anche giovani israeliani.
L'iniziativa è già sostenuta da un gruppo di amici svizzeri
e tedeschi, ma c'è posto per molti altri. Intanto la nostra presenza
è servita anche a stimolare l'interesse di associazioni locali
che, in un apposito incontro a Beit Sahour, presso la sede dell'ATG (7
novembre), hanno preso atto del progetto e si sono impegnate a sostenerlo.
In questa situazione di difficoltà, soprattutto economiche, la
collaborazione per qualcosa che non può dare frutti immediati,
non è cosa facile. Coloro che volessero saperne di più possono
contattare direttamente Daoud Nassar (e-mail:
) in arabo,
inglese o tedesco, oppure il sottoscritto (
,
tel. 030 99 07 428).
Omaggio a don Ivan Illich, modernissimo antimodernista
Di Giannozzo Pucci
Ivan Illich è morto a Brema il 2 dicembre scorso. La sua instancabile
ricerca e riflessione fino all’ultimo istante di vita è stata
motivata da un grande amore per l’essere umano e ispirata dal cristianesimo.
Era questo che gli permetteva di riconoscere le più subdole coartazioni
della libertà prodotte da quella ideologia burocratico –
professional – politico - tecnologica che è la religione
modernista, con i suoi sacerdoti (i professionisti e gli scienziati),
le sue divinità (il profitto, la scienza, il progresso, lo sviluppo),
le sue liturgie (i regolamenti burocratico amministrativi) e la sua lingua
(la statistica) in contrasto con la parola, il Verbo. Egli ha smascherato
questo neopaganesimo come una degenerazione della chiesa cattolica, sorta
di anti-chiesa e anti-cristo che ha trasformato la persona umana, creata
a immagine e somiglianza di Dio, in un essere larvale pieno di bisogni
definiti e risolti da esecutori di regolamenti e da tecnostrutture.
Il mondo moderno, secondo Illich, non è affatto laico ma inserito
completamente dentro la storia della chiesa come "corruptio optimi
pessima", e fa parte di quel "misterium iniquitatis" con
cui siamo costretti a convivere consci che "le porte dell’inferno
non prevarranno", ma non per questo giustificati per i nostri tradimenti.
Una volta mi confidò che credeva di essere uno dei pochissimi preti
di sua conoscenza, se non l’unico, rimasto fedele al giuramento
antimodernista, lui che pure affermava categoricamente l’incoerenza
del giuramento col vangelo.
Un aspetto straordinario della sua analisi è che pur riducendo
in polvere i castelli ideolgici liberali, marxisti e fascisti senza usare
nulla della strumentazione marxista e senza quasi nominarli, ma solo analizzandone
gli effetti, Illich non elabora una dottrina, ma solo una proposta di
temi d’investigazione, perché (di nuovo senza dirlo) la pars
construens a cui si riallaccia il suo pensiero esiste già da quasi
mille anni nell’opera di San Tommaso d’Aquino, perciò
compatibile col vangelo che invita a non farsi chiamare maestri perché
uno solo è il nostro Maestro.
L’impegno di Illich nel campo delle idee e dell’amicizia,
piuttosto che nell’azione sociale, derivava dalla consapevolezza
che lo scontro fondamentale è nel cuore umano, da cui nascono e
in cui si riflettono i pensieri che guidano poi le scelte personali e
politiche, e poi non si fidava della possibilità di convertire
le istituzioni attuali con la politica, senza una profonda deistituzionalizzazione
e rivoluzionaria umanizzazione della società. Dalle sue intuizioni
sono derivate, per iniziativa di altri, parziali attuazioni istituzionali
come la legge Basaglia in Italia, che ha dato buoni frutti ma i cui limiti
nascono anche da una società circostante in cui è stata
sistematicamente emarginata e perseguitata l’autonomia comunitaria.
Illich, nonostante la sua giovanile ammirazione per La Pira, è
rimasto sempre contrario a una concezione neoguelfa della politica. Forse
la degenerazione della tecnostruttura sociale la considerava così
avanzata da superare quella dell’impero romano nei primi secoli
del cristianesimo e quindi era portato a riproporre in chiave moderna
l’anatema contro lo stato pagano.
I principali aspetti delle istituzioni che impongono a tutti gli obblighi
della civiltà industriale, sono stati da lui studiati con una capacità
di passare, mediante la stessa ipotesi di lavoro, da un ambito all’altro
di ricerca, che è stata anche uno dei più importanti insegnamenti
trasmessi ai suoi studenti in un’epoca dove si tende solo a insegnare
la specializzazione.
E’ stato definito in molti modi: sociologo, economista, scienziato
della politica, ideologo della tecnica, perché male si adattava
alle correnti definizioni, in realtà era un uomo che riflette sulle
ragioni ultime di ciò che vede intorno a sé, ma fece cancellare
il termine "filosofo" dal passaporto dopo che un arabo gli si
era buttato ai piedi folgorato da quella parola. Alla fine si adattò
a farsi definire "storico": non tanto per il dottorato giovanile
in storia all’Università di Salisburgo su Toynbee, ma perché
ogni suo lavoro è stato basato su profondissime e innovative ricerche
storiche, che non hanno concesso nulla a una visione evoluzionista della
storia.
Alcune opere di Ivan Illich
Il primo libro di Illich, pubblicato alla fine degli anni ’60,
riguarda la Chiesa nel processo di trasformazione della società
moderna (The Church, change and development).
Il secondo, del 1970, intitolato Celebration of Awareness (Celebrazione
della consapevolezza: un appello alla rivoluzione istituzionale), è
contro le certezze delle istituzioni che imprigionano l’immaginazione
e rendono insensibile il cuore.
Poi, nel 1971, esce "Descolarizzare la società" che
è stato al centro del dibattito pedagogico internazionale con la
tesi che la scuola produce la paralisi dell’apprendimento e danneggia
i ragazzi, educandoli a diventare meri funzionari della macchina sociale
moderna. Convinto che il sistema educativo occidentale fosse al collasso
sotto il peso della burocrazia, dei dati e del culto del professionalismo,
combatteva i diplomi, i certificati, le lauree, insieme all’istituzionalizzazione
dell’imparare. Affermava che un adulto sarebbe in grado di apprendere
i contenuti di 12 anni di scuola in uno o due anni.
Del 1973 è La Convivialità, il testo fondamentale dell’ecologia
politica, in cui si dimostra che l’origine di ogni inquinamento
industriale sta nei divieti e ostacoli alle culture solidaristiche e comunitarie
di uso della natura che contengono la chiave per un percorso di liberazione.
Energia ed Equità esce l’anno dopo concentrandosi sull’analisi
del sistema dei trasporti e vi si dimostra come elevate quantità
di energia degradino le relazioni umane con la stessa ineluttabilità
con cui inquinano la natura.
Nemesi Medica, del 1976, esamina i danni alla salute prodotti dalla crescita
dell’organizzazione sanitaria, uno degli aspetti della nocività
dello sviluppo industriale. Il sistema medico della società moderna
non è solo produttore di danni alla salute con terapie spesso menomanti,
ma anche con la medicalizzazione della vita come sostituzione dei necessari
provvedimenti politici per rendere l’ambiente salubre.
Per una storia dei bisogni è del 1978 e descrive la modernizzazione
della miseria, cioè l’organizzazione dell’impotenza
del cittadino ad agire autonomamente per la crescente dipendenza da merci
e servizi industriali la cui necessità è imposta da una
casta di esperti. Ancora del 1978 è Il diritto a una disoccupazione
creativa in cui si dimostrano le ambiguità storiche su cui si fonda
la moderna identificazione del lavoro col lavoro salariato. Solo distruggendo
questo tabù si potranno creare le condizioni per una piena occupazione.
Lavoro Ombra, del 1981, sviluppa ancora il tema della formazione della
scarsità attraverso la distruzione delle comunanze, su cui, nel
loro aspetto di lavoro domestico femminile, si riposa il lavoro salariato,
trasformandole appunto nella propria ombra sfruttata.
In Genere e Sesso, del 1982, la scomparsa del genere maschile e femminile
e l’invasione dei rapporti fra uomo e donna da parte del sesso è
dimostrata come la decisiva condizione dell’ascesa di un modo di
vivere dipendente da merci prodotte industrialmente.
Del 1984 è H2O e le acque dell’oblio, dove si dimostra storicamente
come l’acqua, da sostanza inesauribile che alimentava il corpo insieme
allo spirito e all’immaginazione, è divenuta una formula
inquinata di chimica industriale, dalla cui depurazione dipende la sopravvivenza
umana.
Nel 1992 escono altri due libri importanti: Nello specchio del Passato,
che svela le radici storiche dei luoghi comuni della modernità
dimostrando la loro inconsistenza; e Conversazioni con Ivan Illich a cura
di D.Cayley, in cui tutto il suo itinerario si svela con accenti nuovi.
Infine, nel 1993 esce l’ultimo libro Nella vigna del testo il quale
sarà particolarmente ricordato anche dai medioevalisti come uno
straordinario commento al Didascalicon di Ugone di S.Vittore sul passaggio
dalla lettura monastica a quella scolastica.
Non si contano gli articoli, i seminari, gli incarichi in numerose università
americane ed europee, i corsi e le conferenze.
Il poeta Danilo Dolci, educatore-maieuta
Di Germano Bonora
Avendo avuto la fortuna di collaborare con Danilo dal 1980 alla immatura
dipartita, mi piace accennare qui, per sommi capi, come lavorava l’Educatore-Maieuta.
Nel 1980 partecipai per caso a un incontro organizzato alla Scuola Media
Statale Matilde Serao di Agropoli. Mi colpì subito l’insolita
attenzione e il rispettoso silenzio attorno al gigante Danilo, che poneva
domande a ciascuno alla maniera di Socrate, con il sorriso sulle labbra,
il tono dolce e suadente, sottovoce, senza microfono, nella grande sala
gremita di docenti, tutti interessati e pronti a intervenire.
Pochi minuti per la presentazione dei singoli partecipanti, dei quali
memorizzò subito la faccia e il nome, rivolgendosi a ognuno con
il tu, come tutti facevano ugualmente con lui in un clima di straordinaria
confidenza e familiarità. Nessuna cattedra né pedana, per
stare sullo stesso piano degli altri. Sollecitava garbatamente gli interventi
e ascoltava con attenzione, valorizzando le opinioni e i punti di vista
di ciascuno.
Nel corso di quel seminario nacque tra me e Danilo una straordinaria
intesa, che andò gradualmente evolvendo in un vero e proprio rapporto
di amicizia e di stima reciproca. Congedandosi alla fine del seminario,
con la semplicità istintiva che lo caratterizzava mi disse con
un sorriso: "Sono felice che tu esisti&". Altre volte mi
ripeteva con grande gioia: Sei per me più d’un fratello".
Dal 1980 alla morte l’amicizia tra di noi si andò sempre
più consolidando fino a diventare uno stretto e delicato rapporto
di collaborazione, che mi ha profondamente arricchito. Ci incontravamo
una-due volte all’anno, ma ci sentivamo quasi tutti i giorni, anche
più volte nella stessa giornata: mi parlava di tutto, degli incontri,
dei progetti nuovi, leggendomi gli appunti del lavoro o inviandomi per
fax gli scritti prima di darli alla stampa. Esempio di umiltà veramente
unico nel novero dei pensatori e degli artisti.
Dal 1980 ai primi anni novanta Danilo tornò annualmente ad Agropoli
per coordinare gli incontri e i seminari di studio su argomenti di attualità
e cultura, preparati per tempo da docenti e studenti, con i quali riusciva
a stabilire immediatamente un rapporto di totale disponibilità
e fiducia, che perdurava anche dopo il diploma. Alcuni contributi e lettere
degli studenti agropolesi occupano un posto di rilievo nei libri editi
in quegli anni.
La poesia fu il tema del primo seminario svolto al liceo scientifico
"Alfonso Gatto" nel 1981. Lo stesso argomento era stato approfondito
per due settimane pochi mesi prima all’università di Los
Angeles. Vi parteciparono un centinaio di studenti e una ventina di docenti.
Un numero del tutto eccezionale, perché non volle deludere le attese.
Danilo di solito lavorava con gruppi di quaranta-cinquanta partecipanti.
Per tutta la mattinata e alcune ore pomeridiane venivano letti e commentati
testi poetici dello stesso Dolci, con il quale imparammo che la Poesia
non è soltanto quella scritta dai letterati, ma anche quella fatta
di piccoli gesti e attenzioni in famiglia o altrove da persone colte e
anche dalla gente più semplice. Si può fare poesia, in ogni
occasione, con qualunque mezzo, anche con uno sguardo, con un piccolo
gesto di solidarietà, con una semplice carezza o un abbraccio di
consolazione, di amore fraterno.
La Poesia è la più alta forma di comunicazione. Comunicare
è il nodo centrale del Poeta-Maieuta, che dal 1988 alla morte pubblicò
ben sei edizioni della "Bozza di Manifesto dal trasmettere al comunicare",
dedicata "all’educatore che è in ognuno al mondo".
In tre delle sei edizioni ricorre il titolo emblematico "Comunicare,
legge della vita", che possiamo considerare la sintesi del pensiero
dolciano.
In tanti anni di attività didattica non ho visto mai così
attenti e interessati gli studenti, ai quali amava ripetere: "In
voi sento l’anima, la lingua dei Greci. Voi siete gli eredi di Parmenide".
Lo stesso Socrate, come si legge in uno dei Dialoghi di Platone, aveva
appreso la maieutica dal filosofo di Elea durante uno dei viaggi in Atene.
Il livello di preparazione degli studenti agropolesi, a giudizio di Danilo,
non risultava affatto inferiore, a quello degli studenti dei migliori
colleges statunitensi.
Riprendere l’attività scolastica dopo gli incontri con Danilo
diventava sempre più agevole e gratificante. I ragazzi si aprivano
a un rapporto nuovo, improntato al rispetto reciproco sia con i docenti
sia tra loro. Si aprivano anche in famiglia, come c’informavano
gli stessi genitori con viva emozione e gratitudine. Molti studenti continuavano
a scrivere a Danilo anche dopo il diploma per ringraziarlo o chiedergli
consigli. In alcune edizioni della "Bozza di Manifesto" compaiono
contributi e lettere dei ragazzi di Agropoli accanto a quelli dei Nobel
Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini, di altri famosi scienziati, artisti,
educatori e anche di gente semplice quanto saggia. Senza alcuna differenza.
Pur non essendo uno specialista, Danilo stava particolarmente attento
nella scelta delle parole. Per lui trasmettere non è affatto sinonimo
di comunicare; né potere è sinonimo di dominio, come purtroppo
si legge anche nei migliori dizionari. L’azione di trasmettere è
unidirezionale e può essere anche violenta, come un colpo di pistola
o la più subdola pubblicità. Comunicare implica reciprocità,
come ad esempio una telefonata fra due persone innamorate. Il potere appartiene
a ciascuno, mentre nel dominio c’è la sopraffazione di un
individuo o di un gruppo sugli altri. Danilo non amava le parole leader,
capo, duce, zar e simili. Non amava neppure la parola pedagogia, alla
quale preferiva educazione: la prima presuppone la guida, il conduttore,
mentre la seconda evoca il maieuta, che rispetta l’autonomia dell’altro.
Nel corso dei seminari esigeva il massimo raccoglimento e silenzio, per
meglio attivare e concentrare le energie intellettuali e creative. La
creatura è per sua intrinseca natura destinata a creare.
Sognava la Terra come Creatura di creature, che è anche il titolo
profetico di un suo poema.
Ogni seminario si concludeva di solito con una manifestazione pubblica,
aperta ai familiari degli studenti e a quanti altri volessero compartecipare
alla festa, in cui si vivevano momenti di gioia collettiva e di intensa
emozione. Alcune madri abbracciavano Danilo per ringraziarlo di aver aiutato
i figli ad aprirsi in famiglia: "Quando ci riuniamo per il pranzo
e la cena, non accendiamo più il televisore; parliamo di tutto,
guardandoci negli occhi, senza mai alzare la voce".
Una giovane vedova con gli occhi lucidi, stringendo forte la mano di
Danilo, gli confidò: "Mio figlio si era completamente chiuso
nel suo dolore da quando era morto il padre, al quale era molto attaccato.
Nel corso del seminario ha ritrovato il sorriso, raccontandomi ogni giorno
tutto quello che faceva con voi. Ha capito che comunicare è la
cosa più importante di tutte. Comunicare dev’essere la legge
della vita".
Soltanto una volta, nel pieno della festa conclusiva dei lavori seminariali,
ho visto un ragazzo avvicinarsi impacciato a Danilo per dirgli di essere
rimasto deluso, perché si aspettava delle belle conferenze dal
"professore Dolci", che invece si era limitato ad ascoltare
dei ragazzi ignoranti e immaturi. Per lui il seminario era stato del tutto
inutile.
Danilo lo fissò a lungo negli occhi, scuotendo la testa. Quando
ci congedammo alla stazione ferroviaria, mi disse: "State molto vicino
a quel ragazzo, perché non è soltanto deluso dell’incontro,
ma è soprattutto deluso della vita, perché non ha fiducia
in se stesso: è disperato. Come tutti quelli che hanno bisogno
di una guida, anzi di un capo, un leader, un duce che li domini".
Danilo amava ricordare di aver imparato molto dai contadini, dai pescatori,
dalla gente semplice, finanche dagli alberi e dai fiori.
Per costruire un rapporto fecondo è fondamentale il rispetto.
Dev’essere sempre un rapporto reciproco di dare e avere con delicatezza.
Come fa l’ape con il fiore.
"Palpitare di nessi" è il titolo di uno dei suoi libri
più belli, che con il corpo poetico dall’emblematico titolo
"Creatura di creature" l’editore Armando Armando volle
pubblicare nella collana specialistica degli educatori, perché
gli autentici educatori sono anche grandi poeti. Nei grandi poeti etica
ed estetica coincidono.
L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Contro le guerre del petrolio lasciamo a casa le automobili
"Azione nonviolenta di sensibilizzazione sul nesso causale automobili-petrolio-guerre
e su una sua possibile rottura". Ne parliamo con Pasquale Pugliese
del Gruppo di Azione Nonviolenta che la attua ogni due settimane a Reggio
Emilia.
Chi è stato? Il Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia,
sin dall’origine del progetto GAN di Rete Lilliput, è un
significativo punto di ideazione, sperimentazione e atuazione della “strategia
reticolare, lillipuziana e nonviolenta”. Nasce da un percorso formativo
di quasi un anno, articolato in conferenze-dibattito, ricerca, training,
proiezione e discussione di film. Il modulo finale del corso ha visto
un’analisi collettiva dei riflessi locali delle dinamiche globalizzanti,
culminata in un training di presa di decisioni consensuali con Nanni Salio.
In tale sede il gruppo ha deciso di costruire una campagna locale sulla
violenza strutturale, diretta e culturale del sistema di trasporti fondato
sull'automobile; una campagna, basata sul metodo e le tecniche della nonviolenza
attiva, ancora in pieno sviluppo. Quella qui presentata è la seconda
azione del gruppo, dopo un'azione dimostrativa di tipo teatrale realizzata
nel giugno scorso per "provarsi" al termine del percorso formativo.
PREPARAZIONE
Proviamo a ripercorrere il percorso che porta a questa azione?
A settembre il GAN comincia a lavorare parallelamente sull'affinamento
del metodo di azione e sulla fase di inchiesta preliminare della campagna.
La forma di violenza diretta, strutturale e culturale che la nostra campagna
mira a trasformare in senso sostenibile e nonviolento, si esplica sia
a livello micro, con le morti in città e provincia per incidenti
stradali e con le malattie per cause legate all'inquinamento atmosferico,
sia a livello macro, con la crisi ambientale e sociale del modello di
sviluppo. Di questo modello l'automobile è uno dei perni materiali
e simbolici, e con le guerre per il petrolio.
I venti di guerra che, dopo l'Afghanistan, soffiano sull'Iraq per ragioni
chiaramente legate all'appropriazione dei pozzi petroliferi, inducono
il gruppo a concentrarsi, sul piano dell'azione, proprio su questo tema.
Come avete scelto tra le possibili tecniche di azione nonviolenta?
Si è deciso il tipo di azione da svolgere nella giornata di autoformazione
condotta da Caterina Lusuardi e Fabiana Bruschi, reduci dal campo di formazione
per formatori di Rete Lilliput a Pruno di Stazzema, Sono state delineate
le prime caratteristiche dell'azione, poi definite in maniera più
dettagliata via via, negli incontri successivi: esplicitare -anzitutto
ai cittadini contrari alla guerra che usano abitualmente l'automobile-
il legame diretto tra il bisogno di petrolio delle società occidentali
ed il ciclo di guerre imperiali attuali, al fine di indurre alcune modifiche
nell'uso abituale dell'auto, proponendo l'alternativa della bicicletta.
AZIONE!
14 dicembre 2002, Ore 9.00: E' una fredda e nitida giornata di sole dopo
settimane di pioggia e nevischio. Circa 10 persone del locale GAN si ritrovano
in una delle più frequentate piazze di Reggio Emilia. Sono un po'
in ritardo ma ognuno sa precisamente cosa fare e il lavoro procede spedito:
due issano una bandiera sull'asta del cartello "piazza della Vittoria".
Altri due montano un banchetto e vi sistemano sopra libri, dossier e volantini.
In sei srotolano tre striscioni con su scritto: "Contro le guerre
del petrolio lasciamo a casa le automobili"; col più grande
avvolgono il banchetto e fissano gli altri su due telai applicati in verticale
sulle biciclette. Hanno appena terminato, che arrivano i primi ciclisti;
il vento dispiega la bandiera arcobaleno scoprendo due grandi mani che
spezzano un fucile e la scritta "nonviolenza". Man mano che
i ciclisti arrivano vengono accolti al banchetto dove si offrono mascherina
antismog, volantino con 10 regole da rispettare e verdissima canna di
bambù per imbandierare la bici.
Istruzioni per la biciclettata*: 1) si procede in fila indiana e non a
coppie 2) rispettare la posizione di partenza di ognuno 3) seguire il
capofila con striscione 4) chiude la fila un'altra bici con striscione
5) si rispettano semafori e precedenze 6) si aspetta chi rimane fermo
ai semafori o per altri motivi 7) per qualsiasi situazione in cui occorra
fermarsi avvisare il compagno davanti e con passaparola si avvisa il capofila.
Usare la parola "stop" per fermarsi e "avanti" per
procedere 8) diversamente avvisare il "pompiere" in bicicletta
che può muoversi liberamente 9) se siamo in numero superiore a
40 le biciclette con bandiere della nonviolenza e della pace (gruppo GAN)
segnano le decine e diventano riferimenti 10) se non si rispettano le
suddette istruzioni la biciclettata sarà sospesa
*(volantino distribuito ai partecipanti esterni al GAN)
10.30: il serpentone colorato di 25 bici e circa 200 metri, aperto e
chiuso dai due striscioni si mette in movimento; scivola ordinatamente
tra i molti pedoni del centro e poi nel traffico del sabato mattina. Si
arresta un istante per attraversare l'incrocio principale della città
e riparte veloce lungo le principali arterie, rientrando poi verso il
centro. La teoria di bandiere arcobaleno, agitate dal vento e baciate
dal sole, che fluisce serena nel traffico prenatalizio, è di grande
effetto. Da una piazza vicina arrivano le voci di una manifestazione di
studenti; si devia leggermente per girargli intorno in segno di amicizia.
11.30: Si ritorna stanchi al banchetto dove, nel frattempo qualcuno (o
in molti?) si è avvicinato per avere informazioni. Il riscontro
positivo della gente ci induce a ripetere il percorso una seconda volta.
12.00: Ci si saluta, stanchi ma molto soddisfatti; e ci si dà appuntamento
alla prossima biciclettata, replicata con periodicità quindicinale,
al sabato.
Tecniche: Con riferimento a Gene Sharp “Politiche dell’azione
nonviolenta ” vol III (Edizioni Gruppo Abele 1986) si riportano
qui tre tecniche d’azione e tre corrispondenti modalità di
esprimere il proprio dissenso che si intrecciano in questa esperienza:
Tecniche di protesta e persuasione come il corteo (Cfr. le tecniche n°
38-42) e la sfilata motorizzata in particolare o azioni pubbliche simboliche
come l’esposizione di bandiere e colori simbolici (n°18) Opposizione,
ossia manifestazione di una massa che dice NO che raggiunge più
luoghi e persone di un corteo a piedi, in maniera persuasiva anche senza
coperture mediatiche e graduale nel coinvolgimento di persone esterne
al conflitto.
Tecniche di noncollaborazione economica e in particolare il boicottaggio
da parte di consumatori (n° 71-77). Obiezione individuale ai piccoli
SI –consapevoli o meno- che questo sistema strappa ogni giorno agli
stessi manifestanti.
Tecniche di intervento nonviolento sul piano economico (n° 181-190)
e in forma di sistema di trasporto alternativo (n°191) Opzione, ossia
attuazione collettiva di sistemi alternativi che stiano in piedi. Costruttiva
e costante enza alti e bassi imposti da altri;
VALUTAZIONE
In che misura la dinamica attivata è stata efficace e cosa non
ha funzionato come previsto?
Nell'incontro di valutazione svolto dopo qualche giorno, oltre alla soddisfazione
generale per lo svolgimento complessivo dell'azione, abbiamo evidenziato
i punti deboli: hanno partecipato meno persone da quello che i segnali
dei giorni precedenti lasciavano supporre; la stampa non si è vista
o quasi; un associazione ciclo-ecologista, che pure aveva formalmente
aderito, era praticamente assente; la piazza del punto base non era molto
frequentata al mattino; gli striscioni erano poco leggibili, soprattutto
quelli in movimento.
Si sono proposte dunque le opportune modifiche, alcune già operative
dalla seconda edizione.
L'efficacia complessiva della progett/azione sarà comunque quantificabile
solo su tempi lunghi ed in seguito alla ripetizione del messaggio.
Per un GAN, chiedersi come (e magari quanto) l'azione e' efficace nel
raggiungere lo scopo prefissato e' un punto caratterizzante di positivita'.
Per questo ci proponiamo di sviluppare degli "indicatori" (come
in un bilancio sociale) che ci permettano di valutare se riusciamo: a
sensibilizzare gli "spettatori" all'azione; a rendere piu' partecipi
e consapevoli del messaggio coloro che (ci auguriamo) si uniranno a noi
(a Reggio Emilia e magari altrove) per riuscire a ripetere con efficacia
l'azione.
INDICATORI DI EFFICACIA:
Registrazione del numero di partecipanti all'azione nelle sue edizioni
ripetute (ogni 15 giorni circa)
Registrazione della diffusione dell'azione in territori limitrofi o dell'attivazione
di altri GAN affini
Somministrazione di un questionario ai partecipanti (tutte le volte che
l'azione si ripete)
Rassegna stampa locale relativa all'azione
QUESTIONARIO (BOZZA)
Per chi ha partecipato all’azione: 1) Da quanto partecipi a questa
azione ? 2) Hai contribuito all'organizzazione dell'azione ? 3) Da quando
partecipi all'azione?
Per chi non ha partecipato: 1)Sei a conoscenza dell'azione? 2)Se sai di
che si tratta, puoi affermare che…
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Impressioni da Baghdad: un viaggio della Pace
Riflessioni e pensieri dopo il viaggio a Baghdad con la delegazione di
parlamentari ed esponenti della società civile
L’opportunità era certamente stimolante: fare parte della
delegazione mista (parlamentari, esponenti di associazioni e giornalisti)
in visita per una settimana a Baghdad all’inizio di Dicembre con
l’intento di capire un po’ meglio la situazione e portare
un messaggio di speranza.
Un cammino, questo, fatto da persone impreparate e non ben coscienti della
meta verso cui stavano andando, così come lo sono tutti nella costruzione
della Pace, ed in qualche misura complici della condizione di crisi in
atto. Ognuno di noi deve considerarsi in parte responsabile dei contrasti
e dei conflitti fra i popoli se non mette fino in fondo le sue energie
a disposizione della realizzazione di un mondo più giusto. Questo
viaggio rimane una metafora di tale percorso conoscitivo anche se le sensazioni
provate sono ancora incapaci di generare visioni complessive di cambiamento
di rotta.
In pochi giorni, con un serrato programma di lavoro, abbiamo avuto l’opportunità
di incontrarci con: il Presidente del Parlamento iracheno; i Presidenti
delle Commissioni parlamentari di esteri, sanità e ambiente, lavoro
e affari sociali e della religione e del culto; la locale chiesa Caldea,
nella persona del Vescovo Ausiliario Salomon Warduni; le agenzie delle
Nazioni Unite, i direttori di UNICEF, e UNDP, e il Coordinatore Umanitario;
le ONG internazionali e le organizzazioni umanitarie attive in loco; gli
Ispettori delle Nazioni Unite, nelle persone del portavoce e del direttore
del centro operativo; il rappresentante della nostra “sezione di
interessi italiani” a Baghdad. Abbiamo inoltre visitato: l'ospedale
pediatrico oncologico, dove abbiamo incontrato il direttore sanitario;
la facoltà di scienze politiche dell'Università di
Baghdad, ospiti del direttore della facoltà stessa e una scuola
elementare di una zona disastrata della città di Baghdad.
Il momento più rilevante lo abbiamo comunque vissuto incontrando
la gente di Baghdad: abbiamo finalmente dato un nome ai volti delle persone
al di là dell’immagine televisiva, abbiamo sentito le voci
di chi non ha possibilità di farsi sentire, di chi per anni ha
vissuto tra l’oppressione di un embargo e la “libertà”
di un’assurda dittatura. Per una settimana, abbiamo avuto la possibilità
di calarci in una realtà sociale ed umana completamente differente
dalla nostra quotidianità e, soprattutto, abbiamo potuto sentire
sulla nostra pelle l’atmosfera di questo paese martoriato che vive
sotto la minaccia costante di un attacco. “I nostri sentimenti sono
congelati” ha detto una ragazzina irachena, riverberando negli occhi
e nella voce la mancanza di speranza che abita nel profondo della sua
anima. Questa consapevolezza mista di impotenza e rassegnazione, aumentata
e cementata dal tipico fatalismo arabo, è se possibile ancora peggiore
della pur drammatica situazione materiale. Una condizione sempre sull’orlo
della catastrofe, in buona parte per colpa della politica e dell’indifferenza
di noi “popoli civili”: ci consideriamo i paladini di libertà
e giustizia quando invece affamiamo un intero popolo ed arricchiamo, rafforzandoli,
i capi che diciamo di voler abbattere. In realtà stiamo uccidendo,
oltre a bambini, donne e uomini indifesi, anche i loro sogni e la loro
fiducia di una vita serena e felice. Ma anche in questo clima pesante,
pur con tutte le difficoltà evidenti e già tratteggiate,
la vita riesce sempre a trovare una strada per “uscire alla luce”,
grazie al valore profondo di un popolo che ha saputo donare un grande
senso di umanità anche a noi, visitatori di passaggio provenienti
da un paese straniero e “nemico”.
Più di ogni altra cosa prevale il disagio di non trovare una motivazione
che spinga a concepire una guerra come questa, un inganno strano dove
la vittima è già morta e il suo assassino continua a non
poter fare a meno di ucciderla. Di fronte a ciò sei costretto a
fermarti e a domandarti qual è stato il motivo che ti ha spinto
ad intraprendere un viaggio del genere. Sei portato a chiederti quale
possa essere il contributo vero delle tue buone intenzioni di “diplomazia
dal basso” ed “intervento diretto nonviolento”. Certe
volte ci si scopre molto meno preziosi di quanto si sia portati a credere
normalmente! Ma anche se non abbiamo fatto chissà che cosa, anche
se il nostro contributo di dialogo si è perso nella marea di odio
e di scontro, quel poco di cammino che abbiamo percorso può essere
davvero importante se “moltiplicato nelle molteplicità”.
Riccardo Troisi e Francesco Vignarca
Rete di Lilliput
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Contro la guerra: cambiare modello di sviluppo
Continuiamo ad augurarci che i governi degli Stati Uniti e dell'Irak,
e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decidano di evitare una
nuova guerra del Golfo. Cerchiamo di mantenere la serenità, e nello
stesso tempo di trovare strade per un lavoro incisivo e costruttivo di
opposizione alla guerra.
Come in altre guerre degli anni novanta, il consenso dell'opinione pubblica
all'attacco viene garantito da un misto di retorica, disinformazione e
riscrittura del passato. A dicembre, Andreas Zumach, del quotidiano tedesco
Tageszeitung, ha rivelato che numerose imprese statunitensi e tedesche,
e addirittura agenzie governative USA, hanno aiutato negli ultimi venti
anni il regime iracheno a dotarsi di armi di distruzione di massa (in
particolare gli agenti chimici usati contro l'Iran e contro i Curdi).
Ma del fatto che il dittatore Saddam Hussein sia stato amico dell'occidente
per oltre un decennio oggi non si parla.
Per fortuna nel nostro paese abbiamo già visto diverse manifestazioni
contro la guerra che si avvicina, e senz'altro la protesta crescerà.
Essa potrà diventare incisiva solo se nascerà un movimento
capillare genuinamente nonviolento, anzitutto nelle forme di protesta.
L'opposizione nonviolenta non può esaurirsi nelle manifestazioni
di piazza. La strada dell'azione diretta nonviolenta potrà forse
intralciare il funzionamento della macchina da guerra – e questo
sarà un segnale di speranza. A questo proposito è doveroso
ricordare, tra le altre, l'iniziativa delle "mongolfiere di pace",
animata da Peppe Sini, che durante la guerra del Kosovo impedì
per qualche ora la partenza dei bombardieri. Riusciremo a ostacolare di
nuovo – anche solo per poco – la macchina bellica statunitense
e i suoi aiutanti italiani?
La cultura della nonviolenza mette in primo piano la realizzazione di
un programma costruttivo, come alternativa praticabile alla violenza e
alla sopraffazione. Il collegamento tra l'opposizione alla violenza e
il programma costruttivo è di grandissima attualità: credo
che, alla vigilia della "guerra annunciata", proprio il programma
costruttivo dovrebbe diventare il centro dell'azione politica dei nonviolenti
e dei movimenti per la pace.
Non c'è dubbio infatti che la guerra contro l'Iraq verrà
combattuta per garantire agli Stati Uniti il controllo della materia prima
oggi più preziosa, il petrolio. Per depotenziare il sistema di
guerra nel quale siamo immersi la via maestra è quindi costruire
con pazienza alternative all'attuale politica energetica e quindi al modello
di sviluppo odierno nel suo complesso.
A dimostrazione che un tale programma costruttivo non è roba da
utopisti ci sono tanti esperimenti di nuove forme di economia e di vita.
Un compendio delle esperienze più interessanti è contenuto
nel volume Short circuit, scritto già qualche anno fa dall'economista
irlandese Richard Douthwaite (in Germania è uscita un'edizione
ampliata con esempi di alternative pratiche nei paesi di lingua tedesca).
La tesi dell'autore è che per contrastare gli effetti devastanti
della globalizzazione occorre costruire forme di economia solidale a livello
locale e regionale: anziché fluire dalla periferia al centro, le
risorse possono in questo modo rimanere a disposizione della comunità
che le produce.
Douthwaite propone esempi concreti di alternative economiche in diversi
campi: dalle banche del tempo allo sfruttamento di risorse energetiche
rinnovabili locali. Proprio quest'ultimo punto assume un'importanza centrale
per un modello di sviluppo alternativo a quello basato sul petrolio. Douthwaite
sostiene che pressoché ogni comunità locale può valorizzare
fonti energetiche proprie (ad esempio con piccoli impianti idroelettrici
o eolici).
Oggi la liberalizzazione del mercato energetico europeo permette di realizzare
questa alternativa con una certa facilità, creando società
locali di produzione e consumo dell'energia: in Germania i consumatori
possono scegliere la società da cui comprare energia elettrica.
L'elettricità necessaria a scrivere queste righe al computer proviene
dalla rete di Berlino, la mia bolletta viene versata a una società
di Amburgo che vende solo energia rinnovabile.
Prevedibilmente il movimento contro la guerra in Irak caratterizzerà
la società italiana nei prossimi mesi. La cultura della nonviolenza
può permettere all'opposizione contro la guerra un salto di qualità:
l'obiettivo è di saldare insieme l'azione diretta nonviolenta nella
società, la prospettiva di un'opposizione politica alla guerra
nelle istituzioni, e la costruzione di alternative locali al modello di
sviluppo basato sul petrolio.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
La Memoria sullo schermo
(“Amen”, di Costa Gavras e “Il Pianista” di Polanski)
Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche penetrano nel campo di concentramento
di Auschwitz e liberano gli internati dalla cieca follia nazista; il 27
gennaio del 2003 si celebra in tutta Italia la terza Giornata della Memoria,
momento di riflessione e di approfondimento della Shoah, il martirio del
popolo ebraico, una ferita ancora aperta nel cuore della vecchia Europa.
Il cinema, da sempre, guarda alla Storia e ai suoi protagonisti come ad
una sorgente inesauribile di fatti, personaggi e contesti, dai quali trarre
materia di narrazione e rappresentazione. Una rappresentazione del reale
che, per lo statuto stesso del mezzo cinematografico, è comunque
da intendersi non come ri-produzione della realtà ma come produzione
di una nuova realtà, la risultante tra una scelta estetica soggettiva
(quella dell’uomo dietro la macchina da presa) e le immagini in
movimento riprese dalla macchina. Di tutta la Storia (con la esse maiuscola),
il cinema mostra da sempre una particolare attenzione nei confronti della
Shoah, forse perché rappresenta il massimo archetipo del concetto
di colpa individuale e collettiva; e nel 2002 il repertorio cinematografico
sull’Olocausto si è arricchito di due ulteriori capitoli
- Amen di Costa Gavras e Il pianista di Roman Polanski – e di tre
nuove e paradigmatiche icone del dolore: Kurt Gerstein, chimico e ufficiale
“pentito” delle SS, Riccardo Fontana, il giovane gesuita,
di pura invenzione letteraria, vicino a Pio XII, e Wladyslaw Szpilman,
brillante pianista polacco sfuggito alla deportazione. Due film sui quali
vale la pena soffermarsi per i notevoli elementi di originalità
che presentano.
Dal punto di vista stilistico è interessante da subito rilevare,
come caratteristiche portanti, la secchezza (quasi freddezza in Amen)
e la natura assolutamente anti-retorica dell’impianto narrativo.
I fatti e gli stati d’animo vissuti dai protagonisti sono descritti
in maniera asciutta, quasi senza enfasi, per meglio coglierne il senso
profondo dell’assurdo: l’assurdo di una crudeltà scomposta,
cieca e brutale, che si scatena apparentemente senza una motivazione logica.
La brutalità omicida degli aguzzini nazisti, ne Il pianista per
esempio, che esplode senza preavviso, senza lasciare dietro di sé
strascichi evidenti, magari semplicemente per una domanda mal posta.
Una personale ricostruzione di una pagina di Storia; due parziali “soggettive”
sulla tragedia della Shoah, incarnate dallo sguardo “dall’interno”
di Wladyslaw, pianista polacco scampato alla deportazione che, costretto
a vivere nel ghetto di Varsavia, attraversa tutte le fasi del progetto
di sterminio nazista, e dallo sguardo “dall’esterno”
di Gerstein e Fontana, incapaci di osservare in silenzio il cinismo sanguinario
dei nazisti e l’atteggiamento “silente ma non assente”
della diplomazia vaticana, e quindi vittime di un oppressivo senso di
colpa che li conduce alla morte.
Dal punto di vista contenutistico si può notare come Polanski e
Costa-Gavras evitino con cura di proporre alcuni stereotipi o cliché
del cinema dell’Olocausto, che abbondano, invece, in film come La
vita è bella di Benigni o La tregua di Rosi. Compiono la precisa
scelta di non mostrare alcuna immagine dei campi di concentramento né
la desolante condizione dei deportati.
In Amen lo sguardo è pudico e la rappresentazione del dolore non
varca la soglia perché non vuole. L’occhio di Kurt, il suo
vedere, si congela ed ammutolisce attraverso l'oblò che lascia
passare la visione dello strazio delle vittime dello Zyklon B e del quale,
invece, fanno largo e vouyeristico uso gli altri ufficiali nazisti. L’unico
elemento che, per metonimia, riconduce al lager come luogo della deprivazione
della vita è il treno merci con i vagoni vuoti, che ritmicamente
scandisce la narrazione filmica con il suo scorrere perpetuo ed incessante.
Ne Il pianista invece, lo sguardo è prigioniero del ghetto di Varsavia,
e la rappresentazione del dolore non varca la soglia perché non
può. Wladyslaw vaga perduto, randagio ebreo errante, tra le macerie
di un’umanità in frantumi, soffocata dal limite delle imposizioni
e ingabbiata da pareti di cemento e pertugi; una figura via via più
scheletrica e “fantasmatica”, nel progressivo dimagrimento
della carne, che scivola ineluttabilmente verso l’abisso.
Anche in questi due lungometraggi il cinema della Shoah illumina un essere
umano “azzerato” nella sua condizione primaria; nudo e solo
di fronte alla propria coscienza, al proprio dolore e ai propri bisogni
più basilari: “…il cibo (vita) è più
importante del tempo”, dice Wladyslaw quando cede l’orologio
in cambio delle provviste. Una condizione che declina nel martirio quando
– è il caso di Kurt e Riccardo – la necessità
della denuncia di un tempo, del quale ci si vergogna di fare parte, risulta
più urgente e importante della vita stessa.
Gianluca Casadei
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Immagina un cantautore ministro della cultura…
La fantasia e la musica al potere in Brasile dal primo gennaio! Un Paese
che balla e vive di musica, che ha eletto presidente Lula, un personaggio
che si dice raccomandi la recitazione quotidiana, almeno per tre volte
di ”Imagine” e “Happy Xmas (war is over)” di John
Lennon, non poteva che avere come Ministro della cultura un cantautore
e musicista…
In Italia abbiamo avuto amministratori comunali come Bertoli, Ligabue
e Treves, deputati in parlamento come Modugno e Paoli, presidenti di Provincia
come Ombretta Colli a Milano. In giro per il mondo c’è stato
qualche musicista candidato presidente senza successo come Jello Biafra
alle primarie dei Verdi negli Usa e Ruben Blades a Panama.
Ma oggi abbiamo veramente Gilberto Gil Ministro della Cultura nel nuovo
governo brasiliano! Il cantautore di Salvador de Bahia ha accettato dopo
essersi consultato con altri due grandi della musica carioca, CaetanoVeloso
e Chico Buarque de Hollanda. “Cercherò di conciliare la carriera
artistica e l’incarico di ministro – ha detto - lavorerò
in doppiopetto da lunedì a venerdì e continuerò a
tenere i miei spettacoli il sabato e la domenica. Che cosa farò
come ministro è decisamente troppo presto per dirlo, quello che
so è che nel frullatore di idee del nuovo governo io ci metterò
cose nuove”. E ha ricordato, citando la sua canzone “Palco”
che “Pure la politica e l’amministrazione sono un’arte”.
Gilberto Gil cantante e chitarrista (ma è passato anche dalla
fisarmonica alle percussioni) è un personaggio profondamente legato
alla cultura locale, che ha saputo spaziare negli anni nei generi più
diversi dal reggae ai ritmi africani, dal country al pop-rock. Nel 1998
ha ottenuto il Grammy award (Oscar della musica pop) come miglior cd di
word music per “Quanta live - Ao vivo”.
Negli anni sessanta ha promosso il Movimento Tropicalista insieme ad
altri musicisti fra cui Caetano Veloso, portando un fermento rinnovatore
nella musica brasiliana, oltre la bossa nova, riprendendo influenze pop
anglosassoni, amalgamate con le strutture ritmiche e melodiche latinoamericane.
La valenza del Tropicalismo non è stata solo musicale, ma anche
culturale e politica. Gil e Veloso hanno ripetutamente denunciato anche
in musica il clima di terrore instaurato dalla dittatura militare: “Attenzione!
Devi avere occhi forti/ Per questo sole/ Per questa oscurità/ Attenzione/
Tutto è pericoloso/ Tutto è divino meraviglioso/ Attenzione
pure al ritornello/ Devi stare all’erta e forte/ non abbiamo tempo
per temere la morte” (“Divino Maravilhoso”). Per questo
sono stati per un mese in carcere e poi espulsi dal Brasile. Tre anni
in Inghilterra hanno dato l’occasione di suonare con gruppi e personaggi
quali i Pink Floyd, gli Yes e Rod Stewart. Il ritorno in patria nel 1972
è stato propiziato da una notevole mobilitazione di musicisti.
Nel 1987 ha dato vita a Ondazul, una ong per la salvaguardia della foresta
amazzonica, la difesa delle culture indie e il controllo delle risorse
idriche. Nel 1991 ha partecipato a un grande concerto a New York, con
Jobim, Sting, Elton John, per la difesa delle foreste pluviali. E’
coautore della sigla musicale che, dall’inizio degli anni novanta,
accompagna le campagne elettorali di Lula. Fa parte della direzione del
movimento dei Verdi. Una sua canzone si intitola “Filhos de Gandhi”
(figli di Gandhi).
A qualcuno sarà rimasto impresso il suo smagliante sorriso quando,
nel 1990 a Sanremo ha riversato la sua carica di ottimismo in una spumeggiante
versione di “Buona giornata”, canzone dei Ricchi e Poveri,
purtroppo mai uscita su disco…
Ma in Italia non lo ricorderemo solo per questo o per il duetto (“Mejor
de volvere junto a ti”) con Laura Pausini. Di recente (ottobre 2002)
ha cantato al Premio Tenco, l’appuntamento annuale più prestigioso
per la canzone d’autore, dove è stato premiato come artista
straniero.
Decennio ONU per l’educazione alla nonviolenza
: a che punto siamo?
Nel numero di Novembre del 2000, in questa rubrica è stata presentata
l’iniziativa dei Premi Nobel per la Pace che ha portato l’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite a proclamare il primo decennio del nuovo
millennio “Decennio per l’affermazione di una cultura della
nonviolenza”.
Siamo ormai nel 2003. Con l’inizio del nuovo anno è opportuno
riepilogare che cosa è successo finora a questo proposito . E’
quanto ci viene proposto da Sergio Bergami, che con il MIR di Padova segue
in particolare il lavoro di promozione del Decennio in Italia, e che per
noi fa il punto della situazione.
I documenti dell’ONU più interessanti
Ancora nel lontano 1997 L’Assemblea Generale (risoluzione 52/15
del 20 novembre 1997) ha proclamato l’anno 2000 “Anno internazionale
della cultura della pace”;
nel 1998 (risoluzione 53/25 del 10 novembre 1998) ha proclamato il periodo
2001-2010 “Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e non
violenza per i Bambini del Mondo”;
nel 1999 (risoluzione A/53/243 del 13 settembre 1999) ha prodotto una
Dichiarazione e un Programma d’azione su una cultura di Pace. L’UNESCO
ha prodotto un manifesto per l’anno 2000 che è stato firmato
da 65 milioni di persone nel mondo.
Questi documenti sono in realtà molto importanti perché
“Gli Stati Membri sono incoraggiati a prendere dei provvedimenti
per promuovere una cultura di pace a livello nazionale“(art. 2 del
programma d’azione); e ancora “L’applicazione efficace
del Programma d’azione richiede la mobilitazione di risorse, ivi
comprese le risorse finanziarie, grazie ai governi, alle organizzazioni,
e agli individui interessati”(art. 8).
Nell’art. 9 si parla di “Fare in modo che i bambini ricevano,
fin dalla più tenera età, una educazione al riguardo dei
valori, delle attitudini, dei comportamenti e dei modi di vita che debbano
loro permettere di risolvere le controversie in maniera pacifica”
[…] e di “Far partecipare i bambini ad attività che
instilleranno in loro i valori e gli scopi di una cultura di pace”;
sempre nello stesso articolo si incoraggia “la revisione dei programmi
di insegnamento, ivi compresi i manuali, nello spirito della Dichiarazione
[…] riguardante l’educazione alla pace”.
Come si vede da questi pochi passi tratti dalle dichiarazioni lo spazio
di intervento è veramente molto grande.
Cosa è stato fatto
La rivista francese Nonviolence Actualité ha elaborato un interessante
piano (1) con delle azioni cadenzate per ogni biennio. Questo piano di
lavoro è stato assunto come base di lavoro dal MIR all’assemblea
del 2001 a Roma.
E’ già stato presentato nei due rami del Parlamento Italiano
un progetto di legge, firmato da parlamentari di tutti gli schieramenti
politici, che prevede la creazione anche in Italia di Istituto di ricerca
per la Pace e la Risoluzione dei Conflitti sul modello di quelli prestigiosi
già esistenti del Nord Europa.
E’ stata elaborato un modello di delibera da far adottare a livello
comunale e provinciale per finanziare l’educazione alla pace nelle
scuole presenti nel territorio degli Enti Locali (2).
E’ stata elaborata una traccia di proposta di legge per finanziare
l’educazione alla pace a livello nazionale (3). Questa traccia è
stata consegnata ad alcuni parlamentari perché, con l’aiuto
degli uffici legali del Parlamento, venga stilata in maniera adeguata
e poi presentata alle Camere.
E’ stato costituito un Comitato Nazionale per il decennio di educazione
alla pace ed alla nonviolenza per i bambini italiani costituito da:
Associazione per la Pace
Beati i Costruttori di Pace
GAVCI (Gruppo Autonomo Volontariato Civile in Italia)
Movimento Internazionale Riconciliazione
Movimento Nonviolento
Che cosa resta da fare
Moltissime azioni possono essere fatte. A breve termine bisognerebbe:
- allargare il Comitato promotore del Decennio ad altre associazioni e
gruppi
- far conoscere l’esistenza del Comitato promotore del Decennio
- reperire un sito Web che ospiti i materiali del Comitato promotore
- creare un logo per le iniziative del decennio
- cercare altri parlamentari che firmino la proposta di legge sulla creazione
dell’Istituto di Ricerca per la pace
- far adottare dagli Enti Locali delibere che finanzino l’educazione
alla pace nelle scuole, questo fintanto che non viene approvata la legge
nazionale
Sempre a breve termine bisogna continuare a preparare progetti concreti
di educazione alla pace ed alla nonviolenza da portare nelle scuole.
Chi volesse segnalare iniziative e disponibilità di collaborazione
può scrivere a questa rubrica oppure a:
(MIR-
sezione di Padova, via Cornaro 1/A 35128 Padova). In attesa della creazione
di un sito specifico, tutti i materiali relativi al decennio si posso
o trovare sul sito
digilander.iol.it/mir/main.htm
I documenti (1), (2) e (3) sono consultabili sul sito, oppure posono essere
richiesti direttamente al MIR di Padova.
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Traffico d’armi e mercenari nelle guerre dimenticate
Chi non conosce il nome di Bob Denard si perde alcune delle pagine più
cruente ma anche più istruttive che compongono la storia dell'Indocina
e del Marocco, del Katanga e dello Yemen, dello Zaïre, del Biafra,
del Kurdistan, del Ciad e dell'Angola, del Bénin, e delle Comore;
quelle che di solito i libri di storia non riportano mai completamente.
I suoi famosi "cani da guerra", composti da avventurieri, disertori
e avanzi di galera reclutati nei bassifondi di Amburgo e Marsiglia, ispirarono
la trama del libro "I mastini della guerra" di Frederick Forsyth,
con le loro operazioni nelle giungle africane al soldo dei dittatori di
turno o per conto dei servizi segreti occidentali.
Nato 72 anni fa nella banlieue di Tolone, Bob impara giovane le tecniche
della guerra a Saigon, durante la dominazione francese. E nel 1952 decide
di mettersi in proprio uscendo dall'Armée francese per prestare
i propri servigi nell'Africa Nera che man mano sta raggiungendo l'indipendenza
dal colonialismo. Fervente anticomunista, viene notato per la sua audacia
da Jacques Foccart, consigliere per l'Africa della V Repubblica Francese,
che gli commissiona diversi sporchi affari nel Continente, compreso quello
nel Bénin, ex-Dahomey, del 1977, per il quale, nonostante un omicidio,
venne condannato ad una pena irrisoria. Al servizio dell'armata di Mobutu
in Congo, implicato nella guerra del Biafra, lo ritroviamo capo della
guardia presidenziale di Omar Bongo in Gabon. Specialità: reclutare
uomini senza scrupoli per sovvertire stati o governi invisi ai suoi amici
o a lui stesso.
Con il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda le occasioni
di intervento si moltiplicano. Il 1990 segna infatti per le compagnie
di ventura l'anno della consacrazione: spuntano tra le pagine gialle e
in quelle di internet nomi come Sandline, Mpri, Dyncorp che tuttora trovano
posto nelle riviste specializzate come Soldier of Fortune. Un anno prima
il sudafricano Luther Eeben Barlow, un ex-ufficiale del famigerato 32°
battaglione Buffalo impegnato in Angola a fianco dei ribelli dell'Unita
di Jonas Savimbi e successivamente inserito nel servizio di sicurezza
del governo razzista di Pretoria, fonda Executive Outcomes (EO), anonima
società privata di diritto inglese che recluta 3 mila dipendenti
tra i veterani della rhodesiana Sas, dell'ex Armata Rossa, dei reparti
speciali sudafricani. Con un impressionante arsenale militare composto
da mezzi anfibi e blindati, missili, contraerea, artiglieria ed elicotteri
d'assalto raccattati chissà dove, i mercenari si rendono famosi
nella difesa delle miniere di diamanti della De Beers e dei giacimenti
petroliferi della Gulf Chevron ma soprattutto nella conquista di intere
regioni africane in Angola, Sierra Leone, Zaire al servizio del potente
di turno.
"Have guns, will travel": se sai usare le armi, ti faremo viaggiare
era il motto di EO, che deve avere fatto breccia nei cuori di alcuni baldi
giovani italiani. Il colonnello Denard perde infatti il pelo ma non il
vizio: dopo aver organizzato alcuni dei 25 tentativi di golpe che hanno
insanguinato in 25 anni le isole Comore al largo del Madagascar (l'ultimo
suo coinvolgimento ufficiale risale al 1995), un arcipelago che lo seduce
al punto di adottarne la nazionalità, di convertirsi all'islam
e di prendere moglie, torna in Italia nel 2002 per reclutare personale
adatto a rovesciare l'attuale presidente eletto.
Dopo aver incassato il rifiuto degli ambienti militari avvicinati dai
suoi emissari, passa ad esplorare il sottobosco dell'estremismo di destra,
particolarmente attivo nel Nord Italia. E a Verona, secondo le accuse
del pm Papalia, si ricorda del giornalista quarantenne Franco Nerozzi,
l'unico ad averlo intervistato in 50 anni di carriera da mercenario, proprio
alle Comore, circa dieci anni fa dopo un colpo di stato organizzato da
lui stesso. Con quell'intervista Nerozzi "ancora ci campa" come
dicono a Verona, essendo riuscito a venderla al TgUno. E del suo orientamento
politico, che comprende anche la presidenza di una “associazione
umanitaria” oggetto di inchiesta da parte della magistratura, non
fa mistero. I due intraprendono un viaggio a Parigi il 4 gennaio 2002
per incontrare Emmanuel Pochet, alias "colonnello Charles",
allo scopo di organizzare l'ennesimo golpe. Si uniscono poi alla brigata
un ex legionario triestino ora pensionato dell'Ente Porto e due trentini
con passato da paracadutisti del reggimento Col Moschin. Il tutto per
una paga, se così si può chiamare, che oscilla tra i 6.000
e i 18.000 euro mensili, o ad incarico, se la durata è inferiore.
Il resto è cronaca: Nerozzi e i suoi amici vengono arrestati il
5 dicembre scorso mentre si imbarcano all'aeroporto di Verona, con l'accusa
di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo. Per una volta,
sembra che la magistratura sia riuscita ad intervenire in tempo.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Obiettori totali e obiettori riabilitati
Dall'inizio del 1994 fino al mese di ottobre furono incarcerati Pietro
Bonadonna e Daniele Porto per il loro rifiuto di svolgere sia il servizio
militare che quello civile sostitutivo. Al mese di ottobre gli obiettori
totali per motivi politici in Italia ammontavano a trentaquattro. Essi
non richiedevano una revisione della legge n° 772, ma rivendicavano
la loro indisponibilità ad accettare l'imposizione statale del
servizio di leva. "Convinti che il servizio civile risulti alla fine
dei conti (e indipendentemente dalle buone intenzioni di chi lo sceglie)
complementare e non antitetico al servizio militare proprio perché
ne perpetua i meccanismi e i sistemi fondanti, ribadiscono che l'obiettivo
non può ch