Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Che sia un buon Natale e un buon Anno
di pace per tutti. Senza la guerra.
Di Mao Valpiana
E’ consuetudine, alla fine di ogni anno, fare un bilancio del tempo
trascorso e formulare qualche buon proposito. Vale anche per Azione nonviolenta.
Il lavoro per realizzare una rivista è sempre un fatto collettivo,
che coinvolge la redazione ma anche tutti i lettori. La rivista cresce
solo se gli abbonati la apprezzano e la fanno conoscere ad altri.
Basta scorrere i 10 numeri dell’annata 2002 per rendersi conto che
il lavoro collettivo attorno ad Azione nonviolenta è stato proficuo.
Le rubriche fisse si sono ben caratterizzate e se ne aggiungeranno di
nuove. Alla cura per le foto abbiamo affiancato i nuovi disegni, fatti
con cura.
Riceviamo moltissimo materiale, sempre interessante e degno di pubblicazione,
ma le pagine sono limitate e il Direttore è costretto ad un ingrato
lavoro mensile di selezione. A compendio sinergico della rivista, però,
c’è il nostro sito internet WWW.NONVIOLENTI.ORG, che è
molto apprezzato e visitato (quasi 35000 i contatti avuti) dove compaiono
gli scritti che non trovano spazio sulla carta stampata o che hanno una
urgenza d’attualità che non si addice alla scadenza mensile,
più adatta alla riflessione e all’approfondimento.
Senza il Movimento Nonviolento, ovviamente, la rivista non esisterebbe
e non avrebbe senso di essere. Il lavoro che facciamo non è un
esercizio culturale fine a se stesso, ma è finalizzato unicamente
alla crescita della nonviolenza organizzata. Sono molti gli amici della
nonviolenza che proprio tramite le pagine del mensile vengono a conoscere
ed entrano in contatto con altre realtà nonviolente e hanno la
possibilità di partecipare al lavoro di Movimento.
Azione nonviolenta è riconosciuta nell’ambito del più
ampio movimento per la pace e di critica alla globalizzazione, come una
rivista storica ed autorevole. E’ apprezzata per la serietà,
la puntualità, la coerenza e la qualità culturale che offre.
Naturalmente siamo soddisfatti di questo risultato raggiunto, ma riteniamo
che dovremmo fare molto di più. Duemila copie sono forse sufficienti
per una pubblicazione “di nicchia”, ma siamo convinti che
la richiesta di cultura e pratica nonviolenta in Italia sia molto maggiore.
Per questo invitiamo ogni singolo lettore a formulare questo buon proposito
per il 2003: farsi “centro” promotore per diffondere Azione
nonviolenta, uno strumento concreto per la crescita della nonviolenza.
In questo ultimo numero del 2002 proponiamo una valutazione dei 30 anni
di obiezione di coscienza nel nostro paese. Oggi, come nel 1972, teniamo
molto all’autonomia e all’indipendenza del nostro pensiero.
Dopo l’arresto di alcuni esponenti di gruppi “no global”
meridionali, il Movimento Nonviolento ha diffuso il seguente comunicato.
SOVVERSIVI E NONVIOLENTI
Ci auguriamo che gli arrestati siano liberati al più presto e
ci preoccupa l'utilizzo del Codice Penale per colpire un'opposizione politica.
Abbiamo sempre chiesto l'abolizione dei reati d'opinione (per le nostre
opinioni nonviolente siamo stati spesso processati e condannati). Siamo
da sempre attivi sostenitori dei diritti umani e perciò stiamo
dalla parte delle vittime della violenza, e ci sta a cuore anche il destino
e il riscatto dei carnefici (ogni vittima ha il volto di Abele...ma è
detto : "nessuno tocchi Caino").
La magistratura deve essere rispettata nel suo lavoro, sempre. Rispettare
non significa non criticare l'operato dei magistrati, o la gestione delle
inchieste. Le critiche sono non solo legittime, ma necessarie ed utili
all'accertamento stesso della verità dei fatti. Abbiamo visto molti
processi, sia dal banco degli imputati che dai banchi del pubblico. Sappiamo
che gli errori sono possibili e frequenti.
Non si esprime solidarietà agli arrestati unicamente condividendone
le posizioni e le responsabilità. Contrastiamo ogni ideologia e
prassi favorevole alle violenza. Fin da Seattle sottolineiamo che nell'azione,
tesa a rendere possibile un mondo migliore, non deve entrare neppure il
sospetto della violenza. Per questo abbiamo ritenuto e riteniamo dannosi
atti e proclami che non rispettino tale orientamento.
Ci sentiamo dei sovversivi solo nel senso pieno d'amore utilizzato da
Aldo Capitini: "la nonviolenza è il punto della tensione più
profonda tesa al sovvertimento di una società inadeguata".
Non siamo d'accordo con alcuni proclami che pretendono che in Italia ogni
residuo barlume di libertà sia spento. Tra una democrazia anomala
ed un regime autoritario c'è ancora una bella differenza. Non vogliamo
in alcun modo accodarci ai partiti di potere nel loro attacco alla magistratura,
all'ordinamento giuridico democratico e infine alla Costituzione.
Chiediamo a quanti sono impegnati nel movimento per la pace, per i diritti
umani e un'economia di giustizia, e contro l'ingiustizia globale, di prendere
una posizione netta contro la violenza, davvero "senza se e senza
ma".
E' la miglior risposta.
MOVIMENTO NONVIOLENTO
19 novembre 2002
Prigionieri per la Pace: Albo d’onore 2002
In occasione del 1° dicembre 2002, Giornata Mondiale dei Prigionieri
per la Pace, la War Resisters’ International (Internazionale dei
Resistenti alla Guerra – di cui il Movimento Nonviolento è
la sezione italiana) diffonde l’elenco di obiettori di coscienza
e di attivisti per la pace attualmente incarcerati in vari paesi del mondo.
Quest’anno l’attenzione è rivolta in modo particolare
all’area del Caucaso e dell’Asia Centrale, dove la situazione
degli obiettori di coscienza è particolarmente critica. Invitiamo
i lettori di Azione Nonviolenta ad inviare cartoline o biglietti di sostegno
a questi testimoni di pace, anche con lo scopo di far sapere alle autorità
di quei paesi che i prigionieri pacifisti non sono isolati.
Henrik Hovinikyan
14/01/2002-30/07/2004
? Nubarashen - 2 Prison, Nubarashen, Yerevan
Vahan Mkroyan
12/12/2000-20/12/2003
? Artik Corrective Labour Colony, Artik
Artur Kazaryan
18/09/2002-17/09/2003
Hratch Tatoyan
15/08/2002-14/08/2004
Vagan Bayatyan
29/10/2002-29/04/2004
? indirizzo della prigione sconosciuto
Sono tutti Testimoni di Geova.
Bielorussia
Yuri I Bendazhevsky
01/06/2001-01/06/2009
? Prigione di Minsk, ul Kavarijskaya 36, PO Box 36 K, MinskInvestigatore
e divulgatore dei fatti di Chernobyl, fraudolentemente accusato di corruzione.
Finlandia
Oskar Lindman
31/07/2002-17/02/2003
? Helsingin työsiirtola, PL 36, 01531 Vantaa
Janne Kuusisto
06/05/2002-23/11/2002
? Turun tutkintavankila, avo-osasto, PL 55, 20251 Turku
Heikki Ulmanen
30/09/2002-17/04/2003
? Satakunnan vankila / Huittisten osasto, PL 42, 32701 Huittinen
Toni Rautiainen
26/06/2002-22/12/2002
?Iskolan avovankila, PL 2, 74345 Kalliosuo
Sono tutti in carcere per obiezione totale.
Israele
Mordechai Vanunu
30/09/1986-29/09/2004
? Ashkelon Prison, Ashkelon, IsraelDivulgatore di avvenimenti relativi
alle questioni nucleari, accusato di spionaggio e tradimento – rapito
il 30 settembre 1986 in Italia.
Salman Salameh
04/09/2002 -
? Military Prison No4, Military Postal Number 02507, IDF, IsraelAccusato
di diserzione,in attesa di giudizio. Obiettore di coscienza druso.
In Israele si assiste quasi quotidianamente all’incarcerazione di
obiettori di coscienza. La maggior parte di loro sconta una pena di 28
giorni, alcuni scontano più condanne a 28 giorni una di seguito
all’altra. Per aggiornamenti: http://wri-irg.org.
Porto Rico
Pedro Colón Almendes #22192-069
Un anno – scadenza 03/01/2003
? MDC Guaynabo POB 2147, San Juan, PR 00922-2147A seguito di tafferugli
di scarsa importanza, avvenuti durante una protesta contro i ROTC (Corpi
di Addestramento degli Ufficiali Riservisti) del 30/04/01 presso l’Università
di Porto Rico, Almendes è stato dichiarato colpevole di aggressione
aggravata.Cacimiar Zenon Encarnación
Pedro Zenon Encarnción
Regaladon Miro Corcino
Tutti e tre in attesa di giudizio, previsto per il 2 novembre 2002, per
la violazione dell’area di bombardamento di Vieques a Porto Rico
lo scorso settembre 2002.
Federazione Russa
Grigory Pasko
25/12/2001-25/12/2005
? SIZO IZ - 25/1, Partisanskij Prospekt 28b, 690106 Vladivostock, RussiaGiornalista
militare russo accusato di alto tradimento per aver dato notizia dello
smaltimento di scorie nucleari ad opera della flotta russa. Aveva già
trascorso in prigione 20 mesi prima che gli fosse comminata la pena.
Corea del Sud
In Corea del Sud più di 1200 Testimoni di Geova sono finiti in
carcere a causa della loro obiezione di coscienza al servizio militare.
Solitamente è prevista una condanna a tre anni di prigione.
Ultimamente anche obiettori di coscienza laici hanno cominciato ad organizzarsi.
12 studenti hanno dichiarato pubblicamente la loro obiezione di coscienza
lo scorso settembre 2002.
Turchia
Mehmet Bal
24/10/02 -
? Adana 6. Kolordu Askeri Cezaevi, Adana, TurkeyObiettore di coscienza
dichiaratosi tale dopo aver svolto parzialmente il servizio militare .
Si è consegnato spontaneamente il 24 ottobre ed ora è in
carcere in attesa di giudizio.
Turkmenistan
Nikolai Shelekhov
02/07/2002/07-01/01/2004
? indirizzo della prigione sconosciuto
Kurban Zakirov
23/04/1999-22/04/2008
? Turkmenbashi labour colony Respublika
Turkmenistan, BPT - 5,p/p V.S. g. Turkmenbashi
Entrambi sono testimoni di Geova.
USA
Charles Booker-Hirsch #90962-020
10/09/2002-10/12/2002
? FCI McKean, P.O. Box 8000, Bradford, PA 16701
Joanna Cohen #90962-020
10/09/2002-10/12/2002
? Federal Prison Camp Phoenix, 37930 N 45th Ave, Phoenix, AZ 85086
Kenneth F Crowley #90963-020
10/09/2002-10/03/2003
? Federal Prison Camp Beaumont, PO Box 26010, Beaumont, TX 77720
Susan Daniels #90964-020
10/09/2002-10/12/2002
Nancy Gowen #90969-020
10/09/2002-10/12/2002
Abigail Miller #90692-020
10/09/2002-10/12/2002
Kathleen Boylan #20047-016
19/09/2002-10/12/2002
? Federal Prison Camp Alderson, Box A, Alderson, WV 24910
Mary Dean #90965-020
10/09/2002-10/03/2003
Kathleen Desautels #90966-020
10/09/2002-10/03/2003
Kate Fontanazza #90967-020
10/09/2002-10/03/2003
? Federal Prison Camp Greenville, PO Box 6000, Greenville, IL 62246
Toni Flynn #90960-020
12/07/2002-12/01/2003
Jerry Zawada #4995-045
12/07/2002-12/01/2003
? Crisp County Jail, 196 South Highway 300, Cordele, GA 31015
Chantilly Geigle #90968-020
10/09/2002-10/03/2003
? Federal Prison Camp Dublin, 5775 8th Street, Camp Paks, Dublin, CA 94568
Peter Gelderloos #90688-202
12/07/2002-12/01/2003
? FCI Cumberland, 14601 Burbridge Road, SE, Cumberland, MD 21502-8771
John Heid #13815-016
10/09/2002-10/04/2003
? Federal Prison Camp Schuylkill, Camp 2, Range B, PO Box 670, Minersville,
PA 17954-0670
Eric Johnson #90971-020 MB2
10/09/2002-10/03/2003
? FCI Manchester, PO Box 3000, Manchester, KY 40962
Palmer Legare #91097-020
10/09/2002-10/12/2002
? FMC Devens PO Box 879, Devens, MA 01432
Tom Mahedy #91098-020
10/09/2002-10/12/2002
? FCI Fort Dix, PO Box 38, Fort Dix, NJ 08640
Bill O'Donell #85713-011
10/09/2002-10/03/2003
? Atwater USP, PO Box 01900, Atwater, CA 95301
Michaele Pasquale #91102-020
10/09/2002-10/03/2003
? Federal Prison Camp Allenwood, PO Box 1000, Montgomery, PA 17752
Richard M. Ring #91099-020
10/09/2002-10/12/2002
? Federal Prison Camp Lewisburg, PO Box 2000, Lewisburg, PA 17837
Michael Sobol #91105-020
10/09/2002-10/12/2002
? FCI Engelwood, 9595 w Qincy Ave, Littleton, CO 80123
Fr. Louise Vitale #25803-048
02/10/2002-02/01/2003
? indirizzo della prigione sconosciuto
Tutti questi prigionieri hanno preso parte ad un’azione dimostrativa
svoltasi a Fort Benning, Georgia (USA), contro la School of the Americas
(SOA – lett. “Scuola delle Americhe”) lo scorso settembre
2002.
SOA è una scuola di addestramento al combattimento per soldati
latino-americani che ha sede a Fort Benning.
SOA, spesso soprannominata “School of Assassins” (Scuola di
Assassini), ha lasciato una scia di sangue e sofferenza in tutti i paesi
a cui i suoi diplomati hanno fatto ritorno. Centinaia di migliaia di persone
in America Latina sono state torturate, rapite, fatte sparire, massacrate
e costrette all’esilio, dai militari addestrati dalla SOA.
Nel gennaio del 2001 SOA è stata sostituita dal Western Hemisphere
Institute for Security Cooperation (Istituto dell’Emisfero Occidentale
per la Cooperazione alla Sicurezza) ma la sostanza delle cose non è
affatto cambiata.
Un diritto umano non riconosciuto:
obiezione di coscienza nel Caucaso e in Asia Centrale
di Silke Makowski
Nell’area del Caucaso e dell’Asia Centrale nessun paese offre
una libera scelta tra servizio militare e servizio alternativo: molti
di questi paesi sono persino sprovvisti di qualsiasi fondamento giuridico
per un servizio sostitutivo a quello militare. I pochi stati che hanno
approvato una legge su una qualche forma di servizio alternativo non hanno
comunque osservato le norme internazionali: in Georgia il servizio sostitutivo
non esiste di fatto nella pratica, e in Kirghizistan e Uzbekistan si deve
ricorrere alla corruzione per potervi accedere. Queste forme di servizio
prevedono inoltre una durata significativamente più lunga, con
chiaro intento punitivo, e non possono essere propriamente considerate
forme di servizio civile, in particolar modo quella uzbeca che contempla
un breve periodo di addestramento militare.
Essendo membri del Consiglio d’Europa (CdE), gli stati caucasici
devono ottemperare alle norme in materia di obiezione di coscienza della
Raccomandazione 1518, adottata nel 2001. Tale Raccomandazione afferma
il diritto di coloro che fanno parte di un esercito ad essere registrati,
in qualsiasi momento, come obiettori di coscienza, e ad essere informati
in merito alle condizioni e alle procedure per l’ottenimento dello
status di obiettore; la Raccomandazione prevede inoltre l’istituzione
di un servizio alternativo a quello militare che sia un vero e proprio
servizio civile e che non presenti aspetti punitivi. Sebbene gli stati
membri debbano garantire questi diritti, la legge georgiana mostra numerose
insufficienze, mentre Armenia e Azerbaigian non hanno a tutt’oggi
approvato alcuna legge.
CAUCASO
Armenia
In origine la legislazione non prevedeva il diritto all’obiezione
di coscienza ma, in quanto membro del CdE, il governo armeno è
tenuto ad approvare una legge sul servizio alternativo entro il 2003.
Nei mesi scorsi sono stati discussi due diversi progetti di legge, nessuno
dei quali però è stato approvato. Entrambe le versioni ipotizzate
di servizio alternativo sono punitive, sia relativamente alla durata (42
mesi, ovvero 18 mesi in più rispetto al servizio militare) che
relativamente alle restrizioni professionali: coloro che avranno svolto
un servizio alternativo non potranno ricoprire cariche pubbliche. Inoltre
solo coloro che appartengono ad alcuni gruppi religiosi avrebbero diritto
a svolgere tale servizio, che peraltro si vorrebbe mantenere all’interno
dell’esercito, risultando quindi una forma di servizio militare
non armato. Negli ultimi anni le persecuzioni sono persino aumentate e
gli obiettori di coscienza devono solitamente affrontare periodi di detenzione
di diversi anni. In seguito ad una richiesta del CdE, nel giugno del 2001
il governo armeno ha concesso la grazia, rilasciandoli, a 37 Testimoni
di Geova, ma nuove condanne sono seguite subito dopo. Secondo il Ministero
della Giustizia, nel 2001, 75 persone, di cui 32 Testimoni di Geova, sono
state giudicate colpevoli per “aver evitato di prestare servizio
militare”. Attualmente almeno 25 Testimoni di Geova si trovano in
carcere in Armenia.
Azerbaigian
Il diritto a svolgere un servizio militare alternativo per motivi di fede
è contemplato dalla Costituzione azera del 1995. Tuttavia i decreti
che regolano il servizio militare alternativo non sono mai diventati effettivi.
A causa della sua appartenenza al CdE, l’Azerbaigian è tenuto
a garantire il diritto all’obiezione di coscienza. Un emendamento
alla Costituzione che sostituisce la precedente espressione “servizio
militare alternativo” con “servizio alternativo” è
entrato in vigore dopo il referendum dello scorso agosto, e una nuova
legge sul servizio alternativo dovrebbe essere approvata entro dicembre.
A tutt’ora non sono disponibili informazioni dettagliate e non si
ha neppure la certezza che la legge sarà resa effettiva in tempi
brevi. Attualmente non ci sono obiettori in carcere e le indagini nei
confronti dei Testimoni di Geova sono state interrotte a causa dei mutamenti
legali. Circa 2600 persone, tra disertori e renitenti alla leva, sono
in carcere, ma non si conoscono le ragioni della loro scelta.
Georgia
Sebbene siano state approvate diverse leggi sul servizio alternativo a
partire dal 1991, nessuna di esse è stata resa effettiva. Anche
la più recente Legge sul Servizio Civile Alternativo, approvata
nel 1997, non soddisfa le norme del CdE poiché il servizio sostitutivo
proposto prevede una durata punitiva (36 mesi, contro i 24 del servizio
militare) e probabilmente non si tratta neppure di vero e proprio servizio
civile. Non sono ancora state fissate concretamente procedure imparziali
per l’accoglimento delle domande per il servizio sostitutivo, sebbene
più di 300 persone ne abbiano fatto richiesta.
L’esonero dal servizio militare può essere ottenuto solo
ricorrendo alla corruzione.
Negli ultimi anni le autorità georgiane hanno spesso evitato di
chiamare alle armi i Testimoni di Geova, per evitare un’aperta dichiarazione
di obiezione di coscienza. Poiché molti giovani non vogliono prestare
servizio militare – soprattutto a causa delle ristrettezze economiche
che questo comporta – il numero dei Testimoni di Geova in Georgia
è rapidamente cresciuto. Secondo il Ministero della Difesa vi sono
attualmente in carcere 167 persone, tra disertori e renitenti alla leva,
ma non è chiaro se qualcuno tra loro si sia professato obiettore
di coscienza.
Abcazia
La Costituzione del 1994 dell’autoproclamata repubblica di Abcazia
(non riconosciuta a livello internazionale ma considerata una regione
della Georgia), non contempla il diritto ad un’alternativa al servizio
militare e, nonostante l’ultimo anno abbia visto molte discussioni
circa un servizio civile sostitutivo, non si sono avuti sviluppi. Tra
il 1995 e il 2000, almeno 30 Testimoni di Geova sono stati incarcerati
per essersi rifiutati di prestare servizio militare.
ASIA CENTRALE
Kazakistan
Il diritto all’obiezione di coscienza non è legalmente riconosciuto
e non si prevede alcun servizio sostitutivo. Le numerose discussioni intorno
ad un servizio militare alternativo non miravano alla proposta di un servizio
civile alternativo ma semplicemente ad una flessibilità all’interno
dello stesso servizio militare, combinando un breve addestramento militare
con diversi tipi di attività. La persecuzione degli obiettori di
coscienza, soprattutto Testimoni di Geova, è stato un problema
costante per molti anni. Poiché la Legge sul Servizio Militare
consente a “coloro che appartengono ad ordini religiosi” di
essere esonerati dal prestare servizio militare, i Testimoni di Geova
sono pervenuti ad un accordo col governo nel 1997 proclamando ministri
religiosi tutti coloro che appartengono alla loro comunità. Da
allora non si sono più verificati casi di obiettori di coscienza
incarcerati.
Kirghizistan
Il servizio alternativo in Kirghizistan ha una tradizione relativamente
lunga, che vede l’approvazione di una prima legge nel 1992. La legge
sul Servizio Alternativo del 2001 ha ridotto la durata del servizio sostitutivo
da 36 a 24 mesi, mentre quella del servizio di leva è passata quest’anno
da 24 a 12 mesi. Secondo la nuova legge il servizio sostitutivo può
essere svolto presso un’istituzione statale di tipo non militare;
il 20 % del salario è trasferito al Ministero della Difesa. Il
ricorso al servizio alternativo è molto diffuso: nella primavera
del 2001 più del 70% dei chiamati alla leva non ha voluto prestare
servizio militare, e circa metà dei 3500 coscritti è stata
chiamata a svolgere il servizio alternativo. A questo si aggiunge il numero
sempre crescente di diserzioni, che mostra ancor di più quanto
sia serio il problema per l’esercito del Kirghizistan, costituito
da sole 12000 unità. Nel novembre del 2001 si verificò il
caso di un obiettore di coscienza preso di mira dalle autorità:
Baptist Dmitri Shukhov fu sottoposto ad un’indagine psichiatrica
a causa del suo rifiuto di prestare giuramento. Gli ufficiali avevano
precedentemente negato la possibilità che venisse accolta la sua
richiesta di servizio alternativo poiché la chiesa cui appartiene
si rifiuta di stipulare accordi in materia.
Tagikistan
Il diritto all’obiezione di coscienza non è contemplato dalla
legislazione tagica, di conseguenza non vi è attualmente alcun
fondamento giuridico a sostegno della scelta per una qualsiasi forma di
servizio sostitutivo, e non sembra ragionevole ritenere che le cose cambieranno
in tempi brevi. Non si ha notizia di persone che si rifiutino di prestare
servizio militare sulla base di motivazioni etiche o religiose, ma disertori
e renitenti sono molto numerosi. Un numero crescente di giovani si sottrae
all’obbligo della leva recandosi all’estero in cerca di lavoro.
Tutte queste ragioni portarono a concedere un’amnistia, nel 2001,
a tutti i disertori che accettavano di prestare servizio militare al loro
rientro in patria.
Turkmenistan
Anche in Turkmenistan la legislazione non contempla il diritto al rifiuto
di prestare servizio militare, e anche qui non si prevedono cambiamenti
a breve termine.
Gli obiettori di coscienza, in gran parte Testimoni di Geova o appartenenti
ad altri gruppi religiosi, devono affrontare lunghi periodi di detenzione,
previsti dal codice penale, che spesso devono scontare in campi di lavoro
in condizioni estremamente dure.
In molti casi, quando i prigionieri si rifiutavano di prestare giuramento
di fedeltà al presidente per motivi di coscienza, è stato
negato loro il rilascio.
Lo scorso settembre almeno 2 Testimoni di Geova risultavano essere in
carcere a causa della loro obiezione di coscienza.
Uzbekistan
La Legge sul Servizio Alternativo del 1992 prevede un servizio sostitutivo
di 24 mesi per motivi religiosi.
Attualmente non è possibile svolgerlo se non ricorrendo alla corruzione,
e se si è particolarmente generosi nell’“elargizione”,
è addirittura possibile evitare lo stesso servizio militare.
Il servizio sostitutivo è molto popolare: il numero delle persone
chiamate a svolgerlo è il triplo di quello dei militari di leva.
Il cosiddetto servizio alternativo però non è un vero e
proprio servizio civile, e prevede un addestramento militare di base della
durata di circa due mesi. Per il tempo rimanente si tratta poi di svolgere
attività molto umili e malpagate, e circa il 20 % del salario è
trattenuto dal Ministero della Difesa.
Attualmente sono in atto molte discussioni circa una nuova legge per il
servizio alternativo, ma non è ancora stato predisposto alcun progetto
di legge.
Nella prassi gli obiettori di coscienza che non intendono ricorrere alla
corruzione vengono ancora puniti: ogni anno diversi Testimoni di Geova
vengono giudicati colpevoli e condannati, anche se poi la sentenza viene
spesso sospesa o commutata in forti ammende.
Nuova legge sull’obiezione di coscienza in Russia
Finalmente nell’estate 2002 la Duma russa ha approvato una legge
sul servizio alternativo che regola il diritto all’obiezione di
coscienza. E’ stata in seguito firmata dal presidente Putin lo scorso
28 luglio ed entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2004.
Quella che a prima vista può sembrare una vittoria per i gruppi
che si battono a favore dell’obiezione di coscienza, in realtà
assomiglia molto di più ad un tentativo, da parte dell’apparato
militare, di tenere la situazione sotto controllo.
Secondo l’articolo 4 della nuova legge, il servizio civile alternativo
potrà essere svolto – oltre che presso altre realtà,
anche presso organizzazioni delle Forze Armate della Federazione Russa,
in qualità di personale non combattente.
La durata del servizio inoltre è superiore del 75% a quella del
servizio militare (“solo” del 50% invece in caso di servizio
alternativo nelle forze armate).
A questo si aggiunga che le procedure per fare domanda per il servizio
civile alternativo sono molto restrittive: la domanda deve essere inoltrata
6 mesi prima della chiamata (il che significa a 17 anni) e deve essere
accompagnata da motivazioni scritte. Inoltre viene richiesto di comparire
personalmente di fronte ad una commissione giudicatrice: una sorta di
inquisizione.
Diverse organizzazioni russe stanno promovendo campagne contro tale legge
sul servizio civile alternativo, e si appelleranno alla Corte Costituzionale
della Federazione Russa. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ribattezzato
questo progetto di legge “legge sulla schiavitù alternativa”,
e promuovono l’abolizione della coscrizione in Russia come unica
reale alternativa.
Contatti regionali
OSI Assistance Foundation Armenia
1 Pushkin St, apt 11
Yerevan 375010
Armenia
Human Rights Center of Azerbaijan
PO Box 31
Baku 370000
Azerbaijan
Eldar Zeynalov (Director)
Intiative Group of War Resisters' International - Georgia
144 Dolidze St
Tbilisi 380071
Georgia
Usha Nanuashvili
Kazakhstan International Bureau for Human Rights and Rule of Law
Masanchy St 57a/404-405
480012 Almaty
Kazakhstan
Evgenii Zhovtis
Kyrgyz Committee for Human Rights
Ivanitsina St 123, apt 87
720011 Bishkek
Kyrgyzstan
Ramazan Dyryldaev
Tajik Center for Human Rights
Junaid Ibodov
Human Rights Society of Uzbekistan
27/15 Yunusabad - 4
Tashkent 700093
Uzbekistan
Talib Yakubov hrsu -
Tra conquista, convenienza e “rito di passaggio”
Trent’anni di obiezione di coscienza e il nuovo servizio civile
volontario, nelle parole di alcuni obiettori nonviolenti.
Dicembre 1972. Viene varata in Italia la prima legge che riconosce il
diritto di obiezione di coscienza al servizio militare.
A trent’anni di distanza, alle porte della riforma che darà
il via al servizio civile volontario attualmente in sperimentazione, tentiamo
un bilancio di questi trent’anni con alcuni amici del Movimento
Nonviolento che l’obiezione hanno praticato, in tempi e con modalità
diverse.
Marco Brandini (Verona, 27 anni)
È stato obiettore presso la Casa per la Nonviolenza che è
anche sede nazionale del Movimento Nonviolento, dove è uno dei
più assidui collaboratori.
Ho fatto l’obiettore per convinzione. Mi avevano assegnato all’Acli
e ho fatto richiesta di passare al Movimento Nonviolento, perché
era lì che volevo andare. Mi ha sempre interessato l’obiezione,
da ragazzo seguivo la Loc, facevo berna da scuola per fare volantinaggio
tra i ragazzi che entravano e uscivano dalla caserma, per la visita di
leva…
Come hai vissuto la tua esperienza?
Per me l’obiezione non è ancora finita. Al momento del congedo
sono stato a casa un giorno, per una pausa simbolica, e poi sono tornato
a lavorare alla Casa per la Nonviolenza. È un’esperienza
che ti cambia quasi senza accorgertene, è un continuo capirsi meglio,
un’opportunità unica, perché riconosci in te la forza
di provare a cambiare un po’ le regole del gioco.
Che opinione ti sei fatto sul servizio civile volontario?
Condivido l’impiego di ragazzi su base volontaria e di interesse
personale. E poi stavolta gli enti saranno costretti a fare sul serio,
a costruire un progetto su cui impiegare forze nuove, non semplicemente
ad impiegare i ragazzi come tappabuchi. Il fatto del compenso non mi sembra
corretto, può spingere a farsi volontari per ragioni di denaro
e non per convinzione.
Poi c’è il fatto che contemporaneamente anche la scelta del
militare diventa volontaria. Qualche volta mi chiedo se la spinta che
porta verso il servizio civile o militare sia la stessa, anche se di segno
opposto. Vedo il rischio di un maggiore radicamento dell’esercito,
più potente e più costoso. E poi, il militare fa carriera,
ma il servizio-civilista ha le stesse garanzie e tutele?
Piercarlo Racca (Torino, 56 anni)
È stato uno tra gli ultimi ad essere incarcerato per aver scelto
l’obiezione di coscienza in tempi in cui la legge non ne riconosceva
la possibilità. È membro del coordinamento nazionale del
Movimento Nonviolento.
Mi sono avvicinato all’obiezione di coscienza nel 1968, come risposta
al problema delle guerre, e ho fatto obiezione nel ’69. Proprio
in quegli anni c’è stato il boom delle proteste di piazza
per avere una legge, che è stata poi varata nel ’72. Ricordo
nel ’71 la prima esperienza di sciopero della fame...
Se dovessi tracciare un bilancio ideale di questi trent’anni, che
cosa sottolineeresti?
Abbiamo raggiunto tre obiettivi importanti. Il primo: l’obiezione
è considerata positivamente da gran parte dell’opinione pubblica,
che la interpreta come una possibilità di scelta; bisogna ricordare
che trent’anni fa non era affatto così, l’obiezione
era molto screditata.
In secondo luogo, questi sono stati trent’anni di miglioramento
della democrazia, in cui si è sperimentata la possibilità
di manifestare legalmente e personalmente contro l’istituzione armata.
Infine, l’obbligatorietà della leva è stata sospesa
soprattutto perché mancavano i ragazzi, la scelta dell’obiezione
si è diffusa a tal punto tanto da ostacolare la composizione di
un esercito.
Il servizio civile nazionale è una nostra conquista: è aperto
a ragazzi e ragazze e verrà scelto volontariamente, e tutto ciò
è molto positivo. Si tratterà poi di fare un confronto tra
chi e quanti sceglieranno il servizio civile o quello militare.
Bisogna pensare che è meglio un esercito di volontari e di professionisti?
Non lo so, forse è un passaggio obbligato. Spero che un giorno
avremo ancora un esercito di volontari, ma non lo sceglierà nessuno.
Massimiliano Pilati (Trento, 29 anni)
Ha svolto il servizio civile presso la Caritas di Bologna. È membro
del coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento e referente per
il Gruppo di Lavoro Tematico nazionale sulla Nonviolenza, all’interno
della Rete di Lilliput.
Mi piace dire che non ho fatto il servizio civile ma 10 mesi di obiezione
di coscienza. Io, almeno, ho vissuto quel periodo come obiezione di coscienza
al servizio militare, con un forte antimilitarismo, e solo dopo mi sono
avvicinato al pensiero nonviolento. Il libro “La mia obbiezione
di coscienza” di Pietro Pinna mi ha folgorato.
Che cosa te lo ha reso vicino, nonostante gli anni di distanza da quella
esperienza?
Mi ha dato la consapevolezza di un sentire che non capivo. Mi ha mostrato
come il singolo individuo può opporsi al modello sociale o politico.
Un po’ alla volta ho cominciato a pensare che oltre ad essere antimilitarista,
potevo scegliere il metodo nonviolento come pratica della mia azione politica.
Che cosa ti ha dato l’esperienza di obiezione?
Una bel periodo di condivisione. Ho lavorato al centro di documentazione
in Caritas, all’avvio del nodo Lilliput di Bologna, ho cercato di
introdurre alcuni temi tra gli altri obiettori, e ho avuto l’occasione
di conoscere in modo diretto realtà che fino ad allora mi erano
sembrate lontane: la mensa per i poveri, l’handicap mentale e fisico.
Traggo da quei mesi anche lo sconforto di capire che il servizio civile
potrebbe essere fantastico, aiutare i giovani a crescere, ma gli enti
non se ne fanno carico. Ed è stato triste per me, obiettore convinto,
accorgermi che il 99% dei miei colleghi era lì per una scelta di
comodo.
Che cosa pensi della nuova legge?
All’inizio ero ferocemente contrario. Mi sembrava che con un esercito
di volontari si finisse per svendere quel poco che restava dell’obiezione
di coscienza. Col tempo ho cominciato a vedere le cose da un altro punto
di vista, e ora da un lato penso sia molto positivo che ragazzi e ragazze
possano scegliere di impiegare così un anno della loro vita, in
modo volontario e consapevole. Certo, il compenso lo rende una bella occasione
anche per chi non è motivato ma cerca una soluzione economica temporanea…
E poi chi può dire se l’obiezione di coscienza è davvero
finita? E se un professionista dell’esercito si accorge che la sua
coscienza si rifiuta di obbedire a determinati ordini… che fa?
Nel frattempo l’obiezione al sistema militare passa dalle mani dei
giovani a quelle di tutti i cittadini, con diverse forme, per esempio
la nuova campagna di obiezione del cittadino, e una seria disobbedienza
civile.
Alberto Trevisan (Padova, 55 anni)
Per la sua scelta di obiezione ha subito tre processi e ha trascorso oltre
un anno presso il carcere militare di Peschiera, da cui è uscito
alla vigilia di Natale del 1972, con l’approvazione della prima
legge, che ha contribuito a costruire. È membro del Coordinamento
nazionale del Movimento Nonviolento.
L’obiezione di coscienza ha consolidato in me idee e convinzioni
che possedevo già prima, solo accennate, con tutta la paura di
affrontare l’esperienza del carcere, e che nel tempo si sono consolidate
attraverso la seconda e la terza carcerazione. Le scelte compiute nel
lavoro (sono assistente sociale) e l’impegno nel movimento pacifista
e nonviolento nascono da quella obiezione, con riferimenti precisi: don
Milani, padre Balducci, padre Turoldo, Capitini…
Quale bilancio è possibile tracciare di questi trent’anni?
In questi anni il valore iniziale, ideale dell’obiezione di coscienza
è andato lentamente affievolendosi. Di questo però io non
mi sono mai lamentato; mi sono battuto perché questa legge potesse
essere al servizio del maggior numero di giovani, era importante farlo,
anche perché non avevamo alternative. Il mio giudizio sul servizio
civile è negativo per come è stato gestito, ma è
anche positivo perché ho conosciuto personalmente tanti ragazzi
che hanno iniziato senza grosse motivazioni, un po’ per comodo,
e durante quell’esperienza sono cambiati, e magari hanno continuato
ad impegnarsi.
Due parole ancora sulla nuova legge di riforma del servizio civile –
e militare.
Le vicende di questi anni permettono adesso, a dei giovani che lo vogliano,
di avere degli strumenti sicuramente migliorabili, ma molto importanti.
Un ragazzo che crede nella nonviolenza oggi ha la possibilità di
coltivare la scelta del servizio civile volontario.
Ho un dubbio: riusciranno a portare avanti l’eliminazione della
leva? Se penso agli impegni europei, e agli scenari di guerra che si preparano,
dubito che avremo un numero di volontari sufficiente a garantire un esercito
di quelle dimensioni, nonostante le garanzie e le agevolazioni che attireranno
in tal senso soprattutto i giovani con maggiori difficoltà a trovare
lavoro.
La legge sull’obiezione di coscienza, poi, non sparisce, rimane
uno strumento legislativo accessibile per chi sceglie il servizio militare
volontario nel momento in cui dovesse pentirsene. C’è sempre
una legge che gli permette di dire no. E da nonviolenti, da persone che
per ottenere una legge hanno pagato abbastanza, il fatto che l’obiezione
di coscienza rimanga con caratteristiche buone rispetto a quella che avevamo
ottenuto noi trent’anni fa, questo mi fa piacere.
Marco Siino (Palermo, 30 anni)
È uno degli animatori della sezione palermitana di MIR-MN.
Ho prestato servizio civile nel ’99 all’oratorio salesiano
di S.ta Chiara a Palermo. Svolgevo attività con i ragazzi del quartiere,
l’Albergheria, e con i ragazzi del mercato di Ballarò, un
quartiere centrale molto povero.
Sono stati mesi intensissimi. Sono arrivato per assegnazione e senza nessuna
preparazione (io avrei voluto lavorare con gli immigrati, e mi ero preparato
per farlo). Ho trovato una situazione esplosiva. Basti pensare che l’oratorio
di Santa Chiara è al centro di uno dei più grossi processi
per pedofilia. Incontravamo circa 80 bambini e, per quanto ci era dato
di sapere, almeno una trentina erano stati violati, così i padri
hanno deciso di denunciare... Ecco, l’esperienza di servizio civile
mi ha fatto toccare con mano queste cose. Che a Palermo c’è
la povertà, la povertà assoluta. Bambini che non hanno la
possibilità di mangiare due volte al giorno.
Che cosa pensi della nuova legge sul servizio civile volontario?
Perché me lo chiedi? Non vedo nessun legame con il servizio civile.
Ti riferisci alla questione del compenso, prevedi che diventerà
una questione di convenienza?
Vedrai quello che succederà al sud! Con tutti i disoccupati che
abbiamo, i giovani padri di famiglia… Il boom non è ancora
scoppiato perché per ora il servizio riguarda quasi esclusivamente
le ragazze, ma appena si fermerà il servizio di leva…
Claudia Pallottino (Torino, 28 anni)
Ha svolto l’Anno di Volontariato Sociale. È impegnata nella
Caritas per l’attuazione del servizio civile volontario, Fa parte
del coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, per il quale si
occupa in particolare di servizio civile volontario e di corpi civili
di pace.
L’Anno di Volontariato Sociale (AVS) è nato nel 1976 quando
la CEI ha organizzato a Roma un convegno ecclesiale dal titolo “Evangelizzazione
e Promozione Umana” . Da quel convegno l’iniziativa fu affidata
alla Caritas in termini organizzativi. Le prime AVS sono di Vicenza nel
1980.
Inoltre c'è da aggiungere che la Germania ci lascia miglia e miglia
indietro, in quanto la prima legge sul sc volontario aperto alle donne
ce l'ha nel lontano 1954.
A Torino l’AVS ha sempre avuto un valore di obiezione di coscienza,
in veste positiva. Come dire: lo Stato mi preclude, come ragazza, l’esperienza
dell’obiezione, e io me la prendo.
Nel tempo, in Italia, hanno aderito all’anno di volontariato circa
mille ragazze ed è stata formulata una proposta di legge, che però
non è mai arrivata in porto.
Che cosa ha significato per te l’Anno di Volontariato Sociale?
Mi ha cambiato la vita. Ha segnato la voglia di continuare la mia crescita.
Avevo 19 anni, appena superata la maturità. Ho lavorato nei centri
operativi Caritas e in un centro diurno per minori a rischio di emarginazione.
La proposta era di un servizio che non doveva essere indispensabile a
quelle persone, ma doveva dare a me la possibilità di capire delle
cose: perché loro erano ultimi ed emarginati, che cosa significa
la nonviolenza, la giustizia… Valori che in altri luoghi non era
stato possibile approfondire. L’AVS è anche un tempo per
fare comunità, per vivere e condividere la diversità nelle
relazioni quotidiane.
Alla fine mi sono detta: da qui voglio andare avanti. Ho iniziato la scuola
per assistente sociale, ho proseguito un discorso di fede basato non sulla
forma ma sull’impegno… Insomma, ho cominciato ad essere presente
nelle mie scelte, a capire il valore delle scelte.
Che cosa pensi della legge sul servizio civile volontario?
È piuttosto disorientata. Per come viene formulato, il servizio
civile volontario assomiglia di più all’AVS che al servizio
civile. È un fatto singolare, perché fino ad ora l’AVS
era stato messo negli angoli più reconditi delle società
e della stessa Caritas: niente normativa, niente garanzie economiche,
la maggior parte delle famiglie non ha capito il significato di questa
esperienza, non c’è stata nessuna elaborazione culturale.
Ora improvvisamente la legge ha spalancato i fari su questo angolino di
esperienza. C’è un rimborso dignitoso per i volontari, per
cui le famiglie possono dire ai figli “Se vuoi puoi farlo, tanto
non mi pesi”. Inoltre viene riconosciuta l’aspettativa dal
lavoro, come per gli obiettori in servizio civile.
Certo, ci sono dei rischi. Il primo: che il servizio civile volontario
venga visto come un’esperienza di solidarietà senza nessun
rapporto con l’obiezione di coscienza e con la difesa della patria;
poi, che diventi un’alternativa ai lavori socialmente utili, una
forma di pre-collocamento.
Una novità forte è il riconoscimento di pari opportunità
per ragazzi e ragazze.
Sì, e questo introduce aspetti importanti. Su alcuni ambiti solo
le donne possono farsi strumento di pace. Voglio dire, ci sono valori
e pratiche prettamente femminili: l’accoglienza, l’impegno,
il sapersi tirare su le maniche, l’imparare a mettersi al servizio
senza voler essere uomini, valorizzando la propria femminilità.
È una opportunità molto grossa, comincia ad esserci molto
interesse anche nelle istituzioni. Mi piacerebbe che tanti ragazzi e ragazze
ne cogliessero la portata di crescita personale. Un momento in cui prendersi
in mano, riconoscere quello che hanno ricevuto, e agirlo.
Un po’ come nella tua esperienza.
Una volta le famiglie guardavano al servizio militare come ad un rito
di passaggio: “vai in caserma”, dicevano, “che diventi
grande”. Vorrei che questo si pensasse ora del servizio civile volontario:
un’opportunità per passare dalla dipendenza dalle scelte
e abitudini familiari, alla fase adulta. Un po’ come se i genitori
dicessero ai figli: immergiti nella società, conoscila anche nelle
situazioni di maggiore disagio, nelle difficoltà, nei problemi
reali della gente, datti degli strumenti di lettura, e poi ritorna, ad
affrontare le tue scelte quotidiane in un modo diverso.
Così, trent’anni fa, scrivevamo
su queste stesse pagine
Liberiamo i prigionieri dell’esercito e della giustizia
(da Azione nonviolenta settembre/ottobre 1972)
(…) Prigionieri politici dell’esercito e della giustizia
che gli è delegata, i nostri compagni e fratelli obiettori di coscienza
sono rinchiusi, sempre più numerosi ed a lungo, nelle carceri militari.
Ogni anno, secoli di reclusione e di sofferenze li colpiscono. Come un
tempo altri uomini di vera e radicale Riforma che dovettero testimoniare
con la vita e con il recere la libertà di coscienza e di religione
contro il potere della Chiesa, così oggi contro il potere –
che si vuole anch’esso sacro – dello Stato, gli obiettori
pagano la loro fedeltà alla religione della libertà, della
pace, della giustizia e della fraternità. La stessa barbarie li
colpisce. La stessa pretesa di annientare le coscienze, incatenandone
i fedeli, viene loro opposta:ma questo accade ora nel nostro stesso nome
, e volontà, di popolo italiano. Con la nostra personale, quotidiana
e multiforme collaborazione. (…)
Opporremo quindi a queste situazioni la risposta radicale, pacifica, nonviolenta
della noncollaborazione e della disobbedienza civile. (…) Porteremo
avanti questa forma di disobbedienza civile fino a quando il Parlamento
non avrà approvato una legge che sancisca l’effettivo esercizio
di diritto all’obiezione di coscienza, diritto previsto nella Convenzione
europea dei diritti dell’uomo ratificata dalle Camere sin dal 1965.
(…)
Votata la legge truffa sull’obiezione di coscienza
(da Azione nonviolenta, novembre/dicembre 1972)
(…) Poiché allo Stato è “essenziale”
l’apparato militare, essenziale è che coloro che vi si oppongono,
che obiettano ragioni e modi più adeguati ai tempi (di connessioni
e di problemi transnazionali, di unità mondiale), ne rimangono
soffocati e sviliti. Che la testimonianza del ripudio della guerra rimanga
confinata al personale aborrimento del sangue e resti appannaggio di pochi,
cui siamo pronti anche a riconoscere il titolo di profeti e di eroi e
di benemeriti della coscienza e del vivere civile. (…) Ecco quindi
che, alla luce di questa logica, un Parlamento il quale doveva riconoscere
il diritto, aperto a tutti, ad obiettare al ripudio di un mondo politico
retto su strutture di guerra, vota una legge che si traduce e serve al
suo opposto, cioè a statuire il reato dell’obiezione di coscienza.
Non c’è, ripetiamo, da farsi meraviglia di questo esito,
abnorme e logico insieme, da parte di un Parlamento composto di forze
politiche che, dalla prima all’ultima, di destra e di sinistra,
sono tutte concordi sul principio sommo (per il potere) della necessità
dell’apparato di guerra. (…)
Ben più che imperfetta, questa è una legge inutile, e falsa,
sul piano politico, democratico, civile, umano. E’ una beffa e una
trappola, legge-truffa discriminante e repressiva.
Non significa essa allora nulla per i pacifisti, peggio, è da considerarsi
una sconfitta? In via immediatamente pratica, così è certamente,
perché tutto in pratica è come prima e peggio di prima,
perché chi è obiettore avrà ancora a dover dire di
no a una coscrizione che attraverso questa legge ugualmente lo militarizza,
e la massa dei giovani coscritti si troverà sempre costretta a
piegarsi alla schiavitù militare restando sempre arbitro l’esercito
di decidere quali e quanti di essi potrà tollerare che non lo servano
in armi.
Ma in termini ideali la novità del riconoscimento giuridico dell’obiettore
di coscienza ha un grande significato, perché introduce un fondamentale
valore di principio di contro ad uno dei massimi e pericolosi poteri dello
Stato, quello di coscrivere alla guerra. (…)
A tutti il varo di questa legge-truffa porta la lezione decisiva che non
ci si può attendere la soluzione adeguata del problema dal mero
gioco delle gerarchie partitiche, tutte interessate a mantenere intatto
l’apparato militare dello Stato e con esso lo strumento più
formidabile di dominio politico. Solo la mobilitazione dal basso può
imporre una diversa strada, che dando soluzione vera al problema dell’obiezione
di coscienza apra la via alla più profonda istanza che essa esprime,
un nuovo modo del fare umano, sociale e politico, a partire dal superamento
dell’assassinio di massa istituzionalizzato.
La guerra di Piero
Pietro Pinna ha 75 anni e vive a Firenze. E’ stato il primo obiettore
di coscienza italiano del dopo guerra. Successivamente divenne il più
stretto collaboratore di Aldo Capitini, con cui condivise la nascita e
lo sviluppo del Movimento Nonviolento. Ancor oggi è una delle figure
di riferimento per tutti gli amici della nonviolenza.
Puoi raccontarci la storia del tuo rifiuto del servizio militare? Quali
furono le motivazioni profonde del tuo gesto?
All'epoca, nel '48, si era appena usciti dalla tragedia della guerra.
Guerra che aveva segnato in maniera indelebile gli anni della mia adolescenza.
Allora non conoscevo i presupposti teorici della nonviolenza. Non avevo
letto Gandhi. Semplicemente, avevo vissuto gli orrori delle stragi, dei
bombardamenti, e mi ripugnava l'idea di diventare parte di uno strumento,
l'esercito, che è essenziale all’azione bellica. Sai qual
è l'immagine più laida della guerra che io conservo nella
mia memoria? E' quella di una casa sventrata. Hai letto il libro di Bassani
“Una notte del '43”?
Sì, una delle Cinque storie ferraresi...
Bene, quel racconto narra di un episodio che accadde a Ferrara in quegli
anni e del cui esito io sono stato testimone involontario. C'era stato
un eccidio compiuto dai repubblichini, durante la notte, e il mattino
dopo, mentre andavo al lavoro, ho visto i cadaveri abbandonati per la
strada come monito per la popolazione... Fu allora che i repubblichini
crearono l'espressione "bisogna ferrarizzare l'Italia". Poi
sono stato testimone dei rastrellamenti tedeschi, delle scene di terrore
provocate dai bombardamenti. Non ti sembra sufficiente per diventare antimilitarista?
Che cos’è per te l'obiezione di coscienza?
E’ l'impegno a rifiutare la partecipazione alla preparazione e all'effettuazione
della guerra. Per me la guerra e' un crimine collettivo. Non volevo sentirmi
complice di questo crimine, così rifiutai la divisa e finii in
carcere.
Cosa ricordi di più dell’esperienza carceraria?
La cosa che mi mancava di più era il verde, lì si vive circondati
dal cemento. Ho fatto anche un periodo di cella di rigore. A volte il
caporale, per troppo zelo, mi portava il rancio un'ora dopo e allora era
proprio immangiabile. Ero un traditore della Patria...
C’è stato qualche momento in cui ha sentito di non farcela?
Quando ero in cella di rigore cominciavo ad accusare la stanchezza. C’è
stato un momento in cui ho perso anche la pazienza. Una volta un colonnello
mi chiese se non pensavo a mia madre, al dolore che le davo. Ebbene, a
quel punto mi sono davvero seccato. "Mia madre", gli ho detto,
" soffre, ma comprende il mio gesto e mi pensa vivo, seppur in galera.
Pensi lei, piuttosto, a tutte le madri a cui la guerra ha stroncato i
figli, a cui ora possono rivolgersi solo come defunti".
Da allora sono passati più di 50 anni, ma tu hai mantenuto integra
la tua idea contro la guerra.
Anzi, si è rafforzata. Ma resta molto semplice: disarmo unilaterale,
integrale e immediato. Capisci cosa voglio dire?
Che cosa dovrebbe fare oggi uno Stato che decidesse di impegnarsi davvero
per la pace?
Cominciare a cambiare mentalità. Disarmarsi. Per sempre. A livello
internazionale bisognerebbe, poi, superare il concetto della sovranità
assoluta degli Stati. L'ONU ha solo un potere fittizio sugli Stati, al
giorno d'oggi, come sai bene.
Secondo te è davvero possibile che qualche governo adotti una
soluzione del genere?
Siccome difficilmente potrà avvenire sul piano politico, il disarmo
unilaterale lo si può realizzare solo dal basso. E’ qui che
devono dare un contributo le Chiese, i partiti e tutti gli uomini di buona
volontà... il popolo, insomma. Questa era l'idea di Capitini.
Secondo la logica corrente il disarmo unilaterale costituirebbe un rischio
per lo Stato che lo adottasse..
Sai cosa rispondeva Capitini a questa obiezione? Che potremmo anche arrivare
a pensare ad un popolo che si sacrifichi fino a questo punto, un popolo-Cristo.
Un popolo che accetta la croce per salvare l'umanità! La pace per
tutti è ancora il problema più urgente.
Come vedi il futuro dell'umanità?
C’è una sola speranza, secondo me, per il nostro futuro.
Il disarmo. Il ripudio della guerra. Senza mistificazioni di sorta (una
guerra di difesa è pur sempre una guerra). Ma non è un obiettivo
che si riuscirà a realizzare a breve termine, forse prima ci vorrà
la terza guerra mondiale…. Noi abbiamo solo iniziato.
Cosa ti sentiresti di dire oggi al movimento “no global”
che si prepara ad una grande mobilitazione contro la guerra in Irak?
Cominciamo dal punto d'arrivo; ossia dal pacifismo assoluto, quello della
nonviolenza: se non vogliamo davvero la guerra dobbiamo abolirne lo strumento
che la consente e la produce, vale a dire l’esercito. Si tratta
dell'unica risposta che possiamo dare al semplice rifiuto verbale, perché
se a manifestare il rifiuto sono in molti, a livello pratico le cose vanno
in tutt'altro modo. La conclusione mi sembra semplice: l'abolizione unilaterale
dell'esercito. Devo ripeterlo ancora una volta: contro la politica che
vige da secoli, ingannevole, del disarmo multilaterale, cioè concordato
ed equilibrato, bisogna partire dal basso. Tutti i tentativi che sono
stati fatti fino a oggi si sono rivelati fallimentari, anziché
il disarmo abbiamo avuto il suo opposto, vale a dire la corsa al riarmo.
Ecco allora che dobbiamo procedere attraverso una diversa politica, basata
su atti di disarmo unilaterale.
Puoi farci un esempio?
Un esempio è arrivato dalla politica di Gorbaciov: promulgò
un atto unilaterale di disarmo atomico, al quale gli Stati Uniti dovettero
adeguarsi per la sua inequivocabile valenza disarmista, per non sfigurare
davanti all'opinione pubblica di tutto il pianeta. Questo è il
principio. Un atto di questo tipo, di disarmo unilaterale, toglie la giustificazione
primaria per il riarmo. È una costante storica che i governanti
esprimano al popolo la necessità di correre al riarmo quando gli
altri Stati sono armati (accade oggi fra L’America e l’Irak).
Se io invece sono disarmato, privo gli altri della giustificazione primaria
e fondamentale del riarmo e dell'accaparramento del potenziale bellico.
Pensi alla menzogna della guerra preventiva?
Più che di menzogna parlerei di autoinganno, quello di presumere
di tutelare la pace preparando invece la guerra. Si tratta, ripeto, di
un inganno plurisecolare, che segue il principio latino "si vis pacem,
para bellum" (se vuoi la pace prepara la guerra). È’
una politica schizofrenica da bancarotta fraudolenta. Noi dobbiamo uscire
da questo inganno, altrimenti sarebbe meglio mettersi l'anima in pace
con l'ineluttabilità della guerra e finirla con qualsiasi discussione
in merito.
1972-2002: che giudizio dai di questi 30 anni di obiezione di coscienza
in Italia?
Negativo. Negativo, intendo, rispetto al significato dell’obiezione
di coscienza, cioè dell’opposizione integrale alla guerra.
Mi pare che in questi decenni non sia venuto nessun concreto contributo
significativo alla ragion d’essere dell’obiezione, che è
l’antimilitarismo.
Cioè pensi che generazioni di obiettori di coscienza, dagli anni
’70 ad oggi, non abbiano influito politicamente per l’affermazione
dei valori della pace?
Singoli obiettori si sono espressi con forza e nettezza su posizioni antimilitariste,
e ci sono stati anche gruppi o collettivi che hanno preso seriamente i
valori dell’obiezione (penso ad esempio ad alcune esperienze in
Caritas), ma sono state esperienze individuali, che non sono riuscite
ad avere evidenza e incidenza pubblica.
Trent’anni tutti da buttare?
No, naturalmente. So ben vedere anche il lato positivo di questa esperienza:
molti giovani si sono avvicinati al servizio civile acquisendo una certa
consapevolezza di far parte di una società a cui bisogna dare un
contributo; forse possiamo dire anche che nel servizio civile si è
espresso uno stato d’animo particolare che può aver portato
un certo “valore” nel tessuto sociale italiano, anche se non
credo che alla fine dell’esperienza rimarrà nulla di organico.
Come vedi il futuro del servizio civile volontario?
Non so bene, ma forse il nuovo tipo di servizio potrà prendere
come “spunto” dall’esperienza precedente un certo spirito
di serietà e di maggior impegno.
Da una parte avremo il servizio volontario, dall’altra l’esercito
professionale.
Dove potrà esprimersi l’antimilitarismo?
L’antimilitarismo e le istanze profonde dell’obiezione restano
affidati a quegli organismi che si riferiscono esplicitamente alla nonviolenza.
Penso anche ad iniziative specifiche come la Marcia nonviolenta “mai
più eserciti e guerre”. Il Movimento Nonviolento deve continuare
a mettere in rilievo il concetto di disarmo unilaterale. Finchè
ci saranno gli eserciti ci dovrà essere qualcuno che promuove le
istanze dell’obiezione e del disarmo unilaterale.
A chi vuole approfondire questi temi, consigliamo la lettura del diario
giovanile di Pietro Pinna “La mia obbiezione di coscienza”,
Edizioni del Movimento Nonviolento, € 5,15, che può essere
richiesto alla nostra Redazione.
(Questa intervista è la sintesi di tre diversi colloqui avuti
recentemente con Pietro Pinna da Mao Valpiana, Filomena Perna, Fabio Bacci
e Alessandra Viana)
Un operaio Presidente che eredita il maggior
debito sociale del mondo
e promette “Fame zero” in un “Brasile decente”:
Luis Inacio da Silva
Di Gabriele Colleoni *
L'ambizioso obiettivo confessato è quello di diventare il Nelson
Mandela del Brasile. Il rischio, altrettanto sinceramente paventato, è
invece di un declino che lo trasformi solo in un Lech Walesa di San Paolo.
Tra queste Scilla e Cariddi di illustri predecessori dalle parabole politiche
divergenti, protagonisti tra gli anni Ottanta e Novanta di rivoluzioni
nonviolente, sa che dovrà navigare l'uomo della rottura storica
che il Brasile e con questo Paese tutta l'America Latina, hanno visto
realizzarsi a fine ottobre.
La svolta porta il nome e la barba di un operaio, quelli di Luis Inacio
da Silva, per tutti semplicemente Lula, eletto il 27 ottobre presidente
del Brasile, cioè del Paese che per dimensioni territoriali, numero
di abitanti e prodotto interno lordo ha un peso geopolitico decisivo sull'intero
subcontinente americano. L'elezione del leader del Partido dos Trabalhadores
alla massima carica del Brasile segna una rottura storica nei confronti
degli ultimi vent'anni latinoamericani, caratterizzati, insieme al generalizzato
ripristino delle democrazie in campo politico dopo le dittature degli
anni '70, dall'imposizione di un modello economico di stampo neo-liberista,
oggi entrato in profonda crisi insieme, peraltro, a quello della rappresentanza
politica.
Nonostante la barba che li accomuna, insieme a diverse idee sulla situazione
economico-sociale del continente, è una forzatura falsa e fuorviante
definire Lula un secondo Fidel Castro. Completamente diverse sono le loro
storie personali e politiche (quella di Lula passa peraltro dal fondamentale
snodo di una rivoluzione che si è compiuta nelle urne senza nessun
assalto al Palazzo della Moncada), e alla fine dunque diversi sono gli
approcci agli snodi della gestione del potere e delle pratiche sociali.
Ricordiamo un passaggio di un’intervista di Lula all'immediata vigilia
del voto: “La nostra politica sarà caratterizzata dal dialogo
e da una pratica di negoziazione. Tutti sanno che ho iniziato la mia vita
politica negoziando come sindacalista. Il primo grande accordo che ho
concluso riguardava l'industria automobilistica e risale al maggio 1978.
Durante tutta la mia vita ho imparato a negoziare, a fare accordi per
risolvere tutti i problemi che si presentavano ed è questo che
intendo fare adesso. Convocherò gli imprenditori, le confederazioni
e i sindacati di categoria affinché siano conclusi accordi nell'interesse
del paese. Il contratto sociale che vogliamo sottoscrivere sarà
fondamentale per realizzare le riforme che vogliamo realizzare”.
L'esperienza della povertà familiare e di emigrante, il precoce
lavoro operaio, la militanza sindacale, la pratica politica in un partito
- come il Pt, che ha contribuito a far nascere al momento dell'epilogo
della dittatura nel 1980 - davvero nuovo nel contesto latinoamericano
per la sua natura classista, per la sua organizzazione e partecipazione
dal basso, l'influenza della Teologia della Liberazione... Sono questi
gli snodi fondamentali che bisogna tener presente per capire il contesto
e la formazione del neopresidente brasiliano. Tutti tratti assai lontani
dal giacobinismo rivoluzionario e poi comunista del lider maximo cubano,
educato dai Gesuiti e avvocato mancato per diventare rivoluzionario di
professione.
Una situazione che fa accostare immediatamente Lula a Lech Walesa. Come
il leader di Solidarnosc, che oggi politicamente è fuori gioco
in Polonia, il neopresidente brasiliano ha conquistato i gradi di leader
politico sul campo. Facendosi arrestare e scontando il carcere per gli
scioperi operai della Grande San Paolo che fecero traballare il regime
militare. E non risparmiandosi, nei quasi vent'anni passati dal ritorno
dei generali in caserma, nel confrontarsi di persona con la realtà
di un Paese-continente, oberato da quello che ha definito un debito sociale
non più sostenibile.
Un Paese, il Brasile, in cui le ineguaglianze continuano a crescere. Undicesima
economia del mondo, il Brasile è al 73° posto per l'indice
di sviluppo umano dell'Onu: su oltre 170 milioni di abitanti, circa un
terzo vive nella miseria. Il reddito pro-capite della regione di San Paolo
è dieci volte quello degli Stati poveri del Nordest (770 dollari
contro 8.000).
La sfida che Lula - il Jornal do Brasil lo ha definito “l'erede
del maggior debito sociale del mondo”, oltre che di quello estero
oggi salito intorno ai 250 miliardi di dollari - si propone ora di affrontare
è quella di riconciliare pacificamente una società dove,
spiegano i sociologi brasiliani, a fianco di un piccolo Belgio di privilegiati
vive un'immensa India di esclusi. Insomma, di abbattere - dopo il Muro
di Berlino tropicale dell'esclusione politica - il muro di una sorta di
apartheid sociale non codificata da leggi, ma che condanna decine di milioni
di brasiliani a una difficile sopravvivenza a fronte di una società
che ha punte di benessere e di modernità tecnologica e culturale
elevatissime.
Certo, in una regione che ha conosciuto troppi populisti e populismi finiti
in bagni di sangue o in fallimenti e corruzione dilagante, è lecito
concedersi il beneficio del dubbio di fronte alla svolta. Ma, detto questo,
Lula sembra entrare in scena con qualche efficace antidoto, a partire
dal fatto di essere un uomo del popolo - la sua vita è una sorta
di compendio di storia brasiliana - prima che un politico per il popolo.
In secondo luogo, conta su un’esperienza maturata con la gavetta
e con la traversata del deserto di quattro campagne presidenziali che
lo hanno portato a diretto contatto con speranze e contraddizioni del
Brasile profondo. Come nella gavetta dell'amministrazione locale (anche
di una metropoli come San Paolo) è cresciuto in questi anni il
Partido dos Trabalhadores, che per citare solo un esempio a Porto Alegre
ha inventato il bilancio partecipativo, e ha trasformato questa città
del Sud brasiliano (e del mondo), in un luogo di riferimento dei movimenti
new global.
Insomma, né Lula né il Pt possono essere considerati meteore
emerse dal nulla. Tantomeno invenzioni mediatiche, come invece lo fu Fernando
Collor de Mello, il suo primo sfidante e vincente. Oppure l'autorevole
intellettuale, sottratto agli studi e sostenuto dagli ambienti finanziari
internazionali, come il presidente uscente Fernando Henrique Cardoso.
“Fame zero” è il primo grande programma su cui Lula
ha deciso di puntare, ripromettendosi di dare, al termine del suo mandato,
tre pasti al giorno ad ogni cittadino brasiliano. Il progetto globale
di riscatto del “debito sociale”, che è stato al centro
della campagna elettorale, comincia dall'urgenza primaria del cibo quotidiano,
ma si proietta oltre. Dare la certezza della vita materiale è il
primo passo per restituire dignità e libertà alla persona
e al cittadino. Ma non si potrà parlare di cancellazione della
fame finché milioni di persone dovranno dipendere - in tutti i
sensi - dai sussidi per potersi cibare.
In questo senso è una sfida dovrà toccare gangli vitali
della società brasiliana e che potrà realizzarsi solo con
una reale e capillare partecipazione della società civile, come
dicono i suoi collaboratori, perché questa sarà una garanzia
essenziale nei confronti delle possibili ostilità di settori sociali,
toccati nei loro interessi.
Lula porta l'esempio della riforma agraria che, dice, dovrà essere
“portata avanti con il consenso dei lavoratori senza terra, dei
sindacati e dei proprietari rurali; non sarà necessaria nessuna
occupazione di terre e nessuna violenza: il Brasile possiede 90 milioni
di ettari di terra improduttiva e possiamo distribuirla a tutte le persone
che vogliano coltivarla”.
Certo, attorno al presidente che si insedierà in gennaio si sono
coagulate enormi aspettative, anche della classe media che ha tradito
il delfino di un presidente di indiscusso prestigio come Cardoso. Ma l'eccesso
di aspettative ha come altra faccia della medaglia il pericolo di repentini
tracolli di consenso. Insieme alla litigiosità interna del Pt e
alla composita alleanza parlamentare cui Lula dovrà affidarsi,
è questo il rischio più grande con cui si misurerà
il presidente operaio. Del resto, un proverbio brasiliano avverte che
all'opposizione si è solidi come pietre; al governo si diventa
fragili come vetro. A Lula presidente con il loro voto i brasiliani hanno
chiesto di forgiare - come ha promesso in campagna elettorale - un “Brasile
decente” che alla trasparenza del vetro possa coniugare la solidità
della pietra.
* Giornalista
Scorie radioattive e sottomarini nucleari: l’eredità
inquinante della guerra fredda
Di Paolo Bergamaschi *
Prima di partire per Murmansk mi ero informato via internet sulle condizioni
atmosferiche che avrei trovato. Sforzo inutile. All’arrivo mi spiegano
che oltre il circolo polare artico non è possibile fare previsioni
affidabili perché il tempo è troppo instabile. Durante la
mia permanenza, infatti, turbini di neve si alterneranno a squarci di
sole in modo rapido e improvviso. Murmansk è l’unico porto
del mare di Barents dove l’acqua non ghiaccia d’inverno. E’
la ragione per cui la marina sovietica aveva scelto questa città
come quartiere generale della Flotta del Nord, costituita in buona parte
da sommergibili nucleari. La penisola di Kola è stata a lungo vietata
agli stranieri perché costellata di basi militari. Negli abissi
di questo tratto di mare si è consumata la tragedia del Kursk la
cui carcassa è stata da poco ripescata.
I Norvegesi sospettavano da tempo che in questa zona le pratiche di smaltimento
del combustibile nucleare fossero problematiche. Certo non immaginavano,
quando riuscirono ad entrare dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica,
di trovarsi di fronte ad una situazione agghiacciante. In tutta la regione
non vi è un sito di stoccaggio permanente di rifiuti radioattivi.
Buona parte di questi sono in piscine di cemento armato a cielo aperto.
La penisola di Kola è la più grande discarica di scorie
nucleari al mondo. E per anni (dal 1960 al 1991) la marina sovietica ha
scaricato illegalmente nel mare di Barents e nel Mar Bianco tonnellate
di rifiuti radioattivi. Esperti hanno calcolato che per trasferire in
luogo sicuro tutto il combustibile spento qui accumulato in condizioni
precarie occorrerebbero almeno quindici anni.
Agli inizi degli anni novanta le autorità russe, non senza una
certa resistenza, hanno accettato la collaborazione occidentale per far
fronte al rischio di catastrofe ambientale che andava delineandosi in
maniera sempre più tangibile. Oggi buona parte delle stazioni di
caricamento e scarico della flotta nucleare sono passate sotto le competenze
del Ministero per l’Energia Atomica facendo breccia, in parte, nel
muro di silenzio che i militari avevano irresponsabilmente eretto per
coprire il problema.
Per chiarire meglio l’argomento vorrei soffermarmi su due storie
emblematiche. La prima riguarda Aleksandr Nikitin, capitano in congedo
della marina sovietica. Conobbi Nikitin tre anni fa al Parlamento Europeo
quando venne a ringraziarmi, assieme ad altri, per le iniziative a sostegno
della sua liberazione. Ingegnere nucleare, dal 1987 era divenuto Ispettore
Capo per la Sicurezza della Installazioni Nucleari al Ministero della
Difesa. Una volta abbandonata la divisa collabora con Bellona, un’organizzazione
ambientalista norvegese, alla redazione di un rapporto che denuncia le
colpevoli carenze nella gestione dei rifiuti radioattivi nella penisola
di Kola. Nel febbraio del 1996 Nikitin viene arrestato dalle forze di
sicurezza russe (l’ex KGB) con l’accusa di tradimento e spionaggio
per aver passato segreti di stato ad una organizzazione straniera. Dopo
una massiccia campagna di mobilitazione di tutte le associazioni europee
dei diritti dell’uomo nel dicembre dello stesso anno viene rimesso
in libertà ma solo nel dicembre del 1999 assolto perché
il fatto non sussiste. Nella mia visita a Murmansk, Nikitin è tornato
con me sul “luogo del delitto” per la prima volta dopo le
sue vicissitudini giudiziarie. Abbiamo visitato insieme i cantieri Nerpa
dove smantellano i sottomarini nucleari e dove era in corso di smantellamento
il Kursk. E’ stata la sua rivincita personale. Mai avrebbe pensato
di rientrare un giorno e di constatare che grazie alle sue denunce i sistemi
di sicurezza erano stati cambiati radicalmente e che finalmente nuove
norme più severe erano state introdotte a protezione degli addetti.
L’altra storia riguarda la nave Lepse. Non sapendo più dove
stoccare le barre di combustibile spento si è pensato ad un certo
punto di immagazzinarle su navi “di servizio”. Nel porto di
Murmansk sono ormeggiate sei di queste imbarcazioni cariche di tonnellate
di rifiuti radioattivi solidi e liquidi contenuti in canestri e cassoni
. Il Lepse è una di queste. Dopo quarant’anni i contenitori
hanno cominciato a corrodersi e parte del combustibile nucleare è
colato nella stiva. Le barre hanno cambiato forma e con la tecnologia
esistente è quasi impossibile rimuoverle. Diciotto marinai si sono
dati il cambio negli anni per la manutenzione della nave esponendosi a
livelli di radioattività spaventosi (di mano in mano che ci avvicinavamo
la lancetta del nostro contatore Geyger impazziva). Grazie all’intervento
norvegese questi marinai oggi non sono più costretti a vivere a
bordo della nave ma trascorrono buona parte del tempo in container sul
molo appositamente attrezzati per il lavoro che devono svolgere.
Nel giugno di quest’anno, in Canada, consci del problema, i grandi
della terra riuniti nel G8 hanno deciso di stanziare 20 miliardi di dollari
per la messa in sicurezza dei rifiuti nucleari russi. Le scorie della
penisola di Kola contengono uranio arricchito fino al 90%, potenzialmente
in grado, quindi, di essere utilizzato per la costruzione di ordigni nucleari.
A Murmansk negli anni novanta ci fu un furto di materiale fissile scoperto
per fortuna dopo qualche giorno. Un attentato terroristico ad uno di questi
siti provocherebbe un disastro di proporzioni inimmaginabili.
Ma è tutto il ciclo del nucleare in Russia che desta profonda preoccupazione.
L’uranio arricchito arriva da Mosca dopo un viaggio in treno di
1700 km. Da Murmansk riparte per l’impianto di ritrattamento di
Celiabinsk, negli Urali, a 3000 km di distanza, dove giunge dopo 15 giorni
per ritornare poi a Mosca e percorrere altri 2000 km per subire una nuova
operazione di arricchimento. Per ragioni di sicurezza i convogli non possono
superare i 20 km all’ora e, sulla carta, non dovrebbero mai fermarsi.
In una Russia dalle infrastrutture fatiscenti sconvolta da conflitti etnico-religiosi
questi trasporti mettono i brividi.
Qualcuno ha definito le scorie nucleari di Murmansk come l’ultima
eredità della guerra fredda. Occorreranno ancora molti anni prima
che questa si concluda definitivamente.
* Commissione Esteri del Parlamento Europeo
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 8 gennaio 2003
La parola del mese: “Amore”
Di Lev Tolstoj *
La dottrina cristiana in tutto il suo vero significato, che si va sempre
più chiarendo nel nostro tempo, dice questo: la vita umana, nella
sua essenza, consiste nella realizzazione sempre più consapevole,
del principio divino in noi; il segno di questa realizzazione è
l’amore dentro di noi e perciò l’essenza della
vita umana e la legge che deve dirigerla, è l’amore.
L’idea che l’amore sia condizione indispensabile e buona della
vita umana, è presente in tutte le dottrine religiose della antichità.
In tutte le dottrine: dei saggi egiziani, dei bramini, degli stoici,
dei buddisti, dei taoisti ecc., l’amicizia, la carità,
la misericordia, la benevolenza e, in genere, l’amore venivano
riconosciute come le virtù principali. Questo riconoscimento da
parte delle più elevate di queste dottrine giungeva fino al punto
di predicare e lodare l’amore verso tutti; e in particolare dai
taoisti e dai buddisti veniva predicato di rendere il bene per il male.
Ma nessuna di queste dottrine aveva posto questa virtù come punto
centrale, come la legge più importante, anzi l’unica regola
di condotta della vita, così come fece il cristianesimo, il quale
apparve più tardi rispetto a tutte le altre dottrine. In tutte
le dottrine religiose precedenti al cristianesimo, l’amore veniva
riconosciuto come una delle virtù, ma non come ha fatto la dottrina
cristiana, la quale ha riconosciuto l’amore, dal punto di vista
metafisico, come base di tutto, praticamente come la legge superiore della
vita umana, cioè una legge tale che non ammette eccezioni in nessun
caso. La dottrina cristiana, rispetto a tutte le dottrine antiche, non
è una nuova e particolare dottrina, è semplicemente una
espressione più chiara e precisa di quel fondamento della
vita umana, che era sentito e predicato in maniera più vaga dalle
dottrine religiose precedenti. Lo specifico della dottrina cristiana è
di esser apparsa più tardi e di aver espresso in forma più
esatta e definitiva l’essenza della legge dell’amore
e le regole di condotta che inevitabilmente ne derivano. Cosicché
la dottrina cristiana dell’amore non è, come accadeva nelle
dottrine precedenti, la predicazione di una virtù particolare,
ma è la definizione della legge suprema della vita umana e delle
regole di condotta, che inevitabilmente ne derivano. La dottrina di Cristo
spiega perché questa legge è la legge suprema della vita
umana ed inoltre mostra quali azioni l’uomo deve o non deve
fare, se riconosce la verità di questa dottrina. Specificatamente,
nella dottrina cristiana viene espresso in modo chiaro e definitivo il
fatto che l’adempimento di questa legge suprema non può ammettere
eccezioni, come facevano le dottrine precedenti e il fatto che l’amore,
definito da questa legge, solo allora è amore, quando non ammette
alcuna eccezione ed è rivolto sia agli stranieri, sia agli uomini
di altre fedi, sia ai nemici, che ci odiano e ci fanno del male.
Il passo avanti che il cristianesimo ha fatto è questo: il cristianesimo
ha spiegato perché questa legge è una legge suprema della
vita umana e ha definito con precisione le azioni che inevitabilmente
ne derivano, in ciò consiste il principale significato e beneficio
della dottrina cristiana.
(…) Tutta la dottrina consiste in questo: ciò che noi chiamiamo
“io”, la nostra vita è un principio divino, limitato
in noi dal corpo; questo principio si palesa in noi attraverso l’amore
e perciò la vera vita di ogni uomo, libera e divina, si manifesta
nell’amore.
(…)
Proprio in questo riconoscere la legge dell’amore come legge suprema
della vita e nelle chiare regole di condotta, che derivano dalla dottrina
dell’amore anche verso i nemici, verso coloro che ci odiano, ci
offendono e ci maledicono, consiste la particolarità della
dottrina di Cristo; essa dando alla legge dell’amore e alle regole
di condotta che ne derivano, un significato preciso e ben definito, inevitabilmente
porta con sé un cambiamento radicale della organizzazione
della vita ormai stabilizzata, non solo presso i popoli cristiani, ma
presso tutti i popoli del mondo.
In ciò consiste la principale differenza con le dottrine precedenti
ed il principale significato della dottrina cristiana autentica,
in ciò consiste il passo in avanti per la coscienza dell’umanità,
che fu compiuto dalla dottrina cristiana. Questo passo è il seguente.
Tutte le dottrine religiose e morali precedenti, pur riconoscendo,
e non poteva essere altrimenti, i benefici dell’amore per la
vita umana, tuttavia ammettevano la possibilità che si verificassero
condizioni tali, per cui l’adempimento della legge dell’amore
divenisse non obbligatorio e potesse essere eluso. Ma immediatamente,
non appena la legge dell’amore cessava di essere la legge suprema
e immutabile della vita umana, tutto il beneficio della legge stessa veniva
distrutto e la dottrina dell’amore si riduceva ad eloquenti
insegnamenti non decisivi, a belle parole, che lasciavano immutata
l’organizzazione sociale dei popoli, come era prima della
dottrina dell’amore, un’organizzazione cioè fondata
unicamente sulla violenza. Invece la dottrina cristiana autentica, riconoscendo
la legge dell’amore come suprema ed il suo adempimento come inderogabile,
distruggeva con ciò ogni violenza e, di conseguenza, negava tutta
l’organizzazione del mondo, basata sulla violenza.
Proprio questo significato fondamentale fu nascosto alla gente dal falso
cristianesimo, che ha considerato la dottrina dell’amore non
come la legge suprema della vita umana, ma, alla pari delle dottrine
apparse prima del cristianesimo stesso, solo come una regola di condotta
che è utile osservare, quando nulla lo impedisce.
La dottrina di Cristo autentica consiste nel riconoscere l’amore
come legge suprema della vita, legge che perciò non può
ammettere alcuna eccezione.
Quel cristianesimo, cioè la dottrina sulla legge dell’amore,
che ammette eccezioni per giustificare la violenza in nome di qualche
altra legge, presenta una interna contraddizione, simile al fuoco freddo
o al ghiaccio caldo.
Sembra evidente che se gli uni, pur riconoscendo i benefici dell’amore,
ammettono la necessità di torturare o uccidere alcune persone in
nome di un qualche futuro vantaggio, allora precisamente con lo stesso
buon diritto anche gli altri, pur riconoscendo i benefici dell’amore,
possono ammettere, in nome di un bene futuro, la necessità di torturare
ed uccidere. Sembra evidente che ammettere anche una sola eccezione all’esigenza
di adempiere la legge dell’amore, distrugge tutto il significato,
tutto il senso, tutto il beneficio della legge dell’amore, che è
alla base di qualsiasi dottrina religiosa e di qualsiasi dottrina morale.
* Tratto da “La Legge della violenza e la legge dell’amore”,
Quaderno di Azione nonviolenta n. 14, Ed. Movimento Nonviolento, €
4,20; disponibile presso la nostra Redazione.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
La guerra annunciata e il programma costruttivo
La guerra annunciata contro l'Irak fa il suo corso. L'ultimo episodio
prima di stendere queste righe è la risoluzione con cui il Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite impone all'Irak – pena "gravi
conseguenze" – di far rientrare nel paese gli ispettori internazionali
e permettergli accesso illimitato a qualunque sito nel paese. Nel frattempo,
il governo statunitense rafforza la sua presenza militare nella regione.
Per chi vuole la guerra il tempo stringe: essa deve iniziare al più
tardi in marzo, altrimenti il clima torrido renderà troppo difficile
l'attacco.
Di fronte a queste notizie, dà sollievo vedere che oggi il nuovo
movimento per la pace è vivo e vitale, capace di portare centinaia
di migliaia di persone a una manifestazione pacifica. Abbiamo visto i
servizi mandati in onda dalla BBC e dalla televisione tedesca (tra le
prime notizie nei telegiornali di sabato 9 novembre). Certo, avrebbe fatto
piacere vedere nel corteo meno simboli di polarizzazione, di lotta tra
il "bene" e il "male". O forse è l'interesse
dei media a concentrarsi sulle immagini più aggressive. Ma la presenza
della cultura nonviolenta c'è, si fa vedere e sentire.
La "guerra annunciata" di questi mesi rende necessario il lavoro
a un programma costruttivo, a una politica di pace intesa non solo come
misure generali (disarmo, promozione del diritto internazionale, corpi
civili di pace), ma anche come risposta efficace e realistica ai problemi
posti da un conflitto concreto. Il lavoro propositivo è tanto più
importante se consideriamo l'entità e la pervasività della
propaganda mediatica in favore della guerra.
Il compito costruttivo che ci troviamo di fronte si situa a metà
strada tra ricerca e proposta politica. Si tratta di raccogliere e sistematizzare
le conoscenze sul conflitto e a partire da queste – da una base
fattuale solida e incontrovertibile – esplorare le possibilità
di una trasformazione nonviolenta del conflitto stesso.
Per adempiere in maniera adeguata a questo compito ci sarebbe bisogno
di strutture di ricerca dotate di mezzi e personale. Per questo motivo
è di grandissima importanza il progetto di istituire anche in Italia
un centro di ricerca internazionale sui conflitti, sul modello di centri
analoghi esistenti all'estero.
Oggi sarebbe utile supplire alla mancanza di tale centro con uno sforzo
di coordinamento dal basso delle conoscenze e competenze attualmente disponibili.
Dobbiamo creare un "laboratorio virtuale di pace" in cui far
interagire attivisti internazionali, ricercatori, esperti del conflitto,
nonviolenti. Occorre unire alla capacità di controinformazione,
per quanto possibile, la proposta di concrete opzioni politiche –
corsi di azione alternativi alla guerra.
Per rimanere all'esempio dell'Irak: un importante punto di partenza per
proporre un'alternativa alla guerra è la posizione degli ex funzionari
delle Nazioni Unite che hanno protestato negli anni scorsi in maniera
veemente contro la politica delle sanzioni: l'irlandese Dennis Halliday
coordinatore del programma ONU "cibo in cambio di petrolio"
si dimise nel 1998,dichiarando che non intendeva essere associato alla
sofferenza dei civili iracheni. Nel 2000 ha preso la stessa decisione
il tedesco Hans von Sponeck, che da allora è diventato un autorevole
oppositore delle sanzioni. Un altro diplomatico, lo statunitense Scott
Ritter, ha diretto il lavoro degli ispettori dell'ONU per diversi anni
e denuncia oggi la campagna di disinformazione sul potenziale bellico
iracheno. In Italia abbiamo una serie di gruppi e associazioni che da
anni si occupano dell'Irak, effettuando iniziative e offrendo un'informazione
puntuale (Un ponte per..., Guerre e pace).
La sfida – per l'Irak e per le guerre future – è passare
alla proposta politica, è integrare la cultura e i valori della
nonviolenza con da un lato con le conoscenze del contesto specifico di
un determinato conflitto, dall'altro con le possibilità e i vincoli
di azione presenti nell'attuale contesto internazionale (Unione europea,
ONU, ecc.).
Non possiamo accettare i politici di turno (oggi il governo di destra,
ieri e forse domani il centrosinistra) quando vengono a dirci che la violenza
militare è inevitabile, che non si può far nulla, e che
gli Stati Uniti faranno di testa loro e che semmai il ruolo dell'Italia
è quello di aiutare la superpotenza che va alla guerra.
Perché tanti Comuni stanno svendendo le farmacia pubbliche?
In Italia le farmacie comunali sono 1600 su un totale di 16.000 e sono
dislocate, per la maggior parte, nel centro nord. In media sono il 20%
del totale, ma città come Cremona su un totale di 20 farmacie ne
hanno 14 di proprietà. A Milano sono 84 e hanno un attivo di 7
miliardi all'anno. Più in generale, a causa del considerevole consumo
di medicinali, il mercato italiano dei farmaci è il terzo d’Europa.
La farmacia comunale è stata considerata un obiettivo prioritario
da sindaci molto amati negli anni ‘50 come La Pira a Firenze e Dozza
a Bologna: si forniva un servizio e si garantivano i farmaci alle fasce
più deboli della popolazione nelle periferie delle città.
Questo patrimonio pubblico, che funziona, offre un servizio e porta soldi
nelle casse dei comuni, sta per essere progressivamente dimesso dai comuni:
perché?
Molti le stanno cedendo in blocco a una multinazionale tedesca, la Gehe,
già leader in Europa come grossista dei farmaci e proprietaria
di 1300 farmacie nei paesi dove non è vietato possedere catene
di farmacie, come l'Inghilterra e adesso l'Italia. In Italia la legge
dice che la loro titolarità, se non è pubblica, deve essere
singola. Allora, come è possibile che una multinazionale tedesca
ha già acquistato tutte le farmacie comunali di Milano, Bologna,
Prato, Parma, Cremona, Lissone, Cesena e Rimini?
Semplice, le ha prese in gestione acquistando l'80% delle azioni per un
periodo che può arrivare fino a 99 anni. Ed è il modello
che vogliono seguire tutte le altre città dove è già
stata costituita una SPA che prevede la cessione dell'80% delle azioni.
Grazie alle imponenti risorse economiche sulle quali può contare,
Gehe Italia si presenta ai bandi di gara con offerte al di sopra del prezzo
di mercato, pur di vincere a tutti i costi. A Bologna, per esempio, la
stima di base era di 70 miliardi per le 22 farmacie comunali; i farmacisti
bolognesi in consorzio avevano offerto 90 miliardi e pensavano di vincere,
ma la Gehe ha offerto 117 miliardi, 47 miliardi in più del prezzo
di mercato. Stessa cosa a Cremona: i farmacisti del posto hanno offerto
36 miliardi, la Gehe 50, 14 miliardi in più. A Milano infine, a
fronte dell’offerta dei farmacisti riuniti in cordata, Gehe l’ha
spuntata con un rilancio a 251 miliardi.
Ecco perchè tutti i comuni si aspettano molti più soldi
dal reale prezzo di mercato e preferiscono vendere la gestione per un
certo numero di anni. Le farmacie non sono più considerate un fa