|
- 1972-2002 Dall'obiezione di Coscienza al servizio civile,
trent'anni dopo.
- Diario di un'obiezione dal carcere militare
- Le 10 parole della nonviolenza: Coscienza
- La pace di Bozen, la Vittoria di Bolzano
- Nella città laboratorio della convivenza è
riscattata la trappola dell'etnicità
- Lilliput
- Alternative
- Economia
- Musica
- Cinema
- Educazione
- Libri
Il vero volto del terrorismo non è quello che
vediamo
di Mao Valpiana
Non sapremo mai come sono andate veramente le cose nel teatro di Mosca
dove un gruppo di 50 sequestratori ceceni (terroristi? partigiani? disperati?)
ha preso in ostaggio 700 persone del pubblico; non sapremo mai cosa è
accaduto quando le teste di cuoio sono entrate nel teatro; non sapremo
mai che tipo di gas è stato usato; non sapremo mai come sono morti
i terroristi e perché non hanno fatto saltare le loro bombe. Anche
questa volta la cosiddetta “ragion di stato” ha prevalso sulla
vita umana (una storia che in Italia abbiamo già conosciuto, da
Piazza Fontana al caso Moro). Sappiamo solo che la loro richiesta era
il ritiro dell’esercito russo dalla Cecenia e che il blitz militare
ha prodotto centinaia di morti innocenti.
***
La Cecenia è una delle tante “guerre dimenticate”,
che il mondo non conosce perché da quel lontano angolo non filtrano
le informazioni. Non ci sono telecamere e inviati speciali di grandi televisioni
a mostrarci i massacri quotidiani. E quando ci sono, vengono fatti fuori.
E’ il caso di Roderick John Scott, un giornalista britannico nato
nel 1973 e morto in Inguscezia il 26 settembre 2002, mentre cercava di
documentare, forse troppo da vicino, le azioni dell’esercito russo
contro i guerriglieri ceceni. Dalle scarsissime notizie su questo crimine
di guerra risulta che Roddy era un collaboratore della tv londinese “Frontline
Television News”, e portava con sé una videocamera, delle
cassette, e un passaporto britannico con visto georgiano. Come mai questo
giornalista non ha meritato neppure una riga di commemorazione, mentre
per Maria Grazia Cutuli si è mobilitata la stampa internazionale?
Forse morire ammazzati da un soldato russo è meno interessante
che morire uccisi da un talebano?
***
Il territorio della Cecenia è militarmente occupato dall’esercito
russo. Il popolo ceceno, che resiste alla truppe di occupazione, sta subendo
un vero e proprio genocidio. Del tutto simile a quello perpetrato verso
i Curdi per mano del regime di Bagdad. E per lo stesso motivo: sbarazzarsi
di una etnia radicata che impedisce il processo di omologazione nazionale
e conquistare un territorio strategico per le fonti energetiche. Dunque
se Saddam Hussein è colpevole di crimini contro l’umanità
per il massacro di curdi, Vladimir Putin lo è altrettanto per il
massacro di ceceni.
Nonostante il Muro di Berlino sia stato abbattuto da più di dieci
anni, il mondo è ancora spartito fra le due superpotenze: Putin
ottiene il via libera contro la Cecenia, ed in cambio Bush si porta a
casa il nulla osta contro l’Irak. Il terrorismo attuato da gruppi
di ceceni, di palestinesi, di afghani, di thailandesi, è certamente
disumano, criminale, inaccettabile, ma è semplicemente lo specchio
di un terrorismo (questo sì internazionale) mille volte più
potente, messo in atto dalle superpotenze e dalle loro politiche di potere.
Violenza chiama violenza, morte chiama morte.
***
Una domanda intrigante. Facciamo finta che un gruppo di terroristi palestinesi
faccia un sequestro di centinaia di persone in un teatro americano; facciamo
finta che Bush decida di intervenire con il gas nervino e riesca a sterminare
i sequestratori, facendo però centinaia di vittime anche fra i
sequestrati. Cosa accadrebbe nel mondo? Cosa direbbe l’opinione
pubblica? Cosa farebbero i pacifisti? Non penso che la reazione sarebbe
così “misurata” come lo è stata per la vicenda
di Mosca. Forse c’è un’inconfessabile differenza di
simpatia verso gli americani e verso i russi? La causa cecena ha un peso
minore della causa palestinese?
***
La nonviolenza attiva, dei forti, cerca la verità ovunque essa
si trovi; vuole l’alternativa alla guerra a partire dal rifiuto
della sua preparazione. “Contro la guerra dobbiamo essere duri come
pietre” diceva Aldo Capitini, che nel fondare il Movimento Nonviolento
ha voluto mettere al primo punto “l’opposizione integrale
alla guerra”. A tutte le guerre. Anche alla guerra “preventiva”
contro Saddam Hussein. Anche alla guerra del regime irakeno contro i curdi.
Anche alla guerra contro il terrorismo. Anche alla guerra di Bin Laden
contro l’America. Anche alla guerra dei kamikaze palestinesi contro
gli israeliani. Anche alla guerra di Sharon contro la Palestina. Anche
alla guerra dei russi contro i ceceni. Gandhi preferiva i violenti ai
codardi, è vero. Ma per sé ha scelto la terza via (o l’unica
via) della nonviolenza: una via stretta e difficile che oggi passa insieme
per le strade della Cecenia e dell’Iraq, contro ogni dittatura e
contro ogni guerra.
***
L’Obiezione ha 30 anni
La Legge che riconosce per la prima volta in Italia l’obiezione
di coscienza al servizio militare e avvia il servizio civile è
stata approvata nel dicembre 1972.
Dedichiamo gran parte di questo numero di Azione nonviolenta alla ricostruzione
della storia di questi 30 anni, per capire quale futuro ci attende. Nel
prossimo numero pubblicheremo interviste e commenti degli obiettori di
ieri e di oggi.
1972 - 2002
DALL'OBIEZIONE DI COSCIENZA AL SERVIZIO CIVILE
Quale futuro per il servizio civile? Quale futuro per l'obiezione di coscienza?
1. Il primo riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza.
La legge "Marcora": una legge approvata dietro pressioni dal
basso.
Quando si arriva, dopo un ventennio di mobilitazione e numerosi tentativi
di regolamentazione legislativa abortiti, all'approvazione definitiva
della legge (1972) l'obiezione di coscienza in Italia è già
fortemente politicizzata: nel febbraio '71 c'era stata la prima dichiarazione
collettiva di obiettori che motivavano politicamente il loro rifiuto del
servizio militare. Nel '72 ce ne furono altre tre. Gli obiettori, non
Testimoni di Geova, sono chiaramente antimilitaristi e sono sostenuti
da un Movimento sempre più diffuso e aggressivo. Nel biennio 71-72
la pressione antimilitarista sul Parlamento è fortissima ma all'interno
di esso non ci sono forze politiche disposte a soddisfare la richiesta
di una "legge giusta" per gli obiettori. Un primo testo di legge
approvato al Senato nel Luglio 1971 è considerato dai diretti interessati
limitativo, punitivo, repressivo. Le elezioni politiche anticipate della
primavera del '72, con la vittoria di uno schieramento di centro-destra,
non migliora la situazione, anche se un PSI, non più al governo,
sembra più disponibile a farsi portavoce delle istanze del movimento
per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza.
Nell'estate-autunno 1972, una forte pressione dal basso (manifestazioni
pubbliche in numerose città e di fronte ai Tribunali e alle carceri
militari per solidarizzare con gli obiettori processati e incarcerati,
invio di 12 mila cartoline ai presidenti delle due Camere per sollecitare
la discussione dei progetti di legge, ma soprattutto un drammatico digiuno
a oltranza di Alberto Gardin e Marco Pannella durato 39 giorni, cui si
uniscono, l'ultima settimana, centinaia di militanti nonviolenti, radicali
e obiettori in tutta Italia) costringe il governo a mettere all'ordine
del giorno la discussione del progetto Marcora che, essendo stato già
approvato dal Senato nel '71, godeva della procedura abbreviata.
Si arriva così, senza perdere tempo, con una strozzatura del dibattito
apparentemente giustificata dalla necessità di scarcerare prima
di Natale un centinaio di giovani detenuti nelle carceri militari per
motivi di coscienza, respingendo qualsiasi emendamento migliorativo, all'approvazione
della famosa legge Marcora n. 772 del 15 dicembre 1972, che è il
primo riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza in Italia.
Fu il risultato di un compromesso in Parlamento tra forze politiche assolutamente
contrarie ed altre non del tutto persuase e anch'esse rispettose della
logica della "ragion di stato", tuttavia incalzate dalla propria
base elettorale e dalle iniziative di qualche deputato più sensibile.
Tutte comunque preoccupate di chiudere la partita perché le vicende
degli obiettori incarcerati avevano provocato un notevole interesse dell'opinione
pubblica intorno alle questioni militari e allargato il consenso verso
l'antimilitarismo.
La retorica del momento volle che la stampa sottolineasse trionfalisticamente
la "grande conquista di civiltà", il "grande avanzamento
fatto nell'affermazione dei diritti civili", "l'allineamento
del nostro Paese alle più avanzate democrazie occidentali".
Ma così non era, anche se una breccia era stata aperta nel nostro
Ordinamento e si usciva da una situazione di immobilismo durata vent'anni.
Così non era soprattutto per quanti la legge l'avevano sollecitata
(gruppi antimilitaristi, nonviolenti, radicali, obiettori). Da questi
fu subito salutata, a ragione, come una "legge truffa". Tutto
questo bisogna dirlo perché si capiscano successivamente le difficoltà
relative all'applicazione della legge e alla istituzione del Servizio
Civile.
2. Gli obiettori denunciano la "legge truffa" e fondano la
Lega Obiettori di Coscienza (L.O.C.).
Quegli stessi obiettori, a cui questa legge apre le porte del carcere,
sono i primi a restare insoddisfatti, a denunciarne i limiti, le contraddizioni,
il carattere punitivo. E' subito chiaro che essa non avrebbe posto fine
al problema degli obiettori di coscienza. L'insoddisfazione per quella
legge derivava da una crescita di coscienza degli obiettori, che era anche
maturazione politica dei gruppi che avevano riflettuto e fatto riflettere
sul problema dell'esercito, sulla funzione del potere militare nella nostra
società, sul militarismo, sul problema della difesa armata e sulle
spese militari.
Tutta la consapevolezza raggiunta (antimilitarista e nonviolenta) non
poteva essere buttata via per una "legge qualsiasi". L'obiezione
di coscienza non era (come voleva qualcuno) un fatto esclusivamente personale,
intimistico, espressione di fanatismo religioso, un disagio irrazionale
e asociale da gestire legalmente con concessioni dall'alto per circoscrivere
e arginare il contagio, ma aveva acquistato un più ampio significato
sociale e politico che comportava l'impegno per la trasformazione di una
società violenta in una società nonviolenta.
La legge appena votata stabiliva in modo restrittivo: a) i tempi entro
i quali i giovani potevano dichiararsi obiettori e far domanda di riconoscimento
sulla base di documentati e "imprescindibili motivi di coscienza";
b) l'accertamento della sincerità e fondatezza delle motivazioni
affidato ad una commissione ministeriale di esperti. Inoltre assicurava
alle autorità militari lo strumento repressivo della parificazione
(a tutti gli effetti penali, disciplinari, economici) dell'obiettore al
militare di leva. Riconfermava il suo carattere punitivo stabilendo per
l'obiettore riconosciuto l'obbligo di svolgere un servizio civile 8 mesi
più lungo di quello militare (allora erano 23 mesi, 32 per la Marina).
La legge non specificava comunque le caratteristiche del servizio civile
sostitutivo. Concedeva enormi poteri decisionali al Ministro della Difesa.
Triste sorte prevedeva per gli obiettori non riconosciuti come "buoni"
e per quanti dopo il riconoscimento avessero rifiutato il servizio civile
sostitutivo: per essi erano previsti processi e condanne a pene variabili
da 2 a 4 anni di reclusione. Mancavano, o risultavano stravolte, le condizioni
che il movimento degli obiettori aveva dichiarato irrinunciabili in una
legge che si potesse considerare "giusta":- il riconoscimento
automatico dell'obiezione di coscienza come diritto soggettivo;- la pari
durata del servizio civile e di quello militare;- la smilitarizzazione
del servizio civile.
Per questi motivi la legge approvata dal Parlamento venne considerata
solo un parziale successo. Nella carta programmatica della LOC (Lega Obiettori
di Coscienza), tempestivamente costituita il 21 gennaio 1973 da coloro
che avevano partecipato alle lotte precedenti, si legge: "Questa
legge è inadeguata, repressiva, discriminatrice, punitiva, ma rappresenta
una prima conquista che va utilizzata, violata, superata perché
la lotta riprenda più dura, più vasta, meno costosa, e numericamente
più consistente".
3. I primi tempi di applicazione della legge. Una interpretazione restrittiva
e repressiva.
I primi tempi di applicazione della legge, che da un lato riconosceva
il principio e l'esistenza dell'obiezione di coscienza e dall'altro sanciva
e puniva severamente il "reato" di obiezione, per coloro che
l'esprimevano in forma scomoda e non gradita, confermano il giudizio negativo
già dato.
Non intendo qui raccontare tutti i fatti e misfatti relativi a questo
periodo caratterizzato dalla continuazione dell'atteggiamento repressivo
nei confronti degli obiettori politicizzati, dalla mancata regolamentazione
della legge e dalla incapacità (ovvio!) del Ministero della Difesa
di istituire un servizio civile nazionale. Ci limiteremo all'essenziale.
Il 31 dicembre 1972 in base alle norme transitorie della legge, tutti
gli obiettori ancora in carcere sono scarcerati ma nei primi mesi del
'73 il Ministero della Difesa torna all'attacco contro gli obiettori.
La Commissione che in base alla legge deve accertare "la validità
dei motivi addotti dagli obiettori", riunitasi per la prima volta
il 25 gennaio, su 29 domande esaminate ne respinge 9. Gli obiettori "respinti"
avevano già scontato periodi di carcere prima che entrasse in vigore
la legge, ma la loro domanda ricalcava un modello in cui si adducevano
motivazioni esclusivamente politiche. Ora la legge non riconosceva l'obiezione
politica. Agli stessi viene subito consegnata la cartolina precetto con
l'invito a presentarsi al CAR di destinazione. Il 17 febbraio viene persino
arrestato il segretario nazionale della LOC, Roberto Cicciomessere. L'arresto
avviene sulla base di un mandato di cattura, spiccato nel settembre '72
in occasione della sua seconda obiezione di coscienza, che era stato sospeso
per l'approvazione della legge Marcora. Nei mesi successivi ci sono anche
le prime condanne per il reato di obiezione di coscienza "non autorizzata",
per aver presentato la domanda in ritardo o per non averla presentata.
Pesanti condanne vengono inflitte ai Testimoni di Geova, i quali, per
motivi religiosi, continuano a rifiutare il servizio militare e non intendono
utilizzare l'alternativa di un servizio civile che è loro offerta
dalla nuova legge. E' in base a questa legge che il 7 aprile 1973 il Tribunale
Militare di La Spezia condanna sette testimoni di Geova a un totale di
22 anni di carcere.
Non c'è bisogno di aggiungere altri esempi per far capire in che
misura restrittiva e repressiva si muoveva l'interpretazione della legge
e il riconoscimento giuridico dell'obiezione. Su questo fronte decisiva
è stata la reazione della LOC che, con iniziative che hanno ampio
risalto sulla stampa italiana ed estera, costringe il Ministro della Difesa
a ritirare le cartoline precetto agli obiettori non riconosciuti, consentendo
loro di presentare ricorso al Consiglio di Stato, e a rimettere in libertà
Cicciomessere. Intanto la stessa LOC elabora tre progetti di legge per
l'interpretazione autentica e la modifica degli aspetti più repressivi
e contraddittori della legge 772, affidandone la presentazione a parlamentari
democratici.
Anche riguardo all'organizzazione del servizio civile il Ministero della
Difesa non prende iniziative costruttive e mira al logoramento delle persone
e delle proposte. Ad esempio, una richiesta inoltrata il 10 aprile '73
dal Presidente della Regione Toscana (Lelio Lagorio) al Ministro della
Difesa per l'inserimento degli obiettori di coscienza negli enti di competenza
della Regione, non ottiene alcuna risposta. Per giunta il 10 giugno tutti
gli obiettori già riconosciuti ricevono dal Ministro della Difesa
un invito a rinunciare al servizio civile sostitutivo per un servizio
militare non armato da svolgersi in un ospedale militare. Nessun obiettore
aderisce all'invito. Sicuramente è per una precisa scelta, e non
per inefficienza, che le autorità militari non organizzarono mai
un servizio civile nazionale.
Fin dall'inizio il Ministero della Difesa, che ha l'obiettivo di disinnescare
le potenzialità dirompenti dell'obiezione di coscienza come utopia
concreta di conversione delle strutture e spese militari in strutture
e spese civili, si è guardato bene dal porre le basi di una controparte
civile del servizio militare e rischiare di perdere il controllo dei cittadini
obiettori. Oltre al servizio militare non armato, le sole alternative
considerate ufficialmente sono l'impiego degli obiettori nel corpo dei
vigili del fuoco e in quello forestale, corpi notoriamente militarizzati.
Se avessero prestato servizio in questi corpi, gli obiettori sarebbero
stati sottoposti a regolamenti di tipo militare, minacciati di decadenza
e ricattati in caso di comportamenti non conformi allo spirito di queste
organizzazioni.
Mentre continuano ad andare in carcere obiettori la cui domanda non è
stata accettata in base ad una interpretazione restrittiva della legge,
il 10 dicembre 1973 (il 15 ricorre l'anniversario dell'approvazione della
legge) il Ministro della Difesa Tanassi decide di inviare un dono tutto
speciale agli obiettori. Tutti gli obiettori riconosciuti fino a quel
momento (107 obiettori) ricevono la cartolina precetto con l'ordine di
presentarsi il 14 gennaio successivo presso la colonna mobile dei Vigili
del fuoco di Passo Corese (Rieti) per prestarvi il servizio civile sostitutivo.
4. Le proteste degli obiettori e della società civile.
Di fronte alle inevitabili proteste e alle manifestazioni di solidarietà
con gli obiettori, le autorità assumono un atteggiamento irragionevolmente
e ridicolmente repressivo. A Roma, a piazza Colonna, un gruppo di 5 sacerdoti
che digiunano per protesta contro la decisione del Ministro, viene sciolto
dalla polizia con la forza. A Peschiera un obiettore detenuto per aver
presentato la domanda in ritardo viene punito con 10 giorni di cella di
isolamento, per aver rifiutato di mangiare il panettone inviato ai detenuti
del carcere militare dal ministro della Difesa Tanassi.
Intanto viene reso pubblico un appello al Presidente del Consiglio da
parte di uomini della cultura e religiosi (tra cui lo scrittore Ignazio
Silone e il vescovo Bettazzi) "perché la legge non sia completamente
vanificata costringendo gli obiettori ad un servizio militarizzato che
escluda l'impegno nelle diverse realtà sociali e di emarginazione".
Da parte loro 40 obiettori aderenti alla LOC comunicano al Ministro la
loro indisponibilità a svolgere il servizio nei pompieri, chiedendo
la piena applicazione della legge, che prevede diversi servizi sostitutivi
adeguati alle capacità e disponibilità di ciascun obiettore.
Al Congresso della LOC (Napoli, 5-6 gennaio 1974) gli obiettori confermano
la loro indisponibilità e decidono un'opposizione dura al provvedimento
di Tanassi che si concretizza nel rifiuto collettivo di presentarsi il
14 gennaio a Passo Corese. Di fronte a questa decisa resistenza, l'8 gennaio
74, il Ministro revoca per tutti gli obiettori l'ordine di presentarsi
a Passo Corese, facendo capire ufficiosamente di essere ormai disposto
a stipulare le convenzioni come previsto dall'art. 5 della legge.
5. Gli obiettori inventano il servizio civile.
E' a questo punto che la LOC conquista per tutti gli obiettori il diritto
all'autodeterminazione e autogestione del servizio civile. Il Ministero
della Difesa cede apparentemente su tutto il fronte, lasciando il servizio
civile in completa gestione alla LOC, che si impegna a individuare forme
di servizio civile adeguate presso enti e organizzazioni disponibili ad
accogliere obiettori e a predisporre un programma. I vincoli c'erano,
ma erano relativamente poco importanti e comunque superabili nel corso
delle trattative.
Come organizzare un servizio civile libero da ipoteche militari? Già
nel corso del 1973, di fronte ai ritardi e alle inadempienze del Ministero,
alcuni obiettori avevano iniziato in modo autonomo il proprio servizio
civile impegnandosi in enti privati dove venivano assistiti ragazzi caratteriali
e disadattati e si praticava qualche esperimento di deistituzionalizzazione.
Queste esperienze non furono mai riconosciute dal Ministero della Difesa
ma servirono a dare la spinta e a porre le basi della successiva mobilitazione
della LOC per un servizio civile non militarizzato. Gli stessi obiettori
in attesa avevano incominciato a prendere contatti con enti pubblici e
privati, sollecitandoli a presentare al Ministero la richiesta di convenzione.
Incredibile la giustificazione fornita in seguito dai funzionari militari
dello smarrimento delle richieste di convenzione avvenuto negli uffici
del Ministero della Difesa.
Il programma, di cui abbiamo detto sopra, viene definito dal basso nel
corso di uno stage sul servizio civile convocato a Roma nei giorni 9-10
marzo 1974 presso la Comunità di Capodarco. Vi partecipano un centinaio
di obiettori e i rappresentanti degli enti che avevano fatto richiesta
di convenzione per l'utilizzazione degli obiettori.
Dal momento che gli obiettori erano riusciti ad ottenere di potersi "assegnare"
ad attività più congeniali, a servizi civili conformi alle
capacità e aspirazioni di ognuno e rispondenti alle esigenze di
coerenza determinate dalla condizione di obiettori, si esponevano a grossi
rischi e contraddizioni perché, pur non essendo preparati, si assumevano
il compito di inventare letteralmente il servizio civile. D'altronde non
era loro intenzione avallare con la propria presenza enti e istituzioni
screditati da una politica assistenziale paternalistica o clericale, servire
da tappa-buchi, risolvendo carenze la cui responsabilità era propria
dello Stato, ma creare nuovi spazi di libertà e nuovi fronti di
lotta. Si cercò di uscirne collegandosi con quelle organizzazioni
che già operavano nel settore della medicina preventiva e si battevano
per la deistituzionalizzazione dell'assistenza.
Alla LOC sembrava si dovessero privilegiare soprattutto due direzioni:
1. enti pubblici (comuni, regioni province, tribunali dei minori, ospedali
psichiatrici, ecc.); 2. sindacati.
Un servizio civile negli enti pubblici avrebbe permesso agli obiettori
di inserirsi come "operatori sociali" direttamente nei luoghi
di confronto e di dibattito tra le forze politiche, quindi con ampie possibilità
di mobilitare l'opinione pubblica sui vari problemi, contribuendo attivamente
alla sperimentazione e attuazione di nuove prassi di assistenza e di istruzione.Un
servizio civile nei sindacati, considerato il ruolo storico di queste
organizzazioni nella lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori, era
quello che offriva agli obiettori le ipotesi di lavoro più allettanti.
C'era un terzo livello, quello delle strutture più arretrate (enti
privati e clericali operanti nel campo dell'assistenza ai portatori di
handicap, ai disadattati e agli emarginati). Senza avallare le situazioni
di arretratezza, un servizio civile in questo settore doveva prima di
tutto essere scelto dall'obiettore (nessuna imposizione ministeriale!),
non doveva occupare come manodopera gratuita posti di lavoro retribuibili
(l'obiettore non è un crumiro!), doveva entrare in relazione con
le esperienze di quelle organizzazioni che portavano avanti progetti alternativi
di deistituzionalizzazione dell'assistenza, di medicina preventiva, di
istruzione popolare.
6. I corsi di formazione e di orientamento per gli obiettori.
Un altro problema che preoccupava la LOC: che il servizio civile non
venisse inteso, alla stregua della vita in caserma, come naja, come parentesi
negativa da superare con il minor costo possibile (e conseguente ricerca
di privilegi personali e imboscamenti), come seccatura di cui liberarsi
al più presto per ritornare alla normalità del proprio lavoro
e della propria vita sociale. Da qui l'idea di istituire corsi di formazione
e di orientamento per gli obiettori.
Questa idea rendeva possibile nell'immediato il collegamento tra il precedente
movimento di lotta antimilitarista, i suoi obiettivi, le esperienze dei
vecchi obiettori e i nuovi, spesso isolati, sconosciuti prima dell'utilizzazione
della legge, deboli di motivazioni antimilitariste, per la loro giovane
età piuttosto impreparati nello stesso specifico dell'obiezione
di coscienza.
L'intuizione del corso di formazione era venuta da una analogia con il
servizio militare. Come - si diceva - il servizio militare "raddrizza
la schiena" così il servizio civile "raddrizzerà
il cervello". Se il servizio militare uniforma pensieri e comportamenti
abituando al servilismo e all'obbedienza, alla passività, al consenso
cieco nei confronti di strutture e valori, il servizio civile formerà
la coscienza, rafforzerà la capacità di autodeterminarsi
e responsabilizzarsi sulla base di una visione antiautoritaria dei rapporti
sociali che predisponga anche a pagare di persona una eventuale disobbedienza
e noncollaborazione. Nel periodo di formazione sarà l'obiettore
stesso a confrontarsi con idee e proposte, a maturare la scelta di un
servizio civile più adatto alle sue capacità e più
rispondente alle sue aspirazioni.
Riguardo al metodo il corso viene strutturato in questo modo: vita in
comune degli obiettori, prestazione di opera per 7-8 ore al giorno presso
l'ente ospitante, incontri periodici con esperti e operatori nei vari
settori (relazioni e dibattiti), gruppi di studio in cui si favoriscono
le discussioni collettive e la preparazione di materiali di documentazione,
incontri-confronti con rappresentanti delle forze politiche, sociali e
sindacali. Tra i temi privilegiati: analisi del potere militare e della
sua ideologia, antimilitarismo, nonviolenza, politiche sociali ed economiche,
problemi dell'assistenza e metodologie alternative, difesa dell'ambiente,
animazione culturale, ecc. Durante il corso gli obiettori prendono contatti
con gli enti di destinazione definitiva, visitandoli personalmente.
Il progetto di servizio civile che viene elaborato in un convegno presso
la Comunità di Capodarco e che viene presentato al Ministero della
Difesa è di immediata attuazione. Esso è articolato in tre
corsi di formazione della durata di uno o due mesi da svolgersi presso
un ente disponibile e nella successiva destinazione presso gli enti convenzionati
dove nei mesi restanti l'obiettore svolgerà il suo servizio. Il
Ministero della Difesa accetta.
Poiché i corsi di formazione sono autogestiti dagli obiettori e
praticamente affidati alla LOC, questa si preoccupa nella composizione
dei partecipanti di assicurare dei punti di riferimento, per i nuovi obiettori,
nei vecchi obiettori antimilitaristi. Si offriva così l'occasione
di un confronto tra gli obiettori giunti al servizio civile dopo una lunga
militanza nei gruppi e movimenti antimilitaristi e nonviolenti e i nuovi
giunti al servizio civile attraverso la strada dell'utilizzazione della
legge; un'occasione dunque di testimonianza, di confronto di esperienze
per una crescita comune culturale e politica degli obiettori.
Il primo corso di formazione della durata di un mese (22 aprile - 22 maggio
1974) si tiene presso la Comunità di Capodarco di Roma con la partecipazione
di 29 obiettori. Obiettivo del corso è individuare un progetto
di utilizzazione di questi obiettori nel campo dell'assistenza agli handicappati
fisici e sensorali, disadattati in genere, ragazzi caratteriali, anziani.
Partecipano alla individuazione di programmi e progetti anche alcuni enti
che operano nel settore. Alla fine del corso, gli obiettori si dividono
in 5 gruppi e si recano presso i rispettivi enti a prestare servizio civile.
Il secondo corso di formazione della durata di 2 mesi (15 maggio - 5 luglio
1974) si svolge presso la "Casa dell'ospitalità" di Ivrea,
con la partecipazione di 20 obiettori. Ha come obiettivo l'individuazione
di un progetto di assistenza a varie categorie di emarginati e uno nel
campo dell'istruzione popolare. Il terzo corso della durata di 2 mesi
(15 luglio - 15 settembre 1974) si tiene presso l'"Ospedale Psichiatrico
Provinciale" di Trieste, diretto dal dott. Franco Basaglia, con la
partecipazione di 30 obiettori. Ha come obiettivo l'individuazione di
progetti che coinvolgano nel campo dell'assistenza gli enti locali.
Dopo i primi tre corsi del '74, per così dire "sperimentali",
ci furono negli anni successivi (1977-78) molti altri corsi, per i quali
si riuscì anche ad ottenere il finanziamento da parte del Ministero.
Ma non poche furono le difficoltà che dovettero affrontare gli
obiettori sempre costretti a riprendere la lotta contro il Ministero per
ribadire il proprio diritto alla formazione autogestita.
7. Una nuova patria da servire.
Vediamo ora cosa è successo agli obiettori dopo i corsi di formazione
e il loro distacco presso gli enti di servizio civile. Giunti nei vari
enti, gli obiettori cercano di inserirsi secondo le loro aspirazioni e
le modalità scaturite dai corsi. Lasciandosi coinvolgere nell'opera
di assistenza scoprono una nuova patria da servire, quella degli handicappati,
degli emarginati, degli anziani. Ma al di qua dell'entusiasmo idealistico
e volontaristico c'è l'impatto con una realtà complessa
e piena di contraddizioni che mette a dura prova i loro propositi. Gli
obiettori ovviamente non intendono sottrarre posti di lavoro a nessuno
e neppure essere sfruttati indiscriminatamente come forza-lavoro a basso
costo, oppure essere strumentalizzati per conservare enti e istituzioni
squalificati, pratiche assistenziali superate e deprecabili. Si pongono
subito problemi di identità e di ruolo. Spesso gli obiettori, immessi
senza esperienza alcuna nelle situazioni più difficili si ritrovano
disorientati.
Come esempio analizziamo una di queste realtà di servizio civile
sperimentale. A Trieste, nell'Ospedale Psichiatrico Provinciale (una delle
realtà più avanzate, dove operava il dott. Basaglia con
una équipe di medici di Psichiatria Democratica) gli obiettori
sono immessi nei reparti a contatto con la realtà manicomiale,
senza alcun preambolo. Nessuno spiega loro cosa fare e come farlo, come
comportarsi. Sentono di essere osservati e giudicati dagli infermieri
e dal personale in organico, diffidente, scettico, prevenuto, poco disponibile
alla collaborazione. Posti in mezzo tra il mondo e le esigenze dei malati
e le abitudini cristallizzate degli infermieri, rischiano di restare schiacciati
dimostrando il proprio fallimento. Chiedono un incontro con il dott. Basaglia
ma questi, pur mostrando comprensione per il problema degli obiettori
e pur incoraggiandoli non vuole offrire loro alcuna soluzione preconfezionata.
Indubbiamente Basaglia conosceva il problema. A suo modo, da tempo faceva
l'obiettore di coscienza per trasformare i manicomi da luoghi di custodia
e di segregazione in luoghi di cura. "Andate, vedete e fate!"
- diceva. Gli obiettori chiedevano a lui un modello, ma Basaglia non l'aveva
o si rifiutava di offrirlo. Gli obiettori furono "costretti"
all'autogestione. E' evidente che per tutti si trattava di una situazione
sperimentale. A distanza di tempo, facendo un bilancio a modo suo di questa
esperienza, Basaglia ebbe a dire: "Noi a Trieste cerchiamo di vedere
l'obiettore come una persona che catalizza, che esprime delle contraddizioni
all'interno dell'istituzione. L'obiettore non è un tecnico, non
è nulla, è una persona che viene ingaggiata dalle istituzioni
e la cui presenza crea costantemente contraddizioni e complica la vita
dell'organizzazione. I volontari e gli obiettori per noi complicano costantemente
il mondo della nostra organizzazione perché la mettono costantemente
in discussione".
Basaglia vedeva nella figura dell'obiettore una figura nuova che definiva
"agente di trasformazione". Far esplodere contraddizioni, faceva
parte dell'essenza dell'obiettore. Per questo, inevitabilmente, all'interno
degli enti dove andavano a svolgere servizio civile, gli obiettori rompevano…
gli equilibri già cristallizzati e ponevano all'ordine del giorno
sempre nuovi problemi.
Ma non tutti gli enti erano così all'avanguardia, non tutti i direttori
così illuminati, pazienti, amici degli obiettori. Questi si scontrarono
spesso con realtà molto più arretrate e con atteggiamenti
autoritari e repressivi. Non è il caso di fare esempi. Diciamo
che furono essi stessi, nelle varie circostanze, con la lotta, a far progredire
la situazione in direzione di un servizio civile più qualificato.
Pur non nascondendo dunque l'esistenza di molte esperienze negative e
le inevitabili delusioni cui andarono incontro a volte reciprocamente
enti ed obiettori, considerato il carattere "sperimentale" delle
prime esperienze di servizio civile, possiamo ritenere che il bilancio
di questo periodo sia sostanzialmente positivo.
8. Fine del servizio civile autogestito.
Quando finì e perché finì il servizio civile cosiddetto
"autogestito"? Non è possibile periodizzare con date
precise. Di fronte ad una situazione formale (la legge 772) poco garantista,
l'autodeterminazione e l'autogestione erano conquiste sempre in pericolo,
continuamente rimesse in discussione e quindi da difendere e riconfermare
continuamente con l'impegno e la lotta degli obiettori.
Gli ostacoli erano prevedibili. Fin dai primi mesi il Ministero della
Difesa cercò di recuperare i corsi inviando d'autorità gli
obiettori che avevano scelto un corso di formazione presso un altro che
non avevano scelto. A livello locale ci furono problemi anche con i distretti
militari che interpretavano alla lettera l'equiparazione degli obiettori
in servizio civile ai militari di leva. L'aumento stesso degli obiettori
portò inevitabilmente problemi di qualificazione del servizio civile,
accrebbe l'eterogeneità degli obiettori, rese il movimento sempre
più confuso ideologicamente e politicamente. Spesso, dobbiamo dirlo,
l'autogestione fu minata alla base dal comportamento privo di senso di
responsabilità di qualche obiettore che interpretava male gli spazi
di libertà conquistati. Divenne sempre più difficile trovare
enti qualificati e in sintonia con l'essenza degli obiettori. Nuovi enti,
scavalcando e ignorando l'organizzazione degli obiettori antimilitaristi,
presero l'iniziativa di rapporti diretti con il Ministero della Difesa
e imposero autoritariamente agli obiettori il lavoro da fare, utilizzandoli
anche in sostituzione del personale.
A determinare questa situazione di crisi certamente influì il fatto
che negli anni successivi nessun serio aggiornamento della legge 772 arrivò
mai in porto. Il Ministero della Difesa adottava la politica dei ritardi
e da una parte favoriva servizi civili non qualificati, dall'altra boicottava
quelli politicamente più avanzati, in cui si tendeva a valorizzare
l'impegno pacifista, nonviolento, antimilitarista. Il Ministero non rispettava
i tempi, non concedeva i corsi di formazione, bocciava le domande di alcuni
obiettori in modo pretestuoso, favoriva il disimpegno, l'opportunismo
e il qualunquismo con la famosa circolare dei 26 mesi che autorizzava
a non svolgere il servizio civile chi aveva atteso troppo il riconoscimento
della domanda.
Tutto questo era prevedibile. Nessuna conquista viene regalata e conservata
senza un prezzo. Si può quindi sostenere che il servizio civile
autogestito finisce quando gli obiettori non sanno più assicurarselo;
finisce quando l'organizzazione politica degli obiettori antimilitaristi
nonviolenti, la LOC (indebolita al suo interno da contrasti politici e
ideologici) non è più in grado di lottare efficacemente
contro tutti i tentativi di boicottare e frenare l'avanzata degli obiettori
e nello stesso tempo di estendere gli spazi di libertà concessi
al diritto di obiezione di coscienza.
9. Venticinque anni dopo la legge Marcora: finalmente una legge moderna.
Nel 1992 una nuova legge, già approvata dai due rami del Parlamento,
venne bocciata in dirittura di arrivo dall'allora Presidente Cossiga,
che si rifiutò di apporre la sua firma a una legge non gradita
ai militari. Quel Presidente, molto amico dei militari, aveva così
da solo, con un semplice colpo di spugna, vanificato il lavoro pluriennale
delle commissioni parlamentari e del Parlamento stesso, beffando le attese
degli obiettori, degli enti di servizio civile, degli Italiani democratici.
Dovranno passare altri sei anni perché si veda, il 16 giugno 1998,
una vera novità nel campo dell'obiezione di coscienza e del servizio
civile. In quella data il Senato italiano approvò in via definitiva
il testo di una nuova legge che regolamenta ancora oggi l’obiezione
di coscienza, in sostituzione della storica prima conquista degli obiettori,
la legge 772 del 15 dicembre 1972.
Dopo 25 anni di lotte sostenute da obiettori, parlamentari, responsabili
di enti, personalità del mondo religioso e politico, associazioni,
movimenti, dopo vari ostruzionismi e polemiche, c’è finalmente
la “nuova legge”, la legge tanto desiderata. Non è
esattamente quella bocciata dal Presidente Cossiga nel 1992 perché
nel frattempo sono state apportate varie modifiche al testo con emendamenti
a volte peggiorativi. Tuttavia l’approvazione della legge, che pone
fine a una telenovela di infiniti rinvii, risponde alle attese generali,
è una pietra miliare, un salto di qualità. Un capitolo è
chiuso, se ne apre un altro, che inizia con questa legge, pubblicata ufficialmente
come la n. 230 del 8 luglio 1998.
E’ sicuramente una legge di difficile e complessa regolamentazione.
Anch'essa parte dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza e
fa un grande passo avanti quando la riconosce come “diritto soggettivo”,
cioè come manifestazione della libertà di coscienza. Non
toccherà più a nessuno riconoscere la validità delle
motivazioni addotte dall'obiettore. La famosa commissione, prevista dalla
772, è abolita. Non c’è più il “tribunale
della coscienza”. La vocazione e il modo di sentire dei giovani
ora contano di più e ciò che avviene nel foro interiore
è insindacabile. La legge pone le basi per un servizio civile più
moderno, efficace, qualificato riconoscendo l'importanza della formazione.
Viene prescritto infatti un periodo di formazione civica e di addestramento
generale al servizio civile e una attività di formazione anche
per i responsabili degli obiettori. Il servizio viene scorporato dalle
competenze del Ministero della Difesa. Una volta avvenuto il riconoscimento
è realtà autonoma rispetto al servizio militare. Una importante
novità della legge è l'inserimento della famosa DPN. La
legge istituisce ufficialmente, nell'ambito della formazione degli obiettori,
la sperimentazione di forme nonviolente di soluzione dei conflitti e l’uso
degli obiettori in missioni umanitarie e per il mantenimento della pace
in zone di conflitto. Dunque: una buona legge. In realtà cosa è
successo? Nonostante l'enunciata smilitarizzazione del servizio civile,
il passaggio alle novità è gestito per altri due anni dai
militari, con i soliti problemi burocratici e le difficoltà a far
partire il nuovo Ufficio Nazionale per il Servizio Civile. Poi altri problemi
a livello di regolamentazione e applicazione amministrativa. Dove sono
i regolamenti organizzativi e disciplinari? Nonostante le buone intenzioni
del legislatore che aveva provveduto a dare indicazioni opportune su questo
aspetto, il problema principale degli obiettori è ancora la mancanza
di formazione e di addestramento specifico, che continua a generare un
senso generale di frustrazione e una bassa qualità del servizio.
Anche riguardo ai responsabili l'attività di formazione è
stata quasi nulla. Negli enti di servizio civile ha continuato ad essere
assente quella figura necessaria del formatore/tutore degli obiettori,
aggiornato, fornito di professionalità, capace di gestire le risorse
umane. E che ne è stato della sperimentazione di forme di difesa
nonviolenta (DPN)? Anche qui: nulla. A quattro anni di distanza le principali
novità della legge non hanno ancora raggiunto gli interessati,
ma sono rimaste ferme all'orizzonte lontano. E non è ancora finita.
10. La sospensione della leva obbligatoria.
Dopo l'emanazione della legge n. 233 del 1998, lo scenario in questo
settore si è modificato ulteriormente e molto velocemente. Infatti
con una nuova legge, la 331 del 14 novembre 2000, il Parlamento ha deciso
la "sospensione" della leva obbligatoria a partire dal 1 gennaio
2007, quando anche l'Italia avrà, come gli altri paesi dell'Unione
Europea, il suo esercito costituito esclusivamente da professionisti.
Fra quattro anni dunque, quando non ci sarà più la coscrizione
obbligatoria, verranno a mancare i presupposti dell'obiezione di coscienza.
La nuova legge sull'obiezione di coscienza andrà in soffitta senza
neanche essere stata completamente attuata.
11. Istituzione del Servizio Civile Volontario.
Sparirà anche il servizio civile? La sospensione della leva rischia
di soffocare tante esperienze di servizio civile nate e sviluppatesi in
trent'anni dietro la spinta del riconoscimento giuridico dell'obiezione
di coscienza. Oggi, dopo 30 anni di esperienze, il servizio civile, che
prima del riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza, semplicemente
non esisteva, è una realtà complessa che ha fatto nascere
nuovi bisogni e ha aperto nuove prospettive in cui sono coinvolti interessi
di nuovi settori, come quello del non-profit o terzo settore, del volontariato,
della cooperazione, del lavoro socialmente utile. Ci sono strutture ed
enti che si reggono quasi esclusivamente sul lavoro prestato dagli obiettori.
Molti di questi enti potrebbero essere costretti a interrompere le attività
per mancanza di personale. Dopo la riforma del servizio militare la CNESC
(Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile) già registrava
con amarezza il calo di attenzione delle istituzioni sui temi del servizio
civile. Pensando alle difficoltà degli enti e anche ai valori espressi
in tanti anni nelle esperienze di servizio civile, alla fine della precedente
legislatura è stata approvata la legge n. 64 del 6 marzo 2001,
che istituisce il Servizio Civile Nazionale. In base a questa legge, anche
dopo la sospensione della leva obbligatoria, ci sarà la possibilità
per i giovani di svolgere un servizio civile su base volontaria. Ora la
prospettiva è completamente cambiata. Il servizio civile non avrà
più alcun legame con il servizio militare in quanto attività
ad esso sostitutiva, così come è sempre stato dal primo
riconoscimento giuridico del 1972. Il servizio civile entra nella legislazione
italiana come attività autonoma e, nonostante i trent'anni di storia
alle spalle, come qualcosa in gran parte ancora da inventare.
La legge n. 64 è un'occasione importante per produrre innovazioni
sociali, sperimentare metodi e soluzioni. Occorrerà liberare e
valorizzare ogni forma di creatività per inventare nuove inedite
possibilità. Importante, anche se non è un'innovazione rispetto
alle indicazioni della legge n.230, rimaste lettera morta, è l'insistere
sulla qualificazione del servizio civile, sulla formazione, la progettualità.
Lavorare per progetti è il metodo serio che la nuova legge prescrive.
Il passato del servizio civile servirà come base di partenza, come
patrimonio di esperienze necessarie per affrontare le novità del
futuro. Una cosa è chiara: essendo su base volontaria, non è
una certezza ma una possibilità. Esisterà se e nella misura
in cui ci saranno volontari. La grande speranza, che suscita questa legge,
è data dalla più importante delle sue innovazioni, l'istituzione
del servizio civile femminile. Se nel 1999, la considerazione delle cosiddette
"pari opportunità" aveva concesso alle donne di poter
svolgere un servizio militare professionale, ora si riconosce alle donne
una naturale capacità di svolgere efficacemente attività
nel campo della solidarietà sociale.
12. E che sarà dell'obiezione di coscienza?
I valori dell'obiezione di coscienza vanno preservati. L'obiezione di
coscienza, svincolata dalla sua forma istituzionalizzata (il riconoscimento
giuridico) troverà se stessa, la sua autenticità di azione
nonviolenta, di risposta della coscienza ai problemi più gravi
del mondo. Non mancheranno occasioni in cui i giovani, i cittadini, veramente
persuasi della verità della nonviolenza, si troveranno a fare,
nelle circostanze più diverse delle scelte morali e accetteranno,
per richiamare al bene tutti, di pagare di persona il prezzo di una obiezione
di coscienza.
Matteo Soccio
Vicenza, 18 ottobre 2002
Diario di un’obiezione dal carcere militare
Di Alberto Trevisan *
Durante il tragitto in treno ripensavo alla mia scelta, non sapevo bene
che cosa sarebbe successo: sì ero convinto, avrei detto di no,
avrei rifiutato la divisa militare, ma le caserme, il carcere non erano
per me ancora delle realtà ben definite, per fortuna i ragazzi
che viaggiavano con me non sapevano della mia scelta .
Erano le otto di sera: iniziava così il 9 Giugno 1970 la mia lunga
obiezione di coscienza, fatta di arresti, di condanne, di carcerazioni,
ma anche di grandi amicizie, di bei ricordi, di grandi soddisfazioni.
Per quasi tre anni, sino al momento dell’approvazione della legge
sul riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza e della
mia immediata scarcerazione dal carcere militare di Peschiera del Garda,
il 23 Dicembre 1972, alla vigilia di Natale, ho vissuto completamente
questa scelta, sempre condizionato dall’arrivo della “cartolina
precetto” anzi delle “cartoline “ dato che per ben tre
volte mi hanno chiamato a fare 1’alpino a L’Aquila e per altrettante
volte ho risposto Signornò’!
Lo dissi per la prima volta il 10 Giugno a L’Aquila. Ancora in abiti
civili, tutti frastornati, assonnati, un po´ affamati quella mattina
fummo brutalmente “sbrandati” dalle camerate: bisognava correre
all´alzabandiera, l’inizio di ogni giornata in caserma, così
per tutto il servizio militare. Poi la colazione di corsa, e ancora più
in fretta al magazzino: la consegna del vestiario, della divisa soprattutto.
Ora ci siamo, pensavo tra me: da giorni cercavo di immaginare questo momento,
avevo cercato di preparare le parole adatte, volevo subito far capire
che non ero disposto a vestire la divisa, che ero un obiettore di coscienza
al servizio militare. Non ebbi neppure il tempo per riflettere, per ripassare
la lezione, che già il maresciallo del magazzino aveva cominciato
a riempirmi di divise, di scarpe, di biancheria, di vettovaglie e quant´altro
mi sarebbe servito nel corso del servizio militare, insomma il mio corredo
militare era quasi completo. Sì, ho avuto un momento di imbarazzo:
le parole non mi sono uscite subito, e già mi ritrovavo tra le
mani qualche camicia militare: solo pochi attimi e poi con grande determinazione
: “guardi maresciallo, io questa divisa non me la metto” gli
dico. Il maresciallo quasi non mi ascolta, così indaffarato a vestire
centinaia di reclute, e continua a rifornirmi di materiale: allora decido
di fermarlo, e con voce più ferma e con più determinazione,
gli ripeto, “io la divisa non la vesto ne´ ora ne´ domani
ne’ mai “.
Lui con grande ingenuità e simpatia, devo ammettere, e sicuramente
senza cattiveria, così mi rispose: “figlio mio che cosa ci
posso fare io se le divise sono tutte grigioverdi ! di altri colori non
ne tengo proprio!”.
Non gli rimase che accompagnarmi al Comando, tra lo scompiglio generale,
ma anche tra la solidarietà di molti ragazzi che avevano assistito
al mio rifiuto, e molti erano proprio arrivati assieme a me, con lo stesso
treno, il giorno precedente.
Iniziarono i primi colloqui con gli ufficiali, con il Comandante: tutti
volevano evitare che la mia scelta di obiezione fosse conosciuta in caserma,
soprattutto tra le reclute appena arrivate, volevano evitare in tutti
i modi la “contaminazione” si direbbe ora. Mi riscoprivo teso,
ma anche molto sereno, sicuro di me stesso: riscoprivo una forza interiore
che prima non avevo mai conosciuto. Certo da tempo mi ero preparato a
questo momento, ma non pensavo di reagire così bene: alle ore 12
ero già in cella e iniziava una lunga attesa, tra quattro mura
e un duro tavolato. Ho trascorso così circa 20 giorni, isolato,
sorvegliato, sempre in attesa di essere trasferito al più vicino
carcere militare di Forte Boccea a Roma.
Il comandante del Battaglione spedì una lettera ai miei genitori
per informarli dell’accaduto: quasi con meraviglia scoprii che anche
un uomo preparato alla gestione del potere, e in questo caso persino alla
preparazione di una possibile guerra, risulta una persona con la quale
si possono stringere rapporti di rispetto, di stima reciproca. Lui, comandante
militare, responsabile di migliaia di giovani ragazzi, era sinceramente
dispiaciuto di non potere impedire la mia scelta di obiezione di coscienza,
sapendo che per anni avrei subito delle conseguenze pesanti.
“ Sono stato costretto- così scriveva ai miei genitori -
a denunciare suo figlio Alberto alla Procura Militare della Repubblica
in quanto lo stesso, dichiaratosi “obiettore di coscienza”
si è rifiutato di indossare l’uniforme militare. Ogni mia
parola è stata vana, ho fatto intervenire anche il Cappellano militare.
Ma il ragazzo è irremovibile. Ho avuto di lui un’ottima impressione
e mi dispiace pensare alle gravi conseguenze cui andrà incontro.
Attualmente è rinchiuso presso la camera di punizione di questo
Comando. Vi esprimo il mio dolore.”
* Ringraziamo Alberto Trevisan per averci messo a disposizione alcuni
stralci del suo diario di obiettore di coscienza nel 1970. Oggi Trevisan
ha 55 anni, vive a Rubano, in provincia di Padova, ed è membro
del Coordinamento Nazionale del Movimento Nonviolento.

torna in alto
Coscienza
Di Sandro Canestrini*
Voglio iniziare queste brevi osservazioni ricordando a me e a chi legge
il più osceno proverbio italiano: “ognuno per sé e
dio per tutti”.
In queste poche parole è condensato tutto l’egoismo e il
rifiuto di ogni solidarietà e di ogni cum-scire e cioè della
coscienza, della consapevolezza di dover fare “i conti con la vita”
di dover collocare se stesso in un campo dignitoso durante la propria
esistenza.
Sembrano osservazioni del tutto ovvie e persino inutili ma purtroppo l’attività
pubblica di oggi ha fatto tramontare queste idee come se si dovesse trattare
di concezioni bizzarre.
E invece è, come sempre, di “attualità” riflettere
sul significato della parola coscienza: cos’è la coscienza
come si forma una coscienza retta.
Ha scritto Dante: “pur che tua coscienza non ti falli”. Ma
si tratta di allargare il campo della propria coscienza come ad una forza
che ha influito positivamente nella storia. Ha cambiato situazioni che
parevano eterne come l’India di Gandhi, ha indicato soluzioni di
vita valide ora e sempre come le parole di Capitini.
Sul mio tavolo ho sempre il volume “Lettere di condannati a morte
della resistenza italiana”. Leone Ginsburg prima di morire in carcere
a Regina Coeli, torturato, scriveva così alla moglie: “una
delle cose che più mi addolora è la facilità con
cui le persone intorno a me (qualche volta io stesso) perdono il gusto
dei problemi generali dinnanzi al pericolo personale”. Appunto,
“dio per tutti” era il proverbio per il quale agli ebrei in
fuga dal fascismo si chiudevano le porte e non si dava ospitalità;
é lo stesso principio per cui oggi di fronte alla Palestina massacrata,
si fanno spallucce e si dice che tanto si tratta di persone lontane che
non si conoscono, che si arrangino.
E’ per questo che la “coscienza retta” la “voce
della coscienza” trova fonte eterna nei filoni di cultura che sottolineano
i bisogni morali della collettività.
Norberto Bobbio ha scritto delle parole davvero eterne su questo tema
nei confronti di una cultura di destra che, forte della situazione politica
odierna, cerca di farsi strada. Soros ha scritto: “la cultura di
destra esalta l’egoismo privato come una virtù pubblica”.
L’indifferenza dei valori sui quali può fondarsi seriamente
una società è tipica di correnti cosiddette “liberali”
che al posto della solidarietà e della coscienza hanno messo il
raggiungimento di soddisfazioni economiche sempre più folli. Addirittura
abbiamo i dirigenti della vita pubblica di oggi che dicono che la società
si deve reggere senza richiamarsi ad altri principi se non a quelli con
cui si regge un’azienda: il Presidente del Consiglio ha detto che
gli stessi principi che inducono un uomo a dirigere una sua azienda valgono
per reggere la società. Cioè guadagnare, fare la concorrenza
sui guadagni ad eventuali concorrenti, disprezzare e mistificare chi attacca
il tuo prodotto. Esattamente l’opposto di quanto il nostro grande
poeta scriveva: “o dignitosa coscienza e netta quanto t’è
picciol fallo amaro morso”.
Non c’è più nessuno che senta “amaro morso”,
e cioè pentimento, per aver fatto qualcosa di antisociale. Non
solo ciò non viene considerato “un fallo”, cioè
un errore, ma anzi diventa un motivo di merito. Parliamo chiaro: esiste
ancora un opinione pubblica democratica, un’opinione pubblica che
si basi su principi di coscienza e di onestà, capace di reagire
quando – a quanto si dice – l’attività del governo
è tale da suscitare riprovazione generale? Io non parlo delle grandi
scelte economiche e politiche, parlo proprio dell’attività
di tutti i giorni, di un Presidente che si lascia andare a battute cosiddette
di spirito e ad atteggiamenti che dovrebbero suscitare repulsione quando
– sempre a quanto si sostiene – tutto ciò viene percepito
come una simpatica notazione per la quale chi così agisce merita
forse una risata ma non una riprovazione.
E allora la domanda è questa: dove sono andati a finire i grandi
ideali su cui la nostra società è sorta? In quale angolo
sono state relegate le lettere dei condannati a morte della resistenza?
La lotta contro la mafia è ancora un obiettivo valido per tutti
o dobbiamo convenire con quel ministro che diceva che la mafia è
un fenomeno con il quale bisogna convivere? Le lotte sociali e politiche
nelle fabbriche e nei girotondi rappresentano qualche cosa di più
che una occasione del momento?
Io penso ora ad una situazione particolare: l’approvazione della
legge sull’obiezione di coscienza compie trent’anni. 1972
– 2002. Migliaia di ragazzi hanno affrontato gravissimi disagi,
non escluso il carcere per tener fede alla propria coscienza. Non compresi
dall’opinione pubblica e forse neppure dai parenti ma fieri di percorrere
una strada dove finalmente politica e cultura atteggiamenti pratici e
coscienza morale coincidevano. Che debito abbiamo nei confronti di questi
ragazzi ora, dopo trent’anni? Qualcuno si pone questo interrogativo.
Penso che l’esempio di questi ragazzi vada messo di fronte a quegli
altri ragazzi che, come leggiamo purtroppo sui giornali non sospettano
neanche che esiste un altro mondo che non sia quello delle motociclette
ai 200 all’ora o degli squallidi corteggiamenti che talvolta finiscono
nel delitto o anche peggio.
La fin troppo facile condanna di troppi atteggiamenti giovanili ricade
su di noi: molti hanno guardato a come ci comportavamo noi, a come siamo
stati fedeli ai nostri ideali….
Quanti di noi possono oggi domandarsi se hanno fatto il loro dovere umano
e sociale per essere in pace con la propria “coscienza”.
Oppure, come diceva Ruggero Zangrandi nel suo volume “Il lungo viaggio
attraverso il fascismo” ci stiamo preparando ad un altro lungo viaggio
attraverso le stesse forze?
* Avvocato, ha difeso gli obiettori di coscienza al servizio e alle spese
militari. E’ stato Presidente del Movimento Nonviolento.
La pace di Bozen
La vittoria di Bolzano
Di Francesco Comina
E’ un peccato che il movimento nonviolento sia rimasto ai margini
della bufera politica e civile che si è scatenata su Bolzano la
mezzanotte del 6 ottobre scorso dopo mesi di lacerazioni ideologiche,
tensioni istituzionali e dibattiti culturali. A quell’ora della
notte, infatti, il gelo è piombato sulla città “laboratorio
di convivenza” e la Pace è stata strozzata da uno dei tanti
nomi della guerra: la Vittoria.
E’ questo l’esito del referendum voluto da Alleanza nazionale
all’indomani della decisione presa dal sindaco del centrosinistra
(appoggiato dalla Volkspartei), Giovanni Salghetti Drioli, di cambiare
il nome della piazza più contesa dell’Alto Adige (piazza
della Vittoria con il monumento fascista di Piacentini che celebra l’esito
della prima guerra mondiale con l’annessione del Sudtirolo all’Italia)
trovando un ampio consenso nella maggioranza con la denominazione “Pace”.
“Un termine – ha più volte ricordato il sindaco –
che ci consente di lasciarci alle spalle le provocazioni del passato per
guardare avanti ad un orizzonte di convivenza suggellata dalle aspirazioni
di una pace vera e giusta fra i gruppi linguistici”. E nel mettere
mano al “depotenziamento” della piazza (operazione tentata
e fallita da tutti i sindaci precedenti) Salghetti aveva dato un segnale
di prospettiva facendo approvare (non senza difficoltà) il regolamento
di un “laboratorio per la gestione nonviolenta dei conflitti”,
una istituzione comunale con il compito preciso di monitorare i conflitti
urbani e intervenire, attraverso personale specializzato, nell’intento
di risolverli.
Insomma, una grande sfida culturale in un territorio fortemente minato.
Piazza della Vittoria a Bolzano, infatti, non è solo un luogo che
richiama a sé i fasti di una memoria storica (come hanno detto
i ministri Gasparri e Fini nelle loro scorribande bolzanine), ma è
principalmente il centro di una contrapposizione etnica fra l’orgoglio
di sentirsi italiani da una parte (la piazza con il suo monumento marcano
i confini identitari) e l’offesa dei sudtirolesi di madrelingua
tedesca di essere stati violati e conquistati dall’altra (sul frontone
del monumento campeggia la scritta latina: “Hinc ceteros excoluimus
lingua, legibus, artibus”, di qui abbiamo acculturato gli altri
(barbari) nella lingua, nelle leggi, nelle arti.
Nella campagna referendaria la destra ha messo in campo tutta la sua potente
macchina propagandistica per solleticare, nel gruppo italiano, le paure
e le minacce di uno spaesamento della identità culturale e linguistica.
Non ha parlato solo ai propri militanti, ma ha provocato la reazione dei
cittadini contro “un centrosinistra succube delle pretese egemoniche
della Volkspartei”, contro una “politica del carciofo che
vorrebbe eliminare gradualmente tutte i toponomi italiani”, contro
“un sindaco che decide arbitrariamente sul destino dei suoi abitanti”
e contro “chi vorrebbe cancellare i libri di storia”.
Al comizio del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Gianfranco Fini,
sono giunti oltre quattromila cittadini dai quartieri “caldi”
della città, dove An aumenta, di anno in anno, i suoi iscritti
e dove può consolidare il primato di consensi fra i partiti della
città (l’intervento di Fini “per la Vittoria fascista”
ha provocato fortissime polemiche in tutta l’Europa).
Alla fine il risultato referendario ha premiato, oltre ogni previsione,
la politica di An contro la Pace perché fra quel 62 per cento di
cittadini che sono andati a votare oltre il 61 per cento ha votato per
il ripristino della Vittoria e ciò equivale a dire che nel “nuovo
partito di raccolta degli italiani che si è formato a Bolzano in
risposta al Sammelpartei tedesco” (Florian Kronbichler su “il
mattino di Bolzano”) figura una consistente fascia di elettori del
centrosinistra per nulla concordi con i propri eletti nel cedere “il
simbolo” italiano tout court.
Il giorno dopo la bufera bolzanina, molti giornalisti, editorialisti,
sociologi e politologi da buona parte dell’Europa registravano il
ritorno dello spirito fascista in Sudtirolo. I quotidiani e le televisioni
tedesche non riuscivano a capire come fosse stata possibile, alle soglie
del terzo millennio, una contesa politica contro la Pace. Altri si mettevano
a riflettere sulle derive della storia e sull’ignoranza culturale
che regna in molti ambienti della società altoatesina.
La maggioranza in consiglio comunale ora si trova davanti alle sue responsabilità
politiche. Traballa, recalcitra, ridiscute le alleanze, ma tenta di rimanere
in sella. Oltre ai falchi della Volkspartei che hanno contribuito a fomentare
le paure dei cittadini con le loro uscite sui cambiamenti di nomi di prossime
vie e piazze, tutta la campagna referendaria del centrosinistra a favore
della pace si è dimostrata debolissima: nessuna iniziativa degna
di nota all’infuori di un girotondo politico intorno al monumento;
nessun dialogo con la società civile; nessun tipo di incontro sulla
storia della prima guerra mondiale; nessuna risposta alle richieste provenienti
dai movimenti pacifisti di base di far rientrare nelle riflessioni della
piazza anche quelle più ampie sulla guerra preventiva e permanente
contro il terrorismo voluta da Bush; nessuna grande manifestazione conclusiva
con la partecipazione dei testimoni della pace e della nonviolenza; nessun
investimento di risorse e di energie dal basso. Nulla di nulla.
Solo il pellegrino della pace e dei diritti Alex Zanotelli è salito
a Bolzano grazie a Pax Christi (che sul referendum ha preso spesso posizione
anche attraverso un documento del consiglio nazionale) per chiedere, con
le parole di Mandela, perdono e riconciliazione. Nel giorno del comizio
di Fini, Padre Alex faceva, a modo suo, la contromanifestazione. In una
chiesa affollata leggeva don Tonino Bello e don Lorenzo Milani. E chiudeva:
“Non dividetevi in italiani da una parte e tedeschi dall’altra,
ma cercate nella pace una piazza dove fare comunità perché
avverto un grande gelo in questa città”. Parole di profeta.
Parole di pace in una città piombata indietro nel tempo, quando
Almirante faceva i suoi comizi davanti al monumento alla Vittoria e gli
Schützen replicavano alzando i toni dello scontro. E dalle aule del
Consiglio provinciale, Alex Langer rilanciava il depotenziamento della
Vittoria: per rafforzare la pace e rilanciare la convivenza.
Ma la strada è ancora lunga.
LA TRAPPOLA DELL’ETNICITA’
Nato nel Wisconsin nel 1934, John W. Cole è Professore Emerito
di antropologia all’università del Massachusetts. Insieme
a Eric R. Wolf ha svolto tra il 1961 ed il 1969 una ricerca antropologica
in Alta Val di Non, laddove un confine linguistico e culturale separa
«nonesi» e «Nonsberger», cioè i trentini
del paese di Tret dai sudtirolesi del vicinissimo paese di San Felix.
Ne scaturì il bellissimo saggio «La frontiera nascosta»,
un classico dell’etnografia alpina: il racconto di due realtà
poste alla stessa altitudine e di fronte agli stessi problemi di sopravvivenza,
che tuttavia interpretano il proprio rapporto con l’ambiente alla
luce di culture profondamente diverse. John Cole ha ricevuto a Trento
la laurea «honoris causa» insieme al premio Nobel Daniel Kahnemann.
Professor Cole, Lei conosce la nostra Regione e il Sudtirolo. La scorsa
settimana a Bolzano è successo qualcosa che potrebbe entrare in
un manuale di antropologia: dopo anni di pacifica convivenza, la città
si è spaccata sul nome di una piazza dedicata alla vittoria italiana
della prima guerra mondiale. Tutti i tedeschi hanno votato per il nome
«Pace», la grandissima parte degli italiani per la loro «Vittoria».
Un trionfo dell’etnicità?
In effetti è così. Conosco bene quella piazza e il monumento.
Capisco che questo scontro abbia deluso chi pensava che certe divisioni
appartenessero ormai al passato. Tuttavia non mi pare così drammatico:
il conflitto etnico è riesploso, ma è stato gestito al livello
della politica democratica, attraverso un voto. Se penso alla storia del
Sudtirolo, all’annessione, all’oppressione fascista, all’occupazione
nazista dal 1943 al 1945 quando personaggi come il mio amico Volgger finirono
nei campi di concentramento. Se penso alle bombe degli anni ’60,
ai nuovi attentati negli anni ’80 - ebbene, se penso a tutto ciò,
vedo una storia attraversata da scontri di etnicità contro etnicità,
un’etnicità che a volte resta sotto traccia, a volte esplode
nel conflitto. Una volta un mio interlocutore definì quello dei
bombaroli del Tirolo un «terrorismo umanistico», per dire
quanto il conflitto anche violento appartenga in qualche modo alla normalità
della vostra terra. Ebbene, stavolta il conflitto è riemerso, ma
integrato nella politica, in una delibera sottoposta a referendum. Per
me questa è l’indicazione che in fondo c’è stato
un progresso.
Tuttavia si era sperato che il conflitto si fosse esaurito.
In effetti, ricordo una ricerca sociologica uscita negli anni ’80,
in cui si era cercato di scoprire come i cittadini di entrambi i gruppi
linguistici si relazionassero da una parte a Piazza Walther, dall’altra
a Piazza Vittoria. Venne fuori che la gente ne sapeva molto poco e non
faceva grandi distinzioni. Dunque è abbastanza sorprendente che
il problema sia scoppiato adesso, dopo 20 anni.
Come lo spiega?
Credo che da entrambe le parti ci siano personaggi che lavorano per fomentare
occasioni di discordia, portando al centro della discussione l’etnicità
ed estremizzandola. Tuttavia, se si guarda ad altre città divise,
da Gerusalemme alla Beirut di un tempo a Sarajevo... beh, allora quello
che accade a Bolzano è nulla.
Si era pensato che l’autonomia avesse cancellato il conflitto.
Certo, una generazione interetnica, come la teorizzava Alexander Langer,
credo sia cresciuta. Conosco un italiano che ha sposato una sudtirolese
di San Felix, e mi dice di non capire assolutamente più quali differenze
ci siano tra i due gruppi. Parla italiano e tedesco e dopo una conversazione
non saprebbe dire in quale lingua si è svolta. Però bisogna
sapere che in ogni situazione in cui ci sono lingue, culture, o religioni
differenti, ci saranno anche persone che cercheranno di enfatizzare queste
differenze per farne un uso politico.
Che forza hanno le differenze?
Dipende. Il fatto è che la cultura è un costrutto politico
e l’etnicità è quella particolare cultura che viene
alimentata per compattare un gruppo. Allora, ovunque vi siano gruppi linguisticamente
diversi, c’è sempre la possibilità di scegliere questa
differenza per farne il fondamento principale di un’etnicità,
cioè di un’identità di gruppo contrapposta alle altre.
Non c’è la possibilità di costruire una terza identità
che sia comune?
Diciamo che l’etnicità è una possibilità latente.
Essa può informare di sé un’identità, oppure
può assumere un ruolo periferico, secondario, inoffensivo, per
esempio quando diventa folklore. Allora l’identità culturale
sarà data da altri fattori: per esempio l’Unione Europea
sta cercando di creare una cittadinanza comune tra i cittadini dei suoi
paesi membri. Può diventare prevalente l’essere donna, il
mestiere, le passioni letterarie, il comune abitare in un quartiere, l’impegno
sociale e così via. In questo modo l’etnicità viene
relegata nella periferia. L’altro caso, invece, è che l’etnicità
e i suoi simboli vengano posti al centro della propria identità
e ne costituiscano il fondamento esclusivo. Ci sono sempre, in situazioni
come le vostre, delle forze o delle persone che scommettono su questo,
che tentano di fare dell’etnicità un fattore politico. Allora
si produce il conflitto etnico.
Dunque l’etnicità dorme in modo permanente dentro di noi?
Mi sembra di sì. Pensi all’America, il paese della multietnicità,
del «melting pot». Eppure perfino a Boston, dove non c’è
alcun motivo di scontro etnico, la maggior parte delle alleanze politiche
si svolgono su base etnica. Il candidato sindaco italo-americano cerca
di mobilitare a proprio favore gli italo-americani, quello di origine
polacca i polacchi. L’etnicità è uno dei modi in cui
si esprime la cultura e emerge nel momento in cui un gruppo decide di
differenziarsi dagli altri attraverso questo tipo di discorso, tirando
in ballo qualche sua vera o presunta specificità.
L’etnicità è rappresentata da «oggetti sensibili»,
come la piazza di Bolzano. Che fare di questi oggetti?
Le faccio io una domanda: la divisione era solo etnica o anche politica,
per esempio tra destra e sinistra?
Anche tra destra e sinistra, anche se nella Svp alleata della sinistra
è presente anche la destra.
Beh, questo complica ulteriormente le cose. E un’altra domanda:
il cambiamento del nome della piazza era presente nel «patto con
gli elettori» fatto dai partiti al momento delle elezioni?
È stato inserito dopo nel programma di giunta, ma i partiti italiani
del centro sinistra non lo avevano presentato agli elettori al momento
del voto.
Ecco, vede che cosa vuol dire agire con leggerezza trattando gli oggetti
che rappresentano l’etnicità? Quella piazza rappresenta evidentemente,
e per entrambi i gruppi, il momento in cui gli italiani sono arrivati
a Bolzano; la cosa migliore sarebbe lasciarla lì com’è,
dicendo che rappresenta tempi difficili e quindi la affidiamo alla storia,
cerchiamo di imparare dal passato in modo che tempi infelici non tornino
più. Se invece ci si vuole mettere le mani sopra, con un intervento
più forte, allora bisogna aver parlato chiaro agli elettori già
prima ed essere sicuri che ci sia il loro consenso.
Intervista a cura di Riccardo Dello Sbarba
Pasquale Pugliese: I GAN: un progetto di azione
diretta per la Rete
Venerdì 27, sabato 28 e domenica 29 settembre si è svolto
a Roma Ciampino il Seminario Nazionale: "Nonviolenza: attivarsi per
un mondo diverso" organizzato dal GLT "Nonviolenza e Conflitti"
della Rete di Lilliput. Ai lavori seminariali hanno partecipato attivamente
più di cento persone. Divisi in gruppi di lavoro si è cercato
di lanciare concretamente il progetto del Gruppi di Azione Nonviolenta
(GAN). Riportiamo qui sotto una sintesi dell'intervento di Pasquale Pugliese,
referente per Lilliput del progetto GAN e membro attivo del Movimento
Nonviolento.
Il sistema nel quale viviamo è profondamente in crisi dal punto
di vista energetico, ecologico e sociale. E’ in atto un drammatico
conflitto tra il modello economico dominante e la biosfera. Il potere
imperiale che governa il pianeta sta operando una trasformazione violenta
di questo conflitto, sovrapponendo alla violenza strutturale, sulla quale
è fondato, la violenza diretta della repressione verso il dissenso
interno e della guerra permanente verso l’esterno. In questa fase
di conflitto l’uso della violenza diretta ha anche, e forse soprattutto,
la funzione mimetica di nascondere le ragioni della crisi e puntare tutte
le attenzioni sul/sui “nemico/ci”, causa di tutti i mali.
Ciò pone ai movimenti di resistenza e costruzione delle alternative
una doppia sfida, una doppia alternativa:
di contenuto: ridurre l’impatto del sistema energetico-economico-sociale
sulla biosfera, ossia ridurre l’impronta ecologica e sociale, per
uscire della crisi planetaria;
di metodo: ribaltare la trasformazione violenta del conflitto operando
la sua trasformazione in senso nonviolento, per svelare ed affrontare
le vere ragioni del conflitto.
In questo quadro, sono almeno due le ragioni principali per operare
la scelta consapevole della nonviolenza:
1) per superare la scissione tra etica e azione politica (macchiavellicamente
“il fine giustifica i mezzi”) e reinserire l’etica nella
politica (gandhianamente “il mezzo sta al fine come il seme sta
all’albero”);
2) perché può essere efficace, per le seguenti ragioni:
a) la nonviolenza interviene sui processi per modificare le strutture
profonde della società e non solo sugli eventi indotti. E’
pro-attiva pittosto che re-attiva. Ha una propria agenda che cerca di
realizzare, anche attraverso il lavoro al “programma costruttivo”,
e non risponde solo ad input esterni;
b) ha un approccio complesso al conflitto nel quale non considera solo
i due soggetti esplicitamente avversari – oppresso ed oppressore
- ma tiene conto delle fondamentali terze parti, delle quali cercare la
simpatia, il consenso ed infine l’alleanza.
E’ quest’ultimo un punto cruciale sul quale soffermarsi.
Già nel ‘500 Etienne de La Boétie nel suo Discorso
sulla servitù volontaria, ha evidenziato come le vere radici del
potere stanno nella “complicità” di chi lo subisce.
Secondo Sharp le ragioni dell’obbedienza sono l’abitudine,
la paura delle sanzioni, l’obbligo morale, l’interesse personale,
l’identificazione psicologica con il governante, le “zone
d’indifferenza”, la mancanza di fiducia in se stessi. Ciò
è ancor più vero nel sistema capitalista nel quale il sostegno
principale al sistema non è dato tanto dall’esercito o dalla
polizia quanto da quel venti per cento di cittadini del mondo ricco che
da un lato dissipa le risorse economiche, ecologiche ed energetiche di
tutti e dall’altro comincia, per lo più inconsapevolmente,
a pagarne le conseguenze.
Si tratta, pertanto, di agire parallelamente nei confronti del potere
e delle ”terze parti” che, consapevolmente o meno, lo sostengono.
E dunque anche su noi stessi.
Ma, nella situazione data, affinché la scelta della nonviolenza
da parte di Rete Lilliput sia effettivamente efficace bisogna soddisfare
tre condizioni di efficacia:
1) uscire dal generico della a-violenza e della non violenza ed entrare
nello specifico della nonviolenza, ossia del metodo satyagraha come proposto
dai movimenti gandhiani. Ciò significa che non si tratta di non
rompere le vetrine durante un corteo pacifico, ma di appropriarsi di un
metodo complessivo di azione che ha propri principi, strategie (nel senso
di agire su più strati), tattiche e tecniche;
2) passare dal dire nonviolenza al fare nonviolenza. Ossia cominciare
a praticare ciò che scriviamo sui nostri documenti, considerando
che nella suddivisione dei saperi – sapere, saper essere, saper
fare – in ambito lillipuziano siamo probabilmente abbastanza concentrati
sui primi due (di più sul secondo che sul primo), ma assolutamente
in ritardo sul terzo, cioè sul saper fare nonviolenza;
3) avviare seri e diffusi percorsi di formazione teorico-pratica alla
nonviolenza.
L’insieme di queste tre condizioni ci consentirebbe di acquisire
la nonviolenza come metodo, ossia di passare da una dimensione puramente
ideale della nonviolenza ad una metodologica. Perché la nonviolenza
è metodo ed è metodo sperimentale, nel quale la teoria si
confronta sempre con la pratica e in questo confronto il metodo stesso
evolve, arricchendosi di sempre nuove dimensioni e producendo imprevedibili
risultati.
I Gruppi di Azione Nonviolenta possono diventare lo strumento lillipuziano
per l’uso consapevole e complessivo del metodo nonviolento.
Denominare GAN i nascenti gruppi lillipuziani, che s’affacciano
oggi sulla strada della nonviolenza, significa non partire da zero –
vizio spesso diffuso nei nostri gruppi e movimenti - ma riallacciarsi
ad una storia che è all’origine della diffusione in Italia
della nonviolenza attiva. Infatti, nella nonviolenza italiana GAN non
è una sigla nuova: nei primi anni ’60 un gruppo di sei giovani
di diverse città, coordinati da Pietro Pinna, diedero vita al primo
Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta che sparse i semi per l’introduzione
anche in Italia delle tecniche di azione nonviolenta, già da tempo
sperimentate all’estero. Il gruppo confluì poi nel nascente
Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini (2).
L’obbiettivo è quello di avere nei prossimi anni un GAN per
ogni nodo Lilliput, allo scopo di poter mettere in campo una vera strategia
lillipuziana, reticolare e nonviolenta.
Lillipuziana: perché si attiva dal basso, dai territori locali
nei quali si comunica a viso aperto con i propri concittadini, utilizzando
al meglio la dimensione comunicativa delle azioni dirette nonviolente,
e dove si può lavorare concretamente ed efficacemente alla realizzazione
dei programmi costruttivi;
reticolare: perché la costituzione dei GAN presso i nodi consente
di sviluppare una rete di attivisti diffusa su buona parte del territorio
nazionale capace, se opportuno o necessario, di attivarsi anche sincronicamente;
nonviolenta: perché usa il metodo nonviolento come propria specifica
modalità di attivazione, gestione e trasformazione dei conflitti,
ed in particolare le azioni dirette nonviolente.
Il Gruppo di Lavoro Tematico Nonviolenza e conflitti indica ai nodi i
seguenti quattro possibili ambiti d’intervento dei GAN, quattro
possibili piste di lavoro o sentieri da esplorare, che non ne esauriscono
le possibilità ma propongono dei punti di avvio.
"- i GAN sarebbero lo strumento di azione attraverso il quale le
campagne lillipuziane possono agire con il metodo nonviolento, attivando,
tra l’altro, la gandhiana "legge della progressione" che
prevede il passaggio graduale dalle forme più blande di azione
a quelle via via più incisive e radicali fino alla realizzazione
dell’obbiettivo essenziale stabilito, per passare poi ad un nuovo
obbiettivo…;
i GAN agirebbero, nei propri territori, sulle conseguenze nel tessuto
locale dei fenomeni globali, attivando un conflitto sul tema più
sentito nelle proprie comunità con il metodo nonviolento che prevede
parallelamente l’azione diretta ed il "programma costruttivo";
una rete di GAN diffusa sul territorio nazionale sarebbe di fatto un presidio
democratico di fronte alle involuzioni autoritarie alla quale stiamo assistendo
in Italia, e non solo, una volta acquisite le capacità di attivarsi
come "difesa popolare nonviolenta" da un aggressore interno
alle istituzioni democratiche.
i GAN potrebbero divenire gruppi d'appoggio e di supporto per i Corpi
Civili di Pace in missione in situazioni di guerra.”
Naturalmente tutto ciò potrà avvenire solo nella misura
in cui i nodi ed i singoli lillipuziani decideranno di dare testa e gambe
a questo progetto, all’interno delle realtà locali.
Ricordando che la Rete Lilliput, e dunque di tutti noi, ha una doppia
responsabilità:
una responsabilità nei confronti degli altri movimenti, che hanno
delle attese rispetto alla nonviolenza che la Rete ha avuto il coraggio
di scegliere e proclamare, e adesso deve fare e dimostrare;
una responsabilità verso la deriva violenta del conflitto strutturale
in corso, che se non proviamo a trasformare noi in senso nonviolento,
e prima che sia troppo tardi, nessun altro, almeno in Italia, potrà
farlo.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
L'esperienza del Servizio Civile di Pace (SCP) in Germania è ormai
consolidata. Il recente risultato elettorale (la conferma della coalizione
“rosso-verde” al governo) garantisce la prosecuzione di questo
tipo di progetti. I progetti di SCP vengono finanziati dallo stato e realizzati
da organizzazioni indipendenti, tra cui gruppi pacifisti e nonviolenti
e ONG di cooperazione. Un ruolo importante nel lancio e nella creazione
dei progetti viene svolto da alcuni “consorzi” di organizzazioni:
AGDF, che riunisce le ONG di ispirazione evangelica, AGEH, il consorzio
di organizzazioni cattoliche, e il Forum “Ziviler Friedensdienst”,
che raduna le organizzazione pacifiste che si sono battute per l'introduzione
dello SCP e che ora gestisce progetti sul campo in prima persona . Il
limite dello SCP tedesco è forse quello di avere in qualche misura
perso la connotazione originaria di strumento di costruzione della pace
per diventare in alcuni casi una forma di cooperazione allo sviluppo.
Fin dalla fase iniziale è stata data grande attenzione alla formazione
degli operatori, in particolare dai grandi consorzi e dalle organizzazioni
più grandi: ad esempio il progetto pilota di formazione alla nonviolenza
finanziato dal Land Nord Reno-Westfalia è partito nel 1997 e ha
permesso negli ultimi anni sviluppare l'approccio del training nella formazione
degli operatori di pace in moduli di 2-3 mesi.
Una tappa importante nello sviluppo di forme civili di intervento in situazioni
di conflitto internazionale è stata la nascita della rete europea
EN.CPS “European Network for Civilian Peace Service” ( si
veda il sito internet www.4u2.ch/EN.CPS/ ).
La rete conta circa venti organizzazioni partecipanti da 11 paesi europei.
Nell'aprile scorso la rete si è riunita a Milano, dando l'occasione
a rappresentanti di diverse realtà italiane di entrare in contatto
con le altre organizzazioni europee: tra queste il Movimento Nonviolento,
l'Associazione per la pace il Centro Studi Difesa Civile, l'associazione
papa Giovanni XXIII.
Nell'immediato futuro le associazioni della rete intendono mettere in
cantiere un progetto di intervento civile dal basso più ambizioso
dei progetti, pur importanti, realizzati finora. L'intento è quello
di interagire con le istituzioni europee e segnalare l'importanza degli
strumenti civili di trasformazione dei conflitti, in particolare per la
politica estera e di sicurezza comune dell'Unione Europea. A Milano si
è deciso di effettuare uno studio di fattibilità di un intervento
civile a Cipro: l'isola è rimasta divisa come risultato un lungo
conflitto tra i due gruppi etnici che vi abitano, turchi e greci, culminato
con l'invasione turca nel nord dell'isola nel 1974. La stessa capitale
Nicosia è divisa in due dalla linea verde che separa il nord controllato
dai turchi dal sud. Oggi la prospettiva di entrare a far parte dell'Unione
europea ha reso improvvisamente dinamica una situazione che non era mutata
in quasi trent'anni. Lo studio è stato finanziato dal ministero
degli esteri tedesco ed è ora disponibile in Internet sul sito
della rete e si concluderà nell'aprile del prossimo anno.
Lo scopo della prima fase dell'indagine è stato anzitutto di analizzare
la situazione politica e la possibilità di un intervento, e di
identificare gli attori interni al conflitto intenzionati a lavorare per
la pace e il dialogo. Nonostante che a livello della politica ufficiale
la situazione sia bloccata, nella società civile si sta verificando
una evoluzione graduale. Sia nella parte turca che in quella greca nascono
nuove organizzazioni di base, e molte di esse sono interessate a perseguire
attivamente i l dialogo con l'altra parte. Nel corso degli ultimi anni
diversi programmi di formazione alla gestione costruttiva dei conflitti
(in particolare dell'organizzazione statunitense “Institute for
Multi-Track Diplomacy” hanno portato alla creazione di un gruppo
di mediatori e formatori locali, attivamente impegnati per costruire ponti
tra le due comunità. Il conflitto cipriota ha attirato già
da molti anni l'attenzione di fondazioni e governi interessati a una soluzione
negoziata: anche per questo forse gli attivisti dell'isola sono assai
preparati e hanno spesso un background accademico e una solida formazione
specifica.
I segnali dalla società cipriota sono stati incoraggianti: c'è
interesse a un progetto di servizio di pace ed è unanime l'opinione
che una presenza di organizzazioni della società civile europea
possa fornire un contributo rilevante alla trasformazione del conflitto
e al riavvicinamento tra le due comunità. Il profilo professionale
dei componenti del gruppo dovranno corrispondere all'alto grado di maturità
e preparazione degli attivisti locali. Resta ancora da comprendere l'evoluzione
del conflitto in una fase della storia cipriota caratterizzata da grande
incertezza: a seconda dell'evoluzione politica una presenza civile internazionale
potrà lavorare separatamente nelle due zone o - se si aprirà,
come è possibile, una fase di distensione - lavorare attivamente
da “ponte” tra nord e sud dell'isola. Il progetto di una presenza
di pace a Cipro promette di diventare un test importante per la fattibilità
e l'efficacia delle strategie di intervento civile nei conflitti internazionali.
Mi auguro che le realtà italiane già impegnate nella rete
europea seguano con attenzione questo progetto.
BANANE IN… FERMENTO
Cosa sta succedendo al mercato delle banane? Dopo il passaggio della
sudafricana Del Monte alla Cirio del finanziere italiano Cragnotti (quello
della squadra calcistica del Lazio) a causa delle pesanti difficoltà
economiche in cui versava, anche le altre due big del settore, Dole e
Chiquita, non se la passano bene.
La prima è stata oggetto di acquisizione da parte del suo amministratore
delegato, David Murdock, che per pochi dollari ha deciso di investire
in quella che evidentemente è la società che conosce meglio.
La seconda invece ha dovuto addirittura portare i libri al tribunale fallimentare,
dopo più di cento anni di attività nel settore bananiero.
Personaggio tra i più ricchi d'America, da 18 anni Murdock dettava
la linea del gruppo Dole, che essendo però quotato alla borsa di
New York doveva pur sottostare ai requisiti minimi di trasparenza societaria
imposti dalle autorità di controllo statunitensi. Evidentemente
per avere le mani più libere in questo momento critico, e per non
dover soddisfare continuamente le richieste dei fastidiosi azionisti di
minoranza, Murdock ha deciso di fare da sé, troncando ogni obbligo
di informativa sull'operato dell'azienda. Possiamo star certi che i raccoglitori
degli sterminati campi di coltivazione subiranno direttamente le conseguenze
di questa decisione.
Nata nel 1899 con sede a Panama, e nono marchio più conosciuto
al mondo, la Chiquita ha invece il triste merito di aver fatto coniare
il detto "repubblica delle banane" ai giornalisti che avevano
scoperto il suo operato nel sud del mondo. Le inchieste del Cincinnati
Inquirer e del settimanale Fortune negli anni '80 iniziarono un processo
di distruzione dell'immagine della compagnia, che portò anche un
suo presidente, Eli Black, a togliersi la vita per delle bustarelle; ma
quello stesso processo lasciò impunita l'attività di commercio
di armi, di sostegno al golpe in Guatemala, di continue violenze a danno
dei lavoratori per merito del costante sforzo della società nel
comprarsi il sostegno politico necessario ad insabbiare le indagini.
La Famiglia Lindner, ultima proprietaria del gruppo, ha elargito più
di 5 milioni di dollari al partito democratico e a quello repubblicano,
dal '93 al '99, per fare eliminare le barriere doganali europee che agevolano
l'acquisto di banane dai paesi ACP, in pratica tutti i paesi che un tempo
erano colonie di Francia, Belgio, Olanda e Gran Bretagna. Un patto sottoscritto
per lavare la coscienza sporca dell'Occidente prevedeva infatti che il
costo di acquisto delle banane fosse a loro più favorevole, danneggiando
così le multinazionali americane. Il rinnovo del trattato, conseguente
alla battaglia commerciale che gli USA hanno scatenato all'interno dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO) sobillati dalle famiglie Lindner e Murdock,
non ha impedito alla Chiquita di dichiarare la bancarotta nel novembre
2001.
Nel gennaio 2002 il consiglio di amministrazione della Chiquita ha presentato
un piano di ristrutturazione nel quale i creditori sono stati rimborsati
in azioni, che nel frattempo avevano però perso la metà
del loro valore. Ma nello stesso mese è stata pubblicata in Nicaragua,
dopo più di due anni e mezzo di dure lotte dei lavoratori del banano,
la ”Legge Speciale per Promuovere Processi Richiesti dalle Persone
Colpite dall’Uso di Pesticidi Fabbricati a base di DBCP”,
unica legge specifica in tutta l’America Latina che mette le basi
per costringere le multinazionali fabbricanti, distributrici, applicatrici
e commercializzatrici dei pesticidi a pagare gli enormi danni provocati,
durante tutti questi anni, ai lavoratori ed alle lavoratrici delle piantagioni
di banane.
A seguito di questa legge le vittime di sostanze come il Nemagón
e il Fumazone, hanno presentato le prime denunce per danni e lesioni.
In Nicaragua sono quasi 4000 i nuovi lavoratori che operano all’interno
delle piantagioni appaltate a Chiquita e Standard Fruit, che hanno rilanciato
la produzione delle banane fino a farla tornare a quella degli anni ’70,
ma anche la loro condizione non differisce da quella di quegli anni.
In maggio, a Tegucigalpa (Honduras), dove Chiquita possiede circa 3.400
ettari coltivati a banane, iniziava lo sciopero dei 2.200 lavoratori della
Tela Railroad Company, filiale della statunitense Chiquita Brands. Tra
le ragioni della protesta anche l'uso di un erbicida che, secondo il sindacato,
era pericoloso per la salute dei lavoratori.
In questo scenario, un fatto di grande rilevanza è stato sicuramente
l'accordo siglato, sempre in maggio, tra la Uita (il sindacato internazionale
degli alimentaristi), la Colsiba (il Coordinamento dei sindacati delle
banane dell'America latina) e la Chiquita Brands International sui diritti
sindacali e le norme minime di difesa contrattuale e sull'impiego, con
la supervisione del Direttore generale dell'Oil, Juan Somavia.
L'Accordo, diviso in tre parti, riconosce i diritti fondamentali di ogni
lavoratore ad essere eletto o rappresentato dal sindacato e viene anche
riconosciuto il diritto alla contrattazione collettiva. Si afferma il
diritto dei lavoratori a migliorare le proprie condizioni di lavoro come
una condizione che rafforza gli interessi sia dei lavoratori che delle
imprese, si proibisce il lavoro infantile e ogni forma di discriminazione
in genere.
L'accordo infine prevede talune clausole di verifica e di controllo per
il rispetto dell'intesa con la creazione di commissioni bipartitiche dei
sindacati e dell'impresa, ma per il suo effettivo impatto sulle condizioni
dei bananeros occorrerà aspettare ancora un po' di tempo.
14 ottobre 2002, Paolo Macina
Musica
La notizia ha colto di sorpresa non solo me: il 7 ottobre Pierangelo
Bertoli, a poco più di un mese dal sessantesimo compleanno, ha
smesso di cantare fra di noi. Restano le sue canzoni a farci compagnia.
Come l’anima dei poeti cantata da Charles Trenet, che vive nelle
loro parole che risuonano per le vie, così le sue canzoni, come
il vento che soffia ancora e “spruzza l’acqua alle navi sulla
prora/ sussurra canzoni tra le foglie/ bacia i fiori li bacia e non li
coglie/ sfiora le campagne/ accarezza sui fianchi le montagne/ scompiglia
le donne fra i capelli/ corre a gara in volo con gli uccelli”..
Ci lascia più di 220 canzoni in 22 album, le prime scritte a 23
anni con una chitarra ricevuta in regalo. Forse ne riscopriremo tante
che ci erano sfuggite, piene dell’energia che ha messo in tutto
quello che ha vissuto. Costretto in carrozzina dalla poliomielite e per
questo emarginato per anni dalla tv, ha cercato di vivere una vita normale:
“ Mi è andata bene. – diceva in una recente intervista
- Avevo un fisico ‘stortignato’ dalla metà in giù
ma molto forte. E l’ho trattato malissimo: ho faticato e fumato
troppo, guidato tanto, fino a 800 chilometri al giorno per 300 giorni
all’anno. Oggi il corpo mi dà e con ragione, qualche segnale
di stanchezza…” Uno spot televisivo della “Lega per
l’emancipazione dell’hand |