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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Dopo averla tanto preparata ecco che arriva un’altra guerra
di Mao Valpiana
Tutto è pronto per la guerra. I soldati, le basi, le armi. C’è
persino il nemico. E c’è anche una nobile causa: impedire
che lo stato canaglia diventi una potenza nucleare. Dopo la guerra umanitaria
ecco la guerra preventiva. Non sono più rispettate nemmeno le regole
formali, e questa volta la guerra la si fa anche senza mandato dell’Onu,
fuori dal pur logoro e stantìo diritto internazionale: insomma,
tutto ciò che era stato organizzato e previsto fin dal 1989 per
il nuovo modello di difesa, è ora pienamente realizzato. “La
guerra serve a difendere gli interessi nazionali anche fuori dal proprio
territorio”, il che equivale a dire: visto che lo standard di vita
del popolo americano (almeno della parte benestante) non è negoziabile,
andiamo a mettere un po’ d’ordine in una zona strategica come
riserva energetica per avere il controllo sui pozzi di petrolio irakeni,
e facciamolo prima che si sveglino la Russia e la Cina.
L’annuncio è stato fatto con settimane di anticipo, in modo
che il circo mediatico possa prepararsi al meglio. Ci saranno quelli a
favore della guerra, quelli contro la guerra e quelli zitti zitti; poi
ci saranno i furbi che con la guerra si arricchiranno (pochi) e altri
che con la guerra si impoveriranno (tanti).
Non basterà mettere a verbale il nostro “no” alla guerra.
Certo, meglio che niente, ma bisogna aggiungere una parola in più:
quando la guerra inizia nessuno riesce a fermarla; bisogna prevenirla
una guerra, affinchè non avvenga. Come? Non collaborando in nessun
modo alla sua preparazione.
Non basta il disgusto per la violenza: è necessario che questo
si trasformi in un impegno più profondo ed appassionato per la
nonviolenza.
Significativo è l’appello rilanciato dalla War Resisters’
International, l’internazionale dei resistenti alla guerra con sede
a Londra, di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana:
Un invito alla obiezione di coscienza
Contro la guerra e la sua preparazione
War Resisters’ International, una rete internazionale di organizzazioni
pacifiste, con 90 affiliati in oltre 40 paesi, lancia un invito alla obiezione
di coscienza dovunque e in qualsiasi momento sia in atto o si stia preparando
una guerra.
Siamo ancora profondamente scioccati e addolorati dagli attacchi terroristici
dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center e contro il Pentagono.
Ciò nonostante, condanniamo la cosiddetta “guerra al terrorismo”.
Rispondere al crimine degli attacchi terroristici commettendo il crimine
del bombardamento, la morte di altri innocenti non porterà il bilancio
in pareggio, né aiuterà le popolazioni a sentirsi più
sicure - non farà che aggiungere altra sofferenza.
Chiediamo una giustizia senza guerra. Una guerra di ritorsione potrà
solo alimentare il ciclo della violenza. Di fronte all’affermazione
del Presidente George W. Bush, che propone il bivio: “Se non siete
con noi, siete con i terroristi”, noi scegliamo una terza opzione:
la nonviolenza.
La nonviolenza è una risposta attiva e offre a ciascuno di noi
la possibilità di resistere alla guerra e alla sua preparazione.
Ci rende capaci di costruire un mondo in cui la sicurezza si raggiunge
attraverso il disarmo, la cooperazione internazionale e la giustizia sociale,
e non con le ritorsioni e l’escalation della violenza.
Per questo, War Resisters’ International richiama urgentemente:
tutti i soldati, in qualunque esercito si trovino: seguite la vostra coscienza
e rifiutatevi di prendere parte alla guerra. Scegliete l’obiezione
di coscienza, rifiutate gli ordini, disertate, Dite No!
quanti sono coinvolti nella preparazione della guerra o nell’industria
bellica: rifiutatevi di collaborare, Dite No!
i giornalisti e i media a cui viene chiesto di promuovere la guerra: rifiutatevi
di eseguire, insistete per scrivere e diffondere una verità senza
censura. Dite No!
tutti coloro che pagano le tasse: chiedete che i vostri contributi siano
usati per la pace, trattenete la percentuale di imposta destinata alla
preparazione della guerra, Dite No!
i membri di WR’I e ogni cittadino: sostenete coloro che rifiutano
di partecipare alla guerra e alla sua preparazione, prendete parte alla
resistenza diretta nonviolenta contro la guerra!
Siamo consapevoli che non in tutti i paesi e le situazioni sarà
possibile adottare una di queste vie. Tuttavia, ci sono molti altri modi
per esprimere la propria protesta. War Resisters’ International è
a fianco di tutti coloro che agiscono contro la guerra, e si impegna in
prima persona a fare il possibile per aiutare quanti sono oppressi a causa
della loro scelta di resistenza nonviolenta.
L’appello di WRI “Say No!” è tradotto in dieci lingue.
Chi non lo avesse ancora firmato, può farlo sul sito http://www.wri-irg.org/statemnt/sayno.htm.
Questo appello, scritto dopo l’11 settembre 2001, è stato
rilanciato il 29 settembre 2002.
Nel rispetto della Costituzione che ripudia la
guerra, mettiamo la pace al centro della politica.
“La guerra non ha più senso per il semplice fatto che non
si vince più. Per il semplice fatto che anche una guerra vinta
non chiude il conflitto che voleva chiudere: lo riapre in forme più
nuove e terribili”. Padre Ernesto Balducci
Appello della Tavola per la Pace
Nonostante le numerose contrarietà, dubbi e perplessità
espresse anche da importanti alleati, il governo degli Stati Uniti minaccia
di attaccare e invadere l’Iraq - anche in assenza di una risoluzione
del Consiglio di Sicurezza dell’Onu- costringendo il mondo intero
ad affrontare una nuova durissima crisi. La determinazione dell’Amministrazione
Bush a proseguire sulla via della guerra nonostante il successo diplomatico
delle Nazioni Unite che hanno spinto Saddam Hussein ad accettare il ritorno
incondizionato degli ispettori, sta seminando inquietudine e insicurezza
in tutto il mondo.
Noi sottoscritti, fedeli alla Costituzione Italiana, alla Carta delle
Nazioni Unite e al diritto internazionale dei diritti umani che essa ha
generato, allarmati per questa terribile prospettiva, chiediamo all’Italia,
all’Unione Europea, all’Organizzazione delle Nazioni Unite,
a tutte le donne e gli uomini di buona volontà di agire insieme,
con determinazione, per scongiurare una nuova devastante carneficina.
La guerra –e ancor di più la guerra preventiva- è
categoricamente vietata dalla Carta delle Nazioni Unite e dal diritto
internazionale. La guerra all’Iraq sarebbe solo il primo test della
nuova dottrina di “guerra preventiva” che prevede azioni militari
unilaterali contro tutti coloro, paesi e singoli, che sono sospettati
di minacciare gli Stati Uniti e i loro interessi. Il fatto che l’Amministrazione
Bush abbia deciso di abbandonare la dottrina della legittima difesa -prevista
dal diritto internazionale- per adottare una strategia così destabilizzante
infligge un colpo mortale al diritto, alla pace e alla sicurezza nel mondo.
In questo modo, chiunque potrebbe sentirsi autorizzato ad attaccare “preventivamente”
un proprio nemico gettando il mondo nell’anarchia e nel caos. Nessuna
risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu potrà legittimare
una guerra preventiva.
Dobbiamo impedire la guerra contro l’Iraq perché provocherà
molti più problemi di quanti ne vuole risolvere, allontanerà
ancora di più la possibilità di mettere fine al drammatico
conflitto arabo-israeliano e di costruire una pace giusta e duratura in
Medio Oriente che è la vera priorità dell’Onu e dell’Europa,
indebolirà i cosiddetti regimi arabi moderati bloccandone ogni
possibile evoluzione democratica, accrescerà il risentimento contro
gli americani e i loro alleati allargando il fossato che separa l’occidente
e il mondo islamico e ci esporrà tutti –e ancor più
noi che viviamo in Italia e in Europa- al rischio di violenze e sconsiderate
azioni terroristiche.
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno colpito ogni coscienza
democratica provocando la condanna ferma, netta e unanime di tutte le
donne e gli uomini amanti della pace. Quei drammatici eventi hanno reso
ancora più evidente al mondo intero quanto sia diventato urgente
mettere un freno al disordine internazionale, rafforzare e non demolire
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (unica “casa comune”
di tutti i popoli del mondo), rafforzare la cooperazione internazionale
e non l’unilateralismo dei potenti, promuovere e non ostacolare la
nascita della Corte Penale Internazionale, ridurre e non aumentare l’ingiustizia
economica e sociale planetaria, affrontare e non ignorare tutte le minacce
globali (ambientali, sociali, alimentari,…) che incombono sull’umanità
e costruire un nuovo ordine mondiale democratico fondato sul rispetto
della vita e sul ripudio della violenza, della guerra e del terrorismo.
Anche per questo noi diciamo che il terrorismo -minaccia per la pace,
la libertà e la democrazia- si deve combattere e si può
sconfiggere. Anche per questo noi diciamo che il terrorismo si vince promuovendo
non la guerra infinita ma la globalizzazione della giustizia, della democrazia
e dei diritti umani. Anche per questo noi diciamo no ad una nuova guerra
contro l’Iraq.
Il regime di Saddam Hussein –come tutti i sistemi dittatoriali-
va contrastato dalle Nazioni Unite e dall’intera comunità
internazionale con i numerosi strumenti del diritto, della legalità
e della giustizia penale internazionale di cui disponiamo. Basta con le
crociate ideologiche. Siamo realisti! In Medio Oriente ci sono già
troppe tensioni e conflitti che attendono da lungo tempo di essere sanati.
Guerra vuol dire altre vittime innocenti, stragi, terrore, sangue, sofferenza,
angoscia, disperazione, disordine, violenza infinita. Per questo, contro
i dispensatori di odio e i predicatori della guerra inevitabile noi ci
uniamo a tutti coloro che sono impegnati, dentro e fuori le istituzioni,
nella difesa dei diritti umani, nella costruzione della pace e della giustizia
nel mondo, nella promozione di un nuovo ordine internazionale democratico
per dire: non distruggete l’Onu! non stracciate la Carta delle Nazioni
Unite!
Insieme a tutti coloro che sono impegnati nella costruzione della grande
Europa diciamo: questa guerra è un pericolo anche per noi e per
i nostri interessi, pone serie minacce alla nostra vita e al nostro futuro
immediato. L’Europa è un progetto di pace e non uno strumento
di guerra. Se sarà unita riuscirà a impedire questa nuova
tragedia.
Insieme a tutti gli italiani, amanti della pace e della legalità,
rispettosi dei valori posti a fondamento della Repubblica diciamo: non
stracciate la Costituzione italiana! Non lasciate che il nostro paese
venga coinvolto in alcun modo in questa terribile avventura militare.
Insieme al Papa, Giovanni Paolo II, e ai capi di tutte le religioni,
rinnoviamo il solenne impegno di pace pronunciato ad Assisi lo scorso
24 gennaio: Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più
terrorismo!
I tempi sono difficili, ma non ci lasceremo vincere dalla paura, dall’impotenza
o dalla rassegnazione. Riportiamo la pace al centro della politica. Mettiamoci
sul piede di pace. Difendiamo insieme i diritti umani e la legalità
internazionale.
* * *
Nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale
dei diritti umani, garante dei diritti e dei doveri di tutte le persone,
i popoli e gli Stati della terra;
nel rispetto della Costituzione che impegna il nostro paese e tutte le
sue istituzioni ad operare per la pace e la giustizia nel mondo ("L'Italia
ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali"),
chiediamo al Parlamento e al Governo italiano, all'Europa, all'Onu e
a tutti i responsabili della politica nazionale e internazionale di:
1.svolgere una incessante opera di mediazione, dialogo e persuasione
tesa ad scongiurare l’avvio di questa nuova disastrosa guerra, senza
cedere alla logica dell'ultimatum;
2.negare ogni forma di assenso e di coinvolgimento militare nell'organizzazione
di un possibile attacco armato contro l'Iraq;
3.esercitare la necessaria pressione politica sul governo iracheno affinchè
non ponga ostacoli alla missione degli ispettori dell'Onu che deve essere
altamente rappresentativa e imparziale;
4.mettere fine all'embargo che da dodici anni colpisce mortalmente la
popolazione irachena;
5.mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi,
assumere tutte le misure di pressione e sanzione diplomatica ed economica
necessarie per fermare l’escalation della violenza, assicurare la
protezione delle popolazioni civili e riavviare il processo di pace (due
popoli, due Stati);
6.promuovere la giustizia penale internazionale accelerando l’insediamento
della Corte Penale Internazionale;
7.convocare una Conferenza Onu per l'eliminazione di tutte le armi di
distruzione di massa a partire dal Medio Oriente e dal Mediterraneo;
8.affrontare i conflitti e le gravi tensioni che si concentrano in particolar
modo nel Mediterraneo con una coerente iniziativa politica, economica
e culturale;
9.dare all'Organizzazione delle Nazioni Unite, debitamente democratizzata,
gli strumenti necessari per garantire l’applicazione di tutte le
risoluzioni approvate nel rispetto della Carta e del Diritto internazionale
dei diritti umani.
Perugia, venerdì 19 settembre ’02
Prime adesioni: Associazione per la Pace, Francescani del Sacro Convento
di Assisi, Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la pace, CGIL,
CISL, UIL, ARCI, ACLI, Pax Christi, Emmaus Italia, AGESCI, CIPSI, Legambiente,
Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli, Centro per la pace Forlì/Cesena,
Planet, Sondagenova, FIVOL-Fondazione Italiana Volontariato, ICS, Banca
Etica, Focsiv, Manitese, Peacelink, Forum permanente del 3° settore,
Agenzia per la pace, Movimento Nonviolento.
Per adesioni: Tavola della Pace, via della viola 1 (06100) Perugia
Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337
e mail:
- www.tavoladellapace.it
La guerra è il più grande crimine
contro l’umanità.
Solo la nonviolenza può contrastare la guerra
Di Peppe Sini *
Ho questo vantaggio: quando Saddam Hussein massacrava i kurdi bombardandone
i villaggi, quando Saddam Hussein scatenava la mostruosa guerra con l'Iran,
e il cosiddetto occidente chiudeva un occhio sulla dittatura e plaudiva
alla carneficina, e l'Italia riforniva di armi l'Iraq (ed anche l'Iran,
naturalmente), ebbene, io ero di quelli che organizzavano le manifestazioni
nonviolente contro la mostra mercato armiera di Monteromano, in cui col
patrocinio del Ministero della Difesa i mercanti di morte italiani esibivano
le loro merci affinchè i dittatori del sud del mondo potessero
apprezzarne le virtù e farne incetta.
Ho questo vantaggio: a tutte le guerre illegali e criminali a cui l'Italia
ha partecipato dagli anni '90 in qua ho cercato di organizzare un'opposizione
rigidamente nonviolenta. Perchè solo la nonviolenza può
contrastare la guerra. E la guerra consistendo nell'uccidere masse di
esseri umani (e disponendo oggi di strumenti sufficienti a distruggere
la civiltà umana tutta) è il massimo crimine contro l'umanità.
E contro la guerra occorre opporsi nel modo più limpido ed intransigente:
e questo modo è la nonviolenza (poichè tutti gli altri in
qualche misura compartecipano della guerra, le sono subalterni, ne riproducono
forme e quote e ne espandono la contaminazione).
Ho questo vantaggio: che non sono mai stato complice della retorica delle
"guerre giuste" e della "violenza necessaria"; che
mi sono sempre opposto ai criminali, ai violenti, ai soverchiatori, e
ai loro complici e giustificatori, quale che fosse la loro casacca.
Coloro che intendono provocare la fine della civiltà umana sostengono
che un governo che aiuta i terroristi, che uno stato che ha o si sta procurando
armi di sterminio di massa, siano ragion sufficiente a giustificare lo
scatenamento di una guerra che porterà devastazioni e massacri
di dimensioni immani.
È facile vedere le terribili incongruenze di questo loro scellerato
ragionamento.
Se il governo iracheno ha aiutato i terroristi di Bin Laden responsabili
della strage dell'11 settembre 2001, cosa che mi pare non sia ancora stata
dimostrata ed è quindi incerta, è certo che il governo degli
Stati Uniti d'America aiutò i terroristi di Pinochet responsabili
del golpe dell'11 settembre 1973 e delle carneficine e degli orrori che
si prolungarono in Cile per molti anni.
Se l'Iraq possiede o sta cercando di procurarsi armi di sterminio di
massa, cosa che non mi pare sia già stata dimostrata, è
certo che gli Usa tali armi hanno e producono alacremente (ed hanno usato
a Hiroshima e Nagasaki).
E ancora: se un singolo atto di terrorismo che provoca un eccidio è
un crimine mostruoso, la guerra, che consiste di una catena di eccidi,
è un terrorismo all'ennesima potenza, ed è il più
mostruoso dei crimini.
E ancora: se l'esistenza di un regime oppressivo merita una guerra, allora
l'oppressione che i potenti del nord ricco del mondo esercitano sulla
quasi totalità dell'umanità quale reazione dovrebbe provocare?
Chi propugna la guerra ha smarrito non solo il senso morale, ma il principio
di realtà.
Come è possibile che gli Usa possano minacciare una guerra in
flagrante violazione del diritto internazionale e dei più elementari
principi di umanità, e l'Onu invece di inviare una forza di polizia
internazionale ad arrestare Bush e la sua cricca di dottori Stranamore
si adegua, guaendo appena appena, alla volontà onnicida del governo
statunitense?
E come è ammissibile che l'Italia, la cui Costituzione vieta esplicitamente
di partecipare a questa guerra (come già a quelle degli anni novanta
e a quella che tuttora continua in Afghanistan a riflettori spenti), si
trovi già praticamente arruolata al soldo e al seguito degli hitleriani
di Washington?
Occorre opporsi alla guerra, occorre resistere in difesa del diritto
e dell'umanità.
Occorre denunciare la guerra come massimo crimine contro l'umanità,
e contrastarla quindi come il peggior nemico dell'umanità intera.
Occorre contrastarla nel modo più intransigente, che è anche
il solo limpido ed efficace: con la nonviolenza.
Occorre dir chiare alcune cose.
- Che l'Onu deve rispettare la sua carta fondamentale, che l'Onu faceva
nascere per opporsi al flagello della guerra; se l'Onu non si oppone alla
guerra viene meno alla sua unica fonte di legittimazione, e diventa una
spelonca di ladri e di assassini.
- Che l'Italia deve rispettare la sua Costituzione, che ripudia la guerra
di aggressione (e poichè si sa che gli aggressori dicono sempre
di essere gli aggrediti, ripudia anche quella ammantata dell'inganno della
"risoluzione delle controversie internazionali": i costituenti
usciti dalla catastrofe della seconda guerra mondiale scrissero chiaro
tra i principi fondamentali del nostro paese il ripudio di tutte le guerre,
solo ammettendo l'azione rigorosamente difensiva, che oggi può
e deve attuarsi senza eserciti nè armi nè guerre, ma con
la Difesa popolare nonviolenta); se governo e parlamento e presidente
della Repubblica trascinano ancora il nostro paese in guerra nuovamente
si collocano contro la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico,
precipitano l'Italia nell'illegalità, rompono il patto che lega
i cittadini: cancellano la vigenza delle leggi, distruggono lo stato di
diritto, e con la loro condotta autorizzano tutti a seguirli sulla via
del disprezzo sia delle leggi che della vita altrui, del crimine e dell'omicidio,
in una guerra di tutti contro tutti che è la fine della società
e dell'umanità.
- Che il governo statunitense deve essere denunciato alle competenti
corti di giustizia che perseguono i crimini contro l'umanità ovunque
commessi. La più grande potenza del mondo, che già tanti
crimini ha compiuto, non può essere nelle mani di una banda di
cinici e insensati che mettono in pericolo l'umanità intera. La
popolazione statunitense ha anche una grande tradizione di democrazia,
rispetto alla quale l'attuale leadership è altrettanto eterogenea
quanto l'attuale governo italiano rispetto alle espressioni più
alte della vita civile nel nostro paese.
- Che occorre un piano straordinario di aiuti umanitari al popolo iracheno
(anche a molti altri popoli del mondo, certo): il popolo iracheno è
già tre volte vittima: del regime dittatoriale di Saddam Hussein;
della guerra del Golfo del '91; dell'embargo stragista voluto dall'Onu
(un crimine insensato e ingiustificato che si prolunga da un decennio
con la complicità di tutti gli stati più potenti del mondo);
e quindi una nuova guerra contro di esso popolo sarebbe aggiungere crimine
a crimine, strage a strage, disumanità a disumanità; ma
anche lasciarlo privo di soccorsi e sotto embargo è un crimine,
una strage, una disumanità: se la comunità internazionale
volesse promuovere la democrazia in Iraq la strada c'è ed è
la più semplice: cooperazione decentrata, aiuti diretti alle popolazioni,
cessare di torturare il popolo iracheno con l'embargo. La democrazia e
i diritti umani nel mondo si promuovono solo con la cooperazione internazionale,
l'aiuto umanitario, facendo cessare la rapina del nord sul sud, restituendo
ai poveri ciò che abbiamo loro rubato; a tutti gli esseri umani
riconoscendo i diritti umani, il primo dei quali è quello di vivere.
Sta alle donne e agli uomini di volontà buona di tutto il mondo
fermare la guerra.
E noi che ci troviamo qui in Italia possiamo e dobbiamo fare molto; ma
per fare molto occorre che innanzitutto facciamo chiarezza in noi stessi.
E fare chiarezza in noi stessi significa separarci da quanti si proclamano
pacifisti e poi riproducono la stessa logica dei potenti, separarci da
quanti fanno carriera sul sangue versato dagli altri, separarci da quanti
condannano la violenza degli altri ed esaltano la propria, separarci da
quanti sono contrari alla guerra quando stanno all'opposizione e invece
sono a favore quando stanno al governo, separarci da quanti gestiscono
le manifestazioni pubbliche come delle piccole guerre, separarci da quanti
si dicono per la pace e poi hanno come riferimento i leader militari,
separarci da quanti tacciono sui poteri oppressivi da cui hanno ricevuto
o si aspettano prebende, separarci da quanti riproducono razzismo e totalitarismo
sovente senza neppure rendersene conto.
Separarci da quanti si dicono oppositori della guerra ma non vogliono
e non sanno e non possono essere costruttori di pace.
Occorre opporsi alla guerra nell'unico modo logicamente corretto, moralmente
possibile e politicamente efficace: con la nonviolenza.
Ma per opporsi alla guerra con la nonviolenza occorre formarsi alla nonviolenza,
conoscerla ed esserne persuasi, studiarla e sperimentarla, prepararsi
con la necessaria profondità e il necessario rigore all'azione
diretta nonviolenta.
È il compito più urgente che abbiamo.
* Centro di ricerca per la pace di Viterbo
Da Rio a Johannesburg, ovvero dalle speranze alla delusione
Di Gianni Tamino
Dieci anni fa, a conclusione del primo vertice sulla terra, a Rio de
Janeiro, vi fu un ampio dibattito tra le organizzazioni non governative
(ONG) di tutto il mondo su come interpretare i risultati di quel vertice.
I risultati erano stati sicuramente inferiori alle attese, ma vennero
affermati importanti principi e alcuni significativi percorsi verso uno
sviluppo sostenibile, sia nella “Dichiarazione politica di Rio”
che nell’”Agenda 21” e nelle Convenzioni sui cambiamenti
climatici e sulla diversità biologica. Si trattava sostanzialmente
di affermazioni di principio, su un uso più equo e razionale delle
risorse naturali, che avrebbero dovuto essere realizzate negli anni successivi
tra diversi soggetti, sia a livello globale che nazionale e locale.
A buona parte delle ONG non erano piaciute le mediazioni al ribasso tra
stati e si dissociarono dal vertice ufficiale, dando vita al “Global
forum”, che espresse un punto di vista molto più avanzato
sul rapporto tra ambiente, economia e diritti dei popoli, a partire dal
rifiuto dell’ambiguo termine “sviluppo sostenibile”, sostituito
da quello di “società ecologicamente sostenibile”, fondata
oltre che su un’economia equa e socialmente giusta anche sul rifiuto
della guerra tra i popoli.
Comunque tutte le ONG si aspettavano di vedere nel decennio successivo
almeno in buona parte realizzato quanto scritto e dichiarato nei documenti
ufficiali, ma già a cinque anni da Rio fu chiaro che i paesi più
ricchi, Stati Uniti in testa, non erano disponibili a realizzare quasi
nulla di quanto emerso al primo vertice sulla terra.
Venivano messi in discussione anzitutto due principi a stento affermati:
quello di precauzione e quello di responsabilità per le imprese.
Si tratta di due principi chiave per realizzare una società sostenibile;
il primo, infatti, afferma che senza adeguate garanzie che un prodotto
o un processo tecnologico siano sicuri per la salute e l’ambiente
non dovrebbero essere autorizzati alla produzione e all’uso e il
secondo impone alle imprese l’assunzione di responsabilità
per i danni ambientali provocati, obbligandole alla riparazione del danno.
Il rifiuto di questi principi da parte degli USA, ma non dell’Unione
europea, ha vanificato finora ogni sforzo per attuare sia la convenzione
sui cambiamenti climatici, come previsto dal protocollo di Kyoto, che
la convenzione sulla biodiversità, come previsto dal protocollo
sulla biosicurezza degli organismi geneticamente modificati.
Pertanto quando, nel 2000, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
decise di convocare a Johannesburg un nuovo vertice per verificare e discutere
quanto deciso a Rio, già molto chiara era la sensazione che il
bilancio dei dieci anni trascorsi fosse fallimentare, ma ci si augurava
che il vertice avrebbe dato nuovo slancio verso una nuova assunzione di
responsabilità da parte degli stati e che si arrivasse finalmente
ad individuare un preciso calendario per la realizzazione degli impegni
già sottoscritti: in altri termini che finalmente si passasse dalle
parole ai fatti.
Va ricordato che rilevanti eventi avvenuti negli ultimi dieci anni avevano
influenzato la possibilità di realizzare una economia mondiale
più sostenibile: anzitutto l’affacciarsi sulla scena mondiale
di un nuovo protagonista, il WTO, o organizzazione mondiale del commercio.
Dopo oltre dieci anni di trattative, alla fine del 1994, a Marrakesh,
venne concluso l’”Uruguay Round”, che portò ad un
accordo commerciale mondiale e alla nascita del WTO. Tutti i problemi
collegati al commercio venivano, così di fatto, sottratti a qualunque
valutazione e controllo in sede ONU e l’unica regola sarebbe divenuta
“nessun ostacolo al libero commercio globale”. Ciò significa
che per poter commerciare con altri stati bisogna far parte del WTO, ma
che tale appartenenza limita aspetti importanti della stessa sovranità
degli stati e dei popoli, ai quali possono essere inflitte sanzioni economiche
che limitano l’esportazione dei loro prodotti, se non rispettano
le regole del commercio mondiale. Tra queste regole vi è quella
di non applicare nessuna limitazione al libero commercio delle merci,
neppure per ragioni sanitarie, ambientali o etiche: così non possono
essere vietati quei prodotti ottenuti con sostanze che si sospettano pericolose
per la salute (come nel caso dell’uso di ormoni nell’alimentazione
di animali), o per l’ambiente (come molte sostanze chimiche), impedendo
qualunque applicazione del principio di precauzione, e non possono essere
vietate le merci ottenute con lo sfruttamento del lavoro minorile. Ma
l’affermarsi delle regole del WTO, anche in contrasto con i principi
sanciti in sede ONU, ha portato alla nascita di un nuovo movimento mondiale,
che rifiutando la globalizzazione economica e finanziaria, a Seattle ha
lanciato la sfida della globalizzazione dei diritti dei popoli e della
solidarietà. Si tratta di un movimento composito, con differenze
rilevanti da paese a paese, ma che ha saputo contrastare il WTO, aprendo
un dibattito tra la gente sui rischi di una economia globale, che non
sia governata da una struttura politica mondiale, espressione reale della
volontà delle popolazioni del pianeta.
Tuttavia questo movimento si è in parte arenato quando si è
trattato di passare dalla contestazione della globalizzazione economica
alla proposta di quale governo futuro dobbiamo dare al nostro pianeta,
nonostante questo sia stato tentato in due Forum tenuti a Porto Alegre.
Così dopo Seattle, Davos e Genova abbiamo visto la scarsa partecipazione
del movimento no global al vertice della FAO a Roma.
Non stupisce più di tanto, allora, che anche a Johannesburg la
presenza sia delle ONG che del movimento no global sia stata inferiore
alle attese e che nelle riunioni del “Global Peoples Forum”,
che si proponeva di denunciare la mancata attuazione delle promesse di
Rio e di esercitare una significativa pressione per passare dalle parole
ai fatti, troppo spesso la partecipazione fosse scarsa.
Difficile con queste premesse evitare quello che si stava concretizzando
come un fallimento, o nel senso di un mancato accordo, voluto soprattutto
dal governo statunitense, o di un accordo che subordinasse le idee ed
i principi affermati a Rio ai trattati commerciali del WTO.
L’impegno del governo sudafricano e di parte dei governi europei
hanno impedito il mancato accordo, ma la ricerca di una mediazione a tutti
i costi con gli Stati Uniti, voluta e favorita dal governo italiano, che
ha fatto a gara con quello inglese per dimostrarsi “il suddito più
fedele” degli USA, hanno portato solo ad una parziale difesa, ancora
una volta solo sulla carta, dei principi di Rio. Ma anziché rendere
sostenibile il commercio mondiale, sono le decisioni del WTO prese a Doha
(Qatar) ad aver influenzato pesantemente i documenti finali di Johannesburg:
più che sull’ambiente, infatti, l’attenzione si è
concentrata sul commercio, senza stabilire quali limiti il commercio globale
debba avere per essere sostenibile.
I temi trattati prima del vertice, in apposite riunioni preparatorie,
e durante il vertice, a Johannesburg, riguardavano: 1) L’accesso
all’acqua pulita per tutte le popolazioni, attraverso il controllo
e la prevenzione degli inquinamenti in tutte le fasi del ciclo dell’acqua,
evitando la privatizzazione della risorsa acqua e degli impianti che ne
garantiscono l’accesso; 2) Adeguata sostituzione dell’energia
fossile con fonti rinnovabili, accessibili a tutte le popolazioni e a
prezzi competitivi, come garanzia del rispetto degli accordi di Kyoto;
3) Difendere la biodiversità naturale, evitando l’innaturale
estinzione di specie, provocata dall’azione dell’uomo, con particolare
riguardo all’impiego di organismi geneticamente modificati; 4) Porre
fine alle sovvenzioni per i prodotti, soprattutto agricoli, dei paesi
ricchi del Nord del mondo e inserire invece nel costo delle merci il loro
impatto ambientale; 5) Rispettare la dignità e i diritti dei lavoratori
in ogni paese del mondo, con particolare riguardo al lavoro femminile;
6) Garantire i diritti dei popoli indigeni e la loro diversità
culturale, soprattutto rispetto all’aggressione delle multinazionali
impegnate nello sfruttamento di ogni tipo di risorsa, compresa la biopirateria
delle risorse genetiche; 7) La cooperazione internazionale ed il sostegno
dei paesi più ricchi allo sviluppo di quelli più poveri;
8) La responsabilità delle imprese private, in particolare delle
multinazionali, assicurando il primato delle regole ambientali, sociali
ed etiche su quelle del commercio mondiale.
Questi temi hanno trovato limitata attenzione e scarse soluzioni nei documenti
finali, costituiti da una dichiarazione politica e da un piano d’attuazione.
Quasi a sottolineare le difficoltà incontrate nelle trattative
tra le diverse delegazioni e gli scarsi risultati finora ottenuti, il
documento politico, voluto e scritto dal governo sudafricano, afferma,
tra l’altro: “Sappiamo che gli obiettivi che ci siamo prefissati
a Rio non sono stati raggiunti. Constatiamo inoltre, con profonda preoccupazione,
che i progressi sulla via dello sviluppo sostenibile sono stati più
lenti del previsto.” Subito dopo si aggiunge: “Adottando il
piano d’azione per uno sviluppo sostenibile, riaffermiamo la nostra
volontà di difendere i Principi di Rio e di applicare pienamente
le disposizioni dell’Agenda 21, che costituiscono un aspetto cruciale
del nostro accordo”, sottolineando in tal modo che non era scontata
la riaffermazione di quei principi e di quella strategia. E in effetti
il principio di precauzione non viene mai citato nei documenti, per non
dare fastidio ai rappresentanti statunitensi, indicando talora un generico
approccio cautelativo, giuridicamente molto più debole di un principio.
Dal punto di vista pratico su tutti i punti cruciali non ci sono stati
impegni vincolanti, né in termini quantitativi né temporali:
così sul debito dei paesi poveri, sull’accesso all’acqua
pulita, sulla difesa della biodiversità, sulle energie rinnovabili,
sulla responsabilità delle compagnie private. L’Unione Europea
non è riuscita a far passare la propria proposta di un 15% in più
di energia da fonti rinnovabili entro il 2010 per l’opposizione congiunta
di Stati Uniti, Giappone e paesi produttori di petrolio né a inserire
un qualsiasi riferimento al protocollo di Kyoto, nonostante l’adesione,
all’ultimo momento, di Cina e Russia. Gli aiuti allo sviluppo sono
gli stessi già decisi in passato, ma senza alcun impegno ad una
valutazione delle conseguenze ambientali e sociali di questi aiuti. Le
multinazionali e le imprese private in genere sono state invitate a rafforzare
la loro responsabilità sociale e ambientale, ma senza indicare
come e con quali vincoli; per contro le imprese si sono proposte come
partner per le politiche di sviluppo sostenibile, citando come propri
meriti le disastrose azioni svolte in alcuni paesi (la Shell in Nigeria,
la Dow Chemical -ex Unione Carbide- in India, la Monsanto per l’agricoltura
dei paesi poveri ecc.). E sono state premiate con un invito ai paesi ricchi
a sviluppare rapporti bilaterali con i paesi poveri, anziché favorire,
come a Rio, i rapporti multilaterali; ciò significa che ogni paese
ricco sceglierà quale paese aiutare in cambio di precisi condizionamenti
economici e politici, pagando proprie aziende private per realizzare progetti
decisi in base alle logiche delle imprese più che degli interessi
delle popolazioni (così si potranno costruire megadighe per megacentrali
idroelettriche, centrali nucleari, impianti di canalizzazione dell’acqua
potabile che trascurano i popoli indigeni, grandi fabbriche chimiche e
tutto questo sarà chiamato sviluppo sostenibile!).
Ma il fallimento del vertice di Johannesburg evidenzia anche la crescente
crisi delle Nazioni Unite, obiettivo da tempo perseguito dagli Stati Uniti;
lo stesso Kofi Annan, intervenendo al Global Forum delle ONG ha denunciato
gli ostacoli posti da vari governi al processo di riforma dell’ONU,
una riforma ormai indispensabile per dare un nuovo ruolo alle Nazioni
Unite, dopo la fine della guerra fredda e di fronte all’evoluzione
dei processi di globalizzazione, ora gestiti solo dal WTO. Per i prossimi
cinque anni non si prevedono nuovi interventi delle Nazioni Unite sui
temi dell’ambiente e della sostenibilità, mentre tra un anno
ci sarà il nuovo vertice del WTO a Cancun, in Messico.
Ciò significa affidare il futuro del pianeta agli interessi del
commercio mondiale anziché alla convivenza tra i popoli e in qualche
modo la stessa dichiarazione politica di Johannesburg ne è consapevole
quando afferma che “la società globale dispone dei mezzi e
delle risorse per affrontare le sfide dello sviluppo sostenibile che si
pone all’intera umanità”: come dire che se non si va
verso la sostenibilità è perché il governo del pianeta
anziché essere nelle mani dei popoli rischia di finire in quelle
delle multinazionali.
Ma è proprio da questa considerazione che deve ripartire un movimento
in grado di rappresentare la società civile, che, riprendendo la
strada intrapresa a Seattle, sappia però andare oltre la semplice
contestazione del WTO o della Banca Mondiale o del G 7, proponendo un
modello di governabilità dei processi di globalizzazione, a partire
da nuove basi di convivenza tra i popoli, basate sulla solidarietà
e sul rifiuto della guerra, anche grazie ad un nuovo modello di funzionamento
delle Nazioni Unite. Ciò significa anche che, pur nel rispetto
delle differenze culturali, ogni abitante del pianeta deve poter vedere
riconosciuti i propri diritti civili e ogni popolo deve aver diritto a
percorrere la propria strada verso la sostenibilità sociale ed
ambientale: ogni cittadino e ogni popolo deve aver diritto di accesso
all’acqua, al cibo e all’energia necessaria al proprio sostentamento,
nel rispetto degli equilibri ambientali del pianeta, utilizzando le risorse,
senza distruggerle e senza produrre rifiuti. I popoli più ricchi
non possono dunque imporre le loro scelte di sviluppo ai paesi più
poveri, facendo l’elemosina e inviando le proprie imprese a saccheggiare
le loro risorse, come rischia di diventare il ricorso alle partnership
bilaterali previste dal piano di attuazione di Johannesburg, premessa
ad una nuova forma di apartheid: quello che a Johannesburg è stato
definito l’apartheid globale. Ma, d’altra parte, neppure i movimenti
che si sviluppano nei paesi più ricchi sono credibili se non riescono
a mettere in discussione l’uso e l’abuso che si fa nei nostri
paesi di risorse, quali acqua, cibo ed energia. Dobbiamo partire dalla
messa in discussione del nostro modo di vivere, individuale e collettivo,
assolutamente insostenibile, per avere le carte in regola per proporre
e realizzare un ampio movimento globale verso una società sostenibile,
un movimento indispensabile per contrastare le logiche del commercio mondiale:
questo dovrebbe essere l’obiettivo del prossimo Social Forum Europeo,
che si terrà a Firenze agli inizi di Novembre 2002 e del Forum
mondiale di Porto Alegre del prossimo Febbraio 2003, per arrivare ad una
ampia e partecipata messa in discussione del vertice del WTO a Cancun,
dove lanciare la sfida di un progetto globale per una società solidale
e sostenibile.
Riflessioni oziose, lente e nostalgiche dopo Johannesburg
E’ l’uomo in sé, l’unica vera minaccia per il
futuro del pianeta.
Quando impareremo a smettere di voler controllare la vita?
Di Christoph Baker *
4 settembre 2002. Si conclude il Vertice di Johannesburg sullo Sviluppo
Sostenibile con un fallimento sostanzioso. Da un anno seguivo sfiduciato
i preparativi. Vecchia zuppa riscaldata. Ancora cifre al posto delle emozioni,
teoremi al posto dell’utopia, invettive al posto dell’umiltà.
L’ennesimo tentativo di resuscitare la carcassa puzzolente dello
sviluppo (data di scadenza: novembre 1989). Tutto il vocabolario usato
che ancora sa solo di razionalizzazione e riduzionismo, di arroganza tecno-scientifica.
Immaginavo le “formiche” dello sviluppo sostenibile (governative
o non-governative, sempre formiche sono), intente a combattersi a colpi
di paragrafi, statistiche, misurazioni, “prove scientifiche”.
Grigiore in un mare di grigio. Nausea andante. Poi, la trovata del dialogo
con le imprese… Stavo aspettando di sogghignare amaro. Ma…
9 settembre 2002. In ventotto ore di temporali e piogge torrenziale,
il mio amato Sud della Francia (là c’è la casa di famiglia)
viene trascinato sull’altra sponda dell’inferno acquatico. Più
di venti vite umane, centotrenta animali di fattoria e tremila case annientate
dalla furia degli elementi. Madre Natura, quando s’incazza, non va
per il sottile. E quando il sole eclatante del Mediterraneo si riprende
il cielo, i suoi raggi si posano sulla desolazione e la disperazione di
uomini, che mai come adesso si sentono piccoli, insignificanti, totalmente
vulnerabili. Uomini e donne che piangono silenziosi, in mezzo ai grovigli
di automobili, pali della luce, televisori, lavatrici, antenne paraboliche,
prodotti igienici, metallo, plastica, carta e vetro, che si ammonticchiano
anarchici in ogni angolo di questa terra ferita. I vigneti sono laghi
che rimandano all’anno prossimo la sola idea di una vendemmia.
11 settembre 2002. Un anno è passato da quando la condizione umana
ha fatto un “passo in avanti” nella sua nefandezza. L’anniversario
è tutta una pomposa messa in scena, dove si fa fatica a trovare
la giusta commiserazione e misericordia per tutti gli uomini che quel
giorno, e nei mesi dopo, hanno perso la vita per niente. Proprio niente.
Ed è tutto un prepararsi ad un altro attacco, un'altra guerra.
Oddio, altra? Ormai è una guerra permanente, senza pause, senza
coffee break. E ci risiamo con il patetico ping-pong verbale fra veri,
mezzi, fasulli pacifisti e veri, mezzi, fasulli guerrafondai.
Non ce la faccio più…
12 settembre 2002. Davanti al chiosco di giornali, la locandina di un
settimanale con un titolo a caratteri cubitali: “Clima pazzo? Colpa
dell’Atlantico!”. No, eh? Adesso basta! Primo, scommetto che
lo scemo che ha fatto quel titolo l’Atlantico l’avrà
visto al massimo dall’oblò di un aereo, o forse da una spiaggia,
e quindi non ne sa niente. Solo chi ha navigato sull’Atlantico dovrebbe
avere il diritto di parlarne, penso fra me e me. Secondo, questa abitudine
di accusare la natura: nebbia killer, inondazioni omicide, montagna assassina.
A parte che a Madre Natura, tutto questo gli fa un baffo, mi colpisce
la miseria dell’uomo, la sua infinita piccolezza nel cercare di incolpare
qualcosa all’infuori di sé. Come se questo cambiasse qualcosa.
Come se accusare la pioggia ti potesse dare indietro i morti annegati…
Ma anche seguendo questa perversa logica, se è colpa dell’Atlantico,
cosa fai? Mandi i caccia della NATO a bombardarlo? Lo prendi a schiaffi?
Gli fai la multa? Lo squalifichi per due turni?
Ridicolo.
Allora, diventa sempre più chiara una constatazione ovvia: è
l’uomo in sé, l’unica vera minaccia per il futuro del
pianeta. Non le sue attività, non l’organizzazione delle società,
non una versione o l’altra dello sviluppo. Neanche, in fondo, il
mito della crescita economica quantitativa ed illimitata. Tutto questo
è solo conseguenza, sintomo del male profondo, atavico, forse subconscio
dell’essere umano: quello di pensarsi al centro del mondo, della
vita, del cosmo. Ma l’arroganza di specie ha fatto il suo tempo.
Non serve più a niente. Oppure, serve solo a costruire altre catastrofi
annunciate, vedi per esempio alla parola manipolazioni genetiche, guerra
batteriologica, o energia nucleare.
L’uomo, questo animale particolare, oggi deve rimettere profondamente
in questione il suo percorso evoluzionistico. Deve svuotare la mente di
tutti gli strati di immondizia filosofica e religiosa che ne hanno determinato
il funesto tentativo di comandare e controllare tutto. Deve calmare tutti
gli istinti di sopraffazione, di dominio, di conquista. Deve dire: ALT!
Fermiamoci, e ripensiamo il nostro posto su questa terra, in questa vita.
Facciamoci contaminare dalle leggi non scritte della natura. Accettiamo
la tragedia come la meraviglia; il dolore come la felicità; il
caos come il mistero. Accettiamo senza provare a capire per forza. Senza
dovere codificare immediatamente le emozioni, i sentimenti, le intuizioni.
Per vivere in pace con tutte le forme di vita (inclusa quella umana),
servono più la compassione, lo stupore e l’audacia, che le
verità scientifiche, i programmi e i regolamenti. Invece di ridurre
la vita in categorie classificabili, perché non cominciamo a smantellare
le troppe certezze, che alla fine del viaggio ci lasciano solo l’amarezza
di essere stati presi in giro per tutta la vita, e di non essersela goduta
come Dio comanda?
La speranza chiamata Johannesburg è già annegata nelle
inondazioni di dichiarazioni di convenienza, e schiacciata sotto le tonnellate
di documenti ufficiali e non. Non c’è da meravigliarsi. Questo
è l’andazzo dominante. Questo è la noia di una specie
che va ciecamente al suicidio, condannando con sé migliaia di forme
di vita innocenti.
Io dico che ci si può dimissionare da questo andazzo. Che si può
fare il passo laterale salvatore, fuori dalla corsa ormai impazzita di
questa modernità, e andare all’incontro con nuovi giorni ricchi
di sorprese. Basta che ci spogliamo della pretesa di controllo della vita,
e facendo ciò, scopriremo quanta è piena di buoni consigli
su come arrivare a domani senza fare, nè farsi, troppo del male.
Vogliamo provarci?
* Christoph Baker è l’autore di “Ozio, lentezza e nostalgia
– Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale”
(EMI – Bologna)
La pace è nelle nostre mani. Noi proponiamo.
Il testo seguente è una dichiarazione che il Superiore Provinciale
dei Comboniani ha fatto alla conclusione della Carovana della Pace che
ha attraversato dieci città di tutta la penisola partita da Verona
il 5 settembre e terminata a Bologna domenica 15 settembre.
La Carovana della Pace 2002 riprende e rilancia i temi delle ingiustizie
e dei divari lungo l'asse Nord-Sud del mondo, temi già denunciati
dal Giubileo degli Oppressi 2000 che si era concluso con un forte appello
dal titolo "Noi ci impegniamo".
Quegli impegni, per molte associazioni ecclesiali e laiche, sono stati
una vera pista per costruire la pace tramite la difesa della dignità
dell'uomo, la denuncia delle ingiustizie, la promozione della nonviolenza
attiva, la proposta di una vita sobria, la costituzione di piccole comunità
alternative...
Purtroppo in questi due anni non si è arrestata una deriva politica
e sociale che vede una crescente corsa alle armi (specialmente dopo l'11
settembre), la militarizzazione dell'economia, la frammentazione delle
comunità e l'isolamento delle persone. Una deriva che il sistema
dei mass media - dedicato in gran parte ad intrattenere il consumatore
più che a informare il cittadino - tenta, e spesso riesce, a mascherare.
Le migliaia di persone e le tante esperienze territoriali di base che
questa Carovana della Pace ha incontrato, sono qui a dirci che in giro
c'è voglia e bisogno di mettersi in gioco per cambiare questo stato
di cose. Per questo, raccogliendo le sollecitazioni delle diverse realtà
locali incontrate, facciamo delle proposte orientative.
1) Superare la logica della guerra e del nemico.
Dinanzi ad una logica di guerra ormai imperante, denunciamo che le guerre
programmate hanno solo una finalità economica, funzionale ai potenti
della Terra.
Perciò:
- Proponiamo di riflettere per far emergere tutte le possibili forme
di resistenza - come l'obiezione di coscienza e l'obiezione fiscale -
agli interventi armati.
- Incoraggiamo gli enti locali a dedicare parte delle loro risorse alla
diffusione di una cultura di pace e di opposizione alla guerra.
- Chiediamo alla Conferenza Episcopale Italiana di solidarizzare con
il Papa nel dichiarare, in modo inequivocabile, che "con la guerra
tutto è perduto". Riteniamo, infatti, che la comunità
cattolica e la stessa società civile abbiano bisogno di una direttiva
magisteriale chiara, che condanni la guerra che sta per cominciare e la
"logica di guerra" che la dichiara inevitabile. Noi questo bisogno
lo sentiamo.
- Proponiamo a tutte le componenti della società civile che aspirano
ad un mondo diverso di ritirare il proprio denaro dalle banche armate,
colluse con le fabbriche che lavorano per la guerra, e di indirizzarsi
verso realtà alternative di risparmio sociale.
- Proponiamo inoltre di boicottare tutti i prodotti delle aziende compromesse
con operazioni ingiuste e lo sfruttamento dei paesi poveri e deboli.
- Proponiamo che la comunità cattolica, in dialogo con la società
civile, si impegni con maggior decisione per una legislazione sulla immigrazione
che sia rispettosa delle persone e delle famiglie immigrate, e non accetti
politiche discriminatorie nei confronti di nessuna persona che cerca condizioni
di vita più umane. Chiediamo a questa società civile di
non usare più la parola extracomunitario: serve a perpetuare logiche
di esclusione e a creare nemici.
- Proclamiamo forte la eguale dignità di ogni essere umano di
cui nessuno può determinare il diritto di esserci o di non esserci.
- Richiamiamo alla memoria la Dichiarazione universale dei diritti umani.
2) Recuperare il senso della comunità
Come popolo in cammino, in cerca di pace e giustizia, sentiamo la necessità
di recuperare una spiritualità profonda che ci riporti alle radici
del nostro essere, e motivi e illumini la nostra azione, perchè
sia azione di fratelli, figli dello stesso Padre. Una spiritualità
che si sviluppa nelle comunità e nei gruppi e conduce al recupero
delle relazioni tra le persone, con Dio e con l'ambiente.
Proponiamo, perciò, che ognuno si ritagli nella giornata spazi
di silenzio, di preghiera e di riflessione sulla situazione del paese
e del mondo intero; che si costituiscano gruppi di spiritualità,
riflessione e convivialità per migliorare i rapporti e ridare gioia
e fiducia alle persone.
Essere comunità non è un elemento accessorio, ma un carattere
fondante di una società civile organizzata che sappia ridare senso
e progetto ai tanti "dispersi" di oggi.
Proponiamo il dialogo come norma di comportamento con tutte le componenti
della società civile e con tutti i gruppi religiosi. No ai fondamentalismi
e agli arroccamenti sulle proprie verità. No alle guerre di religione.
Si' al confronto, magari con l'aiuto di un saluto e di un sorriso.
Proponiamo a tutte le associazioni che vogliono costruire una società
fraterna e attenta agli ultimi, di incontrarsi, di condividere e di mettersi
in rete per denunciare con più efficacia le ingiustizie e farsi
sentire. Insieme si può di più.
3) Prendersi cura dell'informazione e della formazione
Il sistema dei mass media è sempre più una macchina che
serve a mantenere l'opinione pubblica incatenata allo stile di vita e
ai modelli di consumo occidentali. La tivù, in particolare, fa
più intrattenimento che informazione. "Con questo tipo di
televisione non può esserci nessuna democrazia" (K. Popper).
Proponiamo, perciò, ai singoli, alle famiglie e alle associazioni
di essere critici e dedicare tempo all'analisi e alla selezione dei mass
media, cosi' da poter scegliere con cognizione le fonti informative cui
attingere e da contrastare. Il digiuno televisivo, ad esempio, è
una delle forme di lotta più efficaci.
Incoraggiamo le associazioni e i gruppi ad incalzare i media del loro
territorio, ad essere interlocutori delle redazioni dei giornali e delle
tivù.
Chiediamo ai giornalisti di non lasciarsi fuorviare dalle logiche del
potere del denaro, ma di farsi invece guidare dalla ricerca della verità.
Proponiamo che le scuole e le università siano luoghi di educazione
alla pace, e cioè alla legalità, alla giustizia, alla capacità
di vivere insieme nel rispetto delle differenze.
Chiediamo, perciò, agli insegnanti e ai responsabili degli istituti
scolastici di riflettere sulle loro responsabilità e di non lasciarsi
appiattire nei valori, accontentandosi semplicemente di servire il sistema
del momento.
Infine vogliamo ricordare:
- alla nostra Chiesa che Gesù è la vera pace e il suo vangelo
non ammette la guerra;
- a tutta la società che la strada da seguire è quella
della nonviolenza impegnata, presente, attiva, lucida e informata.
Allora la fraternità sarà più importante del guadagno.
Allora la pace non sarà più una utopia.
Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino
comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 13 novembre
La parola del mese: “Satyagraha, la Forza della Verità”
Di Daniele Lugli
"Forza della verità" è il modo usuale di tradurre
il termine "satyagraha". E' stato scelto da Gandhi, in Sud Africa,
per indicare la forza dispiegata dagli indiani immigrati, che lo seguirono
in otto anni di campagne per il riconoscimento dei loro diritti. "
A mio parere - scrive Gandhi - la bellezza e l'efficacia del satyagraha
sono grandiose e la dottrina è così semplice da poter essere
insegnata anche a un bambino". La lettura di testi gandhiani può
essere un buon consiglio. A me è stata utile la bella antologia
"Teoria e pratica della nonviolenza", riedita da Einaudi, con
l'ottima prefazione di Giuliano Pontara.
Il nome di Einaudi mi sollecita a riprendere due opportuni avvertimenti
di Luigi Einaudi, affidati alle sue Prediche inutili. "Il solo fondamento
della verità è la possibilità di negarla. Il giorno
che la verità o quello che noi riteniamo tale fosse accettata da
tutti senza contrasto, dovremmo cominciare a temere di essere caduti in
errore" e ancora "Il male politico e sociale nasce quando gli
uomini d'azione sono persuasi di avere scoperta una verità, di
possederla e di avere il dovere di attuarla". I danni, aggiungo,
sono tanto maggiori quanto più potere hanno i detentori della verità
e sono tanto più durevoli, sicuri e crescenti quanto più
a loro si oppongono altri detentori di verità assoluta.
La verità che ci è dato conoscere non è fuori di
noi, nè può essere imposta. E' quella che scambiamo, confrontiamo,
incrementiamo, perdiamo nella nostra esperienza di vita. A questa, consapevoli
della nostra fallibilità, dobbiamo testimonianza e assunzione di
responsabilità. "Gli disse Pilato: 'Che cosa è la verità?'.
Uscì poi di nuovo...". Non aspettò la risposta Pilato,
ma non ne aveva bisogno. "Non trovo contro di lui alcun capo d'accusa"
era la verità che Pilato possedeva. Rimettersi al giudizio del
popolo è stato non dare spazio alla forza della propria verità.
Non ha usato una forza, non invincibile, ma importante (come non infallibile,
ma decisivo, era il giudizio della sua coscienza ).
Vi è una forza nell'adesione risoluta alle convinzioni, ai valori
che siamo giunti a ritenere veri per noi. E' una forza che si accresce,
se riusciamo ad essere sinceri con noi stessi e con gli altri, che ci
sono necessari. "Bisogna essere in due per dire la verità:
uno per parlare, uno per ascoltare" secondo Thoreau. Chi può
parlare ascolta più profondamente, ci diceva Capitini. Il confronto,
ed anche il conflitto più aspro, può avere miglior soluzione
in termini di nuova verità, raggiunta e condivisa, se è
fatto di parola e di ascolto, se almeno una parte fa appello alla capacità,
che è anche dell'altro, di giungere ad una soluzione razionale
e per tutti accettabile.
Si apre qui la strada del satyagraha, dell'azione nonviolenta, della
quale oggi si sente spesso parlare. E' diretta a diminuire la violenza,
grande e piccola, nei comportamenti, nella cultura, nelle strutture della
società. La forza, che si fa violenza in favore del privilegio,
ha una verità, realtà, evidenza di fronte alla quale la
forza della verità appare impotente. Qui sta il banco di prova
decisivo. "La verità esige una dimostrazione costante"
riteneva Gandhi ed esperimenti con la verità chiamava le sue grandi
campagne. Non c'è alcuna garanzia di successo, ma è la sola
modalità che non alimenti il circuito della violenza.
Il circuito della violenza - diretta, strutturale, culturale - si regge
sulla collaborazione, più o meno convinta, talora entusiasta, di
chi ne è, in diverso modo, vittima. E' difficile che non ci sia
altra scelta, sia pure difficile. Tant'è vero che c'è chi
fa altre scelte, che sono addirittura eroiche, quanto più individuali,
non comprese, non sostenute. La maggior parte si adatta e, poichè
vive male nella consapevolezza della propria viltà, finisce per
l'accettare, come inevitabile e vero, ciò che aveva stimato falso
e da combattere. Chi ha cervello e stomaco adeguati trova spazio e valorizzazione
nella produzione del consenso.
Questa connessione tra forza e verità è limpidamente espressa
da Giovanni Gentile: "Ogni forza è forza morale, perchè
si rivolge sempre alla volontà; e qualunque sia l'argomento adoperato
- dalla predica al manganello - la sua efficacia non può essere
altra che quella che sollecita infine interiormente l'uomo e lo persuade
a consentire". Da Direttore della Scuola Normale di Pisa, sollecitò
il giovane Aldo Capitini, che ne era segretario, a prendere la tessera
del partito fascista per mantenere l'impiego. Capitini non consentì.
Fu licenziato, schedato come antifascista. Seguitò ad attenersi
alla verità della quale veniva mano a mano persuadendosi.
Nei paesi privilegiati si usano la televisione e i mass media piuttosto
che il manganello (anche se non vi si rinuncia per non perderci la mano)
per sollecitare interiormente, persuadere a consentire all'ingiustizia
quotidiana ed alla prossima guerra. Leggo però (Sole 24 Ore del
15 settembre) di un film, Clown in Kabul, che documenta il lavoro del
gruppo di medici diretti da Hunter "Patch" Adams, perchè
bimbi, feriti, mutilati, bruciati, atterriti siano, oltre che curati,
riportati al sorriso. "Una grossa ciliegia rossa in mezzo alla faccia,
qualche sberleffo, e poi tanta capacità di sentire il dolore dell'altro...contrario
umano di ciò che pratica ogni terrorista, ogni fanatico della morte
al lavoro. Il quale infatti non sente e non vede l'altro e il suo dolore,
ma solo vede e sente una propria cieca verità assoluta".
C'è molto da lavorare per vedere e sentire, ed aiutare a vedere
e sentire, la verità che sta in quel dolore e nell'intervento dei
medici clown. Ciechi e sordi non sono solo i terroristi e i fanatici della
morte, ma tanta brava gente, come noi e i nostri capi di stato democraticamente
eletti. La verità di quel dolore e dell'intervento che risarcisce,
condivisa e partecipata, costituisce la nostra forza. E' nonviolenza in
azione.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Campagna di obiezione/opzione di coscienza del/della cittadino/a
Movimento Nonviolento, Movimento Internazionale Riconciliazione e Rete
di Lilliput presentano:
Obiettivo di questa campagna è quello di mantenere vivo il diritto
all’obiezione di coscienza al militare, in vista dell’ attuazione
pratica della difesa nonviolenta come alternativa alla difesa armata,
e impedire che venga annullato con la “sospensione” dell’obbligo
di leva,.
E’ quindi importante passare da un’obiezione di coscienza che
interessava i giovani al momento della chiamata al servizio militare ad
una obiezione più diffusa che coinvolga tutti i cittadini/e .
Occorre pertanto che tutti coloro che condividono le nostre scelte di
nonviolenza si dichiarino obiettori e sostengano almeno una delle “opzioni
positive” come momento di impegno concreto
LA NOSTRA OBIEZIONE ALLE SCELTE DI GUERRA
Il no della coscienza alla violenza organizzata e all’omicidio come
soluzione dei conflitti si esercitava fino ad ora, nel nostro paese, soprattutto
nella forma del rifiuto del servizio militare, cioè dell'addestramento
ad uccidere.
La nuova legge 230 del 1998 sull'obiezione di coscienza al servizio militare,
così come quella più recente sull'istituzione del Servizio
civile nazionale, che compiono alcuni importanti passi avanti nella cultura
giuridica dell'obiezione al militare, sono arrivate contemporaneamente
all'abolizione pratica della leva e al passaggio graduale all’esercito
professionale.
Nella nuova situazione che si presenta il cittadino sembra non avere più
strumenti per esprimere il rifiuto della violenza strutturale e culturale,
non solo di quella diretta, e per costruirne il continuo superamento.
Ci sono invece da praticare obiezioni e da attuare programmi costruttivi
sui due lati della cultura del dominio, il modello economico (della produzione,
scambi e consumi) e il modello difensivo (della tutela da aggressioni
e della tutela del diritto).
Perciò ci sembra urgente un rinnovato impegno, coordinato e coraggioso,
per una nuova
CAMPAGNA DI OBIEZIONE DI COSCIENZA ALLE GUERRE E DI
OPZIONE NONVIOLENTA PER IL DISARMO ECONOMICO E MILITARE
che sia contemporaneamente di resistenza al nuovo militarismo e di costruzione
dell'alternativa nonviolenta. La campagna si articola su due punti:
1) Una dichiarazione di obiezione di coscienza nella quale ci si dissocia
dalla politica di difesa del nostro paese e dalla NATO, evidenziando l'incostituzionalità,
l’immoralità intrinseca di scelte aggressive e la funzionalità
al sistema economico di rapina nel confronti dei Paesi impoveriti del
sud del mondo; da parte delle donne accompagnata da una dichiarazione
di rifiuto esplicito della cosiddetta "pari opportunità"
di servire nell'esercito, da parte dei/delle giovani che scelgono il servizio
civile accompagnata da una dichiarazione che metta in evidenza come la
scelta fatta sia inconciliabile con il servizio militare, escludendo la
possibilità di “richiami” in caso di guerra.
2) Una dichiarazione di opzione per la nonviolenza attiva che si concretizzi
attraverso l’assunzione di impegni nel campo della formazione ed
educazione alla pace e alla nonviolenza, dell’obiezione di coscienza
alle guerre, nella disponibilità a partecipare e/o sostenere azioni
nonviolente e nel campo del consumo critico e dell’economia nonviolenta.
La Campagna si pone come primo termine il 31/12/2004 data entro la quale
vi sarà una verifica del raggiungimento degli obiettivi delle singole
campagne e di quanto si sarà riusciti ad ottenere in campo istituzionale
sul disarmo, sulla difesa civile non armata e nonviolenta prevista dalla
legge 230/1998 e sull’economia nonviolenta.
E' DISPONIBILE LA GUIDA PER LA CAMPAGNA Scelgo la nonviolenza (obiezione
del cittadino). Richiedere a: M.I.R./M.N. Via Garibaldi 13 10122 Torino.
011/532824
E-mail:
Sito Internet: http://www.retelilliput.org/scelgolanonviolenza.asp (sito
in costruzione)
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Peacebuilding, globalizzazione e giustizia sociale
Primo corso estivo organizzato dalla rete Transcend.
Il corso di formazione si è svolto dall’8 al 26 luglio a
Cluj-Napoca (Romania); ha visto la partecipazione di 35 persone, provenienti
da varie parti del mondo.
Il programma è stato molto intenso, ed ha combinato insieme lezioni
frontali, lavori di gruppo e discussioni in plenaria.
I docenti non si possono non menzionare: Johan Galtung, padre della ricerca
per la pace e fondatore di Transcend, la rete internazionale formata da
professionisti del settore, che lavorano per la pace e lo sviluppo attraverso
ricerca, azione e formazione; Susan George, Direttore Associato del Transnational
Institut, tra i fondatori di Attak; Catherine A. Odora Hoppers, docente
dell’Università di Pretoria, esperta in particolare sulle
problematiche del continente africano; Dot Keet dell’ Alternative
Information Development Centre (AIDC) – Sud Africa. L’intero
percorso è stato coordinato da Kai Frithjof Brand Jacobsen, co-direttore
di Transcend e direttore di PATRIR, istituto di pace rumeno promotore
del corso insieme a Transcend.
L’obiettivo principale delle tre settimane di formazione è
stato quello di esaminare le questioni alle quali ci troviamo di fronte
oggi: il ventesimo secolo, che è stato un secolo violento, si è
concluso lasciando alcuni segni che non ci fanno ben sperare per il futuro:
l’incrementarsi della violenza, il peggioramento degli standard di
vita per milioni di poveri nel mondo, il cementarsi di strutture e di
culture violente, l’incrementarsi della violenza usata per combattere
la violenza; non si può però trascurare un fatto positivo:
il sorgere di movimenti di persone che credono e lottano per un mondo
diverso.
Durante il corso abbiamo condiviso esperienze, idee e conoscenze, con
il preciso obiettivo di lavorare concretamente per arrivare alla fine
del nostro “viaggio” a formulare delle vere e proprie strategie
di azione.
Le tre settimane sono state suddivise in tre moduli di cinque giorni l’uno,
così articolati:
Primo modulo: Peacebuilding e Trasformazione dei Conflitti: Pace con Mezzi
Pacifici – Trasformare le strutture e le culture profonde.
Secondo modulo: Globalizzazione e giustizia sociale; i movimenti di persone
e l’empowerment.
Terzo modulo: Sviluppare iniziative per l’empowerment delle comunità,
movimenti per la pace e la giustizia sociale: questioni e risposte locali
e globali.
Il filo conduttore di tutti e tre i moduli, dalla trasformazione dei conflitti,
ai problemi dello sviluppo, ai movimenti per la pace, è stato la
continua ricerca di soluzioni concrete alternative, di strategie di lavoro
attuabili, con un occhio alle diverse realtà di provenienza dei
partecipanti al corso; un lavoro quindi non solo teorico ma anche molto
pratico, soprattutto nel tentativo di mettere insieme problematiche globali
e risposte locali.
Si è insistito molto sul concetto di empowerment, inteso come capacità
di attuare trasformazioni partendo dal basso, capacità di mobilitare
persone intorno a questioni cruciali. Ci è stato chiesto continuamente
di porci in relazione con i problemi che via via affrontavamo in un’ottica
pragmatica, domandandoci sempre: “Che cosa posso fare?” e “Come
lo posso fare?”. Questo ci ha aiutati a pensare immaginando delle
risposte adeguate alla nostra storia, alla nostra cultura ed al nostro
territorio di appartenenza. Il confronto poi con rappresentanti di altre
culture, con altre strategie, soluzioni ecc., è stato prezioso
per fare un esercizio utilissimo: quello di provare a decentrare il proprio
punto di vista.
Due parole ancora su come è stato affrontato il problema dello
sviluppo: una delle cose più entusiasmanti del corso è stata
avere, come pochissime volte accade, una prospettiva sulle problematiche
del terzo mondo presentata dal punto di vista dei paesi più poveri,
nel senso che ha messo in luce il bisogno, da parte dei paesi del Terzo
Mondo di non essere riconosciuti soltanto in quanto poveri, appunto, ma
in quanto portatori di valori, di un loro sistema di conoscenze, di essere
riconosciuti, insomma, come soggetti.
Erika Grasso
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Cosa hanno in comune Letizia Moratti e Chicco Testa ?
Il gruppo finanziario statunitense Carlyle ha avuto la sua discreta ventata
di notorietà nei mesi scorsi, quando la stampa statunitense ha
scoperto che al suo interno trovavano modo di fare affari esponenti dell'attuale
governo USA, compreso l'attuale presidente Bush, e membri della famiglia
del famigerato Osama bin Laden.
La storia racconta che il gruppo prese il nome dall'hotel di New York
nel quale, nel 1987, i membri fondatori si accordarono per costituirlo,
allo scopo di acquistare aziende decotte e venderle successivamente al
miglior offerente.
Negli anni che seguirono, anonimi ed imponenti capitali provenienti dal
Medio Oriente arrivarono a sorreggerne le strategie aziendali, le cui
redini vennero direttamente affidate al famoso uomo d'affari ed ex-Segretario
alla Difesa USA Frank Carlucci. Fu quest'ultimo che, grazie alle sue numerose
amicizie, permise l'ingresso nell'azionariato di personaggi del calibro
di George Soros e del principe saudita Al Waleed bin Talal (socio di Berlusconi
in Mediaset) ed affidò oscure consulenze a politici come James
Baker, capo di gabinetto durante la presidenza di Ronald Reagan (ai tempi
della Guerra nel Golfo era segretario di Stato), Richard Darman (ex-capo
del bilancio della Casa Bianca) e George Bush senior, che riuscì
anche a piazzare suo figlio alla carica di amministratore delegato.
Negli anni '90 il gruppo Carlyle mise a segno diverse acquisizioni in
campo militare: nomi come Harsco Corp., BDM international, LTV Corp, Raytheon
e Howmet che in Italia non diranno molto, ma che rappresentano l'ossatura
del sistema difensivo statunitense e con i quali la compagnia riuscì
ad entrare nel pool di 4 aziende coinvolte nel progetto di National Missile
Defense (NMD), ovvero il superscudo stellare. La Carlyle è per
esempio costruttrice del Crusader, nave da guerra di 42 tonnellate, in
grado di sparare raffiche di 15 proiettili da 50 chili l’uno e perciò
in grado di partecipare all'NMD per quanto riguarda la copertura marina.
Come ogni gruppo di pressione che si rispetti, Carlyle non ha disdegnato
in questi anni lo shopping nei media: solo nel 2002 è stata venduta
la partecipazione del 40% del famoso quotidiano francese Le Figaro.
Il Wall Street Journal, il 27 settembre 2001, nelle indagini a ridosso
dei tragici eventi di New York, scoprì che nel 1998 e nel 2000
George Bush senior effettuò due viaggi privati in Arabia Saudita
per conto del Carlyle Group, dove incontrò la famiglia reale e
quella di bin Laden. Di qui la scoperta dei capitali arabi al suo interno
e gli incredibili intrecci di interessi.
Ma pochi giornali hanno riportato notizie che coinvolgono più direttamente
il nostro paese, e noi vorremmo colmare questa lacuna. Nel 1998 infatti
la poco onorabile società ha deciso di inaugurare una linea di
investimenti in aziende europee, e per questo fine ha creato un fondo
di 1 miliardo di Euro gestito da un team di professionisti operante nelle
sedi di Londra, Parigi, Monaco di Baviera e Milano. Nella capitale meneghina
gli uffici sono in Via Borgonuovo 12, ma ovviamente la sede legale della
società è nel paradiso fiscale di Guernsey.
Il metodo di lavoro in Europa è ovviamente lo stesso applicato
nel resto del mondo, e identicamente permeato dallo stesso alone di mistero.
Per esempio non sapremo mai esattamente che cosa è venuto a fare
a Milano papà Bush il 1° ottobre 2001, ma non dovrebbe essere
difficile saperlo visto che l'attuale Ministro dell'Istruzione Letizia
Moratti nello stesso anno faceva parte dell'Advisory Board di Carlyle
Group - Europa, e potrebbe quindi risultare una persona informata sui
fatti. Non possiamo però che complimentarci en passant con il ministro
per l'eclettismo dimostrato in questi anni, che l'ha portata disinvoltamente
a passare dal business assicurativo alla presidenza della RAI, dalla riforma
scolastica agli affari economici con l'impresa statunitense.
Un altro possibile incontro il petroliere texano potrebbe averlo avuto
con l'altro italiano membro dell'European Advisory Board: Chicco Testa,
presidente dell'Enel fino a quest'anno e dirigente di Legambiente dal
1980 al 1987. Chissà quante cose avrebbero potuto dirsi! Forse
in campo ambientale, forse in campo energetico, visto che Chicco figurava
anche nel membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo Riello che
di lì a poco sarebbe entrato a far parte del portafoglio Carlyle.
A proposito: sanno i nostri amici consumatori critici che acquistandone
i bruciatori contribuiscono a finanziare una realtà del genere?
Ma anche i piacentini del gruppo Tecnoforge (raccorderia) hanno lo stesso
motivo per rattristarsi, vista l'acquisizione subita due anni or sono.
Chicco e Letizia quindi, risultano una strana coppia unita dalla comune
passione per gli affari, nonostante gli opposti percorsi politici.
Nota: alcune notizie sono estratte dal libro "Banche armate alla
Guerra" di Simone Falanca, prossima pubblicazione. www.zaratustra.it,
e dal sito www.radiopopolare.it/html/trasmiss/diretur/2001/20011110.htm
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Undici settembre duemilauno Le guerre sante non esistono
11’09’’01 - September 11
di Y.Chahine, A. Gitai, A. Gonzàlez Inàrritu, S. Imamura,
C. Lelouch, K. Loach, S. Makhmalbaf, M. Nair, I. Ouedraogo, S. Penn, D.
Tanovic
Francia, 2002
Uno sfondo blu sul quale una linea luminosa tratteggia il contorno dei
continenti…Quadranti luminosi di orologi, che segnano ciascuno un’ora
diversa, si sfiorano e si compenetrano l’un l’altro come fantasmi,
veleggiando su questa immensa mappa del mondo…Una sorgente luminosa
si accende sulla costa atlantica dell’america settentrionale, in
corrispondenza dell’area compresa tra New York e Washington…Un’altra
sorgente luminosa si accende in una diversa, e a volte remota, parte del
globo: ora è l’Iran e ora la Francia, ora l’Egitto e
ora la Bosnia-Erzegovina, ora il Burkina Faso e ora l’Inghilterra,
ora il Messico e ora l’India-Pakistan, ora Israele e ora un’altra
parte degli Stati Uniti, e infine il Giappone.
11’09’’01, ovvero undici minuti, nove secondi e un fotogramma,
con cui ciascuno degli undici registi di fama internazionale che ha firmato
questo lavoro, ha cercato di raccontare dal suo punto vista, inteso anche
geograficamente, l’11 settembre 2001, l’attacco e la distruzione
delle Torri Gemelle di New York.
Sebbene il film sia stato attaccato ancor prima di essere visto perché
sospettato di antimericanismo” (solo uno dei cineasti è americano:
Sean Penn), l’operazione risulta interessante. Vero è che
non tutti gli undici cortometraggi che compongono il film si possono considerare
dei capolavori: si può trovare qua e là qualche analisi
superficiale, un po’ di retorica magari, e in un caso forse anche
un po’ di narcisismo. Resta in ogni modo degna d’attenzione
la prospettiva del film, una prospettiva che va alla ricerca di prospettive
diverse, di sguardi diversi, che fanno esplodere la loro percezione dello
stesso evento dai quattro angoli del mondo, angoli che rappresentano storia,
cultura e tradizioni diverse. La volontà di pace, tra gli individui
come tra i popoli, inizia proprio da qui: dalla capacità di guardare
con gli occhi dell’altro, dalla volontà di confrontare il
nostro punto di vista, la “nostra verità”, con i suoi.
In questa collana di cortometraggi spiccano però alcune perle.
Idrissa Ouedraogo, con l’ironia, la fantasia e i colori dell’Africa,
ci fa sorridere, seppure con un po’ d’amarezza, con la vicenda
di quattro ragazzini del Burkina Faso alle prese con appostamenti e riprese
di Bin Laden, che camminerebbe indisturbato nelle strade del loro villaggio,
con la speranza di incassare la taglia che pende sulla sua testa e di
risolvere così i loro problemi.
Ken Loach ci riporta ad un altro 11 settembre, quello del 1973, anche
allora un martedì, e attraverso la musica di un esule cileno a
Londra, attraverso la lettera struggente che egli scrive alle famiglie
delle vittime delle Torri, ci fa rivivere il golpe militare che ha abbattuto
il Governo di Unidad Popular, ucciso Salvador Allende e instaurato la
feroce dittatura militare del generale Augusto Pinochet, grazie al sostegno
statunitense. Allora il denaro “made in USA” era servito contro
i “nemici della libertà”, ovvero i “comunisti”,
ora contro altri “nemici della libertà”, i “terrosti-
musulmani”.
L’ultimo quadro è affidato al giapponese Shohei Imamura: nessun
riferimento apparente alla tragedia di New York, ma la storia di un uomo
tornato “pazzo” dalla guerra: si crede un serpente e vive come
tale, strisciando, mordendo e mangiando topi, tra la disperazione e il
disorientamento dei parenti che non lo comprendono…non comprendono
l’orrore di chi ha vissuto la guerra e ne è sopravvissuto
solo fisicamente, tanto che gli è insopportabile ormai il disgusto
di appartenere al genere umano.
E’ di Imamura anche l’epigrafe finale: “Le guerre sante
non esistono”. Una lapide per molte tombe, a diverse latitudini e
longitudini.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
La ballata del secolo breve
Incontro con Giovanna Marini
Tra un brano e l’altro intrattiene il pubblico con pochi accordi
di chitarra e intanto racconta con quelle sue vocali allungate, anche
nel parlato, e ogni parola sembra provenire da molto lontano.
Come da sempre, al centro ci sono le facce, le idee, la vita che si affastella,
personale e sociale. Una svolta che non c’è stata, una lotta
partecipata che adesso sembra perduta. “Sono andata a cantare in
un ospedale psichiatrico e tutti questi mi dicevano: Giovanna, ti ricordi
quel giorno, alla manifestazione? E io: eh, mi ricordo, mi ricordo…”.
Scherza la Marini con il proprio personaggio divenuto simbolo della canzone
politica, ride del giorno in cui un malcapitato studentello busserà
alla sua porta impugnando un registratore, a chiederle, ignaro, se ricorda
un brano di musica popolare. “E io canto, canto, caanto…”.
Ma Giovanna Marini non è solo un frammento della nostra storia,
è ancora qui nonostante gli anni e i nipoti, a far vibrare la libertà
del pensiero e dell’arte.
Sembra che in questa grande ubriacatura di media ci sia proprio bisogno
di recuperare…
“…eh, c’è da recuperare la nostra identità
culturale perché ce la siamo persa completamente, secondo me almeno,
e l’unico sistema è quello di riandare indietro con la memoria.
Attraverso però la storia orale, più che la storia scritta,
perché la storia orale colpisce la fantasia: le emozioni, le immagini
uno se le ricorda, la storia scritta invece purtroppo diventa anonima.
Il canto di tradizione orale, tutto è fuorché anonimo. Chi
canta firma il suo canto, è irripetibile. Quando io sento certi
vecchi cantare so che, morto quel vecchio, non sarà più
così. Sarà in un altro modo; e un giorno non sarà
più nemmeno in quell’altro modo, perché tutti sono
degli straordinari solisti, degli straordinari personaggi portatori della
loro memoria.
La vita oggi è indifendibile, non vale più niente. È
per quello che ci ammazziamo continuamente. Come la difendi, la vita,
che non contiene più niente? Una persona non è preziosa,
che tu dici: io la guardo e mi ricordo tutto; no, la guardo ed è
uguale a tutti gli altri. E allora io perdo interesse per la vita. Per
questo è fondamentale ricominciare il recupero della memoria orale”.
E invece la ricerca musicale…?
“Non è “invece”, è “quindi”. Quindi,
la ricerca musicale; perché poi la musica ha una particolarità
straordinaria, che racconta se stessa. Con un canto di cantastorie si
può andare all’indietro fino a Monteverdi, fino al 1500, e
anche prima. Noi abbiamo cantato un lamento albanese che è tutt’ora
cantato, fa parte della liturgia di Piana degli Albanesi. Quel brano ha
duemila anni, anche di più, e si sente. Il pubblico, la gente,
anche incolta, lo sente benissimo il valore un brano. Poi si incide, diventa
anche lui unico e irripetibile, ma sai che verrà sempre cantato
attraverso i tempi perché è rituale, è legato ad
una funzione, e questo fa sperare”.
In un pezzo della “Ballata del secolo breve” dici all’incirca
che “la guerra non giustifica tutto”. Credi che ancora oggi
le canzoni possano essere veicolo di una cultura di pace?
“La musica è sempre servita da veicolo. Quella frase, “credete
che la guerra giustifichi tutto”, mi è venuta perché
il mio nipotino un giorno mi diceva: “Pagano a quella gente”
- non ricordo quale gente, che era morta - “un miliardo a persona.
Insomma”, ha detto lui, “è una bella cosa”.
Io gli ho detto: “Andrea, ma ti rendi conto?, quelli sono morti”.
E lui: “E va bèh, ma un miliardo è un miliardo”.
Allora ho capito che nella sua mente era già passato il concetto
consumistico per cui i soldi giustificano tutto. Ma non è vero
niente, i soldi servono per acquistare, non per giustificare, capisci?
Dare un valore morale ai soldi diventa assolutamente anti-etico. Lo trovi
nei ragazzini che lo vedono alla televisione, questa grande diseducatrice.
Adesso noi ci rendiamo conto di essere stati veramente manipolati dalla
televisione, perché gente intelligente come questi berlusconiani
ne hanno capito il valore e l’hanno saputa usare per preparare l’Italia
a dare un voto. È stato tutto giustificato, per loro, quello che
hanno avuto e quello che hanno fatto. E i voti li hanno avuti e continueranno
ad averli, se noi di sinistra continuiamo su questa strada, perché
non abbiamo armi culturali per controbattere, loro ce le hanno tolte e
noi ce le siamo lasciate scippare.
Il discorso si fa ancora più complicato perché non vedo
davanti a me un cambiamento di panorama. Mi sembra non ci sia più
gente che potrebbe parlare al di fuori di questa logica. Semplicemente,
quando era il momento, quelli che potevano non l’hanno fatto. Quando
noi vediamo il ragazzino che va alla manifestazione con la radio all’orecchio
per sentire la descrizione della manifestazione… Questo ci doveva
insegnare qualcosa, e invece non abbiamo capito”.
Elena Buccoliero
STORIA
A cura di Sergio Albesano
La Legge sull’obiezione Bocciata in Italia promossa in Europa
Il 21 ottobre 1993 la dott.ssa Cristina Bellentani, pretore di Rovereto,
condannò Massimo Passamani per renitenza alla leva. Nella
sentenza il magistrato fece seguire alla condanna penale, comminata nella
misura minima, alcune considerazioni al fine di supportare la concessione
delle speciali attenuanti per motivi di particolare valore morale e sociale.
Scriveva il pretore: "... la condotta di Massimo Passamani risponde
a principi di rifiuto della violenza nei rapporti tra individui che nel
presente momento storico sono indubbiamente condivisi da ampi schieramenti
culturali e di opinione pubblica; la sua concezione ideologica tende sicuramente
al miglioramento delle condizioni dell'uomo, auspicando l'imputato
una recuperata libertà e dignità dell'individuo e un generalizzato
benessere pure per quelle popolazioni che vivono nell'indigenza, anche
mediante la destinazione dei fondi utilizzati per le spese militari al
recupero di condizioni meno disumane di vita per il cosiddetto 'Terzo
Mondo'" (1).
Dal 7 al 9 gennaio 1994 si tenne a Venezia il XVII congresso del Movimento
Nonviolento, al termine del quale fu approvata una mozione che affermava
tra l'altro: "Il Movimento Nonviolento decide inoltre di impegnarsi
in modo continuativo nella gestione diretta del servizio civile degli
obiettori di coscienza, oltreché nella loro formazione, con
particolare attenzione alle tematiche della nonviolenza, della disobbedienza
civile, dell'educazione alla pace, della difesa popolare nonviolenta"
(2).
Dopo due mesi di ristagno in commissione difesa del Senato, il testo di
riforma venne assegnato il 13 gennaio 1994 all'aula di palazzo Madama,
ma non cominciò neppure l'iter, poiché lo stesso giorno
si dimise il presidente del consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il capo dello
Stato sciolse le Camere, indicendo nuove elezioni.
Vasta fu l'amarezza del fronte antimilitarista per la mancata approvazione
in venti mesi di legislatura di una legge già pronta, mentre ad
esempio l'acquisto di ventiquattro nuovi caccia Tornado era stato
approvato senza problemi e in poche ore. Amarezza tanto più grande
analizzando le scelte non delle gerarchie militari, che dal loro punto
di vista continuavano a considerare l'obiezione quasi come una diserzione
legalizzata, ma di quei parlamentari che avevano aderito alla campagna
"Democrazia è partecipazione". Con tale iniziativa alcuni
candidati avevano stretto un patto con le associazioni antimilitariste,
impegnandosi, in caso di elezione, a far approvare la legge di riforma
dell'obiezione. (3).
Il 19 gennaio il Parlamento Europeo approvò una risoluzione sull'obiezione
di coscienza al servizio militare, esprimendosi per la quarta volta
favorevolmente sulla materia. Fu ribadito che l'obiezione è "un
vero e proprio diritto soggettivo, riconosciuto dalla risoluzione 89/59
della Commissione dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite e intimamente
connesso all'esercizio delle libertà collettive". Con
questa presa di posizione il parlamento impegnò la commissione
della Comunità Europea ad agire per armonizzare le legislazioni
vigenti in materia dei Paesi aderenti, al fine di creare un servizio civile
europeo anche al di fuori degli stessi Paesi della Comunità.
Nel mese di giugno "Azione nonviolenta" pubblicò copia
della lettera inviata da Diego dall'Olmo al Presidente della Repubblica,
per presentare il suo caso. dall'Olmo, dopo aver svolto il servizio militare,
maturò una contrarietà profonda a qualsiasi esercito armato.
Il suo problema dunque riguardava il fatto che in caso di conflitto armato
sarebbe stato richiamato alle armi come soldato, mentre egli si dichiarava
ora obiettore di coscienza. Il suo caso era teso a evidenziare la problematica
di coloro che maturano una coscienza nonviolenta dopo aver regolarmente
svolto il servizio militare. Per lo Stato e per l'esercito essi rimangono
per tutta la vita soldati, richiamabili in caso di necessità. dall'Olmo
faceva però giustamente notare che non è detto che a diciotto
anni, cioè quando una persona era chiamata a scegliere tra la prestazione
del servizio militare o di quello civile, abbia già maturato
una visione della vita tendente alla nonviolenza; in molti casi una vera
scelta nonviolenta è maturata dopo tanti anni di riflessione e
di meditazione. Concludeva quindi la sua lettera chiedendo al Presidente
come deve comportarsi una persona nelle sue condizioni per non essere
arruolato in caso di conflitto armato. Il Segretariato generale della
presidenza della Repubblica trasmise la richiesta al Comando del
distretto militare di Vicenza affinché questo vi rispondesse direttamente,
accompagnandola con il seguente messaggio: "Spiace dover comunicare
al signor dall'Olmo che l'istanza suddetta non può trovare adeguato
accoglimento in questa sede non potendosi disporre mediante un provvedimento
d'autorità da parte del Capo dello Stato" (4).
(3 – continua)
LIBRI
A cura di Sergio Albesano
Laura Coppo, Terra gamberi contadini ed eroi, Emi 2002, pp. 222, 10
euro; con la collaborazione di Overseas e Centro Regis
Jagannathan si sveglia all'alba indiana nella spartanissima casa comune
(ashram) dove vive. A Kuthur, costa del Tamil Nadu, India meridionale.
Si solleva dalla branda, tasta gli spazi (non ci vede bene da tanto, per
un'infezione contratta 30 anni fa in un carcere buio del Bihar) e apre
il suo portatile. E' un arcolaio! Lo porta ovunque in una 24 ore di legno,
per il quotidiano e gandhiano lavoro manuale di filatura. Fila meditando,
medita filando per un'ora almeno, finché sotto le sue mani il fuso
non ha raccolto una massa color avorio, il filo khadi; un telaio manuale,
poi, ne ricaverà la pezza di tessuto sottile, da sempre l'abito
di quest'uomo. Krishnammal si sveglia prima dell'alba. Nel buio che si
schiarisce medita davanti a una lampada. Riappare accoccolata in cucina
a preparare la colazione vegetariana: dischi di farina di riso, verdure
cotte, the di erbe e zenzero. Intanto il nipote di nome Gandhi legge i
giornali a Jagannathan, che li commenta in tamil, spesso amareggiato,
ma talvolta con una risata larga da ragazzo. Ed eccoli pronti, lui e lei,
al lavoro quotidiano.
Sono social workers: lavoratori sociali, volontari sul serio perché
da nessuno pagati; ma trovano sempre un aiuto per il cibo e le spese,
e anche per i progetti sociali. Vivono così dai tempi del mahatma
Gandhi. Da allora, dal `40? Sì: Jagannathnan ha 88 anni, Krishnammal
75.
Laura Coppo, torinese, ha registrato i loro racconti e li ha tradotti
in un libro.
L'ultima battaglia è quella contro l'acquacoltura industriale,
le multinazionali e i capitalisti locali che hanno acquistato terre fertili
sulla costa indiana per farne vasche da gamberetti, scopo export. Una
tragedia socioambientale. Distrutte le foreste di mangrovie, salinizzati
e distrutti i terreni circostanti, ridotti alla fame i braccianti perché,
mentre nei campi di riso si trova lavoro, nelle prawn farms ce n'è
molto meno. Jagannathan è riuscito a portare il caso alla Corte
Suprema a New Delhi, grazie a un avvocato ambientalista, M. C. Mehta,
famoso come guerriero verde, che l'ha assistito con gratuità e
competenza assolute, tanto che nel dicembre 1996 la Corte ha ordinato
la chiusura rapida di tutte le industrie di gamberetti. Purtroppo sono
forti le connivenze fra politici, uomini d'affari, funzionari e perfino
rappresentanti dei villaggi. Così, nel 2002, Jagannathan e la gente
che ha perso la terra continuano a lottare contro queste (inconsapevoli)
cavallette ambientali.
Marinella Correggia
Riceviamo
Gordon Zahn, Franz Jaegerstaetter, Editoria Universitaria, Venezia 2002,
pp.202.
XX° Anniversario Istituto Lama Tzong Khapa, Il Pensiero, L’Amore,
L’Azione del Buddha, Fondazione per la Preservazione della Tradizione
Mahayana – Italia, Pomaia 1996, pp.34.
AA.VV., La caduta degli dei, Editoriale Eco, Roma 2002, pp.98.
In questa notte fonda. Meditazione sul Vangelo dei pellegrini di Emmaus,
Chiesa della Resurrezione – Comunità Nazareth – Il Pitturello
– Torre de’ Roveri – Bergamo – Italia, pp.16.
Luigi Cortesi, La cultura storica e la sfida dei rischi globali, Giano.
Pace ambiente problemi globali, supplemento al n.40 (gennaio-aprile 2002),
pp.50.
Davide Melodia, Introduzione al cattolicesimo pacifista, Casa Editrice
Costruttori di Pace, Luino (VA) 2002, pp.82.
Paolo Aite, Paesaggi della Psiche, Bollati Boringhieri, Torino 2002, pp.266.
Jon Wiener, Dimmi la verità. Il watergate del rock’n’roll.
Il dossier dell’FBI su John Lennon, Selene Edizioni, Milano 2002,
pp.330.
AA.VV., Mario Operti. Antologia, Itinerari n.2 (Aprile-Giugno 2002), Coop.
Solidarietà a r.l. Edizioni Solidarietà, Rimini 2002, pp.194.
Laura Coppo, Terra Gamberi Contadini ed Eroi, EMI, Bologna 2002, pp.226.
Heinrich Boll Foundation, The Jo’burg Memo, EMI, Bologna 2002, pp.130.
Associazione Pace e dintorni, Violenza.