Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Le dieci parole della nonviolenza in cammino
verso il lupo di Gubbio
di Daniele Lugli e Mao Valpiana
Il Congresso del Movimento Nonviolento ha promosso, in continuità
e sviluppo della Marcia del 2000 Perugia e Assisi "Mai più
eserciti e guerre", un appuntamento per tutti gli amici della nonviolenza
a fine agosto 2003 (29, 30 e 31). Un cammino, un incontro. Tema centrale
sarà il conflitto, nelle sue diverse manifestazioni e modalità
di affrontarlo. Approfondire e diffondere la proposta nonviolenta ci è
sembrato infatti necessario ed urgente, nella convinzione che "La
nonviolenza è il varco attuale della storia". Come luogo significativo
abbiamo indicato Gubbio (la conversione del Lupo), ma molto resta ancora
da definire su modalità e caratteristiche dell'iniziativa. Contiamo
anche per questo importante aspetto sul contributo di tutti gli amici
della nonviolenza. Pagine della Rivista, sito del Movimento www.nonviolenti.org,
componenti il Comitato di coordinamento sono a disposizione per illustrare
la proposta, mano a mano che verrà precisandosi ed arricchendo,
e raccogliere e confrontare idee e suggerimenti. Ci piace immaginare un
cammino laico accessibile a tutti, un momento da vivere insieme per più
giorni, e un appuntamento finale, al quale possa intervenire anche il
“lupo” per un dialogo davvero aperto.
Abbiamo pensato ad un percorso che ci porti a quell'appuntamento: 10
parole, una al mese, che ci accompagnino da ottobre 2002 ad agosto 2003.
Ogni mese proporremo un tema di riflessione, illustrato da Azione Nonviolenta
con articoli, citazioni di autori della nonviolenza, indicazioni bibliografiche.
Le “parole” si rifanno alla tradizione laica e religiosa della
nonviolenza in Francesco, Gandhi, Capitini e indicano degli ideali di
riferimento.
E' un materiale che pensiamo possa essere utile a singoli e gruppi, che
intendono prendere parte a questo percorso ed apportare il proprio contributo.
Il collegamento sarà assicurato, oltre che dalla rivista, dal sito
del Movimento, al quale si invita a comunicare le iniziative ispirate
al tema del mese, che saranno intraprese . Ulteriore collegamento tra
i partecipanti può essere l'effettuazione di un giorno di digiuno
(dal cibo, dalla televisione) al mese (il secondo mercoledì), che
sottolinei il comune impegno. Confidiamo che la proposta sia accolta,
arricchita, tradotta in concrete iniziative, tra loro comunicanti. Questo
percorso, pensiamo, ci consentirà di precisare modalità
e contenuti della manifestazione conclusiva e ne costituirà assieme
la miglior preparazione.
Le parole che ci accompagneranno sono (tra parentesi la data indicata
per il digiuno ed eventuali iniziative pubbliche legate a quel tema):
Forza della verità (numero di ottobre 2002) digiuno e iniziativa
il mercoledì 13 novembre
Coscienza (numero di novembre 2002) digiuno e iniziativa il mercoledì
11 dicembre
Amore (numero di dicembre 2002) digiuno e iniziativa il mercoledì
8 gennaio
Festa (numero di genn-febb 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
12 febbraio
Sobrietà (numero di genn-febb 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
12 marzo
Giustizia (numero di marzo 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
9 aprile
Liberazione (numero di aprile 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
14 maggio
Potere di tutti (numero di maggio 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
11 giugno
Bellezza (numero di giugno 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
9 luglio
Persuasione (numero di luglio 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì
13 agosto
Dal prossimo numero di Azione nonviolenta, e per i nove successivi, dedicheremo
almeno una pagina al tema del mese, così da fornire adeguato materiale
di approfondimento che ognuno potrà utilizzare per una iniziativa
specifica, che potrà essere privata o pubblica (una riunione fra
amici, una banchetto in piazza, un cartello esposto per strada, un messaggio
al finestrino della macchina, ecc.) che abbia come titolo la parola del
mese
Inizieremo il mese prossimo con la riflessione su “La forza della
verità” per la quale si propone digiuno e iniziative il mercoledì
13 novembre, concluderemo il 13 agosto con la “persuasione”,
per poi incontrarci tutti insieme a Gubbio a fine agosto 2003.
Ognuno di noi, ogni lettore di Azione nonviolenta, ogni iscritto al Movimento,
è chiamato in questa occasione a “farsi centro” e promotore
di una iniziativa, di una azione nonviolenta, anche se piccola e personale,
o impegnativa e collettiva. Come diceva il titolo di una nostra Marcia:
“…A ognuno di fare qualcosa”. Un modo per sentirsi uniti,
in movimento, e per far crescere la nonviolenza dentro e fuori di noi.
Mai più eserciti e guerre:
la nonviolenza è il varco attuale della storia
Dopo un anno di combattimenti nei Territori Occupati,
sparare è diventato un orrendo gioco.
Otto giovani soldati israeliani raccontano le loro paure, il loro odio,
la voglia di normalità.
di Uri Blau *
Prima tentennavano, cercavano di sbagliare mira, puntavano a vuoto. Ora
non fanno più domande. I soldati dell’esercito regolare segnano
un anno dalla nuova Intifada. In una chiacchierata otto giovani uomini
di Golan, paracadutisti, brigate di Nahal e artiglieri ammettono che per
loro è diventato un gioco.
Al checkpoint bisogna "stare al segno", ad Hebron eseguono "fucilazioni
punitive", e questo per i soldati israeliani diventa "meditazione".
Sparare e non piangere più.
Un anno è andato, segniamo ormai il primo anniversario dell’attuale
intifada. I mass media hanno portato nelle nostre case ogni aspetto delle
ostilità su entrambi i lati del fronte. Cittadini e soldati, riservisti,
hanno consegnato le loro accuse ai quotidiani e agli studi televisivi.
Quelli che raramente si sono esposti sono i giovani soldati di 19-20 anni,
che da un anno sono al fronte. Molti di essi hanno prestato servizio in
diverse aree: la Striscia di Gaza, Hebron, Ramallah, Jenin, i checkpoint.
Sono cresciuti facendo l’abitudine a questo ritmo di resistenza e
lacerazioni.
La maggior parte dei loro amici, non-in-combattimento, tornano a casa
ogni sera o ogni fine settimana, proseguono le loro vite. E quelli che
sono in prima linea, quando tornano a casa, si tengono per sé le
loro storie.
Otto soldati di Gerusalemme, in servizio in diverse unità di combattimento,
si sono incontrati lo scorso sabato sera per parlare di paura, stress,
odio. Tutti hanno trascorso lunghi mesi nei Territori Occupati da quando
l’intifada è scoppiata.
Accettazione, indifferenza e abbandono sono i toni dominanti della conversazione.
Qual è il vostro primo ricordo dei territori occupati? Qual è
la prima cosa che vi viene in mente quando sentite la parola “territori”?
Roi (19 anni, paracadutista, vive nella parte nord di Gerusalemme, oltre
la "green line". Arruolato un anno e mezzo fa, ha prestato servizio
a Hebron nei passati sei mesi):
La prima cosa che mi appare sono i bambini di 5-8 anni che buttano bottiglie
molotov. Dovresti sparargli alle gambe, e non lo fai. Ad Hebron c’è
molto contatto con gli arabi e con i coloni. Il confine non è chiaramente
marcato, chi sono i cattivi, chi sono i buoni, i coloni o gli abitanti
di Hebron. Chi sono i pazzi. La prima cosa che ricordo, sono i bambini.
Tzvi (20 anni, di Givati, vive a Gerusalemme. Arruolato 2 anni fa, è
in servizio nella Striscia di Gaza): Sono arrivato nei Territori prima
che scoppiasse tutta la situazione. Il mio primo ricordo riguarda la jeep
della pattuglia di scorta. C’era ancora la pace, o così si
supponeva, e noi siamo arrivati nelle vicinanze di Gaza mentre si svolgeva
un matrimonio e siamo stati invitati ad unirci. Hanno sgozzato un agnello
in nostro onore. Questo è il primo ricordo che conservo di tutta
questa storia.
Roi: Cosa succederebbe se ci andaste oggi?
Tzvi: Non lo farei. In più la maggior parte dei villaggi, diciamo
i primi 500 yards di terra, sono stati rasi al suolo da tempo. Non ci
puoi più andare.
Le case dove eravate sono state rase al suolo?
Tzvi: Tra le altre. Questa è la parte meno drammatica della storia.
Si vedono cose incredibili, laggiù. Gente seduta sotto i bulldozers,
che ci prega di non demolirgli la casa. C’è un ragazzo che
vive in una tenda dove una volta c’era la sua casa, e ora questa
tenda è su un terreno che è stato annesso dai coloni. Ma
ci sono molti aspetti peggiori. Di questo, voglio dire. Dei veri e propri
progrom. I coloni arrabbiati arrivano con sbarre e forconi e appiccano
il fuoco alle case. Proprio così. E’ successo dopo l’incidente
con lo scuolabus.
Hanno ferito qualcuno?
Tzvi: No, non ricordo feriti. Però sì, è stato shockante.
Roi: Tzvi ha parlato di una casa e di una pecora. A Hebron è diverso.
C’è in sostanza una mafia tra i coloni, la chiamano così.
Non c’è nessun controllo. Possono fare tutto quello che vogliono.
La polizia ne ha il terrore. Quando vai a Hebron per arrestare uno dei
coloni che ha fatto un piccolo pogrom, è molto più difficile
che arrestare un arabo in fuga. I bambini che buttano i sassi sulle vecchie
signore arabe, è un fatto abbastanza comune, e i poppanti, buttano
la loro merda fuori dalla finestra.
Come vi sentite al riguardo?
Roi: All’inizio, quando i coloni ci gridavano "Nazisti!",
mi dava sui nervi. Ma dopo esser stato lì per un po’ ed essermi
seduto con loro alla festa del Sabato e aver ascoltato musica insieme
a loro quando ero di guardia, finisci per conoscerli e parlarci insieme.
I coloni di Hebron sono intellettuali. Quando ci parli, dopo un po' non
hai più voglia di fargli del mare.
Ran (20 anni, è arruolato in una unità speciale. Vive vicino
a Gerusalemme oltre la "green line" ed è in servizio
da un anno e mezzo, in Samaria): La prima cosa che mi viene alla mente?
Il casino, il conflitto, la rivalità tra le due parti, situazioni
diverse con gli arabi, con i palestinesi e con gli arabi israeliani. Ci
sono tutti i tipi di conflitto, così si scatena un gran casino,
ed è difficile da capire.
Erez (20 anni, vive vicino a Gerusalemme oltre la "green line",
si è arruolato due anni fa): Il mio primo ricordo è quando
sono iniziati i disordini e siamo stati allertati e inviati in cima a
certe colline. Intorno a noi c’erano degli arabi, e lì c’erano
cinque roulotte, e noi eravamo un’intera compagnia su quella collina.
Hanno alzato tende per tre o quattro famiglie. I coloni hanno dato per
buono che noi fossimo lì, un’intera compagnia, per difendere
tre o quattro roulotte.
Tzvi: Lo so che sono così. Sono capaci di strumentalizzare il mondo
intero per servire la loro ideologia.
La guerra contro i civili
Come soldati che sono stati preparati per lottare nell’esercito,
come vedete il fatto di confrontarvi con una popolazione civile?
Roi: Ovviamente preferiremmo lottare contro un esercito, non c’è
neanche bisogno di dirlo. Ma è quello che ci tocca. Se dall’altra
parte c’è un civile di 20 anni con un’arma in mano o
un soldato, non fa nessuna differenza. Entrambi ti spareranno, così
vedi, non fa molta differenza.
Yaron (21 anni, arruolato nella brigata di fanteria di Givati, vive a
Gerusalemme. Sta per finire il servizio di leva. E’ in servizio nella
Striscia di Gaza): E’ meglio esercito contro esercito.
Ran: Preferite lottare contro un altro esercito? Ma siete fuori di testa?
Yaron: Quando ti hanno addestrato hai capito che i Tanzim e la polizia
palestinese vanno considerati nemici potenziali. D’altra parte, non
sai se sono tuoi nemici oppure no. Questo è il problema più
grande. Che tu non sai contro chi sei, chi è con te e chi è
contro di te. Non puoi fidarti di nessuno, e non ci sono regole chiare.
Ran: Naturalmente preferirei non combattere un esercito. Non so se qualcuno
di voi ha visto il film "Il risveglio del leone" sull’esercito
egiziano (un documentario prodotto dalle Forze Armate israeliane). Sentite,
il film fa vedere come non sarebbe affatto saggio mettersi in guerra contro
di loro. Vieni fuori da questo film, accendi una sigaretta e dici: "Mamma
mia, che situazione".
Erez: Dici a te stesso che siamo fortunati ad essere in pace con l’Egitto.
Roi: Il film mostra che non abbiamo possibilità contro di loro.
Ran: Mostra quanto è grande il potere militare egiziano, che cos’ha
e che cosa non ha. E l’Egitto è lo stato con l’esercito
più forte, qui intorno.
Roi: Ti consolano dicendoti che la nostra motivazione è più
forte, ed è così che vinceremo, ma fino a questo momento
non è andata così.
Ran: Nonostante i nostri uomini siano migliori.
Erez: Non è vero.
Ran: Non sono sicuro che sia vero, e nemmeno credo che la nostra motivazione
sia più forte.
Tzvi: Per voi è più facile uccidere dei bambini che dei
soldati?
Erez: Io preferisco avere a che fare con i civili. So che la guerra contro
un esercito si vede solo nei film. Non vi ho mai preso parte.
Il gioco del Checkpoint
Sentite che qualcosa è cambiato in voi da quando siete nei Territori?
Quando ritornate a casa, vi accorgete che vedete le cose diversamente?
Tzvi: L’unica cosa che mi pare di aver capito in tutta questa situazione
è che siamo tutti delle merde. Se fino a prima di andare nei Territori
pensavo che noi siamo i cattivi e loro i miserabili, ora ho capito che
in questo gioco siamo tutti delle merde. Cioè, non ci sono né
buoni né cattivi. Forse c’è qualcuno più oppresso,
ma siamo tutti delle merde.
E tu?
Tzvi: Io sono una merda.
Ci sei diventato o lo eri già da prima?
Tzvi: Io non so se sono diventato un mezzo, per il mero fatto di servire
l’esercito. Anche se non sono esattamente d’accordo con le cose
che faccio, onoro una causa in cui tutto sommato credo. Cioè che
questa è la mia terra. Io non so se mi sono trasformato in una
persona crudele, perché tutto quello che faccio è servire
il mio paese.
Roi: Il tuo paese non stabilisce i tuoi principi.
Tzvi: Ma uno dei miei principi è che voglio servire il mio paese.
E’ per questo che sono andato nei Territori. Ma se una volta ero
abituato a pensare al nostro esercito come forza di occupazione e oppressione,
e i palestinesi come della povera gente perseguitata, ora la linea di
confine è diventata vaga.
Dubi (21 anni, fanteria nella pattuglia del Golan, vive a Gerusalemme.
Per molto tempo è stato impiegato in Samaria ed ora sta per finire
il servizio di leva): Ora sei indifferente a tutto. Voglio dire, arrivi
a un punto che sei semplicemente saturo di tutto. Ci sparano, noi andiamo
avanti, spariamo su chiunque ci colpisce, speriamo che finisca. Non puoi
metterli tutti sulla stessa barca. C’è la barca degli Hezbollah,
ci sono quelli che sono lì per sbaglio e non c’è niente
da fare. Non sai mai chi sostiene chi, chi collabora e chi no. Così
devi stare dritto al checkpoint e fermarli e farli aspettare per ore,
perché se non lo fai verrai colpito.
Yaron: Una cosa che ho imparato nell’esercito è che non importa
quanto ti diverti, è un gioco. Come soldato delle Forze Armate
devi rappresentare questo paese, e devi farlo meglio che puoi.
Se te ne stai impalato e fai il tuo lavoro come un pesce lesso, i palestinesi
dall’altra parte se ne accorgono e quelli che possono spararti lo
faranno. Prima di tutto, quando sei al posto di blocco, devi stare al
pezzo. Sì. Anche se ti fa sentire di merda. E’ la prima cosa
quando sei ad un checkpoint, anche se ti fa sentire di merda e completamente
pazzo, e chissà che altro.
Tu ti senti di merda?
Yaron: Dipende. Alcuni esagerano. Io non credo di farlo. Certe volte ti
danno ordini che ti fanno uscire dai gangheri. Hanno stabilito degli standard,
e non sono io quello che li può cambiare. Forse sembro severo.
Per esempio, c’era l’ordine di non perquisire le donne. Però
poi c’è stata una terrorista che ha cercato di accoltellare
qualcuno, e un’altra che ha sedotto un ragazzino di 16 anni, e allora
non puoi più generalizzare. Perché non puoi fare questi
sentimentalismi, devi essere severo con tutte le donne e i bambini, con
i vecchi e con le donne. Personalmente non dico di sentirmi bene quando
mi approfitto di loro.
Ci sono persone che lo direbbero?
Yaron: Sì, ci sono, ma la cosa principale è tenere duro
al checkpoint e urlargli contro, e se ti danno dei problemi, metterli
tutti in fila. Dopo tutto, devi dimostrare chi è il più
forte. Non puoi rischiare di sembrare troppo tenero.
Roi: E’ quello che ti dicono di fare o è quello che pensi?
Yaron: E’ quello che penso. E’ quello che è stato fatto
a me. Sono diventato un attore. Potrei andare al Teatro Nazionale e fare
il mio show.
Poveri arabi
Com’è la vostra vita dopo i checkpoint? Vi ha cambiato in
qualche modo?
Yaron: Guarda, la gente ritorna a casa e riprende la sua vita. Io non
credo che qualcuno potrebbe andare al parco, incontrare un arabo e chiedergli
i documenti. Non ho visto niente del genere.
Ran: Improvvisamente si diventa più duri con gli amici.
Yaron: Inconsciamente, certo.
Erez: Questi posti di blocco, e il fatto che puoi trattare la gente a
quel modo, ti dà fiducia in te stesso. Dico in generale, non io
personalmente. A me proprio non piace trattare così la gente, prendere
parte al gioco, come la mette Yaron.
Yaron: Voglio dire una cosa. La pensi così perché nessuno
di quelli che erano con te è stato ferito.
Erez: No, non c’entra niente.
Yaron: Ti capiterà, e allora mi capirai.
Erez: Capisco come la pensi, ma personalmente faccio fatica.
Perché?
Erez: Perché penso davvero che siano povera gente. Cerco di immaginare
me in quella situazione, e mi fa stare male. Io sono in un’area piuttosto
tranquilla, loro sono buona gente. Vedi tutta quella gente venire ai posti
di blocco con i familiari, insomma cos’hanno fatto di male? E’
difficile che lì ci sia la resistenza palestinese. Non gli importa.
La gente sai vuole lavorare, portare a casa un po’ di soldi. Non
vogliono star male. Quando trovano un blocco stradale diventano matti.
Non hanno niente. Non possono andare a lavorare da nessuna parte. Quando
io sono di guardia al checkpoint, porto quasi sempre la polizia di frontiera.
Quelli cominciano a tenerli sulla corda, a sbatterli ovunque.
Dubi: Devono avere paura di noi, sennò domani ce la faranno pagare.
Roi: Io sono stato a Har Dov (sul confine libanese) e lì ti accorgi
di essere in guerra. Esercito organizzato, tutto in ordine, e tu te la
fai sotto. Nei Territori i confini sono così confusi che la tua
unica possibilità per restare sano è smettere di avere paura.
L’unico modo è sviluppare questa apatia folle. Come i coloni
di Hebron che camminano in mezzo alla strada quando ci sono le sparatorie
perché sono convinti che Dio li protegge e che non moriranno.
Siamo diventati come loro, a Hebron. Semplicemente, non puoi avere paura
continuamente per tutto quel tempo, così alla fine non te ne importa
di niente. Ti succede così, come essere umano. L’unica cosa
che mi ha dato l’esercito sono i guai psicologici. Alla fine ti rende
indifferente. Anche quando sei a casa. I miei tre migliori amici sono
stati congedati per problemi mentali. Così, con tutto quello che
sto attraversando, non ho nessuno con cui parlare. Torni a casa e devi
tenerti insieme, perché tre ore prima ho vuotato un’intera
tanica di ammoniaca, e ora improvvisamente sono a casa con i miei coetanei
che vivono nel mondo dei sogni e non guardano nemmeno la televisione.
Tutti i miei amici e un mucchio di gente a scuola vive completamente distaccata
dalla realtà. Così, ritornando da Hebron, diventi più
introverso nelle relazioni con la gente.
Bersagli presi e mancati
Nessuno di voi ha mai sparato a qualcuno?
Roi: Quando sono arrivato a Hebron non volevo sparare sui bambini. Ed
ero convinto che se avessi ammazzato qualcuno, sarei diventato pazzo al
punto da dover lasciare l’esercito. Ma poi ho ferito un uomo e non
mi è successo niente. A Hebron ho sparato nelle gambe a due bambini
e credevo che non sarei più riuscito a dormire la notte, e non
mi è successo niente. E’ stato circa due mesi fa. Due settimane
fa ho sparato a un poliziotto palestinese e non mi ha fatto nessun effetto.
Diventi così apatico che non te ne frega più niente. Sparare
per un soldato è la via per la meditazione. E’ come se fosse
il tuo modo di scaricare la tua rabbia di essere nell’esercito. La
esprimi tutta, quando spari. Come se non facesse nessuna differenza, quello
che succede.
A Hebron c’è un ordine che chiamano "fucilazione punitiva".
Si tratta semplicemente di aprire il fuoco su tutto quello che vuoi. Ho
sparato non su qualcosa che fosse un pericolo, ma intenzionalmente su
finestre appena lavate. Sapevo che c’era gente che sarebbe rimasta
ferita. Ripensandoci adesso, capisco che è una cosa idiota, e non
so come ho fatto. Ma in quel momento c’era solo "sparare, sparare,
sparare".
Erez: Cosa intendi per "fucilazione punitiva"? Una reazione
a qualcosa?
Roi: Ai loro spari. A Hebron c’è il fuoco punitivo. Mira a
tutto quello che vedi. Macchine, cose, tutto quello che si muove. E’
davvero come sfogare la rabbia su qualsiasi cosa. Sparare ti rilassa,
come una forma di meditazione.
Tzvi: Mi sembra un po’ una cosa malata, quello che ha detto Roi,
che fucilare la gente sia terapeutico.
Roi: Tu non ti rilassi quando spari?
Tzvi: No, per niente. Non ne ho più nemmeno le energie. Sono completamente
apatico. Ho avuto l’occasione, come tutti credo, per sparare a qualcuno.
Roi: Noi abbiamo una manovra di cinque giorni nei territori, nelle zone
dove si combatte, e in sostanza i beduini non possono entrare. Gli ufficiali
fermano i veicoli e chiedono, "Chi va là?" Io scendo
dalla vettura, un altro ragazzo scende dalla vettura, e poi, a circa 300
yards da noi, vediamo un povero beduino, davvero, niente di più
di un povero beduino che attraversa i pascoli intorno alla linea del fuoco.
L’ufficiale dice "Okay, procediamo". Non una parola. Niente.
Lo sottomettiamo, una pallottola a sinistra del gregge, una pallottola
a destra del gregge, e ancora un’altra pallottola.
Perché?
Roi: Perché uccidere è diventato così liscio, così
banale.
Tzvi: Non so da dove vieni. Non lo so davvero. Forse viviamo in paesi
diversi.
Roi: Il fatto è che posso convivere con questo.
Tzvi: Puoi vivere dopo aver sparato ad un vecchio che pascola le sue pecore?
Davvero? Non lo so. Se il mio ufficiale mi ordinasse di aprire il fuoco
su un pastore evidentemente inoffensivo, sparerei prima al mio ufficiale.
Joseph: A me non è mai successo niente del genere, un ufficiale
che mi comandi di sparare sulla gente così, tanto per fare. Sono
venuto a Hebron con la mia compagnia quando tutto era appena agli inizi.
Era una compagnia di giovani. Siamo arrivati per la festa di Rosh Hashana,
appena scoppiati i disordini. C’erano proprio un bel po’ di
scontri, ma non ho mai visto nessuno fare “fucilazioni punitive”.
C’erano casi in cui gli obiettivi non erano bene identificati, così
abbiamo sparato sui sospetti, roba del genere sì. Case che potevano
darci dei guai. Mi sono cacciato in situazioni che mi hanno dato delle
preoccupazioni, qualche volta mi sono sentito in difficoltà anche
a svolgere azioni totalmente giustificate. Quando sono stato a Hebron
qualcuno camminava puntando un’arma sulla gente ed era ovvio che
stava per sparare, così abbiamo avuto l’ordine di abbatterlo.
Eravamo in tre e per nessuno di noi è stato facile aprire il fuoco.
Tutti lo abbiamo fatto quando è stato assolutamente chiaro che
stava mettendo in pericolo noi e i nostri compagni. Abbiamo aperto il
fuoco quando è diventata l’unica possibilità di difenderci.
Quando sai che stanno per colpirti, e la persona è stata identificata
al 100%, e il comandante della compagnia ha ordinato di sparare, allora
non c’è problema.
Roi: Non è proprio così. In battaglia i nostri ragazzi possono
sparare perché gli tira il culo, oppure perché dall’altra
parte c’è qualcuno armato. Per loro sparare a Hebron è
come un videogame.
Erez: Se qualcuno – il mio ufficiale o il comandante della compagnia
– mi dicesse: “Devi sparare su quella bambina di 7 anni”,
io sparerei senza nessuna esitazione.
Davvero?
Erez: Sì. Perché è il nostro compito. Se lui pensa
che sia necessario e mi dice di farlo. Io la penso così.
Non pensi con la tua testa?
Erez: Mi faccio la mia idea, dopo. La penso davvero così. E’
un crimine, ma dipende da quello che sta succedendo, no? Tu non lo sai,
forse è una bambina di sette anni tenuta in ostaggio da un uomo
armato, o chissà che altro. A una bambina di sette anni non si
spara tanto per fare. Io non credo che qualcuno spari a una bambina di
sette anni tanto per fare.
Nella brigata di Givati qualcuno ha ucciso un ragazzo di 14 anni, così
per fare. Un soldato a Givati ha sparato a un ragazzo palestinese che
è passato vicino all’esercito senza fare niente di male e
il ragazzo è stato ucciso. E’ andata proprio così.
Non lo so. Lo ha fatto.
Devo spiegare questa faccenda della bambina di 7 anni. Nel mio caso, perché
sono un franco tiratore. Okay. Se ci fossero un bel po’ di terroristi
vicino a una bambina di 7 anni o a una vecchia di 80 anni, sparerei. Non
esiterei a sparare. Non c’è niente da fare. Mi sentirei da
schifo, ma quello sarebbe il mio dovere.
Nessuno qui la vede diversamente?
(Nessuno)
Joseph: La maggior parte degli ordini che ho ricevuto avevano senso ed
erano assolutamente corretti. Per quanto sia difficile sparare ad una
persona, anche se ha un’arma in pugno e potrebbe colpirti –
almeno per me non è facile - non ho dubbi che sia completamente
giustificato.
Roi: C’è stato il caso in cui i ragazzi di Nahal hanno sparato
ad un vecchio che non si è fermato quando hanno cercato di fermarlo,
e lo hanno ucciso. Non c’era nessuna ragione per farlo. Ripensandoci
adesso, se non sei nell’esercito, pensi che sia impossibile. Ma quando
penso a quel soldato, mi sembra giusto. Non ci puoi far niente. Nei miei
primi mesi a Hebron, non avrei sparato nemmeno a salve, sui bambini. Ero
proprio contrario, spesso andavo a parlare con lo psicologo. All’inizio,
quando dovevo aprire il fuoco su qualcuno, sbagliavo di proposito.
La resistenza sugli autobus
Avete mai rifiutato di eseguire un ordine? Nel caso, potreste rifiutarvi,
se si tratta di un ordine sui palestinesi, o di evacuare gli insediamenti?
Joseph: Io darei l’ordine di evacuare i coloni da Hebron, se me lo
ordinassero.
Yaron: Io ho partecipato all’evacuazione di Maon Farm. Non ti metti
nei casini rifiutando un ordine, è da scemi. Siamo arrivati lì,
un’intera brigata, proprio per evacuare qualcosa come 2.500 persone.
Non che ci fosse un insediamento di 2.500 abitanti. Erano venuti lì
come gesto politico, a farsi evacuare con un significato dimostrativo.
Potevi essere uno di quelli che piantano casino e dicono: “Mi rifiuto
di eseguire quest’ordine”. Non ti avrebbe aiutato. Quello che
abbiamo fatto, io e molti miei amici, è stato semplicemente rimanere
negli autobus e andare a dormire. Dico sul serio. Piuttosto che entrare
in conflitto e finire in prigione per i buoni principi ed altre cazzate,
sì, rimanere su un autobus e dormire. Cosa c’è di meglio?
Sul fatto di rifiutare gli ordini riguardanti i palestinesi, allora, la
pensi come Roi, di sparare cercando di mancare il bersaglio?
Yaron: Se arrivi al punto in cui sei a tiro, non c’è tempo
per i giochetti o per le seghe mentali, ricevi un ordine e lo esegui.
Quando ci fai l’abitudine, e un pastore, un bambino, una ragazzina
ti gira intorno, quello può essere un problema, come ha detto Roi.
La gente ha certi grilli per la testa. Può essere che un giorno
te ne stai seduto al tuo posto e hai della gente che ti gira intorno dove
non dovrebbe, e tu chiami l’ufficiale di turno in quel momento, e
lui ti dice di sparare e l’altro ufficiale lo stesso, sparagli nelle
gambe. Dopo tutto, puoi usare la testa. E magari puoi cambiare un po’
le regole del gioco, puoi cavartela andando a dormire nel bus. E’
quello che ho fatto.
Turni di guardia
Siete orgogliosi di combattere per l’esercito israeliano?
Dubi: Ovviamente è una situazione di merda fare il soldato, ma
cos’altro puoi fare? Voglio dire, ritorni a casa, vedi tutti i tuoi
compagni che fanno un bel lavoro d’ufficio e non hanno un’idea
di quello che sta succedendo in questo paese. Tornano a casa ogni sera,
si fottono la fidanzata e tutto il resto. E tu, tu sei più fottuto
ancora. Oggi si può essere fieri di andare a combattere. Giri per
la città e la gente ti guarda in un modo diverso.
Tzvi: Io sono orgoglioso di servire il mio paese. Voglio dire, anche se
ci sono cose contrarie ai miei principi, in genere sono orgoglioso di
servire quest’insieme di cose che si chiama patria. Anche se Israele
non si comporta esattamente come io penso che dovrebbe fare, è
pure sempre il mio paese. Cerco di fare il mio dovere. Altrimenti non
lo farei.
Roi: Io odio essere un soldato. Specialmente nei paracadutisti. E’
il corpo militare più schifoso.
Dubi: Perché hai scelto una unità che combatte in prima
linea?
Roi: Stavo per uscire dall’esercito perché non lo reggevo
psicologicamente, alla fine in qualche modo ho trovato uno straccio di
motivo per impegnarmi. Non provo nessun senso del dovere verso lo stato
o chiunque altro, non me ne frega niente. L’unica ragione per cui
lo faccio è che i miei genitori abitano qui e quando io ero in
terza elementare qualcun altro mi ha difeso, così ora è
arrivato il mio turno. Non ci sono altre ragioni, niente di politico,
religioso o altro. Solo che altri mi hanno difeso in passato e ora tocca
a me.
Erez: Io non sono orgoglioso per niente di essere nell’esercito.
Non lo so, non sento nessun impegno verso questo paese. Non volevo nemmeno
arruolarmi, è stato un errore. Ma sono rimasto per via dei ragazzi
della mia truppa. Ero in un buon gruppo, mi divertivo, e ora sono in imbarazzo.
Non ho problemi con i lavori d’ufficio, non è quello il punto.
Essere un soldato non è la cosa più importante. Ma ci sono
rimasto già per due anni, finirò il mio terzo anno.
Dall’altra parte
Che vi piaccia o no, avete dato molto di voi stessi. Foste nati dall’altra
parte, dove sareste ora?
Yaron: La cosa più difficile per me è scegliere da quale
parte starei. La parte dei bravi lavoratori, quello che davvero ogni giorno
vogliono andare a lavorare, guadagnare il pane per le loro famiglie, o
la parte di chi vuole lottare e creare un proprio stato. Non so dire.
Anche se capisci che stai dalla parte di chi lavora, quattro di quelli
di Tanzim ti vengono a cercare a casa e ti minacciano, dicono “Oggi
veniamo a sparare davanti a casa tua". Dopo una cosa così,
io non lo so da che parte ti metti.
Tzvi: Non c’è dubbio che se mi fossi trovato dall’altra
parte, mi sarei unito a una delle fazioni, come se avessi vissuto lì
per 55 anni, mi sarei aggregato a una delle organizzazioni illegali, perché
è così che vanno le cose. E credo che chiunque si unirebbe
agli altri per difendere il proprio paese, e non finirebbe in una unità
militare per caso.
Joseph: Io non riesco a vedermi saltare in aria con civili e bambini,
neanche se fossi dalla loro parte. Non mi vedo nemmeno a sparare a una
ragazzina. Non mi vedo a decidere, COME HO FATTO, di uccidere una bambina
di sette anni.
Tzvi: Forse ti sei saresti unito a un movimento di resistenza, non per
sparare alle ragazzine ma per sparare ai soldati.
Joseph: Io semplicemente non so che cosa sia combattere. Probabilmente
preferirei vivere la mia vita in pace e lasciar scorrere tutto sopra alla
mia testa. Non ci sono in nessun caso. E’ difficile da spiegare.
Sono davvero nella merda, adesso. È proprio dura. Io capisco la
loro frustrazione. Specialmente i non terroristi, gli arabi comuni che
vivono lì. Ma se anche fossi stato dalla loro parte, non credo
mi sarei unito ad un gruppo terroristico.
Ariel (21 anni, paracadutista, studente, vive a Gerusalemme, è
stato in servizio a Hebron e Ramallah ed è tornato tre mesi fa):
Non è un fatto così facile da controllare. E’ una questione
religiosa, e io sono religioso. Per loro non è solo il fatto che
la loro vita è uno schifo. Hanno una religione, questi ragazzi.
Anche la mia religione, come la loro, mi guida e io la seguo, e farei
tutto quello che mi dice di fare. Se il comando è di andare a combattere,
non ci sono limiti e spari su chiunque. Se io sento che devo farlo per
me stesso e in questa vita, nel nome della mia religione, lo faccio. Ma
per la stessa ragione, proprio come rifiuterei un ordine se il mio comandante
mi dicesse di sparare a una ragazzina di sette anni, se io fossi lì
nel Tanzim e mi dicessero di sparare a un soldato che non sta facendo
niente, semplicemente sta lì a mangiarsi la sua pizza, mi rifiuterei
(direi di no, non importa a che cosa). Ma se la mia religione dicesse
che è per la salvezza della mia gente e della mia religione e di
non so chi, lo farei. Questo è il problema, qui. Ran: è
difficile fare questo confronto. Io non riesco, per quanto ci provi, a
immaginarmi dall’altra parte. Ma credo che se fossi nei loro panni
mi unirei a una delle fazioni in lotta. Guarda, tutti quelli che lo fanno
stanno davvero male, chi è a posto no si unisce a queste fazioni.
Ti capita mai di provare compassione per loro?
Ran: Certo. Ci sono situazioni così. Casi dove dici a te stesso,
“bene, lui vuole vivere, proprio come te."
Erez: A me sembra che tutti capiscano perché gli arabi si comportano
a quel modo. Io li capisco. Ma capisco anche la nostra parte. Non che
io li capisco e non intendo sparare agli arabi seduti nella piazza del
mercato. Sparerò volentieri. Perché capisco anche la nostra
situazione, e non c’è niente che noi possiamo fare. Per me
è così.
Nessuna scelta.
Sembra che, a differenza delle guerre precedenti, questa volta chi combatte
non sente di avere tutte le ragioni dalla propria parte. Qui c’è
una battaglia a cui ognuno di voi parteciperebbe anche se si trovasse
dall’altra parte.
Erez: Certo, non è giusto. Ma non c’è altra scelta.
Questo è il punto. Non hai altra scelta. Nessun’altra soluzione
da trovare.
Joseph: Io penso che noi siamo nel giusto, questo non significa che non
posso provare compassione per gli arabi, in qualche situazione. Forse
penso che la costante chiusura di Hebron sia assolutamente giustificata.
Ma non vuol dire che non mi facciano pena quelli che si trovano in questa
situazione. Non li odio nemmeno per un secondo.
Roi: Però, la chiusura di Hebron va contro alla gente che non combatte.
Joseph: Vero, ma è giustificata.
Erez: Questo è il punto. Non è giusta, eppure non c’è
altra scelta.
Joseph: Io non odio gli arabi. Penso solo che non ci sia altra scelta.
Non vuol dire che non provo compassione per chi si trova nella Kasbah
e deve restare in casa perché qualcun altro gli ha sparato. La
giustizia è dalla nostra parte, ma non significa che odiamo gli
arabi, o che non proviamo pietà per loro.
Roi: Io sento che qui sono un po’ diverso da tutti gli altri. Il
nostro atteggiamento verso gli arabi, odio-amore-pietà, dipende
dall’umore dei soldati. Se è un giorno che andrò a
casa e sono felice e tutto va bene, o se è un giorno che non vado
a casa e non ho voglia di stare sotto le armi, le conseguenze dei nostri
stati d’animo si scaricano su di loro. È così che funziona.
Secondo il mio stato mentale.
Che cosa succede quando hai il permesso di tornare a casa?
Roi: Personalmente, ritorno alla mia musica e non mi interessa nient’altro.
Mi distacco da tutto. Perché se parli di questo quando sei a casa,
cerco di svuotare la mente.
Non parli dell’esercito con i tuoi genitori? Con gli amici?
Roi: No. Solo con persone che sono nell’esercito come me. Non mi
piace parlarne con gli altri. Perché ti trovi a commettere atti
così inumani. Sei completamente distaccato dalla realtà.
Mia madre, quando torno a casa, mi chiede sempre “Dimmi, hai avuto
la possibilità di sparare?” Come se potessi dirlo a mia madre.
Ran: Io penso che come hanno detto gli altri, appena esci di qui cerchi
di mettere da parte i pensieri. Ti togli l’uniforme e torni ad essere
un’altra persona. Diventi quello che sei di solito.
Erez: Io continuo a sentirmi un tutt’uno con gli altri ragazzi.
Ran: Lo fai quando ti esponi un po’ di più, ma non entri mai
nei dettagli.
Non continuate a pensare a quello che sta accadendo a 15 minuti da lì?
Erez: Non m’interessa.
Ran: Dici a te stesso "Le cose stanno così. Ora ho un po’
di tempo per distrarmi." Ed è ciò che succede.
Dubi: Qualche volta sei proprio un’altra persona.
Tzvi: Quando sono iniziati i combattimenti, per un po’ di tempo,
ogni volta che qualcuno sbatteva una porta o qualcosa del genere, mi sarei
ficcato sotto al letto. Ma in sostanza non mi sono mai portato a casa
le preoccupazioni del fronte. Non ne parlo con nessuno. Non entro nel
discorso. Non è interessante.
Ran: Dici a te stesso, okay, ho fatto il mio lavoro, adesso mi riposo.
Domenica, quando ritorni, tutto ricomincia da capo. Se parli con altri
ragazzi, è a un livello molto generale. Sì, ora sono a Tul
Karem, faccio così e colà. Resto sul vago. Ma qualche volta
tutto scoppia all’improvviso. È successo tre settimane fa,
quando sono tornato da un periodo di permanenza nell’esercito. Avevo
appena finito l’addestramento, ed era stato veramente duro per me.
Voglio dire, proprio duro. Ho sofferto. Così una volta quando i
miei genitori mi hanno chiesto qualcosa, sono semplicemente scoppiato.
Ho cominciato a dire, che bisogno ho io di fare tutto questo? Perché?
Non è più un onore. Combattere era considerato un onore.
Eri in una unità di combattenti, meritavi rispetto. La gente diceva:
"questo ragazzo è al fronte, wow, è un campione. Che
cosa dicono ora? Sei al fronte? Sei fottuto. Io sono in città,
torno a casa ogni giorno, sto con la mia ragazza. Ho avuto una ragazza
per due anni e mezzo. Ci siamo separati. Con chi sta adesso? Con un asino
d’impiegato dei quartieri buoni della città, capito?
È giusto
Questa esperienza di guerra ha contribuito a formare la tua personalità,
o è qualcosa di cui ti penti?
Roi: E’ stata una fregatura, emotivamente e psicologicamente. Ritornassi
indietro, preferirei fare musica e continuare a suonare, e non andare
al fronte.
Ran: Per me è diverso. Se mi guardo indietro, a un anno e mezzo
fa, non cambierei decisione, e ho fatto un bel po’ di strada prima
di arrivare nella mia unità. Sono ancora in addestramento, un periodo
lungo. Certo, ci sono momenti in cui torni a casa e sei fuori. Incontri
tutti i tuoi amici che fanno dei lavori qualsiasi in città o la
tua ex ragazza. Metti da parte molte cose, quando ti metti in gioco. Prima
di tutto non ci pensi più. Dici, faccio quello che posso, sono
sicuro che riceverò molto di più in cambio. Non sono sicuro
che sia vero. Ognuno prende una decisione per la propria vita. L’esperienza
della guerra ti fa vedere tutt’un altro aspetto della vita.
* intervista pubblicata sul giornale israeliano "Kol Ha'Ir"
Traduzione di Elena Buccoliero
Io non sono un occupante. Ascolto solo la mia coscienza
di Uri Ya'acobi
Scrive un ragazzo, studente delle superiori, che ha deciso di fare obiezione
di coscienza e di rifiutarsi di fare il servizio militare nell'esercito
israeliano:
Tra due giorni rifiuterò l'arruolamento nell'esercito.
Andrò al centro militare, salirò insieme agli altri giovani
sull'autobus e scenderò insieme a loro al Centro di Reclutamento
a Tel Hashomer. A differenza degli altri, rifiuterò di farmi arruolare
e, quasi sicuramente, verrò mandato in prigione. In prigione incontrerò
altri due firmatari della "Lettera degli studenti delle superiori",
Yoni Yechezkel e Dror Boimel. Sono stati rinchiusi in carcere la settimana
scorsa, perché a loro volta avevano rifiutato l'arruolamento. Proprio
come farò io. E loro come me e molti altri israeliani capiscono
che questa guerra, portata avanti dallo Stato di Israele nei Territori
che ha occupato nel 1967, non è una guerra dei figli della luce
contro i figli delle tenebre (esattamente come non lo furono molte delle
guerre combattute nel corso della storia).
Quando i mezzi di informazione stranieri ci descrivono i carri armati
israeliani che la fanno da padroni per le strade delle città palestinesi
(chissà perché i media israeliani non ce ne parlano quasi
mai), non ce la raccontano tutta. La triste verità è che
l'esercito israeliano nei Territori non si limita alle devastazioni compiute
dai carri armati per le strade. Nè le azioni militari si limitano
a fermare le ambulanze con a bordo donne incinte ai posti di blocco. I
nostri soldati si trovano in situazioni difficili, è vero, e alcuni
di sicuro lo fanno per sbaglio ... ma la verità è che uccidono
bambini e vecchi che non sono in alcun modo collegati con il terrorismo!
Distruggono case di intere famiglie e commettono altri atti, di cui la
miglior definizione è "terrorismo". Tutti questi sono
atti imperdonabili, ai quali io e i miei amici ci rifiutiamo di partecipare.
Sono azioni che vanno contro la giustizia. E non c'è alcuna ragione
al mondo, certamente non il desiderio di colonizzare un altro pezzo di
terra, che possa trasformarle in azioni giustificate dal punto di vista
morale, come non c'è alcuna ragione al mondo che possa trasformare
gli attacchi terroristici contro i civili israeliani in azioni moralmente
giustificate.
Io non so se la leadership palestinese desideri veramente la pace, io
non so se i palestinesi vogliono rimanere poveri e discriminati per sempre
(anche se appare difficile che sia così). Ma so per certo una cosa:
che i palestinesi non ci vogliono come forza di occupazione! So che non
vogliono vivere in una situazione di guerra e di continuo spargimento
di sangue. So che non sono loro che ci obbligano ad occupare le loro terre;
non sono loro che ci hanno trasformato in forza di occupazione. Questo
siamo abbastanza bravi a farlo da soli, senza il loro aiuto. Non vado
affatto fiero del mio popolo o del mio paese. Non vado affatto fiero delle
azioni che vengono compiute in nome della mia sicurezza. Né sono
fiero del fatto che andrò in prigione perché mi rifiuterò
di servire in un esercito di occupazione (e non sono fiero neanche dell'opportunità
che mi viene data di soffrire per la mia scelta di principio). Sono fiero
però del fatto che ascolto la voce della mia coscienza, e sarò
felice quando un numero sempre crescente di persone ascolterà la
propria coscienza e non gli ordini del comandante.
Una “terza forza” nonviolenta per riconciliare
le parti
Il pastore evangelico Jesse Jackson, noto leader del movimento dei diritti
civili negli Usa, sta progettando l'invio di una delegazione interreligiosa
in Medio Oriente per promuovere una «terza forza» nonviolenta
in vista della riconciliazione.
Le parti politiche sono ferme sulle proprie posizioni e né gli
israeliani né i palestinesi hanno il coraggio di uscire dall'impasse»,
ha dichiarato Jáckson ai giornalisti il 24 giugno scorso a Ginevra,
dopo aver incontrato rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese
(Cec).
La Proposta di Jackson
“Dobbiamo avere una terza forza per riconciliare le parti; dobbiamo
gettare un ponte e colmare il fossato, accedere alla società civile
israeliana e palestinese”, ha dichiarato Jackson che, in questi ultimi
anni, ha già guidato un certo numero di delegazioni non ufficiali
ma di alto livello in zone in crisi, dall'Iraq alla Jugoslavia.
Jackson ha annunciato che stava effettuando il “lavoro preparatorio”
per una visita in Medio Oriente. “La mia prima azione a livello mondiale
in vista di questa missione”, ha precisato, “è stata
questa visita al Cec, per ricercare l'autorità morale e la credibilità
dell'organizzazione e per riunire una delegazione di personalità
religiose internazionali che potrebbe farne parte”.
Il Cec ha “un immenso ruolo da svolgere, in quanto coordinatore della
famiglia” delle chiese. Coloro che hanno lottato per la pace in Israele
e in Palestina “hanno portato avanti una lotta coraggiosa, ma le
loro voci non possono essere sentite. Hanno bisogno di visibilità.
Hanno bisogno di sostegno”.
La politica «confusa» degli Usa
Secondo Jackson, la politica del governo Usa è “confusa”
e sembra divisa in due opzioni: sostenere il primo ministro israeliano
Ariel Sbaron e svolgere un ruolo di mediazione. «Forse gli Usa non
possono dare un appoggio sostanzioso a una parte ed esercitare contemporaneamente
il ruolo di arbitro.
Per questo il Cec, l'Unione europea, l'Onu, forse l'Egitto, devono svolgere
un ruolo decisivo in quanto terza forza».
Konrad Raiser, segretario generale del Cec, ha ricordato “l'impegno
attivo” e di lunga data del Cec rispetto alla situazione mediorientale.
Tale impegno, ha detto Raiser, si situa “nello stesso spirito che
sta alla base dell'impegno più diretto proposto dal pastore Jackson-
lo spirito della lotta nonviolenta per la giustizia, la resistenza nonviolenta”.
Raiser ha ricordato che l'approccio del Cec si basa sulla testimonianza
delle chiese a Gerusalemme e in Palestina per promuovere la fine della
violenza e dell'occupazione.
Jackson è stato invitato dall'Autorità palestinese e dal
Consiglio delle chiese del Medio Oriente a guidare una delegazione nella
regione. La delegazione dovrebbe essere composta da responsabili cristiani,
ebrei e musulmani.
L’importanza della nonviolenza
Predicando la domenica 23 giugno ai membri della Chiesa evangelica luterana
di Ginevra, Jackson ha ricordato che le conquiste del movimento per i
diritti civili negli Usa sono state ottenute attraverso la lotta nonviolenta.
“L,a nonviolenza mette in primo piano il vostro valore e le qualità
umane dell'avversario - ha detto -. Essa disarma l'opposizione. E’
quella che Martin Luther King chiamava la forza di amare”.
Parlando della visione “di una terza forza religiosa in marcia da
Jenin o Ramallah a Gerusalemrne”, Jackson ha sottolineato che il
Medio Oriente ha bisogno di un “movimento nonviolento per la riconciliazione”
e di “resistenza nonviolenta” per porre fine all’occupazione.
“Nessuna delle parti in conflitto ha la forza di guidare il movimento.
E’ in questo vuoto che la chiesa deve alzarsi, la chiesa militante”,
ha ribadito.
“Soldato, torna a casa”. Arabi ed ebrei
insieme contro l’esercito occupante
Sabato 24 agosto, il potente esercito israeliano è stato colto
di sorpresa da una manifestazione nonviolenta di attivisti israeliani
e palestinesi.
In circa 400 ci eravamo dati appuntamento nel villaggio arabo di Kafr
Quasem, sulla linea verde, per partire da lì alla volta di Nablus
con un convoglio di aiuti umanitari per la popolazione ridotta allo stremo
da ormai 64 giorni di coprifuoco. Nel giardino di una casa gli attivisti
(israeliani arabi ed ebrei arrivati da tante parti del paese) ascoltano
le spiegazioni degli organizzatori, l'Associazione Ta'ayush: "Abbiamo
organizzato questo convoglio su richiesta della leadership palestinese
di Nablus. C'è una gravissima carenza di cibo in città,
particolarmente di latte; molte famiglie sono obbligati a sfamare i neonati
con acqua zuccherata. Abbiamo con noi tre camion, carichi principalmente
di farina e latte in polvere. Ma il nostro scopo non è solo consegnare
questi aiuti. Vogliamo manifestare insieme ai palestinesi, per protestare
contro il coprifuoco e contro l'occupazione. La gente di Nablus e gli
abitanti delle città che attraverseremo per arrivarci, come Hawarah,
ci aspetta e si sta preparando a scendere in strada con noi. Non sappiamo
se riusciremo ad arrivare a destinazione. “Se l'esercito tentasse
di bloccarci, ricordate una cosa: questa è una manifestazione assolutamente
nonviolenta. Non rispondete alle provocazioni dei soldati e nemmeno a
quelle dei coloni, se dovessero avvicinarsi."
Partiamo su otto pullman, con i tre camion di aiuti. Entriamo in Cisgiordania
e ci dirigiamo ad est sulla grande strada riservata ai coloni; l'uso di
questa strada è proibito ai palestinesi nonostante sia stata costruita
su terreno confiscato a loro. La strada è quasi deserta perché
i coloni sono molto religiosi e non viaggiano di sabato. Percorriamo senza
interferenze molti chilometri. Ma l'esercito ci aspetta vicino allo svincolo
di Tapuach, dove la nostra strada incrocia quella che porta a nord, verso
Nablus. Gli autobus e i camion si fermano vicino ad una piccola baracca
verde ornata di volgari scritte razziste - opera dei coloni della vicina
Tapuach.
Gli organizzatori di Ta'ayush vanno a negoziare il passaggio con gli ufficiali
responsabili e noi ci prepariamo ad una lunga attesa. Le notizie filtrano
a rilento, dal posto di blocco alla testa della colonna e poi giù
fino alla coda. Il passaggio viene negato; i manifestanti propongono un
compromesso: che si faccia arrivare fino a qui alcune centinaia di manifestanti
palestinesi. Gli ufficiali non possono prendere una decisione così
importante, bisognerà aspettare l'arrivo del colonnello, sembra
che sia già per strada. Ma dopo un'ora il colonnello non si vede
ancora.
A questo punto i negoziatori di Ta'ayush immaginano che gli ufficiali
ci stanno solo facendo perdere tempo, che non c'è nessun colonnello
in arrivo. Improvvisamente i portavoce dei gruppi comunicano una decisione:
"Partiamo a piedi. Subito. Sbrigatevi." Prendiamo in mano più
barattoli di latte in polvere possibile e i cartelli che abbiamo preparato
per la manifestazione. "Sicurezza per due popoli = Indipendenza per
due popoli = Pace per due popoli." "60 giorni di coprifuoco
= 60 giorni senza cibo o medicine." Ci incamminiamo per i campi,
su per una collina e poi giù dall'altra parte, e sbuchiamo sulla
strada per Nablus ben aldilà del checkpoint!
Prevediamo che l'esercito ci insegua e gli organizzatori ci distribuiscono
delle belle fette di cipolla cruda - un antidoto ai lacrimogeni usato
dai palestinesi fin dai tempi della prima intifada. Ma nessuno ci insegue:
i soldati sembrano disorientati dalla nostra mossa improvvisa. Non ci
sono ostacoli di fronte a noi e possiamo percorrere la strada verso nord
indisturbati. Dopo circa 5 chilometri di cammino cominciamo a vedere delle
case. Stiamo entrando ad Hawarah, pochi chilometri a sud di Nablus, una
città stretta nello stesso coprifuoco di Nablus.
Ai margini della città l'esercito ha messo su in fretta e furia
un posto di blocco. Gli organizzatori ci fanno fermare, così da
ricompattare il gruppo. Poi formiamo dei cordoni compatti e avanziamo
verso il checkpoint gridando: "Pace sì - Occupazione no!"
e "I nostri partner per la pace stanno dall'altra parte del checkpoint!"
Improvvisamente, in un batter d'occhio, il posto di blocco è superato
e siamo nella città di Hawarah! I militari non hanno sparato, non
ci hanno bloccati.
Nel centro di Hawarah la strada è quasi deserta, nella morsa del
coprifuoco. Ma mentre avanziamo gli abitanti palestinesi della città,
all'inizio alcuni, timidamente, poi sempre più numerosi, scendono
per strada per unirsi a noi. Poi sentiamo urla dalla testa del gruppo:
dei soldati stanno cercando di trascinare via uno dei palestinesi, per
arrestarlo. I manifestanti israeliani lo circondano, lo abbracciano e
lo proteggono dai soldati. E i militari rinunciano. La scena si ripete
varie volte, ma sempre i militari rinunciano di fronte alla determinazione
nonviolenta dei manifestanti israeliani.
Poi, d'improvviso, la tattica cambia. I militari afferrano un israeliano
e, prima che gli altri compagni riescano a reagire, lo portano via e lo
fanno entrare in una macchina della polizia. Immediatamente centinaia
di manifestanti si siedono in terra, tutt'intorno alla macchina, ne bloccano
il passaggio. Dopo una decina di minuti di impasse, la portiera della
macchina si apre e il manifestante (un giovane di Tel Aviv, con la barba
e i capelli lunghi) viene fatto scendere. La sua liberazione è
accolta da applausi. Poi, da sud, dalla direzione dalla quale siamo arrivati,
sentiamo scandire degli slogan: "Yaskut Al-Ikhtila! - Abbasso l'Occupazione"
e "Free, Free Palestine!" Si sta avvicinando un blocco compatto
di centinaia di palestinesi: sono gli abitanti di Hawarah, principalmente
giovani ma accompagnati anche da anziani e con alla testa il sindaco ed
altri notabili. Il corteo israeliano si gira, va loro incontro per riuscire
rapidamente ad inglobarli e proteggerli: tutt'intorno ai palestinesi si
formano dei cordoni di israeliani che si tengono per mano. Così
formiamo una scudo difensivo con i palestinesi al centro. I due gruppi
si mescolano con tanti sorrisi, strette di mano e abbracci. Tra i palestinesi
ci sono anche degli stranieri dell'International Solidarity Movement,
che non stati affatto scoraggiati dall'arresto proprio ieri di due di
loro, accusati dell'orrendo crimine di "consegna di aiuti umanitari".
Gli scalini di un negozio diventano un improvvisato palco sul quale si
alternano isrealiani e palestinesi che parlano con un megafono. D'un tratto
si sente forte il rumore dei blindati dell'esercito che si avvicinano.
Nei normali giorni di coprifuoco anche un solo blindato, con il suo minaccioso
mitragliatore, sarebbe stato sufficiente a svuotare la strada. Oggi, l'intero
convoglio di decine di blindati passa a lato della manifestazione ed ogni
soldato viene apostrofato dai manifestanti israeliani e palestinesi in
coro, con le parole in ebraico "Soldato tornatene a casa!".
I militari alla guida dei blindati si voltano dall'altra parte, fanno
finta di non vederci. Per un attimo, in questa polverosa strada di una
città palestinese, abbiamo costruito una realtà alternativa:
un'isola che si è liberata dell'oppressione quotidiana del coprifuoco.
A Praga in novembre Un vertice stoNATO
Di Paolo Bergamaschi
Pochi mesi orsono, nel corso di un’audizione alla Commissione Esteri
del Parlamento Europeo, il Segretario Generale della NATO Lord Robertson
concludeva il suo intervento rilevando come l’organizzazione da lui
condotta fosse chiamata a scegliere fra “modernizzazione e marginalizzazione”.
Nel delineare una nuova politica di sicurezza illustrava tre principi
su cui fondare la lotta alle nuove minacce: indivisibilità del
concetto di sicurezza, inclusività dell’alleanza pronta ad
accogliere altri membri e miglioramento dei mezzi e delle capacità
operative adattandole alle esigenze di “guerra al terrorismo”.
Nel frattempo il Congresso degli Stati Uniti, su iniziativa di Bush ha
adottato il nuovo bilancio per la difesa con la stratosferica cifra di
379 miliardi di dollari (più o meno equivalente in Euro, quasi
800.000 miliardi in vecchie lire). Per il presidente americano, il rilancio
dell’economia passa ancora una volta per la dilatazione delle spese
militari in sintonia con i gruppi di pressione che hanno portato alla
sua elezione. Per rendere l’idea la massima potenza mondiale spende
oggi per la difesa il 4% del PIL contro il 2,6% della Gran Bretagna, il
2,4% della Francia, l’1,5% di Italia e Germania, l’1,3% del
Belgio; questa cifra è superiore all’intero bilancio dell’Unione
Europea; l’ammontare totale delle spese militari di tutti i paesi
del mondo corrisponde oggi al 40% di quello che spendono gli Stati Uniti
da soli.
Come rimarcava Robertson, nell’intento di portare acqua al suo mulino
in funzione di nuovi investimenti dei paesi membri, la scelta degli Americani
sarà sempre di più fra “agire da soli o non agire per
niente”.
La Politica Europea di Sicurezza e Difesa
Da quando l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di una Politica di
Sicurezza e Difesa Comune (PESD) la questione della ripresa degli investimenti
nel settore militare aleggia nei corridoi delle istituzioni continentali
come un fantasma destinato prima o poi a materializzarsi. Le attuali ristrettezze
di bilancio e i rigidi parametri del Patto di Stabilità per la
moneta unica hanno impedito fino ad oggi che questo avvenisse ma non appena
le condizioni lo permetteranno è presumibile che si riparta in
grande stile. Gli Americani hanno bisogno di ridurre i costi trovando
acquirenti per la propria industria così come l’intero settore
dell’industria della difesa europea non potrà che trovare
una boccata di ossigeno da un rilancio delle spese militari. L’ambizione
europea di recitare il ruolo di potenza globale sta portando l’Unione
ad una difesa comune prima ancora di avere definito obiettivi, procedure,
meccanismi e coordinamento di una vera politica estera comune. E le sirene
d’oltre-Atlantico sono particolarmente suadenti. Come riporta la
stampa internazionale, infatti, l’americana Boeing e l’europea
EADS hanno appena concluso un accordo di ricerca per un programma di difesa
missilistica globale. Analoghi accordi sono stati raggiunti con l’italiana
Alenia e la britannica BAE. La lobby europea dei mercanti di guerra è
in fermento. L’intenzione di Berlusconi di nominare l’industriale
Beretta come ambasciatore italiano (quindi piazzista del “made in
Italy”) negli Stati Uniti non è casuale.
La nuova dottrina USA in Europa
Il Segretario della Difesa americano Rumsfeld durante il suo tour di giugno
ha chiesto ai paesi europei di reinventare la NATO come forza capace di
azioni offensive contro le crescenti minacce dei terroristi e degli “stati
canaglia” che li sostengono. Ha altresì sollecitato la NATO
ad andare oltre alla sua tradizionale definizione di “auto-difesa
collettiva” portando la “guerra al terrorismo” ai terroristi
con attacchi preventivi contro “le reti oscure e gli stati ostili”
provvisti di armi biologiche, chimiche o nucleari.
Non occorre molta fantasia per prevedere quello che succederà nei
prossimi mesi.
Riparte la corsa al riarmo
Intanto il prossimo vertice di novembre della NATO che si terrà
a Praga si annuncia decisivo per il futuro dell’alleanza. Tre saranno
i temi principali all’ordine del giorno: allargamento, revisione
delle risorse e nuova dottrina. Sette sono i nuovi paesi che presumibilmente
saranno invitati ad entrare nell’organizzazione (Estonia, Lettonia,
Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania) aggiungendosi agli
attuali 19 membri. Le capacità operative dell’alleanza dovranno
essere commisurate ai nuovi compiti, il che significa impegni di stanziamenti
supplementari per mezzi e tecnologia militare. La NATO dovrà, d’ora
in avanti, essere pronta a colpire anticipando i potenziali nemici. Chi
pensava che l’espansione dell’alleanza dovesse portare ad una
progressiva diluizione della sua identità militare a favore di
un ruolo più politico dovrà probabilmente ricredersi.
Addio alla prevenzione dei conflitti?
Ma a Praga non si deciderà solo il futuro della NATO. L’Unione
Europea, infatti, sta negoziando da mesi un accordo con il Patto Atlantico
per attingere alle risorse di quest’ultimo per la propria politica
di difesa nel caso fosse chiamata ad agire in proprio. Se al vertice di
novembre prevarranno i falchi anche l’Unione verrà risucchiata
nel vortice del rilancio delle spese militari consegnandosi al ruolo di
cliente della macchina da guerra americana. Questo vorrà dire indebolire
l’altro caposaldo della sua politica di difesa cioè la prevenzione
dei conflitti e la gestione civile delle crisi. Tradotto nella pratica
ci saranno, ad esempio, meno risorse per ampliamento, partenariato Euro-Mediterraneo
e Patto di Stabilità per i Balcani.
L’opinione pubblica europea, ammesso che ne esista una, sembra inconsapevole
o indifferente a tutto questo. Siamo alla vigilia di una scriteriata ripresa
della corsa al riarmo ma è come se non stesse succedendo niente.
E’ tempo che l’arcipelago nonviolento torni a porre la lotta
contro il riarmo al centro della propria attenzione.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Progettare la trasformazione nella società di oggi
Nello scorso numero di Azione Nonviolenta abbiamo proposto di collocare
il lavoro per la pace all'interno di diverse prospettive temporali, cercando
di tenere insieme la pratica del progetto con la visione di un cambiamento
nel lungo periodo.
Un passo ulteriore da fare, se vogliamo comprendere appieno le possibilità
di trasformazione e il senso del nostro agire, è di inquadrare
le nostre iniziative (siano esse il frutto di un progetto ad hoc o l'espressione
di un gruppo organizzato e duraturo) all'interno della società
in cui agiamo.
Potremmo paragonare i diversi livelli a una serie di cerchi concentrici.
Anzitutto c'è il gruppo degli attivisti (o dei "persuasi"),
gli animatori dell'iniziativa. Può trattarsi di un gruppo più
o meno ristretto, di maggiore o minore esperienza, con poche o molte risorse
a disposizione: ad esempio Azione Nonviolenta, o un'organizzazione che
mette su un'iniziativa di educazione alla pace.
A un livello più ampio c'è la cerchia dei diretti destinatari
dell'azione, nel nostro esempio i lettori di AN, o le persone che usufruiscono
dei momenti di formazione offerti.
Generalmente tendiamo a focalizzare la nostra attenzione su queste due
dimensioni dell'agire sociale. E senza dubbio è importante concentrare
la propria attenzione sul buon funzionamento di un gruppo di lavoro e
sulla qualità delle iniziative promosse.
Il resto della società sembra invece immerso in una nebbia che
rende i suoi contorni indistinti. A volte possiamo sentirci come naufraghi
che inviano "messaggi in una bottiglia", sperando che qualcuno,
da qualche parte, li ascolti. Ciò accade soprattutto quando ci
confrontiamo con problemi di grande portata come una guerra o la regressione
di una società intera a uno stadio di sviluppo che si credeva superato.
Chi lavora in situazioni di guerra aperta o di enorme violenza strutturale
sa dell'importanza di orientarsi nel quadro più ampio delle forze
politiche e sociali, nazionali ed internazionali, che hanno portato un
conflitto o una situazione di sfruttamento ad essere quello che è.
Gli amici del centro giovanile Mladi Most, che dal 1994 lavorano a Mostar
per costruire la pace e per superare le dittature dei nazionalismi, si
devono confrontare con il fatto che l'obiettivo di una società
in cui ogni individuo venga rispettato presenta enormi ostacoli e richiede
un cambiamento politico, sociale e culturale di grande portata.
È utile, per non farsi schiacciare dal senso di impotenza ("come
potrò cambiare un sistema così gigantesco?"), provare
a identificare un livello intermedio di complessità all'interno
del quale collocare le nostre iniziative. Un esempio potrebbe essere la
decisione di orientare le iniziative a trasformare, nel breve-medio periodo,
la città e la regione in cui si lavora.
Radicare un'azione sul territorio, fare in modo che il proprio operato
trovi una risonanza a livello cittadino e regionale, non cambierà
forse in un colpo solo la più ampia realtà sociale, nazionale
ed internazionale con la quale dobbiamo fare i conti; ma è senz'altro
un modo utile per ampliare il raggio di azione di organizzazioni e movimenti
per la pace. A Mostar, oggi, il centro Mladi Most è assai conosciuto;
e centinaia di ragazzi e ragazze in tutta l'Erzegovina hanno preso parte
ai "laboratori creativi" e ai seminari di formazione sulla nonviolenza
offerti dal centro.
Una seconda possibilità per arricchire la "mappa sociale"
all'interno della quale situiamo il nostro lavoro è individuare
le leadership intermedie che, in una situazione di conflitto o di ingiustizia
sociale, possono essere avvicinate più facilmente e avere interesse
a contribuire alla trasformazione: personalità politiche non di
primo piano, intellettuali, giornalisti, leader locali rispettati, figure
assai note nella vita pubblica. Con il tempo, si può formare una
"rete di sostenitori della pace" in grado a sua volta di influenzare
importanti decisioni politiche. Questo concetto è stato proposto
dal già citato mediatore statunitense John Paul Lederach e da lui
utilizzato in diverse occasioni per contribuire a processi di pace in
vari paesi del mondo (tra cui il Nicaragua e la Somalia).
Questa struttura concentrica, dal gruppo di "persuasi" alla
società, ci offre la possibilità di riflettere meglio sul
senso della nostra azione.
Collocando le iniziative insieme nella prospettiva sociale appena descritta
e nell'orizzonte del tempo – riflettendo quindi sugli effetti del
nostro agire nell'immediato, e il suo rapporto i cambiamenti da qui alla
prossima generazione – possiamo dare un significato a quel che facciamo.
La speranza è ciò che unisce il "qui ed ora" delle
nostre iniziative con la complessità del mondo sociale in cui viviamo,
i "piccoli passi" che facciamo nel breve periodo con il nostro
sogno di trasformazione. Con le parole di Havel: "la speranza è
la certezza che quello che si fa ha un senso, che abbiamo successo o meno."
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Teatro e nonviolenza nei Gruppi Educativi Territoriali di Reggio Emilia.
Appunti da un percorso non solo teatrale
Premessa
Lo scorso anno la decisione di intestare il nostro GET (1) a Martin Luther
King aveva dato l’occasione di avviare un percorso teatrale finalizzato
a far passare tra i ragazzi, del nostro colorato gruppo multiculturale,
un’idea di soluzione dei conflitti con lo strumento della nonviolenza.
E qualcosa era sicuramente rimasto. Ne abbiamo avuto conferma in settembre
quando abbiamo visitato, come prima uscita del gruppo, a Scandiano la
mostra “Dalla guerra alla pace” e, al ritorno, con alcuni ci
siamo fermati, su loro richiesta, in salotto a provare a rispondere alla
semplice ma complicatissima domanda: “ma noi cosa possiamo fare per
la pace?”.
Ed intanto c’era stato l’11 settembre, con il suo carico di
morte su civili innocenti, che aveva colpito la sensibilità profonda
di tutti, adulti e ragazzi, e c’era stata la ritorsione americana
che aveva portato altro carico di morte su altri civili innocenti. E c’erano
alcuni dei nostri ragazzi di cultura islamica che a scuola venivano apostrofati
con il nome, nell’immaginario collettivo carico di significati negativi,
di Osama Bin Laden, e la risposta violenta di qualcuno di questi. E c’era
infine anche per noi educatori, per il nostro ruolo sociale e culturale,
la domanda di fondo, di fatto inesplorata: “ma noi cosa possiamo
fare per la pace?”.
Nasce da tutto ciò, in lunghe riflessioni d’equipe, l’idea
di osare, di affrontare in pieno, e nel pieno della crisi afgana prima
e palestinese poi (per tacere delle altre crisi permanenti), il tema della
guerra e del suo superamento verso un orizzonte di pace, con lo strumento
del teatro. E non solo.
E così è partito un percorso di lavoro tematico, sviluppato
lungo l’intero corso del l’anno, che ha coinvolto quasi tutti
i ragazzi, progressivamente quattro laboratori – teatro, burattini,
clown e falegnameria - e, in misura diversa, tutti gli educatori più
tre esperti esterni.
Questo è il tentativo di raccontare una parte di quest’avventura,
il laboratorio teatrale che ne è stato il centro propulsore.
Percorso
La prima uscita con il gruppo è per visitare, subito all’inizio
dell’anno, la mostra Dalla guerra alla pace, curata dalla Piccola
scuola di pace di Scandiano. La mostra è sobria, semplice, ma efficace,
e per i ragazzi un’esperienza coinvolgente, che affrontano con un’attenzione
ed una curiosità partecipe che supera le nostre aspettative. G.,
che ha vissuto con la propria famiglia la guerra in Kossovo, si commuove
e con lei L. Tutti ne sono scossi. Tutti lasciano un messaggio, più
o meno ingenuo e colorito, di ripudio della guerra. Ed all’uscita,
sulla strada del ritorno ed infine al GET se ne parla ancora. A., in maniera
quasi ossessiva, ci chiede ma noi cosa possiamo fare? E le nostre risposte,
piuttosto vaghe, sono inadeguate a soddisfare il bisogno istintivo di
agire.
L’idea di lavorare sul tema della guerra e della pace, che aleggiava
tra noi dopo l’esperienza teatrale dell’anno precedente, rinforzata
dalle vicende dell’11 settembre, giunge così definitivamente
a maturazione. Parte il laboratorio teatrale, che vuole si costruire uno
spettacolo ma soprattutto creare emozioni e consapevolezza su qualcuna
delle cause della guerra e su qualcuna delle possibilità –
tra quelle che dipendono dalle scelte di tutti - della pace.
Il laboratorio è condotto da Caterina Lusuardi, educatrice, artista
ed amica della nonviolenza, e da me, che l’aiuto nel pensarlo, annoto
le osservazioni, scatto le foto. E’ un laboratorio itinerante: alcune
tappe si svolgono al GET, nel salotto troppo piccolo e inadeguato, altre
nel teatrino della chiesa di San Maurizio, altre ancora nel salone del
ballon express.
Il primo giorno di laboratorio, sgombrato il salotto del GET da sedie,
tavoli e divani, seduti a terra in cerchio con una valigia in mezzo al
gruppo, è partito il lungo viaggio dentro la guerra, senza che
nessuno di noi avesse ben chiaro come ne saremmo usciti.
Un foglio bristol per ogni ragazzo, un mazzo di giornali intorno all’11
settembre ed all’avvio dei bombardamenti USA sull’Afganistan,
alcune foto, una radio che trasmetteva rumori di guerra, una luce soffusa,
forbici, colla e pennarelli, sono stati i nostri primi compagni di viaggio
sul tema “che cos’è la guerra”. Ciascun ragazzo
ha costruito il proprio cartellone esprimendo il suo sentire. I ragazzi
più attratti dalle immagini di armi ed esplosioni, le ragazze dalle
scene di dolore e lutto familiare; nell’insieme ne è scaturita
una piccola mostra improvvisata, che tutti hanno visitato lasciando un
messaggio per ogni cartellone, dove il lavoro di ciascuno – più
ingenuo o più profondo - non ha comunque fornito spazi alle banalità.
Gli appuntamenti successivi, di laboratorio teatrale vero e proprio,
sono stati i momenti di lavoro più profondo, dove sono venute fuori
con maggiore nitidezza le emozioni di ciascuno, la propria energia ed
aggressività, la capacità di stare in gruppo, le difficoltà
di concentrazione ed infine il rapporto personale, ed in un caso il vissuto,
con il tema della guerra.
Con il nuovo anno solare, piano piano, lo spettacolo comincia a prendere
forma e la nostra valigia si arricchisce di alcuni elementi che ne rappresenteranno,
di fatto, i simboli e la scenografia principale: i bastoni per i ragazzi,
i veli per le ragazze. Con i bastoni si mima il combattimento e si costruiscono
le croci, con i veli si rappresenta il dolore e si trasformano in sudario.
I ragazzi imparano dei passi di marcia, le ragazze dei passi di danza.
Si lavora sui simboli e sulle emozioni . Ogni tanto ci si ferma a riepilogare
il senso di quanto stavamo costruendo tutti insieme, a provare a far connettere
nella testa di ciascuno il “pezzo” teatrale da un lato con il
problema sempre vivo della guerra (anche se i mezzi d’informazione
ormai, volti a rincorrere l’ultimo evento, non ne parlano quasi più)
e dall’altro con gli altri “pezzi” dello stesso spettacolo,
contemporaneamente in costruzione negli altri laboratori.
E viene il tempo della gita di Pasqua: andiamo a trovare Paride Allegri,
ottantenne partigiano e nonviolento, nel Centro per la Riconciliazione
tra i popoli di Ca’ Morosini a Vezzano sul Crostolo. I ragazzi ci
riservano una sorpresa veramente inaspettata: ascoltano in silenzio per
oltre un’ora il racconto della guerra, della resistenza, della scelta
della nonviolenza, che questo vecchio vestito di bianco, seduto in mezzo
a loro, narra lucidamente ma con voce affaticata. E poi le domande pertinenti
e la viva curiosità sui sistemi ecologici con i quali si alimenta
la piccola comunità che vive a Cà Morosini.
E poi viene il 25 aprile, con la splendida giornata organizzata dai GET
in piazza San Prospero a Reggio, ed è l’occasione per proporre
un’anteprima dello spettacolo; di quel pezzo, provato e riprovato,
che finisce con il dolore della morte e che attende ancora il seguito
per alimentare la speranza della pace. Ma intanto la piazza - distratta
da una moltitudine di ragazzi, dalle “contrattazioni etiche”
dei prodotti dei loro laboratori alle bancherelle, da un susseguirsi ininterrotto
di spettacoli di tutti i GET sul tema della pace – per un attimo
si ferma, tace e si emoziona. E poi scrosciano i primi applausi. E per
tutti sono meritati.
Rimane da fare ancora l’ultimo sforzo: entrare di più nel
dolore della guerra, farlo sentire ai ragazzi ed al pubblico, e poi uscirne.
Ma non per volontà di qualcun altro, ma per decisione e responsabilità
loro, delle ragazze e dei ragazzi, delle donne – non più rassegnate
– e dei loro uomini - non più lasciati andare.
F. e A. ci aiutano a raccontare la tortura, a torso nudo, bendati, esposti
al pubblico. Le ragazze leggono le loro lettere struggenti, mentre i più
piccoli fanno scorrere la tempera rossa – il sangue – sul telo
bianco. Sarà il momento più toccante di tutto lo spettacolo.
Per loro e per il pubblico.
Le ragazze, dando forma alle nostre intuizioni, ci aiutano a uscire dalla
guerra: prendono i bastoni ai guerrieri, ancora e di nuovo – come
sempre accade – pronti per la battaglia, li ammucchiano insieme e
portano via ciascuna il proprio uomo.
Le armi rimangono li, abbandonate, spazzate via sull’onda del valzer
dell’amore da clowns folletti che irrompono all’improvviso sulla
scena.
Lo spettacolo completo, mostrato alla scuola ed alla città, avrà
tre repliche.
Way? Perché la guerra? ne sarà il titolo.
Dopo, cosa rimane?
Quante delle emozioni fatte vivere agli educatori, al pubblico dei loro
familiari e amici, dei loro compagni di scuola, del quartiere rimangono
anche in loro, nei ragazzi protagonisti di questa avventura?
I partecipanti al percorso sono quattordici, sei ragazze e otto ragazzi;
cinque italiani, tre marocchini, cinque ghanesi, una kossovara; le età
comprese tra i 12 e i 16 anni. Una bella diversità.
Con tutti abbiamo lavorato contemporaneamente sul tema – la guerra
e i modi, almeno uno, per impedirla o fermarla – e sull’espressione
delle emozioni individuali; sulla concentrazione e sulla costruzione del
gruppo; sulla abilità corporea e sulla recitazione; sulla presenza
scenica e sulla dimensione del simbolico.
Infine cosa è rimasto? Non è forse il mantenere aperta questa
continua sfida che dà senso alla nostra professione di educatore,
specie se nello svolgerla ci si ispira alla nonviolenza?
Pasquale Pugliese
(1) I GET sono un servizio pomeridiano del Comune di Reggio Emilia, articolato
sui quartieri, che si occupa di prevenzione sociale attraverso la promozione
educativa con ragazzi pre-adolescenti e adolescenti.
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Quale economia nonviolenta nelle nostre associazioni?
Raccolgo volentieri la proposta della mozione Salio, votata all'unanimità
al Congresso del Movimento Nonviolento e volta ad approfondire i concetti
legati all'economia nonviolenta.
Le esperienze di economia alternativa più spesso analizzate riguardano
realtà rurali e/o comunitarie che cercano di interpretare gli insegnamenti
gandhiani: vivono di ciò che producono, cercano di avere il minimo
impatto ambientale, dedicano la maggior parte delle energie al raggiungimento
di obiettivi in linea con gli insegnamenti del Mahatma.
Ma esperienze altrettanto interessanti di interpretazione dell'economia
nonviolenta sono quelle che si sviluppano, nella vita di tutti i giorni,
all'interno delle associazioni e dei movimenti che propagandano la nonviolenza
e la considerano non solo uno strumento, ma un obiettivo: quelle cioè
di cui la maggior parte di noi è componente attiva.
Come si comportano queste associazioni nella vita quotidiana? Come si
pongono di fronte a temi quali la trasparenza, la democraticità,
il coinvolgimento, ecc? Si può misurare quanto queste realtà
seguano concretamente quanto teorizzano?
Prendo spunto da un'altra mozione del Congresso, presentata da Davide
Caforio e avente a tema l'adesione a Banca Popolare Etica, per analizzare
come la Banca stessa ritiene corretto valutare l'eticità dei soggetti
che richiedono un finanziamento. Banca Etica sottopone ai candidati un
questionario che l'ha resa piuttosto famosa, chiamato Modello di Valutazione
Socio-Ambientale, che ha la pretesa di misurare quantitativamente il grado
di eticità del soggetto. E' suddiviso in nove parti, che dovrebbero
riassumere tutte le aree in cui l’etica è posta in discussione:
1)partecipazione democratica
2)trasparenza
3)pari opportunità
4)rispetto dell'ambiente
5)qualità sociale prodotta
6)rispetto delle condizioni di lavoro
7)volontariato
8)solidarietà verso le fasce deboli
9)legami territoriali
Ciascuna parte contiene domande relative a quella tematica, con risposte
graduate da un valore minimo ad uno massimo. Per esempio, tanto per toccare
un aspetto che può costituire criticità per le associazioni,
al punto uno viene chiesto quante assemblee vengono svolte annualmente,
quanti soci partecipano di solito alle assemblee e se è prevista
una rotazione tra gli organi di governo. Molte realtà di volontariato
sono guidate dalla figura carismatica del fondatore o di un leader, che
con la sua generosa ma ingombrante presenza può mettere in ombra
o allontanare altri soggetti desiderosi di maggiore autonomia decisionale.
La suddivisione delle competenze e quindi delle responsabilità
è vista come un elemento che arricchisce, che evita ai movimenti
di dipendere dallo stato di salute di una sola persona, da perseguire
quindi dove le decisioni importanti non vengono prese collettivamente.
Al punto due si trovano invece domande relative alla circolazione delle
informazioni all'interno dell'ente, al suo esterno e se viene redatto
un bilancio sociale: viene dato per scontato che esista comunque un bilancio
economico, ma in quanti casi questo non avviene? Alcune associazioni si
limitano a compilare il bilancio richiesto dalle legge a chi deve chiedere
finanziamenti pubblici, composto cioè da voci incomprensibili a
chi non è perlomeno commercialista: la trasparenza riguardo ai
flussi di denaro che circolano (da dove arrivano e dove vanno), oltre
ad essere un imperativo nel mondo nonviolento, consentirebbe una più
corretta impostazione del lavoro svolto, puntando più sulle iniziative
di successo ed evitando quelle che risultano inutili.
Un altro potenziale nervo scoperto viene toccato al punto cinque, dove
si chiede se vengono prodotte autovalutazioni sulla qualità del
servizio svolto e sulla qualità sociale prodotta. Se ci si pone
cioè il problema di valutare il lavoro dell’ente in base alle
richieste che vengono ad esso inoltrate, e non in base ai desiderata dei
suoi singoli componenti. Alcuni si trincerano dietro al fatto che è
difficile valutare il grado di soddisfazione di cose immateriali come
un convegno o una mostra, perché i frutti di quel lavoro si possono
raccogliere anche dopo anni; ma per esempio distribuire un questionario
finale ai partecipanti che permetta loro di esprimersi sul livello di
soddisfazione raggiunto, o lanciare un sondaggio interno sulle tematiche
che prioritariamente dovrebbero essere affrontate l’anno successivo,
potrebbe risultare un valido monitoraggio della propria realtà.
Infine chi volesse misurare, anche solo per gioco, l'eticità della
propria associazione secondo la visione di Banca Etica, può scaricare
il modello D dal sito internet ( si potrebbero avere ottimi spunti di
discussione, per risolvere o prevenire problematiche che possono anche
distruggere il prezioso lavoro quotidiano dei movimenti.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Quando gli obiettori volevano abolire l’esercito
Mario Pizzola, che insieme ad altri sette compagni aveva dato vita nel
1971 alla prima obiezione di gruppo e che era stato condannato dal Tribunale
militare di Torino a quattro mesi di reclusione scontati nel carcere di
Peschiera del Garda, nell’autunno del 1993 fece presente che la semplice
riforma della legge sull'obiezione non sarebbe stata sufficiente per scardinare
l'intero sistema militare. Egli scriveva: "Ciò che non è
ancora stato colto, e chissà se mai lo sarà, è l'obiettivo
del progressivo deperimento della macchina e del potere militare in corrispondenza
della crescita dell'obiezione. La speranza (o l'illusione?) era che ogni
obiettore in più significasse un uomo in meno per le forze armate
e che il bilancio della 'difesa' fosse proporzionalmente diminuito
col crescere del numero degli obiettori. Invece la realtà
ha mostrato che non esistono vasi comunicanti, che lo sviluppo dell'obiezione
non svuota il sistema militare, che il bilancio delle forze armate è
una sorta di variabile indipendente che cresce incurante di quanto avviene
sul fronte dell'obiezione (sia al servizio che alle spese militari). Anzi,
paradossalmente, sembra quasi che la macchina militare - liberata dalla
'zavorra' dell'obiezione - possa procedere più speditamente verso
quel Nuovo modello di difesa che cambia pericolosamente, in peggio, sia
la struttura (sempre più professionisti e armamenti sempre più
sofisticati) che gli obiettivi (impiego fuori dei confini nazionali per
difendere l'opulenza dell'Occidente). In realtà un nesso tra
obiezione e Nuovo modello di difesa esiste e i vertici militari lo
hanno avvertito temendo che la liberalizzazione dell'obiezione di coscienza
privi le Forze armate di quella massa di leva che, destinata ai servizi
meno nobili, è complementare alla funzione assegnata alla componente
professionale. In definitiva il valore dirompente dell'obiezione
di coscienza non sta tanto nella sua capacità di sottrarre direttamente
dei pezzi al sistema militare quanto nelle modificazioni profonde
che questa scelta produce sul tessuto culturale e politico della
società per costruire l'alternativa alla difesa armata” (1).
Medesima era la preoccupazione di Piercarlo Racca, che nel 1969 era stato
condannato a trenta giorni con il beneficio della condizionale per
essersi rifiutato di svolgere il servizio militare. "Il rischio è
quello di creare un po' più di spazio per i 'servizio-civilisti'",
egli scriveva "e sempre meno spazio per gli obiettori e voglio qui
ricordare che essere 'obiettori di coscienza al servizio militare' significa
togliere consenso alla struttura militare" (2).
Dal 15 al 17 ottobre si tenne a Trento un incontro nazionale promosso
dalla L.O.C. e patrocinato dal Comune di Trento e dal Forum trentino per
la pace, al termine del quale fu approvato un ordine del giorno che sollecitava
una rapida approvazione della legge di riforma dell'obiezione di coscienza,
che venne inviato a tutti i senatori della Commissione Difesa (3).
Intanto la rivista "Azione nonviolenta" proponeva ai suoi lettori
di scrivere ai senatori della quarta commissione, che erano chiamati
a valutare gli emendamenti peggiorativi alla riforma della legge
n° 772 proposti dal ministro Fabbri per conto del Governo, invitandoli
ad approvare la legge senza modifiche (4).
Nello stesso numero della rivista l'avv. Sandro Canestrini metteva in
guardia dal cadere preda di facili entusiasmi e spronava a non cessare
di vegliare. "Ricordare le denunce", egli ammoniva "i rapporti
dei carabinieri pieni di livori e disprezzo nei confronti degli obiettori,
ricordare le celle gelide di Peschiera, ricordare i giudici dei vecchi
tribunali militari in alta uniforme, guantoni bianchi e spadoni, coi carabinieri
dietro le spalle del presidente, coi pennacchi bianco blu. Ricordare le
irrisioni, le prese in giro, le cariche e le bastonate. (...) Ricordare
i ragazzi che hanno bruciato mesi della loro giovinezza in nome di
un ideale, grande, immenso" (5).
Altri notavano che la riforma creava nuovi problemi e di conseguenza
nuove esigenze. In particolare per riqualificare il servizio civile e
per avviare concretamente il periodo di formazione si evidenziava la necessità
di creare una nuova figura professionale, quella del formatore degli
obiettori di coscienza (6).
E' vero che di fronte alle riforme elettorali e costituzionali, ai drammatici
problemi economico-sociali, alle vicende politiche e giudiziarie di tangentopoli
il tema della riforma dell'obiezione di coscienza risultava essere di
secondaria importanza. Ma è anche altrettanto vero che all'interno
di un quadro politico più generale esistono problemi che "non
solo interessano direttamente milioni di cittadini, ma [che] possono
far emergere contenuti di civiltà e di democrazia destinati ad
imprimere una svolta storica. E' questo il caso della nuova legge sull'obiezione
di coscienza" (7).
Una rivista di Milano, nata come "Foglio di discussioni" tra
amici, battuto a macchina in poche copie a carta carbone, poi al ciclostile
ed infine alla linotype, dal ’49 al ’53 è stata oggi
edita integralmente.
Fa piacere segnalarlo ai lettori di Azione Nonviolenta per il valore degli
scritti di un gruppo di intellettuali giovani e giovanissimi, che dibattono
con familiarità e tensione (come sempre si dovrebbe secondo la
lezione capitiniana) i temi più importanti del dopoguerra, molti
dei quali ancora all'ordine del giorno. L'eccezionalità di quella
esperienza si intuisce anche solo scorrendo l'elenco degli interlocutori,
protagonisti tutti, a vario titolo, del dibattito culturale e politico
degli anni successivi: Luciano Amodio, Piero Bontadini, Sergio Caprioglio,
Cesare Cases, Piero d'Angiolini, Pacifico d'Eramo, Franco Ferrarotti,
Franco Fortini, Giacomo Francioni, Armanda Guiducci, Roberto Guiducci,
Delfino Insolera, Franco Momigliano, Fulvio Papi, Claudio Pavone, Giulio
Preti, Michele Ranchetti, Renato Solmi, Emanuele Tortoreto.
Introduce la raccolta una preziosa testimonianza di Renato Solmi, la cui
attiva e sollecitante adesione al Movimento Nonviolento ci onora. La rivista
illustra nel modo migliore cosa si deve intendere per discussione. Capitini
lo diceva: discutere vuol dire scuotere con forza e "certe cose vanno
scosse, perchè cada il non vitale e si ravvivi l'essenziale, ciò
che chiede sviluppo". Tali sono le discussioni su quel foglio.
Il primo Foglio di discussione, del marzo '49, propone la discussione
n.1 " Violenza e non violenza", così avviata da Delfino
Insolera:
Argomento Si vuole studiare la situazione di chi, pur nutrendo simpatie
per la dottrina della non-violenza assoluta, riconosce la necessità
di trasformare i rapporti fra gli uomini e vede inevitabile l'intervento
della violenza in tale trasformazione.
Problema n. 1 Critica della teoria della non violenza.
Eliminare la violenza dal proprio comportamento personale vuol dire eliminare
una violenza come sentimento individuale. Non si tocca così la
violenza come rapporto di altri con altri, nè come rapporto di
altri con me. La violenza è un fatto intersoggettivo; deve essere
affrontato con misure intersoggettive.
Problema n.2 Critica alle apologie della violenza.
Distinguiamo due motivi possibili di tali apologie:
a) si ritengono soddisfacenti gli attuali rapporti umani e se ne esalta
l'aspetto violento: in tal caso si è fuori dall'argomento preso
in esame;
b) si esalta la violenza come trasformatrice dei rapporti umani: in tal
caso si esalta una certa violenza contro un'altra violenza. La forma di
apologia della violenza scompare, se si conviene di chiamare violenza
appunto ciò che si intende eleiminare dai rapporti umani.
Problema n.3 Teoria formale della violenza.
(…) Non si può escludere che l'aspetto da eliminare si trovi
in tutti i rapporti umani: ciò dipende dalla struttura d'insieme
dei rapporti in un dato momento storico, che è la società.
In tal caso per eliminare la violenza, cioè per trasformare la
società, sarà indispensabile ricorrere alla violenza (…)
Problema n.4 Cercare di dare un contenuto a questa teoria formale.
Proposta di definizione (sostanziale) di violenza: si chiama violenza
un rapporto interumano diretto ad annullare il senso della spontaneità
individuale (da un punto di vista soggettivo) ed a impedire l'attuarsi
di qualche possibilità individuale (da un punto di vista oggettivo).
Il tema è ancora attuale e se siamo ben certi che la non il fine
giustifica i mezzi, ma sono questi a pregiudicare il fine, resta la difficoltà
di un'azione capace di "elidere" la violenza anzichè
perpetuarla. Merita, come l'intera raccolta, di essere letta.
Daniele Lugli
Introduzione al Cristianesimo Pacifista - Luci ed Ombre delle Chiese
Cristiane in merito alla Pace -,
di Davide Melodia, con presentazione di Nanni Salio.
Se fossi un giornalista che ha letto “Introduzione al Cristianesimo
Pacifista” di Davide Melodia, malgrado il sottotitolo che chiarisce
essere il saggio dedicato a mettere in evidenza sia le luci che le ombre
delle chiese cristiane in merito all