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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
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E’ una calda estate ma la nonviolenza non
va in vacanza
A cura di Mao Valpiana
Con l’arrivo dell’estate ci prendiamo un momento di pausa.
Torneremo nelle case degli abbonati con il numero di agosto-settembre,
quando riapriranno le scuole e le ferie saranno alle spalle.
La nonviolenza, naturalmente, non va in vacanza. Anzi, il periodo estivo
è sempre denso di iniziative e proposte, come anche di emergenze
e crisi.
Sullo sfondo resta la minaccia e la guerra al terrorismo internazionale,
i nodi irrisolti dell’Afghanistan, della Cecenia, dell’Irak,
la richiesta della Nato di nuove e crescenti spese militari; e poi l’imbarbarimento
del conflitto israeliano palestinese, la morte per fame e siccità
in Africa, i conflitti dimenticati in ogni luogo del pianeta.
In questo drammatico scenario, i nostri movimenti cercano di organizzarsi,
di coordinarsi con altre forze alternative, per rendere concreta e credibile
la proposta nonviolenta. Dal 3 al 10 agosto si riunirà in Irlanda,
a Dublino, la Conferenza Triennale della War Resisters International “La
resistenza nonviolenta ed il cambiamento sociale”, e dal 26 agosto
al 4 settembre , molti rappresentanti dei movimenti nonviolenti parteciperanno
alla Conferenza mondiale dell’ Onu “per lo sviluppo sostenibile”
(o, meglio, il “Vertice della Terra”, come preferisce chiamarlo
Vandana Shiva), che si terrà in Sudafrica, a Johannesburg. Dopo
10 anni dal Vertice di Rio troppe speranze sono andate deluse. Il divario
tra paesi ricchi e paesi poveri è aumentato, le crisi ambientali
del pianeta sono degenerate, la globalizzazione cresce nei suoi aspetti
deleteri e arretra invece la globalizzazione dei diritti insieme ai possibili
aspetti “desiderabili” di questo processo planetario. Insomma,
un passo avanti e quattro indietro! I grandi proclami, fatti anche in
occasione del Summit della Fao a Roma, sono regolarmente disattesi nei
fatti. Faraonici progetti di manipolazione genetica per “debellare
la fame” (e intanto si investono enormi finanziamenti nei laboratori
di ricerca scientifica delle multinazionali) si infrangono davanti alla
tragica realtà di immense aree geografiche private di quel bene
supremo che è l’acqua. Questa è la verità.
La globalizzazione del 2000 non riesce a garantire la semplice acqua che
Madre Terra ha sempre offerto gratuitamente e in abbondanza a tutti.
In questo numero affrontiamo il tema della fame e della globalizzazione,
e le possibili strategie nonviolente.
Grazie, Sandro!
Abbiamo ricevuto questa lettera dall’avvocato Sandro Canestrini,
che ci ha onorato e commosso. Abbiamo conosciuto Sandro nelle Aule dei
Tribunali, difensore di tanti obiettori e nonviolenti. Con i suoi capelli
bianchi, e i suoi ottant’anni, è intervenuto al nostro Congresso.
Ci ha annunciato le sue dimissioni “per raggiunti limiti di età”,
ma per noi resta “il Presidente”.
Cari amici,
in occasione della prima riunione del nuovo Comitato di Coordinamento
del Movimento Nonviolento, voglio farVi giungere il mio saluto più
affettuoso. Sono stato orgoglioso, e per anni, di averVi potuto anche
legalmente rappresentare e non posso dimenticare come tutto ciò
ha influito nella mia vita: nei limiti delle mie possibilità ho
ritenuto di poter dare forse anche qualche consiglio giuridico, ma soprattutto
uno scambio di grandi affetti. Il pomeriggio di sole nel quale insieme
a Zanotelli abbiamo chiuso la Marcia Nonviolenta del 2000, insieme a mille
e mille problemi sorti durante le tante difese politiche sia di obiettori
che di persone a noi vicine, la partecipazione con qualche scritto al
nostro giornale, la stesura di qualche documento: tutto si affastella
ora nella memoria in un momento in cui forze ben più giovani, probabilmente
anche entusiasmi più freschi, si apprestano a dirigere nel Comitato
il nostro Movimento.
Per questo mi tiro da parte perché Voi non avete bisogno di “vecchietti”
ma appunto di fresche e giovani energie come Voi avete: il momento politico
e sociale che stiamo attraversando è semplicemente spaventoso,
per tutte le insidie che le vecchie e le nuove conservazioni tendono a
chi vuole cambiare e andare avanti in nome di parole, che non sono solo
parole, di solidarietà, di alleanza tra forze propulsive della
storia, di azioni anche audaci che pongano all’ordine del giorno
della coscienza (troppo spesso addormentata) degli italiani, problemi
di vita e di morte.
Se posso permettermi un consiglio, Vi prego di non dimenticare mai tutti
quelli che si sono sacrificati per i nostri ideali: penso certamente ai
grandi nomi della storia, ma in questo momento voglio pensare con particolare
tenerezza ai tanti e tantissimi ragazzi che hanno affrontato Peschiera
e il carcere militare, processi e spese, disagi di ogni genere, per poter
essere fedeli a questi ideali. A tutti costoro noi dobbiamo principalmente
se siamo ancora attivi.
Vi seguo con affetto, spero che mi teniate al corrente della Vostre attività
e sono certo che manterrete fede agli ideali laici e democratici in nome
dei quali abbiamo per tanti anni insieme lavorato.
Vostro Sandro Canestrini.
Il Vertice FAO e la sfida alle multinazionali
Bisogna sostituire la globalizzazione con la tutela delle diversità
e creare un mercato dalla parte dei consumatori
Intervista a Vandana Shiva
di Denise Murgia
Vandana Shiva, indiana, laureata in fisica, direttrice dell’Istituto
indipendente “Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia
e l’Ecologia” di Nuova Delhi, da 20 anni dedica la sua vita
allo studio e alla ricerca sulle principali questioni ecologiche, portando
avanti importanti battaglie per la tutela della diversità biologica
e dei saperi tradizionali delle popolazioni indigene contro i tentativi
monopolistici delle grandi multinazionali dell’agrobusiness. Tra
gli innumerevoli riconoscimenti (nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood
Award, Premio Nobel alternativo), il Premio AcquiAmbiente, premio speciale
“Ken Saro Wiwa”. É stato in occasione della premiazione
di quest’ultimo, svoltasi ad Acqui Terme il 21 aprile 2002, che ho
potuto incontrarla.
Lei ha dato vita e opera all’interno del movimento Navdanya:
quali sono i punti fondamentali della vostra azione?
Ciò che noi sosteniamo é che dobbiamo avere quattro sovranità
fondamentali: 1) dobbiamo avere la sovranità sulla nostra terra,
e la nostra terra non può essere sottoposta al controllo delle
multinazionali, e questo é l’aspetto politico; 2) dobbiamo
avere la sovranità sulla nostra biodiversità, la nostra
biodiversità non può diventare monopolio, il monopolio brevettato,
di 5 multinazionali in tutto il mondo; 3) dobbiamo avere la sovranità
sul nostro cibo, e il nostro cibo non può essere distrutto da quattro
o cinque aziende dell’agro-business; 4) dobbiamo avere la sovranità
sulla nostra acqua, che é stata anch’essa privatizzata. I
sistemi di irrigazione che sono stati privatizzati, in India, costano
dieci volte tanto. Ecco perché i contadini stanno morendo: il costo
dell’acqua é aumentato del 20% ovunque sia stata introdotta
la privatizzazione.
Quali vie d’uscita vede? Che le multinazionali falliscano prima
che facciano ulteriori danni?
Esattamente. Credo che un’altra chance sia sapere che loro falliranno,
e non aver paura del breve periodo. Dovrebbero riconoscere l’insostenibilità
della struttura, anche per loro stesse. Per quanto riguarda noi ritengo
che il modo per sconfiggerle prima che distruggano troppo sia mettere
la nostra libertà contro la loro e difenderla tenacemente, celebrare
la nostra diversità, rifiutare la monocoltura, e non permettere
che ci governino con la paura, il controllo e la manipolazione, ed essere
gioiosi e pieni di speranza.
Crede che questo sia possibile anche in Europa dove le normative comunitarie
in materia di agricoltura vincolano anche i piccoli produttori?
Credo che la libertà fondamentale sia fare da se, l’obbligo
fondamentale sia fare da se. Fare per se stessi, se si vuole; se non si
vuole si può andare dal proprio vicino; ma se lo si vuole, le proprie
leggi e la propria economia non dovrebbero impedirlo. Questo é
il problema: non é detto che si produca formaggio ogni giorno,
ma se si vuole farlo non devono essere le multinazionali ad impedirlo.
La globalizzazione ha portato ad una regolamentazione ossessiva nei confronti
dei cittadini, che vengono trattati come se fossero totalmente malati,
e allo stesso tempo ad una deregolamentazione per le aziende.
Con tutto ciò ci vuole dire che occorre uscire dal sistema di mercato?
No! Non significa stare fuori dal mercato: significa creare un mercato
migliore. Noi lo facciamo in India con la vendita diretta. Abbiamo iniziato,
rispondendo alle richieste dei contadini, con il creare un mercato diretto,
questo significa che portiamo i loro prodotti direttamente sul mercato,
in parte perché noi non sosteniamo i prodotti chimici ma solo quelli
organici, ma anche perché é ricco di diversità. Adesso
abbiamo un incredibile festival d’arte, i contadini portano i loro
raccolti alle nostre fiere alimentari e vengono con le loro ricette tradizionali
che le casalinghe di città vogliono imparare. Due anni fa ogni
bambino a Delhi beveva solo Coca Cola o Pepsi, adesso può andare
da qualsiasi parte e avere una bevanda tradizionale.
A quanto pare i contadini rispondono alla vostra politica, vedono i benefici
di tutto questo. E i consumatori? In fondo sono loro che acquistano i
prodotti e fanno la differenza tra il mercato per la produzione globale
e quello per la produzione locale.
Sì. Noi rispondiamo alle richieste dei contadini, a nostra volta.
Per quanto riguarda i consumatori, Navdanya ha creato un’unione
di consumatori e produttori e noi li portiamo insieme ai festivals e alle
fiere; i nostri soci consumatori ordinano ciò di cui hanno bisogno,
i nostri contadini ci dicono ciò di cui hanno bisogno, e noi cerchiamo
di unire le due cose.
Su cosa sta lavorando attualmente? Navdanya? E cos’altro?
Navdanya ha creato un movimento vasto; continuiamo con l’attività
di conservazione dei diversi semi (la salvaguardia dei semi é una
cosa che ho imparato dai contadini), con l’agricoltura biologica,
con la vendita diretta. Ma, oltre a ciò, abbiamo ampliato il lavoro
di Navdanya per creare movimenti di base democratici e fare passi avanti
contro la globalizzazione. Noi li chiamiamo democrazia della terra perché
si tratta della democrazia di tutto il mondo, democrazia per tutte le
specie. Questo significa libertà per tutti, non solo per qualcuno
o per qualche multinazionale. É una democrazia basata sul principio
dell’autogoverno locale, dell’economia locale, votata ad affrontare
i problemi della violenza, che sta aumentando, i problemi della proprietà
e i problemi della sostenibilità. Vediamo la democrazia della terra
come il prossimo passo del nostro movimento per il mantenimento della
diversità. Non é solo il problema della biodiversità,
ma comprende anche quello della diversità culturale nella democrazia.
Perché dopo l’11 settembre, dopo le leggi antiterrorismo,
con i governi che ovunque creano sistemi che danno vita a una società
che diventa sempre piu’ violenta e intollerante, abbiamo bisogno
di un altro modo di pensare la nostra vita e il nostro mondo e per noi
questo modo é la democrazia della terra. In indhi la chiamiamo
Jaiv Panchayats, jaiv - che significa vivere - e panchayats che in India
é la democrazia locale; perciò democrazia della terra é
democrazia viva in contrapposizione alla democrazia morta.
Il prossimo mese di settembre si terrà a Johannesburg il Vertice
delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile. A dieci anni dal Vertice
della Terra di Rio de Janeiro, quali sono stati, secondo lei, i fallimenti
di Rio, e che aspettative ha per Johannesburg?
Il principale fallimento del Vertice di Rio é che i governi hanno
portato avanti l’agenda della globalizzazione e non hanno rafforzato
gli obblighi sottesi all’agenda stessa. Si tratta di un fallimento
intenzionale. Riguardo Johannesburg c’é un tentativo di presentarlo
come se non avesse niente a che vedere con l’ambiente. Vanno in
giro dicendo “non usate la parola Terra in relazione all’incontro,
non chiamatelo il Vertice della Terra”. Per me é il vertice
della Terra, il vertice della terra della gente, perché mobiliteremo
la gente, i bambini intorno ad esso. Prima della Rivoluzione industriale,
anche in Europa la gente vedeva la terra come un qualcosa di vivente,
non come una cosa morta. In seguito la terra vivente non fu piu’
generatrice di vita e le donne che continuavano a relazionarsi con questa
terra viva, usando piante medicinali e operando guarigioni, furono bruciate
come streghe. Un’inquisizione simile é in atto in questo
momento, prima furono bandite le parti viventi della terra, adesso vogliono
bandire la terra, e far credere che il cibo locale, che viene dal suolo
e dalla biodiversità o dai semi, venga dalla Monsanto. Vorrebbero
farci credere che sono i soldi e la tecnologia a far andare avanti il
mondo e non la gente e la natura. La sfida della vita é riconoscere
che noi dipendiamo dalla natura, ma anche che la gente é il filo
dell’economia, della società, della cultura; e l’economia
non sono i 3 miliardi di dollari che si muovono al giorno, questa non
é un’economia, é una falsa economia. Questo significa
che sono le multinazionali a dire quello che vogliono fare, se vogliono
volontariamente etichettare gli organismi geneticamente modificati ce
lo diranno loro, noi dovremmo lasciarle libere di fare. Io ho un messaggio
molto semplice per Johannesburg e tutti gli stati del pianeta: fate che
la gente stia al centro, fate che la natura stia al centro, mettete le
multinazionali sotto controllo e rendete i governi responsabili.
Andrà a Johannesburg?
Sì, ci andrò. Non voglio che passi un messaggio negativo.
Voglio che passi un messaggio di speranza, di democrazia, di fiducia,
responsabilità.
Quale può essere l’equilibrio tra il modello che lei prospetta
e il modello industriale occidentale? Crede che i paesi occidentali siano
pronti ad affrontare un simile cambiamento?
Il primo elemento della globalizzazione é che ci viene imposto
un cattivo modello. Per me il primo passo deve essere quello di bloccare
la distruzione di culture ed economie sostenibili, il che avviene attraverso
l’esportazione di modelli alternativi in tutto il mondo, attraverso
aiuto, sussidi e coraggio. Quindi, se riusciamo a proteggere il Terzo
mondo dalla distruzione l’occidente stesso sarà in grado
di cambiare dall’interno. Il dibattito in questo momento non é
se l’Occidente vuole cambiare, bensì se ha il diritto di
distruggere il Terzo Mondo.
Quali sono i contenuti che il Sud del mondo può dare al paradigma
politico della sostenibilità?
Credo che il primo elemento sia la biodiversità, solo il Sud sa
come conservarla e usarla in modo sostenibile. In secondo luogo, la maggior
parte del Sud non é ancora bloccato in un sistema di mercato obbligatorio,
perciò può ancora fare un’altra scelta. Credo che
l’insegnamento piu’ importante per la sostenibilità
che il Sud può dare, sia il fondamentale riconoscimento che le
risorse della terra sono pensate per sostenere l’intera vita, non
possono essere trasformate in merci, trasformate in proprietà di
cinque multinazionali dell’acqua che cercano un mercato da tre miliardi
di dollari, o di cinque aziende delle sementi e della biotecnologia che
ugualmente cercano un mercato di tre miliardi di dollari. Oggi cinque
multinazionali vogliono prendere tutta l’acqua, tutti i semi e dirci
che dobbiamo pagare loro i diritti di proprietà: ci devi pagare
per bere ogni sorso d’acqua, ci devi pagare per piantare ogni seme.
Il Sud invece vive ancora in una cultura che riconosce che i semi appartengono
alla natura e devono ritornare alla natura ed che é nostro dovere
piantarli nuovamente; e per questo non possiamo essere trattati come ladri.
É contraria ai brevetti?
Sono totalmente contraria ai brevetti sulla vita.
Quando parlate del riconoscimento dei saperi tradizionali delle popolazioni
indigene, che cosa intendete?
Riconoscere significa riconoscere l’esistenza di qualcosa e che
nessuno ha il diritto di possedere questo qualcosa. Parliamo di proprietà
comune, di proprietà collettiva. E in realtà non é
neanche una proprietà. Vogliamo il riconoscimento dell’acqua
e della biodiversità come beni comuni, di cui dobbiamo prenderci
cura insieme. La comunità ha il diritto di usare le risorse, ma
ha il diritto di usarle, non di possederle, il diritto di usarle e il
diritto di evitare certi tipi di abusi, ma non si tratta di diritti di
possesso esclusivo. Infatti, é stato il colonialismo a mettere
la nostra terra sotto proprietà, noi potevamo usare la terra, potevamo
coltivarci il cibo, ma non era nostra da poterla comprare e vendere, furono
gli inglesi ad introdurre il concetto di privatizzazione delle risorse,
le merci, che passando di mano in mano diventano una proprietà
privata. Il termine privato deriva dal latino privare, che significa significa
togliere agli altri, non condividere. E ciò di cui abbiamo bisogno
e che il Sud può dare, e che le donne possono dare é il
riconoscimento che se tu vuoi avere parte della mia tazza di caffé,
é mio dovere dartela, non ho diritto di dire “pagami”.
Il Vertice FAO di Roma
800 milioni di affamati. Che non fanno paura
Di Gabriele Colleoni
C’è qualcuno che avrebbe mai il coraggio di proclamarsi contrario
alla lotta contro la fame nel mondo? L’esempio l’abbiamo appena
avuto sotto gli occhi con la seconda conferenza mondiale sull’alimentazione
organizzata dalla Fao a Roma nella seconda settimana di giugno. Eppure,
l’ennesimo summit si è concluso con un bilancio che, al di
là di diplomatici distinguo, si può dire sia stato unanimemente
giudicato fallimentare.
Ma occorre spingersi forse più in là ancora, perché
altrimenti si finisce per avvallare le a questo punto ciniche affermazioni
di vari leader politici, presenti o assenti a Roma, che hanno abusato
di parole, promesse e consigli. Dopo il vertice Fao delle vistose diserzioni,
l’impressione è che la parte di mondo che da tempo riesce
a soddisfare il bisogno più primordiale dell’uomo mangiando
l’equivalente di 850 chili di frumento l’anno, per lo più
sottoforma di prodotti animali, può sopportare l’esistenza
di oltre 800 milioni di persone che invece non hanno ancora vinto questa
fondamentale battaglia per la vita.
Sì, la parte sazia del mondo può «sopportare»
l’idea di convivere senza farsi troppi problemi con quel miliardo
e 200 milioni di «marginali», che sopravvivono con l’equivalente
di 150 chili di grano (800 milioni di loro, di cui 300 in età infantile,
secondo la Fao, sono alla fame). Del resto ci ha convissuto sinora.
La controprova? Quando si è trattato di fermare il terrorismo,
l’Occidente è stato capace di una reazione immediata, mettendo
in campo risorse, strutture e intelligenze e prendendo in considerazione
persino possibili limitazioni, in nome della sicurezza, alle sacre libertà
civili... La convinzione implicita nei comportamenti delle nostre leadership
sembra essere che la fame non alimenta più di tanto il terrorismo.
D’altra parte ci vuole poco per capirlo. Gli affamati fanno fatica,
in senso letterale, a muoversi, a «tirare a campare», non
parliamo ad organizzarsi... Hanno un problema di altro tipo da risolvere,
ogni giorno e tutti i santi giorni, con l’incognita di non sapere
se potranno vedere il giorno dopo.
Nella prima conferenza sull’alimentazione del 1996 la Fao si era
dato l’obiettivo di dimezzare entro il 2015 gli 800 milioni di persone
che soffrono la fame, impegnandosi a ridurre ogni anno di 22 milioni il
numero delle persone alla fame. In realtà, i dati dicono che meno
di sei milioni all’anno sono sottratti da questa emergenza.
La tragedia della fame e della denutrizione ha varie cause; alcune antiche
e «visibili» anche per i media: le carestie dovute a eventi
climatici eccezionali, le guerre... Ma i programmi Onu d’emergenza
alimentare nel 2001 hanno riguardato «solo» 43 milioni di
persone, il 5 per cento del numero totale di chi soffre la fame. Il vero
nodo è dunque costituito dalla fame cronica, «strutturale»,
collegata alla condizione di miseria.
Quella alimentata ad esempio dall’impossibilità di ampie fasce
di popolazione rurale nel Sud del mondo, di disporre, per le mancate riforme
agrarie, di terra da lavorare, anche solo per la sussistenza, antico antidoto
delle famiglie contadine contro la penuria di cibo. E chi cerca chance
di sopravvivenza nelle città, si ritrova in baraccopoli che perpetuano
situazioni di miseria e denutrizione.
Si parla di aiuti ai paesi poveri, ma intanto scattano le barriere protezionistiche
nei confronti dei loro prodotti. Le nostre ambasciate sono invitate esplicitamente
a fare business e marketing, magari anche di armi (e in Italia d’altronde
si sta mettendo in discussione la legge 185 che vigila su questo export
destinato soprattutto ai «paesi meno avanzati»). Le proposte
delle società civili del Terzo mondo sono state liquidate semplicemente
come «lontane dalla realtà» (che si vede da questa
parte del mondo)...
Eppure il ministro dell’Agricoltura brasiliano, Marcos de Moraes,
si è azzardato a dire che «abolendo i sussidi agricoli nel
giro di 24 giorni si potrebbe sconfiggere la fame nel mondo», con
il conforto della stima della Banca Mondiale, secondo la quale senza sovvenzioni
alle agricolture del Nord, il Pil dei Paesi in via di sviluppo crescerebbe
di 30 miliardi di dollari. «Abbastanza per garantire un certo numero
di pasti», ha commentato icastico l’Economist, baluardo del
pensiero liberista, auspicando riforme nei Paesi poveri che rendano meno
predatori i governi locali e diano diritti ai contadini, e al tempo stesso
la «ristrutturazione» dell’agricoltura su scala mondiale.
Il vero nodo da sciogliere oggi non è produrre più cibo.
Né è la Fao che pure ha dimostrato molti limiti, come quelli
evocati da un documentatissimo libro che mette sotto accusa i «signori
della povertà» in giro per il mondo per conto delle organizzazioni
Onu occupandosi di sviluppo. Il nodo è rendere effettivamente possibile
a milioni di persone di accedere (cioè: avere i soldi per) al cibo
e all’acqua. Ogni giorno. Per tutta la vita. Le briciole (e le belle
intenzioni) dei ricchi Epuloni da sole non colmeranno le mense degli affamati.
Il centro per la risoluzione dei conflitti e la riconciliazione
Tra kamikaze e muri, tra palestinesi e israeliani,
tenta di germogliare il seme della nonviolenza
di Noah Salameh*
Le attività e i progetti
Sebbene il nostro centro sia nato da poco, e nonostante le difficili circostanti
che la nostra gente sta affrontando, che rendono il nostro lavoro molto
difficile e talvolta impossibile, con l’occupazione che ci circonda
e la violenza che dobbiamo fronteggiare quotidianamente…
Cerchiamo di coordinare diversi progetti, necessari alla nostra comunità
palestinse, alla relazione con la parte israeliana e al lavoro di pace
per la fine dell’occupazione e l’affermazione della giustizia
attraverso il rispetto reciproco e la fine di ogni genere di violenza,
formale e personale.
Nonostante tutto questo e con gli sforzi degli attivisti che lavorano
con noi, come operatori o su base volontaria, cerchiamo di condurre diversi
programmi. Alcuni dei più importanti sono:
1) Educazione alla pace nelle scuole
Ha lo scopo di trasmettere i valori della pace, della giustizia, della
democrazia e della nonviolenza attraverso la risoluzione dei problemi
con i metodi della negoziazione, in un certo numero di scuole governative
a Betlemme e a Gerico, con corsi di 40 ore. In una prima fase offriamo
questi corsi agli operatori sociali (quest’anno, 21 operatori di
scuole diverse), successivamente gli operatori formati trasferiscono le
loro competenze agli studenti, in accordo con le direzioni scolastiche.
Abbiamo scelto di lavorare con i ragazzi perché sono in una fase
di crescita molto delicata, di passaggio tra l’infanzia e l’età
adulta, e crediamo che tutto ciò che imparano in questa fase avrà
un’influenza sul loro comportamento, per tutta la vita.
La terza fase di questo programma consiste nell’aprire il corso ad
insegnanti volontari, quindi uno dei compiti degli operatori sociali formati
è convincere gli insegnanti dell’importanza del corso; se
il messaggio viene percepito, avrà un influsso sul clima scolastico
e sulle relazioni tra studenti, tra studenti e insegnanti, e tra studenti
e genitori.
È importante che gli insegnanti non prendano questo corso come
un insegnamento che si conclude in se stesso, ma imparino e sperimentino
come trasferire le informazioni nei rapporti con gli altri attraverso
esercitazioni, interazioni e lavori di gruppo. Queste nuove competenze
ed informazioni si rifletteranno sul comportamento di studenti, insegnanti
e di tutti i membri della scuola, che trasformeranno indirettamente i
processi di apprendimento.
Ci auguriamo che i nostri programmi abbracceranno un maggior numero di
scuole, data la loro importanza nella situazione che stiamo attraversando,
dove la violenza si diffonde tra i membri della comunità, specialmente
tra i giovani. È per questo che cerchiamo di parlare di nonviolenza,
democrazia, pace e giustizia sociale nella nostra comunità, e tra
comunità diverse.
Il nostro programma, dove applicato, ha sempre ottenuto buoni risultati
ed è stato accettato da tutti i partecipanti. Le richieste erano
superiori alle nostre possibilità, per la mancanza di materiale
didattico e la necessità di contributi economici, ma continueremo
a lavorare su questo, e forse riusciremo a trovare il sostegno necessario
a lavorare con un maggior numero di scuole palestinesi. Cerchiamo anche
di collaborare con progetti diversi applicati in altri paesi, per condividere
le nostre esperienze e per apprendere da loro.
2) la consulenza psicologica
Questo programma è iniziato due anni fa, con un gruppo di counseling
a giovani tra i 15 e i 20 anni, più vulnerabili e più esposti
alla violenza ed anche ai suoi effetti psicologici e mentali, oltre che
fisici. Questo tipo di violenza assume una forma politica che si mescola
alle idee religiose, nazionali e personali. Il numero di giovani negativamente
esposti sta crescendo rapidamente, per questo cerchiamo di offrire gruppi
di consulenza attraverso laboratori per i ragazzi, che comprendono un
insieme di counseling psicologico e incontri di apprendimento, per sviluppare
le abilità necessarie a superare i momenti di crisi, imparare a
gestire i conflitti in un’atmosfera amichevole per tutti i partecipanti.
Ogni incontro è aperto a gruppi di 20-25 giovani e dura dalle 2
alle 4 ore, e a volte una giornata intera, per proseguire poi con un laboratorio
di 30 ore. In molti casi i ragazzi tornano il giorno successivo portando
con sé nuovi amici, e questo dimostra il grado di interesse che
questi workshop riescono a suscitare.
Intendiamo proseguire questi programmi anche nell’anno a venire,
con la speranza di espanderli, per la loro positiva influenza sulla società
in generale, e sui partecipanti in particolare.
3) Programmi di formazione per poliziotti
È un programma rivolto a poliziotti, membri del servizio di sicurezza
e operatori pubblici su come trattare con il pubblico. Il programma è
stato implementato in accordo con molte amministrazioni, quali ad esempio
Hebron, Betlemme, Abu Dees, Gerico e Ramallah, ed è centrato su:
1. come relazionarsi con il pubblico
2. le modalità di coordinamento tra diversi sistemi di sicurezza,
i loro effetti, e l’effetto del loro conflitto sull’opinione
pubblica
3. i diversi sistemi usati da questi sistemi di sicurezza nel rapporto
con la popolazione, l’impatto negativo che possono avere, e come
è possibile ridurlo.
Ogni laboratorio è articolato in 10 incontri di 3 ore ciascuno.
Sebbene il numero di partecipanti ad ogni ciclo sia abbastanza ampio,
la possibilità di incidere è davvero limitato rispetto all’ampio
numero di persone impiegate in tutti i sistemi di sicurezza, tanto da
non poter lavorare con tutti.
Il programma ha avuto un buon successo ma non è stato ampliato
come avremmo voluto, per ragioni prevalentemente economiche, perché
crediamo che non sia stato compreso nelle sue potenzialità. A nostro
avviso è uno degli errori dei dirigenti, perché la polizia
non ha bisogno soltanto di imparare l’uso delle armi, ma anche di
imparare a comunicare, a trattare con la gente, e a risolvere i conflitti,
abilità che spesso mancano in questi operatori nonostante la loro
lealtà verso il popolo palestinese e il grande desiderio di rendersi
utili; la passione da sola non basta, una persona deve avere delle capacità
e deve saper fare la scelta giusta.
4) Un’esperienza di formazione per operatori della sicurezza israeliani
e palestinesi insieme, ad Allenby Bridge (sul confine con la Giordania)
Questo programma è stato sviluppato soltanto una volta, nel 1999,
con un corso di 40 ore per 20 partecipanti israeliani e palestinesi che
hanno lavorato insieme, un grande risultato per entrambe le parti, concordato
con i rispettivi dirigenti.
Il corso era focalizzato sulle vie per la soluzione dei conflitti tra
le due parti, che hanno lavorato insieme 24 ore al giorno, e sulle competenze
comunicative e di dialogo con la parte avversaria, per cambiare l’immagine
che ognuno aveva dell’altro. Abbiamo scoperto che questi ufficiali
non sapevano niente dei loro avversari, abitudini, convinzioni o cultura,
e quello che sapevano derivava da voci che avevano sentito. Del resto
non erano mai stati formati a lavorare insieme, e questo produce molti
conflitti e problemi.
Altri due corsi si sono fatti a Karmy Bridge, tra Gaza ed Israele, entrambi
di 40 ore e per 20 partecipanti. Per questi ufficiali erano la prima opportunità
per conoscersi direttamente e personalmente, e per comprende l’immagine
che suscitavano nell’altro. Tutti i partecipanti e i loro ufficiali
hanno mostrato un grande interesse per il corso, e il desiderio di proseguire.
Al termine, tutti hanno affermato che le loro relazioni erano migliorate
durante gli incontri, ma sfortunatamente la situazione politica, peggiorata
nel corso del 2000, ha impedito di proseguire, ma le persone con cui abbiamo
lavorato sono ancora in contatto con noi e periodicamente ci chiedono
di proseguire l’esperienza.
La conclusione più importante è stata che: è un grande
errore chiedere a queste persone di lavorare insieme senza nessuna formazione
precedente che li aiuti a conoscersi, prima di diventare soldati, perché
non è possibile trasformare l’odio con un compito scritto,
occorre preparazione, educazione e conoscenza diretta, oltre ad una formazione
specifica sulla comunicazione e sulla risoluzione dei conflitti.
5) Un programma per i leader dei gruppi giovanili
Un corso estivo che si è svolto durante le vacanze scolastiche,
per molti diversi gruppi giovanili. I partecipanti dovevano rivestire
un ruolo speciale, di leadership, tra i loro compagni a scuola, cercando
di influenzare positivamente le relazioni tra studenti e di aiutarli talvolta
nel risolvere i loro problemi.
I ragazzi provenivano da diverse scuole del distretto (città, villaggi
e campagna), e questo ha dato loro la possibilità di conoscersi
meglio e di stabilire nuove relazioni.
Il corso consisteva in un training di 50 ore e toccava il concetto di
leadership, la partecipazione ai gruppi, la comunicazione, le abilità
di risoluzione dei conflitti e molti altri concetti quali i diritti umani,
la democrazia e la non-violenza.
6) Un programma di co-facilitazione
Il programma è stato sostenuto e avviato in collaborazione con
l’Università di Pisa e fino a questo momento siamo riusciti
a tenere due corsi annuali, ognuno con 20 pacifisti e persone che lavorano
nella gestione dei conflitti, di parte sia israeliana che palestinese.
Il corso comprende oltre 100 ore di lavoro con il direttore del Centro,
Noah Salameh, come formatore palestinese, e Edi Kaufrman del Truman Institute
della Hebrew University, per la parte isareliana.
Il corso discute i problemi della co-facilitazione e di come attuarla,
e con quali abilità. I partecipanti apprendono attraverso il lavoro
di gruppo e prendendo parte attiva alle discussioni, anche perché
ognuno di essi ha già una esperienza di lavoro in questo campo.
Si può parlare di una esperienza di mutua formazione tra i partecipanti,
dove vengono scambiati giochi ed esercizi che poi sono sperimentati direttamente
nel laboratorio, accanto all’approfondimento di aspetti teorici e
scientifici. I gruppi sono importanti per facilitare il dialogo tra parti
avverse, perché ognuna sente di essere rappresentata.
Questa è la prima esperienza simile nel nostro paese e in tutto
il mondo, poiché non esiste niente di simile a questo livello scientifico
o accademico, e il successo del corso è mostrato dall’alto
interesse mostrato dai partecipanti. Moltissime erano le richieste di
adesione ed è stato molto difficile fare le selezioni.
Il primo corso si è svolto nel 1999/2000, dove la situazione politica
era abbastanza stabile, così gli incontri avvenivano alternativamente
in territorio palestinese e israeliano. Durante queste discussioni si
è stabilita una rete di relazioni, grazie al clima collaborativo
e di apertura che si è stabilito tra tutti i partecipanti, e si
sono sviluppati successivamente programmi di cooperazione e collaborazione.
7) Letture sui diritti umani e la democrazia
Il centro promuove letture per giovani su argomenti che hanno a che vedere
con la pace, la nonviolenza, la democrazia e i diritti umani. Ogni lettura
ha un pubblico di 25-30 partecipanti, che discutono in generale la situazioni,
le loro idee di partenza e le loro relazioni con l’attuale situazione
palestinese, e come è possibile influenzare positivamente lo stato
delle cose.
Le letture si tengono in collaborazione con il comitato palestinese indipendente
per i diritti umani. Crediamo che abbiano grande importanza, e ci basiamo
sulla grande richiesta che riceviamo e sull’approfondimento individuale
che segue da parte dei partecipanti, nel cercare informazioni sui temi
dei diritti umani e della democrazia.
8) Stampa di materiali
Il nostro centro stampa materiale sull’attuale situazione e sui concetti
di non-violenza, democrazia, pace e diritti umani. Abbiamo intenzione
di realizzare un certo numero di opuscoli che aiutino a diffondere questi
concetti nella comunità palestinese, e la pace interna alla comunità.
Sebbene siamo solo agli inizi, abbiamo già abbastanza materiale
per lavorare, e cominceremo non appena avremo la necessaria disponibilità
di fondi. Questi libretti sono importanti perché potranno essere
distribuiti nelle librerie, nelle scuole e nei circoli culturali, ed essere
offerti a tutti i nostri giovani, completando così i nostri programmi
di formazione.
9) Progetti per il dialogo sulla storia
Si terrà un laboratorio comune sul ruolo della storia nel conflitto,
dove molti insegnanti di entrambe le popolazioni si incontreranno per
discutere l’influenza dell’insegnamento della storia, come la
leggiamo, e in che modo può aiutare a costruire la pace o almeno
a neutralizzare e a fermare l’escalation del conflitto.
Abbiamo iniziato questo progetto, anche se è davvero difficile
e spinoso, perché pensiamo che questo argomento sia importante
e abbiamo bisogno di discuterlo. Anche se alcuni autori ne hanno parlato
nei loro libri, noi crediamo che siano rimasti su un piano puramente teorico
e che ancora nessuno lo abbia discusso praticamente, con le persone più
vicine a questo argomento – gli insegnanti, che parlano di queste
cose a scuola, ogni giorno, nelle loro classi.
Stiamo preparandoci a tenere inizialmente degli incontri con le singole
parti per discutere con ognuna come vede la storia e il suo ruolo nel
conflitto, successivamente proporremo incontri congiunti per cominciare
a confrontarci. Speriamo di riuscire a mettere a punto alcune attenzioni
su come presentare la storia in una situazione di conflitto, o alcune
suggestioni su come insegnarla. Il tema è complesso e richieste
studi in molti campi tra quanti lavorano nella scuola, per trovare una
via percorribile. Perciò speriamo che questo programma verrà
avviato in molti contesti. Il progetto è in collaborazione con
Nevè Shalom – Wahat al-Salam.
Infine, ci auguriamo che questo breve report sui nostri progetti dia ai
nostri amici, e a chi crede nel nostro lavoro e nei valori dell’amore,
della pace, della giustizia, dell’uguaglianza e della fratellanza,
un’idea di quello che stiamo facendo, degli obiettivi che stiamo
perseguendo nel lavoro per la pace, la giustizia e il rispetto reciproco
tra tutti i popoli e tra tutti gli individui, nelle nostre organizzazioni
e in tutto il mondo.
Vorremmo assicurarvi che l’obiettivo principale del nostro centro
è creare, mantenere, e nutrire i valori dell’umanità,
che sono gli stessi in tutti i testi sacri e in tutte le filosofie, e
indicano che tutti gli esseri umani sono stati creati per vivere in pace,
che la guerra è un caso eccezionale e di emergenza che deve essere
superato creando una cultura di pace, giustizia, libertà, uguaglianza,
senza differenze tra persone di diverso colore, etnia, nazionalità,
razza o cultura.
*Direttore del
The Center for Conflict Resolution and Reconciliation - CCRR
P.O.Box. 861, Bethlehem - Palestine
Tel. +972-2-2767745, Fax. +972-2-2745475
E-mail:
or
Il muro tra Israele e Palestina non risolverà
il conflitto
di Adam Keller*
La notizia più importante oggi in Israele è il muro, il
celebrato “muro di difesa” che l’esercito sta per costruire
da qualche parte nei pressi della Green Line, i confini israeliani prima
del ’67, e che è stato al centro di un acceso dibattito tra
i ministri israeliani.
I coloni e i loro alleati di estrema destra sono agguerriti, convinti
che il muro sia foriero del ritiro di Israele entro i confini del ’67
e della creazione dello stato Palestinese – il loro peggiore incubo.
Per la stessa ragione, parte della popolazione che si considera impegnata
per la pace e contraria all’occupazione sostiene il progetto –
infatti, ci sono stati attivisti che negli anni passati hanno fatto pressione
in questo senso, e alcuni politici sperano di trarne vantaggio. Per queste
persone, oggi è un giorno di gloria.
Guardando spassionatamente a ciò che il Ministro della Difesa Ben-Eliezer
sta proponendo oggi, con l’approvazione del Primo Ministro Sharon,
sia l’euforia delle colombe che la preoccupazione dei coloni sembrano
premature e inopportune.
Per cominciare, il muro non segue esattamente il confine precedente al
’67. In molti tratti se ne distanzia per “qualche chilometro
qua e là”. Questi scostamenti sono stati decisi da politici
e generali che disegnano un confine sulla carta, ma significano nei fatti
che dozzine di villaggi circondati dal filo spinato e minati appariranno
improvvisamente a separare i contadini palestinesi dalle loro terre, contadini
già duramente sotto pressione per gli eventi degli ultimi due anni
e per i quali queste terre sono l’ultima fonte di sussistenza che
gli rimane.
Nell’area di Gerusalemme, il tracciato del muro che dovrebbe essere
costruito non ha niente a che vedere con il confine del 1967. Piuttosto,
ha l’obiettivo di radicare l’annessione del 1967, con il filo
spinato che separa i 200.000 abitanti palestinesi di Gerusalemme Est dai
loro fratelli di Betlemme a sud, Ramallah a nord, e i villaggi e i sobborghi
tutto intorno. Per un abitante musulmano o cristiano della Cisgiordania,
visitari a Gerusalemme i luoghi sacri della propria fede – al momento
difficile e rischioso, ma ancora possibile – diventerà completamente
impossibile, una volta che il muro sia eretto completamente su tutti i
lati.
Di più, la costruzione del muro non significa di per sé
che l’esercito lo riconosca come limite, o che cessi le lunghe incursioni
ed invasioni nelle città palestinesi. Infatti, Sharon ha detto
piuttosto chiaramente, più e più volte, che questo NON si
fermerà, che l’esercito non intende affatto ritirarsi, né
gli insediamenti verranno smantellati da questo governo.
C’è, in effetti, un precedente ovvio: la Striscia di Gaza
è circondata da tutti i lati, e già da molti anni, da una
barriera – che imprigiona centinaia di migliaia di palestinesi, ma
non impedisce ai coloni israeliani di tenere sotto controllo oltre un
terzo di questo territorio, con il risultato che ampie forze militari
continuano ad uccidere e ad essere uccise, giorno dopo giorno, per mantenere
in piedi quelle colonie.
Giovedì scorso i soldati di guardia all’insediamento di Netzarim
hanno sparato ad un bambino palestinese di nove anni, uccidendolo, in
un incidente che a fatica è stata menzionato dalla stampa israeliana
o internazionale; questa mattina, un titolo di Yediot Aharonot celebrava
come eroi due soldati uccisi la notte prima “per difendere Dugit”
– un villaggio nel nord della Striscia di Gaza abitato da coloni
insoddisfatti, che da tempo chiedono al governo, ripetutamente ed invano,
di essere trasferiti.
Il destino di Gaza sembra annunciare quello che Sharon sta preparando
per la Cisgiordania – con in più la complicazione che al di
là del muro la Cisgiordania dovrà essere divisa e ulteriormente
suddivisa in enclave sempre più piccole, un processo già
ampiamente avanzato. (In una conversazione con un nostro contatto ad Hebron,
abbiamo saputo oggi degli abitanti di Beit Anun bombardati con gas lacrimogeni
mentre cercavano di raggiungere i campi e le vigne, e di alcuni insegnanti
impegnati negli esami delle matricole, trasportati a dorso d’asino
nei villaggi che sono stati tagliati fuori, ).
Una popolazione come quella israeliana che vive sotto la minaccia costante
degli attacchi terroristici ha poco spazio per l’empatia verso i
palestinesi sotto occupazione. Nella totale sfiducia nell’avversario
e con una speranza di pace sempre più flebile, il concetto di “separazione”
fa sì che l’idea di un muro divisorio diventi popolare in
ampia parte dell’opinione pubblica israeliana. Tuttavia, senza la
fine dell’occupazione, nemmeno la “separazione” ci darà
sicurezza. E con una vera fine dell’occupazione non ci sarà
alcun bisogno di una “muraglia cinese”.
* portavoce di Gush Shalom
L’impronta della Bossi-Fini
Hai lasciato l’impronta? Sì, ma quella…
ecologica
A cura di Nanni Salio
Tutti ricordiamo l’11 settembre 2001: una data fatidica entrata
prepotentemente nella storia. Ma pochssimi ricordano un altro 11 settembre,
all’inizio del secolo scorso! Era il 1906 e Gandhi decise di sfidare
il governo boero lanciando una campagna di disobbedienza civile per protestare
contro la ignominiosa legge che obbligava tutti gli immigrati indiani,
turchi e arabi residenti in Sud Africa a “munirsi di un certificato
di identità, a fornire le impronte digitali e a farsi ‘marchiare’
il corpo per poter essere facilmente identificabili”. (Dennis Dalton,
Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, ECIG, Genova 1998, p.
34). “Per Gandhi la nuova legge non era soltanto discriminatoria
ma profondamente umiliante, in quanto trattava gli indiani alla stregua
dei criminali comuni”. Ebbe così inizio la campagna di disobbedienza
civile: gli indiani dovevano rifiutarsi di farsi registrare, anche a costo
di essere arrestati.
Sembra che il pendolo della storia ci stia riportando ai tempi più
bui dell’umanità, quando imperavano razzismo, intolleranza,
nazifascismo, guerra. In simili frangenti è importante trarre ispirazione
da chi, prima di noi, con grande coraggio, intelligenza e creatività
ha saputo affrontare situazioni estremamente difficili senza far ricorso
ad altra violenza, ma suscitando il potere dal basso, il potere della
nonviolenza. Diamo allora nuovamente la parola a Gandhi: “Quello
che ci apprestiamo ad attuare è un proposito molto importante,
poiché la nostra stessa esistenza in Sud Africa dipende dalla sua
totale osservanza”. Egli insiste sul momento cruciale di quella scelta
che doveva essere suggellata con un patto da non infrangere, con un giuramento:
”Se, dopo aver fatto questo giuramento, violassimo la nostra promessa,
saremmo colpevoli di fronte a Dio a agli uomini”. Ricordando quegli
eventi, Gandhi li avrebbe definiti “l’avvento del satyagraha”,
il metodo di lotta nonviolenta col quale ci si propone di liberare dalle
“catene della violenza” sia gli oppressori sia gli oppressi,
sia i ricchi sia i poveri.
Dopo poco meno di un secolo da quegli eventi, nella civilissima e cattolicissima
Italia un manipolo di signori e di signore della cosiddetta “casa
della libertà” intende riproporre quella stessa norma liberticida
in aperta violazione dei più elementari diritti umani. Oltre a
coloro che sono apertamente d’accordo, c’è chi minimizza
con argomenti del tipo “l’impronta digitale non è più
razzista d’una fotografia” (Lorenzo Mondo, La Stampa, 2 giugno
2002). Ma come è stata proposta è discriminatoria, tant’è
che sinora viene utilizzata solo per chi viene arrestato e va in carcere.
Ed è uno dei tanti passi che si vanno compiendo verso forme di
controllo da “stato di polizia”, che peraltro risulteranno palesemente
inefficaci contro i veri problemi della criminalità organizzata
e della legalità (mafie, camorra, tangentopoli, corruzione dei
“colletti bianchi”, conflitti d’interesse, ineleggibilità
del premier, monopolio delle televisioni).
L’unica impronta veramente importante che dovremmo cominciare sistematicamente
a stimare e calcolare per ciascuno di noi è quella “ecologica”,
ovvero il peso col quale passiamo la nostra breve esistenza su questo
pianeta, sottraendo a molti altri esseri umani e non umani le risorse
indispensabili semplicemente per vivere.
Se rientrassimo dentro i “limiti della crescita”, dentro i “limiti
della biosfera”, se non rubassimo le risorse altrui e non intaccassimo
così pesantemente il capitale naturale del nostro pianeta, contribuiremmo
allo stesso tempo a risolvere anche il problema dal quale nasce la questione
dell’altra impronta, quella digitale. Riducendo la nostra impronta
ecologica, aiuteremmo finalmente e concretamente le altre popolazioni
a vivere dignitosamente nel proprio territorio senza doversi sottoporre
ai ricatti e ai pericoli della gigantesca migrazione in corso.
Contro leggi ingiuste, Gandhi ci sprona a non aspettare, ad agire e a
disobbedire attraverso campagne di disobbedienza civile nonviolenta prima
che sia troppo tardi, come ci ricorda il monito, ahimè sempre più
attuale, lanciato da Martin Niemoller durante il nazismo:
Essi vennero contro i comunisti
e io nulla obiettai
perché non ero comunista;
essi vennero contro i socialisti
e io nulla obiettai
perché non ero socialista
essi vennero contro i dirigenti sindacali
e io nulla obiettai perché non ero dirigente sindacale;
essi vennero contro gli ebrei
e io nulla obiettai
perché non ero ebreo;
essi vennero contro di me
e non era rimasto
nessuno a obiettare.
Esperanza Martínez (Ecuador), Premio Alexander
Langer 2002
Salvare popoli e ambiente dai danni dell’oleodotto
Il Comitato scientifico e di Garanzia della Fondazione Alexander Langer,
ha deciso di attribuire il “Premio internazionale Alexander Langer”
per l’anno 2002, dotato di 10.000 Euro, ad Esperanza Martínez,
Ecuador, 43 anni, madre di tre bambini, biologa.
Nata e cresciuta a Panama, vi ha effettuato gran parte degli studi. Al
suo rientro in Ecuador Esperanza Martinéz ha deciso di mettere
tutte le sue conoscenze ed energie al servizio della parte più
indifesa della società e dell'ambiente. All'inizio degli anni 70,
il governo del suo paese ha rilasciato ad alcune imprese multinazionali
delle concessioni di ricerca ed estrazione petrolifera, in una vasta area
amazzonica di oltre 1 milione di ettari, in uno dei territori più
ricchi di specie animali e vegetali dell'intero pianeta. L'attività
di estrazione del petrolio in eco-sistemi così delicati, produce
un drastico peggioramento delle condizioni ambientali e di vita delle
popolazioni indigene, mettendo in crisi un sapiente uso del territorio
e delle sue risorse naturali, nonché un consolidato sistema di
relazioni sociali.
Consapevole della complessità degli interessi in gioco, Esperanza
Martínez ha deciso di dare il suo sostegno ai gruppi di donne e
di associazioni locali, contribuendo a tessere, con pazienza e tenacia,
una rete di alleanze sempre più ampie, che hanno coinvolto prima
la conca amazzonica e poi un numero crescente di associazioni del Sud
e del Nord del Mondo. Ed ha saputo collegare la richiesta di riconoscimento
dei diritti violati e di moratoria delle attività petrolifere,
che causano inquinamento e perdita di biodiversità, con quelli
più generali dell'effetto serra e il cambiamento climatico, affrontati
nel 1992 a Rio e che saranno nuovamente all’ordine del giorno dell’assemblea
ONU di Johannesburg (www.worldsummit.de ). Hanno così potuto conoscersi,
scambiarsi dirette esperienze, acquisire nuove competenze, rafforzarsi
reciprocamente, numerosi gruppi di resistenza indigena per esempio in
Venezuela, (Amigrana), Colombia (Censat e Uwa), Perù (Racimos de
Ungurahui), Argentina (Mapuche), Thaylandia (Kalayanamitra Council), Birmania
(Eri), Nigeria (Era e Mosop), e Georgia.
Ne sono nati, dal 1990, prima l'“Observatorio Social Ambiental de
la Amazonía”, uno spazio di lavoro comune e di confronto tra
organizzazioni ecologiste e sindacali, poi l'associazione „Acción
Ecológica“ (www.ecuanex.net.ec/accion), sezione in Ecuador
degli Amici della Terra, con la sua campagna internazionale "Amazonía
por la Vida". E nel 1996 la "Red de Resistencia a las Actividades
Petroleras en los Tropicos - Oilwatch" (www.oilwatch.org), di cui
Esperanza Martinez ricopre ancora oggi il ruolo di coordinatrice, e alla
quale aderiscono, da 46 paesi diversi di Asia, Africa, America Latina,
Europa, Usa e Australia, oltre 100 gruppi indigeni, ecologisti, religiosi,
di difesa dei diritti umani.
Tra le opere informative e divulgative di cui è stata coautrice
vanno segnalati: "Amazonía por la Vida: Debate ecológico
del problema petrolero en el Ecuador",1993; "Guia para enfrentar
las actividades petroleras en territorios indígenas", 1994.
Ha curato inoltre due volumi dedicati all'attività petrolifera
nei paesi tropicali : "Oilwatch", 1996 e "Voces des Resistencia
a la actividad petrolera en los Trópicos", 1997. Ha inoltre
pubblicato numerosi articoli in Ecuador e in altri paesi su questo decisivo
tema.
Negli ultimi anni Esperanza Martinéz si è concentrata, con
la rete di Acción Ecológica e di Oilwatch, nella lotta contro
la costruzione di un nuovo oleodotto lungo 500 km, che attraversa l'Ecuador
da Est a Ovest, colpendo aree attualmente protette e abitate dai popoli
indigeni Huaorani, Quichua, Shuar e Achuar.
Il contestato progetto è stato affidato al consorzio di imprese
OCP di cui fanno parte anche l’AGIP e la Banca Nazionale del Lavoro,
che si occupa della collocazione dei titoli sul mercato. Per l’importanza
della sua attività è sostenuta in Italia dalla Campagna
per la riforma della Banca Mondiale (www.crbm.org) e dalla Gesellschaft
für bedrohte Völker (www.gfbw.it). Un rapporto di gemellaggio
la collega anche con la Provincia Autonoma di Bolzano e con l’Associazione
ecologia e lavoro Ecolnet di Bolzano.
Del Comitato scientifico e di Garanzia della Fondazione Langer fanno
parte:
Renzo Imbeni ( presidente), Gianni Tamino (vice.presidente), Pinuccia
Montanari (relatrice), Ursula Apitzsch, Anna Bravo, Elis Deghenghi Olujiae,
Sonia Filippazzi, Margit Pieber, Alessandra Zendron
Promosso da MN, Mir e Amici di Capitini, Si è
svolto in maggio a Perugia
Suggestioni in margine al Seminario “Laicità, Religione,
Nonviolenza”
Di Enrico Pompeo
Chissà perchè ma fin da subito mi era parso che il segno
del tempo fosse positivo. Sarà stato per i fiocchi di lanuggine
bianca che scendevano dagli alberi, o per la calma che ispirava il luogo...non
lo so, fatto sta che la polverosa sensazione che ti osservi crescere dentro
quando ti presenti ad un incontro, con le tortuose perplessità
su quanto potrai sfuggire alla noia, al disagio della domanda che vorresti
fare, ma non trovi mai il momento adatto, non si faceva avvertire. Riguardai
il volantino spiegazzato nella tasca: il Movimento nonviolento, l’associazione
Nazionale Amici di Aldo Capitini ed il Movimento Internazionale della
Riconciliazione invitavano al seminario sul tema: Laicità, Religione,
Nonviolenza, presso Villa Umbra, a Perugia. Osservai nuovamente lo spazio
circostante. Non male. Già questo era indice di piacevolezza. In
fondo, organizzare una giornata in una costruzione in mattoni incastonata
nel verde, non era identico al farla in uno scantinato umido di una delle
tante periferie mangiate dallo smog delle nostre disarmanti province.
Allibito di fronte all’ovvia banalità di questa mia così
profonda riflessione, entrai nella sala dove, da lì a poco sarebbe
iniziato l’incontro, e mi sedetti. La constatazione di quanto fossero
piacevoli e comode le poltroncine mi confortava, soprattutto pensando
a quei 20 km. della marcia a favore di una soluzione nonviolenta della
situazione palestinese che, incuranti delle condizioni metereologiche,
aspettavano, il giorno dopo, di essere calpestati dalle suole consumate
delle mie scarpe. Cioè, in realtà non credo che quel tratto
di asfalto fosse cosciente di tutto questo, ma comunque, aver trovato
un sedere – nel senso di luogo, non vorrei apparire sboccato –
così rilassante, mi faceva pensare con maggior simpatia al tragitto
dell’indomani. Mentre venivo trascinato dietro il flusso di questi
futili pensieri, il dibattito iniziava. Ero contento di esserci. Credo
che discutere su questi temi, in un periodo storico come la nostra contemporaneità,
sia necessario e imprescindibile per tutti coloro che non credono che
quello in cui viviamo sia davvero il migliore dei mondi possibili.
Il primo relatore fu Mario Martini. Nel suo intervento, ricco di riferimenti
e prezioso stimolo di riflessione, ciò che mi rimase impresso fu
l’affermazione che tutte le religioni rivelate impongono la presenza
dell’assoluto nel piano contingente della storia umana, e questo
inserimento produce frizioni, scanalature irregolari, stonate percezioni,
in quanto ogni alterità viene accettata solo in parte, perchè
provvisoria, mancante della luce della verità univoca, di cui la
sola istituzione ecclesiastica possiede chiavi e porte. E’ proprio
il trincerarsi dietro blocchi monolitici, convinti assertori dell’infallibilità
del proprio credo, che stimola e giustifica la violenza nei confronti
di chi è diverso. Cartina di tornasole: la strutturazione interna,
non certamente democratica, delle tre grandi religioni monoteistiche.
Ho poi ascoltato Luciano Benini, che, puntuale e preciso, ha evidenziato
quanto la chiesa cattolica, come istituzione, abbia tradito il Vangelo,
soprattutto nella netta distanza che Gesù prende dal potere. E’
proprio Satana che nel deserto, per tentarlo, gli offre il ruolo di padrone
della realtà. E’ come se ci fosse un doppio fondo, una specie
di camaleontico percorso che porta la Chiesa, a partire dal quarto sec.
A.C., a saldarsi con chi detiene le redini del gioco, per poi accettarne,
o comunque legittimarne, lo strumento prediletto di conservazione della
propria forza: la violenza. C’è un’enciclica di papa
Giovanni, la “Pacem in Terris” in cui vi è un netto
rifiuto del concetto di “guerra santa”, ma esso ritorna, puntuale,
canonico, come un tarlo, che trova terreno fertile in proporzione a quanto
l’istituzione ecclesiastica si mescola con la gestione del potere
politico.
Quale intensità di emozione e profondità di pensiero nella
lettera che Gandhi scrisse ad Hitler nel 1941. Non arrivò mai a
destinazione. La censura inglese le tarpò le ali. In quelle parole
si sentiva un rigore ed una consapevolezza della responsabilità
delle azioni che si compiono sulla base di ciò che la nostra guida
interiore, la Verità, ci indica come ciò che è giusto
perseguire, anche ammettendo la possibilità di essere ucciso. Ed
è proprio in questa costante, infinita, ricerca di adeguamento
a questo principio universale, che è liberazione progressiva da
tutti i vincoli, che risiede il carattere laico del pensiero di Gandhi.
La lotta contro la divisione in caste e quella per l’emancipazione
della donna ne sono chiari esempi, come il fatto che nei villaggi che
lui ha disseminato in India fossero ammesse tutte le religioni, con la
sola rivendicazione della non chiusura dell’una verso l’altra,
perchè, rispetto a tutti i dogmi, l’unica risposta certa
la dà la coscienza.
Allora, ci chiede Matteo Soccio, Gandhi è religioso o politico?
In lui, non c’è separazione, ma capacità di unire
le due dimensioni, che diventano complementari, in quanto “la Verità
è Dio”, e l’agire sociale è il tentativo di
mettere in pratico questa verità, che è libertà,
assunzione di coscienza. Il Mahatma come vero propositore di una visione
che riesce a sconfessare Macchiavelli.
Le suggestioni di questo intervento così fecondo sono molteplici
e profonde.
Si entra poi ad analizzare come le tematiche di questo incontro si trovino
sviluppate nel pensiero di Aldo Capitini, e quali riferimenti possano
esserci nella sua trattazione filosofica di questi aspetti. Si evidenzia
una profonda convergenza tra la posizione etica e morale di Capitini e
quella di Kant, ripreso al di là della ‘Critica alla ragion
Pura’, unico testo accantonato dal maestro della nonviolenza italiana
tra quelli del pensatore tedesco, indizio inequivocabile di una distanza
dalla speculazione teorica fine a se stessa.
Sia nel filosofo tedesco che in quello italiano è sempre la morale
a fondare la religione, ma con dovute differenze. In Kant, è la
legge morale dentro di me che mi suggerisce un comportamento che, supportato
dalla ragione, può diventare universale. L’imperativo categorico
è il traguardo di uno sforzo di individui che si uniscono –
se lo fanno – dopo. In Capitini è un processo collettivo
fin dall’inizio, che parte e si sviluppa attraverso ‘l’amore’,
in cui ‘l’aggiunta’ si concretizza fin dal primo anelito
di giustizia, di etica e di morale.
La conclusione dell’intervento di Ornella Pompeo Faracovi strappa
l’applauso più fragoroso della giornata, sottolineato anche
dalla convergenza con le campane della chiesa vicina.
L’analisi pacata, ma estremamente profonda e densa, di Eugenio Rivoir
parte dalla profezia nefasta di Isaia sul destino di Gerusalemme, dovuta
all’incapacità degli uomini di leggere i segnali. C’è
salvezza solo per i pochi che possono vedere. Ma cosa si deve riuscire
a cogliere con il nostro sguardo? La possibilità di un mondo diverso
in cui le differenze non siano fonte di contrasti, ma di ricchezza reciproca.
La ‘Buona novella’ è la comunicazione di una realtà
in cui non esiste una verità imposta, senza costrizione, con una
sola legge universale, il non fare a te ciò che non voglio sia
fatto a me.
Dopo una lauta pausa pranzo, si susseguono vari contributi, tra i quali
quello di Antonino Drago, che sottolinea quanto la Nonviolenza debba essere
ancorata all’etica religiosa, per poter riuscire ad essere fondante
e carica di significato concreto. Rocco Alteri, invece, sottolinea, con
forza, quanto in Capitini laicità e religione siano in comunanza,
e mai in contrapposizione. La Religione è intesa come servizio
reso alla comunità, ed è perciò indissolubilmente
legata alla politica, e si realizza nella’Città dell’uomo’.
Ricordo poi parole toccanti e sincere di Dario Mencaroni, argute sottolineature
di Luciano Capitini e, soprattutto, l’intervento conclusivo di Rocco
Pompeo che, a differenza di questa mia caotica ed affastellata accozzaglia
di schegge di ricordi, ha tracciato un profilo preciso delle varie dinamiche
esposte durante il convegno, evidenziando quanto, nei maestri del pensiero
nonviolento, ed in Capitini in particolare, è proprio la Nonviolenza
a consentire una saldatura tra laicità e religione, che viene intesa
come ‘apertura’ verso l’altro, come impegno costante
al miglioramento del presente, messo in tensione con il valore dell’etica,
nella prospettiva di una realtà liberata, senza verità fittizie
ed intoccabili.
L’incontro era concluso. Mi sembrava di essere stato di fronte ad
uno specchio attraverso il quale le parole ascoltate avevano fatto intravedere
una prospettiva nuova, di più ampio respiro, che permetteva di
collegare spazi, concetti che il pensiero ufficiale tendeva a presentare
come intrinsecamente conflittuali e staccati.
Usciì dalla sala. Il cielo concedeva striature di tramonto allo
sguardo. Per una volta la disposizione d’animo della mattina era
stata confermata. Buon segno...
Un dibattito riaperto dal Seminario su laicità,
religione e nonviolenza
Laicità della nonviolenza: Capitini è cristiano o no?
Di Enrico Peyretti
Nel volume curato da Claudio Tugnoli, Maestri e scolari di non violenza
(ahimé, scritto staccato nel titolo, mentre a p. 10 Ennio Draghicchio,
nella presentazione, perora la causa capitiniana della scrittura in una
sola parola!), uscito da Franco Angeli nel 2000, alle pp. 81-83, Rocco
Altieri, che è un valoroso studioso di Aldo Capitini, dà
un severo giudizio su una mia affermazione, fatta nel convegno di Torino,
dicembre 1999, su Capitini non cristiano. Altieri si riferisce ad una
sintesi, la sola finora pubblicata, di quella mia relazione, che ascoltò
in quel convegno.
Capitini stesso si definisce post-cristiano. Bobbio (Introduzione a Il
potere di tutti, p. 24-29) parla del suo post-cristianesimo e post-comunismo
(rinviando al libro di Capitini Nuova socialità e riforma religiosa,
p. 112), e sottolinea il significato del "post", che non è
l'"anti". Secondo Bobbio, con Capitini «non possiamo più
dirci cristiani. Il che non significa anti-cristiani» (p. 25). Tuttavia,
non mi pare di avere io «ripetutamente parlato di Capitini come
di un autore post-cristiano», come scrive Altieri (p. 81).
Nella relazione intera di Torino, citavo il libro di Vigilante (La realtà
liberata, Edizioni del Rosone, Foggia, p. 98), che concorda con me. Soprattutto,
precisavo che ritenere Capitini non cristiano, nel senso preciso e rigoroso
del termine, non è ovviamente un insulto, né assolutamente
una diminuzione del valore della sua alta e feconda religiosità.
Altieri scrive due volte che il mio giudizio è «fuorviante»,
«pericolosamente fuorviante» (p. 83 e 81). Perché?
Mi pare di capire che egli pensi che ritenere Capitini non cristiano significhi
pensare che egli «mette da parte la figura del Cristo» (p.
81). So bene che non è così. Si può infatti considerare
molto la figura del Cristo, come faceva Gandhi, anche senza essere cristiani.
La figura di Gesù di Nazareth è interpretata in vari modi:
alcuni di questi appartengono alla universale tradizione cristiana, nonostante
le differenze interne a questa tradizione, altri no. Si può forse
discutere (e io lo dicevo) se il criterio che ho adottato (l'interpretazione
di Gesù come veramente uomo e veramente Dio, e la fede nell'uni-trinità
di Dio, che è di tutta la tradizione cristiana) sia esatto e utile
per individuare chi è cristiano in senso proprio. Ma credo che
questo criterio sia almeno fortemente legittimo, senza con ciò
diminuire nulla - specialmente oggi, per chi ha mentalità aperta
- della spiritualità e religiosità di chi cristiano non
è. Forse Altieri adotta un criterio diverso per individuare il
cristiano.
Egli scrive addirittura che il mio giudizio «sposta l'attenzione
dallo sforzo essenziale per il rinnovamento nonviolento delle religioni,
ad un accademico interesse classificatorio, chiudendo la realtà
ecclesiale al riconoscimento dovuto a Capitini per la sua aggiunta al
cristianesimo, non certo sostituzione, che è l'apertura al metodo
nonviolento e il riconoscimento diffuso del valore etico dell'obiezione
di coscienza» (p. 83). Sono consapevole di avere sempre fatto il
contrario.
Non mi pare di «ricadere nei vecchi pregiudizi dell'appartenenza,
del separare chi è dentro da chi è fuori». Si possono
individuare e chiarire diverse convinzioni e scelte, entro la più
grande scelta della vita religiosa nonviolenta, senza alcuno spirito esclusivista.
Non è «accademico interesse classificatorio», né
è «bizantineggiare», né è «fissare
lo sguardo sul dito che indica la luna» (stessa pagina), mettere
la comprensione della persona di Cristo al centro della ricerca di ciò
che è cristianesimo. E questa centralità non è affatto
dimenticare il «culto in spirito e verità», che va
inteso - sono felice di essere qui d'accordo con Altieri, e con Tolstoj,
e con lo stesso Giovanni apostolo (vedi la sua prima lettera 3,18) - come
"nei fatti", come agire etico. Teologia e cristologia, quando
sono serie e responsabili, non le considero delle oziosità evasive
dalla vita religiosa etica, ma una ricerca di luce per questo cammino
reale.
La polemica di Capitini col cattolicesimo sono convinto che nascesse dalla
sua pura e autentica religiosità, ma che dipendesse anche in parte
dallo stato della teologia cattolica di allora, e da quella prassi politica
ecclesiastica, dalla quale Capitini non riusciva a distinguere abbastanza
l'essenza del cristianesimo. Anche oggi questa politica ad alcuni nasconde
il centro del cristianesimo, mentre altri riescono a vederlo attraverso
quella nebbia e quelle scorie. Considero preziosa la polemica capitiniana,
in generale e per me (lo dico chiaro in apertura di quella mia relazione),
ma dico che ci sono dentro anche dei malintesi. E ciò non deve
sorprendere. Capitini aveva molte ragioni, ma non in tutto. Credo che
non avesse ragione nel quasi dissolvere la persona unica di Cristo, se
capisco bene, nell'apertura religiosa e generosa di tutti. Un cristiano
crede che veramente lo Spirito di Cristo vive e agisce in ogni persona
di buona volontà, ma non per questo ritiene di dover perdere quello
specialissimo riferimento personale e quella considerazione di Gesù
Cristo, che Capitini considera una "idolatria". Cristo è
con noi, è uno di noi, ma è più di noi, altrimenti
non sarebbe quella luce tutta nuova di salvezza e di vita.
Farò ancora attenzione alla critica di Altieri, col quale intendo,
come lui sa, spiegarmi pubblicamente, senza alcuno spirito polemico, ma
non mi pare ora di poterne accettare la sostanza assai severa, perché
non conosco e non penso Capitini nel modo che egli denuncia, benché
sia consapevole di avere ancora tanto da imparare, capire, pensare. Allo
scopo di chiarire la discussione, e permettere ai lettori di Azione Nonviolenta
di valutarla, riporto per intero, e non nel solo riassunto, le ultime
righe di quella mia relazione:
«Capitini non è cristiano nel senso proprio del termine:
cristiano è chi, sulla parola e per la testimonianza di Gesù
di Nazareth, tramandata nella tradizione della fede, crede che Gesù
è vero Dio e vero uomo, e crede nella intima uni-trinità
di Dio rivelata da Gesù. Questo, nella religione aperta di Capitini,
non c'è. Ma c'è molto di quanto di più essenziale
Gesù ha insegnato con i fatti e con la sua vita; c'è molto
di ciò che è salvezza dell'esistenza umana, secondo l'annuncio
evangelico. In Capitini c'è la nonviolenza, che è amore
senza condizioni: non il sentimento d'amore della piena concordia (i cuori
insieme), ma la volontà di bene anche per l'avversario e per chi
ti è nemico. Io credo che la nonviolenza attiva, la ricerca di
soluzione non distruttiva e non offensiva dei conflitti umani, dal micro
al macro, sia la forma laica, attuale, dell'amore fattivo esteso fino
ai nemici, e che questo amore - che noi ci pensiamo o no, che noi lo riconosciamo
o no come tale - sia il più grande segno di Dio nella vita umana.
Dio non agisce miracolisticamente, ma nella comparsa di novità
che salvano dal male: l'amore fino ai nemici è questa novità,
questa guarigione profonda, questa liberazione dai demoni che ci rendono
omicidi. Capitini ha vissuto e detto questo, ha accolto in pieno la novità
evangelica senza l'interpretazione teologica - del resto non trascurabile
ma preziosa, io credo, per lo stesso vivere in modo evangelico - che tutte
le chiese cristiane concordemente ne hanno sempre dato. Capitini cristiano
pratico nel rifiuto teorico, potremmo dire.
Amare chi non ti ama, avere l'«iniziativa assoluta» (termine
di Capitini), porre l'atto, dare più che ricevere, non uccidere
e non offendere, non mentire, sperare l'insperabile, non rassegnarsi al
potere del male, perdonare, attendere e preparare la «realtà
liberata», vedere la fecondità della sofferenza accettata
(Capitini usa spesso il termine di "croce" per dire il prezzo
meritevole da pagare nella lotta nonviolenta): tutto ciò è
vita evangelica, vissuta negli spazi della "lieta notizia",
ed è essa stessa una lieta notizia, un "evangelo" per
chi la incontra.
Ciò sia detto, ovviamente, non per annettere Capitini ad una chiesa
e ad una credenza che ha avuto motivo di rifiutare, ma per riconoscere
in lui lo stesso flusso di verità e di bene che un cristiano trova
nell'ascoltare e seguire Gesù di Nazareth. Tutto ciò è
motivo di lieta gratitudine, di allargamento del cuore e della speranza,
è "religione aperta"».
Mi scrive Pier Cesare il 21.3:
Caro Enrico, credo che tu abbia ragione. E credo (io) essere cristiano.
Ti abbraccio Pier
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Quelle guerre lontane, sconosciute, dimenticate, che ci passano accanto,
tra i vicini di casa
Quanto sono lontane, nella vita quotidiana, le guerre che si combattono
in giro per il mondo? La televisione, con il suo linguaggio asettico e
le immagini ripulite, non rende l'idea di quanto sta accadendo, con risvolti
sanguinosi, in paesi lontani, e quasi tutti i giornali hanno perso da
tempo quegli inviati di guerra che con la loro prosa sapevano dipingere
i contesti più impressionanti.
Mi aveva colpito tempo fa un'intervista apparsa sulle pagine di un quotidiano
della provincia di Alessandria, nella primavera '99, al direttore della
agenzia BNL locale, il quale affermava candidamente di conoscere l'uomo
d'affari accusato di aver fornito illegalmente armi al Ruanda nel 1994.
"Mr. Savy è ben conosciuto qui da noi, ma non siamo in grado
di verificare il contenuto delle sue operazioni", diceva il direttore
indifferente alla sanguinosa guerra civile esplosa tra hutu e tutsi in
quel periodo nel paese africano. Una commissione d'inchiesta dell'Onu
aveva scoperto che un innocente carico di pesce fresco dalle Seychelles
mascherava in realtà un rifornimento di 80 tonnellate di fucili,
granate e munizioni all'esercito Ruandese, e i bonifici di pagamento erano
transitati anche da quell'agenzia. Alessandria non è lontana da
Torino: da quelle parti è nata mia moglie, ho pensato. Stai a vedere
che qualche conoscente sapeva della cosa, ne è stato coinvolto,
poteva intervenire e non l'ha fatto….
Un episodio isolato, ho pensato per fermare i miei grigi pensieri. Ma
mi sbagliavo. Il 7 aprile 2001 la Direzione Investigativa Antimafia di
Torino arrivò fino in Costa Smeralda per tradurre nel carcere delle
Vallette il famoso petroliere russo Alexandre Borisovich Zhukov, amico
tra gli altri della torinese Alba Parietti, con la pesante accusa di essere
a capo di un colossale traffico internazionale di armi. L’organizzazione,
formata da ex agenti del Kgb, esponenti della mafia russa e uomini di
affari ucraini, in Italia aveva come base di appoggio due società
nate a Torino, la Gei e la New Stilmat, ufficialmente un’impresa
di sistemi industriali e una società specializzata in prodotti
di cancelleria. La svolta nelle indagini avvenne da un banale incidente
stradale: la polizia bloccò il bulgaro titolare delle società
e dentro una ventiquattrore trovò gli schemi di un sofisticato
software per sistemi di puntamento di aerei di guerra. Dal ‘92 al
‘94 dai porti di Ancona e Venezia sarebbero transitate decine di
navi cariche di armi, dirette verso Serbia e Croazia. Dall’inizio
dell’inchiesta sono state sequestrate ed inviate in depositi sotterranei
della Nato ben 2.000 tonnellate di armi: 30 mila kalashnikov, 400 missili
filoguidati “Fagot”, 5.061 razzi campali Katjuscia, 10.008
razzi anticarro e 32 milioni di munizioni di vario calibro.
Certo, il mondo della finanza e del traffico di armi è più
sviluppato in Occidente che in ogni parte del mondo; Torino è poi
una città industriale di respiro internazionale, con centri economici
di importanza mondiale: con gli stabilimenti Iveco di Lungo Stura Lazio
e quelli di FiatAvio in Corso Marche, da sempre la Fiat contribuisce a
potenziare gli eserciti di mezzo mondo dotandoli dei suoi aerei e dei
suoi carri armati. E d'altronde, non era proprio dalla sede Telecom di
Via Bertola, che al termine di un tranquillo consiglio di amministrazione
del 9 giugno 1997, veniva deliberato l'acquisto del 29% di Telekom Serbia
successivamente utilizzato da Slobodan Milosevic per intraprendere il
massacro del Kosovo? Con 1,57 miliardi di marchi tedeschi l'azienda italiana
vinceva il primato del maggiore investimento mai realizzato nella Repubblica
Federale Jugoslava, i cui risultati sarebbero stati evidenti qualche mese
dopo. Ma sapere che i mercanteggi e le trattative si verificano a pochi
passi dal tuo luogo di lavoro o della casa in cui vivi, fa sicuramente
un effetto diverso da quello che si prova vedendo le immagini al telegiornale.
Allo stesso modo, mi aveva impressionato la fine di un ragazzo di Biella,
Francesco Bider, che avevo probabilmente incrociato nei training di formazione
per Mir Sada, agosto '93, dei Beati Costruttori di Pace. Coinvolto sempre
più nella spirale di violenza scoppiata dopo l'invasione del Kosovo
da parte dell'esercito serbo, Francesco si era arruolato con le milizie
dell'Uck e dopo un solo mese di addestramento era stato ucciso in un conflitto
a fuoco il 24 giugno del '99, mentre tentava di riportare in territorio
albanese un commilitone ferito. A Torino aveva studiato Medicina, chissà
se qualche volta avevo incrociato quel marcantonio con la barba ispida
e a due punte?
Un caso isolato anche questo, comunque, ho pensato. E invece no. Perché
Torino ha un milione di abitanti, è ormai una città cosmopolita
e quanto succede nel mondo interroga sempre più da vicino le etnie
e le persone che la abitano. E la stessa molla fa partire il giovane Mohamed
Aouzar, 23 anni, dalla casa dei suoi genitori di Via Catania, in un quartiere
periferico della città, per arruolarsi con i militanti di Al Qaeda
impegnati nell'assedio di Mazar-I-Sharif, nel cuore dell'Afghanistan attaccato
dalle truppe statunitensi. E in un giorno di fine febbraio, Mohamed e
i suoi sogni di gloria vengono imbarcati su un aereo dell'US Air Force
e portati nella base di Guantanamo, dalla quale il giovane marocchino
scriverà accorate lettere ai genitori che ancora lo attendono nel
quartiere di Regio Parco.
Lo stesso filo sembra poi aver portato un gruppo di altri oscuri individui
di varia nazionalità ad organizzare, in un anonimo alloggio di
Via Tonale, una base nella quale sono transitati personaggi implicati
negli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenia, Tanzania e Albania
(quest'ultimo sventato). La magistratura torinese nell'ottobre scorso,
a ridosso del processo che condannò un egiziano a cinque anni di
carcere (un secondo riuscì ad eclissarsi in modo fortuito), sequestrò
in quell'alloggio nel quartiere operaio di Mirafiori una notevole quantità
di armi e lingotti d'oro: evidentemente i mercanti d'armi non si fidavano
ancora dell'euro come forma di pagamento.
Quanti altri ragazzi torinesi hanno sentito il bisogno in questi anni
di intervenire, in prima persona, nelle guerre scoppiate per il mondo?
Quanti ragazzi ho incrociato per la strada, un attimo prima della loro
partenza per il conflitto? Le guerre attraversano la mia città
coinvolgendo non solo capitali e transazioni finanziarie, ma anche persone
in carne e ossa, famiglie e destini, in un turbinio che forse facciamo
fatica ad immaginare.
La paura di alcuni pacifisti, quando il servizio militare obbligatorio
è stato sospeso in favore del servizio militare professionale,
era che questo modello organizzativo avrebbe separato ancor più
le guerre dall'opinione pubblica, la quale non avrebbe più avuto
figli, fratelli, mariti coinvolti nei combattimenti in corso a migliaia
di chilometri di distanza, a difesa "degli interessi nazionali, ovunque
essi siano", ma solo miliziani superpagati e superaddestrati, con
pochi collegamenti con la madre patria. E sarebbero venute meno le indignazioni
e le proteste delle persone comuni, direttamente partecipi in caso di
coinvolgimento di qualche familiare in temporaneo servizio di naja.
Ma in un contesto globale basta tenere i nostri sensi all'erta e i segnali
si avvertono, le tensioni si percepiscono, i presentimenti diventano realtà.
Una realtà più vicina di quanto possiamo immaginare: la
globalizzazione azzera le distanze tra noi e le guerre, attraversando
anche le nostre sicure città d'occidente.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Progettare la trasformazione per la pace del futuro
Un concetto importante nella pratica della costruzione della pace in
campo internazionale (il peacebuilding) è quello di "infrastruttura
per la pace" proposto dal mediatore statunitense John Paul Lederach.
L'idea fondamentale è che progettare la trasformazione di una società
verso un futuro di minore violenza richiede l'estensione del lavoro di
pace nel tempo e nello "spazio sociale": nel lavoro di pace
bisogna anzitutto saper trovare il raccordo tra decisioni immediate, spesso
dettate da eventi esterni o da emergenze, e visioni ideali del futuro.
Inoltre, occorre acquistare l'intelligenza e la capacità di muoversi
nelle diverse articolazioni della società, dai vertici politici
alle strutture di base, passando per le importanti e spesso sottovalutate
"leadership intermedie".
Proviamo ad approfondire il tema del tempo. La dimensione temporale è
centrale e tuttavia viene spesso trascurata. dobbiamo imparare a conciliare
i tempi rapidi delle risposte da dare alle situazioni di crisi , che si
presentano in un arco di tempo che va dalle settimane a pochi mesi, e
la visione di lungo periodo che può abbracciare l'orizzonte di
una generazione e anche di più.
Soprattutto di fronte alle catastrofi umanitarie è urgentissimo
agire presto e bene. Tuttavia rincorrere solo l'emergenza rischia di far
perdere di vista l'orizzonte di lungo periodo della nostra azione. D'altra
parte, lavorare solo per una trasformazione che si dispiegherà
in un futuro più o meno lontano porta con sé il rischio
di astrattezza, di perdere di vista la sofferenza e le urgenze di oggi,
al limite mettendo a repentaglio la credibilità di chi della pace
intende fare una proposta politica concreta. È indispensabile quindi
agire nell'oggi mantenendo la consapevolezza delle trasformazioni necessarie
nel lungo periodo; progettare gli interventi più urgenti –
magari decisi sotto la spinta dell'effimera attenzione dei mass media
– cercando di inquadrarli in una prospettiva di lungo periodo
Tra queste due dimensioni del lavoro di pace se ne può anche identificare
una terza, di medio periodo: è la dimensione in cui si sviluppano
organizzazioni e programmi di lavoro.
Si sa che per costruire un'organizzazione funzionante ed efficace occorre
un lavoro paziente ed efficace che può richiedere anni. Mentre
i movimenti sociali vanno e vengono, al loro interno si possono cristallizzare
gruppi o associazioni che riescono a rendere permanente il loro lavoro.
In un certo senso, la loro stessa presenza trasforma in meglio la situazione
generale – per quanto piccoli questi gruppi possano essere.
A loro volta, anche gruppi ed organizzazioni possono rimanere risucchiati
dall'ansia di agire. A questo proposito viene in mente la crescente diffusione
della "logica del progetto". Strutturare la propria azione nel
senso di una maggiore efficienza ed incisività è un bene,
soprattutto in situazioni sociali sclerotizzate e statiche; il rischio
è che il continuo rincorrere la ricerca di risorse, i piani di
azione e gli obiettivi stabiliti faccia perdere di vista le finalità
di lungo periodo che in origine ci si era posti. I pericoli del "progettismo"
diventano evidenti quando si osservano il mondo degli aiuti di emergenza
e della cooperazione allo sviluppo.
A livello delle organizzazioni – che di per sé hanno una
certa durata nel tempo – si ripropone quindi in una forma nuova
il problema dell'orizzonte temporale di azione: in questo caso è
bene che i singoli progetti concreti vengano intesi come momenti di un
processo che non termina con la chiusura del progetto singolo, ma che
continua facendo tesoro dei risultati raggiunti e inserendosi in un contesto
più ampio. Alla cultura del progetto è importante affiancare
una "cultura del programma", che riesca a concretizzare i valori
alla base dell'azione con finalità da raggiungere nel medio periodo
attraverso singole attività concrete. Per questo le organizzazioni
dedite al cambiamento sociale, per essere efficaci, lavorano a programmi
a medio termine, e anche a quella che gli anglosassoni chiamano la "vision",
e che più modestamente si può tradurre con dichiarazione
di intenti. Rendere cosa viva le visioni e i programmi sulla carta, evitare
le trappole del "progettismo", sono le sfide che si presentano
continuamente alle organizzazioni.
A ben vedere, ritroviamo qui alcuni capisaldi della cultura dell'azione
nonviolenta: il nesso tra concrete campagne politiche e un orizzonte vasto
di trasformazione sociale, proprio di Gandhi; il lavoro a un "piano
di sviluppo", che orientava l'attività di Danilo Dolci in
Sicilia; l'attenzione alla trasformazione individuale del libero religioso
connessa con i progetti di cambiamento sociale che distingue il pensiero
e l'azione di Aldo Capitini. Affrontando i dilemmi dell'agire di oggi,
scopriamo di percorrere le stesse vie di chi ci ha preceduto.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Genova…un anno dopo
Intervista ad Alberto Zoratti, del nodo Lilliput di Genova, sui giorni
del G8 di un anno fa..
Il tuo punto di vista di lillipuziano a un anno di distanza dai fatti
di Genova ?
il g8 genovese è stato senza dubbio un momento di grande entusiasmo,
non tanto nei momenti topici degli scontri, quanto nel percorso di costruzione
progressiva di quel laboratorio politico che è stato il Genoa Social
Forum (GSF) dove organizzazioni e realtà che fino al giorno prima
neanche si parlavano avevano deciso di mettersi in gioco. Come Rete Lilliput,
in maniera molto trasparente e condivisa al nostro interno, abbiamo fatto
parte di quel percorso, contribuendo con i nostri contenuti e le nostre
pratiche alla diffusione del nuovo mondo possibile di Porto Alegre. Da
quei momenti è oramai passato un anno, che però nella cronologia
del movimento pesano come secoli: molte cose sono cambiate, alcune componenti
dell'ex Gsf hanno nei fatti seguito una deriva politicista e personalistica,
basata più sull'appropriazione di spazi politici che non sulla
costruzione e il mantenimento di spazi di confronto e collaborazione realmente
orizzontali e condivisi: poca attenzione per i contenuti e troppa per
le strategie e per la ricerca di visibilità, questi sono stati
alcuni degli enormi limiti di un movimento dalle grandi potenzialità.
Esempio ne è la discutibile riuscita della manifestazione sulla
Fao del giugno scorso, dove sia quantitativamente sia qualitativamente
non si è più avuta la complessità della partecipazione
dei momenti migliori. Tutto dovuto probabilmente ad una stanchezza diffusa,
ad un progressivo distacco di alcune realtà nazionali o di alcuni
ex portavoce rispetto alla base militante, che hanno continuato a tentare
di gestire il movimento con metodi a volte poco cristallini, ma in ogni
caso non da tutti condivisi, e se a questo aggiungiamo la carenza di spazi
politici di riflessione realmente aperti ed orizzontali entro cui confrontarsi,
il gioco è fatto.
Dopo i fatti dell'anno scorso cosa é cambiato tra voi e la città
di Genova ?
Meno di quanto pensassi, anche se mi rendo conto che le ferite di quei
giorni sono tutt'altro che rimarginate. Le banche sono state ricostruite,
il selciato ricostituito, ma nell'immaginario dei genovesi la Genova a
ferro e a fuoco e così tanta violenza, anche istituzionale, hanno
lasciato un segno credo indelebile.
Cosa rifaresti e cosa no del prima, durante e dopo G8 ?
Rifarei quasi tutto, metterei forse maggiore energia nell'organizzazione
dei gruppi per le azioni dirette nonviolente e lavorerei di più
sulla città e i suoi abitanti. Cercherei, questo sì, di
essere più attento alle dinamiche esterne al Gsf, senza quindi
ridimensionare quei soggetti sociali e quelle dinamiche istituzionali
che sono stati detonanti il 20 e il 21 luglio. E poi sarei chiaro sui
livelli di conflitto raggiunti, in maniera tale che le persone sappiano
a cosa vanno incontro nel partecipare alle manifestazioni; ma questo con
il senno di poi, chiaramente.
Che significato davi alla parola nonviolenza prima del G8 e che significato
le dai ora ?
Il G8, ma anche e soprattutto le esperienze successive, non ultima la
Palestina, hanno mostrato come un approccio nonviolento, ma attivo e intraprendente,
sia fortemente incisivo sia a livello politico che strategico. Detto questo
rimango fortemente critico, così come lo ero durante le mobilitazioni
di Genova, verso ogni forma di ideologizzazione del concetto di nonviolenza,
rimango perplesso quando questa definizione diventa motivo di divisione
e di scontro piuttosto che di riflessone aperta e pacata. La nonviolenza
diventa un elemento rivoluzionario solo nella maniera in cui viene calata
nella realtà a misurarsi con tutte le sue contraddizioni, viene
insomma umanizzata riconoscendone limiti e potenzialità. Al contrario
rischia di diventare ideologia, diventando un ottimo approccio teorico,
ma difficilmente realizzabile e quindi inefficace.
Genova per noi…
Genova un anno fa è stata involontario teatro di eventi troppo
forti. Un finto palcoscenico per i Grandi, e una piazza vera dove è
rimasto un Morto e molti feriti.
Poi le polemiche, i veleni, le accuse.
Ora le ferite fisiche di Genova sono state curate, ma restano quelle morali,
più profonde.
Un anno dopo il movimento vuole riprendere quel filo di dialogo che è
stato interrotto dalla violenza. Riconciliarsi con se stesso, con l'opinione
pubblica, con le istituzioni democratiche, con la città.
Tornare a Genova, e in ogni città, per proseguire il cammino, lungo
e difficile, per un possibile mondo migliore. Sapendo che solo attraverso
la nonviolenza anzichè vincere si riuscirà a convincere.
Messaggio inviato dal Movimento Nonviolento alle associazioni che hanno
indetto le iniziative che si terranno a Genova dal 19 al 21 luglio prossimo.
STORIA
A cura di Sergio Abesano
La storia parallela dell’obiezione: la riforma parlamentare
Da questa puntata narrereremo per alcuni mesi, da un punto di vista che
cerca di essere storico, quali furono gli avvenimenti relativi all'obiezione
di coscienza negli ultimi anni prima dell'approvazione della riforma della
legge n° 772/1972. Può sembrare strano parlare di aspetto storico
per vicende che hanno soltanto pochi anni di vita. Al riguardo è
necessaria una precisazione. E' pur vero che la società tecnologizzata
nella quale viviamo ci ha abituati ad eventi di durata sempre più
corta, che dopo breve entrano già nella fase del loro passato.
Ad esempio un tempo le guerre duravano decenni; oggi la loro lunghezza
si può misurare in giorni, se non addirittura in ore. Un episodio
come la guerra del golfo appartiene già al nostro passato.
Eppure non si può affrontare questi avvenimenti, che ancora influenzano
il nostro presente, con il distacco e l'obiettività che necessitano
all'analisi storica. Pertanto, sebbene per la stesura del presente lavoro
si sia cercato di evitare una scrittura di militanza, di analisi storica
vera e propria sarebbe scorretto parlare.
Finora la storia è sempre stata narrazione di guerre, scandita
dalle date delle battaglie e nella quale i periodi di pace erano interpretati
come preparazione a nuovi conflitti. In realtà è sempre
esistita una storia parallela, non sempre tramandata benché reale,
costruita non da pochi uomini più o meno illustri ma da estese
popolazioni. E' stata la storia di coloro che, senza impostazione ideologica
e in maniera spontanea, si sono opposti alle guerre, alla loro preparazione
e ai loro effetti più nefasti. Questa storia non è ancora
stata scritta.
Ciò che è accaduto in merito all'obiezione di coscienza
negli ultimi anni non è attualmente un evento storico, ma lo sarà.
Noi ci auguriamo che domani qualche scienziato sociale abbia il coraggio
di affrontare questo argomento e di raccontarlo. Da parte nostra speriamo
di alleggerirgli il compito, preparandogli in forma omogenea una raccolta
di notizie che altrimenti, sparpagliate qua e là, rischierebbero
di finire nelle periferie della memoria, come tanti altri eventi della
storia non ufficiale. E sarebbe un peccato.
Il 29 settembre 1993 l'aula di Montecitorio approvò la legge di
riforma del servizio civile. Non era la prima volta che ciò accadeva,
ma in precedenza lo scioglimento anticipato delle Camere non aveva permesso
che la proposta si trasformasse in legge dello Stato. Matteo Soccio, uno
degli obiettori che nel 1972 uscì dal carcere grazie all'approvazione
della legge n° 772, evidenziò che nella riforma c'era una grande
assente: l'obiezione di coscienza. "Il riconoscimento dell'obiezione
di coscienza è tutto nel primo articolo", scriveva. "Il
resto è 'legge sul servizio civile', un servizio civile reso certamente
non più facile di quello assicurato dalla vecchia legge e dalla
prassi vigente" (1) .
Anche Stefano Guffanti, già segretario nazionale della Lega Obiettori
Coscienza (L.O.C.), nell'evidenziare i punti positivi e quelli negativi
della nuova proposta notava che, pur essendo presenti innegabili miglioramenti,
si era ancora lontani da una legge che, oltre ad affermare formalmente
il diritto soggettivo all'obiezione di coscienza, poi lo garantisse di
fatto. "La nuova legge", scriveva "si limita ad inquadrare
in un contesto legislativo che evidenzia una volontà punitiva non
ancora sopita ciò che gli obiettori, di fatto, hanno già
conquistato, mentre è mancata la volontà di accettare quei
punti, proposti dalla L.O.C., che avrebbero rappresentato una reale innovazione
rispetto alla situazione attuale" (2).
A Montecitorio la riforma del servizio civile poté contare sul
sostegno del presidente Napolitano, che riuscì a contenere il sabotaggio
ostruzionistico del Movimento Sociale Italiano (M.S.I.). La parola passava
ora al Senato. Il relatore, il democristiano Mastella, affermò
che se Spadolini si fosse impegnato come Napolitano l'approvazione definitiva
sarebbe potuta avvenire anche entro l'anno (3). Contemporaneamente il
ministro della difesa Fabbri propose alcuni emendamenti, che evidentemente
avevano lo scopo non solo di modificare il testo della legge, ma anche
di dilatare i tempi della sua approvazione, con il fine di giungere ad
un'ennesima mancata promulgazione. Il gruppo dei Parlamentari per la pace
dedicarono l'intero testo di legge alla memoria di Guido Pulenti, Fabio
Moreni e Sergio Lana, i volontari partiti da Brescia con un convoglio
di aiuti e massacrati sulla strada per Zavidivici, nella Bosnia centrale
(4).
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Insegnanti e bulli: togliamoci la maschera
A cura di Elena Buccoliero
Togliamoci la maschera è un video didattico che in 50 minuti propone
una istantanea sul bullismo nella scuola media superiore, attraverso interviste
con studenti e insegnanti cui si alternano sezioni di commento realizzate
da un attore teatrale, con l’uso delle maschere.
Elaborato da Promeco (Comune e l’Az. Usl Ferrara) e dal Centro Audiovisivi
comunale nell’ambito di un progetto complessivo antibullismo, è
inserito tra gli strumenti di intervento proposti dal progetto europeo
Novas Res (NO Violenza A Scuola – Rete Europea di Scambi).
Gli obiettivi
Abbiamo iniziato con lo scopo di utilizzare la telecamera per fare ricerca
intorno al fenomeno delle prepotenze nella scuola media superiore. Volevamo
soprattutto aprire il dialogo, ascoltare tutto senza preclusioni e poi
riportarlo in video, presentare la realtà senza censure e senza
reticenze. Per mostrarla agli adulti, che in molti casi tendono a negare
o sottovalutare il problema; per riproporla agli studenti affinché
potessero oggettivarla e discuterne insieme, e con un adulto, con la convinzione
(nostra…) che il confronto possa scalfire la cultura che legittima
la violenza, nell’indifferenza o nella complicità degli educatori.
Decisivo è stato l’incontro con Fabio Mangolini, l’attore
teatrale che, in un paziente lavoro di ascolto e confronto, ha scritto
dei testi teatrali e li ha messi in scena con l’ausilio delle maschere
della commedia dell’arte, proponendo un diverso linguaggio e dando
più spazio alle emozioni. Quasi a ricordarci come spesso nella
giostra delle relazioni rischiamo di ridurre tutto ad uno scambio tra
maschere, macchiette bene integrate nella stessa commedia.
Un percorso possibile
Strutturato per segmenti tematici, Togliamoci la maschera può essere
proiettato da operatori e insegnanti in momenti di sensibilizzazione e
formazione degli adulti, o per avviare percorsi di prevenzione o di intervento
in classe.
Proponiamo di seguito un percorso che struttura la proiezione in quattro
incontri a tema, in cui la visione sia integrata con discussioni collettive,
attività cooperative, drammatizzazioni, e via discorrendo.
I incontro - che cos’è il bullismo
Il video definisce il fenomeno dal punto di vista delle scienze umane
e secondo le angolazioni soggettive di un ragazzo vittima e di alcuni
spettatori. Vediamo la diversità delle posizioni e la fluidità
dei ruoli nel tempo o in contesti diversi, una variabilità su c