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Azione nonviolenta - Gennaio Febbraio 1996 PDF Print E-mail
Gennaio Febbraio 1996

DISCORRENDO DI DI PIETRO ED ALTRO
SANDRO CANESTRINI

COSA INSEGNA LA GUERRA NELLA EX-JUGOSLAVIA
GIUSEPPE BARBIERO

INCONTRO CON IBRAHIM RUGOVA

OPINIONI DELL'AMBASCIATORE DI PACE A PRISTINA

IL PREMIO NOBEL PER LA PACE A IBRAHIM RUGOVA

ASSEMBLEA EUROPEA DEI CITTADINI
CHRISTOPHE SOLIOZ

IL SUD DEL MONDO VISTO DA VICINO

LETTERA AGLI AMICI : "A QUANDO LE RONDINI ?"
ALEX ZANOTELLI

IN PIEDI, COSTRUTTORI DI PACE

MERIDIANI E PARALLELI DI UN MONDO DIFFERENTE

CAPITINI ALLEGRO
CLAUDIO CARDELLI

UNA FINANZIARIA CON L'ELMETTO
TIZIANA VALPIANA

BOICOTTAGGIO NESTLÈ : CONCLUSO IL PRIMO ANNO
LUCA CHIAREI

BANCA ETICA :INTERESSE DI TUTTI ?
GIGI EUSEBI

LA NONVIOLENZA DI ALEXANDER LANGER
UMBERTA BIASIOLI

VICINI SCOMODI
ALBERTO TREVISAN

IL REALISMO DELL'UTOPIA
MARIA LUISA TERZARIOL

AQUILE AMBIENTALISTE
MICHELE FERRANTE

OBIETTATE GENTE, OBIETTATE
ENRICO ZOGLI

1996 :L'ANNO DEL DIALOGO
DANIELE DAL BON

RECENSIONI

SONDAGGI E POLITICA

Discorrendo di Di Pietro ed altro

di Sandro Canestrini

Dai sondaggi, in verità sempre discutibili relativi alla popolarità di Di Pietro nell'opinione pubblica italiana, la sua figura emerge ancora torreggiante con una larga maggioranza di consensi. E ciò nonostante la spietata campagna politico giudiziaria contro di lui, un vero e proprio accerchiamento cui è stato sottoposto, le infinite illegalità commesse nei suoi confronti. Sembrerebbe dunque che l'uomo da tutta questa serie di circostanze sfavorevoli che hanno portato persino a incriminazioni penali, dovesse uscire distrutto. E invece no, e penso che qualcuno un giorno dovrà scrivere uno studio o magari una tesi di laurea di come mai il caparbio magistrato meridionale riesca a mantenere il proscenio, nonostante l'attacco dei personaggi economici e politici più potenti del paese.
Leggiamo il suo curriculum: diplomato in elettronica, rimane impiegato all'ufficio controllo degli armamenti del Ministero della Difesa, si laurea e poi si specializza in diritto amministrativo nel 1979. Nello stesso anno intraprende la carriera di segretario comunale, l'anno dopo supera gli esami di procuratore legale e di professione inizia quella di Commissario di Polizia sia a Roma che a Milano. Dall'81 la sua carriera è la seguente: da auditore giudiziario passa via via a Sostituto Procuratore a Bergamo approdando nell'85 e rimanendoci per 10 anni Sostituto Procuratore a Milano. Il 6 maggio 1995 si dimette dalla magistratura. Come si vede carriera normale, probabilmente condizionata dal fatto che l'uomo veniva dalla gavetta, come si suol dire, senza particolari doti e senza nessun particolare difetto. Poi l'incontro con Mario Chiesa, quello che doveva decidere di tutta la sua vita. Una signora di Milano denuncia il marito che non le passa sufficienti alimenti. Nella ripartizione degli incarichi istruttori della grande Procura milanese il caso tocca "e per caso", mentre mi scuso del gioco di parole, al giovane appena arrivato dott. Di Pietro. La signora sostiene le sue ragioni dicendo che il marito ben poteva versare una somma più alta per il mantenimento, avendo dei traffici sospetti. Il magistrato vuole accertarsene, Mario Chiesa viene colto sul fatto con una mazzetta in mano. Interrogato, con lui si aprono le cateratte delle incolpazioni, delle chiamate di correo, del giro a 360° tra i potentati milanesi... e Di Pietro diventa l'idolo del Paese. Il primo che sia riuscito a scardinare almeno in parte dall'interno la macchina mostruosa che era stata mantenuta in piedi da decenni da corrotti uomini politici, a cominciare da Craxi. L'inchiesta si fa scottante, l'amicizia (mai nascosta ma anzi protervamente sbattuta in faccia all'opinione pubblica) fra Craxi e Berlusconi, fa suonare campanelli di allarme soprattutto quando la Fininvest inciampa in una serie di irregolarità fiscali che si scoprirà constare anche gli addebiti penali.
La corporazione del potere se non uccisa (ma sarebbe stato impossibile sognarlo nella situazione dell'Italia di oggi) rimane qualche mese tramortita poi passa al contrattacco. Alti politici amici, alti funzionari dello Stato amicissimi, generali corrotti, guardia di finanza travolta dagli scandali, l'alta finanzia mondiale messa a subbuglio quando la magistratura scova gli angolini del Lussemburgo o delle Bahamas. Francamente penso che nessuno avesse potuto pensare ad un tale sbarramento di fuoco, ad una tale potenza distruttiva che naturalmente si avvale anche di bravi avvocati da sempre legali al potere pubblico e privato come l'avv. Taormina. Non vi è dubbio che vi è un momento in cui la personalità del povero magistrato sembra barcollare, grazie anche ai suoi clamorosi errori (l'uomo evidentemente non era preparato a dover sopportare questo po' po' di offensiva che avrebbe maciullato un elefante): le dimissioni dalla magistratura, con quel continuo dire e non dire, certamente ne appannano l'immagine. Poi forse i suoi nemici hanno esagerato e, in un delirio folle di creduta onnipotenza hanno creduto venuto il momento di coinvolgere insieme al piccolo Sostituto della Procura della Repubblica di Milano tutta la Magistratura, tutta intera, attraverso forsennate accuse (gli innominabili Sgarbi e Ferrara come punte di diamante propagandistica) tutta l'Associazione nazionale Magistrati. A questo punto ho l'impressione che l'ordito e la trama di questo tessuto cominicino a rompersi.
Berlusconi e amici hanno esagerato, hanno sottovalutato la forza della ragione, che sorregge l'opinione popolare, e stiamo assistendo all'arrivo di vari boomerang.

Come andrà a finire? Personalmente non credo che Di Pietro sarebbe un ottimo Ministro o anche qualche cosa di più: non mi pare abbia la stoffa culturale, il retroscena di pensiero e di studi sufficiente ad impersonare l'uomo nuovo la nuova figura di politico. E' per certamente stato, e gli deve venir conosciuto, la testa d'ariete che ha sfondato alcune porte massicce della fortezza del potere mostrandone le infamie. Talvolta la storia si serve anche di uomini così per macinare gli eventi. Anche Valpreda era un povero ballerino spesso disoccupato, eppure la storia si è servita di lui per aprire le casseforti dove erano racchiusi i segreti delle stragi di Stato di decenni. Insomma il nuovo edificio si deve costruire ma mai questi nuovi edifici sognati dagli onesti si compongono di pietre perfettamente squadrate. Può essercene qualcuna anche non perfetta ma la storia - se decide di rotolare in avanti - si serve anche di mattoni, come diciamo noi trentini, "sbecài".

Cosa insegna la guerra nella ex Jugoslavia

Giuseppe Barbiero
Centro Studi “Sereno-Regis” - Torino

La guerra nella ex-Jugoslavia ha ottenuto a varie riprese la ribalta grazie ad episodi di particolare ferocia, energicamente amplificati dai media. Tuttavia, superata la tempesta emotiva, risulta sempre difficile trovare l’occasione per una riflessione più meditata, perché il conflitto “scompare” (come ad esempio nel caso della Somalia) e le coscienze possono tornare ad assopirsi o ad occuparsi d’altro. Ciò che rimane è l’impressione di una guerra dove domina una grande confusione in cui nessuno sembra essere responsabile di nulla e dove non esistono interessi chiari e relativamente razionali. Quello che segue è la sintesi di un pro memoria personale che, senza alcuna pretesa, di questa guerra vuole ricordare: (i) le gravi responsabilità del nazionalismo; (ii) la superficialità dell’interventismo militare per motivi etici; (iii) un certo numero di interessi forti che alimentano il conflitto; (iv) il ruolo ambiguo dell’ONU; (v) l’uso superficiale e spregiudicato delle etichette; (vi) il ruolo della propaganda e del pregiudizio nell’inquinare l’informazione; (vii) alcune indicazioni che si possono trarre per la peace research.


Le responsabilità del nazionalismo
I nazionalisti sono i principali responsabili della guerra in ex Jugoslavia. “Il paradiso in terra promesso dagli isterici profeti del nazionalismo si è trasformato in inferno quotidiano” ha scritto Bozidar Jaksic, direttore dell’istituto di filosofia e teoria sociale dell’Università di Belgrado1. Jaksic sottolinea come nessuno dei principali obiettivi politici dichiarati dai nazionalisti è stato raggiunto, anzi per una sorta di legge del contrappasso si è realizzato il contrario. L’idea di una “Grande Serbia”, uno stato che raccogliesse tutti serbi, è naufragato. I serbi vivevano già in unico stato, la Jugoslavia. La distruzione della Federazione ha causato lo sradicamento di centinaia di migliaia di serbi dalle terre che abitavano e li ha trasformati in profughi senza futuro. Lo slogan dei nazionalisti “le terre serbe sono quelle dove si trovano le tombe serbe” ha provocato un aumento del numero delle tombe ed una diminuzione di terre e di uomini.
La lotta al centralismo jugoslavo che ha caratterizzato la propaganda dei nazionalisti croati ha infine prodotto uno stato estremamente centralizzato, dove forti sono le tensioni con le periferie dalmate e istriane. Infine i nazionalisti musulmani, che puntavano a “distruggere il potere non islamico”2, sono stati travolti dalla loro stessa politica: non hanno sconfitto i ribelli serbi ed hanno stretto un’alleanza con i croati che appare fortemente sbilanciata a favore di questi ultimi.
“Niente di tragico se non avessero esposto il popolo bosniaco alle peggiori sofferenze”3.
Nonostante i disastri di cui sono responsabili, le élites nazionali appaiono oggi adodirittura rafforzate. Su questa guerra, il ceto politico nazionalista ha scommesso tutto il proprio credito: dai falsi miti alle paure storiche fino al fondamentalismo religioso4. “Tutti coloro che hanno operato per distruggere la Federazione volevano rompere tutti i ponti. Volevano, con le mostruose purificazioni etniche e con l’odio che seminavano tra le persone semplici - ancora ieri buoni vicini -, cancellare ogni speranza di vita in comune. Avevano bisogno di battezzare nel sangue l’indipendenza nazionale! Come se non avessero nessuna fiducia nel loro popolo. Temevano forse che tra guerra e vita in comune i cittadini scegliessero la seconda”5.


La superficialità dell’interventismo militare per motivi etici
La guerra nella ex Jugoslavia ha motivazioni piuttosto complesse che non sempre appaiono del tutto razionali. Sono numerose le ragioni profonde che alimentano i conflitti ed è necessario acquisire informazioni circa la storia delle diverse comunità, per comprenderne le paure ed i sospetti che le dividono.
Giornalisti e politologi hanno sovente sorvolato su queste ragioni. Nel nome del “diritto di autodeterminazione” hanno dapprima appoggiato le secessioni unilaterali e in norme del “diritto di ingerenza umanitaria” hanno chiesto l’intervento di forze militari internazionali (Nato, Ueo, la Forza di Reazione Rapida) nel conflitto.
Le tesi dei sostenitori del diritto di autodeterminazione e del diritto di ingerenza umanitaria appaiono ragionevoli. Tuttavia non tengono conto di diversi fatti. Secondo gli Accordi di Helsinki, il “diritto di autodeterminazione” non si esercita unilateralmente, ma cercando il consenso tra le parti. Se il problema non si è posto per la Slavonia, dove la grande maggioranza della popolazione (oltre il 90%) si è riconosciuta nel nuovo stato, diverso è stato il caso della Croazia e della Bosnia-Erzegovina. Nei confini dello stato federato di Croazia fino al 1991 vivevano 4,8 milioni di persone, di cui quasi 600 mila serbi (concentrati quasi tutti in Krajina e in Slovenia, dove costituivano la maggioranza della popolazione) e poco meno di mezzo milione di cittadini jugoslavi non croati. Analogo il discorso per la Bosnia-Erzegovina, dove prima della guerra vivevano 4,4 milioni di persone di cui 1,9 milioni di musulmani, 1,4 milioni di serbi e 750 mila croati. È piuttosto evidente che in questi due casi le minoranze dovevano essere coinvolte nel processo di separazione, anche a costo di ritardare la secessione. Date queste condizioni, il riconoscimento delle nuove entità statali da parte occidentale (e, per la Croazia, dal Vaticano) può essere considerato una violazione degli Accordi di Helsinki.
A guerra in corso, gli stessi giornalisti e gli stessi politologi ciclicamente scoprono gli orrori della guerra. L’emozione reclama un “diritto di ingerenza umanitaria”. Si contesta il ruolo dei caschi blu dell’ONU (vedi avanti) e si chiede che i paesi occidentali mettano in moto la loro potente macchina bellica per riparare i torti. Tuttavia anche in questo caso vi sono precise domande alle quali il moralismo interventista non sa o non può rispondere. “Quale ordine pubblico avrebbe dovuto imporre il corpo di spedizione pacifitore? Senza un consenso di base, come conservare l’autorità delle forze internazionali? Con l’ostilità di una prevedibile resistenza, le forze internazionali avrebbero potuto mantenersi solo mediante la repressone. Ma per quanto?”6 E se la “missione di pace” degenera? La gran parte dei commentatori politici volutamente evita di prendere in considerazione il fallimento di un’opzione militare perché, in una tale eventualità, rimarrebbero solo due alternative: lasciare il campo o raddoppiare la violenza. In Somalia, dopo aver infilato un pasticcio dopo l’altro, si è scelto di abbandonare il campo ed oggi, assieme ai riflettori, si è spenta anche l’indignazione.
Un’altro sintomo che evidenzia la superficialità del moralismo occidentale è riscontrabile dal fatto che la proclamata indignazione non è sufficiente a spingere i moralisti ad un impegno diretto personale. I campioni dell’intervento etico condannano con parole dure l’ipocrisia dei governanti, ma nessuno di loro mostra un comportamento conseguente. Anzi, essi si affannano nella ricerca di chi potrebbe combattere la loro “giusta causa”, toccando vette di umorismo involontario quando propongono la Legione Straniera quale baluardo dei valori delle democrazie occidentali. Tuttavia, messi alle strette, i moralisti ammettono la superficialità della propria indignazione, come confessa candidamente l’editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco: “Personalmente, essendo a tutti gli effetti un figlio del benessere della democrazia occidentale, non ho difficoltà ad ammettere che non me la sentirei proprio di andare a sparare e rischiare di morire a Sarajevo. Ma, a differenza di altri (da noi, ad esempio Gianni Vattimo è portavoce di questa posizione), non mi sogno di cambiare la mia, credo legittima, convenienza personale per una nobile scelta morale”7. Amen.


La paura come movente dei nazionalisti e dei moralisti occidentali
Se esiste una matrice che accomuna il nazionalismo balcanico e il moralismo occidentale questa è senza dubbio la paura. Il nazionalismo rappresenta una risposta politica primitiva alla paura di perdere la propria identità, personale e collettiva. Il moralismo occidentale vorrebbe essere eticamente più evoluto ma è alimentato da oscure paure. Finita la `guerra fredda’, che ha comunque svolto almeno in Europa una funzione di congelamento della conflittualità, il mondo occidentale sembra temere di non poter più governare l’apparente irrazionalità dei conflitti. E soprattutto teme che l’allargamento dei conflitti possa giungere ad intaccare i privilegi di cui menan vanto le democrazie occidentali. Prigioniere di una visione del mondo antica ed ormai irreale, le élites politiche e culturali dell’occidente rimangono disorientate e soffrono di un senso di impotenza quando realizzano che mettere ordine nel mondo con il vecchio sistema delle cannonate appare quasi ovunque impossibile. Non conoscono altre soluzioni e raramente si dispongono a cercarle. Il senso di impotenza e una larga dose di ignoranza sono il brodo di cultura per atti irresponsabili ed insensati, di cui si rendono protagonisti a parole i moralisti occidentali e con i fatti i nazionalisti balcanici.

Quelli che hanno vinto la guerra
È noto che gli esiti militari di una guerra possono non coincidere con gli esiti politici. L’esempio recente più clamoroso riguarda i destini politici dei due grandi avversari della Guerra del Golfo, George Bush e Saddam Hussein. È interessante quindi analizzare alcune figure o categorie di persone che, in ogni caso, usciranno dalla guerra vincenti, se non militarmente, almeno politicamente o socialmente.
Attorno alle élites politiche nazionaliste ruota un discreto numero di intermediari del traffico illegale internazionale - mafiosi ed agenti dei vari servizi segreti - che si occupano del redditizio mercato di guerra, scambi del tipo armi contro droga. Alcuni leader locali - ad esempio il musulmano Abdic e pare il serbo-bosniaco Karadzic - gestiscono in prima persona questo genere di traffici. Molte zone di guerra sono diventate zone franche. Là dove per diverse ragioni si è allentato il controllo governativo, è cresciuta una mafia locale che organizza la criminalità. Ad esempio, nella zona occidentale di Mostar, prospera una potente mafia croata che può contare anche su numerosi agganci presso il governo di Zagabria.
Ma c’è spazio anche per i piccoli criminali comuni, i fanatici religiosi e i teppisti da stadio - come il famigerato Arkan, al secolo Zeljco Raznjatovic, prima “ultrà” di una squadra di calcio belgradese e dopo il 1991 capo delle “tigri serbe” - i quali sono riusciti a trovare una propria dimensione di “eroi” grazie alla guerra. In condizioni normali queste sono categorie sociali marginalizzate e, cessata la guerra, rischiano di tornare ad esserlo. È difficile pensare che la “pace” rientri fra i loro interessi.
Anche i generali usciranno vincenti dalla guerra, soprattutto quelli più opportunisti, come il capo serbo-bosniaco Ratko Mladic, ex comandante militare della regione di Knin. Durante la guerra serbo-croata, Mladic colse al volo l’occasione e si distinse per la zelante e feroce “pulizia etnica” dei non serbi dalla Krajina. Promosso generale da Milosevic, successivamente è diventato il capo militare dei serbo-bosniaci dell’auto proclamata repubblica di Pale. La guerra nella ex Jugoslavia gli ha conferito un ruolo ed un potere che mai avrebbe potuto immaginare in tempo di pace. Ma sono generali anche i più influenti consiglieri di un ex militare come Franjo Tudjman, il che fa ben sperare per una futura democrazia croata.
Mettendo in fila i vincenti - élites politiche nazionali, trafficanti d’armi, mafiosi locali ed internazionali, criminali comuni, fanatici religiosi, teppisti da stadio e generali opportunisti - si ottiene uno spaccato di umanità senza scrupoli unita dall’interesse che questa guerra continui il più a lungo possibile e porti loro il massimo dei vantaggi.


Quelli che hanno perduto la guerra
Chi ha davvero perduto la guerra è la popolazione civile. Si contano in grande maggioranza fra i civili le centinaia di migliaia di morti e di feriti con mutilazioni permanenti. La guerra ha inoltre prodotto oltre 4,5 milioni di profughi (di cui circa 1 milione di bambini), che risultano essere le vittime principali delle violazioni dei diritti umani.
L’aggressione alla popolazione civile sembra essere una tendenza generalizzata di tutti i conflitti moderni. Oggi si calcola che nel mondo vi siano 45 milioni di profughi e secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite “lo spostamento di civili non è più la conseguenza di una guerra, ma ne è uno degli obiettivi principali”8.


Il ruolo dell’ONU
Il ruolo dell’ONU in questa guerra è stato ancora una volta ambiguo. Ha promosso un peace-keeping di forze militari per proteggere la popolazione civile coinvolta nella guerra9 che, sebbene inadeguato per numero di uomini e mezzi, ha potuto svolgere un compito di interposizione finché è stato appoggiato da una reale volontà politica di mediazione. Nonostante la retorica anti-ONU che ha imperversato sui grandi mezzi di comunicazione, resta il fatto che, per quanto imperfetto, il peace-keeping dei caschi blu ha ridotto la possibilità di massacri liberi da parte delle milizie. Si stima che siano state circa 100.000 le persone uccise dalla guerra nel 1992, prima cioè dell’intervento dell’ONU. Il numero dei morti si è poi progressivamente ridotto negli anni successivi: 15.000 nel 1993, 3.000 nel 1994, 1.500 nella prima metà del 199510.
“Il problema delle insufficienze e dei ritardi dell’ONU - ha recentemente osservato Antonio Papisca - risiede non nella Carta, ma nella volontà di quanti sono giuridicamente obbligati a darle attuazione, cioè nei governanti degli stati membri dell’ONU. [...] Prendersela con l’ONU, invece che con i suoi stati membri, significa sbagliare bersaglio e prestarsi al gioco di chi ha interesse a far cadere “dalla padella alla brace” i popoli del mondo alla soglia del terzo millennio. [...]
L’ONU statutariamente non può e non deve fare azioni di guerra, può e deve fare azioni di polizia. Perché queste ultime siano efficaci devono essere realizzate con tempestività, numero adeguato di personale debitamente addestrato, mezzi appropriati, chiaro disegno politico a loro supporto”11.
L’ONU è un istituto internazionale senza dubbio bisognoso di riforme, ma ancor più bisognoso di riforme è il cinismo dei decisori politici, che hanno fatto del loro meglio per far fallire nella confusione generale la mediazione politica che, sola, avrebbe reso efficace sia l’interposizione militare dei caschi blu sia quella civile dei `caschi bianchi’ e dei volontari di pace.


Il senso delle etichette
Serbi, croati, musulmani. Che cosa definiscono questi aggettivi? Chi sono i serbi? Milosevic e i suoi bravacci (Karadzic, Martic, Mladic) o le “donne in nero” che lo sfidano a Belgrado, tutte le settimane da oltre quattro anni? Chi sono i croati? Tudjman e la sua cricca di generali oppure i tre milioni (su quattro) di elettori che, nonostante il terrorismo culturale, il 29 ottobre scorso non l’hanno votato o gli hanno votato contro? Chi sono i musulmani? Izetbegovic e la sua brigata internazionale islamica o i colti, raffinati e ironici giovani bosniaci di Tuzla12?
Pacifista. In origine con il termine “pacifista” veniva indicato colui per il quale la pace rappresentava il bene supremo la cui salvaguardia può richiedere qualsiasi sacrificio, compresa la rinuncia alla propria libertà e alla propria vita. È il pacifismo assoluto di Tolstoj. Oggi solo una ristrettissima minoranza dei “pacifisti” ritiene la pace il bene supremo, tutti gli altri coltivano interessi diversi. Ma nessuno (neanche il militare) osa rinunciare all’etichetta di “pacifista”, perché è noto a tutti - e non è in discussione - che la pace è moralmente superiore a qualsiasi guerra giusta. Si è reso quindi necessario distinguere tra pacifismo serio, realista e pacifismo assoluto, ingenuo o peggio. La discriminante corre sulla disponibilità, accettata dai primi ma non dai secondi, di riconoscere l’utilità di una guerra al fine di ristabilire la pace. È la premessa per un paradossale ribaltamento: da un lato si invoca la guerra per imporre la pace, dall’altro di accusa di collusione con l’aggressore coloro che sono per principio contro la guerra. Come aveva previsto Orwell: la pace sarà chiamata guerra e la guerra pace.
Nonviolento. Nonviolenti sono coloro che cercano di rinunciare in ogni circostanza alla violenza. La nonviolenza gandhiana rappresenta un’evoluzione del pacifismo assoluto tolstojano, perché è l’azione nonviolenta che consente di rendere politicamente operativo il pacifismo, con buona pace di Gentiloni e dei pacifisti de il manifesto13.


Informazione e propaganda
I corrispondenti di guerra occidentali risiedono a Zagabria o al meglio a Sarajevo, lontano cioè dai fronti e al di fuori della possibilità di controllare l’attendibilità delle informazioni loro fornite, né tantomeno di ottenerle di prima mano. La quasi totalità dell’informazione proviene infatti dagli Uffici Stampa degli Stati Maggiori, i quali sono oggettivamente organi di propaganda che enfatizzano i fatti politicamente favorevoli alla propria parte e nascondono o minimizzano quelli che possono nuocerle.
Date queste condizioni, è difficile potersi costruire un quadro obiettivo della situazione, e questo avrebbe dovuto suggerire prudenza nelle corrispondenze e nei commenti. Ciononostante, si è assistito ad una sorta di sospensione della ragione nel trattare dei fatti della ex Jugoslavia. Ad esempio, è noto che la “pulizia etnica” della Krajina ha costretto 150-200 mila serbi ad abbandonare case e terreni di loro proprietà da oltre 20 generazioni, con il consueto corollario di violenze14.
Su questo episodio il commento di Enzo Bettiza, uno dei più autorevoli “esperti” della guerra nella ex Jugoslavia è stato così riferito: “Serbo, non fare la vittima!”15. Gli analisti più attenti hanno però osservato come “lo status di vittima sia stato gelosamente protetto nel corso di tutto il conflitto” poiché esso “ha determinato le reazioni delle opinioni pubbliche e condizionato almeno in parte il comportamento dei governi occidentali”. Per contro i serbi sono stati “nettamente sconfitti dalla guerra dei media. Essi sono sempre stati considerati i cattivi. Il pubblico televisivo ha sempre bisogno di cattivi, se non altro per semplificare la complessità della situazione e raccapezzarsi in qualche modo”16.
La sospensione della regione ha imperversato non solo fra i media di destra, che hanno almeno una certa contiguità con il nazionalismo e il militarismo, ma anche fra i media orientati a sinistra17. Un caso clamoroso è quello de “L’Unità” e del suo inviato a Sarajevo Adriano Sofri. Anziché fornire notizie e relative chiavi di lettura, Sofri copre la disinformazione con l’abilità retorica che gli è propria. Il suo minimalismo alla moda (“la guerra vista da un bar di Sarajevo”18) è diventato un esercizio di cinismo.


Alcune indicazioni per la peace research
Il conflitto nella ex Jugoslavia risulta essere l’ennesimo fallimento della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Una volta ancora la guerra si rivela non la continuazione della politica con altri mezzi, ma la morte della politica. La guerra non ha mantenuto nessuna delle promesse dei nazionalisti armati e la popolazione ha visto solo peggiorare la propria qualità della vita. Al contrario, è possibile sostenere - come ha ben documentato Nanni Salio nel suo recente lavoro Il potere della nonviolenza19 - che una politica non violenta paziente e tenace, avrebbe potuto produrre i cambiamenti desiderati. L’esempio più calzante, riportato da Salio, è quello dei paesi Baltici, che hanno saputo affrontare con realismo la questione dell’indipendenza nazionale, preparando e mettendo in campo nel periodo 1987-1992 una resistenza civile di molto debitrice alla difesa popolare nonviolenta (in particolare alla scuola di Gene Sharp). La capacità operativa dell’azione nonviolenta può essere relativamente ridotta durante la guerra20, ma è solida sia nella prevenzione che, soprattutto, al termine delle ostilità militari qualora vi fosse stabilita un’occupazione militare21.
La nonviolenza può essere anche la risposta al processo di “frammentazione delle identità personali e collettive” che sembra essere una componente essenziale del conflitto etnico22. Concedendole un adeguato periodo di tempo, la nonviolenza può vincere la paura, ristabilire la comunicazione, recuperare i legami, risaldare la fiducia fra persone di gruppi etnici oggi antagonisti. È essenziale che nel progetto di riconciliazione possano esprimersi i cosiddetti movimenti sociali: i movimenti delle donne, per l’ambiente, per la pace, per i diritti umani, per le minoranze e, almeno nella prima fase, le organizzazioni internazionali del volontariato23, che possono svolgere un ruolo credibile di “terze parti”. Generalmente questi movimenti operano in modo non violento (anche se possono non condividere la filosofia nonviolenta) e sono portatori di un concetto di sicurezza molto avanzato, che viene misurato non tanto dal controllo dei sistemi d’arma, ma “sul piano della disponibilità delle risorse di base per la vita libera degli uomini e delle donne, dell’eliminazione della violenza strutturale e dell’ingiustizia economica”24. Ricerca, educazione ed azione per la pace rimangono le prospettive di chi non si sente travolto dall’incalzare delle vicende militari, ma lavora con pazienza, quotidianamente, ad un mondo migliore di quello che ha ricevuto in eredità.
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1 Bozidar Jaksic, “Il fallimento delle élites nazionali”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 1995.
2 Secondo la Dichiarazione islamica del 1970, di cui uno degli estensori è l’attuale presidente della Bosnia-Erzegovina Aljia Izetbegovic.
3 Bozidar Jaksic; “Il fallimento delle élites nazionali”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 1995
4 Si pensi alla “Serbia Celeste”, sorta di paradiso riservato ai serbi propagandato dalla Chiesa Ortodossa Serba (Cfr. Sandro Orlando, “Obiettivo città”, il manifesto, 17 agosto 1995); ai paramenti sacri sostituiti con le bandiere croate nelle Chiese Cattoliche della Croazia e dell’Erzegovina; alla formazione della Brigata Islamica, resasi protagonista di gravi episodi di efferatezza, in appoggio alle armate bosniaco-musulmane.
5 Bozidar Jaksic; “Il fallimenti delle élites nazionali”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 1995
6 Josep Palau, “La guerra e la pace nella ex Jugoslavia. Etica e intervento”, La Terra vista dalla Luna. Palau è il responsabile della sezione spagnola della Helsinki Citizens Assembly.
7 Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 22 luglio 1995.
8 Cit. in Francesco Malgaroli, “Bonifica umana”, il manifesto, 8 agosto 1995.
9 Cfr. le risoluzioni n. 743 del 21 febbraio 1992, n. 824 del 6 maggio 1993, n. 836 del 4 giugno 1993, n. 844 del 16 giugno 1993.
10 Citato dal sottosegretario alla Difesa Carlo M. Santoro in Edoardo Giammarughi, “Il fianco sud dell’Europa”, il manifesto, 15 luglio 1995.
11 Antonio Papisca, “L’Onu non è morta in Bosnia”, Nigrizia, luglio-agosto 1995.
12 Cf. Valérie Ceccarini, “L’art de la guerre”, Les Inrockuptibles, 23 agosto-5 settembre 1995.
Trad. it. “I ragazzi di Tuzla e l’arte della guerra”, L’Internazionale, 15 settembre 1995.
13 Gentiloni ritiene di dover operare una “distinzione - dolorosa ma necessaria - del pacifismo della non violenza: il primo rimane sempre in piedi, nella ricerca di tutti i mezzi possibili per la pace, mentre il secondo, in certi casi estremi, è costretto a segnare il passo, se non vuole albergare nei cieli delle ideologie”. Gentiloni f., “Pace sconfitta”, il manifesto, 29 ottobre 1995.
14 Fra le tante, emblematica la vicenda del bimbo di otto anni che alla guida di una vecchia auto presa a bersaglio dai miliziani croati, ha condotto in salvo la propria famiglia. Cf. E. St., “Un piccolo uomo di 8 anni”, La Stampa, 12 agosto 1995.
15 Colloquio con Enzo Bettiza raccolto da Sandro Magister, L’Espresso, 18 agosto 1995.
16 Claudio Virgi, “È troppo presto per dire pace”, Il Sole-24 ore, 27 settembre 1995.
17 E persino fra i media vicini ai pacifisti si è dato credito a tesi assurde e inconsistenti. Cf. ad esempio Riforma, 29 luglio 1995.
18 Adriano Sofri, “Il luogo comune della nostra neutralità”, l’Unità 27 maggio 1995.
19 Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1995.
20 La principale critica ad azioni pacifiste come Mir-Sada viene dalla limitatezza degli strumenti operativi in mano ai non violenti durante il conflitto.
21 Cfr. Axel Schmidt, Possibilità e limiti della difesa popolare nonviolenta, Quaderni della DPN n. 12.
22 Simona Sharoni, “Le talpe della pace”, il manifesto, 18 luglio 1995.
23 Meglio se organizzate in coordinamenti, come il Consorzio Italiano di Solidarietà.
24 Simona Sharoni, “Le talpe della pace”, il manifesto, 18 luglio 1995.

Incontro con Ibrahim Rugova

Eletto presidente del Kosovo a seguito d’uno scrutinio clandestino nel Maggio del ‘92 I.R. è la figura di punta della resistenza albanese.
Questo intellettuale che parla francese (ha studiato 1 anno a Parigi nel 1976-77), conduce una politica prudente che, fino ad oggi, ha evitato il bagno di sangue.
Ha ricevuto la delegazione del MAN nella piccola casa, nel centro città di PRISHTINA, che funge da sede della presidenza parallela.

C’è a Prishtina un’attività notturna, festiva, paradossalmente in rapporto alla repressione. Che ne pensa lei?
La gente qui sopravvive. Nelle grandi città del Kosovo, la popolazione tenta di organizzare qualcosa: feste, teatro, sport (fuori dagli stadi). Molti giovani sportivi sono partiti per l’occidente per giocare nelle grandi squadre di calcio.
Quando c’è la festa di un matrimonio, la polizia interviene per sequestrare le bandiere (albanesi) ma alla fine spesso rimangono loro stessi coinvolti nella gioia.
Ci sono delle persone che vogliono vivere, non s’abbandonano.
La repressione non riesce nel loro intento.
Qualche volta ci sono molti poliziotti, qualche altra volta meno. Oggi ci sono più bar, più ristoranti. Fanno la funzione di vita pubblica che manca nel Kosovo.
Gli edifici pubblici sono chiusi per gli Albanesi.
Non ci sono nè teatri, nè cinema; ma la gente esce ugualmente, malgrado i rischi.....

Il sistema parallelo è finanziato da un’imposta volontaria (3%)
Ma voi pensate che la solidarietà sia fatta in maniera soddisfacente, in particolare da parte delle classi più agiate?
Questa solidarietà è volontaria. La gente qui non è ricca sfondata, particolarmente i salariati. Ma deve trovare una nuova maniera di lavorare con “gli uomini d’affari”.
Il 3% di quel che guadagna un uomo d’affari vuol dire molto. Abbiamo chiesto questa percentuale volontaria, ciò ci è sufficiente.
Noi siamo una società che non ha un forte potere esecutivo che io non amo. Bisogna invece creare il clima, lo spirito del dono e dell’aiuto, della solidarietà, io insisto su questo.
La classe ricca albanese potrà partecipare più attivamente, ma si deve trovare il modo; essa viene già abbastanza spremuta dalle tasse serbe e dalle dogane.

La questione del Kosovo come è stata percepita dalla comunità internazionale?
L’evoluzione è positiva. Io sono stato ricevuto dai ministri per gli affari esteri o dai primi ministri di Francia, Regno Unito, Germania, Svizzera, Austria, Norvegia, Svezia.... Il Kosovo fa parte delle questioni ormai abitualmente trattate dai diplomatici di mezzo occidente.
Non c’è molta pubblicità a livello di media e di opinione pubblica, ma è normale, visto la presenza della guerra in Bosnia (...) Il nostro atteggiamento, in seguito al referendum del ‘91, è di chiedere l’indipendenza e una neutralità del Kosovo, aperto sulla Serbia e l’Albania, con tutte le garanzie per tutti i Serbi di qui e i loro interessi. Noi chiediamo inoltre un protettorato civile internazionale, per fare il trasferimento dell’amministrazione, smilitarizzare e normalizzare la vita.... Quest’idea è presa in considerazione dalla comunità internazionale.

Questo protettorato si farà sotto l’egida dell’ONU?
Dell’ONU o della Comunità Europea.
Ciò dipenderà dall’accordo che si farà. Questo protettorato consisterà in un consiglio che governerà il Kosovo per qualche tempo. Per noi e per i Serbi è più facile fare ciò nel Kosovo di oggi, se invece il conflitto scoppiava....
L’idea va avanti, non è più astratta per le Nazioni Unite o per i paesi occidentali che comprendono meglio la situazione, la nostra organizzazione, questa non-violenza che loro stimano molto e che è il nostro contributo alla stabilità nei Balcani e nell’ex Jugoslavia.

Come la Russia percepisce la questione del Kosovo?
Con la Russia non abbiamo avuto questi grandi contatti. Nel 1993 una delegazione Russa è venuta qui con l’inviato speciale per l’Ex-Jugoslavia del Ministro Russo per gli affari esteri.
Noi lavoriamo parecchio a creare dei contatti, come anche gli altri paesi, ma ci sono ancora dei “carichi” ideologici in rapporto all’Albania.

Due anni fa, voi ritenevate necessario l’embargo internazionale contro la Serbia - Montenegro. Che ne è oggi?
Io tengo ancora politicamente a questo embargo, fino a che la Serbia accetta di negoziare con noi o con degli altri.
Nel Kosovo, noi abbiamo dovuto subire un embargo della Serbia a partire dal 1989-90, quando qui hanno distrutto tutto. In più loro controllano le frontiere esterne. Si deve tenere l’embargo internazionale fino a che la Serbia non si modera e negozia.
Noi pure si soffre di questo embargo.

Abbiamo sentito delle critiche in seno alla comunità albanese contro un certo attendismo della LKD, riguardo alla situazione. Che ne pensate voi?
Trovo normali queste critiche sulla nostra società o sulla LKD.
C’è della gente che chiede che le cose vengano fatte più in fretta, ma in questa situazione noi siamo molto prudenti.
Continueremo con questa nonviolenza poiché è l’unica via che assicura qualcosa per l’avvenire.
C’è da organizzarsi meglio, e si deve guadagnare del tempo per vedere se cambia la situazione nell’ex-Jugoslavia.
Queste critiche sono formulate da intellettuali e da piccoli gruppi, ed io non le prendo come negative di fronte alla nostra politica in generale. Malgrado la situazione che noi viviamo qui, si deve coltivare la critica e lo spirito democratico, che per noi è un’assicurazione.

Visto che il Parlamento eletto nel 1992 non si è potuto riunire, quali sono le strutture che permettono alla democrazia di vivere tutt’oggi?
Per prima cosa ci sono i partiti politici.
Istituzioni come le commissioni del Parlamento si riuniscono di tanto in tanto, non pubblicamente, e danno consigli in materia di educazione e di politica estera.
C’è pure qualche giornale privato, qualche settimanale, che criticano regolarmente e mi domandano di fare cose più concrete.... Ma nel Kosovo, è difficile. I meccanismi funzionano. Trovo normale questa frustrazione. Nella ex-Jugoslavia la gente chiede che le questioni siano risolte più in fretta, ma bisogna pensare.... È molto pericoloso qui. (...)

Quali sono le iniziative che saranno in grado di mantenere lo slancio della popolazione fra la quale abbiamo sentito un certo scoraggiamento?
Ci sono delle iniziative sul piano culturale, educativo: la vita pubblica si sviluppa. In generale la popolazione non è scoraggiata.
Trovo delle frustrazioni a livello dell’élite politica ed intellettuale, è normale. I giovani sono più razionali e meno scoraggiati. Loro non se ne vanno più dal Kosovo come accadeva prima del ‘91. Io dico spesso che è una “generazione di Repubblica” di cittadini del Kosovo, un’altra generazione che si è adattata alla nostra organizzazione indipendente, malgrado la repressione e l’insicurezza totale che esiste nel Kosovo. Loro sono più resistenti.

La non cooperazione è in atto da più di 5 anni. Ma quali sono le possibilità di dialogo con il potere serbo?
La comunità internazionale insiste su questo tasto ma non ci sono ancora segnali ufficiali.
Ci sono stati dei contatti con dei rappresentanti politici, intellettuali... Spero che la coscienza politica del potere serbo cambi, così come l’opinione pubblica di tutta la Serbia. Il nostro movimento e la sua cultura nonviolenta ci porta un po’ verso questo cambiamento.

Il discorso di M. Milosevic a Mitrovica di metà Luglio ha cambiato qualcosa?
No, la repressione continua, può essere che sia venuto per essere presente qui, nel Kosovo, per l’opinione pubblica e per i Serbi del Kosovo. Egli non ha detto nulla di nuovo.

Ma sembra che, per la prima volta, abbia tenuto un discorso che sproni la pace e l’uguaglianza, non parlando di purificazione etnica...
Sono dei piccoli segni, ma col vecchio vocabolario comunista, ci ha parlato di uguaglianza, quando c’è stata sempre la discriminazione. Bisogna vedere se M. Milosevic cambierà, ma l’esperienza ci insegna ad essere scettici. Io non nego che ci possono essere dei cambiamenti.

Ci sono delle possibilità di dialogo tra le popolazioni serbe ed albanesi del Kosovo?
No, è molto difficile. Nella vita pubblica i Serbi si sono autoisolati escludendo gli Albanesi dalla vita culturale e amministrativa.
Non ci sono dei luoghi di comunicazione. Io chiedo regolarmente ai Serbi di non provocare gli Albanesi, cosa che invece loro fanno spesso. Ma la maggioranza albanese è molto tollerante e fa la differenza tra polizia e popolazione serba. Essa non accetta queste provocazioni. C’è una separazione attuale che continua. Io non lo dico in senso completamente negativo; le due comunità vivono parallelamente. In questa situazione ciò è positivo anche perché noi non abbiamo confronti.

Il processo di mediazione con dei luoghi di incontro tra Serbi e Albanesi, vi appare possibile?È
molto difficile, lo dico semplicemente.
Certe persone hanno lavorato assieme attraverso gli anni, poi gli Albanesi sono stati cacciati.... C’è bisogno, a livello politico, di ricominciare. Le persone sono le persone.... Dal lato serbo, loro non provano a coltivare i legami, le comunicazioni umane.
Io capisco anche che è una minoranza controllata da Belgrado, per i partiti politici serbi che sono qui.

E con i democratici di Serbia?
Purtroppo, sulla questione del Kosovo, sono anche difficili, eccezione fatta per i gruppi o le persone che io trovo positive ma che non hanno abbastanza influenza.
Ma sono buoni segni, come l’Alleanza Civica, o degli intellettuali che si esprimono sulle stampe.
(1) Sono due anni, una precedente missione del MAN è già stata resa al Kosovo.
(2) Durante Luglio Slobodan Milosevic è venuto nel Kosovo a pronunciare un discorso nella città di Prishtina.

Intervista realizzata il 7/8/95
a Prishtina

Tratto da Non-Violence Actualitè 1995
dell’ottobre 1995

Nostra intervista ad Alberto L'Abate

Come ti sembra che siano stati accolti in Kossovo gli accordi di pace di Dayton?

Uno degli argomenti trattati in vari dei colloqui avuti è quello di cosa hanno portato di nuovo gli accordi di Dayton rispetto alla situazione attuale di questo paese, in particolare rispetto al problema che ci sta a cuore, e che è lo scopo del nostro viaggio, cioè la soluzione nonviolenta del conflitto serbo-albanese nel Kossovo, e la riapertura dell'Ambasciata di Pace a Pristina.
E' difficile ed impossibile generalizzare dato che le opinioni su questo sono molto diverse le une dalle altre. Ma, in complesso, ci è sembrato prevalere un atteggiamento molto pessimistico. La pace è vista com una "pace americana" imposta con la forza dall'unica grande superpotenza che fa il bello ed il cattivo tempo in tutto il pianeta. Ed è visto con preoccupazione il fatto che, per mantenerla, ci sarà un invio poderoso di truppe americane ed europee (circa 60.000 soldati) in Bosnia-Erzegovina. Si ha paura che più che portatori di pace possano essere un focolaio di guerra. Pur nel senso di sollievo per il fatto che, per il momento, i combattimenti siano finiti, si ha l'impressione che i serbi abbiano perduto la loro battaglia, e Milosevic è visto come colui che è stato costretto a svendere, per firmare la pace, la Serbia. Per questo lo scontento è molto grande, e si parla di una forte opposizione agli accordi firmati da parte del Generale serbo-bosniaco Mlalic (il comandante di quelle forze che finora era stato visto avere una posizione più conciliante rispetto a quella del capo dello stato serbo-bosniaco Karadict). Per questo, per non rinforzare ulteriormente l'opposizione di destra ultranazionalista, c'è il timore che Milosevic non possa fare alcuna concessione agli albanesi del Kossovo, e che questo possa portare ad un riacutizzarsi del conflitto, a meno di un atteggiamento più duttile da parte di Rugova e degli albanesi di questa regione. Come si vede, perciò, il pessimismo è prevalente: o il riacutizzarsi del conflitto con la possibilità di una esplosione armata o soluzione concordata (gli americani inviano a giorni, in avanscoperta, l'ex Presidente Carter) per la divisione del Kossovo in due, una parte collegata alla Serbia, e l'altra dipendente; od infine, il mantenimento della situazione attuale, scarsamente però protraibile a lungo.

La rivista di geopolitica "Limes" ha presentato il Progetto Euroslavia, un processo di aggregazione dei paesi balcanici per la costituzione di una subarea in quella regione, all'interno e sotto controllo dell'Unione Europea. Come viene percepita una proposta simile in Kossovo?

La pubblicazione, sui giornali, della notizia ha subito messo in moto, in senso contrario, la diplomazia slovena che vede in questo progetto un modo, soprattutto da parte della diplomazia ufficiale italiana, per impedire l'ingresso di questo paese nell'Europa, di cui essi si sentono già far parte, rimandandola invece a tempo indefinito. E questo ha aggravato ulteriormente i rapporti tra la Slovenia e l'Italia, che sono già abbastanza tesi a causa delle proposte fatte da forze di destra del nostro paese, di rivedere i trattati di Osimo, e a causa delle richieste dei profughi italiani dall'Istria e dalla Dalmazia di risarcimento o riottenimento dei propri beni. Sarebbe stato meglio un inizio "dolce" per mettere in luce i pro e i contro della proposta soprattutto con le organizzazioni nongovernative e con i partiti democratici. Questo avrebbe dato al progetto delle gambe più solide. In questo modo invece c'è il rischio che cada nelle enunciazioni di principio, cui non seguano fatti concreti. Sono tanti gli esempi di questo distacco tra dichiarazioni ufficiali e fatti, sia riguardo alle precedenti proposte di passaggio da Federazione e Confederazione (da varie parti prima invocata e poi negata), sia riguardo al dialogo tra serbi e albanesi (quando gli uni sono disposti a trattare gli altri rifiutano, e viceversa).
Ma il problema più importante attualmente è quello di portare la democrazia in Serbia (le prossime elezioni dovrebbero essere a primavera prossima), ed il contributo in questo senso sia degli albanesi che degli abitanti della Voivodina e del Sangiaccato può essere determinante.

Assemblea Europea dei cittadini

L’avvenire del Kossovo alla luce degli accordi di Dayton

Gli accordi di Dayton segnano il ritorno sulla scena diplomatica internazionale, dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE), dell’impegno decisivo della NATO e dell’implicazione militare e politica degli Stati Uniti.
Per lo meno in modo transitorio, gli accordi di Dayton sanciscono gli acquisiti della divisione etnica così come la creazione di diverse entità all’interno di uno stato stesso.
L’approccio scelto contrasta con gli accordi costituzionali che riconoscono un diritto all’autodeterminazione, ma senza diritto di secessione.
È in questo quadro, con il ricorso ai soli mezzi politici, che eventuali spartizioni sono progettabili.
Questi accordi dovranno favorire, a termine, un riconoscimento reciproco delle repubbliche della ex-yugoslavia, e più tardi, il ristabilimento di indispensabili relazioni diplomatiche ed economiche tra le differenti repubbliche.
Questa via d’uscita ottenuta al prezzo di tanta ingiustizia, non è senza conseguenza per l’evoluzione della situazione nel Kossovo, che conviene esaminare.

La soluzione della questione del Kossovo sarà evidentemente politica, dovrà consistere in una progressiva crescita istituzionale e costituzionale accompagnata dal riconoscimento delle frontiere interne.
Si tratterà, verosimilmente, di stabilire per il Kossovo uno statuto d’autonomia all’interno della Repubblica Federale Jugoslava. Questa soluzione transitoria combina il diritto all’autodeterminazione e l’interdizione alla secessione.
L’implicazione degli Stati Uniti e della Nato faranno comprendere alle autorità di Belgrado che il problema del Kossovo non potrà essere risolto militarmente.
Loro dispongono di vari mezzi di pressione: la minaccia di sanzioni riattivabile in ogni momento, l’interdizione selettiva di tutte le rappresentanze serbe nelle organizzazioni internazionali, e la limitazione dell’aiuto economico in favore del settore privato.
Si può pensare che non sarà facile all’OSCE ristabilire delle relazioni tra Belgrado e Prishtine e di rendere vivibile questa convivenza.
Senza spregiudicare la soluzione globale a livello costituzionale, la prima esposizione delle prossime negoziazioni affronterà i campi relativi all’educazione, alla sanità, ai media, ai diritti umani e alla ristrutturazione dell’economia. Questo processo di normalizzazione dovrà contribuire allo sviluppo della società civile del Kossovo e permettere lo svolgimento di nuove elezioni, le quali saranno l’occasione di una ricomposizione dello spazio politico che dovrà differenziarsi e diventare più pluralista.
L’impegno dell’OSCE sarà determinante non solo in Bosnia ma ugualmente in Kossovo. Progressivamente, il centro della crisi dovrà spostarsi da Sarajevo a Belgrado con la creazione di un nuovo equilibrio militare e politico. Possiamo inoltre attenderci, nei sei mesi a venire, dei cambiamenti importanti, tanto che l’entrata in vigore degli accordi di Dayton cambieranno la dinamica politica interna in Bosnia ed in Serbia.
Per quanto riguarda il Kossovo, piuttosto che un approccio globale, l’OSCE privilegierà certamente una strategia di grandi successivi dove l’elemento centrale sarà il ritorno di una missione permanente dell’OSCE in Serbia, Kossovo e Voivodina. Il rientro condizionato di Belgrado in seno all’OSCE dovrà costituire un mezzo di pressione sufficiente per ottenere questo ritorno. Un’attenzione particolare deve essere posta al mandato di questa missione.
Questo illustrerà di fatto il ruolo che intende giocare in avvenire l’OSCE in questa regione. Si tratterà cioè, di un semplice mandato di supervisione dei diritti dell’uomo (di monitoraggio) come nel 1992-93, oppure di un mandato più largo con, per l’impegno essenziale, quello d’iniziare un processo di normalizzazione e di ricostruzione dello spazio pubblico in Kossovo.
L’importante è afferrare la differenza tra questi due mandati, la scelta tra questi due orientamenti ci darà una buona indicazione sulle reali possibilità dell’OSCE di riuscire in questa mutazione qualitativa nel dominio detto della “dimensione umana”.
Prima di arrivare a ciò, sarebbe importante che un accordo fra Rugova e Milosevic sia concluso. Diciamolo chiaramente, un tale accordo non potrà essere che imposto e incontrerà delle resistenze. Milosevic sarà criticato dai più nazionalisti come lui, e soprattutto, dovrà convincere i serbi residenti nel Kossovo.
Rugova, da parte sua, avrà di che opporsi alla attesa ed alla retorica indipendentista, dovrà spiegare ai suoi concittadini che non avranno per ora l’indipendenza per il Kossovo e ancora meno per una grande Albania, lui vedrà di restituire e ridefinire l’identità albanese in questo nuovo contesto.
Bisogna qui ricordare quanto le differenti iniziative d’apertura e dialogo siano state difficili, malcomprese, poco sostenute per non dire ignorate.
L’importante oggi è scavalcare questi ostacoli, promuovere le mediazioni e tavole rotonde di tutti i tipi, e sostenere il progetto che permette il riavvicinarsi delle popolazioni serbe e albanesi.
C’è da scommettere che il 1996 sarà un anno importante per l’insieme dell’area jugoslava, Kossovo compreso. L’OSCE sarà attiva e l’insieme della diplomazia sarà impegnata nel processo dell’OSCE. Per il Kossovo, la cosa più importante sarà il ritorno della missione dell’OSCE nella Rep. Fed. Jugoslava e l’integrazione della stessa, tutto sta nel sapere in che modo ed a quali condizioni.
È qui che si deve collocare l’impegno della ONG.
Esse avranno da esporre le loro esigenze riguardanti il mandato della missione dell’OSCE, si impegnerà nel processo in corso e nel valutarne l’evoluzione.
Esse devono soprattutto favorire il processo di normalizzazione progressivo della società civile del Kossovo, ossia delegittimare le logiche conflittuali, suscitare delle opportunità di incontro e di dialogo, iniziare delle attività sociali spontanee intorno alla posta in palio, dando risalto alla vita quotidiana (la salute, l’educazione, la vita associativa, i passatempi....).
Sarà inoltre importante non dimenticare il necessario lavoro sulle rimostranze del futuro, una tale collaborazione potrà costituire una leva per impegnare i cittadini nella ricostituzione del loro paese.

Christophe Solioz
Carouge, il 12 dicembre 1995

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Sulla base di una conversazione con Veton Surroi (Koha, Prishtina) in occasione del seminario hCa “La speranza più forte dell’esperienza. Quale avvenire per il Kossovo?”
Berna, 6-12-95

Diritti di pubblicazione riservati a Diagonales Est-Ovest, Lione
Balkan War Report, Londra
Le Nouveau Quotidien, Losanna

 

Il Premio Nobel per la Pace 1996 a Ibrahim Rugova

Da più di cinque anni la popolazione del Kossovo, regione del sud della Serbia, ha scelto la nonviolenza come strumento di azione per far sentire la sua voce, mentre è vittima di una repressione molto dura da parte del governo serbo di Slobodan Milosevic. Questi conduce una politica di discriminazione etnica con strumenti polizieschi, economici, culturali. Provincia autonoma fino al 1989, il Kossovo ha visto la soppressione della sua autonomia da parte del governo serbo. Gli albanesi del Kossovo hanno allora proclamato la loro indipendenza ed eletto I. Rugova nel 1992 come loro presidente attraverso elezioni clandestine. Critico letterario e ricercatore, Rugova è sensibile ai valori dell’umanesimo, della democrazia e della tolleranza. Ha riunito la popolazione attorno ad un programma di opposizione decisa ma costruttiva nei confronti di Belgrado. Appare come una figura eccezionale in un’area in cui il nazionalismo ha un impatto devastante. La sua lotta è quella di tutti coloro per i quali l’amore per il proprio popolo non porta ad odiare gli altri, e per i quali il confronto e l’affermarsi necessario dei diritti di un popolo non possono passare attraverso la violenza. Per richiamare l’attenzione della Comunità Internazionale su tale questione, e affinché a questo conflitto sia trovata una giusta soluzione, tre associazioni francesi, Comitato Kossovo, Movimento per una Alternativa Nonviolenta (MAN), e Nonviolenza Attualità (NVA), hanno lanciato la campagna per il conferimento del premio Nobel per la Pace 1996 a Ibrahim Rugova. In Italia essa è promossa dalla “Campagna Nazionale per il sostegno ad una soluzione nonviolenta in Kossovo”.

NOSTRA INTERVISTA A ALEX ZANOTELLI

IL SUD DEL MONDO VISTO DA VICINO

Contro le ingiustizie non abbiate paura di gridare e di uscire allo scoperto

Da cinque anni vedi il sud del mondo da vicino, come è possibile farlo per chi vive a Korogocho, una delle periferie di Nairobi. Una bidonville dove la gente vive non solo ai margini della città, ma a quelli della stessa sopravvivenza.
Dopo cinque anni di missione, sei è tornato in Italia ai primi di novembre e da allora non hai più smesso di girare. Città grandi e piccole, sei andato a parlare ovunque ti abbiano chiamato e in qualsiasi posto: chiese, teatri, piazze, case grandi e piccole. Ogni sera di questo tuo pellegrinaggio centinaia di persone hanno voluto ascoltare i tuoi racconti sull’inferno di Korogocho, sulla tua fede ‘ritrovata’, sul sud del mondo visto da vicino.
Non pensi che la terra di missione oggi potrebbe essere di più l’Italia?
“Si lo è, non sto qui a barare su questo. Penso effettivamente che oggi l’Italia viva un momento molto difficile e credo che ci sia bisogno davvero di punti di riferimento, anche perchè li stiamo perdendo un po’ tutti. Pensiamo alla scomparsa di un Balducci, di un Turoldo, di un Langer, di un Tonino Bello. Sono perdite molto grosse. Sono figure che ci sono scomparse dall’oggi al domani, una dietro l’altra per cui si sente ancora di più la mancanza di punti di riferimento di qualcuno che parlava in maniera credibile. Di fonte a un parlatore come Balducci o a un poeta come Turoldo io mi sento un verme perchè non sono un intellettuale. Mi sento come un uomo povero e peccatore. Ma le cose che dico penso che la gente le accetta lo stesso perchè sono pagate sulla mia pelle. Se io vivessi qui comodo e andassi in giro a pontificare, il risultato sarebbe molto diverso, mentre oggi quando parlo delle mie esperienze la gente le sente più vere. E le sente più vere anche perchè in giro c’è pochissima gente che paga sulla propria pelle quello che dice”.
Allora c’è una possibilità che tu rimanga?
“Per il momento no perchè per me è altrettanto importante continuare questa immersione nella povertà, nella disperazione, nell’inferno del sud del mondo. Io sento davvero il bisogno di un inserimento ancora più forte laggiù. Prima di tutto per me e poi per i poveri perchè siamo arrivati ad un momento estremamente difficile. Noi in fondo abbiamo appena cominciato ad inserirci a Korogocho. Adesso comincia la lotta vera per la terra, per la costituzione di una comunità e vogliamo vedere anche cosa portano e dove portano le dinamiche che abbiamo innescato per cui ritengo molto importante tornare laggiù”.
C’è solo questo?
“No, ho anche paura che se tornassi a vivere definitivamente qui mi ritroverei dopo poco con una mentalità borghese, senza accorgermi di tutto quello che sta avvenendo lontano da noi.
Un lontano che poi non è così lontano. Forse anche da fuori gridando con i poveri, soffrendo con loro si può essere una voce molto forte anche qui in Italia”.
Un’Italia che, se possibile, è peggio di quella che hai lasciato. Penso solo al decreto antimmigrati, uscito proprio nei giorni del tuo ritorno ...
“Vedi, non mi sono mai illuso che gli italiani non siano razzisti, ma sentire le risposte date alle interviste a Tempo Reale mi ha lasciato completamente senza fiato. E la cosa più brutta è come tutti i politici cavalcano questa tigre e come questi politici siano probabilmente peggiori di quelli della prima repubblica. Quella sera a Rai Tre a parlare di immigrazione è stata per me un segnale inequivocabile di decadenza politica paurosa. Ma non so nemmeno se sia giusto parlare ancora di politica davanti alle urla di un Boso, ai ricatti di un Bossi e alle rincorse verso questi istinti razzisti che hanno fatto verso anche alcuni esponenti della sinistra”.
Ma cosa è dovuto questo rigurgito di razzismo?
“Come dicevo prima il razzismo in Italia ha sempre avuto delle base molto forti, come nel resto d’Europa. Noi Europei abbiamo un’epidermide molto grossa con venti secoli di storia per cui ci sentiamo di essere gli unici eredi della civiltà, della cultura. E’ stato questo che ha giustificato l’imperialismo, il colonialismo: noi in Africa andavamo a portare la civiltà superiore. Questo sentimento rimane fortissimo in noi e quando gli immigrati, i neri vengono da noi si innescano questo tipo di reazioni di rifiuto, di rigetto e anche di odio. Una volta cavalcato e accettato questo, si rischia di non poter più tornare indietro”.
Sei d’accordo con quanto detto da Ingrao. ‘Potremo blindare le nostre coste ed erigere torri ai nostri valichi di frontiera, ma non fermeremo l’ondata che sta scritta nei dati demografici, ma nelle tragedie del Terzo e Quarto mondo. O costruiremo insieme, faticosamente e pazientemente, una risposta ai bisogni comuni o gli altri, gli alieni, continueranno a sbarcare. E non basteranno le polizie di mezzo mondo ...’?
“Ma non solo, ormai il mondo è condannato a diventare un villaggio multietnico. Non ci scappiamo, in futuro saremmo tutte delle società meticce. Su questo non ci piove perchè nessuno potrà bloccare i poveri ai confini dell’impero così come Roma non è mai stata capace di bloccare i barbari, tanto che i suoi ultimi imperatori erano barbari. Se non comprendiamo questi meccanismi e soprattutto se non abbiamo il coraggio di cambiare il sistema economico mondiale risanando le situazioni nel sud del mondo è inutile pensare a qualsiasi tipo di bloccaggio o di cambiamento di questo tipo di fenomeni e avremo sempre più gente che con sempre più forza penetrerà nei nostri confini”.
Tu con la Chiesa non hai mai avuto rapporti semplici, ma proprio nella vicenda del decreto sull’immigrazione è sembrato che la Chiesa si sia trovata più avanti rispetto alla società e alla politica ...
“Penso che questo sia dovuto essenzialmente ad una inevitabile pratica di evangelizzazione per cui la Chiesa si deve trovare in mezzo agli umili, ai poveri, ai più deboli se davvero vuole essere tale. Così è stato per gli immigrati, ma credo che non faccia ancora abbastanza per creare le condizioni per una vera società multietnica. Dovrebbe, ad esempio, aprire le chiese ai incontri tra culture e religioni diverse. Allora sì che assolverebbe fino in fondo al suo compito di evangelizzazione e di fratellanza”.
Un altro fatto positivo, che è testimoniato anche dal tuo pellegrinare di città in città, è la crescita di una realtà ‘sommersa’ fatta da associazioni, volontariato, gruppi sparsi eppure dici che questo non basta, perchè?
“Perchè si è, appunto, troppo sparsi, frammentati, scollegati. Ecco c’è bisogno di maggior collegamento tra tutti noi. Certo io non sono nessuno per poter dire cosa fare o non fare, ma mi sembra giusto lanciare questo messaggio di maggior coordinamento perché solo con l’unità di tutti possiamo avere più forza per contrastare quanto di brutto sta succedendo. Quando si vedono cose che non vanno, come nel caso del decreto antimmigrati si deve avere il coraggio di denunciare, di urlare allo scandalo e urlarlo forte. Questa è la politica: avere la voglia e il coraggio di uscire allo scoperto”.

Intervista di Beppe Muraro


Korogocho, 31.10.1995
Lettera agli amici

"A quando le rondini?"

di Alex Zanotelli

Carissimi,
Jambo!
Tante volte ho tentato di stendere questa lettera... ma la Vita a Korogocho è stata talmente tumultuosa e serrata che... o è la Morte? Certamente è una lenta Via Crucis dei nuovi crocifissi della storia. I poveri di Korogocho sono oggi inchiodati alla croce con oltre un miliardo di altri crocifissi.... E noi siamo convocati dal Dio dei diseredati a togliere questi popoli crocifissi dalla croce, come afferma graficamente Sobrino, teologo della liberazione del Salvador, nel suo recente volume "Il principio della misericordia". Sono interi popoli... ma sono anche individui che hanno un nome, un volto... (nomi e volti che non dimenticherò mai perché mi hanno toccato dentro, mi hanno plasmato!).
Il volto stupendo, ma tirato e triste di Wangoi, una ragazzina di 18 anni. Ha perso due anni fa la sorella, stroncata a 21 dall'Aids, dopo una lunga Via Crucis di sofferenza indicibile. Ricordo commosso il suo battesimo, gli intensi momenti di eucarestia, la sua preghiera sul letto di morte insieme al suo bimbo (mai ho sentito un bimbo di nove anni pregare così l'Abbà (Ba-Ba) perché salvi la sua Ma-Ma!). Ricordo le lacrime di Wangoi il giorno della sepoltura della sorella. Era rimasta sola, a 16 anni, con 5 bimbi a carico (due suoi, tre della sorella). Tentò di sopravvivere con il vecchio mestiere della sorella, vendendo changaa (liquore). Ma questo durò lo spazio di una stagione, per i continui interventi della polizia (è proibito vendere changaa). Conseguenza: Fame!
I bimbi iniziarono a fuggire di casa cercando la fortuna in città. Un giorno vidi Wangoi arrivare tutta agitata. "Non ce la faccio più, Alex!" mi disse fra le lacrime! Anche oggi i miei bimbi sono andati in città per elemosinare, hanno trovato una signora che ha dato loro 100 scellini a condizione che le lasciassero il bimbo che avrebbero ripreso al ritorno! Quando tornarono sui loro passi non trovarono nè la signora nè il bimbo che non si è più visto!" (C'è un grosso mercato di bimbi a Nairobi). Wangoi tentava intanto di sopravvivere vendendo carte ai negozietti di Korogocho. Ma anche questo durò poco. Unica via che le restava: andare in città a prostituirsi negli hotel. "Cosa hai da ridire?" borbottò un giorno quando vide la mia reazione "Dimmi, ma io come posso vivere?" (Vedo sempre di più quanto sia borghese anche la nostra moralità!). Pochi mesi dopo... ritornò incinta. "Voglio abortire - mi disse - non riesco neanche a sfamare i 3 che ho, (il più piccolo della sorella era morto di Aids) non posso permettermene un altro!". Parlava, piangeva.... "Pure tu, Signore, hai contato i passi del mio triste vagare - lamenta il salmo 56. Di mie lacrime l'oltre tua riempi". Molti mesi dopo... passai per la baracca di Wangoi. Con fierezza mi mise fra le mani un batuffolino: un bimbo stupendo!! Lo cullo a lungo... E' proprio vero che quel bimbo è un segno che "Dio non si è ancora stufato dell'uomo!"
Volto triste di Wangoi... a volte percorso da qualche velato sorriso.... volto di Njeri. "Sono sola!
Non ho nessuno, nè mamma, nè fratelli, nè sorelle.... Non ho mai conosciuto mio padre! Sono sola come un cane!! Le metto la mano sulla culla per farle sentire che ci sono. "Voglio morire! Voglio morire in fretta! Prenderò il veleno!" Tento di consolarla. "Sai - mi fa, stringendomi le mani, se io avessi avuto un papà come te.... oggi non sarei qui divorata dall'Aids a 24 anni! Ma perché non ho avuto la grazia di un papà nella vita? Perché tu l'hai avuto e io no?" E piange disperatamente (come lo sento vicino a vivo il mio papà a Korogocho!). Era da quattro anni che cercavo di fare da spalla a questa ragazza-prostituta. "Aiutami a morire con il sorriso sulle labbra - mi disse commossa - il giorno in cui seppe che aveva l'Aids - come hai aiutato la Lucy Kafula a morire con il sorriso sulle labbra..." Già minata dalla malattia, chiese, sul letto di sofferenza, il battesimo... e risorse a vita nuova, ritornò a sorridere e a portare la buona novella a molti ammalati di Aids in tutto il Kenya... per quattro lunghi anni. Ma non è facile lottare da soli contro l'Aids a Korogocho. Nell'ultimo periodo, per dimenticare la sua solitudine, si era data al bere. "Confessami, Alex!" mi disse un giorno singhiozzando. La confessai. Poi sul tavolo della baracca, sotto lo sguardo di quello stupendo Cristo Crocifisso sul Malawi, spezzammo il pane come due pellegrini diretti ad Emmaus. "Resta con noi, Signore, perché si fa sera..." Per Njeri era la sera della sua vita... Quando la rividi giorni dopo... era in fine. Strinsi fra le mie braccia quella testa in segno di tenerezza, per farle sentire la mia vicinanza, per dirle che non era sola! Morì il giorno dopo, all'ospedale Kenyatta, nel cuore della notte, da sola...
Volti... volti... di ragazze bruciate... di bimbi...
Kasui, una bimba di 7 anni, Kimeo un bimbo di quattro anni, figli di mamma Minoo, una splendida donna, stroncata dall'Aids lo scorso gennaio.... Insieme con padre Antonio avevamo condiviso la cena dello scorso Natale con mamma Minoo e i due bimbi! Morta la mamma, i due bimbi sono rimasti con la sorella Ndinda, di soli 14 anni, anche lei minata dall'Aids che la stroncò poco dopo lasciando i due bimbi in balia di sè stessi. Questa tragedia familiare li spinse ad un gesto folle...
L'11 aprile, Kasui, tenendo stretto per mano Kimeo, si portò sul ciglio del dirupo che sovrasta il grande acquitrigno che divide Korogocho dalla discarica... Kasui tentava di trascinare nell'acqua il fratellino che però cercava di contrastare la sorellina dal compiere il folle gesto.... Furono salvati da una donna che passava di là. Ce li portò a casa... Decidemmo di chiedere alle suore di Madre Teresa se potevano accettarli... Li accompagnai di persona tenendoli per mano e scrutando quelle due creature per capirci qualcosa... Ma cosa c'è di così demoniaco a Korogocho da portare due bimbi, che si aprorono alla vita, al suicidio? Non dimenticherò mai quei volti di bimbi...
Volto di Wangari, pure lei minata dall'Aids. Sposata, con tre bimbi, ad un uomo che beve e la picchia. "Sono sola! Non ho nessuno - mi disse il primo giorno che andai da lei. I genitori, fratelli, sorelle sono morti... Spesso mio marito mi dice: Fa in fretta a morire perché possa seppellirti a Langata (il cimitero dei poveri)". Poi fra le lacrime: "Eppure più mi sono sentita sola e tradita, più ho avuto fame e sete di Lui..." Eppure non era mai entrata in una chiesa. "Vorrei il battesimo, Alex.
So che Lui mi accoglierà! Ho sete di acqua viva!" Il suo battesimo fu un momento di grazia: un po' di forza per continuare la sua Via Crucis. Un mese fa, malata fradicia (è alla fine!) fu buttata fuori di casa (una casa in muratura a Ngunyumu) e andò a vivere in una baracca all'estremità di Korogocho: lei e i tre bimbi! Nel cuore della notte (la sua notte!) spezzai il pane... "E lo riconobbero allo spezzar del pane". Volti di donne che pagano sulla loro pelle le assurdità del sistema. Volto di Giuliana, abbandonata con 3 figli dal marito che sospettava che la moglie avesse l'Aids... Giuliana non riuscì più a pagare l'affitto della baracca... Il padrone buttò fuori dalla stanzetta lei, i bimbi e le poche masserizie... Quella stessa sera avevamo deciso di battezzare Giuliana (era da lungo tempo che chiedeva il battesimo!) Vedendola in quelle condizioni (era mentalmente persa), pensai di far slittare il battesimo. Ma non era quello il momento giusto come segno di quel Dio che, quando tutti ci abbandonano, Lui non ci pianta? E riandai alla figura di Agar, la schiava di Abramo, dalla quale ebbe un figlio, ma che Sara prontamente scacciò di casa. "Agar se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: "Non voglio vedere morire il fanciullo".
(Gen. 21,14-19) Agar, figura emblematica di tutte le donne-schiave della storia, di tutte queste donne di Korogocho.... di Giuliana... che pochi giorni dopo, abbandonata, moriva in quella baracca.
Volto di Giuliana.... volto di Martin.... uno dei raccoglitori di rifiuti nella discarica.... stroncato dal male, a sera tardi, davanti alla sua baracca, vegliato durante la notte dalla sua gente perché quel corpo non fosse sbranato dai cani. Lo trovai al mattino, ai bordi della stradina, adagiato in mezzo ai rifiuti, avvolto da uno stuolo di mosche... Tolsi lo straccio nero, e vidi quel volto tumefatto.... Guardo e riguardo: è il volto del crocifisso... "Dio mio, Dio mio, Dio mio assente e lontano! Io ti chiamo di giorno e tu muto... e io invece un verme, non uomo, un obbrobrio di uomo, un rifiuto!" (Salmo 22). Un rifiuto tra i "rifiuti" ai bordi della discarica, a pochi metri dall'acquitrino dove si era gettata per disperazione Joan, a fianco del "fiume" Nairobi... le cui acque puzzano come.. quel "rifiuto" fuori le mura di Gerusalemme... Pregai con la gente della discarica per dare dignità a quest'uomo che non l'ha mai avuta. Questo dare dignità ai poveri!
Come quella sera quando entrammo nella baracca di un giovanotto distrutto dall'Aids.... Non riuscivamo neanche ad entrare in quella baracca sommersa dall'acqua (pioveva a catinelle!). Per ripararsi Njuguna aveva messo un pezzo di nylon sopra il letto. (Il tetto era tutto un buco!).
Ovunque sputi e rifiuti... "Ho sete" fu l'unica parola che riuscì a dire. Corremmo a prendergli un bicchiere d'acqua. Volevamo celebrare l'eucarestia, ma non c'era neanche un angolo dove mettere il pane.... Ma forse era già celebrata.... anche senza pane e vino.... con quell'acqua ("Ho sete!")....
Quel corpo "spezzato" di quel giovane abbandonato da tutti, anche dai suoi familiari.... (La `messa' dei disperati, l'`acqua' della speranza).
Questo contatto costante con la realtà fa sì che anche il mio corpo puzzi di morte, le mie mani siano infette, i miei polmoni respirino microbi... Mai come in questo periodo ho sentito il mio corpo intriso di morte, di puzza, di microbi.... L'Aids sta dilagando: dal 50% al 70% della popolazione di Korogocho sembra già essere sieropositiva. Questo senso di morte congiunto a quell'essere continuamente "mangiati" dalla gente ti fa sentire un annichilimento intenso (la Kenosi direbbe Paolo)... E' un'esperienza esistenziale (anche Gesù deve averla sperimentata!) che ti tocca dentro, che ti rimette tutto in discussione, che mi fa chiedere: "Ma Dio dov'è?" e qualche volta anche "Dio chi sei?" Le domande si stanno accavallando dentro di me. (Korogocho ti fa ripensare tutto!) Di una cosa sono certo. Il Dio di Mosè, dei profeti, l'Abbà di Gesù non può essere il Dio dei filosofi (e pensare che ero destinato al dottorato in filosofia!) Non può essere quel Dio immutabile, passivo, etereo, che non si coinvolge, non si lascia coinvolgere, che non viene toccato dalla realtà.
Quel dio è morto! Quel dio è un idolo. Il Dio vivo è un Dio nomade che cammina con i diseredati della terra. Come diceva l'amico Turoldo, (quel suo abbraccio finale in Arena!) forse `anche Dio è infelice', soffre con noi, con i perdenti della storia.... E' il Dio che ha viscere di donna, viscere materne, che è toccato dalla sofferenza di Wangoi, di Gatumbi, di Njoki... E' il Dio crocifisso, il Dio impotente... O sto bestemmiando? Ma anche Gesù ha bestemmiato nella sua vita ("Bestemmia"!) e in croce ("Dio mio.... perché mi hai abbandonato?") Eppure non lo ha abbandonato, come non può abbandonare Wangoi e i suoi bimbi... come non ha abbandonato quel ladro bruciato vivo, qualche mese fa, in una tragica notte di Korogocho. Al mattino, vidi quel corpo nudo abbrustolito (esposto per tutto il giorno al pubblico ludibrio!) con le braccia carbonizzate rivolte verso il cielo quasi ad invocare pietà.... Alla sera decidemmo di celebrare l'eucarestia sul luogo dell'esecuzione per proclamare a tutti la fedeltà di Dio a questi "rifiuti della società"... e per dare inizio alla Via Crucis celebrata per le stradine di Korogocho (era il primo venerdì di Quaresima!) All'orizzonte uno stupendo tramonto africano... Sentii un brivido come quando Dio strinse un patto con Abramo.
"Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì (Gen. 15). Aveva appena squartato gli animali in due, aveva collocato ogni metà di fronte all'altra. "Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco una fiaccola ardente passò in mezzo agli animali squartati". Era come dire: "Mi si squarti così, se io, Yavhè, non ti rimango fedele, se non rimango fedele anche a quest'uomo arrostito, a quest'uomo "cane" immondo buttato sul ciglio della strada...". Guardo furtivamente lo splendido tramonto africano e osservo le rondini sfrecciare sopra di noi... E riandai fanciullo quando, ogni mattina, erano proprio loro a svegliarmi.... nella povera casetta natale nell'estremo lembo della Val di Non. "Venivano da lontano, dall'Africa, mi dicevano. Ora ero io a restituire loro la visita! Che Mistero è la Vita! Questo migrare... questo mio toccare come le rondini le esistenze di questa gente di Korogocho, il mio popolo! (Che Mistero è la Vita!) Come Abramo sentivo un fremito percorrermi il corpo: la sua fedeltà (Mistero della fede!), nonostante tutto.... Nonostante la notte dei poveri, questo loro lento martirio, questa loro lenta Via Crucis.... (Era notte, quando, dopo l'eucarestia, abbiamo cominciato la Via Crucis quaresimale che diventa qui così vera!)
E nulla all'orizzonte sembra propiziare tempi migliori (A quando le rondini?). I poveri diventano sempre più poveri, a Korogocho come a Salvador di Bahia, a Johannesburg come a Manila. Gli Aggiustamenti Strutturali del Fondo Monetario Internazionale sono pagati pesantemente dai poveri (ormai i poveri non riescono quasi neanche ad aver accesso all'ospedale). I poveri sono sempre più esclusi dai servizi sociali fondamentali come la scuola (fra qualche anno buona parte dei bimbi di Nairobi non potrà più permettersi il lusso di accedere alla scuola primaria). In un suo editoriale, il Daily Nation, il più prestigioso quotidiano del Kenya, ha parlato di "apartheid economica" per questo paese.... piccolo esemplare dell'apartheid economica mondiale di cui non si è mai visto l'eguale della storia. (La vecchia apartheid fa sorridere a confronto!) "E i ladroni (gli straricchi!) - mi diceva giorni fa l'artista Elimu Njau, sono quelli che impongono le leggi e le regole che i derubati (i poveri!) devono osservare!" (Una morale questa doppiamente ipocrita!). E se uno tenta di puntare il dito contro tale sistema, salta per aria. "Chi tocca l'idolo, - diceva l'arcivescovo di San Salvador, Romero - muore!". Il 15 marzo un boato spaventoso ha sventrato gli uffici del Kituo Cha Sheria (Centro di Assistenza Legale) dove lavorano alcuni avvocati che difendono i diritti dei poveri. Quel giorno due persone sono entrate negli uffici del Kituo, hanno gambizzato con pistole a silenziatore i guardiani, poi hanno buttato una bomba che solo tecnici dell'esercito sanno preparare. Era il quarto attentato nel giro di pochi mesi. Per noi è stato uno shock, poiché gli avvocati del Kituo difendono gratuitamente i poveri di Korogocho e preparano i `paralegali', specie di avvocati popolari che operano in baraccopoli. Sembra sia proprio stato il "problema terra" alle radici di quella bomba. E quella bomba è scoppiata dentro di noi: ora sappiamo ciò che ci attende. "Non sai che la terra è il problema più scottante del Kenya, oggi?" - mi diceva il Chief, il responsabile civico della nostra zona - "Sappi che i tuoi avvocati non ti salveranno dalle pallottole dei miei poliziotti". La terra è il problema numero uno del Kenya, di Nairobi, forse una delle città più scandalose del mondo. Il 60% della gente (oltre un milione e mezzo) è `sardinizzata' nell'1% della terra disponibile a Nairobi (le bestie esotiche nei parchi nazionali sono trattate da signori per i casti occhi dei turisti!). E questo 1% non appartiene ai poveri, ma al governo (terra della Corona!).
Il governo può livellare le circa 100 baraccopoli quando e come vuole! E' incredibile che il governo non possa cedere ai poveri l'1% della terra! Ma non è tutto! L'80% dei baraccati non possiede nemmeno le baracche: i poveri sono in affitto! Nè in Brasile, nè in Sudafrica, nè nelle Filippine ho visto una cosa così assurda situazione che gli avvocati del Kituo avevano tentato di contestare. "La notte della bomba - mi raccontava la Jane Weru, responsabile del Kituo - ho sognato che, mentre con te e gli avvocati parlavamo del problema della terra, ho visto tre persone che dalla finestra ci sparavano addosso. Mi sono svegliata, urlando." A mezzogiorno la bomba. ("E il velo del tempio si squarciò in due..") E' solo l'inizio. Gesù si è beccato la croce (la più crudele forma di deterrenza di Roma!), Romero una scarica di pallottole in corpo..., gli avvocati del Kituo una bomba! "Costi quello che costi - mi ripeteva Jane Weru - siamo decisi a continuare." Insieme con gli avvocati ed altri specialisti ci ritroviamo ora una volta al mese, fuori di Korogocho, per trovare piste da percorrere... in questo grave frangente storico del regime di Moi, sempre più duro, sempre più repressivo. Lo abbiamo sperimentato nuovamente quando, a Pasqua, il governo ha livellato una porzione di Korogocho: Ngomongo. Che sofferenza vedere un quartiere distrutto nel giro di poche ore! Eravamo decisi a portare in corte il "il caso Ngomongo." Ma la comunità si è spaccata tra i proprietari delle baracche e gli affittuari. (L'unità fra i poveri non la si costruisce in breve tempo!). E non si è potuto arrivare in corte!
Così, tra momenti di grazia e di peccato, di gioia e di dolore, abbiamo continuato a camminare con i poveri di Korogocho. Per me, per tutti noi è grazia. I poveri (peccatori come tutti noi) sono l'Icona di Dio vivente, volto dell'Abbà, Sacramento di quel povero Cristo. Sono loro che ci rivelano la verità delle cose ("Quelli che sono più lontani dal centro del potere, sono i più vicini al cuore delle cose"), la rivelano a noi, piccola comunità comboniana inserita a Korogocho: Antonio e Gino.
Padre Antonio d'Agostino si è ormai (è da due anni che è qui) immerso a Korogocho dando un prezioso contributo soprattutto nel settore dei ragazzi di strada! E' un vero fratello. Gino (un missionario laico con oltre vent'anni d'esperienza in Africa) è stato l'altro "fratello" comboniano ...dando un incredibile contributo ad una crescita popolare. La nostra è una vera "fraternità"!
Gianni (p. Gianni Nobili, assente per un sabbatico, è stato una "spalla" esterna per questa fraternità). Esterno, ma importante, il contributo dei nostri studenti comboniani in particolare Daniele.
E poi suor Marta: pegno di una comunità-comboniana al femminile che si inserirà a Korogocho. Un femminile reso ancora più concreto dall'arrivo di Michela, una missionaria laica dell'ACRI, che sarà poi seguita da Simonetta. Una comunità, (non un progetto!) la loro, sostenuta da tre chiese locali (Trieste, Trento, Verona) e non dal governo italiano.
Fondamentale l'apporto di suor Gill, che con la sua èquipe ha preparato gli agenti sanitari locali, per aiutare la gente a far fronte al problema dell'Aids. Korogocho sta diventando un esempio di come una comunità può organizzarsi per far fronte ad un tale flagello. "Finchè questo sarà possibile!" - dice suor Gill - "Arriverà il giorno in cui potremo solo aiutare la gente ad affrontare una tragedia di tali proporzioni che non può trovare soluzioni". (to cope with the uncopable!)
E poi il lavoro di due donne filippine, Celia e Angelina, per creare comunità a Korogocho. La chiamano C.O. (Comunity Organization - Organizzazione Comunitaria). E' iniziata a Manila (Filippine) negli anni '70 ed è approdata in Africa, a Nairobi, nel '92. Hanno scelto Korogocho perché c'era già una comunità di immersione! Abbiamo lavorato molto insieme. E i frutti, anche se con fatica, si vedono. Tutta questa ricchezza di idee, di esperienze, di persone hanno molto arricchito la nostra comunità. E di comunità ne abbiamo molte: 25 Piccole Comunità Cristiane sparse in ogni angolo di Korogocho e 4 Piccole Comunità Speciali, composte di gruppi emarginati all'interno della baraccopoli, come la Comunità del Mukuru (discarica) composta di gente che vive raccogliendo rifiuti. La prima comunità del Mukuru è stata una sfida enorme: siamo partiti con 50 uomini, tutti ubriachi, che tentavano di leggere e condividere il Vangelo! E' stato un lento cammino per rimettere le persone in piedi, per dare loro dignità. Charles Odwori, il responsabile della Piccola Comunità Cristiana, è oggi (è stato fino a ieri un ubriacone) uno splendido esempio di uomo che ha riscoperto la sua dignità, la voglia di vivere e la gioia di buttare la vita per qualcosa che vale.
Sotto la guida, la comunità sta rendendo un enorme servizio a migliaia di donne e di bimbi di strada che vivono raccogliendo rifiuti. (Hanno così soppiantato i mediatori ed ottenuto loro stessi un utile!). E' il mercato del riciclato! Questi sono i veri profeti che ci insegnano che a questo mondo c'è gente che vive sui nostri rifiuti, sui rifiuti del sistema! (E' stato Gino ad aiutare questa comunità a crescere!) Anche la seconda Comunità della discarica (nata nel '93) sta trovando la propria strada. Dopo aver constatato che sempre meno rifiuti `buoni' arrivavano al Mukuru (ci arriva proprio il taka-taka - il rifiuto dei rifiuti) abbiamo pensato che la seconda comunità avrebbe potuto pulire i grandi palazzi di Nairobi. E così avvenne. E' una strada che apre nuove possibilità. Gli uomini, ma soprattutto le donne (splendide!) di questa comunità hanno fatto già un grande salto di qualità. E' stupendo ascoltare la Parola con loro: la `rilettura' della loro vita alla luce della Parola!
Sono loro i maestri (i soggetti!) che proclamano la buona novella! (i poveri ci evangelizzano!)
La vita non è invece stata facile per la Piccola Comunità dell'Udada (Sorellanza), fatta in buona parte da ragazzine che si prostituivano nei grandi alberghi o in baraccopoli, soprattutto quando Gino ha ordinato di rallentare la produzione delle collanine perché non c'era mercato. "Ci volete risbattere sulla strada, - dicevano piangendo le ragazze - dopo che ne eravamo uscite e abbiamo iniziato a vedere la Luce!". Abbiamo tentato subito di trovare vie alternative: piccolo commercio, cucito.. Può darsi che lentamente si intraprenda la strada della produzione dei paramenti liturgici in stile kenyano (soprattutto ora che il Papa, durante il suo viaggio, e i cardiali, hanno indossato vesti africane create nel contesto di Korogocho!).
Periodo difficile anche per la più giovane e piccola comunità speciale: KINDUGU (swahili per fratellanza) composta da giovani dediti alla delinquenza, droga, alcool.... Sono riusciti ad uscire dal giro della delinquenza, non altrettanto da quello della droga ed alcool.. (lavorano il legno, preparano sedie di papiro). Solo l'amore e l'accoglienza aiuteranno questi giovani a fare un salto di qualità.
Un salto di qualità che invece è avvenuto nel campo dei ragazzi di strada. E questo, grazie specialmente a padre Antonio D'Agostino. Antonio ha seguito molto da vicino tutto il programma dei ragazzi di strada: un programma in comune con la vicina parrocchia di Dandora. Piccolo segno di speranza, di accoglienza per questi ragazzi che hanno ....fame... soprattutto di amore! E' nato così un punto di incontro dentro il progetto della discarica. Ogni giorno una sessantina di ragazzini vi trovano accoglienza e speranza. Altri si ritrovano a St. John, altri in altri luoghi.... Molti altri sono stati immessi nella scuoletta informale di St. John. E' un servizio importante anche questo per i ragazzi di strada o per i ragazzini che non riescono ad entrare in una normale scuola elementare (costa troppo!). Calcoliamo che cinque/diecimila ragazzini si trovino sulle strade di Korogocho. Molti vanno a finire sui crocicchi di Nairobi.. E' un problema enorme (si parla di almeno trentamila ragazzi di strada!) Quello che noi possiamo fare è porre dei piccoli segni di speranza... di amore, di accoglienza... nella grande comunità di Korogocho! E' stato proprio questo il principio fondante della nostra presenza a Korogocho: la comunità. Abbiamo dato la priorità ai gruppi di emarginati di Korogocho: la gente del Mukuru, che vive sui rifiuti, le ragazzine-prostitute (UDADA), i giovani sbandati (KINDUGU), le donne più povere che lavorano a fare CIONDO (cestini), i ragazzi di strada, malati di Aids, e li abbiamo costituiti in comunità o in gruppi. Sono comunità di emarginati che diventano i nuovi progetti per creare la grande comunità, il popolo ecumenico di Dio o il "popolo dell'arcobaleno" direbbe D. Tutu. ("Davvero Dio opera le sue meraviglie, tramite ciò che nel mondo è disprezzato, per ridurre al nulla le cose che sono" direbbe Paolo). Per questo abbiamo scelto di dare la priorità alle Piccole Comunità Cristiane (Jumuyia Ndogo Ndogo) che sono l'altro asse portante del nostro impegno a Korogocho. Ogni comunità (sono 26) è composta di 20-30 persone che si incontrano ogni domenica pomeriggio. I momenti fondamentali sono: la lettura del Vangelo della domenica, condivisione sulla Parola, preghiera, risposte ai bisogni concreti di chi è più in difficoltà (fede-vita!), infine i servizi (huduma). Infatti ogni membro della piccola comunità è invitato a rendere un servizio alla comunità più larga. Abbiamo una ventina di questi servizi: liturgia, fede, servizi sociali, poveri, coro.... Ognuno di questi servizi si incontra una volta alla settimana. Nascono così i nuovi ministeri laicali. Questo aiuta molto a unire fede e vita, fede e politica, fede ed economia.. Le Piccole Comunità Cristiane vengono sollecitate a capire che non sono fini a sè stesse, ma sono i ponti per costruire la grande comunità, servizio per costruire il popolo ecumenico di Dio!
A fare questo ha aiutato molto anche la creazione del KPAM (Korogocho Peace and Action Makers. - I Costruttori di Pace di Korogocho), un gruppo di una ventina di pastori di varie chiese e dei responsabili islamici della moschea. (Vi sono centinaia di chiese in Korogocho) Il tutto era nato durante i duri scontri etnici nel 1993. Da allora ci siamo incontrati tutte le settimane. E' un'esperienza di grazia per me e per tutti noi. (ho imparato molto da questi pastori, soprattutto a pregare!) Ed ha aiutato a creare un nuovo clima di comunità in baraccopoli.
Tutto questo ci permetterà di impostare un serio lavoro di coscientizzazione sul problema della terra per muoversi verso il Land Community Trust (cioè la richiesta che il governo affidi la terra alla comunità di Korogocho). E' un sogno ... ma noi continuiamo a sognare nella profonda convinzione che Dio è fedele, che Dio è il Dio della gente del Mukuru, delle ragazze dell'Udada, dei giovani deviati del Kindugu, dei ragazzi di strada, dei malati di Aids.... E' il loro Dio! E' il Dio della vittima del Golgota: cane immondo buttato fuori le mura di Gerusalemme.
E' questo il Dio che ogni domenica celebriamo nella solenne liturgia. La liturgia domenicale costituisce un punto fondamentale nel nostro esodo verso la libertà. Cantiamo le meraviglie che Dio compie a Korogocho (e i miracoli li fa oggi!). Per questo balliamo, cantiamo... il Dio della vita, il Dio che fa germinare il nuovo. Lentamente sta anche nascendo una nuova liturgia: la lode di un popolo oppresso in marcia verso la liberazione... E la gioia esplode! E' festa... di liberazione! La liturgia infatti non solo è memoria, ma è costitutiva della realtà: pone, crea quel mondo che sognamo in contrapposizione al mondo reale imperiale che crea Korogocho e tutte le Korogocho di questo mondo. E' il sogno di Mosè, dei profeti, di Gesù... Il Grande Sogno ritorna con forza... E' questo il sogno che ci lega a migliaia di amici attraverso il mondo, a migliaia di `comunità di resistenza'... "E' vocazione del profeta tener vivo il ministero del Sogno - afferma il biblista americano Brueggemann, - continuare a proporre futuri alternativi al modello che l'Impero vuole imporci come l'unico possibile".
E allora continuiamo, a celebrare, a contemplare insieme, ...camminando sulle strade dei poveri, sulle strade della vita... decisi a togliere i popoli crocifissi dalla croce, da quelle croci sulle quali noi li abbiamo posti, mossi da profonda compassione perché abbiamo visto i volti e udito il grido delle vittime. A quando le rondini?

Jambo! Alex

In piedi, costruttori di pace

“In piedi, costruttori di pace!” ci invitava don Tonino Bello in Arena a Verona.
In quasi dieci anni da quel 12 novembre 1985, quando fu lanciato l’appello “Beati i costruttori di pace”, siamo stati in piedi sulle strade della storia. In profonda comunione di vita con don Tonino Bello, P. Balducci, P. Turoldo, don Pattaro e con gli amici caduti in Jugoslavia, abbiamo tentato di rispondere ai segni dei tempi. Tappe significative sono state le sei manifestazioni in Arena (veri momenti di grazia), il convegno di Praglia, i due di Lonigo, le quattro puntate in Bosnia (Sarajevo 1 - Mir Sada - In cammino col papa e la Tenda della Convivenza) fino al treno della pace che ci ha portati a Ginevra. Piccoli passi, piccoli gesti, piccole liturgie per dire la nostra convinzione e la nostra speranza in un decennio di cambiamenti epocali, che ha visto il crollo del muro di Berlino (fine della guerra fredda Est-Ovest) e l’erigersi della muraglia della povertà (fossato tra Nord e Sud). Per noi l’emblema è stata la Guerra del Golfo, che ha visto la vittoria dell’Impero del denaro sui nuovi nemici: i poveri, specie quando risiedono sui depositi dell’oro nero. Un impero legato saldamente all’apparato militare per proteggere privilegi e processi di sfruttamento. Un apparato militare che si è lanciato con gli esperimenti atomici francesi e cinesi e con i Nuovi Modelli di Difesa.
Un modello di sviluppo, quello in atto, pagato a caro prezzo in chiave ecologica (inquinamenti e rifiuti), religiosa, sociale e personale. Soprattutto dagli impoveriti del sistema: un miliardo di uomini dichiarati “inutili” dalla Banca Mondiale, inutili come produttori e come consumatori, ma anche come oggetto di sfruttamento: veramente cancellati.
Per macabro rituale di violenza primitiva, vengono immolati ogni anno all’idolo del libero mercato 40 milioni di persone che muoiono di fame. Il Moloch del Denaro ha un’insaziabile fame di vittime umane e su questa nuova Auschwitz è costruita la nostra pace sociale e l’ordine mondiale. Per questo all’ultima manifestazione a Verona abbiamo gridato: “Quando l’economia uccide, bisogna cambiare!”.
Ritorniamo al centro di noi stessi. Fermiamoci, fermiamo la nostra corsa folle, la nostra pazzia collettiva. Apriamo spazi di silenzio, uomini di buona volontà, spazi di contemplazione, credenti nel Dio dell’esodo e degli schiavi. Il denaro è diventato il nuovo vitello d’oro cui tutto è sacrificato con tale rapidità e bramosia da ipotecare il futuro di questa unica terra.
Ormai l’alternativa non è più un’utopia, ma una necessità storica: è l’alternativa necessaria se vogliamo sopravvivere. Le Chiese e i cristiani - assieme a tutti gli uomini di buona volontà che credono nella dignità dell’uomo presente e futuro - sono convocati dalla storia a proclamare questa alternativa a voce alta per non essere, come i nostri padri, idolatri adoratori del vitello.
Invitiamo quindi tutti:
- ad invocare una conversione dall’idolatria;
- a coniugare vangelo e valori con le scelte economiche quotidiane;
- a ridurre del 50% i nostri consumi energetici entro i prossimi dieci anni, come propongono gli scienziati di Wuppertal e la “Misereor” tedesca;
- ad adottare “bilanci di giustizia”, cioè a leggere criticamente il proprio modo di consumare, chiedendosi la provenienza dei prodotti e la loro incidenza sulle povertà nel mondo;
- a seguire con interesse e simpatia i tentativi di economia alternativa che si operano nel terzo settore, nel commercio equo-solidale, nelle MAG, nell’attività “no profit” e nelle banche etiche;
- a promuovere la solidarietà con i poveri tra di noi (disoccupati, deboli, malati) e a far sì che questa si traduca in pressione politica, atta a generare legalità, giustizia sociale e nuovi modelli di sviluppo;
Il primato dell’economia ha pesanti ricadute sul politico, che ne diventa un mero accessorio. Proponiamo quindi di:
- creare una spinta popolare verso l’alternativa economica necessaria;
- ripensare il concetto di Stato di diritto;
- ideare nuove vie per rendere la democrazia reale a fronte delle insidie che le vengono dal dominio del denaro, dalla legalità e dalla criminalità organizzata;
- premere per la democratizzazione dell’ONU che deve diventare come il suo Statuto richiede: ONU dei popoli;
- educare alla diplomazia popolare nonviolenta che sappia esprimersi anche in forme di interposizione umanitaria.
Come abbiamo detto, l’Impero del denaro sta in piedi con la forza delle armi, che servono a difendere ricchezza e privilegi. Noi suggeriamo di dire:
- No deciso al nucleare e alle sue proliferazioni e quindi ai nuovi test;
- No alla produzione e al commercio delle armi;
- Sì all’obiezione di coscienza nei riguardi del militare e di tutte le forze politiche che non garantiscono un cammino di pace;
- Sì all’anno di servizio civile sia maschile che femminile.
Un invito pressante alle Chiese perché:
- ritornino all’ispirazione originaria di fedeltà al Cristo principe della nonviolenza che ha portato le prime comunità alla prassi: “O l’esercito o il battesimo”;
- ritirino i cappellani militari dalle forze armate e affidino la pastorale delle caserme alle comunità cristiane ove sorgono;
- riprendano decisamente il cammino ecumenico avviato a Basilea e Seoul, ispirato a giustizia, pace e salvaguardia del creato).
L’Impero del denaro non starebbe in piedi se non fosse supportato dai mezzi di comunicazione di massa, che si cullano nell’illusione che questo sia il migliore dei modi possibili. Al riguardo proponiamo di:
- contestare i monopoli dell’informazione;
- favorire l’informazione alternativa anche in zone di conflitto;
- momenti di digiuno televisivo;
- far ascoltare le voci delle vittime del sistema sia del Nord che del Sud.
Questo sistema ha conseguenze nefaste in campo ecologico, culturale sociale e personale.
In campo ecologico: distruggere cielo e terra, rendendoli invivibili. Gli scienziati ci danno solo 50 anni di tempo per cambiare. Noi suggeriamo di:
- tassare le produzioni particolarmente inquinanti;
- sostenere i movimenti ecologici del Nord e del Sud;
- rifiutare che il Sud diventi la pattumiera del mondo;
- imboccare la via del sole anziché continuare sulle vie dell’energia dura.
In campo culturale e religioso: l’Impero del denaro distrugge culture e religioni, togliendo l’anima e riducendole a folklore. Proliferano su queste basi i nazionalismi, i fondamentalismi e le contrapposizioni etniche. Per cui noi suggeriamo:
- l’educazione alla mondialità e alla multiculturalità;
- favorire tempi di silenzio e di contemplazione;
- aprire spazi di incontro e convivenza tra uomini di culture e religioni diverse.
In campo sociale: questo sistema disgrega pesantemente comunità e gruppi fino a ieri coesi. Noi suggeriamo:
- la nascita di piccole comunità cristiane che diventino “comunità di resistenza”;
- l’unione tra comunità e gruppi che diventino “il popolo dell’arcobaleno”;
- l’impegno all’accoglienza dei diversi e degli immigrati (i cosiddetti `extracomunitari’), ripristinando, se del caso, il “diritto di asilo” sull’esempio dei “santuari” adottati dalle comunità cristiane d’America.
In campo personale: il consumismo riduce le persone a cose, a immagine della “Cosa” che adoriamo. Noi suggeriamo:
- di credere all’unicità di ogni volto come dono per l’altro (io sono perché noi siamo);
- di favorire la visione del mondo “con occhi di donna”, e ciò sia nella Chiesa che nella società;
- di scoprire la violenza nel cuore di ognuno, nella convinzione che se il mondo è violento è perché io sono violento;
- di imparare a coniugare il personale con il sociale per proiettare tutto in dimensione planetaria.
“In piedi, costruttori di pace”! Anche se sembrano regnare le tenebre e la morte, in piedi! In piedi per camminare, per agire, per danzare la vita e proclamare, come ci insegnano i poveri e il Cristo che in essi si è identificato, che l’ultima parola non è della morte ma della vita.

Padova, 10/12/95

"Per uscire da questo sviluppo"

"Meridiani e paralleli di un mondo differente"

Rendiconto del Seminario
Il Seminario svoltosi a Lonigo (VI) dal 17 al 19 novembre 1995 e promosso da: Beati i Costruttori di Pace, Legambiente, CGIL-CISL-UIL, Pastorale del Lavoro triveneta, ACLI, constatato il carattere fallimentare di questo sistema economico