Gennaio Febbraio 1996
DISCORRENDO DI DI PIETRO ED
ALTRO
SANDRO CANESTRINI
COSA INSEGNA LA GUERRA NELLA EX-JUGOSLAVIA
GIUSEPPE
BARBIERO
INCONTRO CON IBRAHIM RUGOVA
OPINIONI DELL'AMBASCIATORE DI PACE A PRISTINA
IL PREMIO NOBEL PER LA PACE A IBRAHIM RUGOVA
ASSEMBLEA EUROPEA DEI CITTADINI
CHRISTOPHE SOLIOZ
IL SUD DEL MONDO VISTO DA VICINO
LETTERA AGLI AMICI : "A QUANDO LE RONDINI ?"
ALEX ZANOTELLI
IN PIEDI, COSTRUTTORI DI PACE
MERIDIANI E PARALLELI DI UN MONDO DIFFERENTE
CAPITINI ALLEGRO
CLAUDIO CARDELLI
UNA FINANZIARIA CON L'ELMETTO
TIZIANA VALPIANA
BOICOTTAGGIO NESTLÈ : CONCLUSO IL PRIMO ANNO
LUCA CHIAREI
BANCA ETICA :INTERESSE DI TUTTI ?
GIGI EUSEBI
LA NONVIOLENZA DI ALEXANDER LANGER
UMBERTA BIASIOLI
VICINI SCOMODI
ALBERTO TREVISAN
IL REALISMO DELL'UTOPIA
MARIA LUISA TERZARIOL
AQUILE AMBIENTALISTE
MICHELE FERRANTE
OBIETTATE GENTE, OBIETTATE
ENRICO ZOGLI
1996 :L'ANNO DEL DIALOGO
DANIELE DAL BON
RECENSIONI
SONDAGGI E POLITICA
Discorrendo di Di Pietro ed altro
di Sandro Canestrini
Dai sondaggi, in verità sempre discutibili relativi alla popolarità di Di
Pietro nell'opinione pubblica italiana, la sua figura emerge ancora torreggiante
con una larga maggioranza di consensi. E ciò nonostante la spietata campagna
politico giudiziaria contro di lui, un vero e proprio accerchiamento cui è stato
sottoposto, le infinite illegalità commesse nei suoi confronti. Sembrerebbe
dunque che l'uomo da tutta questa serie di circostanze sfavorevoli che hanno
portato persino a incriminazioni penali, dovesse uscire distrutto. E invece no,
e penso che qualcuno un giorno dovrà scrivere uno studio o magari una tesi di
laurea di come mai il caparbio magistrato meridionale riesca a mantenere il
proscenio, nonostante l'attacco dei personaggi economici e politici più potenti
del paese.
Leggiamo il suo curriculum: diplomato in elettronica, rimane
impiegato all'ufficio controllo degli armamenti del Ministero della Difesa, si
laurea e poi si specializza in diritto amministrativo nel 1979. Nello stesso
anno intraprende la carriera di segretario comunale, l'anno dopo supera gli
esami di procuratore legale e di professione inizia quella di Commissario di
Polizia sia a Roma che a Milano. Dall'81 la sua carriera è la seguente: da
auditore giudiziario passa via via a Sostituto Procuratore a Bergamo approdando
nell'85 e rimanendoci per 10 anni Sostituto Procuratore a Milano. Il 6 maggio
1995 si dimette dalla magistratura. Come si vede carriera normale, probabilmente
condizionata dal fatto che l'uomo veniva dalla gavetta, come si suol dire, senza
particolari doti e senza nessun particolare difetto. Poi l'incontro con Mario
Chiesa, quello che doveva decidere di tutta la sua vita. Una signora di Milano
denuncia il marito che non le passa sufficienti alimenti. Nella ripartizione
degli incarichi istruttori della grande Procura milanese il caso tocca "e per
caso", mentre mi scuso del gioco di parole, al giovane appena arrivato dott. Di
Pietro. La signora sostiene le sue ragioni dicendo che il marito ben poteva
versare una somma più alta per il mantenimento, avendo dei traffici sospetti. Il
magistrato vuole accertarsene, Mario Chiesa viene colto sul fatto con una
mazzetta in mano. Interrogato, con lui si aprono le cateratte delle
incolpazioni, delle chiamate di correo, del giro a 360° tra i potentati
milanesi... e Di Pietro diventa l'idolo del Paese. Il primo che sia riuscito a
scardinare almeno in parte dall'interno la macchina mostruosa che era stata
mantenuta in piedi da decenni da corrotti uomini politici, a cominciare da
Craxi. L'inchiesta si fa scottante, l'amicizia (mai nascosta ma anzi
protervamente sbattuta in faccia all'opinione pubblica) fra Craxi e Berlusconi,
fa suonare campanelli di allarme soprattutto quando la Fininvest inciampa in una
serie di irregolarità fiscali che si scoprirà constare anche gli addebiti
penali.
La corporazione del potere se non uccisa (ma sarebbe stato
impossibile sognarlo nella situazione dell'Italia di oggi) rimane qualche mese
tramortita poi passa al contrattacco. Alti politici amici, alti funzionari dello
Stato amicissimi, generali corrotti, guardia di finanza travolta dagli scandali,
l'alta finanzia mondiale messa a subbuglio quando la magistratura scova gli
angolini del Lussemburgo o delle Bahamas. Francamente penso che nessuno avesse
potuto pensare ad un tale sbarramento di fuoco, ad una tale potenza distruttiva
che naturalmente si avvale anche di bravi avvocati da sempre legali al potere
pubblico e privato come l'avv. Taormina. Non vi è dubbio che vi è un momento in
cui la personalità del povero magistrato sembra barcollare, grazie anche ai suoi
clamorosi errori (l'uomo evidentemente non era preparato a dover sopportare
questo po' po' di offensiva che avrebbe maciullato un elefante): le dimissioni
dalla magistratura, con quel continuo dire e non dire, certamente ne appannano
l'immagine. Poi forse i suoi nemici hanno esagerato e, in un delirio folle di
creduta onnipotenza hanno creduto venuto il momento di coinvolgere insieme al
piccolo Sostituto della Procura della Repubblica di Milano tutta la
Magistratura, tutta intera, attraverso forsennate accuse (gli innominabili
Sgarbi e Ferrara come punte di diamante propagandistica) tutta l'Associazione
nazionale Magistrati. A questo punto ho l'impressione che l'ordito e la trama di
questo tessuto cominicino a rompersi.
Berlusconi e amici hanno esagerato,
hanno sottovalutato la forza della ragione, che sorregge l'opinione popolare, e
stiamo assistendo all'arrivo di vari boomerang.
Come andrà a finire? Personalmente non credo che Di Pietro sarebbe un ottimo
Ministro o anche qualche cosa di più: non mi pare abbia la stoffa culturale, il
retroscena di pensiero e di studi sufficiente ad impersonare l'uomo nuovo la
nuova figura di politico. E' per certamente stato, e gli deve venir conosciuto,
la testa d'ariete che ha sfondato alcune porte massicce della fortezza del
potere mostrandone le infamie. Talvolta la storia si serve anche di uomini così
per macinare gli eventi. Anche Valpreda era un povero ballerino spesso
disoccupato, eppure la storia si è servita di lui per aprire le casseforti dove
erano racchiusi i segreti delle stragi di Stato di decenni. Insomma il nuovo
edificio si deve costruire ma mai questi nuovi edifici sognati dagli onesti si
compongono di pietre perfettamente squadrate. Può essercene qualcuna anche non
perfetta ma la storia - se decide di rotolare in avanti - si serve anche di
mattoni, come diciamo noi trentini, "sbecài".
Cosa insegna la guerra nella ex Jugoslavia
Giuseppe Barbiero
Centro Studi “Sereno-Regis” - Torino
La guerra nella ex-Jugoslavia ha ottenuto a varie riprese la ribalta grazie
ad episodi di particolare ferocia, energicamente amplificati dai media.
Tuttavia, superata la tempesta emotiva, risulta sempre difficile trovare
l’occasione per una riflessione più meditata, perché il conflitto “scompare”
(come ad esempio nel caso della Somalia) e le coscienze possono tornare ad
assopirsi o ad occuparsi d’altro. Ciò che rimane è l’impressione di una guerra
dove domina una grande confusione in cui nessuno sembra essere responsabile di
nulla e dove non esistono interessi chiari e relativamente razionali. Quello che
segue è la sintesi di un pro memoria personale che, senza alcuna pretesa, di
questa guerra vuole ricordare: (i) le gravi responsabilità del nazionalismo;
(ii) la superficialità dell’interventismo militare per motivi etici; (iii) un
certo numero di interessi forti che alimentano il conflitto; (iv) il ruolo
ambiguo dell’ONU; (v) l’uso superficiale e spregiudicato delle etichette; (vi)
il ruolo della propaganda e del pregiudizio nell’inquinare l’informazione; (vii)
alcune indicazioni che si possono trarre per la peace research.
Le responsabilità del nazionalismo
I nazionalisti sono i principali
responsabili della guerra in ex Jugoslavia. “Il paradiso in terra promesso dagli
isterici profeti del nazionalismo si è trasformato in inferno quotidiano” ha
scritto Bozidar Jaksic, direttore dell’istituto di filosofia e teoria sociale
dell’Università di Belgrado1. Jaksic sottolinea come nessuno dei principali
obiettivi politici dichiarati dai nazionalisti è stato raggiunto, anzi per una
sorta di legge del contrappasso si è realizzato il contrario. L’idea di una
“Grande Serbia”, uno stato che raccogliesse tutti serbi, è naufragato. I serbi
vivevano già in unico stato, la Jugoslavia. La distruzione della Federazione ha
causato lo sradicamento di centinaia di migliaia di serbi dalle terre che
abitavano e li ha trasformati in profughi senza futuro. Lo slogan dei
nazionalisti “le terre serbe sono quelle dove si trovano le tombe serbe” ha
provocato un aumento del numero delle tombe ed una diminuzione di terre e di
uomini.
La lotta al centralismo jugoslavo che ha caratterizzato la propaganda
dei nazionalisti croati ha infine prodotto uno stato estremamente centralizzato,
dove forti sono le tensioni con le periferie dalmate e istriane. Infine i
nazionalisti musulmani, che puntavano a “distruggere il potere non islamico”2,
sono stati travolti dalla loro stessa politica: non hanno sconfitto i ribelli
serbi ed hanno stretto un’alleanza con i croati che appare fortemente
sbilanciata a favore di questi ultimi.
“Niente di tragico se non avessero
esposto il popolo bosniaco alle peggiori sofferenze”3.
Nonostante i disastri
di cui sono responsabili, le élites nazionali appaiono oggi adodirittura
rafforzate. Su questa guerra, il ceto politico nazionalista ha scommesso tutto
il proprio credito: dai falsi miti alle paure storiche fino al fondamentalismo
religioso4. “Tutti coloro che hanno operato per distruggere la Federazione
volevano rompere tutti i ponti. Volevano, con le mostruose purificazioni etniche
e con l’odio che seminavano tra le persone semplici - ancora ieri buoni vicini
-, cancellare ogni speranza di vita in comune. Avevano bisogno di battezzare nel
sangue l’indipendenza nazionale! Come se non avessero nessuna fiducia nel loro
popolo. Temevano forse che tra guerra e vita in comune i cittadini scegliessero
la seconda”5.
La superficialità dell’interventismo militare per motivi etici
La
guerra nella ex Jugoslavia ha motivazioni piuttosto complesse che non sempre
appaiono del tutto razionali. Sono numerose le ragioni profonde che alimentano i
conflitti ed è necessario acquisire informazioni circa la storia delle diverse
comunità, per comprenderne le paure ed i sospetti che le
dividono.
Giornalisti e politologi hanno sovente sorvolato su queste ragioni.
Nel nome del “diritto di autodeterminazione” hanno dapprima appoggiato le
secessioni unilaterali e in norme del “diritto di ingerenza umanitaria” hanno
chiesto l’intervento di forze militari internazionali (Nato, Ueo, la Forza di
Reazione Rapida) nel conflitto.
Le tesi dei sostenitori del diritto di
autodeterminazione e del diritto di ingerenza umanitaria appaiono ragionevoli.
Tuttavia non tengono conto di diversi fatti. Secondo gli Accordi di Helsinki, il
“diritto di autodeterminazione” non si esercita unilateralmente, ma cercando il
consenso tra le parti. Se il problema non si è posto per la Slavonia, dove la
grande maggioranza della popolazione (oltre il 90%) si è riconosciuta nel nuovo
stato, diverso è stato il caso della Croazia e della Bosnia-Erzegovina. Nei
confini dello stato federato di Croazia fino al 1991 vivevano 4,8 milioni di
persone, di cui quasi 600 mila serbi (concentrati quasi tutti in Krajina e in
Slovenia, dove costituivano la maggioranza della popolazione) e poco meno di
mezzo milione di cittadini jugoslavi non croati. Analogo il discorso per la
Bosnia-Erzegovina, dove prima della guerra vivevano 4,4 milioni di persone di
cui 1,9 milioni di musulmani, 1,4 milioni di serbi e 750 mila croati. È
piuttosto evidente che in questi due casi le minoranze dovevano essere coinvolte
nel processo di separazione, anche a costo di ritardare la secessione. Date
queste condizioni, il riconoscimento delle nuove entità statali da parte
occidentale (e, per la Croazia, dal Vaticano) può essere considerato una
violazione degli Accordi di Helsinki.
A guerra in corso, gli stessi
giornalisti e gli stessi politologi ciclicamente scoprono gli orrori della
guerra. L’emozione reclama un “diritto di ingerenza umanitaria”. Si contesta il
ruolo dei caschi blu dell’ONU (vedi avanti) e si chiede che i paesi occidentali
mettano in moto la loro potente macchina bellica per riparare i torti. Tuttavia
anche in questo caso vi sono precise domande alle quali il moralismo
interventista non sa o non può rispondere. “Quale ordine pubblico avrebbe dovuto
imporre il corpo di spedizione pacifitore? Senza un consenso di base, come
conservare l’autorità delle forze internazionali? Con l’ostilità di una
prevedibile resistenza, le forze internazionali avrebbero potuto mantenersi solo
mediante la repressone. Ma per quanto?”6 E se la “missione di pace” degenera? La
gran parte dei commentatori politici volutamente evita di prendere in
considerazione il fallimento di un’opzione militare perché, in una tale
eventualità, rimarrebbero solo due alternative: lasciare il campo o raddoppiare
la violenza. In Somalia, dopo aver infilato un pasticcio dopo l’altro, si è
scelto di abbandonare il campo ed oggi, assieme ai riflettori, si è spenta anche
l’indignazione.
Un’altro sintomo che evidenzia la superficialità del
moralismo occidentale è riscontrabile dal fatto che la proclamata indignazione
non è sufficiente a spingere i moralisti ad un impegno diretto personale. I
campioni dell’intervento etico condannano con parole dure l’ipocrisia dei
governanti, ma nessuno di loro mostra un comportamento conseguente. Anzi, essi
si affannano nella ricerca di chi potrebbe combattere la loro “giusta causa”,
toccando vette di umorismo involontario quando propongono la Legione Straniera
quale baluardo dei valori delle democrazie occidentali. Tuttavia, messi alle
strette, i moralisti ammettono la superficialità della propria indignazione,
come confessa candidamente l’editorialista del Corriere della Sera, Angelo
Panebianco: “Personalmente, essendo a tutti gli effetti un figlio del benessere
della democrazia occidentale, non ho difficoltà ad ammettere che non me la
sentirei proprio di andare a sparare e rischiare di morire a Sarajevo. Ma, a
differenza di altri (da noi, ad esempio Gianni Vattimo è portavoce di questa
posizione), non mi sogno di cambiare la mia, credo legittima, convenienza
personale per una nobile scelta morale”7. Amen.
La paura come movente dei nazionalisti e dei moralisti occidentali
Se
esiste una matrice che accomuna il nazionalismo balcanico e il moralismo
occidentale questa è senza dubbio la paura. Il nazionalismo rappresenta una
risposta politica primitiva alla paura di perdere la propria identità, personale
e collettiva. Il moralismo occidentale vorrebbe essere eticamente più evoluto ma
è alimentato da oscure paure. Finita la `guerra fredda’, che ha comunque svolto
almeno in Europa una funzione di congelamento della conflittualità, il mondo
occidentale sembra temere di non poter più governare l’apparente irrazionalità
dei conflitti. E soprattutto teme che l’allargamento dei conflitti possa
giungere ad intaccare i privilegi di cui menan vanto le democrazie occidentali.
Prigioniere di una visione del mondo antica ed ormai irreale, le élites
politiche e culturali dell’occidente rimangono disorientate e soffrono di un
senso di impotenza quando realizzano che mettere ordine nel mondo con il vecchio
sistema delle cannonate appare quasi ovunque impossibile. Non conoscono altre
soluzioni e raramente si dispongono a cercarle. Il senso di impotenza e una
larga dose di ignoranza sono il brodo di cultura per atti irresponsabili ed
insensati, di cui si rendono protagonisti a parole i moralisti occidentali e con
i fatti i nazionalisti balcanici.
Quelli che hanno vinto la guerra
È noto che gli esiti militari di una
guerra possono non coincidere con gli esiti politici. L’esempio recente più
clamoroso riguarda i destini politici dei due grandi avversari della Guerra del
Golfo, George Bush e Saddam Hussein. È interessante quindi analizzare alcune
figure o categorie di persone che, in ogni caso, usciranno dalla guerra
vincenti, se non militarmente, almeno politicamente o socialmente.
Attorno
alle élites politiche nazionaliste ruota un discreto numero di intermediari del
traffico illegale internazionale - mafiosi ed agenti dei vari servizi segreti -
che si occupano del redditizio mercato di guerra, scambi del tipo armi contro
droga. Alcuni leader locali - ad esempio il musulmano Abdic e pare il
serbo-bosniaco Karadzic - gestiscono in prima persona questo genere di traffici.
Molte zone di guerra sono diventate zone franche. Là dove per diverse ragioni si
è allentato il controllo governativo, è cresciuta una mafia locale che organizza
la criminalità. Ad esempio, nella zona occidentale di Mostar, prospera una
potente mafia croata che può contare anche su numerosi agganci presso il governo
di Zagabria.
Ma c’è spazio anche per i piccoli criminali comuni, i fanatici
religiosi e i teppisti da stadio - come il famigerato Arkan, al secolo Zeljco
Raznjatovic, prima “ultrà” di una squadra di calcio belgradese e dopo il 1991
capo delle “tigri serbe” - i quali sono riusciti a trovare una propria
dimensione di “eroi” grazie alla guerra. In condizioni normali queste sono
categorie sociali marginalizzate e, cessata la guerra, rischiano di tornare ad
esserlo. È difficile pensare che la “pace” rientri fra i loro
interessi.
Anche i generali usciranno vincenti dalla guerra, soprattutto
quelli più opportunisti, come il capo serbo-bosniaco Ratko Mladic, ex comandante
militare della regione di Knin. Durante la guerra serbo-croata, Mladic colse al
volo l’occasione e si distinse per la zelante e feroce “pulizia etnica” dei non
serbi dalla Krajina. Promosso generale da Milosevic, successivamente è diventato
il capo militare dei serbo-bosniaci dell’auto proclamata repubblica di Pale. La
guerra nella ex Jugoslavia gli ha conferito un ruolo ed un potere che mai
avrebbe potuto immaginare in tempo di pace. Ma sono generali anche i più
influenti consiglieri di un ex militare come Franjo Tudjman, il che fa ben
sperare per una futura democrazia croata.
Mettendo in fila i vincenti -
élites politiche nazionali, trafficanti d’armi, mafiosi locali ed
internazionali, criminali comuni, fanatici religiosi, teppisti da stadio e
generali opportunisti - si ottiene uno spaccato di umanità senza scrupoli unita
dall’interesse che questa guerra continui il più a lungo possibile e porti loro
il massimo dei vantaggi.
Quelli che hanno perduto la guerra
Chi ha davvero perduto la guerra è
la popolazione civile. Si contano in grande maggioranza fra i civili le
centinaia di migliaia di morti e di feriti con mutilazioni permanenti. La guerra
ha inoltre prodotto oltre 4,5 milioni di profughi (di cui circa 1 milione di
bambini), che risultano essere le vittime principali delle violazioni dei
diritti umani.
L’aggressione alla popolazione civile sembra essere una
tendenza generalizzata di tutti i conflitti moderni. Oggi si calcola che nel
mondo vi siano 45 milioni di profughi e secondo l’Alto Commissariato per i
Rifugiati delle Nazioni Unite “lo spostamento di civili non è più la conseguenza
di una guerra, ma ne è uno degli obiettivi principali”8.
Il ruolo dell’ONU
Il ruolo dell’ONU in questa guerra è stato ancora
una volta ambiguo. Ha promosso un peace-keeping di forze militari per proteggere
la popolazione civile coinvolta nella guerra9 che, sebbene inadeguato per numero
di uomini e mezzi, ha potuto svolgere un compito di interposizione finché è
stato appoggiato da una reale volontà politica di mediazione. Nonostante la
retorica anti-ONU che ha imperversato sui grandi mezzi di comunicazione, resta
il fatto che, per quanto imperfetto, il peace-keeping dei caschi blu ha ridotto
la possibilità di massacri liberi da parte delle milizie. Si stima che siano
state circa 100.000 le persone uccise dalla guerra nel 1992, prima cioè
dell’intervento dell’ONU. Il numero dei morti si è poi progressivamente ridotto
negli anni successivi: 15.000 nel 1993, 3.000 nel 1994, 1.500 nella prima metà
del 199510.
“Il problema delle insufficienze e dei ritardi dell’ONU - ha
recentemente osservato Antonio Papisca - risiede non nella Carta, ma nella
volontà di quanti sono giuridicamente obbligati a darle attuazione, cioè nei
governanti degli stati membri dell’ONU. [...] Prendersela con l’ONU, invece che
con i suoi stati membri, significa sbagliare bersaglio e prestarsi al gioco di
chi ha interesse a far cadere “dalla padella alla brace” i popoli del mondo alla
soglia del terzo millennio. [...]
L’ONU statutariamente non può e non deve
fare azioni di guerra, può e deve fare azioni di polizia. Perché queste ultime
siano efficaci devono essere realizzate con tempestività, numero adeguato di
personale debitamente addestrato, mezzi appropriati, chiaro disegno politico a
loro supporto”11.
L’ONU è un istituto internazionale senza dubbio bisognoso
di riforme, ma ancor più bisognoso di riforme è il cinismo dei decisori
politici, che hanno fatto del loro meglio per far fallire nella confusione
generale la mediazione politica che, sola, avrebbe reso efficace sia
l’interposizione militare dei caschi blu sia quella civile dei `caschi bianchi’
e dei volontari di pace.
Il senso delle etichette
Serbi, croati, musulmani. Che cosa
definiscono questi aggettivi? Chi sono i serbi? Milosevic e i suoi bravacci
(Karadzic, Martic, Mladic) o le “donne in nero” che lo sfidano a Belgrado, tutte
le settimane da oltre quattro anni? Chi sono i croati? Tudjman e la sua cricca
di generali oppure i tre milioni (su quattro) di elettori che, nonostante il
terrorismo culturale, il 29 ottobre scorso non l’hanno votato o gli hanno votato
contro? Chi sono i musulmani? Izetbegovic e la sua brigata internazionale
islamica o i colti, raffinati e ironici giovani bosniaci di
Tuzla12?
Pacifista. In origine con il termine “pacifista” veniva indicato
colui per il quale la pace rappresentava il bene supremo la cui salvaguardia può
richiedere qualsiasi sacrificio, compresa la rinuncia alla propria libertà e
alla propria vita. È il pacifismo assoluto di Tolstoj. Oggi solo una
ristrettissima minoranza dei “pacifisti” ritiene la pace il bene supremo, tutti
gli altri coltivano interessi diversi. Ma nessuno (neanche il militare) osa
rinunciare all’etichetta di “pacifista”, perché è noto a tutti - e non è in
discussione - che la pace è moralmente superiore a qualsiasi guerra giusta. Si è
reso quindi necessario distinguere tra pacifismo serio, realista e pacifismo
assoluto, ingenuo o peggio. La discriminante corre sulla disponibilità,
accettata dai primi ma non dai secondi, di riconoscere l’utilità di una guerra
al fine di ristabilire la pace. È la premessa per un paradossale ribaltamento:
da un lato si invoca la guerra per imporre la pace, dall’altro di accusa di
collusione con l’aggressore coloro che sono per principio contro la guerra. Come
aveva previsto Orwell: la pace sarà chiamata guerra e la guerra
pace.
Nonviolento. Nonviolenti sono coloro che cercano di rinunciare in ogni
circostanza alla violenza. La nonviolenza gandhiana rappresenta un’evoluzione
del pacifismo assoluto tolstojano, perché è l’azione nonviolenta che consente di
rendere politicamente operativo il pacifismo, con buona pace di Gentiloni e dei
pacifisti de il manifesto13.
Informazione e propaganda
I corrispondenti di guerra occidentali
risiedono a Zagabria o al meglio a Sarajevo, lontano cioè dai fronti e al di
fuori della possibilità di controllare l’attendibilità delle informazioni loro
fornite, né tantomeno di ottenerle di prima mano. La quasi totalità
dell’informazione proviene infatti dagli Uffici Stampa degli Stati Maggiori, i
quali sono oggettivamente organi di propaganda che enfatizzano i fatti
politicamente favorevoli alla propria parte e nascondono o minimizzano quelli
che possono nuocerle.
Date queste condizioni, è difficile potersi costruire
un quadro obiettivo della situazione, e questo avrebbe dovuto suggerire prudenza
nelle corrispondenze e nei commenti. Ciononostante, si è assistito ad una sorta
di sospensione della ragione nel trattare dei fatti della ex Jugoslavia. Ad
esempio, è noto che la “pulizia etnica” della Krajina ha costretto 150-200 mila
serbi ad abbandonare case e terreni di loro proprietà da oltre 20 generazioni,
con il consueto corollario di violenze14.
Su questo episodio il commento di
Enzo Bettiza, uno dei più autorevoli “esperti” della guerra nella ex Jugoslavia
è stato così riferito: “Serbo, non fare la vittima!”15. Gli analisti più attenti
hanno però osservato come “lo status di vittima sia stato gelosamente protetto
nel corso di tutto il conflitto” poiché esso “ha determinato le reazioni delle
opinioni pubbliche e condizionato almeno in parte il comportamento dei governi
occidentali”. Per contro i serbi sono stati “nettamente sconfitti dalla guerra
dei media. Essi sono sempre stati considerati i cattivi. Il pubblico televisivo
ha sempre bisogno di cattivi, se non altro per semplificare la complessità della
situazione e raccapezzarsi in qualche modo”16.
La sospensione della regione
ha imperversato non solo fra i media di destra, che hanno almeno una certa
contiguità con il nazionalismo e il militarismo, ma anche fra i media orientati
a sinistra17. Un caso clamoroso è quello de “L’Unità” e del suo inviato a
Sarajevo Adriano Sofri. Anziché fornire notizie e relative chiavi di lettura,
Sofri copre la disinformazione con l’abilità retorica che gli è propria. Il suo
minimalismo alla moda (“la guerra vista da un bar di Sarajevo”18) è diventato un
esercizio di cinismo.
Alcune indicazioni per la peace research
Il conflitto nella ex
Jugoslavia risulta essere l’ennesimo fallimento della guerra come mezzo di
risoluzione dei conflitti. Una volta ancora la guerra si rivela non la
continuazione della politica con altri mezzi, ma la morte della politica. La
guerra non ha mantenuto nessuna delle promesse dei nazionalisti armati e la
popolazione ha visto solo peggiorare la propria qualità della vita. Al
contrario, è possibile sostenere - come ha ben documentato Nanni Salio nel suo
recente lavoro Il potere della nonviolenza19 - che una politica non violenta
paziente e tenace, avrebbe potuto produrre i cambiamenti desiderati. L’esempio
più calzante, riportato da Salio, è quello dei paesi Baltici, che hanno saputo
affrontare con realismo la questione dell’indipendenza nazionale, preparando e
mettendo in campo nel periodo 1987-1992 una resistenza civile di molto debitrice
alla difesa popolare nonviolenta (in particolare alla scuola di Gene Sharp). La
capacità operativa dell’azione nonviolenta può essere relativamente ridotta
durante la guerra20, ma è solida sia nella prevenzione che, soprattutto, al
termine delle ostilità militari qualora vi fosse stabilita un’occupazione
militare21.
La nonviolenza può essere anche la risposta al processo di
“frammentazione delle identità personali e collettive” che sembra essere una
componente essenziale del conflitto etnico22. Concedendole un adeguato periodo
di tempo, la nonviolenza può vincere la paura, ristabilire la comunicazione,
recuperare i legami, risaldare la fiducia fra persone di gruppi etnici oggi
antagonisti. È essenziale che nel progetto di riconciliazione possano esprimersi
i cosiddetti movimenti sociali: i movimenti delle donne, per l’ambiente, per la
pace, per i diritti umani, per le minoranze e, almeno nella prima fase, le
organizzazioni internazionali del volontariato23, che possono svolgere un ruolo
credibile di “terze parti”. Generalmente questi movimenti operano in modo non
violento (anche se possono non condividere la filosofia nonviolenta) e sono
portatori di un concetto di sicurezza molto avanzato, che viene misurato non
tanto dal controllo dei sistemi d’arma, ma “sul piano della disponibilità delle
risorse di base per la vita libera degli uomini e delle donne, dell’eliminazione
della violenza strutturale e dell’ingiustizia economica”24. Ricerca, educazione
ed azione per la pace rimangono le prospettive di chi non si sente travolto
dall’incalzare delle vicende militari, ma lavora con pazienza, quotidianamente,
ad un mondo migliore di quello che ha ricevuto in eredità.
____
1 Bozidar Jaksic, “Il fallimento delle élites nazionali”, Le Monde
diplomatique - il manifesto, luglio 1995.
2 Secondo la Dichiarazione islamica
del 1970, di cui uno degli estensori è l’attuale presidente della
Bosnia-Erzegovina Aljia Izetbegovic.
3 Bozidar Jaksic; “Il fallimento delle
élites nazionali”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 1995
4 Si
pensi alla “Serbia Celeste”, sorta di paradiso riservato ai serbi propagandato
dalla Chiesa Ortodossa Serba (Cfr. Sandro Orlando, “Obiettivo città”, il
manifesto, 17 agosto 1995); ai paramenti sacri sostituiti con le bandiere croate
nelle Chiese Cattoliche della Croazia e dell’Erzegovina; alla formazione della
Brigata Islamica, resasi protagonista di gravi episodi di efferatezza, in
appoggio alle armate bosniaco-musulmane.
5 Bozidar Jaksic; “Il fallimenti
delle élites nazionali”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 1995
6
Josep Palau, “La guerra e la pace nella ex Jugoslavia. Etica e intervento”, La
Terra vista dalla Luna. Palau è il responsabile della sezione spagnola della
Helsinki Citizens Assembly.
7 Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 22
luglio 1995.
8 Cit. in Francesco Malgaroli, “Bonifica umana”, il manifesto, 8
agosto 1995.
9 Cfr. le risoluzioni n. 743 del 21 febbraio 1992, n. 824 del 6
maggio 1993, n. 836 del 4 giugno 1993, n. 844 del 16 giugno 1993.
10 Citato
dal sottosegretario alla Difesa Carlo M. Santoro in Edoardo Giammarughi, “Il
fianco sud dell’Europa”, il manifesto, 15 luglio 1995.
11 Antonio Papisca,
“L’Onu non è morta in Bosnia”, Nigrizia, luglio-agosto 1995.
12 Cf. Valérie
Ceccarini, “L’art de la guerre”, Les Inrockuptibles, 23 agosto-5 settembre
1995.
Trad. it. “I ragazzi di Tuzla e l’arte della guerra”, L’Internazionale,
15 settembre 1995.
13 Gentiloni ritiene di dover operare una “distinzione -
dolorosa ma necessaria - del pacifismo della non violenza: il primo rimane
sempre in piedi, nella ricerca di tutti i mezzi possibili per la pace, mentre il
secondo, in certi casi estremi, è costretto a segnare il passo, se non vuole
albergare nei cieli delle ideologie”. Gentiloni f., “Pace sconfitta”, il
manifesto, 29 ottobre 1995.
14 Fra le tante, emblematica la vicenda del bimbo
di otto anni che alla guida di una vecchia auto presa a bersaglio dai miliziani
croati, ha condotto in salvo la propria famiglia. Cf. E. St., “Un piccolo uomo
di 8 anni”, La Stampa, 12 agosto 1995.
15 Colloquio con Enzo Bettiza raccolto
da Sandro Magister, L’Espresso, 18 agosto 1995.
16 Claudio Virgi, “È troppo
presto per dire pace”, Il Sole-24 ore, 27 settembre 1995.
17 E persino fra i
media vicini ai pacifisti si è dato credito a tesi assurde e inconsistenti. Cf.
ad esempio Riforma, 29 luglio 1995.
18 Adriano Sofri, “Il luogo comune della
nostra neutralità”, l’Unità 27 maggio 1995.
19 Giovanni Salio, Il potere
della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1995.
20 La principale
critica ad azioni pacifiste come Mir-Sada viene dalla limitatezza degli
strumenti operativi in mano ai non violenti durante il conflitto.
21 Cfr.
Axel Schmidt, Possibilità e limiti della difesa popolare nonviolenta, Quaderni
della DPN n. 12.
22 Simona Sharoni, “Le talpe della pace”, il manifesto, 18
luglio 1995.
23 Meglio se organizzate in coordinamenti, come il Consorzio
Italiano di Solidarietà.
24 Simona Sharoni, “Le talpe della pace”, il
manifesto, 18 luglio 1995.
Incontro con Ibrahim Rugova
Eletto presidente del Kosovo a seguito d’uno scrutinio clandestino nel Maggio
del ‘92 I.R. è la figura di punta della resistenza albanese.
Questo
intellettuale che parla francese (ha studiato 1 anno a Parigi nel 1976-77),
conduce una politica prudente che, fino ad oggi, ha evitato il bagno di
sangue.
Ha ricevuto la delegazione del MAN nella piccola casa, nel centro
città di PRISHTINA, che funge da sede della presidenza parallela.
C’è a Prishtina un’attività notturna, festiva, paradossalmente in rapporto
alla repressione. Che ne pensa lei?
La gente qui sopravvive. Nelle grandi
città del Kosovo, la popolazione tenta di organizzare qualcosa: feste, teatro,
sport (fuori dagli stadi). Molti giovani sportivi sono partiti per l’occidente
per giocare nelle grandi squadre di calcio.
Quando c’è la festa di un
matrimonio, la polizia interviene per sequestrare le bandiere (albanesi) ma alla
fine spesso rimangono loro stessi coinvolti nella gioia.
Ci sono delle
persone che vogliono vivere, non s’abbandonano.
La repressione non riesce nel
loro intento.
Qualche volta ci sono molti poliziotti, qualche altra volta
meno. Oggi ci sono più bar, più ristoranti. Fanno la funzione di vita pubblica
che manca nel Kosovo.
Gli edifici pubblici sono chiusi per gli
Albanesi.
Non ci sono nè teatri, nè cinema; ma la gente esce ugualmente,
malgrado i rischi.....
Il sistema parallelo è finanziato da un’imposta volontaria (3%)
Ma voi
pensate che la solidarietà sia fatta in maniera soddisfacente, in particolare da
parte delle classi più agiate?
Questa solidarietà è volontaria. La gente qui
non è ricca sfondata, particolarmente i salariati. Ma deve trovare una nuova
maniera di lavorare con “gli uomini d’affari”.
Il 3% di quel che guadagna un
uomo d’affari vuol dire molto. Abbiamo chiesto questa percentuale volontaria,
ciò ci è sufficiente.
Noi siamo una società che non ha un forte potere
esecutivo che io non amo. Bisogna invece creare il clima, lo spirito del dono e
dell’aiuto, della solidarietà, io insisto su questo.
La classe ricca albanese
potrà partecipare più attivamente, ma si deve trovare il modo; essa viene già
abbastanza spremuta dalle tasse serbe e dalle dogane.
La questione del Kosovo come è stata percepita dalla comunità
internazionale?
L’evoluzione è positiva. Io sono stato ricevuto dai ministri
per gli affari esteri o dai primi ministri di Francia, Regno Unito, Germania,
Svizzera, Austria, Norvegia, Svezia.... Il Kosovo fa parte delle questioni ormai
abitualmente trattate dai diplomatici di mezzo occidente.
Non c’è molta
pubblicità a livello di media e di opinione pubblica, ma è normale, visto la
presenza della guerra in Bosnia (...) Il nostro atteggiamento, in seguito al
referendum del ‘91, è di chiedere l’indipendenza e una neutralità del Kosovo,
aperto sulla Serbia e l’Albania, con tutte le garanzie per tutti i Serbi di qui
e i loro interessi. Noi chiediamo inoltre un protettorato civile internazionale,
per fare il trasferimento dell’amministrazione, smilitarizzare e normalizzare la
vita.... Quest’idea è presa in considerazione dalla comunità internazionale.
Questo protettorato si farà sotto l’egida dell’ONU?
Dell’ONU o della
Comunità Europea.
Ciò dipenderà dall’accordo che si farà. Questo protettorato
consisterà in un consiglio che governerà il Kosovo per qualche tempo. Per noi e
per i Serbi è più facile fare ciò nel Kosovo di oggi, se invece il conflitto
scoppiava....
L’idea va avanti, non è più astratta per le Nazioni Unite o per
i paesi occidentali che comprendono meglio la situazione, la nostra
organizzazione, questa non-violenza che loro stimano molto e che è il nostro
contributo alla stabilità nei Balcani e nell’ex Jugoslavia.
Come la Russia percepisce la questione del Kosovo?
Con la Russia non
abbiamo avuto questi grandi contatti. Nel 1993 una delegazione Russa è venuta
qui con l’inviato speciale per l’Ex-Jugoslavia del Ministro Russo per gli affari
esteri.
Noi lavoriamo parecchio a creare dei contatti, come anche gli altri
paesi, ma ci sono ancora dei “carichi” ideologici in rapporto all’Albania.
Due anni fa, voi ritenevate necessario l’embargo internazionale contro la
Serbia - Montenegro. Che ne è oggi?
Io tengo ancora politicamente a questo
embargo, fino a che la Serbia accetta di negoziare con noi o con degli
altri.
Nel Kosovo, noi abbiamo dovuto subire un embargo della Serbia a
partire dal 1989-90, quando qui hanno distrutto tutto. In più loro controllano
le frontiere esterne. Si deve tenere l’embargo internazionale fino a che la
Serbia non si modera e negozia.
Noi pure si soffre di questo embargo.
Abbiamo sentito delle critiche in seno alla comunità albanese contro un certo
attendismo della LKD, riguardo alla situazione. Che ne pensate voi?
Trovo
normali queste critiche sulla nostra società o sulla LKD.
C’è della gente che
chiede che le cose vengano fatte più in fretta, ma in questa situazione noi
siamo molto prudenti.
Continueremo con questa nonviolenza poiché è l’unica
via che assicura qualcosa per l’avvenire.
C’è da organizzarsi meglio, e si
deve guadagnare del tempo per vedere se cambia la situazione
nell’ex-Jugoslavia.
Queste critiche sono formulate da intellettuali e da
piccoli gruppi, ed io non le prendo come negative di fronte alla nostra politica
in generale. Malgrado la situazione che noi viviamo qui, si deve coltivare la
critica e lo spirito democratico, che per noi è un’assicurazione.
Visto che il Parlamento eletto nel 1992 non si è potuto riunire, quali sono
le strutture che permettono alla democrazia di vivere tutt’oggi?
Per prima
cosa ci sono i partiti politici.
Istituzioni come le commissioni del
Parlamento si riuniscono di tanto in tanto, non pubblicamente, e danno consigli
in materia di educazione e di politica estera.
C’è pure qualche giornale
privato, qualche settimanale, che criticano regolarmente e mi domandano di fare
cose più concrete.... Ma nel Kosovo, è difficile. I meccanismi funzionano. Trovo
normale questa frustrazione. Nella ex-Jugoslavia la gente chiede che le
questioni siano risolte più in fretta, ma bisogna pensare.... È molto pericoloso
qui. (...)
Quali sono le iniziative che saranno in grado di mantenere lo slancio della
popolazione fra la quale abbiamo sentito un certo scoraggiamento?
Ci sono
delle iniziative sul piano culturale, educativo: la vita pubblica si sviluppa.
In generale la popolazione non è scoraggiata.
Trovo delle frustrazioni a
livello dell’élite politica ed intellettuale, è normale. I giovani sono più
razionali e meno scoraggiati. Loro non se ne vanno più dal Kosovo come accadeva
prima del ‘91. Io dico spesso che è una “generazione di Repubblica” di cittadini
del Kosovo, un’altra generazione che si è adattata alla nostra organizzazione
indipendente, malgrado la repressione e l’insicurezza totale che esiste nel
Kosovo. Loro sono più resistenti.
La non cooperazione è in atto da più di 5 anni. Ma quali sono le possibilità
di dialogo con il potere serbo?
La comunità internazionale insiste su questo
tasto ma non ci sono ancora segnali ufficiali.
Ci sono stati dei contatti con
dei rappresentanti politici, intellettuali... Spero che la coscienza politica
del potere serbo cambi, così come l’opinione pubblica di tutta la Serbia. Il
nostro movimento e la sua cultura nonviolenta ci porta un po’ verso questo
cambiamento.
Il discorso di M. Milosevic a Mitrovica di metà Luglio ha cambiato
qualcosa?
No, la repressione continua, può essere che sia venuto per essere
presente qui, nel Kosovo, per l’opinione pubblica e per i Serbi del Kosovo. Egli
non ha detto nulla di nuovo.
Ma sembra che, per la prima volta, abbia tenuto un discorso che sproni la
pace e l’uguaglianza, non parlando di purificazione etnica...
Sono dei
piccoli segni, ma col vecchio vocabolario comunista, ci ha parlato di
uguaglianza, quando c’è stata sempre la discriminazione. Bisogna vedere se M.
Milosevic cambierà, ma l’esperienza ci insegna ad essere scettici. Io non nego
che ci possono essere dei cambiamenti.
Ci sono delle possibilità di dialogo tra le popolazioni serbe ed albanesi del
Kosovo?
No, è molto difficile. Nella vita pubblica i Serbi si sono
autoisolati escludendo gli Albanesi dalla vita culturale e
amministrativa.
Non ci sono dei luoghi di comunicazione. Io chiedo
regolarmente ai Serbi di non provocare gli Albanesi, cosa che invece loro fanno
spesso. Ma la maggioranza albanese è molto tollerante e fa la differenza tra
polizia e popolazione serba. Essa non accetta queste provocazioni. C’è una
separazione attuale che continua. Io non lo dico in senso completamente
negativo; le due comunità vivono parallelamente. In questa situazione ciò è
positivo anche perché noi non abbiamo confronti.
Il processo di mediazione con dei luoghi di incontro tra Serbi e Albanesi, vi
appare possibile?È
molto difficile, lo dico semplicemente.
Certe persone
hanno lavorato assieme attraverso gli anni, poi gli Albanesi sono stati
cacciati.... C’è bisogno, a livello politico, di ricominciare. Le persone sono
le persone.... Dal lato serbo, loro non provano a coltivare i legami, le
comunicazioni umane.
Io capisco anche che è una minoranza controllata da
Belgrado, per i partiti politici serbi che sono qui.
E con i democratici di Serbia?
Purtroppo, sulla questione del Kosovo, sono
anche difficili, eccezione fatta per i gruppi o le persone che io trovo positive
ma che non hanno abbastanza influenza.
Ma sono buoni segni, come l’Alleanza
Civica, o degli intellettuali che si esprimono sulle stampe.
(1) Sono due
anni, una precedente missione del MAN è già stata resa al Kosovo.
(2) Durante
Luglio Slobodan Milosevic è venuto nel Kosovo a pronunciare un discorso nella
città di Prishtina.
Intervista realizzata il 7/8/95
a Prishtina
Tratto da Non-Violence Actualitè 1995
dell’ottobre 1995
Nostra intervista ad Alberto L'Abate
Come ti sembra che siano stati accolti in Kossovo gli accordi di pace di
Dayton?
Uno degli argomenti trattati in vari dei colloqui avuti è quello di cosa
hanno portato di nuovo gli accordi di Dayton rispetto alla situazione attuale di
questo paese, in particolare rispetto al problema che ci sta a cuore, e che è lo
scopo del nostro viaggio, cioè la soluzione nonviolenta del conflitto
serbo-albanese nel Kossovo, e la riapertura dell'Ambasciata di Pace a
Pristina.
E' difficile ed impossibile generalizzare dato che le opinioni su
questo sono molto diverse le une dalle altre. Ma, in complesso, ci è sembrato
prevalere un atteggiamento molto pessimistico. La pace è vista com una "pace
americana" imposta con la forza dall'unica grande superpotenza che fa il bello
ed il cattivo tempo in tutto il pianeta. Ed è visto con preoccupazione il fatto
che, per mantenerla, ci sarà un invio poderoso di truppe americane ed europee
(circa 60.000 soldati) in Bosnia-Erzegovina. Si ha paura che più che portatori
di pace possano essere un focolaio di guerra. Pur nel senso di sollievo per il
fatto che, per il momento, i combattimenti siano finiti, si ha l'impressione che
i serbi abbiano perduto la loro battaglia, e Milosevic è visto come colui che è
stato costretto a svendere, per firmare la pace, la Serbia. Per questo lo
scontento è molto grande, e si parla di una forte opposizione agli accordi
firmati da parte del Generale serbo-bosniaco Mlalic (il comandante di quelle
forze che finora era stato visto avere una posizione più conciliante rispetto a
quella del capo dello stato serbo-bosniaco Karadict). Per questo, per non
rinforzare ulteriormente l'opposizione di destra ultranazionalista, c'è il
timore che Milosevic non possa fare alcuna concessione agli albanesi del
Kossovo, e che questo possa portare ad un riacutizzarsi del conflitto, a meno di
un atteggiamento più duttile da parte di Rugova e degli albanesi di questa
regione. Come si vede, perciò, il pessimismo è prevalente: o il riacutizzarsi
del conflitto con la possibilità di una esplosione armata o soluzione concordata
(gli americani inviano a giorni, in avanscoperta, l'ex Presidente Carter) per la
divisione del Kossovo in due, una parte collegata alla Serbia, e l'altra
dipendente; od infine, il mantenimento della situazione attuale, scarsamente
però protraibile a lungo.
La rivista di geopolitica "Limes" ha presentato il Progetto Euroslavia, un
processo di aggregazione dei paesi balcanici per la costituzione di una subarea
in quella regione, all'interno e sotto controllo dell'Unione Europea. Come viene
percepita una proposta simile in Kossovo?
La pubblicazione, sui giornali, della notizia ha subito messo in moto, in
senso contrario, la diplomazia slovena che vede in questo progetto un modo,
soprattutto da parte della diplomazia ufficiale italiana, per impedire
l'ingresso di questo paese nell'Europa, di cui essi si sentono già far parte,
rimandandola invece a tempo indefinito. E questo ha aggravato ulteriormente i
rapporti tra la Slovenia e l'Italia, che sono già abbastanza tesi a causa delle
proposte fatte da forze di destra del nostro paese, di rivedere i trattati di
Osimo, e a causa delle richieste dei profughi italiani dall'Istria e dalla
Dalmazia di risarcimento o riottenimento dei propri beni. Sarebbe stato meglio
un inizio "dolce" per mettere in luce i pro e i contro della proposta
soprattutto con le organizzazioni nongovernative e con i partiti democratici.
Questo avrebbe dato al progetto delle gambe più solide. In questo modo invece
c'è il rischio che cada nelle enunciazioni di principio, cui non seguano fatti
concreti. Sono tanti gli esempi di questo distacco tra dichiarazioni ufficiali e
fatti, sia riguardo alle precedenti proposte di passaggio da Federazione e
Confederazione (da varie parti prima invocata e poi negata), sia riguardo al
dialogo tra serbi e albanesi (quando gli uni sono disposti a trattare gli altri
rifiutano, e viceversa).
Ma il problema più importante attualmente è quello
di portare la democrazia in Serbia (le prossime elezioni dovrebbero essere a
primavera prossima), ed il contributo in questo senso sia degli albanesi che
degli abitanti della Voivodina e del Sangiaccato può essere determinante.
Assemblea Europea dei cittadini
L’avvenire del Kossovo alla luce degli accordi di Dayton
Gli accordi di Dayton segnano il ritorno sulla scena diplomatica
internazionale, dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa
(OCSE), dell’impegno decisivo della NATO e dell’implicazione militare e politica
degli Stati Uniti.
Per lo meno in modo transitorio, gli accordi di Dayton
sanciscono gli acquisiti della divisione etnica così come la creazione di
diverse entità all’interno di uno stato stesso.
L’approccio scelto contrasta
con gli accordi costituzionali che riconoscono un diritto
all’autodeterminazione, ma senza diritto di secessione.
È in questo quadro,
con il ricorso ai soli mezzi politici, che eventuali spartizioni sono
progettabili.
Questi accordi dovranno favorire, a termine, un riconoscimento
reciproco delle repubbliche della ex-yugoslavia, e più tardi, il ristabilimento
di indispensabili relazioni diplomatiche ed economiche tra le differenti
repubbliche.
Questa via d’uscita ottenuta al prezzo di tanta ingiustizia, non
è senza conseguenza per l’evoluzione della situazione nel Kossovo, che conviene
esaminare.
La soluzione della questione del Kossovo sarà evidentemente politica, dovrà
consistere in una progressiva crescita istituzionale e costituzionale
accompagnata dal riconoscimento delle frontiere interne.
Si tratterà,
verosimilmente, di stabilire per il Kossovo uno statuto d’autonomia all’interno
della Repubblica Federale Jugoslava. Questa soluzione transitoria combina il
diritto all’autodeterminazione e l’interdizione alla
secessione.
L’implicazione degli Stati Uniti e della Nato faranno comprendere
alle autorità di Belgrado che il problema del Kossovo non potrà essere risolto
militarmente.
Loro dispongono di vari mezzi di pressione: la minaccia di
sanzioni riattivabile in ogni momento, l’interdizione selettiva di tutte le
rappresentanze serbe nelle organizzazioni internazionali, e la limitazione
dell’aiuto economico in favore del settore privato.
Si può pensare che non
sarà facile all’OSCE ristabilire delle relazioni tra Belgrado e Prishtine e di
rendere vivibile questa convivenza.
Senza spregiudicare la soluzione globale
a livello costituzionale, la prima esposizione delle prossime negoziazioni
affronterà i campi relativi all’educazione, alla sanità, ai media, ai diritti
umani e alla ristrutturazione dell’economia. Questo processo di normalizzazione
dovrà contribuire allo sviluppo della società civile del Kossovo e permettere lo
svolgimento di nuove elezioni, le quali saranno l’occasione di una
ricomposizione dello spazio politico che dovrà differenziarsi e diventare più
pluralista.
L’impegno dell’OSCE sarà determinante non solo in Bosnia ma
ugualmente in Kossovo. Progressivamente, il centro della crisi dovrà spostarsi
da Sarajevo a Belgrado con la creazione di un nuovo equilibrio militare e
politico. Possiamo inoltre attenderci, nei sei mesi a venire, dei cambiamenti
importanti, tanto che l’entrata in vigore degli accordi di Dayton cambieranno la
dinamica politica interna in Bosnia ed in Serbia.
Per quanto riguarda il
Kossovo, piuttosto che un approccio globale, l’OSCE privilegierà certamente una
strategia di grandi successivi dove l’elemento centrale sarà il ritorno di una
missione permanente dell’OSCE in Serbia, Kossovo e Voivodina. Il rientro
condizionato di Belgrado in seno all’OSCE dovrà costituire un mezzo di pressione
sufficiente per ottenere questo ritorno. Un’attenzione particolare deve essere
posta al mandato di questa missione.
Questo illustrerà di fatto il ruolo che
intende giocare in avvenire l’OSCE in questa regione. Si tratterà cioè, di un
semplice mandato di supervisione dei diritti dell’uomo (di monitoraggio) come
nel 1992-93, oppure di un mandato più largo con, per l’impegno essenziale,
quello d’iniziare un processo di normalizzazione e di ricostruzione dello spazio
pubblico in Kossovo.
L’importante è afferrare la differenza tra questi due
mandati, la scelta tra questi due orientamenti ci darà una buona indicazione
sulle reali possibilità dell’OSCE di riuscire in questa mutazione qualitativa
nel dominio detto della “dimensione umana”.
Prima di arrivare a ciò, sarebbe
importante che un accordo fra Rugova e Milosevic sia concluso. Diciamolo
chiaramente, un tale accordo non potrà essere che imposto e incontrerà delle
resistenze. Milosevic sarà criticato dai più nazionalisti come lui, e
soprattutto, dovrà convincere i serbi residenti nel Kossovo.
Rugova, da parte
sua, avrà di che opporsi alla attesa ed alla retorica indipendentista, dovrà
spiegare ai suoi concittadini che non avranno per ora l’indipendenza per il
Kossovo e ancora meno per una grande Albania, lui vedrà di restituire e
ridefinire l’identità albanese in questo nuovo contesto.
Bisogna qui
ricordare quanto le differenti iniziative d’apertura e dialogo siano state
difficili, malcomprese, poco sostenute per non dire ignorate.
L’importante
oggi è scavalcare questi ostacoli, promuovere le mediazioni e tavole rotonde di
tutti i tipi, e sostenere il progetto che permette il riavvicinarsi delle
popolazioni serbe e albanesi.
C’è da scommettere che il 1996 sarà un anno
importante per l’insieme dell’area jugoslava, Kossovo compreso. L’OSCE sarà
attiva e l’insieme della diplomazia sarà impegnata nel processo dell’OSCE. Per
il Kossovo, la cosa più importante sarà il ritorno della missione dell’OSCE
nella Rep. Fed. Jugoslava e l’integrazione della stessa, tutto sta nel sapere in
che modo ed a quali condizioni.
È qui che si deve collocare l’impegno della
ONG.
Esse avranno da esporre le loro esigenze riguardanti il mandato della
missione dell’OSCE, si impegnerà nel processo in corso e nel valutarne
l’evoluzione.
Esse devono soprattutto favorire il processo di normalizzazione
progressivo della società civile del Kossovo, ossia delegittimare le logiche
conflittuali, suscitare delle opportunità di incontro e di dialogo, iniziare
delle attività sociali spontanee intorno alla posta in palio, dando risalto alla
vita quotidiana (la salute, l’educazione, la vita associativa, i
passatempi....).
Sarà inoltre importante non dimenticare il necessario lavoro
sulle rimostranze del futuro, una tale collaborazione potrà costituire una leva
per impegnare i cittadini nella ricostituzione del loro paese.
Christophe Solioz
Carouge, il 12 dicembre 1995
__
Sulla base di una conversazione con Veton Surroi (Koha, Prishtina) in
occasione del seminario hCa “La speranza più forte dell’esperienza. Quale
avvenire per il Kossovo?”
Berna, 6-12-95
Diritti di pubblicazione riservati a Diagonales Est-Ovest, Lione
Balkan
War Report, Londra
Le Nouveau Quotidien, Losanna
Il Premio Nobel per la Pace 1996 a Ibrahim Rugova
Da più di cinque anni la popolazione del Kossovo, regione del sud della
Serbia, ha scelto la nonviolenza come strumento di azione per far sentire la sua
voce, mentre è vittima di una repressione molto dura da parte del governo serbo
di Slobodan Milosevic. Questi conduce una politica di discriminazione etnica con
strumenti polizieschi, economici, culturali. Provincia autonoma fino al 1989, il
Kossovo ha visto la soppressione della sua autonomia da parte del governo serbo.
Gli albanesi del Kossovo hanno allora proclamato la loro indipendenza ed eletto
I. Rugova nel 1992 come loro presidente attraverso elezioni clandestine. Critico
letterario e ricercatore, Rugova è sensibile ai valori dell’umanesimo, della
democrazia e della tolleranza. Ha riunito la popolazione attorno ad un programma
di opposizione decisa ma costruttiva nei confronti di Belgrado. Appare come una
figura eccezionale in un’area in cui il nazionalismo ha un impatto devastante.
La sua lotta è quella di tutti coloro per i quali l’amore per il proprio popolo
non porta ad odiare gli altri, e per i quali il confronto e l’affermarsi
necessario dei diritti di un popolo non possono passare attraverso la violenza.
Per richiamare l’attenzione della Comunità Internazionale su tale questione, e
affinché a questo conflitto sia trovata una giusta soluzione, tre associazioni
francesi, Comitato Kossovo, Movimento per una Alternativa Nonviolenta (MAN), e
Nonviolenza Attualità (NVA), hanno lanciato la campagna per il conferimento del
premio Nobel per la Pace 1996 a Ibrahim Rugova. In Italia essa è promossa dalla
“Campagna Nazionale per il sostegno ad una soluzione nonviolenta in
Kossovo”.
NOSTRA INTERVISTA A ALEX ZANOTELLI
IL SUD DEL MONDO
VISTO DA VICINO
Contro le ingiustizie non abbiate paura di gridare e di uscire allo
scoperto
Da cinque anni vedi il sud del mondo da vicino, come è possibile farlo per
chi vive a Korogocho, una delle periferie di Nairobi. Una bidonville dove la
gente vive non solo ai margini della città, ma a quelli della stessa
sopravvivenza.
Dopo cinque anni di missione, sei è tornato in Italia ai primi
di novembre e da allora non hai più smesso di girare. Città grandi e piccole,
sei andato a parlare ovunque ti abbiano chiamato e in qualsiasi posto: chiese,
teatri, piazze, case grandi e piccole. Ogni sera di questo tuo pellegrinaggio
centinaia di persone hanno voluto ascoltare i tuoi racconti sull’inferno di
Korogocho, sulla tua fede ‘ritrovata’, sul sud del mondo visto da vicino.
Non
pensi che la terra di missione oggi potrebbe essere di più l’Italia?
“Si lo
è, non sto qui a barare su questo. Penso effettivamente che oggi l’Italia viva
un momento molto difficile e credo che ci sia bisogno davvero di punti di
riferimento, anche perchè li stiamo perdendo un po’ tutti. Pensiamo alla
scomparsa di un Balducci, di un Turoldo, di un Langer, di un Tonino Bello. Sono
perdite molto grosse. Sono figure che ci sono scomparse dall’oggi al domani, una
dietro l’altra per cui si sente ancora di più la mancanza di punti di
riferimento di qualcuno che parlava in maniera credibile. Di fonte a un
parlatore come Balducci o a un poeta come Turoldo io mi sento un verme perchè
non sono un intellettuale. Mi sento come un uomo povero e peccatore. Ma le cose
che dico penso che la gente le accetta lo stesso perchè sono pagate sulla mia
pelle. Se io vivessi qui comodo e andassi in giro a pontificare, il risultato
sarebbe molto diverso, mentre oggi quando parlo delle mie esperienze la gente le
sente più vere. E le sente più vere anche perchè in giro c’è pochissima gente
che paga sulla propria pelle quello che dice”.
Allora c’è una possibilità che
tu rimanga?
“Per il momento no perchè per me è altrettanto importante
continuare questa immersione nella povertà, nella disperazione, nell’inferno del
sud del mondo. Io sento davvero il bisogno di un inserimento ancora più forte
laggiù. Prima di tutto per me e poi per i poveri perchè siamo arrivati ad un
momento estremamente difficile. Noi in fondo abbiamo appena cominciato ad
inserirci a Korogocho. Adesso comincia la lotta vera per la terra, per la
costituzione di una comunità e vogliamo vedere anche cosa portano e dove portano
le dinamiche che abbiamo innescato per cui ritengo molto importante tornare
laggiù”.
C’è solo questo?
“No, ho anche paura che se tornassi a vivere
definitivamente qui mi ritroverei dopo poco con una mentalità borghese, senza
accorgermi di tutto quello che sta avvenendo lontano da noi.
Un lontano che
poi non è così lontano. Forse anche da fuori gridando con i poveri, soffrendo
con loro si può essere una voce molto forte anche qui in Italia”.
Un’Italia
che, se possibile, è peggio di quella che hai lasciato. Penso solo al decreto
antimmigrati, uscito proprio nei giorni del tuo ritorno ...
“Vedi, non mi
sono mai illuso che gli italiani non siano razzisti, ma sentire le risposte date
alle interviste a Tempo Reale mi ha lasciato completamente senza fiato. E la
cosa più brutta è come tutti i politici cavalcano questa tigre e come questi
politici siano probabilmente peggiori di quelli della prima repubblica. Quella
sera a Rai Tre a parlare di immigrazione è stata per me un segnale
inequivocabile di decadenza politica paurosa. Ma non so nemmeno se sia giusto
parlare ancora di politica davanti alle urla di un Boso, ai ricatti di un Bossi
e alle rincorse verso questi istinti razzisti che hanno fatto verso anche alcuni
esponenti della sinistra”.
Ma cosa è dovuto questo rigurgito di
razzismo?
“Come dicevo prima il razzismo in Italia ha sempre avuto delle base
molto forti, come nel resto d’Europa. Noi Europei abbiamo un’epidermide molto
grossa con venti secoli di storia per cui ci sentiamo di essere gli unici eredi
della civiltà, della cultura. E’ stato questo che ha giustificato
l’imperialismo, il colonialismo: noi in Africa andavamo a portare la civiltà
superiore. Questo sentimento rimane fortissimo in noi e quando gli immigrati, i
neri vengono da noi si innescano questo tipo di reazioni di rifiuto, di rigetto
e anche di odio. Una volta cavalcato e accettato questo, si rischia di non poter
più tornare indietro”.
Sei d’accordo con quanto detto da Ingrao. ‘Potremo
blindare le nostre coste ed erigere torri ai nostri valichi di frontiera, ma non
fermeremo l’ondata che sta scritta nei dati demografici, ma nelle tragedie del
Terzo e Quarto mondo. O costruiremo insieme, faticosamente e pazientemente, una
risposta ai bisogni comuni o gli altri, gli alieni, continueranno a sbarcare. E
non basteranno le polizie di mezzo mondo ...’?
“Ma non solo, ormai il mondo è
condannato a diventare un villaggio multietnico. Non ci scappiamo, in futuro
saremmo tutte delle società meticce. Su questo non ci piove perchè nessuno potrà
bloccare i poveri ai confini dell’impero così come Roma non è mai stata capace
di bloccare i barbari, tanto che i suoi ultimi imperatori erano barbari. Se non
comprendiamo questi meccanismi e soprattutto se non abbiamo il coraggio di
cambiare il sistema economico mondiale risanando le situazioni nel sud del mondo
è inutile pensare a qualsiasi tipo di bloccaggio o di cambiamento di questo tipo
di fenomeni e avremo sempre più gente che con sempre più forza penetrerà nei
nostri confini”.
Tu con la Chiesa non hai mai avuto rapporti semplici, ma
proprio nella vicenda del decreto sull’immigrazione è sembrato che la Chiesa si
sia trovata più avanti rispetto alla società e alla politica ...
“Penso che
questo sia dovuto essenzialmente ad una inevitabile pratica di evangelizzazione
per cui la Chiesa si deve trovare in mezzo agli umili, ai poveri, ai più deboli
se davvero vuole essere tale. Così è stato per gli immigrati, ma credo che non
faccia ancora abbastanza per creare le condizioni per una vera società
multietnica. Dovrebbe, ad esempio, aprire le chiese ai incontri tra culture e
religioni diverse. Allora sì che assolverebbe fino in fondo al suo compito di
evangelizzazione e di fratellanza”.
Un altro fatto positivo, che è
testimoniato anche dal tuo pellegrinare di città in città, è la crescita di una
realtà ‘sommersa’ fatta da associazioni, volontariato, gruppi sparsi eppure dici
che questo non basta, perchè?
“Perchè si è, appunto, troppo sparsi,
frammentati, scollegati. Ecco c’è bisogno di maggior collegamento tra tutti noi.
Certo io non sono nessuno per poter dire cosa fare o non fare, ma mi sembra
giusto lanciare questo messaggio di maggior coordinamento perché solo con
l’unità di tutti possiamo avere più forza per contrastare quanto di brutto sta
succedendo. Quando si vedono cose che non vanno, come nel caso del decreto
antimmigrati si deve avere il coraggio di denunciare, di urlare allo scandalo e
urlarlo forte. Questa è la politica: avere la voglia e il coraggio di uscire
allo scoperto”.
Intervista di Beppe Muraro
Korogocho, 31.10.1995
Lettera agli amici
"A quando le rondini?"
di Alex Zanotelli
Carissimi,
Jambo!
Tante volte ho tentato di stendere questa lettera...
ma la Vita a Korogocho è stata talmente tumultuosa e serrata che... o è la
Morte? Certamente è una lenta Via Crucis dei nuovi crocifissi della storia. I
poveri di Korogocho sono oggi inchiodati alla croce con oltre un miliardo di
altri crocifissi.... E noi siamo convocati dal Dio dei diseredati a togliere
questi popoli crocifissi dalla croce, come afferma graficamente Sobrino, teologo
della liberazione del Salvador, nel suo recente volume "Il principio della
misericordia". Sono interi popoli... ma sono anche individui che hanno un nome,
un volto... (nomi e volti che non dimenticherò mai perché mi hanno toccato
dentro, mi hanno plasmato!).
Il volto stupendo, ma tirato e triste di Wangoi,
una ragazzina di 18 anni. Ha perso due anni fa la sorella, stroncata a 21
dall'Aids, dopo una lunga Via Crucis di sofferenza indicibile. Ricordo commosso
il suo battesimo, gli intensi momenti di eucarestia, la sua preghiera sul letto
di morte insieme al suo bimbo (mai ho sentito un bimbo di nove anni pregare così
l'Abbà (Ba-Ba) perché salvi la sua Ma-Ma!). Ricordo le lacrime di Wangoi il
giorno della sepoltura della sorella. Era rimasta sola, a 16 anni, con 5 bimbi a
carico (due suoi, tre della sorella). Tentò di sopravvivere con il vecchio
mestiere della sorella, vendendo changaa (liquore). Ma questo durò lo spazio di
una stagione, per i continui interventi della polizia (è proibito vendere
changaa). Conseguenza: Fame!
I bimbi iniziarono a fuggire di casa cercando la
fortuna in città. Un giorno vidi Wangoi arrivare tutta agitata. "Non ce la
faccio più, Alex!" mi disse fra le lacrime! Anche oggi i miei bimbi sono andati
in città per elemosinare, hanno trovato una signora che ha dato loro 100
scellini a condizione che le lasciassero il bimbo che avrebbero ripreso al
ritorno! Quando tornarono sui loro passi non trovarono nè la signora nè il bimbo
che non si è più visto!" (C'è un grosso mercato di bimbi a Nairobi). Wangoi
tentava intanto di sopravvivere vendendo carte ai negozietti di Korogocho. Ma
anche questo durò poco. Unica via che le restava: andare in città a prostituirsi
negli hotel. "Cosa hai da ridire?" borbottò un giorno quando vide la mia
reazione "Dimmi, ma io come posso vivere?" (Vedo sempre di più quanto sia
borghese anche la nostra moralità!). Pochi mesi dopo... ritornò incinta. "Voglio
abortire - mi disse - non riesco neanche a sfamare i 3 che ho, (il più piccolo
della sorella era morto di Aids) non posso permettermene un altro!". Parlava,
piangeva.... "Pure tu, Signore, hai contato i passi del mio triste vagare -
lamenta il salmo 56. Di mie lacrime l'oltre tua riempi". Molti mesi dopo...
passai per la baracca di Wangoi. Con fierezza mi mise fra le mani un
batuffolino: un bimbo stupendo!! Lo cullo a lungo... E' proprio vero che quel
bimbo è un segno che "Dio non si è ancora stufato dell'uomo!"
Volto triste di
Wangoi... a volte percorso da qualche velato sorriso.... volto di Njeri. "Sono
sola!
Non ho nessuno, nè mamma, nè fratelli, nè sorelle.... Non ho mai
conosciuto mio padre! Sono sola come un cane!! Le metto la mano sulla culla per
farle sentire che ci sono. "Voglio morire! Voglio morire in fretta! Prenderò il
veleno!" Tento di consolarla. "Sai - mi fa, stringendomi le mani, se io avessi
avuto un papà come te.... oggi non sarei qui divorata dall'Aids a 24 anni! Ma
perché non ho avuto la grazia di un papà nella vita? Perché tu l'hai avuto e io
no?" E piange disperatamente (come lo sento vicino a vivo il mio papà a
Korogocho!). Era da quattro anni che cercavo di fare da spalla a questa
ragazza-prostituta. "Aiutami a morire con il sorriso sulle labbra - mi disse
commossa - il giorno in cui seppe che aveva l'Aids - come hai aiutato la Lucy
Kafula a morire con il sorriso sulle labbra..." Già minata dalla malattia,
chiese, sul letto di sofferenza, il battesimo... e risorse a vita nuova, ritornò
a sorridere e a portare la buona novella a molti ammalati di Aids in tutto il
Kenya... per quattro lunghi anni. Ma non è facile lottare da soli contro l'Aids
a Korogocho. Nell'ultimo periodo, per dimenticare la sua solitudine, si era data
al bere. "Confessami, Alex!" mi disse un giorno singhiozzando. La confessai. Poi
sul tavolo della baracca, sotto lo sguardo di quello stupendo Cristo Crocifisso
sul Malawi, spezzammo il pane come due pellegrini diretti ad Emmaus. "Resta con
noi, Signore, perché si fa sera..." Per Njeri era la sera della sua vita...
Quando la rividi giorni dopo... era in fine. Strinsi fra le mie braccia quella
testa in segno di tenerezza, per farle sentire la mia vicinanza, per dirle che
non era sola! Morì il giorno dopo, all'ospedale Kenyatta, nel cuore della notte,
da sola...
Volti... volti... di ragazze bruciate... di bimbi...
Kasui, una
bimba di 7 anni, Kimeo un bimbo di quattro anni, figli di mamma Minoo, una
splendida donna, stroncata dall'Aids lo scorso gennaio.... Insieme con padre
Antonio avevamo condiviso la cena dello scorso Natale con mamma Minoo e i due
bimbi! Morta la mamma, i due bimbi sono rimasti con la sorella Ndinda, di soli
14 anni, anche lei minata dall'Aids che la stroncò poco dopo lasciando i due
bimbi in balia di sè stessi. Questa tragedia familiare li spinse ad un gesto
folle...
L'11 aprile, Kasui, tenendo stretto per mano Kimeo, si portò sul
ciglio del dirupo che sovrasta il grande acquitrigno che divide Korogocho dalla
discarica... Kasui tentava di trascinare nell'acqua il fratellino che però
cercava di contrastare la sorellina dal compiere il folle gesto.... Furono
salvati da una donna che passava di là. Ce li portò a casa... Decidemmo di
chiedere alle suore di Madre Teresa se potevano accettarli... Li accompagnai di
persona tenendoli per mano e scrutando quelle due creature per capirci
qualcosa... Ma cosa c'è di così demoniaco a Korogocho da portare due bimbi, che
si aprorono alla vita, al suicidio? Non dimenticherò mai quei volti di
bimbi...
Volto di Wangari, pure lei minata dall'Aids. Sposata, con tre bimbi,
ad un uomo che beve e la picchia. "Sono sola! Non ho nessuno - mi disse il primo
giorno che andai da lei. I genitori, fratelli, sorelle sono morti... Spesso mio
marito mi dice: Fa in fretta a morire perché possa seppellirti a Langata (il
cimitero dei poveri)". Poi fra le lacrime: "Eppure più mi sono sentita sola e
tradita, più ho avuto fame e sete di Lui..." Eppure non era mai entrata in una
chiesa. "Vorrei il battesimo, Alex.
So che Lui mi accoglierà! Ho sete di
acqua viva!" Il suo battesimo fu un momento di grazia: un po' di forza per
continuare la sua Via Crucis. Un mese fa, malata fradicia (è alla fine!) fu
buttata fuori di casa (una casa in muratura a Ngunyumu) e andò a vivere in una
baracca all'estremità di Korogocho: lei e i tre bimbi! Nel cuore della notte (la
sua notte!) spezzai il pane... "E lo riconobbero allo spezzar del pane". Volti
di donne che pagano sulla loro pelle le assurdità del sistema. Volto di
Giuliana, abbandonata con 3 figli dal marito che sospettava che la moglie avesse
l'Aids... Giuliana non riuscì più a pagare l'affitto della baracca... Il padrone
buttò fuori dalla stanzetta lei, i bimbi e le poche masserizie... Quella stessa
sera avevamo deciso di battezzare Giuliana (era da lungo tempo che chiedeva il
battesimo!) Vedendola in quelle condizioni (era mentalmente persa), pensai di
far slittare il battesimo. Ma non era quello il momento giusto come segno di
quel Dio che, quando tutti ci abbandonano, Lui non ci pianta? E riandai alla
figura di Agar, la schiava di Abramo, dalla quale ebbe un figlio, ma che Sara
prontamente scacciò di casa. "Agar se ne andò e si smarrì per il deserto di
Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il
fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un
tiro d'arco, perché diceva: "Non voglio vedere morire il fanciullo".
(Gen.
21,14-19) Agar, figura emblematica di tutte le donne-schiave della storia, di
tutte queste donne di Korogocho.... di Giuliana... che pochi giorni dopo,
abbandonata, moriva in quella baracca.
Volto di Giuliana.... volto di
Martin.... uno dei raccoglitori di rifiuti nella discarica.... stroncato dal
male, a sera tardi, davanti alla sua baracca, vegliato durante la notte dalla
sua gente perché quel corpo non fosse sbranato dai cani. Lo trovai al mattino,
ai bordi della stradina, adagiato in mezzo ai rifiuti, avvolto da uno stuolo di
mosche... Tolsi lo straccio nero, e vidi quel volto tumefatto.... Guardo e
riguardo: è il volto del crocifisso... "Dio mio, Dio mio, Dio mio assente e
lontano! Io ti chiamo di giorno e tu muto... e io invece un verme, non uomo, un
obbrobrio di uomo, un rifiuto!" (Salmo 22). Un rifiuto tra i "rifiuti" ai bordi
della discarica, a pochi metri dall'acquitrino dove si era gettata per
disperazione Joan, a fianco del "fiume" Nairobi... le cui acque puzzano come..
quel "rifiuto" fuori le mura di Gerusalemme... Pregai con la gente della
discarica per dare dignità a quest'uomo che non l'ha mai avuta. Questo dare
dignità ai poveri!
Come quella sera quando entrammo nella baracca di un
giovanotto distrutto dall'Aids.... Non riuscivamo neanche ad entrare in quella
baracca sommersa dall'acqua (pioveva a catinelle!). Per ripararsi Njuguna aveva
messo un pezzo di nylon sopra il letto. (Il tetto era tutto un
buco!).
Ovunque sputi e rifiuti... "Ho sete" fu l'unica parola che riuscì a
dire. Corremmo a prendergli un bicchiere d'acqua. Volevamo celebrare
l'eucarestia, ma non c'era neanche un angolo dove mettere il pane.... Ma forse
era già celebrata.... anche senza pane e vino.... con quell'acqua ("Ho
sete!")....
Quel corpo "spezzato" di quel giovane abbandonato da tutti, anche
dai suoi familiari.... (La `messa' dei disperati, l'`acqua' della
speranza).
Questo contatto costante con la realtà fa sì che anche il mio
corpo puzzi di morte, le mie mani siano infette, i miei polmoni respirino
microbi... Mai come in questo periodo ho sentito il mio corpo intriso di morte,
di puzza, di microbi.... L'Aids sta dilagando: dal 50% al 70% della popolazione
di Korogocho sembra già essere sieropositiva. Questo senso di morte congiunto a
quell'essere continuamente "mangiati" dalla gente ti fa sentire un
annichilimento intenso (la Kenosi direbbe Paolo)... E' un'esperienza
esistenziale (anche Gesù deve averla sperimentata!) che ti tocca dentro, che ti
rimette tutto in discussione, che mi fa chiedere: "Ma Dio dov'è?" e qualche
volta anche "Dio chi sei?" Le domande si stanno accavallando dentro di me.
(Korogocho ti fa ripensare tutto!) Di una cosa sono certo. Il Dio di Mosè, dei
profeti, l'Abbà di Gesù non può essere il Dio dei filosofi (e pensare che ero
destinato al dottorato in filosofia!) Non può essere quel Dio immutabile,
passivo, etereo, che non si coinvolge, non si lascia coinvolgere, che non viene
toccato dalla realtà.
Quel dio è morto! Quel dio è un idolo. Il Dio vivo è un
Dio nomade che cammina con i diseredati della terra. Come diceva l'amico
Turoldo, (quel suo abbraccio finale in Arena!) forse `anche Dio è infelice',
soffre con noi, con i perdenti della storia.... E' il Dio che ha viscere di
donna, viscere materne, che è toccato dalla sofferenza di Wangoi, di Gatumbi, di
Njoki... E' il Dio crocifisso, il Dio impotente... O sto bestemmiando? Ma anche
Gesù ha bestemmiato nella sua vita ("Bestemmia"!) e in croce ("Dio mio....
perché mi hai abbandonato?") Eppure non lo ha abbandonato, come non può
abbandonare Wangoi e i suoi bimbi... come non ha abbandonato quel ladro bruciato
vivo, qualche mese fa, in una tragica notte di Korogocho. Al mattino, vidi quel
corpo nudo abbrustolito (esposto per tutto il giorno al pubblico ludibrio!) con
le braccia carbonizzate rivolte verso il cielo quasi ad invocare pietà.... Alla
sera decidemmo di celebrare l'eucarestia sul luogo dell'esecuzione per
proclamare a tutti la fedeltà di Dio a questi "rifiuti della società"... e per
dare inizio alla Via Crucis celebrata per le stradine di Korogocho (era il primo
venerdì di Quaresima!) All'orizzonte uno stupendo tramonto africano... Sentii un
brivido come quando Dio strinse un patto con Abramo.
"Mentre il sole stava
per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì
(Gen. 15). Aveva appena squartato gli animali in due, aveva collocato ogni metà
di fronte all'altra. "Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco
una fiaccola ardente passò in mezzo agli animali squartati". Era come dire: "Mi
si squarti così, se io, Yavhè, non ti rimango fedele, se non rimango fedele
anche a quest'uomo arrostito, a quest'uomo "cane" immondo buttato sul ciglio
della strada...". Guardo furtivamente lo splendido tramonto africano e osservo
le rondini sfrecciare sopra di noi... E riandai fanciullo quando, ogni mattina,
erano proprio loro a svegliarmi.... nella povera casetta natale nell'estremo
lembo della Val di Non. "Venivano da lontano, dall'Africa, mi dicevano. Ora ero
io a restituire loro la visita! Che Mistero è la Vita! Questo migrare... questo
mio toccare come le rondini le esistenze di questa gente di Korogocho, il mio
popolo! (Che Mistero è la Vita!) Come Abramo sentivo un fremito percorrermi il
corpo: la sua fedeltà (Mistero della fede!), nonostante tutto.... Nonostante la
notte dei poveri, questo loro lento martirio, questa loro lenta Via Crucis....
(Era notte, quando, dopo l'eucarestia, abbiamo cominciato la Via Crucis
quaresimale che diventa qui così vera!)
E nulla all'orizzonte sembra
propiziare tempi migliori (A quando le rondini?). I poveri diventano sempre più
poveri, a Korogocho come a Salvador di Bahia, a Johannesburg come a Manila. Gli
Aggiustamenti Strutturali del Fondo Monetario Internazionale sono pagati
pesantemente dai poveri (ormai i poveri non riescono quasi neanche ad aver
accesso all'ospedale). I poveri sono sempre più esclusi dai servizi sociali
fondamentali come la scuola (fra qualche anno buona parte dei bimbi di Nairobi
non potrà più permettersi il lusso di accedere alla scuola primaria). In un suo
editoriale, il Daily Nation, il più prestigioso quotidiano del Kenya, ha parlato
di "apartheid economica" per questo paese.... piccolo esemplare dell'apartheid
economica mondiale di cui non si è mai visto l'eguale della storia. (La vecchia
apartheid fa sorridere a confronto!) "E i ladroni (gli straricchi!) - mi diceva
giorni fa l'artista Elimu Njau, sono quelli che impongono le leggi e le regole
che i derubati (i poveri!) devono osservare!" (Una morale questa doppiamente
ipocrita!). E se uno tenta di puntare il dito contro tale sistema, salta per
aria. "Chi tocca l'idolo, - diceva l'arcivescovo di San Salvador, Romero -
muore!". Il 15 marzo un boato spaventoso ha sventrato gli uffici del Kituo Cha
Sheria (Centro di Assistenza Legale) dove lavorano alcuni avvocati che difendono
i diritti dei poveri. Quel giorno due persone sono entrate negli uffici del
Kituo, hanno gambizzato con pistole a silenziatore i guardiani, poi hanno
buttato una bomba che solo tecnici dell'esercito sanno preparare. Era il quarto
attentato nel giro di pochi mesi. Per noi è stato uno shock, poiché gli avvocati
del Kituo difendono gratuitamente i poveri di Korogocho e preparano i
`paralegali', specie di avvocati popolari che operano in baraccopoli. Sembra sia
proprio stato il "problema terra" alle radici di quella bomba. E quella bomba è
scoppiata dentro di noi: ora sappiamo ciò che ci attende. "Non sai che la terra
è il problema più scottante del Kenya, oggi?" - mi diceva il Chief, il
responsabile civico della nostra zona - "Sappi che i tuoi avvocati non ti
salveranno dalle pallottole dei miei poliziotti". La terra è il problema numero
uno del Kenya, di Nairobi, forse una delle città più scandalose del mondo. Il
60% della gente (oltre un milione e mezzo) è `sardinizzata' nell'1% della terra
disponibile a Nairobi (le bestie esotiche nei parchi nazionali sono trattate da
signori per i casti occhi dei turisti!). E questo 1% non appartiene ai poveri,
ma al governo (terra della Corona!).
Il governo può livellare le circa 100
baraccopoli quando e come vuole! E' incredibile che il governo non possa cedere
ai poveri l'1% della terra! Ma non è tutto! L'80% dei baraccati non possiede
nemmeno le baracche: i poveri sono in affitto! Nè in Brasile, nè in Sudafrica,
nè nelle Filippine ho visto una cosa così assurda situazione che gli avvocati
del Kituo avevano tentato di contestare. "La notte della bomba - mi raccontava
la Jane Weru, responsabile del Kituo - ho sognato che, mentre con te e gli
avvocati parlavamo del problema della terra, ho visto tre persone che dalla
finestra ci sparavano addosso. Mi sono svegliata, urlando." A mezzogiorno la
bomba. ("E il velo del tempio si squarciò in due..") E' solo l'inizio. Gesù si è
beccato la croce (la più crudele forma di deterrenza di Roma!), Romero una
scarica di pallottole in corpo..., gli avvocati del Kituo una bomba! "Costi
quello che costi - mi ripeteva Jane Weru - siamo decisi a continuare." Insieme
con gli avvocati ed altri specialisti ci ritroviamo ora una volta al mese, fuori
di Korogocho, per trovare piste da percorrere... in questo grave frangente
storico del regime di Moi, sempre più duro, sempre più repressivo. Lo abbiamo
sperimentato nuovamente quando, a Pasqua, il governo ha livellato una porzione
di Korogocho: Ngomongo. Che sofferenza vedere un quartiere distrutto nel giro di
poche ore! Eravamo decisi a portare in corte il "il caso Ngomongo." Ma la
comunità si è spaccata tra i proprietari delle baracche e gli affittuari.
(L'unità fra i poveri non la si costruisce in breve tempo!). E non si è potuto
arrivare in corte!
Così, tra momenti di grazia e di peccato, di gioia e di
dolore, abbiamo continuato a camminare con i poveri di Korogocho. Per me, per
tutti noi è grazia. I poveri (peccatori come tutti noi) sono l'Icona di Dio
vivente, volto dell'Abbà, Sacramento di quel povero Cristo. Sono loro che ci
rivelano la verità delle cose ("Quelli che sono più lontani dal centro del
potere, sono i più vicini al cuore delle cose"), la rivelano a noi, piccola
comunità comboniana inserita a Korogocho: Antonio e Gino.
Padre Antonio
d'Agostino si è ormai (è da due anni che è qui) immerso a Korogocho dando un
prezioso contributo soprattutto nel settore dei ragazzi di strada! E' un vero
fratello. Gino (un missionario laico con oltre vent'anni d'esperienza in Africa)
è stato l'altro "fratello" comboniano ...dando un incredibile contributo ad una
crescita popolare. La nostra è una vera "fraternità"!
Gianni (p. Gianni
Nobili, assente per un sabbatico, è stato una "spalla" esterna per questa
fraternità). Esterno, ma importante, il contributo dei nostri studenti
comboniani in particolare Daniele.
E poi suor Marta: pegno di una
comunità-comboniana al femminile che si inserirà a Korogocho. Un femminile reso
ancora più concreto dall'arrivo di Michela, una missionaria laica dell'ACRI, che
sarà poi seguita da Simonetta. Una comunità, (non un progetto!) la loro,
sostenuta da tre chiese locali (Trieste, Trento, Verona) e non dal governo
italiano.
Fondamentale l'apporto di suor Gill, che con la sua èquipe ha
preparato gli agenti sanitari locali, per aiutare la gente a far fronte al
problema dell'Aids. Korogocho sta diventando un esempio di come una comunità può
organizzarsi per far fronte ad un tale flagello. "Finchè questo sarà possibile!"
- dice suor Gill - "Arriverà il giorno in cui potremo solo aiutare la gente ad
affrontare una tragedia di tali proporzioni che non può trovare soluzioni". (to
cope with the uncopable!)
E poi il lavoro di due donne filippine, Celia e
Angelina, per creare comunità a Korogocho. La chiamano C.O. (Comunity
Organization - Organizzazione Comunitaria). E' iniziata a Manila (Filippine)
negli anni '70 ed è approdata in Africa, a Nairobi, nel '92. Hanno scelto
Korogocho perché c'era già una comunità di immersione! Abbiamo lavorato molto
insieme. E i frutti, anche se con fatica, si vedono. Tutta questa ricchezza di
idee, di esperienze, di persone hanno molto arricchito la nostra comunità. E di
comunità ne abbiamo molte: 25 Piccole Comunità Cristiane sparse in ogni angolo
di Korogocho e 4 Piccole Comunità Speciali, composte di gruppi emarginati
all'interno della baraccopoli, come la Comunità del Mukuru (discarica) composta
di gente che vive raccogliendo rifiuti. La prima comunità del Mukuru è stata una
sfida enorme: siamo partiti con 50 uomini, tutti ubriachi, che tentavano di
leggere e condividere il Vangelo! E' stato un lento cammino per rimettere le
persone in piedi, per dare loro dignità. Charles Odwori, il responsabile della
Piccola Comunità Cristiana, è oggi (è stato fino a ieri un ubriacone) uno
splendido esempio di uomo che ha riscoperto la sua dignità, la voglia di vivere
e la gioia di buttare la vita per qualcosa che vale.
Sotto la guida, la
comunità sta rendendo un enorme servizio a migliaia di donne e di bimbi di
strada che vivono raccogliendo rifiuti. (Hanno così soppiantato i mediatori ed
ottenuto loro stessi un utile!). E' il mercato del riciclato! Questi sono i veri
profeti che ci insegnano che a questo mondo c'è gente che vive sui nostri
rifiuti, sui rifiuti del sistema! (E' stato Gino ad aiutare questa comunità a
crescere!) Anche la seconda Comunità della discarica (nata nel '93) sta trovando
la propria strada. Dopo aver constatato che sempre meno rifiuti `buoni'
arrivavano al Mukuru (ci arriva proprio il taka-taka - il rifiuto dei rifiuti)
abbiamo pensato che la seconda comunità avrebbe potuto pulire i grandi palazzi
di Nairobi. E così avvenne. E' una strada che apre nuove possibilità. Gli
uomini, ma soprattutto le donne (splendide!) di questa comunità hanno fatto già
un grande salto di qualità. E' stupendo ascoltare la Parola con loro: la
`rilettura' della loro vita alla luce della Parola!
Sono loro i maestri (i
soggetti!) che proclamano la buona novella! (i poveri ci evangelizzano!)
La
vita non è invece stata facile per la Piccola Comunità dell'Udada (Sorellanza),
fatta in buona parte da ragazzine che si prostituivano nei grandi alberghi o in
baraccopoli, soprattutto quando Gino ha ordinato di rallentare la produzione
delle collanine perché non c'era mercato. "Ci volete risbattere sulla strada, -
dicevano piangendo le ragazze - dopo che ne eravamo uscite e abbiamo iniziato a
vedere la Luce!". Abbiamo tentato subito di trovare vie alternative: piccolo
commercio, cucito.. Può darsi che lentamente si intraprenda la strada della
produzione dei paramenti liturgici in stile kenyano (soprattutto ora che il
Papa, durante il suo viaggio, e i cardiali, hanno indossato vesti africane
create nel contesto di Korogocho!).
Periodo difficile anche per la più
giovane e piccola comunità speciale: KINDUGU (swahili per fratellanza) composta
da giovani dediti alla delinquenza, droga, alcool.... Sono riusciti ad uscire
dal giro della delinquenza, non altrettanto da quello della droga ed alcool..
(lavorano il legno, preparano sedie di papiro). Solo l'amore e l'accoglienza
aiuteranno questi giovani a fare un salto di qualità.
Un salto di qualità che
invece è avvenuto nel campo dei ragazzi di strada. E questo, grazie specialmente
a padre Antonio D'Agostino. Antonio ha seguito molto da vicino tutto il
programma dei ragazzi di strada: un programma in comune con la vicina parrocchia
di Dandora. Piccolo segno di speranza, di accoglienza per questi ragazzi che
hanno ....fame... soprattutto di amore! E' nato così un punto di incontro dentro
il progetto della discarica. Ogni giorno una sessantina di ragazzini vi trovano
accoglienza e speranza. Altri si ritrovano a St. John, altri in altri luoghi....
Molti altri sono stati immessi nella scuoletta informale di St. John. E' un
servizio importante anche questo per i ragazzi di strada o per i ragazzini che
non riescono ad entrare in una normale scuola elementare (costa troppo!).
Calcoliamo che cinque/diecimila ragazzini si trovino sulle strade di Korogocho.
Molti vanno a finire sui crocicchi di Nairobi.. E' un problema enorme (si parla
di almeno trentamila ragazzi di strada!) Quello che noi possiamo fare è porre
dei piccoli segni di speranza... di amore, di accoglienza... nella grande
comunità di Korogocho! E' stato proprio questo il principio fondante della
nostra presenza a Korogocho: la comunità. Abbiamo dato la priorità ai gruppi di
emarginati di Korogocho: la gente del Mukuru, che vive sui rifiuti, le
ragazzine-prostitute (UDADA), i giovani sbandati (KINDUGU), le donne più povere
che lavorano a fare CIONDO (cestini), i ragazzi di strada, malati di Aids, e li
abbiamo costituiti in comunità o in gruppi. Sono comunità di emarginati che
diventano i nuovi progetti per creare la grande comunità, il popolo ecumenico di
Dio o il "popolo dell'arcobaleno" direbbe D. Tutu. ("Davvero Dio opera le sue
meraviglie, tramite ciò che nel mondo è disprezzato, per ridurre al nulla le
cose che sono" direbbe Paolo). Per questo abbiamo scelto di dare la priorità
alle Piccole Comunità Cristiane (Jumuyia Ndogo Ndogo) che sono l'altro asse
portante del nostro impegno a Korogocho. Ogni comunità (sono 26) è composta di
20-30 persone che si incontrano ogni domenica pomeriggio. I momenti fondamentali
sono: la lettura del Vangelo della domenica, condivisione sulla Parola,
preghiera, risposte ai bisogni concreti di chi è più in difficoltà (fede-vita!),
infine i servizi (huduma). Infatti ogni membro della piccola comunità è invitato
a rendere un servizio alla comunità più larga. Abbiamo una ventina di questi
servizi: liturgia, fede, servizi sociali, poveri, coro.... Ognuno di questi
servizi si incontra una volta alla settimana. Nascono così i nuovi ministeri
laicali. Questo aiuta molto a unire fede e vita, fede e politica, fede ed
economia.. Le Piccole Comunità Cristiane vengono sollecitate a capire che non
sono fini a sè stesse, ma sono i ponti per costruire la grande comunità,
servizio per costruire il popolo ecumenico di Dio!
A fare questo ha aiutato
molto anche la creazione del KPAM (Korogocho Peace and Action Makers. - I
Costruttori di Pace di Korogocho), un gruppo di una ventina di pastori di varie
chiese e dei responsabili islamici della moschea. (Vi sono centinaia di chiese
in Korogocho) Il tutto era nato durante i duri scontri etnici nel 1993. Da
allora ci siamo incontrati tutte le settimane. E' un'esperienza di grazia per me
e per tutti noi. (ho imparato molto da questi pastori, soprattutto a pregare!)
Ed ha aiutato a creare un nuovo clima di comunità in baraccopoli.
Tutto
questo ci permetterà di impostare un serio lavoro di coscientizzazione sul
problema della terra per muoversi verso il Land Community Trust (cioè la
richiesta che il governo affidi la terra alla comunità di Korogocho). E' un
sogno ... ma noi continuiamo a sognare nella profonda convinzione che Dio è
fedele, che Dio è il Dio della gente del Mukuru, delle ragazze dell'Udada, dei
giovani deviati del Kindugu, dei ragazzi di strada, dei malati di Aids.... E' il
loro Dio! E' il Dio della vittima del Golgota: cane immondo buttato fuori le
mura di Gerusalemme.
E' questo il Dio che ogni domenica celebriamo nella
solenne liturgia. La liturgia domenicale costituisce un punto fondamentale nel
nostro esodo verso la libertà. Cantiamo le meraviglie che Dio compie a Korogocho
(e i miracoli li fa oggi!). Per questo balliamo, cantiamo... il Dio della vita,
il Dio che fa germinare il nuovo. Lentamente sta anche nascendo una nuova
liturgia: la lode di un popolo oppresso in marcia verso la liberazione... E la
gioia esplode! E' festa... di liberazione! La liturgia infatti non solo è
memoria, ma è costitutiva della realtà: pone, crea quel mondo che sognamo in
contrapposizione al mondo reale imperiale che crea Korogocho e tutte le
Korogocho di questo mondo. E' il sogno di Mosè, dei profeti, di Gesù... Il
Grande Sogno ritorna con forza... E' questo il sogno che ci lega a migliaia di
amici attraverso il mondo, a migliaia di `comunità di resistenza'... "E'
vocazione del profeta tener vivo il ministero del Sogno - afferma il biblista
americano Brueggemann, - continuare a proporre futuri alternativi al modello che
l'Impero vuole imporci come l'unico possibile".
E allora continuiamo, a
celebrare, a contemplare insieme, ...camminando sulle strade dei poveri, sulle
strade della vita... decisi a togliere i popoli crocifissi dalla croce, da
quelle croci sulle quali noi li abbiamo posti, mossi da profonda compassione
perché abbiamo visto i volti e udito il grido delle vittime. A quando le
rondini?
Jambo! Alex
In piedi, costruttori di pace
“In piedi, costruttori di pace!” ci invitava don Tonino Bello in Arena a
Verona.
In quasi dieci anni da quel 12 novembre 1985, quando fu lanciato
l’appello “Beati i costruttori di pace”, siamo stati in piedi sulle strade della
storia. In profonda comunione di vita con don Tonino Bello, P. Balducci, P.
Turoldo, don Pattaro e con gli amici caduti in Jugoslavia, abbiamo tentato di
rispondere ai segni dei tempi. Tappe significative sono state le sei
manifestazioni in Arena (veri momenti di grazia), il convegno di Praglia, i due
di Lonigo, le quattro puntate in Bosnia (Sarajevo 1 - Mir Sada - In cammino col
papa e la Tenda della Convivenza) fino al treno della pace che ci ha portati a
Ginevra. Piccoli passi, piccoli gesti, piccole liturgie per dire la nostra
convinzione e la nostra speranza in un decennio di cambiamenti epocali, che ha
visto il crollo del muro di Berlino (fine della guerra fredda Est-Ovest) e
l’erigersi della muraglia della povertà (fossato tra Nord e Sud). Per noi
l’emblema è stata la Guerra del Golfo, che ha visto la vittoria dell’Impero del
denaro sui nuovi nemici: i poveri, specie quando risiedono sui depositi dell’oro
nero. Un impero legato saldamente all’apparato militare per proteggere privilegi
e processi di sfruttamento. Un apparato militare che si è lanciato con gli
esperimenti atomici francesi e cinesi e con i Nuovi Modelli di Difesa.
Un
modello di sviluppo, quello in atto, pagato a caro prezzo in chiave ecologica
(inquinamenti e rifiuti), religiosa, sociale e personale. Soprattutto dagli
impoveriti del sistema: un miliardo di uomini dichiarati “inutili” dalla Banca
Mondiale, inutili come produttori e come consumatori, ma anche come oggetto di
sfruttamento: veramente cancellati.
Per macabro rituale di violenza
primitiva, vengono immolati ogni anno all’idolo del libero mercato 40 milioni di
persone che muoiono di fame. Il Moloch del Denaro ha un’insaziabile fame di
vittime umane e su questa nuova Auschwitz è costruita la nostra pace sociale e
l’ordine mondiale. Per questo all’ultima manifestazione a Verona abbiamo
gridato: “Quando l’economia uccide, bisogna cambiare!”.
Ritorniamo al centro
di noi stessi. Fermiamoci, fermiamo la nostra corsa folle, la nostra pazzia
collettiva. Apriamo spazi di silenzio, uomini di buona volontà, spazi di
contemplazione, credenti nel Dio dell’esodo e degli schiavi. Il denaro è
diventato il nuovo vitello d’oro cui tutto è sacrificato con tale rapidità e
bramosia da ipotecare il futuro di questa unica terra.
Ormai l’alternativa
non è più un’utopia, ma una necessità storica: è l’alternativa necessaria se
vogliamo sopravvivere. Le Chiese e i cristiani - assieme a tutti gli uomini di
buona volontà che credono nella dignità dell’uomo presente e futuro - sono
convocati dalla storia a proclamare questa alternativa a voce alta per non
essere, come i nostri padri, idolatri adoratori del vitello.
Invitiamo quindi
tutti:
- ad invocare una conversione dall’idolatria;
- a coniugare vangelo
e valori con le scelte economiche quotidiane;
- a ridurre del 50% i nostri
consumi energetici entro i prossimi dieci anni, come propongono gli scienziati
di Wuppertal e la “Misereor” tedesca;
- ad adottare “bilanci di giustizia”,
cioè a leggere criticamente il proprio modo di consumare, chiedendosi la
provenienza dei prodotti e la loro incidenza sulle povertà nel mondo;
- a
seguire con interesse e simpatia i tentativi di economia alternativa che si
operano nel terzo settore, nel commercio equo-solidale, nelle MAG, nell’attività
“no profit” e nelle banche etiche;
- a promuovere la solidarietà con i poveri
tra di noi (disoccupati, deboli, malati) e a far sì che questa si traduca in
pressione politica, atta a generare legalità, giustizia sociale e nuovi modelli
di sviluppo;
Il primato dell’economia ha pesanti ricadute sul politico, che
ne diventa un mero accessorio. Proponiamo quindi di:
- creare una spinta
popolare verso l’alternativa economica necessaria;
- ripensare il concetto di
Stato di diritto;
- ideare nuove vie per rendere la democrazia reale a fronte
delle insidie che le vengono dal dominio del denaro, dalla legalità e dalla
criminalità organizzata;
- premere per la democratizzazione dell’ONU che deve
diventare come il suo Statuto richiede: ONU dei popoli;
- educare alla
diplomazia popolare nonviolenta che sappia esprimersi anche in forme di
interposizione umanitaria.
Come abbiamo detto, l’Impero del denaro sta in
piedi con la forza delle armi, che servono a difendere ricchezza e privilegi.
Noi suggeriamo di dire:
- No deciso al nucleare e alle sue proliferazioni e
quindi ai nuovi test;
- No alla produzione e al commercio delle armi;
- Sì
all’obiezione di coscienza nei riguardi del militare e di tutte le forze
politiche che non garantiscono un cammino di pace;
- Sì all’anno di servizio
civile sia maschile che femminile.
Un invito pressante alle Chiese
perché:
- ritornino all’ispirazione originaria di fedeltà al Cristo principe
della nonviolenza che ha portato le prime comunità alla prassi: “O l’esercito o
il battesimo”;
- ritirino i cappellani militari dalle forze armate e affidino
la pastorale delle caserme alle comunità cristiane ove sorgono;
- riprendano
decisamente il cammino ecumenico avviato a Basilea e Seoul, ispirato a
giustizia, pace e salvaguardia del creato).
L’Impero del denaro non starebbe
in piedi se non fosse supportato dai mezzi di comunicazione di massa, che si
cullano nell’illusione che questo sia il migliore dei modi possibili. Al
riguardo proponiamo di:
- contestare i monopoli dell’informazione;
-
favorire l’informazione alternativa anche in zone di conflitto;
- momenti di
digiuno televisivo;
- far ascoltare le voci delle vittime del sistema sia del
Nord che del Sud.
Questo sistema ha conseguenze nefaste in campo ecologico,
culturale sociale e personale.
In campo ecologico: distruggere cielo e terra,
rendendoli invivibili. Gli scienziati ci danno solo 50 anni di tempo per
cambiare. Noi suggeriamo di:
- tassare le produzioni particolarmente
inquinanti;
- sostenere i movimenti ecologici del Nord e del Sud;
-
rifiutare che il Sud diventi la pattumiera del mondo;
- imboccare la via del
sole anziché continuare sulle vie dell’energia dura.
In campo culturale e
religioso: l’Impero del denaro distrugge culture e religioni, togliendo l’anima
e riducendole a folklore. Proliferano su queste basi i nazionalismi, i
fondamentalismi e le contrapposizioni etniche. Per cui noi suggeriamo:
-
l’educazione alla mondialità e alla multiculturalità;
- favorire tempi di
silenzio e di contemplazione;
- aprire spazi di incontro e convivenza tra
uomini di culture e religioni diverse.
In campo sociale: questo sistema
disgrega pesantemente comunità e gruppi fino a ieri coesi. Noi suggeriamo:
-
la nascita di piccole comunità cristiane che diventino “comunità di
resistenza”;
- l’unione tra comunità e gruppi che diventino “il popolo
dell’arcobaleno”;
- l’impegno all’accoglienza dei diversi e degli immigrati
(i cosiddetti `extracomunitari’), ripristinando, se del caso, il “diritto di
asilo” sull’esempio dei “santuari” adottati dalle comunità cristiane
d’America.
In campo personale: il consumismo riduce le persone a cose, a
immagine della “Cosa” che adoriamo. Noi suggeriamo:
- di credere all’unicità
di ogni volto come dono per l’altro (io sono perché noi siamo);
- di favorire
la visione del mondo “con occhi di donna”, e ciò sia nella Chiesa che nella
società;
- di scoprire la violenza nel cuore di ognuno, nella convinzione che
se il mondo è violento è perché io sono violento;
- di imparare a coniugare
il personale con il sociale per proiettare tutto in dimensione
planetaria.
“In piedi, costruttori di pace”! Anche se sembrano regnare le
tenebre e la morte, in piedi! In piedi per camminare, per agire, per danzare la
vita e proclamare, come ci insegnano i poveri e il Cristo che in essi si è
identificato, che l’ultima parola non è della morte ma della vita.
Padova, 10/12/95
"Per uscire da questo sviluppo"
"Meridiani e paralleli di un mondo differente"
Rendiconto del Seminario
Il Seminario svoltosi a Lonigo (VI) dal 17 al 19
novembre 1995 e promosso da: Beati i Costruttori di Pace, Legambiente,
CGIL-CISL-UIL, Pastorale del Lavoro triveneta, ACLI, constatato il carattere
fallimentare di questo sistema economico, ha cercato di individuare delle piste
di lavoro che ne affrontino in modo efficace le pesanti
contraddizioni.
L'attuale modello economico ha infatti elevato a mito il
mercato (e le sue presunte regole di libertà), quasi fosse la terapia universale
per tutte le disavventure dell'economia, mentre ne costituisce la causa
principale: la finalizzazione e la globalizzazione spostano ingenti risorse dal
settore produttivo a quello speculativo, riducono gli investimenti e provocano
disoccupazione; l'innovazione tecnologica rende strutturale la disoccupazione
aumentandone progressivamente i livelli; la crisi dello stato sociale,
affrontata con soluzioni monetariste, erode i diritti di cittadinanza e amplia
le fasce sociali in esubero; l'uso irrazionale delle risorse mette in pericolo
la sopravvivenza dell'intero pianeta...
Modellando il funzionamento
dell'economia del mondo intero (pur con forme e conseguenze sociali diverse),
queste tendenze interessano, nel prossimo futuro, gruppi sempre più ampi di
persone e a tutte le latitudini: anche la categoria Nord-Sud si sta rivelando
una chiave interpretativa della realtà, inadeguata...
Si rende quindi
necessaria una lettura realistica e un'analisi più incisiva della situazione,
nonché una smitizzazione dell'ideologia del monetarismo, del liberismo, delle
privatizzazioni selvagge, ecc. quali soluzioni alle contraddizioni, per andare
oltre il presupposto, altrettanto ideologico, del profitto, assunto a fine
esclusivo dell'attività economica.
Un dato importante di questa revisione
critica è che non si parte da zero. Infatti associazioni, movimenti, gruppi
informali, che costituiscono la società civile internazionale, da tempo stanno
studiando, elaborando e sperimentando percorsi alternativi riguardanti ad es. il
riorientamento delle risorse finanziarie, la creazione di posti di lavoro, il
soddisfacimento di bisogni sociali inespressi dal mercato...
La realizzazione
di primi mezzi di un'economia alternativa è l'elemento qualificante che dà
credibilità e autorevolezza a queste sperimentazioni.
Tali esperienze sono
caratterizzate da un approccio territoriale e locale che ne valorizza i bisogni,
le risorse e le specificità culturali. Esse però vivono in un sistema economico
globalizzato, all'interno del quale dovranno collocarsi e confrontarsi, operando
in contemporanea sulla scala nazionale e su quella internazionale.
E' stato
inoltre sottolineato come lo sforzo di coordinamento mondiale debba fondarsi su
processi di rafforzamento dei gruppi attualmente esclusi dall'accesso alle
risorse e ai meccanismi del potere per ciò che riguarda le strategie, elaborate
nei diversi contesti e il loro ruolo politico ed economico.
Premessa
indispensabile alla costruzione di percorsi alternativi diventa allora la
conoscenza di questi processi, delle loro diversità e delle loro convergenze e
il collegamento dei soggetti del cambiamento, attivi nelle diverse aree del
mondo.
La creazione e il sostegno alle iniziative di innovazione economica
devono, però, essere accompagnati da un'azione critica dell'assetto attuale,
spingendo per promuovere e far attuare le riforme necessarie e |