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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Beh, di cosa volete parlare? Io ho dei dubbi sulla nonviolenza, fortissimi.
Voi?
Abbiamo dei dubbi sulla inadeguatezza dei nonviolenti; sulla nonviolenza
in sé, forse meno.
No, questa è una scusa facile. Un’idea non è veramente
buona se le persone non possono seguirla, applicarla.
Una nonviolenza che fa i conti con la storia, intendiamoci.
Sì, ma a furia di fare i conti con la storia, rischia di assomigliare
alle cose che si dicono e che non hanno nessun rapporto con la realizzazione.
Per esempio una cosa su cui tu scrivi spesso, e che ogni volta ci fa sentire
colpevolmente inadeguati, è la questione della Cecenia. I pacifisti
in genere, e anche i nonviolenti, non si sono mai fatti veramente carico
di questo problema.
Le persone hanno paura delle cose che non conoscono, giustamente. Di situazioni
in cui il grado di violenza reciproca è molto forte, e appoggiando
una causa giusta si rischia di farsi complici… È complicato.
È una vergogna, però è complicato.
In che modo si potrebbe cominciare?
Informandosi un po’ sulla situazione. Uscendo dall’idea che
si possa solidarizzare con delle vittime evidenti, scandalosamente evidenti,
soltanto confidando nel fatto che loro saranno l’alternativa giusta
alla sopraffazione. Questo in particolare mi sembra decisivo per incominciare
a parlare di nonviolenza, cioè che ci si liberasse dall’illusione
che la vittima di oggi sarà il liberatore dei domani.
I movimenti, il sindacato, la Rete di Lilliput
Pensiamo invece ai movimenti di protesta che si stanno sviluppando in
Italia. Si può dire che il sindacato utilizza strumenti nonviolenti,
se non direttamente che è una forza nonviolenta?
Mi sembra difficile parlare di nonviolenza nel caso delle grandi manifestazioni,
salvo ridurre tutto ad un’ovvietà, cioè non si menano
le mani, ma insomma, la nonviolenza mi sembra più complessa.
Forse un elemento interessante di quest’ultimo periodo è la
posizione che non nasconde, anzi proclama, di essere riformista, o riformatrice.
C’è chi ha riscoperto nella pratica, e comincia a rivendicare
nella teoria, che il riformismo non è un modo di vedere il mondo
– o, per altro verso, un modo di essere - moderato, grigio, spento,
opportunista o comunque moscio. Il riformismo ha nella sua storia –
e proprio nella storia del movimento operaio – combattività,
forza…
Questo mi sembra interessante e promettente. Se vince l’idea per
cui gli spaccatori di vetrine sono coerenti e gli altri sono viceversa
pronti a calare le brache, la cosa va male.
Da qualche parte hai scritto che hai simpatia per la Rete di Lilliput.
Sì, molta.
Per molti giovani Lilliput è una occasione di rinnovato entusiasmo,
voglia di approfondire… Il Movimento Nonviolento è entrato
attivamente nella promozione della Rete, che fa esplicito riferimento
alla nonviolenza specifica.
Io non ne so abbastanza - e sarebbe strano il contrario, stando chiuso
qui dentro - ma prima e durante Genova ho avuto l’impressione che
il peso molto forte, di qualità e di riferimento, della Rete Lilliput
fosse sommerso da altro, non solo perché la Rete non aveva occasioni
sufficienti per dire la sua, ma perché lasciava troppo spazio a
cose non certo entusiasmanti che sarebbe stato meglio non sentire così
stentoreamente. Stupidaggini, anche abbastanza forti.
Va considerato che Lilliput non ha un portavoce ufficiale; può
avere dei riferimenti ideali –Zanotelli, Gesualdi – ma poi è
davvero un movimento di base, di rete, appunto.
Ma questo è positivo. Per altri versi le voci che si sentono sono
abbastanza tradizionali, tant’è che sono state subito accostate
alla lunga lista di signori maschi in gara per diventare il nuovo leader
per questa sinistra che non lo trova… Con il rischio molto forte
di scegliere dei pifferai.
Mi sembra una di quelle fasi messianiche molto pericolose dove può
passare di tutto, i profeti, il messia, poi magari dei ciarlatani…
Forse Di Bella, non so, forse Di Pietro… Di tutto può capitare.
In questa fase periodo, entusiasmante e pericolosa, molti giovani si riavvicinano
alla politica.
Suggerirei una sola cosa a un no global – anche se non si dovrebbe
mai suggerire niente a nessuno, altrimenti ti dà un cazzotto appena
ti volti, e giustamente – ma insomma l’idea sarebbe questa,
di provare a esprimere quelle che ritiene le sue idee giuste come se fosse
convincibile di quelle idee il primo dei suoi nemici, fosse anche il padrone
della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale. La prima ragione
è che questo ti costringe a esprimerti al meglio, poi perché
effettivamente anche quei signori stanno sul Titanic e stanno andando
a fondo. Ciò non toglie che tutti sappiano che fumare fa male e
tuttavia fumino tre sigarette alla volta…
Amore e odio
Che cosa pensi di questo periodo storico? Quello che sta succedendo è
interessante?
Mi sembra una grande occasione per provare a ripensare, se davvero si
può immaginare qualcuno che usi gesti nuovi, parole nuove. Sembra
una canzonetta, “ma piove piove”…
In particolare in occidente, le posizioni politiche e i contrasti si riattizzano
in modo gratuito, cioè meno fondato che in passato, mostrando che
la necessità di identificarsi si attua nell’opposizione ad
un nemico. Ora, il dibattito può riprendere vigore solo se qualcuno
saprà prendere la parola in modo imprevedibile, impensabile. Qualcuno
che non sia il Papa - perché il Papa lo fa. Dopo aver vinto, cioè
dopo aver contribuito decisivamente, sfruttando il suo essere polacco,
a distruggere l’impero sovietico, cosa di cui non gli saremo mai
abbastanza grati, ha cominciato davvero a seguire il Vangelo in modo scandaloso,
con quelle ripetute richieste di perdono… quasi una furia…
E’ sorprendente che anche nel discorso politico, nel nostro paese
torni a proporsi questo binomio, amore e odio, che chissà perché
negli ultimi vent’anni era sembrato improprio, imbarazzante.
Forse per il solito contrasto tra razionalità e sentimentalismo…
Non direi che valga la contrapposizione passione/ragione, utopia/realismo.
Da quando abbiamo capito che stiamo andando a rotoli, le scelte non sono
facoltative.
Viviamo un doppio scenario: c’è la storia naturale che ha
una sua mutabilità, una immemorabile capacità di movimento,
talmente lenta che, come dice Leopardi, “sembra star”; e poi
c’è una storia umana che ha un ritmo da teatrino dei burattini,
botte da orbi, spadaccini, occhi cecati morte imminente e malattia. Come
mettere in rapporto questi due scenari, che hanno fatto corto circuito
tra loro, è il problema essenziale della politica.
Ormai i tempi della consumazione della terra sono creati dagli umani,
non sono più quelli delle epoche geologiche. Stiamo riuscendo a
far affondare tutto rapidamente, e la divisione a livello planetario non
è tra noi umanità dell’amore contro i quattro quinti
o cinque sesti di umanità dell’odio, ma tra noi, potenza del
privilegio, che induciamo il resto nel mondo nell’odio - dopo di
che il resto del mondo ci sguazza, non dobbiamo immaginarci troppo colpevoli,
né loro così innocenti. Riprendere le parole della nonviolenza
implica una scelta molto ragionevole. C’è chi st in terza
classe, poi c’è la seconda e la prima classe, facciamo la
lotta di classe. Però abbiamo già puntato contro l’iceberg
e il naufragio ci sta davanti.
Una piccola digressione – e ritorno
Hai studiato alla Normale di Pisa negli anni in cui Capitini era insegnante
di Filosofia Morale. Come lo ricordi?
L’unica cosa che si sentiva di lui in università era una benigna
presa per il culo. Capitini era quello che, essendo Pisa famosa per le
zanzare, cercava di convincerle ad andare fuori dalla finestra del suo
studio senza ammazzarle. Figurati noi, a quell’epoca, che cosa potevamo
pensare di uno così. Volevamo spiaccicare il mondo intero, contro
il muro, figurati le zanzare di Capitini!
Hai parlato di praticabilità delle idee. Perché una proposta
abbia senso, è indispensabile che abbia successo?
No. No, però non accetto nemmeno un principio di gratuità
così generoso e inaccettabile, se no anche questo diventa retorica.
La questione del successo non è un fatto di riconoscimento personale
ma di efficacia, che si tratti di salvare uno che annega, una persona
picchiata da dei farabutti o un popolo intero…
Ma questo in Gandhi c’è.
Certo, c’è. E difatti è stato sconfitto – ma non
è che con la violenza le cose sarebbero andate meglio. La nonviolenza
ha un fortissimo bisogno di prevenire le situazioni. Quando le cose sono
ormai compromesse e ti misuri coi risultati, quando la prevenzione non
è stata neanche tentata – come in Kossovo per esempio - anzi
si sono lasciate precipitare le cose all’estremo, fino al macello
fino al mattatoio, allora la nonviolenza rischia di essere esclusa, perfino
idealmente. Certo, è ancora possibile evitare i voli di bombardieri,
le distruzioni cieche, ottuse, una vera seminagione di odio, però
tutto è ormai pregiudicato…
Forse allora non c’è speranza.
Considero che la storia del mondo funzioni, nei confronti di ciascun presente
di volta in volta presente, come una specie di mancata prevenzione. Cioè
che l’intera storia del mondo abbia accumulato una tale discarica
di rovine, da pregiudicare le situazioni nelle quali ci muoviamo.
Forse la stessa cosa vale per la grande maggioranza delle nostre vite
personali. La nostra storia passata è l’accumulazione di cose
sbagliate, di prevenzioni mancate… - questo ci rende forti per la
consapevolezza di ciò che abbiamo sbagliato, perché è
un grandissimo patrimonio poterle usare, ma al tempo stesso ci costringe
a muoverci con grandissima circospezione e cautela.
L’odio, la paura, la nonviolenza
Nell’odio c’è una fortissima naturalezza, chiunque si
proponga di estirparlo dalla natura umana sarebbe un pazzo, bisogna solo
tenerlo a bada, controllarlo, rendersi conto che è un sentimento
talmente brutto che ti deforma perfino i lineamenti.
Sono convinto però che il contrario dell’amore non sia l’odio,
ma la paura. La nostra tentazione di amare il nostro prossimo è
arginata non dall’odio ma dalla paura, e la paura è fondata.
Mentre l’odio è naturale ma orripilante, la paura è
naturale ma ben fondata, e anche su questo bisogna cercare di trovare
la misura.
E allora, la nonviolenza…?
Nella nonviolenza la capacità di rompere le righe è molto
importante. San Francesco non è tanto importante che fosse nonviolento,
ma che spiazzava gli avversari, aveva delle idee fantastiche. Cosa che
Gesù faceva in modo inimitabile. Nessun altro avrebbe pensato di
fare dei segni per terra mentre quelli lapidavano una poveretta. Uno stratagemma
geniale, azzardatissimo. Se continuavano a tirare le pietre, l’ammazzavano…
L’espressione “amare i nemici” che cos’ha di più
interessante e rivelatore, per uno come me che non ci aveva mai pensato?
Non la parola amare ma la parola nemici. I nemici esistono, e quando li
ami non cessano di essere tali. Quelli che ti buttano già Manhattan
sono i nemici. Poi c’è il comandamento di farsi prossimo,
e può darsi che chi va etichettato istituzionalmente come tuo nemico
sia esattamente il tuo prossimo. Qui c’è la parabola del samaritano
che è molto attuale, il samaritano è un nemico tribale e
religioso, lo straniero, il fondamentalista.
Poi, una delle cose belle del vangelo è che non si preoccupa di
armonizzare il tutto. Gesù, il Gesù dei Vangeli, non si
preoccupa di essere troppo coerente. Dunque un nonviolento non deve preoccuparsi
di essere troppo nonviolento. Perché se no diventa scemo, e prima
o poi uccide uno di famiglia.
verso la marcia nonviolenta assisi-gubbio del 2003.
materiali di preparazione
Una perizia psichiatrica per Francesco, figlio di Pietro Bernardone
di Cesare Persiani
Ho avuto recentemente la fortuna di poter esaminare per alcuni giorni
una parte dell’Archivio di Studi Medioevali della città di
Buffalo, nello stato di New York, grazie alla benevole concessione del
suo Direttore Emerito. Con mia grande sorpresa mi sono imbattuto, frugando
in quella selva di documenti, in un manoscritto di estremo interesse che
contiene una relazione medica sulle condizioni psichiche ed intellettive
di San Francesco, stilata da un Suo contemporaneo. Vorrei leggere qui
questo straordinario rescritto, dopo averlo tradotto alla meglio in italiano.
Dunque vediamo: il documento non reca una data, o, per lo meno, io non
sono riuscito decifrarla; penso però che lo si potrebbe collocare
verso la fine dell’anno 1215 o nel 1216.
Si tratta di una vera e propria “perizia psichiatrica” (oggi
diremmo: una C.T.U. cioè una “ consulenza tecnica d’ufficio”)
che era stata richiesta dai Rettori della città di Assisi su istanza
di Angelo, il fratello minore di Francesco, pochi anni dopo la morte di
Pietro di Bernardone che era scomparso senza poter affidare, come tanto
aveva desiderato, l’amministrazione dei beni di famiglia al Primogenito,
poiché questo si era fatto frate.
Io ho immaginato che la relazione venga letta personalmente dall’Autore
davanti ad una magnifica riunione di maggiorenti della Città composta
da magistrati, capitani, prelati e, soprattutto, da ricchi mercanti e
commercianti, convenuti ad ascoltare, pieni di curiosità, ulteriori
particolari su quel figlio di un loro concittadino e collega tanto eminente,
su quel Francesco che poco tempo prima aveva sollevato uno scandalo di
cui ancora tutta la città parlava…
Dunque leggiamo:
“Io, infrascritto messer Cesarius Bergomensis, medico, in utroque
iure laureato, esperto in malattie della mente e dell’animo, con
il presente scritto rispondo ai quesiti pòstimi dai Consoli di
codesta nobile Città di Ascesi sulle condizioni psichiche di Giovanni
detto Francesco, figlio di messer Pietro di Bernardone e di Madonna Pica
provenzale, dopo che lo avessi interrogato ed esaminato.
Il Convenuto Giovanni detto Francesco appare, al nostro esame, giovane
uomo di circa trent’anni, magro, o piuttosto macilento basso di statura,
dal volto allungato e scarnito, barba e capelli malissimamente rasati,
denti bianchi e regolari, occhi neri, luminosi, sempre sorridenti, spesso
inquieti ed inquietanti…Ha un sacco sdrucito per veste, i piedi nudi
nella polvere. Risponde alle mie domande con allegro tono, talora con
ironia, talora persino cantilenando in versi, sempre un po’ sopra
le righe. A parte l’esiguità del corpo dovuta di certo ad
una insufficiente alimentazione, sembra persona di salute cagionevole.
Si dice sia stato gravemente ammalato subito dopo la prigionia in Perugia,
e che abbia avuto una prima crisi, diciamo così, “esistenziale”
all’età di ventitre anni, durante la quale avrebbe deciso
di acquistare rapidamente fama in qualche fatto d’arme o in qualche
nobile impresa. Si arruola così al seguito di Gualtiero di Brienne
che combatte per Papa Innocenzo III; ma, giunto a Spoleto, si ammala di
nuovo e, se vogliamo credergli, ha una “visione”che gli ordina
di non proseguire. E allora torna a casa.
Dopo qualche mese decide di recarsi a Roma pellegrino; ma, anche stavolta,
l’avventura dura poco; e, quando Francesco ritorna, si è fatto
mendicante, dopo aver regalato tutto il denaro del viaggio, ed anche le
vesti, ai poveri. Rientra così alla sua avita dimora tutto sbrindellato,
come un vero vagabondo, tra i lazzi e gli sberleffi della gente, lui,
figlio di un dovizioso e tra i più potenti della città,
e gran banchiere ed abilissimo mercante…Il padre lo rimprovera, lo
minaccia, arriva ad imprigionarlo in uno dei suoi fòndaci, madonna
Pica lo supplica, lo scongiura, tutto è vano: Francesco chiede
ed ottiene di essere portato in presenza del Vescovo Guido e davanti a
lui fa rinuncia perpetua ad ogni suo diritto sul patrimonio paterno, Dice
che vivrà di elemosine, predicando, cantando e ballando per le
strade, mangiando gli avanzi altrui e dormendo sulla nuda terra…
Questi sono fatti che già molti di Voi conoscono e che già
dicono molto sulle condizioni psichiche del Convenuto…
Purtroppo, alcuni tipi balzani come lui lo ascoltano, gli danno retta,
seguono il suo esempio; giovani di ottima famiglia, all’inizio: un
notaio, un avvocato, ed in seguito, tanti e tanti altri della più
diversa estrazione sociale…
Francesco arriva persino a dettare una “Regola” che impone ai
seguaci la povertà assoluta, la rinuncia ad ogni bene materiale;
essi non potranno accettare denari mai, nè làsciti :”I
possedimenti- dice- creerebbero motivo di dispute e violenze: saremmo
costretti ad armarci per difenderli, e ciò ci impedirebbe di amare
il nostro prossimo, sempre”.
Sembra di assistere al sorgere di una delle tante correnti pauperistiche
e pseudoriformistiche dei nostri tempi che sfiorano l’eresia…Ma,
per dei motivi che rinunciamo a comprendere, Papa Innocenzo ha dato la
Sua approvazione…
E gli accoliti aumentano, fino ad essere migliaia al giorno d’oggi,
una folla di straccioni che per lo più si aggira intorno alla Porziuncola;
abitano capanne di fango e vivono di espedienti; molti vanno in giro mendicando,
altri sono andati per terre lontane, predicando e chiedendo un tozzo di
pane.
E Francesco? Nonostante sia spesso ammalato ( soffre soprattutto di stomaco
e di occhi ) dice di voler andare in Oriente, in Siria, in Egitto per
predicare agli Infedeli; dice di voler fare ritiri e digiuni e penitenze
nelle grotte delle montagne…e poi scendere nei villaggi per “portare
il mondo all’Amore”. Si ostina a fare il contadino, il muratore,
il carpentiere, costruendo casupole per i suoi frati, e cappellette per
pregare (mai un convento!)…Vuole curare ed assistere personalmente
i lebbrosi; ha spesso mangiato con loro, dalla stessa scodella!…
L’hanno visto parlare con gli uccelli, con i maiali; carezzare un
lupo…Ha detto ad un asino che, con i suoi ragli, disturbava la predica:
“Frate asino, ti prego di tacere e di lasciarmi parlare”…(
bisogna dire che quello in effetti si è zittito)…E così
ha messo a tacere anche uno stormo di rondini che volavano basse sulla
folla che lo ascoltava…Lui mi ha anche raccontato, con la disarmante
semplicità di chi delira e non dubita di essere creduto, che, talvolta,
nella preghiera solleva talmente il suo cuore verso il Cielo, che persino
il suo corpo si solleva materialmente dal terreno…E poi, e poi,….
va in giro ballando, fischiettando, fingendo di suonare con un bastoncino
un violino invisibile; conosce a memoria diversi passi del Ciclo di Re
Artù e delle Chansons de geste, e li recita, cantando come un menestrello…Siamo
arrivati al punto che al comparire di quella sua figurina sgangherata,
così poco sacra, la campana del villaggio chiama a raccolta gli
abitanti, come per l’arrivo di un circo, e tutti si radunano ad ascoltarlo,
ora con compunzione, ora con risa e lazzi, fino a creare un' atmosfera
carnascialesca …Oltretutto, ciò crea disturbi all’ordine
pubblico! Uomini e donne si precipitano fuori casa, operai e impiegati
lasciano il loro lavoro, mercanti abbassano le serrande, persino Sacerdoti
chiudono i confessionali…
Signori! Tutte le cose che ho fin qui riferito sarebbero più che
bastevoli per dare un’idea dello squilibrio psichico che agita il
convenuto Francesco; ma non è tutto, anzi ,il peggio ancora non
l'ho detto!…
Infatti, le anomalie più gravi della sua mente si manifestano nella
sua concezione dei rapporti interpersonali, nella sua idea di “amore”
e di “amicizia”.
Giovanni di Ascesi detto Francesco afferma che i “nemici” non
esistono!
Nemici suoi personali, nemici dei frati, della Città, della Santa
Chiesa, niente, non esistono! L’inimicizia, dice lui, è solo
frutto di non-conoscenza reciproca. Per lui, non sono nemici i ladri,
i grassatori, gli assassini…Lui non vuole far distinzione tra l’agnello
ed il lupo, tra la tortorella ed il serpente…Tutti uguali, per lui
, tutti figli del Signore…Non sono nemici neanche gli infedeli, e
vorrebbe mandare alcuni suoi frati nel Marocco a predicare ( e, magari,
li ammazzeranno!..); vorrebbe, lui stesso, in persona, recarsi davanti
al Sultano negli accampamenti dell’Africa per convincerlo, per persuaderlo
con belle paroline, a restituire il Santo Sepolcro alla Cristianità…favole
e canzonette, in luogo di balestre e spadoni! E i Catari, e gli Albigesi,
e tutti gli eretici… blandirli, accoglierli, ascoltare le loro ragioni,
anziché annientarli, sterminarli, bruciarli vivi !… E tutto
ciò, mentre i nostri Papi guerrieri armano contro il Saraceno valorosissimi
Crociati, mandano eserciti nell’Europa francese e germanica ad estirpare
le gramigne dell’eresia, e partono loro stessi in persona, ricoprendo
le bianche vesti di lucenti corazze…
Si dovrebbero invece usare, secondo il convenuto Francesco, le maniere
dolci verso i nemici, gli esempi di umiltà, di comprensione; cercare
di capirli, anziché di distruggerli…
Per Francesco, insomma, non esiste una “guerra giusta”!!!
Ma si potrebbe dire una bestialità più grande!!??
Del resto, cosa vi volete aspettare da uno che arriva a dire (cito testualmente):
“Quando noi giungeremo a santa Maria così bagnati per la piova
e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, o
frate Lione iscrivi che qui è perfetta letizia …E quando bussando
noi alla porta, ne uscirà fuori il portinaio adirato, con uno bastone
nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e getteracci a terra e involgeracci
nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone…o frate
Lione iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia…”
A questo punto, prima che l’illustre relatore tiri le conclusioni
ed emetta la sua diagnosi, osserviamo la nobile assemblea di ‘majores’
così dotti, così pasciuti, ora un po’ annoiati ed anche
infastiditi da quella tiritera che sta diventando una concione; si sentono
un po’ sprecati a star lì, così’, in silenzio,
ad ascoltare le vicende di un povero frate strambo…;ed è ormai
l’ora di pranzo, gli ascoltatori sono ormai stanchi. Dietro le fronti
imperlate di sudore si muovono lentamente sensazioni diverse e pensieri
lontani; le elucubrazioni si appannano, i sillogismi pèrdono sostanza
e vigore, si mescolano in una greve nebulosità con le immagini
più gratificanti delle domestiche cucine, odorose di vivande in
preparazione, dove i servi cominciano a togliere i piatti ed i calici
dalle massicce credenze…La pianti, dunque, questo dottissimo rompiscatole,
e concluda una buona volta!
Ad finem, eccellentissimi signori, la diagnosi dei disturbi del convenuto
apparirà evidente dai fatti esposti finora: siamo in presenza di
una personalità psicopatica di tipo isterico-esibizionista, con
atteggiamenti fatui e misticheggianti ma, soprattutto affetta da ‘
paranoia delirante ‘.
Giovanni di Pietro da Ascesi è proprio matto, insomma, e matto
da legare. Ho finito.
Finalmente. L’illustre consesso è percorso da un sospiro
liberatorio. Già alcuni scranni scricchiolano sotto i poderosi
deretani che si alzano per avviarsi all’uscita…Si borbotta:
”E ci voleva tutta questa tirata per una simile conclusione?”
Si sussurra: “Che fosse matto l’avevamo sempre sospettato!..”
“E non lo dice lui stesso, quel frate, che vuole essere il ‘novello
pazzo nel mondo’? “
I lessi e gli arrosti sono ormai prossimi, le secrezioni gastriche già
sono in movimento…Fuori da questo salone fa più fresco, c’è
il verde, ci sono i fiori…-“ e che i matti li mettano in manicomio
e ci lascino in pace…Noi la nostra strada la sappiamo, noi ! “
Ma proprio in quel momento, in Paradiso, le schiere degli Angeli e dei
Santi, dei Cherubini, dei Serafini, degli Arcangeli tutti, che hanno ascoltato
anch’essi in profondo silenzio la dotta relazione, prorompono in
esultanza a festeggiarne la conclusione: alzano grida gioiose, in risate
ironiche e compassionevoli; guardandosi l’un l’altro con visi
lieti volano cantando a preparare un posto a Francesco, quando arriverà,
un seggio tutto d’oro luccicante, e tempestato di rubini e diamanti
e smeraldi, nel più alto dei Cieli….e cantano, e volano…
Ma il Padrone di Casa, tutto sorridente anche Lui dietro la grande barba,
dolcemente li dissuade: “Ma no, cari, lasciate stare! Il posto a
quel Francesco glielo cedo io, io gli darò il mio seggio. Tant’è,
io mi sono un po’ stancato di star lì, su quel trono da tanto
tempo!…A dire il vero, non sono più neanche sicuro di essere
ancora indispensabile, io, ora che una nuova e così grande scintilla
d’amore si è accesa sulla terra!…Sì, metteremo
lì quello straccione, quel mattacchione di Francesco, quando arriverà;
se lo merita, quel trono è suo, poiché :
UBI CARITAS ET AMOR DEUS IBI EST.
E così sia.
Relazione presentata al Congresso dei Medici scrittori, 2002, Rieti.
Dott. Cesare PERSIANI
Medico chirurgo- Specialista in Neuropsichiatria
Sorisole-(Bergamo) Via Madonna dei campi 3
Tel.035/572014
Poliziotti che ci picchiano
Poliziotti che ci difendono
Ho due amici: Gianni che è difeso dai poliziotti, Salvatore che
è stato picchiato. Il primo fa parte di Libera e ha promosso coraggiose
iniziative per la confisca dei beni ai mafiosi: ora passa la volante sotto
casa sua per proteggerlo. Il secondo - uno psicologo gentile che organizza
corsi per educare alla democrazia e al dialogo - fa parte di Attac. Lui
un anno fa era a Napoli, alla manifestazione antiglobalizzazione del marzo
2001. Lì venne ripetutamente colpito al capo mentre cercava di
spiegare (invano) ai poliziotti che accanto a sé aveva un disabile.
Ma perché stavano lì, se le stavano cercando le mazzate?
La verità è che non potevano fuggire, erano state bloccate
dalla polizia tutte le vie di fuga e i manifestanti si aspettavano solo
di ricevere delle botte che sono puntualmente arrivate con un'insolita
violenza. Questo mio amico - colpito a sangue mentre copriva con il suo
corpo il disabile - ha rischiato di finire sulla sedia a rotelle. Non
tutti i manifestanti erano pacifici, ma Salvatore lo era di sicuro. Allora
non c'era la "polizia cilena" di cui ha parlato D'Alema dopo
il G8: c'era il centrosinistra al governo. La notizia del poliziotti arrestati
a Napoli per le violenze compiute in quella giornata napoletana ci obbliga
pertanto ad un riesame più generale dei sistemi di addestramento
dei poliziotti che non sembrano essere variati con il variare dei governi
e del loro orientamento politico.
L'arresto dei poliziotti può scandalizzare chi non sa o fa finta
di non sapere cosa è avvenuto un anno fa a Napoli. La solidarietà
manifestata dai quei poliziotti che si sono platealmente ammanettati e
hanno inveito contro la magistratura non fa che avvelenare gli animi.
Noi nonviolenti che ruolo possiamo svolgere in questa circostanza?
Dobbiamo saper compiere la paziente opera di chi vuole e sa distinguere,
in una impopolare ma benefica azione di dialogo.
Non possiamo "mettere insieme" chi ha picchiato Salvatore e
chi ora protegge Gianni. Dobbiamo distinguere il poliziotto che picchia
e il poliziotto che difende, il poliziotto che scredita lo Stato democratico
e il poliziotto che lo incarna.
Noi sappiamo quanto è importante l'azione delle forze dell'ordine
in città a forte penetrazione mafiosa. La presenza e l'efficace
azione di contrasto degli uomini in divisa è premessa di legalità,
è la base stessa per parlare di partecipazione democratica e di
rottura delle logiche dell'omertà. Ecco perché smarrire
il dialogo significa smarrire la prospettiva stessa di vittoria comune
contro i poteri mafiosi. Ma proprio perché abbiamo a cuore la legalità
non possiamo non tacere sull'addestramento dei poliziotti, un addestramento
che sembra sottrarsi - almeno per alcuni aspetti essenziali concernenti
l'uso della forza - al controllo democratico.
Faccio un esempio.
Un breve ma interessante filmato di Alberto Angela del 13 aprile scorso
ci ha fatto scoprire le analogie di addestramento fra le legioni romane
e le squadre di polizia nella gestione degli "scontri di piazza".
Come spiegava il barbuto figlio di Piero Angela, i legionari romani dovevano
avanzare contro i barbari battendo sullo scudo ritmicamente la spada e
cercando di incutere paura al nemico; il filmato riprendeva gli istruttori
di polizia nel fare lo stesso.
"Dobbiamo incutere paura", diceva l'istruttore in tuta nera
nel cortile di addestramento, mentre in aula, lì dove si fa la
"teoria", un altro poliziotto istruttore sorridente spiegava
con chiarezza: "Chi ci sta di fronte deve pensare che siamo bestie.
Ma noi dobbiamo sapere che siamo bestie addestrate". Il filmato era
relativo all'addestramento della polizia francese e sarebbe interessante
sapere se in Italia vengono applicati gli stessi principi con cui i legionari
romani si addestravano per ricacciare indietro i barbari.
I manifestanti non sono barbari da ricacciare indietro e la funzione dei
poliziotti deve essere quella di proteggere le persone e non di "punirle".
Qualunque sia la manifestazione a cui partecipano, giuste o sbagliate
che siano le loro idee (ma chi può giudicare le idee?), le persone
che i poliziotti hanno di fronte sono cittadini da proteggere e da rispettare.
E' qui la differenza fra un'azione di guerra (come quella che conducevano
i legionari romani) e un'azione di polizia. L'azione di guerra ha come
fine la sconfitta del nemico e la sua capitolazione. L'azione di polizia
ha l'obiettivo di difendere i cittadini, la loro sicurezza e i loro beni.
L'azione di guerra aumenta la violenza fino a piegare l'avversario, l'azione
di polizia riduce la violenza usando la forza come mezzo di protezione
della società; l'esercito obbedisce ad una logica violenta, la
polizia deve obbedire ad una logica nonviolenta. Ecco perché Gandhi
nella nuova India indipendente non voleva l'esercito ma voleva la polizia.
Alessandro Marescotti
www.peacelink.it
Il movimento per la pace in Israele: obiettori
di coscienza per la convivenza
Sergio Yahni è il co-direttore dell’Alternative Information
Center (www.alternativenews.org), un’organizzazione israelo-palestinese,
fondata da Michail Warchawski, che diffonde informazioni, ricerche e analisi
politiche sulle società israeliana e palestinese e sul conflitto
in corso, cercando di promuovere una cooperazione “dal basso”
tra i due popoli, basata sui valori della giustizia sociale, della solidarieta’
e del coinvolgimento comunitario.
Sergio, oltre che giornalista e attivista di Taayush, è anche un
riservista che si rifiuta di fare il servizio militare, e per questo è
già stato in carcere quattro volte.
Qual è lo scenario attuale della politica israeliana dopo la conclusione
dell’operazione militare “Muraglia di difesa”?
Siamo in uno stallo completo. Il governo vorrebbe portare a compimento
la distruzione delle infrastrutture dell’Anp, ma si è fermato
perché dopo l’assedio al campo di Jenin non sa quale potrebbe
essere la reazione della Comunità Internazionale. L’operazione
“Muraglia difensiva” non è finita, è solo stata
ristretta.
L’11 settembre è cominciata la “Guerra globale contro
il terrorismo” degli Stati Uniti. E mi sembra abbastanza chiaro che
il governo israeliano ha visto una grande opportunità per poter
risolvere militarmente il conflitto con i palestinesi, approfittando dell’appoggio
americano (ancora più di prima gli americani “devono”
sostenere Israele) e del lampante silenzio dell’Unione Europea. L’esercito
ha dato il via a una tremenda escalation di violenza con l’obiettivo
di distruggere l’Anp, la sua autorità militare, di polizia,
e le infrastrutture civili e sociali dei palestinesi, per distruggere
in realtà qualsiasi sogno di uno stato, di un’unità
nazionale palestinese. Ma la resistenza di Jenin ha messo in qualche modo
in crisi questo disegno, per due motivi. Da una parte la perdita di 20
soldati a Jenin (più che in tutte le battaglie e in tutte le operazioni
dall’inizio della seconda Intifada) ha scosso l’opinione pubblica
israeliana; d’altra parte ha aperto una finestra critica nella Comunità
Internazionale. Forse è una sensazione che voi in Italia avete
poco, ma nell’esercito israeliano il fatto che l’Onu volesse
aprire un indagine sui fatti di Jenin ha creato non poco scompiglio, ha
fatto paura. In più la pressione dei paesi arabi sugli Stati Uniti
porta un’ulteriore implicazione: gli Usa non possono più supportare
in modo indiscriminato la violenza israeliana.
Questi sviluppi hanno creato un grande vuoto nella politica israeliana.
Il processo di Oslo è chiaramente morto. La soluzione finale militare
di Sharon all’apparenza continua, ma qualche giorno fa il Comitato
centrale del Likud ha votato contro la proposta di Sharon a favore della
creazione di un futuro stato palestinese. In realtà la partita
in gioco non era tanto lo stato palestinese, ma l’egemonia all’interno
del Likud. Il partito del primo ministro che gli vota contro, privilegiando
la posizione di Netanyahu: questo è un dato politico importantissimo.
Il ciclo di violenza poi ha come conseguenza un generale spostamento a
destra della società israeliana. I Laburisti sono spariti, e il
Meretz non sa capitalizzare questa scomparsa. L’estrema destra promuove
l’idea della deportazione dei palestinesi: il partito dei coloni
attua una pressione ideologica fortissima in questa direzione. Per quanto
il Likud sia frammentato, anche al suo interno sta crescendo l’appoggio
alla deportazione.
E’ una situazione di caos politico e sociale contraddittoria, schizofrenica.
Nel 1996 votammo per la prima volta il primo ministro con l’elezione
diretta, ma la Knesset ha emanato una legge per cui nelle prossime elezioni,
nel 2003, si tornerà al sistema precedente, dunque sarà
il partito di maggioranza a scegliere il primo ministro. E in questo totale
vuoto politico la partita sarà tra Sharon e Netanyahu, che hanno
già cominciato a giocarsela…
E il movimento pacifista come si colloca in questo quadro?
Dopo Jenin anche la protesta israeliana è cambiata, sia quantitativamente
che qualitativamente. E’ cresciuta, da poche decine a molte migliaia.
Ma quando parliamo di movimento pacifista dobbiamo fare delle differenziazioni.
In primo luogo c’è “Peace Now” che è l’espressione
di una classe media israeliana confusa e addormentata, e non ha un reale
disegno politico. L’idea di base è quella del ritiro di Israele
entro i confini del 1967, ma poi vuole la sostituzione di Arafat e la
democratizzazione dell’Anp, esattamente come Sharon. Non cerca di
andare alle radici, alle cause dei problemi, non fa un analisi. Io leggo
in tutto questo una logica coloniale, tesa a condizionare l’indipendenza
e l’autodeterminazione del popolo palestinese. C’è alla
base una contraddizione, un circolo vizioso: no alla violenza dell’esercito,
ma d’altra parte la violenza è necessaria per costringere
i palestinesi a democratizzarsi.
Peace Now è il movimento più ampio, l’altra parte è
costituita dal “Movimento anticolonialista”, di cui fanno parte
Gush-Shalom, L’Aic, Taayush, L’Icahd (Israeli committe against
house demolition). Questo movimento non accetta la “pace a ogni condizione”,
la pace deve avere delle condizioni! E’ un movimento misto, di arabi
israeliani e di ebrei. Cerca di mettersi su un piano di parità
con i palestinesi, senza imporre le proprie logiche, cercando di parlare
lo stesso linguaggio. Si preferisce provare a dialogare non tanto con
i partiti politici, ma con comitati popolari, cercando di ascoltare le
voci “dal basso”.
C’è una grande differenza tra la concezione paternalistica
di pace che ha Peace now e quella del movimento anticolonialista. Peace
Now vuole sicuramente la pace, ma specifica sempre “per il bene degli
israeliani”, lo ripetono anche nei loro slogan; per il movimento
anticolonialista la pace è soprattutto solidarietà con il
popolo palestinese.
E utilizza metologie di lotta nonviolenta, mi pare…
Sì, soprattutto Taayush (in arabo, convivenza), un’organizzazione
nata nel 2000, all’inizio della seconda Intifada, quando in una manifestazione
furono uccisi 13 arabi-israeliani. Il fatto di unire insieme in uno stesso
gruppo arabi ed ebrei su un piano di assoluta parità, senza gerarchie,
per noi è davvero nuovo. Taayush in quest’ultimo anno ha fatto
molte azioni nonviolente, proteste ai check-point, presidi nelle case
palestinesi, manifestazioni di accompagnamento di convogli umanitari.
I gruppi di Taayush utilizzano il metodo del consenso per prendere decisioni,
e se vuoi far parte di quest’organizzazione una precondizione è
proprio quella di essere obiettori di coscienza.
Non hai parlato dei riservisti… sono anche loro parte della protesta…
Sì, certo, ma il discorso è un po’ diverso… La
maggior parte dei riservisti che si rifiutano di fare il servizio nei
Territori occupati hanno un’idea sionista dello stato ebraico, e
ritengono che l’occupazione violi la democrazia, una delle basi fondamentali
del sionismo. Non sono per la smilitarizzazione, ritengono che lo stato
vada militarmente difeso, e non sono contro la guerra in assoluto; ritengono
però che questa guerra non sia la loro guerra.
Quali sono i referenti politici della protesta all’interno della
Knesset, se ci sono?
In realtà questo è il grande problema… il movimento
pacifista non ha referenti politici. Peace Now prima aveva un filo diretto
con i laburisti. Il movimento anticolonialista sta cercando proprio in
questi giorni di iniziare un processo di costruzione di una possibile
alternativa politica, insieme ai verdi e ad alcuni movimenti che potremmo
definire simili ai social forum Italiani, per creare un’alternativa
politica “olistica” all’attuale governo. E’ certo
un discorso molto difficile da fare. Nel formare un movimento politico
spesso tutti sono d’accordo nel dire verso cosa si è contro,
ma nel momento in cui si cercano degli obiettivi comuni, iniziano difficoltà,
scontri, vengono fuori tutte le differenze. Si sta preparando un congresso
nazionale per il mese di settembre o ottobre, al quale parteciperanno
i vari movimenti regionali che si sono già creati. Proprio in questi
giorni a Gerusalemme si sta svolgendo un iniziativa molto particolare,
un “seminario di attivismo”, nel quale si stanno cercando di
raccogliere le diverse esperienze e per arrivare il più possibile
uniti al congresso di ottobre. Io sono ottimista e penso tutto sommato
che sia un buon momento per un progetto simile, perché la crisi
nella politica israeliana è così radicata che c’è
un bisogno fortissimo di creare un movimento politico nuovo e alternativo.
Francesca Ciarallo
Associazione Papa Giovanni XXIII
impegnata in Israele/Palestina con due progetti, il Go’el e l’Operazione
Colomba.
In Italia il meeting annuale dell’European
Network for Civil Peace Services (EN.CPS)
Corpi di Pace europei in missione speciale a Milano
Lo scorso aprile si è tenuto, per la prima volta in Italia, il
meeting annuale dell’EN.CPS (European Network for Civil Peace Services).
La Casa della pace di Milano, l’Associazione per la pace e il Centro
Studi Difesa Civile (CSDC) hanno fortemente voluto questo meeting, intitolato
Civil Peace Services in EU politics: streghthening non-military options
(I servizi civili di pace nelle politiche comunitarie: sostenere le prospettive
della scelta non-militare), proprio per permettere alle organizzazioni
componenti della rete europea di entrare in contatto diretto con la realtà
italiana.
L’EN-CPS lavora per la creazione a livello europeo di contingenti
di caschi bianchi (o Corpi Civili di Pace (CCP) o peace services) da inviare
in zone di conflitto, ed è in quest’ottica che nel corso del
meeting sono stati affrontati i problemi e le prospettive del percorso
per far implementare all’Unione Europea le ormai numerose raccomandazioni
parlamentari per istituzionalizzare l’opzione non-militare (civile)
dei Corpi civili di pace. Per la prima volta è stata poi presentata
la possibilità di una missione internazionale congiunta del network,
probabilmente a Cipro.
In particolare il dibattito sulle strategie per sostenere l’opzione
non militare nelle politiche dell’Unione ha sollevato le seguenti
questioni.
Dal punto di vista della comunicazione al grande pubblico, si è
riscontrata l’opportunità di non confondere la costruzione
nel breve periodo di strumenti professionali per la costruzione della
pace con l’obiettivo dell’abolizione degli eserciti. Il caso
Svizzero (due referendum persi per questo motivo,vedi box) ha dimostrato
chiaramente la difficoltà di perseguire contemporaneamente uno
sforzo verso il riconoscimento istituzionale dell’intervento civile
nei conflitti e l’opposizione tout court agli strumenti militari.
D’altro canto, per individuare comuni modalità d’azione,
si cercherà di creare un codice di buona condotta che possa funzionare
anche da parametro per stabilire dei criteri di valutazione comuni alle
varie esperienze di CCP/caschi bianchi. In quest’ottica c’è
bisogno di uno studio a livello europeo, che sistematizzi le “buone
pratiche” e possa essere utilizzato per costruire ulteriore reputazione
e credibilità all’approccio dei CCP. In questa direzione il
CSDC, in accordo con altre organizzazioni interessate, sta avviando un’indagine
che permetta di trarre il meglio dalle esperienze italiane, facendo seguito
alla ricerca (in arrivo in libreria) su “ONG e la trasformazione
dei conflitti.” (a cura di F.Tullio, Edizioni Associate Editrice
Internazionale, pagg. 500 circa).
Il piano di lavoro che ne è uscito è alquanto denso:
un gruppo di lavoro avrà il compito di elaborare un questionario
da sottoporre alle varie organizzazioni per giungere a degli obiettivi
operativi comuni;
un gruppo di lavoro cercherà di verificare la possibilità
di organizzare da parte del network una conferenza sui CCP europei che
aggiorni pubblico e istituzioni sugli sviluppi, da tenersi probabilmente
a Bruxelles tra ottobre e novembre;
si potrebbero realizzare scambi di stagisti tra le varie organizzazioni
attraverso lo European Volunteers Service;
la prossima riunione annuale nella seconda metà di Marzo 2003 in
Austria.
Il lavoro europeo potrà ora portare nuove energie e prospettive
anche al movimento per la pace italiano.
Karl Giacinti
Alessandro Rossi
CSDC- Associazione per la Pace
Cos’è l’European Network of Civil Peace Services
L’EN.CPS è una rete di coordinamento di organizzazioni che
lavorano per creare “Servizi Civili di Pace” in molti paesi
europei. Queste organizzazioni hanno in comune l’obiettivo di sviluppare
gli strumenti di interventi civili nei conflitti, attraverso peace teams
adeguatamente addestrati, ma anche attraverso campagne di informazione
e lavoro di lobby per accrescere la consapevolezza pubblica e delle istituzioni
verso la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Maggiori informazioni
riguardo al network sono disponibili sul sito www.4u2.ch
Alcune esperienze significative
Associazione per la pace, riportando di Action for Peace, e l’Associazione
Papa Giovanni XXIII, testimoniando della Operazione Colomba e di “Anch’io
a Bukavu”, hanno attirato l’attenzione degli ospiti, sorpresi
dalla dimensione di massa di queste iniziative.
Si sono anche confrontati gli approcci formativi che si stanno attuando
in materia: il Centro Studi Difesa Civile, col corso di formazione professionale
di 500 ore organizzato insieme al Comune di Roma, che applica un approccio
comprendente la gestione delle emozioni; l’ASPR, che nei pressi di
Vienna forma gli osservatori internazionali supportato dal Ministero degli
Esteri austriaco; lo Stichting Burger Vredes Teams Nederland in Olanda;
la Fondazione Alexander Langer con le scuole estive multinazionali.
Anche l’aspetto di “lobbyng pacifista” era rappresentato,
con la responsabile dello European Prevention Liaison Office- EPLO, che
a Bruxelles difende il punto di vista di 14 grandi ONG e reti europee.
Altre esperienze dai vari paesi:
- Austria: Austria Peace Service, un coordinamento di varie organizzazioni
pacifiste austriache di cui fa parte anche l’ASPR. Entrambe le organizzazioni,
benchè fortemente strutturate, stanno attraversando un periodo
difficile dovuto al taglio dei finanziamenti pubblici deciso dal governo
di destra.
- Germania: Il forum ZFD è una delle realtà più organizzate
tra i partecipanti al network, raccoglie molte organizzazioni e lavora
soprattutto grazie a fondi dei ministeri degli esteri e della cooperazione.
Il ZFD, nonostante storicamente sia nato da organizzaizoni politiche e
ecclesiastiche, ha deciso di separare l’attività politica
contro la guerra dall’organizzazione professionale dei corpi civili
di pace, in modo da proseguire l’opera di lobbying per l’istuzionalizzazione
dei CCP.
- Inghilterra: Peaceworkers UK funge da segretariato di un network di
4 grandi organizzazioni non governative inglesi per le attività
che concernono l’intervento civile nei conflitti. Attualmente l’organizzazione
sta promuovendo a livello istituzionale la creazione del servizio civile
di pace in Inghilterra ed è il nodo britannico della nascitura
Nonviolentpeaceforce. ....
Il progetto Nonviolent Peaceforce: nasce da un’esperienza americana,
ma aspira a divenire di respiro mondiale attraverso la creazione di una
ONG internazionale, federazione di organizzazioni regionali presenti in
tutti i continenti, che promuova un corpo civile multinazionale e multiculturale
completamente autofinanziato. Nonviolentpeaceforce ha aperto da poco anche
un ufficio europeo a Bruxelles. Altre informazioni su www.nonviolentpeaceforce.org
- Svizzera: Le organizzazioni svizzere Gruppe für eine Schweiz ohne
Armee (Svizzera), stanno attraversando una crisi profonda in seguito alla
bocciatura di due referendum ( 80 per cento di no e un’astensione
molto alta) a cui avevano lavorato negli ultimi mesi. I referendum in
questione riguardavano: l’abolizione dell’esercito e la creazione
di un contingente civile di caschi bianchi.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
La violenza delle scritte ingiuriose e gli atti simbolici di riconciliazione
In una scuola dell’obbligo, l’ultima settimana prima delle
vacanze estive, nell’intervallo di pranzo, qualcuno col pennarello
rosso scrive sui muri e sulla lavagna di una classe degli insulti a un
insegnante. “Il professore è un pedofilo” “X….
sputa dappertutto”. Si può immaginare il dispiacere dell’insegnante
quando vede queste scritte al momento del rientro in classe. La direttrice
e qualche collega interrogano gli allievi, ma nessuna testimonianza consente
di individuare il colpevole. Alcuni allievi che sono stati indicati in
questi colloqui rifiutano le accuse. Nulla permette di stabilire un sospetto
fondato. Gli insegnanti sono premuti dal tempo: vorrebbero che questa
questione fosse conclusa prima della festa di fine anno, prevista per
l’ultimo giorno di scuola. Chiedono ai colpevoli di autodenunciarsi;
la direttrice comunica la sanzione che sarà applicata:
-1- lavoro di pubblica utilità a titolo di riparazione: pulizia
di muri (la pulizia dei muri della classe era già stata effettuata
immediatamente);
- 2- colloquio riservato con la direttrice;
-3 – scuse presentate al professore nell’ufficio della direttrice.
Malgrado la leggerezza della pena, nessuno si presenta. L’equipe
degli insegnanti e dei delegati degli studenti riflette su questa situazione:
non si può dare una punizione collettiva nonostante questa sia
richiesta da molti allievi; è meglio lasciare un colpevole impunito
che condannare ingiustamente. Bisogna definire la questione prima delle
vacanze, spiegando che si tratta di un fatto elementare di giustizia.
E’ infatti in gioco un lavoro delicato che concerne la memoria e
l’oblio. Poiché nessuno vuole lasciare la cosa in sospeso,
si decide di inquadrare i fatti nella prospettiva della mediazione. Non
solo il tempo è limitato, ma è posta in questione la festa
di fine anno: possiamo ancora fare una festa dopo questo atto? Se non
si fa ciò che si è previsto si mostra la debolezza dell’organizzazione
, che ne risulta così penalizzata. Così si prendono alcune
decisioni per realizzare la mediazione. In un primo tempo la direttrice
affigge un calendario dei giorni che rimangono prima delle vacanze e la
festa di chiusura dell’anno scolastico: esso indica in questi termini
le scadenze “Finchè il/i responsabile/i delle scritte ingiuriose
non saranno identificati non è possibile vivere serenamente a scuola.
Non ci restano che 4 giorni per ritornare a vivere insieme serenamente”
Tutte le mattine, durante la settimana, davanti a tutte le classi riunite
la direttrice incolla un’etichetta cambiando il numero dei giorni:
3-2-1.
Gli insegnanti pensano che i colpevoli non resisteranno alla pressione.
Invece così avviene.
L’ultimo giorno, mentre le classi sono in cortile, gli insegnanti
e i delegati degli studenti si riuniscono per trovare un atto simbolico
che segni la riconciliazione, al di là della giustizia, poiché
non è emerso nessun colpevole, che possa riparare l’affronto.
Si decide che, prima della festa, tutta la comunità degli allievi,
personale insegnante e non insegnante, si riunirà nel cortile,
attorno ad una siluette , una sorta di spaventapasseri fabbricato alla
veloce, con un attaccapanni vestito con una giacca e con una maschera
bianca. La direttrice chiede il silenzio e , molto solennemente, il maestro
si rivolge al fantoccio: “Io non ti conosco e può darsi che
nessuno ti conoscerà mai, ma sappi che mi hai ferito e che questo
è intollerabile, per me e per tutti. Noi allora ti diciamo ciò
che pensiamo di te, quando tu agisci così. Poi ti espelleremo.
Colui che stiamo per espellere non è una persona, è soltanto
un fantoccio, una parte di una persona che non vogliamo vedere tra noi.
Poiché sappiamo che la persona che ha scritto queste ingiurie vale
ben più di quel che ha fatto, vale ben più di questo atto
di cui lei stessa non vuole neanche parlare. Quando ti avremo espulso,
potremo divertirci”. Poi ciascun delegato passa davanti al fantoccio,
diventato capro espiatorio, dicendo: “Noi condanniamo ciò
che tu hai fatto. Sparisci dalla nostra festa”.
Dopo che ciascuno ha parlato, il fantoccio, sempre molto solennemente
e in presenza di tutti , è portato in un luogo oscuro, non dimenticato,
ma escluso dalla festa.
Poiché non si poteva rendere giustizia e dato che tutta la comunità
scolastica era stata ferita, bisognava che l’atto ingiurioso fosse
ripreso e sanzionato in qualche modo. Bisognava integrare questo atto,
attraverso il lavoro della parola, nella vita della scuola, perché
si trasformasse in atto educativo.
Ciò che è stato rilevante è stato tutto il lavoro
dei delegati con gli insegnanti e con i compagni allorché rendevano
conto di quanto discusso. Tutto il lavoro di analisi dei fatti, i sentimenti
provati per l’offesa, i valori della persona, della sanzione e della
riparazione, i riferimenti al diritto (definizione della questione, sanzione
individuale e non collettiva…), ruolo del linguaggio verbale nel
quadro di uno scambio autentico. Si erano stabilite regole di discussione
perché ciascuno potesse parlare ed essere ascoltato; perché,
a partire dalla pluralità delle opinioni, si potesse costruire
una soluzione condivisa collettivamente. L’organizzazione del dibattito,
naturalmente, è stata impostata dagli insegnanti.
Un’altra fonte di riflessione è il valore degli atti simbolici
che possono essere posti per sfuggire alla rottura del legame sociale
e al sospetto generalizzato, per riconciliare le persone, colpite dalla
violenza. La violenza, i conflitti trovano sovente la loro risoluzione
nell’immaginario; bisogna trovare degli spazi di comunicazione organizzata
perché la creatività possa svilupparsi collettivamente.
Le assemblee generali diventano presto il regno della demagogia e del
terrorismo intellettuale ; ciò di cui abbiamo bisogno è
di istituzioni capaci di innescare e organizzare il dibattito pubblico.
Le tecniche di brainstorm, l’uso di metafore e altri accorgimenti,
sono serviti a costruire in poche ore, nel corso di questa settimana di
lavoro della parola, nello spazio di una scuola, un atto altamente simbolico.
Le frasi che sono state pronunciate con solennità sono state concepite,
scritte, e riscritte, sono state pesate, perché non potevano essere
improvvisate. Sono state condannate le scritte ingiuriose, così
come quella parte della persona che ne era l’autore, e non la totalità
della persona. Ed è questa parte che è stata simbolicamente
esclusa. Credo, per parte mia, al valore degli atti simbolici che sono
costruiti nello spazio della mediazione. Sono essi che rappresentano una
prospettiva di soluzione. Quando la giustizia, le sue leggi e regole stabilite
non riescono a funzionare, o quando la giustizia si è realizzata,
è necessario in ogni caso ritessere dei legami, riconciliare le
persone. In questa situazione anche la violenza, i conflitti aggressivi
possono essere integrati nella vita sociale e delle istituzioni e diventare
anch’essi educativi.
Jean Pol Rocquet, inspecteur de l’éducation, Champagne
In Courrier Aéré, n.95, 2001/3, Rennes riportato da « Generation
Mèdiateur » n.5, dicembre 2001
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Intervista (impossibile) a John Lennon e George Harrison
Pace, Amore e Rock’n’roll
…sono emozionatissimo, peggio che all’esame di maturità,
o alla discussione della tesi…. Un vecchio sogno della mia infanzia
prende corpo: sto per incontrare John e George, sì proprio loro,
due dei Beatles. Di passaggio in Italia per un viaggio, hanno concesso
un’intervista ad Azione nonviolenta. I contatti li abbiamo presi
tramite la War Resisters Internationale, alla quale Lennon e Harrison
ogni tanto lasciano un finanziamento. Ci incontriamo in una saletta riservata
dell’aeroporto Malpensa. Il tempo concesso è di mezz’ora.
Arrivo e loro sono già lì. Un sorriso, una stretta di mano;
io sono evidentemente imbarazzato, non riesco ad iniziare. John mi prende
in contropiede e fa lui la prima battuta: “Ti chiami come il Presidente
cinese, che non era proprio un nonviolento… era meglio se ti chiamavi
come Gandhi” ride, e l’atmosfera immediatamente si scioglie.
Arriviamo subito al dunque, e al motivo del nostro incontro. Cos’è
per voi, oggi, la nonviolenza?
JOHN. Per me vale ancora quello che ho scritto più di trent’anni
fa in Revolution, quelle parole esprimono bene ciò che provo tutt’ora
nei confronti della politica. Non contate su di me se di mezzo c’è
la violenza. Non aspettatevi che salga sulle barricata se non con un fiore.
E per quanto riguarda rovesciare qualcosa in nome di qualche ideologia,
voglio sapere cosa si farà dopo averla abbattuta. Intendo dire:
non si potrebbe tenere buono qualcosa? A cosa serve mettere le bombe a
Wall Street? Se vuoi cambiare il sistema, cambia il sistema, non serve
a niente ammazzare la gente. Se vuoi la pace non la otterrai mai con la
violenza. Ditemi quale rivoluzione violenta ha funzionato. Certo, qualcuna
ha conquistato il potere, ma dopo cosa è successo? Lo status quo.
La storia di abbattere il sistema va avanti da sempre. L’hanno fatto
gli irlandesi, i russi, i francesi, i cinesi, e questo dove li ha portati?
Da nessuna parte. E’ sempre lo stesso vecchio gioco. Chi guiderà
il crollo? Chi prenderà il potere? I peggiori distruttori. Sono
sempre loro ad arrivare primi. Quello che ho detto in molte mie canzoni
è: cambiate la vostra testa. Se pensiamo a chi ha il potere, dobbiamo
ricordarci che sono loro i malati. E, se hai un bambino malato in famiglia,
non lo butti fuori di casa: cerchi di prenderti cura di lui e gli porgi
la mano. Quindi prima o poi si deve trovare un punto di incontro con ciascuno,
anche con i potenti. Se davvero noi siamo la generazione consapevole,
dobbiamo stendere la mano al bambino ritardato e non dargli un calcio
sui denti. L’unico sistema per assicurare una pace durevole è
cambiare la nostra mentalità: non c’è altro metodo.
I fini non giustificano i mezzi. La gente ha già il potere; tutto
quello che noi dobbiamo fare è prenderne coscienza. Alla fine accadrà,
deve accadere. Potrebbe essere adesso o fra cento anni, ma accadrà.
GEORGE. Gandhi dice di creare e conservare l’immagine della propria
scelta. L’immagine della mia scelta non è il Beatle George:
perché vivere nel passato? Sii qui ed ora. L’unica cosa importante
della vita è il karma; la nostra vera natura consiste nel ristabilire
ciò che sta dentro. La meditazione serve a districare tutta la
confusione del tuo io, così quando te ne sei liberato diventi ciò
che comunque sei. Ecco lo scherzo: siamo già ciò che vorremmo
essere. Tutto ciò che dobbiamo fare è districarlo. Attraversiamo
la vita trascinati dai sensi e dall’ego, cercando sempre nuove esperienze.
Ma lungo il percorso ci invischiamo con l’ignoranza e l’oscurità,
così sebbene siamo fatti di Dio non riusciamo a riflettere Dio.
La nonviolenza è la strada che ci porta verso questa ricerca dell’assoluto
in noi stessi.
Molte vostre canzoni hanno affrontato il tema religioso. Come parlereste
oggi ai giovani della fede e della morte?
JOHN. Ho sempre sospettato che ci fosse un Dio anche quando pensavo di
essere ateo. Sono credente e mi sento pieno di compassione. Lui è
il potere supremo, Lui non è né buono né cattivo,
né bianco né nero: è e basta.
Non ho paura di morire. Sono preparato alla morte perché non ci
credo. Penso che sia solo uscire da un’auto per salire su un’altra.
GEORGE. Tutto può attendere, tranne la ricerca di Dio. Se Dio
esiste io voglio incontrarlo. La prima volta che andai in India uno yogi
dell’Himalaya mi disse “non puoi credere a nulla senza averne
una percezione diretta”. Fantastico –pensai- finalmente qualcuno
che parla in modo sensato. Per tutta la vita avevano cercato di educarmi
come cattolico, ma a me veramente non interessava. Tutto l’atteggiamento
dei “cristiani” sembra dirti invece di credere in ciò
che essi ti dicono e non di avere un’esperienza diretta. Per questo
oggi desidero approfondire sempre di più. Quando muori avrai bisogno
di una guida spirituale e di una certa conoscenza interiore che vada oltre
i confini del mondo fisico. Con queste premesse direi che non ha molta
importanza se sei un re, un sultano o uno dei Beatles. Alcune delle migliori
canzoni che conosco sono quelle che non ho ancora scritto, e non ha importanza
se non le scriverò mai, perché sono niente rispetto al grande
quadro.
Una domanda banale, ma inevitabile: cosa resta vivo dei Beatles? Riguardando
il vostro album fotografico, sentite della nostalgia?
JOHN. Non rimpiango niente di quello che ho fatto, davvero, a parte forse
aver ferito altre persone. Non rinnego niente. Noi siamo stati insieme
molto più a lungo di quanto il pubblico sappia. E’ impegnativo
vivere insieme in quattro per anni e anni, ed è questo che abbiamo
fatto. Tutti i miei amici comunque erano i Beatles. C’erano i Beatles
e forse altri tre con i quali ero veramente intimo. Penso che i Beatles
fossero una sorta di religione. I Beatles sono finiti, ma io voglio ancora
bene a quei ragazzi…
Credo che i sessanta siano stati un grande decennio. I grandi raduni di
giovani furono per alcuni solo un concerto pop, ma sono stati ben di più.
Sono stati la gioventù che si è riunita e ha detto: crediamo
in Dio, crediamo nella speranza e nella verità, ed eccoci tutti
insieme in pace. I giovani hanno speranze perché sperano nel futuro
e se sono depressi per il loro futuro allora siamo nei guai. Noi dobbiamo
tenere viva la speranza tenendola viva fra di noi. Io ho grandi speranze
per il futuro.
GEORGE. E’ stata una storia d’amore unilaterale. La gente ci
ha messo i soldi e le urla, ma i Beatles ci hanno messo il loro sistema
nervoso, che è una cosa molto più difficile da dare. Tutti
vedevano l’effetto Belates, ma nessuno si è mai preoccupato
di noi come persone. La gente ci chiamava Beatles, e non si rendeva conto
che noi eravamo quattro persone, quattro individui. Tutto questo, comunque,
è stato un accumulo enorme di esperienza. Il karma è: raccogli
quello che hai seminato. Non puoi essere in nessun posto che non sia dove
intendevi essere, perché sei tu stesso a forgiare il tuo destino
con i tuoi comportamenti. I Beatles erano tutto quello che è capitato.
Alti e bassi sono la stessa cosa. Ogni cosa continua a cambiare, ma c’è
sempre un equilibrio. La morale della storia è che se accetti gli
alti, dovrai passare anche attraverso i bassi.
Oggi mi piacerebbe pensare che i vecchi ammiratori dei Beatles siano cresciuti,
si siano sposati, abbiano tutti dei figli e siano molto più responsabili,
ma che nei loro cuori ci sia ancora un posto per noi.
Dopo i Beatles, dopo le vostre carriere soliste, ora che avete superato
la soglia dei 60 anni, cosa potete dire di aver imparato da tutte queste
esperienze?
JOHN. La mia filosofia di vita è piuttosto semplice: pace, nessuna
violenza, e tutto in armonia con il resto del mondo. E’ ovvio che
in tutti noi c’è della violenza, però si deve essere
capaci di incanalarla o di gestirla in qualche modo. Se voglio un mondo
in pace mi limiterò a proporre al prossimo questa visione, non
forzerò nessuno a volere la pace come me. D’altra parte bisogna
essere consapevoli che o ci si sforza di combattere per la pace, oppure
si è destinati a morire in maniera violenta.
GEORGE. Guardando indietro probabilmente cambieremmo tutto quello che
abbiamo fatto a partire dal primo giorno. Ma va bene come è andata,
le cose non si possono cambiare. Ma non è andata male, se si pensa
che eravamo solo quattro ragazzi di Liverpool. Nell’insieme non avrebbe
importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone. Non
è importante quello. Qualsiasi cosa abbiamo fatto c’è
ancora e ci sarà sempre. Quel che c’è, c’è,
non è poi così importante. La mia vita non è cominciata
con i Beatles, e non è finita con loro. Eravamo solo un complessino
rock, ha significato molto per tanti, ma non era poi così importante.
Adesso, sto trascorrendo il resto della mia vita.
Ci resta solo un minuto. Qual è l’ultimo messaggio per i
lettori di Azione nonviolenta?
JOHN. Non sono più alla ricerca di un guru. Non sto cercando niente.
Le cose sono semplicemente così come sono. Ho sempre avuto l’idea
della pace: si poteva già intuire dalle nostre prime canzoni.
GEORGE. La nostra musica è positiva. Il messaggio di fondo è
sempre lo stesso: Amore.
… l’intervista è finita. John Lennon e George Harrison
mi salutano e se ne vanno con un sorriso sereno. Quarant’anni fa
erano un mito ed hanno infiammato la mia generazione; oggi sono due signori
saggi, dai modi pacati e gentili. Per me restano dei fratelli maggiori.
A cura di Mao Valpiana
(testi liberamente tratti dall’autobiografia “The Beatles Anthology”
Ed. Rizzoli, 2000)
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Una religiosità laica per la libertà di pensiero
L’ORA DI RELIGIONE
di Marco Bellocchio – Italia 2001
Sono passate già diverse ore dalla visione in anteprima del nuovo
film di Marco Bellocchio e ancora non riesco a distogliere il pensiero
dalle sequenze che più mi hanno coinvolto emotivamente; una in
particolare, quella che sicuramente provocherà le reazioni scomposte
del mondo clericale più reazionario, non riesco proprio a cancellarla
dalla mente: la stretta in un abbraccio carico di disperazione ma, allo
stesso tempo, di tenerezza e di amore compassionevole da parte di Ernesto
al fratello psicotico che, sottoposto ad una violenta e tremenda tortura
psicologica, aveva appena bestemmiato al cielo la propria ribellione e
il proprio grido di rabbia e di dolore. Sconvolgente! Ermanno Olmi, intervistato
in merito, ha parlato di invocazione religiosa rievocante l’urlo
disperato di Cristo sulla croce. Ed è proprio “religioso”
l’orizzonte tematico di riferimento che sostanzia il nuovo film del
regista de I pugni in tasca e Nel nome del padre, presentato nelle sale
con il titolo L’ora di religione e il sottotitolo Il sorriso di mia
madre. Religioso sì, ma nel senso della rivendicazione di una religiosità
del tutto laica ed immanente, protesa nell’ affermare per l’essere
umano la totale e coerente libertà di pensiero, estranea a qualsiasi
dogma e precetto. L’ora di religione incarna nel suo personaggio
principale, il pittore Ernesto Picciafuoco straordinariamente interpretato
da Sergio Castellitto, il confronto-scontro tra una visione laica dell’esistenza
e l’imbarbarimento di una certa pratica religiosa connessa alla mercificazione
della fede e della dottrina.
Il film sviluppa tali tematiche, nel suo asse narrativo principale, con
intelligenza, rigore e profondità, a partire dalla sorprendente
rivelazione che, nella seconda sequenza, giunge inaspettata a sconvolgere
il già turbato e combattuto animo del suo protagonista: un prete
della Congregazione per le cause dei santi comunica a Ernesto Picciafuoco
che è ormai in fase conclusiva il processo di canonizzazione di
sua madre, assassinata anni prima dal fratello di Ernesto, Egidio, in
un raptus provocato da gravi disturbi psichici di cui da tempo soffriva.
Il laico ed ateo artista è chiamato a fornire il proprio contributo
di testimonianza sulle virtù cardinali e teologali della futura
Santa. La ormai da anni disgregata famiglia Picciafuoco, percepisce gli
enormi vantaggi economici e di immagine che una tale evenienza potrebbe
scatenare e, subito, ritrova la perduta unione, ricompattandosi attorno
al fausto evento: fioccano le “conversioni” dei fratelli Picciafuoco,
stupefacente soprattutto quella che “folgora” sulla via di Damasco
il fratello impersonato da Gigio Alberti, ex terrorista dai trascorsi
non proprio edificanti; spunta sulla scena persino l’immancabile
miracolato il cui pseudonimo, prima dell’intercessione salvifica
della Santa, era Filippo Argenti, l’arrogante figuro che Dante affossa
nella palude Stigia tra gli Iracondi. A completare l’opera complessiva
di “redenzione” e a dare un impulso decisivo al procedimento
di canonizzazione mancherebbero solo la conversione di Ernesto e l’ammissione
da parte di Egidio di aver ucciso la madre con un atto violento causato
dai suoi continui inviti a non bestemmiare. Di qui la sua reazione descritta
in incipit.
Un figlio laico ed ateo, dunque, si confronta con una madre della quale
la famiglia vorrebbe santificare il sorriso; quel sorriso apparentemente
gentile, cortese, quasi aristocratico , specchio di un modo di essere,
di una disposizione d’animo che tradisce l’aridità che
spesso si combina con il fervore religioso. Un sorriso dispensato a larghe
mani a tutti, figli compresi, ma che rivela una drammatica assenza affettiva.
Un sorriso che Ernesto sente di aver ereditato, con il suo valore anaffettivo,
segno di un’ incapacità di amare che lo tortura ed ossessiona.
L’ambientazione delle scene, girate quasi tutte in interni di abitazioni
borghesi e di sontuosi e opprimenti palazzi ecclesiastici, e la voracità
meschina di quasi tutti i personaggi che le animano, contribuiscono a
restituire l’immagine di una esistenza pervasa, in tutti i sui ambiti,
da una soffocante bruttezza contrapposta alla bellezza abbagliante della
“pseudo” insegnante di religione (interpretata dalla splendida
Chiara Conti) della quale si innamora perdutamente Ernesto. Ed è
proprio la nascita di un amore come “…forma più matura
di ateismo…” – così afferma Ernesto - l’ultimo
e definitivo gesto di ribellione del protagonista nei confronti della
perversa religiosità familiare: quell’amore che la madre “santa
e devota” non era riuscita a trasmettere né a lui né
al suo più sfortunato fratello, Egidio.
Come negli anni scorsi, anche quest’anno la Parmalat ha trovato
il modo di porsi all’attenzione del movimento dei consumatori critici.
E’ di due anni fa lo stupefacente annuncio della “scoperta”
del latte Omega3 (a questo proposito andate a visitare il sito di Beppe
Grillo www.mondomania.com/cervello/BeppeGrillo/Ga3.htm), rivelatosi in
pratica un latte modificato con l’aggiunta di olio di pesce. L’anno
scorso invece l’azienda parmense aveva tentato il colpaccio di sbarcare
nel proficuo mercato delle acque minerali, inventando un sistema di filtraggio
artificiale che trasforma miracolosamente le normali acque di rubinetto
in “acqua pura”, come se gli acquedotti municipali fornissero
ai cittadini acqua mefitica ed inquinata. Il tutto è ora sul tavolo
dell’Antitrust, dopo la denuncia per pubblicità ingannevole
da parte dell’Aduc.
La questione nata agli inizi dell’anno è nota: Parmalat commercializza
da alcuni mesi il latte "Fresco blu", prodotto in Polonia a
basso costo, trasferito in Germania per sottoporlo a speciali filtraggi
ed infine venduto con la dicitura “latte fresco” con scadenza
8 giorni dopo la mungitura, nonostante una legge italiana (più
restrittiva di altre legislazioni europee) imponga tale dicitura al latte
con scadenza di 4 giorni.
Questo comportamento si presta a notevoli critiche: innanzitutto il latte
prodotto in Polonia non rispetta le rigide normative sanitarie richieste
dalla normativa italiana; i metodi di filtraggio e pastorizzazione utilizzati
sottraggono poi all’alimento diverse componenti nutritive. I produttori
italiani sono così insorti richiedendo l’intervento del ministro
per le Politiche Agricole Alemanno e facendo ricorso al Tar del Lazio.
Volendo rivangare un passato meno recente, si ricorda ancora come, in
piena Guerra del Golfo, una trionfante pubblicità proclamava la
Parmalat come “il latte preferito dalla Sesta Flotta” statunitense
che in quel momento bombardava gli inermi civili iracheni.
Nata 40 anni fa a Parma e miracolata dalla doppia invenzione del tetrapack
e della tecnologia UHT per la conservazione del latte a lungo termine,
grazie ad un articolato piano di sviluppo e di espansione geografica nell’arco
degli ultimi dieci anni il gruppo emiliano ha più che decuplicato
il proprio fatturato, passando dai 1.110 miliardi di lire del 1990 agli
oltre 14.000 miliardi di lire del 2000 ed espandendo la propria presenza
operativa in trentuno Paesi. In Italia, oltre ai marchi Streglio, Giglio,
Polenghi, Matese e Sole, lo shopping ha riguardato le attività
lattiero-casearie della Cirio ed alcune centrali ex-municipalizzate come
quella di Cremona, Monza, Bovisio e Genova.
L’espansione ha comportato un’infinità di tensioni lavorative
con minacce di licenziamenti, chiusura di stabilimenti, trasferimenti
di produzione: la questione non è ancora conclusa, anche se nel
febbraio 2000, grazie all’intermediazione del Ministero dell’Industria,
è stato raggiunto un accordo sindacale che mira a ridurre gli effetti
devastanti della razionalizzazione della produzione.
Ma è soprattutto all’estero, ed in particolare in America
Latina, dove si concentrano le peggiori accuse all’azienda parmense:
oltre ad essere denunciata nel 1999 dall’OIL (www.transnationale.org
/italien/fiches/-1550659065.htm) per violazione dei diritti lavorativi
in Nicaragua, Brasile e Paraguay, la Parmalat ha premuto l’acceleratore
della sua oliata macchina da profitti in quell’area geografica, puntando
ad allargare la forbice tra il costo della produzione e quello della vendita.
Il quotidiano Il resto del Carlino, il 2 febbraio 2001 (http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/32/
4:1777633:/2001/02/02), riportava l’ennesima denuncia da parte di
un sacerdote reggiano missionario in Brasile, don Piero Medici, che accusava
l’azienda di aver ridotto drasticamente e d'imperio i prezzi d’acquisto
del latte dai produttori, costringendo alla fame i contadini della sua
missione nello stato di Bahia.
Parmalat è sostenuta da una arrembante strategia di comunicazione
coordinata dal 1999 da Bates Italia, che curiosamente ha tra i suoi clienti
anche Amnesty International (per il quale ha curato la campagna “Tutti
giù per terra”) e Manitese, per il quale ha coniato lo slogan
"Solo per i soldi". Affermava Cesare Casiraghi, direttore creativo
di Bates Italia: “Mi spiego meglio, noi lavoriamo per voi per "soldi",
e cioè per far aumentare i fondi di Manitese. Per cui si lavora
per soldi che non andranno a noi, ma a voi, permettendovi di finanziare
più progetti, di pubblicare più libri e di essere ancora
più presenti in Italia e nel mondo” (www.manitese.it/mensile/1299/
interviste.htm).
Dopo la sponsorizzazione negli anni '80 di Real Madrid e Brabham, la Parmalat
ha cambiato strategia indirizzando i propri sforzi sul calcio con particolare
interesse per il Parma. La strategia commerciale si è così
intrecciata a quella sportivo-economica portando l'acquisto di giocatori
e la sponsorizzazione di società sudamericane allo scopo di migliorare
l’immagine della società. Un’idea sicuramente non originale,
ma che risulta essere sempre meglio della sponsorizzazione alle portaerei
americane.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Il Gruppo di Lavoro Tematico Nonviolenza e Conflitti
Il Gruppo di Lavoro Tematico Nonviolenza e Conflitti (in sigla GLT-NV)
nasce da una doppia esigenza scaturita di approfondire la teoria e la
pratica della nonviolenza in quanto metodo proprio della Rete Lilliput
e di introdurre tra le mobilitazioni lillipuziane una campagna di contrasto
alla guerra ed alla sua preparazione. Due avvenimenti hanno accelerato
questo processo. Da un lato, le giornate di Genova – con la tragica
escalation di violenza che le ha contraddistinte - hanno evidenziato all’interno
del “movimento dei movimenti” un deficit di cultura nonviolenta,
tanto nella propria prassi mobilitativa quanto nella capacità di
prevenzione e contenimento della violenza altrui, anche nella maggior
parte di quei soggetti che pur si richiamano genericamente alla nonviolenza.
Ciò significa che proprio la Rete Lilliput, che ha compiuto la
scelta della nonviolenza fin dal proprio manifesto fondativo, ha la responsabilità
di approfondire e praticare i principi, la strategia e il metodo della
nonviolenza a beneficio dell’intero “movimento dei movimenti”.
Dall’altro, gli scenari di sempre maggiore violenza diretta, strutturale
e culturale, manifestatisi, dopo l’11 settembre, nella forma estrema
della guerra che, oltre ad essere fortemente distruttiva essa stessa,
alimenta in un circuito perverso le altre violenze e nasconde le profonde
ingiustizie globali che ne sono concausa, impongono alla Rete Lilliput
- anche in un’ottica di lavoro per “un’economia di giustizia”
- di non poter trascurare l’impegno di contrasto alla guerra ed alla
sua preparazione.
Il GLT-NV opera quindi su due fronti che ovviamente si intrecciano tra
loro:
1)l’approfondimento, l’elaborazione e l’organizzazione
per Rete Lilliput del metodo nonviolento per cercare di farlo passare
da nonviolenza dichiarata a forma di azione politica praticabile con cui
la Rete agisce nel conflitto quotidiano del territorio in cui è
radicata. Per fare questo il GLT-NV sta lavorando affinché ogni
nodo della Rete abbia dei momenti di formazione alla nonviolenza con il
fine di creare al suo interno dei Gruppi di Azione Nonviolenta (vedere
AN 12/01: “Per una strategia Lillipuziana, reticolare e nonviolenta”
di Pasquale Pugliese).
2)L’opposizione integrale alla guerra attraverso l’introduzione
tra le tipiche mobilitazioni della Rete Lilliput di una apposita campagna
a tema. Per fare questo il GLT (e di conseguenza la Rete) sta lavorando
assieme ai movimenti promotori alla Campagna Quadro di Obiezione del Cittadino
e della Cittadina per un Disarmo Economico e Militare. La Campagna Quadro
è uno dei primi esperimenti nel quale si cercherà, in un’ottica
puramente lillipuziana di coordinare varie campagne e iniziative nuove
o già attive nel campo dell’opposizione alla guerra e alla
sua preparazione. Ecco quindi che la nuova Campagna di Obiezione del Cittadino
proposta da MIR e Movimento Nonviolento si coordinerà tra le altre
con la Campagna Banche Armate e con la Campagna di Obiezione alla Spese
Militari e tutto questo per non disperdere in mille rivoli e mille iniziative
l’impegno contro la guerra delle lillipuziane e dei lillipuziani.
Il Gruppo di Lavoro Tematico Nonviolenza e Conflitti è quindi lo
strumento che la Rete di Lilliput si è data per approfondire, discutere,
elaborare e deliberare sulle tematiche inerenti la pace, la nonviolenza
e l’opposizione alle guerre. Il GLT-NV è stato fortemente
voluto e richiesto dai movimenti e dalle associazioni che lavorano da
anni su questi aspetti (in prima fila, tra gli altri, il nostro Movimento
Nonviolento).
Ora sta a noi, persuase e persuasi dalla nonviolenza cogliere questa preziosa
occasione che abbiamo per dare il nostro apporto e per portare le nostre
idee e proposte al di fuori di quella piccola nicchia dove troppo spesso
ci siamo relegati. Nella Rete Lilliput si trova tanta gente molto attenta
e pronta ad ascoltare e accogliere il nostro contributo; il GLT Nonviolenza
è il posto giusto dove possiamo muoverci e essere propositivi.
Come partecipante ai lavori di questo gruppo non posso quindi non invitare
tutte le iscritte e gli iscritti del Movimento Nonviolento e le lettrici
e i lettori di Azione nonviolenta a parteciparne attivamente.
Per contatti:
mail to:
per approfondimenti: http://www.retelilliput.org/glt/
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Mille segnali di speranza nella politica italiana
Nei mesi scorsi ho avuto l’opportunità di venire in Italia
e di vivere in prima persona questo periodo non facile. Sono rimasto scosso
dall’intensità della violenza verbale nella vita politica
italiana. Mi ha scioccato soprattutto l’editoriale, firmato da un
noto opinionista, che è apparso sul Giornale subito dopo l’assassinio
per mano di terroristi del prof. Biagi a Bologna. Senza usare mezzi termini,
questa persona accusava gli avversari politici dell’attuale governo
di fare il gioco dei terroristi e anzi di esserne più o meno consapevolmente
complici. La carica di odio e di disprezzo di quelle parole mi ha profondamente
colpito.
Il nostro paese vive una stagione difficile. Tuttavia (o forse proprio
per questo!) nella società ci sono mille segnali di speranza per
una trasformazione che renda il nostro modo di vivere un po’ meno
violento. In poche settimane gruppi di comuni cittadini hanno inventato
una tecnica della nonviolenza semplice e suggestiva: il girotondo intorno
a luoghi simbolo della democrazia e della società italiana, per
dimostrare visibilmente che noi, di quei luoghi, vogliamo prenderci cura.
Ho avuto modo di partecipare all’assemblea del “Laboratorio
per la democrazia”, promosso dai docenti universitari fiorentini:
è stata una bella sorpresa vedere che l’assemblea, per quanto
organizzata in maniera classica (con il podio, gli oratori, gli interventi
dal pubblico), era attenta, aperta e per nulla violenta. Da qui ad assemblee
veramente “di tutti”, con comunicazione orizzontale, elaborazione
collettiva delle idee, metodo del consenso, il passo sarà davvero
breve.
Oggi i movimenti spontantei dei mesi scorsi stanno cercando di darsi delle
strutture più solide e delle modalità di azione durature.
Mi auguro che tanti cittadini e cittadine indignati/e scoprano la nonviolenza,
e che tanti amici e amiche della nonviolenza si mettano a dialogare con
i nuovi movimenti.
Poi, naturalmente, c’è la splendida novità della rete
di Lilliput... Ho avuto modo di incontrare tre gruppi di lavoro sulla
nonviolenza (dei nodi di Firenze, Prato e Roma), e mi hanno colpito la
serietà della ricerca e la ricchezza di esperienze individuali
che confluisce in questi gruppi. A Firenze abbiamo trascorso una giornata
di riflessione comune. È venuto fuori che di “come fare nonviolenza”
c’erano almeno dieci idee diverse – una ricchezza tumultuosa
di progetti e di voglia di agire! Azioni dirette nonviolente nello spirito
della DPN; atti simbolici o dimostrativi, come il teatro di strada; la
conduzione di campagne di pressione e sensibilizzazione; il mettere in
moto un meccanismo “a cascata” di diffusione della nonviolenza
nella società; la coltivazione della cittadinanza attiva per i
problemi sociali e politici più pressanti; lo sviluppo di stili
di vita alternativi e nonviolenti; la promozione della mediazione in conflitti
di diversa natura; il lavoro di formazione alla nonviolenza; l’approfondimento
teorico; lo sviluppo dell’assertività individuale.
La ricerca continua. Qualche tempo fa ho ricevuto un messaggio da Yukari,
una amica “lillipuziana” di Pistoia. Lei propone di “adottare
un nemico”: “Ciò che intendo è cercare tra nostri
amici/conoscenti una persona con cui non si condivide per nulla le posizioni
politiche ma si ha un rapporto di fiducia umana consolidato, quindi c’è
una possibilità di dialogo. Facendo leva sull’amicizia (per
così dire), non si potrebbe aprire un confronto maieutico?”
Mi sembra che “adottare” sia una pratica nonviolenta dall’impatto
fortissimo. Adottare significa prendersi cura, gratuitamente, di qualcosa
o di qualcuno; fare questo per l’altro/a e tendenzialmente per tutti,
non per sé; infine, significa agire con calma nel tempo, costruire
passo dopo passo una relazione. Saper stare nel conflitto in maniera nonviolenta
significa puntare sulla relazione, su tutto ciò che unisce, anche
con l’avversario.
Forse potrebbe essere utile trasformre quest’idea in un’azione
collettiva: lanciare ad esempio una campagna per “adottare”
un giornale, o un telegiornale. Cioè seguire pazientemente una
testata cartacea o radiotelevisiva, pubblica o privata, e intervenire
puntualmente, in maniera documentata, sulle eventuali distorsioni e mancanze
che si dovessero riscontrare, invitando anzitutto i responsabili ad adottare
provvedimenti, e segnalando poi le mancanze (e le cose fatte bene), ai
diretti interessati, ai competenti organi di controllo e all’opinione
pubblica. Anche sui temi della TV e dell’informazione un’“aggiunta
nonviolenta“ potrebbe trasformare in maniera decisiva il conflitto.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
L’antimilitarismo italiano durante il ventennio fascista
Un’altra figura di antimilitarista da ricordare è quella
di Piero Martinetti, che con il suo libro Gesù Cristo e il cristianesimo,
pubblicato nel 1934, portò un contributo al pacifismo in tempi
in cui non era facile farlo. Tuttavia egli ammetteva in certi casi la
legittimità della resistenza violenta. Nel 1931, quando uscì
il decreto legge che imponeva ai professori universitari il giuramento
di fedeltà al regime fascista, Martinetti fu uno dei soli undici
docenti che lo rifiutarono e che per questo subirono il licenziamento
immediato.
Le difficoltà che incontrarono i pacifisti ad esprimere e a vivere
le loro idee durante il ventennio fascista divennero ancora più
ardue durante il periodo bellico. Non siamo a conoscenza di casi di obiezioni
di coscienza in Italia durante la seconda guerra mondiale, ma possono
essere considerati tali molti episodi di diserzione o di rifiuto. Tra
i tanti casi citiamo quello del soldato delle SS Leonhard Dallasega di
Proves in val di Non che si rifiutò di uccidere un innocente e
per questo venne fucilato nel 1945.
Nel dicembre 1944 in Sicilia scoppiò una rivolta che fu in seguito
definita “dei nonsiparte”. Essa ebbe inizio quando ai giovani
di età compresa tra i venti e i trent’anni cominciarono ad
arrivare le cartoline precetto con le quali dovevano presentarsi ai rispettivi
distretti per essere arruolati e mandati al fronte a combattere contro
i tedeschi. Era un’operazione che avrebbe consentito la ricostruzione
dell’esercito, dopo la sua dissoluzione seguita all’8 settembre,
e si decise di reclutare anche gli ex sbandati, in modo da ricambiare
le classi di combattenti più anziane, alcune delle quali avevano
raggiunto anche i cinque anni di servizio. La maggior parte dei giovani,
però, non voleva più sentir parlare di guerra, anche per
la fame e la disoccupazione che non concedevano tregua, e non si presentò
ai distretti. Per la sola Sicilia, secondo le stime più ottimistiche,
lo stato maggiore dell’esercito disponeva di circa quindicimila unità,
appena un quinto di quante ne erano state previste. I richiamati non si
nascosero, ma dimostrarono pubblicamente il loro rifiuto, organizzando
cortei di protesta davanti alle prefetture, ai distretti militari e alle
caserme dei carabinieri e chiesero che il governo fosse informato della
loro intenzione di non obbedire agli ordini impartiti. La fine della fase
pacifica della rivolta e l’inizio dell’insurrezione popolare
si ebbero a Catania il 14 dicembre 1944, quando i militari del distretto
spararono su un gruppo di dimostranti, uccidendo uno studente. L’esercito
impiegò due giorni per ristabilire l’ordine a Catania, ma
focolai di rivolta si estesero immediatamente a Ragusa, Comiso, Avola,
Scicli, Giarratana, Rosolino, Noto, Modica e Vittoria. A Giarratana e
a Comiso i ribelli proclamarono addirittura una repubblica, con tanto
di governo provvisorio, di proclami e di distribuzione giornaliera di
viveri alla popolazione. Se il motivo della rivolta nacque con la chiamata
alle armi dei giovani, i tumulti in seguito si estesero per motivazioni
più ampie. “A mio parere”, ricorda Giacomo Cagnes, deputato
comunista che partecipò da studente ai moti insurrezionali di Comiso
“il movimento di rivolta, specie a Comiso, fu assolutamente spontaneo
e popolare, stimolato dal richiamo alle armi, ma alimentato dalle antiche
esasperazioni proprie delle popolazioni del Sud.” La rivolta dei
nonsiparte fu una dimostrazione dell’incapacità della sinistra
di comprendere i motivi di avversione del popolo, già sottoposto
ad enormi sacrifici durante la guerra, alle strutture militari. Sintomatico
è il giudizio politico che la Direzione del Partito Comunista applicò
nel 1945 ai moti: “Si tratta di un vero e proprio rigurgito di fascismo
che in collusione con certi gruppi del movimento separatista, sfruttando
le tragiche condizioni di esistenza del popolo lavoratore (…) vuole
impedire la partecipazione alla guerra di liberazione dei siciliani per
mantenerli nell’attuale stato di prostrazione e aggravare la disgregazione
politica e sociale dell’isola. I criminali fascisti tanto del ventennio
mussoliniano quanto promotori dei torbidi recenti vanno dunque ricercati
e puniti col massimo rigore come traditori della Patria in armi”
1. Ma che la rivolta fosse un “rigurgito di fascismo” è
improbabile e lo dimostra la grande presenza degli anarchici, soprattutto
a Ragusa dove diffusero un periodico manoscritto dal titolo “La scintilla
darà la fiamma” 2. Caduto il fascismo, riconquistata la libertà,
finita la guerra per il Sud, per chi e per che cosa le popolazioni locali
sarebbero dovute tornare a combattere? Per quel re e per quella classe
che avevano imposto la guerra fascista e che ora ne volevano un’altra?
Questa volta – era la parola d’ordine – se una guerra sarà
necessaria, sarà quella contro i padroni e gli sfruttatori. La
rivolta, però, alla fine fu repressa militarmente e le denunce
per renitenza e diserzione furono centinaia di migliaia 3.
LIBRI
A cura di Sergio Albesano
Pat Patfoort, Io voglio, tu non vuoi. Manuale di educazione nonviolenta,
EGA, Torino 2001.
Pat Patfoort è piuttosto nota in Italia per aver tenuto diversi
seminari di formazione alla nonviolenza, dal Piemonte alla Sardegna, dalla
Sicilia al Trentino Alto Adige.
Il suo originale approccio strutturale alla nonviolenza è perciò
conosciuto e usato da diversi formatori, ma ogni volta che lei lo ripropone
si scopre qualcosa di nuovo, di più profondo e vero.
Lo schema concettuale da cui parte è semplice e chiaro: l’origine
della violenza nelle relazioni è data dal modello “M-m”,
in cui “ciascuno cerca di presentare il suo punto di vista o comportamento
o caratteristi