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Nonviolenti a Congresso per cercare il varco della storia
di Mao Valpiana
XX Congresso del MN
Relazione introduttiva della Segreteria
di Daniele Lugli
Le Mozioni approvate
I poveri sono poveri ovunque e ovunque hanno bisogno di
una banca
Intervista a Muhammad Yunus - a cura di Elena Buccoliero
Il Santo di Assisi e il lupo di Gubbio
di Daniele Lugli
Israele e Palestina, c'è una proposta della nonviolenza?
Resoconto a cura di Elena Buccoliero
Intervista di un israeliano ad un palestinese: c'è
posto per la nonviolenza in Medio Oriente?
Traduzione di Angela Dogliotti Marasso
Marcia straordinaria Perugia-Assisi per la pace in Medio
Oriente 12 maggio 2002
Nonviolenti a Congresso per cercare il varco
attuale della storia.
A cura di Mao Valpiana
Oltre cento partecipanti, tre giorni di lavoro, molte le proposte e gli
impegni emersi per i prossimi anni. E’ senza dubbio positivo il bilancio
politico del ventesimo Congresso del Movimento Nonviolento (MN).
Il titolo dell’appuntamento ferrarese (12-14 aprile) era “La
nonviolenza è il varco attuale della storia”; ovvio quindi
che le energie del Congresso non potevano concentrarsi solo sugli aspetti
interni della vita del MN, ma dovevano essere spese anche per gli impegnativi
scenari circostanti: il conflitto israeliano-palestinese e la lotta alla
povertà nel mondo.
Il Congresso si è aperto il venerdì sera con una affollatissima
assemblea sulla possibilità di una soluzione nonviolenta per la
crisi mediorientale. Abbiamo chiamato ad aiutarci nella riflessione tre
amici che rappresentano altrettanti diversi punti di vista. Il confronto
fra Mario Miegge (biblista), Giannina Dal Bosco (donne in nero) e Gianni
Sofri (storico) trova spazio da pagina xx a pagina xx. In questo numero
di Azione nonviolenta pubblichamo anche una bella intervista a Mubarak
Awad, un ricercatore per la pace palestinese, che ci fa intravedere nuove
vie e nuove prospettive per superare un conflitto che oggi sembra approdato
ed un vicolo cieco.
L’intera giornata del sabato è stata dedicata ai lavori di
commissione. Nove gruppi hanno elaborato analisi e proposte che poi l’assemblea
degli iscritti al MN ha fatto proprie. Le mozioni sull’educazione
alla pace, sui mezzi di comunicazione, sui corpi civili di pace, sulla
difesa della democrazia, e molto altro ancora, sono pubblicate integralmente
da pagina xx a pagina xx.
La domenica mattina, in assemblea plenaria, è venuto a portarci
un saluto Muhammad Yunus, conosciuto in tutto il mondo come “il banchiere
dei poveri”: ci ha parlato della sua Banca che vuole affrancare i
poveri dalla schiavitù della miseria. Gli abbiamo fatto un’intervista,
che trovate a pagina xx.
Il Congresso ha poi elaborato una iniziativa che ci accompagnerà
per tutto il prossimo anno e che si concluderà nell’estate
del 2003 con una marcia nonviolenta da Assisi a Gubbio: la strada che
percorse Francesco per andare ad incontrare e ammansire il Lupo. E’
la metafora della risoluzione nonviolenta dei conflitti e della necessità
di trovare una via politica per “amare i propri nemici”. Dal
prossimo numero, con scadenza mensile, prepareremo questo evento con 12
parole chiave, che ci aiuteranno (insieme all’impegno di un giorno
mensile di digiuno) nella preparazione di questo cammino. Questa iniziativa
è il proseguimento ideale della nostra Marcia nonviolenta Perugia-Assisi
del 2000, che infatti mantiene lo stesso titolo, ed è anche il
nostro manifesto politico: “Mai più eserciti e guerre”.
Ne parliamo a pagina xx.
Un buon Congresso si conclude bene solo se si riesce a darsi le gambe
necessarie per camminare. Così, il nostro Congresso di Ferrara
ha terminato i lavori (ri)eleggendo il nuovo (vecchio) Segretario che
è il caro e bravo Daniele Lugli (a lui e al gruppo di Ferrara,
Elena in particolare, i nostri ringraziamenti per l’ottima organizzazione
congressuale e la squisita ospitalità) e nominando il nuovo Comitato
di Coordinamento che dovrà dare corpo agli impegni presi dagli
iscritti. L’assemblea, infine, mi ha riconfermato la fiducia affidandomi
nuovamente la direzione di Azione nonviolenta. Grazie. Non spetta a me
giudicare il prodotto che mensilmente offriamo agli abbonati, ma la crescita
delle adesioni e il lavoro collettivo che insieme riusciamo a svolgere,
sta a testimoniare che l’eredità culturale lasciataci da Aldo
Capitini continua a riprodursi e rinnovarsi.
Se la nonviolenza è il varco attuale della storia, c’è
bisogno della persuasione di tutti per oltrepassare questo difficile passaggio.
Ferrara, 12-14 aprile 2002
XX Congresso del Movimento Nonviolento "La nonviolenza è
il varco attuale della storia"
Relazione introduttiva della Segreteria Nazionale
(fatta propria dal Congresso, come Mozione politica generale)
"La nonviolenza è il varco attuale della storia" è
il titolo, tratto da Elementi di un'esperienza religiosa di Aldo Capitini,
scelto per il nostro XX Congresso.
Nell'invito abbiamo ricordato che quello scritto si apre con un capitoletto
intitolato Al centro dell'umanità. E' un appello ad essere consapevoli
del proprio tempo, a sentire e soffrire i bisogni dell'umanità,
ad assumere il proprio impegno, con una serissima ricerca. E' compito
che riguarda tutti: "Non è privilegio né speciale condanna
di nessuno". Come prosecutori del Movimento da Capitini promosso,
certamente riguarda noi.
Dall'ultimo Congresso sono passati due anni e un millennio e molte cose
si sono succedute, che meriterebbero analisi non frettolose. Il Congresso
vuole esserne un piccolo momento e questa ne è una modesta introduzione.
Credo si possa dire che la sommaria analisi compiuta nel passato Congresso
resti confermata e si siano accentuate tendenze che avevamo individuato.
Il processo di globalizzazione nella produzione e circolazione di merci,
nella riduzione a merce di ogni bene già comune, immateriale, vivente
si è esteso ed approfondito. Si continua a proporre un modello
di sviluppo che rende sempre più ricca di beni e consumi una parte
dell'umanità e povera, sfruttata, emarginata, la restante maggior
parte. Sviluppo della tecnica e competizione sui mercati, senza alcun
limite che non sia quello dell'interesse delle classi privilegiate e dominanti,
sono la risposta ad ogni problema.
Trascurabili effetti collaterali, che l'applicazione della ricetta permetterà
di superare, sono i disastri umani, sociali, ambientali, nel frattempo
prodotti in giro per il mondo. La politica, anche nelle democrazie occidentali
(ed esempi migliori non se ne vedono), sia a scala mondiale che locale,
è ridotta al più ad amministrazione e garanzia, se necessario
con l'impiego della massima violenza, del progresso tecnico-economico
a vantaggio dei più forti.
La violenza crescente del modello unico
Nell'ultimo congresso abbiamo evocato il movimento del mondo evidenziandone
la violenza strutturale. Già Horkheimer l'aveva descritta come
un iniquo grattacielo settanta anni fa. Si continuano a sopraelevare i
piani alti ed a scavare le cantine. Abbiamo richiamato le guerre multiformi,
che i poveri inesorabilmente conducono tra di loro; il posto dominante
degli U.S.A., come paese guida e modello, in pace ed in guerra; la guerra
dagli Stati Uniti condotta: giusta, umanitaria ed ora duratura e globale;
il ruolo subalterno della Nato; l'accettazione e la pratica da parte del
nostro Paese di un nuovo modello di "difesa" aggressiva, in
spregio e violazione della nostra Costituzione; la riduzione dell'Europa
ad Euro; lo stravolgimento del patto costitutivo della nostra Repubblica;
la miseria della politica e della vita pubblica nel nostro Paese.
Ci pare che le tendenze individuate siano confermate ed abbiano segnato
anzi un'accelerazione. L'inarrestabile marcia del "turbocapitalismo"
e del neo-liberismo, che ha il suo motore negli USA, ha segnato una tappa
importante con l'ingresso della Cina nel WTO.
L'attacco terroristico al World Trade Center ed al Pentagono ha agevolato
la propensione del governo americano, forte del consenso popolare, del
sostegno delle multinazionali, di straordinari armamenti, ad adottare
decisioni unilaterali di guerra. Ciò si vuole proseguire con ogni
mezzo, non escluso il ricorso al nucleare, contro chiunque sia ritenuto
attentare alla sicurezza ed agli interessi degli Stati Uniti, solo, sicuro,
baluardo della democrazia e della civiltà contro dittatura e barbarie.
L'esercizio in prima persona, da parte della super potenza, del dominio
oscura ogni sede condivisa. Il premio Nobel per la pace all'Onu rischia
di essere alla memoria. Ben poco appaiono contare i vari G 7 o 8 e la
stessa Nato: la parola decisiva spetta agli USA, quale che sia il tema
in discussione. Anche l'Europa, pur formalmente impegnata in un approfondimento
della sua costruzione unitaria (la Convenzione) ed in un allargamento
a nuovi paesi, non riesce ad esprimere una propria posizione sui grandi
temi. Si manifestano tendenze centrifughe e gare a chi è più
fedele servitore dell'America. In questa competizione il nostro governo
appare particolarmente impegnato. Il riemergere del terrorismo internazionale
ed interno, il conflitto israelo-palestinese, migrazioni massicce e disperate,
la demolizione delle protezioni sociali producono una diffusa insicurezza
che, anche nelle nostre società privilegiate, può portare
ad accettare, se non a richiedere, limitazioni delle libertà politiche,
dei diritti di cittadinanza e soluzioni autoritarie.
Le sorti magnifiche e progressive del capitalismo ci sono quotidianamente
decantate: generatore di una straordinaria forza produttiva, con il miglior
impiego della tecnologia ed assicurazione di alti standard di vita materiale
per gran parte della popolazione, stimolatore di mobilità ascendente
in una società stratificata in classi, condizione per la democrazia,
promotore di una cultura dell'autonomia e della responsabilità
individuale, unica possibilità di sviluppo dei paesi del Terzo
Mondo, attraverso la loro inclusione nel sistema capitalistico internazionale.
La carenza di alternative credibili
Anche a dubitarne per le sempre più evidenti iniquità,
contraddizioni, insostenibilità del modello economico, sociale
e politico proposto, bisogna riconoscere che l'assenza di credibili alternative
gli ha conferito fin qui una grande forza anche sul piano culturale (una
cultura anch'essa sempre più merce tra le merci, prodotta e distribuita
da potenti multinazionali). E' un pensiero semplice, se pensiero si può
chiamare: non ci sono alternative e dunque l'unica possibilità
è percorrere disciplinatamente la strada che i padroni del mondo
indicano. Dopo tutto in questo mondo ci stanno anche loro e non vorranno
certo la loro rovina, visto che dispongono del massimo delle informazioni
e della tecnologia, visto che sono quelli che ci stanno meglio. Che il
mondo sia sostenibile ecologicamente, economicamente, socialmente è
loro precipuo interesse: salvando sé stessi salveranno anche il
resto dell'umanità.
Ad opporsi sembravano restare solo relitti, statuali o politici, del
socialismo reale (che non possiamo rimpiangere per la burocrazia opprimente
e privilegiata, l'inefficienza economica, l'autoritarismo, il totalitarismo)
ovvero stati dittatoriali, movimenti fondamentalisti o peggio (che propongono
alternative che ignorano i più fondamentali diritti dell'uomo,
e soprattutto della donna).
Un movimento ampio, da Seattle in poi, e il varco necessario della nonviolenza
Ma da Seattle in poi, per indicare un luogo ed un tempo, le cose sono
cambiate. Un complesso movimento è venuto affermando che un altro
mondo è possibile. Svolge in forme inedite la sua opposizione e
la sua ricerca. Collega gruppi sociali, culture, generazioni, esperienze,
sensibilità diverse, in differenti luoghi del mondo. Sembra rappresentare,
seppure embrionalmente, quella risposta che Capitini indicava con chiarezza
concludendo il suo scritto testamentario, "Attraverso due terzi di
secolo", alla vigilia dell'operazione alla quale non è sopravvissuto:
L'Europa, unita al Terzo Mondo e al meglio dell'America, elaborerà
la più grande riforma che mai sia stata comune all'umanità,
quella riforma che renderà possibile abolire interamente le diseguaglianze
attuali di classi e di popoli, e abolire le differenze tra i "fortunati"
e gli "sfortunati".
Non è il primo, grande movimento internazionale che si pone questo
ambizioso obiettivo. Importante sarebbe evitare errori che in passato
hanno decretato il fallimento.
Un punto cruciale è La scelta dei mezzi. E' il titolo anche del
capitoletto che segue il già citato Al centro dell'umanità
nel libro di Capitini. L'autore osservava, si era negli anni '30, il diffondersi
della violenza in cui confluivano l'impazienza di ottenere e la non considerazione
degli altri che sembrano del tutto estranei a noi, per il successo che
essa procura a più breve scadenza. Ed aggiungeva: resta da vedere
a che cosa si riduce la mia vita dopo, e se non sorgeranno prima o poi
cinquanta al posto di quello che ho ucciso.
Analisi ed interrogativi sembrano attuali. Resta da vedere se sapremo
dare la risposta che così Capitini indicava: salirà l'ansia
appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con quell'errore,
e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che è il
primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che
il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un'apertura
infinita dell'uno verso l'altro, senza un'unione di sopra a tante differenze
e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia.
E' il varco della nonviolenza, che è sotto i nostri occhi oggi,
come lo era settanta anni fa per il giovane Capitini (che dietro spessi
occhiali vedeva con straordinaria precisione). Il passaggio è faticoso
e richiede rinunce, messe in discussione di privilegi, sicurezze materiali
e culturali. E' davvero lo scoglio sconcio ed erto che sarebbe alle capre
duro varco (Dante).
Si comprende così che, nonostante la sua accresciuta visibilità
e, diremmo, evidenza, si tenda ad evitarlo. Si ritiene, anche in buona
fede, di averlo già varcato, come se bastasse proclamarsi nonviolenti,
adottare una o più delle numerose tecniche che alla nonviolenza
si richiamano, senza mettere in discussione l'atteggiamento profondo nei
confronti del "nemico", senza tenere sempre al centro l'obiettivo
dell'iniziativa di liberazione, per tutti, che si è intrapresa.
L'esperienza ci mostra che pratiche violente, inizialmente limitate e
quasi simboliche, hanno inquinato e distrutto movimenti importanti, dei
quali si era sopravvalutata la capacità di autodepurazione. Di
fronte alla repressione, che c'è e ci sarà, da parte di
chi vede minacciati i propri privilegi è importante che sia mantenuto
il massimo di coerenza tra fini perseguiti e mezzi praticati. La violenza
culturale, strutturale e diretta, che caratterizza il nostro mondo e che
si pretende la difesa delle conquiste della civiltà umana, è
solo alimentata, per nulla scalfita, da dirottatori che abbattono torri,
da ragazze e ragazzi che si fanno esplodere cercando di uccidere quanta
più gente possibile, da assassini che sparano in nome delle B.R..
Chi pensa diversamente più che essere andato alla scuola di qualche
cattivo maestro, sembra aver fatto i compiti con il bidello di Nanterre.
E' un varco che non si vuole passare. Lo abbiamo detto nell'invito. Neppure
alla fine guerra fredda, ed alle guerre per procura di quel periodo, è
seguito un serio impegno di pace. In modi nuovi, ma non meno preoccupanti
ed inquietanti che nel passato, si riafferma, il diritto del più
forte: might is right, per dirlo nella lingua dell'impero. E' l'imperativo
categorico, veramente globale, che trova applicazione all'interno dei
paesi ricchi e dei paesi poveri, nei rapporti tra i paesi, le classi,
le persone. Si ribadiscono diritti umani universali, a quelli di prima
generazione se ne aggiungono altri, si disegna faticosamente una giurisdizione
planetaria di tutela, ma questa difficile costruzione appare fragile quando
i potenti sanciscono impunità ed improcessabilità proprie
e dei loro servi, inventano, fuori di ogni garanzia, procedure e pene
per colpire il terrorismo o ogni comportamento che al terrorismo si ritenga
di poter collegare. Conquiste del diritto internazionale sono spazzate
via e liberticide legislazioni di emergenza si fanno strada un po' in
tutti i paesi.
Tanto più importante è dunque il sorgere di un movimento,
caratterizzato dall'impegno personale e diretto, dal sentirsi interpellato
da ogni momento internazionale in cui si discutono i temi della fame,
della povertà, dei commerci, dell'ambiente, della pace e della
guerra, per far sentire una voce diversa, spesso critica ed alternativa,
rispetto a quelle dei governi e delle istituzioni sovranazionali.
Le diversità di formazione, di analisi, di proposta all'interno
di questo movimento sono grandi. La sua larga diffusione ed il suo progressivo
radicamento in vari paesi evidenziano anche più le assenze importanti.
I contatti progressivi, la costruzione di momenti di confronto globali
e locali, l'esperienza di iniziative e manifestazioni condotte in diversi
contesti sono tuttavia incoraggianti elementi di una formazione comune,
di una analisi che si va precisando, di una strategia non contradditoria.
La consapevole opposizione a questo "liberismo" ed all'uso della
guerra come solutrice dei conflitti è già una acquisizione
ed una realtà operante, della quale governi e multinazionali debbono
sempre più tener conto.
Il contributo, che come amici della nonviolenza siamo chiamati a dare,
è quello di valorizzare il patrimonio di lotte, esperienze e tecniche
alla nonviolenza ispirate, e collaborare a che mai si smarrisca lo stretto
legame tra fini da raggiungere e mezzi impiegati.
E' perciò di somma importanza l'ulteriore estensione e radicamento
del movimento. Porto Alegre ne è stato un momento importante. Altri
ne seguiranno. E' necessario che a questi appuntamenti e nell'azione e
riflessione del movimento le organizzazioni, che si richiamano al pensiero
ed alla pratica della nonviolenza, avanzino la loro proposta. Sappiano
portare un'aggiunta importante e forse decisiva allo sviluppo, quantitativo
e qualitativo, del "movimento dei movimenti".
Per una internazionale violenta
Le notizie che abbiamo delle riflessioni ed attività che War Resisters'
International e Ifor (come MN e MIR ne siamo le espressioni in Italia)
svolgono a partire dagli USA, contrastandone la deriva bellicista, sono
incoraggianti. E' un invito per il nostro piccolo Movimento ad assumere
con più decisione il compito di un più stretto legame internazionale,
con una maggiore presenza, intanto, alle iniziative di War Resisters'.
Da non perdere la conferenza che l'organizzazione terrà in agosto
a Dublino: Storie e strategie - Resistenza nonviolenta e cambiamento sociale.
Utilissimo per il nostro lavoro sarà il confronto e le relazioni
con attivisti nella promozione della giustizia sociale, provenienti da
tutto il mondo, per discutere insieme su come rendere il mondo meno violento
e militarizzato. Soprattutto dopo l'11 settembre, il livello di violenza
tra le nazioni, ma anche all'interno delle società, è cresciuto
enormemente, come dimostrato dal ricorso sempre più frequente e
massiccio all'impiego della forza militare. Paura ed incertezza sono all'ordine
del giorno. La costruzione di una società pacifica e giusta è
estremamente difficile. L'approccio nonviolento ai problemi sociali è
compito straordinario che implica seri rischi personali. Impegno della
Conferenza è lo sviluppo di nuove strategie nonviolente per porre
fine alla minaccia del terrore, ma anche per svelare e scardinare la violenza
istituzionale.
Occorre trovare nuovi modi per ascoltare ed entrare in dialogo con tutte
quelle persone che, nelle nostre società, trovano l'approccio pacifista
e nonviolento troppo difficoltoso. Dobbiamo realizzare l'internazionale
della nonviolenza e renderla un modello di globalizzazione dal basso.
Diversi gruppi tematici sono stati programmati: - Economia, militarizzazione
e globalizzazione - Violenza nella società e potere della nonviolenza
- Violenza interetnica e violenza all'interno degli stati - Sessismo e
razzismo in relazione al militarismo e alla guerra - Obiettori di coscienza,
veterani e antimilitarismo - Strategie per l'apertura dei confini: asilo
ed emigrazione - Introduzione alla nonviolenza - A colloquio col passato.
Saranno inoltre tenute assemblee plenarie, con alcuni casi di studio
per stimolare il dibattito tra i partecipanti. Scopo delle assemblee è
far luce su rilevanti questioni politiche e strategiche. Argomenti previsti
sono: - Che ruolo giocano le storie nelle nostre strategie? - Il processo
di pace in Irlanda - Il collegamento tra la violenza nella vita quotidiana
e la violenza a livello globale - Militarismo, antimilitarismo e società
civile - Impegno popolare e strategie nonviolente.
Si è insistito su questo aspetto internazionale giacché
le speranze di costruttivo contributo alla soluzione dei sanguinosi e
complessi conflitti in atto, a partire da quello forse più inestricabile
e, per molti motivi, sommamente doloroso tra israeliani e palestinesi,
sono in gran parte affidati alla capacità di mettere in campo iniziative
ispirate al pensiero ed all'esperienza nonviolenta.
Ciò è vero a partire dall'obiezione di coscienza, dal rifiuto
della demonizzazione del nemico e della santificazione delle stragi, magari
accompagnate dal martirio, dalla costruzione e mantenimento di relazioni
tra le parti su temi e valori comuni. E' importante che questa consapevolezza
cresca anche nelle parti non direttamente impegnate nel conflitto. In
tal modo possono farsi strada alternative alla violenza estrema tra i
confliggenti o ad un, sia pur preferibile, compromesso imposto. Sono soluzioni
che non affrontano e non avviano a composizione, ma esasperano ed approfondiscono
le ragioni del conflitto e ne preparano ulteriori e più distruttivi.
I corpi civili di pace, una aggiunta per l'Europa
Anche in ambito europeo è necessario che la "nonviolenza
europea" trovi un punto di incontro, non casuale e sporadico, a partire
dal rilancio dell'idea dei corpi di pace. C'è un grande lavoro
da compiere: di conoscenza, di contatti, di momenti di riflessione e di
azione comuni. La costruzione dell'Europa non può che migliorare
con l'aggiunta della nonviolenza. E' un ambito nel quale molto è
da fare e sperimentare.
Anche per questo aspetto è importante che il Movimento si faccia
promotore di iniziative condivise tra tutte le forze che, sul piano nazionale
e locale, si richiamano alla nonviolenza. In questa direzione avevamo
ritenuto già nel passato Congresso di offrire un esempio significativo
con un rapporto, che avevamo indicato come federativo, tra noi ed il MIR.
Qualche passo è stato fatto, ma è ancora molto limitato.
Ci auguriamo che un contributo venga anche da questo Congresso.
Dalla Marcia per la Nonviolenza, lo stimolo per una iniziativa specifica
Nella stessa direzione si collocava anche la Marcia per la nonviolenza,
che abbiamo realizzato con un buon successo, nonostante incomprensioni
e difficoltà sulle quali non è il caso qui di tornare. Si
pone anche a questo Congresso l'interrogativo aperto se e quale iniziativa
possa costituire un momento di unità e visibilità della
costruzione di un progetto degli amici della nonviolenza, che si ritrovano
sotto sigle differenti, in gruppi locali, operanti in diverse realtà.
E' nostra convinzione che un lavoro comune, con obiettivi chiari e condivisi
di quanti si richiamano al messaggio della nonviolenza non sia orgogliosa
separazione dal generico pacifismo, né rottura di più ampie
unità, ma necessaria aggiunta e proposta costruttiva al rifiuto,
nel nostro paese ancora largo e diffuso, della guerra come strumento di
soluzione dei problemi.
Il contributo nella Rete di Lilliput
In questo ambito un rilievo tutto particolare assume l'impegno che i
componenti del Movimento danno nella Rete Lilliput. Si tratta di un progetto
del quale siamo stati tra i primi e convinti promotori, anche se non risultiamo
nelle "tavole di fondazione".
L'opzione nonviolenta ha mostrato di essere una scelta comune e da approfondire
nelle sue implicazioni e traduzioni. Il rafforzamento della rete, la valorizzazione
delle diversità delle sue componenti, il dialogo che nei gruppi
di lavoro tematico intreccia diverse esperienze, conoscenze, sensibilità,
l'attenzione nella costruzione dei nodi locali sono essenziali perché
il progetto della rete si sviluppi con quella serietà, autorevolezza
e capacità di coinvolgimento che ne hanno caratterizzato l'avvio.
Altre, diverse, rispettabili aggregazioni, come quelle che più
o meno si riconoscono in social forum, possono dare e ricevere utili contributi
nella costruzione di comuni strategie proprio in ragione della capacità
delle Rete Lilliput di essere sé stessa. Cioè una rete capace
di mettere a frutto la complessità degli interessi dei suoi componenti,
la continuità di azione, la forza di attrazione nei confronti di
realtà organizzate, e anche di singoli interessati, in un percorso
caratterizzato da uno stretto e sempre verificato rapporto di coerenza
tra fini e mezzi e cioè in un percorso di nonviolenza. Perchè
l'altro mondo possibile possa cominciare a concretarsi occorre un profondo
mutamento sociale, e noi siamo convinti, con Capitini, che La nonviolenza
è il punto della tensione più profonda del sovvertimento
di una società inadeguata. Non occorre di meno. Anche per questo
la nonviolenza si presenta come varco.
Un movimento dal basso, per la difesa e l'allargamento della democrazia
Anche nel quadro politico italiano, la cui mediocrità ci pare
di confermare, emergono elementi di novità. Questo è vero
non solo nella resistenza tenace che donne ed uomini della politica hanno
pure manifestato, in parlamento e fuori, nei confronti di scelte di guerra,
spese militari, repressione, limitazione di diritti, nuovi privilegi concessi
ai già privilegiati, peggioramento delle norme e dei comportamenti
nei confronti degli immigrati... Si è manifestata anche una volontà
di protagonismo di altri soggetti, spesso dal basso, un'uscita dalla delega
rassegnata, in manifestazioni di massa che i disumani comportamenti di
Genova non hanno scoraggiato, in grandi assemblee, inedite marce aperte
da professori universitari, inviti a resistere di magistrati, girotondi
in vari luoghi ed una straordinaria e partecipatissima manifestazione
promossa dal maggior sindacato italiano.
Si tratta di cose molto differenti tra loro e che richiedono analisi.
Qui solo si sono richiamate per confermare ancora una volta che si avverte
l'esigenza di strumenti di integrazione della democrazia rappresentativa
e della sua rappresentazione/sostituzione mediatica. Questi strumenti
si intravvedono nella partecipazione diretta, nei forum, nelle assemblee.
Si avverte il vuoto lasciato da una pur deficitaria democrazia fondata
sui partiti, che, da strumento di partecipazione ed espressione, si erano
fatti sequestratori del potere del cittadino "sovrano".
Già all'indomani della liberazione Capitini aveva indicato quel
rischio ed avviato l'importante esperienza dei COS, scuola di capacità
critica e di autogoverno. E' un terreno di ricerca da esplorare con attenzione
ed apertura. Abbiamo conosciuto stagioni di assemblearismo, promosso dal
basso e dall'alto, da destra a sinistra che non hanno lasciato eredità
sempre convincenti. Vediamo ora proposte più strutturate di "agende"
e bilanci partecipati. Questo ci spinge a cercare ancora, con intelligenza
e passione.
Augurale per il Congresso potrebbe essere il tenersi a Ferrara dove,
in un convegno del maggio del '48, Capitini formulò la proposta
di una comunità aperta, internazionalmente federata, e nelle singole
sue parti decentrata, articolata e atta a dissolvere ogni forma di privilegio
e di oppressione.
La trasformazione dell'economia
Anche sul terreno dell'alternativa economica, del modo di produrre e
di consumare, dove il neoliberismo celebra i suoi fasti in assenza di
credibili concorrenti, siamo chiamati a dare un contributo. Anche qui
sembra di poter cogliere l'esigenza di un cambiamento profondo del modello
dominante.
Il breve ma denso saggio di Nanni Salio Elementi di un'economia nonviolenta
costituisce un utile punto di riferimento. Dobbiamo promuovere approfondimenti
e confronti, sia sulle diagnosi di fondo che sulle proposte di resistenza
e transizione ad un nuovo modello. Sbaglieremmo a crederlo, come in passato
è avvenuto, già dato nelle sue linee essenziali. Esperienze
microeconomiche, riflessioni su quanto avviene a livello macro resteranno
al centro della nostra attenzione e ci attendiamo un contributo di proposta
dalla commissione. Uno stimolo per tutti sarà certo il saluto che
Yunus porterà alla nostra seduta domenicale.
Un cambiamento negli stili di vita è certo possibile a partire
da noi. Al centro dell'agire sono persone, ci ricordava sempre Capitini.
Ma sono necessarie sponde istituzionali e l'avvio di processi di grande
mutamento economico. Pensiamo "solo" all'uso dell'automobile,
alla violenza che vi è connessa: culturale (l'automobile rende
stupidi e aggressivi), strutturale (consumi energetici, stravolgimento
delle città e degli spazi urbani, incubatori di violenza), diretta
(le migliaia e migliaia di morti amazzati sulle strade, di invalidati
e di asfissiati nelle città. Ferrara, città delle biciclette,
vanta un triste primato).
Il decennio per l'educazione alla pace e alla nonviolenza
Violenza crescente avvertiamo anche nelle nostre realtà privilegiate.
Il disagio di gruppi emarginati e delle giovani generazioni si esprime
troppo spesso in forme violente, che trovano quale risposta accentuazione
della repressione e inasprimento di pene. La ricomparsa del terrorismo
spinge ancor più in questa direzione. Anche importanti conquiste,
come l'abolizione dei manicomi, tendono ad essere rimesse in discussione,
come non ricordassimo i guasti e gli orrori della segregazione. C'è
una violenza diffusa e crescente nella nostra società dai banchi
di scuola, ai luoghi di lavoro, di svago, familiari: violenze grandi e
piccole (ma ogni dose può essere una overdose) nei confronti dei
soggetti deboli , violenza degli emarginati, violenza degli uomini nei
confronti delle donne e l'elenco potrebbe continuare. Sono ambiti nei
quali molto c'è da lavorare per riconoscere, prevenire, trasformare
i conflitti, affrontare disagi e sofferenze. Molti tra noi sono già
impegnati in questa azione, che è collegata ad un quadro più
generale. Il decennio per l'educazione alla pace e alla noviolenza per
le giovani generazioni non si è aperto certo sotto buoni auspici.
E' cessata persino la pubblicazione del Corriere internazionale dell'Unesco,
promotore dell'iniziativa. E' una ragione di più per accrescere
il nostro impegno, sicuri di trovare volonterosi e capaci operatori che
lavorano con i medesimi obiettivi.
Mi preme ringraziare, concludendo, quanti hanno collaborato più
intensamente a mantenere presente ed operante il nostro Movimento tra
molte difficoltà. Un ringraziamento particolare, che è un
abbraccio, va al nostro Presidente, che da tempo ci chiede di sollevarlo
da questo impegno.
Il coordinamento credo abbia assolto con responsabilità il mandato
congressuale ed affrontato i temi nuovi che gli avvenimenti hanno proposto.
Non sempre siamo riusciti a trovare la soluzione più convincente.
Penso in particolare ad un importante confronto, tra noi avviato, sul
valore della laicità ed il senso dell'aggiunta religiosa, nel pensiero
e nella pratica nonviolenta, al quale non abbiamo saputo dare sede e modalità
adeguate di svolgimento. E' un impegno, non il solo, consegnato al prossimo
coordinamento. Buon congresso !
Le Mozioni approvate
Le commissioni di lavoro del sabato mattina e pomeriggio, si sono concluse
con un testo di sintesi, che è stato sottoposto all’attenzione
e al dibattito del Congresso.
La formazione alla nonviolenza
(Luciano Capitini)
La Commissione “Formazione alla Nonviolenza” ha espresso, indirizzandole
al Comitato del Movimento Nonviolento perché curi la diffusione
e l’applicazione ma anche ai gruppi che intendono iniziare il percorso
di formazione, la seguente riflessione e alcune raccomandazioni.
L’attuale situazione di violenza in cui viviamo,il dialogo personale
in cui molti si trovano a dibattersi, col rischio di implosione, rendono
necessari l’avvicinamento alla nonviolenza (e pertanto una formazione
adeguata) che infatti viene richiesta da molti.
Preliminarmente dovrà essere data adeguata informazione, sulla
strutturazione dei percorsi formativi (pensiamo che sia da costruire una
alternativa nonviolenta capace di raggiungere chiunque).
L’azione della formazione è un processo unico, ma ha due facce:
una fase riguarda la costituzione del gruppo, la comunicazione all’interno
dello stesso, il supermanto delle negatività (con particolare attenzione
ai linguaggi e al metodo maieutico).
La base, a livello individuale, di questo lavoro collettivo, è
il senso di responsabilità che ognuno trovi nel proprio profondo.
In un certo senso questo progetto vuole essere una ideale continuazione
dell’esperienza capitiniana dei COS.
Si tratta di confrontare se stessi con la nonviolenza.
Tutto ciò porta ad una formazione autodiretta (senza escludere
apporti esterni) che indicherà anche gli obiettivi della formazione
stessa.
Deve essere chiaro a tutti che si tratta qui di acquisire gli elementi
della cultura nonviolenta, sia come “summa! Di un pensiero già
acquisito, sia come un processo in divenire.
Una seconda fase, consiste nella preparazione alle azioni nonviolente.
Anche in tale fase il confronto con la cultura nonviolenta deve essere
continuo. Una particolare importanza sarà data ai training, alle
simulazioni, ecc…
In tutto il processo potrà essere particolarmente utile il testo
di Aldo Capitini “Le tecniche della nonviolenza”.
Approvata all’unanimità con 3 astenuti
Nonviolenza e movimento dei movimenti
(Pasquale Pugliese e Massimiliano Pilati)
Mai come oggi vaste reti di associazioni e militanti per la giustizia
e la pace globali si sono dette, sempre più consapevolmente, nonviolente:
si pensi in Italia alla Rete Lilliput.
Le drammatiche giornate del G8 di Genova hanno costituito, in questo senso,
per gran parte del cosiddetto “movimento dei movimenti” italiano
un’accelerazione e una doppia rivelazione: da un lato la rivelazione
della brutalità che può manifestare il potere e dall’altro
quella della propria debolezza strategica. Quella parte di movimento che,
pur dichiarandosi non violento, è rimasto schiacciato e vittima
tra tre opposte violenze - verbale e simbolica, diretta vandalica e repressiva
– ha cominciato tanto a capire la necessità di non rincorrere
i potenti nei loro vertici, quanto, e soprattutto, a percepire il bisogno
di passare dal “dire nonviolenza” al “fare nonviolenza”,
ossia di passare da una generica aspirazione ideale alla nonviolenza –
proclamata su tutti i documenti – alla specifica prassi di azione
politica nonviolenta.
Il Movimento Nonviolento, impegnato attivamente nella Rete Lilliput, –
e nei cui confronti, per la sua storia, vi sono attese, e dunque responsabilità,
come vi sono attese, e dunque responsabilità, per la Rete rispetto
all’intero “movimento dei movimenti” – deve più
che mai in questa fase non far mancare il proprio modesto ma insostituibile
contributo, centrato in maniera specifica sull’approfondimento e
la divulgazione del metodo nonviolento, ossia di quell’insieme di
principi, strategie e tecniche volte non solo a fare la rivoluzione ma
a rivoluzionare il modo stesso di fare la rivoluzione.
Questo significa aiutare la Rete Lilliput a lavorare in profondità
per favorire l’acquisizione diffusa tra i lillipuziani, e sui loro
territori, del metodo nonviolento – che non s’improvvisa ma
è fatto di apertura e rigore, di formazione e sperimentazione,
di lotta e di programmi costruttivi - privilegiando l’aumento della
consapevolezza piuttosto che dei numeri, della qualità piuttosto
che della quantità, dei tempi lunghi piuttosto della rincorsa agli
avvenimenti mediatici. Perché la forza della nonviolenza è
quella d’incidere sui processi strutturali piuttosto che sugli eventi
di superficie.
In questa prospettiva il Movimento Nonviolento approva e sostiene la scelta
della Rete Lilliput di non aderire all’Italian Social Forum e, soprattutto,
la decisione di costituire i “Gruppi di azione nonviolenta”
(GAN) presso i nodi locali della Rete, quali elementi fondamentali di
formazione e azione della strategia lillipuziana e nonviolenta.
Pertanto, il XX Congresso del Movimento Nonviolento:
1)impegna il MN, nei suoi organismi centrali e territoriali, a promuovere
attivamente la formazione dei GAN presso i nodi locali della Rete Lilliput;
2)impegna il Comitato di Coordinamento, a tal fine, ad organizzare momenti
nazionali di formazione alla nonviolenza come metodo, rivolti a tutti
i lillipuziani;
3)impegna il Comitato di Coordinamento a seguire lo sviluppo e la diffusione
dei GAN all’interno del “Gruppo di Lavoro Tematico (GLT) Nonviolenza
e Conflitti” della Rete Lilliput;
4)impegna il Comitato di Coordinamento a farsi promotore presso il “GLT
Nonviolenza e conflitti” e presso i movimenti nonviolenti europei
della preparazione di uno o più laboratori di approfondimento del
metodo nonviolento all’interno dell’incontro dell’European
Social Forum di Firenze.
Approvata all’unanimità con 3 astenuti
Il Decennio per l’educazione alla Nonviolenza
(Angela Marasso)
La concretizzazione della risoluzione ONU ha costituito uno dei due obiettivi
fondamentali della Marcia Nonviolenta del settembre 200; Ed il Movimento
ha posto tale questione al centro del proprio più recente impegno
nei confronti della politica e delle istituzioni.
Anche sulla base della dichiarazione ONU del 13/0971999, e del Manifesto
UNESCO 2000 “Per una cultura della pace e della nonviolenza”
sottoscritto da oltre 65 milioni di persone, è stato predisposto
un programma di attuazione operante in altri paesi, che potrà utilmente
essere adottato dalla Commissione e dal congresso.
Esistono per tale azione, e si sono riscontrate, forti convergenze con
altri Movimenti ed Associazioni, segnatamente ed in primo luogo il MIR,
e la Tavola per la Pace.
La Commissione congressuale dovrà elaborare una risoluzione per
l’assunzione di una campagna di studio, di lavoro, e di attività.
La sua articolazione dovrà essere programmata su diversi livelli:
istituzionale, associativo, culturale, e di attività. I suoi caratteri
specifici dovranno essere insieme la globalità e la specificità
di settore, l’unitarietà territoriale, e la progettualità
di area, il coordinamento nazionale ed internazionale e l’autonomia
di ogni movimento, di ogni associazione, di ogni singolo, di ogni attività.
I suoi obiettivi di fondo potrebbero essere:
1)avviare una campagna ed un lavoro a livello nazionale per un Comitato
Nazionale di Coordinamento;
2) avviare e sostenere un impegno verso le istituzioni, prevalentemente
locali;
3)promuovere l’istituzione di una apposita Agenzia od Autorità
per un coordinamento delle diverse competenze (Istruzione, Esteri, RAI,
etc.) e di un Istituto di Ricerca per la Pace;
4)adottare e specificare un piano di azione per il decennio;
5)definire orientamenti e progetti di settore.
La Commissione propone al Congresso di far propri i Movimenti di preparazione
ai lavori della commissione stessa.
Propone altresì al Congresso di assumere l’iniziativa di promuovere,
in coordinamento con gli interlocutori già intervenuti e coinvolti,
in collaborazione con istituzioni, enti, ed associazioni, già operanti
nel settore, con l’ausilio di un comitato scientifico, e secondo
progetti prioritariamente finalizzati alla formazione, una Campagna per
l’attuazione della risoluzione ONU per una cultura della nonviolenza.
Indica quale ipotesi di raccordo del lavoro progettuale quella definibile
…. Di esperienza: il gioco, la lettura, la comunicazione, il dolore
e la malattia, la natura, l’altro, ecc…
Approvata all’unanimità con 3 astenuti
Una marcia o altra iniziativa specifica sulla nonviolenza
(Daniele Lugli)
L’iniziativa che il MN propone all’attenzione di tutti gli amici
della nonviolenza è il percorso Assisi-Gubbio da compiersi dal
29 al 31 Agosto 2003 e concludersi con un Convegno sulle soluzioni dei
conflitti.
La parola d’ordine resta quella della marcia per la nonviolenza del
2000 “ Mai più eserciti e guerre “.
L’avvicinamento all’iniziativa dovrebbe avvenire con la proposta
di un digiuno mensile, il secondo mercoledì del mese, a gruppi
e singolarmente. Diverse potranno essere le modalità pubbliche
e private di effettuazione dei digiuni e delle iniziative che li accompagnano.
Azione nonviolenta accompagnerà e sosterrà l’iniziativa
nella notizia e nella sua preparazione e sviluppo e con materiale di supporto.
Temi individuati e proposti alla riflessione nei 12 mesi e nei 12 digiuni
di preparazione all’iniziativa possono riassumersi in 12 parole:
1)Comunicazione
2)Conflitto
3)Diritto
4)Disarmo
5)Ecologia
6)Economia
7)Educazione
8)Giustizia
9)Obiezione
10) Povertà
11) Relazioni
12) Spiritualità.
La proposta è affidata all’affinamento ed alla valutazione
del Comitato di Coordinamento, per la miglior realizzazione dell’impegno
delineato.
21 sì, 4 no, 8 astenuti
Nonviolenza, guerra e terrorismo. La campagna di obiezione del cittadino
(Adriano Moratto)
Nella nostra commissione si è discusso quasi esclusivamente della
campagna per l’obiezione del cittadino.Tale campagna è ormai
vista come una campagna quadro per raccogliere una serie di iniziative
proposte che vanno dall’obiezione fiscale alle banche armate, al
servizio civile volontario
La commissione ha altresì confermato l’approvazione fatta
dal Comitato di coordinamento del testo di preparazione della campagna
stessa.
E’ stata rilevata la necessità di una commissione “tecnica”
costituita da rappresentanti del MIR, MN, Rete di Lilliput, Banche Armate
Campagna Obiezione alle spese militari, più chi vorrà eventualmente
aderire.
Tale commissione che era già presente nelle persone di Luciano
Benini, Luciano Capitini, Massimiliano Pilati e con l’indispensabile
partecipazione del Centro di Torino che si è assunto l’onere
di segreteria, si e già impegnata entro un mese a mettere a punto
un testo per la guida a questa Campagna, in modo da avere i TEMPI TECNICI
per preparare l’ inizio di questa campagna quadro per il prossimo
autunno.
Per quanto riguarda gli altri punti inerenti ad iniziative in difesa dell’art.11,
proposte per il disarmo, o le iniziative sull’ EXA di Brescia, sono
lasciate alle iniziative locali.
Pertanto (per restare nelle formule di rito) chiediamo al Congresso di
approvare la costituzione della commissione per “gestire” la
campagna per l’obiezione del cittadino nelle linee identificate nel
documento sopracitato.
16 sì, 4 no, 6 astenuti
Raccomandazione (Lo Cascio)
Il XX Congresso del MN da mandato alla segreteria del movimento affinché,
congiuntamente alle segreterie degli altri movimenti promotori della campagna
per l’Obiezione di Coscienza del cittadino e della cittadina, venga
assunta una risoluzione che puntualizzi gli obiettivi cui la campagna
é finalizzata .
Indicando questi punti:
1)istituzione dei Corpi Civili di Pace
2)riconoscimento del diritto di opzione fiscale
3)definizione delle norme a garanzia del diritto di Obiezione di Coscienza
contro la possibilità di richiamo alle armi anche dopo la data
di sospensione della leva
4)applicazione delle norme prevista dall’ art. 8 della legge 230/98
16 sì, 1 no, 6 astenuti
La TV e i mezzi di comunicazione
(Matteo Soccio)
Premessa. I partecipanti a questa commissione hanno ritenuto di dover
concentrare l'attenzione soprattutto sul mezzo televisivo, considerato
il più potente. Gli interventi hanno evidenziato, nei confronti
della questione televisiva, sensibilità e valutazioni diverse sia
di tipo individuale/esistenziale sia di tipo politico. In ogni caso è
stato considerato urgente per i nonviolenti fare i conti con la TV per
due importanti considerazioni: la prima riguardante gli effetti intrinsecamente
ipnotici e capaci di modificare i comportamenti individuali e gli stili
di vita, la seconda riguardante la possibilità che lo strumento
possa essere usato per manipolare, attraverso il controllo dell'informazione,
le coscienze, le opinioni, le scelte politiche. Attraverso il mezzo televisivo,
il potere economico impone modelli di consumo, visioni politiche, interpretazioni
della realtà, trasformando il cittadino in utente passivo non pensante
e consenziente. La cosa che più preoccupa non è tanto la
presenza massiccia della violenza e del sesso in TV ma la capacità,
che ha questo mezzo, di modellare i comportamenti e i consumi dei cittadini
e soprattutto di influire sul libero esercizio del consenso e del dissenso,
senza il quale non esiste una società democratica.
Queste considerazioni hanno portato a manifestare le seguenti esigenze
e raccomandazioni:
ritornare ad essere soggetti attivi e non più passivi, assumendo
di fronte alla TV l'atteggiamento del "consumatore critico"
e del cittadino responsabile;
utilizzare il mezzo televisivo il meno possibile per valorizzare le relazioni
interpersonali;
combattere il monopolio delle reti private;
esigere l'eliminazione della pubblicità nelle reti pubbliche e
a pagamento;
esigere che le stesse TV facciano un'informazione approfondita sui danni
che può produrre il mezzo televisivo;
abolire il sistema dell'audience che mercifica i prodotti televisivi,
imponendo programmi non di qualità ma paganti in termini pubblicitari.
Nel dibattito è emersa anche la necessità che il Movimento
Nonviolento utilizzi la TV per far conoscere i propri programmi e iniziative,
la visione del mondo della nonviolenza, utilizzando e gestendo gli "accessi"
previsti e conquistando altri spazi finalizzati. Si raccomanda comunque
di non rinunciare, anzi di potenziare gli altri mezzi tradizionali di
comunicazione, oggi considerati "poveri": radio, giornali, proiezioni
audio-visive, volantini, manifesti ecc.
Un altro aspetto, che si raccomanda di seguire con attenzione e di approfondire,
riguarda le possibilità offerte dai cosiddetti "nuovi media"
come Internet e la TV interattiva.
Indicazioni operative.
Sulla base delle considerazioni svolte si danno al MN le seguenti indicazioni
operative al fine di lanciare una Campagna rieducativa del cittadino consumatore
televisivo:
1.organizzare un Seminario di studio e approfondimento sul tema: TV,
nuovi Media e Nonviolenza. Prospettive e rischi;
2.elaborare e stampare una Mini-guida all'uso critico della TV;
3.praticare forme di disobbedienza e rifiuto del mezzo televisivo in particolari
circostanze e verso specifiche espressioni della programmazione televisiva;
4.denunciare il canone televisivo chiedendo l'abolizione della pubblicità
nelle reti pubbliche;
5.promuovere periodicamente forme di "Disintossicazione televisiva"
(ad es.: digiuno televisivo, "cura dimagrante", ecc.);
6.conquistare nelle reti TV spazi di autogestione da destinare all'informazione
nonviolenta;
7.suggerire e promuovere alternative alla TV;
8.contattare e coinvolgere in questa campagna i tecnici e i professionisti
della TV e altri soggetti politici e sociali interessati, promuovendo
un Osservatorio permanente per il controllo delle menzogne e delle violenze
della TV.
16 sì, 9 no, 2 astenuti
Prospettive dell’Obiezione di Coscienza, Corpi Civili di Pace
(Mao Valpiana)
Il Congresso conferma una grande attenzione per lo sviluppo del S.C.
volontariato (legge 64 del 2001) e per ogni iniziativa che vada nella
direzione della istituzione dei Corpi Civili di pace.
In particolare propone :
di seguire l’iter attuativo della L.64, anche affidando uno specifico
incarico nel C.d.C., e di presentare progetti di “S.C. volontario”sulle
DPN, che prevedono una adeguata formazione.
Di mettere a disposizione del “Progetto di formazione alla nonviolenza
attiva” un pacchetto formativo sulla storia dell’ OdC preparando
anche appositi materiali (diari di obiettori, videocassette, etc. )
Di impiegare AN a pubblicare con continuità materiale sull’obiezione,
lo sviluppo del S.C. all’estero e in Italia, le esperienze di interventi
civili di pace
(OdC in Israele e Turchia)
Di individuare una persona o due che rappresentino in MN nel Coordinamento
dei gruppi “ Verso i Corpi Civili di pace”
Di rafforzare all’interno di Lilliput l’esigenza che ogni nodo
locale si sensibilizzi sul S.C. e sui Corpi Civili di pace.
Il MN si impegna a partecipare, con propri rappresentanti, ai seguenti
appuntamenti:
19-21 Aprile a Milano Coord. Europeo del Sevizio Civile di pace
18 Maggio a Rimini al Convivio dei Popoli
23 Agosto- 1 Settembre al Corso di Formazione
All’unanimità con 1 astenuto
Le proposte della nonviolenza per una trasformazione dell’economia
(Nanni Salio)
1)Approfondire il rapporto tra economia e politica, in particolare nuove
forme di partecipazione politica (bilancio partecipativo, scelte partecipative,
strumento referendario) e di democrazia dal basso.
2)Avvio di una ricerca per conoscere e valutare criticamente le esperienze
di vita comunicativa e di economia nonviolenta presenti in Italia.
3) Potenziare le pagine di AN dedicate all’economia nonviolenta con
inserti specifici e con contributi che facciano conoscere le esperienze
in corso.
Approvata all’unanimità con 6 astenuti
Difesa e ampliamento della democrazia
(Rocco Pompeo)
Già dalla relazione/documento finale del Congresso emergevano
con chiarezza la consapevolezza della crisi della democrazia nel nostro
paese e le indicazioni di un percorso per un suo superamento in termini
positivi .
Ed al convegno promosso in occasione della Marcia Specifica nonviolenta
del Settembre 2000 ponevamo al centro della nostra riflessione politica
la questione della politica.
Ora, non v’è dubbio che le cadute della democrazia e le degenerazione
dello scenario politico ( prevalenza di grandi gruppi sui cittadini; rappresentanza
scorporata in sostituzione della rappresentanza politica; centralità
delle oligarchie; segretezza di settori sempre più vasti del potere;
scarsa partecipazione alla vita pubblica, ridotta sempre più a
scontro/confronto personale ed a spettacolarizzazione; chiusura istituzionale;
machiavellismo e menzogna politica; eccesso di poteri per i funzionari
e prevalenza di pseudogiustizia; rafforzamento dell’esercito e per
di più professionale; etc.) sono andati accentuandosi in questi
ultimi tempi in Italia e nel mondo.
Siamo ormai comunque in presenza di un regime democratico senza popolo
e senza cittadini, caratterizzato dal diffondersi sempre più marcato
di analfabetismo politico, in gran parte dovuto alla sostanziale convergenza
di valori e di scelte programmatiche delle diverse forze politiche ( valga
per tutto la comune scelta del ricorso alla guerra).
Gli amici della nonviolenza sanno bene che:
non esiste un punto alfa e non esiste un punto omega nell’itinerario
verso l’omnicrazia ed il potere di tutti;
ogni critica al presente è anche un’accusa pesante al passato,
ed alle insufficienze con le quali si è arrivati alla situazione
presente;
non esiste una situazione in cui “tutto è perduto”, così
come non esiste una situazione in cui “tutto si è realizzato”,
quella in cui “ si gioca tutto”.
Dare nuova centralità ai valori legati alla “apertura all’esistenza,
alla libertà, ed allo sviluppo di ogni essere”; rivedere il
welfare all’italiana; ampliare la democrazia; promuovere lo sviluppo
ed il lavoro : queste le leve per evitare esiti autoritari ( di destra,
di centro, o di sinistra non importa proprio niente! ) e per tenere saldamente
coniugati benessere e sicurezza sociale, libertà e democrazia politica
in Italia.
Le leve del nostro agire vengono a precisarsi:
nuova concezione e nuova pratica del potere, passando dalla capacità
di imporre la propria volontà ed i propri interessi , attraverso
gli strumenti della forza e della violenza alla diffusa possibilità
di avanzare proposte e soluzioni ancorate al fine primario dell’interesse
di tutti e garantite in tale valenza dalla scelte della nonviolenza.
Informazione, anche e soprattutto come tutela del cittadino rispetto al
funzionamento del potere, per non parlarne, poi, contro gli errori e gli
abusi del potere .
Controllo e verifica
Democrazia dal basso e revoca
Riduzione dei poteri “tradizionali” : esercito, burocrazia,
magistratura, carcere, etc.
Non democrazia diretta, ma appunto omnicrazia
Non contro le istituzioni, ma oltre le istituzioni (Arendt e la disobbedienza
civile )
Da quanto espresso emergono le nostre possibili “aggiunte” :
1. centralità della questione istituzionale, che viene in Italia
a precisarsi come questione della piena cittadinanza e dello stato di
diritto. Uno Stato democratico deve tutelare i diritti e le libertà
con il diritto comune, senza ricorrere a legislazioni speciali o corpi
segreti. La democrazia aperta è un processo, e le riforme devono
significare trasformazioni reali, anche irreversibili.
2.oltre ogni concordato per la laicità dello stato, delle istituzioni,
della scuola
3.per una nuova stagione costituente dei diritti e dei doveri
4.per una vivibilità del lavoro, del tempo, delle città,
della natura, dello spazio.
Nella pratica, l’azione del Movimento sarà volta a promuovere
la costituzione ed il funzionamento di centri territoriali aperti con
l’obiettivo di riaffermare la centralità delle assemblee,
dei luoghi di confronto, della partecipazione diretta dei cittadini.
In questo contesto il Movimento guarda favorevolmente all’ipotesi
della costituzione di GAN (Gruppi di Azione Nonviolenta) nei nodi di Rete
Lilliput ed anche quale esperienza concreta di cittadinanza attiva ed
ampliamento della democrazia.
Il Movimento rende disponibili la propria esperienza e le proprie competenze
per la formazione e l’attività dei GAN.
Valuta opportuno indicare, come propria originale “aggiunta”
alla riflessione ed al lavoro di Rete Lilliput, la priorità di
un impegno per la difesa del funzionamento e della vita democrazia delle
istituzioni.
Approvata all’unanimità con 4 astenuti
MOZIONI PARTICOLARI
Approvate all’unanimità
Sostegno alla Cooperativa “Il Seme e il Frutto” di Brescia
(Alfredo Mori)
Il XX Congresso del Movimento Nonviolento , riunito a Ferrara nei giorni
12,13 e 14 Aprile 2002 , conferma il proprio impegno a sostenere l’azione
di risanamento della Cooperativa biologica “ Il Seme e Il Frutto
“ di Brescia , avviata con il contributo della sezione locale del
Movimento.
Tale azione si propone tra l’ altro di rilanciare le motivazioni
originarie , che prevedono anche la promozione di iniziative culturali
specifiche , considerando il fatto che la Cooperativa nella sua vita ultraventennale
è stata ed è tuttora frequentata da molti esponenti e simpatizzanti
dell’ area nonviolenta .
Il XX congresso invita gli organismi responsabili del Movimento a proseguire
tale impegno , anche mettendo a disposizione , ove si rendessero necessarie
, ulteriori competenze professionali che già in parte sono state
coinvolte .
Contro la propaganda militare
(Giovanni Mandorino)
Il congresso del Movimento Nonviolento si svolge mentre il nostro Paese
è attivamente coinvolto, in violazione dello spirito e della lettera
dell’art. 11 della nostra Costituzione, in una guerra a migliaia
di chilometri di distanza dal proprio territorio.
In questo momento il nostro impegno antimilitarista di sempre deve diventare
più incisivo.
Il Congresso impegna le sedi locali e gli aderenti al Movimento ad avviare,
ciascuno nella propria realtà territoriale in collaborazione con
gli altri soggetti disponibili, campagne nonviolente contro lo svolgersi
delle manifestazioni di propaganda militare che assumono, in questo momento
e nel quadro della riforma della leva, un particolare significato mirando
alla costruzione ed al consolidamento del consenso all’uso dello
strumento militare o addirittura di una cultura apertamente militarista.
RACCOMANDAZIONI
Approvate
Organizzazione
(Matteo Soccio)
Il XX Congresso del MN,
a partire dalle note organizzative preparate su incarico del C.d.C. da
Rocco Pompeo, al fine di migliorare l’assetto organizzativo del MN
e rendere più efficace la sua attività e i suoi interventi
nel contesto politico italiano, indice per l’autunno del 2002 una
conferenza organizzativa aperta a tutti gli iscritti. Le modalità
di preparazione verranno decise dal prossimo C.d.C.
Banca Etica
(Davide Caforio)
Il XX Congresso del MN dà mandato al Coordinamento di provvedere
alla adesione alla Banca Popolare Etica.
Solidarietà a Beppe Pierantoni
(Paolo Predieri)
Il Congresso del Movimento Nonviolento invia un affettuoso saluto a Beppe
Pierantoni, missionario dehoniano, per anni compagno di cammino nella
promozione dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza, liberato
dopo 6 mesi di dura prigionia nella foresta del sud delle Filippine.
Democrazia e Costituzione
(Solmi)
Data la gravità della situazione che si è venuta a creare
nel nostro paese e che minaccia di condurre (se non ha già, almeno
in parte, condotto) all’instaurazione di un assetto politico incompatibile
con i principi ispiratori della nostra Costituzione Repubblicana, e la
necessità che il Movimento Nonviolento prenda posizione in modo
chiaro anche a livello nazionale sulle misure da adottare e sulle iniziative
da sostenere in questi frangenti, il Congresso demanda al Comitato di
Coordinamento di assumere le necessarie iniziative.
20 sì, 5 no, 8 astenuti
Il Congresso ha eletto:
Segretario nazionale
Daniele Lugli
Direttore di Azione nonviolenta
Mao Valpiana
Comitato di Coordinamento
Adriano Moratto (Brescia)
Alberto Trevisan (Padova)
Angela Dogliotti (Torino)
Claudia Pallottino (Torino)
Elena Buccoliero (Ferrara)
Flavia Rizzi (Milano)
Francesco Lo Cascio (Palermo)
Luca Giusti (La Spezia)
Luciano Capitini (Pesaro)
Massimiliano Pilati (Trento)
Matteo Soccio (Vicenza)
Pasquale Pugliese (Reggio Emilia)
Piercarlo Racca (Torino)
Rocco Pompeo (Livorno)
Fanno parte del Coordinamento, inoltre, i rappresentanti delle sezioni
locali del MN.
I poveri sono poveri ovunque. E ovunque hanno bisogno di una Banca!
Intervista a Mohammed Yunus, a cura di Elena Buccoliero
Mohammed Yunus, il banchiere dei poveri ideatore e fondatore di Grameen
Bank, che dal Bangladesh si è espansa in moltissimi paesi salvando
milioni di famiglie dalla povertà, è intervenuto al XX Congresso
del Movimento Nonviolento per una felice coincidenza. Il giorno successivo,
infatti, riceveva il premio Città di Ferrara assegnatogli dall’associazione
Ferrara-Terzo Mondo in collaborazione con Banca Etica e con il Comune
di Ferrara.
Dopo il saluto di Yunus al Congresso in plenaria, attento e silenzioso,
abbiamo avuto modo di fargli un’intervista collettiva, incominciando
da Asma, una ragazza sudafricana che, direttamente interessata per le
sorti del suo paese, ha chiesto al professore quanto può essere
esportato il modello di Grameen Bank, e ha raccontato di un unico istituto
di credito sudafricano, la Banca del Popolo, che concede prestiti ai più
poveri ma ad un tasso di interesse più elevato rispetto a quello
normalmente praticato alla media della popolazione.
Grameen Bank è sorta in diversi paesi anche africani, precisa Yunus,
quali Togo, Mali, Senegal, Ghana, e poi anche in Sud America e in Asia,
e in alcuni paesi tra i più ricchi come il Canada, gli Stati Uniti,
il Regno Unito e infine l’Italia, dove abbiamo avviato una esperienza
di microcredito a Napoli.
Quale approccio avete riscontrato nei paesi che fanno parte del “mondo
ricco”?
Non è molto diverso, i poveri sono poveri ovunque. Nella filiale
statunitense, nel quartiere di Harlem, a New York, abbiamo concesso prestiti
a persone che mai nella loro vita avrebbero avuto l’opportunità
di mettere piede in una banca. A Napoli i correntisti sono soprattutto
immigrati e poveri in cerca di lavoro. Di recente mi ha fatto molto piacere
che la Missione Arcobaleno ci abbia invitato a portare Grameen Bank in
Kossovo, a sostegno della ricostruzione. La maggior parte dei clienti
sono donne quasi sempre vedove di guerra, donne che nel conflitto hanno
perso tutto. Abbiamo concesso prestiti a ormai più di 4.000 persone.
Anche nei paesi in cui il modello è stato importato, avete mantenuto
la procedura di concedere prestiti non a singoli ma a piccoli gruppi composti
da cinque persone?
Sì, i prestiti sono diretti a gruppi che si accordano, condividono
i loro progetti e dimostrano, con un piccolo esame, di essere pienamente
consapevoli di ciò che stanno per intraprendere. Il 95% dei clienti
di Grameen è composto da donne, e tutte molto povere.
Che reazioni avete suscitato all’interno delle famiglie, in un paese
come il Bangladesh dove le donne hanno un ruolo davvero marginale?
Quando le donne si avvicinano a Grameen Bank, all’inizio gli uomini
sono ostili. Hanno della donna una concezione molto bassa, pensano che
sia stupida, incapace di maneggiare denaro, e poi temono di perdere la
propria autorità all’interno della famiglia. Anche quando
mostrano di sperare che la moglie abbia successo, dentro di sé
si augurano sempre che fallisca, per riconfermare che sono loro a saper
condurre la famiglia e a gestire bene il denaro.
Nei prestiti, le donne restituiscono ogni settimana una piccola quota
e l’uomo spera sempre che alla fine della settimana i soldi non ci
siano e la moglie non possa restituire niente. Ed è davvero molto
sorpreso quando vede che tutto va liscio, anche dopo la seconda, e perfino
dopo la terza settimana…
E dopo un anno che cosa accade?
Alla fine dell’anno la moglie è riuscita a rimborsare l’intero
prestito e anche l’uomo è felice perché tutti i debiti
sono assolti. E anche in lui qualcosa scatta, comincia ad apprezzare la
propria compagna e anche il rapporto all’interno della famiglia si
modifica. Incomincia a dare più fiducia, la relazione si fa più
paritaria, anche perché se prima la donna non possedeva niente,
ora legalmente è lei la padrona della casa, o degli animali, o
degli strumenti di lavoro acquistati con il prestito di Grameen Bank,
e tutti i documenti testimoniano questo.
Grameen Bank lavora anche nel settore dell’istruzione.
Il 100 per cento dei bambini di Grameen Bank va a scuola. La banca concede
prestiti specifici per il sostegno degli studi, destinati per il 50% ad
incrementare la scolarizzazione delle bambine.
Il cambiamento nei ruoli maschile e femminile ha una portata straordinaria,
che pensiamo potrà avere riverbero non soltanto nei rapporti interpersonali,
ma anche nei rapporti politici.
Sì, è vero. Tanto per cominciare, ogni gruppo di cinque
donne deve nominare ogni anno un presidente e un segretario, in questo
modo ogni donna vive una esperienza di leadership di un gruppo. Questo
dà potere all’interno della società, le donne acquisiscono
sicurezza in loro stesse e fanno esperienza del diritto di voto che politicamente
non hanno mai avuto.
Anche nel governo locale le donne incominciano ad avere voce. Nelle elezioni
del ’98 in Bangladesh 2000 donne di Grameen Bank sono state elette
nei consigli provinciali, comunali e regionali.
E che cosa succede se un vostro cliente è incapace di restituire
il prestito?
E’ molto raro, perché selezioniamo molto bene i nostri clienti,
in modo davvero strettissimo. Certo, possono esserci persone che non sono
in grado di rimborsare il debito a scadenza o che non raggiungono il loro
obiettivo, ma questo non svaluta Grameen Bank nel suo insieme. E anche
in quei casi, chi fallisce viene sostenuto fino a che porta a termine
il proprio progetto.
Quali sono i criteri per la scrematura della clientela?
Semplice. Visitiamo la casa della potenziale cliente, ci assicuriamo che
non abbia mobili, che vi piova dentro, che davvero quella famiglia viva
in una condizione di assoluta povertà. Ebbene, quello è
il tipo di donna che riceverà un prestito da Grameen Bank. Come
si vede, è proprio l’opposto delle credenziali richieste dalle
altre banche, dove si danno soldi solo a chi già ha dei soldi.
Noi vogliamo allontanare il genere di persone che è interessato
ad avere e ad esibire denaro, più che ad usarlo. Non siamo quel
tipo di banca.
Che tipo di rapporti ci sono oggi tra Grameen Bank e la Banca Mondiale?
In passato abbiamo avuto relazioni molto dure. Da quando è cambiato
il presidente, è cambiata anche la mentalità di World Bank
riguardo al microcredito; niente di concreto, ma almeno a livello retorico
si hanno posizioni più aperte e speriamo che per il futuro questo
possa dare degli effetti concreti.
Le grandi banche non hanno mai cercato di soffocare la vostra iniziativa,
o di imitarla?
Direi di no. Siamo stati soprattutto criticati. “Questa non è
una banca”, si diceva negli altri istituti di credito, “salterà,
non è possibile che ce la faccia, è destinata a fallire”.
Ci sono state anche molte critiche da parte della gente, soprattutto dagli
usurai e poi in generale dagli uomini, che ci hanno accusato di compiere,
con i nostri prestiti, un’opera contraria alla religione e alla cultura
della gente.
E le organizzazioni criminali?
In Bangladesh non esiste una mafia organizzata e potente come in Italia,
tutt’al più possono esserci gruppi sparsi, complessivamente
poco temibili.
Parliamo degli Stati Uniti, allora.
Sì è vero, Harlem non è quello che si dice un quartiere
tranquillo. Questi inconvenienti si possono aggirare perché si
propone un metodo in cui ognuno si assumere una responsabilità
per se stesso, ma all’interno di un gruppo. Quando ci sono cinque
persone determinate e davvero solidali tra loro, la malavita resta fuori.
Un altro motivo è che il traffico di denaro è molto ridotto
e rende la cosa meno interessante per la malavita. La maggior parte dei
prestiti ammonta a 50, 100 dollari. In Harlem o a Chicago il prestito
più alto era sotto i 1.000 dollari. Problemi si sono avuti semmai
con le elite politiche.
Cioè?
Lo smacco è forte, perché la gente non dipende più
da loro dai potenti per avere sostentamento, anzi, il prestito di Grameen
sarà di aiuto per raggiungere una buona autonomia personale e familiare.
In Bangladesh siamo partiti in sordina, il fenomeno si è espanso
quasi all’insaputa del governo. Ora abbiamo circa due milioni e mezzo
di famiglie, cioè tredici milioni di persone collegate a Grameen
Bank, ed è ormai un fatto troppo importante e di massa perché
si possa cercare di contrastarlo apertamente.
Com’è organizzata adesso Grameen Bank?
In Bangladesh abbiamo 1.175 filiali e 12.000 dipendenti a tempo pieno,
tutti con possibilità di carriera. Ogni dipendente ha un conto
corrente presso Grameen Bank, e tutti insieme compongono un capitale complessivo
di circa 150 milioni di dollari. Gli utili dell’esercizio vengono
reinvestiti e vanno ad aumentare la mole dei possibili prestiti.
Per i dipendenti c’è anche un fondo pensione dove ognuno deposita
un dollaro al mese. Dopo 10 anni il capitale è più che doppio,
e dopo molti anni, quando i nostri funzionari sono ormai anziani, possono
sentirsi al sicuro perché, anche se non c’è chi può
assisterli, sanno di ricevere ogni mese da Grameen Bank una pensione che
li aiuterà ad andare avanti.
Il Santo di Assisi e il Lupo di Gubbio
Il Congresso ha positivamente sciolto l'interrogativo sull'opportunità
di un'iniziativa che costituisca momento di unità degli amici della
nonviolenza, che si ritrovano sotto sigle differenti, in gruppi locali,
operanti in diverse realtà, e dia visibilità alla costruzione
di progetti comuni. Già in questo senso avevamo inteso operare
con la Marcia per la nonviolenza del 2000 "Mai più eserciti
e guerre" e con la persuasa partecipazione alla costruzione della
rete Lilliput. E' nostra convinzione, infatti, che un lavoro comune, con
obiettivi chiari e condivisi di quanti si richiamano al messaggio della
nonviolenza, non sia orgogliosa separazione dal generico pacifismo, né
rottura di più ampie unità, ma necessaria aggiunta e proposta
costruttiva al rifiuto, nel nostro paese ancora largo e diffuso, della
guerra come strumento di soluzione dei problemi.
L'idea dunque è questa: tenere alla fine di agosto 2003, a Gubbio,
un incontro sulle proposte della nonviolenza per affrontare i conflitti,
grandi e piccoli, che la vita ci propone. Possiamo pensare ad un "prologo"
a Santa Maria degli Angeli, dove abbiamo concluso la marcia del 2000 "Mai
più eserciti e guerre", quindi ad un cammino fino a Gubbio,
in due tappe. La stagione consentirà di dormire una notte all'aperto
o nel più semplice dei rifugi. Per chi non possa affrontare il
percorso l'appuntamento sarebbe comunque a Gubbio, luogo di una bella
leggenda francescana.
"Al tempo che santo Francesco dimorava nella città d'Agobio,
nel contado di Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce,
il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini: intanto
che tutti i cittadini istavano in gran paura perocchè spesse volte
si appressava alla città; e andavano armati quando uscivano dalla
città, come se eglino andassono a combattere; e contuttociò
non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo; e per paura
di questo lupo e' vennono a tanto, che nessuno era ardito d'uscir fuori
della terra". Una città in preda al terrore e alla violenza
è davanti agli occhi di Francesco che va alla ricerca del lupo
"benchè li cittadini al tutto ne lo sconsigliavano".
Lo trova e gli "dice così: - Vieni qui, frate Lupo..."
E' lo sguardo della nonviolenza sul conflitto che permette di vedere
nell'Altro (nemico grandisssimo, terribile e feroce) un fratello e a lui
rivolgersi col "tu d'amore", avrebbe detto anni dopo Capitini.
Francesco non accetta la chiusura, l'odio, il risentimento, la paura dei
cittadini. Stabilisce una relazione ed un dialogo di verità e possibile
conciliazione: "tu se' degno delle forche, come ladro e omicida pessimo;
e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t'è nemica.
Ma io voglio, frate Lupo, far la pace tra te e costoro" e "il
lupo, con atti di corpo e di coda e di occhi e con inchinare di capo,
mostrava di accettare ciò che santo Francesco dicea". Francesco
individua la causa dei "grandi maleficj" dei quali il lupo si
è reso responsabile: "io so bene che per la fame tu hai fatto
ogni male". La soluzione è ora a portata di mano e zampa,
che suggellano il patto. Infatti "il detto lupo vivette due anni
in Agobio; ed entrava dimesticamente per le case, a uscio a uscio, senza
far male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente
dalla gente: andandosi così per la terra e per le case, giammai
nessun cane gli abbaiava drieto" anzi "si morì di vecchiaia
di che li cittadini molto si doleano...".
Per le caratteristiche dell'iniziativa e per la data di svolgimento crediamo
non possa esservi il minimo sospetto di concorrenzialità o polemica
con la Marcia Perugia - Assisi, che biennalmente si tiene, salve le "edizioni
straordinarie" dovute alle guerre che ci circondano. Si propone anzi
come un invito a quell'iniziativa ed una proposta di contenuti per quella
stessa manifestazione, che si terrà mesi dopo: un prima della Marcia
Perugia - Assisi ed, assieme, un oltre la marcia Perugia - Assisi. Ci
piace pensare ad una coralità nella preparazione di questo momento,
che abbiamo delineato e che vorremmo arricchito dal contributo di tanti.
Per questo abbiamo anche ipotizzato il percorso di un anno in cui mensilmente,
a data fissa, singoli e gruppi che condividono questo progetto riflettano
e propongano iniziative su temi cruciali, che attengono alla nostra società
ed ai suoi conflitti. Abbiamo individuato dodici temi per dodici giornate,
sottolineate da un digiuno, così che anche chi non riesce a prendere
altra iniziativa manifesti e senta il suo legame in un comune impegno.
La rivista Azione Nonviolenta accompagnerà e sosterrà l'iniziativa
nel suo corso con notizie, approfondimenti tematici, materiali utili alla
divulgazione.
Israele e Palestina: c’è una proposta della nonviolenza?
La misura e insieme la nettezza di Mario Miegge; la sguardo lucido e
attento alla complessità di Gianni Sofri; la partecipazione umana
e l’esperienza diretta di Giannina Del Bosco; il confronto tra i
moltissimi presenti, arrivati da tutta Italia per seguire il congresso,
o semplicemente cittadini interessati ad un tema così presente
sui media e nelle coscienze.
Questo è ciò che in tanti, lo scorso 12 aprile al Ridotto
del Teatro Comunale di Ferrara, abbiamo tratto dal dibattito Israele e
Palestina: c’è una proposta della nonviolenza?, il momento
di maggiore apertura del XX Congresso Nazionale del Movimento Nonviolento.
I relatori scelti erano, volutamente, interlocutori esterni al Movimento
ma vicini – in diverso modo - al tema della nonviolenza e profondi
conoscitori del conflitto mediorientale:
Gianni Sofri, uno dei massimi studiosi italiani del pensiero gandhiano,
oltre che geografo e storico delle popolazioni afro-asiatiche;
Giannina Del Bosco, esponente nazionale delle Donne in nero, protagonista
di numerosi viaggi in Israele e Palestina nei quali sostiene la realtà
locale e prende parte ad azioni di interposizione nonviolenta;
Mario Miegge, coordinatore dell’incontro, per molti anni docente
e preside alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
di Ferrara e tutt’ora impegnato in ambito cittadino sui temi della
trasformazione sociale e della pace.
L’intervento nonviolento è praticabile, nella risoluzione
dei conflitti?
Mario Miegge – In un passaggi di Aldo Capitini in Religione Aperta
è scritto che “abitualmente si pensa che l’uso della
violenza è sollecitato dal successo che essa produce a più
breve scadenza che non gli altri mezzi”. Io penso che questa frase
oggi non sia più valida. È ormai palese che l’uso della
violenza non porta al successo, e non è un caso se la proposta
della nonviolenza si sta estendendo molto al di là dei gruppi che
l’hanno da sempre proclamata e praticata. Oggi la nonviolenza non
è una scelta morale o di sentimento, ma assume il suo pieno carattere
di razionalità di fronte al dilagare della irrazionalità
delle armi.
Gianni Sofri - Sarei meno radicale sulla possibilità di una soluzione
dei conflitti sempre e comunque attraverso la nonviolenza, e anche meno
radicale nell’esclusione dell’efficacia della violenza –
o dovrei dire dell’uso della forza – in situazioni particolari.
Bisogna fare i conti con queste faccende in maniera assolutamente problematica
e attenta alle singole realtà. Ovvio che sono preferibili soluzioni
nonviolente. Ma sarei curioso di sapere se nel caso di Israele e Palestina
sono davvero possibili, tenendo conto di tutti gli aspetti del conflitto.
Sarajevo per me è uno straordinario esempio. Assediata dai cecchini,
nel giro di quattro giorni di bombardamenti, pur con moltissimi altri
problemi, è tornata ad essere una città “normale”.
Giannina Del Bosco – Sono rientrata due giorni fa da Sarajevo. Sono
passati dieci anni dall’assedio e la gente sta morendo di fame, la
gente è separata e i diritti non ci sono. Credo che ci sia un ruolo
dei pacifisti, dei nonviolenti, che è quello di garantire la legalità
internazionale, la sopravvivenza di tutti, essendo presente prima, durante
e dopo il conflitto. Oggi nei Balcani c’è una pace falsa,
dovuta alla presenza delle forze internazionali. Quando abbandoneranno
il territorio scoppierà un’altra guerra, e la responsabilità
è anche nostra. Che cosa abbiamo fatto? Dopo i bombardamenti, quando
non ci sono più i riflettori puntati e il conflitto non fa notizia,
abbandoniamo i popoli al loro destino.
Gandhi e lo stato di Israele
Gianni Sofri - Come Gandhi vedeva il problema degli ebrei? È il
capitolo meno lusinghiero nella storia di questo grande personaggio. Negli
anni Trenta scriveva sostanzialmente che la Palestina era la terra degli
arabi e gli ebrei dovevano starsene a casa loro, oppure arrivarci ma senza
l’uso delle armi, cercando un accordo con gli arabi.
Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, non capì la natura
del totalitarismo, la sua forza. Invitò tutti a pregare per Hitler,
perché riteneva che nessun uomo sia tanto cattivo da non poter
essere convertito alla nonviolenza. Quando poi iniziò la persecuzione
degli ebrei, Gandhi scrisse agli abitanti della Cecoslovacchia, della
Polonia, scrisse agli inglesi e a Hitler lettere mai recapitate, in cui
ribadiva che è inutile rispondere alla violenza con altra violenza:
“Se io fossi un ebreo, e fossi nato in Germania, e vi risiedessi,
affermerei che la Germania è la mia patria come quella del più
importante tra i gentili tedeschi, e sfiderei i gentili a uccidermi o
a gettarmi in prigione. Rifiuterei di essere espulso e di sottomettermi
alla discriminazione. Perciò non aspetterei che gli altri ebrei
si unissero a me nella resistenza passiva, ma avrei fiducia che alla fine
essi seguirebbero inevitabilmente il mio esempio. Se un ebreo o tutti
gli ebrei accetteranno di seguire il mio suggerimento, sicuramente non
peggioreranno la loro situazione, e la loro sofferenza, volontariamente
accettata, darà loro una forza interiore e una gioia che nessuna
risoluzione di solidarietà approvata fuori dalla Germania potrà
mai fornire loro”.
E ancora, da uno scritto del 1946: “Hitler ha ucciso cinque milioni
di ebrei, è il più grande crimine dei nostri tempi, ma gli
ebrei avrebbero dovuto offrirsi alla mannaia del boia, avrebbero dovuto
precipitarsi nel mare da sé, dall’alto di una scogliera. Questo
avrebbe fatto insorgere il mondo intero e il popolo tedesco. Nei fatti,
in un modo o nell’altro, sono morti a milioni”.
C’era in lui, anche se non espressa esplicitamente, l’idea che
la nostra generazione non arriverà a una situazione di nonviolenza
vera nei rapporti tra i paesi, forse neppure la successiva o quella dopo
ancora, ma alla fine, se si è coerenti, ci si arriverà.
Però – come risulta dai brani appena visti – questo comporta
di sacrificare alcune generazioni. In sé è qualcosa di inumano.
Ci sarebbe di che discutere.
Le guerre si possono evitare?
Mario Miegge - Nel caso del Kossovo la risposta è sì, visto
lo svolgimento della Conferenza di Rambouillet e visto l’impegno
di interposizione nonviolenta presente e duraturo in quella regione, che
avrebbe dovuto essere sostenuto a livello internazionale.
Anche la catastrofe odierna in Palestina si poteva evitare, e purtroppo
molto dipende dalle persone. Nei negoziati successivi a Camp David si
era ad un passo dall’accordo, il momento era decisivo. Intanto Ariel
Sharon è stato eletto democraticamente in Israele e la cosa si
è chiusa.
Giannina Del Bosco – Le guerre si possono evitare, anticipare. Nel
‘92, con la campagna Io vado a Sarajevo, pur così limitata,
abbiamo interrotto per 24 ore le granate dei serbi e gli spari dei cecchini.
Se non fossimo stati 500 ma 10.000, forse la guerra si sarebbe fermata.
In Israele e Palestina dobbiamo andare noi, abbiamo aspettato anche troppo.
I segnali c’erano, ci sono arrivati, e non sono stati colti. Ci sono
grosse responsabilità dell’Europa e di tutti quei movimenti
che si sono spesi per la risoluzione del conflitto o per il riconoscimento
dello stato palestinese. Dopo gli accordi del ‘93, ottimi e mai applicati,
c’è stato l’abbandono di entrambe le parti. Invece l’esperienza
ci insegna che proprio questi sono i momenti più difficili. Non
bastano gli accordi formali, la pace bisogna costruirla.
L’occupazione israeliana e le altre radici del conflitto
Mario Miegge - Da 35 anni lo stato di Israele mantiene una situazione
di totale illegalità, al di fuori di tutte le deliberazioni delle
Nazioni Unite, portando avanti una occupazione che è continuata
sotto tutti i governi israeliani, purtroppo anche laburisti o del Likud.
A Oslo sono stati sottoscritti e ratificati dei patti che poi sono stati
disattesi, perché si sono ampliate le colonie, un atto illegale
e di pura provocazione che impedisce il progredire del processo di pace.
Gianni Sofri – La situazione è complessa. Si citano sempre
le risoluzioni dell’Onu, ma la prima di queste dice sostanzialmente
che la Palestina va divisa in due. Poi sono intervenuti gli stati arabi,
che hanno una responsabilità ben maggiore di qualsiasi altro perché
hanno giocato con i palestinesi; hanno, loro sì, massacrato i palestinesi,
e se c’è un momento storico nel quale si avrebbe avuto ragione
di usare la parola “sterminio”, è quando gli arabi sono
stati massacrati nel Settembre Nero, in Giordania, dal liberale moderato
re Hussein.
Giannina Del Bosco – Sono contro a ogni violenza e contro alla posizione
che giustifica Israele in nome e per conto della sicurezza. La sicurezza
deve essere per tutti, i morti ci sono da ambo le parti. La differenza
è che a Tel-Aviv la gente va in discoteca e al ristorante, nei
campi profughi invece si muore tutti i giorni, muoiono le donne ai checkpoint
perché non possono partorire, muore la popolazione perché
manca l’acqua, perché manca il pane e manca tutto.
Di fronte al terrorismo palestinese
Mario Miegge – Quando qualcuno, come monsignor Ilario Cappucci sulle
colonne di Repubblica, esalta e loda il coraggio di coloro che “vanno
gioiosamente alla morte”, noi dobbiamo ribattere con forza che è
inaccettabile. I partigiani italiani non andavano mai gioiosamente alla
morte, perché la morte è una cosa repellente e subita.
Giannina Del Bosco – Anche a me colpiscono le donne e i ragazzi kamikaze.
E’ facile dire che sono stati mandati, che è colpa dell’integralismo
religioso. Io che ho visto questi posti difficili da vivere, ho visto
i campi profughi, Jenin... E’ la disperazione che porta a questo,
la disperazione non di una settimana ma di anni in cui questi bambini
non escono dai campi, non possono andare a scuola… mancano le cose
minime, l’acqua. L’acqua è un bene per tutti ma loro
la devono comperare, e non c’è più un’economia
che consenta di comperare l’acqua. E poi è vero, c’è
un ritorno all’integralismo. Nella striscia di Gaza c’è
una frontiera da cui non passa più niente, da due anni l’unica
cosa che si vede sono le azioni di Hamas. È il problema dell’abbandono
della popolazione palestinese, per questo è così importante
andare là.
Beppe Marasso, (Mir-MN, Centro Sereno Regis) – Se si mettono a confronto
il diritto e la forza, probabilmente è la violenza a prevalere.
Il punto che rende possibile la nonviolenza è quando assieme al
diritto metto il sacrificio. In questo Gandhi ha ragione, se non si mette
in conto l’agire di persona con il proprio sacrificio, la nonviolenza
diventa una specie di estetica ma non ha capacità di azione. Ciò
che la rende operante nella storia, è la capacità di sofferenza.
Per quanto la cosa possa apparire strana alle nostre orecchie, sono sicuro
che se i ragazzi kamikaze, invece di spargere il proprio sangue e quello
di altri, avessero sacrificato se stessi senza coinvolgere altri innocenti,
avrebbero sconvolto il governo d’Israele e ne avrebbero modificato
in modo sicuro l’orientamento politico. Lo sbaglio non sta nel sacrificio
ma nell’omicidio.
Gianni Sofri – È una immagine bellissima e veramente gandhiana,
ma è inconcepibile per ragioni culturali. E’ difficile pensare
a manifestazioni basate sul sacrificio di sé nella cultura musulmana,
che non lo riconosce come valore, se non in ristrettissime fazioni condannate
come eretiche.
Essere presenti nel conflitto
Giannina Del Bosco – Come Donne in Nero abbiamo cominciato a recarci
in Israele e Palestina due volte all’anno con la scelta di lavorare
con ambo le parti, per la convivenza e il riconoscimento dei due popoli.
In qualsiasi conflitto c’è il problema di mantenere i rapporti
tra i contendenti. Noi cerchiamo di fare da ponte tra quelle persone che
su entrambi i fronti scelgono la nonviolenza, la convivenza, la fine dell’occupazione
e l’affermazione di due popoli e due stati.
I pacifisti israeliani stanno già facendo cose ottime, invece in
Palestina non c’è questa esperienza e la gente ci chiede di
andare là e di lavorare assieme. In agosto ci hanno chiesto di
dormire nel villaggio di Beit Jalla, vicino a Betlemme, dove vivono cristiani
e arabi insieme, per fermare i bombardamenti, mentre in altri villaggi
abbiamo svolto azioni per far capire che è possibile superare gli
ostacoli in modo nonviolento e con delle disubbidienze dirette.
Il fatto che osservatori della società civile internazionale siano
al checkpoint accanto ad un gruppo di ragazzi palestinesi che fino a poco
prima lanciavano pietre, e accanto a dei ragazzi israeliani, per contrattare
e superare il blocco è un successo enorme. La gente comprende che
puoi individuare il nemico ma poi con lui devi imparare a comunicare,
in una forma mai sperimentata prima.
L’impegno nonviolento dei pacifisti israeliani
Giannina Del Bosco – Ci sono realtà che i media non fanno
passare. La parte israeliana è completamente diversa da quindici
anni fa, molti gruppi lavorano seriamente in modo nonviolento. Il fatto
che delle donne – qualche anno fa erano in 4, ora sono 90 - ogni
giorno spendano due ore della loro vita ai checkpoint per chiedere ai
soldati di applicare la carta dei diritti umani, rafforza anche la parte
palestinese, perché l’atteggiamento dei soldati cambia completamente
e alcune violenze non sono più così dirette. Ci sono i Rabbini
per la Pace, che vanno a dormire nelle case palestinesi che stanno per
essere demolite dai bulldozer per evitare l’abbattimento. E quando
non arrivano in tempo, c’è un altro gruppo di rabbini e di
pacifisti che interviene per la ricostruzione. Ci sono donne, genitori
di Israele e Palestina che hanno perso i figli e dicono Basta sangue su
questa terra, dobbiamo trovare un modo per vivere insieme separatamente.
E ricordiamo coloro che nell’esercito israeliano dicono signornò
- e non stiamo parlando di nonviolenti o di pacifisti, ma di persone dell’esercito
arrivate al limite.
E’ questa la nonviolenza? Non lo so. Mi pongo sempre tanti interrogativi.
In questo momento voglio essere al fianco di chi sta peggio, e lavorare
anche con quella parte della società israeliana che si è
dichiarata sempre per la convivenza e il riconoscimento del popolo palestinese.
Lo Stato di Israele è in pericolo?
Giannina Del Bosco – Rispetto al ‘93, ormai nessuno in Palestina
mette in discussione l’esistenza dello stato di Israele. Ma i palestinesi
dicono: noi non abbiamo colpa della Shoah, è l’Europa che
ha fatto questo, perché dobbiamo pagarla noi palestinesi, un popolo
che non ha nessuna responsabilità?
Gianni Sofri - In questo conflitto abbiamo da una parte uno stato che
non riesce a nascere, dall’altra uno stato fortemente in pericolo.
Perché dal 1948 non viene riconosciuto lo stato di Palestina? Secondo
me i paesi del mondo arabo cercano di guadagnare tempo, tenersi fuori
e mandare avanti i palestinesi, prolungano trattative che non vanno mai
in porto, finché Israele, un’isola di soli 6 milioni di persone
in un mondo arabo e musulmano molto più vasto, non reggerà
più.
Un anno e mezzo fa Arafat ha sprecato una grandissima occasione e sono
convinto che non sia un caso, che giochi su due tavoli, da un lato le
trattative di pace, dall’altro i rapporti con gli altri paesi arabi
per una strategia che gli permetta, in un momento particolarmente favorevole,
di ottenere la fine dello stato d’Israele e di fondare finalmente
“il grande stato palestinese”.
Quali possibilità per il futuro
Gianni Sofri – Personalmente non vedo un’alternativa secca
tra nonviolenza e intervento. Io penso che le soluzioni nonviolente richiedano
trasformazioni culturali profonde che possono durare intere generazioni
e per le quali noi dobbiamo lavorare con grande sforzo. Ma nel frattempo
non si possono lasciar morire le persone, e se è necessario un
atto di violenza, io sono per farlo.
Quello che io vedo è che, in tempi brevi, Israele liberi i territori
occupati, torni entro i confini precedenti la guerra del ’67 e gradatamente
faccia rientrare i coloni. Questo è il prezzo che gli israeliani
devono pagare per avere la pace, non solo con i palestinesi ma anche con
gli altri stati arabi. E naturalmente, perché avvenga tutto questo
è indispensabile che cada il governo Sharon. Su altre cose è
molto difficile che Israele possa cedere, per esempio il problema dei
profughi: se in un paese piccolo come l’Emilia Romagna rientrano
tre milioni di palestinesi, Israele va a morire.
Quando dico questo, auspico una soluzione per il popolo palestinese –
lascio in pregiudicato quale sia il suo gruppo dirigente e quale autorità
abbia –, ma indico anche l’unica vera garanzia di sopravvivenza
per Israele, altro problema che a me sta a cuore, non secondario in ordine
di importanza perché i problemi sono alla pari. Non si risolvono,
nemmeno per quanto ci compete, travestendosi da una delle due parti.
Giannina Del Bosco – La soluzione? Non dobbiamo metterci d’accordo
noi, devono essere loro a trovarla. Per me la soluzione è il ritiro
dai territori occupati e la fine della violenza. Sul diritto del ritorno
non me la sento di esprimermi, prima battiamoci perché finiscano
i massacri e venga riconosciuto lo stato palestinese. Chiediamoci invece
come ci spendiamo noi, nei confronti di chi sta pagando sulla propria
pelle. Questa Europa ricca e obsoleta potrebbe fare qualcosa di più.
In questo momento le risposte sono venute solo dalla società civile.
Quale mediatore per Israle e Palestina?
Mao Valpiana (Direttore di Azione nonviolenta)- Certo, la soluzione spetta
alle parti in causa, ma quando non si trova via d’uscita ci vuole
l’intervento di una terza parte. In questo caso un interlocutore
istituzionale dove va cercato? Possono essere gli Stati Uniti? Spesso
ci ribelliamo quando l’America interviene, ora ci sembra scandaloso
che non lo faccia, come fossimo noi legittimati a decidere di volta in
volta, e poi con quale criterio? Dipende dal ruolo, dal diritto? E’
che mancano le alternative, e allora nel Far West scegliamo lo sceriffo
più forte…?
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