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Intervista a Daniele Lugli sull'esperienza del G.A.N.
di Elena Buccoliero
Discutere oggi l'esperienza del primo Gruppo di Azione Nonviolenta significa
cercare di comprenderla, per poi metterla in rapporto con l'attuale fiorire
di spinte al cambiamento sociale che così spesso trovano i loro
strumenti nella mobilitazione, nelle piazze, con richiami frequentissimi
alla nonviolenza.
Provare allora a capire, di quel G.A.N., quali tesori conserva, validi
oggi, per chi – come nel progetto lillipuziano promosso con molto
impegno anche dal Movimento Nonviolento – si ponga l'obiettivo di
preparare e costruire dalla base una capacità nonviolenta di manifestazione
o, meglio, di espressione, di una opinione, di un dissenso.
Lo chiediamo a Daniele Lugli, segretario nazionale del Movimento Nonviolento,
membro del Movimento – e di quel primo GAN – sin dalla nascita,
essendo entrato in contatto con Aldo Capitini immediatamente dopo la prima
marcia Perugia-Assisi.
L'intervista si svolge in una piccola stazione ferroviaria. Il nostro
parlare approfitta di una consuetudine già aperta, al confronto
e al racconto. Daniele esordisce che non ha poi molto da dire, su questa
storia del GAN…
“Però, a ripensarci bene, ha avuto una sua importanza. Ci
ha insegnato la necessità che tutti noi avessimo una buona preparazione,
tale da poter intraprendere una discussione con chi si fermava a parlare
con noi, ponendo domande o provocazioni. Poi, abbiamo dovuto imparare
a rapportarci con la polizia, prima durante e dopo le manifestazioni,
in situazioni che potevano essere anche difficili, se non si era capaci
di mantenere il dialogo.
E ancora, abbiamo sentito l'importanza di valutare attentamente l'impatto
che riuscivamo ad avere con la gente attraverso i cartelli, gli slogan
e tutto il nostro modo di porci, inteso proprio globalmente.
L'obiettivo di una manifestazione è comunicare un messaggio, comunicarlo
davvero e nel modo più esatto, non esprimere un generico dissenso,
né tantomeno scatenare le ire della polizia.
Per questo, ogni nostra azione era pensata in tutti i minimi particolari,
con la massima cura. I cartelli per esempio erano sorretti da un telaio
in legno per poter essere appoggiati; erano belli, a nessuno sarebbe venuto
in mente di romperli. Anche il nostro modo di apparire e di proporci non
era lasciato al caso, non esprimeva nessuna aggressività. Vestivamo
in modo semplice ma molto proprio - io in quelle occasioni avevo sempre
la cravatta”.
Bene, cominciamo dal principio. La preparazione delle azioni e, prima
ancora, la costituzione del GAN. Quanti eravate?
“Inizialmente in sei, di città diverse. Abbiamo fatto manifestazioni
in tutta Italia, ogni volta si aggregavano le persone del luogo, che avvicinavano
altri simpatizzanti”.
Quindi andavate nelle vostre città?
“Non solo, per esempio siamo stati a Milano, a Roma… Città
grandi ed importanti per costruire un'opinione pubblica. Si prenotava
la piazza, si andava”.
Qual era lo scopo del G.A.N.?
“Ci eravamo dati un compito molto preciso: porre all'attenzione dell'opinione
pubblica il problema dell'obiezione di coscienza. Allora gli obiettori
in Italia venivano puniti con il carcere, in altri paesi europei invece
era una scelta riconosciuta. Ritenevamo che anche l'Italia dovesse porsi
la questione”.
Come venivano preparate le azioni?
“Studiavamo localmente, ognuno con il proprio gruppo. A Ferrara si
leggevano testi di Gandhi, Capitini, Fornari. Ogni riunione veniva verbalizzata.
Un altro impegno era quello economico: prima di incominciare, ognuno metteva
un po' di denaro – c'era una specie di salvadanaio in mezzo al tavolo
– che poi usavamo per le spese del gruppo”.
Come venivano suddivisi i compiti?
“Ognuno studiava un libro e lo illustrava agli altri, assecondando
la propria formazione che poteva essere anche molto personale. C'era uno
psicologo, e portava un suo contributo sulla formazione della personalità
nonviolenta, c'era chi aveva un interesse spiccato per la spiritualità
indiana, chi veniva da una preparazione di tipo illuminista marxista…
Mantenendo il fuoco sulla nonviolenza, ognuno di noi offriva agli altri
il proprio contenuto peculiare, e da qui nascevano anche occasioni pubbliche
di approfondimento…”.
Cioè, il G.A.N. si presentava all'esterno?
“Diciamo che il nostro studio diventava una buona base per aprire
momenti pubblici, soprattutto conferenze, nei circoli culturali, nei partiti…
Dovunque ci fossero persone disponibili a discutere, e a quel punto non
si trattava solo l'obiezione ma i fondamenti della nonviolenza, la società,
la politica…”.
Mi chiedo se oggi, con un'offerta più ampia di attività
culturali e di intrattenimento, sia più difficile attirare l'interesse
delle persone intorno ad iniziative di questo tipo.
“Non è più difficile, è diverso. Sono cambiate
tante cose. In quegli anni c'era la convinzione che l'agire collettivo
avesse davvero un senso, come soluzione di problemi collettivi. Per noi
questo significava studiare, approfondire ad un alto livello di qualità,
ma forse anche questo era più diffuso perfino tra il pubblico,
cioè tra chi veniva ad ascoltare e magari non aveva un impegno
preciso. Al nostro interno, poi, cercavamo di capire che cosa un autore
aveva da dirci, quali strumenti ci poteva dare. Questo è un criterio
che vale anche nella preparazione delle manifestazioni”.
Cioè?
“Ma sì, anche nelle piccolissime occasioni, anche se eravamo
solo in sei… Ogni volta chiedersi se quello che facevamo era un buon
impiego delle risorse rispetto al fine”.
Le prime manifestazioni
Come si svolgeva una manifestazione del G.A.N.?
“Stavamo in una piazza per molto tempo, fermi, con l'aria assolutamente
inoffensiva, dietro ai nostri cartelli. Abbiamo scoperto che eravamo in
grado di parlare con le persone, che l'obiezione non era un tema inesistente
in Italia, che avevamo possibilità di ascolto, e anche chi la pensava
diversamente da noi non era così radicale da rendere difficile
il dialogo. Ecco, c'era questa buona disponibilità al dialogo accanto
alla nostra capacità di intrattenerlo”.
Com'erano i vostri messaggi?
“Decisamente diversi da quelli che si era abituati a vedere, né
politici né religiosi, con messaggi molto differenti tra loro.
C'era uno strano accostamento di cose vecchie e nuove, potevi trovare
una citazione di San Cipriano, o di Mazzini, accanto ad una informazione
su Amnesty International, ancora poco conosciuta. L'effetto finale era
spiazzante ma in modo non artefatto, semplicemente i cartelli erano il
frutto dei nostri percorsi culturali e ognuno poi aveva il proprio e ci
teneva moltissimo, voleva portare proprio quello.
A volte le scritte rispondevano a fatti contingenti - ricordo un mio slogan,
“Meno armi e più libri per la polizia”, ma insomma, quella
volta ci avevano ostacolato in tutti i modi, non ero riuscito a trattenermi…
Ecco, soprattutto c'era molta autocensura. Ci ritrovavamo a scrivere i
cartelli, ci scambiavamo gli slogan, e ogni volta la solita domanda: Serve?
Ci aiuterà a comunicare con la gente?”
Che effetti sortivate?
“In pochi, siamo riusciti a smuovere molto. La questione dell'obiezione
venne portata all'enfasi estrema più avanti, con Pannella, con
l'attenzione dei giornali (poco della tv). Ma i giornali si interessavano
anche al GAN, soprattutto quelli locali, e girando in tante città,
mettevamo in moto tanti cronisti che riportavano le nostre istanze”.
E nelle piazze che reazioni avevate?
“C'era interesse, curiosità. L'obiezione per quei tempi era
un'idea nuova, la gente veniva a discutere. Noi d'altra parte eravamo
attenti a mantenere una modalità dialogante, aperta, assolutamente
non aggressiva. Certo, in una piazza si avvicina una percentuale di balordi
altissima. Gente che ti dà ragione per ragioni che non vorresti
mai avere”.
Le strategie, il linguaggio
C'era sempre accordo tra di voi sui modi di manifestare?
“Eravamo così pochi! Si era stabilita una sintonia naturale,
anche i nuovi arrivati entravano in questo clima, quasi per coptazione.
Va detto che il G.A.N. è nato da un convegno sulle tecniche della
nonviolenza e, anche se non avevamo imparato molto, sapevamo almeno che
per il successo delle azioni è molto importante il modo in cui
ti comporti. Ecco, almeno sapevamo che non potevamo permetterci di reagire
d'istinto ad una provocazione o alla violenza, da qualunque parte potesse
arrivare.
E poi sapevamo bene quello che stavamo facendo, e avevamo maturato una
fiducia totale gli uni negli altri. Con noi c'era Pietro Pinna che dal
'48 non aveva mai smesso di fare attività, era stato in Sicilia
con Danilo Dolci, sapeva gestire azioni con estreme minoranze o grandi
masse. Ed era un vero leader; non ci ha mai soverchiato, era sempre in
ascolto, ma con la tensione a fare sempre qualcosa di più di ciò
che eravamo disposti a fare. Con un amico ne ridiamo ancora, il suo problema
era di non andare in galera, tutte le volte lo ribadiva, diceva i suoi
limiti…”.
A proposito degli slogan, ricordo che Aldo Capitini aveva dato istruzioni
per la prima marcia e aveva poi controllato i cartelli secondo i suoi
criteri: no agli insulti, no alla violenza verbale…
Tu stesso hai parlato di autocensura di gruppo. Penso alla fiducia reciproca
che doveva circolare nel GAN - senza arrivare al parossismo della limatura,
che ti avrebbe reso insofferente…
“Le correzioni erano sempre bene accette perché non erano
fatte per il gusto di insistere sulle virgole, ma per affinare il messaggio.
C'era alla base il riconoscimento delle competenze altrui e un affinamento
e un affidamento molto forte, per cui per esempio uno scriveva un testo,
un altro lo rileggeva apportando le correzioni che riteneva opportune,
e un terzo ancora lo riproduceva, con la licenza di aggiungere o togliere
ancora qualcosa, se necessario. Nessuno difendeva ostinatamente la propria
versione perché tutto avveniva nell'ottica di essere massimamente
comprensibili. E se uno di noi è in difficoltà a capire
un mio testo, come posso pensare di parlare con gli esterni?”.
Al tempo stesso penso a come è cambiato il linguaggio negli ultimi
quarant'anni, alla facilità con cui si usano parole che, ascoltate
fino in fondo, sono offensive, ma ormai sono entrate nel linguaggio comune.
“Quello che dici è vero – ma per noi era chiarissimo
il valore del linguaggio, e di quello che andavamo a fare. Non scendevamo
in piazza per protestare, ma per porre un tema. Lo portavamo con il linguaggio
della festa, nel modo più corretto, perché venisse preso
sul serio, con il rispetto che sentivamo dovuto, a noi e al nostro argomento.
E poi, la questione degli insulti: se volevamo parlare con la polizia,
come potevamo offenderla, o accusarla?
In questo spirito, ogni discorso era un invito alla persuasione, un segno
di dialogo. Con questa disposizione, se uno di noi veniva trascinato dalle
guardie, era davvero uno scandalo”.
Il rapporto con le forze dell'ordine
Siamo entrati naturalmente nel terzo punto, quello dei rapporti con la
polizia.
“Il GAN ci ha costretto ad acquisire competenze che in genere sono
solo dei politici o dei sindacalisti: come si indice una manifestazione,
come ci si rapporta con le forze dell'ordine. In quel momento scoprimmo
che la Costituzione era contraddetta dal regolamento di polizia, perché
la Carta Costituzionale riconosce il diritto di manifestare salvo venga
vietato per “comprovati motivi di ordine pubblico”, mentre seguendo
il regolamento di pubblica sicurezza le manifestazioni dovevano essere
autorizzate, quindi il controllo era preventivo. (Adesso non è
più così, ci si limita a dare comunicazione alla questura)”.
Questo indica anche una forte attenzione verso le implicazioni giuridiche
dell'azione.
“Assolutamente sì, per una conoscenza progressivamente condivisa
da tutti. Poco fa accennavo al nostro modo di infrangere i divieti…”.
Con quali argomenti vi impedivano di manifestare?
“Venimmo accusati di 'apologia di reato' semplicemente perché
nominavamo la parola obiezione. Da allora nelle manifestazioni si fece
un passo indietro, cominciammo a chiedere pubblicamente se davvero era
illegittimo che nel nostro paese si potesse discutere di una cosa come
l'obiezione di coscienza”.
E dopo un divieto della polizia, che cosa avveniva?
“Ci riunivamo tra di noi per discutere la cosa. All'inizio abbiamo
accettato i divieti, poi abbiamo deciso di infrangerli ma anche in quel
caso era tutto molto preparato. Ci preannunciavamo alla questura: “Saremo
comunque a quell'ora, nel tal posto… Voi vi sbagliate ad impedire
la manifestazione per questi e questi motivi… Noi vogliamo esprimere
queste cose…”. Così, in modo molto schietto, decidendo
chi mandare, in modo da contenere le conseguenze legali, di cui eravamo
ben consapevoli. Ad un certo punto ci impedirono perché “turbavamo
l'ordine pubblico delle coscienze”. Rispondemmo che questo era un
dovere costituzionale e civile, perché se dormono, che coscienze
sono?”
Questo è ciò che si dice “tenere aperto il dialogo”…
“Sì, e riconoscendo anche gli aspetti positivi di chi sta
“dall'altra parte”. Dicendo ogni volta che capiamo e riconosciamo
l'importanza della polizia – e bisogna che sia vero, non si può
dirlo così, per retorica -, però le forze dell'ordine hanno
il compito di tutelare i diritti e non di ridurne l'esercizio, ed è
comprensibile la difficoltà ma ognuno cerca di fare il proprio
mestiere al meglio, e il nostro in quel momento era di dire delle cose…
Quando l'approccio è questo, è più difficile che
si arrivi alla violenza – qualcosa ci fu, qualche calcio, qualche
trascinamento, ma niente di grave. Ricordo un poliziotto che si lamenta
in macchina mentre porta via uno di noi, rammaricandosi per la brutta
figura…
Certo mantenere un dialogo, direi proprio interpersonale, con i poliziotti
diventa praticamente inapplicabile in una manifestazione di massa”.
Nelle tue parole mi colpisce la capacità di rapportarsi alla pari
con chiunque, anche con chi veste una divisa o ha, in qualche modo, una
posizione di potere. Credo che dalla soggezione possano scaturire allo
stesso modo la violenza o la sottomissione. In qualche modo, voi riuscivate
a scardinare le regole del gioco invece di starci dentro, come si è
generalmente portati a fare.
“Beh direi che questo è essenziale. Abbiamo sempre avuto un
rapporto alla pari con la polizia, comportandoci con il massimo rispetto
ma esigendo in cambio da parte degli agenti lo stesso tipo di considerazione.
Questo è vero anche nell'uso del linguaggio. Chiamare “eccellenza”
un prefetto, per esempio. Non lo direi mai. “Signor prefetto”,
piuttosto – cioè, si può avere una speciale considerazione
per una funzione, non per la persona che la svolge in quanto tale. Io
non sono al disopra di nessuno ma nessuno è sopra di me, questo
mi è sempre stato chiaro.
Però bisogna sapere che rifiutare l'autorità riconosciuta
ha un prezzo, commisurato a quello che si fa”.
Forse “mettersi contro” – per esempio, contro una decisione
della polizia - costituisce di per sé un salto interiore, il superamento
di un diaframma?
“No, io non provavo questo. Si trattava piuttosto di decidere quale
prezzo si era disposti a pagare. Ecco che ci documentavamo attentamente,
cercando la massima consapevolezza. Usavamo tutti gli strumenti giuridici
a nostra disposizione e, soprattutto, cercavamo di prevedere tutte le
conseguenze a cui saremmo andati incontro”.
Il confronto con la 'contestazione giovanile'
Il G.A.N. è nato nel '64. Pochi anni dopo anche in Italia sono
iniziate le grandi mobilitazioni giovanili. Come hai guardato allora a
quelle manifestazioni?
“Io, come tutti allora, facevo parte del GAN ma nel contempo ero
anche altre cose, partecipavo agli scioperi, ai picchetti davanti alle
fabbriche… ero un socialista…
Il G.A.N. mi sembrava una possibilità per raggiungere, operando
su piccola scala, un contatto molto largo, 'economico', nel senso che
per portare via di peso sei persone ci vogliono 18-20 poliziotti…
Figuriamoci se ci fossero state le masse, pensavamo allora”.
Allora anche tu hai sperato, ad un certo punto, che la mobilitazione coinvolgesse
il maggior numero di persone.
“Le masse, sì. Ma fatte come il GAN. E' stato detto: “senza
contare le donne, il numero massimo è 12, e uno ti tradisce”.
A parte gli scherzi, la partecipazione ad una azione è, per me,
soprattutto un momento auto-educativo per chi la compie. Quando è
molto ampia presenta rischi maggiori e, allora, o si sa di poter riporre
una fiducia vera negli altri, o altrimenti ci vuole un capo carismatico
capace di guidare. Ognuno può scegliere: pecore o incantatori.
Però questa è una soluzione che personalmente non mi piace”.
A distanza di anni, come ripensi a quel periodo, dal punto di vista della
capacità di manifestare e di manifestarsi, di dialogare?
“Quegli anni sono stati intensi, soprattutto hanno ampliato il senso
di partecipare in prima persona ad un'esperienza collettiva. D'altra parte,
abbiamo sopravvalutato alcune cose molto belle, pensando che si fosse
diffusa un'improvvisa maturità, intelligenza, novità…
Improvvisamente ci sembrava di avere davanti una generazione di ragazzi
prodigio, dimenticando che erano davvero solo dei ragazzi e che quell'ansia
di rinnovamento era superficiale, come gli eventi successivi hanno poi
dimostrato”.
Una spinta al cambiamento sociale può essere più o meno
mirata all'obiettivo, più o meno efficace, ed è difficile
fare previsioni. Qual è, secondo te, il criterio ultimo per distinguere?
“Dopotutto, io credo davvero che il discrimine sia la violenza. Negli
anni Settanta abbiamo sperato che, nell'ampio movimento di contestazione,
anche i fatti di violenza si sarebbero riassorbiti. Abbiamo imparato a
nostre spese che non è così, ogni atto di violenza contraddice
automaticamente il migliore dei suoi obiettivi – allora chi ne ha
pagato il prezzo sono stati i ragazzi e certamente non i peggiori, piuttosto
i più fragili, spesso i più generosi”.
La fine del primo GAN
Torniamo all'esperienza del GAN. Quando termina, e perché?
“Potrei datarla fino al 1968, quando le manifestazioni sull'obiezione
di coscienza non sono più promosse soltanto da noi. Entrano i radicali,
entra il movimento studentesco. Eravamo riusciti nella nostra intenzione
iniziale, cioè sollevare una questione fino a quel momento ignorata.
Poi, nel 1972, con la prima legge sull'obiezione di coscienza, il GAN
si è sciolto per davvero”.
Perché non ha proseguito?
“Ma… Aveva esaurito il suo compito”.
Ce ne sarebbero stati infiniti altri, suppongo.
“Sì, è vero, e qualcosa si fece anche prima del '72,
su temi che ci premevano. In una manifestazione a Bologna, sull'obiezione,
ricordo che avevamo un cartellone dipinto da Zanni, un bravo pittore ferrarese,
che raffigurava un bimbo che muore di fame a Bombay.
Certo, i motivi per manifestare ci sono sempre. Bisognava che qualcosa
di particolare catturasse il nostro impegno, semplicemente non andò
così”.
Non è da poco, saper smettere. Si dice che una parte del lavoro
interno delle organizzazioni serva alla loro riproduzione, al di là
del raggiungimento degli scopi iniziali – e così si stabiliscono
legami di potere. Questo del GAN è un caso anomalo.
“Ma sì, almeno questo. Almeno sapersi accorgere che il proprio
compito è esaurito, sapersi rinnovare. Poi ognuno di noi ha proseguito
su altri terreni”.
L'attuale diffusione dei Gruppi di Azione Nonviolenta
Parliamo allora del progetto di diffusione dei GAN in tante città,
un'idea portata in buona parte proprio dal Movimento Nonviolento all'interno
della Rete di Lilliput, che l'ha fatta propria.
“E' un piano organizzativo complesso, ambizioso. Credo sia molto
importante aver riportato l'attenzione sulla costituzione dei gruppi di
azione nonviolenta, ma che lo sarà davvero se costituisce un approfondimento,
se ci ricorda sempre molto bene di quello che è il nostro fine,
e ci porta a misurare la congruità dei fini coi mezzi.
I GAN, per come mi sembra vengano pensati attualmente, è un po'
come se fossero dei gruppi polifunzionali, che affrontano le violenze
strutturali, culturali, anche dirette – se ne sono capaci - attraverso
delle forme di azione per la gran parte di carattere simbolico. In questo
senso c'è un richiamo all'esperienza nostra, ma noi eravamo molto
meno di questo, in fondo il nostro era un GAN limitato”.
Perché “limitato”?
“Innanzitutto avevamo un solo tema sul quale lavorare, quello dell'obiezione
di coscienza. Tutti gli altri, che potevano interferire o arricchire il
quadro, venivano affrontati man mano che si presentavano, ma a noi interessava
che si cominciasse a mettere a tema in modi diversi la questione dell'obiezione
di coscienza”.
C'è qualcosa di quell'esperienza che ritieni possa servire ai nuovi
GAN?
“L'attenzione a costruire dal basso la capacità di intervento
individuale e di gruppo, che voleva dire gestire per esempio il rapporto
con le questure, conoscere le norme che regolavano le manifestazioni,
le disposizioni sulla stampa, il testo unico di pubblica sicurezza…
In modo che quando decidevamo di violare delle norme – e lo facevamo
proprio a ragion veduta e a malincuore – l'avevamo valutato a fondo,
non era certo per disattenzione o voluta ignoranza della legge, per dire
“noi siamo dei disobbedienti”.
Vedo invece una qualche leggerezza nel modo in cui si affrontano le manifestazioni,
una leggerezza che certo non nasce oggi per la prima volta. Poiché
vengono tollerati normalmente dei comportamenti al limite della legge
o addirittura apertamente contrari, e vengono tollerati a lungo –
soprattutto in anni passati – si crea una specie di consuetudine”.
La crescita personale e di gruppo
I GAN che stanno nascendo stanno intraprendendo percorsi di formazione
per prepararsi all'azione, e forse anche per riflettere su questo.
“In questo senso può essere utile una formazione che dia degli
strumenti, che prepari e faccia sperimentare, per quanto è possibile,
come si tratta con quelli che manifestano assieme a te, con le forze dell'ordine
che sono lì o per contenerti o addirittura per impedirti la manifestazione,
e anche con i terzi soggetti ai quali la manifestazione è rivolta”.
Ci sono anche training centrati sulle tecniche dell'azione.
“Vanno bene, ma non da soli. Si possono imparare le tecniche dello
sci, ma se non c'è la neve, e se non si sa cos'è la neve,
le tecniche non servono a molto. Io sento che può esserci il rischio
di una certa astrazione in una formazione alla nonviolenza, all'azione
nonviolenta, che sembra multiuso, serve nella manifestazione, nell'intervento,
nel conflitto… Mi sembra che abiliti un pochino troppe cose per essere
convincente”.
Come altro si fa per “imparare”?
“Per me è abbastanza utile praticare l'azione, fare cose alla
propria portata. Farsi le ossa in azioni significative, importanti, ma
anche a basso rischio. Però questo contrasta, credo, con un atteggiamento
che è venuto affermandosi molto negli ultimi tempi, per cui se
le cose non vanno perlomeno in televisione non valgono. La necessità
di apparire influenza pesantemente anche le scelte di carattere tecnico”.
C'è la difficoltà di contrastare un potere, quello mediatico,
che è davvero pervasivo e riesce a stravolgere anche l'impegno
e la presenza di chi cerca vie di nonviolenza.
“Questo è vero ma proprio perciò costringe alla trasparenza
dell'azione. Cioè, in questo senso è un bene”.
Perché ci vuole ancora più attenzione.
“Eh sì. Non si può dire: “Facciamo come vogliamo,
tanto comunque veniamo fraintesi”. Noi mica svolgiamo un'azione per
come ci raccontano!
D'altro canto, questo è un problema vero, la diffusione, l'esempio.
Però proprio per questo credo che, ancor più delle tecniche,
occorra nei GAN un momento di approfondimento dei valori – per adoperare
una parola vecchia che ogni tanto torna fuori – che uno rintraccia
dentro a un percorso di nonviolenza”.
Mi sembra che tu stia mettendo tra gli obiettivi del GAN, oltre alle azioni
che può svolgere, direi quasi un obiettivo di crescita per le persone
che vi partecipano.
“Non c'è nessun dubbio. La questione delle tecniche è
imprescindibile dall'approfondimento del che cosa sia PER TE metterti
sulla strada della nonviolenza, PER TE diventare un po' amico della nonviolenza,
essere un pochino più capace di riconoscere la violenza nelle situazioni,
di farle fronte, in modo da indebolirla invece di accrescerla”.
Nella formazione complessiva quale può essere il rapporto con i
maestri?
“Come i fondamenti della nonviolenza possono essere diversi - e accanto
a quelli di carattere religioso io do pari dignità alla radice
laica della nonviolenza – anche le strade di ognuno possono essere
diverse. Non è detto che si debba essere in grado di ripetere un
determinato numero di classici essereamici della nonviolenza. Le strade
sono davvero tante, proprio perché, Gandhi diceva, “Non ho
niente da insegnare al mondo, la nonviolenza è antica come le montagne”.
Che cos'è un'azione nonviolenta
Puoi provare a individuare i requisiti di un'azione nonviolenta?
“È un'azione intenzionata, volta ad uno scopo. Le sue caratterizzazioni
non stanno solamente in quello che vieta, che omette, ma soprattutto nella
sua parte più attiva. Amici più impegnati nella Rete Lilliput
avvertono a volte un certo fastidio, all'interno della stessa Rete, come
dire: “Ancora? L'abbiamo già detto che siamo nonviolenti”.
Quasi che la nonviolenza consistesse in una sorta di professione di fede,
oppure nella garanzia che non si faranno certe cose nelle manifestazioni.
Tutte cose giuste, ma che alla fine non reggono se non c'è un altro
metro di misura di fondo.
La nonviolenza consiste nel dire: che cosa metto in atto io perché
sia possibile una soluzione, nella quale anche quelli che ora appaiono
i miei avversari ci stiano dentro, addirittura meglio che nella situazione
attuale in cui vedono il loro privilegio? Incessantemente chiedersi: sto
lavorando davvero nella direzione di costruire una situazione migliore
che includa 'noi' e 'loro'?, visto che siamo in una situazione nella quale
si è deciso che c'è un 'noi' e un 'loro'. E dunque, individuare
con chiarezza chi sono questi 'loro', e capire anche qual è lo
spazio, vero, non residuale ma certo non decisivo, che hanno le forze
dell'ordine”.
Già, le forze dell'ordine…
“Mai trovarsi nella situazione di avere come avversarie le cosiddette
forze dell'ordine – se non proprio nel caso di una deliberata aggressione
–. Eppure in alcuni casi si cercano proprio delle forme di provocazione,
sia pure nonviolenta, mentre l'obiettivo non viene tenuto abbastanza presente”.
Che cosa intendi?
“Quello che occorre è avere presente l'obiettivo di carattere
generale e poi cercare di sminuzzarlo in obiettivi più particolari
che siano con questo coerenti, e su questi misurare il progresso o no
dell'azione nonviolenta.
Vorrei sbagliarmi, ma non mi pare che questo sia così facilmente
accettato e praticato. Non dico condiviso in linea generale – chi
è che si oppone a questo? – però poi nella pratica
non mi sembra questa l'attenzione predominante”.
Alcune situazioni, soprattutto quando sono partecipate da grandi masse
di persone, risultano di fatto incontrollabili, negli obiettivi e nelle
modalità.
“Questo ci riporta al fatto che la creatività va bene, ma
non si può improvvisare durante un'azione. Creativi nel pensarle,
creativi nel riproporle, ma non nell'attuarle. Non sarà un caso
se Gandhi, che pure aveva un grande controllo e aveva attorno a sé
satyagrahi bene addestrati, quando vedeva che la manifestazione rischiava
di sfuggire da quanto era stato previsto, la interrompeva, anche in modi
clamorosi. E magari si asteneva dal farne altre, anche per molto tempo.
Non solo, ma quando si trovava in una situazione di vantaggio imprevisto,
non pensava per questo di approfittarne per conseguire degli obiettivi
che non erano stati dichiarati. In questo si differenzia un'azione nonviolenta
da una semplice variante disarmata, magari perché ci è impossibile
una azione armata - o è ritenuta svantaggiosa, o prematura…
…o per ragioni etiche, perché no?
“Sicuramente. Ma quale che sia il motivo per cui si è aderito
– per un rifiuto assoluto nei confronti della violenza, o anche un
rifiuto relativo – bisogna sapere che all'interno dell'azione nonviolenta
esistono certe regole che fanno parte della sua essenza, non sono dei
divieti. Ci sono perché l'azione SIA tale, se no non riesce ad
esserlo, quindi è inutile dopo chiedersi in cosa si è sbagliato.
Si è fatta un'altra cosa”.
La lezione di don Milani
“Per me restano fondamentali, sotto questo profilo, due affermazioni
di don Milani che io ripeto molto spesso, perché almeno a me dicono
molto. La prima invita a comprendere che il problema degli altri è
uguale al tuo, e dunque volerne uscire assieme è politica, e il
volerne uscire da soli è egoismo. Questo “da soli” può
indicare non solo il singolo individuo, anche il gruppo ristretto”.
E la seconda?
“E' la definizione che don Milani dà dell'opera d'arte. Ecco,
secondo me un'azione del GAN dovrebbe essere proprio un'opera d'arte,
che nella “Lettera a una professoressa” è descritta come
il risultato di una operazione complessa. Bisogna – più o
meno è così – odiare qualcuno o qualcosa, ma poi non
fermarsi lì: lavorarci sopra con un paziente lavoro di squadra.
Allora, se si è lavorato bene, nasce l'opera d'arte, cioè
la mano tesa al nemico perché cambi”.
Che cosa vuol dire in concreto?
“Nella tipica e anche più impegnativa azione di un GAN, di
fronte hai qualcuno che si qualifica come avversario di quello che tu
vuoi, o vuoi fare, o desideri, avversario di ciò che ti sembra
giusto. E se poi sei tanto bravo da non odiarlo – don Milani non
pretendeva questo - e tuttavia, se sei così bravo da non odiare
lui ma solo quello che lui rappresenta, distinguendo le persone dalle
cose rappresentate, gli interessi dalle posizioni, e tutto quello che
lo studio dei conflitti ci mette a disposizione… Ma fa lo stesso,
anche se ce l'hai proprio con lui, bisogna non fermarsi lì, lavorare
sul proprio risentimento in modo che quello che tu fai sia una mano tesa
per il suo cambiamento. Una mano tesa non è un pugno e non è
una pietra”.
E' una carezza…
“Cerchi di portare quello che consideri un avversario sulle tue posizioni,
e su quelle continuamente eserciti attenzione, perché non è
detto che tu abbia ragione. Alla base almeno del mio approccio alla nonviolenza,
è molto forte quello che Pontara chiama il fallibilismo. Da questo
punto di vista sono contento di non avere una fede forte, di non pensare
di possedere una qualche verità né assoluta né rivelata,
perché questo mi costringe a tener conto anche del parere degli
altri…
Se non è questo, non hai fatto una azione nonviolenta. Certo, non
hai sparato, non hai tirato sassi… però di sicuro non hai
fatto quello che serviva. E se questo ha addirittura irrigidito le posizioni
dell'altra parte, io dico: hai lavorato male. Il problema dopo non è
stabilire che la colpa è dell'avversario, non stiamo parlando di
colpe, ma di efficacia.
Certo, qui tutta l'attività di formazione può essere molto
utile, perché un GAN non può fare tutte le esperienze del
mondo. Perciò è utile pensare a quelle già fatte
in modo da commettere errori nuovi, invece di ripetere stupidamente i
vecchi...”.
E infine, il Congresso
Dal 12 al 14 aprile si tiene a Ferrara il XX Congresso del Movimento
Nonviolento. Che cosa ti aspetti?
“Mi auguro che si faccia un ulteriore piccolo passo, in primo luogo
tra quelli che parteciperanno al congresso, che leggeranno la rivista,
tra quanti hanno contatto con persone legate al Movimento, nella idea
che effettivamente la nonviolenza è il varco attuale della storia.
Sarebbe una acquisizione assolutamente straordinaria, proprio perché
viene proclamato con abbastanza disinvoltura, ormai, il valore della nonviolenza,
con il rischio di essere una moda ritornante e passeggera.
Capire il carattere assolutamente impervio di questo varco, che non è
lì spalancato. Non so: Annibale quando ha portato gli elefanti
sulle Alpi. Noi abbiamo da spostare i nostri elefanti modi di pensare,
i nostri elefanti istituzionali, disadatti a questo tipo di varco, attraverso
un passaggio che probabilmente è molto stretto e molto insidioso.
Però questa è una possibilità che ci è data
per avere una storia più degna del nome di umana, per la costruzione
di una società che meriti un poco l'aggettivo di civile –
oggi se ne torna a parlare, intendendo spesso delle cose obbrobriose.
Ecco, penso che questo sarebbe il massimo risultato auspicabile”.
Qual è il peso che il congresso può avere sull'opinione
pubblica, e su quello che viene chiamato “il movimento dei movimenti”?
“Quali che siano i nostri sforzi, non credo si riuscirà ad
avere l'attenzione dei media, né che si riuscirà ad avere
un impatto forte anche nei circoli a noi più vicini. Penso però
che alcune persone, venendo in contatto con la modesta ma onesta e seria
attività che il Movimento fa per la costruzione della nonviolenza
nel nostro paese, potranno rendersi conto che con il Movimento Nonviolento
si possono approfondire certi temi, si possono sottoporre a critica degli
approcci faciloni, senza con questo finire su posizioni rigoriste, fondamentaliste,
integraliste della nonviolenza. Proprio perché nel Movimento è
possibile, e deve essere sempre più possibile, mostrare, dibattere
apertamente i propri dubbi, le proprie diversità di opinioni, senza
pensare con questo di ricevere delle scomuniche.
Gli elementi della carta del movimento Nonviolento, che ne costituiscono
la base di adesione, perfino quelli a mio avviso rappresentano non un
punto di partenza dato, ma delle cose da realizzare, una tensione che
non è data una volta per tutte”.
Alla prova della verità, la nonviolenza come se la cava?
“Mi sembra di vedere che le cose affermate, nella teoria e nella
pratica, degli amici della nonviolenza trovano una conferma. Non abbiamo
mai visto una guerra che non fosse evitabile o per la quale almeno non
si sia speso, di energie, di intelligenza, di forza, di sforzi, una minima
parte di quello che si è speso invece per provocarla, per produrla
e per condurla. Da questo punto di vista la nonviolenza esce bene dalle
prove con le quali si è andata a misurare.
Noi parliamo da tempo, e se ne parlerà anche nel congresso, di
iniziative che riguardano in specifico un intervento nonviolento, o tendenzialmente
nonviolento, i corpi civili di pace, anche in situazioni di conflitto
aperto, o di conflitto imminente. E la intuizione di Langer, suffragata
da più voti del Parlamento Europeo, è ancora tale o poco
più, a sei anni dalla sua morte. Credo che questo sia un altro
segno abbastanza preciso della asimmetria esistente tra le proposte della
violenza e quelle della nonviolenza, per cui c'è da meravigliarsi
che, con così poco a disposizione, la nonviolenza riesca ugualmente
a produrre molto.
Riesci ad indicare tre obiettivi su cui ti piacerebbe che il Movimento
Nonviolento lavorasse all'indomani del congresso?
“Non riesco ad andare molto al di là delle cose individuate
nel precedente congresso, e che siamo riusciti a fare… poco poco.
La prima indicazione è quella di mettere maggiormente a frutto
la connessione con una organizzazione di carattere internazionale come
la War Resisters' International. Questo vuol dire chiedere anche che la
WRI metta a frutto di più il suo carattere internazionale, cioè
che si riesca di più, nel campo del confronto politico mondiale,
a portare un contributo più deciso a un tema che peraltro è
sentito in modo molto più generale. Anche recentemente leggevo
la sottolineatura di due elementi come fondamentali: riuscire a mettere
finalmente al bando della storia la guerra – per questo è
nata l'Onu! – ed estendere i diritti umani a tutti i popoli del pianeta.
E dato che questi non si estendono, a quanto pare, del tutto naturalmente
e pacificamente, se contemporaneamente si vuole mettere al bando la guerra,
bisognerà dire quali strade si vogliono seguire.
Certo, se già il “Decennio della nonviolenza” venisse
preso in carico dalle istituzioni, che pure dicono di averlo promosso,
sarebbe già un bel pezzo di strada... Bisogna per questo che le
organizzazioni e le associazioni internazionali orientate verso la nonviolenza
imparino a collaborare un pochino meglio tra di loro. E a collaborare
non sanno fare tanto. Più o meno come le religioni”.
Che dire, allora, sul piano nazionale?
“Ritengo che si vada ripreso il tema del confronto sull'esercito,
sull'uso della forza, sulla partecipazione alle guerre, probabilmente
con un dialogo molto più diretto con le forze armate. Noi partiamo
con un qualche bagaglio di idee e di esperienze, con un'assoluta distanza
dal punto di vista dei mezzi a disposizione, però bisogna che anche
chi continua a dire di voler superare la guerra usi un pochino di attenzione
– le associazioni d'altronde non possono fare tutto da sole. Noi
possiamo, ancora una volta, stimolare quelle forze che in Italia hanno
dimostrato di avere su questo un interesse – i sindacati, alcune
forze politiche –, cioè riuscire a portarle su un terreno
di pratica.
E poi penso che non si possa rinunciare ad un'azione di forte penetrazione
culturale, che richiede presenza non tanto nella scuola – di materie
ne ha fin troppe! – ma nei dibattiti, nei momenti di interesse e
di aggregazione dei giovani, cercando di portare anche questa proposta
della nonviolenza”.
Le Commissioni di lavoro del Congresso
TITOLI PROVVISORI DELLE COMMISSIONI CURATORI PROVV.
1.Una marcia o altra iniziativa specifica sulla nonviolenza Daniele Lugli
2.La formazione alla nonviolenza Luciano Capitini
3.Nonviolenza e “movimento dei movimenti” P. Pugliese M. Pilati
4.Il decennio per l’educazione alla nonviolenza Rocco Pompeo
5.La tv e i mezzi di comunicazione Matteo Soccio
6.Prospettive dell’obiezione di coscienza, corpi civili di pace
Mao Valpiana
7.Le proposte della nv. per una trasformazione dell’economia Nanni
Salio
8.Nonviolenza e guerra/terrorismo, obiezione del cittadino Adriano Moratto
Commissione
OBIEZIONE DI COSCIENZA E CORPI CIVILI
Coordinata da Mao Valpiana
Le prospettive dell’obiezione di coscienza
e l’istituzione dei corpi civili di pace
Il Servizio Civile, così come l’abbiamo conosciuto dal 1973
fino ad ieri, è entrato nella sua fase calante. La Legge che abolisce
la leva obbligatoria, ed istituisce l’esercito professionale, ha
decretato anche la fine del servizio civile sostitutivo o alternativo
al servizio militare. Dal 2005 non avremo più gli “obiettori”
in servizio; i giovani non dovranno più fare la “domanda”
di obiezione.
Già oggi, a fronte di una crescita delle domande per svolgere il
servizio civile (da qualche anno c’è stato il cosiddetto “sorpasso”,
cioè sono più i giovani obiettori che non i giovani soldati),
abbiamo in realtà un calo dei giovani assegnati; ci sono più
posti negli Enti convenzionati, che obiettori in servizio. L’Ente
Nazionale per il Servizio Civile, con finanziamenti sempre più
ridotti, lascia a casa molti giovani obiettori, che vengono direttamente
congedati.
Dunque, dopo 30 anni assistiamo alla chiusura di un’esperienza molto
importante, che ha coinvolto decine di migliaia di giovani e migliaia
di Enti pubblici e privati.
Come valorizzare la storia e l’esperienza dell’obiezione di
coscienza in Italia?
All’orizzonte si profila una nuova Legge per il Servizio Civile Volontario,
aperto a uomini e donne.
Come sarà questa Legge? Che tipo di servizio civile sarà
quello volontario? Quale il ruolo delle regioni? Ci sarà più
o meno spazio per il “volontariato di pace”? Ci interessa entrare
nella gestione diretta di questa Legge?
Già da tempo sono in atto diverse esperienze di servizio all’estero
(per lo più in luoghi di conflitto, o che hanno vissuto conflitti),
con la partecipazione di volontari (obiettori in servizio o meno, ragazzi
e ragazze) denominati “caschi bianchi”. Sono servizi di aiuto
umanitario, di condivisione, di partecipazione a progetti di cooperazione,
o più esplicitamente missioni di pace.
Fino ad oggi si è trattato esclusivamente di iniziative di volontariato,
con qualche riconoscimento istituzionale.
La prospettiva, però, è quella di ottenere l’istituzione
dei Corpi Civili (Parlamento Europeo, Parlamento Italiano), anche se sappiamo
che i tempi saranno molto lunghi.
Come realizzare passi in avanti verso i Corpi Civili? Quali approssimazioni?
Quale confronto con i militari, con l’università, con la politica,
con le istituzioni?
In quali modi e con quali tempi si arriverà alla professionalizzazione
dei Corpi Civili? Quali i compiti e il ruolo dei Corpi Civili nel futuro?
Nel frattempo, che tipo di formazione specifica si deve preparare?
Nel concreto, e nell’immediato, quali passi dobbiamo fare per avviare
il Servizio Civile volontario e collegarlo alla preparazione dei Corpi
Civili di Pace? Quale il ruolo della nonviolenza in questo processo?
Commissione
Televisione e mezzi di comunicazione
Coordinata da Matteo Soccio
TV non ti amo più!
C’è una nuova emergenza: la TV. Da quando un magnate televisivo
è sceso direttamente nell’agone politico e, conquistato il
potere con il peso delle sue emittenti private, ha iniziato ad estendere
il controllo a quelle del Servizio pubblico, ci attende un futuro denso
di rischi e pericoli.
Già Orwell ha mostrato cosa può accadere senza che la gente
se ne renda conto. Tra i media, la televisione è indubbiamente
quello più potente e anche quello più abbondantemente analizzato.
Quello che può succedere non è più fantascienza.
Lo sanno tutti: la televisione rende possibili forme di manipolazione
delle coscienze molto sofisticate ed efficaci. Gli esperti hanno individuato
dei processi di mediamorfosi, cioè dei meccanismi mediatici capaci
di produrre profonde influenze sulle menti degli individui e sulle loro
visioni del mondo. La televisione modifica i processi cognitivi, culturali,
comunicativi, decisionali. Ogni categoria sociale è condizionata
in quanto tale. Collegata ai sistemi informatici, la televisione del prossimo
futuro, si prepara a spiarci con nuovi servizi digitali interattivi, con
i quali si potranno monitorare le abitudini degli utenti.
Il problema investe settori strategici della nostra vita sociale: l’educazione,
i consumi, il lavoro, il tempo libero, le scelte politiche, ecc. E’
in pericolo la sopravvivenza della stessa “democrazia”. Secondo
il filosofo liberale Karl Popper sarebbe in pericolo persino la “civiltà”,
intesa come processo graduale di eliminazione della violenza dalla nostra
società. Un potere gigantesco come quello della televisione può
distruggere questa civiltà. C’è progresso civile se
si lotta, in nome della pace, contro le varie forme di violenza, menzogna,
ingiustizia. La televisione costituisce una minaccia per il progresso
civile e questa minaccia la porta dentro le nostre stesse case. Può
peggiorare sotto una qualche forma di “dittatura” o di “regime”.
Non è nostro compito analizzare i potenziali pericoli della televisione.
Su questo c’è già una vasta letteratura scientifica.
Conosciamo già i meccanismi messi in atto. Noi ci assumiamo la
nostra responsabilità di utenti e consumatori rivendicando il diritto
a non essere “inquinati”, incominciamo ad esigere un’informazione
più obiettiva e programmi più rispettosi della dignità
della persona. Ma tutto questo non basta. Come Movimento Nonviolento dobbiamo
porci soprattutto delle domande pratiche: cosa possiamo fare per affrontare
queste forze che ci controllano? Come trasformarci in soggetti attivi
e non passivi, mettendo in atto su questo tema delle azioni dirette nonviolente?
Quali iniziative possiamo intraprendere per aiutare sia i soggetti teledipendenti
sia i cittadini criticamente più attenti a resistere alla potenza
di questi media e a ristabilire il controllo effettivo della propria vita
e delle proprie scelte?
Compito di questa commissione non è dunque quello di aprire dibattiti
culturali sull’argomento, ma di trovare modalità di azione,
produrre iniziative.
Commissione
Nonviolenza e “movimento dei movimenti”
Un altro mondo è possibile con la nonviolenza
Coordinata da Pasquale Pugliese
In questi due anni, o poco più, trascorsi dall’ultimo Congresso
del Movimento Nonviolento intitolato Nonviolenza in movimento, la profezia
si è avverata: la nonviolenza si è messa veramente in movimento.
La paziente tessitura di reti avviata da tempo dai movimenti di base ai
quattro angoli del pianeta ha cominciato a dare i suoi frutti: le mobilitazioni
internazionali di Seattle, di Genova, di Porto Alegre (per tacere di tutte
le altre) hanno riportato il conflitto ecologico e sociale tra i “padroni
del mondo” e il resto degli esseri viventi ad essere di nuovo assunto
ed agito nelle piazze e nelle strade al Nord come al Sud del mondo.
E’ la resistenza alla violenza diretta, strutturale e culturale ed
è la costruzione di un altro mondo possibile.
Molti tra gli attori di questo conflitto hanno scelto esplicitamente,
in Italia e nel mondo, la strada della nonviolenza; altri ne sono vicini;
altri ancora la rifiutano altrettanto esplicitamente. In ogni caso mai
come ora la nonviolenza è invocata, studiata, praticata o, a volte,
solo proclamata.
La nonviolenza è dunque in movimento.
Il Movimento Nonviolento che, con Aldo Capitini, è storicamente
all’origine della diffusione della teoria e pratica della nonviolenza
nel nostro paese, è oggi politicamente all’interno di questo
processo globale - sia direttamente sia attraverso la Rete di Lilliput
- cercando di apportare, con la sobrietà degli strumenti che gli
è propria, il proprio specifico contributo alla trasformazione
ed alla gestione del conflitto ecologico e sociale in senso nonviolento.
Il lavoro da fare, culturale e politico, di formazione e informazione,
teorico e pratico, da svolgere affinché la nonviolenza diventi
la strada maestra del nuovo movimento di lotta è ancora molto e
richiede l’impegno, la costanza e l’intelligenza di tutti gli
amici della nonviolenza. Ed i rischi d’insuccesso, d’involuzione
repressiva e violenta del conflitto, con l’azzeramento del movimento
e dell’unica vera resistenza sociale e politica alla guerra globale
contro la natura e l’umanità – dopo Genova e l’11
settembre – sono veramente alti.
Insomma, se come scriveva Capitini, “la nonviolenza è il punto
della tensione più profonda del sovvertimento di una società
inadeguata”, in questo “varco della storia” è giunto
il tempo di porsi, senza indugi, proprio a quel livello di profondità.
Commissione
Nonviolenza, Guerra, Terrorismo, Obiezione del cittadino
Coordinata da Adriano Moratto
La nonviolenza ha nelle sue radici il ripudio totale della guerra e del
terrorismo. Stoicamente sono state le lotte antimilitariste e l’obiezione
di coscienza le ragioni che hanno iniziato, animato molti di noi alla
ricerca della scelta nonviolenta.
Nel 1999 con l’intervento militare in Serbia, ipocritamente giustificato
come umanitario e, peggio ancora nel novembre 2001 con il pretesto della
lotta al terrorismo, il parlamento ha dichiarato guerra al governo afgano
, seppellendo , per piaggeria e miopia, l’articolo 11 della Costituzione
.
Di fronte a tale tragica scelta, solo pochi anni fa inimmaginabile , dobbiamo
trovare risposte incisive e il più possibile partecipate-unitarie.
Credo che il congresso debba discutere , aprirsi e accogliere contributi
e proposte.
Dobbiamo partire dalle iniziative già in campo. Non una accademica
discussione contro la guerra o per il disarmo che diamo più che
acquisite , ma la ricerca di percorsi di progetti che partendo dal ripristino
della Costituzione allarghino il più possibile l’orizzonte
e coinvolgano il maggior numero di cittadini .
Commissione
Formazione alla nonviolenza
Coordinata da Luciano Capitini
Come coordinatore di questa commissione reputo utile che sin d’ora,
su AzNv e sul sito sia lanciata la proposta per redigere un Odg adeguato.
Mi aspetto che tutti gli interessati diano un contributo – poi –
alla discussione ed a un eventuale documento finale, ma chiedo loro di
aiutarci a focalizzare insieme, con buon anticipo, gli argomenti.
Propongo per intanto la seguente scaletta:
La proposta Euli, L’Abate, Sapio.
Come è stata recepita dal GLT nonviolenza di Lilliput
Diffusione, anche fuori del circuito Lilliput della banca dati e della
proposta
Adesione di tutti i nonviolenti a questa importante operazione di formazione,
necessaria, e fruttuosa tanto quanto verrà divulgata e sostenuta
Specificità dell’apporto nonviolento
Esistono differenze tra una formazione alla NV e una formazione dei GAN?
Indicazione – nella variegata proposta attuale – di quanto viene
ritenuto essenziale ed impellente?
Apertura di una sezione sul sito di Azione Nonviolenta per il dibattito
interno alla nonviolenza, su questo tema?
Questa operazione a cui in tanti cerchiamo di dare un apporto dove deve
mirare, quali sono gli obiettivi?
Questa formazione (anche attraverso il seminario estivo) avrà carattere
di condivisione di conoscenze tra i formatori stessi?
Forse sono troppe le domande e forse non sono nemmeno quelle giuste,
ragioniamoci!
Commissione
Il decennio per l’educazione alla nonviolenza
Coordinata da Rocco Pompeo e Angela Marasso
2001-2010
Decennio internazionale per una cultura della nonviolenza e della pace
per i bambini del mondo – Assemblea generale ONU 10/11/1998.
Nel 1997 i Premi Nobel per la Pace indirizzarono un Appello a tutti
i capi di stato e di governo dei paesi membri dell’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite affinchè il decennio dal 2000 al 2010 fosse
dichiarato “Decennio per l’affermazione di una cultura della
nonviolenza” per contrastare quella cultura di violenza che , nelle
sue diverse forme, fisica, psicologica, socio-economica o politica, è
tuttora causa di sofferenza per numerosi bambini, in ogni parte del mondo,
L’assemblea generale dell’ONU ha votato una “Dichiarazione
e programma di azione per una cultura di pace” che presenta alcune
rilevanti affermazioni:
la pace “non è semplicemente l’assenza del conflitto,
ma un processo positivo, dinamico, partecipativo che favorisce il dialogo
e il regolamento dei conflitti in uno spirito di reciproca comprensione
e cooperazione”;
per illustrare le condizioni che caratterizzano la pace e i mezzi per
raggiungerla, viene introdotto il concetto di nonviolenza; la cultura
della pace viene definita , infatti, come l’insieme dei valori, delle
attitudini, delle tradizioni, dei comportamenti e dei modi di vita fondati
“sul rispetto della vita, il rifiuto della violenza e la promozione
e la pratica della nonviolenza attraverso educazione, il dialogo e la
cooperazione…l’impegno a regolare pacificamente i conflitti…”
per quanto riguarda i mezzi, l’Assemblea propone “La formazione,
a tutti i livelli di responsabilità, di persone che sappiano favorire
il dialogo, la mediazione, la ricerca del consenso e la gestione pacifica
delle differenze”;
l’articolo 4, infine, sottolinea che “L’educazione, a tutti
i livelli, è il principale strumento per costruire una cultura
di pace…”
Questa proposta accoglie ed istituzionalizza una pratica di Educazione
alla Pace diffusa ormai da alcuni decenni in tutto il mondo da Centri,
Associazioni e Movimenti come i nostri.
Sembrano dunque maturi i tempi perché la pratica della nonviolenza
sia insegnata nelle scuole e si diffonda in modo capillare nei diversi
contesti formativi, dal momento che, come sostiene anche l’autorevole
Manifesto di Siviglia, la violenza non è una condizione ineluttabile
ed irreversibile, ma piuttosto un processo che può essere contrastato,
bloccato, trasformato.
Per questo motivo è stata proposta la presente Commissione, con
l’intento di lavorare, anche nell’ambito del Congresso, in questa
direzione.
Commissione
Democrazia e regime autoritario
Proposta da Davide Melodia
1 - COME SI AFFERMA E CONSOLIDA UN REGIME AUTORITARIO
Ripagando sul piano sociale ed economico i sostenitori che l’hanno
mandato al POTERE ignari che il Mostro divora i suoi figli creando una
Classe di SERVI ben pagati e multiuso
Eliminando ogni VOCE CRITICA e cosciente, anche fra i primi sostenitori,
perché ledono l’ immagine del Leader infallibile
Allontanando e calunniando collaboratori INTELLIGENTI, che possono mettere
in ombra la LEADERSHIP del Capo (v. Grandi, Italo Valbo . . .)
Rivoluzionando il SISTEMA LEGISLATIVO e normativo, e la COSTITUZIONE democratica,
pro domo sua (v- Codice Rocco)
Condizionando gli ENTI PUBBLICI di ogni ordine e grado
Assoggettando gli ENTI LOCALI _ comune, provincia, regione (invece del
Sindaco, il Podestà . . .)
Esaltando le FORZE DI POLIZIA _ dal Prefetto al Poliziotto ( e una figura
parallela nel Federale con le sue Camicie Nere)
Blandendo e potenziando le FORZE ARMATE, che diventano disponibili
Istituendo un ESERCITO Parallelo del Regime, armato, rifugio dei Disoccupati
(MVSN), o facendo del proprio Partito una sorta di Riserva (Camicie Nere
in Italia, Brune in Germania, allora; (oggi Verdi nella Lega Nord, e,
se non fermiamo i ber/loschi, avremo le camicie azzurre, domani)
Lusingando la RELIGIONE MAGGIORITARIA nel Paese, e stipulando con essa
Accordi, come il CONCORDATO, dopo due anni di incontri segreti (per giustificare
la propria esistenza e autorità al massimo livello socio-religioso;
per bloccare ogni voce critica; per estirpare il Modernismo.
E voci critiche a ridosso dello stesso Concordato si erano levate da cattedre
altissime, come quella di Benedetto Croce in Senato, e di Antonio Gramsci
. . .; Vedi alcuni punti essenziali del Concordato, ed
esempi, come quello di Giovanni Pioli, ospite sovente di Pastori Protestanti,
sospeso a divinis, e ridotto a non potere insegnare, malgrado la sua grande
cultura.
(L’Art. .5 del Concordato così correva : “I sacerdoti
apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti o conservati
in un insegnamento, in un ufficio o in un impiego, nei quali siano a immediato
contatto col pubblico”).
(Per non parlare dell’Art. 36 circa l’insegnamento della religione
nelle scuole, non solo elementari ma anche medie. “L’Italia
considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento
della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica.
. . “Si noti la sostituzione di dottrina a religione.)
Rinverdendo lo SPIRITO PATRIOTTICO, a spese di ogni altra etnia
Impadronendosi dell’ISTRUZIONE
(PRATICANDO una Riforma dell’Educazione, sul progetto del filosofo
fascista Giovanni Gentile )
favorendo Enti privati e Religiosi, per la futura Classe Dirigente
Adescando parte cospicua dell’INTELLIGHENTSIA pennivendola
Adeguando l_ ECONOMIA ai propri interessi
Accordandosi con Mafie economico-industriali
(incamerando personaggi e attività della Mafia siciliana)
Trasformando i SINDACATI dei Lavoratori in un sistema di Corporazioni,
che fanno il bello e il cattivo tempo nel proprio ambito e oltre. (In
cui i segretari sono onnipiotenti, e se un lavoratore disoccupato non
ha una bella moglie disponibile, che va a trattare, la famiglia muore
di fame.
Inoltre, per gli antifascisti impegnati politicamente, c_era il Carcere,
il Confino, la Morte fisica o Civile, in Italia o all_Estero: v. Matteotti
e Rosselli); per l’antifascista non troppo pericoloso, che prima
del Ventennio aveva militato nel Partito Socialcomunista _ scisso dal
_27 a Livorno in Partito Comunista e in Partito Social Democratico - ma
che non si era acconciato a iscriversi al PNF,
c’era l’intimidazione quotidiana, il diniego della iscrizione
al Sindacato delle Corporazioni, per cui zero lavoro; il controllo delle
azioni,. il rifiuto del Passaporto, la sequela dell_OVRA se otteneva di
recarsi all_estero a Congressi Pacifisti o altro: uno spionaggio spicciolo
a livello di spie della Questura, come il Postino, il Barbiere, il Custode,
il Capocasa . . . che riferivano alla Questura: più grave di tutte
era la CENSURA, nella vita civile, militare, nelle carceri: la convocazione
in Questura Centrale o dal Prefetto per ogni minima critica scritta al
Regime, mensilmente, e per ogni cablogramma ricevuto da un altro Prefetto
circa il sospettato.. . .
2 - COME SI DIFENDE LA DEMOCRAZIA
Senza lasciarsi distrarre da altri impegni, problemi, lotte, in sé
molto importanti sul piano nazionale e internazionale, umano e sociale,
ma non essenziali per la difesa della DEMOCRAZIA che ha la PRIORITA’,
, perché senza la Democrazia le altre lotte _
di giustizia, di libertà, di pace, di eguaglianza, di diritti umani
-
non si possono più condurre.
Si difende la Democrazia,
non gettandosi in tutte le avventure,
non cavalcando ogni tigre che passa,
ma scegliendo accuratamente e coscienziosamente
la lotta da condurre,
e gli obiettivi da raggiungere.
Nel nostro caso :
Ricostruendo i baluardi democratici, a partire dalla GIUSTIZIA, rappresentata
dalla Magistratura, e ricostruendo puntualmente tutti gli altri, collaborando
con la base della comunità nazionale.
Il tutto prendendo in seria considerazione la possibilità di affrontare
ogni problema e situazione con i principi e i metodi nonviolenti.
Nulla osta che il lettore avvertito
tracci anch’esso un parallelo
fra ciò che accadde
durante il Ventennio fascista in Italia,
e ciò che comincia a verificarsi oggi, sempre in Italia,
con un vertice politico che attacca,
fra i primi, l’ultimo baluardo. (DM)
Fermate il fuoco, separate i contendenti!
Tante iniziative per chiedere l’intervento della comunità
internazionale e la ripresa dei negoziati
A cura di Elena Buccoliero
Si avvicendano, nella corrispondenza e-mail che giunge in redazione da
alcune associazioni pacifiste israeliane, le notizie sui massacri, le
perquisizioni, le invasioni, e le iniziative della popolazione a favore
della pace.
Nei campi profughi di Qalqilia, Tul Karm, Dheisheh, le truppe israeliane
hanno sequestrato gli uomini di 14-50 anni per alcune ore, li hanno ammanettati
e bendati alla presenza delle telecamere (le donne e i bambini seguivano
la scena, terrorizzati, di fronte agli schermi televisivi) e poi, in separata
sede, li hanno “interrogati”. Nel frattempo altri soldati perquisivano
le case ad una ad una distruggendo tutto quello che trovavano, svuotando
gli scaffali, le dispense e gli armadi. Alcune abitazioni di Dheisheh
sono state fatte saltare con la dinamite.
Anche l’Università di Betlemme è stata attaccata da
una incursione israeliana.
In risposta a queste e ad altre violenze, i pacifisti israeliani non
sono inattivi.
A Tul Karm si è diretto un convoglio di aiuti, mentre a Gerusalemme,
di fronte alla casa del Primo Ministro, Peace Now ha organizzato una veglia
permanente, con cartelli continuamente - e tristemente - aggiornati che
riportano il numero di morti sui due fronti.
Le Donne in Nero esortano la popolazione – maschile e femminile –
ad unirsi alle loro manifestazioni per la pace, disseminate nelle maggiori
città di Israele. A Tel-Aviv si sono svolte proteste nei campus
universitari. A Ramallah e a Geneva l’associazione di medici Physicians
for Human Rights ha emesso diversi appelli, chiedendo tra l’altro
contributi economici per acquistare medicinali e materiale chirurgico
per prestare soccorso ai feriti, e ha manifestato per denunciare gli attacchi
dell’esercito israeliano contro le ambulanze.
Nel frattempo il numero dei soldati e degli ufficiali israeliani che hanno
rifiutato l’occupazione, alla data dell’13 marzo, era passato
a 333, mentre l’associazione dei Genitori per la Pace, che comprende
familiari di vittime israeliane e palestinesi, per la seconda volta nel
giro di pochi mesi ha organizzato di fronte al Museo di Tel-Aviv una manifestazione
di denuncia con due bare coperte dalle bandiere israeliana e palestinese,
in commemorazione di tutte le vittime.
Il feretro simbolico è partito poi alla volta degli Stati Uniti,
dove la cerimonia funebre è stata ripetuta a New York, di fronte
alla sede delle Nazioni Unite, e a Washington, con l’intento di scuotere
la coscienza della comunità internazionale.
Con lo stesso obiettivo circa 700 pacifisti, artisti e intellettuali
israeliani hanno deciso di sottoscrivere una petizione da inviare alle
Nazioni Unite, per chiedere l’invio urgente di una forza internazionale
di pace che interrompa il ciclo di violenze. La lettera, inviata a Kofi
Annan, Romano Prodi e Colin Powell, è stata ignorata dai media
israeliani, e per questo i 700 hanno deciso di autotassarsi per pubblicarlo,
come annuncio, su un’intera pagina del quotidiano israeliano Ha’aretz.
Il testo originario, che pubblichiamo integralmente di seguito, comprende
anche le indicazioni per un processo di pace, indicazioni che i stessi
promotori, a soli cinque giorni di distanza, ritenevano già “fuori
contesto”, paralizzati dall’incremento delle violenze, e decidevano
di riassumere il loro appello in una sola richiesta: l’intervento
immediato delle Nazioni Unite, degli USA e dell’Unione Europea.
Materiale dettagliato su questi ed altri eventi può essere consultato
sul sito di Azione Nonviolenta, www.nonviolenti.org.
LICENZA GLOBALE DI UCCIDERE
Di Massimiliano Pilati
Il 30 gennaio scorso, con un tacito accordo tra maggioranza e opposizione
e le rimostranze di pochi e isolati parlamentari, si è concluso
alla Camera l'esame del Disegno di Legge n. 1927 che, se approvato, porterà
gravi modifiche alla legge 185/'90 sul controllo del commercio delle armi.
Il Disegno di legge intenderebbe "facilitare la ristrutturazione
e le attività dell'industria europea per la difesa" secondo
le direttive di un "accordo-quadro" sottoscritto a Farnborough
il 27 luglio 2000 dai ministri della difesa di Italia, Francia, Germania,
Regno Unito, Spagna e Svezia. La normativa in discussione introduce un
nuovo tipo di autorizzazione per il commercio delle armi: la "licenza
globale di progetto". Questa "licenza "esclude dal controllo
parlamentare e della società civile tutte le operazioni svolte
nel quadro di programmi intergovernativi e adegua l'Italia alle normative
di Paesi più permissivi in materia di commercio d'armi. La giustificazione
che viene data è di "conformarsi ai requisiti della nuova
Europa". Ma non si capisce perché mai quello della produzione
e del commercio delle armi debba diventare il primo settore in cui l'Italia
rinuncia alla propria normativa nazionale. Sarebbe auspicabile, invece,
che l'Italia richiedesse agli altri Paesi Europei maggiore severità
nel controllo dell'export delle proprie armi e maggiore impegno nella
prevenzione dei conflitti e per il disarmo.
Grazie alla pronta reazione di alcune associazioni (Peacelink, Vita, Rete
Lilliput più molte altre, ora coordinate nella campagna “io
difendo la 185”), che in pochi giorni hanno convinto migliaia di
italiane e italiani a mobilitarsi scrivendo ai propri parlamentari contro
questa proposta di modifica di legge, si è riusciti a spostare
la data di discussione che era fissata per fine febbraio o al massimo
per gli inizi di marzo. Grazie ai vari appelli e a molti incontri con
alcuni parlamentari si è anche riusciti a far aprire loro gli occhi
sulla scelleratezza di questo progetto. Purtroppo al momento solo alcuni
parlamentari di centro sinistra e di sinistra si sono espressi contro
la modifica alla legge 185/90. Questo significa che allo stato delle cose
la legge passerebbe così come è.
La legge 185/90 è stata una grande conquista civile voluta dalle
associazioni pacifiste e di solidarietà internazionale. Consente
di bloccare le esportazioni di armi verso nazioni che violano i diritti
umani o che fanno guerra; consente inoltre un controllo parlamentare e
una verifica della destinazione finale delle armi inviate, evitando "triangolazioni".
Nel corso degli anni attraverso norme applicative sempre più lassiste
il potere di controllo della legge è stato ammorbidito per far
piacere ai mercanti di armi. Durante il governo D'Alema era stata tentata
una modifica alla legge per rendere sempre più facili le esportazioni
di armi verso nazioni che potrebbero farne pessimo uso; ma questo tentativo
fu bloccato per l'insorgere di Amnesty International e altre associazioni.
Ora i mercanti di armi stanno tornando alla carica e sono riusciti a creare
un ampio fronte che unisce maggioranza e opposizione, a parte qualche
sparuta voce contraria.
Il Movimento Nonviolento chiede alle proprie attiviste e ai propri attivisti,
ai lettori e alle lettrici di Azione nonviolenta e a tutte le amiche e
gli amici della nonviolenza di mobilitarsi contro questo orrendo progetto.
Vi chiediamo di aderire all’appello della campagna “io difendo
la 185”; firmandolo e raccogliendo a vostra volta firme. Vi chiediamo
di scrivere ai vostri parlamentari (di destra o sinistra che siano), di
cercare di coinvolgerli in pubblici dibattiti su questo tema. Cercate
di coinvolgere più associazioni possibili, dagli Scout ai Social
Forum cercando di allargare il più possibile il dissenso. Attivatevi
e contattate i vostri consiglieri comunali, provinciali e regionali pregandoli
di portare nei loro consigli la discussione sulla modifica alla legge
185 e di cercare di far passare una mozione contraria a questo progetto.
Fate circolare la notizia sui giornali locali, perché purtroppo,
la stampa sta parlando pochissimo di questo disegno di legge. Maggiori
informazioni sulla modifica alla legge 185 e sulle iniziative contrarie
e a questo passo sono reperibili sul sito www.retelilliput.org.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Involuzione italiana e resistenza nonviolenta
Il governo dell'attuale presidente del consiglio e le forze che lo sostengono
perseguono senza sosta la limitazione dello stato di diritto, la chiusura
di spazi di libera espressione, il dominio sugli apparati dello stato
e la compressione dei diritti sociali. È uno scontro frontale in
cui tutto viene rimesso in discussione: l'autonomia della magistratura,
il senso del passato, i diritti dei cittadini e dei lavoratori, l'appartenenza
dell'Italia alla cerchia interna dei paesi dell'Unione Europea. Non passa
quasi giorno senza che rappresentanti di primo o di secondo piano dell'attuale
maggioranza governativa non effettuino una nuova forzatura, una nuova
messa in discussione di diritti, libertà, conquiste della giustizia.
La conclusione provvisoria di questo processo è stata la nomina
di un Consiglio di Amministrazione della televisione pubblica amico della
maggioranza di governo e un disegno di legge sul conflitto di interessi
che... salva gli interessi privati di Silvio Berlusconi.
L'Italia è profondamente divisa tra quanti sostengono – con
diversi gradi di convinzione e con motivazioni diverse – questo processo
di involuzione, e quanti vi si oppongono. E proprio questa polarizzazione
è uno degli ingredienti più pericolosi della situazione
attuale.
L'attuale regime si fonda sull'appoggio di potenti istituzioni (la parte
conservatrice della chiesa, l'associazione degli industriali), sul consenso
attivo di un numero rilevante di cittadini e sull'acquiescenza di una
gran parte del paese. Le basi di potere del regime, ancorché imponenti,
sono però fondamentalmente fragili: non si spiegherebbe altrimenti
la continua ansia di "escalation", la rischiosa apertura di
sempre nuovi fronti di conflitto, che caratterizza la stagione politica
attuale.
L'altra parte del paese sembra finora tramortita e incapace di articolare
una reazione. Ci sembra tuttavia di poter identificare cinque "fuochi
di resistenza" all'involuzione berlusconiana, in cui si sta articolando
in maniera sempre più precisa l'opposizione:
lo stato di diritto: quindi la tutela del principio che la legge è
uguale per tutti, la difesa dell'autonomia della magistratura e del principio
liberale della separazione dei poteri
i diritti sociali: la difesa della scuola pubblica, dell'accesso universale
ai servizi sociali come la sanità, la difesa dei lavoratori dai
licenziamenti arbitrari
il pluralismo dell'informazione: il contrasto a un'elite politica (peggio
: a una persona sola!) del controllo diretto sulla televisione e su buona
parte della stampa.
la pace: l'opposizione a una politica acritica verso la guerra globale
condotta oggi dagli Stati Uniti, per una politica di pace del nostro paese
e dell'Unione Europea
l'integrazione europea: il proseguimento del processo di integrazione
democratica dell'Unione Europea
Ognuno di questi "fuochi" raccoglie forze e culture disparate,
alcune solo in parte rappresentate nel panorama politico attuale (i movimenti
per la pace), altre apparentemente di secondo piano (i settori della società
di spirito europeo), altre ancora dotate di forme tradizionalmente robuste
di rappresentanza e organizzazione (i sindacati). I movimenti per la pace
si trovano inoltre di fronte al peculiare problema di non potersi riconoscere
nelle principali forze dell'attuale opposizione politica, responsabili
tra l'altro della guerra del Kosovo (e, in alcuni settori, dell'appoggio
al regime di Milosevic). Discorso simile vale per i movimenti sociali.
Una difesa nonviolenta dei principi della convivenza civile nel nostro
paese è senz'altro possibile. Finora però i rappresentanti
dei diversi "fuochi" si sono mossi in ordine sparso, né
si è cristallizzato un movimento nonviolento capace di azioni incisive.
Oggi possiamo osservare una volontà diffusa di opporsi e di agire,
una serie di azioni e di proposte eterogenee e di impatto diverso: segnaliamo
solo la manifestazione indetta da docenti universitari fiorentini, a cui
hanno partecipato oltre diecimila persone: l'abbraccio simbolico dei palazzi
di giustizia di Milano e Roma, l'iniziativa di una domenica senza televisione
lanciata con successo da un gruppo di nonviolenti; e così via.
Per ora possiamo registrare che "qualcosa si muove": e bisogna
lavorare affinché questo "qualcosa" sia ispirato ai principi
della nonviolenza, e perciò robusto e impermeabile alle provocazioni
del potere o ai velleitarisimi di movimenti di passate stagioni. Oggi
forse è necessario inaugurare una stagione di difesa popolare nonviolenta
dei principi del vivere civile nel nostro paese.
È un bene che in questo momento il mondo della nonviolenza abbia
espresso un maturo programma di formazione: un'offerta di "form/azione"
diretta anzitutto ai movimenti ispirati alla nonviolenza, e un progetto
di formazione di formatori, cioè di moltiplicazione delle competenze
formative. È un contributo di grande importanza per la crescita
di una cultura della nonviolenza e della cittadinanza attiva
A ciascun gruppo, a ciascuna persona spetta ora interrogarsi sul contributo
che potrà dare.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Come Harry divenne un albero
di Goran Paskaljevic
Durata: 100’
Origine: Gran Bretagna/Irlanda/Italia
Anno: 2001 – Uscita: marzo 2002
“Come Harry divenne un albero” ovvero, come un uomo che sa
solo odiare diviene quello che è.
1924: il cupo villaggio di Skillet, la terra fangosa e pesante della campagna
irlandese, sempre bagnata da un cielo carico di pioggia e rancore, è
l’ambientazione scelta da Goran Paskaljevic per il suo ultimo film,
presentato in concorso alla passata Mostra di Venezia.
Harry è un uomo rozzo, abbruttito dalla perdita del figlio prediletto,
Pat, nella guerra civile del 1921, e dalla conseguente morte di crepacuore
della moglie. E’ da questo “nodo” irrisolto, da questo
dolore mai elaborato, che inizia la tragedia di uomo ridicolo, grottesco,
che si inventa un nemico per dare nuovamente senso alla sua esistenza.
Rude e primitivo come il mondo che lo circonda, Harry è angosciato
da un sogno ricorrente nel quale le sue robuste gambe divengono radici,
e le sue mani dalle tozze dita, possenti rami di un maestoso albero secolare.
La sua difficile esistenza, fatta di fatiche, povertà e perdite,
lo conduce a chiudersi sempre più in se stesso, e lo rende vittima
di una crescente paranoia che lo porta ad elaborare assurdi e strampalati
complotti. Se a farlo vivere non è più l’amore, sarà
forse l’odio a permettergli di sopravvivere. Lucidamente e freddamente,
Harry sceglie come bersaglio l’uomo più importante e ricco
del paese, George Flaherty: distruggere la sua reputazione, la sua serenità
familiare, la sua ricchezza, la sua vita, diventa un’instancabile
ossessione quotidiana.
Il regista serbo Paskaljevic ha sceneggiato un racconto favolistico del
cinese Yang Zhengguang, riambientandolo nell’Irlanda del 1924, nella
convinzione dichiarata che la vicenda possedesse una dimensione universale.
«Non volevo fare un film storico – ha dichiarato in un’intervista
- , ma piuttosto filosofico: una specie di favola sull’assurdità
dell’odio, e sulla necessità di odiare per sentirsi vivi.
“Un uomo si misura dalla grandezza dei suoi nemici. Devi avere un
nemico forte da distruggere, così la tua gloria sarà più
grande”, dice Harry al figlio Gus, e questa è anche una frase
di Milosevic».
Ecco allora che questo film diviene però anche occasione per parlare,
indirettamente, della Serbia. Per le sue idee politiche e la sua opposizione
al regime di Milosevic, Paskaljevic non ha potuto girare il film in patria,
come avrebbe voluto: la scelta quindi è caduta sull’Irlanda
«che ha moltissimi aspetti in comune con la mia terra, a cominciare
da una lotta con i nemici lunga centinaia di anni (gli irlandesi hanno
odiato gli inglesi per settecento anni, e i serbi hanno avuto cinquecento
anni di impero turco). Non a caso irlandesi e serbi si somigliano: sono
duri, ostinati, chiusi nell’isolamento della loro terra, e hanno
lo stesso duro senso dell’umorismo».
Al di là di questi precisi riferimenti storico-geografici resta
ad ogni modo ferma l’intenzione di Paskaljevic di narrare una “favola
grottesca” sulle radici universali dell’odio: Harry è
“l’uomo che sa solo odiare”. La “guerra” ingaggiata
con il suo “nemico”(ignaro, dal canto suo, di essere tale) è
surreale, assurda, produce situazioni paradossali e grottesche; ogni più
piccola occasione diventa pretesto per la sua “sacrosanta” vendetta,
da ottenere con qualsiasi mezzo, anche a costo di infliggersi delle ferite
o di mettere a repentaglio la felicità matrimoniale del suo secondogenito,
Gus, e addirittura la sua stessa incolumità. Il suo odio assurdo
quanto implacabile si spargerà tutto intorno a lui, nella sua comunità,
provocando conseguenze che lo stesso Harry non avrebbe previsto né
desiderato. E dopo aver prodotto “macerie e lutti”, meschinità
e soprusi, dopo essere rimasto completamente solo nella sua follia, la
“favola” di Harry si chiude con la sua metamorfosi nel possente
albero secolare che egli sognava di diventare: un albero che affonda le
radici in una terra e in un passato fatto di violenza, di divisioni sociali,
di fratture e di antichi rancori, e si erge alto e possente nel cielo
come solo un albero secolare può fare, un albero che per secoli,
appunto, minaccia di continuare a gettare la sua ombra scura e potente
su una terra già a lungo tormentata.
Ma il figlio di Harry, Gus, che trova, nell’amore per la giovane
moglie, la forza di opporsi al padre e al suo odio contagioso, e di fuggire
lontano dalla sua ombra di morte, incarna l’augurio e la speranza
di Paskaljevic per un futuro libero dalla follia dell’odio e della
violenza.
LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Famiglie in rete per consumi leggeri
Questo mese intervistiamo Antonella Valer, del gruppo promotori della
campagna BILANCI DI GIUSTIZIA, autrice del libro “Bilanci di Giustizia:
famiglie in rete per consumi leggeri”.
Come è nata e che cos’è l’operazione “Bilanci
di Giustizia” ?
Nel settembre 1993 i “Beati i Costruttori di Pace” convocarono
a Verona un’assemblea dal titolo “quando l’economia uccide…bisogna
cambiare!”. Durante quell’incontro non ci fermammo all’aspetto
della denuncia ma cercammo di orientarci verso una proposta concreta,
chiedendo ad ognuno di noi un’assunzione di responsabilità.
Come consumatori ci sentivamo parte attiva nel meccanismo economico giudicato
ingiusto e quindi decidemmo di partire a cambiare le cose dai nostri consumi
quotidiani cominciando a rivederli secondo criteri di giustizia e a “spostarli”
seguendo criteri etici ed ecologici. Partendo, poi, dal ragionamento che
maggiori consumi e maggiori risorse per noi significavano anche minori
risorse per altri abbiamo assunto l’obiettivo di diventare dei “consumatori
leggeri” per uno sviluppo sostenibile. Abbiamo, infine, formulato
l’ipotesi (ancora parzialmente da dimostrare) che ad un minore livello
di consumi e di scelte di sobrietà quotidiana non corrisponda necessariamente
un abbassamento della qualità di vita, ma anzi ne derivi un miglioramento,
stiamo, quindi, cercando di indagare gli effetti che le nostre scelte
di consumo hanno sulla qualità della nostra vita. E’ già
un dato di fatto però che molti bilancisti si sentono più
liberi e rilassati perché meno condizionati dai modelli di consumo
standard. Quello che facciamo, in definitiva, è l’interrogarci
sul nostro modo di stare al mondo e di come possiamo agire affinché
si possa avere un impatto col pianeta non distruttivo. E’ per questo
che non abbiamo un unico modo di agire, ma ne sperimentiamo molti. Il
porsi delle domande, il compilare le schede permette l’attivazione
di processi di coscientizzazione che sono già di per se un risultato
importantissimo; ci permette di essere persone consapevoli.
Avete delle schede da compilare…come funziona?
Per poter capire l’entità degli spostamenti nei nostri consumi
ci siamo dati degli strumenti che consentano di monitorare i reali cambiamenti
delle famiglie aderenti. L’uso di questi strumenti permette alla
famiglia di verificare il proprio comportamento e la raccolta e l’analisi
di tutte queste schede, consentono di offrire un segno collettivo che
evidenzia i cambiamenti sociali ed economici reali che ci sarebbero se
il nostro stile di consumi si ampliasse a molte altre persone. Utilizziamo
delle schede mensili, stagionali e un riepilogo annuale per rivedere i
nostri consumi, i nostri comportamenti e per fare un bilancio di tutto
questo. Ogni famiglia aderente all’iniziativa invia questo materiale
alla segreteria nazionale che cura un’elaborazione statistica dei
dati. Il rapporto annuale che ne scaturisce consente di far conoscere
i comportamenti sperimentati dalla singola famiglia bilancista e di offrire
il segno collettivo dell’iniziativa all’esterno, le singole
esperienze raccolte sono infatti un segno pubblico di rilievo economico
e politico. Ci permette di dire che le nostre scelte di vita sono possibili,
che è possibile cercare di vivere seguendo un diverso stile e soprattutto
che abbiamo i dati per dimostrarlo.
Usate molto termini come autoproduzione, riduzione dei consumi, sobrietà.
Ricordano molto lo stile di vita proposto da Gandhi….
Gandhi è stato un precursore, ha parlato per primo di questi concetti,
del punto di vista del Sud del mondo. Inoltre univa alla lotta politica
attiva una profonda riflessione e ricerca di uno stile di vita che fosse
sostenibile nel piccolo e proponibile su scala nazionale. Certamente la
nostra campagna è in sintonia con quanto lui sosteneva, soprattutto
quando metteva in discussione il fatto che il modello economico “occidentale”
servisse al benessere delle persone, ma non possiamo dire che abbiamo
attinto a Gandhi per l’ideazione di “Bilanci di Giustizia”.
Qual è l contributo dei Bilanci alla Rete di Lilliput?
Bilanci è uno dei promotori della Rete. La nostra campagna vi partecipa
soprattutto contribuendo sui temi legati all’area della “impronta
ecologica e sociale”. A volte nella Rete emerge, non senza ragione,
maggiormente l’aspetto “di critica” e “protesta”
più che non quello della proposta di alternative concrete, che
partono anche dalla revisione dei propri stili di vita, e questo ha portato
a volte a delle incomprensioni. Credo che nella Rete ci sia bisogno di
trovare un giusto equilibrio tra queste due componenti, anche per essere
più credibili e riuscire a “comunicare” con chi ancora
non si è posto troppe domande sulla sostenibilità del modello
attuale di produrre, consumare e scambiare…
Info:
Bilanci di Giustizia c/o MAG Venezia, Via Trieste 82/C, 30175 Venezia
Marghera, Tel. 041/5381479 – Fax 041/5388190
e-mail:
– http://www.unimondo.org/bilancidigiustizia
Pubblicazioni:
“Bilanci di Giustizia: famiglie in rete per consumi leggeri”
[Ed. EMI]
“Operazione Bilanci di Giustizia” – Rapporto 2000. [a cura
della Segreteria Nazionale].
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Mille papaveri rossi
La pace nella canzone italiana
Poiché abbiamo storicizzato il nostro itinerario – prima con
la Grande Guerra, poi con l’ultima – arriviamo al 1946. La guerra
finalmente è finita, anche se si presenta con un aspetto sinistro
di rovine e macerie: “un paesaggio che non va”, come dice Paolo
Conte. E credo che nessuno in fondo come Paolo Conte abbia saputo rendere
meglio la ripresa della vita, lo sforzo di guardare in su anziché
all’intorno, per poter tornare a vivere ed amare, con la sua Topolino
amaranto, piccolo consolante simbolo della rinascita economica:“Oggi
la benzina è rincarata/ è l’estate del Quarantasei/
un litro vale un chilo d’insalata/ ma chi ci rinuncia? a piedi chi
va?/ l’auto che comodità/ Sulla Topolino amaranto/ dai siedimi
accanto che adesso si va”.
Pur dando per scontato ciò che ho detto prima (che la pace è
comunque migliore della guerra), tuttavia essa può anche deludere.
Quella che canta Franco Battiato in “Il Re del Mondo” è
in pratica la pace attuale: una pace appunto di pessima qualità.
Battiato nota innanzitutto come una volta la guerra “stonava”
di più, per così dire, ed ora ci si è più
abituati (e già questo è un sintomo pericoloso). Poi rileva
come questa pace sia fittizia, perché controllata e condizionata
da un “re del mondo” e scadente, perché scadente è
la qualità della vita. Infine, è una pace inutile, perché
nemmeno la protezione delle grandi potenze ci salverà dalla fine…:
“Un giorno in cielo fuochi di Bengala/ la Pace ritornò/ ma
il Re del Mondo/ ci tiene prigioniero il Cuore/ nei vestiti bianchi a
ruota/ echi delle Danze Sufi/ nelle metro giapponesi oggi/ macchine d’Ossigeno”.
Una pace, quella attuale, che contiene purtroppo in sé il presagio
della guerra, ossia il pericolo nucleare. Sono molte le canzoni che, più
o meno seriamente, vi fanno riferimento. Di Lucio Dalla, per esempio,
ve ne sono diverse, anche molto belle. Di lui, però, vorrei segnalarne
una, su questo tema, molto meno nota e molto più vecchia (fra le
sue prime): nel 1966 scritta e “1999” intitolata. Il testo di
Sergio Bardotti prefigura che dopo la distruzione nucleare “scoppierà
la pace”: una pace lugubre, senza vita; non ci si odierà più
perché non ci sarà più nessuno da odiare e all’unico
superstite non resterà che riprendere irriducibilmente la guerra…
ma con se stesso. “Aspettavo che venisse il momento/ ora parlo solamente
col vento/ finalmente questo mondo è più bello/ il fratello
più non odia il fratello”.
La situazione cantata da Dalla è l’opposta di “Noi non
ci saremo” di Francesco Guccini (un altro che ha dedicato più
d’una bella canzone alla bomba atomica e in generale alla violenza
politico-militare). Qui infatti la vita riprende a poco a poco dopo la
distruzione; anche se non potrà mai più riprendere la vita
di coloro che ne saranno stati vittime dirette: “Vedremo soltanto
una sfera di fuoco/ più grande del sole, più vasta del mondo/
nemmeno un grido risuonerà/ (…) E catene di monti coperte
di neve/ saranno confine a foreste di abeti/ mai mano d’uomo le toccherà/
e solo il silenzio come un sudario si stenderà/ fra il cielo e
la terra per mille secoli almeno/ ma noi non ci saremo…”.
Detto tutto ciò, è tanto più comprensibile lo svilupparsi
in questi anni di un movimento pacifista attivo, militante, “praticante”,
da contrapporre a quello astratto e ipocrita di molti uomini di potere.
Dire semplicemente… “Viva la pace” è troppo facile
e già nel 1959 lo rilevava Michele L. Straniero, intitolando così
ironicamente questa satira su musica di Sergio Liberovici: “Io li
credo e benedico/ ma un gran dubbio, ve lo dico, mi costerna:/ che la
pace tanto pia di costoro poi non sia quella eterna!”.
A questo punto devo confessare che, se il materiale “pacifista”
da cui ho dovuto scegliere era enorme, altrettanto enorme sarebbe stato
il repertorio di canzoni militariste, eroiche e guerrafondaie. In molti
casi, peraltro, l’effetto tragicomico di queste canzoni avrebbe potuto
benissimo funzionare in chiave opposta e cioè pacifista. C’è
per esempio un personaggio in Italia, Paolo Poli, il quale questa operazione
di rovesciamento ha condotto in maniera sistematica su questo tipo di
canzone e in genere sulla canzone “cattiva”. Se vogliamo dare
alla pace il valore di un’ironia sulla guerra, ebbene, anche quella
di Paolo Poli è una civile lezione di pace. A lui affidiamo sorridendo
il “gran finale”:
“Soldatini di ferro così/ questi marciano e quelli stan lì/
Chiede il bimbo: papà per favor/ sono fatti di ferro anche lor?/
Serio in viso il papà dice no/ son di ferro ma in petto hanno un
cuor/ I soldati d’Italia oggidì/ son di ferro e son tutti
così!”(Soldatini di ferro)
“Quando la bella tua ti ha salutato/ ha colto tante rose nel giardino/
ne ha fatto un grande mazzo profumato/ perché lo porti in dono
all’abissino!/ Le rose io le porto/ son belle ed ottobrine/ ma se
vorrai le spine/ le spine ti darò!” (Canto dei volontari)
Enrico de Angelis
(2° parte - Fine)
Dagli anni Ottanta ad oggi
di Enrico de Angelis
A 18 anni dal lavoro sulla canzone d’autore e la pace che abbiamo
ripubblicato, alcune riflessioni dell’autore su questo periodo e
sulle evoluzioni che hanno avuto i rapporti fra guerra, pace e musica.
Gli anni Ottanta ce li ricordiamo tutti: anche su questo fronte ci fu
una caduta di sensibilità generale ai temi di impegno civile, risollevatasi
per fortuna, pian piano, nel decennio successivo. La degenerazione globale
del pianeta sempre più evidente negli ultimi anni e ahimè
molti atroci conflitti anche vicinissimi come quelli nella ex Jugoslavia
hanno riportato diversi autori a battersi anche in canzone per una più
pacifica qualità della vita. Sui fatti della Jugoslavia, per esempio,
ricordo toccanti canzoni come “Cupe vampe” dei Csi, “Gli
ultimi fuochi” di Alice e “Sarajevo” di David Riondino.
Alcuni degli autori che hanno continuato nel loro cammino antimilitarista
sono i grandi cantautori di sempre: De Gregori, Guccini, Nannini, Jannacci,
Paoli, Dalla, Vecchioni, Bennato, Battiato, De Sio, e forse sopra ogni
altro Fossati. Ma, tanto per citare anche un artista per così dire
“minore”, ricordo il bel ritratto di un disertore in “Clochard”
di Grazia Di Michele. Per una particolare sensibilità su questi
temi vanno poi citati i nomi delle generazioni più giovani, a cominciare
da Jovanotti, ma anche altri meno popolari come Giancarlo Onorato, Pippo
Pollina, Luca Bonaffini. Si sa però che negli anni ’90 i fermenti
più vivi e innovativi nella canzone d’autore sono venuti dai
cosiddetti gruppi, i quali – un po’ eredi di predecessori quali
i sempiterni Nomadi, il Banco, i Litfiba, i Tazenda – si sono fortemente
distinti anche sul terreno di cui ci stiamo occupando, o per motivata
grinta antibellicista o anche solo per una più generica vocazione
pacifista; e sono questi i Pitura Freska, gli Almamegretta, gli Agricantus,
gli Avion Travel, gli Ustmamò, i Modena City Ramblers, il Parto
delle Nuvole Pesanti, i Calicanto, i Zum Teufel, ecc.
Una cosa va rilevata nel repertorio antimilitarista degli ultimi anni:
le canzoni hanno assunto sempre più una piega narrativa, anziché
ideologica o addirittura sloganistica. La maggioranza di questi brani
consiste in r