Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Da Ferrara, città delle bici, nasca la
rivolta contro l’auto
di Mao Valpiana
La nonviolenza, varco attuale della storia, è il messaggio che
ci ha lasciato Aldo Capitini. Ma a quale storia stava pensando? Alla storia
del mondo, credo, ma anche alla nostra storia personale. Così questo
Congresso ci costringere a guardare lontano, verso l’orizzonte, ma
anche dentro ognuno di noi. La nonviolenza che interpella il mondo, e
insieme ogni persona. Ma non è una nonviolenza astratta, quella
che stiamo cercando, è una nonviolenza che ci unisce in un movimento
concreto.
Un “movimento”, per definizione, deve muoversi. Muoversi, non
agitarsi. Chi si agita fa gesti scomposti, improvvisi, esagerati, scoordinati,
incontrollati e reagisce a sollecitazioni esterne. Chi si muove, invece,
ha una direzione precisa da seguire; cammina da un luogo ad un altro,
ha un programma, una strategia, segue una disciplina, ha un obiettivo
da raggiungere.
Ma per quale cammino deve organizzarsi il MN di oggi?
L’obiettivo non può essere, realisticamente, quello di trasformare
da subito la realtà che avvertiamo come fortemente inadeguata;
così come siamo coscienti che non possiamo noi, oggi, fermare la
guerra. Troppe le forze in campo, gli interessi, troppo diffuso il consenso
sostanziale ai meccanismi che rendono possibili i conflitti armati, frutto
diretto di questo sviluppo.
Dunque il MN non ha, e non potrebbe avere, l’obiettivo politico di
diretta trasformazione sociale. Porselo sarebbe un’illusione. Anche
perché sappiamo che la novità non verrà da un semplice
cambio di potere, ma solo da una radicale trasformazione delle coscienze
e del modo di vivere di tanta gente. Per questo il Movimento Nonviolento
fa politica, ma non è un partito.
Penso che lo scopo principale del MN del 2002 sia quello di agire per
offrire indicazioni preziose a chi (gruppi, movimenti, partiti, singole
persone) desidera intraprendere il difficile cammino sulla strada della
nonviolenza. Intuizioni, dunque. Stelle polari. Utopie concrete.
Opporsi alla preparazione della prossima guerra (e non fermare la guerra
in corso, impresa mai avvenuta nella storia) oggi significa opporsi anche
a questo tipo di sviluppo che per mantenersi ha bisogno della guerra come
l’erba dell’acqua.
Il modo più efficace per opporsi a questa società non è
scontrarsi direttamente con essa (troppo forti le sue potenze, che schiacciano
subito chi non si adegua), ma far percepire alle persone insoddisfatte
(e quante ce ne sono che si lamentano e ripetono che così non si
può andare avanti, salvo poi perpetuare quotidianamente la loro
soddisfatta insoddisfazione) l’idea che può esistere una società
diversa e più desiderabile. Una società non della materia
e delle cose, ma dello spirito e delle idee. Non delle contrapposizioni
e della concorrenza, ma della convivialità e della collaborazione.
Ma ci vuole un’idea forte, una visione, un miraggio con la forza
di muovere le carovane.
Cos’è che oggi, più di ogni altra cosa, rende invivibili
le nostre città, ammorba l’aria, sporca l’acqua, sovrasta
le voci e i colori della natura? E’ l’automobile. Il traffico
è il primo problema del cittadino urbanizzato. Gli ingorghi nei
quali restiamo imbottigliati ci fanno imprecare, ci fanno “perdere
tempo prezioso”, riempiono di smog il cielo e i polmoni. Eppure continuiamo
ad accettare di vivere nella civiltà dell’automobile. Per
estrarre il petrolio necessario alla sua cronica dipendenza da benzina,
si saccheggiano le viscere della terra; per difendere i pozzi lordi di
“oro nero”, si fanno guerre miliardarie. Per ogni nato registrato
all’anagrafe, ci sono quattro nuove immatricolazioni alla motorizzazione.
Per ogni poppata di latte materno, ci sono quattro pieni di benzina verde.
Lasciatemi sognare. Immagino che da un’idea nonviolenta nasca una
rivoluzione contro l’automobile. Facciamo un movimento mondiale delle
bici e dei pedoni, con un solo punto programmatico: abolire l’automobile!
Chiudendo i pozzi di petrolio, si rivedrebbero i bambini per strada; con
nuova energia pulita ci sarebbe beneficio per l’aria e per l’acqua,
si trasformerebbero le città. Senza il barile di greggio da quotare
in borsa, si crollerebbero perfino i fatturati delle industrie belliche.
L’idea guida che nessun partito metterà mai nel suo programma
è proprio questa: buttare via i quattro pneumatici e rimettere
al centro delle città i due piedi. Dopo la rivoluzione industriale
sarebbe la volta della rivoluzione umana.
Questo numero precongressuale di Azione nonviolenta rilancia le tante
idee-forza che vengono da Porto Alegre, dalla rete Lilliput, dai Corpi
Civili, dal pacifismo di ieri e di oggi; idee che discuteremo insieme
a Ferrara (capitale italiana delle biciclette) e dalle quali nasceranno
gli impegni per il Movimento Nonviolento dei prossimi anni.
Verso il ventesimo Congresso Nazionale del Movimento
Nonviolento
“La nonviolenza è il varco attuale della storia” (Aldo
Capitini)
Ferrara, 12 – 14 aprile 2002
Un Movimento inattuale
di Pasquale Pugliese (Reggio Emilia)
Quando svolgemmo il XIX Congresso del Movimento Nonviolento ( Pisa ,
29 ottobre – 1 novembre 1999) sul tema Nonviolenza in movimento non
ci rendevamo forse pienamente conto del valore profetico di quel titolo
- non c’era ancora stata Seattle, ne Genova, ne Porto Alegre: il
“movimento dei movimenti”, con la sua voglia di nonviolenza,
non si era ancora manifestato sulle strade e sulle piazze delle nostre
città.
E’ questo solo l’ultimo esempio di una capacità propria
della cultura nonviolenta di essere spesso in anticipo sui tempi e sugli
eventi della storia. Il suo essere inattuale perché volta a delineare
e costruire oggi quello che non c’è ancora, ma che, proprio
grazie a quel paziente lavoro di costruzione, ci sarà domani. Non
è stato forse così per molti dei temi in agenda nel movimento
di costruzione dell’altro mondo possibile?
Non fanno parte del bagaglio della cultura e della prassi della nonviolenza,
e a volte proprio della storia del Movimento Nonviolento, molte delle
idee, delle proposte e delle pratiche che si vanno diffondendo a macchia
d’olio in questa stagione di lotte e mobilitazioni?
L’economia sobria e solidale, locale e autosufficiente, non monetaria
ed a basso consumo energetico, rispettosa della natura ed al servizio
degli uomini non deriva dalle riflessioni e dalle sperimentazioni gandhiane
sullo swadeshi (ossia il contare sulle proprie forze) ed il sarvodaya
(ossia il benessere di tutti)?
L’opposizione integrale alla guerra - a tutte le guerre - e l’impegno
per il disarmo fino alle conseguenze estreme dell’abolizione degli
eserciti e della costruzione di forme di difesa non armata e nonviolenta
non sono i progetti per i quali gli amici della nonviolenza da sempre
hanno lottato e pagato di persona anche con la galera?
La democrazia partecipativa, la lotta dal basso non per conquistare il
potere ma per trasformarlo, la sua distribuzione tra tutti, non sono i
contenuti delle profonde analisi capitiniane sul necessario passaggio
dalla democrazia all’omnicrazia e il segno che
volle dare con la promozione del Centri di Orientamento Sociale nell’Italia
del primissimo dopoguerra?
E la nonviolenza come prassi di azione politica, alternativa tanto alla
rivoluzione armata che al parlamentarismo, capace di attivare già
nel mezzo un pezzo del fine che intende raggiungere, volta ad interloquire
tanto con gli avversari che con le terze parti, dolce nelle tecniche ma
ferma nella lotta - che tanta parte del “movimento dei movimenti”
comincia a studiare, a praticare o, almeno, a proclamare - non è
la ragione stessa di esistenza del Movimento Nonviolento? Non è
un caso che una parte del “movimento” faccia propria una delle
pratiche che furono all’origine del MN dandosi come impegno la ricostituzione
dei Gruppi di Azione Nonviolenta, ed un'altra parte - faticosamente, contraddittoriamente
e magari non consapevolmente - approdi esplicitamente alla disobbedienza
civile pur provenendo da tutt’altre pratiche di lotta.
Per quanto tempo tutto ciò è stato considerato - ed era
– inattuale?
Ma oggi siamo entrati in un’epoca di grandi trasformazioni che per
un verso alimentano paure e propositi di guerra permanente planetaria,
e per altro promuovono grandi speranze di cambiamenti culturali, sociali
ed economici. Da un lato si passa dalla globalizzazione soft alla globalizzazione
hard che s’impone militarmente (Revelli), dall’altro si resiste
e si costruisce un altro mondo possibile.
Dunque la nonviolenza è il varco attuale della storia.
E il Movimento Nonviolento, nel suo piccolo e nella sua inattualità,
può aiutarne il passaggio compiendo, oggi, alcuni sforzi dei quali,
domani, qualcuno forse vedrà i risultati. Ne vedo quattro prioritari:
1)il recupero della cultura politica nonviolenta nella sua integrità
- dall’economia alla trasformazione del potere, dall’antimilitarismo
al metodo di lotta – perché la nonviolenza è un progetto
complessivo di lotta alla violenza diretta, strutturale e culturale, che
reciprocamente si tengono, e di costruzione della società nonviolenta
in tutte le sue dimensioni;
2)il continuo approfondimento di tutti i nostri temi, in maniera tanto
scientifica che divulgativa, per produrre e diffondere cultura nonviolenta
ai diversi livelli - utilizzando canali diversificati e recependo maggiormente
ciò che si elabora al di fuori del nostro paese - perché
la nonviolenza è teoria e prassi non date una volta per tutte ma
in continua evoluzione;
3)essere presenti in maniera sempre più qualificata nei luoghi
della nuova contestazione e della costruzione delle alternative, portatori
della nostra cultura di fini e di mezzi, per aiutare a trasformare il
conflitto ecologico e sociale – oggi assunto ed agito da una nuova
generazione – in senso nonviolento, perché c’è
nei movimenti fame di nonviolenza (forse mai come ora) ma poca conoscenza;
4)puntare sulla crescita numerica ed organizzativa del Movimento Nonviolento,
perché la nonviolenza politica si diffonde se ha gambe sulle quali
cammina ed impegno di militanti sui quali contare e sulla sempre maggiore
qualità di Azione Nonviolenta la quale - già impegnata in
un continuo sforzo di miglioramento grafico e di contenuti - potrebbe
ancor di più diventare rivista di approfondimento, di formazione
e di lavoro per tutta l’area nonviolenta, oltre che di divulgazione.
Cosa fanno gli amici della nonviolenza?
Di Luciano Capitini (Pesaro)
Quante volte ci siamo sentiti porre questa domanda, provando sempre un
senso di imbarazzo, sapendo tuttavia di avere buone scusanti per la nostra
poca incisività?
Abbiamo vissuto anni e anni in cui altre idee dominavano (e noi temevamo
che fossero fallaci), altre proposte politiche sembravano avere un fascino
irresistibile……
Ora tutto è svanito, tramontato: le guerre che facciamo (come italiani,
intendo), l’avvento di un regime minaccioso, hanno riportato molti
alla realtà, ed ecco che la candelina che abbiamo mantenuto accesa
sembrerebbe in grado di riprendere vigore e accendere fuochi ben più
visibili.
Come per un miracolo, la parola nonviolenza riappare negli ambienti che
più ci interessano, i giovani, i cristiani, le persone che sentono
fortemente l’appello delle loro coscienze.
E così, lo ripeto, come per incanto, nasce la rete di Lilliput
che non solo mette la cultura nonviolenta alla base del proprio agire,
ma compie passi effettivi, immediati, per attuare tale idea.
La rete è composta da nodi, e tali nodi sono luoghi di confronto
e di attività, liberi da qualsiasi legame gerarchico, in una struttura
– di rete, appunto – che dichiara di negare ogni tipo di verticismo,
di rincorsa dell’evento mediatico, ma di proporsi di permeare il
proprio territorio, di agire sulle radici culturali di una società
ritenuta inadeguata.
Come non pensare ai COS, all’omnicrazia, ad Aldo Capitini?
E le cose vano proprio così: a Marina di Massa, (18/20 gennaio
– assemblea generale) tanti giovani e molti meno giovani hanno ribadito
questi intendimenti (i principi di fondo – così vengono chiamati),
e li hanno attuati.
Personalmente ho lavorato nel Gruppo di Lavoro Tematico (GLT) “nonviolenza
e pace”, uno dei 5 GLT, dove eravamo 100/120 persone – una grande
assemblea – e dove importanti decisioni sono state prese col metodo
del consenso.
Il metodo del consenso (la ricerca dell’unanimità) permette
di valorizzare ogni individuo, di dare peso ad ogni idea, in un rapporto
di apertura e disponibilità eccezionali.
La rete intende stare lontana da partiti e sindacati, ma è conscia,
e lo ripete spesso, che la sua azione è politica, ed che il suo
agire deve incidere nella società.
Anche negli altri GLT le decisioni, le idee che hanno prevalso, sono sempre
state confrontate con principi ispirati alla nonviolenza.
I pochi amici della nonviolenza che erano a Marina di Massa hanno fatto
un ottimo lavoro, di cui altri relazioneranno, erano perfettamente inseriti
nello spirito di Lilliput, e , se me lo permettete, godevano di particolare
stima.
Tutto ciò per arrivare a esortare gli amici della nonviolenza che
ancora non l’avessero fatto, ad entrare nel nodo più vicino,
di vivere questa esperienza con passione, di dare e ricevere suggestioni
forti.
Laddove un nodo non esistesse è sufficiente essere in 2/3 persone
e formare un “gruppo” (la struttura che precede il nodo), notificandosi
presso la segreteria nazionale, ed allargarsi poi ad associazioni , gruppi
e individui.
L’unica pregiudiziale è l’accettazione del manifesto
di Lilliput (che trovate sul sito).
Reputo questa occasione come unica, forse irripetibile, se dovesse fallire,
e può fallire, di una cultura nonviolenta di massa non se ne parlerà
più per alcuni decenni, e dopo, alla prima guerra, qualcuno ci
chiederà dove eravamo…
Le mille idee di Porto Alegre per opporsi alla
guerra e costruire insieme l’unico mondo possibile
Di Tiziana Valpiana
Sotto un acquazzone torrenziale caldissimo, prende il via la grande manifestazione
di apertura del II Forum Social Mundial, indetta da Via Campesina e dal
titolo inequivocabile: "Un altro mondo socialista è possibile",
con circa 50mila partecipanti, di cui 13-15mila delegati del movimento,
striscioni, canti, suoni e ritmi tipicamente sudamericani, multiculturalità
e mescolarsi di visi e colori diversi. Aperto dai bambini dei Sem terra,
il corteo pullula di donne, di indios, di giovani, ma anche di bandiere
della Cut, il sindacato brasiliano... Si fa notare immediatamente la delegazione
italiana, composta da circa 1000 persone, facce già viste a Genova
e che si ritrovano ancora una volte unite da quella forte esperienza sotto
lo striscione inequivocabile del corteo di Roma del 10 novembre: "Contro
la guerra economica, sociale e militare".
Il popolo di Porto Alegre oggi si ritrova insieme in un'esplosione di
gioia e orgoglio per sottolineare che ora non vuole più solo seguire
i vertici internazionali e identificarsi con la protesta di piazza, ma
è venuto il momento delle proposte ed è pronto con obiettivi
concreti e campagne a dar vita alla nuova agenda del movimento globale...
E si inizia subito la mattina dopo: la prima cosa che spaventa è
il programma stesso del Forum mondiale: 150 pagine in portoghese e inglese
per elencare tutto ciò che avverrà nei prossimi giorni in
vari punti di questa città accogliente e pulitissima (ma siamo
in Svizzera?), la cui particolarità salta all'occhio immediatamente
anche a chi non sa nulla di bilancio partecipato, ma vede che tutto funziona,
che le ristrutturazioni sono frenetiche, che i luoghi pubblici sono particolarmente
ordinati, che i trasporti pubblici sono frequentissimi, che il taxi arriva
sempre immediatamente; la seconda è la sede del FSM: la Puc, Pontificia
università cattolica, lascia stupefatti e attoniti per la grandiosità
e la modernità, che non ti aspetteresti mai di trovare in un paese
del Sudamerica, perché non ne hai mai viste di simili nel tuo primo
mondo, con sale a perdita d'occhio, ipertecnologiche, con un centro stampa
immenso che ospita centocinquanta computer collegati a internet, con centinaia
di addetti pronti a smistare e indirizzare le migliaia di delegati sperduti
e sconvolti dalla ricchezza dell'offerta. I moltissimi incontri si terranno
in contemporanea, in vaste sale da migliaia di posti: si parla di commercio
mondiale, di economia solidale, di popolazioni indigene, di alimentazione
e transgenico, di controllo dei capitali finanziari, di temi ambientali,
dell'acqua, di energia, di lavoro, di diritti umani, di violenza e discriminazioni,
di democrazia partecipativa, di comunicazione, di differenze culturali...
conferenze, seminari, workshop o oficinas, testimonianze, spettacoli,
concerti e proiezioni... La quantità di idee e proposte alternative
è così ampia che è realmente difficile scegliere:
assistere a una conferenza significa vivere il rammarico di perdere tutte
le altre proposte contemporanee. Come scegliere tra la prima sessione
del Tribunale internazionale sul debito e il seminario sulla Tobin tax?
Andare ad ascoltare Noam Chomsky che aprirà il primo Forum contro
le guerre (vedi nel box il documento approvato), assieme ad ospiti eccezionali
quali i due premi Nobel per la pace, l'argentino Perez Esquivel e la guatelmateca
Rigoberta Menchù, il pacifista israeliano Michael Warshawsky, lo
zapatista Sergio Rodriguez Lazcano (in una sala troppo piena per poter
resistere) o, alla stessa ora, alla proiezione del film dei registi italiani
su Genova, nel Memorial che il Municipio di Porto Alegre ha allargato
anche alla storia del movimento dei movimenti?
L'enorme partecipazione, l'immensa offerta, la vivacità e il protagonismo
oltre a sancire la vittoria del movimento, la sua capacità attrattiva,
indicano la necessità di allargare i confini senza smarrire l'identità
definita da due coordinate precise e irrinunciabili: contro la guerra
e contro il neoliberismo. Il documento finale dice chiaramente che "l'opposizione
alla guerra è uno dei nostri elementi costitutivi". Non era
un risultato scontato, soprattutto dopo che la seconda edizione del Forum
parlamentare ha visto momenti di tensione e di contestazione: circa 400
delegati dei movimenti sociali hanno contestato la presenza di politici
che hanno votato o sostenuto la guerra. Tra i circa 700 tra deputati nazionali,
europei e senatori, erano presenti molti esponenti delle sinistre socialdemocratiche
e liberali, con il tentativo esplicito di settori delle sinistre moderate
di rilanciare se stesse dentro il movimento. I contestatori sono entrati
nella grande sala al grido di "Fuori la guerra dal Forum".
UN MONDO SENZA GUERRE E’ POSSIBILE
Un mondo con le guerre: questo è stato il mondo negli ultimi secoli.
Guerre coloniali, guerre imperiali e fra imperialismi, guerre etniche,
guerre religiose. La guerra ha smesso di essere un mezzo per trasformarsi
in una forma d'essere di vari Paesi, come strumento di conquista, di rafforzamento
delle proprie economie, di imposizione della propria egemonia imperiale.
Il mondo con le guerre è stato il mondo del dominio della ricerca
illimitata di lucro, dello sfruttamento sfrenato delle fonti naturali,
del supersfruttamento dei lavoratori, dell'uso della tecnologia per accumulare
più ricchezza e non per la conquista del benessere dell'umanità.
La fine della guerra fredda e del bipolarismo tra le due superpotenze
non ha significato l'avvento della pace e della risoluzione armoniosa
dei conflitti. Al contrario, ha rappresentato la recrudescenza delle avventure
belliche, in particolare con le guerre del Golfo, della Jugoslavia e dell'Afghanistan:
in realtà massacri di avversari chiaramente inferiori e principalmente
bombardamenti di popolazioni civili.
Gli attentati terroristici dell'11 settembre hanno avuto come risposta
l'instaurazione del terrore come forma di relazione tra i Paesi, in sostituzione
del diritto internazionale fino allora precariamente vigente. Gli Usa
- protagonisti principali, diretti o indiretti, di praticamente tutti
i conflitti bellici esistenti - sono passati ad imporsi con la forza della
loro volontà, con il bombardamento, con le minacce, con l'assunzione
del ruolo di giudici e di gendarmi del mondo.
Intanto, un clima di nuova "guerra fredda" è stato installato
nel mondo. La Palestina è devastata, il Plan Colombia si estende,
le relazioni tra India e Pakistan si deteriorano, vari governi assumono
la posizione di militarizzazione dei conflitti, come, tra gli altri, quello
messicano in relazione al Chiapas e quello spagnolo in relazione ai Paesi
Baschi. Le Nazioni Unite sono definitivamente svuotate, le altre potenze
capitaliste e quasi tutti gli altri governi del mondo delegano agli Usa
la funzione di agenti del terrore permanente o tollerano la generalizzazione
dell'arbitrio e della violenza come a dire al mondo che la legge del più
forte si imporrà sempre.
L’aumento della disuguaglianza nel mondo, l'estensione del processo
di esclusione sociale e di miseria funzionano sempre più come brodo
di coltura perché conflitti che potrebbero essere risolti in forma
pacifica sbocchino in conflitti violenti, aggravando il clima di guerra
che tanto interessa a coloro che la promuovono e che su di essa lucrano.
E, tuttavia, un mondo senza guerre è possibile... Possibile e indispensabile,
se l'umanità vuole avere un futuro.
Un mondo senza guerre è possibile, a condizione dell'esistenza
di un organismo internazionale con potere e legittimità per mediare
nei conflitti, con giustizia ed equità, che rappresenti la volontà
maggioritaria dell'umanità in forma democratica. Questo organismo
può essere l'Onu, nel caso venga democratizzata, ponendo fine al
potere di veto delle potenze imperiali che si arrogano il diritto di essere
membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Un mondo senza guerre è possibile, se si elimina l'industria delle
armi e se le sue milionarie risorse fossero trasferite per soddisfare
le necessità di base della maggioranza dell'umanità, oggi
esclusa dall'accesso a quello che il mondo è in condizioni di produrre.
Un mondo senza guerre è possibile se viene abolito il debito estero
illegittimo e vengono eliminati i paradisi fiscali, dove vengono lavati
i polposi profitti dell'industria bellica - tra altre fortune clandestine
- e si distruggono le reti di finanziamento di gran parte dei conflitti
mondiali, alimentati dagli armamenti prodotti dalle maggiori potenze economiche
del mondo, le stesse che detengono il potere di veto alle Nazioni Unite.
Infine, un mondo senza guerre è possibile, se il mondo è
ricostruito senza potenze egemoniche, rispondendo alla molteplicità
e alla divcusità dell'umanità, senza il predominio delle
une sulle altre. Un mondo senza guerre sarà un mondo senza egemonie,
sarà un mondo con un potere mondiale democratizzato, poggiato su
processi di integrazione regionale, espressione degli interessi della
grande maggioranza dell'umanità.
Adolfo Perez Esquivel
Rigoberta Menchú Tum
Clacso - Consiglio latino-americano di scienze sociali
Cut - Centrale unica dei lavoratori
L’Europa della difesa comune e dei mercanti
d’armi, non vuole far nascere il Corpo Civile Europeo di Pace
di Paolo Bergamaschi
Era il maggio del 1995 quando durante un dibattito sul futuro dell'Unione
il Parlamento Europeo adottava a sorpresa un emendamento di Alexander
Langer sulla creazione di un Corpo Civile di Pace Europeo come primo passo
per contribuire alla prevenzione dei conflitti. La guerra e la pulizia
etnica in Bosnia, allora, stavano mostrando gli aspetti più efferati
così come emergevano tragicamente i nodi di una scriteriata politica
estera europea nei Balcani.
L'idea poggiava sulla constatazione che l'esclusivo approccio militare
non è in grado di risolvere le crisi e soprattutto non fornisce
i mezzi per lo sviluppo e la conclusione di un vero processo di pace in
caso di conflitto violento. Ad un peace-keeping militare va sempre affiancato
o dato seguito un peace-keeping civile, si asseriva, alla gestione militare
di una crisi deve essere affiancata quella civile.
Questa proposta è stata successivamente ripresa nel 1999 dal Parlamento
di Strasburgo sottoforma di una raccomandazione al Consiglio cercando
di mettere insieme e valorizzare le esperienze di molte organizzazioni
non governative in vari angoli del mondo. Queste ONG, forti di competenze
specifiche e azioni prolungate sul campo, avrebbero dovuto costituire
il nucleo iniziale di un Corpo Civile di Pace Europeo inteso come struttura
non molto ampia ma flessibile specializzata nell'attuazione di misure
pratiche per la realizzazione della pace quali l'arbitrato e il ristabilimento
di un clima di fiducia fra le parti belligeranti, la distribuzione di
aiuti umanitari, il disarmo, la smobilitazione ed il reintegro degli ex-combattenti,
la riabilitazione, la ricostruzione e il monitoraggio della situazione
dei diritti umani.
La Politica Europea di Sicurezza e Difesa
La successiva crisi in Kosovo ha fatto scivolare di nuovo in secondo piano
questa proposta provocando fra i paesi europei, in seguito ai malcelati
dissensi con il governo americano, la necessità di definire e mettere
in piedi con urgenza una politica europea di sicurezza e difesa (PESD).
Si è così cercato di trovare un accordo con la NATO per
l'uso delle sue strutture e delle sue capacità operative (bloccato
prima dalla Turchia, membro dell'alleanza atlantica, e oggi dalla Grecia),
si è accelerato il progetto di un modello europeo di areo da trasporto
di truppe e di mezzi, si è rafforzata l'idea di una rete satellitare
europea ed è partita la costituzione di una Forza di Reazione Rapida
di 60.000 uomini in provenienza dai diversi paesi membri. Il fatto, poi,
che il segretario in scadenza della NATO, lo spagnolo Solana, diventasse
il primo Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea
dirottava ancor di più l’Europa verso una preoccupante dimensione
militare.
Contro questa deriva si è levata forte la voce dei paesi neutrali,
in particolare Svezia e Finlandia, i cui governi sono stati sottoposti
alla pressione insistente delle rispettive opinioni pubbliche timorose
che questo passo comportasse l'abbandono di uno status profondamente radicato
nella loro storia e cultura. Contemporaneamente nell'Europarlamento una
consistente parte delle sinistre (Verdi, Gruppo della Sinistra Unitaria
e parte del Gruppo Socialista) hanno cominciato a bersagliare le presidenze
di turno dell'Unione Europea affinchè si definisse in tempi rapidi
anche una vera politica di gestione civile delle crisi che controbilanciasse
l'approccio militare salvaguardando la tradizione, l'immagine ed il profilo
di pace dell'Unione stessa.
Una politica integrata di prevenzione dei conflitti
In seguito a questo a metà dello scorso anno la Commissione Europea
ha pubblicato un documento sulla prevenzione dei conflitti elaborando
il concetto di un approccio integrato alle aree di crisi in cui fare confluire
in modo coerente le politiche comunitarie di sviluppo e cooperazione,
gli accordi economici e commerciali, il controllo del commercio di armi
e i programmi di sostegno alla democrazia, allo stato di diritto, alla
società civile e ai mezzi di informazione indipendenti. In questo
documento ci si interroga sugli effetti delle sovvenzioni agricole comunitarie
sui paesi in crisi, sul rifiuto ad aprire i mercati europei a buona parte
dei prodotti più sensibili (compreso riso, zucchero e banane),
sulla disponibilità ad effettuare transazioni commerciali con paesi
che non rispettano nè gli standard ambientali nè i diritti
umani. Parallelamente alle azioni di prevenzione a lungo termine, secondo
la Commissione, l'UE dovrebbe migliorare la propria capacità di
reazione rapida a fronte di situazioni che in un dato paese minacciano
di deteriorarsi irreparabilmente. Nel documento viene introdotto inoltre
il concetto di stabilità strutturale individuando i fattori di
rischio e gli indicatori secondo i quali far scattare questi meccanismi
di rapido intervento.
Il richiamo del Parlamento Europeo
Nell'ultima plenaria del 2001 il Parlamento Europeo ha preso in esame
le proposte della Commissione e pur apprezzandone i contenuti ha ribadito
la necessità di istituire un Corpo Civile Europeo di Pace come
indispensabile strumento di intervento dell'Unione nelle aree di crisi
in linea con quanto affermato nelle sue precedenti risoluzioni. Nel testo
si pone inoltre l'accento sull'esigenza di rafforzare la cooperazione
e sviluppare la massima sinergia di azione con le Nazioni Unite, l'OSCE
e le loro diverse agenzie.
Nonostante gli sforzi prodotti dall'Europarlamento è evidente che
si è prodotto un dialogo fra sordi con il Consiglio e la Commissione
Europea nella veste di quelli che non vogliono, non possono o non riescono
a dar seguito alle proposte parlamentari.
Eppure basterebbe guardarsi attorno per rendersi conto dell'immenso lavoro
svolto dalle ONG nei Balcani e di come queste abbiano spesso supplito
alle insufficienze progettuali delle istituzioni internazionali, di come
ad un processo di ricostruzione fisico sia spesso mancata la chiarezza
e la decisione necessaria per la ricostruzione civile dei paesi coinvolti,
di come la riconciliazione fra le parti ed il ristabilimento di condizioni
minime di convivenza sia rimasto un progetto sulla carta.
La voce dei pacifisti è ancora debole
E' giunto probabilmente il momento di fare un bilancio ed un'analisi comparata
dei processi di pace in corso e dei conflitti che ancora covano sotto
la cenere delle macerie con particolare riferimento ai Balcani e al Caucaso.
L'esaltazione e l'ostentazione da parte dei governi dei paesi dell'Unione
Europea delle ormai troppo frequenti missioni internazionali di pace dei
rispettivi eserciti maschera in realtà una carenza di idee di fondo
che impedisce una visione equilibrata e globale dei fattori di rischio
e degli strumenti più efficaci ed appropriati di intervento.
La proposta di un Corpo Civile di Pace Civile Europeo non può morire
tra i rimpalli delle burocrazie europee. Spetta però anche ad un
movimento pacifista maturo e forte della propria progettualità
far sentire la propria voce e far crescere la cultura nonviolenta anche
nelle istituzioni.
I guai dell’America di oggi, nelle parole
di una pacifista di un secolo fa:
Jane Addams, premio nobel per la pace 1931
“Per Pace non si intende semplicemente assenza di guerra, ma
il dispiegamento di tutta una serie di processi costruttivi e vitali che
si rivolgono alla realizzazione di uno sviluppo comune. La Pace non è
semplicemente qualcosa su cui tenere congressi e su cui discutere come
se fosse un dogma astratto. Essa assomiglia piuttosto ad una marea portatrice
di sentimenti morali che sta emergendo sempre di più e che piano
piano inghiottirà tutta la superbia della conquista e renderà
la guerra impossibile” Jane Addams, 1860-1935
Di Giovanna Providenti
Tra tutte le varie cose ascoltate e viste in tv nei giorni subito successivi
al crollo dell’ennesima torre di Babele, denominata proprio twin
towers, quasi a richiamo di una Babele biblica non risolta, di un conflitto
immanente dell’uomo contro dio, degli uomini tutti tra loro a causa
di una incomunicabilità tra diversi modi di parlare con dio e di
dio, mi ha colpito più di tutti una ragazza intervistata per strada
che ha detto, quasi ingenuamente: “ho visto cosa è successo,
ma non riesco a capire perché”.
Jane Addams, pensatrice politica di Chicago, premio Nobel per la pace
nel 1931, potrebbe aiutarla. Una autrice fiduciosa come lei nel valore
prioritario della etica democratica, che ella contrappone alla retorica
obsoleta e gerarchica della guerra, le avrebbe potuto spiegare perché,
ancora una volta, varrebbe la pena volgere lo sguardo verso i più
poveri.
Un’autrice impegnata come lei, che propende per un ordine sociale
in grado di permettere una piena libertà di azione individuale,
che però si svolga accanto allo sviluppo di una comunità
in continuo facimento e cambiamento che accolga potenzialità umane
da tutte le parti del mondo, arricchendosi delle diversità culturali
di cui esse siano portatrici, potrebbe aiutarci a capire perché
Babele è caduta ancora ed ancora cadrà se ci si ostina a
volere sfidare dio senza avere prima provato a fraternizzare, a instaurare
rapporti veramente solidali, con l’essere umano che ci sta accanto,
che è diverso da noi come noi siamo diversi da lui.
Addams ha dedicato moltissimo del suo impegno politico e teorico a cercare
di fare capire quanto sia importante la creazione di una america democratica
di tutti e per tutti. Ed in questi tutti ci sono anche le categorie storicmente
escluse: le donne e gli stranieri. Gli immigrati, diversi per cultura
e religione, non vanno semplicemente “assimilati, come se l’America
fosse un grande apparato digestivo2”. Come bene sa chi vi lavora
fianco a fianco, sperimentando attraverso l’impegno lavorativo quotidiano
una relazione interpersonale equa, semplicemente si tratta di “camminare
insieme lungo le strade prodigiose della cittadinanza umana, senza che
abbia più importanza essere nativi o stranieri, perché ci
unisce una relazione fraterna scaturita dalla nostra stessa esperienza
comune3”.
La proposta politica di Jane Addams è tutta rivolta alle condizioni
sociali dei cittadini, alla loro libertà di azione e a una vita
di comunità impostata sull’incontro (favorito dalla valorizzazione
delle differenze) più che sullo scontro (favorito dalla meritocrazia,
dall’omologazione, dalla competizione, dal consumismo, dalle diseguaglianze).
E questi argomenti ella considera – e propone oggi a noi di considerare
– strettamente interconnessi alla grande fondamentale tematica della
pace.
Gli Stati Uniti d’America, a parere della Addams, sono innanzitutto
una grande democrazia che sempre di più dovrà definire se
stessa sostituendo alla mentalità e alla retorica militarista,
una società etica fondata, idealmente e concretamente, sul valore
del lavoro. Questo significa che dovrà sostituire a un pensiero
dogmatico e una politica impostata sulla punizione e sulla difesa, un
pensiero articolato e una politica in grado di “garantire ad ogni
cittadino un’esistenza dignitosa”. Perché questo sia
possibile è assolutamente necessario (e Addams lo riteneva anche
possibile) che i politici, superando una concezione obsoleta che vede
nell’uomo unicamente “l’uomo economico come una sorta di
lupo solitario spinto dall’unica motivazione della brama di cibo”
imparino piuttosto ad “applicare la psicologia sociale all’azione
politica, guardando gli uomini per quello che realmente sono: ognuno un
viluppo di motivazioni complesse e sovrapposte. I politici continuano
a commettere errori grossolani perché la loro azione non si fonda
sulla autentica realtà della esistenza umana”4”.
Oggi, a un secolo di distanza da queste parole di Jane Addams, gli errori
dei politici e degli economisti americani (e del mondo economicamente
avanzato) hanno influenza su tutta la popolazione mondiale, che in gran
parte (più dell’80%) sopravvive in condizioni di povertà,
assenza di cibo, condizioni minime sanitarie, mancanza di istruzione e
di opportunità culturali. Ma non per questo sono meno di altri
“un viluppo di motivazioni complesse e sovrapposte”. Non per
questo non sono anche essi “autentica realtà umana”.
La condizione, ad esempio della tanto tirata in ballo nazione afgana,
superba e disperata, non è semplice da comprendere, ma sappiamo
da molte testimonianze di donne – costrette da una dittatura maschilista
a sofferenze fisiche e morali indicibili – che molte preferirrebbero
morire piuttosto che continuare a vivere così.
Si profila dunque in parte una risposta da dare a quella ragazza. Gli
atti terroristici, di cui ognuno di noi abitante nel mondo occidentale
può essere vittima, sono strettamente correlati con delle precise
scelte politiche che – soprattutto a livello internazionale –
non sono attente all’essere umano quale realmente è, sfruttando,
a favore di un benessere economico di pochi, risorse naturali e umane
preziose e trasformandole in situazioni umane di altissima disperazione,
in cui la vita stessa perde valore, in cui dio – o chi per lui –
è una speranza molto più concreta di ogni prospettiva realistica.
In questo tipo di disperazione – anche se non necessariamente da
essa – trova terreno e milizia chi sta a capo di una volontà
di guerra finalizzata alla distruzione di un impero economico – non
di una democrazia, perché non questo interessa – allo scopo
di prevaricare, di diventare impero economico all’altezza di quelli
precedenti.
La guerra – e questa guerra più di ogni altra – è
il fallimento di un processo di sviluppo che abbia come soggetto la persona.
Quello “sviluppo come processo integrato di espansione di libertà
sostanziali interconnesse l’una con l’altra”, di cui parla
Amartya Sen, che renda possibile accanto alla libertà di azione
la costruzione di una comunità umana partecipe e protagonista della
vita propria e di tutta la comunità.
Una umanità democratica, direbbe Addams, che rifonda se stessa
su una etica socialmente condivisa da ogni individuo6, anche l’emarginato/a.
Come è possibile questo? Intanto, almeno provandoci a trovare alcuni
minimi comuni denominatori dell’essere umano. Le organizzazioni umanitarie
internazionali possono avere questa funzione, se rappresentano veramente
gli interessi di tutti. L’impegno politico deve comunque andare nella
direzione proposta da Sen: “Esiste una profonda complementarietà
fra l’azione dell’individuo e gli assetti della società,
ed è importante riconoscere contemporaneamente sia la centralità
della libertà individuale, sia la forza delle influenze sociali
sull’entità e la portata di tale libertà”. E ancora:
“l’eliminazione delle illibertà di cui possiamo soffrire
in quanto membri della società deve diventare il requisito fondamentale
dello sviluppo7”.
L’unico modo di sfidare dio, se Babele è simbolo di una città
costruita da uomini e donne senza bisogno dell’aiuto di dio, è
dispiegare processi costruttivi a vantaggio di tutti, anche dei più
poveri del mondo, è eliminare tutte le illibertà di cui
parla Amartya Sen. E questo non è stato fatto abbastanza.
Per difendere Babele è necessario costruire, prima della maledizione
divina, un linguaggio comune. Ma non affidandosi a tecnologia sempre più
sofisticata, bellica o civile che sia, bensì recuperando e valorizzando
tutto ciò che di comune esiste nella carne e nella mente di tutti
noi uomini e donne in lotta per la sopravvivenza della nostra vita, per
dare un senso alla durata della nostra vita, prima che essa sia semplicemente
finita.
La provocazione verbale incoraggia la violenza:
la polizia e i no global, Bush e Bin Laden
di Jerome Liss *
Quando si ragiona in modo manicheista contrapponendo “noi”
agli “altri”, automaticamente si attribuiscono tutte le azioni
negative di “attacco” al nemico e quelle positive di “difesa”
ai nostri. Questa è appunto la logica di Bush e di Bin Laden. Il
presidente americano afferma: «Sono barbari! Vogliono distruggere
la civiltà occidentale!», e il terrorista saudita replica:
«Sono figli di Satana! Vogliono distruggere l’Islam!».
È venuto il momento di fare un po’ di autocritica anche all’interno
del movimento pacifista: vi sono gruppi che ragionano con questa logica?
I suoi portavoce hanno mai scaricato la colpa interamente sugli altri,
chiamandosi fuori quando membri del movimento hanno contribuito, seppure
in modo indiretto, a una situazione di antagonismo che ha originato un
clima di violenza? Prendiamo ad esempio le manifestazioni contro la globalizzazione
che si sono tenute nel luglio 2001 a Genova.
Non vi è dubbio che la polizia si è comportata in modo brutale
e violento in almeno tre circostanze: il sabato sera (19 luglio), quando
la Digos ha occupato le scuole, la domenica mattina (20 luglio) nella
caserma di Bolzoleto, e il pomeriggio, aggredendo i partecipanti della
manifestazione pacifica. Il comportamento brutale e violento della polizia
è stato confermato da numerose testimonianze.
Colgo qui l’occasione per contestare la convinzione che il movimento
pacifista non abbia responsabilità di nessun tipo in questa vicenda.
Pochissimi articoli nelle riviste e nei giornali più vicini agli
ideali del movimento ammettono che parole o azioni dei gruppi di manifestanti
(e non mi riferisco ai Black Block, estranei infiltrati) possano aver
contribuito a provocare la reazione violenta della polizia. Due sole eccezioni:
Mao Valpiana in «Azione nonviolenta» (settembre 2001) e Franca
Rame. Forse me n’è sfuggita qualcuna. Tuttavia, la maggioranza
degli articoli che esprimevano solidarietà al movimento no-gobal
(alla quale anch’io mi associo, insieme, credo, alla maggioranza
dei lettori) ha escluso che la responsabilità degli episodi di
violenza fosse in qualche modo attribuibile ai manifestanti.
Provocazione verbale e strategia antiglobalizzazione
In quale modo il movimento no-global ha contribuito alla violenza, o perlomeno,
al clima di alta tensione fra polizia e dimostranti, che è stato
preludio ai successivi fatti di sangue? Ecco le dichiarazioni frequentemente
ripetute da Luca Casarini, portavoce del gruppo delle Tute Bianche: «Assedieremo
la zona rossa», «Agiremo corpo a corpo con la polizia».
In un momento successivo Casarini minaccia: «Vi annunciamo formalmente
che anche noi siamo scesi sul piede di guerra!». Nello stesso articolo
Casarini giustifica così la minaccia: «La dichiarazione di
guerra l’hanno fatta loro per primi». Non sentite un’eco
familiare in queste parole?
Qualcuno potrebbe obiettare che Casarini non rappresenta la maggioranza
dei manifestanti riuniti per protestare a Genova. Il movimento è
meglio rappresentato da Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social
Forum. Ecco quanto Agnoletto ha dichiarato: «Cingeremo d’assedio
la zona rossa, ognuno con la sua forma… Dobbiamo essere noi a scegliere
il terreno dello scontro».
Il lettore potrebbe obiettare che queste frasi non meritano la reazione
violenta della polizia! Sono assolutamente d’accordo, ma non è
questo il punto. Il fatto è che queste affermazioni hanno aumentato
il livello di tensione fra polizia e manifestanti e potrebbero aver inciso
sul grado di violenza a cui la polizia si è lasciata andare.
Ammettere di aver contribuito al problema non significa addossarsene tutta
la responsabilità.
Mi si potrebbe muovere qui un’altra legittima obiezione: stai forse
insinuando che la colpa è nostra? Il passaggio dalla semplice ammissione
di aver contribuito al problema all’assunzione della responsabilità
completa (è colpa nostra) è una modalità tipica del
sistema limbico: le sue tempeste emotive ci spingono a un pensiero di
tipo manicheo (bianco o nero, con noi o contro di noi, la colpa è
nostra o degli altri). Insomma, i buoni stanno da una parte e i cattivi
dall’altra.
Vediamo come hanno reagito gli americani quando è stato osservato
che gli attacchi terroristici sono in parte conseguenza della politica
del loro paese, che ha deciso per esempio l’embargo dei medicinali
all’Iraq determinando la morte di cinquantamila bambini negli ultimi
dieci anni. O quando si è notato che gli USA forniscono appoggio
incondizionato a Israele, nonostante la violenta invasione dei territori
palestinesi e l’uccisione di uomini e donne. Ecco la reazione americana:
«Volete insinuare che è colpa nostra? Ma come vi permettete!».
La semplice espressione del dubbio che si possa aver contribuito al problema
scatena una reazione indignata: «Intendete addossare a noi ogni
colpa?». Si tratta di una reazione classica che accade perché
il sistema limbico, attivato da emozioni di rabbia e vendetta, interferisce
con il pensiero razionale corticale (conscio), riportando ogni percezione
alla logica seguente: «È colpa loro! Noi ci stiamo solo difendendo!».
I gruppi militari israeliani e l’organizzazione palestinese di Hamas
si trovano esattamente in questa situazione. Ecco il titolo di prima pagina
dell’«International Herald Tribune» del 5 dicembre 2001:
“Israele rafforza la rappresaglia”. L’articolo riferisce
che Israele ha iniziato ad attaccare le aree situate sotto il controllo
palestinese dopo i bombardamenti kamikaze che nel fine settimana hanno
ucciso venticinque persone. Perché questo terrorismo suicida? «Il
gruppo estremistico palestinese di Hamas afferma di aver compiuto gli
attentati dinamitardi per vendicare l’esecuzione avvenuta il 23 novembre
scorso di un vecchio leader di Hamas accusato da Israele di essere un
terrorista». Come ha reagito l’esercito israeliano? «A
Gaza i missili israeliani hanno distrutto gli edifici del quartier generale
della pubblica sicurezza, uccidendo un agente e un ragazzo di diciassette
anni che stava andando a scuola. Circa centocinquanta persone sono rimaste
ferite, venti delle quali in modo grave».
Come disfarsi della patata bollente
Il modo di ragionare dominato dal sistema limbico è primitivo e
assolutista: «Se non è colpa loro, allora è colpa
nostra: ma questo è impossibile!».
Torniamo al dubbio che ha suscitato la nostra perplessità: la possibilità
che anche noi abbiamo contribuito in qualche misura al problema. Esso
intende stimolare l’autocritica e la ricerca di una strategia per
bloccare ogni escalation.
Sentirsi in “colpa” è come trovarsi una patata bollente
fra le mani, una cosa insopportabile e per giunta priva di giustificazione,
per cui la reazione istintiva è quella di lanciarla a qualcun altro:
«La colpa è tua!». In sostanza, un “palleggiamento
di accuse”.
La polizia accusa i manifestanti e questi se la prendono con la polizia.
George Bush accusa Bin Laden e costui rilancia la patata bollente a George
Bush. Ne fa le spese il ragionamento razionale e quindi si blocca ogni
possibilità di dialogo, mediazione e riconciliazione.
Il fatto di chiederci in quale modo possiamo aver contribuito al problema
della violenza nella manifestazione di Genova non è un’ammissione
di colpa. Se accettiamo che “inconsciamente”, “ingenuamente”,
“senza intenzione” o “secondi fini”, possiamo aver
contribuito a creare quel clima di tensione, noi riconosciamo una nostra
responsabilità e acquisiamo un potere più grande: quello
di trovare il modo di evitare in futuro l’escalation di tensione
fra polizia e manifestanti.
Colpevolizzare ingiustamente un intero popolo
Un altro aspetto del modo di ragionare dominato dal sistema limbico è
quello di colpevolizzare un intero popolo per le azioni violente di pochi.
Così Bin Laden ha la coscienza pulita quando ottomila persone innocenti
vengono uccise nelle Twin Towers dai suoi eroici kamikaze. E George Bush
è scarsamente preoccupato dal fatto che civili innocenti siano
uccisi dai bombardamenti o dall’embargo sui medicinali all’Iraq.
In questo atteggiamento vi è un’analogia con i manifestanti
no global di Genova che marciando nelle strade di varie città italiane
apostrofavano come “assassini” i poliziotti che si trovavano
lì con loro. Si riferivano naturalmente alla morte di Carlo Giuliani,
ma intendevano quindi affermare che tutti gli agenti di polizia e i carabinieri
si meritassero questa terribile accusa? Sarebbe come colpevolizzare ingiustamente
un intero popolo…
Proviamo a immaginare i sentimenti dei poliziotti e dei carabinieri che
stanno facendo il loro lavoro, pagati da uno stato democratico, per controllare
lo svolgimento di una manifestazione politica e devono ascoltare in silenzio,
senza reagire, l’accusa di essere degli assassini. La maggioranza
di quei poliziotti e carabinieri non è mai stata a Genova e non
ha mai torto un capello a un manifestante. Eppure essi sono costretti
ad ascoltare quegli insulti scanditi e devono mandarli giù. I manifestanti
stanno gettando i semi per un futuro antagonismo, che potrebbe degenerare
persino in nuova violenza. Ecco il frutto che raccoglieremo: ogni parte
accuserà l’altra considerandosi completamente innocente.
Costruire ponti di riconciliazione
Poiché la “nostra parte” si chiama movimento per la pace,
o movimento nonviolento, penso che dovremmo proporre iniziative per il
futuro che annullino o quantomeno limitino gli antagonismi e le incomprensioni
fra chi ha il diritto di partecipare a manifestazioni pacifiche e chi
per lavoro deve garantire la sicurezza delle strade.
Per concludere, il movimento nonviolento ha un compito ben preciso: quello
di smascherare i meccanismi irrazionali e inconsci della violenza di gruppo
e di frenare l’escalation di atteggiamenti riassumibili nello slogan:
“Con noi o contro di noi!”, promuovendo alternative per costruire
ponti di riconciliazione fra i diversi popoli nel mondo.
BIBLIOGRAFIA
La polizia attacca il corteo pacifico, «Liberazione», 21 luglio
2001 (Violenza della polizia)
La dichiarazione di guerra e Cingeremo d’assedio, «Il Manifesto»,
27 maggio 2001, pag. 6. (Dichiarazioni di Luca Casarini e Vittorio Agnoletto).
I manifestanti urlano: assassini!, «Liberazione», 21 luglio
2001.
* Jerome Liss, autore della “Comunicazione Ecologica” conduce
gruppi di formazione sulla comunicazione nelle associazioni. Tel. 06 5744903
– e-mail
(Articolo tradotto da Mariagrazia Pelaia)
L’obiezione di coscienza in Bosnia Herzegovina
Il diritto all’obiezione di coscienza rappresenta uno dei fondamentali
diritti umani, come afferma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
del 1948, articolo 18.
Secondo la legge sulla difesa, in Bosnia Herzegovina il diritto all’obiezione
di coscienza è regolato dagli articoli 81 e 94 secondo i quali
l’obiezione di coscienza è permessa a tutti coloro che per
motivi etici o religiosi non siano disposti a svolgere il servizio militare
nelle forze armate.
Una recluta che vuole svolgere il servizio civile, secondo la legge della
Federazione della BiH, deve presentare domanda entro tre mesi dalla visita
di leva.
Per quanto riguarda la Republica Srpska della BiH, il tempo concesso dalle
autorità per presentare questa domanda è ancora più
limitato: solo due settimane dopo la visita.
La commissione per servizio civile ha il dovere di risolvere il caso entro
tre mesi dopo che l’obiettore ha fatto la domanda.
Ma in Bosnia Herzegovina si incontrano molti problemi nell’applicazione
di questo diritto fondamentale.
Per esempio:
La legge sull’obiezione di coscienza in realtà non viene applicata
in maniera omogenea sull’intero territorio della BiH. La grande maggioranza
della popolazione non ha la minima conoscenza del proprio diritto al servizio
civile. Il servizio civile impegna il cittadino bosniaco il doppio del
tempo richiesto per il servizio militare.
La commissione per l’obiezione di coscienza esiste solo sulla carta:
in realtà questo organismo non si è mai riunito, così
che quei pochi che hanno cercato di rivendicare questo diritto non sono
mai stati ascoltati e sono stati trattati con arroganza e disprezzo.
Sicuramente il problema più grave rimane la scarsissima conoscenza
che le persone (specialmente le reclute) hanno dei propri diritti. Le
persone non sanno niente dell’esistenza del diritto all’obiezione
di coscienza e del fatto che tale diritto è regolato (anche se
male) dalle leggi. Le ragioni di questo problema si annidano nel totale
ostruzionismo delle istituzioni che non intendono avvisare i giovani abili
alla leva dei loro diritti. Infatti la società bosniaca odierna
affronta un persistente stato di “guerra fredda” tra istituzioni
civili e militari divise. Sulla carta esistono due eserciti, uno per la
Federazione e uno per la repubblica Srpska, ma in realtà nella
Federazione, così come le istituzioni, anche le armate sono divise
secondo un principio di maggioranza: la comunità maggioritaria
su un territorio detiene anche il controllo effettivo delle forze armate
presenti su quel territorio.
I partiti nazionalisti, protagonisti e beneficiari della divisione delle
istituzioni e delle comunità, continuano infatti ad alimentare
la paura dell’aggressione da parte del nemico, reale o fittizio.
Si capisce perchè un tema come l’obiezione di coscienza si
presenti come una spina nel fianco della politica conflittuale degli opposti
nazionalismi. Negare la guerra significa superare il recente passato di
violenza e, soprattutto, significa creare le condizioni per una reale
pacificazione.
Presentazione del progetto
Intendiamo realizzare un progetto che aiuti la società civile a
costruire autonomamente una reale cultura della pace.
I nostri principali obiettivi sono:
Informare la popolazione riguardo i problemi elencati e riguardo la necessità
di risolverli. Rendere di dominio comune i problemi e formare la massa
critica.
Dare precise informazioni alle reclute sul diritto all’obiezione
di coscienza: che cos’è e come fare per rivendicarlo e per
metterlo in pratica.
La carovana
L’idea principale per realizzare il nostro progetto è quella
di organizzare una carovana composta da attivisti per la pace e da artisti
provenienti da tutta la BiH. Compiremo un viaggio attraverso i mille confini
interni della BiH e visiteremo dieci città. Organizzeremo un programma
pensato per avvicinare la gente alla storia dell’obiezione di coscienza
e del servizio civile, e per trasmettere il nostro messaggio antimilitarista
e pacifista.
La carovana sarà composta da 25 persone e 6 macchine che passeranno
per le città bosniache. Il programma prevede: uno stand con materiale
informativo (volantini, magliette, libri.), azioni «food not bombs»,
workshop nelle scuole, contatti con le radio locali, mostre collettive
e concerti. La carovana partirà il 22 aprile da Trebinje (in Repubblica
Srpska) e si concluderà a Sarajevo il 15 giugno (giorno dell’obiezione
di coscienza) con una grande manifestazione a cui prenderanno parte tutte
le organizzazioni e gli individui attivi nella campagna per l’obiezione
di coscienza in Bosnia Herzegovina (che dura da più di un anno).
Se siete interesati all’intera campagna, o a questo progetto di carovana,
o vi interessa chi siamo e cosa stiamo facendo, o potete aiutarci in qualche
modo.
metiamoci in contatto.
E’ un bel gioco che ha tutta l’aria di durare parecchio, quello
del Chievo, magari fino al tavolo esclusivo della Champions League. Che
si tratti, per diversi aspetti, di un “evento” esemplarmente
mediatico, “scoperto” ed esaltato dalle redazioni giornalistiche
e televisive, non si può negare: e tuttavia molti elementi che
continuano a determinare la fortuna addirittura planetaria e ad alimentare
il flusso di energie simpatetiche per la “squadretta” del quartiere
si porgono come genuini e incorporano, speriamo con qualche frutto meno
stagionale, valori contigui alla cultura nonviolenta.
Prescindiamo da gesti del tutto inconsueti per la morale sociale di uno
sport fortemente competitivo e violento qual è il calcio-palinsesto
dellle pay tv, come quando Manfredini (un “negro”!) o Corini
hanno restituito volontariamente il pallone agli avversari per un fallo
non accertabile dall’arbitro. Lasciamo pure nei suoi luoghi canonici
il riferimento al “Sogno” di Luther King, ma non è facile
rinunciare all’idea lieve e liberatoria che i “mussi” volanti,
gli asini che riescono a librarsi e a scardinare le leggi della gravità
del calcio industriale, rappresentino la metafora di una rivincita sulle
reclamizzate mitologie della forza del denaro e dell’investimento
di capitale ineluttabilmente “vincente”.
Ed è proprio sui dati “strutturali” della performance
clivense (Chievo da Clivus, luogo del pendìo) che possiamo fondare
la nostra “lettura” della scomposizione delle regole presunte,
o piuttosto di una loro “estremistica” e dunque incompatibile
applicazione, e la riaffermazione della natura ludica, non forzosamente
predeterminata dalle risorse finanziarie, del gioco. Sfatando, in via
preliminare, un luogo comune: la società non è affatto “fortunata”
nè sbarazzinamente “improvvisatrice” e neppure “alternativa”:
potremmo definirla una traduzione felice di “aziendalismo dal volto
umano”, sia pure con qualche sospetta venatura di vendetta o di rivalsa
personale. A chi la segue, come lo scrivente, da qualche lustro, è
sempre stato noto infatti il puntiglio calvinista con cui un paio di famiglie
di imprenditori (estromessi dalla gestione dell’Hellas Verona, ma
saldamente titolari della proprietà di “Veronello”, modernissima
cittadella del calcio alla maniera di Milanello ed Appiano Gentile) hanno
perseguito la grande rivincita nei confronti della progenitrice divenuta
matrigna.
Ancorati all’assioma ginevrino che una sana conduzione societaria,
fondata su bilanci in pareggio, può tranquillamente coesistere
con una confortevole agiatezza attraverso ragionevoli ingaggi dei calciatori
e dei tecnici, Garonzi e Campedelli hanno atteso soltanto il momento giusto
per dare esecuzione al loro disegno di riprendersi quella città
che li ha voluti esiliare: “non c’è mondo fuor dalle
mura di Verona”. Quando si presenta “l’occasione”
di rilevare una squadra qualunque, nella fattispecie quella dilettantesca
del quartiere agricolo-atesino del Chievo sponsorizzata fino ad allora
da un parente non meno sparagnino di loro, i due soci non hanno in mente
di conquistare maosticamente la città partendo dalla campagna,
anche se quello del borgo che fagocita l’urbe è forse l’elemento
più vissuto dall’immaginario collettivo formatosi attorno
al Chievo. Al contrario, essi impiantano scientificamente a Veronello,
nella magnifica oasi sulle rive del Garda progettata per essere residenza
dei calciatori scaligeri, un autentico laboratorio nel quale tecnici e
giocatori, ricchi innanzitutto di belle speranze e di accertato talento
ma pur sempre posizionati nella divisione nazionale serie C2, vivono in
una situazione logistica inimmaginabile anche per professionisti di serie
A.
In un simile ambiente preparatori atletici e allenatori sperimentano con
la paziente determinazione dei ricercatori e con la collaborazione solidale
dei giocatori la loro formula calcistica, l’idea efficace che possa
permettere di abbattere i Golia delle multinazionali del pallone. Questa
la formula aurea di Veronello, il fuorigioco eseguito con precisione orologiaia
ma lestissima che impedisce, o meglio che obbliga i Ronaldo e i Batistuta,
per la verità un po’ appesantiti dal fardello dei propri ingaggi,
a fare un gioco di cui credevano di aver bloccato le regole e che li sorprende
con la varietà delle sue applicazioni. Se aggiungiamo la storica
ovvietà calcistica per cui la palla è meglio passarla con
precisione al compagno più vicino (a meno che non si sia una reincarnazione
degli arcieri medievali come Corini che sa lanciare il pallone con parabole
di quaranta metri) o quella per cui gli “esterni”, le ali di
una volta anzichè cincischiare a metà campo sono obbligate
a correre, anzi a volare - nomen omen - sulle fascie laterali, allora
la formula scoperta a Veronello dallo stregone Del Neri torna finalmente
a coincidere con l’uovo di Colombo. Partecipato, pacifico, fedele
alla vita e alla storia del calcio: il gioco della nonviolenza.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Se io fossi Lilliput, farei silenzio, andrei piano, non mi agiterei
Dedicherei tempo all’educazione dei bambini, investendo nel millennio…
In questi ultimi mesi, in cui abbiamo vissuto una straordinaria accelerazione
di eventi e di processi, si è sviluppato un ampio dibattito nell'area
dei gruppi,dei movimenti, delle reti e delle aggregazioni per le quali
"un mondo diverso è possibile", su quali siano gli interventi
da proporre , quali le modalità da seguire, quale tipo di formazione
sia necessaria per contrastare la deriva violenta nella quale ci troviamo
e di cui la guerra è solo l'espressione più emblematica
ed evidente. Come contributo a questo dibattito, che rende drammaticamente
evidente la necessità di lavorare nella formazione alla nonviolenza
in modo sempre più capillare, esplicito e rigoroso anche a livello
di movimenti di base, proponiamo queste riflessioni di Enrico Euli, fatte
in occasione di un appuntamento della Rete Lilliput, invitando i lettori
a inviarci, a loro volta, esperienze e riflessioni .
Se io fossi Lilliput
"La messa in scena di questo dramma, la cui mole occuperebbe, secondo
misure terrestri, circa dieci serate, è concepita per un teatro
di Marte. I frequentatori dei teatri di questo mondo non saprebbero reggervi.
Perchè è sangue del loro sangue e sostanza della sostanza
di quegli anni irreali, inconcepibili, irraggiungibili da qualunque vigile
intelletto, inaccessibili a qualsiasi ricordo e conservati soltanto in
un sogno cruento, di quegli anni in cui personaggi da operetta recitarono
la tragedia dell'umanità...
Così è profondamente comprensibile il disincanto di un'epoca
la quale, mai capace di vivere qualcosa e di rappresentarlo, non è
scossa neppure dal proprio crollo, ha idea dell'espiazione tanto poco
quanto dell'atto, e tuttavia ha abbastanza spirito di autoconservazione
da tapparsi le orecchie davanti al fonografo delle proprie melodie eroiche,
e abbastanza spirito di
sacrificio da tornare all'occasione ad intonarle... 'Fate che al mondo
che ancora ignora io dica tutto ciò come accadde: e così
udrete azioni sanguinose ed innaturali, e casuali giudizi e un cieco uccidere:
morti da forza e astuzia provocate e piani che, falliti, poi ricaddero
su chi li escogitò: io tutto questo in verità posso narrarè
(Shakespeare, Amleto, atto V, scena 2.a)".
Mi scuso per la lunghezza e la densità infinita di questa citazione.
È tratta dalla premessa de Gli ultimi giorni dell'umanità
di Karl Kraus, ed è del 1915, scritta quindi poco dopo l'inizio
della prima carneficina mondiale.
Come allora, per quanto ci si tappi le orecchie, un mondo sta finendo,
decade.
Come colpita da una sindrome autoimmune, la potenza si rivolta contro
se stessa: i jumbo si trasformano in missili, i batteri si nascondono
negli angoli delle buste e dei palazzi, un messaggio del nemico dal Qatar
vale più di dieci dichiarazioni di Bush alla nazione...
Il Mito è stato colpito a morte, la Narrazione è giunta
al suo tramonto.
Il Progetto mostra infine la sua vulnerabilità: i suoi programmatori,
dietro la faccia imperturbabile, iniziano a viverlo con angoscia e malcelata
insofferenza.
Temiamo i loro colpi di coda, evidentemente pestiferi quanto disperati.
Sono i migliori, quando si tratta di distruggere. Ma, se lasceranno superstiti,
se resisteremo ai loro assalti, allora, davvero, un altro mondo è
possibile. Non dobbiamo aspettare, ma possiamo attendere.
Questa è la prima cosa che mi direi, se fossi Lilliput...
Non inseguirei i tempi del mondo, non mi farei prendere dall'urgenza.
Farei come se avessimo tempo, me lo darei, investirei nel millennio, confidando
(e non è poco) che ci sarò.
Sì, è vero, ora c'è la guerra. E si riuniscono, comunque,
a Doha.
Collaboriamo allora, più e meglio che possiamo, con chi si muove
già secondo modalità lillipuziane: Peacelink e la sua 'chiamata
alla pacè, i gruppi di azione nonviolenta (GAN) e le azioni nonviolente,
Emergency con il loro vero sostegno umanitario, e quant'altri - a partire
dalle associazioni e dalle campagne del Tavolo Intercampagne - già
agiscono con un certo stile
(il sostegno alle donne profughe dell'AIFO, le campagne di boicottaggio
delle Botteghe, i banchetti informativi sul WTO...).
Ma, nel frattempo, cerchiamo di creare un po’ di silenzio, in mezzo
a tante chiacchiere. E mi chiederei cosa posso fare per andare oltre la
cultura della violenza, del dominio, della sopraffazione. Dedicherei attenzione
all'educazione dei bambini e alla formazione dei giovani e degli adulti.
Perchè tante persone non stanno "dall'altra parte", ma
non sanno cosa e come fare, non vedono alternative per smarcarsi, per
distinguersi, per immaginare, per lottare.
Cercherei di essere presente sui mezzi di informazione, in primo luogo
su quelli locali, per dire cose che nessuno dice, cose intelligenti e
profonde.
Farei partire subito, senza aspettare l'assemblea, il gruppo di lavoro
tematico sulle "strategie di resistenza e trasformazione nonviolenta".
Mi prenderei cura delle manifestazioni pubbliche, non mi agiterei a farne
tante, baderei a farle in modo tale che esprimano bellezza, piacere, dolore,
saggezza. Che sappiano essere anche delle piccole opere d'arte che doniamo
ad una società depressa e necrofila.
Esprimerei mitezza, non moderazione.
Proseguirei a dedicarmi con calma e disponibilità ad apprendere,
ad ascoltare, a sperimentare, ad inventare, per darmi un'organizzazione
veramente originale e veramente a rete.
Farei un incontro per riflettere insieme su questo...
Questo farei se fossi Lilliput, e se fossi sola al mondo.
So che non è così, ed è un bene.
So che sono andata a Genova insieme a tanti altri e altre, so che in tutti
questi mesi ho provato a stare nei Social Forum, pur a costo di provare
mal di pancia e una frequente tentazione di fuggire.
Sono anche stata alla Perugia-Assisi, nonostante tutti i tipacci che la
frequentavano al mio fianco.
Vorrei andare a Porto Alegre, magari con un po’ più di consapevolezza
e di coordinazione rispetto alla prima volta (e non mi pare che stia accadendo,
per ora).
Insomma, in questo movimento ci sono stata e ci voglio ancora stare, certo.
Ma non a tutti i costi e non in qualunque modo.
Vorrei imparare (e far imparare) che si può distinguersi senza
dividersi, rimarcare una differenza senza sentirsi superiori, collaborare
su qualcosa senza integrarsi su tutto, fare delle domande senza pretendere
delle risposte che, al momento, non possono arrivare. Ma non significa
che si debba smettere di farle, a noi e agli altri. E a farlo sapere in
giro, a tutti, che ce le stiamo facendo e le vogliamo continuare a fare.
E che queste domande, almeno per noi, sono vere, sono importanti e richiedono
rispetto.
Sui metodi, sugli stili, sui tempi, sui fini dell'agire e dell'agire politico.
Solo così saremo davvero utili, forse, a questa politica e a questa
nostra società. Ed anche, come speriamo, agli stessi Social Forum.
Continuiamo a farci domande nuove, e le risposte (nuove) arriveranno.
Se non ora, quando?
Enrico Euli
Messaggio di Alex Zanotelli alla Rete di Lilliput
(Marina di Massa, 18 gennaio 2002)
A voi tutti lillipuziani riuniti a Marina di Massa per il secondo convegno
nazionale, Jambo!!
È incredibile nel giro di due anni quanto questa ragnatela si sia
estesa. Grazie per questo silenzioso lavorio di connettervi che ha una
forza di trasformazione sociale incredibile.
Penso che ora Lilliput deve affrontare due nodi fondamentali:
Il primo nodo è la scelta nonviolenta. Se qualcuno o gruppi non
accettano questa discriminante se ne possono andare in pace… altrimenti
chiederò io di uscire da Lilliput. Mi sembra talmente chiara questa
scelta soprattutto dopo i fatti di Genova. Davanti all'opinione pubblica
italiana deve apparire chiaro dove Lilliput sta.
Secondo nodo. La guerra contro il terrorismo, in particolare quella in
Afghanistan. Per me è chiaro che partendo da quanto è accaduto
l'11 settembre, l'apparato militare americano ha deciso di rilanciarsi
rilanciando così l'economia americana che era sull'orlo della depressione.
E così appare chiaro a tutti che il militare non è qualcosa
di accidentale al sistema economico ma ne è il cuore. So da fonti
sicure del Senato americano che il bilancio militare USA passa ora da
circa 350 miliardi di dollari a 500 miliardi di dollari. Se a questo aggiungiamo
i 250 miliardi di dollari in armi dell'Europa, arriviamo a 750 miliardi
di dollari che costituiscano i 3/4 e più delle spese mondiali militari
che si sono aggirate in questi anni sui 900 miliardi di dollari. È
la più chiara dimostrazione che chi detiene le armi sono i ricchi
di questo mondo e le usano a mantenere un sistema economico che permette
al 20% della popolazione mondiale di papparsi l'83 per cento delle risorse
mondiali.
QUESTA GUERRA contro il terrorismo è solo la manifestazione della
non volontà degli straricchi di rimettere in discussione il loro
stile di vita. Se pensiamo che con 13 miliardi di dollari potremmo risolvere
il problema della fame e sanità nel mondo per un anno (dati Banca
Mondiale), potremmo trasformare questo mondo in un paradiso terrestre,
e invece lo rendiamo un inferno.
Per questo sono inorridito a sentire che il Parlamento Italiano ha dichiarato
guerra ("quello sporco voto"). Chiedo a voi di reagire in assemblea
soprattutto con il governo Berlusconi che ora si è accaparrato
anche il Ministero degli Esteri per fare gli affari dell'Azienda Stato.
Trovate strade per dire il vostro dissenso nonviolento al governo italiano.
Vi ricordo tutti con nostalgia da queste catacombe umane dove cammino
con i poveri della storia che pagano così pesantemente le follie
di questo nostro sistema.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Ritrovare se stessi nell’Argentina martoriata
TITOLO: HIJOS-FIGLI
98’ , Medusa
Regia: Marco Bechis
Con: Carlos Echevarria (Javier Ramos), Giulia Sarano (Rosa Ruggieri)
Un aereo carico di pianto e silenzio sorvola l’oceano senza un’apparente
destinazione…
E’ un aereo dell’aeronautica militare argentina: uno di quelli
che, tra il 1976 e il 1982 nell’indifferenza quasi totale delle potenze
mondiali, scaricavano in mare i corpi martoriati dei desaparecidos.
Con questa immagine simbolo terminava, ieri, Garage Olimpo ed inizia,
oggi, Hijos-Figli, il film presentato dal regista italo-cileno Marco Bechis
all’ultima Biennale del Cinema di Venezia. Immagine che rappresenta
un ideale trait d’union tra due pellicole prodotte ad un paio d’anni
di distanza l’una dall’altra, ma che nel progetto iniziale di
Bechis avrebbero dovuto essere realizzate in serie, senza soluzione di
continuità e utilizzando gli stessi attori: problemi di tipo produttivo
e la mancanza di una sceneggiatura unitaria hanno, in seguito, vanificato
l’interessante progetto iniziale.
Garage Olimpo chiudeva, con l’immagine disperata dell’aereo,
il racconto degli orrori sotterranei perpetrati dalla dittatura militare
ai danni di centinaia di migliaia di giovani che credevano nella democrazia
e si rifiutavano di accettare l’ideologia fascista della dittatura
militare dei Generali. Un’immagine per non dimenticare il passato,
per dare una forma visiva a quei barbari ed atroci atti di violenza che
non hanno ancora finito, oggi, di portarsi dietro il proprio fardello
di lacrime e sofferenza.
Ed è appunto all’”oggi” e a tale fardello che ci
riporta Hijos; su di un altro aereo, all’interno del quale quattro
giovani paracadutisti provano le figure che andranno ad eseguire subito
dopo in caduta libera. Il volo che farà Javier, uno di questi ragazzi,
non avrà, però, le conseguenze definitive e drammatiche
di quello fatto compiere alle ignare vittime della desapariçion;
ma è ad esso straordinariamente legato.
Javier vive a Milano con la madre italiana e il padre argentino ed è
da qualche tempo in contatto via e-mail con Rosa, una coetanea di Buenos
Aires convinta di essere sua sorella naturale. Conduce un'esistenza agiata
e apparentemente piatta e monotona in una confortevole villetta adagiata
ai piedi della collinare Brianza.
Javier vive a Milano con la madre italiana e il padre argentino ma…
non è loro figlio. E’ figlio di una di quelle tante storie
e di quei tanti volti buttati a mare dalla corrente della lucida e spietata
follia dittatoriale. Strappato dalle braccia di una madre e di un padre
che non avrebbe mai più rivisto.
«Si stima che in Argentina alla fine degli anni ’70, i bambini
scomparsi dopo la nascita siano circa cinquecento, i casi denunciati sono
solo duecentocinquanta.
Settantadue sono stati ritrovati vivi, otto di loro sono stati ritrovati
morti nei cimiteri clandestini.
Tutti i settantadue ragazzi ritrovati (oggi hanno tra i venti e i venticinque
anni) sono tornati a vivere con la loro vera famiglia (zii, nonni) e solo
quattro hanno preferito rimanere con la famiglia che li aveva rubati».1
Rosa arriva improvvisamente a Milano, riesce ad incontrare Javier e gli
racconta la verità.
E da qui i due ragazzi iniziano il loro lento e difficile itinerario di
ricerca di un’identità, perduta nel caso di Javier (che non
è più figlio di quelli che ha sempre creduto come i propri
genitori), riacquistata nel caso di Rosa (che – forse - ha ritrovato
una parte della sua storia personale). Itinerario che è di tipo
soprattutto psicologico, scandito da una serie di tappe anche dolorose:
l’iniziale rifiuto da parte di Javier di prendere in considerazione
la “verità” di Rosa; il viaggio di Rosa e Javier (per
lui una fuga dai “falsi” genitori) a Barcellona dove vive l’ostetrica
che – forse – li separò all’atto della nascita e
dove si sottopongono al test del DNA nucleare, verifica decisiva del supposto
grado di parentela; l’emozionante sequenza della scoperta fisica
dei reciproci corpi sul letto della pensione, atto fondamentale nel percorso
di conoscenza di una storia e di un’identità in comune (anche
se il test del DNA rivelerà che non esistono legami di sangue tra
i due); e, infine, la sequenza che li ritrae per le strade di Buenos Aires
mentre manifestano insieme ai molti altri hijos di Argentina contro l’impunità
dei militari responsabili della desapariçion2.
Hijos è uno di quei film (come lo splendido I cento passi di Giordana)
che lo spettatore non analizza sulla base dei più o meno compiuti
esiti stilistici, ma giudica per la sua assoluta necessarietà:
come testimonianza imprescindibile sulla strada, lastricata di ostacoli
e difficoltà, che conduce alla verità e alla giustizia:
«Il pensiero conformista di destra dice: “Non bisogna cercarli,
vanno lasciati in pace, non dobbiamo turbare la loro tranquillità
familiare”. Io credo invece che anche dopo vent’anni bisogna
cercare la verità e smascherare i responsabili del sequestro di
bambini, che spesso sono anche i responsabili della scomparsa dei veri
genitori. Ognuno di noi ha il diritto di sapere chi è»3.
Mille papaveri rossi
La pace nella canzone italiana
Enrico de Angelis è giornalista de “L’Arena” di
Verona e membro storico del Club Tenco che, dal 1974 ad oggi organizza
a Sanremo la più importante rassegna italiana di canzone d’autore.
Nel 1984, quando a suo avviso la pace si presentava come “l’unico
tema civile e politico capace di aggregare tensioni giovanili di massa”
presentò a Sanremo, al “Tenco 84”, un ascolto guidato
su questo tema col titolo “Mille papaveri rossi” (titolo poi
ripreso da altri per altre iniziative, palese riferimento al capolavoro
di De André “La guerra di Piero”, canzone tanto famosa
che de Angelis ritenne di non includerla nemmeno nell’ascolto) e
poi, leggermente ridotto, come programma radiofonico per Radio Adige di
Verona. Selezionato per il concorso giornalistico“I giovani e la
pace”, il testo del programma fu poi incluso in un volume omonimo(Federico
Motta Editore, Milano 1985). Per l’interesse e la sintonia con la
nostra rubrica ne riproduciamo la quasi totalità con il consenso
dell’autore.
di Enrico de Angelis
La tendenza spontanea del tema “pace” ad essere abbracciato
ecumenicamente da tutti, porta il rischio di cadere nel genericismo, nella
retorica, nell’idillismo acritico: un pacifismo di maniera, astratto,
forse anche inutile (se non a “fare opinione”, a far maturare
comunque un movimento di coscienza che poi, crescendo, va precisato).
Affrontando questo lavoro mi sono accorto che nel mio archivio avevo una
lunghissima scheda sulle canzoni in tema di guerra, ma non avevo nemmeno
la scheda sulla “pace”. Il fatto non è casuale: mentre
esiste ed è fiorente una “canzone contro la guerra”,
non esiste o quasi una “canzone della pace”. La pace, in genere,
vien fuori indirettamente come contrario o assenza di qualcos’altro
e non solo della guerra: anche della violenza e dell’odio più
in generale, del potere arrogante, del totalitarismo, del colonialismo,
della repressione civile, del terrorismo cieco, della mafia. La pace è
superamento della miseria, della fame, dell’emigrazione, della disoccupazione,
del consumismo, dell’inquinamento, di ogni forma di sopraffazione
e speculazione da una parte o di emarginazione dall’altra.
Poiché il tema diventava troppo vasto, ho fatto una scelta di campo
e mi sono limitato all’antinomia più classica e frequentata:
la pace contrapposta alla guerra, alla violenza militarista. Ciononostante
e pur esaminando la sola canzone italiana d’autore, mi sono trovato
davanti a centinaia di brani, da molti dei quali, fra l’altro, poteva
essere ricavato un interessante rovesciamento di valori, in base al quale
“la guerra”, la lotta, si intendono in un’accezione “positiva”
di ribellione-conflittualità-attivismo-determinazione, mentre allo
stato di “pace” si assegna una valenza di quiete passiva e rinunciataria,
di immobilismo…
Ho tentato in queste canzoni di cercare di cogliere, al contrario, un
senso della pace che fosse attivo, rivendicativo, positivo.
Non farò quindi una “storia” della canzone pacifista
in Italia, ma una scelta parziale e unilaterale di alcune cose che ancor
oggi mi sembrano poter spiccare per originalità e bellezza.
Incamminiamoci dunque verso questa utopia, questa “isola che non
c’è” – come dice Edoardo Bennato – che tuttavia
va perseguita lo stesso: “son d’accordo con voi/ non esiste
una terra/ dove non ci son santi né eroi/ e se non ci son ladri/
se non c’è mai la guerra/ forse è proprio l’isola
che non c’è…"
Quando un conflitto finisce e si firma il trattato di pace, la ragione
umana sembra non poter più tollerare nemmeno l’idea della
guerra e la rifiuta dichiaratamente. Una canzone “storica”,
una specie di bandiera-manifesto del gruppo torinese Cantacronache, del
1958, ci racconta di un avvoltoio che si nutre di morte ed è respinto
da tutte le parti in causa, finalmente; ma rimane un manipolo di guerrafondai
e proprio contro di loro l’avvoltoio si accanirà. Il testo
fu scritto da uno dei personaggi più di spicco che aderirono a
quel movimento, pur provenendo da un ambiente intellettuale extramusicale:
Italo Calvino. La musica è di Sergio Liberovici e la canzone fu
incisa da Franca Di Rienzo prima e Piero Buttarelli poi: “L’avvoltoio
andò alla madre/ e la madre disse: No/ Avvoltoio vola via avvoltoio
vola via/ i miei figli li do solo/ a una bella fidanzata/ che li porti
nel suo letto/ non li mando più a ammazzar”.
Sempre sulla scia dei Cantacronache, nel ’61 Margot Galante Garrone
incide un disco di canzoni per bambini su testi di Gianni Rodari, fra
cui questa, musicata da Fausto Amodei, un messaggio volutamente ma provocatoriamente
ingenuo:“O giornalista inviato speciale/ quali notizie porti al giornale?/
Sai che porto? Una sola notizia!/ Sarò licenziato per pigrizia/
Però il fatto è sensazionale/ merita un titolo cubitale:/
tutti i popoli della terra/ han dichiarato guerra alla guerra”.
Ed ecco invece un esempio di negazione spontanea della cultura “militarista”.
E’ una canzone del 1912: in pieno clima di sacralità militaresca
determinato dalla guerra di Libia e dalle prime avvisaglie della Grande
Guerra, clima che l’autore, Armando Gill, uno dei primi “cantautori”
italiani, riesce a smitizzare. Il rifiuto del militarismo vien fuori qui
dall’uso e dal gioco divertente del linguaggio. Si tratta di un naturale
rifiuto mentale da parte di questo soldato attento solo alla Beatrice
che vede dirimpetto mentre fa la sentinella: una ignoranza ingenua delle
cose di guerra come cose assolutamente estranee, una specie di pacifismo
naif. La troviamo per esempio nel repertorio del bravissimo Roberto Murolo.
“Dirimpetto al mio quartiere/ ci sta una bruna/ grassa e tonda ch’è
un piacere/ pare la luna/ E’ allorquando monto al giorno di sentinella/
per far segni con la mia bella/ che consegna mi sto a piglià/ Passa
il tenente il maggiore il capitano/ ma io col fucile in mano/ non me ne
accorgo no/ E tante volte per far segni e non sbagliarmi/ resto in presentat’armi/
e non mi muovo più”.
Da questa “indifferenza naturale” ad un preciso rovesciamento
provocatorio di valori. Ed è ancora un testo per bambini di Gianni
Rodari, stavolta musicato e cantato da Virgilio Savona: “Re Federico”,
il quale abbandona la guerra e va in pensione per rinuncia da parte dell’avversario
e quindi per mancanza di nemici. Quelli in cui si è imbattuto,
infatti, sembrano essere impegnati più a fare la pace che la guerra.
Una lezione politica di disarmo unilaterale e neutralità, meno
infantile di quel che potrebbe sembrare: “C’era un re di nome
Federico/ che andò in guerra e cercava il nemico/ Ma il nemico
era andato a comprare il gelato/ infischiandosene del re Federico/ Re
Federico per la disperazione/ buttò la corona e andò in
pensione”.
Quando invece la guerra è in corso, la situazione diventa così
invivibile che proprio allora, paradossalmente, la “speranza”
della pace diventa più concreta, diventa “attesa”: la
cessazione delle ostilità, la deposizione delle armi appaiono come
una prospettiva più o meno lontana ma grazie al cielo necessaria.
All’inizio della prima guerra mondiale, il poeta romanesco Trilussa
scrive una dolorosa ninnananna in cui la madre cerca amaramente di tranquillizzare
il suo piccolo che prima o poi la pace tornerà. Ma è noto
come da sempre le ninnananne servano alle madri non tanto per parlare
col figliolo ma per esprimere proprie tensioni o frustrazioni “adulte”
che altrimenti devono tacere. E, anche qui, la ninnananna serve in realtà
per smascherare gli interessi economici e di potere che stanno dietro
alla guerra; e poiché si tratta di un fatto tra i potenti, non
c’è purtroppo da sperare da loro nulla di buono nemmeno a
guerra finita. Questa poesia fu poi adattata su una musica tradizionale
e divenne subito molto popolare. “Ninna nanna, pija sonno/ che se
dormi nun vedrai/ tante infamie e tanti guai/ che succedono ner monno/
tra le spade e li fucili/ de li popoli civili”.
Se la “Ninna nanna della guerra” di Trilussa era un’attesa
sfiduciata della pace, un’attesa invece vitale, disperatamente intensa,
è – in una stupenda canzone di Francesco De Gregori –
quella che prende all’indomani del bombardamento di San Lorenzo a
Roma, di fronte alla desolazione della strage e delle macerie. E’,
in quel momento, il bisogno insopprimibile di dire (magari in modo sommesso,
quasi straniato) la propria fede nella pace, come sbocco necessario, come
ritorno alla possibilità di rigenerare la vita…”E un
giorno credi questa guerra finirà/ Ritornerà la pace ed
il burro abbonderà/ e andremo a pranzo la domenica fuori porta
a Cinecittà/ Oggi pietà l’è morta/ ma un bel
giorno rinascerà/ e poi qualcuno farà qualcosa/ magari si
sposerà”. Anche in un’altra bella canzone di De Gregori,
“Generale”, c’è questo stesso senso della pace come
ritorno al silenzio, alla natura, alle piccole cose, alla normale quotidianità.
In fondo non dobbiamo dimenticarci che prima d’ogni altra cosa il
valore della pace, di fatto, sta proprio qui, in queste possibilità
piccole ma essenziali di libertà. E diamo dunque per scontato che
qualunque pace, per quanto di cattiva qualità, sia comunque migliore
dello stato di guerra.
(1. continua)
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Quali sponsor per le Olimpiadi di Torino 2006 ?
Le Olimpiadi invernali che il Piemonte si appresta ad ospitare nel 2006
sono destinate a tenere banco per i prossimi cinque anni. Troppe le ripercussioni,
i risvolti, i fiumi di denaro coinvolti per non attrarre le attenzioni
di molti.
La società civile si è mossa per tempo, istituendo un osservatorio
che monitorerà l'impatto ambientale delle strutture e degli impianti
che in questi anni spunteranno come funghi, dalla Val di Susa a Torino,
dal Canavese alle Valli di Lanzo, dal Pinerolese all'asse Torino-Milano.
E in questi giorni ha approfondito un ulteriore aspetto destinato a coinvolgere
quelle associazioni che per missione si occupano dei diritti civili e
dell'eticità nel mondo perverso dell'economia: quello degli sponsor
e dei fornitori della grandiosa macchina organizzativa.
La torta è ghiotta: il comitato olimpico organizzatore (Toroc)
conta di ricavare circa 500 milioni di euro dalle cosiddette attività
di marketing, vale a dire sponsorizzazioni e vendita di gadget e merchandising.
E stimolato nel settembre scorso da alcuni rappresentanti del mondo dell'impegno
civile, si è interrogato sull'opportunità di selezionare
in qualche modo la presenza di alcuni sponsor che risulterebbero scomodi
in una kermesse dedicata alla competizione leale, ai valori Decoubertiani,
ai sani principi sportivi.
A causa delle bufere che lo hanno coinvolto, il Comitato Olimpico Internazionale
in questi anni si è dotato di un codice etico al quale devono attenersi
coloro che partecipano in qualità di atleti od organizzatori. Il
codice, è ritagliato in base a quanto accaduto tristemente in questi
anni, e prevede sanzioni per chi accetta imbarazzanti regali dai partecipanti
oppure per chi utilizza sostanze dopanti: nulla è però richiesto
alle aziende sponsorizzatrici in tema di diritti umani, sociali e ambientali.
Il rispetto del codice è inoltre demandato ad un comitato di sette
saggi tra cui spicca il nome di Javier Perez de Cuellar, ma nessuno di
essi è italiano.
Per completare la panoramica della situazione attuale, occorre ricordare
che esistono due tipi di sponsor olimpici: i cosiddetti "Top 10",
che stipulano contratti pluriennali e che quindi si aggiudicano la visibilità
per più manifestazioni sportive, sia estive che invernali; e quelli
relativi alla singola olimpiade. I primi sono scelti dal CIO ed il loro
contratto scadrà nel 2004 (anche se alcuni di essi stanno contrattando
il prolungamento del contratto in questi giorni), mentre i secondi sono
appannaggio del comitato locale. Sempre tra i primi troviamo un paio di
presenze, come Coca Cola e McDonald's, che faranno storcere il naso ai
più intransigenti promotori dell'eticità, ma nessuno di
essi è accusato da organismi nazionali o internazionali riguardo
il loro comportamento,