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Ogni anno, figli di ebrei e di nazisti si incontrano, in Germania, per
condividere la loro sofferenza
Di Elena Buccoliero
“Quando ho saputo degli incontri, inizialmente non ne volevo sapere.
Ho trascorso notti insonni nell’incertezza. Alla fine ho deciso di
andare, ho deciso di affrontare il mio odio, i miei pregiudizi”.
C. ha oggi una settantina d’anni. E’ di origine germanica e
vive a Roma. Durante la seconda guerra mondiale, insieme alla sua famiglia,
è stata deportata in campo di concentramento come ebrea.
A cinquant’anni di distanza, è tornata nei luoghi della sua
sofferenza, insieme alla Rete di Indra.
Ogni anno, infatti, a partire dal 1993, questa associazione organizza
una settimana di incontro tra discendenti di ebrei e di nazisti –
o tra questi in prima persona, se lo desiderano – per “un viaggio
guidato sul ruolo che l’olocausto ha avuto sulle loro vite”.
In gioco, dunque, non ci sono le ragioni della storia, né l’interpretazione
filosofica o culturale dell’olocausto, ma i segni indelebili che
quei fatti hanno lasciato sulla vita di ognuno, anche di chi ne è
coinvolto indirettamente, come figlio o nipote.
La guarigione interiore
Tutte le persone in gioco, siano discendenti di ebrei o di nazisti, hanno
in comune una grande sofferenza interiore. Su alcuni pesa la vergogna
e il senso di colpa per quello che i genitori hanno commesso, per tutti
la fatica di fare i conti, nella propria storia personale, con gli avvenimenti
della Storia.
C. racconta che per lei è stata una vera e propria esperienza di
guarigione interiore. Prima di quel momento C. si era sempre rifiutata
di parlare tedesco con un tedesco, o di ritornare a Berlino, che aveva
lasciato nel 1942, a bordo di un carro bestiame…
“Eppure ho percepito, in chi avevo imparato a pensare come mio nemico,
una profonda onestà, responsabilità e vergogna per quello
che era avvenuto. Mi sono resa conto dei miei pregiudizi nei confronti
del popolo tedesco, come se tutti fossero colpevoli”.
Il destino qualche volta gioca scherzi amari.
“Tra noi ebrei era seduta Rosa”, racconta ancora C.. “Ad
un tratto abbiamo realizzato che i suoi genitori erano stati assassinati
dal nonno di Martina, che era seduta insieme a noi, dall’altro lato
della stanza… E’ stata una esperienza indescrivibile”.
Il dialogo avviene nel riconoscersi uguali, ugualmente vittime di una
violenza non voluta, che tanto ha distrutto nella vita di ognuno. Molti
figli di nazisti hanno dovuto superare l’omertà familiare
sugli anni della guerra, e successivamente l’orrore di identificare
il proprio padre come aguzzino. La riconciliazione è possibile
proprio perché ognuno riconosce la sincerità dell’altrui
sofferenza. Ma anche per chi, come C., è dalla parte delle vittime
della storia, la “liberazione” è una esperienza lunga
e dolorosa, mai completamente conquistata.
“La mia famiglia avrebbe potuto evitare la deportazione. Ma mia madre,
che era nata in Russia, già una volta era stata costretta a fuggire
e così, durante la guerra, non ha voluto scappare una seconda volta.
Per tutti quegli anni, dentro di me, ho continuato a ritenerla colpevole
per la distruzione della nostra famiglia e per la sofferenza che ci è
stata inferta – ed ho continuato a sentirmi in colpa per i miei sentimenti
verso di lei”.
E conclude: “Ho versato le mie prime lacrime lì, a quell’incontro,
tra le braccia di Ilona, figlia di una SS. Forse solo ora posso dire di
essere riuscita a perdonare”.
L’odio dei padri, l’amicizia dei discendenti
Gli incontri hanno avuto un seguito, gruppi di ebrei e figli di nazisti
hanno fatto visita insieme ai campi di concentramento, hanno pregato insieme.
Vere e profonde amicizie sono nate tra i discendenti di chi è stato
nemico fino alla tortura e alla morte.
Questa esperienza apre una speranza su un fare memoria della sofferenza
che serva davvero, non a perpetuare la vendetta e l’odio, ma a riconoscersi
uguali e ad abbattere le barriere che, prima di tutto dentro ognuno di
noi, ci impediscono di conoscere l’umanità dell’altro.
L’associazione La Rete di Indra ha prodotto anche materiale didattico
per le scuole o, in generale, per lo svolgimento di incontri di approfondimento
su questi temi. Segnaliamo in particolare One by one, (“ad uno ad
uno”, a rimarcare l’intenzione di affrontare la sofferenza di
ciascuno): una mostra di quadri e fotografie realizzati da artisti figli
di sopravvissuti all’Olocausto e di discendenti del Terzo Reich.
INFO: Associazione La Rete di Indra, viale Gorizia 25/c, 00198 Roma.
La speranza è nella paura; paura di vedere un
figlio trasformato in soldato dell’esercito israeliano
di Deby Birnbaum
Quella che segue è una lettera inviata da una madre israeliana,
Deby Birnbaum, all’associazione pacifista israeliana New Profile,
che sostiene gli obiettori di coscienza.
Per chi volesse approfondire segnaliamo, sul sito www.nonviolenti.org,
il dossier Israele e Palestina, nel quale presentiamo, tradotti in italiano,
i contributi di alcuni tra i più importanti gruppi pacifisti attivi
in quei territori.
I testi comprendono: la testimonianza di azioni nonviolente, la denuncia
di situazioni di violazione o l’ampliamento degli insediamenti israeliani,
l’obiezione di coscienza in Israele, alcune voci del dibattito sulla
risoluzione del conflitto per come viene affrontato negli ambienti nonviolenti.
In Israele, le madri che hanno paura - gli uomini non hanno mai paura
- sono definite “troppo ansiose”, irrazionali e incapaci di
pensare chiaramente. E’ un modo tutto israeliano per disfarsi della
paura. Una emozione legata ai fatti, la paura; una emozione che è
razionale ed essenziale per sopravvivere. Le madri vengono considerate
“incapaci di comprendere” perché “la loro ansia
annebbia la capacità di pensare razionalmente”.
Vorrei dare voce a quello che sento.
Io ho paura quando penso al mio figlio più grande, arruolato nell’esercito,
e so che verrà sottoposto ad una formazione che lo priverà
della sua identità, indipendenza, sentimenti, paure e speranze,
e della sua capacità di pensare in modo critico e creativo. Tutto
questo rientra negli sforzi necessari per fare di lui un soldato efficiente,
che obbedisce incondizionatamente agli ordini.
Ho paura perché so che, nel momento in cui mio figlio entrerà
con la sua anima e i suoi sentimenti nella “stanza dei sigilli”,
le sue possibilità di uscirne saranno pressoché nulle.
Ho paura perché so che mio figlio assumerà il linguaggio
e il comportamento del potere; che per lui il dialogo diventerà
una battaglia da vincere, perché questo sarà l’unico
modo per diventare un ragazzo in gamba e sopravvivere alle missioni di
morte e di distruzione che richiedono di ritenersi invincibili.
Ho paura perché so che finirà per disumanizzare chiunque
rappresenti, in quel momento, il nemico. Questo sarà per lui l’unico
modo per diventare capace di uccidere, o di essere ucciso.
Ho paura perché so che farà suo il modo di pensare per cui
“non c’è alternativa”. Dovrà convincersi
che il potere e la violenza sono modi legittimi per risolvere i conflitti
sociali e politici, o non potrà accettare di opprimere, di uccidere,
o di mettere in pericolo la propria vita.
Ho paura perché so che finirà per credere che il diritto
alla vita degli ebrei in Israele ha la priorità sulle altre fedi
o nazionalità. E che è impossibile condividere le risorse,
ma solo soccombere o far soccombere. Solo con questo atteggiamento interiore
potrà rischiare la propria vita o sopprimere quella di altre persone.
Ho paura perché so che, a dispetto di tutte le canzoni, le preghiere
e i miti di eroismo, l’esercito è una istituzione progettata
per uccidere e distruggere nel modo più efficiente possibile.
Ho paura perché so che chi prende decisioni politiche in tema di
sicurezza, in Israele, non è mai stato un semplice civile, non
è mai stato “pauroso”; è stato solo un generale
e, prima di questo, un soldato. Queste persone sperimentano la parte più
dolce della gerarchia, cioè possedere un potere immenso che nessun
civile può teoricamente contraddire, avere tutti i privilegi di
classe, e il senso di onnipotenza di chi ha subordinati che obbediscono
agli ordini senza fare domande.
Ho paura perché chi decide è occupato con cosucce banali
– giochi di potere e di prestigio - e tratta tutto con la stessa
serietà e la stessa pesantezza. Non ho visto in loro il coraggio
e la speranza che occorrono, per portare una società confusa e
frammentata alla trasformazione dei valori e dei comportamenti, necessaria
per una soluzione giusta. Stanno sprecando tempo e vite umane. Io so che
questo tempo si paga con il sangue.
Ho paura perché so che il conflitto continuo con i palestinesi,
i siriani e i libanesi è una copertura per non occuparsi del nucleo
corrotto della questione, dovuto alla negligenza di tutti i governi precedenti
– povertà, razzismo, disoccupazione, estremismo, discriminazione,
oppressione dei deboli. Di fronte a queste complesse difficoltà,
la cosa più sicura è sempre stata ripetere il mito del proprio
essere piccoli, vulnerabili, minacciati, in un mondo che ci odia e che
vuole distruggerci.
Ho paura perché so che abbiamo abbastanza armi convenzionali, chimiche
e atomiche per “sentirci al sicuro”. Ed inoltre le cosiddette
fonti militari sostengono che questo apparato è inadeguato –
inadeguato per i militari e per quelli che guadagnano dai profitti della
guerra. Così, le enormi risorse che potrebbero venire applicate
alla soluzione dei problemi reali, vengono deviate su progetti immaginari,
e continuano ad alimentare una sicurezza illusoria.
Io ho paura perché mio figlio è stato educato in un sistema
ideologico che gli trasmette messaggi come “la guerra è inevitabile”,
“non ci sono alternative”, e “il massimo è diventare
un eroe”.
Io ho paura perché le mie possibilità di convincerlo che
le alternative esistono, non sono il massimo.
Io ho paura perché non ci sono speranze che l’esercito avvii
una seria ricerca delle soluzioni, o si chieda quanti sono gli elementi
necessari per i suoi contingenti, o accetti di comunicare in modo trasparente
sul numero di coloro che non vengono chiamati alla leva, o prenda in considerazione
la possibilità di ridurre le proprie dimensioni e risorse.
Io ho paura perché non c’è nessuna autorità
civile che possa rispondere al mio appello per esaminare seriamente la
struttura e gli obiettivi dell’esercito.
La mia paura è diventata una opportunità di conoscenza.
Ogni volta che la sento, mi fermo ad osservarla e scopro nuove sfaccettature.
La paura è la voce che mi chiede di fermarmi ad ascoltare. Che
mi chiede di ascoltare, insieme, la mia mente e il mio cuore. Attraverso
una maggiore conoscenza, possiamo decidere come agire.
Certo, ho presentato solo parte della questione, e molto di più
potrebbe essere detto. Ma, per quanto mi riguarda, ho deciso che ne so
già abbastanza.
Non ho intenzione di aspettare di conoscere “tutto lo scibile sulla
sicurezza nazionale” per fare la pace.
Non ho intenzione di collaborare.
Mi rifiuto, dal profondo della mia coscienza, di entrare a far parte della
macchina ben oliata che trasforma mio figlio in un soldato.
Mi rifiuto di chiudere gli occhi sperando il meglio, e di ripetere il
mantra, così familiare tra ebrei-israeliani, “non ci sono
alternative, la guerra deve andare avanti”.
Il Premio Nobel alternativo per la Pace a Gush Shalom
e ai coniugi Avnery
E’ il 7 dicembre 2001. A Stoccolma, nella sede del Parlamento svedese,
con un giorno di anticipo sulla cerimonia di assegnazione dei Premi Nobel
“ufficiali”, Gush Shalom e i suoi fondatori Uri e Rachel Avnery
ricevono il Premio Nobel “Alternativo” per la Pace “per
aver mostrato la strada per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e per
aver lavorato in questa direzione per diversi decenni con coraggio e dedizione”.
La giuria onora “i coniugi Avnery e gli attivisti di Gush Shalom
per la loro ferma convinzione, nelle circostanze più difficili
e pericolose, che la pace e la fine del terrorismo si possano raggiungere
soltanto attraverso la giustizia e la riconciliazione”.
Il Premio Nobel Alternativo venne fondato nel 1980, “per rendere
omaggio e supporto a coloro che offrono risposte concrete ed esemplari
ai problemi più urgenti che si affrontano attualmente”.
Chi è Uri Avnery
Uri Avnery è nato in Germania nel 1923 ed è emigrato in
Palestina con la sua famiglia nel 1933, quando Hitler salì al potere.
Nel 1938 si unì all’organizzazione The Irgun in lotta contro
il regime coloniale britannico, ma dopo tre anni se ne distaccò
non condividendone gli atteggiamenti anti-arabi e i metodi terroristici.
Nel 1948 era membro di un commando israeliano e veniva ferito per due
volte sul fronte egiziano.
Nel 1950, dopo aver lasciato il quotidiano israeliano Ha’aretz, fondò
una rivista ad ampia circolazione, Haolam Hazeh, in cui lavorò
come giornalista e capo redattore nei successivi 40 anni. Per tutto quel
periodo, il governo e l’esercito tentarono un boicottaggio economico
totale contro il giornale.
Haolam Hazeh aveva uno stile simile al Time Magazine o a Der Spiegel,
e una posizione politica di opposizione che denunciava la corruzione economica
e politica del paese e richiedeva una politica nazionale radicalmente
diversa. Il giornale proponeva uno stato di Israele moderno e liberale,
in cui potessero riconoscersi tutti i suoi cittadini a prescindere dalle
loro radici etniche, nazionali o religiose.
Verso la fine degli anni Cinquanta, il responsabile del servizio segreto
israeliano testimoniò che il governo considerava Uri Avnery e Haolam
Hazeh “il nemico pubblico numero uno”. Questo può spiegare
perché la redazione e la tipografia vennero bombardate diverse
volte. Avnery subì un’imboscata e gli vennero rotte entrambe
le braccia, dopo aver criticato il massacro di Kibieh del 1953. Nel 1972
un incendio doloso distrusse gli uffici del giornale. Nel 1975 Uri Avnery
riuscì a scampare ad un tentativo di omicidio.
Nel 1965 Uri Avenry poneva le basi per un nuovo partito i cui obiettivi
erano la separazione tra politica e religione; uguali diritti per tutti
i cittadini inclusa la minoranza araba, gli ebrei orientali e le donne;
il supporto alla creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e
a Gaza e ad una alleanza tra israeliani ed arabi in tutta la regione.
Chiamato “Haolam Hazeh”, il nuovo partito stupì per una
vittoria elettorale sul Knesset, a quel tempo un fatto senza precedenti
per una formazione politica completamente nuova.
Nel 1974 Avnery stabilì contatti segreti con gli officiali del
PLO. Dall’estate del 1975 promosse un consiglio israeliano per la
pace tra Israele e Palestina che, dal dicembre, continuò apertamente
il dialogo segreto.
Nel luglio del 1982 Avnery incontrò pubblicamente il leader del
“nemico”, Yassir Arafat, l’inizio di una serie di confronti.
Nel 1992 sostenne l’elezione di Yitzhak Rabin e, successivamente,
l’accordo di Oslo. Più tardi, deluso dalle azioni (e dalle
omissioni) del governo nel percorso verso la pace, ha fondato Gush Shalom,
il movimento per la pace che è diventato – insieme con quello
delle donne israeliane – la voce leader, e spesso l’unica, di
quest’area.
Quando, alla fine di settembre 2000, scoppiò l’Intifada al-Aksa,
dopo il fallimento del summit di Camp David, molti dei gruppi pacifisti
in Israele si arresero. Gush Shalom, insieme ad un piccolo gruppo di movimenti
pacifisti, rischiò l’impopolarità per affermare che
una pace giusta non è solo una soluzione etica, ma è l’unica
concretamente possibile.
Che cos’è Gush Shalom
Spesso descritta come “risoluta”, “militante”, “radicale”
e “coerente”, Gush Shalom è una organizzazione extraparlamentare,
indipendente dai partiti o da altri gruppi politici. Il suo primo obiettivo
è influenzare l’opinione pubblica israeliana a favore della
pace e della riconciliazione con il popolo palestinese, sulla base dei
seguenti principi:
- porre fine all’occupazione dei territori;
- accettare il diritto del popolo palestinese di stabilire uno stato indipendente
e sovrano in tutti i territori occupati da Israele dopo il 1967;
- stabilire la “green line” del 1967 come confine tra i due
stati (con il minor possibile scambio di territori, e pattuito da entrambe
e parti). Il confine sarà aperto per il libero movimento di persone
e merci, in base a reciproci accordi;
- stabilire Gerusalemme capitale dei due stati, con la parte orientale
(inclusa Haram al-Sharif) capitale della Palestina e quella occidentale
(incluso Western Wall) capitale di Israele. La città dovrà
essere unita dal punto di vista logistico e dell’amministrazione
municipale, sulla base di accordi tra le parti;
- riconoscere in principio il diritto di rientro per i rifiugiati palestinesi,
permettendo ad ognuno di scegliere liberamente tra il rimpatrio in Palestina
e un rimborso economico, e fissando per mutui accordi il numero di persone
che potranno rientrare in Israele di anno in anno, senza mettere in pericolo
la sicurezza di Israele.
- salvaguardare la sicurezza di entrambi i paesi con reciproci accordi
e garanzie.
- lottare per la pace tra Israele e i paesi arabi e per la creazione di
una unione regionale.
Gush Shalom non ha membri tesserati. Il movimento è composto di
circoli concentrici. Il nucleo interno consiste di circa 100 attivisti
che dedicano gran parte del loro tempo e della loro energia (e alcuni
di loro, tutto il tempo e l’energia) a questo scopo. Nessuno di essi
riceve compensi dal movimento. C’è poi un gruppo più
ampio di circa 600 persone che prendono parte ad azioni di rilievo, ed
altre migliaia di persone che si identificano con Gush Shalom e lo aiutano
a sviluppare le sue campagne, spesso anche con un sostegno economico.
Gush Shalom infatti ha risorse economiche estremamente limitate, in quanto
non riceve fondi da organizzazioni israeliane o internazionali, tranne
per donazioni modeste ed occasionali da gruppi pacifisti o singole persone
di diversi paesi (come l’Olanda o la Germania).
L’impegno del movimento consiste nella promozione di campagne di
educazione politica anche attraverso la realizzazione di materiale divulgativo
e nello sviluppo di azioni nonviolente concrete, molte di esse condivise
con gruppi palestinesi. Alcuni esempi:
- Partecipare alla ricostruzione delle case distrutte dall’occupazione
militare (villaggi di Kifel Hares, Katana e Anata)
- riempire i solchi scavati dall’occupazione per isolare i villaggi
palestinesi (Rantis).
- attraversare le barriere che chiudono i villaggi palestinesi, per incontrare
gli abitanti dei villaggi che fanno lo stesso partendo dalla loro parte
(Betlemmme).
- raccogliere le olive nei territori occupati, a vantaggio degli abitanti
dei villaggi, cui i coloni e l’esercito vietano di entrare negli
uliveti (Hares).
Le campagne di Gush Shalom, dal 1993 ad oggi
1993 – “Rilascio immediato dei prigionieri palestinesi!”,
iniziata con una dimostrazione di massa di seimila israeliani e palestinesi
di fronte alla prigione di Nablus all’indomani del trattato di Oslo.
1994 – insieme ad un Centro palestinese di Informazione per la Pace
viene redatto un documento sulla violazione del trattato di Oslo.
1995 – “Gerusalemme capitale dei due stati”, rompendo per
la prima volta il tabù sul destino di Gerusalemme. La campagna
ha inizio con la pubblicazione di “La nostra Gerusalemme”, un
manifesto firmato da 675 intellettuali ed artisti israeliani di successo.
1997 – “Stop ai bulldozer!”, contro la costruzione di nuovi
insediamenti, prima a Jebel Abu-Ghneim (Har Homa) vicino a Betlemme e
più tardi a Ras-al-Amud nelle prossimità di Gerusalemme.
1997 – “Boicottaggio nazionale dei prodotti dei territori occupati”,
una campagna ancora attiva che ha coinvolto decine di migliaia di massaie
israeliane ed ha raggiunto proporzioni internazionali.
1998 – “Segnare la Green Line”, per ristabilire il confine
precedente al 1967 nella coscienza pubblica. Come atto simbolico, gli
attivisti hanno ridisegnato il confine con vernice verde.
1999 – “Il diritto per la nazione palestinese di stabilire il
suo Stato in tutti i territori della Cisgiordania e della Striscia di
Gaza”, un manifesto firmato da 440 rappresentanti israeliani di rilievo.
1999 – “Il diritto di ritornare”, con cui Gush Shalom ha
reso esplicito il suo piano per una soluzione giusta e pratica del problema
dei rifiugiati.
2000 – “Fuori da tutti i territori occupati”, una richiesta
che è alla base del movimento e che è diventata il tema
di una campagna specifica iniziata con l’intifada di al-Aqsa.
2001 – “Oggi inizia il conto alla rovescia per la prossima guerra”,
un segnale lanciato il giorno in cui si è formato il governo di
unità nazionale di Ariel Sharon e Shimon Peres.
2001 – “Richiamiamo alla creazione immediata di una forza di
pace internazionale in Palestina”, una campaga di protesta contro
l’intensificarsi dell’oppressione nei territori occupati.
2001 – “Ottanta tesi per un nuovo processo di pace”, una
dichiarazione lungimirante che annuncia un approccio completamente diverso
alla pace tra Israele e Palestina, confrontando le reciproche narrazioni
del conflitto e cercando tra di esse i possibili punti di contatto.
2001 – “Le generose offerte di Barak…”, una esposizione
semplice e chiara, con mappe, preparata per una diffusione ampia, in risposta
alla vasta propaganda del governo israeliano secondo la quale “Noi
abbiamo offerto loro tutto e loro hanno risposto con la guerra”.
Action for Peace, in Palestina all’inizio dell’anno per far
parlare i protagonisti
A pochi giorni dal ritorno dalla Palestina è difficile non avere
nel pensiero la Palestina e la sua gente. Ogni viaggio mette in grave
crisi lo stato d'animo. Diventa difficile dividere il filo della ragione
dai sentimenti. Ora, che siamo tornati dopo un intenso lavoro. Ora, che
non pesano più le riunioni senza fine e la paura di non riuscire
a fare chi sa che cosa. Ora, che non porteremo più gli occhiali
scuri alle sette di mattina per nascondere la stanchezza e il sonno, ora
che agitazioni, nervosismi e rabbie sono svaniti come un lampo senza colore,
ora che abbiamo superato anche le critiche, giuste o sbagliate. Dovrebbe
essere più semplice tornare a ragionare e tracciare un resoconto
politico nella situazione attuale. Tuttavia, ogni momento in cui si inizia
la discussione inevitabilmente prende vita il colore della disperazione
negli occhi dei nostri amici palestinesi fermati al posto di blocco israeliano.
Il lamento straziante delle madri, che nei campi profughi rivendicavano
fieramente la loro dignità e il diritto di ritorno dei loro figli,
fratelli e sorelle rifugiati chi sa in quale campo della Siria, Giordania
o Libano. La povertà dei bambini scalzi che calciavano il pallone
rotto da settimane, da mesi, da anni. Lo sguardo impotente e pietoso del
padre che fissa teneramente i suoi 5 figli chiudendosi in un mutismo eloquente.
Le foto di giovani martiri che decorano le città in un silenzio
funesto. Mille ingiustizie quotidiane che corrodono l'anima e la dignità
dei palestinesi. Migliaia di feriti che non potranno essere mai più
come prima. Un compito arduo trattare l'argomento tenendo distante il
flusso del dolore e l'emozione che devasta il cuore e la mente.
Eravamo tanti, forse più di 400 persone, considerando tutte le
delegazioni straniere: italiani, francesi, britannici, belgi e americani
con cui, mano nella mano, pacificamente, abbiamo manifestato protestando
contro le ingiustizie. Severi controlli, lacrimogeni, bombe assordanti,
arresti ed anche il ferimento di un nostro compagno, non hanno fermato
la manifestazione della nostra profonda solidarietà con il popolo
palestinese. Tuttavia la sensazione che ti invade è sempre uguale:
impotenza e debolezza dinanzi al un muro prepotente, arrogante, ingiusto
e immorale che non si scalfisce per nessun motivo.
Farshid Nourai
Gruppo Palestina - Associazione per la Pace
La società Palestinese.
E' decisamente drammatico ciò che i palestinesi hanno subito dal
28 settembre 2000. I fatti parlano chiaro; più di 1.000 morti e
più di 20.000 feriti, la disoccupazione oltre il 60%, 120 posti
di blocco israeliani dislocati in tutta la Cisgiordania e Gaza che riducono
a immobilità i palestinesi. Le rappresaglie, le punizioni collettive,
gli assassini "preventivi", le distruzioni delle case e dei
pozzi d'acqua, le terre agricole, le confische dei terreni ne sono alcuni
esempi. Tuttavia i palestinesi continuano la loro resistenza. La violenta
reazione israeliana non scalfisce la convinzione del popolo palestinese
di ottenere i suoi diritti. I palestinesi, convinti di continuare la loro
resistenza dinanzi all'occupante cercano la strategia giusta della resistenza.
Non sono affatto pochi coloro che sono convinti che occorre reagire con
la forza e rispondere con i mezzi "militari" all'arroganza dell'occupante.
Tale convinzione raggiunge il massimo nei campi profughi, nei villaggi
isolati e nelle città maggiormente colpite dagli israeliani, in
special modo a Gaza. I sostenitori di tale strategia richiamano la risoluzione
numero 2649 del 30 novembre 1970, in cui l'Assemblea Generale dell'ONU
afferma il diritto legittimo di lotta dei popoli sotto la colonizzazione
o l'occupazione straniera e riconosce il diritto all'autodeterminazione
ai popoli sotto occupazione. E' del tutto evidente che il dolore e le
tragedie subite dal popolo palestinese, la reazione violenta e indiscriminata
israeliana, sommate alla debolezza dell'autorità palestinese, lo
stallo totale del processo di pace e il silenzio internazionale, aiutino
la maturazione di tale strategia. Il rilascio del Libano meridionale da
parte dell'esercito israeliano dopo anni di lotta armata viene preso come
esempio.
Eppure ci sono diverse organizzazioni della società civile convinte
che tale strategia sia un errore e/o addirittura sia una trappola tesa
dagli israeliani. Tale convinzione viene spiegata in questo modo: la delegittimazione
dell'autorità palestinese da parte israeliana e di fatto l'incarcerazione
di Arafat a Ramallah hanno lo scopo di fare scivolare la società
palestinese ad assumere posizioni violente. E' del tutto evidente che
le richieste assurde israeliane avanzate in queste settimana riguardo
l'arresto degli esponenti violenti della società palestinese non
può essere attuato in pieno dall'Autorità Nazionale. Una
posizione violenta contro organizzazioni come Hamas potrebbe avere conseguenze
molto negative nella società palestinese. Una società che
ha subito la perdita dei suoi figli non può tollerare che i suoi
stessi governanti ne arrestino altri per volontà dell'occupante.
Se l'Autorità davvero volesse compiere questo gesto avrebbe indubbiamente
la necessità di ricorrere alla forza. Abbiamo già avuto
l'esempio di ciò che potrebbe accadere, qualche settimana fa quando
l'Autorità palestinese ha tentato di mettere sotto arresti domiciliari
il leader carismatico di Hamas. Oltre tutto sono proprio i poliziotti
dell'Autorità nazionale i bersagli preferiti degli israeliani.
Molti palestinesi sono convinti che il disegno di Sharon prevede la capitolazione
dell'Autorità Nazionale e che si stia già formando una leadership
tra alcuni politici e comandanti militari palestinesi per la successione
di Arafat. Altri sono convinti che il disegno di Sharon miri a creare
in Palestina la presa di potere di una nuova formazione radicale per sostenere
facilmente l'aggettivo "Terrorista" e a questo punto nessuno
potrebbe impedire un intervento militare devastante israeliano per portare
un nuovo ordine. Considerando la campagna antiterrorista americana in
atto in questi giorni è difficile pensare che i paesi arabi potrebbero
reagire concretamente o meglio militarmente.
Tale affermazioni può sembrare fantapolitica agli occhi di molti
ma, di sicuro, non all'occhio dei palestinesi che hanno subito il cinismo
israeliano e non coltivano nessuna fiducia negli israeliani in special
modo in Sharon.
La resistenza nonviolenta
La grande maggioranza della società organizzata palestinese ha
scelto la linea della resistenza non violenta in forme diverse. Occorre
sottolineare che su un punto tutti palestinesi e la maggioranza dei pacifisti
israeliani concordano: finché Sharon è al governo non si
compierà nessun passo verso la pace. Prendendo atto di questo diventa
necessario proteggere i civili palestinesi. La richiesta di una forza
internazionale avanzata alle Nazioni Unite ha trovato ripetutamente il
veto americano. Una coalizione di associazioni e organizzazioni palestinesi
ha dato la vita al un network chiamato G.I.P.P "Grassroots Protection
for the Palestinan Popele". Il compito prefissato è la formazione
di una presenza permanente di attivisti internazionali con lo scopo di
impedire gravi violazioni di diritti umani commessi dagli israeliani.
Al G.I.P.P. ha aderito anche la Piattaforma Italiana per la Pace in Medio
Oriente che è stata la promotrice del recente viaggio in Palestina.
E' indubbio che l'iniziativa sia utile non solo per proteggere, per quanto
in minima parte, il popolo palestinese anche perché evoca la speranza
dei palestinesi di non essere lasciati soli. Inoltre sottopone ripetutamente
la questione palestinese sotto i riflettori occidentali. Tuttavia tale
azione ha dei limiti. La presenza internazionale che scoraggiava, in questi
ultimi mesi, le azioni violente israeliane perderà la sua efficacia
nel tempo. Basti pensare che il gruppo internazionale che il 29 dicembre
proteggeva il passaggio dei palestinesi al Chek Point tra Ramallah e Bir
Zait è stato colpito dai lacrimogeni israeliani. Lo stesso giorno
a Nablus ad un altro gruppo internazionale è stato dato il benvenuto
a raffiche di mitra sparato a pochi metri del punto di concentramento.
In ogni caso la reazione israeliana davanti ai manifestanti internazionali
non ha preso una forma totalmente violenta ma non si può sperare
che tale atteggiamento non cambi in futuro. In questi giorni si parla
della presentazione di un disegno di legge al "Parlamento Israeliano"
per poter impedire l'ingresso dei turisti senza dare spiegazioni. In questo
caso è semplice filtrare attivisti internazionali.
Disobbedienza nonviolenta
Uno dei metodi proposti, da alcuni organizzazioni palestinesi, è
la disobbedienza nonviolenta. Tale pratica tende a rendere impossibile
l'occupazione attraverso una generale disobbedienza civile. Tale pratica,
in parte, è già stata messa in pratica ai tempi della prima
Intifada. Una metodica e generalizzata disobbedienza. Basti pensare alla
rimozione sistematica dei blocchi stradali che isolano i villaggi palestinesi,
ricoltivazione delle terre agricole distrutte, ricostruzione delle case
demolite ecc.. E' chiaro che tale attività dovrebbe avere luogo
in assenza diretta dell’esercito israeliano. L’azione mira a
logorare l'ostinazione dell'occupante ad imporre impedimenti e restrizioni.
E' evidente che i soggetti che tenteranno questa via possano essere fermati
e arrestati. In questo caso verranno assistiti dal gruppo degli avvocati
e le famiglie verranno sostenute dal fondo appositamente costituito. Tale
metodologia malgrado la sua nobiltà presenta ostacoli insormontabili.
Il progetto non potrà mai raggiungere l'obiettivo se non verrà
praticato in maniera diffusa e generalizzata con una forte convenzione
nei metodi pacifici. E' difficile pensare che attualmente la totale società
palestinese, dopo le tragedie subite, possa uniformarsi e dare inizio
ad una iniziativa di questo genere. E' chiaro che per l'attuazione di
tale pratica occorre una preparazione e un'organizzazione anche di diversi
anni.
Associazione per la Pace
Via Salaria, 89 00198 Roma
Tel. +39 - 068841958
La psichiatria nonviolenta per convertire la violenza
in opportunità di crescita e di esperienza liberatoria.
Intervista a cura di Elena Buccoliero
Paolo Rigliano, di professione psichiatra, amico della nonviolenza,
attualmente dirige una struttura territoriale presso l’Ospedale San
Carlo di Milano. Tra i suoi studi ricordiamo: “Famiglia, schizofrenia,
violenza. Un approccio sistemico e non violento al conflitto familiare”
(1998); “Eroina, dolore e cambiamento” (1991); “L’aids
e il suo dolore” (1994),“Amori senza scandalo. Cosa vuol dire
essere lesbica e gay” (2001).
In che modo lo sguardo della nonviolenza può essere uno strumento
per analizzare, o modificare, o integrare, il ruolo di un terapeuta?
Direi subito che non solo è uno sguardo essenziale, ma è
assolutamente indispensabile: non si può essere oggi terapeuti
senza aver elaborato, magari in forme approssimative, la questione della
violenza, con tutti gli altri temi che si trascina dietro: il rispetto
assoluto e integrale dell'Altro, il potere, la prevaricazione della propria
posizione di dominio, la costruzione della conoscenza come frutto di una
relazione, la nonviolenza come metodo di conoscenza del dolore di tutti,
come composizione dei conflitti familiari e interpersonali, come strategia.
La nonviolenza, mi accorgo, deve essere al centro di ogni riflessione,
non solo pratica ma prima di tutto teorica e epistemologica, del fare
terapeutico.
Ci sono tante forme di prevaricazione che avvengono - o possono avvenire
- durante il percorso terapeutico. Nel senso comune la violenza del medico
sul paziente, come quella di un soldato in tempo di guerra, sembra si
giustifichi a priori, perché fondata su giuste cause.
La nonviolenza è la revoca di ogni presunta innocenza, di ogni
autoassoluzione, di ogni chiusura filosofica e pratica, conoscitiva e
terapeutica: essa implica il radicale accoglimento della parola dell'altro,
delle sue ragioni, delle sue motivazioni, dei suoi affetti. Ma questo
accoglimento mai è passivo, deresponsabilizzante, superficiale:
esso implica il farsi sostegno di queste ragioni, di queste sofferenze:
si deve prendere posizione, responsabilità, si deve decidere, agire,
pensare, vagliare, ricomporre. La sofferenza, il disagio, la conflittualità
ci implicano totalmente, ci sommergono con le loro domande: allora il
terapeuta deve porsi con umiltà forte al servizio della persona,
come un interlocutore che neutralizza la carica di violenza insita in
ogni dolore e che molte volte il dolore non curato suscita. E che, soprattutto,
costruisce contro e oltre la violenza, rimanda la possibilità di
rompere e di risorgere oltre essa e oltre il dolore di tutti. Altro che
autoassoluzione del terapeuta! Ciò che occorre è una capacità
autoriflessiva forte e non assolutoria, che porti al Bene dell'Altro,
non deciso dal terapeuta con unilateralità, né da altri:
nessuno ha il Bene, la verità, la giustizia a priori; esse si costruiscono
con fatica e rischio.
Un aspetto chiave della terapia è la disponibilità a
cedere il controllo di sé ad un’altra persona, che è
il terapeuta. Questo è vero in tutte le pratiche terapeutiche,
non solo in quelle psi, ma in questo caso forse è più "grave"…
Questo affidarsi, mi sembra, è necessario e a volte doloroso anche
in situazioni di disagio "lieve", poiché ciò su
cui il terapeuta agisce ha a che vedere con il pensiero, l’emozione,
la volontà...
Ma proprio qui si gioca una scommessa fondamentale: il rapporto terapeutico
realmente rispettoso e efficace non deve essere basato sul cedere il controllo
al terapeuta: ad ogni passo la persona deve poter scegliere - e imparare
a scegliere, anche con la dovuta forza nonviolenta! - per il proprio bene,
individuato criticamente! Il vero terapeuta è quello che apre possibilità,
indica percorsi - con i dubbi e le difficoltà che questo comporta
- ipotesi, soluzioni, alternative, con relativi rischi e pericoli. E dunque
mette il paziente in condizioni di maturità e responsabilità.
La nonviolenza, come la terapia, si fondando sulla soggettività
libera e responsabile.
Nella rinuncia al controllo di sé c’è anche la questione
degli psicofarmaci. In che misura la loro somministrazione è una
violenza sulla persona? Fino a dove è possibile delegare al farmaco
(o sostenere con esso) la soluzione di un problema?
Il farmaco in sé e per sé non risolve, e non risolverà
mai - per fortuna! - nessun problema. I farmaci efficaci, semplicemente,
creano una o più condizioni psichiche perché la persona
possa con più agio affrontare da sé e con l'aiuto di altri
i propri problemi. Che sono sempre problemi di orientamento nel mondo,
verso gli altri e verso se stessi, di visione esistenziale, di azione
e controreazione rispetto a eventi, significati, relazioni.
La prescrizione dei farmaci è una violenza quando avviene: 1) al
di fuori di un consenso, di uno scopo emancipativo, di una prospettiva,
di un bene innanzitutto della persona, realizzabile anche con l'ausilio
del farmaco; 2) al di fuori di uno scopo fondato sul benessere del paziente,
bensì su quello di altri, siano essi terapeuti o familiari o agenti
sociali; 3) quando non sono previste revisioni, salvaguardie, autoriflessioni,
e limiti da parte del terapeuta; 4) quando il farmaco è tutto,
esaurendosi in esso ogni aiuto, pensiero, atto e relazione; 5) quando
massimo è il disinteresse reale verso la persona; 6) quando è
il primo o l'unico o il primario intervento; 7) quando non è contestualizzato,
finalizzato, interrogato; 8) quando non sono previsti passaggi, movimenti,
ridiscussioni, verifiche.
In definitiva, quando si lavora non avendo in mente l'obiettivo assoluto
e primario di creare un senso al dolore da condividere con il paziente,
allora il farmaco è pericoloso.
A proposito di grossi guai – penso ad esempio alla questione
dei trattamenti sanitari obbligatori e dei procedimenti che comportano.
Quant’è difficile stabilire un confine tra violenza "giusta",
terapeutica, necessaria, e violenza che si può evitare? E come
si fa, allora, a introdurre uno sguardo nonviolento in procedimenti terapeutici
che necessariamente comportano prevaricazione?
Si può fare, perché il nonviolento si assume sempre la responsabilità
di prendere posizione rispetto all'abbassamento del livello di violenza,
puntando sulla sua neutralizzazione. La nonviolenza non fa miracoli e
non fa salti, non illude e non spera scioccamente: ma anche nelle situazioni
estreme, si pone il problema dell'altro, e della conversione della violenza
in opportunità di crescita e di esperienza liberatoria.
Una questione specifica, di cui da qualche anno si è tornati
a parlare, è poi quella dell’elettroshock… Una violenza
obbligatoria, in certi casi?
L'elettroshock è sempre il frutto di un fallimento terapeutico,
un colpo inferto alla persona e al senso del suo dolore: esso si giustifica
solo in quanto il terapeuta è un fallito e non vuole ammetterlo,
e si fa forza della violenza propria di questa pratica per piegare il
paziente.
Di fronte all'incapacità di attribuire un significato al dolore
depressivo, per esempio, si pretende di imporre uno scossone: ma così
la propria insensatezza e la propria incapacità di restituire un
senso al dolore trova un corrispettivo nell'incapacità e nella
violenza di voler comunque e a tutti i costi ritornare alla normalità.
Tutti gli interventi terapeutici, però, vanno contestualizzati:
anche una pillola può essere violenta altrettanto e ho ascoltato
storie di psicoterapie di inaudita gravità e violenza.
Vecchissima questione. I problemi che si presentano ad un terapeuta,
o che si vogliono acquietare con i farmaci, possono essere: del paziente,
dei familiari, dell’ambiente diretto in cui vive, della società
nel suo insieme…? E il grande successo dei farmaci che relazione
ha con questo?
E' molto meglio individuare un punto solo di tutta una catena, presumendo
di ridurlo al silenzio grazie all'intervento: né è detto
che questa procedura non abbia i suoi vantaggi, in certi momenti. Il problema
nasce quando in realtà si vuole silenziare questo punto, questo
individuo, e questa è l'unica prospettiva e l'unico scopo. Allora
l'intervento mirerà solo a mettere un singolo in condizione di
non disturbo. I farmaci realizzano questa promessa, ma soprattutto illudono
le persone che sia possibile non affrontare la questione centrale: quale
significato ha il mio/suo/nostro malessere? Quale senso è possibile
attribuirvi? Cosa posso fare io/tu/noi per capirlo e farvi fronte? Se
non prende in considerazione queste domande, allora veramente chi usa
i farmaci fa violenza.
Ho però la sensazione che dalla chimica ci si attenda sempre
di più, sia che si tratti di depressione, tossicodipendenza, o
altro. Mi sembra, cioè, di assistere ad una tendenza diffusa a
medicalizzare ogni malessere e a riportare tutto alla clinica, o ad una
lettura “genetica” della diversità e della devianza.
Non sarà un altro modo per frammentare la questione, rafforzare
i confini della normalità e sgravarsi di responsabilità?
Hai perfettamente ragione: domina ormai a livello planetario un paradigma
biologistico, che tende a nullificare l'esperienza psicologica, mentale,
sociale e affettiva delle persone, a favore di sciocche e banalissime
e primitive "spiegazioni" biologiche. Questo è un punto
centrale con cui saremo sempre più chiamati a fare i conti. Bisogna
attrezzarsi assai bene, evitando ogni critica stupidamente disinformata
e superficiale, emotiva e ideologica: la critica va condotta con strumenti
adeguati, scientifici e sofisticati (vedi il mio libro sulle dipendenze
e l'ultimo sull'omosessualità), che implicano l'analisi epistemologica
dei modelli e dei procedimenti conoscitivi che vengono impiegati. Indubbiamente,
la nonviolenza è uno strumento formidabile per ogni vera operazione
critica.
Spesso ho l’impressione che si faccia strada una sorta di psicologismo
diffuso - di cui poi le persone si appropriano in un modo che a mio avviso
può diventare dannoso -, una sorta di teoria generale sulla “giustezza
del vivere”, che stabilisce gli "standard minimi" di sviluppo
psicologico e competenza sociale richiesti ad ognuno. Per esempio: l’amore
maturo deve essere…, il rapporto genitori-figli… Così,
tutto ciò che è residuale perché non rientra nei
canoni, è patologico e va curato.
Eppure, ci sono relazioni davvero disfunzionali. Dov’è il
limite? Penso: è la sofferenza; ma è proprio vero? Perché
si è anche capacissimi di adattarsi al disagio, e allora come facciamo?
Quanto resta di ideologico nel decidere che cosa è "sano"?
Mi poni delle domande bellissime perché radicali! Concordo pienamente
con il prevalere di uno psicologismo diffuso e nefasto, idiota e prevaricatore,
che contribuisce a creare una nuova versione del senso comune altrettanto
deleteria di quella antica. Moltissimi esperti sono poi assai poco esperti,
trincerati dietro un presunto sapere e certezze ben discutibili!
Soprattutto nell'intervento verso i giovani (su questo vorrei scrivere!)
trionfano il pressappochismo e l'ideologia corriva, del perdonismo e dell'immaturità,
del giustificazionismo e della delega, delle spiegazioni passpartout,
con effetti micidiali.... Si oscilla tra “tutto è permesso”
e “niente va bene”, tra paure di assumersi responsabilità
e scaricamento di colpe, oneri e conseguenze sempre su qualcun altro...
Il limite, in realtà, non è mai dato una volta per tutte:
sempre va decifrato, interrogato analizzato e indagato da tutti, con la
responsabilità e l'abilità di tutti e di ognuno di noi in
particolare: proprio per questo la nonviolenza, arte e scienza dei limiti,
è essenziale, perché ci può aiutare a colloquiare,
ricercare, costruire confini possibili perché utili, rispondenti
alle necessità delle persone.
Il ricorso così frequente alla terapia individuale non sarà
anche un modo per riportare nel privato, e nell’istituzione che cura,
problemi che riguardano non soltanto il singolo? Forse c’è
una parte di lavoro che dovrebbe essere fatta a livello sociale, perché
magari il disagio mentale di qualcuno è sintomo di una violenza
o di un conflitto che riguarda lui e molti altri, a livello strutturale
o relazionale.
Certamente, il disagio del singolo è sempre il frutto - e la spia
- di un più generale malessere. Attenzione però a rimandare
sempre al generale, al contesto, alla società: io devo riuscire
a far star meglio quella persona lì, in carne e ossa, nella sua
unicità e storicità, ben sapendo che ci sono altri e più
temibili livelli e piani e contesti implicati. Agiamo qui e ora, abbiamo
rapporti con l'uno e non con l'altro, e questo fa parte dei limiti ma
anche delle possibilità del nostro agire. La nonviolenza ci aiuta
a curare chi abbiamo di fronte e a non dimenticare mai lo sfondo su cui
lui e noi ci incontriamo.
La decisione di "farsi curare" può ridurre la spinta
al cambiamento…? Al limite: andiamo dallo psicologo ad uno ad uno
per imparare ad adattarci meglio, invece di discutere con altri e provare
a modificare certi meccanismi? Oppure: andiamo dallo psicologo anche per
trovare il coraggio di parlare con altri e provare a introdurre elementi
di cambiamento?
Mai la terapia può essere conservazione, rinuncia, delega, deresponsabilizzazione:
quando è vera terapia essa è impegno nuovo e più
radicale verso di sé e verso l'altro.
Il fallimento della psicoanalisi si spiega anche con questo egocentrismo
narcisista cui la persona viene sollecitata e abilitata in una relazione
asfittica con il suo terapeuta.
Con Basaglia, l’anti-psichiatria, la riapertura dei manicomi…
si è fatta strada l’idea che della malattia debba farsi carico
la collettività nel suo insieme, per come ne è capace. Mi
sembra che la tua riflessione sulla "terapia nonviolenta" abbia
molti collegamenti con questo filone…
Certamente, io sono convintissimo che quella strada era ed è giusta.
Ma, ancora una volta, non è indicando una strada che si fa un cammino:
lungo la direzione indicata da Basaglia ci sono stati enormi fraintendimenti
e abusi, violenze e indifferenze. Se perdiamo di vista il Bene del sofferente
mentale, si possono compiere molte violenze pur sbandierando l'ideologia.
Io intendo la rivoluzione di Basaglia in senso radicale: fare l'impossibile
per mantenere i presidi, i confini e le tutele della normalità,
di una normalità che sappia confrontarsi con il dolore del paziente
e dei suoi familiari: e solo la strategia terapeutica nonviolenta consente
di non riprodurre nel contesto di vita normale delle persone quegli stessi
meccanismi di oppressione e di esclusione che operavano nei manicomi.
Di più: la nonviolenza offre straordinari strumenti per pensare,
analizzare, modellizzare la follia e le sue transazioni. E' questa la
sua carica rivoluzionaria.
Qualche tempo fa sono entrata in un centro diurno per psicotici. Non
conoscevo nessuno, e per un po’ sono rimasta nel dubbio, se una certa
persona fosse un malato o un operatore... A parte il lato ironico della
cosa - ma anche grazie ad esso – si rischia di concludere che "la
malattia mentale non esiste". Il che è illusorio.
E' proprio una stupidità e una vera violenza. Il malessere esiste,
così come esistono le forme in cui il malessere si difende e elabora
le proprie costruzioni. La sofferenza non solo esiste, ma si costruisce
le proprie strade, per logica interna e vicende esterne. Bisogna capire
l'una e le altre.
Mi torna in mente un vecchio saggio, "Come si diventa devianti"
di Matza, e ripenso alla forza, e a volte alla violenza dell’etichetta
sulla persona. Questo credo sia vero anche a livelli di disagio "lieve",
che la persona riesce a controllare. E penso a come chi si occupa di terapia,
o chi sta intorno, può smussare o accentuare il peso di quest’etichetta.
Vero: ma il problema è in realtà, e da un punto di vista
nonviolento, più radicale: dare anche le etichette giuste significa
- se uno non è bene avvertito - dare un giudizio di irremovibilità,
di non cambiamento, di staticità, estranea ad ogni senso, processo,
aspettativa, motivazione.
L'etichetta mi può aiutare a individuare un quadro anche preciso
della situazione, un campo di dinamiche, ma non mi dice in realtà
delle cose altrettanto importanti: i significati in gioco, il contesto,
i processi, le storie, le motivazioni, l'autopercezione e le possibilità
autocostruttive di quella persona. Dire che in Sudafrica c'era un regime
di apartheid era una diagnosi corretta ma assolutamente insufficiente
e persino fuorviante, perché non ci dicevano delle cose essenziali
circa la costruzione della autoconsapevolezza della popolazione che quella
oppressione subiva.
VERSO IL XX° CONGRESSO DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Appuntamento a Ferrara dal 12 al 14 aprile: La nonviolenza è il
varco attuale della storia
Dal 12 al 14 aprile a Ferrara si tiene il XX Congresso nazionale del
Movimento nonviolento: "La nonviolenza è il varco attuale
della storia". E' un congresso che proponiamo aperto a tutti gli
amici della nonviolenza. Sollecitiamo perciò il loro contributo
sulla rivista, sul sito e sugli altri mezzi, che si renderanno disponibili,
e la loro partecipazione e promozione per iniziative, incontri, discussioni,
nel tempo che precede il Congresso. Questo permetterà di raccogliere,
nel ristretto momento congressuale, il meglio delle elaborazioni e delle
proposte che sulla nonviolenza si sono prodotte.
Elementi di un'esperienza religiosa di Aldo Capitini si apre con un capitoletto
intitolato Al centro dell'umanità. Ne riportiamo un brano "
Oggi più che mai non è possibile, per la folla di sollecitazioni
e di pressioni anche esteriori, rifiutarsi di prendere un atteggiamento,
di impegnarsi per un'idea. E' perciò più vivo il dovere
di rendersi consapevole del proprio tempo. L'uomo non deve evitare tra
dissipazioni, perifrasi e inerzie, di porsi al centro dell'umanità:
egli deve soffrire dentro di sè il bisogno dell'umanità
che sollecita in ogni istante della vita un'affermazione responsabile.
E capire quello che è il bisogno del tempo e quale deve essere
l'impegno di sè stessi, non è opera di uomo di intuito eccezionale
che dispensi ogni altro dal cercare serissimamente. Non è privilegio
nè speciale condanna di nessuno". Segue un capitoletto intitolato
La scelta dei mezzi. Anche di questo riportiamo un brano " L'uso
della violenza si è molto diffuso oggi anche per sostenere intenzioni
che altre volte si affermavano altrimenti; i vecchi scrupoli si vanno
perdendo. In ciò confluisce l'impazienza di ottenere e la non considerzione
degli altri che sembrano del tutto estranei a noi. L'uso della violenza
è sollecitato dal successo che essa procura a più breve
scadenza che non gli altri mezzi: se uno la pensa diversamente da me,
eliminandolo non avrò più quel fastidio; resta da vedere
a che cosa si riduce la mia vita dopo, e se non sorgeranno prima o poi
cinquanta al posto di quello che ho ucciso. Questi successi hanno il potere,
come sempre, di inebriare le persone grossolane, tutte volte all'esterno
e pronte a vantare il valore della forza finchè non trovano altri
più forti. Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà
stanchezza e disgusto: e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della
decapitazione salirà l'ansia appassionata di sottrarre l'anima
ad ogni collaborazione con quell'errore, e di instaurare subito, a cominciare
dal proprio animo ( che è il primo progresso ), un nuovo modo di
sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci
si deve stare senza amore, senza un'apertura infinita dell'uno verso l'altro,
senza un'unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è
il varco attuale della storia".
Il richiamo a questo passo non è per omaggio al fondatore del
Movimento, ma per la convinzione che quel varco, individuato dal giovane
Capitini, sta davanti a noi e richiede preparazione, determinazione, forza,
organizzazione per essere affrontato. Il libro da cui è tratto
uscì nel 1937, all'apogeo della potenza fascista, che aveva riportato
l'impero "sui colli fatali di Roma". Era quasi il coronamento
di un periodo nel quale l'Italia si era mostrata importante in Europa
(allora ancora il centro del mondo) fattore di equilibrio tra Inghilterra
e Francia da un lato e Germania dall'altro, garante dell'Austria, autorevole
nei Balcani. Ma Capitini aveva colto ed indicato i limiti e l'inadeguatezza
di una politica fondata sull'esaltazione della forza, autoritaria all'interno,
aggressiva all'esterno. L'"impero" sarebbe passato, in un crescendo
tragico e grottesco, dall'avventura coloniale, alla guerra di Spagna,
all'annessione dell'Albania, alla seconda guerra mondiale. Il suo libro
contribuì non poco a maturare nelle coscienze di giovani un distacco
critico ed un rifiuto morale dell'imperativo: credere, obbedire, combattere.
Fece intuire che, a partire dal rifiuto della violenza, un altro mondo
era possibile.
Non è stata questa, con tutta evidenza, la strada percorsa. Neppure
alla fine guerra fredda, ed alle guerre per procura di quel periodo, è
seguita la pace. In modi nuovi, ma non meno preoccupanti ed inquietanti,
si riafferma, il diritto del più forte: might is right, per dirlo
nella lingua dell'impero. E' l'imperativo categorico, veramente globale,
che trova applicazione all'interno dei paesi ricchi e dei paesi poveri
e nei rapporti tra i paesi. La sua applicazione ci garantisce ogni genere
di violenza e la restrizione, in nome della richiesta di sicurezza che
la violenza inevitabilmente provoca, degli spazi di libertà, eguaglianza,
convivenza pacifica, faticosa conquista delle lotte di generazioni che
ci hanno preceduto. Contro la guerra bisogna essere duri come la pietra,
capaci di indicarne il volto inaccettabile dietro la maschera santa, giusta,
umanitaria che, in tempi e società differenti, viene applicata.
Questo ha voluto dire la marcia per la nonviolenza, Mai più eserciti
e guerre da noi promossa con successo nel 2000. Questo è lo spirito
con il quale abbiamo partecipato anche all'ultima Perugia - Assisi. Ma
non basta. Occorre procedere in un cammino di liberazione, di costruzione
di rapporti liberi e liberanti, verso il potere di tutti (che è
plurale del tu, che rivolgiamo all'altro con rispetto ed amore, ci insegnava
Capitini ). Augurale per il Congresso potrebbe essere il tenersi a Ferrara
dove, in un convegno del maggio del '48, Capitini formulò la proposta
di una comunità aperta, "internazionalmente federata, e nelle
singole sue parti decentrata, articolata atta a dissolvere ogni forma
di privilegio e di oppressione". Movimenti della società civile,
organizzazioni sindacali ed anche politiche, in Italia e nel mondo, sembrano,
a tratti, cogliere il valore, se non la necessità, di questa prospettiva
nell'opposizione ad un sistema insostenibile, socialmente ed ecologicamente.
Sentiamo tutto il valore e la difficoltà di questo impegno e di
questa ricerca. Ne siamo pienamente ed umilmente partecipi.
Un contributo, per il quale chiediamo l'aiuto di tutti gli amici della
nonviolenza, che vorremmo fosse dato dal Congresso è quello di
rendere evidente, e perciò a disposizione di tutti, il patrimonio
di tentativi, esperienze, conoscenze accumulato, anche nel nostro paese,
nella strada della nonviolenza. E' un contributo necessario giacchè
sappiamo di non essere, fortunatamente, i soli, nè i più
avanti, in questo cammino. Necessario ci pare pure richiamare il carattere
impegnativo, di ricerca, di approfondimento, che il lavoro ispirato alla
nonviolenza richiede. Azioni nonviolente, manifestazioni nonviolente,
obiezioni diverse, disobbedienze civili e sociali vengono spesso proclamate.
Si parla di più di nonviolenza e questo è un bene, perchè
il varco della storia che, tanti anni fa, il solo Capitini riusciva a
scorgere dietro i suoi spessi occhiali, ora è visto da molti. Non
sempre la traduzione appare conseguente e questo può essere motivo
di discredito della nonviolenza, sia per chi agisce, che per chi assiste,
manifestandosi la nonviolenza come inefficace o insincera. Concludiamo
l'invito con le ultime parole di Capitini nel suo ultimo articolo, pubblicato
nell'ottobre del '68 da Azione Nonviolenta "Non si può essere
cripto-nonviolenti. Ma non si può nemmeno giocare con la nonviolenza,
farci un flirt e via. Questo è ben chiaro".
Per la Segreteria Nazionale
Daniele Lugli
A QUATTRO ANNI DALLA MORTE DI DANILO DOLCI
Prima che sia troppo tardi, salvare il suo archivio, patrimonio dell’umanità.
Di Germano Bonora
Nella prima mattinata del 30 dicembre del 1997 cessava di vivere Danilo
Dolci, a soli 73 anni, nell’ospedale di Partinico, in cui era stato
ricoverato d’urgenza poche ore prima per una grave crisi cardiaca,
causata dai postumi della broncopolmonite, che l’aveva colpito in
Cina, dove era stato ufficialmente invitato il grande poeta-maieuta, la
cui fama era arrivata fino all’Estremo Oriente.
Danilo mi aveva parlato con grande entusiasmo di questo viaggio, ed io
contavo i giorni per sentire dalla sua viva voce le impressioni sui cambiamenti
in atto in quel popoloso continente ricco di storia plurimillenaria, al
quale guardava con forte attenzione e buone speranze. Considerava un importante
indizio di novità l’apertura del governo di quel grande Paese
alla maieutica, uno dei pilastri della democrazia in ogni ambito: dalla
famiglia alla scuola fino ai più complicati rapporti nazionali
e planetari.
Tornò dopo una ventina di giorni. Al telefono lo sentii due o tre
volte con la voce talmente affannata che non ebbi il coraggio di chiedergli
niente: “Ci risentiremo quando ti sarai ristabilito completamente...”.
Pensai che si trattasse di una crisi passeggera causata dal lungo viaggio.
Da molti anni soffriva di diabete mellito, che gli minava il cuore già
molto affaticato dal sovrappeso. Ricoverato prima in una clinica svizzera,
poi all’ospedale di Palermo, era tornato nella casa di Trappeto talmente
debilitato da essere costretto a spostarsi con la sedia a rotelle; ma
questo venni a saperlo da Josè Martinetti, la instancabile segretaria
e collaboratrice di sempre, la mattina del 30 dicembre, quando con la
voce rotta dai singhiozzi mi telefonò la dolorosa notizia: “Danilo
non ce l’ha fatta: l’avevamo ricoverato stanotte all’ospedale
di Partinico per una crisi cardiaca. Dal ritorno dalla Cina non era più
lui: era costretto a spostarsi con la sedia a rotelle...”.
Provai un dolore atroce, come la morte improvvisa di un familiare stretto.
Danilo era per me molto più di un amico. Per diciotto anni ci siamo
sentiti giornalmente, in certe occasioni anche più volte al giorno.
Prima di dare alla stampa i suoi lavori voleva conoscere il mio giudizio,
lui così sapiente eppure tanto umile, come sanno essere soltanto
i puri di cuore.
Le ultime vicende politiche del nostro Paese lo amareggiavano e lo indignavano
fortemente, ma non perdeva mai del tutto la speranza nella capacità
di ripresa e di riscatto dell’uomo, che considerava “creatura
di creature”. Danilo sognava la Terra trasformata in una sola grande
Polis, in cui i continenti diventavano semplici quartieri, sempre più
vicini, animati dalla creatività di ciascuno. L’ottimismo
insopprimibile di quanti operano credendo fermamente nei più alti
ideali. Sognava la pace fra tutti i popoli, costruita con la collaborazione
di ogni uno in un rapporto di autentica comunicazione planetaria.
Per Danilo la cosiddetta comunicazione di massa non esiste, una patente
contraddizione negli stessi termini: un maledetto imbroglio ordito dal
“virus del dominio”. Con l’aiuto di autorevoli amici scienziati
aveva approfondito le formidabili modalità di attacco e di espansione
dei virus, che colpiscono gli organismi sani, distruggendone le difese.
Questa stessa tecnica distruttiva vedeva in atto nei modi sempre più
subdoli e raffinati da parte di gruppi e personaggi dominanti su scala
planetaria con l’impiego dei cosiddetti mass-media fatti passare
per mezzi di comunicazione di massa, mentre in realtà sono sofisticati
strumenti di dominio.
Nel corso dei seminari di studio Danilo non si stancava di sottolineare
la sostanziale differenza tra il trasmettere unidirezionale e potenzialmente
violento e il comunicare, la cui azione denota sempre reciprocità
e interattività, anche quando si fa tanto vivace da sfociare nel
bisticcio, anch’esso positivo, purchè non degeneri nella violenza.
Non amava l’abusato termine di massa, di cui si riempiono la bocca
certi politici e sindacalisti del tutto privi di sensibilità e
cultura democratica. Massa deriva dell’etimo greco maza, che equivale
a pasta, ciò a materia informe e attaccaticcia, facile da manipolare:
massa di manovra per il dominio.
Teneva molto alla proprietà del linguaggio. A maestro preferiva
sempre educatore; ad alunno, studente; al militaresco termine di classe
quello più semplice di gruppo; a pedagogia, che presuppone il conduttore,
la guida, la meno ambigua definizione di scienze dell’educazione,
di cui era diventato con gli anni uno dei maggiori esperti al mondo.
La rivoluzione nonviolenta di Danilo teneva in gran conto anche il lessico,
tutto da reinventare, sulla base del massimo rispetto per l’altro,
da cui nasce la democrazia vera.
Negli ultimi anni era particolarmente indignato per la concentrazione
della editoria e delle emittenti radiotelevisive nelle mani di singoli
o di gruppi dispotici e intolleranti, che limitano sempre più o
condizionano pesantemente la libertà individuale. Uno degli effetti
più perniciosi del virus del dominio per la sopravvivenza stessa
della democrazia.
Per la pubblicazione dei suoi lavori si affidava soltanto a piccoli editori
veramente liberi da condizionamenti: l’Argonauta di Latina, Edizioni
Sonda di Torino, Lacaita di Manduria, Rubbettino di Soveria Mannelli e
altri più o meno noti. Pochi anni prima della morte l’editore
di testi per l’educazione Armando Armando pubblicò “Palpitare
di nessi” e la produzione poetica selezionata dall’autore sotto
il titolo profetico “Creatura di creature” , considerando sia
il testo in prosa sia quello in versi poesia per educare, senza essere
né didascalica né pedagogica.
In occasione del conferimento della laurea honoris causa in scienze dell’educazione
da parte dell’ateneo bolognese, l’editore di testi scientifici
e odontoiatrici Martina volle stampare tutte le poesie scritte dal 1968
al 1996 e scelte dallo stesso Autore sotto il suggestivo titolo “Se
gli occhi fioriscono”.
Non si potrà comprendere a pieno la molteplice produzione letteraria,
che spazia dalla puntuale documentazione dell’attività socio-politico-educativa
alla narrativa e alla poesia, a cui si eleva sempre la scrittura di Danilo,
se non la si considera strettamente connessa con la vita stessa del poeta-educatore.
Lo scrivere e l’operare sono una cosa sola. Mario Luzi in una nota
introduttiva al corpo poetico dell’Amico con insolito coraggio e
sincerità osserva: “Non velleitariamente, ma partendo dal
vivo della sua esperienza ispirata e civile, Danilo è oggi uno
di coloro che ci porta più lontano dall’impasse molto tribolata
in cui si è dibattuta la poesia e la cultura moderna”. Siamo
ben oltre, dunque, la tradizione letteraria italiana ed europea, che tende
ad idealizzare, evadendo dalla realtà effettuale, nella quale il
Dolci si immerge coraggiosamente, impegnando tutte le sue energie per
sottrarre gli oppressi dal mare vorticoso degli abusi e dello sfruttamento
politico- mafioso e anche religioso. “Ecco perchè - annota
ancora il poeta fiorentino - la sua più matura poesia (la più
sua) traduce all’interno del proprio poi e in tutte quante le fondamentali
premesse che hanno ispirato la sua vita morale e pubblica: qualificare
cioè l’uomo, renderlo conscio e disposto a partecipare; con
in più - e non è trascurabile - la manifesta pulsione amorosa
e il fervore creativo che erano subiacenti a questa proposta, a questa
volontà. La poesia che ci saremmo, con un po’ di immaginazione
anticipativa, dovuti aspettare da lui. Il che non esclude che nel corrispondere
puntualmente alla sua idea di scrittura dove protagonista non è
l’io né il tu ma la scrittura stessa come profondo atto amoroso
[...] Danilo dava un vitale esempio di sortita dall’arroccamento
pur sdegnoso e abdicatorio in cui si era consumato il dramma dell’autore
moderno, nel settore dei più variati reagenti ma nell’unico
senso di un tradimento subìto o presunto; e dava perfino l’esempio
di infrazione della frontiera tra il parlare di suo e il parlare per anonima
investitura come necessità interna al linguaggio dato alle ‘creature’
che al pari di ogni altra virtù creata esige a sua volta di divenire
creante per forza generativa di amore. Tale sembra a Danilo essere la
legge fondamentale del mondo, tanto che si è studiato di portarla
nel cuore della società proprio dov’era più refrattaria”.
Occorrevano la sensibilità e l’acume particolare di un poeta
per intuire a fondo l’assoluta novità dell’opera di Danilo
Dolci, il quale - sono ancora parole di Luzi - “sposta il centro
dell’autorità da quello che si è sempre ritenuto, appunto,
‘l’autore’ a una effabilità latente e imperiosa
che risiede nella lingua come tale”. Danilo sogna la Terra trasformata
in una sola Polis con il concorso attivo di ciascuna creatura potenzialmente
destinata a creare. La Terra, dunque, come un organismo vivo, “Creatura
di creature”. Per realizzare questa grandiosa utopia egli ha profuso
senza risparmio tutte le sue energie fino al sacrificio della vita. L’impegno
socio-politico degli anni cinquanta-sessanta È andato gradualmente
evolvendo in lavoro prevalentemente maieutico-educativo, per cui si spostava
continuamente da una città all’altra, in Italia e in altri
Paesi europei, volando oltreoceano per tenere seminari di studio su argomenti
di attualità e cultura. In questi incontri non erano importanti
tanto gli argomenti quanto il collaudato metodo della maieutica, che aveva
appreso da Socrate, depurandolo dall’ironia, giudicata del tutto
inopportuna e paralizzante. Ogni interlocutore doveva offrire il suo contributo
alla discussione e alla ricerca della verità pur mutevole ma sempre
perfettibile. Nel corso dei seminari era quello che interveniva di meno:
preferiva far parlare gli altri, soprattutto i giovani, valorizzando gli
interventi di ciascuno. Una volta creato l’ambiente adatto, nessuno
si sottraeva al dovere di portare il proprio contributo tra lo stupore
degli stessi docenti, che non senza emozione scoprivano lati sconosciuti
e importanti degli studenti, con i quali si ricostruiva gradualmente un
rapporto nuovo e fecondo dopo ogni incontro. Non pochi genitori, emozionatissimi,
ringraziavano Danilo, perchè i figli finalmente si aprivano in
famiglia, dopo anni di silenzi e incomprensioni. Ho visto piangere di
gioia una professoressa dopo aver sentito un ragazzo parlare a lungo senza
balbettare neppure una volta, lui che non riusciva a leggere neppure un
rigo senza incespicare.
Alla sua morte la stampa e le emittenti radiotelevisive di tutto il mondo
ricordarono le lotte nonviolente, i primi digiuni fatti in Italia e gli
scioperi alla rovescia, ma tutto il lavoro educativo pur documentato nelle
pubblicazioni apparse dagli anni ottanta alla morte passò sotto
silenzio, un silenzio che deve far riflettere tutti quanti hanno avuto
la fortuna di collaborare con Danilo o di incontrarlo anche una sola volta.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Di Alberto L’Abate, Enrico Euli, Antonella Sapio
PRESENTAZIONE
Per quanto i recenti avvenimenti abbiano sollecitato e risvegliato in
molti una coscienza critica e una esigenza di rinnovato impegno sociale,
è pur tuttavia evidente che tale impegno non può che passare
attraverso una maturata chiarezza del proprio dissenso critico per poter
poi davvero modificare positivamente la realtà. In tal senso, le
richieste di una formazione qualificata ai temi della nonviolenza e della
pace ci hanno indotti ad elaborare un programma formativo che fosse sufficientemente
duttile ed esaustivo in modo da poter consentire un accesso allargato
a tutti e una libera articolazione da parte delle realtà specifiche
regionali.
Di certo mai come in questo momento emerge un bisogno diffuso di formazione
alla nonviolenza attiva e mai come ora, dentro questo stato di guerra
infinita, cresce e si manifesta l’urgenza di una riflessione comune
e coordinata per tutti noi formatori.
La nascita e lo sviluppo di movimenti locali e globali che manifestano
la loro protesta contro la monocultura del mercato e propongono alternative
di vita improntate all’ecologia e alla giustizia sociale, attraverso
l’elaborazione di strategie orientate alla pace e alla nonviolenza
attiva, ci invitano quotidianamente ad un impegno rinnovato.
Rispetto al passato l’interesse alla nonviolenza appare più
diffuso ed attraversa persone, generazioni, aree di riferimento diverse
da quelle coinvolte dai movimenti nonviolenti della tradizione (basti
pensare ai lillipuziani, alle donne, ai disobbedienti ecc.)
Le richieste formative che giungono da varie parti d’Italia derivano,
a nostro avviso, sia dalla esigenza di un rinforzo positivo al dissenso,
di fatto sempre più sottoposto dall’informazione a repressione
e a occultamento, sia dalla reale assenza, su scala nazionale, di una
corrispettiva modalità organizzata di risposta.
La nostra proposta tenta, dunque, di soddisfare tale esigenza ponendo,
nel contempo, attenzione alla necessità di una formazione che consenta
a tutti la possibilità di riconoscersi nella proposta per poi poterla
contestualizzare nella propria realtà.
La lista di relatori e formatori che proponiamo può ovviamente
essere arricchita da quanti ancora riterranno di poter fornire il proprio
contributo all’interno del percorso di seguito tracciato.
Suggeriamo, comunque, che il progetto possa essere realizzato localmente,
a partire dalle scelte e dalle risorse di ogni luogo (per evitare un eccesso
di frammentazione e per utilizzare al massimo le competenze disponibili
ipotizziamo una dimensione su scala regionale).
Confidando in una attivazione sollecita delle associazioni e delle reti
locali, ci rendiamo disponibili, nei limiti del possibile, a facilitare
tutti i processi che siano necessari alla costruzione di questo progetto.
1. CICLO DI INCONTRI PER LA FORM/AZIONE DEI MOVIMENTI ORIENTATI ALLA NONVIOLENZA
ATTIVA
Ciclo di conferenze-dibattito sui presupposti teorici, sulle esperienze
e sulle proposte dell’azione nonviolenta: (incontri di tre ore ciascuno
variamente articolati: es. un’ora di relazione introduttiva, un’ora
di discussione in piccoli gruppi su temi individuati dal relatore, un’ora
in plenaria conclusiva con relazione dei gruppi e discussione)
Storia e quadro teorico-concettuale della proposta nonviolenta (L’Abate
A., Peyretti E., Pontara G., Pugliese P.)
Il progetto costruttivo e l’azione diretta nonviolenta come basi
operative della proposta nonviolenta (Capitini L., Drago A., Euli E.,
L’Abate A., Manara F., Salio N., Scotto G., Tecchio R., Valpiana
M. Zangheri A.)
Globalizzazione, conflitti e diritti umani ( Allegretti U., Cataldi G.,
Frulli M., Gallo D., Gallo G., Lugli D., Martirani G., Masina E., Zolo
D.,)
Per un modello di sviluppo che rispetti l’uomo, la donna e la natura.
(Bologna G., Castagnola A., Gesualdi F., Lanfranco M., Malagoli C., Providenti
G., Saroldi A., Sachs W.)
I conflitti e la loro trasformazione nonviolenta (Cantisani G. , Capitini
L., Forlani M., Euli E., Marasso A., Nerozzi P., Sapio A., Sclavi M.,
Scotto G., Tecchio R.)
L’azione nonviolenta nei conflitti interni a bassa e media intensità
(Baino M., Bertoluzzo M., Cereghini M., Salio G., Sclavi M., Sini P.)
La proposta e le esperienze della Difesa Popolare Nonviolenta ( Drago
A., Lugli D., Marasso A., Salio G., Valpiana M., Zangheri A.)
Strategie ed esperienze di prevenzione della violenza nei conflitti internazionali
(Bergamaschi P., Rossi A., Scotto G.)
Gli interventi nonviolenti in situazioni di conflitto armato: interposizione,
diplomazia popolare, ambasciate di pace, peace-keeping, Caschi Bianchi
(Bergamaschi P., Berruti D., Cereghini M., Clark L., Grandi G., L’Abate
A., Mazzi A., Nejrotti S., Rossi A., Scotto G., Vertucci R.)
Il peacebuilding: la riconciliazione e la ricostruzione dopo la guerra
(L’Abate A., Grandi G., Scotto G.)
2. Trainings
Il lavoro di training proposto può essere utile a mettere in luce
le modalità di interazione che compongono lo “stile relazionale”
di ciascuno.
Il comportamento nonviolento possiede, infatti, una sua specificità
che lo differenzia da altri. Il lavoro di training sarà dunque
orientato a chiarire il modo attraverso cui ogni persona si pone rispetto
alla “pace” e può far comprendere meglio a ciascuno quali
comportamenti attivano o ostacolano relazioni di pace.
I trainings saranno organizzati da ogni gruppo in funzione delle proprie
esigenze (fine-settimana, giornate ecc.) tenendo presente che è
prevedibile un lavoro di almeno 8-12 ore
1. Come elaborare e superare i pregiudizi etnici e razziali (Brunetti
G.,Bucci M., D’Andretta P., Lugli D.,Mirenzi A., Noviello E., Porta
L., Sclavi M.)
2. Come trasformare i conflitti in occasioni di dialogo e di confronto
(Cantisani G., Capitini L., Euli E., Euli T. , Forlani M., Marasso A.,
Sapio A., Scotto G., Soriga A., Tecchio R.)
3. Come lavorare col Metodo del Consenso (Cantisani G., Cavallaro C.,
Euli E., L’Abate A., Pinto G., Soriga A.,Tecchio R.)
4. Lo spazio, le relazioni, il movimento...e infine la bellezza: (Noviello
E., Sapio A., Senor P.)
5. Trainings di valutazione e progettazione intermedia (trainers da definire
sulla base di quelli che hanno lavorato in quelli precedenti, con l’aiuto
di alcuni tutor )
II parte
6. Come lavorare con se stessi e superare la propria paura (Bucci M.,
Mazzini R., Sapio A., Tullio F., )
7. Come trasformare la reazione aggressiva alla provocazione violenta
in emozione positiva e in relazione empatica: la comunicazione e la relazione
nonviolenta (Chiari G., Rigliano P., Sapio A., Senor P)
8. Le motivazioni all’impegno nonviolento: ( L’Abate A., Manara
F., Marasso A.)
9. Come formarsi all’azione diretta nonviolenta ( Barchi F., Capitini
L., Euli E., Marco Forlani, L’Abate A., Malagoli C., Pinto G., Pizzolato
U.)
N.B. Per i training della parte II, prevedendo una maggiore profondità
e personalizzazione del lavoro, consigliamo un gruppo non superiore alle
15 persone. Per gli altri si può arrivare sino a 30, possibilmente
però con la presenza di 2 trainers (di cui uno non locale). E’
ovvio che i temi e gli esperti possono subire variazioni ed aggiunte a
partire dalle esigenze espresse in loco.
2. CORSO PER LA FORMAZIONE DEI FORMATORI PER L’INTERVENTO NONVIOLENTO
IN SITUAZIONE DI CONFLITTO
(corso residenziale della durata di 10 giorni - estate 2002)
Il corso formativo di seguito esposto si propone come esperienza intensiva,
a carattere residenziale, sui temi della pratica nonviolenta in relazione
all’esigenza sia di approfondire i nostri percorsi formativi che
di riflettere sulla costruzione di modalità più incisive
di presenza dell’intervento nonviolento.
La formazione all’”azione”, così come ameremo chiamarla,
rappresenta a nostro avviso un passaggio di cruciale importanza nel supportare
il significativo viraggio dal lavoro di informazione/formazione concettuale
alla attivazione di una pratica operativa che si proponga come sufficientemente
trasformativa.
In tal senso, la costruzione di percorsi formativi che sappiano realmente
indurre a tali evoluzioni diventa di delicata elaborazione, essendo infatti
attualmente forse insoddisfacenti gli strumenti metodologici in uso.
La presente proposta mira ad un momento di esperienza formativa che sia
anche di riflessione sulla nostra abituale modalità di intenderla.
Il corso è preferibile possa essere indirizzato a persone già
in possesso di una preparazione di base e prevede un numero chiuso di
30 persone.
L’articolazione residenziale consente una duttilità del programma,
sufficientemente diversificato ed integrato con momenti di lavoro concettuale,
esperienziale e di gioco, variamente distribuiti nell’arco della
giornata.
In linea sintetica, gli argomenti che verranno approfonditi saranno:
dinamiche del lavoro di gruppo
conoscenza della gestione dei conflitti
comunicazione e relazione empatiche
la pratica del consenso e del dissenso
il metodo del consenso e la “maieutica”
l’educare all’empowerment
l’autoeducazione permanente
la consapevolezza della complessità e delle interconnessioni
l’analisi funzionale del contesto e le forme di interdipendenza tra
le parti
il “passaggio all’azione”: il divenire trasformativo
i modelli e la pratiche formative alla nonviolenza
verifica sulla qualità del proprio assetto formativo
Il lavoro ha tra i propri obiettivi anche quello di riflettere sui Corpi
civili di pace e sulle operazioni di peacekeeping.
E’ ipotizzabile la presenza di ospiti stranieri (da verificare)
Gli ultimi due giorni del corso saranno in particolar modo dedicati ad
un lavoro di tutoraggio a formazione “in itinere”, al fine di
valutare la portata del lavoro svolto e di supportare, in setting formativo,
esperienze dirette.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
MOMO. Alla conquista del tempo
REGIA E SCENEGGIATURA: Enzo D’Alò
MUSICHE: Gianna Nannini
ORIGINE: Italia, 2001
DURATA: 82’
FILM D’ANIMAZIONE
Mi è stato chiesto di scrivere una recensione sul film Momo per
Azione Nonviolenta ed allora ne approfitto, vista l’opportunità
che mi danno il testo letterario e quello filmico, per provare a fare
un’analisi dal punto di vista della “nonviolenza”. Momo,
questo credo lo sappiate tutte/i, è una bambina, ed il suo essere
femminile fornisce un ingrediente fondamentale alla nonviolenza, il contenuto
di “GENERE”. Il libro di Hende, a dir la verità, lo rende
esplicito sin dal secondo capitolo dal titolo: “Una qualità
non comune e una lite molto comune” dicendoci: «Quello che
la piccola Momo sapeva fare come nessun altro era ascoltare» e questo
si traduceva nel fatto che i suoi interlocutori, tramite lei, finivano
per ascoltare se stessi e traevano da questo “sfogo/ascolto”
la soluzione: i pavidi ritrovavano coraggio, gli indecisi capivano quello
che volevano, gli infelici diventavano allegri e fiduciosi e i litigiosi
scoprivano le ragioni dell’altro e si riappacificavano. L’ascolto
richiede amore e tempo e Momo rappresenta entrambe le cose e diventa il
soggetto che raccoglie in sé tutto il contenuto della storia.
Momo faticosamente riesce ad ascoltare anche un Signore Grigio, uno di
quelli che rubano il tempo agli uomini. Hende fornisce a Momo questa spiegazione
attraverso le parole di Mastro Hora, il vecchio che dispensa il tempo
al mondo: «Hanno paura di te, perché gli hai fatto una violenza,
una cosa che per loro è la peggiore che esista», «Ma
chi gli ha fatto niente?», ribattè Momo. «Oh si invece.
Tu hai portato uno di loro a tradirsi. E lo hai raccontato ai tuoi amici.
E volevate dire a tutta la gente la verità sui Signori Grigi».
Momo è un’anima bella e, come noi, dovrebbe sapere che la
prima vittima della guerra è la verità ed per questo che
i Signori Grigi le danno la caccia.
Ma veniamo alla pellicola: D’Alò come già fece con
Rodari e Sepulveda ha saputo adattare il testo al linguaggio cinematografico.
Ha scritto una nuova sceneggiatura ed introdotto nuovi personaggi, quali
il gallo e la civetta, per semplificare il difficile argomento sul significato
del tempo. Ha attualizzato l’organizzazione della “banda dei
Signori Grigi” usando stereotipi “berlusconiani”, trasportando
ad esempio le loro riunioni dalla discarica di cui parla il libro, a sale
con megaschermi e inni sullo stile della nuova “spazzatura televisiva”,
tossica e non riciclabile.
Ha introdotto nuove battute e tra queste ne ho colta una di carattere
militare che i Signori Grigi si scambiano: uno di loro definisce Momo
come “UNA BOMBA A OROLOGERIA”. Trovo geniale questa semplificazione
di D’Alò che coniuga l’aspetto del tempo e quello della
violenza in una sola immagine. La pericolosità con cui viene vissuta
Momo mi facilita in un ragionamento che mi sta a cuore, quello di evidenziare
che nonviolenza non significa rinuncia alla lotta, ma la faticosa e difficile
coniugazione tra il professarla e l’agirla. Momo, come le “donne
in nero” che, mentre scrivo questa recensione, interpongono i loro
corpi ai posti di blocco in Palestina, non si tira indietro, si arma di
coraggio, di intelligenza e cuore per salvare l’umanità e
quindi se stessa. Momo non è un film facile per i bambini/e , ma
vi consiglio di andare con loro a vederlo: oltre ad essere un divertimento
è una piccola azione di “resistenza” nei confronti delle
troppe cose banali che ci rubano il tempo annoiandoci.
Paolo Rizzi
Assopace
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Concerti e canzoni per la pace, in America e in Italia
Anche in campo musicale l’11 settembre ha prodotto sconvolgimenti!
Le orchestre sinfoniche americane hanno ricevuto il colpo di grazia accentuando
una crisi già in atto. Gli sponsor hanno ridotto le loro sovvenzioni
portando ad annullare concerti, licenziare musicisti e ridimensionare
gli stipendi. C’è chi prevede un futuro di opere solo in cd
e via Internet. E intanto, il “Pavarotti & friends” di quest’anno
è stato dedicato ai bambini afgani…
John Lennon è stato chiamato in causa in più di una occasione
e anche a sproposito. Pochi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle,
nel maggiore network radiofonico statunitense è circolata una lista
di 150 canzoni da non trasmettere perché inopportune. Tra queste
“Imagine”, il grande manifesto pacifista nonviolento. L’8
ottobre, un concerto programmato a New York in memoria di John si è
riempito di contenuti pacifisti, sottolineando il suo impegno contro le
guerre. “Imagine” poi è stata ripresa e reinterpretata
da altri in situazioni dove il pacifismo è uscito di scena per
dare spazio al nazionalismo statunitense.
Paul Mc Cartney, fermo su un aereo nell’aeroporto Kennedy di New
York quando sono avvenuti gli attentati dei terroristi kamikaze, ha poi
scritto “Freedom” una canzone molto bella in omaggio all’eroismo
dei soccorritori e si è fatto promotore di una serie di concerti
che, attorno al 20 ottobre e in diverse città, hanno raccolto fondi
per le vittime degli attentati. In questo modo il nuovo patriottismo ha
fatto breccia nella comunità musicale e tutti i concerti e relativi
cd successivamente usciti hanno più o meno implicitamente sostenuto
l’intervento armato in Afghanistan. “Imagine” è
finita in una raccolta a favore della Croce Rossa Americana e nel “Tribute
to heroes” è stata interpretata anche molto bene da Neil Young.
Parlando della pace in questo contesto, Paul Mc Cartney ha detto putroppo
che bisogna essere pronti a mutare opinione se cambiano le cose dimenticando
forse la resistenza nonviolenta così ben mostrata ai tempi in “Yellow
submarine” lo stupendo e indimenticabile lungometraggio a cartoni
dei Beatles.
Patti Smith resta, fra i grandi nomi, un raro esempio di opposizione alla
guerra a partire dalla sua partecipazione il 3 novembre a Manhattan allo
spettacolo su “La democrazia ora in esilio”.
Cat Stevens, molto noto negli anni settanta e poi gradualmente uscito
di scena in concomitanza con la conversione alla fede musulmana che lo
ha fatto diventare Yusuf Islam, anche lui nella lista nera delle canzoni
con “Peace train” e “Morning has broken”, ha deciso
di intervenire pubblicamente per evidenziare gli aspetti più importanti
e non sempre conosciuti dell’Islam: “La parola Islam deriva
da Shalom, ovvero Pace. Un concetto lontano anni luce dalla violenza e
dalla distruzione di cui siamo stati tutti testimoni nelle ultime settimane.(…)
un gruppo di violenti ha aggredito civili innocenti e ha dirottato una
religione. Ora un grande esercito è uscito a caccia del loro sangue.(…)
La scelta del bersaglio di civili ignari, intenti alle loro occupazioni
giornaliere, è stata motivata da null’altro che cieco odio
irreligioso. (…) A Chicago, tre giorni dopo l’attacco, un gruppo
di cristiani e fedeli di altre religioni hanno formato una catena umana
intorno a una moschea dove i musulmani pregavano. Questa catena, sotto
forma di aiuti umanitari, dovrebbe estendersi al popolo innocente dell’Afghanistan
e a tutti gli esseri umani che soffrono la fame.(…) Una società
multiconfessionale è possibile. ‘Noi e loro’ dovremmo
evitare il dialogo della guerra, che venga da Al Quaida, dal Pentagono
o da un’altra parte: nulla può impedirci di ‘sognare
un mondo unito’. E speriamo che queste parole della mia canzone PeaceTrain
un giorno si possano realizzare…”
In Italia? Qualcuno ha detto che siamo fermi a “Il mio nome è
mai più”. Anche se cantanti e musicisti spesso impegnati hanno
taciuto o tardano a muoversi, due dei protagonisti di quella interessante
e riuscitissima operazione stanno facendo qualcosa.
Emergency ha prodotto, sempre per autofinanziamento, il singolo “Le
sorti di un pianeta” dei Pitura Freska e il cd “Olmo e Friends”
della Gialappa’s; Jovanotti è uscito con un cd (“Il quinto
mondo”) e in particolare un singolo (“Salvami”) che molti
hanno salutato come un grido alla pace. L’autore stesso, nelle interviste
di presentazione ribadisce che sulla guerra esiste un consenso acritico
e che occorre schierarsi decisamente contro.
Alla manifestazione di Roma del 10 novembre 2001 (quella contro la guerra
beninteso!) hanno suonato Gang, Agricantus e Banda Bardò; hanno
partecipato a iniziative contro la guerra Timoria, Nomadi, Csi, Avion
Travel, Teresa De Sio, 99 Posse, Afterhours; personaggi inattesi si sono
espressi, ad esempio Raf che nei concerti condanna i bombardamenti in
Afghanistan e ha rispolverato la canzone “Sogni”, scritta ai
tempi della guerra del Golfo, dove immagina che un pilota addestrato alla
guerra torni indietro senza sganciare le bombe.
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Banca Etica compie 3 anni e presenta il bilancio
L'8 marzo del 1999 nasceva a Padova la Banca Popolare Etica (BPE). Al
termine di un'assemblea infuocata, veniva dato il via ad un progetto che
avrebbe dovuto sfidare il circuito bancario tradizionale sul proprio terreno,
per dimostrare che anche in quegli ambienti è possibile conservare
un'etica e non scendere a vergognosi compromessi.
Dopo tre anni, BPE ha superato ogni più rosea aspettativa dal punto
di vista "industriale": 40 dipendenti, 10 sportelli, circa 120
milioni di euro di risparmi raccolti, 95 di questi erogati in prestiti
ad associazioni no profit e cooperative, disponibilità di aprire
conti correnti virtuali (cioè gestibili tramite internet) già
da un anno, piccolo utile al termine del 2001. La crescita è stata
talmente impetuosa da non riuscire a stare al passo con la raccolta del
capitale sociale, il quale è direttamente legato all'operatività
della banca: una legge dello Stato impone infatti alle banche di poter
raccogliere denaro fino ad un massimo di 12 volte il capitale sociale
e di poterne prestare fino ad un massimo di 8 volte il capitale stesso,
e questi limiti giuridici stanno per essere rapidamente raggiunti.
BPE ha anche ottenuto un effetto contaminazione, auspicato dai soci fondatori,
all'interno dello stesso circuito bancario: in questi tre anni tutte le
maggiori banche italiane hanno dovuto aprire linee di investimento "etiche"
per i clienti più critici, in alcuni casi creando semplici strumenti
di beneficenza o vere e proprie bufale finanziarie, in qualche altro caso
più virtuoso raccogliendo la sfida morale lanciata da BPE.
Ma evidentemente le banche classiche non sono state solo a guardare o
scimmiottare i comportamenti dei nuovi arrivati: qualche loro rappresentante
deve aver anche pensato di fare un salto dal Governatore della Banca d'Italia,
il quale ha cominciato a porre dei limiti allo sviluppo di BPE tramite
semplici richiami verbali. Sono state così ostacolate le aperture
di cinque nuovi sportelli, l'assunzione di altri dipendenti e, ultimamente,
è stata negata l'autorizzazione ad operare tramite una Società
di Gestione del Risparmio (in gergo SGR).
La crescita impetuosa ha creato un po' di scompiglio tra i soci organizzati
in Circoscrizioni, che si sono sentiti estromessi dalle scelte strategiche
della direzione padovana. Per recuperare la situazione, BPE ha lanciato
in questi mesi un impegnativo percorso di formazione per i membri delle
Circoscrizioni stesse, accogliendo inoltre alcuni loro rappresentanti
all'interno del consiglio di amministrazione, allo scopo di migliorare
i rapporti con chi rappresenta effettivamente gli occhi, le orecchie e
spesso anche il volto della banca nelle località in cui non sono
ancora stati aperti sportelli operativi.
Quali sono le scelte opinabili assunte dal consiglio di amministrazione?
Innanzitutto quella di sbarcare nel settore del risparmio gestito tramite,
appunto, la creazione di una SGR in partnership con la Popolare di Milano
(socia di BPE), nonostante un consiglio di riflessione lanciato dal Comitato
Etico. La scelta, peraltro quasi obbligata se si decide di sfidare le
banche in casa loro, è stata fortemente sollecitata dalle banche
popolari socie di BPE per gestire eticamente i fondi già a loro
disposizione, in alternativa all'apertura di nuove linee di fondi "etici"
da affiancare a quelli esistenti. Lo stop da parte di Bankitalia sarebbe
solamente un ostacolo temporaneo al progetto.
Ma la salvaguardia di eticità con questo strumento è messa
fortemente in pericolo e, secondo alcuni, assolutamente impossibile, all'interno
di quell'infernale mondo che è la finanza attuale. Il rischio di
speculazioni, oppure l'acquisto di azioni di aziende non eticamente orientate
è talmente palese da scoraggiare molti soci, soprattutto per le
dimensioni che tale scelta farebbe raggiungere a BPE: si parla di una
raccolta del risparmio, a regime, di circa 5 miliardi di euro.
Un'altra scelta che fa discutere è la costituzione di una Fondazione
alla quale delegare tutte le attività di impegno sociale diverse
dall'attività bancaria, eliminando così uno degli aspetti
positivi che caratterizzano BPE, e cioè la convivenza dell'attività
creditizia e del rilievo sociale nello stesso ente che ha la pretesa di
definirsi etico. Valore che molti soci non sono disposti a perdere nonostante
gli indubbi vantaggi fiscali che ne deriverebbero.
Di fronte a questo bivio, e a pochi giorni dalla presentazione del prossimo
business plan triennale, è stata organizzata il 24 novembre scorso
a Bologna la prima giornata nazionale della finanza etica, per ribadire
quali ideali e quali obiettivi BPE e la finanza etica debbano perseguire
in futuro. Il dibattito proseguirà nei prossimi mesi, e sono necessarie
le risorse e l'impegno di tutti gli operatori etici per evitare una pericolosa
deriva di quello che rappresenta un fondamentale polmone finanziario per
il terzo settore.
ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Iniziamo da questo mese un appuntamento regolare sulle pagine del mensile
Azione Nonviolenta e attraverso una mailing list di persone e gruppi interessati.
Con questa rubrica si vuole contribuire a una cultura di pace che sia
non solo testimonianza, ma anche progetto politico concreto. Per fare
questo occorre la lucidità di saper “leggere” i conflitti
del mondo e comprendere il ruolo che noi - società civile, Italia,
Europa - possiamo svolgere per far avanzare la realtà delle alternative
alla guerra. Per contatti:
Le alternative alla guerra stanno dalla parte della pace
Con l’11 settembre si è chiusa l’epoca del “dopo-guerra
fredda”. Nell’arco di due mesi abbiamo assistito all’atto
di nascita di un nuovo, feroce terrorismo globale, e all’inizio di
una guerra senza strategie, né obiettivi, né nemico. Il
primo effetto politico della guerra è stato di indebolire quel
poco di struttura internazionale rimasta in piedi dopo dieci anni di delegittimazione
delle Nazioni Unite: la “coalizione globale contro il terrorismo”
è in realtà una sommatoria di rapporti bilaterali tra gli
Stati Uniti e i diversi paesi che della coalizione fanno parte. Perfino
la NATO, dopo i pomposi proclami delle prime settimane, non svolge alcun
ruolo nella guerra di oggi.
Un argomento ricorrente nelle argomentazioni a sostegno di questa guerra
(e di tutte le altre) è che non ci sono altre strade per sradicare
il terrorismo - ha risposto così ad es. Rutelli ai centomila in
marcia per la pace il 10 novembre a Roma. È indispensabile quindi
presentare concrete alternative alla guerra in atto.
Proviamo ad elencare gli elementi portanti di una strategia non militare
contro il terrorismo. Si tratta di proposte già sollevate da molte
parti, ma vale la pena riassumerle di nuovo:
1. Anzitutto, è sempre opportuno non fare ciò che il proprio
avversario vuole che si faccia. Ci sono buone ragioni per credere che
una guerra diffusa (oggi contro l’Afghanistan, domani forse contro
l’Iraq o la Somalia) sia proprio quello che i terroristi volevano.
E più è violenta la reazione militare, meglio è per
loro. Anche solo per questo una risposta non bellica al terrorismo sarebbe
stata superiore.
2. Bisogna capire la nostra parte di responsabilità in questa situazione,
riconoscere l’origine della rabbia diffusa oltre le nostre frontiere,
e rispondere alle richieste di giustizia sulle quali il terrorismo globale
intende legittimarsi. Inoltre, in futuro sarà opportuno astenersi
dal sostegno a figure dubbie (ieri Saddam Hussein, oggi Bin Laden e i
Talebani) che finiscono regolarmente per rivoltarsi contro chi un tempo
li appoggiava.
3. Occorre scegliere la strada del diritto: far partire al più
presto il Tribunale penale internazionale - osteggiato ancor oggi dagli
USA - creare veri strumenti di polizia internazionale, rafforzare gli
strumenti giuridici a disposizione contro il terrorismo (incluso il controllo
di capitali illeciti); estendere sempre più la cerchia dei paesi
che rifiutano il terrorismo.
4. Occorre scegliere la strada della cooperazione internazionale: anziché
costruire alleanze di guerra basate su accordi ad hoc tra la superpotenza
e i singoli stati che le sono utili di volta in volta, è indispensabile
rafforzare le istituzioni permanenti che esistono, a partire dall’ONU,
e crearne di nuove laddove necessario.
5. La prevenzione della violenza - diretta, strutturale e culturale -
e una coerente politica di pace nei conflitti internazionali devono diventare
una pietra angolare nella politica estera degli stati.
6. In particolare: bisogna agire in maniera concreta e incisiva per un
nuovo processo di pace tra Israele e Palestina.
7. È assolutamente urgente diminuire la v