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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre.
La nonviolenza è il varco attuale della storia. (Aldo Capitini)
Vado subito al nocciolo della questione. Quali alternative alla guerra
propone oggi la nonviolenza?
Non voglio eludere nessuna obiezione seria che viene fatta alla nonviolenza.
Si dice che essa è assolutamente inefficace se usata verso i terroristi.
Certo, oggi le proposte della nonviolenza sono solo teoriche, perché
per anni, per decenni, non hanno ottenuto nessun credito. Tutte le energie,
tutti i finanziamenti, tutta la politica è stata indirizzata a
preparare esclusivamente la macchina bellica, che infatti oggi è
pronta e aggressiva, con portaerei, bombe, truppe, elicotteri, carri armati;
tutto ben organizzato, costruito e finanziato in anni e anni. E dopo aver
speso migliaia di miliardi nell’apparato tecnico-scientifico-militare
e non aver mai investito nemmeno una lira nella preparazione nonviolenta,
si viene a chiedere a noi nonviolenti una possibile soluzione della tragedia
in corso? La convulsione storica che stiamo vivendo non è scoppiata
improvvisamente, come un terremoto, ma è cresciuta per decenni,
nei quali nulla si è fatto per evitarne l’esplosione, né
per preparare una valida alternativa. E’ come trovarsi davanti ad
un incendio devastatore senza aver mai fatto prevenzione e senza avere
in mano neppure un bicchiere d’acqua per spegnerlo. Che si potrebbe
fare? Nulla, solo scappare.
Oggi, per rispondere al terrorismo internazionale, di pronto c’è
solo lo strumento militare; ma si deve avere la consapevolezza che quello
strumento porterà alle estreme conseguenze; se i terroristi alzeranno
il livello della sfida, la risposta dovrà adeguarsi, e dalle armi
chimiche, si passerà alle armi nucleari, con le conseguenze che
si possono immaginare: la tragedia delle torri gemelle rischia di essere
moltiplicata per mille.
Tutti noi nonviolenti sentiamo l’urgenza di fare qualcosa e l’insufficienza
del solo mettere a verbale il nostro no. La nonviolenza si pone anche
il problema di un’alternativa efficace e di un programma costruttivo:
per questo lavoriamo incessantemente per far avanzare la progettualità
nonviolenta.
Quali sono le nostre proposte? Finanziare istituti di ricerca per la risoluzione
nonviolenta dei conflitti internazionali; istituire, reclutare ed addestrare
Corpi Civili di Pace per la prevenzione dei conflitti; avviare un processo
di democratizzazione dell’ONU; dotare l’Onu di una polizia internazionale;
favorire processi di integrazione con i paesi a rischio; sostenere i gruppi
dissidenti dei regimi dittatoriali; creare una rete di monitoraggio nelle
aree a rischio di crisi; avviare passi di disarmo unilaterale e preparare
forme di difesa nonviolenta; investire in diplomazia e favorire processi
di pacificazione, di riconciliazione, di convivenza; eliminare il commercio
di armamenti, bandire la produzione di armi chimiche, batteriologiche,
nucleari.
E allora siamo qui a proporre, seriamente, a tutte le forze politiche
che dicono di aver votato con disagio a favore della guerra, che da subito
prendano in considerazione le nostre proposte, sulle quali lavoriamo da
decenni; se non sono applicabili da subito, serviranno almeno ad evitare
la prossima tragedia. Sono le stesse proposte che facemmo al tempo della
guerra del Golfo; rimasero lettera morta, perché – si disse
allora- in quel momento servivano i raid aerei. Se dieci anni fa, oltre
ai raid aerei, si fosse almeno iniziato a preparare un’alternativa,
forse la crisi di oggi potrebbe essere affrontata al 95% con mezzi militari
e al 5% con mezzi nonviolenti. Sarebbe già molto, perché
forse la crisi successiva (fra qualche anno) vedrebbe l’80% di intervento
militare e il 20% di intervento nonviolento, e così via… Invece
siamo ancora al 100% di micidiali strumenti militari. E la nonviolenza
viene solo ridicolizzata, o criminalizzata. Si dà per certo (quasi
fosse una verità assoluta) che le bombe siano efficaci, mentre
la nonviolenza sarebbe fallimentare. Ma è proprio così?
Questa guerra, come tutte le guerre, è un’avventura senza
ritorno. Un possibile risultato è quello di aumentare l’area
di consenso attorno al terrorismo fondamentalista, di radicalizzare nuove
pericolose contrapposizioni; oppure di sostenere una fazione contro l’altra,
mentre i terroristi restano invisibili e la popolazione civile viene colpita.
A chi, in buona fede, è convinto della bontà di tale “operazione
militare” chiedo: quando finirà questa guerra? chi firmerà
il trattato di resa? quando si potrà dire, ecco abbiamo vinto?
chi potrà assicurare che dal giorno dopo non ci saranno più
attentati? dopo la vittoria, avremo la pace, o dovremo continuare a preparare
la guerra? fino a quando, per la nostra sicurezza, dovremo finanziare
giganteschi apparati bellici, e quanto dovremo ancora attendere per dare
credito alla nonviolenza?
L’opposizione integrale alla guerra è il fondamento costitutivo
del Movimento Nonviolento. Fra tanti dubbi e incertezze, questo almeno
è un punto fermo.
Intervista al monaco buddhista Thich Nhat Hanh
Comprensione e compassione, sono i nomi della nonviolenza
“Vorrei trovarmi faccia a faccia con Osama bin Laden”
Il monaco Zen Thich Nhat Hanh spiega come l’ascolto sia il primo
passo verso la pace.
Thich Nhat Hanh è un monaco vietnamita della tradizione Zen, che
ha lavorato instancabilmente per la pace durante la guerra del Vietnam,
ricostruendo villaggi distrutti dalle ostilità. In seguito a un
giro di conferenze contro la guerra negli Stati Uniti, non gli fu permesso
di tornare nel suo paese e così si stabilì in Francia. Nel
1967 il Reverendo Martin Luther King jr. lo indicò come candidato
per il Premio Nobel della Pace. Attualmente è conosciuto a livello
internazionale per il suo insegnamento e i suoi scritti sulla consapevolezza,
e per il suo lavoro per un “Buddhismo socialmente impegnato”,
un richiamo all’azione sociale basata su principi buddhisti. Thay,
come viene affettuosamente chiamato dai suoi seguaci, ci ha fatto conoscere
le sue riflessioni sul modo in cui l’America dovrebbe rispondere
agli attacchi terroristici. Questa intervista farà parte di un
libro in corso di pubblicazione intitolato Out of the Ashes: A Spiritual
Response to America’s Tragedy, che sarà pubblicato da Beliefnet
e da Rodale Press.
A cura di Anne A. Simpkinson
Se potessi parlare a Osama bin Laden, che cosa gli diresti? E se potessi
parlare al popolo americano, cosa suggeriresti di fare a questo punto,
come singoli individui e come nazione?
Se mi fosse concessa l’opportunità di stare faccia a faccia
con Osama bin Laden, la prima cosa che farei sarebbe ascoltare. Cercherei
di comprendere perché ha agito in un modo tanto crudele. Cercherei
di comprendere tutte le sofferenze che lo hanno portato alla violenza.
Ascoltare in questo modo potrebbe non essere cosa facile, e così
dovrei restare calmo e lucido. Avrei bisogno di avere vicino a me tanti
amici molto bravi nella pratica dell’ascolto profondo, dell’ascoltare
senza reagire, senza giudicare e condannare. In questo modo, si verrebbe
a creare un’atmosfera di sostegno intorno a questa persona e a quelle
in rapporto con lei, cosicché potrebbero davvero sperimentare una
condivisione, confidare che li si sta davvero ascoltando.
Dopo aver ascoltato per qualche tempo, potremmo aver bisogno di un’interruzione
per permettere a ciò che è stato detto di entrare nella
nostra coscienza. Solo quando ci sentiremo calmi e lucidi, potremo dare
una risposta. Risponderemmo punto per punto a quanto è stato detto.
Risponderemmo in modo gentile, ma fermo, in modo da aiutarli a scoprire
le loro interpretazioni sbagliate, cosicché possano recedere dagli
atti violenti di loro propria volontà.
Per quanto concerne il popolo americano, suggerirei di fare tutto quanto
è possibile per ristabilire la calma e la lucidità prima
di rispondere alla situazione che si è creata. Rispondere troppo
velocemente, prima di avere una buona comprensione della situazione, può
essere molto pericoloso.
La prima cosa che possiamo fare è smorzare le fiamme di rabbia
e odio che sono così forti in noi. Come ho detto prima, è
di cruciale importanza guardare al modo in cui alimentiamo l’odio
e la violenza dentro di noi e intraprendere misure immediate per eliminare
il nutrimento al nostro odio e alla nostra violenza.
Quando reagiamo in preda alla paura e all’odio, non abbiamo ancora
una comprensione profonda della situazione. La nostra azione sarà
soltanto un modo molto veloce e superficiale di rispondere alla situazione
e non si produrrà un vero beneficio e risanamento. Ma se aspettiamo
e seguiamo il processo di calmare la nostra rabbia, guardando in modo
approfondito dentro la situazione e ascoltando con una grande volontà
di comprendere le radici della sofferenza che sono la causa delle azioni
violente, allora avremo finalmente elementi sufficienti per rispondere
in un modo tale che la guarigione e la riconciliazione possano esser realizzate
per tutte le persone coinvolte.
In Sud Africa, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione
ha fatto dei tentativi per giungere a questo risultato. Tutte le parti
coinvolte nella violenza e nell’ingiustizia accettano di ascoltarsi
l’un l’altra in un ambiente calmo e confortevole, di guardare
insieme in profondità alle radici degli atti violenti e di trovare
soluzioni condivise per rispondere alle diverse situazioni. La presenza
di forti leader spirituali è di grande aiuto per creare e mantenere
un tale ambiente. Possiamo rifarci a questo modello per risolvere i conflitti
che stanno sorgendo proprio in questo momento; non dobbiamo aspettare
molti anni per metterlo in pratica.
Tu hai sperimentato di persona la devastazione causata dalla guerra
combattuta in Vietnam e hai lavorato per porre fine alle ostilità
laggiù. Che cosa dici alle persone che sono straziate dal dolore
e arrabbiate perché hanno perduto persone care negli attacchi terroristici?
Io ho perduto i miei figli e le mie figlie spirituali durante la guerra,
quando stavano penetrando nella zona di combattimento per cercare di salvare
quelli sotto le bombe. Alcuni furono uccisi dalla guerra e altri furono
assassinati da chi pensava erroneamente che stessero sostenendo la parte
avversa. Quando guardai ai quattro cadaveri trucidati dei miei figli spirituali
assassinati in modo così violento, ho sofferto profondamente.
Comprendo la sofferenza di coloro che hanno perso i loro cari in questa
tragedia. In situazioni di grande perdita e dolore, dovetti ritrovare
la mia calma per ripristinare la mia lucidità e la capacità
di comprensione e compassione del mio cuore. Con la pratica del guardare
in profondità, ho capito che se rispondo alla crudeltà con
la crudeltà, l’ingiustizia e la sofferenza non possono che
aumentare.
Quando venimmo a sapere del bombardamento del villaggio di Bentra in Vietnam,
dove furono distrutte 300.000 abitazioni, e i piloti dissero ai giornalisti
di aver distrutto il villaggio per salvarlo, io restai traumatizzato e
frastornato dalla paura e dal dolore. Allora praticammo il camminare in
modo calmo e gentile sulla terra, per riottenere la calma della mente
e la pace del cuore.
Benché sia una grande sfida il mantenere la nostra apertura in
questo momento, è di cruciale importanza che non rispondiamo in
alcun modo finché non abbiamo recuperato la calma e la chiarezza
indispensabili per vedere la realtà della situazione. Noi sapevamo
che rispondere con la violenza e con l’odio avrebbe danneggiato soltanto
noi stessi e le persone attorno a noi. Allora ci dedicammo alla meditazione
in modo da essere in grado di guardare in profondità nella sofferenza
della gente che ci infliggeva violenza, per comprenderli in modo più
profondo e per comprendere noi stessi in modo più profondo. Grazie
a questa comprensione fummo in grado di produrre compassione e di alleviare
sia la nostra sofferenza, sia la sofferenza dell’altra parte.
Qual è la “cosa giusta” da fare per rispondere agli
attacchi terroristici? Dovremmo cercare la giustizia per mezzo di un’azione
militare? Per mezzo di azioni giudiziarie? L’intervento militare
e/o la rappresaglia è giustificata se è in grado di evitare
la futura uccisione di innocenti?
Ogni violenza è un’ingiustizia. Il fuoco dell’odio e
della violenza non può essere estinto dall’aggiunta di altro
odio e violenza. Il solo antidoto alla violenza è la compassione.
E di cosa è fatta la compassione? E’ fatta di comprensione.
Quando non c’è comprensione, come possiamo provare compassione,
come possiamo cominciare ad alleviare la grande sofferenza che è
in essa? La comprensione è la vera e propria base sulla quale costruiamo
la nostra compassione.
Come possiamo arrivare alla comprensione e al discernimento che ci
possono guidare attraverso questi momenti di immensa sfida che adesso
stiamo fronteggiando in America?
Per provare comprensione dobbiamo trovare vie di comunicazione tali che
ci permettano di ascoltare coloro che stanno invocando la nostra comprensione
in modo così disperato – perché un tale atto di violenza
è una richiesta disperata di attenzione e di aiuto.
Come si fa ad ascoltare in modo calmo e chiaro, così da non
uccidere immediatamente le possibilità di sviluppo della comprensione?
Come nazione dobbiamo prestar attenzione a questo: in che modo possiamo
sviluppare condizioni tali da permettere il verificarsi dell’ascolto
profondo, in modo che la nostra risposta alla situazione possa sorgere
dalla calma e dalla chiarezza della nostra mente. La chiarezza è
una grande offerta che possiamo fare in questo momento.
Ci sono persone che vogliono una cosa soltanto: vendetta.
Nelle scritture buddhiste, il Buddha dice che rispondendo all’odio
con l’odio si ottiene solo un aumento dell’odio. Ma se noi facciamo
uso della compassione per abbracciare coloro che ci hanno danneggiati,
i nostri e i loro cuori saranno sconquassati più che da una bomba.
Ma come si fa a far sgorgare una goccia di compassione che possa spegnere
il fuoco dell’odio?
Sai, la compassione non si vende al supermarket. Se vendessero la compassione,
dovremmo solo portarcela a casa e avremmo risolto il problema dell’odio
e della violenza nel mondo con grande facilità. Ma la compassione
può soltanto venir prodotta nel nostro cuore grazie alla pratica.
L’America brucia d’odio. E’ per questo che dobbiamo dire
ai nostri amici cristiani “siete i bambini di Cristo”. Dovete
rientrare in voi e guardare in profondità e scoprire perché
si è verificata questa violenza.
Perché c’è tanto odio? Cosa c’è sotto tutta
questa violenza? Perché odiano così tanto da arrivare a
sacrificare le loro stesse vite e ad infliggere una sofferenza così
grande ad altra gente? Perché questi ragazzi giovani, pieni di
vitalità e di forza, hanno scelto di perdere la loro vita, di commettere
una tale violenza? E’ questo che dobbiamo capire.
Dobbiamo trovare un modo per fermare la violenza, certo. Se è il
caso, dobbiamo mettere in prigione i responsabili. Ma la cosa importante
è guardare in profondità e chiedere: “Perché
è successo questo? Quale responsabilità abbiamo noi nell’accaduto?”.
Forse essi ci capiscono male.
Ma che cosa li ha portati a un tale livello di incomprensione da odiarci
così tanto?
Il metodo del Buddha è il guardare in profondità per vedere
la fonte della sofferenza; la fonte della violenza. Se dentro di noi c’è
violenza, qualsiasi azione può far esplodere questa violenza. L’energia
dell’odio e della violenza può essere molto grande e quando
la vediamo in altre persone ci dispiace per loro. Quando sentiamo questo
dispiacere, la goccia della compassione è scaturita nei nostri
cuori e ci sentiamo molto più felici e più in pace con noi
stessi. Questa [empatia] produce il nettare della compassione dentro di
noi.
Vai in un monastero proprio al fine di imparare a far questo, in modo
che ogniqualvolta soffri e sei arrabbiato sai come guardare in profondità,
in modo che la lacrima di compassione possa sgorgare dal tuo cuore e scacciare
la febbre della rabbia. Soltanto la lacrima della compassione può
allontanare le fiamme dell’odio.
Dobbiamo guardare in profondità e con onestà alla nostra
attuale situazione. Se siamo capaci di vedere le fonti della sofferenza
in noi stessi e nelle altre persone, possiamo cominciare a invertire il
ciclo dell’odio e della violenza. Quando la nostra casa va a fuoco,
dobbiamo prima di tutto spegnere il fuoco e poi cercarne le cause. Analogamente,
se noi prima spegniamo la rabbia e l’odio nel nostro cuore, avremo
la possibilità di analizzare la situazione in profondità,
con chiarezza e discernimento per determinare tutte le cause e le condizioni
che hanno contribuito all’odio e alla violenza che stiamo sperimentando
dentro noi stessi e nel nostro mondo.
La “cosa giusta” è l’azione che risulta dall’estinzione
dei fuochi dell’odio e della violenza.
Credi che il male esista? E, se è così, considereresti
i terroristi come persone malvagie?
Il male esiste. Anche Dio esiste. Il male e Dio sono le nostre due facce.
Dio è questa grande comprensione, questo grande amore dentro di
noi. E’ ciò che viene anche chiamato Buddha, la mente illuminata
che è in grado di vedere attraverso l’ignoranza.
Che cos’è il male? E’ quando la faccia di Dio, la faccia
del Buddha dentro di noi, risulta nascosta. Spetta a noi scegliere se
il lato del male diventa più importante, o se il lato di Dio e
del Buddha risplende. Ma anche se il lato della grande ignoranza, del
male, può in un dato momento manifestarsi in modo molto intenso,
ciò non significa che Dio non sia là.
Nella Bibbia ciò è detto con chiarezza, “Perdona loro
perché non sanno quello che fanno”. Questo significa che un
atto malvagio è un atto di grande ignoranza e incomprensione. Forse
ci sono molte percezioni sbagliate dietro un atto malvagio; dobbiamo capire
che l’ignoranza e l’incomprensione sono la radice del male.
Ogni essere umano contiene dentro di sé tutti gli elementi di una
grande comprensione, di una grande compassione, e anche ignoranza, odio
e violenza.
Nel tuo nuovo libro Anger (Rabbia), dai un esempio di “ascolto
compassionevole” come uno strumento per risanare le famiglie. Questo
strumento può essere usato a livello nazionale e, in tal caso,
come funzionerebbe?
L’estate scorsa un gruppo di Palestinesi e Israeliani venne al Plum
Village, il centro di meditazione dove vivo nel sud della Francia, per
imparare e praticare le arti dell’ascolto profondo e del discorso
amorevole; (circa 1.600 persone arrivano al Plum Village ogni estate da
più di una dozzina di paesi, per ascoltare e imparare come portare
pace e comprensione nella loro vita quotidiana). Il gruppo di Palestinesi
e Israeliani partecipò al programma quotidiano di meditazione camminata,
meditazione seduta e pasti silenziosi, e seguì anche un training
su come ascoltare e parlare l’uno con l’altro in modo tale da
rendere possibile una maggiore pace e comprensione tra i suoi membri,
sia come individui sia come nazioni.
Con la guida e il sostegno dei monaci e delle suore, essi sedettero e
si ascoltarono a vicenda. Quando una persona parlava, nessuno la interrompeva.
Ciascuno praticava la consapevolezza del proprio respiro e del proprio
ascolto in modo tale che l’altra persona si sentiva ascoltata e compresa.
Quando una persona parlava, essi/e rifuggivano dall’usare parole
di riprovazione, odio e condanna. Parlavano in un’atmosfera di fiducia
e rispetto. Grazie a queste conversazioni i partecipanti Palestinesi e
Israeliani riuscirono davvero a comprendere che entrambe le parti soffrivano
per la paura. Apprezzarono la pratica dell’ascolto profondo e si
accordarono per condividere ciò che avevano imparato con altri
dopo il loro ritorno nei rispettivi paesi.
Noi raccomandammo che Palestinesi e Israeliani parlassero delle loro sofferenze,
paure e disperazione in un forum pubblico, in modo che tutto il mondo
possa ascoltare. Potremmo tutti ascoltare senza giudicare, senza condannare,
al fine di comprendere l’esperienza di entrambe le parti. Ciò
preparerebbe quel terreno di comprensione appropriato per l’apertura
di colloqui di pace.
La stessa situazione esiste ora tra il popolo americano e il quello delle
nazioni arabe e islamiche. Vi è una grande incomprensione e una
grande mancanza di quel tipo di comunicazione che ostacola la nostra capacità
di risolvere le difficoltà in modo pacifico.
La compassione costituisce una grande parte del Buddhismo e della
pratica buddhista. Ma in questo preciso momento, sembra impossibile fare
appello alla compassione verso i terroristi. E’ realistico pensare
che la gente possa provare un’autentica compassione adesso?
Senza comprensione, la compassione è impossibile. Quando comprendi
la sofferenza degli altri, non hai bisogno di sforzarti per provare compassione,
la porta del tuo cuore si aprirà naturalmente. Tutti i dirottatori
erano molto giovani, eppure hanno sacrificato le loro vite per cosa? Perché
lo hanno fatto? Che tipo di sofferenza profonda c’è qui? Ci
sarà bisogno di un ascolto profondo e di uno sguardo in profondità
per comprenderlo.
L’avere compassione in questa situazione è compiere un grande
atto di perdono. Innanzitutto possiamo abbracciare la sofferenza, sia
al di fuori dell’America, sia al suo interno. Dobbiamo aver cura
delle vittime qui, nel nostro paese, ma aver compassione anche per i dirottatori
e le loro famiglie, perché anche loro sono vittime dell’ignoranza
e dell’odio. In questo modo possiamo davvero praticare la non discriminazione.
Non c’è alcun bisogno di aspettare molti anni o decenni per
realizzare la riconciliazione e il perdono. Abbiamo bisogno adesso di
una sveglia, per non permettere all’odio di schiacciare i nostri
cuori.
Ritieni che le cose accadano per una ragione? Se è così,
qual era la ragione per gli attacchi agli USA?
La ragione profonda della nostra attuale situazione risiede nei nostri
modelli di consumo. I cittadini statunitensi consumano il 60% delle risorse
mondiali di energia, ma sono solo il 6% della popolazione mondiale. In
America i bambini hanno assistito a 100.000 atti di violenza alla televisione
prima di aver finito la scuola elementare. Un’altra ragione dell’attuale
situazione è la nostra politica estera e la mancanza di ascolto
profondo nelle nostre relazioni. Noi non facciamo uso dell’ascolto
profondo per comprendere la sofferenza e i veri bisogni della gente delle
altre nazioni.
Quale ritieni che sia la più efficace risposta spirituale a
questa tragedia?
Possiamo cominciare proprio in questo istante a meditare per calmare
la nostra rabbia, guardando profondamente alle radici dell’odio e
della violenza nella nostra società e nel nostro mondo, e ad ascoltare
in modo compassionevole per udire e comprendere ciò che non abbiamo
ancora la capacità di udire e comprendere. Quando la goccia di
compassione comincia a formarsi nei nostri cuori e nelle nostre menti,
cominciamo a sviluppare risposte concrete alla nostra situazione. Quando
abbiamo ascoltato e guardato in modo profondo, possiamo cominciare a sviluppare
l’energia della fraternità e della sorellanza tra tutte le
nazioni, il che costituisce il più profondo lascito spirituale
di tutte le tradizioni religiose e culturali. In questo modo la pace e
la comprensione nel mondo intero vengono accresciute giorno per giorno.
Lo sviluppare la goccia di compassione nel nostro proprio cuore è
la sola effettiva risposta spirituale all’odio e alla violenza. Questa
goccia di compassione sarà il risultato del calmare la nostra rabbia,
del guardare in profondità alla radici della nostra violenza, dell’ascolto
profondo e della comprensione della sofferenza di coloro che sono coinvolti
negli atti di odio e violenza.
“Changemakers Journal” – October 2001
Traduzione di Carla Toscana per il Centro Studi Sereno Regis
Vogliamo celebrare il centesimo anniversario della
nascita di Giovanni Giuseppe Lanza del Vasto (1901 – 1981) ricordandone
la figura e gli insegnamenti. Abbiamo chiesto a studiosi e seguaci di
scrivere alcune riflessioni per i lettori di Azione nonviolenta.
Gandhi e Vinoba, maestri di nonviolenza due figure ispiratrici per Lanza
del Vasto
A cura di Alberto Pelissero
Un primo parallelo che ci pare utile proporre è quello tra Lanza
del Vasto e Aldous Huxley. Entrambi scrittori di razza, il secondo anche
(soprattutto) professionalmente, entrambi inclini a una mistica di tipo
intellettuale, entrambi di estrazione sociale elevata, entrambi protagonisti
di una conversione, duplice e più marcata per il primo, di difficile
collocazione temporale per il secondo, approdano a esiti molto diversi.
Il concetto di conciliazione in Lanza del Vasto presenta qualche parallelo
con quello di philosophia perennis fatto proprio da Huxley. Quel che segna
la profonda differenza tra i due è che Huxley è un razionalista
agnostico che finisce con l’aderire a un misticismo razionalista,
mentre Lanza del Vasto non smarrisce mai la propria formazione cristiana,
incardinata nel dogma trinitario.1
Se la distanza tra Huxley e Lanza del Vasto appare incolmabile, in un
certo senso il nostro autore si può proporre come il contraltare
di Vinobâ Bhâve.2 Entrambi discepoli di Gândhî,
restano ciascuno fedele alla propria tradizione religiosa, dimostrando
con l’esempio di vita e con un appassionato studio personale che
dura per tutta la loro esistenza che si può restare ciascuno ancorato
alla propria posizione, mantenendo però un vivo e non superficiale
interesse per l’altro, in una prospettiva di dialogo rispettoso,
che non mira alla conversione ma alla reciproca conoscenza.
Si potrebbero leggere Lanza del Vasto e Vinobâ come figure parallele,
essendo entrambi discepoli di Gândhî, e soggetti di un percorso
spirituale per certi aspetti simile. Ciascuno di loro resta fedele alla
propria tradizione religiosa, il cristianesimo per il primo, lo hindûismo
per il secondo, accettando gli stimoli e i suggerimenti di una visione
religiosa differente. La sintesi tra prospettive religiose diverse era
stata tentata da Gândhî, in cui l’intreccio tra suggestioni
cristiane (protestanti, ma anche ortodosse, pensando all’ispirazione
tolstoiana), hindû (vaiïãava) e jaina appare inestricabile.3
Vinobâ propende invece decisamente per lo hindûismo, Lanza
del Vasto dal canto suo per il cristianesimo.
La visione centrale di Vinobâ è rappresentata da una figura
divina e da un concetto. La figura divina è Daridranârâyaãa,
il “signore degli uomini povero”, che affonda le sue radici
nella devozione popolare vaiïãava e che ha come unico punto
di contatto con la visione cristiana la figura biblica del “servitore
sofferente” di Dio della tradizione che fa capo a Isaia. Punto di
contatto possibile ma non probabile, dal momento che il “servitore
sofferente” si proietta da un lato nella figura del giusto che redime
il mondo nella tradizione talmudica e del Cristo redentore in quella cristiana.
Daridranârâyaãa invece non ha una precisa figura di
riferimento: resta pur sempre una figura divina, specificamente un avatâra,
una “discesa” sulla terra di una divinità, ma non si
concretizza in un personaggio dai contorni definibili. Forzando un po’
la prospettiva si potrebbe dire che si tratta di una traduzione in termini
indiani del concetto di Messia e della necessità di scorgere Dio
nel più umile tra gli umili. È anche questo, ma non è
soltanto questo. Il concetto poi è quello di sarvodaya, “benessere
per tutti”, intendendo però con “benessere” non
tanto un equivalente di welfare, ma soprattutto un “sorgere”,
un “(ri)sorgimento”, dal momento che udaya indica propriamente
fenomeni come il levare del sole, il levarsi da sedere, l’elevarsi
anche in senso figurato e pertanto la buona sorte, la prosperità.
I punti cardine del pensiero di Lanza del Vasto sono invece il dogma trinitario
e l’essenzialismo. Il primo viene esplorato in tutte le sue possibili
implicazioni filosofiche oltre che teologiche, e posto alla base di una
dialettica trinitaria che dovrebbe nelle intenzioni dell’autore superare
in senso sia pratico sia teoretico la dialettica triadica hegeliana. Con
essenzialismo Lanza del Vasto intende poi il ritorno all’essenziale,
una sorta di “lavoro in levare” simile a quello dello scultore,
volto a eliminare i falsi bisogni per giungere al cuore dell’essere
umano con le sue necessità autentiche ineliminabili: necessità
materiali ma soprattutto etiche, estetiche, spirituali e religiose. Dunque
un altro tipo di benessere, che al pari del sarvodaya vinobiano è
certo molto lontano dal possesso e dallo sfruttamento indiscriminato delle
fonti di sostentamento e di piacere che sembra soggiacere al cosiddetto
benessere inteso in senso consumistico.
L’ispirazione indubitabilmente cristiana dell’opera di Lanza
del Vasto ci sembra si possa ricavare proprio dalla conclusione della
sua biografia dedicata a Vinobâ. Per Vinôbâ o il nuovo
pellegrinaggio si potrebbe in realtà parlare di una agiografia
piuttosto che di una biografia. L’ispirazione agiografica non manca
in Lanza del Vasto, e si ritrova talora congiunta a un certo estetismo
forse più di stile che di contenuto, una sorta di francescanesimo
estetizzante, una volontà non sempre limpida di martirio che ricorda,
si parva licet componere magnis, altri europei alla scoperta dell’Oriente,
per esempio il colonnello Thomas Edward Lawrence, altro personaggio la
cui sensibilità estetico-religiosa non è sorprendentemente
troppo dissimile da quella del discepolo occidentale del mahâtma.4
Ma ecco il passo che vogliamo prendere in considerazione, posto a suggello
della biografia di Vinobâ:
“A te parlo, amico lettore, a te da solo a solo; e soprattutto a
te mio fratello cristiano.
Ma perché fai questa smorfia, fratello mio, e perché prendi
il mio invito per una sfida?
La tua collera, fin’ora contenuta esplode e mi urli: voi che vi dite
cristiano non siete andato alle Indie a portare la parola di Dio, né
a predicare Cristo, ma ne ritornate per esaltare la religione indù
tra i cristiani.
[…]
Rispondo: per testimoniare la nostra fedeltà, che cos’è
meglio? Affermare che la nostra religione è l’unica buona
o dimostrarlo denigrando quelle degli altri?
Oppure provare che vi crediamo, praticando e applicando, sobri di parole,
i misteri della nostra fede? E poi ammirare nelle nostre religioni ciò
che hanno di grande, di vero, di nobile e simile alla nostra.
Io non esalto affatto la religione indù, né la buddhica,
le difendo piuttosto da giudizi menzogneri. Le barriere del pregiudizio
e della ignoranza mi paiono pessimi baluardi per la fede.
[…]
La dottrina che predico e sostengo e da cui attendo un rinnovamento sociale
e spirituale in Occidente come in Oriente, è la Dottrina Gandhiana
che non può scontrarsi con la nostra fede religiosa dal momento
che non è una nuova religione e nemmeno una dottrina religiosa,
poiché sta su di un altro piano.
È una dottrina di riforma sociale e personale che può scontrarsi
solo con altre dottrine di riforma sociale.
È una dottrina sociale conforme ai precetti della religione: di
tutte le religioni e più particolarmente della nostra, cosa che
non ci deve sorprendere, poiché essa è direttamente tratta
dai precetti evangelici.”5
Vorremmo confrontarlo con due altri testi, l’uno di ispirazione
hindû (propriamente: smârta), l’altro di àmbito
buddhista. Sono entrambi testi indiani antichi, di indole molto diversa,
ma che rispecchiamo una comune concezione del mondo. Il primo può
essere fatto risalire con molte incertezze al V sec. d.C., e fa parte
di una importante opera che getta le basi di una delle più importanti
scuole della filosofia indiana classica: le Gauöapâdîyakârikâ
ascritte a Gauöapâda e commentate dallo (pseudo?)Šaükara.
Il secondo fa parte di un editto su roccia attribuito al sovrano della
dinastia Maurya Aðoka, che regnò tra il 268 e verosimilmente
il 230 a.C.
Ecco i due testi:
«I dualisti, fermamente persuasi delle convinzioni generate dai
propri principi fondamentali, si contraddicono reciprocamente: ma questo
[punto di vista non-duale] non è in contraddizione con essi. [GK
3,17]
La visione che contempla il Sé come non-duale è corretta
dal momento che è stata corroborata tanto dai trattati autorevoli
quanto dal ragionamento: ogni altra visione è falsa, dal momento
che risulta estranea a essa. E anche per questo la visione dei dualisti
è falsa, perché si fonda su difetti come attaccamento, avversione
e simili. Come? "I dualisti", ossia i seguaci dei punti di vista
di Kapila, di Kaãâda, del Buddha, dell'Arhat e simili, "persuasi
delle convinzioni generate dai propri principi fondamentali", delle
norme che regolano l'attività intellettuale in base ai loro principi
fondamentali, pensano: "Solo così si configura questa realtà
suprema, non altrimenti", e rimangono attaccati a questa convinzione,
e contemplando un punto di vista in contrasto con il proprio prendono
a odiarlo, caduti così in preda ad attaccamento e avversione, e
solo a causa dei principi fondamentali della propria visione del mondo
"si contraddicono reciprocamente", vale a dire l'un con l'altro.
Questo nostro punto di vista vedico, che corrisponde alla visione dell'unicità
del Sé, non entra in contraddizione con questi avversari in reciproca
contesa, per il fatto che non si presenta come differente da ogni cosa,
al modo in cui non si può entrare in conflitto con le proprie mani,
i propri piedi e simili. Pertanto esclusivamente la comprensione dell'unicità
del Sé, per il fatto di non basarsi su difetti quali attaccamento,
avversione e così via, costituisce la visione corretta: questo
è il senso da veicolare.
La non-dualità è la realtà suprema, giacché
la dualità è detta essere una scissione di essa. Per costoro
in entrambi i casi c'è la dualità. Pertanto questa [visione]
non confligge. [GK 3,18]
Si espone ora il motivo per cui "questo [punto di vista non-duale]
non è in contraddizione con essi". "La non-dualità
è la realtà suprema, giacché", per il fatto
che, "la dualità", l'eterogeneità, "è
detta essere una scissione di essa", ossia una scissione di tale
non-dualità, un suo effettuabile (kârya): questo è
il senso. Così afferma la rivelazione: "Uno solo invero senza
un secondo", "quello fece scaturire il fulgore". E lo conferma
il ragionamento. In assenza di vibrazione della propria mente, nello stato
di incentramento simultaneo dell'attenzione (samâdhi), nell'obnubilamento
e nel sonno profondo infatti [la dualità] viene meno. Per questo
"la dualità è detta essere una scissione di essa"
[ossia della non-dualità]. Ma "per costoro", ossia per
i dualisti, "in entrambi i casi", sia dal punto di vista della
realtà suprema che non dal punto di vista della realtà suprema,
"c'è la dualità", e solo lei. Se il punto di vista
duale appartiene a costoro che sono soggetti all'errore, il nostro punto
di vista non duale appartiene a quanti non sono soggetti all'errore. "Pertanto",
per questa ragione, il nostro punto di vista "non confligge"
con costoro. Così afferma la rivelazione: "Indra grazie alle
facoltà di illusione magica [s'aggira sotto molteplici aspetti]",
"non c'è tuttavia quel secondo". Il caso è simile
a quello di uno che, montando un elefante infuriato, non lo sprona contro
un folle che sta a terra anche se questi gli dice: "Anch'io monto
un elefante: sprona il tuo contro di me!", per il fatto che costui
non è animato da ostilità nei confronti dell'altro. E dunque,
dal momento che secondo la realtà suprema il conoscitore del brahman
non è altri che lo stesso Sé dei dualisti, "pertanto",
per questa ragione, il nostro punto di vista "non confligge"
con costoro.
Ciò che è già pervenuto all'esistenza non nasce affatto,
e neppure nasce ciò che non è ancora pervenuto all'esistenza.
I duali[sti] disputanti invero proclamano così la non nascita.
[GK 4,4]
Si espone ora che cosa mai venga proclamato in realtà da costoro
che mediante argomentazioni opposte operano la negazione dei reciproci
punti di vista. "Ciò che è già pervenuto all'esistenza",
ossia una cosa esistente, "non nasce affatto", proprio per il
fatto che è già esistente, come è il caso del Sé.
Parlando così il sostenitore del[la nascita dell'effettuabile]
non [pre]esistente nega il punto di vista del sâäkhya, secondo
il quale ha luogo la nascita reale [dell'effettuabile preesistente]. "E
neppure nasce ciò che non è ancora pervenuto all'esistenza",
ossia non esistente, proprio per il fatto che non è esistente,
come è il caso di un corno di lepre. Parlando così il sostenitore
del sâäkhya a sua volta nega la nascita reale [dell'effettuabile
non preesistente] che costituisce il punto di vista del[la nascita dell'effettuabile]
non [pre]esistente. "I duali", ossia dualisti, "disputando",
sostenendo posizioni opposte, negando reciprocamente i due punti di vista
relativi alla nascita del[l'effettuabile pre]esistente o non [pre]esistente,
"invero proclamano", mettono in luce, "così la non
nascita", vale a dire il non sorgere.
Noi approviamo la non nascita proclamata da costoro; non disputiamo con
loro. Comprendete questa assenza di disputa. [GK 4,5]
Noi meramente "approviamo la non nascita proclamata da costoro",
dicendo: "così sia!"; "non disputiamo con loro",
aderendo a un punto di vista e al suo controcorrelato, come fanno quelli
reciprocamente: questo è il senso implicito. Pertanto, o discepoli,
"comprendete questa assenza di disputa", questa visione della
realtà assoluta esente da disputa che noi approviamo».6
“Il re Piyadassi caro agli dèi rende onore a tutte le religioni,
sia a quelle di asceti sia a quelle di laici, con liberalità e
con varie forme di onore. Ma il re caro agli dèi non annette tanto
valore alla liberalità o agli onori quanto alla esistenza di progresso
essenziale in tutte le religioni. Il progresso essenziale ha varie forme;
ma la sua radice è la moderazione nel parlare: vale a dire l’astenersi
dall’esaltare la propria religione o dal biasimare le altre fuor
di proposito; e biasimarle con delicatezza quando sia necessario. Perché
si deve rispetto alle altre religioni, in ogni caso. Agendo così,
si magnifica la propria religione e si giova alle altre; agendo diversamente
si nuoce alla propria religione e non si giova alle altre. Chi infatti
esalta la propria religione o biasima le altre, soltanto per devozione
alla propria religione, per voler magnificare la propria religione, agendo
così fa invece il magior danno alla propria religione. È
bene che vi sia accordo, che gli uni conoscano e rispettino la pietà
degli altri, che tutte le religioni si arricchiscano di dottrine e diano
buoni insegnamenti.”7
In un mondo che fa del fondamentalismo il proprio orrore l’invito
a un attivo rispetto reciproco, che è certo più di una passiva
tolleranza, sembra l’unica possibilità di sottrarsi alla catastrofe,
spirituale prima che materiale.
Sulle orme di Lanza del Vasto, nell’esempio
dell’Arca.
Una panoramica delle esperienze di vita comunitaria nonviolenta
Di Nanni Salio
Che cosa intendiamo per nonviolenza e per vita comunitaria nonviolenta?
Le esperienze di cui parlerò sono sempre delle approssimazioni,
più o meno riuscite, a un ideale stile di vita che intende tradurre
nella quotidianità i principi della nonviolenza. Possiamo cominciare
con l’individuare alcuni criteri che ci permettano innanzitutto di
classificare le esperienze, nel tentativo di intravedere delle reali alternative
in questo nostro mondo apparentemente invaso da fenomeni di violenza crescente
e diffusa, nel quale talvolta si fa fatica a conservare la speranza di
cui parlano tutti i grandi maestri, a cominciare proprio da Lanza del
Vasto. E’ pertanto necessario accostarsi mediante delle approssimazioni
agli esperimenti reali che ci permettono di imparare dai nostri errori.
. La prima considerazione riguarda la “dimensione di scala”.
Per “dimensione di scala” si intende la modalità con
la quale sono organizzate le relazioni tra le persone. Si va dalla dimensione
puramente individuale a quella della famiglia e successivamente, dal micro
al macro, si passa ad altre strutture sociali: famiglia allargata, comunità,
villaggio (inteso in senso gandhiano), società, stato e infine
società globale planetaria. Nel nostro mondo ricco e occidentale
si è man mano diffusa una ideologia che privilegia a tal punto
la dimensione individuale che la Margareth Tatcher è giunta a sostenere
che non esiste la società, ma solo gli individui. Di fronte ad
affermazioni di tale tenore, che tendono a cancellare quegli aspetti della
vita umana che ad altri sembrano fondamentali, si rimane costernati e
stupefatti e non ci si dovrebbe pertanto meravigliare delle conseguenze
distruttive che si verificano quotidianamente. In un libro molto importante
sull’economia gandhiana (in corso di traduzione e pubblicazione),
l’autore, Romesh Diwan, mette a confronto la sua esperienza personale,
e più in generale quella delle società non occidentali ancora
organizzate secondo nuclei famigliari allargati, con la nostra condizione
di crescente isolamento. Nella sua analisi, Diwan fa riferimento a un
autore americano Philip Slater, poco noto in Italia nonostante il notevole
successo di alcuni suoi lavori, e si richiama in particolare a uno dei
suoi ultimi libri, “Un sogno rimandato” (Edizioni Pendragon,
Bologna 2000), dove il sogno è quello di una società che
voglia vivere secondo l’american way of life, ovvero secondo uno
stile di vita, un modello, che ha prodotto e continua a produrre guasti
enormi a partire proprio dalla distruzione della dimensione relazionale.
Oggi c’è bisogno di comunità, e sono molti ad affermarlo,
(Zygmunt Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Bari 2001) sebbene
altri considerino la proposta e la nascita di una dimensione comunitaria
addirittura come un pericolo per il modello economico e sociale imperanti.
Essi considerano il comunitarismo una sorta di variante del comunismo,
non solo per l’evidente affinità lessicale. Perché
c’è bisogno di comunità? Per ragioni relazionali ed
ecologiche, per ristabilire un senso di sicurezza e per produrre significato
nella nostra esistenza.
Per classificare le molteplici esperienze di vita comunitaria in corso
è bene cominciare a distinguere tra le esperienze presenti in occidente
(e più in generale nel mondo ricco) e quelle negli altri paesi
(poveri, o impoveriti); nei quali sono ancora diffuse culture basate su
modelli che noi chiamiamo tradizionali, utilizzando un termine che forse
non è del tutto corretto. Esistono modelli diversi di comunità
ai quali accennerò per far capire quali sono le approssimazioni
possibili e i criteri che dovremmo seguire per stabilire in che misura
questi esperimenti si avvicinano o meno a un modello ideale di comunità
nonviolenta.
Alcune comunità si ispirano a principi anarchici. Qualcuno ha definito
Gandhi l’”anarchico gentile”. Il termine anarchia non dovrebbe
essere usato nel senso negativo che gli viene spesso attribuito. Gandhi
immaginava che fosse possibile costruire una rete mondiale, oceanica,
di villaggi, di piccole comunità che permettesse di superare l’idea
di stato. Secondo questa concezione, il villaggio era sinonimo di piccola
scala, quella nella quale è possibile costruire sia relazioni più
profonde e durature, sia un modello di economia e di vita nonviolento,
nella interconnessione di una gigantesca rete su scala mondiale che permetta
di stabilire relazioni d interdipendenza senza cadere nella dipendenza.
La dimensione di scala era quindi molto ben presente nella concezione
sociale di Gandhi e alcune comunità anarchiche, in occidente, si
richiamano in maniera talvolta implicita a questo modello, pur con qualche
approssimazione. Ne esistono un po’ ovunque, anche in Italia. Alcuni
studi hanno preso in considerazione soprattutto la comunità degli
“Elfi del gran burrone”. Sono comunità che introducono
alcuni elementi caratteristici di una economia nonviolenta, in particolare
quello dell’autosufficienza, del lavoro senza condizioni di sfruttamento,
senza “padroni”, un punto centrale delle Comunità dell’Arca
promosse da Lanza del Vasto. Un limite di queste comunità è
che molto spesso in esse non c’è sufficiente attenzione ad
altre dimensioni considerate solitamente indispensabili in una prospettiva
nonviolenta.
Una seconda dimensione, o caratteristica, con la quale classificare le
comunità è quella di natura religiosa, ben presente nel
caso delle comunità dell’Arca così come in molte altre.
Alcune esperienze assumono una dimensione religiosa new age. Ben nota
è la comunità di Damanhur, anch’essa oggetto di analisi
sociologiche, che pur praticando alcuni degli aspetti che caratterizzano
le forme di economia e di relazione nonviolenta presenta a nostro parere
forti limiti sul piano relazionale.
Tutte le principali religioni hanno esaltato e praticato forme di vita
comunitaria. Nell’islam c’è l’umma, la comunità
per eccellenza. In questo periodo, in cui molti vedono l’islam secondo
un immaginario negativo, è importante ricordare e far conoscere
questa dimensione comunitaria. Nel buddhismo c’è la sangha,
la comunità, vista come il luogo per eccellenza in cui rafforzare
il percorso di costruzione della propria forza interiore. E’ in essa
che si trova rifugio nei momenti difficili della vita. Nell’India
c’è la tradizione degli ashram che è stata poi orientata
da Gandhi verso veri e propri modelli di economia nonviolenta. Nel cristianesimo
potrebbe sembrare a prima vista che questa tradizione si sia andata perdendo
in seguito al prevalere di un modello di economia capitalista e allo smembramento
della società, sempre più individualista. Oltre alle comunità
d’ispirazione cristiana e nonviolenta come l’Arca, è
da ricordare la tradizione delle comunità monastiche e degli ordini
religiosi, che negli ultimi tempi si stanno orientando sempre più
verso coerenti scelte di vita nonviolenta, spesso in controtendenza rispetto
alla cultura religiosa dominante.
Ci sono poi comunità di ispirazione più laica, che non si
richiamano esplicitamente a concezioni religiose o politiche, senza tuttavia
escluderle a livello personale. Un possibile esempio è quello dei
nuclei familiari che si sono costituiti in forme che approssimano l’idea
di comunità. Una delle esperienze che bisogna prendere seriamente
in considerazione e conoscere meglio è quella dei “bilanci
di giustizia”, che ha portato nuclei di famiglie a vivere in una
dimensione che si può definire di tipo “comunitario lasco”.
Quindi esse non vivono necessariamente nello stesso ambiente, con rapporti
quotidiani molto stretti, ma mantengono comunque dimensioni di tipo comunitario
che comportano il ritrovarsi, l’analizzare insieme i problemi che
si affrontano, in particolare dentro la prospettiva che questa campagna
di bilanci di giustizia propone: la riduzione dei consumi e la ricerca
di uno stile di vita equo e sostenibile.
Quali sono le attività che le comunità normalmente svolgono
e quali alcuni dei risultati più interessanti? Li elenco in modo
molto sommario, ma importante per avere un quadro che ci permetta di capire
che questa strada è realmente percorribile. C’è innanzitutto
la ricerca dell’autosufficienza, che dovrebbe essere realizzata su
due piani: alimentare ed energetico, entrambi fondamentali per ridurre
l’impronta ecologica e riportarla, a livello individuale e collettivo,
dentro i vincoli e i limiti della sostenibilità ambientale. Anche
quando non si parlava ancora di impronta ecologica, tutto ciò era
stato colto con grande lungimiranza da coloro che hanno avviato le prime
comunità gandhiane sia in India che in occidente. E’ un punto
qualificante, fondamentale per poter parlare di comunità nonviolente.
Il secondo aspetto altrettanto importante, più difficile da valutare,
ma che si può cogliere quando si partecipa direttamente a una di
queste esperienze, è la qualità delle relazioni interpersonali,
che Romesh Diwan chiama “benessere relazionale”. Questa è
una delle caratteristiche più importanti per poter sostenere che
una comunità sta vivendo in una prospettiva nonviolenta. Non so
se esistano dei parametri precisi quantitativi, però quando si
entra in una di queste comunità ci si accorge che c’è
un clima diverso, ci si accorge che tutto ciò che circonda le persone
avviene con ritmi e con una qualità differente da quelli che caratterizzano
la vita all’esterno. La qualità relazionale ha a che fare
con la qualità della vita, è un aspetto fondamentale che
richiede un’attenzione e una cura particolari per rendere la qualità
della vita decisamente più avanzata rispetto alla media degli ambienti
circostanti.
L’ultimo aspetto che si coglie in molte di queste esperienze di comunità
che si richiamano alla nonviolenza è la semplicità volontaria,
che comprende sia condizioni estetiche sia materiali ed è stata
teorizzata e praticata da coloro che ci hanno preceduto in questa sperimentazione.
Per tentare di tradurre in pratica questi ideali, la gamma di attività
possibili è diversificata: da quella, già ricordata, dell’agricoltura,
all’artigianato, all’accoglienza (nei confronti di chi vive
situazioni di disagio), alla cooperazione internazionale e ad altro ancora.
Abbiamo dunque molte comunità in Italia che vale la pena di conoscere,
e farò un breve cenno a due esperienze fra le tante. La prima è
un’iniziativa che, nella sua parzialità, come tutte le iniziative,
si propone di introdurre alla conoscenza della nonviolenza a partire da
esperienze di vita reale, quotidiana, mediante i “campi estivi”
promossi dal MIR-MN. Sebbene questi campi durino soltanto una settimana,
essi permettono di solito di accostarsi in modo significativo ad esperienze
di vita comunitaria che altri già conducono su scale assai diverse,
da quella molto ridotta di una singola famiglia, alla famiglia allargata,
alla famiglia che accoglie. E’ un modo interessante e intelligente
per conoscere e sperimentare direttamente.
Una comunità che merita segnalare per la bella e articolata esperienza
che sta conducendo è la “comunità di Sestu” (dal
nome di una località nei pressi di Cagliari): uno splendido esempio
di semplicità volontaria, accoglienza, autosufficienza e attenzione
alla vita locale.
Per avere una visione d’insieme più articolata e precisa manca
una sorta di mappa ragionata che offra un quadro delle possibilità
già in atto e ci aiuti a scoprire il gran numero di persone che
si sono incamminate lungo la strada della vita comunitaria nonviolenta.
Ognuna di queste esperienze è un segnale di speranza e un’ancora
di salvezza in questi tempi quanto mai travagliati.
L’eterna lotta fra Bene e Male: fede e politica in Lanza del Vasto
Con lui si può dire che la nonviolenza ben ordinata inizia da
se stessi. Prima di tutto egli ha curato (per conversione e per scelta
politica) la riforma di religione. Tre uomini in Europa hanno pensato
nel 1936 di andare da Gandhi per avere una risposta al flagello ricorrente
della guerra: Buonaiuti, Bonhoeffer e Lanza del Vasto. Solo lui però
è riuscito ad andare, ha conosciuto Gandhi, ne è stato discepolo,
ha voluto risalire alle sorgenti del Gange, come ogni buon indù
(restando però cattolico) e ne ha ricevuto la missione di fondare
comunità gandhiane in Occidente. Di ritorno ha affrontato, secondo
l'insegnamento di Gandhi, l'approfondimento della sua propria religione
ma in termini nonviolenti, cioè ecumenici. Da qui la sua rivisitazione
del Vangelo e della Genesi e dell’ Apocalisse: i testi ebraico-cristiani
che esprimono la lotta tra il Bene e il Male e la sua soluzione. Da qui
il fondamento della nonviolenza come conversione dalla spinta spontanea
verso il male, al bene che è nella nostra natura: dal sapere-sfruttamento
egoistico alla conoscenza-amore. Essendo i temi della lotta tra Bene e
Male e della salvezza i temi tipici di ogni grande religione, con ciò
Lanza del Vasto ha interpretato in modo moderno il fondo comune di tutte
le grandi religioni, come conversione non solo personale, ma anche sociale;
unendo così fede e politica come è tipicamente nella nonviolenza
di Gandhi. Con ciò la nonviolenza diventa veramente il deposito
del patrimonio sapienziale dell'umanità, portato alla piena coscienza
dei rapporti sociali della società moderna.
La comunità allora diventa il luogo dove si concretizza questa
spiritualità fattasi rete di relazioni umane capaci di risolvere
i conflitti attraverso la nonviolenza; l'inizio della nuova religiosità
diventa inizio della nuova società. La comunità dell'Arca
può essere intesa forse come un nuovo monacato (pur essendoci sposati
e celibi anche non di una fede specifica), ma anche come una microsocietà
di una nuova società di tipo tribale.
La sua ispirazione religiosa chiarita socialmente lo porta a teorizzare
a tutto campo, dall'individuo, alla società, alle sue strutture.
Dall'etica trascendente o comunque eterna di Gandhi, con Lanza del Vasto
si scende a vedere concretamente le differenti civiltà che la storia
umana ci presenta e in esse i possibili quattro tipi di società
(che poi con Galtung, nel 1976, verranno precisati nei quattro possibili
modelli di sviluppo, dei quali il “verde” è quello gandhiano).
Antonino Drago
L’esperienza di un asino, portatore dei
valori dell’Arca
A cura di Graziella e Giovanni Ricchiardi*
“Ah ! Burìc di n’asu !” : mai sentito ?
io da ragazzo sì ; in famiglia, talvolta rivolto a me. Allora
forse non gradivo tanto, ma ora dopo tanti anni in campagna, accanto alle
mucche e ai cavalli, trovo che la figura dell’asino non sia cosi’
male.
L’asino ha poche esigenze, aiuta con la sua umile fatica, dà
compagnia senza mancare di personalità e dignità. Mi piace !
Sono un asino come gli altri: mi fa paura “ il banco dell’asino”,
vorrei essere più’ intelligente, più pronto, parlar
bene. Però al pensare a ciò che combinano, sotto l’etichetta
della scienza molti professori chiarissimi, son lieto di esser asino !
Quest’asino sono proprio io, così come sono, diverso dagli
altri, unico: devo cercare con fiducia il mio posto.
Così, nella nostra mediocrità, io e la mia asinella, prima
nel calore delle nostre famiglie, poi insieme, ci siamo messi alla ricerca
di quel che ci sembrava bene per noi a per gli altri. Azione Cattolica,
Gesù, Gandhi, Don Milani, Sindacato, Gruppi per il terzo mondo,
tentativi di comunità. Un cammino, una strada, un’avventura
con buona volontà ma tanta superficialità e sprovvedutezza.
Ogni esperienza confluiva nella successiva.
In Lanza Del Vasto, in Shantidas, abbiamo trovato un cammino per scoprire
intorno a noi il Creato, ringraziare di farne parte e cercare il nostro
posto.
Tutti dicono di lavorare ma: la speculazione, il commercio, la politica,
l’esercito........ecc..ecc.., non sono vero lavoro.
Possono esserlo invece i lavori manuali e quelli di servizio agli altri
(nell’ambito educativo, sanitario, ecc.).
Poi spesso i veri lavori sono segnati dal lucro, dalla rivalità,
dalla schiavitù. I salariati sono schivi perché il frutto
e la direzione del lavoro sono di altri ed essi non lavorano per amore
del prossimo ne per amore del lavoro, ma per il salario.
Inoltre i lavori di servizio sono nobili se liberi e se il guadagno resta
un mezzo di sussistenza per darsi al servizio. Lo stesso per i lavori
artigianali.
In realtà tutti rifiutano di “lavorare col sudore della fronte”
(il comandamento più antico) e costringono gli altri a lavorare
al loro posto. Anche perché lo spirito di lucro e la ricerca del
piacere moltiplicano i desideri e i bisogni in modo sproporzionato rispetto
alla capacità delle mani di soddisfarli onestamente.
Da tutto ciò viene il dramma delle ingiustizie: miserie, abusi,
schiavitù, disordini; come la meccanizzazione e i suoi aspetti
moderni ancora più pericolosi: l’elettronica e l’informatica
(direbbero oggi Gandhi e Lanza Del Vasto); di qui lo sfruttamento regolare
dei poveri, dei deboli, dei vinti, le rivolte, le repressioni, la guerra.
Il percorso alternativo è il lavoro manuale volontario, senza lucro
e scaltrezza in spirito di dono, di servizio, di sacrificio (fare cosa
sacra). E’ detto : “Dio diede all’uomo un giardino
perché vi operasse”. Lavoro agricolo senza sfruttamento di
uomini, nè animali, nè cose. Operare consapevoli della magnificenza
sconosciuta della natura ricca di prodotti spontanei e, se necessario,
proporre con speranza il seme sapendo che il vero lavoro lo fa la natura;
accompagnare la crescita e la maturazione, raccogliere, rendere grazie
e mangiare. Quello che non va in questo senso, provoca crudeltà,
bruttezza, costrizione e va eliminato. Così il lavoro salariato.
Così lo sfruttamento della natura su cui hanno eguali diritti gli
uomini tutti, delle presenti e future generazioni.
Bisogna che il lavoro sia vita: armonizzi, componga, innalzi ; sia
purificazione, santificazione, creazione comune, vada nel senso della
volontà di Dio.
Ma il lavoro va facilitato e completato con la povertà volontaria.
Impossibile possedere ricchezze senza commettere ingiustizie nel procurarsele,
nel difenderle, nel farle fruttare ; senza servirle. Impossibile
bramarle senza calpestare il prossimo. La strada verso il distacco e la
carità è la povertà. Bisogna identificare i veri
bisogni e soddisfarli attraverso mezzi semplici e giusti. Ecco l’artigianato
per il cibo, il vestito, l’utensile e il tetto, in bellezza e pulizia.
Limitando i bisogni sarà facile alla mano soddisfarli e daremo
spazio alla contemplazione, allo studio, alla preghiera, alla festa, al
lavoro interiore per la conoscenza il possesso e il dono di se. Si tratta
della conversione: nel modo di pensare e in quello di agire, da ricercare
e riprendere un po’ ogni giorno...
Questa parte d’insegnamento (che unita alle altre trova una trattazione
più completa e degna nei libri e nella vita di Shantidas) ci parve
La Buona Novella tradotta in pratica. Si adattava alla nostra strada,
esprimeva solidamente e traduceva in vita ciò che come asinelli
non avremmo potuto pensare ; era una proposta giusta, coerente e
completa di vita. Partecipammo agli incontri del gruppo di Amici dell’Arca
di Torino e a un campo estivo animato da Shantidas.
Trascorremmo qualche periodo all’Arca francese.
Intanto era maturato un gruppo di volontari per costituire una comunità.
Ci furono incontri a Gainazzo sull’appennino in provincia di Modena.
Vi parteciparono Shantidas, Pierre Parodi (suo successore) ed altri compagni
dell’Arca francese. Avendo gli aderenti esperienze diverse si pensava
alla comunità in differenti modi. Shantidas ci esortò a
basarci sulla regola dell’Arca, il testo dei voti. Così avvenne.
Insieme ad alcuni dei partecipanti ci trovammo a far parte di una nuova,
difficile, straordinaria, ricca e forte avventura, temprata da prove imprevedibili
(fra cui lo spostamento in Puglia a Monte Sant’Elia), benedetta da
segni inconsueti, vissuta con intensità, dedizione e forte desiderio
di fedeltà alla regola assunta. Anno dopo anno avevamo agricoltura
con allevamento, orto, artigianati, ospitalità, campi formativi,
accoglienza e presenza nella vita locale.
Molti erano gli amici vicini e lontani a sostenerci; alcuni fedelissimi
del movimento dell’Arca ci davano molto loro tempo, esperienza e
capacità. Sentivano la comunità attuale e significativa,
la sentivano formativa come scuola di nonviolenza e aderivano al programma
del suo maestro ispiratore: Lanza Del Vasto. Passarono generazioni di
obiettori di coscienza, di obiettori alle spese militari, si tenne il
primo campo della difesa popolare nonviolenta. Fra gli impegnati di Monte
Sant’Elia ci furono molte presenze brevi, alcune di lunghezza significative,
poche di lungo tempo. Il luogo e l’impegno erano selettivi. Li ricordiamo
tutti con calore ed ammirazione. Ognuno fu importante. Con particolare
tenerezza pensiamo Giovanni e Pasqualina Tammaro: siamo vissuti fianco
a fianco per tutta la durata della comunità : tredici anni
intensi e positivi.
Per una comunità dell’Arca, una comunità fedele, tante
sono le necessarie circostanze e componenti che, quando si verificano,
avviene come una sorta di miracolo, una Grazia. Talvolta è concessa:
la comunità nasce, vive e fruttifica, poi muore, è naturale !
Ma se frutti e semi ci son stati non è veramente morta ! Si
generano nuove vite: ce lo auguriamo !
Poi la famiglia di asinelli ha passato un tempo all’Arca francese
di Nogaret e de La Borie; questi luoghi parlano del fondatore. Siamo lieti
dell’esperienza, speriamo di avervi partecipato con dedizione e buona
volontà.
E ultimamente, nel verde di un bosco dell’alta Langa piemontese,
cerchiamo di ricomporre pietra su pietra con la nostra esperienza e quella
degli animali, il pulsare della vita di una cascina abbandonata.
In fine permetteteci di riproporre :
la gratuità: il volontariato è vero se è dono ;
l’utilizzo di mezzi semplici, l’autonomia dal consumismo economico
e politico per essere alternativi ;
verità, carità e amore per migliorare le relazioni fra persone
più che ricorrere a specialisti ;
la presenza del Dio di verità che gli uomini diversi chiamano un
diversi nomi ma che è l’uno, l’unico, il medesimo, che
è Colui che è, che in tutto ciò che è e nell’unione
di quelli che si uniscono. Che è nell’altezza e nell’abisso,
nell’infinito dei cieli e nell’ombra del cuore come un piccolo
seme nella ricerca dello sviluppo sostenibile.
*Cascina Scherpo, S. Benedetto Belbo CN
Per una strategia lillipuziana, reticolare e
nonviolenta:
i Gruppi di Azione Nonviolenta. Un mondo in crisi.
A cura di Pasquale Pugliese
L’11 settembre 2001 a New York non sono solamente morte 5000 persone,
ma si è manifestata, in maniera tragica e simbolica, la crisi del
sistema-mondo che l’Occidente ha costruito.
Un sistema nel quale la minoranza ricca – della quale facciamo parte
noi tutti - sperpera l’86 % delle risorse del pianeta costringendo
alla morte, nel silenzio e nel buio delle televisioni, 35.000 bambini
al giorno per fame; nel quale 200 persone possiedono una ricchezza pari
a circa il prodotto globale lordo della metà più povera
dell’umanità e nel quale ci illudiamo follemente di garantire
la sicurezza non attraverso la giustizia per tutti ma la difesa militare
dei privilegi per pochi.
La risposta dei governi alla crisi è la guerra, che è tutta
interna ed anzi aggrava la crisi stessa. La guerra ha come obbiettivo
non certo di sconfiggere il terrorismo - è piuttosto il modo più
efficace per alimentarlo - ma di garantire all’Occidente, ed agli
USA in primo luogo, per qualche anno ancora, gli ultimi rifornimenti di
petrolio dell’Asia centrale, prima che la “crisi sistemica globale”,
innescata dall’esaurimento dei pozzi, entri nella fase acuta e faccia
crollare, con una violenza infinite volte superiore a quella delle Due
Torri, il mondo che abbiamo costruito sul profitto e sulla crescita (1).
Ed i governanti del mondo, assolutamente irresponsabili, si preoccupano
di terminare il proprio mandato elettorale garantendo, ai già garantiti,
qualche altro anno di illusione di benessere, incuranti del muro dell’insostenibilità
sociale ed ambientale contro il quale stanno portando velocemente - d’accordo
con i decisori economici delle istituzioni internazionali e della multinazionali
- a impattare l’umanità e il pianeta.
Le responsabilità dei popoli di Seattle, Porto Alegre e Genova
Di fronte alla incapacità imbelle di leggere i segni di crisi -
mista alla volontà di perseverare sulle strade della violenza strutturale
del sistema e della violenza diretta della guerra a sua difesa - da parte
delle élite elette e non elette, la responsabilità di agire
rimane tutta ai popoli della terra i quali, in questi anni, pazientemente,
hanno costruito quel “movimento dei movimenti” che ha visto
la sua emersione a Seattle e poi via via tutta una serie di mobilitazioni
internazionali - passando per l’appuntamento costruttivo di Porto
Alegre - fino alla contestazione del G8 di Genova nel luglio scorso (2).
Il conflitto sociale ed ecologico, che ha costantemente accompagnato il
capitalismo in tutta la sua costruzione ed espansione, è dunque
nuovamente assunto ed agito nelle strade e nelle piazze da parte di coloro
che operano la resistenza alla sua violenza e ne costruiscono e, in molti
casi, praticano le alternative. Oggi la posta in gioco è altissima
e sempre più chiara e ravvicinata, ne va del futuro della terra
e dei sui abitanti. Pertanto il movimento di lotta in atto non può
permettersi di fallire nel suo obbiettivo di trasformare in senso nonviolento
le strutture profonde, economiche e culturali, della società.
Ma con i fatti di Genova - nella loro drammaticità e con le dolorose
ferite fisiche e morali ancora aperte - il movimento è entrato
nella fase acuta del conflitto. Nella fase in cui maggiormente corre,
da un lato, il rischio di involuzione verso derive violente, oltretutto
inefficaci e controproducenti e, dall’altro, specularmente, il rischio
della criminalizzazione e della repressione feroce e illiberale. Entrambi
i rischi possono condurre alla fine del conflitto, all’azzeramento
del movimento e delle sue speranze di cambiamento, al peggioramento complessivo
delle condizioni dell’ambiente e degli umani al Nord come al Sud,
al via libera definitivo alle guerre per il petrolio prima, per l’acqua
poi e di tutti contro tutti, infine, senza più nessun argine di
resistenza e alternativa politica.
Servitù volontaria e sistema capitalista
Se già nel ‘500, come ci ricorda Gene Sharp (3), Etienne de
La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria, ha
evidenziato come le vere radici del potere stanno nella “complicità”
di chi lo subisce, questo è ancor più vero oggi, in Occidente,
nel sistema di capitalismo avanzato. Il sostegno principale al sistema
non è dato tanto dall’esercito o dalla polizia quanto da quel
venti per cento di cittadini del mondo ricco che da un lato dissipa le
risorse economiche, ecologiche ed energetiche di tutti e dall’altro
comincia a pagarne le conseguenze (mucche pazze, ogm, cambiamento climatico,
insicurezza sociale, terrorismo ecc.).
“Il capitalismo è sostenuto più dall’adesione
passiva che dalla forza. - spiega Brian Martin - Nelle società
capitalistiche le persone vivono la loro vita quotidiana invischiate in
una rete di credenze e di piccole azioni che costantemente ripresentano
loro ciò che è possibile e desiderabile. Quando la gente
consuma un pasto pronto, vede e ascolta la pubblicità, indossa
abiti firmati, aspira a ulteriori possessi materiali e si adatta a competere
in un mercato del lavoro rigido, ecco che si trova coinvolta in comportamenti
e sistemi di credenze che riflettono e riproducono uno stile di vita dominato
dal capitalismo. Se molti disobbedissero alle leggi, l’intervento
della polizia o dell’esercito potrebbe essere controproducente o
inutile, ma il fatto è che quasi tutti si adeguano al sistema,
anche coloro che gli sono contrari. Si tratta dunque di elaborare una
politica che distrugga le credenze del capitalismo e che dia impulso ed
espansione a una nuova sfida”(4).
Ed esattamente questa è la sfida che ha di fronte il “movimento
dei movimenti”:
continuare a rincorrere i vertici dei potenti, trasformati ormai in abili
trappole, agendo un conflitto di piazza aspro, ed anche violento, che
rimane in superficie perché tende a polarizzarsi nello scontro
con le forze dell’ordine - consentendo alla gente di rimanere spettatrice
di qualcosa che, sostanzialmente, sente lontano, estraneo e non capisce
- oppure avviare una trasformazione del conflitto in senso nonviolento,
meno spettacolare, forse, ma che mira più in profondità
perché alla ricerca della comunicazione efficace con tutti, avendo
come interlocutori principali i cittadini, terze parti fondamentali nel
confronto tra il movimento ed il potere - perché di esso sono appunto
il puntello - attraverso la messa in campo di strumenti di azione inediti
che proprio i cittadini persuadano e coinvolgano sui loro territori.
Una strategia lillipuziana, reticolare e nonviolenta
La Rete di Lilliput è il soggetto politico interno al “movimento
dei movimenti” che in Italia ha le carte in regola per provare a
trasformare il conflitto in senso nonviolento. La storia delle associazioni
aderenti, il radicamento sul territorio di molte realtà che ne
costituiscono l’ossatura, l’organizzazione per nodi territoriali,
la scelta chiara e definitiva della nonviolenza fanno si che essa possa
svolgere, per tutto il movimento, un ruolo delicato ed insostituibile:
percorrere la strada stretta che passa tra l’assenza del conflitto
agito e la sua degenerazione violenta. Ossia operare la trasformazione
e mantenere la gestione nonviolenta del conflitto ecologico e sociale
attraverso la strategia che più le è congeniale: lillipuziana,
reticolare e nonviolenta.
Si tratta, dopo Genova, di modificare il paradigma del conflitto: passare
dalle grandi manifestazioni concentrate ed onnicomprensive alle azioni
nonviolente sui territori e su obbiettivi specifici.
A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di mobilitazione
ormai usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
abbandonare la rincorsa dei vertici dei potenti per uscire dalla subalternità
ai luoghi e ai tempi di manifestazione imposti dalle loro agende;
uscire dalle logiche della uguaglianza nella diversità, e della
contemporaneità, delle forme di lotta adottate a Genova perché
le forme che non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella
comunicazione, nell’immagine, fanno il gioco del potere;
uscire dalla mistica del numero propria delle manifestazioni di massa
che, in questa fase, sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare
il potere sul piano, reale o simbolico, della violenza a tutto vantaggio
di chi vuole criminalizzare il movimento (altro naturalmente è
lo spirito ed il senso della marcia Perugia-Assisi) .
E, per altro verso, utilizzare le sinergie della rete per avviare una
trasformazione profonda dei territori locali - dove la gente tutti i giorni
vive-produce-consuma - mettendo in campo una strategia complessiva che
preveda, nodo per nodo, un programma costruttivo ed un progetto di azioni
nonviolente.
Per quanto riguarda il programma costruttivo, se i nodi della Rete Lilliput,
che legano insieme soggetti che già operano per la trasformazione
del proprio territorio - dalle botteghe del mondo ai coordinamenti per
la pace, dalle m.a.g. ai comitati ecologisti, dai movimenti nonviolenti
ai gruppi di acquisto solidale ecc. ecc.- lavorassero alla connessione
dell’enorme quantità e qualità di competenze, energie
e sensibilità che riescono ad esprimere finalizzandole alla realizzazione
di progetti forti di cambiamento locali, potrebbero, agendo in rete, incidere
in profondità, operando trasformazioni significative nelle pieghe
delle nostre e della nostra società(5). “Se un tratto sembra
caratterizzare tutte le più nuove ed efficaci azioni di resistenza
e di contrasto agli effetti perversi dell’assolutizzazione dell’economia
e della globalizzazione finanziaria – scrive a questo proposito Marco
Revelli – è che esse muovono, per così dire, <<al
livello del suolo>>. Che si costituiscono dentro le pieghe del territorio
– l’elemento più sfidato ed insieme più attivo
nel quadro della competitività globale. In una parola , che fondano
la propria pratica dal basso, per poi identificare singoli momenti, luoghi
simbolici, eventi (si pensi a Seattle) in cui rappresentare la propria
vocazione globale”(6). Si tratta, insomma, di dare priorità
al radicamento ed al progettare insieme il cambiamento culturale, economico,
sociale e politico dei territori locali, piuttosto che svolgere pellegrinaggi
dell’antiglobalizzazione verso le “zone rosse” dei santuari
globali.
Per quanto riguarda il progetto di azioni nonviolente, costituire presso
ogni nodo un Gruppo di Azione Nonviolenta.
I Gruppi di Azione Nonviolenta
La strategia di trasformazione nonviolenta del conflitto passa anche attraverso
le azioni dirette nonviolente, che fondano la loro efficacia ed incisività
sulla capacità di comunicare a più persone le ragioni della
propria iniziativa politica acquisendone la simpatia, il consenso ed infine
l’alleanza. Esse agiscono tanto sull’avversario – le strutture
da trasformare impersonate di volta in volta da coloro nei cui confronti
si rivolge l’azione – del quale si cerca il cambiamento, quanto
su coloro che si considerano neutrali – inconsapevoli del proprio
essere i “servitori volontari” del sistema – dei quali
si cerca la persuasione, la “conversione” ed infine la disobbedienza.
Dopo la trappola di Genova, le azioni nonviolente possono consentire di
tenere insieme la realizzazione degli obbiettivi essenziali con la possibilità
democratica di agire liberamente tra la gente, la riduzione al minimo
del rischio di degenerazioni violente delle mobilitazioni con la messa
del potere nell’impossibilità – o nella difficoltà
estrema - di dispiegare il suo apparato repressivo.
La struttura reticolare di Lilliput può garantire, inoltre, una
diffusione capillare di azioni nonviolente sui territori che ha il vantaggio
di incontrare più cittadini contemporaneamente, a viso aperto,
senza la mediazione dei mezzi d’informazione (o dis-informazione)
nazionali, e di rivolgersi ad obbiettivi particolarmente importanti per
le sensibilità locali. La strada da seguire a questo scopo è
la costituzione all’interno di ogni nodo Lilliput di un Gruppo di
Azione Nonviolenta (GAN) (7).
Se in ogni città o provincia dove è presente un nodo, un
gruppo di lillipuziani si impegnasse in un adeguato programma di formazione
alla teoria ed alla prassi del metodo nonviolento e incominciasse a sperimentare
delle azioni dirette nonviolente locali, collegandosi progressivamente
ai GAN degli altri nodi, svolgendo sempre più azioni coordinate
con questi, e magari simultanee, nel giro di qualche anno sarebbe presente
in Italia una rete di lillipuziani nonviolenti capaci di attivarsi, con
preparazione ed organizzazione, anche per campagne di ampio respiro. E
sarebbe giunto il momento di lanciare una grande campagna nonviolenta
nazionale - su un nostro tema e con i nostri tempi - condotta finalmente
secondo le gandhiana “legge della progressione”, che prevede
il passaggio graduale dalle forme più blande di azione a quelle
via via più incisive e radicali fino alla realizzazione completa
dell’obbiettivo essenziale stabilito(8). Per passare poi ad un nuovo
obbiettivo…
Poiché per condurre con efficacia un’azione nonviolenta si
devono condividere i valori di riferimento, e non solo gli avversari,
il programma di formazione dei lillipuziani dovrebbe essere indirizzato
non alla semplice acquisizione di un insieme di tecniche - perché
la nonviolenza non è un mero strumento che può essere usato
per qualunque scopo o applicato come etichetta su qualsiasi tipo di azione
- ma alla conoscenza ed all’appropriazione dei principi, della strategia
e della tattica, oltre che della pratica, che fondano storicamente e scientificamente
il metodo nonviolento.
Si tratta di riuscire ad attivarsi efficacemente, insomma, attraverso
i GAN e i progetti locali costruttivi, per la trasformazione tanto sul
piano del cambiamento personale - nostro e degli altri - quanto su quello
politico, tanto sul piano delle dinamiche globali quanto - e soprattutto
- sul loro riverbero nel locale e nel quotidiano di tutti.
Infine, la profondità
In un contesto storico come quello attuale – carico di una tale violenza
che può paralizzare la capacità critica e l’azione
creativa – la scelta da parte della Rete Lilliput di caratterizzare
la propria strategia in maniera lillipuziana, reticolare e nonviolenta
- attraverso la strutturazione, nodo per nodo, dei programmi costruttivi
locali e l’investimento sulla formazione dei Gruppi di Azione Nonviolenta
- può non essere compresa e condivisa dal resto del “movimento”,
se questo continua a reagire in maniera automatica e rituale agli input
esterni. Pazienza, la posta in gioco è talmente importante che
ciò che conta è cercare le strade che inducano veramente
il cambiamento nel modo di pensare, di vivere e di agire in Occidente,
modificandone contemporaneamente i comportamenti individuali e le strutture
sociali. Serve dunque impegnarsi - piuttosto che nella ricerca di defatiganti
unanimismi di facciata – in accurate modalità di azione che
affrontino la complessità delle dinamiche in gioco e rifuggano
dalla semplificazione, che incidano in profondità e non si dimenino
sulla superficie.
Perciò è necessario - e presto - lavorare alla trasformazione
del conflitto in senso nonviolento, per riuscire a tenere conto allo stesso
tempo dei diversi livelli nei quali si esprime la violenza, della pluralità
degli attori coinvolti nel conflitto e della molteplicità delle
sue dimensioni. Non è certo una scelta di moderazione, è
piuttosto una scelta di azione in profondità che non si arresta
alla superficie della rincorsa, a dispersione energetica, degli avvenimenti
indotti dagli avversari.
“La nonviolenza è il punto della tensione più profonda
del sovvertimento di una società inadeguata” scriveva Aldo
Capitini molti decenni orsono(9), e parlava dell’oggi.
Pasquale Pugliese
(1)Vedi, tra le altre cose, l’intervista ad Alberto di Fazio La
guerra sul treno della crisi
petrolifera su il manifesto 17 ottobre 2001 e Massimo Riva La guerra del
greggio si fa ma non si dice la Repubblica 23 ottobre 2001;
(2)Cfr. Nanni Salio Persuasi della nonviolenza per sconfiggere ogni terrorismo,
Azione nonviolenta n.10/2001;
(3) Politica dell’azione nonviolenta, vol 1, Potere e lotta EGA Torino
1985;
(4)Nonviolenza contro capitalismo, si trova in appendice a Giovanni Salio
Elementi di economia nonviolenta quaderni di Azione nonviolenta n.16 Verona
2001;
(5)Cfr Il progetto Lilliput: rete, territorio, nonviolenza elaborato dal
nodo Lilliput di Reggio Emilia presente sul sito
(6)Marco Revelli Oltre il Novecento La politica, le ideologie e le insidie
del lavoro Einaudi Torino 2001 pag.286 (vedi recensione su Azione nonviolenta
10/2001);
(7)La sigla GAN rievoca il primo GAN (Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta)
che vide la luce in Italia nei primi anni ’60, con il consenso di
Aldo Capitini e il coordinamento di Pietro Pinna, e che diede impulso
alla diffusione nel nostro paese delle tecniche della nonviolenza, già
allora ampiamente sperimentate all’estero. Vedi Nonviolenza in cammino.
Storia del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1992 Edizioni del Movimento
Nonviolento Verona 1998;
(8) Vedi M.K. Gandhi Teoria e pratica della nonviolenza Einaudi Torino
1973
(9)Il problema religioso attuale Guanda Parma 1948, pag. 61 (vedi anche
Aldo Capitini Toria della nonviolenza quaderni di Azione nonviolenta n.
6 Perugia 1980)
PRIGIONIERI PER LA PACE – ALBO D’ONORE
2001
In occasione del 1°dicembre, giornata mondiale del prigioniero di
coscienza, la War Resisters’ International (Internazionale dei Resistenti
alla Guerra - di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana)
diffonde l’elenco di obiettori e nonviolenti attualmente incarcerati
in vari paesi del mondo per obiezione di coscienza o per attività
pacifiste considerate illegali dai rispettivi governi.
Invitiamo i lettori di Azione Nonviolenta a spedire gli auguri di Natale
e per l’Anno Nuovo a questi testimoni di pace (riportiamo gli indirizzi
delle varie carceri dove sono detenuti: potete inviare una cartolina,
un biglietto, una lettera) come segno di solidarietà e sostegno,
e per far sapere alle autorità di quei paesi che i prigionieri
pacifisti non sono isolati.
Israele
32 persone imprigionate o condannate in Israele per aver rifiutato di
prestare servizio militare in base a motivi di coscienza o politici; l’obiezione
di coscienza è di fatto riconosciuta possibile solo per le donne,
mentre le istanze di obiezione di coscienza presentate da uomini sono
regolarmente rigettate.
Yesh-Gvul, organizzazione che difende gli obiettori di coscienza, dichiara
di aver ricevuto più di 250 richieste di assistenza, la maggior
parte da soldati della riserva, che hanno rifiutato di essere impiegati
nei territori palestinesi occupati.
Non tutti gli obiettori vengono incarcerati perché l’esercito
decide di impiegarli all’interno dei confini di Israele; malgrado
ciò vi sono molteplici casi di penalizzazione.
La comunità Drusa promuove l’obiezione di coscienza perché
rifiuta di vestire la divisa di un esercito che combatte contro la comunità
stessa.
Grazie a questa scelta circa il 50 % degli uomini appartenenti alla comunità
Drusa, non svolge il servizio militare.
In Israele è in arrivo una nuova generazione di obiettori, i giovani
tra i 15 ed i 18 anni, più indipendenti nei loro pensieri.
62 di loro hanno scritto una lettera al Primo ministro Sharon dichiarando
la loro intenzione di rifiutarsi di partecipare all’oppressione del
popolo palestinese.
Anche se pochi, questi giovani rappresentano un punto di riferimento e
di guida ideale per un numero sempre più ampio di giovani (e non
solo) israeliani.
Ogni atto di obiezione di coscienza è un fatto visibile ed assume
il senso di un crescente dissenso verso l’impiego di militari israeliani
in Palestina.
L’obiettore di coscienza Eran Razgour è stato arrestato il
28 ottobre 2001 e condannato a 42 giorni di carcere. Questa condanna ad
una detenzione insolitamente lunga è dovuta ad una prima condanna
a 14 giorni inflitta ad Eran Razgour al momento dell’arresto, e ad
una condanna a 28 giorni di prigione inflittagli tre giorni prima ma inizialmente
sospesa. Entrambe le condanne gli sono state comminate a causa del suo
rifiuto di arruolarsi.
Eran Razgour dovrebbe essere rilasciato dalla prigione il 4 dicembre,
e altrettanto probabilmente sarà nuovamente arrestato subito dopo.
New Profile, movimento per la smilitarizzazione della società
israeliana, ha informato di due nuovi arresti di obiettori di coscienza.
Leonid Kressner, un obiettore di coscienza pacifista di diciotto anni,
è attualmente detenuto presso la Prigione Militare N° 6, nel
reparto di isolamento, perché si è rifiutato di indossare
l’uniforme militare.
Yair Halper, anch’egli diciottenne, è stato condannato a
28 giorni di carcere ed è detenuto, come Kressner, nel reparto
di isolamento della prigione militare N° 6, per essersi rifiutato
di arruolarsi e di indossare l’uniforme. Sebbene si tratti di ‘reparto
d’isolamento’ e non di ‘cella d’isolamento’,
questo reparto è conosciuto per la sua storia di abusi fisici da
parte delle guardie sui detenuti.
Nomi e indirizzi:
Eran Razgour, Military ID number 7118061 – Military Prison n°
4, Tzrifin, Military postal code 02507, IDF.
Leonid Kressner e Yair Halper, Military ID 7156547, Military Prison n°
6, Military postal code 03734, IDF.
Mordechai Vanunu, Ashkelon Prison, Ashkelon –Arrestato il 30 settembre
1986 per “aver rivelato segreti sullo sviluppo della tecnologia nucleare
israeliana”.
Finlandia
In Finlandia la chiamata alle armi è ancora obbligatoria e il numero
di obiettori totali è in crescita in questi ultimi anni: 56 obiettori
nel 99, il numero più elevato da quando i Testimoni di Geova sono
stati esclusi dagli obblighi militari, e questo numero sembra destinato
ad aumentare negli anni a venire; questa crescita sembra connessa sia
con l’aumentare dei problemi relativi allo svolgimento del servizio
civile (la durata è maggiore rispetto al servizio militare), sia
con il rifiuto della coscrizione obbligatoria. Al 1° ottobre 2001
si contavano 22 obiettori totali in prigione.
Nomi: Indirizzi:
- Sadri Cetinkaya e Jarkko Mauno Helsingin työsiirtola, PL 36, 01531
VANTAA
- Mikko Korhonen Uudenmaan lääninvankila/avovankilaosasto, PL
20, 05401 JOKELA
- Juha Mikkola Satakunnan vankila, Hiuttisten osasto, Toivarintie 581,
32700 HITTINEN
- Ilkka Tillanen , Lauri Pynnönen e Naarajärven vankila, PL
1, 76851 NAARAJÄRVI
Sami Heikkinen
- Alesi Sutinen Kuopion vankila, PL 7, 70101 KUOPIO
- Ari Saastamoinen Juuan avovankilaosasto, PL 26, 83901 JUUKA
- Pyry Nurmi Suomenlinnan työsiirtola, Suomenlinna C 86, 00190 HELSINKI
Repubblica di Corea
Circa 1500 obiettori Testimoni di Geova sono attualmente imprigionati
per obiezione di coscienza, 500 dei quali stanno scontando una pena detentiva
di 3 anni. Per informazioni:
- Solidarity for Peace & Human Rights, 152-053 402-ho yunyoung-building,
1127-33 guro3-dong gurogu, Seoul, Korea, (+82 2 851 908; fax 851 9087;
e.mail:
)
Puerto Rico
Oltre 1000 le persone arrestate per aver partecipato ad azioni di disobbedienza
civile alla base militare di Vieques; molti di loro hanno subito condanne
di breve durata e sono già stati scarcerati ma alcuni rimangono
tuttora in prigione, come è il caso di Dàmaso Serrano, e
questo numero potrebbe ricominciare a crescere con il riprendere delle
azioni di disobbedienza.
Spagna
Sebbene la coscrizione non sia più obbligatoria, alcuni “non-sottomessi”
sono ancora incarcerati.
Nomi: Indirizzi:
- Oscar Cervera Garcìa Prisiòn Militar de Alcalà
de Henares, 28870-Alcalà de Henares (Madrid)
- Josè Ignacio Royo Prieto Prisiòn Provincial de Bilbao,
Lehendakari Agirre, 92, 48870-Basauri (Bizkaia)
- Jesùs Belaskoain Centro Penitenciario de Pamplona, c/ San Roque
s/n, 31.008-Iruna
- Miguel Felipe Ramos Centro Penitenciario Càceres 1, Crta. De
Torrejoncillo, s/n, 100001-Càceres
- Ander Eiguren Gandarias Prisiòn Provincial de Bilbao, Lehendakari
Agirre, 92, 48870-Basauri (Bizkaia)
Stati Uniti
Sono 11 i pacifisti incarcerati negli USA per aver dato vita ad azioni
di disobbedienza civile, realizzate nei confronti di basi militari (dove
erano custoditi carri armati, missili, armamenti contenenti uranio impoverito)
o nella School of the Americas. Di seguito elenchiamo i nomi e gli indirizzi
che ci sono pervenuti.
Nomi: Indirizzi:
- Phillip Berrigan e Susan Crane FCI Dublin, 5701 8th Street, Dublin,
CA 94568
- Rev Stephen Kelly Roxbury Correctional Institution, 18701 Roxbury Rd,
Hagersttown, MD 21746
- David Corcoren Federal Prison Camp Oxford, PO Box 1085, Oxford, WI 53952
- John Alfred Hunt, Jr FCI Beckley, PO Box 350, Beaver, WV 25813
- Steve Jakobs Federal Prison Camp Leavenworth, PO Box 1000, Leavenworth,
KS 66048
- Richard John Kinane FCI Englewood Camp, 9595 W Quincy Avenue, Littleton,
CO 80123
Germania
Malik Sharif, diciannovenne, è stato arrestato il 3 novembre quando
si è presentato alla caserma militare di Breitemburg. Malik è
stato arrestato perché si è rifiutato di obbedire a qualsiasi
ordine.
- Malik Sharif Wache Freiher-Von-Fitsch-Kaserme, Birkenweg 10, 25524 Breitenburg
Germany
Per aggiornamenti sugli indirizzi dei prigionieri e sulla loro situazione
è possibile consultare il sito della War Resisters’ International:
www.wri-org
(Traduzione e adattamento di Flavia Rizzi)
In memoria di Yitchak Rabin: conquistare la pace,
non i territori
A cura di Elena Buccoliero
Il 3 novembre scorso a Tel Aviv, a sei anni dalla morte, si è
svolta una manifestazione in memoria di Rabin organizzata dal governo
israeliano. I gruppi pacifisti del luogo la definiscono come “un
incontro a-politico in cui l’oratore più importante era un
rappresentante del Ministero della Difesa nel governo di Sharon, una persona
che condivide la responsabilità diretta per aver inviato i carri
armati in sei città della Cisgiordania e per l’uccisione di
oltre cinquanta palestinesi nelle sole due settimane precedenti la manifestazione,
e così senza vergogna da dichiarare alla moltitudine che la pace
è migliore della guerra…”. In quell’occasione, afferma
l’organizzazione Gush Shalom, “Sharon ha nominato Daliah Rabin,
indegna figlia del primo ministro martire, come rappresentante del Ministero
della Difesa, dandole un incarico senza reale potere di influenza e guadagnando
al suo governo il prestigio e la legittimazione che il nome di Rabin porta
con sé”.
Ciò nonostante molti gruppi nonviolenti israeliani vi hanno preso
parte per parlare alle diecimila persone che hanno affollato la piazza.
In maggioranza giovani, essi costituiscono la parte migliore della coscienza
pacifista israeliana, scoraggiata dagli eventi dell’anno trascorso,
raggirata dalla propaganda,