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Azione nonviolenta - Novembre 2001 PDF Print E-mail

- Tante guerre sante e giuste. ma una sola pace, quella vera
- Fra guerra e terrorismo c'e' la terza via: la nonviolenza
- Elmetti in redazione per censurare dubbi e critiche alla guerra
- Ho marciato da perugia ad assisi insieme ad altri trecentomila
- Appello dei premi nobel per la pace: "la vita umana e' sacra"
- Una risata vi seppellira' (in Internet) quando la guerra diventa barzelletta
- Dalla parte delle vittime civili di una guerra incivile
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Tante guerre, sante e giuste, ma una sola pace, quella vera

a cura di Mao Valpiana

L’attacco militare in Afghanistan va vanti; sarà lungo, ci fanno sapere. In America invece cresce la paura, l’angoscia per possibili nuovi attentati. In Afghanistan i profughi fuggono dalle bombe; in America i cittadini abbandonano le proprie abitudini. Vite che cambiano, forse per sempre. Morti che si aggiungono a morti e feriti, tanti feriti, nel corpo e nell’anima.
Questa è la guerra, che porta morte e distruzione, odio e violenza; è sempre stato così.
Nessuno vuole la guerra, per tutti è una triste necessità; e ogni guerra viene presentata come l’ultima, quella che serve a farla finita con le guerre. La guerra di oggi è necessaria per cancellare il terrorismo internazionale…. quella precedente doveva spodestare un dittatore, quella prima era fatta per motivi umanitari, quella prima ancora doveva difendere il diritto internazionale, e così via, a ritroso, trovando sempre un buon motivo per giustificare la “nostra” guerra, di volta in volta giusta o santa. E quando la guerra scoppia, e si vedono i primi morti e arriva la povertà, e si conosce la fame, tutti a sperare nella pace, a chiedere pace, a maledire la guerra. La storia sembra proprio non insegnare nulla all’umanità. Finita la guerra, fatta la pace, dopo un paio di generazioni ci si dimentica degli orrori e si prosegue a costruire armamenti, a progettare nuove armi, a mantenere gli eserciti, ad addestrare i soldati, a finanziare l’industria bellica. E poi il ciclo ricomincia. Sempre più micidiale.
***
Trecentomila persone hanno camminato domenica 14 ottobre, da Perugia ad Assisi, sul percorso realizzato quarant'anni fa (24 settembre 1961) con la prima Marcia per la Pace ideata da Aldo Capitini, pioniere della nonviolenza italiana, fondatore del Movimento Nonviolento.
La Marcia Perugia-Assisi ha visto come protagonisti tanti bambini, donne e uomini, che hanno superato le sigle di partiti e gruppi, spazzato via polemiche e miserie pseudopolitiche, ritrovandosi insieme sotto la bandiera della pace. Tanta gente, in tutto il mondo, si è lasciata alle spalle le vecchie ideologie per abbracciare la proposta nonviolenta. Sono coloro che l'11 settembre si sono sentiti tutti americani, e che oggi si sentono tutti afghani. Stare dalla parte delle vittime, di chi subisce violenza, per trovare con loro la forza, il coraggio, l'amore per rispondere con la nonviolenza, l'unica strada capace di spezzare la spirale di morte che il mondo sembra voler percorrere.
***
O l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità, è stata la profezia di Gandhi. Si è preferito farne un santo piuttosto che riconoscerne le doti politiche. Il Mahatma va bene quando predica l’amore, ma non quando condanna ogni guerra e tutti gli eserciti, tantomeno quando propone il disarmo unilaterale. La stessa sorte toccata a Francesco d’Assisi, poveretto (altrochè poverello…)! Nella cattolicissima Italia, nel 2001, un Vescovo dice ancora che lo rispetta come Santo ma non ne farebbe mai un Ministro della Difesa; appunto, lasciamo i nonviolenti sugli altari (roba da preti) e la guerra (che è una cosa seria) facciamola fare ai generali. Ed invece Francesco, ottocento anni fa, aveva già capito perfettamente cause e soluzioni del problema guerra, anche di quelle dell’era della globalizzazione:
…Rispose il Santo: “Messere, se avessimo dei beni, dovremmo disporre anche di armi per difenderci. E’ dalla ricchezza che provengono questioni e liti, e così viene impedito in molte maniere tanto l’amore di Dio quanto l’amore del prossimo. Per questo non vogliamo possedere alcun bene materiale a questo mondo.” ( Fonti francescane – La Leggenda dei Tre Compagni )

 

Fra guerra e terrorismo c’è una terza via

Di Nanni Salio

E dopo il 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) venne l’11 settembre 2001: inaspettato per i più, ma previsto saggiamente da alcuni. Date epocali? Forse, ma non necessariamente. Nei poco più di dieci anni che separano questi due eventi, l’umanità ha perso una formidabile occasione, una “finestra di opportunità”, per porre definitivamente la guerra fuori dalla storia e vi e’ ripiombata a capofitto.
Perché ci vogliono così male, si chiedono gli americani. Perché tanto odio? Cosa possiamo fare?
Esaminiamo innanzi tutto tre principali interpretazioni. La prima è la teoria del “blowback”, o del “contraccolpo”, che è esposta con grande preveggenza e dovizia di dati da Chalmers Johnson in un testo quasi profetico, Gli ultimi giorni dell’impero americano (Garzanti, Milano 2001). La politica estera ed economica americana ha prodotto talmente tanti guasti e seminato tanto odio da ritorcersi contro, anche se i cittadini americani non ne sono consapevoli (ma questo non vale per i loro leader). E’ ormai noto a tutti che personaggi come Saddam Hussein, Noriega, Bin Laden e tanti altri sono creature degli USA, che come tanti “Frankenstein” si ribellano e si rivoltano contro il loro creatore. In altri termini, la dottrina militare, le teorie strategiche e il modello di difesa elaborati dal complesso militare-industriale-scientifico statunitense si sono rivelati profondamente errati e pericolosi e invece di creare sicurezza hanno generato uno stato generale, su scala mondiale, di insicurezza, paura, terrore, rischio mortale. Siamo di fronte a uno dei più incredibili errori concettuali e di progettazione, finanziato con centinaia di miliardi di dollari all’anno, e le popolazioni civili di tutto il mondo stanno pagando un prezzo altissimo. Se il Pentagono e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti utilizzassero gli stessi criteri di efficienza di un’azienda privata, i dirigenti di queste due istituzioni dovrebbero essere licenziati in tronco. Invece, ci ripropongono la stessa ricetta: altri bombardamenti. La seconda interpretazione e’ la vecchia, ma sempre attuale, “teoria del petrolio”. Tutte le principali guerre di questi anni sono state combattute dagli USA per assicurarsi il controllo delle riserve strategiche di petrolio e gas naturale. Intorno al 2005 verrà raggiunto il picco di produzione geofisica del pianeta, e verso il 2030 comincerà la vera e propria crisi generale. La transizione può essere indolore solo se progettata per tempo, ma non sembra essere questa la direzione verso la quale ci stiamo muovendo (si veda: www.dieoff.com).
La terza interpretazione e’ quella che Giulietto Chiesa propone affermando:
“Cercate la cupola, non solo Bin Laden”. In altre parole, e’ assai improbabile che gli attentati dell’11 settembre siano stati attuati da una singola organizzazione senza una vasta rete di complicità, anche all’interno degli stessi Stati Uniti. E’ noto che da sempre il terrorismo convive in simbiosi con i servizi segreti, come insegnano tante vicende del passato, compresa quella dello stragismo in Italia. Queste tre interpretazioni non si escludono a vicenda, anzi si corroborano tra loro e ci mettono in guardia da facili spiegazioni e da ancor più semplicistiche soluzioni che, nell’immediato, non esistono. Siamo di fronte al trionfo dell’”impermanenza”, della società del rischio, dell’angoscia e del terrore che giorno per giorno abbiamo ottusamente contribuito a costruire.
Dopo la parte di analisi in negativo, proviamo a formulare alcune proposte in positivo.
1. Giustizia senza vendetta: la ricerca dei colpevoli, dei perpetratori, non solo materiali, ma anche dei mandanti, e’ compito di un organismo sovranazionale e non di una singola parte. Gli USA si sono finora opposti alla costituzione di un Tribunale Penale Internazionale sui crimini contro l’umanita’: cambieranno idea dopo l’11 settembre? Giuridicamente, questi attentati sono un crimine contro l’umanita’ e non un atto di guerra, e come tali devono essere affrontati.
2. Negoziazione: uno dei principi cardine della trasformazione nonviolenta dei conflitti è la non demonizzazione dell’avversario e l’analisi corretta delle sue richieste. Che cosa ha chiesto Bin Laden nel corso della sua dichiarazione trasmessa dalle TV di tutto il mondo? Tre sono i punti essenziali, tutti quanti non solo negoziabili, ma che da tempo avrebbero dovuto essere affrontati: definitiva risoluzione del conflitto Israele-Palestina; cessazione dell’embargo e dei bombardamenti sull’Iraq, con lo stillicidio di morti che mensilmente sono almeno pari a tutte le vittime dell’11 settembre; abbandono delle basi USA in Arabia Saudita.
3. Costituzione di una commissione internazionale per la verità, la giustizia e la riconciliazione: questa commissione potrebbe cominciare a funzionare a partire da ong e gruppi di base, sulla falsariga di quella promossa in Sudafrica da Nelson Mandela e Desmond Tutu coinvolgendo in un secondo tempo le istituzioni statali e sovranazionali.
4. Sostegno ai movimenti locali che lottano per i diritti umani e la democrazia con metodi nonviolenti: ovunque sono presenti gruppi che operano per una trasformazione nonviolenta dei conflitti, in particolare movimenti di donne come quello afghano Rawa.
5. Dialogo, educazione, cultura: e’ il lavoro lento, ma indispensabile, per costruire un’autentica cultura della nonviolenza, compito primario di ogni educatore. Segnaliamo l’articolo di Umberto Eco, “Le guerre sante: passione e ragione” (“La Repubblica”, 8 ottobre 2001)
6. Movimento internazionale per la pace: cosi’ come negli anni ‘80 una grandiosa mobilitazione riuscì a sconfiggere la minaccia nucleare, occorre a maggior ragione costruire un movimento delle società civili di ogni paese, del Nord e del Sud del mondo, che sappia imporre un cambiamento nell’agenda delle priorità politiche sui temi globali: pace, ambiente e sviluppo, senza cadere nella trappola della protesta violenta.
7. Uscire dall’economia del petrolio: fonte di ricchezza per pochi, di gigantesca corruzione e di minaccia ambientale planetaria, e’ diventata anche una delle cause prevalenti delle guerre. E’ indispensabile avviare prontamente la riconversione del sistema energetico su basi rinnovabili, decentrate, a piccola potenza.
8. Controllo della finanza internazionale: il mondo e’ pieno di “Bin Ladren” come si usa dire nel dialetto piemontese e forse di qualche altra regione, che disinvoltamente utilizzano i proventi della droga, del commercio di armi, della speculazione finanziaria e delle attività mafiose per costruire paradisi fiscali e potentati economici al riparo da ogni intrusione della giustizia. Cominciamo a liberarci dei “Bin Ladren” nostrani, che stanno varando leggi scandalose e offensive del più comune buon senso morale.
9. Zone libere dall’odio: e’ la proposta lanciata dalla ong americana “Global exchange” che richiama quella delle zone denuclearizzate degli anni ‘80. Dichiariamo le nostre scuole e i nostri quartieri “zone libere dall’odio”, con un lavoro di base, di dialogo, di incontro, di scambio culturale che valorizzi differenze e capacita’ costruttive e creative di trasformazione nonviolenta dei conflitti.
10. Liberiamoci dal complesso militare-industriale: tutti i punti precedenti rischierebbero di risultare vani se la più potente causa di produzione delle guerre non venisse rimossa, in ogni paese, ma soprattutto in quelli più potenti, a cominciare dagli USA, sostituendo gli attuali modelli di difesa altamente offensivi e distruttivi con forme di difesa popolare nonviolenta.

 

Elmetti in Redazione

Di Beppe Muraro *

Anche questa volta si usano giri di parole. Non si parla più di operazione di polizia internazionale, di restituire speranze, di ingerenze umanitarie, ma di una assai improbabile “libertà duratura” (sul perché si abbia l’incredibile pudore di non chiamare guerra i bombardamenti e gli altri interventi militari in Afghanistan ne ha già ben scritto Adriano Sofri su la Repubblica del 20 ottobre).
Invece quanto accade è semplicemente e apertamente di guerra. Qualcuno la chiama santa, altri invisibile, altri giusta.
Il risultato non cambia.
La guerra è guerra. Dove si spara e bombarda, ma anche nelle redazioni.
E così la mia scrivania è sempre più sommersa dai ritagli dei giornali che si sono accumulati nelle ultime settimane. La tv viene illuminata dalla notte verde di Kabul o dai fantasmi che agiscono davanti a telecamere a raggi infrarossi. Niente di nuovo, tutto già visto. Tutto già letto. Anche se sarebbe più giusto dire che niente si sa e si vede se non quello che - da una parte come dall’altra – vogliono mostrare chi questa guerra la vuole, abbiamo l’illusione di sapere tutto.
E’ di nuovo tempo di guerra. Siamo di nuovo in tempo di guerra.
Così – come ai tempi della guerra nel Golfo - gli elmetti sono tornati a girare liberamente e con orgoglio nelle redazioni di giornali e tv. Forse non se ne sono mai andati.
Colpa anche nostra che non li abbiamo cacciati, che abbiamo pensato che di fronte a tanti massacri e a tanti orrori visti negli ultimi dieci anni potesse prevalere la forza della ragione, della critica e del dubbio, anziché quella delle armi.
Invece tutto è così uguale, solo con qualche ipocrisia in meno.
Infatti i “signori della guerra” non vogliono nemmeno dare – come in passato - di lasciare un’illusoria libertà a chi vuole fare informazione e dare notizie. Parlano apertamente di censura. Chiedono di oscurare l’unica tv rimasta a raccontare cosa succede in Afghanistan. Senza pudore né vergogna fin dall’inizio hanno detto che di notizie ne usciranno poche e quelle poche potrebbero essere anche false.
“Niente stampa intorno è il sogno dei generali” è quello che ha detto Peter Arnett, ex inviato di guerra della Cnn.
Niente stampa attorno soprattutto quando bombardare ospedali o uccidere donne e bambini viene chiamato “effetto collaterale”, quando si impedisce l’arrivo degli aiuti umanitari, dei medici, delle medicine ad un popolo che da vent’anni passa da un conflitto ad un altro.
Su questa cappa di silenzio qualcuno in America ha protestato. In America, non da noi. In fondo sono pochi quelli che, all’indomani dei primi bombardamenti e dei primi “obiettivi” centrati, hanno messo in dubbio che le cose potrebbero essere andate in altro modo da quelle raccontate dal Pentagono e dagli altri ministeri della guerra. Mi chiedo perché? Per ignoranza, convinzione o assurda convenienza?
Quasi sotto silenzio è passato anche il fatto che senza pudore né vergogna qualcuno abbia parlato di una possibile opzione nucleare. Un delirio registrato dai più senza nemmeno un brivido di paura, quasi che Hiroshima sia solo un qualcosa letto in vecchi libri di scuola e non un orrore contro l’umanità o che un orrore – quello dell’11 settembre –debba per forza giustificarne un altro.
“Temo che una soluzione militare al problema del terrorismo non ci sia, o sia inefficace, utile solo a placare l’opinione pubblica interna”. Sono parole che lo storico Eric J. Hobsbawn, (autore del prezioso “Secolo breve – L’epoca più violenta della storia dell’umanità” edito in Italia da Rizzoli) ha detto in un’intervista. Parole sulle quali ci sarebbe molto da meditare. Dentro e fuori dalle redazioni.
E invece giornali e telegiornali dopo l’11 settembre sembrano essersi trasformati in altrettanti cataloghi di piazzisti d’armi. Se si esclude qualche buona inchiesta sugli affari di Bin Laden e sugli gnomi della finanza che per lui lavorano tra la City di Londra, le banche di Vaduz e la borsa di New York, alle interviste a Gino Strada e agli altri medici di Emergency e di Medici senza Frontiere, che l’Afghanistan non l’hanno mai abbandonato, il resto è solo un assordante silenzio con cui si accettano i proclami di guerra. Dell’una e dell’altra parte.
“Com’è possibile dire qualcosa di intelligente su un massacro?” si chiedeva in un suo libro Kurt Vonnegut. Dopo quanto successo a New York dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali nelle redazioni di giornali e tv. Non come invito al silenzio, ma alla riflessione.
Dice il poeta veneto Andrea Zanzotto: “quando ci sono le armi che parlano, tutto il resto tace, anzi chiacchiera”.
Come dargli torto visto che ogni giorno dobbiamo fare i conti con gente che scrive di guerra come si trattasse di esercizi virtuali e non di vite umane o con strateghi improvvisati che muovono aerei e soldati sulle lavagne magnetiche degli studi televisivi, come si trattasse di una partita di Risiko e non di una tragica realtà.
Come disse una volta Willy Brandt davanti alla platea del Palazzo di Vetro dell’Onu “anche la fame è un atto di guerra” e allora davanti a tanto sfoggio di conoscenze militari mi sarebbe piaciuto leggere o ascoltare almeno una volta quanto cibo o quanti aiuti umanitari si potrebbero distribuire con l’equivalente in aiuti umanitari col costo delle attrezzature super sofisticate e delle armi in dotazione agli incursori americani, inglesi o tedeschi pronti ad entrare in azione o quanti ospedali si potrebbero costruire col costo dei tanti missili Cruise caduti in Afghanistan.
Disarmante, poi, è la rinuncia a capire e a spiegare cosa c’è dietro a quello che è successo e sta succedendo, cosa ha fatto nascere un odio così feroce e devastante, come è possibile contrastarlo senza per questo far uso di missili e bombe.
Chi cerca di farlo di volta in colta viene demonizzato, deriso, minacciato, e da qualcuno anche considerato alla stregua dei terroristi che si sono abbattuti su New York.
E’ un problema più di testa che di sintassi. E allora mi convinco sempre di più che l’elmetto dalle redazioni, e non solo da quelle, non se n’è mai andato. Forse è per questo che è così difficile far emergere nel nostro lavoro qualche piccola ombra di dubbio. E’ per questo che è difficile disarmare anche il nostro linguaggio, misurare il peso di parole che magari non uccidono, ma possono giustificale la morte. Che giustificano centinaia di morti.
Stare zitti però non si può. E allora prendiamo esempio dalle parole scritte da Dacia Maraini (“Ma il dolore non ha bandiera” Corriere della Sera 5.10.01) e da Tiziano Terziani (“Il sultano e S. Francesco”, CdS 8.10.01) in risposta ai deliri di Oriana Fallaci. Interventi che sono vere e proprie orazioni civili, così come lo è lo splendido manifesto laico di José Saramago (“Uccidere in nome di un Dio”, la Repubblica 20.9.01). Nel mare dell’informazione di guerra, di questa informazione di guerra, rischiano però di essere scialuppe lasciate andare alla deriva. Dovrebbero, invece, darci la forza per raccontare anche le storie di chi dice no ad ogni tipo di integralismo, di intolleranza, di odio. Di chi vuole capire e non accetta la presunta inevitabilità della guerra e dei bombardamenti.
Se non resistiamo oggi alla “tentazione” del silenzio, della censura e dell’omologazione, domani sarà troppo tardi. Dopo l’informazione toccherà ad altre libertà e ad altri diritti civili. Nel nome della lotta al terrorismo e all’integralismo tutto sarà possibile e – quel che è peggio – tollerato.
Siamo disposti ad accettarlo? Spero proprio di no.

* giornalista Rai

 

Ho marciato da Perugia ad Assisi
Insieme ad altri trecentomila

Di Fulvio Cesare Manara

Ho marciato, con altre centinaia di migliaia, ho marciato in silenzio, per tutta la durata del cammino, in mezzo a una folla immensa, in solitudine. Qualche sguardo scambiato furtivamente, piedi in marcia e occhi e orecchie aperti.
Non ho ora tesi sicure da proporre. Ad altri, migliori testimoni e leader di me, lascio questo compito.
Non credo che, incamminandomi anch’io, fossi immune da pregiudizi e preconcetti, come chiunque, di fronte a quello che mi aspettava. Non credo del resto ci possa essere qualcuno davvero “immune da pregiudizi” — e restano pochissimi quelli che li sanno gestire in modo autenticamente nonviolento, peraltro. Non ho visto un impegno per la pace nitido ed intransigente, ho colto moltissime contraddizioni. Non ne ho paura: sarebbe un particolare pregiudizio pure questo. Rifletto, a cuore aperto e mente serena, perché si, è vero che è stato un cammino anche interiore, di meditazione. Una meditazione aperta su centinaia di migliaia in marcia, su me stesso goccia in questo mare. Una meditazione sulle fatiche della pace, sul pacifismo teneramente insufficiente, in qualsiasi sua manifestazione. Una meditazione sul senso dell’esserci e del pensare questo esserci, in cammino. Non so se il mio sia stato e sia il cammino della nonviolenza. Ho grossi dubbi. Certo verso la nonviolenza: possiamo dirci solo cercatori di nonviolenza, in questo mondo duro a partire dai nostri stessi conflitti d’area. Ma ho visto molti in cammino verso altro, sicuramente, se i loro mezzi di dimostrazione eran quelli che ho visto e sentito. Ce lo diciamo da molto, fra di noi, ma pare che si debba ripeterlo indefinitamente: (cit. Milovan Gilas…
Le prime contraddizioni sono quelle che mi si son svelate dentro, interiormente. Non credo di essere fatto per le grandi manifestazioni di piazza, eppure ho voluto partecipare, e sono contento di averlo fatto, anche se la fatica di arrivare alla fine a tratti mi distraeva. E mi sono sentito smarrito, in mezzo a quella marea umana. Mi è risultato difficile, se non impossibile, identificarmi, cogliere un’appartenenza. Lo sparuto gruppo del MN dietro il quale m’ero deliberatamente posizionato ai giardini del frontone ha abbastanza in fretta riarrotolato lo striscione e poi, per quanto mi sia ingegnato a seguirli, li ho persi nella fiumana. Qualche sguardo, si, incrociato casualmente, mi ha comunicato molto. Ma è un’appartenenza senza volto, quella così umana, che ti fa sentire uno con il primo venuto, sconosciuto, che ti sorride. Non ho visto tanti sorridere, però…
I segni di appartenenza più evidenti erano quelli che avrebbero dovuto e potuto benissimo non esserci: quelli di antiche truppe cammellate, ancora esistenti, così disperatamente obsolete, anticaglie politiche…con i loro leaderini, i loro slogan, le loro bandiere. Ai miei occhi solo grigio su grigio, solo rumore. Canti arcaici dalle marce di un tempo paleolitico, stranissimamente sopravvissuti.
I segnali provenienti da questi gruppi erano palesemente in frizione con la festa di una marea sicuramente più estesa di altri giovani partecipanti, colorati, impegnati, È vero che l’antica intuizione della festa lasciataci in eredità da Capitini è più nuova di tutti i quadri intruppati di agenzie non al passo della storia. Suoni, musiche, voci e colori: questi si. E intanto io sentivo la fatica dei miei piedi e delle mie gambe: sofferenze che cercavo di tacitare pensando ai profughi afghani alla loro sete al loro cammino, e a tutti gli appiedati della terra, i cui piedi sognano una marcia come la nostra verso un futuro, verso la semplice sopravvivenza.
Mi han fatto sorridere alcune immagini che non dimenticherò — un paio per tutte: quella di una ragazza che sul suo zainetto portava non distanti tra loro un adesivo con scritto “No global war” e un contenitore per un succo di frutta della multinazionale Del Monte. Il volto di Ocalan su bandiere gialle di emigrati curdi…
L’appello detto un giorno da Tonino Bello: “in piedi, operatori di pace!”, ricordatomi da amici delle Acli, mi è risuonato in testa a lungo, marciando, quando cercavo ombra ove sedermi o quando i fischietti mi assordavano stridenti o urla con insulti incivili han raggiunto le mie orecchie.
Tutti “operatori di pace” quelli che parlano ad alta voce di pace, o marciano in suo nome? I dubbi mi son rimasti integralmente. Importante saper cogliere le sfumature: nessun unanimismo, odioso perché sempre finto. NO: non tutti quelli che parlano di pace sono operatori di pace: si sa. E sono troppi e tutti insufficienti, sempre, i pacifismi generici, quelli della paura, quelli di superficie, quelli da militanza conveniente e leadership strumentalizzante. I pacifismi di piazza, insomma.
Eppure il popolo della nonmenzogna c’era, è vero: l’ho sentito con le sue semplici trasparenze e la volontà buona. La marcia è però solo il “la” di un cammino verso la nonviolenza. Serve ben altro, e non solo l’azione nonviolenta contro la guerra (che sarà di pochi, di troppo pochi a confronto con i duecentomila e rotti della Perugia-Assisi). Ma il sogno di duecentomila resistenti alla guerra m’ha sfiorato la mente, abbagliata dal sole meridiano. Sogno evanescente, certo. L’azione diretta nonviolenta potrà mai diventare la diffusa pratica delle reti dei gruppi, delle associazioni che si richiamano alla “nuova globalizzazione”? È unicamente questa la “nonviolenza” che può assumere il senso di “varco della storia”. Sono molto sospettoso sul fine dell’azione diretta nonviolenta, se questa è solo rivolta a fermare la partecipazione italiana alla guerra e non si tramutasse in una ricerca di relazioni nuove e di una rete di relazioni capace di resistere non solo alla minaccia del militarismo (mai sconfitto, si vede) ma anche a quella del terrorismo, e, alla fine, di cambiare il mondo in meglio.
Una marcia di popolo, sia pur riuscita, nonostante tutto, non basta. La sento largamente insufficiente. Non è un successo per me la sola conta delle teste presenti, né il fatto che non si sian visti guastafeste.
La nonviolenza non è solo un’antica parola: è un appello sempre nuovo che può diventare il varco della storia solo se cominciamo a praticarla.
Voglio vedere adesso le associazioni non sospettabili di ipocrisia sostenere in concreto punti quali quelli proposti dai movimenti cattolici:
incrementare la quota del Pil destinata agli aiuti per lo sviluppo dei paesi poveri rafforzando la cooperazione e la solidarietà internazionale,
applicare subito la legge sulla cancellazione del debito estero,
bandire la guerra e combattere autenticamente il mercato delle armi,
rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite nella prevenzione e soluzione dei conflitti.
Sono mica cose che si possono fare poi così rapidamente: la quota del Pil destinata alle spese agli armamenti è andata crescendo nel nostro paese, in questi ultimi anni, perché chi governa (sia esso di destra come di sinistra) alla fine pensa ancora come nel paleolitico: che le armi e gli eserciti (di volontari) possano essere “operatori di pace”… e crede che questo sia un modo “nuovo” di praticare la ricerca della pace. Figuriamoci. Sugli “interventi di polizia internazionale” fatti dagli eserciti stendiamo un velo pietoso…
Siamo in tempi in cui la guerra è parola che i politici corteggiano di nuovo senza pudore, senza più inibizioni… Mai come oggi — mentre riceve il premio Nobel per la pace — l’ONU viene snobbata e presa di mira da politici e giornalisti, e, ahimè, anche da qualche studioso, mentre la fiducia nella sua riformabilità sta perdendo terreno visibilmente.
Son mica cose queste che ci verran gratificate perché c’è buona volontà…
E invece, nessuno che si sia detto: impariamo l’azione diretta nonviolenta. Addestriamoci. Ci aspetta una dura lotta… Il training — in verità — non basta mai: anzi, per la stragrande maggioranza deve ancora cominciare.
Insomma, sento tutta l’ambiguità di appelli generici alla nonviolenza, che possono con il loro baccano interferire con le poche voci che ci ricordano che l’azione nonviolenta e la capacità di condurla non si inventa dall’oggi al domani. Che comporterà la capacità di sacrificio, una lotta dura, capacità di resistenza e creatività, addestramento, lunga formazione e quant’altro di difficile.
Il pacifismo non basta, si sa: e non bastano neppure i semplici appelli alla nonviolenza. Bisogna che cominciamo l’addestramento.
Proprio perché non mi sono costruito la mia marcia a mio uso e consumo e non l’ho voluto fare mi trovo di fronte a questi pensieri e a queste domande. Mi piacerebbe continuare la marcia nel dialogo di chi a sua volta si interroga, e vuol essere sempre più coinvolto nella strada verso la nonviolenza. Tempi duri, certo. Riusciremo a non lasciarci indurire? Riusciremo a governare le nostre paure? A non lasciarci amareggiare e a non fermarci nel cammino verso un’umanità nonviolenta? Mi son tornati in mente comunque i versi di Wolf Biermann, insieme ai miei dubbi. Si, “Non vogliamo tacerlo / In questo tempo tacito / Sui rami spunta il verde / Vogliam mostrarlo a tutti / E allora lo sapranno”.


APPELLO DEI PREMI NOBEL PER LA PACE

Siamo lieti di comunicare la pubblicazione dell’appello “La vita umana è sacra” di otto Premi Nobel per la Pace.
In risposta ai tragici eventi di New York e Washington, D.C., otto Premi Nobel per la Pace hanno deciso di fare una dichiarazione comune nella quale esprimono le loro profonde condoglianze ai familiari e agli amici delle vittime e chiedono al governo degli Stati Uniti di astenersi dall’azione militare di rappresaglia. Essi sottolineano che dovrebbero essere applicati gli standard della legislazione internazionale per consegnare i responsabili di questi atti barbarici alla giustizia.
Allo stesso tempo chiedono alle Nazioni Unite di dare compimento al Decennio per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010) già dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per i primi dieci anni del 21° secolo. In particolare gli otto Premi Nobel per la Pace chiedono che nel prossimo futuro sotto l’egida delle Nazioni Unite si convochi una conferenza che guardi alle cause profonde del terrorismo e prenda misure per alleviarle, formulando passi ulteriori per affrontare la minaccia del terrorismo e garantire la sicurezza pubblica. Essi ricordano alla comunità mondiale la necessità di insegnare ai bambini e ai giovani i valori della pace e della nonviolenza e chiedono una giornata internazionale in onore di tutte le vittime del terrorismo che sarà illuminata da programmi educativi.
L’appello è stato lanciato dal Premio Nobel Mairead Corrigan Maguire su iniziativa di Jonathan Sisson, rappresentante dell’International Fellowship of Reconciliation (IFOR) alle Nazioni Unite di Ginevra. Mairead Corrigan Maguire ha diviso il Premio Nobel per la Pace con Betty Williams nel 1976, quando le due donne dell’Irlanda del Nord furono insignite dell’onoreficenza per il loro ruolo nell’organizzazione delle proteste contro la violenza nel loro paese.
Altri cofirmatari dell’Appello sono Betty Williams ( Premio Nobel per la Pace 1976), Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la Pace 1980), Desmond Mpilo Tutu ( Premio Nobel per la Pace 1984), His Holiness the 14th Dalai Lama ( Premio Nobel per la Pace 1989), Rigoberta Menchu Tum (Premio Nobel per la Pace 1992), Joseph Rotblat ( Premio Nobel per la Pace 1995) and Jody Williams (Premio Nobel per la Pace 1997).
Parlando delle motivazioni che l’hanno spinta a lanciare l’appello “La vita umana è sacra”, Mairead Corrigan Maguire ha citato la sua convinzione che la violenza non serve nessuno scopo e che la rappresaglia causerebbe soltanto la morte di molte più persone. ” Noi comprendiamo i profondi sentimenti di perdita e di dolore”, ha detto, “ma nei nostri cuori sappiamo che soltanto l’amore può guarire ciascuno di noi. Perciò lasciateci iniziare ad ascoltare i nostri cuori”.
Altri Premi Nobel firmando l’appello hanno sottolineato il ruolo attivo che le Nazioni Unite dovrebbero avere nella risposta alla crisi. Sir Joseph Rotblat, che ha ricevuto il Premio Nobel nel 1995 come riconoscimento del suo lavoro per il disarmo nucleare, ha commentato che “se deve essere intrapresa un’azione militare, ciò va fatto dal Consiglio di Sicurezza sotto gli auspici delle Nazioni Unite”.
In una lettera al Presidente Bush immediatamente dopo gli eventi H.H. il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace 1989 e cofirmatario dell’Appello, ha interrogato sulla saggezza di una rappresaglia violenta, citando il suo credo secondo cui “la violenza aumenterà soltanto il ciclo della violenza”. In tutta umiltà ha aggiunto “Ma come affronteremo l’odio e la rabbia che sono spesso le radici profonde di una così irrazionale violenza?”
E’ chiaro che nessun popolo o nazione possono da soli dare una risposta alla più profonda questione delle cause del terrorismo. Sono necessari la saggezza collettiva e l’azione dell’intera comunità mondiale.
I Premi Nobel per la Pace hanno aiutato a far nascere il Decennio per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010) delle Nazioni Unite. L’Appello degli otto Premi Nobel per la Pace ora è rivolto alle Nazioni Unite affinché dia compimento al Decennio come forum di dialogo e di educazione contrapposto alla minaccia del terrorismo.
Le persone di tutto il mondo sono invitate a sottoscrivere l’Appello “La vita umana è sacra” come impegno personale per cercare soluzioni pacifiche e nonviolente contrapposte ad ogni forma di violenza.
International Fellowship of Reconciliation


DELL’IFOR ALLE NAZIONI UNITE DI GINEVRA
5 ottobre 2001


Cari amici e colleghi dell’IFOR, quest’appello è stato lanciato in risposta ai tragici eventi degli Stati Uniti dal Premio Nobel per la Pace e membro dell’IFOR Mairead Corrigan Maguire su iniziativa di Jonathan Sisson, rappresentante IFOR alle Nazioni Unite di Ginevra, che ha aiutato a coordinare gli sforzi per la raccolta delle firme degli altri Premi Nobel e a prepararne la diffusione nel mondo.
Il testo dell’appello è edito oggi nella versione originale inglese, con traduzioni in francese, tedesco, spagnolo e arabo. Al testo è allegato un comunicato stampa in inglese. Una versione dell’appello elaborata da un artista grafico sarà inviata per posta.
Noi chiediamo al network dell’IFOR di diffondere l’appello. Seguono alcuni suggerimenti su cosa fare.
Subito
Inoltrare il testo dell’Appello e del comunicato stampa ai rappresentanti della stampa (giornali, radio, televisione) del vostro paese a livello nazionale, regionale, locale;
inoltrare il testo dell’Appello e del comunicato stampa agli uffici governativi, alle ONG nazionali, alle istituzioni religiose, alle organizzazioni partners.
Di seguito
Tradurre l’appello nelle principali lingue del vostro paese o regione, se possibile; inoltrare il testo dell’appello(in traduzione, se necessario e possibile)ai vostri membri, includendo i suggerimenti su come usare l’appello ( vedi oltre); inserire l’appello nel vostro website ed incoraggiare altre organizzazioni a fare lo stesso; informare la segreteria IFOR ( con una copia al FOR/USA) sui passi compiuti ( per esempio, in quali lingue è ora disponibile?) per facilitare l’informazione sulle azioni intraprese dal network IFOR.
SUGGERIMENTI PER L’USO DELL’APPELLO
Ogni gruppo IFOR, branca e affiliati dovrebbero usare l’Appello nelle proprie attività come ritiengono conveniente. In questo senso l’IFOR non sta iniziando una campagna per la raccolta di firme come fatto per il Decennio. Tuttavia abbiamo dei suggerimenti per voi utili (e, naturalmente, potete usare la vostra personale iniziativa per sviluppare ulteriori attività):
usare l’appello come parte di una campagna di lettere ai membri del vostro governo locale o nazionale o all’Ambasciata americana del vostro paese;
chiedere a giornali e riviste di donare uno spazio per pubblicare l’appello o raccogliere donazioni da cofirmatari che vorrebbero aggiungere i loro nomi a quelli dei Premi Nobel e pagare un inserto sulla stampa;
menzionare l’Appello nelle lettere al direttore della stampa locale;
distribuire l’Appello durante le dimostrazioni o come poster da affiggere nei negozi o in luoghi pubblici;
chiedere ai vostri membri di diffondere l’Appello attraverso il loro personale network email.

In tutti questi sforzi è importante sottolineare che le parole dell’appello non devono essere alterate. Può darsi che gli eventi dei prossimi giorni e delle prossime settimane cambieranno il dibattito pubblico, particolarmente se avrà luogo l’attesa risposta militare. Ma i Premi Nobel sono fermi nella loro posizione che propone soluzioni nonviolente piuttosto che l’uso della forza militare.
Nel rispetto dei tragici eventi degli Stati Uniti e di ogni altro noi non crediamo che sia iniziata una nuova era, bensì che un vecchio sistema di convinzioni basato sulla fiducia nell’egemonia globale militare ed economica è arrivato alla fine.
Invece lasciateci dare compimento al Decennio per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010). Promovendo la pace e la giustizia sociale e praticando la nonviolenza come mezzo di trasformazione personale, sociale, politica ed economica, noi riteniamo di potere contribuire alla fondazione di ciò che davvero potrebbe essere una nuova era.

Jonathan Sisson, Coordinatore dell’Appello dei Premi Nobel per la Pace; Rappresentante dell’International Fellowship of Reconciliation (IFOR) alle Nazioni Unite di Ginevra.

APPELLO DEI PREMI NOBEL PER LA PACE

Siamo profondamente rattristati per i tragici eventi di martedì 11 settembre di New York e Washington, D.C.. Non possiamo ancora pienamente comprendere l’enormità di quanto avvenuto e sentiamo la necessità di parlare nel timore che possa esserci un’escalation di violenza in risposta.
Porgiamo la nostra più profonda partecipazione e le nostre condoglianze alle famiglie ed agli amici delle vittime e al popolo degli Stati Uniti. Le nostre preghiere vi accompagnano in questo difficile tempo di perdita e di lutto. I molti atti di coraggio da parte delle squadre di soccorso e la generosità degli abitanti delle vostre città sono un esempio per tutti noi.
Il rispetto per la sacralità e l’inviolabilità della vita umana costituisce un articolo di fede fondamentale di tutte le maggiori religioni del mondo. Noi siamo incoraggiati dalle spontanee espressioni di solidarietà di milioni di uomini e donne di buona volontà, di ogni provenienza e di ogni continente e dai così tanti leaders religiosi e politici del mondo che hanno parlato contro questo barbaro atto di terrorismo.
Niente può ripagare la perdita della vita di migliaia di persone innocenti. Gli autori di questa azione devono essere ricercati e consegnati alla giustizia.
Allo stesso tempo sappiamo che perseguire con la giustizia questi responsabili non risolverà le più profonde questioni delle cause del terrorismo, che sono radicate nell’ingiustizia sociale, politica ed economica. A questo proposito siamo consapevoli che ogni giorno in molte parti del mondo soffrono e muoiono migliaia di vittime innocenti, la cui sola colpa è l’essere nate in un posto particolare o all’interno di una particolare religione o con un determinato colore della pelle.
In questo momento di crisi ci troviamo ad affrontare una sfida il cui esito può determinare il futuro di questo primo secolo del nuovo millennio. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato i primi dieci anni del 21° secolo Decennio per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010). Noi riteniamo che è giunto il momento di dare compimento a quella decisione.
Molti hanno paragonato l’attacco al World Trade Center ed al Pentagono all’attacco a Pearl Harbor. Ma questo non è il 1941. Negli ultimi 60 anni abbiamo imparato lezioni molto dure sulla discendente spirale della violenza e siamo stati tratti in inganno da false aspettative riguardo la capacità del potere militare di risolvere i problemi. Tristemente i nostri leaders politici continuano a prendere decisioni che producono scontro anziché negoziato. Il risultato è stato di più morti e più distruzione ed un crescente senso di paura, ansia e disperazione tra noi tutti.
Per questo noi ci appelliamo alla comunità mondiale e specialmente al popolo americano affinché raccolga la sfida che si è presentata nella sventura. Riconosciamo il bisogno di rispondere prontamente e con decisione a questi terribili atti di terrorismo. Tuttavia chiediamo al Governo americano di astenersi dalla rappresaglia militare. Tutte le azioni intraprese devono essere guidate dalle leggi internazionali ed essere ricondotte entro i limiti della Carta delle Nazioni Unite.

Inoltre chiediamo alle Nazioni Unite di organizzare in un futuro molto prossimo:
una conferenza internazionale sul terrorismo che ne indaghi le cause profonde, proponga misure da destinare a queste cause e stabilisca standards internazionali che garantiscano il soddisfacimento dei bisogni di sicurezza e che gli autori di tali atti siano consegnati alla giustizia
una giornata internazionale di commemorazione di tutte le vittime del terrorismo, con pubbliche manifestazioni di solidarietà e programmi di insegnamento di educazione alla pace e dei principi di nonviolenza nelle scuole e nelle università.

Il terrorismo minaccia gli stessi principi cui aspirano le nostre società e che sono custoditi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La migliore risposta a coloro che vorrebbero scardinare la democrazia e il ruolo della legge è riaffermare questi stessi valori e istituzioni.
In conclusione chiediamo ai governi e ai popoli del mondo di compiere passi concreti per sviluppare una Cultura di Pace e Nonviolenza. La risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati non dovrebbe essere guidata da un cieco desiderio di vendetta quanto piuttosto da una rinnovata determinazione a lavorare per un mondo pacifico e giusto.
L’unico grande male che deve essere combattuto non è un gruppo di persone od un altro quanto piuttosto la paura e l’odio che continuano a radicarsi nei cuori degli uomini.

Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace 1976
Betty Williams, Premio Nobel per la Pace 1976
Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la Pace 1980
Desmond Mpilo Tutu, Premio Nobel per la Pace 1984
The 14th Dalai Lama (Tenzin Gyatso) , Premio Nobel per la Pace 1989
Rigoberta Menchu Tum, Premio Nobel per la Pace 1992
Joseph Rotblat, Premio Nobel per la Pace 1995
Jody Williams, Premio Nobel per la Pace 1997
Ottobre 2001

 

Quando la guerra diventa barzelletta
Una risata vi seppellirà (in Internet)


A cura di Alberto Tomiolo


“Se non avessi il senso dell’umorismo, mi sarei già suicidato da un pezzo”. M.K. Gandhi

Lo spirito, molto britannico, con il quale Gandhi affrontava anche le cose serie e tragiche della vita, mi ha sempre affascinato. Ma quel senso dell’umorismo, è possibile anche dopo l’11 settembre? Navigando in Internet pare proprio di sì. Sto seguendo le avventure di bin Laden e di Bush anche on line e, devo dire, questo mezzo mi ha fatto capire emozioni e paure di cittadini americani ed europei meglio di tanti servizi giornalistici.
Vorrei perciò tentare un’analisi dell’11 settembre partendo dalle reazioni in Rete, e particolarmente dalle reazioni umoristiche, in America e in Italia. Nessuno si scandalizzi, lo spirito (in ogni senso) di Gandhi è dalla mia parte. Dopo il lutto si può tornare a sorridere. Di ogni tragedia bisogna saper vedere anche il lato comico.

Il 4 ottobre Pam Wilkes, americano, (il suo indirizzo è < >) ha spiegato a me e ad una conventicola di navigatori con cui si mantiene in corrispondenza che uccidere bin Laden farebbe di lui un martire. Sbatterlo in galera provocherebbe rapimenti e richieste di scambio prigionieri… No, meglio catturarlo, ricoverarlo in ospedale e sottoporlo ad una operazione chirurgica per cambiargli sesso. Poi, “rimandarla” a vivere in Afghanistan a vivere sotto il regime talebano.
Il giorno prima Jorge Schlefstein < > mi riportava una voce secondo cui gli inglesi combattono i terroristi islamici seppellendoli con un maiale: i musulmani ritengono che se un uomo viene sepolto a fianco di un animale immondo come il porco la sua anima trascorrerà l’eternità all’inferno. Inoltre il simpatico Jorge propone di mettere un maialino su ogni aereo in modo che gli attentatori suicidi siano costretti ad abbandonare l’impresa. Ad abundantiam, Jorge propone di sostenere l’invasione di terra in Afghanistan dei soldati anglo-americani non con mezzi corazzati, ma con la liberazione in prima linea di 100.000 porcellini. “La guerra - conclude Jorge - finirebbe in un week end”.
Reazioni, dunque, irate ed ironiche.

Quella parte di società che non ha reagito maledicendo o ridendo, si affida al fatalismo ed interpreta i segni del destino.
Un altro corrispondente americano, Dave Hamilton < > mi scrive:
“Le due torri disegnavano un 11 nel cielo di New York.
L’attacco è avvenuto l’11 settembre, ovvero il 254esimo giorno dell’anno: 2+5+4 = 11.
Mancavano 111 giorni alla fine dell’anno.
119 è il prefisso internazionale di Iran e Iraq: 1+1+9 = 11.
Il primo aereo che colpì una torre era il volo 11. A bordo, 92 persone: 9+2 = 11.
Il secondo aereo ne aveva 65: 6+5 = 11.
Lo stato di New York è l’11esimo dell’Unione.
In inglese, New York City, Afghanistan, The Pentagon, Ramzi Yousef (il capo del commando suicida) hanno ciascuno 11 lettere.”
Leggendo questa mail mi sono chiesto se sono solo coincidenze o se dobbiamo metterci a studiare Numerologia e Nostradamus. Poi mi sono accorto che “Numerologia” e “Nostradamus” hanno 11 lettere e ho lasciato perdere.
Forse questo barzellettiere è inadeguato a descrivere la società americana, che emerge però con la dignità, magari rancorosa, di nazione: le reazioni italiane invece, riconfermano tutti i vizi patrii.
Noi italiani siamo abilissimi convertitori di catastrofi, tragedie e sfighe epocali in mezzucci di lotta politica. Non a caso il detto “piove, governo ladro” non ha traduzione letterale in altre lingue.
Ne è la riprova una mail inviatami da un amico e spacciata come notizia d’agenzia.

“ANSA - Washington D.C. - oct 3 - 11.00 GMT
Nel corso della riunione del gabinetto di guerra americano sono state esaminate le opzioni principali sull’imminente evento bellico.
Il segretario di Stato, Colin Powell, ha ricostruito la situazione:
Un miliardario pazzo ha deciso di scatenare una guerra.
Ha a disposizione una notevole massa di denaro di cui può disporre a piacimento in quanto depositata in paesi off-shore.
Almeno un’intera nazione è controllata direttamente.
Ha uno stuolo di fedeli che ne idolatrano l’immagine senza capire cosa dice.
Ha alcune idee fisse sulle quali ritorna con ossessività.
Ha dimostrato di saper sfuggire con abilità alla giustizia.
Controlla reti televisive e giornali assolutamente fedeli alla causa.
La riunione è stata interrotta improvvisamente.
Una fonte accreditata sostiene che il Presidente George W. Bush si sia allontanato urlando: “Non posso bombardare Arcore!!!”

Vi risparmio la battuta italiana su Bush che da due mesi perde le partite a scacchi perché non ha più le torri o quella su bin Laden che morirà investito da un autoBush, o ancora sulla nuova pubblicità delle linee aeree americane che dice “vi portiamo direttamente in ufficio”….
Concludo con la più brutta, che è però anche la più popolare tra i bimbetti under 12: che differenza passa tra le torri gemelle e un ovetto Kinder? Nessuna, hanno tutti l’aereo dentro.
Tutto sommato, almeno on line, l’America è meglio dell’Italia.


Dalla parte delle vittime civili di una guerra incivile

di Gino Strada


Molte, secondo fonti dei Taleban, sarebbero le vittime civili dei bombardamenti anglo-americani sull’Afghanistan - abbiamo sentito più volte in televisione - ma, afferma il Pentagono, si tratta solo di propaganda del regime di Kabul.
La guerra, questa guerra, è anche mediatica. Lo è stata per anni, volutamente censurando la tragedia del popolo dell’Afghanistan, e lo è anche oggi, per mascherare i lutti di una nuova guerra. E allora noi di Emergency abbiamo voluto andare a verificare, per informare in modo obiettivo e documentato, e anche per prepararci a rispondere a nuovi bisogni umanitari.
Le 75 vittime di cui abbiamo stilato un dettagliato elenco le abbiamo incontrate, visitate, intervistate.
Niente “si dice”, nessun “portavoce”, nessun intermediario. È un elenco, crediamo, largamente incompleto: siamo sicuri di non aver raggiunto tutte le vittime, e abbiamo ritrovato solo quei feriti che in qualche modo hanno potuto raggiungere presidi sanitari della sola Kabul: questo elenco ha dunque un valore esemplificativo. Abbiamo indicato nome, sesso, età, tipo di lesione, data e luogo del bombardamento (per motivi di riservatezza, abbiamo omesso il luogo dove sono ricoverati).
Inoltre, per ovvi motivi, non possiamo raccogliere le storie di chi è morto, di quegli sventurati che in questi giorni si aggiungono alla lunga lista delle vittime della follia della guerra.
Faremo tutto il possibile per continuare a fornire nuove aggiornate informazioni nei giorni e nelle settimane seguenti, anche se vorremmo non ce ne fosse bisogno.
Abbiamo una sola certezza, verificata di persona dallo staff di Emergency: è un elenco di vittime civili di una guerra incivile, come tutte le guerre.
Fin qui i 75 feriti accertati, tutti colpiti da frammenti di bombe e/o razzi (in gran parte bambine, sotto i 10 anni).
Nel popoloso quartiere di Khairkhana, in Kabul, dove sono state bombardate numerose abitazioni, abbiamo potuto verificare anche i nomi di 9 pazienti deceduti sul posto (dai 4 ai 30 anni).
Il 18 ottobre 6 persone sono state uccise dai bombardamenti a Microrayon: non siamo per ora in grado di fornire i nomi.
Il 21 ottobre altre 12 persone per ora non identificate sono state uccise dai bombardamenti a Khairkhana, dove tre case sono state completamente distrutte. Di queste famiglie sono rimasti vivi solo due bambini, secondo le verifiche fatte dal personale infermieristico di Emergency a Kabul.
Sabato 27 ottobre 2001 alle ore 21,15 (ora locale) 7 feriti sono stati ricoverati presso il Centro Chirurgico di Emergency di Anabah, nella valle del Panchir.
Le vittime, tutte colpite da schegge metalliche di razzi o bombe, hanno dichiarato di essere state ferite durante i bombardamenti anglo-americani sopra i villaggi che costellano la linea del fronte. Le vittime, tutti civili, provengono anche da villaggi situati nella zona sotto il controllo dell’Alleanza del Nord, come Chany Khil, e hanno dichiarato di trovarsi dentro o nei pressi delle proprie abitazioni al momento dell’attacco. Le vittime di questo bombardamento sono: Rowida, F, 5 anni; Aziza Said, F, 13 anni; Zagul, F, 50 anni; Laikhan Mirza, M, 6 anni; Saida, F, 30 anni;
Zarif, M, 22 anni; Ahmad Froh, M, 4 anni.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso


Gestire, trasformare, risolvere i conflitti
Un’esperienza di mediazione fra palestinesi e isaeliani


Già da alcuni anni si va affermando, nella prassi della gestione dei conflitti, la figura del facilitatore, un mediatore in genere esterno al conflitto che ha il compito di facilitare il dialogo tra le parti e di aiutarle a cooperare. Un mediatore esterno ha il vantaggio dell'obiettività e della neutralità e di poter proporre soluzioni "creative", che soddisfano cioè le richieste delle parti trascendendo dalle circostanze contingenti. E’ un fatto però che molti dei conflitti attuali presentano una forte componente etnica, per cui alla competenza specifica delle tecniche di mediazione va aggiunta la conoscenza approfondita della natura del conflitto e delle parti coinvolte. In questi casi può allora essere utile ricorrere a facilitatori interni al conflitto, esperti di mediazione che conoscono bene il conflitto in quanto coinvolti in prima persona e che hanno familiarità con la cultura e la mentalità delle parti. Il metodo della co-facilitazione, messo a punto da Edy Kaufman dell'Harry S. Truman Research Institute for the Advancement of Peace (Hebrew University of Jerusalem) e Noah Salameh del Centre for Conflict Resolution and Reconciliation di Betlemme, presenta anche il vantaggio di incoraggiare una maggiore partecipazione alle iniziative di pace da parte dei singoli e infine di poter ricorrere, nei trainings, ad esempi tratti dalla vita reale invece che a simulazioni, senza per questo correre il rischio di urtare la suscettibilità di qualcuno. Gli stessi ideatori del metodo mettono tuttavia in guardia da alcuni svantaggi, come il pericolo di fossilizzarsi su soluzioni consuete o il rischio del coinvolgimento emotivo da parte degli stessi co-facilitatori. Kaufman e Salameh svolgono già da diversi anni workshops incentrati sulle tecniche della co-facilitazione, talvolta in Israele, più spesso in territorio neutrale; l'ultimo si è svolto a fine agosto a Pietrasanta su invito del Gruppo F. Jàgerstatter per la nonviolenza di Pisa che ha riunito, in occasione del sesto Campo di educazione alla pace, quest'anno dedicato alle tecniche di co-facilitazione applicate al conflitto israeliano-palestinese, trenta attivisti per la pace israeliani, palestinesi ed italiani.
Il campo si è aperto con la consueta visita al borgo di S. Anna (vedi box), che quest'anno ha assunto, a causa della provenienza dei partecipanti, un significato particolare e che ha richiesto agli organizzatori uno sforzo ulteriore di preparazione e di mediazione. Proprio a S. Anna si sono svolti alcuni dei momenti più significativi del campo, come l'approfondimento delle tecniche di ascolto attivo e la visione del bel documentario di Sam Keen "Faces of the enemy".
Momenti di riflessione e di approfondimento sulle tecniche di trasformazione nonviolenta dei conflitti hanno evidenziato una genuina disponibilità a lavorare insieme e ad impegnarsi per la pace da parte di tutti; in altri momenti, esercizi apparentemente innocui come il gioco dei pregiudizi (sia negativi che positivi) o certe tecniche di ascolto hanno attivato all'interno del gruppo dinamiche complesse in cui la presenza degli italiani ha sicuramente giocato un ruolo non secondario. E’ quindi accaduto che il conflitto reale, rimasto in quiescenza per un paio di giorni, abbia fatto la sua irruzione nel Campo con tutta la sua complessità ed il suo carico di sofferenza. Il bisogno da parte dei partecipanti palestinesi di esprimere il proprio disagio per la situazione di occupazione, sia materiale che morale, e la necessità da parte dei partecipanti israeliani di rivendicare il proprio diritto a vedere riconosciuta, nonostante e malgrado tutto, la propria umanità hanno stimolato momenti di riflessione personale e collettiva a tratti anche drammatica. In questi frangenti la dimensione dei rapporti interpersonali ha giocato un ruolo essenziale per ricondurre il confronto sui binari del rispetto reciproco e della disponibilità a cooperare; e non è secondario osservare come anche in simili frangenti le tecniche di comunicazione approntate dai co-facilitatori abbiano contribuito effettivamente a riportare le divergenze su un piano di confronto leale e costruttivo; infine è indicativo del grado di coinvolgimento da parte dei partecipanti il fatto che tutti si siano impegnati affinché le programmate serate "etniche", con animazioni e momenti comuni di svago, si svolgessero comunque, sforzo premiato dall'effettivo sciogliersi delle tensioni.
Il campo infine ha avuto un seguito inatteso e confortante, appena pochi giorni dopo i tragici attacchi a New York e Washington dell'11 settembre, quando Jill e Nina, due partecipanti al campo rispettivamente israeliana e palestinese, hanno scritto una lettera di condoglianze rivolta al popolo statunitense per il tramite dell'ambasciatore e del console USA in Israele, sottoscritta da molti dei partecipanti al campo: un segnale forte di volontà di lavorare per la pace e di fiducia nel futuro.

Davide Caforio

Il Parco della Pace di S. Anna

Dal 1996 il Gruppo Franz Jägerstetter per la nonviolenza di Pisa, in collaborazione con il Comune di Stazzema ed il Comitato per le onoranze ai Martiri di S. Anna, organizza con cadenza annuale un Campo di educazione alla pace rivolto ad obiettori di coscienza, insegnanti, persone già attive in associazioni o altri enti e in generale a ragazze, ragazzi, donne e uomini interessati a riflettere sulla pace e ad approfondire l'analisi dei meccanismi che generano la guerra, concentrandosi in particolare sulla ricerca e la sperimentazione di metodologie nonviolente per la gestione e la trasformazione dei conflitti.
Tutte le passate edizioni del campo sono state realizzate a S. Anna di Stazzema, presso il Museo Storico della Resistenza; ogni anno una giornata viene dedicata specificamente alla conoscenza dei drammatici eventi svoltisi a S. Anna dove nell'agosto del 1944 le SS tedesche in ritirata trucidarono più di 560 civili, abitanti stabili di S. Anna e sfollati, per la maggior parte donne, bambini ed anziani. La scelta di S. Anna si giustifica nella convinzione che mantenere vivo il ricordo di tragici eventi di guerra ed approfondire l'analisi delle cause che li hanno prodotti è; presupposto imprescindibile di ogni attività che si proponga la costruzione della pace; e l'esperienza fin qui fatta ha dimostrato che il contatto diretto con gli spazi in cui si sono svolti cruenti episodi di guerra, l'incontro con i testimoni di quegli accadimenti, la possibilità di fermarsi per riflettere nei luoghi stessi in cui la tragicità e l'insensatezza della guerra si sono manifestate non possono che migliorare la comprensione e l'apprendimento. Con l'approvazione della legge 381 nel dicembre 2000 è; stato inoltre istituito a S. Anna di Stazzema il "Parco Nazionale della Pace" proprio allo scopo, come espressamente dichiarato all'art. 1, "di promuovere iniziative culturali internazionali, ispirate al mantenimento della pace e alla collaborazione dei popoli, per costruire il futuro anche sulle dolorose memorie del passato, per una cultura di pace e per cancellare la guerra dalla storia dei popoli".
Con il contributo di esperti e testimoni provenienti sia dall'Italia che dall'estero (ricordiamo, tra gli altri, Nanni Salio, Francesco Gesualdi, Domenico Gallo, Enrico Chiavacci, Bruno Morandi, Luigi Cortese, Gianni Sofri, Fulvio Manara) nel corso degli anni sono stati affrontati i temi della risoluzione nonviolenta dei conflitti e del peso che sui conflitti esercita l'economia mondiale, il ruolo svolto dai mezzi di comunicazione ed il rapporto tra l'informazione e lo svolgimento dei conflitti, il significato dell'obiezione di coscienza e l'attuale situazione dei movimenti pacifisti e nonviolenti; tra le situazioni concrete di conflitto prese in considerazione ricordiamo il conflitto nel Kossovo, affrontato ed approfondito grazie alla presenza a S. Anna di Hidajet Hiseni, vicepresidente della Lega Democratica del Kossovo e collaboratore di Ibrahim Rugova; il conflitto in Palestina, con l'apporto di Bruno Segre e dell'Associazione Amici di Nevè; Shalom-Wahat al Salaam; la situazione del Sudan, con la partecipazione di un missionario comboniano; la situazione del Brasile, con la testimonianza di un rappresentante del Movimento dei Sem Terra.


MUSICA
A cura di Paolo Predieri

Non canto la pace mentre c’è la guerra…


Raffaella De Vita, cantante e attrice napoletana che vive e opera a Torino, ha all'attivo una quarantina di spettacoli scritti, diretti ed interpretati; ha inciso sette album ed ha partecipato a svariati programmi televisivi come "Ci vediamo in tv" e "Alle due su Rai Uno" con Paolo Limiti. La Regione Piemonte ha pubblicato due volumi che raccolgono le sue ricerche in campo musicale e teatrale.


Com'è nata l'idea dello spettacolo "Gli allegri macellai" ?

"Gli allegri macellai" è una canzone di Boris Vian che, fra il serio e il faceto, parla dei guerrafondai, dei becchini e del sangue vero che viene sparso quando si combattono guerre e vengono uccisi uomini e donne. Nel 1983 volevo dedicare un concerto alla pace nel mondo e … per parlar di pace si parla di guerra. Le canzoni fanno parte di un repertorio contro la guerra di tutta l'area mediterranea, qualcosa di occidentale, qualcosa di americano (alcune canzoni di Bob Dylan). Alcune sono state tradotte per la prima volta apposta per me, altre erano già state tradotte. In questo lavoro c'è stata la collaborazione di Fausto Amodei. E' uno spettacolo un po' difficile, non è stato molto richiesto e ultimamente non l'ho più riproposto.

Eppure era godibilissimo: le canzoni tutte molto belle e proposte con una continuità di grande interesse. Io ho avuto la fortuna di vederlo nel 1984 vicino a Bologna.

Continuo a cantare diverse di quelle canzoni. Ultimamente abbiamo realizzato uno spettacolo che ripercorre 25 anni di attività e che comprende molte canzoni contro la guerra, alcune prese proprio da "Gli allegri macellai". E' uno spettacolo quanto mai attuale: abbiamo cominciato a fine agosto e poi purtroppo è successo quello che è successo…

Qual è il senso del cantare contro la guerra quando la guerra è scoppiata ?

In questo momento non ci tengo a cantare cose così perché mi sembra di fare l'avvoltoio. Cantare immediatamente le canzoni sulla pace quando accadono tragedie micidiali come queste mi sembra azzardato e brutto. Quando morì Milly mi proposero in tanti di fare uno spettacolo con le sue canzoni: io non l'ho voluto fare quando Milly era appena morta, l'ho fatto poi dopo 15 anni…
La canzone può essere inutile in questi momenti. Più che mettersi a cantare per la pace è meglio mettersi a fare le manifestazioni per la pace. E poi non possiamo continuare a fare spettacoli pensando che tutto sia uguale e niente succeda intorno a noi. Lo spettacolo continua? Un momento: vediamo un po' cosa succede !

Nella tuo lavoro di ricerca, comunque, quali canzoni ritieni importanti nella prospettiva della pace e della nonviolenza ?

Ci sono canzoni per la pace, canzoni di lotta come quelle delle mondine, quelle dell'immigrazione, i canti anarchici, tutte legate a momenti storici. Di canti contro la guerra ce ne sono tantissimi, pensa per esempio a quelli della prima guerra mondiale. Nelle mie ricerche musicali su periodi storici come gli anni venti e trenta e anche prima, ho trovato materiale interessantissimo che mi ha permesso di costruire diversi spettacoli. Nel caffè concerto, per esempio, c'è tutto un filone politico con canzoni scritte per fatti storici come la strage di Bava Beccaris a Milano, canzoni critiche contro il governo. Le canzoni a doppiosenso di Ripp e la straordinaria produzione (oltre 400 canzoni!!!) di Rodolfo De Angelis, sono tuttora di grande attualità come spunti umoristici ripresi dai comici di oggi, ma anche come satira politica del potere, della guerra e della falsa pace ("A Ginevra c'è una bella società/… per i fini pacifisti rifornisce gli schiavisti/ di cannoni e di fucili con pallottole dum dum…").

Quale potrebbe essere la prospettiva della canzone per la pace ?

Oggi un repertorio sulla pace è molto limitato, c'è poca roba. Non vedo un movimento musicale di questo genere. Oggi sarebbero da cantare i canti etnici. Noi come italiani non abbiamo più una spinta creativa e se c'è è falsa. Dobbiamo ascoltare gli immigrati, persone e popoli che portano le loro culture, culture che in questo momento vivono perché loro stanno soffrendo, perché per loro c'è quello che c'era da noi una volta, l'emigrazione, il dolore, il distacco, il lavoro sfruttato. Con queste spinte allora sì che possono nascere delle realtà! Da noi oggi i giovani si mettono a cantare ma non hanno l'idea della realtà, non hanno memoria storica.
Proporre canzoni pacifiste classiche e canzoni politiche come quelle di Amodei può essere un lavoro da fare fra un po' di anni, come testimonianza appunto di un certo periodo storico che è passato.

STORIA
A cura di Sergio Albesano

L’antimilitarismo italiano all’inizio del millenovecento


La propaganda antimilitarista condotta dalla F.G.S.I. fu aspra nei toni, ma anche generica nelle indicazioni operative date ai soldati. Citiamo come esempio l’appello ai coscritti della classe 1891, lanciato dalla Federazione giovanile socialista nel 1911. Il testo era violentemente antipratriottico, ma mancavano obiettivi concreti di lotta nelle caserme e non si invitava neppure alla costituzione di organizzazioni alternative nei reparti, capaci di raggruppare i militanti socialisti. L’unica indicazione riguardava il comportamento che i soldati dovevano tenere in occasione di interventi contro gli operai durante gli scioperi e le manifestazioni, ma anche in questo caso si chiedeva ai soldati socialisti di non sparare sui compagni e non di ribellarsi all’autorità dei superiori. Leggiamo infatti: “Ma se un giorno i gallonati guardaciurme vorranno imporvi l’assassinio, spingendovi alla guerra infame, alla battaglia caina in nome della patria, sappiate risponder loro che il proletario cosciente non può riconoscere che una sola grande patria: la sua classe – una sola battaglia degna di essere combattuta: la rivoluzione sociale – una sola guerra giusta: la guerra civile, che lo liberi dalla secolare oppressione” 1. “La promessa di una rivolta di massa il giorno della dichiarazione di una guerra, se dimostra la sincerità dell’internazionalismo proletario, rimane assai teorica; e infatti il socialismo tradizionale sarà disarmato dallo scoppio della guerra mondiale, subita senza entusiasmo ma senza reazione” 2.
E’ necessario considerare all’interno del discorso antimilitarista anche il peso avuto dal movimento sindacale. La C.G.I.L. quando fu fondata, nel 1906, non raccolse le istanze sostenute soprattutto dagli anarchici di inserire nel suo programma le finalità pacifiste. Ma la stessa organizzazione sindacale, spinta dalla sua base, si vide costretta ad indire per il 27 settembre 1911 uno sciopero generale contro la guerra di Libia. Ma dopo la guerra di Libia, l’Italia e l’Europa intera si stavano avvicinando ad una tragedia di ben più grandi proporzioni, che avrebbe sancito l’insufficienza degli sforzi antimilitaristi fino ad allora condotti: la prima guerra mondiale.
Essa fu un’”inutile strage”. La popolazione, nonostante ciò che poi sarà sostenuto dalla retorica fascista, non concepì il conflitto in termini di esaltazione patriottica, ma ne sopportò le pesanti conseguenze sia sociali che economiche. “Basta considerare l’alto numero di processi celebrati davanti ai Tribunali militari per renitenza (circa 470.000), per diserzione e per altri gravi reati (procurata infermità, disobbedienza aggravata, ammutinamento…) – oltre un milione di processi – per capire quanto vasta e di massa sia stata l’opposizione alla guerra . (…) La repressione si intensifica dopo la rotta di Caporetto che produce un vero e proprio ‘sciopero militare’ (come lo definì il gen. Cadorna), con le ‘decimazioni’ a livello di reparto. La protesta contro la guerra investe anche la popolazione civile. Il malcontento popolare culmina nella rivolta di Torino dell’agosto del 1917. Durante la ‘grande guerra’ si ha notizia di un solo caso di obiezione di coscienza ma si possono considerare obiettori buona parte dei renitenti, dei disertori e degli imputati davanti ai tribunali militari” 3. E’ però doveroso specificare che dei quattrocentosettantamila processi per renitenza alla leva trecentosettantamila furono contro emigrati che non erano rientrati. Comunque i disertori della guerra 1915-18 furono così numerosi che fu necessaria un’amnistia, promulgata nel 1919 dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.
L’obiettore citato prima fu Luigi Lué (1878-1954) di San Colombano al Lambro (Milano), zoccolaio e padre di sei figli. In lui l’avversione alla violenza militare si destò nel 1901, quando faceva parte come soldato di una pattuglia guidata contro contadini in sciopero da un brigadiere, che gridò loro: “Lazzaroni, se non ve ne andate vi prenderemo a fucilate come nel 1898”. Nel 1908 egli inviò a Leone Tolstoi una cartolina illustrata con parole di grande entusiasmo, nella quale gli dichiarava il suo rifiuto di essere soldato. Nel 1917 si rifiutò di andare a combattere al fronte e al giudice capitano motivò la sua scelta dicendo che voleva “ubbidire alla Legge di Dio” e seguire le sue convinzioni tolstoiane. Il giudice si alzò, gli tese la mano e disse: “Caro, le idee di Tolstoi sono le più nobili che esistano al mondo”. Egli fu comunque condannato in un primo processo a sette anni di reclusione. In seguito subì un nuovo processo nel quale rischiava anche la fucilazione; nel dibattimento il Pubblico Ministero disse: “Signori del Tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Di questi casi ve ne sono in tutti i Paesi della Terra. Essi vivono della loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole per essi la massimo indulgenza.” 4. Alla fine gli fu inflitto un altro anno di reclusione militare, in aggiunta ai sette già comminatigli. Lué riferì che i giudici mostrarono nei suoi confronti una commendevole comprensione e umanità. Egli fu scarcerato due anni dopo con l’amnistia del 1919. Nel 1922 un fascista lo assalì con un pugnale: egli lo disarmò e poi lo lasciò andare libero.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina


L'ATTUALITA' DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Questo mese presentiamo un'intervista a Gigi Eusebi, figura storica del mondo dell'economia alternativa. Per citare solo il suo ultimo incarico, da sei anni è responsabile per il Consorzio CTM-Altromercato dei progetti in America Latina, per quanto riguarda la selezione etica ed il monitoraggio nel tempo delle cooperative ed associazioni coinvolte.

Qual è il bilancio, a 12 anni dall'inizio delle attività di CTM?
Le persone che in Italia acquistano prodotti del Commercio Equo e Solidale (C.E.S.) sono ormai oltre 100.000; si forniscono, nelle 370 botteghe sparse per il paese (più di 100 socie della CTM), di un insieme di quasi 5.000 prodotti: caffè, che rappresenta un quarto del nostro fatturato, di prodotti artigianali di quasi tutte le categorie merceologiche (un terzo delle nostre attività) e poi di alimentari coloniali (miele, thè, cacao, zucchero, succhi di frutta, banane), oltre ad una gamma piuttosto vasta di altri prodotti alimentari. L'ammontare delle importazioni di commercio equo in Italia è di circa 40 miliardi di lire, che diventano 60 al momento della vendita al dettaglio.
In questo contesto, la CTM è la principale tra le 7 centrali di importazione esistenti e rappresenta circa i ¾ del mercato. Oltre al canale di vendita tradizionale, rappresentato dalle Botteghe del Mondo, si è consolidata ultimamente la fornitura a qualche catena di supermercati (10% delle vendite) e ad altre tipologie di punti vendita (naturali, biologici, CRAL, enti vari ed altri mercati: 15%). Siamo ormai 50 dipendenti (nella CTM, mentre tra centrali e botteghe gli “assunti” sono più di cento), e lavoriamo con 150 partners in 39 paesi sparsi tra Africa, Asia ed America Latina.

Dimmi un motivo per cui vale la pena acquistare prodotti del C.E.S.
Ritengo sia una delle forme più concrete di cooperazione, più efficace della classica cooperazione internazionale delle ONG, all’interno della quale ho anche lavorato, o del microcredito, perché è la forma di partnership oggettivamente meno colonialista e assistenzialista. E' quella che maggiormente rispetta realtà e culture, non imponendo nuovi progetti calati dall’alto ma contribuendo a sviluppare meglio strutture già esistenti. Attraverso il sovrapprezzo pagato dai consumatori (il famoso “prezzo equo”), si contribuisce a potenziare organizzazioni, materiali, macchinari, servizi (penso ad esempio ai corsi formativi di design nell'artigianato o ai progetti di sviluppo della filiera produttiva dei prodotti alimentari), aiutando a migliorare il controllo dell'intero processo produttivo, fino alla vendita. Inoltre, il C.E.S. tenta di promuovere la giustizia sociale, semina valori di democrazia gestionale e di riconoscimento della dignità del lavoro. Ti basta?

Mi hai convinto. Come svolgi il tuo lavoro?
La parte operativa "italiana" consiste principalmente nel selezionare le proposte di adesione dei produttori al circuito del C.E.S. In caso positivo, dopo una prima valutazione etica e commerciale, si effettua un primo ordine per testare la vendibilità del prodotto. Se i risultati sono soddisfacenti si programma una visita sul posto per conoscere meglio e monitorare il progetto secondo gli standard sociali più importanti: condizioni lavorative dignitose, democrazia interna, rispetto ambientale, margini commerciali equi, trasparenza nelle relazioni. Se la partnership decolla, occorre poi mantenere i contatti nel tempo e collaborare per lo sviluppo del lavoro dei produttori, che vorremmo fossero dei partner prima che dei fornitori di merce.

In pratica, sei il nostro "sguardo" sul mondo del C.E.S.
Ci provo e naturalmente non da solo, supportato dai colleghi del settore progetti, da tutte le altre aree operative della CTM e da una specie di comitato di garanti chiamato Comitato Progetti. Sotto questo aspetto le centrali di importazione si differenziano rispetto ai marchi di garanzia come Transfair. Quest’ultimo è appunto un marchio promosso da una rete di associazioni che svolge principalmente un servizio di certificazione di alcuni progetti/prodotti ad uso di mercati interni ed esterni al commercio equo, senza però alcuna legittimità di rappresentanza dell’intero movimento. Spesso i non addetti ai lavori fanno un po’ di confusione nel districarsi all’interno di questo labirinto di sigle e per un insieme di ragioni la CTM ed altri importatori del C.E.S. hanno deciso recentemente di non usufruire più del marchio Transfair.

Intuisco l'oculatezza delle vostre valutazioni: durante l'intervista ti sei rammaricato per avere recentemente bocciato anche il famoso rum cubano.
Sì, e nonostante si fosse consolidato un certo successo commerciale ed un discreto giro d'affari! Ma questo progetto, pur con tutta la solidarietà esistente verso gli obiettivi della “revolución cubana”, non era rispondente ai minimi criteri etici richiesti. Sono scelte dolorose per il nostro Comitato Progetti, ma a volte inevitabili, anche se in questi anni i “niet” sono stati fortunatamente pochi. Ad esempio, qualche anno fa avevamo chiuso le importazioni anche con il nostro più grande fornitore di artigianato (dall'India, 150.000 dollari all'anno di ordini), il quale aveva deciso a un certo punto del proprio percorso di optare per scelte di mercato formale, assoggettate alle “normali” logiche liberiste.

Quali sono i maggiori successi ottenuti in questi anni?
Oltre al successo commerciale e alla visibilità ottenuta (la maggior parte degli italiani conosce l’esistenza del C.E.S. ed i nostri prodotti riforniscono tra l’altro anche il bar del Parlamento Italiano ed Europeo), ritengo strategicamente importante l’aver contribuito ad una maggiore educazione verso il consumo critico, abituando molte persone a chiedersi cosa c'è dietro l'etichetta di un prodotto, non solo per il marchio ed il prezzo, ma anche per le implicazioni ambientali e sociali. Aggiungerei ancora l’aver tentato di rafforzare la continuità nello sviluppo dei rapporti con i produttori. In qualche caso si può affermare che alcune comunità del sud del mondo hanno sensibilmente migliorato condizioni di vita e coscienza dei loro diritti soprattutto grazie alla collaborazione con il C.E.S.

E invece, cosa non ha funzionato?
Una parte del movimento del C.E.S. a mio avviso fatica ancora a metabolizzare che questa attività da sola risolve poco, ma acquista importanza strategica se si incastra come un tassello di un puzzle in un progetto più grande e strategico, che punta attraverso un “altromercato” a mettere delle basi per un “altromondo”. “Un altro mondo è possibile”, gridavamo al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Il C.E.S. deve giocare il suo importante ruolo ma senza cadere nel rischio di considerarsi l’ombelico del mondo. Si tratta di un atteggiamento un po’ fanatico e poco maturo, che qua e là è ancora presente e che nella mia carriera ventennale ho visto troppo spesso nel mondo della solidarietà. Inoltre il salto di qualità effettuato in questi anni ha permesso a importatori e botteghe di crescere in modo più organizzato, visibile e professionale, ma non ha ancora prodotto a mio avviso una contaminazione efficace del mercato tradizionale. E’ necessario mantenere stabile la rotta della bussola etica di questo movimento, per non correre il rischio – magari in buona fede - di prestare il fianco all'ingresso di logiche prioritariamente commerciali che finirebbero per vanificare il senso alla nostra esistenza.
Esprimendo un desiderio, vorrei che dedicassimo i prossimi 12 anni a crescere anche sotto questi aspetti, con l’aiuto di tutti, addetti ai lavori e consumatori.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi

I talebani hanno abolito il cinema ma i film varcano le frontiere

TITOLO: VIAGGIO A KANDAHAR
Regia: Mohsen Makhmalbaf, Iran 2001
Con: Niloufar Pazira, Hassan Tantai

7 ottobre 2001: assisto all’anteprima di Viaggio a Kandahar proprio mentre dal cielo di Kandahar, la città simbolo dell’integralismo religioso talebano, decine di velivoli militari anglo-americani lasciano cadere a terra centinaia di bombe la cui ‘intelligenza’, credo anche dopo questo conflitto (ultimo di una lunga, triste e recente serie), rimarrà tutta da dimostrare (ma quella di intelligere non era una facoltà esclusiva del genere umano? Mah!). Sullo schermo vedo proiettata una sequenza il cui ricordo mi perseguiterà, con il suo sconvolgente realismo, per almeno un paio di giorni: la protagonista del film, che incide fatti ed impressioni su di un registratore, «la mia scatola nera -afferma- l’unico elemento in grado di ricostruire la verità nel caso di una mia eventuale morte in Afghanistan», si trova su un elicottero impegnato a sorvolare la zona montuosa che separa l’Iran dal paese dei talebani; a terra un folto gruppo di persone si avvicina, con andatura stranamente ‘zompettante’ al velivolo che, nel frattempo, scende progressivamente di quota. Un paio di inquadrature, intervallate da tempestivi stacchi di montaggio, svelano che questi ‘goffi’ personaggi altro non sono che vittime di mutilazioni agli arti inferiori (il nostro buon Gino Strada di Emergency ne sa qualcosa!); corrono, sostenuti da scomode gruccie di legno, verso l’elicottero che dal cielo, in questo caso, non lascia cadere esplosivi strumenti di morte bensì possibili strumenti di vita: protesi in legno di arti umani, ambite e ricercate come nient’altro in questi territori della disperazione; anche da chi, ancora, le gambe ce l’ha tutte e due, perché «con tutte queste mine in giro -come afferma uno dei protagonisti- è sempre meglio avere delle gambe di scorta». Potenza del cinema! Bastano poche strazianti immagini per svelare allo spettatore la drammaticità di una condizione, quella femminile, e il triste stato di un paese piegato da decenni di guerra, l’Afghanistan. Il film di Makhmalbaf (autore tra gli altri del bellissimo Pane e Fiore) presentato in concorso al Festival di Cannes nel raccontare l’improponibile viaggio verso Kandahar della protagonista (Niloufar Pazira, una profuga che ha realmente vissuto ciò che vediamo sullo schermo) spinta da una lettera della sorella che minacciava il suicidio nel giorno dell’eclisse di sole, si configura come un drammatico ‘documento’ sulla condizione delle donne afgane, chiamate spregiativamente dalla categoria maschile ‘teste nere’ a causa del burka, che le riveste completamente dalla testa ai piedi. L’eclissi del sole, che apre e chiude la pellicola, assume un valore fortemente simbolico; rappresenta l’obnubilamento del ‘lume’ della ragione in una terra che, quanto al rispetto dei più elementari diritti dell’uomo ‘ ma soprattutto della donna ‘ appare sprofondato in un medioevo di oscurantismo e barbarie: il regista Makhmalbaf parla di «paese vaccinato contro la civiltà moderna» e quella talebana viene descritta nel film come una società fondata su una gabbia di divieti assurdi e sulla onnipresente discriminazione sessuale, se è vero che, come avviene in una scena, la donna non può neppure comunicare al medico i propri malanni fisici se non per interposta persona (nel caso specifico, attraverso la voce di una bambina che riferisce al dottore i sintomi della malattia avvertiti dalla madre).
Viaggio a Kandahar è dunque un film che racconta uno stato di cecità e l’effetto che tale stato produce: il buio. L’eclissi oscura la luce che plasma le cose terrene e dà forma al visibile; la donna è resa costantemente in-visibile dal burka; persino i ‘motori’ dell’azione narrativa vengono sottratti alla vista: nè la sorella che la protagonista intende raggiungere né la città di Kandahar nella quale abita riescono a valicare i bordi dell’inquadratura per, finalmente, darsi a vedere. E tutto ciò rientra nel progetto organico di un film che vuole soprattutto denunciare l’opera di negazione delle immagini messa in opera dal regime di Kabul: «Ho condotto uno studio molto approfondito sul tema -afferma Makhmalbaf. All’inizio del XXI secolo, i Talebani hanno ancora il furore iconoclasta. Il cinema non esiste, hanno perfino fatto sparire la televisione. I loro quotidiani non pubblicano immagini. Fare fotografie o dipingere è considerato ‘impuro’’». Ma Viaggio a Kandahar è anche la fotografia indiretta di un altro, e forse più complesso stato di cecità: quello degli stati occidentali (gli stessi che in queste ore stanno ‘sorvolando’ il territorio afgano) che, salvo rare eccezioni, hanno letteralmente chiuso gli occhi di fronte a questa tragedia, preoccupandosi più della distruzione di un Buddha di pietra che non del destino di questi esseri umani, gli stessi, protagonisti di questo straordinario ‘piccolo grande’ film iraniano.

Gianluca Casadei
FuoriSchermo - Cinema & Dintorni -

 

NOTIZIE


In bici contro la guerra, per ricordare tutti i morti

I Laici Comboniani di Palermo e il Settore PNS (pace nonviolenza solidarietà) dell'AGESCI, visto il particolare momento storico carico di tensioni e conflittualità in cui la Pace tra i popoli sembra essere compromessa, in occasione della commemorazione dei defunti che ci apprestiamo a celebrare, credono doveroso non soltanto ricordare le persone a noi care che il Buon Padre ha chiamato a se ma tutte quelle, soprattutto i bambini, che ogni giorno a causa della fame, delle malattie, delle guerre, del terrorismo periscono nel silenzio e nell'indifferenza di un mondo opulento come il nostro. Pertanto organizzano una "pedalata solidale" per la Pace e per ricordare tutti questi esseri umani, che forse anche nella morte sono rimasti soli senza che nessuno li piangesse, e in particolare la tragedia di un popolo, quello congolese, che da alcuni anni è martoriato da una guerra che non interessa nessuno. Siamo stati in Congo in 300 quest'inverno e ritornando a casa abbiamo preso l'impegno di portare il grido di questo popolo sofferente alle orecchie di quante più persone. Abbiamo scelto un mezzo povero e più a dimensione d'uomo, la bicicletta, per percorrere i 210 Km che intercorrono tra la chiesa Immacolata Concezione di Godrano (PA) e la Pagoda della Pace di Comiso (RG) realizzata dall'ordine Nippozan Myohji come visibile impegno dei popoli a lavorare per la pace.
Il viaggio è iniziato alle ore 9.00 dell' 1 novembre dopo una breve preghiera condivisa con la comunità cittadina di Godrano ed è proseguito facendo tappa la sera ad Agrigento, a Gela il 2/11, a Comiso il 3/11 per poi finire il 4/11, festa delle forze armate, alla Pagoda della Pace dove si è celebrata una liturgia sulla pace. Nelle città in cui si è fatto tappa si è colto l’occasione per incontrare le associazioni e la cittadinanza per informarla sulle tragiche vicende che stanno martoriando il popolo congolese. Auspichiamo che questa iniziativa che si è svolta nella tanto amata e "provata" isola di Sicilia, che peraltro è stata terra natale di tante anime pacifiche, possa scuotere le coscienze di tante donne e uomini affinchè si sentano chiamati a divenire operatori di PACE.
INFO: Tel. 328 9273481.


Latte geneticamente modificato per i neonati italiani


Una quantità di ogm non superiore all’1% si può tollerare anche nei prodotti per i neonati. Lo ha stabilito il governo Berlusconi, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 ottobre scorso. Questa regola, valida già per i prodotti alimentari “per adulti”, significa in pratica che tutti noi, dalla culla in avanti, possiamo assumere cibi geneticamente modificati senza averlo deciso e senza esserne (mai) informati, alla faccia della libertà di scelta dei consumatori. La soglia dell’1% “derivante da contaminazione accidentale” significa che si dà per scontata la non separabilità della catena produttiva di alimenti ogm e alimenti tradizionali. Siamo insomma tutti protagonisti, volenti o nolenti, di un grande esperimento scientifico di cui nessuno conosce le conseguenze a lungo termine. Ma tranquilli, per ora gli scienziati sono ottimisti. Come è ormai tradizione per l’attuale governo, il decreto sui “baby ogm” è capitato nel bel mezzo di un’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello su due marche di latte di soia in polvere destinato ai bambini, “Alsoy2” della Nestlè e “Multisoy” della Dieterba. In questi prodotti le analisi avevano riscontrato la presenza di ogm, mentre la legge non prevedeva nessuna soglia minima di tolleranza transgenica. Ora le aziende coinvolte nell’inchiesta dispongono di una scappatoria in più: risulteranno pienamente in regola se saranno in grado di dimostrare che gli ogm nel latte in polvere, se sono meno dell’1%, ci sono arrivati “per caso” quando loro avevano preso precauzioni per evitarlo.
Il decreto è la simpatica dote che il governo italiano ha portato a Lussemburgo, in occasione di un importa