Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
PERSUASI DELLA NONVIOLENZA PER SCONFIGGERE OGNI
TERRORISMO
di Nanni Salio
"Non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra,
che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume.
Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno
senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l'unica
lezione di questa guerra, dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove". È da queste parole di Etty Hillesum, scritte nel suo Diario
1941-1943, durante la seconda guerra mondiale, poco prima di morire nel
lager, che bisogna partire per riflettere sulla tragica serie di attentati
dell'11 settembre negli USA. "Il regno di Dio è in voi",
diceva Tolstoi, ma potremmo aggiungere: "...anche quello di satana".
Per i persuasi della nonviolenza, il compito è oggi più
difficile che mai. Bisogna riuscire a interrompere la spirale della violenza
che quasi certamente verrà alimentata dalla ritorsione che il governo
USA sta pianificando. La via maestra è quella del dialogo con tutte
le parti in causa, conoscerne e riconoscerne torti e ragioni, vedere e
far vedere la sofferenza e il dolore di tutte le vittime, aiutare i persecutori
a riumanizzarsi, analizzare i traumi subiti mediante una sorta di grande
terapia collettiva che apra la strada alla riconciliazione del genere
umano.
Dobbiamo aiutare i cittadini americani a prendere coscienza della irresponsabilità
della loro classe politica e del fallimento delle dottrine militari, anch'esse
basate sul terrorismo (di stato), che li hanno resi più insicuri
e vulnerabili. Così come a suo tempo aiutammo i cittadini sovietici
a scrollarsi di dosso un regime che cadde quasi senza colpo ferire, attraverso
una strabiliante lotta nonviolenta culminata nel 1989, ora dobbiamo aiutare
i cittadini americani a liberarsi dal giogo altrettanto odioso e pericoloso
del complesso militare-industriale-scientifico che li ha portati in un
vicolo cieco.
Al contempo, occorre aiutare le popolazioni dell'islam e più in
generale i popoli oppressi a non cadere nella trappola della violenza
e del terrorismo.
È necessario un gigantesco impegno di educazione alla lotta nonviolenta,
l'unica strada che nel secolo scorso ha consentito di ottenere risultati
significativi e duraturi senza seminare odio, vittime, vendette, massacri,
tragedie ricorrenti e senza fine.
Non ci sarà vera pace senza giustizia e non ci saranno nè
pace nè giustizia senza una cultura della nonviolenza attiva. È
la globalità dei problemi che impone di riconoscere sia i limiti,
i fallimenti e gli errori sia gli aspetti positivi, creativi, costruttivi
di ciascuna cultura. Non ci sono popoli eletti nè reietti, ma ciascuno
ha il suo bagaglio di esperienze storiche, miti, traumi, successi e insuccessi
dai quali partire per costruire una cultura che riconosca nella nonviolenza
il seme comune dell'umanità, le verità antiche come le colline.
Chi si farà carico di questo progetto, della trasformazione nonviolenta
di ogni conflitto, dal micro al macro? In tutte le principali tradizioni
culturali e religiose sono presenti uomini e donne che hanno saputo assumere
su di sè il dolore del mondo per compiere un'opera di redenzione:
sono i "giusti" della tradizione ebraica, il redentore della
religione cristiana, i bodhisattva della cultura buddhista, i rishi degli
antichi Veda, i sufi dell'islam. Oggi, questa eredità culturale
dev'essere raccolta e disseminata da tutti coloro che hanno effettivamente
a cuore le sorti dell'umanità intera e che intendono dare alla
propria esistenza un senso più profondo e autentico. Se ci sono
persone disposte a immolare la propria vita per seminare il terrore, dovrà
esserci un numero ancora più grande di satyagrahi preparati a donare
la vita perchè persuasi della nonviolenza, come ci hanno insegnato
Gandhi, Martin Luther King, Etty Hillesum e tanti altri che hanno vissuto
in momenti della storia umana non meno drammatici del nostro.
Il "movimento di movimenti", venuto alla ribalta negli ultimi
due anni per le sue iniziative di contestazione dei vertici dei potenti,
si trova ora di fronte a una scelta ineludibile: deve farsi carico consapevolmente
di questo ambizioso progetto e imboccare chiaramente e con determinazione
la strada della nonviolenza attiva, costruttiva e creativa per non soccombere
nella stretta fra i due terrorismi. La sua agenda diventa ancora più
fitta e una priorità assoluta dovrà essere assegnata alla
lotta contro lo strapotere degli apparati militari, ovunque nel mondo,
alla realizzazione di modelli di difesa basati sulle tecniche di lotta
della nonviolenza, alla democratizzazione delle Nazioni Unite, al boicottaggio
delle industrie belliche, all'abolizione degli eserciti, alla disobbedienza
civile di massa.
Solo così la lotta per la giustizia sociale, per la salvaguardia
del pianeta, per la difesa dei deboli non si avviterà nell'eterna
e drammatica spirale autodistruttiva della violenza diretta.
Dopo l’ 11 settembre Mai più come
prima
Di Christoph Baker
L’immagine dell’aereo che colpisce la seconda torre è
così carica di simboli, che ci fa quasi dimenticare che prima di
tutto è un’immagine di morte, della morte di migliaia di persone
che si erano recate in ufficio come tutti i giorni, come l’abbiamo
fatto noi quello stesso giorno.
Ma la morte può essere un muro di incomprensione, può spingerci
a rifugiarsi nel buio dei nostri istinti più vili, può farci
diventare schiavi della violenza. Di fronte a quell’orrore, facciamo
fatica a individuare una speranza, o almeno uno spiraglio fuori dalla
follia omicida dell’uomo. Quel giorno, un grande sipario nero è
calato sul mondo a cui eravamo abituati. Ognuno di noi in occidente si
è risvegliato orfano della speranza. Sconvolto. Disorientato. Svuotato.
La polvere che stagnava sopra Manhattan si è ora lentamente riposata
al suolo. Ha coperto le macerie di una città, di un mondo che pensavamo
indistruttibile. Ha lasciato nel cielo di New York due grandi buchi. Manca
oggi all’appello uno dei simboli più riconosciuti del trionfalismo
occidentale, del nostro immaginario collettivo. Come sembrano piccoli
gli uomini davanti a tanta devastazione.
E come sono piccole le prime reazioni, i primi riflessi, i primi istinti.
Guerra, vendetta, morte, odio, violenza. Il rimedio proposto uguale al
male. L’umanità ripiomba nel buio della sua condizione, cadono
tutte le parvenze di quello che chiamiamo civiltà: vogliamo sangue
per sangue, morti per morti, distruzione per distruzione. Ed è
pericoloso fare finta che non sia questo uno degli sentimenti più
primordiali, atavici, “naturali” di questo strano animale di
nome “uomo”.
Ma è altrettanto pericoloso dimenticare che questo strano animale
sa anche riflettere, pensare e immaginare mondi diversi. E va detto subito
che qui non serve a niente imbarcarci in una dialettica sul male e il
bene, o mettere l’istinto assassino dell’uomo di fronte alla
sua capacità di compassione per vedere chi ne esce vincitore. Anzi,
vi è in questo esercizio uno dei difetti micidiali della civiltà
occidentale. Vogliamo sempre che una cosa trionfi sull’altra, incapaci
di immaginare che a volte gli opposti devono camminare insieme per farci
uscire da una strada buia, da un “errore di civiltà”.
Invece sarebbe così importante adesso imboccare una nuova strada,
o meglio andare a pascolare su altri campi, nuotare in altri mari, arrampicarci
su altri alberi, sfidare altri mulino a vento. Vorrei cercare nel mio
mondo interno, che è crollato insieme alle Twin Towers, le indicazioni,
le intuizioni e le utopie che ci possano permettere di andare all’incontro
di questa nuova era dell’umanità.
L’altra America
Ho mia figlia e le mie sorelle a Boston. Queste prime due settimane del
“dopo” sono state cariche di scambi telefonici e elettronici.
Mentre i nostri media sparano titoli a nove colonne sulla vendetta militare,
anche negli USA c’è chi si chiede qual è la soluzione
giusta, c’è chi si chiede che senso ha aggiungere orrore all’orrore,
terrore al terrore, morte alla morte. Non tutta l’America la pensa
uguale, non tutti si sono arruolati per andare ad ammazzare gli Arabi.
Dalla vecchia penisola italica, si ha spesso una idea un po’ storta
del mondo nuovo: in fondo si scopre che si sa tanto poco degli americani
quanto degli arabi. Quanto vorrei che la tragedia dell’undici settembre
duemilauno segnasse un risveglio della curiosità, del non giudicare
subito, del non soccombere ai partiti presi, ai pregiudizi, ai superficiali
luoghi comuni verso qualsiasi civiltà.
Quello che è successo quel giorno ha significati enormi per chi
vuole aprire gli occhi, il cuore e l’anima. Nell’andirivieni
di sentimenti, fra disperazione, rabbia, fredda consapevolezza della propria
impotenza e empatia per il mondo, vi è anche una voglia di risalire
alla sorgente di tutto questo casino. Fosse solo per rispetto dei morti
degli attentati, va posta la domanda del perché di tutto questo
orrore. E non ci si può fermare ad una sua banalizzazione (scontro
di civiltà, poveri contro ricchi, medievali contro moderni), ad
un recupero di griglie di lettura dualiste o partigiane. Siamo chiamati
ad un nuovo modo di porre lo sguardo, un nuovo uso delle parole, una maggiore
consapevolezza delle nostre azioni.
Mentre scrivo, mi rendo conto che non ho ancora (ci sarà mai?)
la tranquillità per afferrare il quadro completo della situazione.
Mi sembra a volte di risvegliarmi da un letargo, da una sbornia, da un
colpo basso. Il mondo oleato di ieri è scomparso. Si può
anche fare finta di “ritornare alla routine”, di mandare avanti
la baracca come prima, ma dentro rimane un qualcosa di squilibrato, di
pericolante. Non si riesce a scrollarsi da dosso il sentimento di essersi
svegliati dall’altra parte di tante vecchie certezze. Di dovere per
forza ricominciare in qualche modo.
Sulla porta del pensiero
In ordine sparso affiorano immagini forti: il gioco degli scacchi è
stato inventato in Medio Oriente, inclusa la mossa del cavallo. Io non
parlo una benedetta parola di Arabo. Amo troppo il Mediterraneo per vederlo
riempirsi di sangue ancora una volta. Il tè alla menta. I tappeti
persiani. Il deserto – che ne so io del deserto? Afghanistan. Mullah.
Islam.
Parole.
Tutto ad un tratto la consapevolezza che non ho niente da dire, niente
di nuovo, di sconvolgente che cambierebbe qualcosa. Mi rendo conto che
non posso pretendere ancora una volta che il nemico programmato sia lui
a fare la prima mossa di pacificazione. Quanta superbia ci portiamo dentro!
Quanta granitica certezza culturale! Quanto sangue nella nostra scia.
Un sentimento stasera prende il sopravvento sugli altri: fare pulizia
interna. Prima di osare una qualsiasi mossa dirompente, prima di andare
all’incontro dell’altro, qui bisogna levare numerosi strati
di immondizia filosofica e culturale.
Voglio immaginare una banda di amici intorno al tavolo, un buon bicchiere
in mano, il tempo davanti a se, e la voglia di approfondire. Vorrei dire
queste cose qua: dobbiamo sfatare i miti della tolleranza, della solidarietà
e del dialogo.
La tolleranza.
Troppo spesso è l’accettazione dell’altro per quiete
vivere, per convenienza, per consuetudine. E’ un concetto che sa
di spazi definiti, di frontiere, di ruoli, di convenzioni, di interessi.
Una parola transitiva: io ti tollero, tu mi tolleri. Ma se non ti sopporto?
Ma se ti amo? Ma che è ‘sta minestra tiepida della tolleranza?
E siamo tutti gli stranieri di qualcuno.
La solidarietà.
Solidali dell’africano che sta a duemila chilometri, ignari del vicino
di pianerottolo. E non parliamo degli Albanesi. Se c’è un
popolo che avrebbe dovuto partorire centinaia di Osama Ben Laden…
Solidali perché non costa niente. Perché non ci fa star
male, non ci fa cambiare modo di vivere, di pesare, di rompere tutto,
e ci permette di rimandare in eternità le scelte coraggiose. Non
ci appiccica al muro costringendoci a spogliarci delle comode ricette
esistenziali: lavorare, guadagnare, risparmiare, consumare, elemosinare,
accendere la tivù e sprofondare in una ebetitudine ovattata. Ma
ci siamo mai chiesti se il morto di fame dell’Afghanistan è
solidale con noi???
Se fossimo intanto un po’ più onesti con noi stessi.
Il dialogo.
Nobile idea. Ponte sopra il fossato. Mano tesa. Ascoltare, comunicare,
avere compassione, mettersi sullo stesso piano, abbattere i muri. Ma sempre
l’altro è altro. Ma io sto comunque qui, e tu stai comunque
là. Il dialogo è un primo passo verso la nonviolenza, ma
non è la nonviolenza. E domando onestamente: ma oggi posso andare
a dialogare con un Talebano? Eppure so che un Talebano non è altro
che un essere umano, che esprime in modo eclatante una povertà
di spirito che ognuno di noi potrebbe avere date le circostanze. Ma non
posso andare a dialogare con lui. Allora che cavolo è il dialogo?
Solo quando le acque sono calme, il cielo sereno, e l’orchestra suona
il Danubio Blu???
Forse servono altri linguaggi, altri segni, altri simboli di convivenza…
La soluzione che non ho
Non ho nessuna ricetta sicura. Anzi, vorrei che cominciasse oggi il percorso
dell’insicurezza permanente. Vorrei non avere più nessuna
certezza, per quanto le certezze hanno saputo creare di incomprensione,
esclusione, odio. Vorrei non avere mai più soluzioni facili, per
quanto mi hanno accecato davanti alla complessità, per quanto mi
hanno rubato di vita. Vorrei potere camminare con la paura in una mano
e il rischio nell'altra.
Comunque sento il bisogno di rimettermi in viaggio. E’ importante
mettersi in cammino oggi quando i bastioni si chiudono, la gente viene
chiamata a raccolta, le armi vengono distribuite, e si invita a non menarla
troppo con la fratellanza fra gli uomini. Ora più che mai, bisognerebbe
andare all’incontro dell’incognito senza timore. Senza programma.
Senza cercare di capire. Ma con la voglia di bere a grande sorsate dalla
fontana dello stupore. Aggrapparsi per ore ad una liana impazzita nel
vento. Ululare anche noi con un lupo solitario sopra una roccia a strapiombo
sul vuoto. Scommettere non più sul buon esito dei nostri progetti,
ma sull’impossibilità dei nostri sogni.
L’orrore non sarà mai sconfitto. Il terrore ce lo portiamo
dentro come specie. La perversione è pane quotidiano e atavico.
Che bisogna c’è di altre illusioni? A che servono tutti questi
richiami all’ordine, ai valori fondanti, alla superbia culturale?
Mentre aspettiamo il prossimo lancio di missili, in questo momento in
cui batto sulla tastiera, va in onda il silenzioso orrore abituale dei
bambini che non vedranno domani, o che saranno stuprati, o abbandonati.
Comunque dimenticati. Come saranno dimenticati tutti i perdenti.
Allora ci ritroviamo davanti allo specchio della storia. Come ci sono
stati davanti i nostri nonni, avi e antenati. Hanno tutti guardato in
faccia la pochezza di essere umani. Certi hanno deciso di rompere lo specchio.
Altri di abituarsi a vedere se stessi così. Altri ancora hanno
provato ad ingannare lo specchio con atteggiamenti pomposi. Poi c’è
chi è partito alla conquista dell’inaccessibile stella, ma
s’è portato lo specchio appresso per non dimenticare mai…
Non ci sono rimedi miracolosi oggi. Ma sarà importante ricordare.
E ricordare a lungo.
E’ possibile una risposta nonviolenta al
terrorismo internazionale?
Di Arun Gandhi *
“Quando sono disperato mi ricordo che lungo tutta la storia
la via della verità e dell’amore ha sempre vinto; ci sono
sempre stati tiranni e assassini, e per qualche tempo essi possono sembrare
invincibili, ma alla fine cadono sempre.” M. K. Gandhi
Comprensibilmente, dopo la tragedia di New York e di Washington DC dell’11
settembre molti ci hanno scritto o telefonato per chiederci quale potrebbe
essere una risposta nonviolenta appropriata a questo incredibile e disumano
atto di violenza.
Innanzi tutto, dobbiamo capire che la nonviolenza non è una strategia
che possiamo usare in tempo di pace e abbandonare in un momento di crisi.
La nonviolenza riguarda gli atteggiamenti personali e il nostro divenire
promotori del cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Infatti, l’atteggiamento
collettivo di una nazione si basa su quello dei singoli individui. La
nonviolenza ha a che fare con la costruzione di relazioni positive con
tutti gli esseri umani, fondate sull’amore, la compassione, il rispetto,
la comprensione e l’apprezzamento.
La nonviolenza richiede anche di non giudicare le persone per come noi
le percepiamo: un assassino non è nato assassino, un terrorista
non è nato terrorista. Le persone diventano assassini, ladri e
terroristi in seguito alle circostanze e alle esperienze della vita. Uccidere
o imprigionare assassini, ladri e terroristi, o altri soggetti simili,
non significa liberare il mondo da essi. Per ognuno
di loro che uccidiamo ne creiamo altre centinaia che ne prendono il posto.
Ciò di cui abbiamo bisogno è un’analisi spassionata
sia delle circostanze che contribuiscono a creare tali mostri sia di come
possiamo eliminarle. Concentrando i nostri sforzi sui mostri, invece che
su ciò che li crea, non risolveremo i problemi della violenza.
Giustizia dovrebbe voler dire trasformazione e non vendetta.
Vediamo persone in Iraq e in Palestina e oserei dire in molti altri paesi
rallegrarsi per le tragedie del World Trade Center e del Pentagono. Questo
ci fa inorridire, come ci aspetteremmo anche da parte loro. Ma non dimentichiamoci
che noi ci comportiamo allo stesso modo. Quando gli israeliani bombardano
i palestinesi, anche noi ci rallegriamo o non mostriamo alcuna compassione.
Il nostro atteggiamento è quello di chi pensa che essi si meritano
quello che gli capita. Quando i palestinesi bombardano gli israeliani
ci indigniamo e li condanniamo come dei criminali che bisogna sterminare.
Reagiamo senza compassione quando bombardiamo le città dell’Iraq.
Sono uno dei milioni di cittadini che negli Stati Uniti sta seduto incollato
davanti alla televisione e guarda il dramma come se fosse un film e non
la realtà. Migliaia di uomini, donne e bambini innocenti sono stati
spazzati via in un attimo e, invece di sentirsi addolorati per loro, siamo
compiaciuti per l’efficienza dei nostri militari. Da oltre dieci
anni continuiamo a compiere distruzioni in Iraq (si stima che 50.000 bambini
muoiano ogni anno a causa delle sanzioni che abbiamo imposto) e tutto
questo non ha suscitato la nostra compassione. Ci viene detto che ciò
è necessario per liberarci da quel satana chiamato Saddam Hussein.
Ora ci stiamo di nuovo preparando a intervenire ovunque per liberarci
di un altro satana chiamato Osama bin Laden. Bombarderemo le città
dell’Afghanistan perché esse nascondono il satana e così
facendo creeremo migliaia di altri bin Laden.
Alcuni potrebbero dire, “Non ci importa che cosa il mondo pensa di
noi finché essi rispettano la nostra forza. Dopo tutto, abbiamo
i mezzi per ridurre questo mondo a pezzi poiché siamo l’unica
superpotenza sopravvissuta.” Non sono d’accordo di volere che
gli altri ci rispettino nello stesso modo con cui uno scolaro rispetta
un bullo. E’ questo il nostro ruolo nel mondo? Se quello che vogliamo
è fare il bullo, allora dobbiamo essere pronti ad affrontare le
stesse conseguenze che un bullo affronta durante la ricreazione nel cortile
di una scuola. D’altra parte non possiamo dire che il mondo “ci
lascia soli”. Questo mondo non è stato costruito per l’isolazionismo.
Tutto ciò ci riporta alla domanda: come possiamo rispondere in
maniera nonviolenta al terrorismo?
Le conseguenze di una risposta militare non sono molto rosee. Molte migliaia
di persone innocenti morirebbero sia qui sia nel paese o nei paesi che
subiranno il nostro attacco. I militanti crescerebbero esponenzialmente
e, infine, ci troveremmo di fronte a questioni moralmente più pertinenti:
che cosa ci guadagneremo a distruggere mezzo mondo? Saremo in grado di
vivere con la coscienza pulita?
Dobbiamo riconoscere il nostro ruolo nell’aiutare a creare i mostri
in questo mondo, e trovare modi per contenerli senza colpite altra gente
innocente, e quindi ridefinire il nostro ruolo. Penso che dovremmo passare
dal cercare di essere rispettati per la nostra forza militare all’essere
rispettati per la nostra forza morale.
Dobbiamo riconoscere che ci troviamo nella posizione di giocare un potente
ruolo nell’aiutare l’”altra metà” del mondo
a raggiungere un migliore tenore di vita non limitandoci a gettare poche
briciole ma coinvolgendoci in modo significativo in programmi economici
costruttivi.
Per troppo tempo la nostra politica estera si è ispirata al principio
di cercare solo “ciò che va bene per gli Stati Uniti”.
Essa sa di egoismo. D’ora in poi, la nostra politica estera dovrebbe
basarsi su ciò che è bene per il mondo e su come fare la
cosa giusta per aiutarlo a diventare più pacifico.
A coloro che hanno perso i loro cari in questo e in altri attentati terroristici
dico: condivido il vostro dolore. Sono profondamente dispiaciuto che siate
diventate vittime di una violenza insensata. Ma fate in modo che questo
triste episodio non vi renda vendicativi perché nessuna ulteriore
violenza vi permetterà di raggiungere la pace interiore. La rabbia
e l’odio non riusciranno mai in tale compito. La memoria delle vittime
che sono morte in questo e in altri incidenti violenti ovunque nel mondo
sarà meglio preservata e commemorata in modo più significativo
se noi tutti impareremo a perdonare. Dedichiamo le nostre vite a costruire
un mondo di pace, di rispetto reciproco e di comprensione.
* Arun Gandhi è nipote del Mahatma e dirige il Gandhi Institute
for Nonviolence che ha fondato nel 1991 presso la Christian Brothers University
di Memphjis, negli USA, www.cbu.edu/Gandhi
Questo articolo è stato scritto il 13 settembre 2001 e l’originale
si trova all’indirizzo www.interfaithalliance.org/Newsroom/press/2001/010911ag.html
)
Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis
Gli Stati Uniti, l’Occidente e il resto
del mondo
di Johan Galtung e Dietrich Fischer
Il mondo non sarà più lo stesso dopo il terribile attacco
agli Stati Uniti, alla loro economia, alle forze armate, alla politica
estera e a esseri umani come noi tutti. Abbracciamo le vittime della violenza,
di tutte le violenze, con profondo cordoglio e ci auguriamo che i perpetratori
siano condotti di fronte alla giustizia.
Una violenza di questa portata può essere spiegata solamente attraverso
un alto livello di deumanizzazione delle vittime nelle menti degli aggressori,
spesso dovuto a uno stato molto grave di conflitti di base non risolti.
Il termine “terrorismo” può descrivere le tattiche, ma
come quello di “terrorismo di stato” può solo rappresentare
i responsabili come malvagi, satanici e non va alle radici del conflitto.
La scelta degli obiettivi può essere interpretata come rappresaglia
per l’uso che gli Stati Uniti fanno del loro potere economico ai
danni dei paesi poveri e delle popolazioni povere, del loro potere militare
contro popoli indifesi e del loro potere politico contro i senza potere.
Questo ci fa ricordare i molti paesi in tutto il mondo dove gli USA hanno
bombardato o comunque esercitato, direttamente o indirettamente, il loro
terribile potere; che si aggiungono ai 100.000 morti al giorno tra coloro
che si trovano al fondo di un sistema economico identificato da molti
con il potere economico, militare e politico statunitense. Considerati
i milioni, non le migliaia, di vittime ci si doveva aspettare che prima
o poi, da qualche parte, si generasse un desiderio di ritorsione.
La principale linea di separazione in questo conflitto è la divisione
in classi di paesi e di popoli. Questa non è civiltà, nonostante
il senso di missione e predestinazione degli Stati Uniti e il senso di
giustizia islamico ne facciano parte. Allo stato attuale, il confronto
sembra essere tra USA/Occidente e mondo Arabo/Musulmano. Ma potrebbe anche
essere un errore di interpretazione della realtà: può darsi
che quest’ultimo sia più intenzionato e abbia maggiori capacità
delle altre vittime della smisurata violenza che gli USA e l’Occidente
hanno esercitato dopo la seconda guerra mondiale. Non è neppure
da sottovalutare l’ondata di solidarietà da parte del “resto
del mondo”, né quella delle classi sociali più altolocate
dell’Occidente; e la costruzione di una solidarietà con le
vittime in ogni parte del mondo.
Cercare di collocare il terribile attacco agli USA nel contesto di un
ciclo di rappresaglie non significa affatto attribuire un elemento di
giustificazione, di scusa, o di colpa. C’è solo il profondo
rimpianto che questa catena di violenza e ritorsione sia un fatto umano.
Tuttavia può essere utile per spezzare questo circolo vizioso.
Ci sono state dimostrazioni di simpatia e offerte di aiuto anche da parte
di governi da sempre molto distanti dagli USA come Russia, Cina, Iran,
Cuba e Libia. C’è un crescente desiderio di porre fine a tali
atrocità, in modo non dissimile da come la pirateria nei mari aperti
fu debellata quando tutti i governi cominciarono a collaborare per opporvisi
e i pirati persero i porti sicuri che li ospitavano.
Misure di sicurezza più rigide, come le guardie sugli aerei, una
sorveglianza più stretta delle comunicazioni e una condivisione
delle informazioni tra i servizi segreti, possono portare a qualche risultato
ma non vanno alla radice del problema. I bombardamenti in Afghanistan
potranno uccidere qualche terrorista, ma causeranno anche la morte di
civili innocenti, ed è probabile che ne arruolino molti di più
che desiderano diventare martiri.
Dobbiamo eliminare le armi di distruzione di massa per mezzo di rigidi
controlli internazionali, o saranno usate prima o poi da terroristi che
non si fanno spaventare da minacce di ritorsione.
Continuando a parlare di Crociate da parte degli USA, e di quarta fase
della jihad, la guerra santa, da parte di alcuni settori dell’Islam,
il mondo potrebbe cadere a capofitto nel più vasto e violento scontro
di tutti i tempi. La prima jihad contro i Crociati (1095-1291), durata
196 anni, fu vinta dai musulmani. La seconda, contro Israele, è
ancora in corso. La terza, contro il comunismo in Afghanistan, sostenuta
dagli USA, terminò con il ritiro e il collasso sovietico. Alcuni
musulmani vogliono morire per la loro fede pensando di guadagnarsi il
paradiso. Molti religiosi musulmani hanno posto l’accento sul fatto
che il Corano proibisce il sacrificio di vite innocenti. Equiparare tutti
i musulmani ai terroristi sarebbe come equiparare tutti i cristiani al
Ku Klux Klan.
Per evitare di scivolare in una grande guerra con enormi, diffuse sofferenze,
gli USA, e tutti quanti, non dovremmo passare immediatamente all’azione.
C’è bisogno di una profonda auto-analisi per cercare di identificare
i conflitti, i problemi, risolverli e riconciliarsi. Solo il dialogo e
l’educazione globale per comprendere il pensiero degli altri e rispettarne
le culture, e non un dibattito che si prefigga di sconfiggerli mediante
argomenti più forti, possono aprire la strada verso la rimarginazione
delle ferite e la risoluzione dei dissidi.
Per raggiungere questi obiettivi non si può far affidamento sui
governi occidentali, e neppure del sud; essi sono troppo vincolati agli
USA, e anche troppo timorosi di incorrere nelle loro ire. Solo la gente
può farlo, solo la società civile globale. Ciò di
cui c'è bisogno, quanto prima è umanamente possibile, è
un movimento per la pace di massa, questa volta Nord-Sud. L'ultima volta
ha funzionato, tra l’Est e l’Ovest. Il futuro del mondo è
più che mai nelle mani dell'unica fonte di legittimazione: la gente
in ogni luogo.
Un proverbio cinese recita: "Se una spina si è conficcata
nel corpo di una persona, non è sufficiente staccare la parte visibile.
Se non rimuoviamo la punta che sta all'interno del corpo, la ferita infetta
persisterà". Per quanto sia doloroso per molti in questo momento
della tragedia, se vogliamo avere successo nella lotta contro il terrorismo,
dobbiamo comprenderne le origini e rimuovere le cause dell’odio estremo
che muove alcune persone a suicidarsi e commettere omicidi di massa.
(Traduzione di Antonella Cafasso per il Centro Studi Sereno Regis. L’articolo
originale si trova all’indirizzo: www.transcend.org)
Prime riflessioni su terrorismo, diritto internazionale
e ordine mondiale
Di Kolja Canestrini *
Il 12 settembre 2001 il Consiglio atlantico ha approvato una Dichiarazione
in cui afferma che gli attentati terroristici contro gli Usa rientrano
nell'articolo 5 del Patto Atlantico, che equipara un'aggressione armata
contro uno Stato membro ad un attacco a tutta l'Alleanza.
Il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, George Robertson, dichiarando
che "if it is determined that this attack was directed from abroad
against the United States, it shall be regarded as an action covered by
Article 5 of the Washington Treaty", ha lasciato agli Stati Uniti
l'ultima parola sull'azionamento di tale strumento di tutela. Infatti,
si aprono 3 possibili alternative di reazione armata nel contesto del
diritto internazionale:
intervento solo degli Stati Uniti invocando il diritto all'autodifesa
(ai sensi dell'articolo 51 del trattato Onu);
formazione di una Coalizione di intervento;
richiesta da parte degli stati Uniti di un'azione comune Nato.
In quest'ipotesi, il Consiglio Atlantico deve deliberare all'unanimità
una reazione comune. A questa reazione ogni Paese liberamente decide che
tipo di apporto dare. Si noti che ogni alleato può decidere che
tipo di assistenza vorrà dare e che «l'assistenza non è
necessariamente militare e dipende dalle risorse materiali di ogni Paese».
A questo punto, terminata la ‘giurisdizione’ Nato, entra in
campo la legislazione dei singoli Stati.
Anche se qualcuno fa notare che la dichiarazione di sostegno della Nato
non si riferisce a un "atto di guerra", come il Presidente Bush
ha definito l'attentato, bensì ad un "atto di barbarie",
come richiesto da alcuni partiti belgi, Jack Straw, ministro degli Esteri
in Gran Bretagna, ha detto alla CNN che certamente l'invocazione dell'articolo
5 significa che la Nato offrirà all'America sostegno militare e
non solo morale.
Al di là del fatto se l'invocazione possa o meno considerarsi una
"dichiarazione politica", è comunque la prima volta nella
storia della Nato che l'articolo 5 esplicitamente invocato. Il Consiglio
ha chiesto al segretario generale di informare il segretario generale
delle Nazioni Unite di questa decisione.
L'articolo 5 prevede la possibilità di rispondere tutti insieme
con tutti i mezzi ritenuti necessari, inclusi quelli militari. La Nato
potrà dunque offrire agli Stati Uniti la propria collaborazione
diretta per eventuali azioni di ritorsione per gli attacchi subìti.
In particolare, l'articolo 5 recita
"Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più
di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un
attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse
verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa
individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle
Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate,
intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre
parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego
della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione
dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte
le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato
al Consiglio di Sicurezza”.
Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza
avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere
la pace e la sicurezza internazionali.
L'articolo 6 del Patto Atlantico specifica poi che
"per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco
armato contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America settentrionale”.
Gli articoli del Trattato NATO vanno letti alla luce del cd. nuovissimo
concetto strategico dell'Alleanza Atlantica, approvato dal Consiglio del
Nord Atlantico - composto dai Capi di stato e di governo dei paesi facenti
parte dell'Alleanza - a Washington D.C. il 23 e 24 aprile 1999.
In particolare, il punto 24 del suddetto concetto strategico, recita che
"un qualsiasi attacco armato sul territorio degli Alleati, da qualunque
parte provenga, sarebbe coperto dagli Articoli 5 e 6 del Trattato di Washington.
Tuttavia, la sicurezza dell'Alleanza deve anche prendere in considerazione
il contesto globale. Gli interessi di sicurezza dell'Alleanza possono
andare soggetti ad altri rischi di una natura più ampia, inclusi
atti di terrorismo, di sabotaggio e di crimine organizzato, o anche alla
interruzione del flusso di risorse vitali. I movimenti incontrollati di
un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti
armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità,
che colpiscano l'Alleanza”.
Esistono accordi all'interno dell'Alleanza per consultazioni tra gli Alleati,
regolate dall'Articolo 4 del Trattato di Washington, e, dove risulti appropriato,
accordi per coordinare le loro azioni, incluse quelle di risposta a rischi
di questo genere.
Da qui, si è prospettato che sul piano del diritto internazionale
l'attacco terroristico agli USA del 11 settembre 2001 legittimamente possa
dare luogo all'invocazione dell'articolo 5, con tutte le conseguenze che
ne derivano.
Evoluzione della NATO ed ordinamento costituzionale italiano
Il Concetto Strategico della Nato del 1999 sostituisce quello adottato
nel 1991. Infatti, nel luglio 1997 i Capi di stato e di governo dei paesi
NATO, prendendo atto che la situazione aveva di nuovo subito un profondo
cambiamento, convennero che, sebbene i principi fondamentali del Concetto
rimanessero validi, questo doveva essere riesaminato per assicurarsi che
il Trattato NATO - mai formalmente modificato - rimanesse "pienamente
conforme alla situazione ed alle sfide relative alla sicurezza della nuova
Europa
Una autorevolissima costituzionalista italiana, Lorenza Carlassare, sottolinea
che questa vera e propria trasformazione del ruolo della NATO compiuto
con l'adozione del Concetto strategico del 1999 pone un problema di controllo
democratico (e dunque di legittimità costituzionale) sull'accordo
internazionale di cui si ragiona.
Infatti, secondo l'art. 72 della Costituzione
"ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo
le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla
Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale”.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della
Camera è sempre adottata per i disegni di legge...di autorizzazione
a ratificare trattati internazionali
L'art 80 della Costituzione prosegue:
“Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali
che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari,
o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni
di leggi."
L'ordinamento costituzionale italiano prevede dunque una garanzia del
controllo parlamentare da parte delle Assemblee rappresentative del popolo
sovrano.
Anche in sede politica queste preoccupazioni sono oggetto di riflessione.
In occasione della discussone parlamentare sulla legittimità della
partecipazione italiana all'intervento in Kossovo, un esponente politico
di primissimo ordine del dopoguerra italiano, l'onorevole Andreotti, il
16 giugno 1999, disse:
"Se si vuole cambiare il Patto Atlantico, lo si deve fare con le
forme con le quali si cambiano i patti. Non è possibile sotto la
dizione generica di "nuova strategia" dare per acquisito, quindi
per valido, l'insieme dei documenti che sono stati adottati nel Consiglio
di Washington. Questo è illegittimo."
Il timore è che l'invocazione dell'articolo 5 del trattato Nato,
la cui evoluzione fino ad ammetterne l'operatività anche nel caso
di un attacco dall'interno non è mai stata vagliata dal controllo
parlamentare, possa eludere anche l'articolo 11 della Costituzione italiana
("L'Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle
controversie internazionali") e l'articolo 78 Cost., che stabilisce
che "le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo
i poteri necessari”.
Chi decide sulla guerra è il Parlamento, deve essere il Parlamento,
dato che le conseguenze di questa decisione ricadono direttamente su tutto
il paese (…)
Forse varrebbe la pena riflettere su ciò che scrive Pogany: "Le
minacce all'ordine mondiale sono sempre state intese come provenienti
dall' uso della forza da parte degli Stati. Di conseguenza, l'ordine mondiale
è stato identificato con l'astensione dell'uso della forza armata.
Tuttavia, questa è una semplificazione pericolosa.
Relazioni pacifiche e sistematiche fra gli Stati richiedono qualcosa di
più del ripudio della forza delle armi. Richiedono l'elaborazione
di principi che controllino le cause dei conflitti armati. Richiedono,
inoltre, un sistema internazionale in grado di promuovere condizioni di
effettiva stabilità all'interno degli Stati, senza le quali non
può sussistere alcun ordine internazionale."
E' arrivato il momento di riflettere su come costruire un nuovo ordine
mondiale, basato sul consenso democratico, rinunciando ad un dominio -
rivelatosi terribilmente fragile - basato su logiche di potenza economico-militare?
* direttore del Centro studi per la pace www.studiperlapace.it.
Articolo scritto il 16 settembre 2001
La Nonviolenza che non si vede, ma c’è,
in Israele ed in Palestina
a cura di Elena Buccoliero
Il popolo palestinese è sotto assedio. L’esercito israeliano
taglia fuori città e villaggi dai rifornimenti di acqua, cibo,
servizi sanitari, scuole e posti di lavoro. Gli studenti che si recano
all’università, i lavoratori che cercano di raggiungere i
loro uffici, la gente che esce per fare acquisti viene attaccata indiscriminatamente
dalla polizia israeliana che spara e uccide.
Resta solo la sensazione che non c’è niente che la gente può
fare e non c’è un posto dove andare.
Più di sempre, noi membri della società civile palestinese
sottolineiamo la necessità di un immediato sviluppo di una forza
di protesta internazionale, la cui presenza possa prevenire ulteriori
perdite di vite umane da entrambe le parti.
Questo l’appello lanciato il 17 settembre scorso da Mustafa Barghouthi,
del Comitato Palestinese per il Soccorso Medico, che come molti altri
– e non soltanto tra i palestinesi – si rivolge alla comunità
internazionale invocando la risoluzione pacifica del conflitto. Una comunità
internazionale che, neppure troppo paradossalmente, proprio mentre si
appresta alla guerra, sembra voler con più forza riportare la pace
in questa terra dissanguata.
Mentre scriviamo si è svolto da poco più di ventiquattro
ore il tanto atteso incontro tra Shimon Peres e Yasser Arafat, al quale
tutti – a partire dagli Stati Uniti – hanno affidato la speranza
di un rinnovato processo di pace. I risultati dell’incontro, secondo
la stampa, non sono entusiasmanti, ma incoraggianti sì, dal momento
che entrambi i capi di stato si sono impegnati, pur a mezza bocca, a lottare
ciascuno contro i propri terroristi ed estremisti, in collaborazione reciproca
e con gli Stati Uniti.
Nelle settimane che seguiranno, anche solo fino all’uscita di questa
rivista, molte altre cose potranno cambiare sullo scenario internazionale,
e queste considerazioni essere superate dalle lunghe falcate dell’attualità.
Ciò che la stampa non dice, e forse non dirà, sono le testimonianze
sempre più numerose del desiderio di pace che si propaga in entrambi
i popoli, mette radici e dà forza per affrontare scelte coraggiose,
di resistenza nonviolenta, pagate dolorosamente e di persona.
(Le notizie raccolte in queste righe provengono dalla War Resisters’
International, l’Internazionale dei Resistenti alla Guerra, della
quale il Movimento Nonviolento è sezione italiana. Siti internet
ed indirizzi e-mail verranno via via segnalati. Per maggiori informazioni
sul documento di Mustafa Barghouthi, visitare il sito www.palestinemonitor.org).
11 settembre 2001: non tutti in Palestina hanno fatto festa
Mentre il mondo occidentale rabbrividiva di fronte alla morte di migliaia
di persone, coinvolte dall’attacco contro le torri gemelle, tv e
giornali ci hanno mostrato le manifestazioni di giubilo del popolo palestinese
che sembrava finalmente sentirsi rappresentato e vendicato per mano dei
terroristi.
Tutto ciò è vero, ma non corrisponde esattamente a verità.
“Non v’è alcun dubbio che gruppi di palestinesi abbiano
festeggiato l’attacco contro gli Stati Uniti, intesi come il maggior
fornitore di armi e denaro ai loro oppressori”, scrivono dalla War
Resisters’ International. “Ma i media ufficiali sono in errore
quando non riportano la mescolanza di opinioni e i profondi disaccordi
che attraversano il popolo palestinese. Molti hanno guardato con orrore
questo attacco, così come ogni attacco sui civili israeliani”.
Forse nessuno ci ha informato della manifestazione pacifica voluta da
una organizzazione palestinese di fronte al consolato americano di Gerusalemme,
ognuno con una candela accesa in segno di solidarietà per le vittime,
mentre dal Comune di Beit Sahour, nei territori occupati, giunge una dichiarazione
di cordoglio e solidarietà:
“Esprimiamo il dolore più profondo all’intero popolo
americano per la perdita orribile di vite innocenti come risultato di
tragici atti di terrore. Condividiamo il cordoglio di tutte le famiglie
delle vittime e preghiamo Dio affinché dia loro pazienza e forza.
Come palestinesi che soffrono ogni giorno gli atti di aggressione israeliani
contro la nostra gente innocente, non sappiamo trovare le parole per esprimere
quanto sia scioccante per noi vedere queste scene orribili in TV. (…)
Vi preghiamo di lasciare che si lavori insieme per fermare questi atti
di terrorismo in tutto il mondo. Lavoriamo mano nella mano per stabilire
un mondo sicuro in cui vivere.
P.S. Passate queste righe a tutti i nostri amici; vogliamo che sappiano
che ogni persona di Beit Sahour condivide il nostro messaggio”.
Mentre l’attenzione era puntata sugli Stati Uniti, gli scontri in
Israele e Palestina non sono cessati. Il 13 settembre, due giorni dopo
l’attacco, in tre ore di scontro a fuoco, sono morti per errore quattro
civili palestinesi, tra cui una ragazzina di 12 anni, e 50 sono stati
feriti. La notizia è stata riportata, seppure parzialmente, dai
media israeliani, mentre in network internazionali sono rimasti in silenzio.
Complessivamente, almeno 18 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito
israeliano tra l’11 e il 12 settembre. Tra questi, un uomo di 71
anni, ucciso dai soldati per aver osato attraversare la barriera che blocca
l’unica strada di uscita dal suo paese; e un poliziotto ferito, palestinese,
morto perché l’ambulanza è stata rallentata dai soldati,
che per il terzo giorno consecutivo mantenevano sotto assedio la città
di Jenin.
In condizioni così drammatiche possono fiorire risposte nonviolente,
dalla distribuzione di aiuti nei piccoli villaggi superando l’appartenenza
etnica e religiosa, fino ad esperienze di presenza per la pace.
“Il Movimento Internazionale di Solidarietà e i suoi componenti
israeliani e palestinesi hanno deciso, per due settimane, una loro presenza
nel villaggio di Harres, in una casa minacciata dall’esercito, per
costituire un punto di osservazione”, scriveva War Resisters’
intorno alla metà di settembre. “Avranno il compito di monitorare
e registrare la situazione scattando fotografie, girando filmati e inviando
report. Saranno formati su come reagire all’attacco di soldati o
colonizzatori in un modo non-violento, che potrà essere per quanto
possibile sicuro ed efficace”.
62 futuri obiettori di coscienza
Ha destato notevole attenzione nella “Israele media” la lettera
che 62 studenti di scuola superiore hanno inviato al primo ministro Ariel
Sharon, annunciando anticipatamente la loro opposizione alla leva.
“Intendiamo rifiutarci di prendere parte all’azione di oppressione
contro il popolo palestinese”, scrivono gli studenti nel motivare
la loro scelta. “Ognuno di noi rifiuterà di collaborare con
questa occupazione orribile: alcuni rifiuteranno di arruolarsi, altri
non serviranno nelle unità di terra e/o nei territori occupati,
altri ancora solleveranno il pretesto dell’instabilità mentale,
allo scopo di evitare il servizio”.
La limpidezza, la fermezza che contraddistingue il loro agire nonviolento
arriva fino in fondo, fino al tentativo di trasmettere ad altri la stessa
persuasione: “Durante l’anno scolastico che viene, organizzeremo
manifestazioni di fronte all’ingresso della scuola per persuadere
il maggior numero di giovani a seguire il nostro esempio, e sosterremo
coloro che sceglieranno di condividere la nostra causa”.
War Resisters’ ci assicura che il loro numero sta crescendo rapidamente
ed è già ben oltre le 62 firme iniziali. “Sono un gruppo
di giovani che agiscono interamente per loro volontà”, precisa
Yesh Gvul, “è inutile dire che noi li copriamo fino in fondo”.
La loro scelta non è isolata. Già in passato, sulle pagine
di Azione Nonviolenta, abbiamo avuto occasione di segnalare l’obiezione
di alcuni soldati israeliani. E’ di questi giorni il caso di Avia
Atai, in servizio di leva, la prima donna israeliana conosciuta dall’organizzazione
Yesh Gvul come obiettore di coscienza.
Avia Atai si è rifiutata di venire trasferita a Gilo, una colonia
nei territori occupati che viene considerata dagli israeliani e dalla
stampa quartiere periferico di Gerusalemme, dove avrebbe dovuto insegnare
nelle scuole ai bambini israeliani come comportarsi nel caso vi fossero
attacchi palestinesi dal villaggio di Beit Jala.
Nella sua difesa Atai ha sostenuto: "Non credo nella brutalità
o nell'uso della forza. Penso che l'esercito e i politici ci abbiano portato
in questa guerra. Io non voglio entrarci, non presterò servizio
nei territori occupati nel 1967. Non credo alla politica di espansione
di Israele.... Sono veramente dedita al mio lavoro e voglio insegnare
ai bambini ad amare la terra di Israele - gli alberi, le piante, i fiori,
gli uccelli. Non voglio educarli alle bombe”.
Adotta un obiettore di coscienza!
L’8 settembre scorso Yesh Gvul ha organizzato una manifestazione
davanti alla Prigione Militare 6 in solidarietà con 5 soldati,
tra cui riservisti e soldati di leva, di cui due capitani, che stanno
scontando la loro sentenza per essersi rifiutati di prendere parte alla
campagna di repressione contro la popolazione palestinese. Ascoltiamo
che cosa è accaduto.
“Centocinquanta supporters intonavano slogan e messaggi di auguri
per Dan Tamir e Sefi Sendik nella prigione Athlit. Dan e Sefi hanno risposto
con un cenno di apprezzamento, e siamo anche riusciti a scambiarci una
breve telefonata che ha dato loro la possibilità di ringraziarci
per la nostra presenza che “riscalda il loro cuore”.
Un messaggio di aiuto è stato letto dal gruppo PAJU di Montreal,
che ha adottato Tamir e aveva tenuto una veglia al locale consolato israeliano
poche ore prima. Un altro messaggio di simpatia è venuto da Diktio
Spartakos, venuto da un gruppo di militari greci che hanno dichiarato
di non voler prendere parte ai piani governativi per l’espansione
nella vicina repubblica di Macedonia. Il “rifiuto selettivo”
si diffonde attraverso il Mediterraneo!
Con noi sulla collina c’era Hadass, la madre di Tamir, e Yehuda,
il padre di Avia Atai. Presente anche una rappresentanza dei 62”.
In questa fase l’appoggio deve esserci anche a livello internazionale,
un filo sottile da non interrompere che significa speranza, comunicazione
ampia, denuncia dei soprusi, sostegno morale ed economico. Per questo
Yesh Gvul promuove la citata “adozione” degli obiettori da parte
di gruppi o singoli, anche in altri paesi.
“Dopo i buoni risultati dell’adozione di Tamir, siamo impazienti
di espandere l’esperienza ad altri obiettori. Invitiamo simpatizzanti
e supporters a organizzare progetti simili nelle loro comunità,
per fornire appoggio morale, copertura finanziaria e politica così
disperatamente necessari per i prigionieri che si trovano in prigione
e per la campagna di Yesh Gvul contro i crimini di guerra commessi nei
territori occupati”.
Scrivono ancora i membri di Yesh Gvul, “speriamo che gruppi di donne
si occuperanno del caso di Avia Atai, la cui prigionia è stata
marcata da un trattamento umiliante di gran lunga peggiore di quanto è
generalmente inferto agli obiettori maschi: perquisizioni dure, censura
sulla possibilità di leggere e appellativi offensivi - Sei una
traditrice! – da parte degli ufficiali che l’hanno giudicata”.
Al di là dei singoli casi, il lavoro non manca.
“Gli avvenimenti attuali ci suggeriscono che le dichiarazioni di
obiezione, e le condanne al carcere, si incrementeranno nelle settimane
a venire, poiché riservisti sono stati richiamati per un secondo
turno di servizio militare dall’inizio dell’intifada. Per favore,
contattateci con offerte di adozioni!”.
Iniziative di pace comuni a israeliani e palestinesi
Noi sottoscritti, intellettuali e attivisti israeliani e palestinesi
(…) non possiamo rimanere immobili mentre la sofferenza dei palestinesi
e la violazione dei loro diritti umani e politici continua senza interruzioni.
Le recenti misure prese dalle istituzioni palestinesi a Gerusalemme e
nei sobborghi può solo esacerbare la situazione e portare altri
spargimenti di sangue ed altra sofferenza tra la gente innocente. Noi
sentiamo che è nostro dovere sostenere l’appello per l’immediato
invio di una forza internazionale per proteggere il popolo palestinese
nella sua lotta per l’esercizio della libertà e dei diritti
di auto-determinazione, e porre fine all’occupazione militare di
questa terra.
Preghiamo quanti sono interessati, dovunque essi siano, ad unirsi a noi
esprimendo la loro forte opposizione alla occupazione della West Bank,
inclusa la parte orientale di Gerusalemme e la Striscia di Gaza, e per
sostenere il nostro appello per l’invio di una protezione internazionale
efficace per difendere i palestinesi dall’aggressione e dalla repressione
dell’occupazione israeliana. Una forza internazionale, noi crediamo,
potrebbe essere di grande facilitazione alla ripresa di un negoziato serio
e significato tra Palestinesi e leader israeliani, e a stabilizzare il
conflitto sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite verso una soluzione
condivisa.
E’ solo una parte della petizione comparsa sulle pagine dei giornali
israeliani in lingua ebraica, araba e inglese, in cui oltre 600 cittadini
israeliani e palestinesi chiedono l’intervento immediato di una forza
internazionale per “proteggere tutti noi dalle politiche pericolose
e imprudenti di un Governo israeliano sul piede di guerra”. (Per
unire anche la propria firma è sufficiente scrivere una e-mail
a:
).
Il testo, inviato anche a Koffi Anan e alle ambasciate di Stati Uniti,
Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Russia, Cina e Giappone, è
sottoscritto da centinaia di docenti universitari, fisici, avvocati, scrittori,
artisti e attivisti politici.
L’iniziativa nasce da un gruppo di accademici e intellettuali di
Israele e Palestina particolarmente preoccupati dalla crescente ondata
di violenza. E, mentre deplorano e condannano senza riserve gli atti terroristici
contro civili innocenti a New York e a Washington, denunciano il governo
di Sharon che “sta sfruttando la tragedia per intensificare il brutale
assalto militare e la repressione contro i Palestinesi, con il falso pretesto
di combattere il terrorismo”.
Al contrario, ci dicono i sostenitori di questo testo, proprio il difficile
momento internazionale dovrebbe rafforzare la determinazione a lavorare
per la pace. “Mentre il governo USA sta rivedendo le sue politiche
in Medio Oriente e in tutto il mondo, una delle conclusioni necessarie
dovrebbe essere che l’occupazione di Israele è illegittima,
pericolosa ed esplosiva”.
La seconda iniziativa che segnaliamo proviene da un gruppo di lettori
e studenti dell’università "Hakampus lo shotek"
che mercoledì 19 settembre hanno promosso una manifestazione di
fronte alla casa del Ministro degli Esteri Shimon Peres, in segno di solidarietà
con gli studenti palestinesi di Bir Zeit.
“L’Università di Birzeit, che doveva dare inizio all’anno
scolastico lo scorso sabato, è rimasta sotto assedio per alcuni
giorni”, si legge nel loro appello. “Agli studenti e docenti
era impedito l’accesso, e quelli che cercavano di entrare erano fermati
per ore, con insulti e dispute ai posti di blocco. Il passaggio attraverso
strade laterali era reso impossibile dai gas lacrimogeni. Gli studenti
hanno tenuto una dimostrazione pacifica ma sono stati dispersi dai soldati,
alcuni sono stati feriti. Gli studenti e i docenti dell’Università
di Birzeit hanno chiesto aiuto e solidarietà. Noi dimostreremo
contro questa brutale repressione, come contro altre atrocità che
sono avvenute durante le ultime settimane, mentre l’attenzione del
mondo era rivolta all’attentato alle Torri Gemelle. Unitevi a noi
domani… Portate con voi poster e cartelli”.
(Per contatti con Hakampusloshotek: Anat
Biletzki
).
La lettera dei 62
Al Primo Ministro Ariel Sharon
3 settembre 2001
Noi sottoscritti, giovani cresciuti e educati in Israele, siamo in procinto
di venire chiamati a servire il paese nell’esercito israeliano.
Noi protestiamo contro la politica aggressiva e razzista condotta dal
governo israeliano e dalle forze armate, e la informiamo che non intendiamo
prendere parte all’esecuzione di questa politica. Resisteremo con
forza alla distruzione dei diritti umani da parte di Israele.
Espropriazioni delle terre, arresti, esecuzioni senza processo, demolizioni
delle case, blocchi, tortura e impossibilità di accedere ai servizi
sanitari sono solo alcuni dei crimini di cui si macchia lo stato di Israele,
in palese violazione delle convenzioni internazionali che ha ratificato.
Queste azioni non sono soltanto illegittime; esse non raggiungono mai
i loro obiettivi dichiarati - aumentare la sicurezza personale dei cittadini.
Tale sicurezza sarà raggiunta solo attraverso un giusto accordo
di pace tra il governo israeliano e il popolo palestinese. Perciò
noi obbediremo alla nostra coscienza e rifiuteremo di prendere parte ad
atti di oppressione contro il popolo palestinese, atti che dovrebbero
più propriamente essere chiamati azioni terroristiche.
Invitiamo le persone della nostra età, i giovani di leva, i soldati
in servizio e i riservisti a fare lo stesso.
Haggai Matar, Amir Melanki, Nave Avimor, Shani Werner, Neta Zalmanson,
Ya'el Aydan, Yair Hilo, Ra'anan Forschner, Michal Bar-Or, Matan Kaminer,
Guy Arnon, Yosi Bartal, Reut Katz, Rotem Yaniv, Yemima Fink, A'lmah Yitzhaki,
Ya'el Skilevski, Amir Zemer, Asaf Shtul-Trauring, Yonathan Zvik, May O'mer,
Spiltzki Lihi Rothchild, Yoni Cohen, Emily Ya'aqov, Nitzan Shlush, Uriah
Oren, Avi Ya'aqov, Yigal Rosenberg, Tali Lerner, A'di Sneider, Asher Shechter,
Uri Brahav, A'mit Stark, Yuri Ronen, Stav Bar-Shani, Daniela Freund, Gali
Rabinovitz, Yoni Ben-Dor, Shira Gertner, Uri Shamgar, Itamar Ben-Zaken,
Roy Golan, Ya'el Polak, Re'ut Ben-Zur, Itay Greenstein, Ziv Kraus, Alon
Elkin, Noa Levi, Tal Paz, Idan Hadash, Jacky Levi, Tzofit Kommemi, Maor
Heumann, Gil Kremer, Elad Or, Gilad Itamar, Tia Levi, Yuval Kojman, Fracesca
Katz, Merav Melamed, Alon Kess, Aya Michlin
Per informazioni: http://www.gush-shalom.org/
14 ottobre, in Marcia da Perugia ad Assisi La Marcia di quest’anno si preannuncia carica di significato.
Fioccano le adesioni e le polemiche. Il Movimento Nonviolento, mancando
la necessaria chiarezza, ha ritenuto di non aderire, ma di offrire ugualmente
il proprio contributo. I nonviolenti marceranno dietro lo striscione “Mai
più eserciti e guerre”.
Chi marcia per la pace, è contro la guerra?
Di Enrico Peyretti
Tra i molti ottimi obiettivi della Marcia Perugia-Assisi del 2001 non
vedo l’esclusione della guerra.
In tal modo si può invitare alla Marcia anche il governo che oggi
si associa alla guerra Usa.
E’ vero che la pace si costruisce positivamente con gli obiettivi
indicati, ma il primo passo è il “no assoluto” alla guerra:
un No da dire oggi. Quella porta chiusa permette di aprire tutte le altre.
Se resta aperta l’opzione della guerra non si aprono mai davvero
le altre porte.
Il “no” esplicito alla guerra è il fondamento insostituibile
di tutti i “sì” costruttivi di pace.
Va bene promuovere un pacifismo largo, ma quale pacifismo è se
non dice esplicitamente, prima di tutto, il no alla guerra, a tutte le
guerre, a questa guerra?
Nel momento di una guerra sacralizzata, che ripete e moltiplica una violenza
orrenda, facendo credere di opporvisi, e dando l’illusione di sradicarla
mentre la consolida, la Marcia per la Pace, insieme agli altri ottimi
obiettivi, deve mettere al primo posto il NO A QUESTA GUERRA. Naturalmente,
un no sano e costruttivo diventa subito un sì.
Ma non si può omettere quel NO fondamentale, specialmente oggi.
Allora, riporto qui una proposta sintetica che si ispira alla riflessione
circolata nel Movimento Nonviolento:
1) il no alla guerra è necessario, assoluto, ed è creativo,
apre le altre vie.
2) un’azione di polizia davvero dell’Onu, non di una fazione,
sarebbe più giusta, perché la polizia, quando agisce correttamente,
limita e riduce la violenza, mentre la guerra per sua natura la accresce,
dando la cosiddetta “vittoria” non a chi ha ragione, ma al più
violento e spregiudicato. Perciò la guerra è “l’antitesi
del diritto” (Norberto Bobbio). La Carta dell’Onu, mentre vieta
la guerra, prevede una forza di polizia, ma gli stati non l’hanno
mai voluta costituire.
3) un tribunale internazionale dovrebbe individuare e giudicare i colpevoli,
secondo le regole di diritto. Il progetto di tale tribunale è avviato
dalle Nazioni Unite, ma ad esso si oppongono strenuamente alcuni stati,
tra cui gli Usa, che dichiarano di non accettare un giudizio internazionale
sui propri cittadini, per ossessione di superiorità.
4) poiché parlare è umano e sparare è disumano, poiché
parlare è sempre possibile, la via da praticare è una conferenza
mondiale sul terrorismo e su ogni situazione che gli dà pretesto.
I popoli vogliono vivere. Indubbiamente ci sono forze e atteggiamenti
molto pericolosi. Non sarà la forza militare né la supponenza
culturale a sradicarli. Se tutti i popoli potranno mettere sul tavolo
i loro diritti, attese, speranze, dolori, nel reciproco riconoscimento,
solo allora potranno essere isolati i poteri oscuri che sfruttano frustrazioni
e disperazioni delle masse, potranno nascere la politica e la democrazia
mondiali, potranno essere rivitalizzate e migliorate le istituzioni che
l’umanità seppe darsi, in un momento di saggezza, al termine
di una tragedia come la seconda guerra mondiale. Allora sarà possibile,
al di là della stolta vendetta bellica, con ragione e pazienza,
senza ultimatum né forzature di tempi, trovare quei contemperamenti
e compromessi vitali che la saggezza del vivere sa trovare, in tutte le
civiltà. La forza bellica è cattiva consigliera, non pone
vero rimedio ma alimenta la violenza che ci ha offeso tutti.
Ma tutto comincia dal NO ALLA GUERRA,
Nel 40° della prima Marcia, nel nome di Capitini, buon cammino alla
pace e a tutti i suoi cercatori.
Da Perugia ad Assisi Il 24 settembre 1961
Di Gianni Rodari *
Settecento anni sono passati da quando il più umile e il più
grande figlio dell'Umbria, Francesco, lanciava da questi colli, all'Italia
e al mondo, il suo messaggio di umana fratellanza, di amore per la vita,
per le sue creature. Nel secolo dei satelliti artificiali e della bomba
all'idrogeno, una folla diversa all'ombra dell'antica rocca si raccoglie
per ascoltare un nuovo messaggio di pace; è la stessa folla che
oggi, domenica, riempie gli stadi e si sgrana lenta all'ora del passeggio
cittadino. Ma su di essa piovono tristi e solenni le parole che il poeta
turco Nasim Hikmet ha scritto in memoria delle 70 mila vittime di Hiroshima,
di una bambina giapponese che vive ormai solo in quei versi: avevo dei
lucenti capelli: il fuoco li ha strinati, avevo dei bei occhi limpidi:
il fuoco li ha spenti, un pugno di cenere: quello son io, poi venne il
vento e ha disperso la cenere.
Si conclude ad Assisi, poco prima del tramonto, la Marcia della Fratellanza
e della Pace: venti, trentamila persone sono partite stamattina da Perugia
e hanno percorso a piedi i lunghi e faticosi chilometri che separano il
capoluogo dell'Umbria verde dalla città di san Francesco, solo
per dire all'Italia e al mondo, in questa penultima ora del giorno: vogliamo
vivere, vogliamo che il mondo viva, vogliamo che da un continente all'altro
le mani si stringano.
Il professore Aldo Capitini che ha ideato e organizzato la marcia, in
collaborazione con associazioni democratiche, sindacati e uomini di cultura
prende la parola per primo: “questa marcia era necessaria ed altre
marce saranno necessarie nel nostro e negli altri paesi, per porre fine
ai pericoli della guerra, per liberare i popoli dai mali dell'imperialismo,
del colonialismo, del razzismo e dello sfruttamento economico”. Lo
scrittore Guido Piovene dichiara di aver aderito alla marcia per dire
alto e forte il suo no alla morte. Renato Guttuso dice: “Le parole
non potranno mai esaltare la bellezza, il vigore di questa marcia; diciamo
che noi oggi siamo in grado di decidere del nostro destino: bisogna battersi
per il disarmo totale, atomico e non atomico”.
Ecco, nel mattino ancora fresco, muovere da Perugia l'interminabile colonna
dei volontari della Pace; c'è tra loro gente di ogni condizione
sociale, vi sono nomi illustri e oscuri; il deputato cammina fianco a
fianco al mezzadro, lo scrittore famoso accanto al professionista, al
contadino umbro, allo studente romano. Delegazioni sono giunte da Cosenza,
da Messina, da Palermo, da Trento, da Pescara, da Torino, da Genova, da
Milano da Taranto. Professori universitari, artisti, dirigenti sindacali
si mescolano alle famiglie venute al completo, con la borsa per la merenda,
alle ragazze in costume, agli sportivi. Vedremo apparire un grande ritratto
di Lumumba, l'eroe della resistenza congolese, e quello di Gandhi, l'apostolo
della nonviolenza. Dietro gli stessi cartelli, con lo stesso passo sostenuto
e pieno d'entusiasmo, camminano i rappresentanti di un gruppo teosofico
e quelli degli esperantisti, gli obiettori di coscienza e gli invalidi
di guerra, operai e mutilati.
Le bandiere hanno il colore dell'arcobaleno, ma il richiamo alla natura
ha un significato speciale: l'arcobaleno, questa volta, lo vogliamo prima
della tempesta, non dopo. La pace deve precedere, impedire la guerra,
per non essere soltanto un doloroso bilancio di rovine.
Molte città sono rappresentate dal loro sindaco. Di quando in quando
un canto si leva dalle file del corteo, giovani e ragazze non si contentano
dei muti cartelli: alla loro volontà di vita vogliono dare una
voce più robusta. Avvoltoio vola via! Dicono le parole dalla canzone,
il cielo umbro risponde con un azzurro sorriso: l'avvoltoio della guerra
non deve rigarlo con il suo volo minaccioso.
Due giovani e già famosi scrittori, Italo Calvino e Giovanni Arpino,
aprono il corteo reggendo lo striscione che reca la scritta: Marcia della
Pace e della Fratellanza. Il corteo si snoda di colle in colle come un
discorso nel quale confluiscano argomenti diversi; lo vedete dai cartelli
che fioriscono tutti dalla stessa profonda aspirazione alla pace, ma alla
figura della pace recano ciascuno un tocco particolare. Così sarà,
del resto, se vorremo la pace; essa potrà essere soltanto la somma
e la moltiplicazione di volontà diverse, e non già il frutto
uniforme dell'imposizione di una sola volontà sulle altre.Dopo
cinque ore il corteo giunge ai piedi di Assisi; rimangono d'affrontare
gli ultimi chilometri fino alla rocca, la salita stretta e ripidissima
tra le antiche case. Il passo è sempre fermo e sicuro, ma più
lento; quando la testa del corteo raggiungerà la cima della colonna
e l'ombra degli ulivi, la sua coda serpeggerà ancora lontano, in
basso, nella dolce valle del Subasio. Ma dove giungerebbe, fin dove il
corteo dei 26 milioni di europei morti nella Seconda Guerra Mondiale,
quello dei 6 milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio.
La colonna ha raccolto per via sempre nuovi gruppi e ad un certo punto
la strada non basta più: la marcia rompe gli argini, invade sentieri
e scorciatoie; la colonna pacificamente conquista la sua trincea più
alta, sopra i tetti di Assisi.
Una mozione conclusiva riassume gli obiettivi della marcia: cessazione
degli esperimenti nucleari d'ogni genere, disarmo universale, aiuto reciproco
tra i popoli, alleanza di tutti gli uomini che vogliono la pace.
* Questo è il testo di commento al video La Marcia per la Pace
Perugia Assiis del 1961. Il Video, 12 minuti in VHS, può essere
richiesto in contrassegno ad Azione Nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona
email: azionenonviolenta@sis.it
Tel. 045 8009803. L. 20.000
Per fare la guerra ci vogliono i soldi
Hai affidato i tuoi risparmi ad una banca?
Sai cosa fanno molte banche con i nostri soldi?
Li usano anche per finanziare il commercio di armi!
L’ELENCO DELLE BANCHE COINVOLTE:
Arab Bank PLC
Arab Bankin Corporation
Banca Carige
Banca Commerciale Italiana
Banca d’America e d’italia (anno 1999)
Banca di Roma
Banca Nazionale Agricoltura
Banca Nazionale Lavoro
Banca Pop. Bg-Cr. Varesino (anno 1999)
Banca Popolare di Brescia
Banca Popolare di Intra
Banca Popolare di Lodi
Banca Popolare Novara
Banca S.Paolo di Brescia
Banca Toscana
Banco Ambrosiano Veneto
Banco Bilbao Vizcaya
Banco di Brescia
Banco di Napoli
Banco di Sicilia
Banco do Brasil SA. - Milano
Banque Nationale de Paris (anno 1999)
Barclays Bank PLC
Cariverona Banca Spa
Cassa di Risparmio di Firenze
Cassa Risparmio La Spezia
Cassa Risparmio prov. Lombar.
Credit Agricole Indousez
Credito Agrario Bresciano (anno 1999)
Credito Bergamasco
Credito Italiano
Gruppo Bancario s. Paolo IMI
Monte Paschi Siena
UGBI BANK
Unicredito Italiano (questa banca ha dichiarato di non voler più
essere coinvolta)
NOTA: I nomi delle suddette banche, eccetto quelli contraddistinti con
(anno1999), compaiono tutti nella relazione sulle operazioni autorizzate
e svolte per il controllo dell’esportazione importazione e transito
dei materiali di armamento nonchè dell’esportazione e del
transito dei prodotti ad alta tecnologia (anno 200) doc. LXVII n.5 del
Senato della Repubblica
Se la tua banca è tra quelle sopracitate, invia il modulo che
trovi qui sotto.
Al direttore della banca ______________________
Nella relazione 2001 che il Governo ha presentato in Parlamento sulle
esportazioni di armamenti autorizzate e svolte nel 2000, e in particolare
nella parte curata dal Ministero del Tesoro, ho trovato il vostro nome
come banca coinvolta in operazioni connesse con l’export (legale)
di armi.
Ritengo che l’attività economica e finanziaria non possa sottovalutare
il suo impatto sui diritti umani.
Banche e imprese dovrebbero considerare le conseguenze sociali ed etiche
delle loro azioni economiche.
Da questo punto di vista il commercio delle armi continua ad alimentare
guerre e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.
L’Africa in particolare, pur non essendo in assoluto l’area
maggiormente destinataria di forniture di armamenti, è la regione
dove i traffici hanno l’impatto più grave in termini umani
e materiali.
L’Italia continua ad avere un ruolo non marginale in questo mercato:
è tra i primi dieci esportatori nelle vendite di armi leggere.
A quanto vedo dai dati, un ruolo cruciale nel mercato delle armi lo svolgono
gli intermediari finanziari, cioè le banche.
Poiché ho un deposito presso di voi (________________________),
mi trovo nella situazione per cui anche il mio risparmio alimenta indirettamente
questi gravi fenomeni.
Sono pertanto a chiedere una Vostra eventuale presa di posizione che dichiarasse
l’impegno a uscire da queste attività.
Riterrei opportuno, in questo caso, un’informazione trasparente ai
risparmiatori sul percorso per arrivare a questo risultato.
Cordiali saluti.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Le radici storiche dell’antimilitarismo italiano
Mentre fra la base socialista si diffondeva un senso sempre più
acuto di opposizione all’impianto militare, Bissolati e il gruppo
dirigente del P.S.I. lavoravano sull’argomento a livello diplomatico.
Già nel 1904 i socialisti italiani e quelli austriaci organizzarono,
pur fra notevoli difficoltà, un convegno contro il pericolo di
una guerra fra i due Paesi. L’incontro si tenne a Trieste il 21 e
22 maggio 1905 ma, oltre a dichiarazioni astratte contro la guerra, peraltro
non sempre convincenti e talvolta persino oscurate da desideri irredentisti,
non si riuscirono a definire pratici mezzi di lotta. Il convegno fallì
pertanto il suo obiettivo principale, anche se rimane innegabile l’importanza
dell’avvenimento, considerando il valore esemplare al quale assurse
l’azione comune per la pace. Messo alla prova, l’internazionalismo
non aveva retto. “Il ripiegamento sul programma possibilista, il
costante sacrificio dell’obiettivo finale rivoluzionario agli obiettivi
intermedi di un riformismo economico, spesso a carattere corporativistico,
per il quale le grandi linee strategiche del socialismo si subordinavano
ai criteri opportunistici della tattica quotidiana, finivano per forza
di cose con l’assorbire l’attenzione e l’impegno dei partiti
socialisti sui temi della politica interna, chiudendoli nel cerchio magico
di un ‘socialismo nazionale’” 1. Tra l’ottobre 1908
e l’ottobre 1910 fu organizzato un nuovo convegno che si sarebbe
dovuto tenere a Roma il 9 e 10 aprile 1911. In esso sarebbe stato affrontato
il problema della crisi balcanica, fonte di attrito fra l’Austria
e l’Italia. Ad aprile, però, il Parlamento austriaco fu sciolto
e furono indette le elezioni; il convegno fu così spostato a data
da destinarsi. Ma la socialdemocrazia austriaca fu duramente sconfitta
a quelle elezioni e di conseguenza il convegno fu più volte rimandato,
finché venne definitivamente annullato.
All’inizio del secolo i rapporti fra Santa Sede e Stato italiano
andavano lentamente migliorando ed era avvertibile un riavvicinamento
fra le due istituzioni. Dal punto di vista militare il nuovo accordo si
esplicitò con l’inserimento di numerosi cappellani militari
nell’esercito 2. La manovra avvantaggiò sia la Chiesa che
lo Stato. Infatti attraverso i cappellani la Santa Sede poteva svolgere
un lavoro di propaganda religiosa fra i giovani italiani e, in un quadro
più ampio, il riavvicinamento allo Stato le offriva una protezione
politica che le era mancata negli ultimi decenni. D’altro canto Giolitti
e i suoi uomini ottennero un grande prestigio nell’essere riusciti
a rimarginare una ferita che era causa di problemi per molti italiani.
Il riaccostamento fu lento e si sarebbe concluso soltanto nel 1929 con
i Patti Lateranensi, ma importanti segnali si mostrarono fin dai primi
anni del nuovo secolo. Ad esempio durante la guerra di Libia del 1911,
anziché criticare la politica colonialista italiana, “la Santa
Sede aveva autorizzato le orazioni pro tempore belli per la vittoria (in
occasione delle quali si parlò talvolta di ‘guerra santa’)”
3. Un atteggiamento simile pochi anni prima sarebbe stato inimmaginabile.
“La guerra libica fu un duro colpo per quei pacifisti sinceri speranzosi
nella possibilità che il modo di pensare ‘moderno e civile’
fosse capace di trovare una via diversa dalle armi per sistemare le cose
dei popoli e delle nazioni” 4.
Nei riguardi dell’impresa tripolina il P.S.I. non riuscì ad
assumere una linea coerente e decisa. Soltanto i giovani socialisti, che
però non erano inquadrati nel partito, ebbero una parte rilevante
nell’opposizione alla guerra e nella lotta contro la reazione. Essi
organizzarono convegni e comizi e distribuirono manifestini e opuscoli,
riuscendo a collaborare con i giovani sindacalisti rivoluzionari e con
gli anarchici. Mentre il gruppo dirigente del P.S.I. aveva diminuito il
proprio impegno nella battaglia antimilitarista, soprattutto rifiutando
di opporsi alle nuove spese militari previste da una legge dal 1907, i
giovani della F.I.G.S. lottarono contro il nazionalismo e intesero l’antimilitarismo
in senso ampio come critica della società e dello Stato. La loro
iniziativa più importante fu la campagna del “soldo al soldato”,
cioè il sovvenzionamento dei socialisti chiamati sotto le armi
perché diffondessero tra i soldati libri e materiali antimilitaristi.
L’iniziativa, che si sviluppò dal 1911 al 1913, ebbe un notevole
successo e il Ministero degli Interni reagì con severità,
inviando numerosi circolari alle prefetture, con le quali incitava alla
repressione del movimento 5.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
La confessione di un torturatore debole
TITOLO: L’APRES-MIDI D’UN TORTIONNAIRE (Il pomeriggio di un
torturatore)
Dal romanzo La strada per Damasco
Regia e Sceneggiatura : Lucian Pintilie
Fotografia: Calin Ghibu
Scenografia e Costumi: Gloria Papura
Montaggio: Nita Chivulescu
Romania/Francia 2000
Con Gheorghe Dinica, Radu Beligan, Ioana Macaria
Vagone di un treno, interno-giorno. Un uomo anziano e una giovane donna
conversano seduti l’uno di fronte all’altro. Piano sequenza
con carrello laterale: il regista ci mostra la varia umanità presente
sugli altri scompartimenti del treno. La discussione è filosofica,
il professore, così verrà chiamato per tutto il film l’anziano
signore, si interroga sulla causa ultima delle umane sofferenze: sul finestrino
del treno, reso opaco dall’usura e dalla polvere, disegna un triangolo,
simbolica rappresentazione di Dio, incarnazione divina delle sofferenze
umane. Al centro del triangolo compare la sagoma di un personaggio che
aspetta sulla passerella che costeggia i binari: il suo nome è
Tandara, cittadino rumeno, e tutto il film si svolgerà nella sua
poco rassicurante casa di campagna.
Oggi, in Romania, centinaia di ragazzi vivono di espedienti per le strade
e nelle fogne di Bucarest, “tirando” di colla e rubacchiando
qua e là; oggi, in Romania, decine di piccoli imprenditori del
nordest italiano aprono stabilimenti o piccoli insediamenti produttivi,
attratti dal bassissimo costo della mano d’opera locale; e sempre
oggi, in Romania, viene pubblicata un’enciclopedia nella quale compaiono
i nomi degli oltre 1700 torturatori del regime comunista di Ceausescu,
dei quali, solo uno ha deciso di raccontare la propria terribile esperienza.
Quest’unico superstite della barbarie è Tandara, quello che
aspetta sui binari, un uomo sulla sessantina, dalla corporatura robusta
e dall’aria schiva ma dai modi gentili ed accoglienti; l’uomo
e la donna del treno sono, rispettivamente, un ex prigioniero politico
vittima delle torture ma pacificato con il passato e con i suoi carnefici,
e una giovane giornalista.
Il film, attraverso una narrazione caratterizzata dal sostanziale rispetto
delle tre unità tragiche della Poetica di Aristotele, tempo, luogo
e azione, descrive l’angosciata confessione della vita di questo
torturatore.
Il regista Lucian Pintilie, già premiato a Venezia nel ‘98
per il film Terminus paradis, mette in scena il racconto degli orrori
commessi dal protagonista nella propria vita a partire dall’infanzia,
con l’educazione ricevuta in collegio e l’assassinio del padre
autoritario e manesco. Nel rievocare episodi e personaggi cruciali del
proprio passato questi ultimi si materializzano nel presente, in un’atmosfera
onirica e visionaria, come accadeva al professor Isak Borg de Il posto
delle fragole di Bergman. Ma fin dal principio la confessione presenta
dei problemi: il registratore non funziona, Tandara parla troppo in fretta
o troppo lentamente descrivendo i fatti in maniera a volte molto evasiva,
la moglie di Tandara interviene per chiedere di smettere di torturare
suo marito, il figlio tossico e alcolizzato lo minaccia assieme ad un
gruppo di tifosi della nazionale di calcio che gli intimano di interrompere
la confessione urlando slogan di stampo neo-fascista ed ultra-nazionalistico.
Problemi che sembrano voler rappresentare metaforicamente, l’inerzia
e le innumerevoli difficoltà che incontra oggi una nazione come
la Romania nel fare, una volta per tutte, i conti con il proprio imbarazzante
passato.
Ma il passato di Tandara, che è quello di un intero popolo, viene
solo raccontato, evocato, assolutamente mai mostrato; e questa, a mio
giudizio, sembra essere la scelta registica più interessante e
significativa dell’intero film. A Pintilie non interessa (come invece
interessava molto al Bechis di Garage Olimpo, ad esempio) ricostruire
sul set i luoghi e le situazioni delle sevizie compiute dal protagonista:
“L’orrore, afferma Pintilie, può solo tradursi in parole,
il cui potere di attivare l’immaginazione è infinito”.
Ciò che gli preme maggiormente è scavare nell’animo
del torturatore; e metterne in luce da una parte la debolezza, la componente
più oscura, quella che l’ha fatto divenire orribile strumento
nelle mani del regime, e dall’altra, la mai del tutto rimossa umanità,
che l’ha fatto pentire e che l’ha spinto a questa lucida quanto
disperata confessione.
Ma invisibili non sembrano essere solo i particolari delle torture; tale,
a tutt’oggi, mi risulta essere il film stesso, presentato all’ultimo
festival di Venezia e ancora non acquistato da nessun distributore italiano.
Hanno raggiunto la ormai astronomica cifra di 200.000 miliardi di lire
i risparmi che gli italiani hanno affidato alle compagnie di assicurazioni.
E si può scommettere che in futuro aumenteranno ancora, con l'avvento
dei mitici fondi integrativi che in futuro dovranno garantirci la pensione
in luogo di quella erogata dall'INPS.
E se in questi anni abbiamo fatto le pulci alle banche, è giusto
mettere il naso anche nell'operato di questi colossi finanziari. I quali
però, dovendo garantire prestazioni certe dopo tempi molto lunghi
(anche 30-40 anni), sono obbligati per legge (per gli addetti ai lavori,
la circolare ISVAP risale al 26/3/1987) a garantire investimenti in settori
definiti "sicuri" quali gli immobili (tramite gli affitti) e,
soprattutto, i titoli di Stato (BOT, BTP e CCT, acquistati a prezzi di
favore in quanto investitori istituzionali). E infatti, se ci colleghiamo
al sito dell'Istituto di Vigilanza, scopriamo che a fine 2000 i titoli
a reddito fisso rappresentavano l'84,1% degli investimenti delle 94 compagnie
attive nel Ramo Vita, a fronte del 7,3% costituito da azioni italiane
ed estere. Il resto è composto appunto da palazzi, prestiti e fondi
d'investimento.
La situazione in questi anni non è cambiata molto: nel 1996 i titoli
di Stato ammontavano al 76,5% degli investimenti, e anche analizzando
l'operato di ogni singola compagnia non si rilevano scostamenti rilevanti.
Insomma, il comportamento delle compagnie assicurative somiglia molto
all'operato di una oculata massaia che pensa al futuro dei propri figli,
accantonando pazientemente anno dopo anno e rischiando il meno possibile.
D'altronde, tra i principali attori di questo scenario troviamo anche
una società, la Cattolica, che per statuto non consente la partecipazione
al suo capitale a chi "non professa la religione cattolica e non
abbia manifestato sentimenti di adesione alle Opere Cattoliche",
e con tali presupposti non si può poi essere dei cattivoni in campo
finanziario.
Tutte le compagnie hanno quindi allo stato attuale lo stesso (basso) grado
di eticità. Ma alcuni comportamenti saranno destinati a cambiare
nel momento in cui, con la possibilità di operare nei fondi pensionistici,
le società si troveranno a dover gestire patrimoni 20, 30 volte
superiori a quelli attuali; le emissioni di titoli dello Stato non saranno
più sufficienti a soddisfare le richieste, e le compagnie dovranno
avventurarsi nei mari meno sicuri delle borse azionarie.
Alla linea di partenza ha bruciato tutti la bolognese Unipol, da sempre
legata al circuito delle cooperative rosse, che già dal febbraio
di quest'anno mette a disposizione dei risparmiatori un fondo pensionistico
aperto che si impegna a investire in paesi e società che si caratterizzino
per comportamenti ed attività socialmente responsabili. Banditi
ovviamente produttori di armi, tabacco, alcolici e chi produce energia
nucleare, e porte aperte ai gruppi attenti alla tutela dei diritti dell'uomo
e al rispetto per l'ambiente.
Perché questa scelta? Forse perché i suoi dirigenti hanno
dato un'occhiata a quanto accade negli Stati Uniti, dove i fondi gestiscono
patrimoni definiti socialmente responsabili per 1.400 miliardi di dollari,
influendo sull'operato delle aziende su cui decidono di investire e, quando
occorre, entrando direttamente nei loro consigli di amministrazione. Gli
statunitensi, ma anche gli inglesi, hanno dimostrato di preferire quei
fondi che hanno fatto la scelta dell'etica responsabile.
In Italia la normativa che regolerà questi mostri finanziari dovrebbe
prevedere una gestione congiunta aziende-sindacati, ma non è sicuro
che il nuovo governo confermi questo orientamento. E considerando il tema
di cui si parla, si può solo concludere con la frase: "chi
vivrà, vedrà (la pensione)".
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Scambi scolastici con scuole serbe e con scuole albanesi del Kossovo
La Campagna Kossovo, attiva dal 1993, ha sostenuto e fatto conoscere
la resistenza nonviolenta del popolo albanese del Kossovo, iniziata nei
primi anni novanta, con l’intento di favorire la ricerca di soluzioni
condivise e accettabili da parte di tutte le comunità presenti
sul territorio; dopo la guerra del 1999 ha ripreso la sua attività
con progetti volti a sostenere le ONG nel difficile lavoro di confronto,
riconciliazione interetnica e protezione dei diritti umani per tutti gli
abitanti dell’area. In questa prospettiva ha proposto al Centro studi
“Sereno Regis” di Torino la realizzazione del presente progetto
di scambio tra scuole italiane, scuole serbe e scuole albanesi del Kossovo.
DURATA DEL PROGETTO:
Il progetto ha una durata biennale.
DESTINATARI
I destinatari primari sono i ragazzi delle scuole e gli insegnanti coinvolti
nel progetto:
classi italiane, classi serbe e classi kosovare-albanesi della scuola
secondaria superiore.
FINALITA’
Educare alla pace, intesa come capacità di interagire positivamente
rispettando le differenze e salvaguardando i bisogni umani fondamentali;
Creare possibilità di contatto e dialogo con/tra studenti di popolazioni
che hanno vissuto l’esperienza drammatica della guerra e tuttora
vivono in condizioni di pesante diffidenza e rischio di conflitto armato;
Proporre ai giovani un modello nonviolento di gestione dei conflitti;
Creare un legame tra le classi e le scuole in grado di riprodursi ed ampliarsi
autonomamente.
OBIETTIVI FORMATIVI.
Collaborare ad un progetto complesso, che implica lo sviluppo di competenze
di tipo cognitivo, emotivo, operativo;
Saper operare in ambito multidisciplinare ;
Diventare consapevoli della possibilità di produrre cambiamenti;
Sviluppare le capacità di decentramento e di empatia per comprendere
contesti, culture, storie, esperienze diversi;
Acquisire competenze nell’analisi e nella trasformazione nonviolenta
dei conflitti;
Comprendere i presupposti e le dinamiche dei processi di mediazione e
riconciliazione.
CONTENUTI E FASI DEL PROGETTO
Fase di avvio del progetto (primo anno)
Nella prima fase del progetto, sono previste due attività parallele:
Con le classi: messa a punto del lavoro didattico e avvio dello scambio
epistolare tra le classi. In questa fase sarà importante svolgere
un lavoro che aiuti i ragazzi a comprendere la realtà del paese
in cui la classe gemellata si situa, sia programmando una opportuna unità
didattica multidisciplinare sull’area balcanica (storia-arte-letteratura…),
sia utilizzando i dati che si potranno ricavare dallo scambio epistolare
sul tipo di vita, le aspettative, la cultura, la mentalità dei
giovani con i quali si è in corrispondenza.
realizzazione di un percorso di formazione con i docenti sulla trasformazione
nonviolenta dei conflitti e la mediazione tra pari. Per la realizzazione
di questa parte con i docenti serbi e kosovari-albanesi ci si potrà
avvalere della collaborazione di ONG e formatori sul posto, mentre per
i docenti italiani si organizzerà un seminario specifico, a cura
del centro studi “D.Sereno Regis”
In questa fase sono previsti anche degli incontri periodici di valutazione
con gli insegnanti italiani per verificare in itinere l’andamento
degli scambi, le eventuali difficoltà riscontrate e le possibili
variazioni da apportare al percorso.
Nell’ultima parte dell’anno scolastico può essere prevista
una visita didattica delle classi italiane ai corrispondenti stranieri.
Seconda fase del progetto (secondo anno):
Percorso formativo sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti, realizzato
dagli insegnanti nelle classi.
Se leggiamo il giornale o semplicemente ci guardiamo attorno, ci rendiamo
conto che anche in contesti “di pace” , in società per
fortuna non attraversate dalla guerra, come la nostra, la paura , i pregiudizi
verso i “diversi”, il disagio, soprattutto delle fasce giovan