Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Le opere d’arte si distinguono dai dettagli. Non voglio dire che il nostro
Congresso sia stato un’opera d’arte, per carità, ma sicuramente
tutti i partecipanti hanno riconosciuto che “è andato bene”:
adeguata preparazione, svolgimento ordinato, discussioni approfondite, conclusioni
utili. Insomma, l’obiettivo – che era quello di riunire gli aderenti
al Movimento per decidere le linee di azione dei prossimi anni – è
stato raggiunto, come testimoniano le mozioni approvate che pubblichiamo da
pagina 12 a pagina 19.
Dunque possiamo soffermarci un attimo sui dettagli, su particolari momenti dei
quattro giorni congressuali che, secondo me, hanno dato quel sapore in più
che fa la differenza.
L’apertura dedicata all’amico Piergiorgio Acquistapace, da poco
scomparso, ci ha regalato attimi di vera commozione, anche grazie alla presenza
in sala della moglie, Lucia, e delle figlie, Laura e Alessia. Così come
quei cinque minuti di silenzio, alla fine del dibattito generale, lasciati idealmente
e concretamente all’intervento dello stesso Piergiorgio e di Alexander
Langer (grandi amici della nonviolenza che ci hanno lasciato entrambi prematuramente),
che abbiamo sentito realmente presenti tra noi, vera e propria compresenza.
Quel silenzio si è riempito di preghiere, di meditazioni, di ricordi,
di sensazioni, che hanno creato un’unità palpabile fra tutti i
presenti.
Significativa è stata la premiazione dei due studenti dell’Istituto
d’Arte di Trento, Alex Fattore e Lara Mottes, che hanno partecipato al
progetto per la realizzazione del manifesto di convocazione del Congresso. La
proiezione in video di tutti i bozzetti, la spiegazione da parte dei ragazzi
delle motivazioni e delle idee alla base delle loro opere, e le testimonianze
delle due insegnanti, sono riuscite a trasmettere lo stretto legame esistente
tra arte e nonviolenza. Il premio consisteva nel dvd “Una forza più
potente”, il libro “Nonviolenza in cammino” e in una spilletta
del fucile spezzato “da indossare quando si sarà raggiunta la piena
consapevolezza del suo significato”. Tanti applausi.
Il Congresso era generosamente ospitato nella struttura dei Missionari Comboniani,
sulle colline di Verona, a ridosso del centro storico, in un’oasi di verde.
L’ambiente circostante, silenzioso, lindo, accogliente, ha certamente
contribuito alla riuscita dell’evento. Il quartiere si chiama “Veronetta”
ed è ricco di osterie, trattorie, ristorantini (mitico quello del “Ropeton”)
dove abbiamo consumato insieme pranzi e cene. Bei momenti di festa e convivialità,
dove non è mai mancato il buon vino locale. Anche l’accoglienza
notturna, nel vicinissimo ostello, è stata all’insegna della sobrietà.
C’è stato anche lo spazio per un’istruttiva passeggiata comunitaria,
nei sentieri naturalistici sulla dorsale delle colline, in visita alle mura
magistrali della città, con la guida esperta e brillante di Alberto Tomiolo,
che tra aneddoti vari ha ricostruito la storia militare di Verona dai Romani
alle due guerre mondiali. Il panorama sulla città è di quelli
mozzafiato.
La manifestazione del 4 novembre “non festa ma lutto” ha visto una
significativa partecipazione (oltre 200 persone in cammino per le vie di Verona)
a quella che è stata una vera e propria “assemblea itinerante”
riunita nel nome della nonviolenza per onorare i caduti di tutte le guerre,
passate e presenti, nell'unico modo per noi possibile: impegnarsi con la nonviolenza
attiva contro la guerra e la sua preparazione. La formula della manifestazione
con soste di riflessione (già inaugurata nella nostra Marcia Perugia-Assisi,
e poi nella camminata da Assisi a Gubbio, e anche nella passeggiata per le vie
della Firenze nonviolenta), ci ha permesso di ascoltare Carlo Melegari sul tema
dell’immigrazione, davanti alla Basilica di San Zeno; poi la testimonianza
di Alberto Trevisan davanti al Tribunale militare; la lezione di storia dell’urbanistica
delle fortificazioni militari di Alberto Tomiolo, davanti all’Arsenale;
e il racconto di Sergio Paronetto, al Ponte della Vittoria, del vero drammatico
volto della prima guerra mondiale; in Piazza Brà abbiamo deposto la bandiera
della nonviolenza sulla lapide che ricorda l’olocausto nei campi di sterminio
nazisti e davanti al cippo dedicato a tutti i caduti di tutte le guerre. Daniele
Lugli ha concluso richiamando il senso profondo del “ripudio” della
guerra.
Nell’editoriale di presentazione del Congresso, nel numero di agosto-settembre,
scrivevo “se riusciremo a svolgere un buon Congresso e condurre una buona
manifestazione, avremo, nei fatti, già messo in atto la nostra politica
nonviolenta”. Mi fa davvero piacere poter affermare ora che ciò
è effettivamente accaduto. Le amiche e gli amici della nonviolenza che
si sono riuniti a Verona (un centinaio nei quattro giorni di lavori congressuali)
hanno dato vita ad un buon Congresso, che costituisce la base ideale e programmatica
per i prossimi anni di vita del Movimento Nonviolento.
Saluti e auguri di buon lavoro
I messaggi inviati al Congresso
In apertura dei lavori sono stati registrati letti i saluti ai congressisti
inviati da parte di persone amiche, o rappresentanti istituzionali, che pur
non potendo intervenire personalmente, hanno comunque voluto far pervenire un
loro messaggio. Riportiamo gli stralci più significativi di alcuni saluti
ricevuti e accolti dall’assemblea con calorosi applausi.
Da Sandro Canestrini, avvocato di Rovereto
Sono impedito dalle mie negative condizioni fisiche dal partecipare al Congresso,
per la prima volta in tutti questi anni. Vi auguro di tutto cuore ottimo successo
nei lavori, accompagnandovi come sempre con il mio fraterno augurio.
Da Giuliano Pontara, Università di Stoccolma
Mi piacerebbe essere fisicamente presente a queste giornate di corale ricerca
e marciare con voi per le vie di Verona (e magari tirar fuori sul più
bello un panino di tasca e mangiarlo ordinatamente in istrada). La nonviolenza
è fatta nel giornaliero, da uomini e donne "terribilmente normali",
con aggiunte individuali che assieme possono creare ruscelli, torrenti, fiumi.
Da Ekkehart Krippendorff, Università di Berlino
La nonviolenza è ovviamente qualcosa di diverso da una semplice posizione
intellettuale e generica di pura negazione – la a-violenza, cioè
la negazione della violenza. Essa può essere solo l'espressione pratica
e il comportamento concreto di una visione positiva e creativa della vita.
Da Giancarla Codrignani, Presidente della LOC
Ho detto che ritengo rilevante il momento, sia per le vicende in corso che hanno
a che vedere con tutti i problemi della violenza, sia perché i principi
che abbiamo coerentemente onorato negli anni debbono essere riletti alla luce
delle ipotesi che sapremo formare per il futuro.
Non intendo soffermarmi su cose ovvie. Tuttavia credo che, proprio a partire
dalla nonviolenza, si debba ridare senso al “fare politica” come
dovere civile costruttivo e “bello”. Se, poi, i nonviolenti, saranno
così efficaci da capire che non si può più parlare di nonviolenza
senza partire dalla cultura di genere e dalla competenza delle donne, forse
si potrà aprire qualche pagina nuova.
Da Diego Cipriani, Direttore UNSC
Sono convinto che, anche ora che la leva obbligatoria nel nostro Paese è
stata sospesa, la mission principale che il legislatore ha voluto assegnare
al servizio civile nazionale sia quella del contributo che esso è chiamato
a dare alla “difesa della Patria” con mezzi e attività non
militari. Dunque, la “cifra” che caratterizza il “nuovo”
servizio civile non è molto diversa da quella del “vecchio”
e cioè la nonviolenza. So bene che anche voi, nella vostra lunga esperienza
di Ente “convenzionato”, prima, e “accreditato”, ora,
avete potuto sperimentare tutto ciò.
Da Paolo Ferrero, Ministro della Solidarietà Sociale
La crisi delle strutture che abituavano gli individui a vivere in società
- lo Stato, il lavoro, la famiglia.... – unita alla precarietà
economica ed alla durezza della vita urbana, aumenta l’incertezza e la
paura di tutti e tutte noi, e spinge ad individuare nell’altro, nel diverso,
il capro espiatorio a cui imputare tutto il male e ad espellerlo con violenza
dalla comunità sociale, o dalla vita stessa.
In queste condizioni i valori e le pratiche della nonviolenza assumono una rilevanza
ancor maggiore. La diffusione e l’evoluzione delle idee nonviolente, la
loro capacità di estendersi dal tema della pace a quelli dell’economia
e dell’ambiente, della politica, della giustizia e di tutte le relazioni
interpersonali, sono per tutti e tutte noi motivo di conforto e di speranza.
Da Fausto Bertinotti, Presidente della Camera dei Deputati
La scelta della nonviolenza si colloca oggi all’interno di un quadro complessivo
di grande drammaticità, in cui la guerra e il terrorismo realizzano giorno
dopo giorno un progressiva erosione delle ragioni dell’uomo, dei suoi
diritti inalienabili, delle basi fondanti della vita associata.
Declinare attraverso la pratica individuale e collettiva la metodologia della
trasformazione pacifica e nonviolenta della società allargando gli spazi
del dialogo, dell’accoglienza e dell’ascolto delle diversità
rappresenta dunque una premessa indispensabile per la costruzione di un nuovo
modello di società, sorretto dalla cultura della partecipazione democratica,
del riconoscimento tra i popoli e le nazioni del mondo e della pace.
Da Franco Marini, Presidente del Senato della Repubblica
Il pensiero e la figura di Aldo Capitini costituiscono un modello e una fonte
inesauribile di ispirazioni per quanti credono in un mondo affrancato dalla
violenza e dall’intolleranza.
Il Congresso ricorda l’amico
Piergiorgio Acquistapace
Chi ha conosciuto Piergiorgio Acquistapace lo avverte qui, con noi.
Vedo Piergiorgio che cammina, determinato e sorridente, dietro lo striscione
del Movimento Nonviolento a Vicenza. Lo rivedo qualche tempo prima, una sera,
a Verona. Siamo insieme a tavola, c’è anche la moglie e una figlia.
Facciamo festa: il male che l'aveva afferrato aveva allentato la sua presa.
Il suo modo era attento, appropriato. Danilo Dolci avrebbe detto “esatto”.
Le cose vanno fatte con cura, con costanza d’impegno, con leggerezza,
senza sforzo apparente.
Tante cose ha fatto. La diffusione “militante” di Azione nonviolenta
è un esempio. Piergiorgio aveva indetto un premio per i più attenti
e solerti amici della nonviolenza: Art. 1 Sono messe in palio cinque copie dell’ultimo
numero della rivista “Azione Nonviolenta” al modico prezzo di 3
euro trattabili. Art.2 I concorrenti dovranno prenotare una copia via e-mail
all’indirizzo
Vincono le copie i primi cinque concorrenti
in ordine di prenotazione. Farà fede la data e l’orario indicati
nella stessa mail Art. 3 I premi saranno consegnati direttamente agli interessati
o a persone di fiducia espressamente indicate. Art.4 Ai concorrenti classificati
dal 6° posto in poi saranno riservate espressioni di apprezzamento e riconoscenza
con il proposito di aumentare il numero delle copie del prossimo numero di Azione
nonviolenta e quant’altro ritenuto opportuno dall’insindacabile
giudizio di Piergiorgio Acquistapace.
Non ci ha fatto mancare il suo contributo al congresso. La rivista molisana
“Il ponte”, sett.-ott. 2007, apre con “Politica di pace e
pratiche di nonviolenza” di Piergiorgio Acquistapace.
Molti sono i ricordi di amici molisani, di persone che hanno condiviso, in vari
significativi momenti, il suo impegno, di amici della nonviolenza. Cito solo
la breve nota di Luciano Capitini: Leggo che tutti abbiamo risentito pesantemente
della mancanza del nostro caro amico. Come altri hanno detto, anch'io ho potuto
trattenere a stento le lacrime. Di lui ricordo l'impressione che dava: una persona
perfetta, un nonviolento privo di sbavature ed invece ricco di doti. Sono sempre
stato impressionato dalla sua serenità, la calma, la profondità,
che poi si attuavano in azioni incisive, precise, ricche di energia. Ammiravo
la sua famiglia, il gruppo che aveva costituito attorno a sé. Ora non
c'è più, e non riesco ad immaginare come potrebbe, una morte,
colpirmi di più.
Concludo con Aldo Capitini: Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che
la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una
parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una
somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati
nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità
o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità
pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l'ho chiamata
la compresenza.
Ringraziamo Piergiorgio Acquistapace per la sua presenza, che ci aiuta a sentire
questa profonda vicinanza, questa unità, che fatichiamo a vivere.
(dall’apertura della relazione di Daniele Lugli)
La nonviolenza è politica per il disarmo
ripudia la guerra e gli eserciti
di Daniele Lugli
Al congresso abbiamo dato un titolo inusitatamente lungo. Come introdurre un
incontro così impegnativo? Un suggerimento viene da una conversazione
avvenuta in Cina oltre due millenni e mezzo fa:
- Nel Regno del Sud le cose vanno molto male, cosa consiglierebbe il maestro?
- Ridare alle parole il loro senso originario, è la risposta di Confucio.
Anche nella periferia del Regno del Nord, dove ci troviamo ora, le cose vanno
piuttosto male.
Propongo poche aggiunte come invito a riflettere sulle parole.
La nonviolenza. È pianta di molte radici, perché molti sono gli
elementi che la costituiscono, molti gli approcci, gli approdi. Ma, se dobbiamo
darne un'immagine - io resto molto legato a Capitini - è una freccia
di direzione che diamo alla nostra vita, al nostro agire individuale e collettivo.
Fondante è l'adesione personale, la persuasione della sua possibilità
e necessità. Altro elemento è l'intenzionalità verso l'apertura
a quello che vive, quindi al suo esistere, alla sua libertà, al suo sviluppo.
È l’impegno che assumiamo con l’adesione alla carta del Movimento
Nonviolento, movimento pienamente politico. Constatiamo difficoltà, inadeguatezza,
ma non c'è salto tra la nonviolenza e la pratica politica. In essa non
perde valore, anzi è momento di partenza, l'impegno personale. Al centro
dell'agire sono persone, che sanno farsi centro, dal basso, collegate tra loro
a costruire reti orizzontali. Porsi al centro non è mettersi sopra, ma
sollecitare lo sviluppo di quanti condividono le nostre esperienze.
È in atto una profonda involuzione politica e sociale. La nonviolenza
ci sollecita a guardare dentro ai mutamenti, a dirci con sincerità quanto
ci sembra di comprendere, anche se contrasta le nostre aspirazioni e ci fa soffrire.
La nonmenzogna è un contributo non trascurabile che possiamo dare al
rinnovamento della politica. Luther King traduceva satyagraha come potere dell'amore.
Questo ci rammenta che la nonviolenza affronta il problema del potere sapendo
che il potere non è quello che ci viene rappresentato nei suoi aspetti
oscuri, ma che presenta una possibilità diversa e luminosa.
Hannah Arendt ci ricorda che il momento più alto e qualificato dell’azione
è l’azione politica e che il potere corrisponde alla capacità
umana non solo di agire ma di agire di concerto. Lo sapevano bene i ragazzi
di Barbiana: Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio.
Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.
Ogni volta, faticosamente, ci tocca di riscoprirlo.
Il potere consiste nella relazione, nella costruzione di relazioni, nell’agire
consapevole e di concerto per la soluzione del problema, sempre più comune
agli altri e a me. Il potere è nostro, è di tutti, ci appartiene.
La Costituzione ce lo riconosce sovrano, ma esiste solo nel suo esercizio, non
per sovranità riconosciuta ma per capacità esplicitata. Il potere
e la violenza sono opposti: dove governa l’una l’altro è
assente. Combattere la violenza in tutte le sue forme, in tutti i suoi luoghi,
è dunque condizione per la buona politica, per l’instaurazione
di un potere condiviso e riconosciuto.
La nonviolenza è politica. Se la democrazia è la soluzione politica
meno peggio che siamo riusciti a mettere in campo, bisogna difenderla. La sua
permanenza - democrazie occidentali minacciano di risultare accidentali - è
insidiata dall'esterno e ancora più dall'interno. Per questo non troviamo
particolarmente affascinanti le sirene dell'antipolitica. Rispecchiano la cattiva
politica che contestano. Hanno in essa una giustificazione, ma non ne rappresentano
un superamento.
La crisi della democrazia non è solo italiana. La crisi economica spiega
qualcosa, non tutto. Un paese come la Svizzera, risparmiato dalle guerre, senza
problemi economici pressanti o particolari difficoltà di integrazione,
dà il massimo dei voti al partito che ha nel manifesto elettorale tre
pecore bianche che scacciano una pecora nera. Pontara, abituato al buon uso
delle parole, scrive di tendenze naziste. È una crisi grave e profonda.
Non riguarda solo l'Italia, anche se come paese abbiamo delle specificità
con cui confrontarci.
Gran parte del nord sembra dire che della politica non sa che farsene: ha da
fare i soldi, la politica è solo ostacolo alle ghiotte occasioni di profitto.
Le istituzioni debbono agevolare l’attività imprenditoriale senza
interrogarsi sui suoi esiti. La politica ha subito una mutazione difficilmente
reversibile in gran parte del meridione, che appare nelle mani della criminalità
organizzata. Cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita controllano
il territorio, modellano l’economia e la società in quelle zone,
e non solo. La resistenza che incontrano non viene principalmente dalle donne
e dagli uomini della “politica”. Resta una parte del paese in cui
la disaffezione alle istituzioni, pur crescente, non ha ancora raggiunto i livelli
descritti. Ma anche lì la democrazia sembra sempre più apparire
un elemento residuale piuttosto che un ideale capace di mobilitare le coscienze.
Abbiamo specificità non invidiabili. Di due cose si meravigliava la corrispondente
del “Financial Times”: gli italiani sembrano non avere un’idea
di che cosa sia un conflitto d’interessi e accettano una situazione impensabile
altrove in Europa; il Papa sembra considerarsi il re d'Italia e questo non desta
apprezzabili reazioni. Noi che spesso sottolineiamo come la violenza culturale
e strutturale siano alla base di ogni violenza manifesta, avremmo anche a questo
riguardo un grosso lavoro da compiere.
Sento in giro molta delusione per l’azione del governo, proporzionata
forse alle illusioni della vigilia. Chi come me da tempo vota in un’ottica
di riduzione del danno ne risente forse meno. Illusioni, come Movimento, non
ne abbiamo mai nutrite. Sapevamo che dalle urne elettorali non poteva scaturire
molto di buono, perché molto di buono in giro non c’è. Anche
questo ci rimanda una responsabilità generale in cui siamo pienamente
coinvolti come cittadini, e come cittadini amici della nonviolenza, impegnati
cioè a dare un’aggiunta per il miglioramento, se non la sopravvivenza,
della democrazia. Non è una questione che possiamo addebitare solo alla
mala casta dei politici. Profonda è la sfiducia collettiva nella possibilità
di una politica diversa. Partiti, sindacati, istituzioni rappresentative si
contendono, da tempo, gli ultimi posti nella considerazione dei cittadini italiani.
Certo i partiti, anche nell’ultima competizione elettorale, potendo scegliere
con la maggiore libertà le persone che sarebbero state elette, salvo
qualche eccezione – che conosciamo una ad una – hanno fatto pessime
scelte. Ma va anche ricordato che con qualsiasi legge elettorale, salvo quella
pensata da Calderoli e da lui definita una porcata, il cattivo schieramento,
che ha prevalso sul pessimo, non ce l’avrebbe fatta. Momenti di protagonismo
sociale, che pure non mancano, non si collegano ai rari tentativi di rinnovamento
delle istituzioni politiche. Anche sotto questo profilo il nostro impegno, minimo
nelle dimensioni ma continuo e preciso, può dare un contributo utile.
È un impegno per il progresso.
Possiamo non avere nel progresso indefinito e necessario dell’umanità
la stessa fiducia che aveva Condorcet, intento a scriverne anche all’ombra
della ghigliottina. Ne condividiamo però le direzioni che lo fanno come
tale riconoscere: l’eliminazione delle disuguaglianze tra le nazioni,
l’estensione dell’eguaglianza in seno ai singoli popoli, il perfezionamento
della natura umana.
La nonviolenza è politica per il disarmo. Con il disarmo, cioè
il toglierci le armi - le armi che abbiamo, l'armatura, la difesa - andiamo
a toccare un punto molto sensibile. Ci sono preoccupazioni, paure, ossessioni
securitarie, ma c’è anche la necessità della sicurezza.
La sicurezza, il poter stare senza preoccupazione, è certamente un bene
ed è un bene collettivo. Nessuno può darcela se non ce la procuriamo
noi. Dobbiamo riconoscerla come bene comune, quotidianamente custodirla, costruirla.
Spesso facciamo il contrario: distruggiamo quella che abbiamo.
La sicurezza è cosa da preservare e costruire assieme con intelligenza
e capacità momento per momento. Quando parliamo di disarmo dobbiamo fare
i conti con la percezione della sicurezza, con le nostre paure. Diversamente
le proposte di disarmo, che sembrano meglio intenzionate, argomentate, sostenute
sono destinate a sicuro fallimento. Un esempio per tutti il referendum in Brasile
sul porto d’armi: istituzioni, chiesa, società civile schierati
per il disarmo, ma il voto popolare va in senso contrario. Potenza della lobby
delle armi?
Qui emerge la necessità di un programma costruttivo. Ci sono esempi di
azioni intenzionali, concertate, intelligenti nelle quali sono interessate e
rese consapevoli della propria forza e indispensabilità le persone, che
si avvertono nel rischio, spaventate anche da messaggi che sembrano avere lo
scopo di atterrire. In esse c’è collaborazione delle istituzioni,
delle polizie, degli operatori sociali, delle associazioni, dei cittadini. Il
nostro posto è lì: nell’intervento dal basso, nella capacità
di tessere relazioni tra attori così diversi, nel portare l’aggiunta
necessaria, nell’attenzione al mutamento possibile.
Vi è una preoccupazione che riguarda l’intero Paese ed è
collegata all’immigrazione. L’assassinio di una donna a Roma apre
scenari inquietanti di razzismo e xenofobia. È in discussione la nostra
capacità, la capacità delle nostre istituzioni, della società
tutta, di includere e non di escludere. È fortemente correlata alla capacità
di prendere le difficoltà come opportunità, di trasformare i conflitti,
di instaurare relazioni. Bossi e Fini e il sindaco Tosi non hanno inventato
le nostre paure: se ne sono fatti imprenditori e, poiché la cosa rende,
trovano imitatori anche nel campo che si dice avverso.
Sento nelle scuole, tra giovani di bella presenza e di buoni risultati scolastici,
circolare convinzioni razziste, propositi di spedizioni punitive, invettive
contro il troppo che si concede agli stranieri togliendolo a noi. Episodi isolati
di intolleranza violenta verso migranti e itineranti sono destinati a crescere.
Così come non tarderanno a manifestarsi conflitti etnici. Da questi ci
ha fin qui preservato la dispersione in centocinquanta nazionalità diverse
della nostra immigrazione, rispetto alla compattezza di quella inglese, francese,
tedesca (Commonwealth, Maghreb, Turchia). La diversa distribuzione delle presenze
e il carattere recente dell’immigrazione più massiccia sono ulteriori
elementi di differenza che hanno fin qui giocato a nostro favore. È un
tema la cui importanza è destinata a crescere e che ci interpella direttamente.
Un giovane francese, passato dal movimento delle banlieu a un insegnamento alla
Sorbona, ricordava gli arresti subiti, l’essere spogliati nudi per rendere
più efficace e svelta la perquisizione e la convinzione diffusa nel movimento
che la violenza resta l’unico modo di farsi intendere da parte di chi
non ha voce. Sembra che l’esperienza passata non serva a nulla. E a nulla
servirà se non saremo capaci di contribuire a una risposta diversa anche
nel nostro paese. Cresceranno assieme violenze e illegalità e misure
repressive e liberticide. Lo abbiamo già visto, lo stiamo vedendo. Senza
fare i conti con questo ordine di problemi ogni nostro discorso sul disarmo
rischia di non trovare ascolto.
...ripudia la guerra e gli eserciti. Secondo etimologia ripudia è collegato
a pudere, vergognarsi, ovvero a pede, piede. Si ripudia qualcuno, qualcosa che
era fortemente legato a noi e con cui non vogliamo più avere nulla a
che fare. Allontaniamo addirittura col piede chi è stato con noi in così
stretta relazione.
Che la guerra sia un flagello è scritto nella carta istitutiva dell’ONU,
che sia cosa da dementi l’ha detto un Papa. Dovrebbe bastare per ripudiarla.
Non è così. Accompagnata da aggettivi accattivanti sembra tornata
presentabile. Un filosofo del diritto vieta perciò ai suoi allievi la
parola guerra per sostituirla con “carneficina di massa”. Una santa
carneficina di massa, una carneficina di massa giusta, una carneficina di massa
preventiva, ecc. sembrano espressioni più difficilmente usabili.
Possiamo dimostrare che siamo stati e siamo coinvolti in azioni di guerra e
non di polizia internazionale, contrarie alla Carta dell’ONU e alla Costituzione,
ma se passa la convinzione che combattendo là la allontano da qui la
maggioranza dirà che va bene così. Un'opinione coerentemente pacifista
e disarmista è minoritaria. Non parliamo di quella nonviolenta. Eppure
è evidente che quanto la politica non riesce a risolvere, neppure la
guerra riesce a risolvere. Anzi lo aggrava e prepara di peggio. La guerra continua
la politica con altri mezzi, e con lo stesso livello di inefficacia. Renè
Girard dice non esservi più una politica intelligente, mentre la guerra
è generalizzata, e non ci sono più capri espiatori disponibili
per salvarci la pelle: tocca a noi.
Profonde sono le radici della guerra dentro di noi. Hanno consentito ai giovani
di allora di trovare radiose le giornate di entrata dell’Italia nella
prima guerra mondiale e consentono oggi di non avere problemi nel reclutamento
dei volontari. Nei corpi speciali la selezione è dura: almeno 10 aspiranti
per posto. Leggo nel supplemento “Uomo” dell’Espresso che
gli incursori di Marina non sono uomini ma “mezzi di assalto”. Ognuno
è sub, artificiere, paracadutista e commando. Hanno più palle
di tutti. Hanno talora tatuaggi, ma minuscoli, capelli anche lunghi, vestono
come vogliono, sono guerrieri snob. Non sono male neppure i carabinieri del
GIS e i paracadutisti del Col Moschin. I corpi d’élite non presentano
difficoltà di reclutamento. E per il resto se non basteranno - finora
sono bastati - gli incentivi all’arruolamento ci sono pronti i nuovi cittadini
di centocinquanta nazionalità, per essere nel nostro esercito quello
che negli USA sono latinos e neri.
L’esercito, dunque, da exercitu: ci si esercita a fare le cose della guerra.
E ci sono cose necessarie che neppure i volontari possono fare. Si appaltano
allora a schietti mercenari gli aspetti più cruenti, indicibili, della
carneficina di massa. Torniamo alla paura che acceca. Parlare di rinuncia all’esercito,
quando se ne richiede da più parti l’intervento anche per l’ordine
interno, non è facile. Esercito viene anche da ex arcere, cioè
buttare fuori, tenere lontano mentre la soluzione, lo sappiamo, sta nell’includere,
nel conciliare, nel tenere vicino, nel camminare assieme. Ma mentre approfondiamo
la nostra proposta non dimentichiamo che, in quelle classifiche di gradimento
istituzionale con i partiti all’ultimo posto, l’esercito, seguito
dalla polizia, svetta al primo.
D'accordo, la nonviolenza è politica.
E adesso che cosa facciamo?
Che la nonviolenza sia politica nessuno lo ha messo in dubbio. Più dibattuto
è stato il tema sulle forme di partecipazione che il MN dovrebbe darsi
e il punto più delicato ha riguardato proprio il rapporto con i partiti.
Il più determinato rispetto ad una ipotesi di impegno politico diretto
è Rocco Pompeo, del MN di Livorno: “Dopo tanto dibattito credo
sia giunto il momento di impegnarci come MN su una proposta politica alternativa,
concreta e davvero praticabile”. La sua ipotesi è “portare
una interferenza diretta nello schieramento politico italiano interloquendo
con chi, tra i partiti, ha dichiarato una opzione per la nonviolenza - segnatamente
i Verdi, Rifondazione Comunista e Sinistra Democratica. Ad essi dovremmo presentarci
esigendo che la nostra partecipazione sia visibile e libera, in un rapporto
di pari dignità”.
Piercarlo Racca, MN di Torino, interviene con un invito al realismo sottolineando
che non ci sono le energie per fondare un “partito dei nonviolenti”,
mentre potrebbe essere utile dare suggerimenti a chi la politica la fa professionalmente.
Tra chi difende l'identità del MN si inserisce Pasquale Pugliese, MN
di Reggio Emilia: “Il MN non è un fine in sé, è uno
strumento e come tale può cambiare. Ma trasformarlo in una lista elettorale
è molto più che modificarlo. Significa cambiare strumento”.
Il compito del MN oggi, prosegue Pasquale, è fare politica dalla base
dove, ad esempio, “il tema del disarmo è completamente dimenticato.
Abbiamo bisogno di provare ad intaccare questa inciviltà profonda che
avanza. Per questo vorrei che rinforzassimo il nostro Movimento in quanto tale,
insieme ad Azione Nonviolenta”.
Anche Luca Giusti, del MN di Genova, si sente poco coinvolto dall'idea di un
impegno politico istituzionale e rilancia la proposta per una campagna nazionale
condotta secondo l'esempio gandhiano. Ma “non è facile trovare
un unico obiettivo per un movimento nazionale ed articolato come è il
nostro, quindi propongo di metterci a disposizione dei territori ogni volta
laddove emerge un conflitto, sociale o ambientale, per dare un apporto secondo
lo spirito della nonviolenza”.
Per Massimiliano Pilati, del MN di Trento, tutto questo avviene già.
“In tutte le nostre zone c'è qualcosa su cui impegnarci, a Trento
devo solo decidere se oppormi all'inceneritore o alla TAV. Io vedo la necessità
di essere lì, sul proprio territorio. Perché sono quelle le campagne
dove – la Val di Susa insegna – gli amici della nonviolenza fanno
la differenza”.
Gianni Tamino, del MN di Padova, in passato europarlamentare con i Verdi, torna
ad abbracciare anche temi globali. “Il vero nodo da affrontare come MN
non è trasformarsi in partito né mandare propri uomini all'interno
della politica, ma creare le condizioni perché le proprie idee abbiano
spazio all'interno della politica”.
Per questo non sono i numeri a fare la differenza. “Di difesa popolare
nonviolenta si parla dagli anni Ottanta, di corpi civili di pace almeno dal
'95, ma non sono per nulla obiettivi raggiunti. Il nostro compito è favorire
un dibattito anche molto piccolo ma che crei veramente qualcosa prima di tutto
attraverso i rapporti umani – da qui l'importanza di essere tra persone
che si conoscono e che, pur in 200, sappiano coinvolgere ognuno altri 200, in
una reazione a catena che formi una massa critica”.
La questione, spiega Gianni, non è diffondere conoscenze ma cambiare
atteggiamenti profondi. “Temi come il disarmo o la decrescita non si risolvono
con elaborazioni intelligenti. Quelle le abbiamo già da oltre un secolo.
Il problema è portare la gente nel suo complesso a dire: il re è
nudo. La società civile in genere è più avanti delle istituzioni,
ma qualche volta sembra che venga meno. Ecco allora, con la crisi della politica,
lo spazio per l'antipolitica, che è politica meschina. Occorre diffondere
nell'opinione pubblica la consapevolezza che la soluzione dei conflitti non
può essere una soluzione armata, o che non è possibile un progresso
infinito. Se questo passa è possibile che nelle istituzioni la politica
della nonviolenza vada avanti - con o senza di noi nelle file dei partiti”.
Il caso Verona,
dalla città di pace alla tolleranza zero
Verona delle Arene di pace, di Nigrizia, di Azione nonviolenta. Ma anche Verona
dei divieti, delle chiusure, del razzismo, della violenza. Come è possibile
spiegare un passaggio così repentino, un tale crollo di speranza?
Su questo ci siamo confrontati nella serata di avvio del Congresso, un dibattito
aperto alla città. Graditi ospiti nell'analisi della situazione erano
Sergio Paronetto, insegnante, di Pax Christi, e Alberto Tomiolo, scrittore,
del Movimento Nonviolento.
Dall'intervento di Sergio Paronetto
Verona è una città frammentata, un labirinto di labirinti, ma
è anche un laboratorio di esperienze, le più varie, le più
strane.
La prima urgenza del nostro tempo è il disarmo. Siamo prossimi alle basi
militari di Aviano, Ghedi, Vicenza, dobbiamo capire che in un eventuale scenario
di guerre preventive nucleari verranno coinvolte proprio alcune città
venete. Cosa vuol dire costruire una difesa nonviolenta? E che ruolo può
avere una città come Verona?
Poi c'è una violenza familiare, quotidiana, diffusa, che rovina il cuore,
la mente, il corpo e si sviluppa a causa di depressioni, solitudini, assenza
di relazioni. La nostra città coltiva una retorica buonista che spesso
maschera il vuoto. I conflitti irrisolti, se non elaborati, esplodono in rabbie
solitarie e in violenza sociale. Tutto questo, mescolandosi con i conflitti
portati con sé da persone che arrivano da lontano con le loro povertà
vecchie e nuove, diventa di ancora più difficile gestione.
C'è poi una questione morale aperta da vent'anni, da Tangentopoli in
avanti. Oggi il rapporto sulla mafia della Confesercenti indica la criminalità
organizzata come prima azienda italiana, 90 miliardi di euro l'anno pari al
7% del PIL, e anche Verona naviga nel sistema mafioso.
La nonviolenza cosa ha da dire su questo, in quanto forza della verità?
Il “potere dell'amore”, come la chiamava Martin Luther King, è
energia vitale di cittadini attivi che mettono in gioco se stessi, si liberano
dalla paura e dalla tristezza che alimentano in loro la spirale delle intolleranze
e delle violenze. Abbiamo bisogno di liberarci dalle paure: quelle eccitate,
inventate, costruite, esibite, manipolate come strumento di lotta politica,
ma anche le paure reali. Oggi abbiamo molti motivi per sentirci insicuri, e
anche chi sostiene il contrario ha al suo interno tante zone d'ombra.
In una città come Verona può affermarsi la sicurezza di tutti
e con tutti, dove si producono e si inventano beni comuni intesi come fraternità,
collegamento, interdipendenza. Molti progetti veronesi vanno da tempo in questa
direzione, bisogna dare spazio e respiro a queste realtà presenti in
una Verona carica di contraddizioni e contrasti, ma anche ricca di energie vitali.
Dall'intervento di Alberto Tomiolo
La vittoria elettorale della destra nelle ultime elezioni è scritta nella
storia di questa città. Verona è stata la caserma di tutti gli
eserciti di tutte le epoche, da Cangrande in avanti. Avamposto della Repubblica
di Venezia, dell'Impero Austroungarico, retroguardia della I Guerra Mondiale,
capitale della Repubblica di Salò e infine, elemento molto concreto degli
ultimi anni, caserma nella riorganizzazione delle presenze militari americane
dopo la II Guerra Mondiale.
C'è un anno fatale per la città, il 1955. In città si sta
lavorando alla trasformazione del piano di ricostruzione in piano regolatore
generale della città. Verona è allora una delle 5 città
italiane più bombardate. Verona è oggi una città bella
e ben conservata ma molto diversa da come avrebbe potuto essere se il piano
regolatore non fosse stato affidato ai poteri forti della città, cioè
alle grandi imprese edilizie che imposero la distruzione del centro storico:
intere strade demolite per fare spazio al parcheggio delle banche, agli interessi
delle assicurazioni...
Adesso, e i primi atti del nuovo sindaco ce lo dimostrano, viviamo una sorta
di ricostruzione bis. Allora era materiale ed effettiva, oggi è una ricostruzione
dalla paura.
Inoltre Verona non ha avuto un ceto borghese degno di questo nome, quello che
in altre regioni – la Lombardia, il Piemonte, la Liguria – ha caratterizzato
un salto culturale per tutta la popolazione.
Nel 1992, dopo la vicenda del caso Maso, Turoldo scriveva: “Mi chiedo
se proprio quei figli che siamo tentati di definire come mostri, non siano invece
i figli più logici, più sinceri, più coerenti con il sistema
di cui siamo produttori e protagonisti”.
Questo è il nostro compito: dobbiamo togliere a Verona la soddisfazione
di essere diventata finalmente se stessa.
Ibu Robin Lim, l'ostetrica dai piedi scalzi, è venuta a Verona per una
serata inserita nel Congresso del Movimento Nonviolento e aperta alla città.
di Elena BuccolieroPremio “Alexander Langer” 2006, Ibu Robin, 49
anni, vive a Bali con il marito Will Hammerle, i sette figli, i nipoti. Nel
dicembre 2004, dopo lo tsunami, corre nella regione di Aceh, nell'isola di Sumatra
travagliata anche da conflitti di natura etnica e religiosa, e comincia a lavorare
con le donne sopravvissute in un’opera di tipo sanitario e ostetrico ma
anche di elaborazione del lutto, di ricostruzione del tessuto sociale e delle
relazioni d’aiuto tra le persone.
Attualmente è direttore esecutivo di due cliniche, a Bali e ad Aceh.
Non veri e propri ospedali ma “centri comunitari”, dove è
possibile fermarsi anche per una tazza di tè o per fare due chiacchiere.
A Bali dal 2002 ha fondato anche un centro giovanile che fa formazione professionale
e prevenzione delle varie forme di abuso. E il suo esempio, anche in campo educativo,
è di grande verità e coinvolgimento diretto nelle situazioni più
estreme.
“Quando mi sono recata a portar soccorso alle vittime dello tsunami ho
portato con me i miei figli adolescenti”, ha raccontato Ibu Robin. “Hanno
sperimentato insieme a me il più grande disastro del pianeta. Hanno sollevato
corpi morti, hanno assaggiato la salinità dell'acqua per trovare acqua
dolce per i sopravvissuti, sono stati fermati dai militari. Molti mi hanno criticata
perché li mettevo in questa situazione. In seguito però mia figlia
è stata coinvolta nella Commissione Verità e Riconciliazione dell'ONU
per il Timor Est.
Io credo che possiamo costruire la pace un bambino alla volta. E se vogliamo
che la prossima generazione si metta sulla strada della nonviolenza dobbiamo
allattare al seno i neonati, accoglierli in modo rispettoso e insegnare la pace
fin dal momento del concepimento”.
In tutta l'Indonesia le sue sono le uniche cliniche dove le donne possono entrare
insieme al loro nucleo familiare e in cui possono scegliere di partorire in
acqua. Ma non è soltanto questo.
“Lavoriamo da molto tempo per strappare la nascita all'industria medica
e restituirla alle donne. Questo è molto importante soprattutto in Indonesia
dove le donne non sono trattate con rispetto, soprattutto durante il parto durante
il quale vengono addirittura abusate, picchiate se osano piangere e fatte partorire
in condizioni non igieniche.
Noi diamo buone cure alle mamme. Le accogliamo insieme alle loro famiglie, ci
assicuriamo che siano alimentate correttamente, le accarezziamo sulla schiena
finché partoriscono e soprattutto cerchiamo di preservare la loro dignità”.
Chi sono le mamme che si rivolgono al vostro centro?
“Sono le più povere. Per questo vengono da noi, perché in
qualunque altro ospedale indonesiano devono pagare cifre molto alte per partorire
e, se non hanno denaro, non possono portare via il bambino. Quello che però
ci spezza il cuore è sentire donne che vengono da noi al secondo parto,
dopo aver avuto il primo figlio in un ospedale, e poi ci ringraziano perché
non le abbiamo picchiate quando piangevano durante il parto”.
Anche la nonviolenza politica sta nascendo e le cose da fare sono molte. Che
cosa pensa del titolo del nostro congresso?
“La nonviolenza per me è essenziale, ne abbiamo bisogno come dell'acqua
e del latte materno. Dobbiamo respirare, mangiare e bere nonviolenza. Dopo lo
tsunami ogni giorno i soldati feriti venivano alla nostra clinica e volevano
che li curassimo. Noi eravamo disposti a farlo, come per tutti i cittadini,
a patto che lasciassero le armi fuori dalla clinica. Erano ragazzi, bambini
in armi, non è stato difficile convincerli a non portare le armi con
sé. Poco a poco è diventata un'abitudine”.
Vi è mai capitato di avere paura?
“Non direi. Noi non abbiamo preso parte nel conflitto tra i ribelli e
questo voleva dire non avere nessuna protezione. In realtà non eravamo
neppure in pericolo. Quello che ci ha preservato è stato il servizio
dato a chiunque ne avesse bisogno, al di là delle appartenenze politiche
e culturali, e l'aver preso una posizione fortissima per la nonviolenza.
Una sola volta ho avuto veramente paura. Ci avevano chiesto di circoncidere
degli orfani e io non volevo eseguire l'ordine ma non sapevo come sottrarmi.
Al colloquio con le autorità sono andata insieme a mio figlio 17enne
e, quando ancora non sapevo come gestire la situazione, è stato lui a
parlare per primo: 'Mi dispiace signore, la religione di mia madre è
la nonviolenza, non può fare violenza a dei bambini'. A quel punto mi
hanno lasciata libera di scegliere”.
XXII CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Verona, 1-4 Novembre 2007
Mozione generale
Le amiche e gli amici della nonviolenza, riuniti in Verona per il 22° Congresso
del Movimento Nonviolento, al termine di lavori articolati in commissioni e
sedute tematiche:
- esprimono adesione alle linee generali di analisi e di programma esposti nell'introduzione
del Presidente;
- assumono gli impegni risultanti dai lavori delle commissioni come approvati
dall'assemblea e gli indirizzi delle mozioni particolari approvate dall'assemblea
stessa;
- ribadiscono la necessità dell'apporto dei pensieri e delle pratiche
della nonviolenza, esercizio competente del potere di tutti e di ciascuno, per
affrontare la grave crisi della politica e delle stesse strutture della democrazia
rappresentativa, evidentemente, anche nei paesi di più lunga e consolidata
tradizione;
- si impegnano nel confronto e sono aperti alla collaborazione con quelle forze
politiche e sociali che si mostreranno più consapevoli della profondità
della crisi del nostro paese e dell'illusorietà di soluzioni affidate
all'ingegneria istituzionale o alla demagogia dell'antipolitica;
- indicano nella diffusione e approfondimento del lavoro dei Centri del Movimento
Nonviolento e dei singoli aderenti, nel loro collegamento a livello regionale,
nel loro coordinamento affidato al comitato nazionale, nella costante apertura,
proposta e pratica di collaborazione ai movimenti o realtà diffuse che
alla nonviolenza si ispirano, la condizione necessaria perché l'aggiunta
della nonviolenza per la politica buona sia credibile e possibile;
- indicano nella diffusione di Azione nonviolenta, nel suo utilizzo come essenziale
strumento di comunicazione dei pensieri e delle pratiche della nonviolenza,
un impegno prioritario per tutti gli aderenti.
Il Movimento Nonviolento impegna se stesso, tutti i propri iscritti, le sedi
e i centri, il comitato di coordinamento e il direttivo, a realizzare entro
l'autunno del 2010, a conclusione del Decennio per la nonviolenza, una iniziativa
(marcia, raduno o altro) possibilmente di dimensioni europee (coinvolgendo altri
movimenti nonviolenti, in collaborazione con War Resisters' International),
che riaffermi la priorità dell'opposizione integrale alla guerra e alla
sua preparazione tramite il metodo della nonviolenza attiva. Tale evento sarà
preparato e costruito con specifiche giornate – almeno due all'anno, da
individuare nelle date e nei contenuti -, nella quale tutti i gruppi e i singoli
aderenti si attiveranno localmente in modo pubblico per riaffermare l'identità
del Movimento Nonviolento e la sua visibilità.
La marcia o evento conclusivo del 2010 sarà riempito dai contenuti emersi
dalle iniziative proposte da questo XXII Congresso ed effettivamente realizzate
nei prossimi 3 anni. Sarà il punto di arrivo di un percorso collettivo,
realizzato con “familiarità e tensione” dagli aderenti al
Movimento Nonviolento che nuovamente si riuniranno nel XXIII Congresso Nazionale,
nel 2010.
Approvata (unanimità)
Mozioni delle Commissioni
CORPI CIVILI DI PACE (COMMISSIONE 1)
Il XXII Congresso del Movimento Nonviolento ribadisce la validità della
funzione svolta dall’Associazione IPRI ((Italian Peace Research Institute)-Rete
CCP (Corpi Civili di Pace), di cui il Movimento Nonviolento è cofondatore
con altre associazioni. Il Movimento Nonviolento ritiene che la funzione principale
di questa associazione che riunisce la ricerca sulla pace (IPRI) e la proposta
di interventi nonviolenti in zone di conflitto (Rete CCP) debba continuare ad
essere quella di perseguire l’obiettivo di proporre la costituzione da
parte dello Stato o dell’Europa di corpi Civili di Pace quale alternativa
dell’attuale politica di invio di missioni militari spacciandole per interventi
di pace anche quando senza ombra di dubbio sono interventi di guerra.
Come obiettivi da perseguire a livello istituzionale identifichiamo:
Legge per l’istituzione anche nel nostro Paese di un Istituto di ricerca
sulla Pace;
Legge che istituisca dei Corpi civili di pace quale alternativa all’invio
di militari all’estero in zone di conflitto;
Programma di incontri culturali e seminariali di pratica nonviolenta da proporre
alle Amministrazioni locali tramite la rete della associazioni locali.
Pur essendoci già delle iniziative di volontari in zone di conflitto,
il Movimento Nonviolento ritiene che un riconoscimento di questa funzione da
parte dello Stato sia un passo necessario di riconoscimento al ruolo che posso
esercitare i Corpi civili di pace :
Prevenzione
Mediazione, interposizione e soluzioni nonviolente in situazioni di conflitto
Interventi di riconciliazione
Tutte queste attività devono essere necessariamente distinte da interventi
di aiuti umanitari o di “ricostruzione” che sono ruoli normalmente
gestiti dalle ONG.
E’ necessario quindi che l’attività dell’ IPRI-Rete
CCP con l’attivo impegno del Movimento Nonviolento, progettuale e anche
autonomo, continui ad essere di interlocuzione con le nostre istituzioni parlamentari,
governative ed Enti Locali.
Approvata (1 astenuto)
SERVIZIO CIVILE (COMMISSIONE 2)
Il Movimento Nonviolento si impegna a:
Salvaguardare il significato/valore del SC (Servizio civile) come contributo
alla DPN (difesa popolare nonviolenta), e pertanto ad essere informato sulle
ricerche in atto e sulla realtà operativa odierna del sistema SCN (Servizio
civile nazionale).E quindi a :
impegnare il Comitato di Coordinamento a partecipare e contribuire criticamente
al dibattito sul processo di sviluppo del SC nelle prospettive individuando
modi, luoghi,tempi e soggetti strategici più idonei, non appena i dati
delle ricerche sono disponibili.
Utilizzare la rubrica SC su Azione nonviolenta come strumento di confronto in
modo costante e attinente ai “fatti” attuali del SC.
Curare la qualità della realizzazione dei progetti di SC posti in essere
aumentando lo sforzo per :
rafforzare la realizzazione di percorsi formativi nelle specifiche tematiche
legate a nonviolenza, DPN, EDAP (Educazione alla pace)
individuare programmi operativi più dettagliati e condivisi. Questo già
a partire dal progetto in avvio a Brescia il 5 Novembre 2007 per poi modificare
i progetti da presentare nel 2008.
Avviare e curare il confronto per la condivisione di attività progettuali
con associazioni, movimenti e soggetti affini al Movimento Nonviolento a partire
da quelli presenti sui territori delle sedi del MN accreditate per il SC, al
fine di presentare i progetti 2008 in forma co-progettante.
Individuare almeno un’idea progettuale in materia di DPN, al fine di sperimentare
con volontari in SC forme di DPN, in Italia o in collegamento con la WRI (War
Resisters’ International). Obiettivo sarà presentare un progetto
di tale natura entro il 2009.
Valutare l’opportunità di aggiornare l’accreditamento al
SC del Movimento Nonviolento nei tempi consentiti da UNSC (Ufficio nazionale
Servizio civile) e Regioni al fine di facilitare, appena possibile, la realizzazione
della presente mozione.
Approvata (1 astenuto)
EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA (COMMISSIONE 3)La commissione ha preso le mosse
da una breve analisi delle esigenze raccolte nella scuola e al di fuori di essa
rispetto alla formazione alla nonviolenza, e di ciò che già viene
fatto a nostra conoscenza, dentro e fuori dal Movimento Nonviolento.
Nelle premesse è stato concordato che:
l'educazione è un campo strategico, e già politico, per la crescita
della nonviolenza;
le esperienze di educazione alla pace e alla nonviolenza in questi anni stanno
crescendo presso Enti Locali, scuole, associazioni, Università;
i contenuti trasmessi comprendono sia aspetti di educazione alla proposta della
nonviolenza richiamandosi ai grandi autori e alle più importanti esperienze
della storia, sia proposte mirate a sviluppare competenze nella gestione dei
conflitti interpersonali e sociali vissuti da chi si avvicina alla formazione
alla nonviolenza;
lo specifico della nonviolenza consiste proprio nel guardare alla complessità
tenendo insieme i conflitti di livello micro, meso e macro; ricerca e azione;
violenza diretta, culturale e strutturale;
le più importanti azioni che il Movimento Nonviolento mette in campo
rispetto alla formazione sono:
la pubblicazione di Azione nonviolenta, fondamentale strumento di formazione;
una piccola linea editoriale che dà diffusione a riflessioni ed esperienze
altrimenti difficili da reperire;
i campi estivi per giovani e adulti;
la partecipazione ai lavori del Comitato per il Decennio dell'educazione alla
pace e alla nonviolenza;
la formazione ai volontari in Servizio Civile, presso le proprie sedi e, ove
possibile, per altre realtà;
incontri sui temi della nonviolenza in tutti i luoghi dove si è chiamati
e dove è possibile andare.
Di fronte al compito di rinforzare questi settori e di aprire a nuove possibilità,
sono stati individuati tre nuclei di lavoro che nascono da esigenze specifiche:
Obiettivo: diffondere i contenuti della nonviolenza, per nulla scontati, cominciando
dagli ambiti preposti alla formazione, ovvero la scuola, l'università,
il servizio civile nazionale. Azioni: sono stati individuati alcuni impegni
diversamente graduati che ricordiamo fin da oggi a tutti gli iscritti al MN
e, per quanto possibile, a tutti gli abbonati ad AN, ovvero;
- proporre personalmente l'abbonamento ad Azione nonviolenta e l'acquisto di
materiale librario alle biblioteche comunali e di quartiere dei luoghi dove
abitiamo, alle biblioteche scolastiche, agli uffici che si occupano di servizio
civile;
- prendere contatto con i Comuni di residenza affinché si impegnino nella
promozione dell'educazione alla pace e alla nonviolenza, assumendo formalmente
il tema nei loro statuti comunali e agendo coerentemente nella promozione di
iniziative nelle scuole e sul territorio;
- far vivere nella propria realtà gruppi aperti di riflessione, di studio
e di azione per la formazione alla nonviolenza, sull'esempio dei Centri di Orientamento
Sociale di Aldo Capitini e dei laboratori maieutici di Danilo Dolci.
2) Obiettivo: valorizzare la ricchezza di esperienze già in atto, promuovendone
lo scambio e il confronto a scopo sia di autoformazione, sia di moltiplicazione
delle iniziative.
Azioni: proseguimento della rubrica sull'educazione, eventualmente dandole uno
spazio più ampio per raccontare esperienze in atto, e creazione di una
sezione specifica del sito dedicata all'educazione, di cui un primo progetto
è già stato abbozzato da Luca Giusti e Raffaella Mendolia che
valuteranno la possibilità di seguirlo anche in seguito, insieme al webmaster
del sito del Movimento.
Questa sezione del sito potrebbe comprendere:
progetti ed esperienze di educazione e formazione alla nonviolenza;
materiali di lavoro elaborati e sperimentati da insegnanti iscritti al Movimento
per condurre lezioni delle loro discipline, evidenziando lo specifico della
nonviolenza o sviluppando una formazione più completa e senso critico
rispetto alle discipline;
indirizzi di persone del MN disponibili a essere riferimento o a fare formazione;
bibliografie tematiche;
uno spazio per le scuole per la nonviolenza presentate in Azione nonviolenta,
con i link;
link ad associazioni amiche;
un blog di scambio tra gli insegnanti iscritti al Movimento o impegnati sul
tema, per una comunicazione veloce e leggera sui contenuti e i metodi che sperimentano
nel loro lavoro
Obiettivo: favorire l'incontro tra chi opera nel campo dell'educazione e formazione
alla nonviolenza, anche in un rapporto di collaborazione e apertura con altre
realtà.
Azioni: progettare un seminario specifico sull'educazione alla nonviolenza proponendone
la realizzazione congiunta al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e preparandolo
attraverso il sito e la rivista. Anche su questo è stata individuata
una referente per la sua preparazione, in una amica del Movimento Nonviolento
che fa parte dell'MCE da molti anni e può quindi fungere da figura di
collegamento tra le due associazioni.
Approvata (1 astenuto)
ECONOMIA, ECOLOGIA, ENERGIA (COMMISSIONE 4)
La Commissione ha affrontato con notevole interesse e partecipazione il complesso
legame tra economia, ecologia ed energia. E’ ormai per noi ovvio come
l’attuale sistema economico abbia creato un’economia violenta, antropocentrica
e malata che sta rapidamente portando verso il disastro. Ad essa va opposta
un’economia nonviolenta, rispettosa della natura e di tutti gli esseri
viventi. Nell’ottica capitiniana del “ad ognuno di fare qualcosa”
abbiamo raccolto una serie di pratiche virtuose che chiediamo di applicare e
promuovere a tutti gli aderenti al Movimento Nonviolento:
sviluppare forme di scambi non monetari anche attraverso la creazione di banche
del tempo;
riciclare e riparare le cose e gli oggetti, anche supportando il piccolo lavoro
artigiano legato a questo, soprattutto nelle sue forme legate al lavoro femminile
e migratorio;
creare momenti di scambio di cose ancora utili che non usiamo più, organizzando
delle “feste del riuso” nei nostri comuni;
coltivare un orto, autoprodurre alimenti;
organizzare i nostri acquisti in gruppi di acquisto solidale presso agricoltori
biologici locali, sia per ridurre gli spostamenti della merce, sia per rafforzare
forme di economia locale;
sempre in un’ottica di promuovere forme di autoproduzione, si propone
di portare nelle scuole l’esperienza degli orti a scuola e questo anche
per far capire ai bambini l’importanza dell’origine degli alimenti
e di un approccio consapevole ad essi;
ricordare l’importanza di potenziare e facilitare l’uso della mobilità
ciclo-pedonale in città, scoraggiando l’uso dell’automobile;
praticare e promuovere forme di turismo locale “di vicinato” e consapevole,
anche per ridurre il traffico aereo;
applicare e promuovere nei nostri comuni forme di risparmio energetico sull’illuminazione,
sul riscaldamento e sul riutilizzo dell’acqua piovana nelle nuove costruzioni;
sposare l’economia solare (forma di energia alla quale si riconducono
tutte le altre energie rinnovabili alternative, dall’eolico al legno)
alla quale affidarci anche nel piccolo delle nostre case attraverso i pannelli
solari.
Questo decalogo è consapevolmente un elenco incompleto delle buone pratiche
possibili che ci portano ad avere stili di vita sostenibili che rientrano nel
desiderio di un vita più sobria e di una politica legata alla decrescita
felice del consumo.
Il Movimento Nonviolento si impegna ad una costante informazione sui temi trattati
(anche attraverso la promozione dell’abbonamento cumulativo tra le riviste
Azione nonviolenta e Gaia) e soprattutto a farsi promotore di forme di economia
locali che vadano verso la costruzione di vere e proprie reti di economia solidale.
Approvata (unanimità)
RISPOSTE DI MOVIMENTO ALLA CRISI DELLA POLITICA (COMMISSIONE 5)
Per “crisi della politica” si deve intendere innanzitutto la crisi
dei partiti e dei politici, a partire da quelli di sinistra, che troppe volte
hanno perso il fondamento e il riferimento nella loro cultura e storia di origine,
sino al punto di annullare ogni distinzione concreta fra destra e sinistra.
Tutti ciò ha contribuito, complice la “cattiva maestra TV”,
ad un diffuso imbarbarimento e alla diffusione di una cultura parafascista,
intollerante, nichilista che contagia gran parte della gioventù.
Di fronte a questo scenario, il Movimento Nonviolento dovrà impegnarsi
lungo le seguenti linee direttrici:
Operare per coinvolgere la cittadinanza in una politica dal basso che realizzi
concretamente l’ideale della omnicrazia capitiniana, dell’empowerment,
dell’arte di non essere governati, dell’autogoverno. Questo processo
sarà più facile da sviluppare nella piccola scala, ovvero in singoli
quartieri, piccole cittadine e paesi dove tuttora sono più forti i legami
di solidarietà;
In questa opera di diffusione del “potere dal basso” il Movimento
Nonviolento privilegerà la partecipazione a quelle esperienze di lotta
già radicate nel territorio, in difesa di comunità minacciate
dalla politica centralista, sviluppista, corruttrice, delle “grandi opere”
e della militarizzazione del territorio (TAV, autostrade, rigassificatori, inceneritori,
basi militari). Gli attivisti del Movimento Nonviolento sono in grado di contribuire
all’addestramento alle lotte nonviolente coinvolgendo anche settori non
sempre in sintonia con tale orientamento (centri sociali, movimenti antagonisti).
Si invita a costituire una banca dati ed una mappatura delle esperienze in corso;
Il Movimento Nonviolento promuove una cultura della nonviolenza intesa come
“rivoluzione permanente” e come “sovvertimento di una società
inadeguata” (Capitini) a partire innanzitutto dal proprio specifico di
“opposizione integrale alla guerra”, con un programma costruttivo
che intende realizzare forme di difesa popolare nonviolenta, interna ed esterna,
mediante i Corpi civili di pace, e una diffusa capacità di trasformazione
nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro, mediante tecniche di mediazione;
Il Movimento Nonviolento continua il suo lavoro di interlocuzione con il livello
della politica istituzionale sia su temi e proposte legislative specifiche,
sia su un confronto culturale che richiami alla loro responsabilità quei
politici e quelle istituzioni che troppo spesso si richiamano alla nonviolenza
in termini genericamente retorici;
Consapevole dell’enorme portata di questo impegno, il Movimento Nonviolento
si propone di potenziare le proprie strutture e sedi organizzative, aumentare
la partecipazione degli attivisti, migliorare gli strumenti di comunicazione,
a cominciare dalla rivista Azione nonviolenta, e svolgere un capillare lavoro
culturale e di formazione in tutte le sedi e le occasioni propizie, in sinergia
con altre associazioni e movimenti dell’area nonviolenta.
Approvata (3 astenuti)
RESISTENZA NONVIOLENTA CONTRO IL POTERE MAFIOSO (COMMISSIONE 6)
La commissione, pur ritenendo degna di grande attenzione l'evoluzione della
situazione nelle diverse aree del paese interessate dal fenomeno mafioso, ha
preso in esame in particolare la situazione della Calabria, regione nella quale
tra l'altro si è svolto nell'agosto scorso un partecipato incontro preparatorio
al Congresso nazionale.
Il Movimento Nonviolento riconosce in Calabria un’emergenza democratica
e una degenerazione delle condizioni di convivenza civile. Le analisi sul fenomeno
della 'ndrangheta sono molte. In questo pezzo di Italia si è consolidato
ed è in espansione un sistema mafioso che intreccia e salda i tre livelli
di violenza analizzati da Galtung:
la violenza diretta: la 'ndrangheta ha un apparato militare capace ormai di
colpire in qualunque angolo d'Italia e di Europa, con estrema violenza come
si è visto con la strage di ferragosto in Germania;
la violenza strutturale: essa ha un totale controllo del territorio fondato
su reti familistiche di affiliazione, che non generano pentitismo, che situa
i propri uomini in tutti i luoghi di incontro tra i bisogni delle persone e
la loro soddisfazione. Ciò che in altri luoghi di Italia è un
diritto – cure ospedaliere, lavoro, sicurezza ecc. – in Calabria
è una elargizione del potere mafioso a cui si contraccambia con il voto
di scambio. La presenza mafiosa è ormai trasversale ai diversi partiti
di destra e sinistra;
la violenza culturale: l'espansione del sistema di violenza genera rassegnazione
nelle popolazioni più anziane e ammirazione in buona parte delle più
giovani, che vedono in questo centro di potere una garanzia di affermazione
e rispetto dei propri “diritti”, in un circolo perverso che genera
nuovi affiliati e aumenta la capacità di dominio e controllo.
Di fronte a un contesto di questo tipo il Movimento Nonviolento non crede che
ci si possa limitare a “fare il tifo” per i pochi magistrati coraggiosi,
isolati, e osteggiati dal potere politico, ma ritiene che queste condizioni
possano costituire un importante laboratorio nel quale la nonviolenza italiana
si misura con un sistema interno di violenza. Non si parte da zero ma da un’esperienza
maturata negli anni, a partire dall'impegno di persone come Danilo Dolci, Peppino
Impastato, Placido Rizzotto e dagli approfondimenti e iniziative sviluppate
in Sicilia, anche con il contributo di Libera e di tanti amici della nonviolenza.
A questo scopo il Movimento Nonviolento intende muoversi su alcune direttrici:
a) sostenere, per quanto nelle sue possibilità e in particolare attraverso
i propri iscritti residenti in Calabria, la costituzione di una rete nonviolenta
regionale che ha mosso il primo passo proprio nell'incontro di agosto promosso
dal Movimento Nonviolento a Palmi. All'interno di questa rete vede con particolare
interesse la costruzione del progetto “Satyagraha in Calabria”,
proposto al Congresso da un nostro iscritto, e che prevede il coinvolgimento
sul focus antimafia dei diversi centri di pace e nonviolenza presenti in regione;
b) il Movimento Nonviolento vede con altrettanto interesse la realizzazione
di un seminario su “mafia e nonviolenza” che la rete IPRI-Corpi
Civili di Pace sta preparando per la prossima primavera a Stilo, al quale non
farà mancare il suo contributo di idee, oltre a mettere a disposizione
Azione nonviolenta per i materiali preparatori e per la pubblicazione dei risultati;
c) infine, impegna il proprio Coordinamento nazionale ad organizzare in tempi
congrui un campo estivo in Calabria di formazione alla nonviolenza in collaborazione
con i centri nonviolenti della regione.
Approvata (1 astenuto)Mozioni particolari
OBIEZIONE DI COSCIENZA
Preso atto che la Commissione Difesa del Parlamento, con potere legislativo,
quindi senza dibattito in Aula, ha approvato una legge (n. 130 del 2 agosto
2007, recante "Modifiche alla legge 8 luglio 1998, n. 230, in materia di
obiezione di coscienza", pubblicata sulla "Gazzetta Ufficiale"
n. 194, del 22 agosto 2007), che permette a chi negli anni scorsi ha fatto la
scelta del servizio civile sostitutivo delle leva obbligatoria militare, dichiarandosi
quindi obiettore di coscienza, di recedere da tale dichiarazione, potendo così
fare richiesta del porto d’armi, sia per l’esercizio della caccia
che per difesa personale;
pur non volendo impedire a nessun obiettore di rivedere, cambiare, negare la
scelta fatta in gioventù,
il Movimento Nonviolento rivendica la centralità dell’obiezione
di coscienza ieri come oggi (al punto che ai volontari in servizio civile impiegati
nelle proprie sedi propone la scelta dell’obiezione come valore fondante
la nonviolenza).
Nella convinzione che l’obiezione di coscienza dovrà essere sempre
garantita a coloro che hanno scelto volontariamente di far parte dell’esercito
e dovrà essere garantita nell’eventualità del ripristino
della leva obbligatoria, per ora solamente sospesa, il Movimento Nonviolento
chiede agli Uffici competenti (Ministero della Difesa e Ufficio nazionale servizio
civile) di accedere ai dati sulle eventuali rinunce da parte di ex obiettori,
al fine di creare un osservatorio su tale fenomeno;
inoltre il Movimento Nonviolento chiede che –in coerenza con la normativa
di rinuncia allo status di obiettore- venga (per principio di reciprocità)
riconosciuto nel Codice Militare di pace e di guerra la possibilità per
i militari di rinunciare in qualsiasi momento, anche nelle missioni internazionali,
al proprio status di soldato e quindi poter rifiutare l’obbedienza agli
ordini iniqui o comunque in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione
italiana.
Approvata (unanimità)CASA PER LA PACE DI GHILARZA
Il Congresso, preso atto dell’offerta di donazione al Movimento Nonviolento
della struttura “Casa per la pace” di Ghilarza (provincia di Oristano,
regione Sardegna), dà mandato ai nuovi organi eletti di procedere all’acquisizione
della proprietà. Impegna il Movimento a mantenere le finalità
di “Casa per la pace” in conformità e nello spirito di quanto
contenuto nella propria Carta programmatica. Individua come obiettivo a breve
termine la concretizzazione di una propria sede a Ghilarza con lo scopo di radicarsi
nel territorio e promuovere iniziative nonviolente. Il Movimento si impegna
ad attivare una specifica campagna finanziaria per reperire quelle risorse necessarie
al mantenimento di questa nuova struttura.
Premesso che una gran parte della “Casa per la pace” di Ghilarza,
tramite lavori di ristrutturazione potrebbe garantire spazi per l’attuazione
di progetti innovativi (centro di documentazione, laboratori per attività
manuali, parte mussale, ecc.), il Movimento Nonviolento si attiverà per
la concretizzazione di possibili proposte finalizzate a consolidare la presenza
della “Casa per la pace” a Ghilarza.
Approvata (unanimità)NO DAL MOLIN
L’ampliamento della base militare di Vicenza, l’aumento delle spese
militari destinate agli armamenti, la costruzione di nuove armi offensive di
distruzione, ecc., rappresentano scelte criminose e guerrafondaie da sempre
contrastate dal Movimento Nonviolento. Pertanto il Movimento Nonviolento si
impegna a sostenere la lotta della popolazione di Vicenza contro l’ampliamento
della base militare USA e a rafforzarne sempre più le caratteristiche
di conduzione nonviolenta. In particolare il Movimento Nonviolento, tramite
il proprio Centro e la Casa per la Pace, si impegna a partecipare alla mobilitazione
prevista nella città di Vicenza nel mese di dicembre 2007.
Approvata (unanimità)NO TAV
Il progetto per il "Quadruplicamento della linea Verona-Fortezza di accesso
alla galleria di base del Brennero sull'asse ferroviario Monaco-Verona"
e per la stessa "Galleria di base del Brennero" costituisce un complesso
unitario di grandi opere che fanno parte del cosiddetto corridoio 1 Berlino-Palermo
del programma Trans European Network, TEN. Non si tratta di semplici opere di
potenziamento, è un vero e proprio progetto TAV/TAC (treni ad alta velocità
e capacità) anche se i promotori hanno evitato di usare queste sigle
che ormai per il senso comune significano interventi inutili, danni ambientali
gravi, costi collettivi enormi, profitti di pochi.
Ci opponiamo a questo progetto:
· per ragioni di politica dei trasporti prima di tutto, e cioè
perché (al di là degli altri danni devastanti) è inutile
visto che i futuri enormi flussi di merci sono un auspicio dei promotori e non
una previsione seria, che la linea storica è ancora largamente sottoutilizzata
e non esiste nessuna strategia pubblica per trasferire fin da ora le merci da
camion a rotaia (i TIR preferiscono l'autostrada A22 perché i pedaggi
sono molto bassi e non per l'assenza di una ferrovia veloce);
· per ragioni sociali, perché le linee ferroviarie TAV (come del
resto le grandi arterie stradali di transito) rendono le vallate corridoi per
le merci sempre più difficili da abitare, come accade nelle Valli dell'Isarco
e dell'Adige;
· per ragioni ambientali, visto che per il tunnel di base del Brennero
e le nuove tratte di accesso venti anni di lavori con enormi cantieri causerebbero
danni irreversibili alle falde acquifere, al paesaggio, ai terreni agricoli,
creando grossissime discariche, grande traffico di camion, aumento drastico
di emissioni nocive (scarichi, polveri);
· per ragioni economiche, dato che le opere in progetto (basate su un
modello finanziario e gestionale dappertutto in crisi) sottraggono fondi ad
attività ben più necessarie ed hanno costi complessivi altissimi
(almeno 20 miliardi di euro) che finiranno inevitabilmente per essere pagati
solo dalla collettività e non dai realizzatori privati cui, insieme ai
loro protettori politici, andranno tutti i vantaggi;
· per gli sprechi energetici, visto che divorerà enormi quantità
di energia sia durante i lavori sia ad opere realizzate (una linea TAV consuma
il triplo di una linea normale).
Per tutto questo:
- visto che nei territori interessati si sono costituiti o si stanno costituendo
dei Comitati di opposizione a quest’opera;
- visto lo splendido esempio della lotta nonviolenta portata avanti dagli amici
della Val di Susa grazie anche alla partecipazione attiva di amici della nonviolenza;
il Movimento Nonviolento si impegna, dove vi siano le condizioni possibili,
a partecipare attivamente alla crescente mobilitazione di opposizione a questa
opera, apportando la nostra aggiunta nonviolenta.
Approvata (1 astenuto)RIDURRE IL TRAFFICO AEREO
Il Congresso del Movimento Nonviolento
- impegnato nella difesa della biosfera fortemente minacciata dal surriscaldamento
del clima;
- consapevole del pesante contributo che al surriscaldamento del clima dà
il trasporto aereo;
- cosciente altresì che il trasporto aereo costituisce una forma di mobilità
altamente inquinante e devastante per l'ambiente e dannosa per la salute e il
benessere delle persone, fortemente energivora, interna ad un modello di sviluppo
ecologicamente insostenibile, assai costosa per l'intera collettività
locale e l'intera umanità vivente che in larghissima parte neppure ne
fruisce;
esprime sostegno ai movimenti che si impegnano per la drastica riduzione del
trasporto aereo;
ed in tal ambito sostiene i movimenti e le iniziative che con la scelta della
nonviolenza e la forza della democrazia, in difesa della legalità e dei
diritti umani di tutti gli esseri umani:
a) si oppongono alla realizzazione di nuovi aeroporti (e all'ampliamento degli
aeroporti esistenti) laddove non ve ne sia una vera necessità ma essi
siano realizzati per promuovere forme di turismo "mordi e fuggi" legate
a una fruizione consumista, alienata, usurante e mercificata dei beni
ambientali e culturali, e ad un'esperienza del viaggiare che non sia arricchimento
di conoscenza ma asservimento agli imperativi delle agenzie della narcosi pubblicitaria;
b) si impegnano per la riduzione drastica ed immediata del carico di voli dei
sedimi aeroportuali collocati a ridosso di centri abitati già pesantemente
gravati e fin soffocati dall'attività aeroportuale;
c) chiedono la cessazione dello sperpero di pubblico denaro per finanziare le
compagnie aeree;
d) chiedono che cessino le agevolazioni e le esenzioni fiscali alle compagnie
aeree;
e) si oppongono alle condotte gravemente antisindacali e violatrici dei diritti
dei lavoratori messe in atto da eminenti compagnie aeree;
f) difendono il diritto alla salute, i beni culturali e ambientali, gli ecosistemi
locali e l'ecosistema planetario, i diritti dell'umanità presente e delle
generazioni future, minacciati dal dissennato incremento del trasporto aereo;
g) si impegnano per il rigoroso rispetto della legislazione in materia di difesa
dell'ambiente, della salute, dei beni comuni;
h) chiedono che tutte le strutture aeroportuali realizzate e realizzande siano
sottoposte senza eccezioni alla dirimente verifica della compatibilità
con quanto disposto dalla vigente legislazione italiana ed europea in materia
di Valutazione d'impatto ambientale (Via) e di
Valutazione ambientale strategica (Vas);
i) si oppongono alle attività militari che violano l'art. 11 della Costituzione
e ad ogni ampliamento delle basi aeronautiche militari, e particolarmente alla
presenza e all'ampliamento di basi aeronautiche militari di stati stranieri
e di coalizioni intese a, o impegnate in, attività belliche che la Costituzione
ripudia;
l) promuovono forme di mobilità sostenibile, modelli di sviluppo autocentrati
con tecnologie appropriate, scelte economiche ecocompatibili, eque e solidali;
m) promuovono una cultura della mobilità e del viaggio sostenibile, conviviale,
solidale, aperta all'incontro e all'ascolto reciproco, rispettosa delle persone
e dell'ambiente;
n) si impegnano per la riduzione del surriscaldamento climatico e per la difesa
della biosfera.
Approvata (3 astenuti)
RIGASSIFICATORE
Il Movimento Nonviolento conferma il suo sostegno e l’adesione al Comitato
contro il rigassificatore off-shore di Livorno e Pisa, per i seguenti motivi:
Questo progetto sarebbe un esempio concreto di una nuova generazione di impianti
pericolosi e dannosi per l’ambiente e la salubrità dell’aria;
La realizzazione di questo progetto delineerebbe il mare come un “sito
industriale” in uno spazio ambientale di particolare rilevanza, il santuario
dei cetacei;
Amplierebbe l’economia violenta nei confronti del Delta del Niger, luogo
di partenza della materia prima;
Incrementerebbe il traffico navale di petroliere e gasiere nel Mediterraneo
con aumento di inquinanti nell’acqua del mare;
Comporterebbe nessun vantaggio per le comunità locali, sia interne di
occupazione e riduzione del costo dei consumi, perché i lavori sono stati
appaltati a ditte esterne e il gas liquido, per essere trasformato in GNL ha
necessità di un processo costoso, che inciderebbe sulle bollette;
La totale mancanza di partecipazione e condivisione delle comunità locali
nella gestione del progetto.
Approvata (1 astenuto)URANIO IMPOVERITO
Il Movimento Nonviolento si impegna ad approfondire ed informare sulla cosiddetta
“sindrome del Golfo” e sulle morti e malattie diffuse tra militari
e civili a causa della permanenza nei territori di guerra o nei poligoni di
tiro (polveri sottili, uranio impoverito, metalli pesanti, ecc.) e a fare di
questo dramma un ulteriore elemento di contrapposizione ad ogni guerra e all’uso
di armi i cui letali effetti per il presente e per l’avvenire sono forieri
di conseguenze drammatiche ancora sconosciuti per la nostra e le future generazioni.
Approvata (unanimità)NASCITA SENZA VIOLENZA
“Ogni donna è perfettamente preparata a partorire, come ogni neonato
è perfettamente preparato a nascere”. A partire da questa frase
di Lorenzo Braibanti, grande amico della nonviolenza, il Movimento Nonviolento
si impegna:
a diffondere un pensiero e una pratica di attenzione al momento della nascita
nel quale le pratiche dannose comunemente accettate espropriano donne e nuovi
nati di ogni soggettività e li sottopongono a violenze di ogni genere:
fisiche, psicologiche, relazionali, sociali;
a diffondere informazioni e conoscenze e pratiche sulla nascita senza violenza:
a riconoscere le violenze (posizioni, solitudine, taglio cesareo, ecc.) e le
espropriazioni cui sono sottoposte le donne durante il parto in ospedale, come
violenze sessuali e di genere;
a lottare contro una medicina che si è sostituita al sapere delle donne
e dei nuovi nati;
a riconoscere la nascita come bene comune.
Approvata (unanimità)VEGETARIANESIMO E ANIMALI
Un aspetto fondamentale della vita delle madri e dei padri della nonviolenza
(Maria Montessori, MK Gandhi, Lev Tolstoj, Aldo Capitini, ecc.) è stata
la scelta vegetariana.
La violenza nei confronti degli animali (vivisezione, allevamenti, randagismo,
caccia, zoo, circhi, ecc.) è enorme. L’invito è ad una seria
riflessione (e azione) anche su questi temi, ricordando che l’Associazione
Vegetariana Italiana è stata fondata da Aldo Capitini.
Approvata (unanimità)FIORI DI PACE
Il Movimento Nonviolento, partecipando con alcuni suoi esponenti al progetto
“fiori di pace”, intende sostenere ed estendere queste esperienze
di incontro e di dialogo fra ragazzi israeliani e palestinesi in Italia e nel
loro paese (presentate all’ONU dei Giovani di Terni – 5-6 ottobre
2007) perché sono:
incontri di dialogo fra le differenze
esperienze di gestione nonviolenta dei conflitti
un progetto di pace preventiva (perché far incontrare questi ragazzi
ed aiutarli a superare paure e pregiudizi significa aiutarli nel loro sviluppo
psicologico per superare la durezza di una realtà insostenibile)
e rappresentano una speranza che nasce da una disperazione.
Pertanto si impegna a sostenerlo e a diffonderlo tramite le proprie reti e strumenti.
In particolare adotta il DVD-video “Fiori di pace” come strumento
utile alla diffusione della cultura della nonviolenza tra le giovani generazioni,
tramite le scuole e i centri di aggregazione giovanile.
Approvata (1 astenuto)
DIRITTI UMANI
Nel 2008 (60° anniversario della Dichiarazione ONU sui Diritti Umani) il
Movimento Nonviolento diffonderà, alle Amministrazioni locali, al Governo
centrale, al Parlamento italiano, puntuali aggiornamenti sulle violazioni dei
diritti umani contenuti nella Dichiarazione ONU, che quotidianamente avvengono
nelle nostre comunità locali e a livello internazionale, per le competenze
del governo italiano. Diffonderà tempestivamente tali osservazioni, oltre
che agli organi di informazione, agli amministratori locali e ai parlamentari
affinché possano provvedere a realizzare il rispetto della Dichiarazione
ONU per le competenze di ciascuna Amministrazione.
Approvata (4 astenuti)
Dopo l’approvazione della mozione politica generale, delle mozioni emerse
dalle sei commissioni di lavoro e delle mozioni particolari, il Congresso ha
votato gli organi del Movimento.
Presidente: Daniele Lugli
Direttivo: Elena Buccoliero e Mao Valpiana
Comitato di Coordinamento:
Sergio Albesano
Marco Baleani
Renato Fiorelli
Raffaella Mendolia
Adriano Moratto
Claudia Pallottino
Massimiliano Pilati
Rocco Pompeo
Pasquale Pugliese
Piercarlo Racca
Alberto Trevisan
La comunicazione di massa non esiste.
Danilo Dolci, poeta del fare e del creare.
Di Germano Bonora *
Il 30 dicembre ricorre il decimo anniversario della morte di DANILO DOLCI. Vogliamo
ricordarlo con una testimonianza di Germano Bonora, fondatore dell’Associazione
Nazionale AMICI di DANILO DOLCI.
Per Danilo la comunicazione di massa non esiste. La giudicava una stridente
contraddizione lessicale. Un maledetto imbroglio, ordito dai ceti dominanti.
Con l’aiuto di autorevoli amici scienziati aveva approfondito le modalità
di attacco dei virus, che colpiscono le cellule degli organismi, distruggendone
le difese. Questa medesima tecnica distruttiva vedeva messa in atto, nei modi
sempre più subdoli e raffinati, da parte del capitalismo più spregiudicato.
Nel corso dei seminari di studio Danilo non si stancava mai di sottolineare
la sostanziale differenza tra il trasmettere unidirezionale e potenzialmente
violento e il comunicare, la cui azione implica reciprocità e interattività.
Non amava l’abusato termine di massa, derivante dalla stessa voce latina
e dal greco antico maza, che corrisponde all’italiano pasta. Teneva molto
alla proprietà del linguaggio. Nella nomenclatura scolastica alla parola
maestro preferiva sempre educatore; ad alunno, studente; alla militaresca voce
classe, quella più semplice di gruppo, unità didattica; a pedagogia,
che presuppone il conduttore, la guida, la meno ambigua perifrasi di scienza
dell’educazione, di cui era diventato con l’esperienza degli innumerevoli
incontri e seminari uno dei maggiori esperti al mondo. Negli ultimi anni era
particolarmente indignato per la concentrazione della editoria e delle emittenti
radiotelevisive nelle mani di singoli o di gruppi multinazionali. La maggior
parte degli editori, con i quali aveva pubblicato dagli anni cinquanta fino
agli anni settanta, erano finiti nelle mani di pochi affaristi. Editori-mercanti.
Si affidava a piccoli editori attenti alla qualità delle opere: l’Argonauta
di Latina, Edizioni Sonda di Torino, Lacaita di Manduria, Rubbettino di Soveria
Mannelli e altri. Pochi anni prima della morte Armando Armando pubblicò
“Palpitare di nessi” e il corpo poetico selezionato dall’autore
sotto il titolo “Creatura di creature” , poiché considerava
sia il testo in prosa sia quello in versi poesia per educare, senza essere né
didascalica né pedagogica. La parola non ha soltanto valore semantico
ma anche etico ed estetico. Usare una parola imprecisa al posto di quella specifica
equivale a falsare il senso e quindi a ingannare l’interlocutore. (Falsare
deriva dal latino fallere = ingannare).
Pur non essendo un filologo di professione, ha avuto sempre una particolare
attenzione al linguaggio. Restava profondamente contrariato quando verificava
che anche i dizionari più accreditati registravano impropriamente i verbi
trasmettere e comunicare come sinonimi. Il trasmettere denota azione unidirezionale,
quale può essere un messaggio pubblicitario. Un colpo di pistola che
colpisce il bersaglio è propria del trasmettere violento. Il comunicare,
invece, indica reciprocità con altri nella conversazione. Teneva a precisare,
tuttavia, che il trasmettere non è portatore di negatività o violenza
in sé, ma può diventarlo. Danilo condanna in particolare il trasmettere
che tende a sedurre, corrompere, subornare, per sottomettere e dominare gli
altri, annientando la libera scelta, la volontà di ciascuno con tecniche
sofisticate, quali sono i cosiddetti messaggi subliminali, che arrivano a influenzare
l’inconscio.
Aderendo alla Bozza di MANIFESTO l’educatore e filosofo brasiliano Paulo
Freire, morto nel 1997, poco tempo prima del Dolci, sosteneva: “La mia
esperienza politica e di educatore mi dice che la vita si fonda sulla necessità
di comunicare. L’educazione non può prescindere dalla comunicazione:
il processo di conoscenza è sociale […], non è possibile
conoscere da soli. La conoscenza può avere momenti di trasmissione, purché
alimentino la comunicazione. Senza comunicazione non vi è autentica vita”.
Il trasmettere è accettabile soltanto se aperto alla discussione, alla
comunicazione maieutica. Per Danilo la struttura maieutica e/o creativa è
un vero e proprio antidoto al virus del dominio, la malattia del potere. Creatività
e sviluppo sono perciò intimamente connessi. Non si potrà comprendere
a pieno la molteplice produzione letteraria, che spazia dalla documentazione
dell’attività socio-politico-educativa alla narrativa e alla poesia,
se non la si considera connessa con la vita stessa dell’autore. Lo scrivere
è di fatto l’altro modo - non meno concreto - di operare di Danilo.
Mario Luzi nella nota introduttiva al corpo poetico dell’Amico osserva:
“Non velleitariamente, ma partendo dal vivo della sua esperienza ispirata
e civile, Danilo è oggi uno di coloro che ci porta più lontano
dall’impasse molto tribolata in cui si è dibattuta la poesia e
la cultura moderna”. Siamo ben oltre, dunque, la tradizione letteraria
non soltanto italiana ma anche europea, che tendeva ad idealizzare, evadendo
dalla realtà effettuale, in cui, invece, Danilo si immerge coraggiosamente,
impegnando tutte le sue energie per sottrarre gli oppressi dal mare vorticoso
degli abusi e dello sfruttamento politico- mafioso e anche religioso. “Ecco
perchè - annota ancora il poeta fiorentino - la sua più matura
poesia (la più sua) traduce all’interno del proprio poi e in tutte
quante le fondamentali premesse che hanno ispirato la sua vita morale e pubblica:
qualificare cioè l’uomo, renderlo conscio e disposto a partecipare;
con in più - e non è trascurabile - la manifesta pulsione amorosa
e il fervore creativo che erano subiacenti a questa proposta, a questa volontà.
La poesia che ci saremmo, con un po’ di immaginazione anticipativa, dovuti
aspettare da lui. Il che non esclude che nel corrispondere puntualmente alla
sua idea di scrittura dove protagonista non è l’io né il
tu ma la scrittura stessa come profondo atto amoroso [...] Danilo dava un vitale
esempio di sortita dall’arroccamento pur sdegnoso e abdicatorio in cui
si era consumato il dramma dell’autore moderno, nel settore dei più
variati reagenti ma nell’unico senso di un tradimento subìto o
presunto; e dava perfino l’esempio di infrazione della frontiera tra il
parlare di suo e il parlare per anonima investitura come necessità interna
al linguaggio dato alle ‘creature’ che al pari di ogni altra virtù
creata esige a sua volta di divenire creante per forza generativa di amore.
Tale sembra a Danilo essere la legge fondamentale del mondo, tanto che si è
studiato di portarla nel cuore della società proprio dov’era più
refrattaria”.
Occorrevano la sensibilità e l’acume di un grande poeta per intuire
a fondo l’assoluta novità dell’opera di Danilo Dolci, il
quale - sono ancora parole di Luzi - “sposta il centro dell’autorità
da quello che si è sempre ritenuto, appunto, ‘l’autore’
a una effabilità latente e imperiosa che risiede nella lingua come tale”.
In una lettera inviatami pochi mesi prima della morte, Mario Luzi del comune
Amico così scriveva: “C’è in Danilo non solo come
desiderio ma come convincimento attivo la intersoggettività dell’espressione,
più precisamente della scrittura. Per di più la lingua contiene
potenzialità creative dalle quali germoglia il giusto e anche il bello
del discorso umano, il fecondo”.
Il Dolci riconduce la poesia alla radice greca poiéin, che vuol dire
fare, operare, creare. La poesia dolciana non è soltanto creatività
ma anche progetto educativo. Il sociologo, l’antropologo, l’operatore
sociale, il narratore, il poeta, l’educatore-maieuta sono una cosa sola.
Il titolo emblematico della silloge poetica “Creatura di creature”
non attiene soltanto alla creatività poetica, ma anche allo sviluppo
personale di ciascun uomo in quanto creatura, cioè persona destinata
a creare. Mario Luzi con grande onestà intellettuale riconosce a Danilo
di aver fatto uscire dall'empasse in cui si trovavano nel secondo dopoguerra
la cultura e la poesia non solo nel nostro Paese, ma anche nel resto d’Europa.
Nella prefazione al corpo poetico dolciano il poeta fiorentino così scrive:
“La poesia suscita sensibilità poetica, e nuova poesia attorno
a sé […] Ogni persona è in grado di avere innumerevoli,
pur se invisibili, radici che la mettono in comunicazione con il resto del mondo
in ogni direzione […] Intelligenza del vivente e incremento della vitalità
sono per Dolci simultanei: la poesia è il luogo dove questa simultaneità
si esprime simultaneamente”.
La poesia suscita sensibilità poetica e nuova poesia attorno a sé.
Ogni persona è in grado di avere innumerevoli, pur se invisibili, radici
che la mettono in comunicazione con il resto del mondo, in ogni direzione. Molti
testi poetici sono raccolti dalla viva voce della gente meno istruita, di cui
si fa fedele interprete. In tal senso lo si può considerare l’Omero
dei poveri cristi.* Germano Bonora ha collaborato dal 1980 alla morte con Danilo
Dolci, al quale ha dedicato vari articoli su giornali e periodici, come Misure
critiche, Azione nonviolenta e Critica liberale, che gli dedicò uno speciale
con brani tratti dal libro “Danilo Dolci - testimonianze di ieri e di
oggi”, pubblicato in coedizione da Qualecultura-Kurumuny nel 2006; nello
stesso anno pubblicò “Attualità di Danilo Dolci - Omero
dei poveri cristi” presso le Edizioni Maieutiche di Agropoli.
Il Trentennale delle Edizioni dell’Amicizia
Spettacolare mostra nonviolenta ad Agnone
Il Centro di Spiritualità Nonviolenta ha organizzato ad Agnone un’artistica
mostra per il Trentennale delle Edizioni dell’Amicizia (1977-2007). Essa
ha avuto luogo nel Teatro Italo Argentino stupendamente allestito per l’occasione.
Logo della manifestazione è stato un grande cuore stampato in una cinquantina
di manifesti, nel quale erano inseriti articoli sulle EdA e immagini, tra le
quali quelle di Gesù e di Gandhi.
Interessante è stata soprattutto l’esposizione dei libri delle
Edizioni dell’Amicizia e del materiale relativo alla loro storia e a quella
del Centro di Spiritualità Nonviolenta. Non è mancata anche la
presentazione di lettere e di aneddoti inerenti alla casa editrice agnonese.
Questa importante mostra, che evidenziava i trent’anni di attività
delle Edizioni dell’Amicizia è stata aperta al pubblico il giorno
15 ottobre alle ore 17. Dopo essere stata visitata, diversi oratori hanno preso
la parola per illustrare l’evento.
Il moderatore è stato Michele Carosella, che ha ben saputo presentare
i relatori e concludere la serata.
In particolare ha letto alcune importanti lettere di solidarietà al Trentennale
pervenute da Pasquale Jannamorelli di Sulmona, direttore del periodico "Qualevita",
da Mao Valpiana di Verona, direttore di "Azione nonviolenta", e di
Luciano Benini di Fano, vicepresidente nazionale del Movimento Internazionale
della Riconciliazione, ecc.
Per un breve saluto il primo a prendere la parola è stato mons. Domenico
Angelo Scotti, vescovo di Trivento.
La prima relazione dal titolo "Le radici delle EdA: Non per profitto o
vanità ma per amore”, è stata tenuta da Nicola Terracciano,
cofondatore delle Edizioni dell’Amicizia. Egli ha anzitutto ricordato
le origini della casa editrice, legate alla particolare amicizia con Remo de
Ciocchis. Ha poi spiegato ampiamente il significato del motto delle Edizioni
dell’Amicizia, delineando così le caratteristiche di questa trentennale
iniziativa editoriale, basata sulla nonviolenza e sul dono. Ha augurato anche
che Agnone possa diventare un luogo privilegiato della nonviolenza italiana,
avanzando la proposta di chiamarla “città della nonviolenza”.
Ha preso poi la parola Giorgio Palmieri che, avendo come tema Le Edizioni dell’Amicizia
nel panorama editoriale molisano, ha evidenziato la storia della editoria molisana
e il ruolo atipico che hanno avuto le Edizioni dell’Amicizia nell’ambito
di essa.
Era particolarmente attesa la relazione di Amalia Ciardi Dupré, famosa
scultrice fiorentina, venuta apposta ad Agnone per onorare il Trentennale delle
Edizioni dell’Amicizia. La sua relazione aveva il seguente titolo: "I
miei rapporti con Agnone e con le Edizioni dell’Amicizia". Ella ha
prima parlato di ciò che la lega ad Agnone, e soprattutto la presenza
delle opere dei suoi avi, Giovanni e Amalia Dupré, nella chiesa di S.
Emidio. Poi ha evidenziato i rapporti avuti con le Edizioni dell’Amicizia
e come abbia da sempre solidarizzato con i principi di nonviolenza e di spiritualità
promossi dai loro libri.
Infine c’è stata la relazione frondamentale di Remo de Ciocchis,
che ha ricordato come le Edizioni dell’Amicizia siano state il frutto
della profonda amicizia tra lui e Nicola Terracciano. Ha poi fatto un po’
la storia delle Edizioni, precisando come per trent’anni siano stati promossi
i valori del bene tramite il mezzo puro e credibile del dono dei libri.
A questo riguardo ha rilevato il considerevole impegno economico e il molto
tempo profusi. Si è poi soffermato a spiegare come dalle Edizioni dell’Amicizia
sia nato il Centro di Spiritualità Nonviolenta. Ha inoltre rilevato i
risultati educativi della diffusione dei libri e anche alcuni loro effetti benefici
sul piano sociale. Infine ha delineato quello che sarà il futuro delle
Edizioni dell’Amicizia, divenute oggi organo di Stampa del Centro di Spiritualità
Nonviolenta.
Nei giorni successivi la mostra è stata visitata dagli alunni delle scuole
superiori di Agnone. È stata poi prolungata di un giorno a causa dell’afflusso
di altre scolaresche.
L’esperienza del Trentennale ha evidenziato che le Edizioni dell’Amicizia
costituiscono un’iniziativa unica nel campo dell’editoria nazionale:
pare che non sia mai esistita un’altra casa editrice che abbia per trent’anni
istituzionalizzato il dono dei libri, per diffondere i valori della nonviolenza,
della pace, della giustizia, della fraternità e della salvezza.
Vedere scritto dietro ad ogni pubblicazione al posto del prezzo la parola "Dono"
è un fatto che denota quanto siano grandi la fede nel bene e il disinteresse
economico dei fondatori delle EdA.
La pedagogia di Aldo Capitini
tra profezia e liberazione
di Gabriella Falcicchio
Profezia e liberazione: con queste due parole, che non intendono chiudere un
segmento, ma segnare due elementi ineliminabili di un asintoto che punta verso
aperture e aggiunte infinite, si è voluto intitolare il convegno La pedagogia
di Aldo Capitini tra profezia e liberazione, tenutosi a Pienza (Siena) dal 5
al 7 ottobre 2007.
Era il 1956 quando Aldo Capitini rientrò nel mondo universitario, da
docente di pedagogia a Cagliari. Una sede decentrata per un personaggio che
già aveva mostrato più volte quale e quanta capacità di
dissenso era in grado di esprimere; una materia (è ancora presto per
chiamarla disciplina) anch’essa di secondaria importanza nel ventaglio
dei saperi umanistici, quella che non a caso era definita sulla scorta di G.
Gentile “filosofia minore”. In altre parole un Capitini geograficamente
e culturalmente messo a un canto, avrebbe dovuto essere tenuto sotto controllo
meglio.
Come può immaginare chi conosce questa straordinaria personalità,
mai doma e sempre in grado di aprirsi, né la collocazione in Sardegna
isolarono l’attività instancabile del Nostro, né la pretesa
di relegarlo nell’area pedagogica, che invece diventa il terreno più
fertile per tradurre la sua visione del mondo, la teoria della compresenza,
in azione praticabile nella quotidianità per realizzare la liberazione.
È nell’atto educativo che la punta più alta del passato-presente,
per quanto limitato, e la realtà liberata si incontrano, nel maestro-profeta
e nel fanciullo, il figlio della festa. Senza questo contatto che porta la generazione
adulta ad aprirsi ai nuovi nati vedendoli già pienamente come espressione
del futuro e a sostenerli perché fioriscano e possano dare vita a un
mondo radicalmente nuovo, “tramutato”, non c’è possibilità
di rivoluzionare la storia di secoli. Questo contatto avvia l’educazione.
Su queste considerazioni è nata la volontà di tornare ad ascoltare
la voce più pedagogica di Aldo Capitini, quella che forse meno è
stata valorizzata finora e che pure si è inserita nel dibattito pedagogico
del suo tempo con spunti attualissimi – si pensi alla scuola media unica
– e non di rado con una capacità profetica che anticipa linee di
ricerca recenti – si pensi alla pedagogia interculturale, al dialogo interreligioso
e alla gestione creativa dei conflitti – o addirittura ancora inattuali
– si pensi alla mancanza di una vera educazione alla cittadinanza nella
scuola italiana. Ma si pensi a quanto illuminato e lungimirante lo sguardo dell’educatore
Capitini, quando parla dell’amicizia, da praticare e insegnare, con tutti
gli esseri viventi. Sono scenari che Capitini sa scorgere e li vede tutti collocati
nell’educazione, processo complesso nel quale la partita per un domani
liberato dal male può sperare di essere vinta, a patto che gli educatori
sappiano, da profeti, riconoscere nei bambini il preannuncio della liberazione.
Capitini dedica tre opere fondamentali all’educazione (L’atto di
educare, Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, i due voluti di Educazione
aperta); riunisce studiosi di tutta Italia per formulare quella che fu la prima
proposta strutturata e completa di un’educazione civica della giovane
democrazia italiana (L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale);
scrive articoli di attualità pedagogica e dissemina tutti i suoi scritti
di riferimenti all’educazione. Capitini non fu solo filosofo, non solo
pedagogista, non solo animatore culturale e sociale, non solo attivista, ma
fu tutto questo insieme; e altro. Pensare di dargli una definizione può
servire agli studiosi per orientarsi davanti a una personalità che sfugge,
ma rischia di chiudere Capitini in ambiti che non esauriscono la sua essenza
e di impedire di andare in profondità, dove tutto il suo pensiero è
intimamente interconnesso.
È per questo che nel convegno sono stati presenti accademici appartenenti
al mondo pedagogico e studiosi, esponenti del mondo nonviolento, che si ispirano
a Capitini nel lavoro quotidiano di dissenso verso la realtà com’è
e alimentano il fuoco della pratica nonviolenta; né poteva mancare la
voce di chi Capitini l’ha avuto vicino come docente all’università
e maestro nella propria professione insegnante. Tre modalità di avvicinarsi
al pensiero e all’opera pedagogica capitiniana, perché rimanessero
vivi tutti gli spunti che offre il Nostro: l’interpretazione degli studiosi
va e deve camminare insieme alla pratica della nonviolenza e alla traduzione
concreta della sua pedagogia nella quotidianità educativa. E viceversa.
Il convegno ha voluto riaprire alcune piste di ricerca, cercando di dare più
che una visione che si pretendesse esaustiva, elementi di riflessione su alcuni
aspetti salienti, anche giovandosi dell’apporto di giovani studiosi: il
dialogo interreligioso, la relazione educativa, l’educazione estetica,
la visione etica e politica, l’educazione alla cittadinanza, la prospettiva
antispecistica, l’amore.
Educare al rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente, per crescere
in pace e promuovere insieme un ambiente di pace.
Questi gli obiettivi di CàPace, il primo centro regionale in Emilia Romagna
specializzato nell’educazione alla pace, alla convivenza e allo sviluppo
sostenibile, inaugurato nel 2005.
CàPace realizza percorsi formativi e soggiorni residenziali di educazione
alla pace sia nelle scuole che ne fanno richiesta, sia presso la propria sede
(Pinarella di Cervia), che ben si presta a soggiorni residenziali di uno o più
giorni.
Lo sfondo pedagogico di riferimento degli itinerari didattici fa riferimento
alle teorie dell’ ecologia profonda, alla psicologia della pace, alla
teoria e pratica della nonviolenza ed alle pedagogie della complessità.
Pace dunque intesa nell’accezione nonviolenta gandhiana, ovvero come condizione
di vita che realizza la liberazione dalle ingiustizie e dall’oppressione
per tutti e come ‘gestione nonviolenta dei conflitti’. In senso
nonviolento la pace non è concepita come una condizione di quiete, di
assenza ideale di conflitti, ma piuttosto come un processo, una tensione costante
e costruttiva che mira alla trasformazione delle condizioni d’oppressione
e di violenza attraverso modalit