Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Bullismo dentro e fuori scuola, l’effetto perverso dei media
di Elena Buccoliero
Stando alla cronaca il primo problema della scuola di oggi è il bullismo,
un termine inflazionato che rischia di non significare più nulla se non
viene riportato al suo senso iniziale: una relazione asimmetrica, prolungata
nel tempo, che si esercita in un contesto di gruppo in cui il forte agisce sul
debole prevaricazioni verbali, psicologiche e fisiche.
Intorno al tema si stanno muovendo molte energie per comprendere e contrastare
il bullismo, per esaltarlo o minimizzarlo. Convegni, seminari, pubblicazioni,
corsi di formazione, tavole rotonde impegnano le più diverse professionalità.
Due di questi, avvenuti a Piacenza e a Carpi in questi primi mesi di scuola,
hanno offerto materiali interessanti che riportiamo nelle pagine seguenti per
tentare delle chiavi di lettura nuove. Ci sono dentro i mutamenti della famiglia,
l'influsso della violenza strutturale sui comportamenti dei giovani, il valore
di tornare ad investire nella scuola, e con essa sul senso di comunità.
Presentiamo inoltre due esperienze svolte nello scorso anno scolastico nel campo
della gestione dei conflitti o della prevenzione del bullismo.
Se il bullismo scolastico fa ancora notizia è forse per l'inquietudine
che lascia la violenza quando è esercitata dai piccoli o dagli adolescenti.
Mentre scrivo mi torna alla mente il quotidiano di oggi, dove erano riportati
tre casi di genitori che hanno ucciso i figli. Non è bene confondere
tutto con tutto, ma impressiona la frequenza e la facilità apparente
con cui la violenza viene scelta come “soluzione”.
Uno strano concetto di “legittima difesa”
Affiora un sospetto di ipocrisia quando ci si scandalizza del comportamento
dei giovani, che certo trovano negli esempi degli adulti tutti gli elementi
per sviluppare questi comportamenti. Né vale ad esaurire il problema
il discorso di quanta aggressività venga stimolata dai media, dai film,
dai videogame d’uso più comune.
Il dato di fatto è ben chiaro: la prevaricazione è una possibilità
praticata fin dall’infanzia. Riguarda una prima elementare la storia di
una bambina che comincia a stare sveglia di notte per paura di andare a scuola,
dove alcune compagne di classe la tengono ferma e la costringono a baciare i
bambini.
Anche tra gli adolescenti la violenza è sempre più vicina, attingibile,
legittima. Il concetto di legittima difesa, ad esempio, mi è stato spiegato
così, da un gruppo di studenti di scuola superiore: “Quando litighi
con qualcuno, stuzzichi l'altro fino a che reagisce fisicamente, così
lo puoi picchiare e poi dici che era legittima difesa”.
Non c'è l'ombra della proporzionalità degli atti, né della
loro necessità per rispondere ad un'offesa che è in corso. Nel
pensiero di quei ragazzi era legittima difesa anche presentarsi in dieci contro
uno il giorno dopo la prima provocazione, per rimettere le cose a posto. E la
gelosia verso il partner è tra i motori della violenza che legittimamente
ragazzi o ragazze possono esercitare verso i rivali in amore. Il delitto d'onore
è scomparso da qualche decennio dal codice penale e questi adolescenti
sembrano pronti a riammetterlo. Quelli erano quindicenni di buona famiglia,
in una scuola di provincia delle più tranquille.
Una sanzione sociale verso la diversità
Nello stesso periodo in un liceo sociale una ragazza si è ritirata dopo
aver ricevuto minacce di morte dalle compagne. Tra le cose per cui veniva derisa
c'era l'aver subito, in terza media, un intervento e una chemioterapia. La ragazza
è uscita di scena e nessuno è sembrato accorgersene granché.
Con un anno di distanza ora la scuola chiede aiuto. Un gruppetto di studenti
di estrema destra cantano “Faccetta nera” e esprimono posizioni
fortemente razziste, e nella scuola ci sono diversi ragazzi stranieri, si ha
paura che succeda qualcosa...
È noto come la violenza possa essere un modo di rispondere alla minaccia
di ciò che è diverso da noi o poco comprensibile, e il bullismo
non fa eccezione. Chi gioca il ruolo di vittima è quasi sempre un ragazzo
o una ragazza che ha caratteristiche significativamente diverse dai compagni.
L'incremento nella presenza dei ragazzi stranieri porta con sé un elemento
di diversità oggettiva che va trattata con estrema delicatezza perché
adolescenti tanto diversi possano imparare a stare insieme. I ragazzi stranieri
sono più spesso oggetto di prepotenze ma ne sono anche autori, e non
sempre l'appartenenza culturale è rilevante rispetto alla genesi del
comportamento, ma lo diventa quando il fatto viene raccontato, spiegato eccetera.
Come i ragazzi stranieri, anche i portatori di handicap, o chi ha un diverso
orientamento sessuale, e in ogni caso tutti i portatori di una differenza evidente
sono particolarmente a rischio di vittimizzazione. Per contro va ricordato che
prevenire il bullismo significa agire sulle dinamiche di gruppo per costruire
apertura e accettazione verso la diversità, così come ogni programma
educativo orientato in questo senso è anche sempre prevenzione del bullismo.
Una storia di piccoli poteri, privilegi e irresponsabilità
In una prima superiore è avvenuto che un ragazzo affetto di nanismo venisse
steso, sollevato dai compagni e utilizzato come ariete a tutti gli intervalli
e ogni volta che l'insegnante era fuori dall'aula. Dopo qualche tempo la parete
dei cartongesso riportava i segni delle testate nel muro di quel ragazzo, evidentemente
incapace di difendersi e probabilmente paralizzato all'idea di chiedere aiuto
agli adulti.
La situazione emerge in un corso di formazione con insegnanti di classi diverse.
Una tra i corsisti presenta la situazione, appresa dalla figlia che è
in quella classe. Lei non insegna in quel corso ma è della scuola. Accade
però che la madre del leader tra i prepotenti sia, guarda un po', la
preside dell'istituto e questo rende il ragazzo al riparo da qualsiasi richiamo.
Tra i docenti la preoccupazione più spontanea è come far emergere
la cosa senza irritare la dirigente, oppure come assicurarsi che i genitori
del ragazzo vittima non vengano a conoscenza dei fatti perché “è
inutile dare loro una preoccupazione in più, ne hanno già tante,
poverini...”.
Al termine dell'incontro si decidono alcune cose da fare per interrompere la
sequenza delle prevaricazioni e per coinvolgere la mamma-dirigente ma all'incontro
successivo chi si è assunto dei compiti non viene al corso e la storia
rimane in sospeso.
Il bullismo trasgressivo e dirompente è una sola specie delle violenze
che accadono nella scuola e probabilmente non la più grave, quantomeno
perché può essere visto e arginato dagli adulti. C'è appunto
anche quest'altro bullismo, perfettamente omogeneo con i meccanismi di potere
che avvengono nell'istituzione scolastica. È quello del figlio del preside
ma è anche quello dei più bravi della classe, o dell'insegnante
che affida il suo insegnamento alla paura, alla competizione e alla selezione,
e di fatto incita alla violenza anche i ragazzi.
Un problema di contesto, di gruppo, di relazione. C'è bisogno di investire
sulla scuola
Quando il contesto scolastico è così poco pulito da non sapersi
guardare schiettamente per correggersi, le prepotenze si moltiplicano. Ma ci
sono anche altri elementi, vincoli culturali e strutturali della scuola, che
permettono o perfino incentivano le prepotenze. Per esempio l'assenza di regole
riconosciute e rispettate da adulti e ragazzi, uno spazio inadeguato, una classe
troppo numerosa, un programma scolastico proposto senza accorgersi delle persone
favoriscono la violenza anche tra i ragazzi. Per questo a volte anche chi come
me lavora nella prevenzione e contrasto del bullismo ha la sensazione di mettere
delle toppe su un tessuto liso e auspica l'avvento di interventi strutturali
sulla scuola fuori da un'ottica emergenziale.
Da circa un anno e per la prima volta il Ministero della Pubblica Istruzione
ha ritenuto di assumere il problema costituendo una commissione ed emanando
delle linee guida nazionali. I primi passi del progetto sono la costituzione
di osservatori regionali sul bullismo presso le direzioni scolastiche regionali,
l'avvio di una campagna informativa, un numero verde nazionale e una ricerca
nazionale significativa per quantificare e approfondire il fenomeno di cui,
ancora, non si hanno dati omogenei.
Il primo augurio è che questi obiettivi, tutti necessari, vengano effettivamente
e seriamente raggiunti. Il numero verde è attivo, gli osservatori sono
stati istituiti con impostazioni regionali anche molto diverse, tutto il resto
è probabilmente in cantiere.
Il secondo auspicio è che al progetto speciale possa aggiungersi, chissà,
un maggior investimento sulla scuola. Cose come una riduzione del numero di
allievi in classe, un incremento delle lezioni in compresenza, una migliore
formazione dei docenti come conduttori di gruppi di apprendimento avrebbero
probabilmente una efficacia nella riduzione del bullismo maggiore di alcuni
progetti estemporanei costruiti sull'emergenza e spesso privi di valutazione.
Gli interventi strutturali però sono molto costosi e per ora si aspetta.
La solidarietà difficile, l'effetto perverso dei media
In un istituto superiore che conosco bene e che presenta davvero forti problematicità
è accaduto lo scorso anno un fatto orribile: un gruppetto di ragazzi
maghrebini ha fotografato un'azione di sodomia nel bagno della scuola, ai danni
di un compagno di classe portatore di un lieve handicap. Di per sé è
violenza e non bullismo, ma può in qualche modo avvicinarsi ad esso perché
è l'ultimo atto di una lunga serie di prevaricazioni snocciolate lungo
tutto l'anno scolastico tra questi stessi protagonisti.
Il fatto è passato sotto silenzio per alcune settimane finché
il dirigente scolastico ha avuto notizia di strane fotografie che giravano tra
gli studenti e le ha intercettate. A questo punto ha svolto bene il suo dovere:
ha parlato con chi aveva subito cercando di capire, ha chiamato le forze dell'ordine,
ha convocato la mamma del ragazzo suggerendole di sporgere denuncia, ha mosso
gli organi della scuola per prendere almeno provvedimenti secondo i metodi e
i linguaggi della scuola.
Ma che cosa è successo poi? I media, locali e non solo, hanno riservato
ampio spazio all'accaduto. Lo hanno fatto con tutti i sentimenti, esaltando
al massimo gli aspetti drammatici, con l'effetto collaterale di spossessare
i protagonisti della loro storia. Per tutti loro, una volta sulla pagina, la
stessa evenienza è diventata altro, più vicina e anche più
lontana dalla propria vita, certo diversa da come era stata percepita fino a
quel momento. Chi l'aveva sottovalutata ha gridato allo scandalo, così
come chi si era sentito coinvolto e dispiaciuto ha fatto di tutto per sottrarsi.
Si potrebbe forse dire che la lente mediatica ha alterato ulteriormente la fiducia,
sempre compromessa dalla violenza. Ed ecco allora che cosa è avvenuto:
gli altri studenti maghrebini della scuola hanno espresso il desiderio di “farla
pagare” ai compagni violenti per rivendicare il buon nome dei maghrebini;
gli studenti stranieri ma non maghrebini della scuola hanno pensato di organizzarsi
per picchiare i compagni maghrebini, per rivendicare la correttezza degli stranieri
della scuola;
gli studenti italiani si sono caricati di aggressività contro tutti gli
stranieri della scuola, per tenere alto il buon nome dell'istituto;
chi aveva ricevuto le immagini sul cellulare ha cercato di distruggerle nel
più breve tempo possibile in modo da non essere interpellato dalle forze
dell'ordine.
parecchi studenti a conoscenza della situazione hanno affermato che la vittima
era omosessuale e per di più consenziente;
i compagni di classe hanno ammesso che fatti di prevaricazione verso quel ragazzo
avvenivano frequentemente ma nessuno difendeva il più debole perché
lo sentivano distante, e del resto “era lui a stare alla larga da noi”.
Questo è certamente uno tra i fatti più estremi intorno ai quali
mi sia capitato di lavorare ed evidenzia meccanismi relazionali interessanti,
pur all'interno di una relazione violenta. O meglio, in una trama di violenze
concomitanti, di cui quella sessuale è la più eclatante ma non
è certamente l'unica di cui ci importa soprattutto trattando della scuola,
ovvero di un contesto di persone in crescita.
Nei giorni successivi all'emersione dei fatti l'effetto etichettante dei media
agiva sui ragazzi spingendo al massimo il rifiuto di sentire dentro di sé
la portata dei fatti. Per molti le differenze interpersonali (l'handicap pur
lieve della vittima, il carattere scontroso, la fragilità, il sospetto
di omosessualità...) erano il tocco finale per sentirsi liberi da ogni
responsabilità che deriva dall'empatia, dalla comprensione dell'altro.
L'unica reciprocità possibile resiste quando si difende in realtà
se stessi, il proprio onore, o si vendica l'offesa di una propria qualsiasi
identità sociale.
D'altra parte molti ragazzi si sottraevano a qualsiasi responsabilità
concludendo che la vittima era consenziente, magari si era pure divertita, ed
era quindi in una posizione di assoluta reciprocità - e qui era interessante
chiedersi insieme ai ragazzi se dove vi è reciprocità possa essere
riscontrata violenza e se questa debba essere interrotta.
Ma anche chi non credeva a questa versione e riconosceva la portata dei fatti
non si era sentito coinvolto se non quando l'irruenza dei giornali aveva insinuato
il “dubbio” che l'essere parte della medesima scuola o classe fosse
di per sé una buona ragione per sentirsi parte in causa.
Tutto questo per testimoniare sia l'effetto a volte perverso delle prime pagine,
che congelano la comunicazione tra le persone, polarizzano i ruoli e acuiscono
le ferite, sia la difficile maturazione di relazioni empatiche e solidali anche
di fronte a fatti molto gravi.
Tra gli adulti della stessa scuola le cose sono andate diversamente... ma non
troppo. Si sono costituiti un gruppo di insegnanti e uno di genitori con il
proposito di rendere la scuola migliore, ma le intenzioni sbiadiscono nel tempo
e ora, dopo tutta un'estate, non è certo permangano le disponibilità
per lavorare insieme. Così i fatti di violenza dentro alla scuola si
susseguono, esplodono, fanno rumore. Poi tutto si insabbia, come sempre, come
tutte le cose, e non è semplice capire quale risposta sia possibile.
Così, all'ombra, in tanti insegnanti ed operatori si lavora testardamente
nel quotidiano. Per promuovere apertura, confronto, comprensione, legalità,
ascolto. Sono le parole della nonviolenza, e appaiono quanto mai necessarie.
Il bullismo è un comportamento non nuovissimo ma forse inedito per la
diffusione e la risonanza avuta nell'ultimo anno scolastico, e forse anche per
la finalità che persegue. Se gli adolescenti non avessero adottato questo
comportamento e i media non gli avessero fatto attenzione non si sarebbe avuto
questo fatto straordinario, che così tanti adulti competenti, motivati
e interessati si riunissero per regalare senso a gesti insensati, con l'effetto
di aumentare la competenza educativa della comunità degli adulti che
attuano una azione educativa nei confronti dei ragazzi.
Siamo di fronte a comportamenti sregolati, prevaricatori, impertinenti, disobbedienti,
poco rispettosi delle regole, delle tradizioni e dell'autorità. Si esercitano
in gruppo vari tipi di prepotenze verso vittime designate, troppo vicine alla
protezione della mamma o dell'insegnante di turno per non destare l'attenzione
ed essere appunto vittimizzate.
Il bullismo come forma di comunicazione
Al di là dell'analisi di comportamenti specifici, raccoglierei l'intenzione
comunicativa dei ragazzi: farsi vedere per diventare famosi, secondo intenzioni
in parte inconsapevoli; sacrificarsi a nome della loro generazione per ottenere
la nostra attenzione, affinché appunto dedichiamo tutta la nostra intelligenza
a regalare senso ai loro gesti insensati.
Dietro al fenomeno del bullismo e a ciò che ci sta intorno possiamo riconoscere
un cambiamento nel modo di gestire il passaggio dalla preadolescenza all'adolescenza,
nella stessa interpretazione della giovinezza, ed è un nostro difetto
tentare di ridurre al già noto ciò che ci appare opaco, scarsamente
comprensibile, poco rispettoso delle nostre aspettative.
Il cambiamento in atto, che ha contribuito a determinare nuovi comportamenti
tra i ragazzi nelle nuove scuole, dipende da scelte che non appartengono ai
ragazzi bensì alle loro famiglie, alla scuola, alla società degli
adulti... Sono i “grandi” ad influenzare in modo radicale il loro
percorso di crescita, gli idoli, le mode, i gusti eccetera.
Il contesto non è propriamente la causa dei comportamenti violenti ma
contiene alcuni tra i fattori che hanno influenzato questa trasformazione, tanto
che penso vada colta al volo “l'occasione del bullismo” per mobilitare
le buone volontà degli adulti e capire come riorganizzare la nuova alleanza
tra scuola, famiglia, enti locali, servizi, organizzazioni di volontariato...
che spesso conducono vite appartate, separate l'uno dall'altro, e che solo le
grandi emergenze riescono a fare collaborare per star dietro alle novità
che i ragazzini ci propongono.
Stiamo osservando un nuovo modo di soffrire e di esprimere la sofferenza. Il
bullismo è un linguaggio giovanile ma di prevaricazioni è piena
– non da adesso - la società degli adulti. La goliardia e il nonnismo
erano ampiamente tollerati, e anche lì c'erano spettatori, autorità
consenzienti... La precocizzazione di questi comportamenti, la loro crudeltà
e imprevedibilità, ci impongono una riflessione in più, senza
banalizzare l'argomento né differire le risposte. Il problema è
anche capire quale risultato hanno portato i nostri modelli educativi degli
ultimi venti anni, quali inconvenienti e vantaggi, e se considerare il bullismo
di gruppetti che si muovono in uno stile prettamente mafioso come un pezzo della
crescita e del territorio della scuola, fatto di omertà, silenzio, sofferenza
delle vittime... Un fenomeno che si crea quando gli adulti non riescono a presidiare
il territorio, ad amministrare la giustizia, ad erogare punizioni dissuasive
per chi non rispetta le regole concordate.
C'era una volta il senso di colpa
Fino ad alcuni decenni fa nel nostro paese le mamme e i papà, affacciati
sulla culla dei loro piccini, vedevano un neonato un po' cattivello, un piccolo
selvaggio da civilizzare, di fronte al quale occorreva esercitare una notevole
pressione educativa per convincerlo del valore della civiltà, nonché
produrre i giusti sensi di colpa verso la propria natura, bisogni, desideri.
Regole, principi, valori imposti da sempre dagli adulti hanno il compito di
dissuadere il piccolo selvaggio dal seguire i propri istinti e desideri, abituandosi
a ritenerli colpevoli. E spaventato dei castighi che gli adulti minacciavano,
il bambino frenava le trasgressioni.
Mamme e papà non rimproveravano il bambino a titolo personale, o perché
stanchi e nervosi dopo una giornata di lavoro, ma in nome di un'autorità
che stava molto più in alto di loro, in là nel tempo e nella costruzione
sociale. Il bambino riconosceva la validità di queste regole in virtù
dell'autorità che le emanava, ed era portato a seguirle o a sentirsi
in colpa per le trasgressioni quasi al di là del fatto che quelle regole
apparissero ai suoi occhi come giuste o sbagliate. I castighi che i genitori
gli attribuivano esprimevano un'autorità e un significato strepitoso.
Negli studi di noi psicoterapeuti arrivavano perciò i figli di Edipo:
ragazzini schiantati dalla colpa, inibiti oppure furibondi, aggressivi, terroristi,
kamikaze... ma comunque in colpa rispetto ai valori, ai principi e alle regole
che riconoscevano validi e che non riuscivano a seguire.
Piccoli Narcisi senza più confini
Da un po' di anni a questa parte il modello educativo della colpa è stato
radicalmente abbandonato. I ragazzini che incontriamo in psicoterapia non sono
più adolescenti spaventati dagli adulti, dai castighi che la scuola o
la famiglia possono minacciare. Questa tipologia di adolescente è scomparsa.
Vediamo invece il prodotto del nuovo modello educativo.
Quando quel ragazzo è nato, nella culla i genitori hanno visto un bambino
buonissimo, palesemente alla ricerca della mamma non perché perverso
e polimorfo ma perché desideroso di fare cose bellissime: mettersi in
relazione, trasformarla da donna in madre interagendo con lei in una danza interattiva,
con una qualità della relazione straordinaria. Un cucciolo straordinariamente
interessato a costruire rapporti. È lui il vero fondatore della famiglia
umana, colui che trasforma una coppietta qualsiasi in una famiglia, con l'aspirazione
a diventare il modello del Mulino Bianco. Un bambino sicuramente talentuoso,
geniale, precocissimo.
È chiaro il passaggio: non più genitori intenti ad un piccolo
selvaggio da civilizzare, bensì in ginocchio e adoranti di fronte a questa
piccola meraviglia.
Abbiamo scelto di vedere il bambino non come chi vuole disfare la famiglia ma
come un essere buono e con dispositivi genetici naturali che, oltre a permettergli
di imparare a leggere, a scrivere e a parlare inglese a tre anni, partecipare
a campionati nazionali eccetera, è competentissimo nella capacità
di costruire relazioni sociali precoci. Se infatti un piccolo va al nido a un
anno o due, subito interagisce coi coetanei e si attiva un dispositivo interno
che lo porta a desiderare la relazione sociale e gli consente di svilupparla.
E del resto la mamma che lavora ha bisogno di un bambino autonomo, non appiccicato
alla gonna. Quando lo consegna alla scuola materna gli mostra un gruppo dei
coetanei e nuovi giochi. Gli psicologi dicono che un neonato ha bisogno di una
buona relazione di attaccamento con la madre, in realtà la crisi economica
incombente, il doppio lavoro, il carico familiare ecc. impone alla mamma di
organizzare delle buone separazioni. Quindi, potrebbe concludere la nostra mamma
ipotetica, “fai il piacere di inserirti e di stare bene, non farmi lo
scherzo di farti trovare isolato, mogio mogio in un angolino con nessuno che
ti invita al suo onomastico nella tavernetta o al Mac Donald perché vuol
dire che non sei famoso, non sei bello, non sei un bel bambino”.
La mamma consegna il piccolo al gruppo dei pari perché lo nutra affettivamente,
sapendo che questo davvero svilupperà nel bambino una competenza sociale
precoce. La cosa che gli interessa di più è uscire, varcare la
porta di casa. Cerca il contatto con gli animali piccoli, con i bambini. Se
posto in un recinto tutelato da educatori competenti si trova da dio. Il mondo
è cambiato: ci sono bimbi di quattro anni che piangono di domenica perché
non possono andare a scuola. Un po' perché abbiamo le più belle
scuole materne del mondo, ma certo anche perché il bambino si abitua
precocemente a vedere i genitori solo alla sera e a crescere in una famiglia
sociale parallela alla famiglia naturale, in una situazione in cui l'una sponsorizza
l'altra.
Si apre una questione importante. La famiglia ha bisogno della scuola come contesto
parafamiliare e socializzante, per permettere la lunga separazione quotidiana
e per dare accesso ad un nutrimento affettivo che non è alternativo a
mamma e papà ma parallelo.
Quando il bambino torna a casa, spesso per i genitori è difficile sapere
qualcosa. Chiedono come è andata e ricevono in cambio il silenzio, risposte
evasive, il segnale di mondi separati. Eppure nel gruppo succedono cose importantissime.
Il bisogno parossistico di specchiarsi nel gruppo
Dieci, dodici anni dopo abbiamo ragazzini abituati ad avere sempre vicino dei
coetanei con i quali affrontare il mondo e dare senso all'esperienza, con cui
condividere visioni e regole e ricevere il sostegno affettivo necessario. Uno
degli effetti secondari e certamente non voluti di tutto questo è una
dipendenza particolare dai legami di gruppo. Alcuni diventano parossisticamente
dipendenti dai compagni e pretendono che il gruppo dia loro ciò che temono
di non poter mai avere, cioè il successo, la fama, la complicità,
il riflesso positivo, l'occhio delle telecamere che sostituisce l'occhio della
mamma. Osserviamo confini incerti tra la fisiologia, la normalità, la
sociopatologia. Assistiamo alla nascita, lo sviluppo, la trasformazione di gruppi
di coetanei che pian piano sviluppino una visione paranoica della vita e passano
dalle relazioni di amicizia alle relazioni di piccola banda, con una gerarchia
che nel gruppo di amici non c'è perché tra amici nessuno comanda
- per questo a volte non si riescono a prendere decisioni e si resta sul muretto
tutto un pomeriggio a chiedersi quale film vedere. Nelle gang invece troviamo
il capo, la donna del capo, l'esecutore materiale del diritto. In questi gruppi
due funzioni fondamentali sono cercare il nemico e individuare la vittima. Negli
studi si è soliti occuparsi di quest'ultima, ma sarebbe molto interessante
concentrarci anche su chi è il nemico e sulla figura del bullo.
E non è un caso che il bullismo si svolga prevalentemente all'interno
o nei paraggi della scuola. Siamo lì a raccogliere vittime, dolori, sofferenze,
piccoli gruppi di ragazzi violenti e prevaricatori. Nel contesto attuale i ragazzini
non hanno altri posti dove portare tutto se stessi. Convogliano tutto a scuola
- l'affetto, il desiderio, il corpo, l'amore, ma anche la morte e la violenza.
Gli altri ambiti si sono ridotti a teatrini intermedi.
Una risposta sistemica
Concordo con il piano del Ministero che risponde a tutto questo con un approccio
sistemico. Sembra retorico parlare di comunità educante ma non è
così. Spesso la mamma e papà si trasformano in sindacalisti dei
loro figli. Schiantati dal sestuplo lavoro, affaticati, si sentono dire che
dovrebbero ascoltare i figli molto di più, mentre io dico che dovrebbero
compiacerli molto di meno!
Abbiamo bisogno di una mobilitazione generale, sistemica, dove davvero la comunità
degli adulti, di fronte ai pochissimi bambini che facciamo, si mobilita per
cercare di capire e per non ricadere nei vecchi sistemi repressivi, autoritari,
perché occorre una risposta molto articolata.
Dubito che una normale insegnante di seconda media riesca a far paura ai ragazzini
maschi o a farli sentire in colpa quando dice loro: “Guarda cosa hai fatto!”
Una volta il colpevole sentiva il bisogno di chiedere perdono, adesso pensa:
“La prof è nervosa stamattina, dice cose stranissime, si è
montata la testa. Vuol farmi sperimentare delle passioni invece di stare lì
al suo posto a insegnare”.
Nei casi di bullismo, se una delle parti si rivolge ad un avvocato non se ne
esce più, il bullo rimarrà per sempre prepotente e la vittima
per sempre indifesa senza conquistare una reale autonomia, senza uscire dal
ruolo. Quando invece riusciamo a mettere a confronto la mamma e il papà
del bullo con la mamma e il papà della vittima, gli adulti si accorgono
che è un problema avere un figlio prepotente ma anche un ragazzo che
non riesce a difendersi e trovano delle strade per collaborare. E dove è
possibile coinvolgere, oltre ai genitori, anche i docenti, i servizi, il volontariato,
il parroco, il giudice... insomma la comunità, rendiamo possibile la
distillazione di fenomeni di violenza che provocano dolore e sofferenza.
Credo che i genitori siano troppo soli. Nessuno avverte la solitudine come le
mamme o le insegnanti. Questi bulli ci stanno facendo un favore, è come
se dicessero: “Il vostro progetto educativo è seriamente minacciato,
forse solo se vi alleate e vi sostenete reciprocamente vi si accende l'ingegno
e vi sento dire qualcosa di nuovo, perché se mi dite ancora che mi date
una nota vi licenzio”.
Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoterapeuta, autore di numerose
pubblicazioni sull'adolescenza e presidente dell'Istituto di Analisi dei Codici
Affettivi “Minotauro” di Milano.
Questo testo, non rivisto dall'autore, è stato raccolto dal suo intervento
al convegno “SbulloUniamoci” tenuto a Carpi il 5 e 6 ottobre u.s.
Trascrizione a cura di Elena Buccoliero
Il successo è d'obbligo
La società premia il bullismo
di Vittorio Zucconi*
In America il bullismo è un fenomeno molto più radicato che in
Italia, anche perché la vittima - quasi sempre la vittima - ha la possibilità
di impadronirsi di una mitragliatrice e rifarsi delle proprie umiliazioni ammazzando
una dozzina di coetanei o compagni di scuola. Rimane celebre il drammatico episodio
del Liceo di Columbine, dove coloro che hanno sparato non erano i bulli della
scuola bensì le vittime, quelli che venivano oppressi dai compagni perché
erano diversi. Lo stesso è avvenuto quest'estate, quando un ragazzo di
origine coreana, studente al Politecnico della Virginia e con indubbi problemi
psichiatrici, ha fatto una strage di compagni.
Per fortuna in Italia non è così semplice comprarsi una rivoltella.
Chi di cognome si chiama Zucconi è destinato a non passare una infanzia
serena. Dalle elementari alle medie, e ancora oggi nelle polemiche..., sono
stato zucca, zucchino, zucchetto. Piangevo molto da bambino, poi per reagire
sono diventato giornalista. Dovrei avere molte buone ragioni per contrastare
il bullismo: crea moltissimi giornalisti.
Il bullismo non è soltanto il problema di quello che avviene a scuola,
in classe. Noi cresciamo i nostri figli in una società che premia il
bullismo. Noi esaltiamo il vincitore. In un mondo che ha perduto la cultura
della sconfitta si dimentica che non possiamo vincere tutti, e tutti diventare
ricchi, o famosi, tutti i primi della classe. Fa più danni Miss Italia
dei film dove si sgozzano, perché insegna ai ragazzi che bisogna vincere.
Non sopportiamo l'idea che nostro figlio sia un po' più bruttino, o stupido
o meno ricco di un altro. Viviamo in una civiltà che ci vuole tutti come
in una foresta dove soltanto il lupo deve prevalere e gli altri lupi si levano
dai piedi e creano un branco per conto loro. Siccome non è possibile
essere tutti lupi, se noi non cominciamo a smontare il mito che bisogna vincere
a tutti i costi, che chi perde è un idiota e chi arriva secondo un cretino...
se non ritroviamo un equilibrio, abbiamo poche possibilità. D'altra parte
non siamo più nella società statica in cui crescevi nel vaso dove
eri stato piantato, se eri il figlio di qualcuno di importante viaggiavi in
carrozza, se no le carte erano già state smazzate dalla vita e dovevi
solo trovare la casetta dove infilarti. La piccionaia è stata disfatta,
la società patriarcale agricola non esiste più, è crollata
fortunatamente quella impalcatura sociale ma non abbiamo ancora creato un modello
alternativo che non sia quello del “winner takes all”, come dicono
negli Stati Uniti, ovvero “chi vince prende tutto”.
Per un insegnante trasferire un modello implica prima di tutto conquistare,
catturare l'attenzione. Se non lo fa, che gli alunni abbiano 3 anni o 30, li
perderà come allievi, come persone umane. Un modello può essere
proposto se passa attraverso la conquista dell'attenzione – ma intendo
conquistare l'intelligenza, cercando di non essere paradossale come purtroppo
le scuole spesso sono. Quando un bambino ha 3 anni gli insegnanti ci dicono
“è bravissimo, sa stare con gli altri e condivide i giocattoli
con gli altri bambini”. Più va avanti e più gli insegnano
che deve essere il migliore, portare via l'automobilina al compagno, e se alla
fine della giornata ha in mano tutti i giocattoli vuol dire che è stato
bravo perché ha fregato tutti. Ovviamente tutto questo si scatena nell'adolescenza.
“Devo essere il buon amico di tutti o quello che fotte tutti? Mettetevi
d'accordo voi adulti, perché io non ci capisco più niente”.
*Vittorio Zucconi, giornalista, è corrispondente di Repubblica dagli
Stati Uniti e direttore di Repubblica On-Line. Questo testo, non rivisto dall'autore,
è stato raccolto dal suo intervento al convegno “SbulloUniamoci”
tenuto a Carpi il 5 e 6 ottobre u.s. Trascrizione a cura di Elena Buccoliero
Tornare ad essere pensatori di futuro
La scuola come laboratorio culturale
di Franco Floris*
Sul tema del bullismo e della violenza nella scuola vorrei iniziare con alcune
affermazioni raccolte tra le persone che mi sono più vicine, vale a dire
i miei figli, che la scuola la frequentano, e mia moglie, insegnante.
Mio figlio, un ragazzo di 12 anni, persona seria, sensibile, che rifiuta di
essere perfettino per non essere malvisto dai compagni, ha riassunto tutto in
una considerazione: “Brutta faccenda la guerra dei bambini”.
Mia figlia, 16 anni, frequenta un liceo. “Puoi dire che a scuola nostra
non c'è bullismo, perché dove cresce la cultura – nella
sua classe quest'anno si comincia lo studio della filosofia, un maggior approfondimento
della letteratura... - si abbassa il livello di prepotenza”.
Vero che negli anni precedenti, nella sua scuola, sono stati cacciati via quelli
che non ce la facevano, con un meccanismo di selezione molto severo. Ma, insomma,
l'idea di mia figlia è che il bullismo sia un dato di fatto in alcune
scuole o zone d'Italia, ma dove è presente la motivazione allo studio,
cioè dove si fa cultura davvero, la violenza sparisce.
Mia moglie, che è insegnante, mi ha trasmesso questo messaggio: “Dì
che gli insegnanti non sanno più nulla di dinamica di gruppo dentro la
classe. Non riuscendo a gestire il gruppo, non riescono minimamente a entrare
in quelle logiche di abbandono, violenza, solitudine, che sono il bullismo”.
Il bullismo è una parola rifugio?
Il bullismo è una parola che non amo. Sta diventando una parola rifugio.
O lo sbulloniamo e proviamo a scavare i molti mondi che si nascondono dietro
a questa parola, o rischiamo di creare un paravento che sistema tutto e non
apre mai discorsi approfonditi.
Ogni forma di bullismo è un appello rivolto verso l'esterno. E dice:
non possiamo continuare a comunicare in questo modo. Secondo dati di ricerca
per il 30% dei ragazzi la scuola è insignificante, ed è un dato
enorme, gravissimo, ben più grande che non lo stesso bullismo. Se l'idea
di cultura, di maturazione culturale, se l'avventura dello studio sta perdendo
di significato, questo significa che dobbiamo scavare profondamente nel nostro
tempo.
Il bullismo non riguarda solo i ragazzi, tocca anche noi adulti. In questa guerra
siamo tutti un po' bulli. Perché lo siamo? Perché viviamo in un
tipo di società e in un insieme di macrofenomeni - l'economicismo, la
globalizzazione... - che da una parte hanno portato alla nascita dell'idea di
individuo come centro dell'azione sociale, e non rimpiango certo la società
tradizionale, ma dall'altra ci ha lasciati soli. Siamo individui che non riescono
a diventare soggetti. Stiamo annaspando tutti, non solo i ragazzi. Siamo dentro
alla crisi dell'esperienza della gruppalità, della continuità
tra l'io e il noi, e la stiamo vivendo dentro le classi ma dentro la famiglia,
che è anch'essa un gruppo. La fatica gruppale della famiglia andrebbe
nuovamente esplorata.
L'indispensabile esperienza del gruppo
I fatti di bullismo che vengono rimbalzati dai media ci propongono il gruppo
come luogo distruttivo ed oppressivo verso i più deboli. Eppure la gruppalità
è un passaggio indispensabile per la crescita della persona. La democrazia
stessa cade per l'inesperienza della gruppalità nelle fasi cruciali dell'esistenza.
Se non ce ne rendiamo conto rischiamo di scaricare sugli adolescenti quel brodo
culturale in cui tutti siamo immersi e che non sono certo i ragazzi a produrre
per primi.
Il gruppo è il luogo dove si svolge il processo di crescita fondamentale
per gli adolescenti, cioè la costruzione di una identità personale.
Il gruppo ti denuda un po', ti svela, ti mette a contatto con ciò che
sei facendo a patti con la tua immagine ideale.
Il gruppo crede in te, ti aiuta a scommettere su di te. L'amore per se stessi
nasce nel gruppo.
Il gruppo ti aiuta a investire le tue energie e tutto te stesso per produrre
beni collettivi, da mettere a disposizione degli altri.
Il gruppo ti chiede, a volte duramente, di canalizzare le tue energie e di seguire
delle regole, chiede di accettare la fatica, e la dilazione del piacere, per
raggiungere un obiettivo comune.
Il gruppo ti può aiutare a rielaborare, quotidianamente o intenzionalmente,
il senso dell'esperienza che stai facendo.
Eppure oggi il gruppo è per molti versi una inesperienza. Perché
bisogna tenere conto che gruppo si diventa. Non è sufficiente vivere
nella stessa aula per nove mesi di seguito per diventare membri di un insieme
che si riconosce e si relaziona alla pari, in modo costruttivo. Il compito di
un docente nella classe è proprio quello di conoscere e accompagnare
questo processo, utilizzandolo per l'insegnamento dei contenuti e, viceversa,
approfittando delle discipline per creare gruppo. Una competenza che, secondo
quello che vediamo, non è affatto scontata e andrebbe ricostruita nel
corpo docente, per dare quegli strumenti che sono ben lontani dall'essere acquisiti.
Manca la fatica di cercare risposte
Quello che ci manca davvero oggi non è la buona educazione, ma è
la fatica di provare a cercare risposte inedite, parziali, che pur non mettendoci
al sicuro da ogni insicurezza, rappresentino comunque un tentativo di rimettere
insieme i nostri punti di vista e quelli dei ragazzi. La paura che ci assale
ci invita piuttosto a trovare di volta in volta il nemico da combattere, piuttosto
che a prenderci la responsabilità di pensare insieme a quello che stiamo
facendo.
Chiediamoci ad esempio che laboratorio culturale è la famiglia, qual
è la qualità dei ragionamenti che svolgiamo intorno alle sfide
di ogni giorno...
È chiaro che rispetto a questo l'antipolitica è la via più
corta. È bullismo anche l'antipolitica, diciamolo ai ragazzi. Invece
la fatica di trovare vie di uscita dai problemi, è questa che dobbiamo
sobbarcarci. Solo che in noi adulti convive una doppia personalità, quella
che si considera onnipotente e deve essere depotenziata, e l'altra, opposta,
che vede gli adolescenti come onnipotenti e si ritira nella passività
o nella rinuncia. Il tema allora è se si possano trovare nuove possibilità
di incontro e di dialogo culturale. Questo però ci porta a prenderci
le nostre responsabilità di adulti. A fronte di problemi grossi sul futuro
di questa società ci stiamo crogiolando, non stiamo riprendendo in mano
un filo di discorso e di ragionamento.
Quale produzione culturale avviene oggi a scuola?
Lo sguardo di chi insegna deve essere necessariamente strabico, tenere conto
contemporaneamente del contenuto da trasmettere e del modo in cui si sta insieme.
Entrambi gli aspetti sono la scuola, il cui vero compito è produrre cultura
assieme. Cioè stimolare nei ragazzi e nelle ragazze la capacità,
di fronte alle contraddizioni in cui siamo immersi, di produrre significati,
cioè intenzioni generatrici di futuro.
Per far questo dobbiamo distaccarci dal disagio o dal controllo e guardare ai
ragazzi come ricercatori culturali. Solo nell'incontro tra la cultura già
fatta e la cultura da fare, e le intuizioni di questa generazione di adolescenti,
possiamo intravedere il nostro cammino. Però non a prescindere dalle
materie, ma dentro di esse. Qui cade la distinzione tra trasmissione e relazione,
perché la materia si impara attraverso dei processi. Una lezione solo
frontale non è sufficiente per dare competenze di gruppo. Allora però
dobbiamo chiederci se abbiamo un buon metodo di insegnamento. Se condividiamo
che la cultura è la capacità, a fronte dei problemi che abbiamo,
di co-produrre dei significati, delle elaborazioni, che ci permettano di intravedere
in avanti, è chiaro che questo tempo chiede alla scuola, ma anche alla
famiglia e a tutte le istituzioni educative, chiesa compresa, di essere un po'
più laboratorio culturale.
Giovani e adulti come ricercatori culturali
Cosa fare, allora? Non partiamo dal virus, dalle malattie, dai problemi. Non
partiamo neanche dal bullismo. Chiediamoci che investimento fare con questa
generazione che ha mille problemi ma può lavorare con noi solo se scommettiamo
con loro che sono ricercatori culturali, hanno pensieri e interrogativi e chiedono
a noi adulti un metodo di ricerca, una competenza con cui rielaborare un minimo
di significato per la loro esperienza.
Questo vuol dire restituire la parola ai ragazzi. Ritrovare il modo perché
a scuola, intorno a determinati contenuti, si possa uscire da certi vincoli,
che servono agli insegnanti per stare comodi in classe, ed entrare da capo dentro
determinati nodi culturali attraverso un fare insieme che costruisca legame
tra le persone intorno ad obiettivi ambiziosi e riconosciuti. Facendo il mestiere
della scuola, che è produrre cultura. O facendo il mestiere dei genitori,
che è ruminare continuamente quello che sta succedendo, con pazienza.
Dal bullismo, o dalla fatica del fare spazio all'altro, non ne usciamo troppo
velocemente. Perché è qualcosa di cui oggi siamo costituiti e
ci vorrà molto lavoro per uscirne.
Stiamo tornando indietro su molte cose, anche sul rapporto uomo-donna e lo vediamo
proprio nelle giovani generazioni. Si sta affermando l'idea che se io ho una
forza devo poterla usare, che se io ho una idea la devo imporre. Dovunque nasce
un assoluto che pretende di imporsi, lì dentro nasce la violenza, nasce
il bullismo.
Qual è allora il nostro compito? Secondo me uscire dalle case, uscire
dai punti di vista delle professioni, e provare da capo a costruire dei luoghi
intermedi tra scuola e territorio, tra famiglia scuola e territorio, dove gli
adulti tornino ad essere pensatori di futuro.
* Franco Floris è il direttore di “Animazione Sociale”, rivista
sul sociale dell'associazione Gruppo Abele. Questo testo, non rivisto dall'autore,
è una sintesi dai suoi interventi ai convegni “La sostenibile cura
dell'incontro”, Piacenza 4-5 settembre 2007, e “SbulloUniamoci”,
Carpi 5-6 ottobre 2007. A cura di Elena Buccoliero.
A scuola come in trincea?
All’inizio dello scorso anno scolastico sulla prima pagina della Stampa
di Torino un titolo di taglio basso suonava più o meno così: “In
Francia gli studenti picchiano i professori”. L’articolista rimandava
il lettore ad una pagina interna dove l’elemento violento era reso con
toni ancora più accesi nel titolo: “Francia, a scuola come in trincea”.
La notizia era che il Ministero dell’Educazione francese aveva fatto obbligo
agli insegnanti di entrare in classe con un manuale di difesa dal titolo “Come
reagire di fronte alla violenza”, iniziativa che definiva “una pietra
angolare”. Sarà pure una “pietra angolare” nella storia
dell’istruzione francese, ma un manuale di difesa per gli insegnanti in
reazione alla violenza degli studenti, è sicuramente segno della sconfitta
dell’azione educativa. Nel campo dei conflitti educare significa agire
in un’ottica opposta: non quella della “reazione” di fronte
alla violenza, ma quella della “prevenzione”, dell’intervento
consapevole nella fisiologia dei conflitti, e non nell’emergenza, quando
hanno ormai assunto carattere patologico, sotto forma di violenza e bullismo.
Le aule scolastiche sono contenitori nei quali convivono, e spesso si amplificano,
malesseri individuali legati ai processi generali di cambiamento presenti nella
società. Al loro interno i conflitti rientrano nelle normali dinamiche
di relazione tra soggetti portatori di valori, norme, storie e comportamenti
differenti. Per questo “consapevolezza” e “prevenzione”
sono le parole chiave, perché rappresentano gli elementi che ci aiutano
a elaborare visioni e pratiche della mediazione e della trasformazione nonviolenta
dei conflitti, contro un approccio riduzionista che vede come unica modalità
possibile quella dello scontro in un’ottica vincente-perdente. Spesso
diffusa, purtroppo, anche sul piano educativo.
Un percorso tra scuola ed extrascuola
Il proposito di attrezzare educatori ed insegnanti sui piani della “consapevolezza”
e della “prevenzione” rispetto ai conflitti, alle loro dinamiche
ed alla loro gestione, ci ha guidato nell’elaborazione del progetto “relAzioni
disarmate” che si è svolto a Reggio Emilia nel corso dell’anno
scolastico 2006-2007, e nel quale sono state coinvolte cinque scuole medie della
città. I criteri in base ai quali sono state individuate le scuole a
cui proporre la partecipazione al progetto sono stati, da un lato, gli elementi
di complessità presenti nei contesti territoriali in cui esse hanno sede
e, dall’altro lato, la collaborazione con i Gruppi Educativi Territoriali
(G.E.T) che operano nei rispettivi territori: il G.e.t. M.K.Gandhi, il G.e.t.
M.L.King, il Get C.Mendes, il Get don Bosco, il Get sant’Antonio. L’obiettivo
del progetto non era deconflittualizzare la vita di tutti i giorni dentro le
aule scolastiche, bensì aiutare ragazze e ragazzi a costruire gli strumenti
personali per gestire i propri conflitti in maniera più appropriata,
aiutandoli a sperimentare che non esistono solo reazioni di aggressione o sottomissione,
di vittoria o sconfitta, ma che è possibile una terza via alternativa
che passa attraverso l’espressione dei propri punti di vista e delle proprie
emozioni, dell’ascolto attivo delle ragioni dell’altro, della pratica
della mediazione e della trasformazione.
L’idea del progetto nasce nell'anno scolastico precedente dalla percezione,
comune ad alcuni insegnanti ed educatori, di una conflittualità sempre
più accentuata e diffusa che spesso degenera nello scontro duro, verbale
o fisico, dentro le classi e fuori dalla scuola.
Che cosa ci proponete in alternativa alle botte?
Inoltre, la frequenza dei litigi in cui si trovavano spesso personalmente coinvolti
i ragazzi che frequentano i G.E.T. ha portato alcuni di questi a porre agli
educatori, all’interno delle animate assemblee che aprono i pomeriggi
insieme, anche una serie di riflessioni e domande specifiche: “va bene,
voi ci dite che fare a botte non serve a niente, che bisogna trovare delle altre
modalità, ma quali sono queste modalità? Che cosa ci proponete
in alternativa alle botte? Dobbiamo prenderle?” Abbiamo ricevuto una richiesta
esplicita di strumenti, una manifestazione chiara del bisogno di apprendere
modalità altre per agire diversamente nei conflitti nei quali i ragazzi
spesso si trovano invischiati. All’interno dei diversi GET, poi, queste
domande si sono intrecciate con il lavoro svolto durante l’anno scolastico
sulla figura ed il messaggio di Martin Luther King e quindi sulle lotte dei
neri d’America per la conquista dei diritti civili attraverso la pratica
della nonviolenza. In particolare, il gruppo di ragazzi dalle più diverse
provenienze culturali che frequentano il GET che porta il suo nome, insieme
agli educatori, ha visionato documenti filmati originali, guardato foto delle
azioni, letto testi e lavorato con tecniche teatrali per costruire uno spettacolo
multimediale: i ragazzi hanno capito che su un piano macro, politico e sociale,
sono state sperimentate, e lo sono tuttora, modalità alternative a quelle
della violenza per affrontare conflitti anche pesanti. Il passaggio successivo
che ci è stato chiesto è come riuscire a trasferire quell’approccio
nonviolento anche su un livello micro, sul piano interpersonale, nella gestione
dei loro conflitti quotidiani, a scuola e fuori dalla scuola.
Le tappe di un progetto co-costruito
“RelAzioni disarmate” ha coinvolto circa 250 ragazzi distribuiti
nelle diverse scuole della città. Vi hanno partecipato attivamente dieci
insegnanti, quindici educatori e cinque volontari in servizio civile, con il
supporto della equipe della Casa dei conflitti del Gruppo Abele di Torino.
Si è partiti con una fase di formazione congiunta per gli insegnanti
e gli educatori, pensata allo scopo di far crescere una consapevolezza condivisa
tra i diversi professionisti dell’educazione sul tema dei conflitti, cercando
di mettere al lavoro, e a valore, le competenze sul tema già presenti
sia tra gli educatori che tra gli insegnanti. I primi, infatti, operano in luoghi
nei quali, occupandosi prevalentemente degli apprendimenti relazionali, si misurano
quotidianamente con i conflitti, la cui mediazione spesso diventa l’oggetto
stesso del loro lavoro; i secondi, pur concentrandosi prevalentemente sugli
apprendimenti cognitivi, negli anni hanno accumulato anche sui conflitti un
bagaglio di esperienze non indifferente, anche se più spesso visti in
un’ottica di interferenza rispetto allo svolgimento dei programmi didattici.
La seconda fase è stata quella della ideazione, della progettazione e
della costruzione, congiunta dei percorsi tra educatori ed insegnanti: si sono
create perciò cinque micro-equipe, una all’interno di ciascuna
scuola. Esse, attraverso periodici momenti di incontro scuola per scuola, e
alcuni altri collettivi con la supervisione delle formatrici della Casa dei
Conflitti, hanno elaborato i percorsi che sono poi stati portati in classe.
Nelle diverse classi non è stato così proposto un percorso precostituito
e omogeneo, perché ciascuna micro-equipe ha rielaborato i riferimenti
culturali e metodologici comuni con gli elementi specifici derivati dalla conoscenza
dei ragazzi e delle loro dinamiche relazionali all’interno di ciascun
gruppo-classe.
Nella terza fase, che si è svolta nella seconda parte dell’anno
scolastico, i percorsi elaborati sono stati proposti alle classi dagli educatori
e dall’insegnante di riferimento. Le attività sono state svolte
attraverso alcune tappe - dai 6 ai 10 incontri di due ore ciascuno - durante
i quali i ragazzi e le ragazze sono stati aiutati a lavorare sulla conoscenza
di sé e degli altri, sulle emozioni, la comunicazione e i differenti
punti di vista, sull’esplorazione della propria relazione con i conflitti,
la ricerca delle soluzioni nonviolente possibili ecc., attraverso modalità
dinamiche, che hanno coinvolto le dimensioni del pensare, del sentire e del
fare.
Verso un paradigma nuovo
Un’ulteriore tappa importante è stata la valutazione finale tra
tutti gli insegnanti e gli educatori coinvolti nel progetto e la documentazione
del percorso. La sua riproducibilità è infatti un elemento importante
per l’efficacia dell’investimento educativo: ci aiuta ad uscire
dalla dimensione episodica ed occasionale degli interventi e ad iniziare ad
operare su un livello di produzione culturale, attraverso la formazione, le
sperimentazioni e le pratiche di mediazione diffuse nel tempo, fino a strutturare
un paradigma nuovo e condiviso per affrontare i conflitti nei luoghi educativi.
In questo nuovo anno scolastico, mentre riprogettiamo il percorso articolandolo
tra classi nuove e classi che approfondiscono i temi, sviluppando un “secondo
livello”, abbiamo diversi motivi che ci confermano nell’impegno
assunto. Tra i tanti mi pare utile citarne due.
Una delle scuole medie che ha partecipato al percorso, in passato era finita
più volte sui giornali locali per episodi legati alla cattiva gestione
dei conflitti tra alcuni ragazzi e il resto del micro-mondo scolastico. Alla
fine dello scorso anno scolastico la classe che ha svolto “relAzioni disarmate”,
ha mandato alla stampa un articolo in cui i ragazzi hanno descritto la propria
esperienza, intitolandolo “Alla Galilei una classe è stata disarmata…”.
Quest’anno le classi di quella scuola sono raddoppiate.
Il 4 ottobre, intanto, il ministro italiano della pubblica istruzione ha firmato
le linee guida per l’educazione alla pace nelle scuole. Considerando quanto
fanno circolare altri analoghi ministeri europei, quella di Fioroni è
sicuramente un’iniziativa apprezzabile. Tra le altre cose, così
scrive il ministro “una scuola di pace è una scuola che riflette
su se stessa e che si “ripensa”. Tutti, dal dirigente scolastico
agli insegnanti, dagli studenti ai collaboratori e ai genitori devono rispondere
alla domanda: cosa possiamo fare noi per trasformare la nostra scuola in un
luogo di pace?”
Magari imparare a trasformare i conflitti, cominciando a relazionarsi in maniera
disarmata…
Le “linee guida” sull’educazione alla pace nelle scuole
Il 4 ottobre scorso, ad Assisi, il Ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni
ha firmato le linee guida per l’educazione alla pace nelle scuole. Il
documento – alla cui stesura ha contribuito il tavolo tecnico istituito
presso il “dipartimento per l’istruzione” cui partecipa anche
il “Comitato Decennio” - ha diversi aspetti apprezzabili ed altri
più discutibili. E’ comunque il primo documento ministeriale su
questo tema.
Per una disamina più approfondita rimandiamo alla rubrica “educazione”
di un prossimo numero di Azione nonviolenta.
Qui ci limitiamo a elencare i titoli dei paragrafi per fornire il senso generale
del documento:
Pace come educazione allo sviluppo;
Pace come promozione del dialogo interculturale
Pace come gestione costruttiva e nonviolenta dei conflitti
La pace si insegna e si impara, per questo la scuola ha una responsabilità
speciale
Che cos’è la pace che vogliamo insegnare?
La pace a scuola
La pace come base dell’offerta formativa
Il ruolo degli insegnanti
Valorizzare le innumerevoli esperienze realizzate dalle scuole
La pace si fa a scuola
Il documento integrale è scaricabile dal sito: http://www.pubblica.istruzione.it/normativa/2007/prot4751_07.shtml
Vedi “Azione nonviolenta” n.3/2007
Mi è stata data l’opportunità di realizzare, in una scuola
pubblica, un corso formativo rivolto ai ragazzi con l’obiettivo di potenziarne
l’autostima, la capacità di esprimere le emozioni e i sentimenti,
migliorare le relazioni all’interno del gruppo classe; ed anche di far
conoscere il fenomeno del bullismo, il ruolo che ciascuno può svolgere
in situazioni di prepotenze e attivare le strategie necessarie per superare
e/o gestire situazioni di difficoltà.
Non si trattava dunque di affrontare dei casi di bullismo in quella scuola,
ma di educare alla conoscenza di sé e alle relazioni costruttive per
contrastare comportamenti aggressivi o distruttivi.
Il metodo utilizzato è stato interattivo, di continuo coinvolgimento
dei ragazzi, attraverso esercitazioni ed attività educative tratti dal
libro “Bullismo, bullismi” (E. Buccoliero e M. Maggi, FrancoAngeli
2005). Quasi tutte le attività e i giochi sono stati svolti in cerchio,
a significare la circolarità della comunicazione interpersonale e la
pari dignità di ogni membro del gruppo.
I temi di fondo del percorso educativo
I concetti fondamentali che hanno guidato il percorso sono stati: l’ascolto,
il gruppo–classe, l’autostima, le emozioni.
L’ascolto
Ascoltare è conoscere se stessi e gli altri, è possibilità
di comunicare e di esprimersi. Il tempo scolastico, scandito dall’acquisizione
del sapere, deve tener conto di uno spazio relazionale per il confronto, la
discussione e il racconto. Imparare ad ascoltare se stessi e l’altro è
un importante esercizio di consapevolezza, di navigazione nel mare delle possibilità,
di prevenzione dei conflitti, di potenziamento della capacità simbolica,
di costruzione della direzione di senso.
L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro,
di guardare il mondo dal suo punto di vista. Mettersi in contatto con l’altro
significa ascolto, non necessariamente condivisione. Significa decentrarsi dal
proprio io dando centralità e attenzione al racconto, nel rispetto dei
propri confini e nella consapevolezza che, a volte, i “no” sono
indispensabili per crescere.
L’ascolto dell’altro comprende oltre al linguaggio verbale anche
quello non verbale. L’ascolto comprende inoltre lo spazio del silenzio.
Saper ascoltare è una competenza che si può acquisire. C’è
la possibilità di realizzare progetti finalizzati a migliorare le relazioni
a scuola e la comunicazione tra studenti e insegnanti; i colloqui, la consulenza
e l’orientamento, sono diventati patrimonio comune della nostra realtà
scolastica tesa al successo formativo e alla prevenzione della dispersione e
del disagio.
Il gruppo-classe
La classe è la struttura portante della nostra organizzazione scolastica
e rappresenta anche un microcosmo nel più ampio contesto sociale. Qui
gli insegnanti, è scritto nel volume “Relazionarsi oggi”,
svolgono una funzione istituzionale decisiva come mediatori relazionali degli
alunni, nell’essere “impalcatura” e fattore di protezione
per la crescita.
La classe si configura, inoltre, come una comunità di apprendimento in
cui gli insegnanti assumono la funzione di facilitatori del processo di conoscenza
condividendone con gli alunni, pur nella differenziazione dei ruoli, la responsabilità.
Il clima della classe influisce sulla crescita personale degli studenti e sulla
motivazione all’apprendimento. Si impara di più e meglio se si
hanno chiari i percorsi su cui ci si sta muovendo e se si percepisce il sostegno
degli insegnanti.
L’appartenenza a un gruppo consente di stabilire la nostra identità
sociale. Tutti i gruppi sviluppano un sistema di norme, forme di interdipendenza,
una rete di comunicazione e di legami, ruoli e aspettative comportamentali.
In ogni gruppo si presentano i medesimi processi interattivi: leadership, cooperazione,
conflitti, competizione, marginalità, costruzione di un linguaggio comune
e via di seguito. Lo stile di insegnamento e l’organizzazione del lavoro
in classe incidono sulle dinamiche relazionali e sulla motivazione: una struttura
individualizzata tende a collegare il successo all’impegno personale;
una struttura competitiva tende a creare vinti e vincitori; una struttura cooperativa
tende a produrre un incremento del piacere di andare a scuola e incide positivamente
sulla motivazione all’apprendimento per il sostegno che ciascun componente
del gruppo sente di poter ottenere.
La coesione sociale del gruppo è inoltre garantita da reciproci ruoli
di tutoraggio e dalla condivisione delle elaborazioni cognitivo-relazionali.
Risulta quindi evidente l’importanza del ruolo del docente nel monitorare
e comprendere i processi interattivi del gruppo classe, con l’obiettivo
di contenerli quando è necessario e di valorizzare le diversità.
Le emozioni
Per tanto tempo le emozioni sono state trattate come fattori non decisivi dell’azione
sociale, come una minaccia alla razionalità. Del tutto residuali per
la vera conoscenza scientifica o fonte di disturbo. Ora, le cose sono cambiate
e le emozioni, come la rabbia, la gioia, la tristezza e la paura, che si manifestano
attraverso la voce, le posture e le espressioni facciali, sono considerate strumento
di comunicazione diretto ed efficace basato su segnali prodotti spontaneamente
e immediatamente riconosciuti. Questo diverso approccio alle emozioni deriva
da una visione più ampia del nostro essere umano.
L’essere umano, preso nel suo insieme, può essere considerato un
sistema complesso costituito da molteplici dimensioni (corporea, emozionale,
intellettuale, spirituale) e da plurimi livelli di coscienza (subconscio, conscio,
super conscio, inconscio collettivo).
Ora si dà il fatto che – come scrive il prof. Enrico Cheli nel
suo volume “Relazioni in armonia” – il sistema scolastico
si rivolga essenzialmente all’intelligenza cognitiva, trascurando o addirittura
ignorando altre dimensioni rilevanti quali quella corporea, espressiva, relazionale,
emotiva. Nessuno insegna ai ragazzi a comunicare efficacemente e ad impostare
in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri. Nella scuola impariamo
a parlare e a scrivere, ma non ad ascoltare e comprendere realmente l’altro
in quanto diverso da noi. Ci viene insegnata una storia umana fatta di guerre,
ma non ci viene detto nulla su come poterle evitare. Riceviamo una formazione
professionale senza alcuna preparazione ai rapporti che avremo con i colleghi
e con i superiori; rapporti che incideranno in modo determinante sul grado di
soddisfazione e di rendimento in ambito lavorativo. In alcune scuole ci si preoccupa
di dare una educazione sessuale agli studenti, ma poco viene fatto per fornire
loro una qualche educazione sentimentale e relazionale. Insomma, viviamo in
una società tecnologicamente avanzata, ma siamo poco più che analfabeti
sul piano comunicativo, emozionale, relazionale.
Eppure, come possiamo educare l’intelligenza razionale, così possiamo
educare anche le altre forme di intelligenza, quali, appunto, quella emotiva
e la comunicativo-relazionale. Questi aspetti dell’educazione dovranno
essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire politiche
imperniate sulla qualità della vita e sulla prevenzione del disagio sociale.
Le attività con i ragazzi
Sull’autostima
Il tema dell’autostima è stato affrontato in due momenti attraverso
l'attività “Cosa dicono di solito gli altri di me”, che prevede
delle schede di lavoro già pronte da fotocopiare e utilizzare in classe.
L'obiettivo era riflettere sulla propria immagine di sé e su come viene
rimandata dalle persone più vicine quali familiari, amici, compagni di
classe, insegnanti e educatori.
La discussione ha messo in evidenza una maggiore consapevolezza delle proprie
potenzialità, abilità, qualità ed anche di alcuni limiti
personali.
Sull’educazione alle emozioni e ai sentimenti
Due sono state le attività, condotte attraverso delle carte stimolo inserite
nel cd rom allegato al testo che erano state opportunamente stampate. Il gioco
“Come mi sento” aveva l’obiettivo di favorire un clima di
confidenza, attenzione e ascolto, e di aprire un dialogo sul vissuto emotivo
dei ragazzi rispetto ad alcune situazioni comuni all'esperienza di tutti, e
rappresentate appunto dalle carte – es. quando faccio i regali di Natale,
il giorno del mio compleanno ecc.
In seguito “Il mercato delle emozioni” era finalizzato a aiutare
i ragazzi a capire le proprie emozioni, a riconoscerle e ad esprimerle con le
parole. In questo caso venivano utilizzate le carte delle emozioni, distribuite
casualmente e poi scambiate tra gli allievi, come in un mercato, fino a che
ogni ragazzo ne aveva almeno tre che riportavano loro stati d’animo, del
presente o del passato, di cui erano disposti a parlare. Ogni allievo è
stato invitato a mostrare le proprie carte e a condividere i motivi per cui
le avevano scelte.
Star bene in gruppo
In questa fase del percorso lo scopo era aiutare i ragazzi a riflettere su che
cosa significhi star bene in gruppo, ad esplicitare le richieste e i bisogni
individuali e a concordare regole di comportamento condivise.
“Il gioco dei dieci passi” ha condotto gli allievi ad esprimere,
in uno scavo progressivo, la propria esperienza nella classe, i bisogni non
soddisfatti e gli impegni per il futuro. Le frasi da completare, su dieci foglietti
colorati erano: Io credo che la mia classe sia…Ad alcuni miei compagni
chiedo che… Da alcuni miei compagni mi aspetto che… Da alcuni compagni
ho bisogno di… Da alcuni compagni non accetto che… Da alcuni compagni
ho paura che… Dalla mia classe mi aspetto che…Per cui sono disposto
a… Sicuramente farò… E per concludere.
Successivamente con un fotolinguaggio ogni studente ha scelto, tra una cinquantina
di immagini sulla condizione umana e sul mondo della natura, quella che più
illustrava le sue emozioni, per poi illustrarla per iscritto e descriverla ai
membri del gruppo.
Per aiutare i ragazzi a confrontarsi sui vantaggi e gli svantaggi di essere
parte di un gruppo, con l'attività “Vorrei una classe dove…”
hanno discusso in sottogruppi quattro classi-tipo: una classe cooperativa che
dà valore alla scuola; una classe centrata sullo studio e sulla competizione;
una centrata sulle relazioni e disinteressata all'apprendimento; una classe
anomica e divisa sia rispetto allo studio, sia rispetto ai rapporti tra compagni.
L'attività si è conclusa con un momento di confronto e di convidisione
del lavoro dei gruppi.
Alla scoperta dell’identità
Con il gioco “Io sono” è stato chiesto ai ragazzi di descriversi
e, successivamente, di riconoscersi reciprocamente. Quindi con un collage ognuno
ha dato una rappresentazione di sé ritagliando e incollando su grandi
fogli di carta da pacchi immagini tratte da riviste. Ci sono voluti due incontri
per portare a termine i lavori. Dopo una lunga discussione, si è anche
deciso di proporre una mostra e di mettere in palio dei premi. Alla mostra sono
stati invitati tutti i ragazzi della scuola, il preside, gli insegnanti, i bidelli
e i genitori.
La conoscenza del bullismo
Dopo aver introdotto i ragazzi al fenomeno del bullismo, inteso come prepotenza
ripetuta e asimmetrica di tipo verbale (prese in giro, offese), fisico (calci,
pugni, furti…) o psicologico (esclusioni), sono state distribuite a tre
sottogruppi le schede “E' bullismo oppure no?” nella quale venivano
presentate 18 azioni. Da questo elenco, i ragazzi avrebbero dovuto scegliere
tre esempi di bullismo e tre che non lo fossero, motivando per iscritto le loro
scelte.
Con “Scene di scuola” fumetti o vignette che rappresentavano scende
di bullismo, e dove erano stati lasciati in bianco i dialoghi o i pensieri dei
personaggi, sono stati completati dai ragazzi cercando di mettersi nei panni
dei protagonisti, di immaginare le loro emozioni e aggiungendo i testi mancanti
partendo dai loro vissuti, esperienze, fantasie. Al termine i ragazzi hanno
letto le loro storie.
Ancora con delle carte stimolo – ma questa volta le “carte del bullismo”
- sono stati letti e discussi in gruppo alcuni testi, ad esempio: “A volte
per delle semplici battute ci sono ragazzi che se la prendono troppo”,
“Non è un problema danneggiare le cose dei compagni. Basta pensare
che c’è chi picchia selvaggiamente la gente…!”, “
Chi si fa difendere dai genitori perché qualcuno lo prende in giro è
un debole e uno sfigato”, “Alcune persone meritano di essere trattate
come animali”, (su quest’ultima frase si è discusso a lungo
sulle differenze e sulle somiglianze tra la specie umana e quella animale),
“Ci sono ragazzi che danno denaro o oggetti per la paura di essere picchiati”.
I ragazzi hanno contestato a un compagno comportamenti poco corretti e il compagno
ha riconosciuto qualche sua mancanza e si è impegnato a modificare i
propri comportamenti.
Conclusioni
Al termine del corso di formazione sia il conduttore sia gli insegnanti hanno
riconosciuto che era migliorato il modo di relazionarsi da parte dei ragazzi,
anche se erano ancora presenti alcuni comportamenti aggressivi in senso fisico
o verbale. A ciò si deve aggiungere che anche i ragazzi ai margini della
classe, come risultava dal test sociometrico somministrato inizialmente, sono
riusciti a partecipare alle attività.
È importante sottolineare, infine, come la stragrande maggioranza della
classe abbia stigmatizzato alcuni comportamenti eccessivamente aggressivi.
Per concludere, ricordiamo che problemi di aggressività e prepotenze
sono presenti ovunque, anche nelle migliori classi e non solo in quelle particolarmente
disagiate. Non è affatto vero che le scuole dove si affrontano questi
problemi siano quelle in cui i fenomeni si presentano in maniera più
grave. È un pregiudizio che bisogna cercare di sconfiggere se si vuole
che le cose cambino davvero. *Sociologo Mediatore
Il comitato italiano a sostegno del Decennio
per l’educazione alla nonviolenza nel mondo
Di Sergio Bergami
I documenti dell’ONU
Su proposta di tutti i premi Nobel per la Pace viventi, già nel 1997
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (risoluzione 52/15 del 20 novembre
1997) proclamava l’anno 2000 “Anno internazionale della cultura
della pace”; nel 1998 (risoluzione 53/25 del 10 novembre 1998) sempre
l’Assemblea Generale proclamava il periodo 2001-2010 “Decennio Internazionale
per una Cultura di Pace e nonviolenza per i Bambini del Mondo”; nel 1999
(risoluzione A/53/243 del 13 settembre 1999) essa ha prodotto una Dichiarazione
e un interessantissimo Programma d’azione per una cultura di Pace. L’UNESCO
ha realizzato un manifesto per l’anno 2000 che è stato firmato
da oltre 65 milioni di persone nel mondo.
Questi documenti sono in realtà molto importanti perché “Gli
Stati Membri sono incoraggiati a prendere dei provvedimenti per promuovere una
cultura di pace a livello nazionale“(art. 2 del Programma d’azione);
e ancora “L’applicazione efficace del Programma d’azione richiede
la mobilitazione di risorse, ivi comprese le risorse finanziarie, grazie ai
governi, alle organizzazioni, e agli individui interessati”(art. 8).
Nell’art. 9 si parla di “Fare in modo che i bambini ricevano, fin
dalla più tenera età, una educazione al riguardo dei valori, delle
attitudini, dei comportamenti e dei modi di vita che debbano loro permettere
di risolvere le controversie in maniera pacifica” […] e di “Far
partecipare i bambini ad attività che instilleranno in loro i valori
e gli scopi di una cultura di pace.” Come si vede da questi pochi passi
tratti dalle dichiarazioni lo spazio di intervento è veramente molto
grande.Cosa è stato fatto dal Comitato Italiano
Nella primavera del 2003 è stato costituito il “Comitato Italiano
per il Decennio di educazione alla pace ed alla nonviolenza per i bambini del
mondo” composto da:
Associazione per la Pace
Beati i Costruttori di Pace
GAVCI (Gruppo Autonomo Volontariato Civile in Italia)
Movimento Internazionale Riconciliazione
Movimento Nonviolento
Banca Popolare Etica
Nel 2006 si sono aggiunti il Centro Studi “Domenico Sereno Regis”
di Torino e l’ASSEFA Italia, nel 2007 si è ulteriormente allargato
grazie all’adesione del Centro di formazione Santos-Milani (CN), di “Disegnami
un sorriso” di Torino, della Comunità di Mambre a Busca (CN) e
della Scuola di Pace di Boves (CN).
Il Comitato Italiano in questi anni ha fatto varie azioni:
si è dotato di uno statuto e regolamento di funzionamento che ne definiscono
gli scopi e le attività per l’Italia
ha realizzato un logo per il Decennio italiano, le brochure ed i manifesti per
pubblicizzare il decennio, si è dotato di un suo sito (www.decennio.org).
ha realizzato una scheda per rilevare le esperienze di educazione alla pace
che si organizzano nelle scuole
ha aderito alla Coalizione Internazionale per il Decennio ( http://www.decennie.org/internationale.html)
che ha sede a Parigi e mantiene i contatti con l’estero
ha realizzato nel maggio 2003 un primo incontro internazionale nell’ambito
di Civitas la fiera del Terzo Settore che si tiene annualmente a Padova e poi
via via altri appuntamenti: a Torino, a Genova, ad Assisi ecc. Di particolare
importanza i tre convegni internazionali a cadenza annuale, realizzati grazie
al contributo fondamentale del Centro Studi Sereno Regis di Torino, che è
stato un vero motore di iniziative, “Se vuoi la Pace educa alla pace”
a Sanremo nel 2005, a Chieri nel 2006 e a Boves (CN) nel settembre 2007.
ha attuato varie iniziative nelle scuole
E’ stato prodotto il CD-ROM “Mattoni di pace”, destinato alle
scuole medie superiori. E’ stato tradotto e stampato il libretto Programma
per l’educazione alla nonviolenza ed alla pace scritto dal Coordinamento
francese per il decennio: questo opuscolo è rivolto agli insegnanti della
scuola dell’obbligo.
Ha ripreso l’azione di lobbing sui parlamentari che ha sortito un positivo
risultato perché anche nella presente legislatura sono state ripresentate
due proposte di legge sulla creazione di un Istituto di ricerca sulla pace e
la risoluzione dei conflitti (n. 1958 del 16/11/2006), assegnata alla Commissione
Esteri della Camera, e per finanziare l’educazione alla pace nelle scuole
(n. 1957 del 16/11/2006) assegnata alla commissione cultura della Camera, proposte
che erano state presentate anche nella precedente legislatura, ma che non si
erano mosse dalle rispettive Commissioni a cui erano state assegnate.
La riforma dei programmi scolastici e la direttiva sull’educazione alla
pace
In questi ultimi anni è stata avviata una riforma della scuola con una
revisione dei programmi e delle competenze che gli studenti devono possedere
in uscita dai vari ordini di scuola. Era l’occasione che si aspettava
per dare attuazione alle indicazioni dell’Assemblea generale dell’ONU.
Infatti il già ricordato art. 9 del Programma d’azione I.; si incoraggia
“la revisione dei programmi di insegnamento, ivi compresi i manuali, nello
spirito della Dichiarazione […] riguardante l’educazione alla pace”.
Invece nelle “Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati
nella Scuola Secondaria di I e di II grado” emanati dal Ministero dell’Istruzione
a guida Moratti questo tema è quasi del tutto assente
Il Ministro Fioroni ha già emanato nuove “Indicazioni nazionali
per la scuola dell’infanzia e quella del primo ciclo di istruzione”
rivedendo quelle emanate dal precedente Ministro. E all’interno di questo
processo il Ministro ad Assisi il 4 ottobre scorso ha emanato delle interessanti
Linee guida per l’educazione alla pace nelle scuole. Il testo delle Linee
guida appena firmato (e presente anche sul dito del Comitato Italiano Decennio
www.decennio.org) è stato il frutto del lavoro di un Comitato tecnico
apposito istituito ufficialmente presso il Ministero della P. I. a cui è
stato chiamato a partecipare anche il Comitato Italiano Decennio. In questo
Comitato tecnico erano presenti parecchie associazioni che si occupano della
pace come la Tavola per la Pace, la Caritas di Roma, l’E.I.P. (École
Instrument de Paix), l’UNESCO Italia, le ACLI di Roma, l’Arca di
Pace, l’UNICEF Italia l’Università Roma 3 con il prof. Casula,
ecc.
In realtà però bisogna chiarire che questo Comitato tecnico non
ha avuto solo il compito di elaborare la direttiva sull’educazione alla
pace, ma anche di sostenere l’iniziativa governativa che ha mandato dei
soldati in Libano in “missione di pace”. Pertanto è stato
creato un sito www.lapacesifascuola.it cogestito dal Ministero della P.I. e
da quello della Difesa con lo scopo di promuovere gemellaggi tra scuole italiane
e scuole libanesi nell’area in cui operano i soldati della missione in
Libano. E’ chiaro l’intento di creare consenso attorno all’ennesima
“missione di pace” italiana. E’ stato chiaro quindi che chi
ha aderito a questo progetto complessivo si assumeva anche il compito di creare
consenso attorno a questa operazione militare.
Il Comitato Italiano Decennio si è impegnato solo sulla parte relativa
all’elaborazione della Direttiva e devo dire che il testo finale recepisce
quasi tutti i contributi di idee che erano stati proposti dal Comitato Italiano.
La dimensione internazionale
La presenza all’interno di questo Comitato Tecnico istituito presso il
Ministero P.I. del Comitato italiano Decennio è stata importante perché
al Ministero non si conoscevano i documenti dell’ONU né si conosceva
l’esistenza in altri paesi europei di iniziative specifiche, che invece
ci sono. In Spagna, infatti, nel 2005 è stata emanata una importantissima
legge (reperibile sul sito del Decennio) che trae ispirazione proprio dai documenti
dell’ONU ed in questi anni il governo spagnolo la sta vigorosamente attuando.
Il Comitato italiano è stato l’unico tra gli esistenti comitati
nazionali per il decennio che ha tenuto un workshop a Parigi in occasione del
II Salone internazionale della cultura di pace che si è tenuto nel giugno
del 2006. Il Comitato italiano è entrato a far parte del Consiglio di
Amministrazione del Coordinamento Internazionale.
E’ in preparazione il III Salone internazionale sulla cultura di pace
che si svolgerà nel 2008 a Parigi dal 30 maggio al 1 giugno.
La Coalizione Internazionale Decennio ha elaborato una “Proposta di Dichiarazione”
che ha presentato all’UNESCO a Parigi nel settembre 2007 perché
venga adottata da tutti gli stati membri. La Dichiarazione è sul diritto
ad una educazione senza violenza e ad un’educazione alla nonviolenza ed
alla pace.
Questa dichiarazione si inserisce in una serie di iniziative dell’Assemblea
Generale dell’ONU che ha tra l’altro proclamato il 21 settembre
di ogni anno giornata internazionale della pace ed il 2 ottobre giornata internazionale
della nonviolenza.
Ad Assisi era presente, oltre al Ministro, anche Christian Renoux presidente
della Coalizione Internazionale Decennio che ha voluto presenziare all’emanazione
delle Linee Guida per poter portare anche in sede internazionale l’esperienza
italiana: pur non avendo ancora una legge come in Spagna, abbiamo adesso una
direttiva del Ministero che pone l’Italia all’avanguardia nel settore
dell’educazione alla nonviolenza ed alla pace rispetto a molti altri stati.
Confidiamo che oltre alla direttiva arrivino anche finanziamenti su questo settore.
CD ROM “MATTTONI DI PACE”
E’ disponibile presso Azione Nonviolenza il CD-ROM “Mattoni di pace”
prodotto dal Comitato Italiano decennio 2001-2010 per l’educazione alla
nonviolenza ed alla pace per i bambini del mondo e quindi anche con il contributo
del MN che fa parte del Comitato.
Il CD contiene utilissimi materiali per l’educazione alla nonviolenza
ed alla pace. E’ suddiviso in 10 aree navigabili ed è fortemente
interattivo. Infatti linkando i collegamenti presenti, se il computer è
collegato ad Internet, consente una grande possibilità di navigazione
verso siti interessanti. I materiali presenti si rivolgono agli studenti delle
scuole secondarie superiori per un utilizzo personale ed agli insegnanti per
un utilizzo organizzato nelle classi. Al suo interno ci sono anche delle guide
per utilizzare al meglio le sue aree di lavoro.
Il CD può essere richiesto versando un libero contributo di almeno 10
Euro.
Per ulteriori informazioni visitate il sito del Decennio
www.decennio.org
Strumenti didattici per contrastare il bullismo nella scuola
Una delle difficoltà che si incontrano quando si vuol fare prevenzione
della violenza nelle scuole è trovare un'idea per incominciare. Quelli
che seguono sono strumenti didattici che ricalcano i linguaggi familiari ai
ragazzi e agli insegnanti e possono diventare spunti di facile utilizzo per
strutturare percorsi educativi nella scuola.
Storie da raccontare, da proiettare, da ascoltare
Kit no-bullismo, ed. Berti 2007
Una storia illustrata e cantata e un fumetto che raccontano ai bambini della
scuola primaria storie di emarginazione o di prevaricazione tra compagni. Le
schede di lavoro finali sono strumenti immediatamente utilizzabili per affrontare
il tema con leggerezza e in forma traslata, arrivando però alla espressione
delle emozioni e promuovendo sentimenti di solidarietà ed empatia verso
chi è più fragile.
Game Over, ASL di Milano
Una fiction prodotta dalla ASL di Milano con gli studenti di una scuola milanese
coinvolti nel progetto “Stop al bullismo”. Si racconta la storia
di Luca, un ragazzino di prima media che fatica ad inserirsi nella classe, e
di Marco, il compagno ripetente che lo opprime con le sue prepotenze.
È inserito nel testo “Stop al bullismo” di Nicola Iannaccone,
ed. la meridiana, che propone anche schede di attività per l'utilizzo
del video, e sul sito del programma “Screensaver”.
Tutto normale. Bulli, vittime, spettatori, la meridiana
Storie di bullismo realmente avvenute nella scuola secondaria raccontate attraverso
lo sguardo dei protagonisti: “bulli” e “vittime” ma
anche insegnanti, compagni, difensori, genitori, vicini di casa... Con la forza
proiettiva delle storie possono costituire un aggancio per introdurre il tema,
per entrare nel profondo, per parlare di sé.
Percorsi didattici sperimentati
Togliamoci la maschera, Comune di Ferrara
Un dvd composto da interviste a studenti e insegnanti delle scuole superiori
suddivise per temi e inframmezzati da frammenti teatrali. Il video parla di:
che cos'è il bullismo, la vittima, il bullo, gli astanti, i professori,
il bullismo indiretto, le soluzioni, ed è pensato per le scuole superiori.
Può essere richiesto gratuitamente tramite la cartolina inserita nell'ultima
pagina di “Bullismo, Bullismi” o semplicemente inviando una email
al servizio PROMECO,
Bullismo, bullismi, FrancoAngeli 2005
Un manuale per interventi di prevenzione o contrasto del bullismo dedicato agli
insegnanti e agli operatori che lavorano nella scuola secondaria di I e II grado.
La parte pratica distingue quattro percorsi: i fattori protettivi, l'identificazione
del bullismo, il contrasto alle situazioni accertate, la gestione dei conflitti.
Il bullismo nella scuola primaria, FrancoAngeli 2007 (in corso di stampa)
Un manuale analogo al precedente, ma specifico per la scuola primaria e ricco
di attività sull'autostima, le emozioni e i sentimenti, le attese verso
i compagni, la gestione della rabbia, la convivenza civile, i litigi, il bullismo.
Studenti dai 18 agli 80 anni
per la Scuola della Nonviolenza
Nata quasi per gioco, la Scuola della Nonviolenza a Ferrara prosegue con incontri
settimanali da ormai cinque anni scolastici, grazie alla collaborazione di diverse
associazioni e degli enti locali.
L'impulso venne dal Gruppo Ferrara Terzo Mondo, associazione delle botteghe
del commercio equo e solidale, che nel 2003/04 propose al Movimento Nonviolento
di attivare una “Scuola della Nonviolenza”. I promotori erano Movimento
Nonviolento, Ferrara Terzo Mondo, Legambiente, Pax Christi e Commercio Alternativo.
Il primo ciclo era una presentazione dei maestri italiani della nonviolenza.
Ci sembrava infatti che figure come Gandhi o Luther King fossero già
molto conosciute, e fosse meglio privilegiare per una volta personaggi di grande
valore ma di minore notorietà come don Zeno Saltini, Danilo Dolci, don
Lorenzo Milani ed altri, oltre ovviamente a Aldo Capitini. Era un programma
ambizioso, non avevamo idea di quale eco avrebbe avuto in città.
Accaddero subito alcune cose. La sala si riempì di tante persone, tra
cui molti studenti universitari desiderosi di saperne di più sulla nonviolenza.
C'erano figure di riferimento dell'impegno sociale e culturale cittadino ma
anche insegnanti o semplici interessati. Un pubblico bellissimo ed eterogeneo
dai 18 agli 80 anni di età.
Dopo quel primo ciclo il Comune di Ferrara mise a disposizione i suoi canali
per aiutarci a dare notizia delle attività, mentre alcuni giovani chiesero
di approfondire la figura di Aldo Capitini. Si creò così un gruppo
di lettura, in tutto sette o otto persone che per quattro settimane, una sera
alla settimana, leggevano e commentavano la “Teoria della Nonviolenza”
di Capitini. Eravamo in pochi ma la cosa non ci dava pensiero. Il nostro scopo
non era fare scalpore né occupare le pagine dei giornali. Da sempre cerchiamo
di promuovere momenti ricchi di contenuto e aperti a quanti possano essere interessati.
Per questo facciamo del nostro meglio affinché le iniziative siano conosciute
in città ma non vogliamo convincere, stupire o manipolare.
Un altro aspetto che mi piace sottolineare, e che ho imparato dal “preside”
Daniele Lugli, è l'attenzione verso tutti coloro che si avvicinano alla
Scuola; l'importanza di chiedersi ogni volta che cosa si sta facendo realmente
e con chi si vuole farlo, così da trovare punti di contatto reali con
altre persone e associazioni; il fatto che hanno lo stesso valore incontri di
8, 80 o 800 persone, purché si condivida un atteggiamento sincero di
ricerca e confronto; il piacere di dialogare con i giovani a scuola come nelle
università, tra gli scout o nelle associazioni, perché il tempo
impegnato insieme a loro non è mai sprecato.
Dopo un avvio basato soprattutto su conversazioni con ospiti esterni il programma
si è arricchito con proiezioni, giochi di ruolo, laboratori e gruppi
di discussione, perché la conoscenza della nonviolenza proceda nel pensiero
e nella prassi. Per alcuni il passaggio è stato più concreto.
Nell'arco di questi cinque anni sono cresciuti gli abbonati della nostra provincia
ad Azione nonviolenta e alcuni hanno deciso di iscriversi al Movimento o hanno
partecipato a seminari nazionali sul tema, organizzati dalla nostra o da altre
associazioni.
Alla fine del terzo anno un gruppetto di irriducibili si è incontrato
per immaginare il programma dell'anno successivo, rendendo la Scuola sempre
più partecipata. A questo si aggiunge il fatto che la Scuola è
ormai punto di riferimento cittadino, tanto che anche figure istituzionali –
docenti universitari, amministratori locali... – cercano un contatto con
la Scuola della Nonviolenza per organizzare insieme momenti o incontri significativi.
È così che, nel 2006/07, si sono aggiunti due graditi fuori programma:
un incontro sul genocidio degli Armeni ed un altro con una docente universitaria
tunisina impegnata a favore dei diritti delle donne.
Proprio di donne abbiamo parlato più volte, dapprima in un ciclo interamente
dedicato alle “maestre” (Simone Weil, Etty Hillesum, Hannah Arendt...),
poi in una rassegna sulla violenza contro le donne e, quest'anno, con un progetto
specifico sulla nonviolenza al femminile che ci impegnerà per circa tre
mesi.
L'apertura è avvenuta con Irfanka Pasagic, psichiatra bosniaca di Tuzlanska
Amica. La sua presenza ha avuto un significato particolare perché, su
proposta del Movimento Nonviolento, da due anni il nodo ferrarese della Rete
Lilliput destina i fondi della campagna ispirata all'obiezione alle spese militari
al progetto “Adopt Srebrenica”. Il secondo appuntamento ha avuto
come relatrici le ospiti dell'ONU dei Popoli a Ferrara, due attiviste per la
pace, una arabo-israeliana ed una palestinese.
Il terzo incontro è stato dedicato alla campagna contro il nucleare,
presentata da Lisa Clark di Beati i Costruttori di Pace.
Elena Buccoliero
Mangiare e bere bene, insieme,
per salvare ambiente e paesaggio
Si è chiusa il 24 settembre scorso a Bra la rassegna “Cheese”,
che ogni due anni si intervalla con il Salone del Gusto torinese. Grande successo
di pubblico (150 mila visitatori in quattro giorni) e di vendite (addirittura
1000 chili di parmigiano, pari a 27 forme) per tutti i formaggi di qualità
che la rassegna intende far conoscere e tutelare attraverso i cosiddetti presìdi.
Il perché una piccola cittadina cuneese sia luogo designato di una simile
manifestazione è a tutti noto: Carlo Petrini, per gli amici Carlin, ideatore
di questa e altre iniziative è nato e vive a Bra, e non ama molto spostarsi
per il mondo, nonostante i suoi impegni da presidente di Slowfood lo portino
ovunque. Vale la pena conoscere più a fondo il personaggio, che può
essere considerato a pieno titolo un vero operatore di pace.
Nato con l’aiuto di una levatrice di nome Gola (quando si dice il caso)
nel 1949, Carlin studia sociologia a Trento e partecipa al gruppo del Manifesto,
per il quale viene anche eletto consigliere al comune di Bra. Nel 1977 sostiene
la nascita dell’inserto mensile del Manifesto Il Gambero Rosso, dal quale
si staccherà per diventare la rivista di riferimento dell’associazione
Arcigola (1986). Ma l’intuizione più geniale è del 9 dicembre
1989, quando a Parigi viene fondato il Movimento Internazionale Slow Food. Dopo
tre giorni di confronto e dibattito all’Opéra Comique, oltre venti
delegazioni provenienti da tutto il mondo sottoscrivono il manifesto del movimento,
che recita: “Contro coloro, e sono i più, che confondono l'efficienza
con la frenesia (…) contro l'appiattimento del Fast Food riscopriamo la
ricchezza e gli aromi delle cucine locali. Se la Fast Life in nome della produttività
ha modificato la nostra vita e minaccia l'ambiente e il paesaggio, lo Slow Food
è oggi la risposta d'avanguardia”.
Il movimento conoscerà una crescita inarrestabile: oggi Slowfood è
una realtà che conta 83 mila iscritti, 40mila in Italia, sparsi in 122
Paesi, con un giro di affari di 20 milioni di euro tra corsi di degustazione,
riviste enogastronomiche e finanziamenti che arrivano da amministrazioni e fondazioni
di ogni colore politico. Promuove le due rassegne sopra citate e gestisce un’università
di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, nella dimora che fu sabauda, con l'obiettivo
“di creare un centro internazionale di formazione e di ricerca, al servizio
di chi opera per un'agricoltura rinnovata, per il mantenimento della biodiversità,
per un rapporto organico tra gastronomia e scienze agrarie”.
Il pensiero di Petrini è condensato in decine di aforismi, il più
incisivo dei quali è forse questo: «Un ambientalista non gastronomo
è triste. Un gastronomo non ambientalista è sciocco». Secondo
lui, mangiare è un 'atto agricolo': selezionando cibi di buona qualità,
prodotti con criteri di rispetto per l’ambiente e le tradizioni locali,
favoriamo la biodiversità e un’agricoltura equa e sostenibile.
E questo lo pone tra i più strenui difensori dell’ambiente al fianco
delle popolazioni del sud del mondo. Proprio per conoscere meglio le opinioni
di questi ultimi, e diffondere il loro bagaglio culturale, ha affiancato dal
2004 al Salone del Gusto torinese la rassegna Terra Madre, aperta solo agli
operatori del settore agricolo.
Circa 5.000 contadini, giunti da tutte le parti del mondo e depositari, secondo
l’ottica del Carlin, di saperi incredibili hanno concluso nel 2006 l’happening
mondiale delle comunità del cibo con una dichiarazione di guerra al modo
di pensare imperante: «Le forme di vita non appartengono alle multinazionali,
ma ce le ha date il Creatore. Vogliamo restare sulle nostre terre senza che
nessuno ci tolga la linfa vitale». Seguendo una filosofia di sobrietà
che contraddistingue il Petrini-pensiero (ma non quello di Slowfood), i contadini
sono ospitati da volontari torinesi che fanno la fila per accogliere in casa,
rifocillare e trasportare per la città persone che provengono dai più
sperduti angoli del pianeta, in modo da scoprire, attraverso essi, realtà
appassionanti a rischio di estinzione.
“Mangiate meno, mangiate insieme” continua a propagandare il nostro
amico. E poi: “Malnutrizione e obesità sono facce della stessa
medaglia. L’economia di mercato sta palesando limiti insostenibili, sta
consumando se stessa e le risorse del pianeta, condannando il cibo a un triste
futuro, la Terra a un inverosimile logorio e, di conseguenza, anche noi.”
E mentre la rivista internazionale «Time Magazine» lo inserisce
tra gli "eroi del nostro tempo" nella categoria «Innovator»,
lui riscopre una antica tradizione contadina, «cantè ij ouev»,
e con compagni di scorribande percorre le Langhe piemontesi suonando e ballando
nei cortili delle cascine, in perfetto stile Glocal.
Come fermare una guerra
partendo dal mercato rionale
Il distretto di Wajir, nel Kenya del nordest, è abitato prevalentemente
da clan somali. Alla caduta del governo somalo, nel 1989, il distretto si disgregò
ed ebbe inizio una guerra tra clan, con conseguente flusso di rifugiati e di
armi. Dekha Ibrahim ricorda bene la notte del 1993 in cui le sparatorie eruppero
accanto a casa sua. Corse a prendere suo figlio e si nascose con lui sotto il
letto, mentre le pallottole attraversavano la stanza fischiando: di colpo, Dekha
ricordò se stessa bambina, fra le braccia della madre, nella medesima
condizione. Al mattino, aveva deciso che questo non doveva più accadere.
Altre donne del vicinato avevano storie simili da condividere. All'inizio si
riunirono in circa una dozzina: "Volevamo semplicemente mettere insieme
le nostre teste, capire cosa sapevamo e cosa potevamo fare.", racconta
Dekha Ibrahim, "Decidemmo che il posto da cui cominciare era il mercato.
Il mercato doveva essere sicuro per ogni donna che vendesse o comprasse, di
qualsiasi clan facesse parte." Poiché sono in maggioranza donne
ad occuparsi del mercato nel Wajir, la decisione fu subito condivisa e si propagò
velocemente. Le donne sorvegliavano il mercato, e se qualche infrazione all'accordo
avveniva, il piccolo comitato iniziale era chiamato ad intervenire. A questo
punto si diedero un nome: erano l'Associazione di Donne del Wajir per la Pace.
Presto scoprirono, però, che quella vittoria non era abbastanza. Il conflitto
continuava ad interessare pesantemente le loro vite. Sedettero insieme di nuovo,
e la seconda decisione fu quella di andare a parlare con gli anziani di tutti
i clan. Non era una cosa facile, in una società altamente patriarcale:
"Temevamo che ci rispondessero: Chi sono le donne per venire qui a darci
consigli o a fare pressioni? Perciò riflettemmo parecchio su come il
sistema degli anziani era strutturato, su chi erano le persone-chiave, su che
connessioni e contatti potevamo utilizzare.", dice ancora Dekha.
Facendo portare la loro proposta ai vari clan da uomini che conoscevano, l'Associazione
ottenne di riuscire ad organizzare un incontro di tutti gli anziani. Quello
che più sembrava simpatizzare con le donne apparteneva ad uno dei clan
minori e meno coinvolti nella guerra, e divenne di fatto il loro portavoce.
"Per quale ragione, in realtà, stiamo combattendo?", chiese
agli altri, "Chi sta beneficiando della guerra? Non certo le nostre famiglie,
che ne sono distrutte." Le sue parole provocarono lunghe discussioni. Tuttavia,
al termine dell'assemblea, persino gli anziani che avevano progettato e promosso
rappresaglie si dissero d'accordo sul cessare i combattimenti: erano diventati
il Consiglio degli Anziani per la Pace.
Le donne capirono presto che il passo successivo doveva essere il coinvolgimento
del governo, su base locale e nazionale. Sempre con gli anziani al loro fianco,
incontrarono deputati e rappresentanti governativi, descrivendo loro ciò
a cui avevano dato inizio, e come il processo si sviluppava. Accordandosi sul
fatto che il governo sarebbe stato puntualmente informato, le donne ottennero
la sua benedizione.
La questione, ora, era come coinvolgere direttamente i giovani, perché
erano i giovani a combattere e morire. Un nuovo progetto prese vita, La Gioventù
per la Pace, e le donne sapevano bene che se tramite esso avessero convinto
i ragazzi ad abbandonare le armi dovevano essere in grado di fornire loro un'alternativa,
qualcosa che occupasse il loro tempo e provvedesse benefici a loro ed alle loro
famiglie. A questo punto, mobilitarono la locale comunità di investitori
e costruttori, ed un piano di ricostruzione con conseguenti offerte di lavoro
venne messo a punto. Insieme, le donne del mercato, gli anziani, i giovani ex
combattenti, gli uomini di affari e i leader religiosi locali formarono il Comitato
del Wajir per la Pace e lo Sviluppo.
Commissioni del Comitato vennero create negli angoli più remoti per facilitare
il processo di disarmo delle varie fazioni, in collaborazione con i distretti
di polizia. Squadre di pronto intervento si formarono, al fine di spegnere ogni
più piccolo focolaio che avrebbe potuto riattizzare la guerra.
Tutto questo è ancora in moto, perché ogni conflitto somalo si
riflette sulla regione. Ma il Consiglio si riunisce regolarmente ed un grande
senso di cooperazione vive tra i villaggi, i clan, i funzionari governativi
locali. E le donne che fermarono la guerra tengono ancora d'occhio il mercato.
Seminario 2008 del Movimento Nonviolento per giovani
Quest’anno il Movimento Nonviolento ha pensato di organizzare un seminario
invernale rivolto esclusivamente ai giovani, il cui obbiettivo è quello
di riflettere su tematiche importanti insieme a nostri coetanei, per confrontarsi
e per divertirsi. Di seguito troverete tutte le informazioni utili. Vi invito
a partecipare.
Per chi: Il seminario è rivolto ai ragazzi dai quindici ai vent’anni.
Quando: Dal pomeriggio di venerdì 4 al pomeriggio di domenica 6 gennaio
2008.
Tema: L’obiettivo del seminario è quello di proporre ai giovani
un rapporto equilibrato con il denaro, senza trasformarlo nel proprio dio come
ci invita a fare la società in cui viviamo, ma dandogli un valore relativo,
inferiore ad altri valori quali l’amicizia, la condivisione e l’amore.
Formatore: Beppe Marasso.
Dove: Centro per la nonviolenza, via Milano 65, Brescia, tel. 030 31 74 74.
Posti disponibili: 16.
Organizzatore: Movimento Nonviolento.
Quota di partecipazione: € 27 a persona, comprensiva di vitto, alloggio
e copertura assicurativa. Eventuali resti di cassa saranno devoluti al Movimento
Nonviolento.
Notizie logistiche: Il Centro per la nonviolenza è situato a circa un
chilometro dalla stazione di Brescia.
Notizie organizzative: Il seminario è autogestito e quindi tutti dovranno
portare il loro contributo lavorativo per le esigenze fondamentali: cucina e
pu