Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Le profonde ferite di Genova si curano con la
nonviolenza
di Mao Valpiana
Non voglio dire nulla dei G8, che hanno concluso il vertice con un niente
di fatto. Non voglio dire nulla del “blocco nero”, composto
da professionisti della guerriglia urbana. Non voglio dire nulla della
polizia, delle sue provocazioni, della sua violenza.
Mi interessa, invece, parlare di noi e delle prospettive del movimento
di critica alla globalizzazione.
Dopo Seattle, dopo Goteborg, dopo Genova, se il movimento vuole avere
un futuro, deve affrontare con chiarezza la questione della nonviolenza.
Non solo come parola magica da inserire nelle dichiarazioni di principio,
ma come fine e mezzo del proprio agire. Qual era il fine? Impedire ai
G8 di riunirsi, o trovare soluzioni per un’economia di giustizia?
Le tecniche della nonviolenza non possono essere ridotte a training per
parare i colpi della polizia, né basta alzare le mani bianche in
alto per fare un’azione nonviolenta. Oggi bisogna ripensare completamente
i metodi ormai inadeguati come i mega cortei indistinti che sono stati
utilizzati dai teppisti quali paravento per le loro scorribande. Dopo
Goteborg era evidente (l’abbiamo detto e scritto) che la manifestazione
di massa a Genova non andava fatta, che sarebbe stata una trappola. Abbiamo
suggerito (ed organizzato) centinaia di iniziative locali, in tutta Italia,
cortei silenziosi in fila indiana (per rappresentare chi non ha voce e
per essere visibili con la propria identità): un modo per evitare
la globalizzazione del movimento antiglobalizzazione… Ma non siamo
stati ascoltati.. All’interno del Genoa Social Forum (GSF) è
prevalsa la logica “di massa”: tutti uniti sotto la bandiera
del no-global (anarchici, comunisti, cattolici, scout, pacifisti, ambientalisti,
cobas, tute bianche, missionari, antimperialisti, socialisti rivoluzionari,
partiti e sindacati…), pronti ad offrire una prova di forza.
Invece a Genova è stato un massacro, in senso fisico e politico.
Tutto prevedibile e previsto.
Troppo facile ora dire che mille delinquenti organizzati hanno impedito
a centomila persone pacifiche di manifestare e che la polizia ha fatto
il resto.
Non basta dissociarsi dalla guerriglia del Black Block; non basta denunciare
le violenze delle forze dell’ordine.
Quel che è accaduto a Genova ha radici profonde e mette in evidenza
limiti, approssimazioni, ambiguità di un movimento troppo variegato,
che ha allargato indistintamente i propri confini.
Per mesi il GSF ha tollerato ed accettato l’obiettivo delle tute
bianche: “invadere la zona rossa”. Il subcomandante dei centri
sociali, promosso sul campo a vice portavoce del GSF, ha farneticato per
settimane di “guerra ai G8”, ha dichiarato che “l’illegalità
diffusa è alla base del cambiamento”, ha definito i poliziotti
“soldati dell’impero”. Il GSF anziché sconfessare
le tute bianche ed escluderle dal movimento, ha concesso loro il riconoscimento
politico e le ha accettate come parte integrante e prioritaria. Il portavoce
dei centri sociali ha conquistato la scena, si è messo sotto i
riflettori e davanti alle telecamere: obiettivo raggiunto. Da quel giorno
il capo delle tute bianche ha indossato la maschera da buono, dichiarando
che loro sarebbero andati ad invadere la zona rossa “solo con i corpi,
con gli scudi ma senza bastoni” e avrebbero deposto anche le divise.
Un consumato politico. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Carlo Giuliani,
il 23enne morto, ha preso sul serio le parole di sfida e di odio, ha creduto
alla guerra contro i G8 e con un estintore voleva colpire un soldato dell’impero.
Le parole sono pietre! Tollerare politicamente chi ha enfatizzato gli
animi con proclami e addestramenti al corpo a corpo, è stato un
errore clamoroso da parte del GSF. Come è stato un errore mantenere
il corteo del 21 luglio dopo la tragedia annunciata del ragazzo morto.
Quando Gandhi assistette a violenze scatenate dall’interno del suo
movimento, sospese ogni campagna in atto. La nonviolenza è una
cosa seria, che non si improvvisa. E’ da irresponsabili convocare
migliaia di persone ad una manifestazione politica delicata, senza avere
la capacità e gli strumenti per gestirla.
Genova lascia una ferita aperta, che non si può richiudere addossando
tutta la colpa alla polizia, né si può esorcizzarla dichiarando
“vittoria” perché il G8 è stato ridimensionato,
come ha fatto avventatamente il portavoce del GSF. I problemi del movimento
sono ben più profondi e tali resteranno finchè non si affronterà
seriamente il nodo della nonviolenza. A partire dai contenuti, ancora
troppo vaghi e generici per un movimento che si prefigge addirittura lo
stravolgimento dei rapporti economici mondiali.
Ci vuole ora una pausa di riflessione, una purificazione. Ci vuole un
lungo lavoro per creare omogeneità di intenti e di linguaggio,
di strategia e di tattica. Un movimento non può fare scorciatoie.
Deve crescere lentamente, nella chiarezza. Diversamente si combinano solo
guai.
E ancora una volta la nonviolenza è questione centrale.
La mostruosa follia (prevista) di Genova
Ci vuole una risata per scacciare il dolore
Di Jacopo Fo
Quello che è successo a Genova è stato mostruoso.
E’ stato sparso sangue e dolore a piene mani.
Ancora una volta le forze dell’ordine hanno ucciso un
ragazzo. Il dolore che sentiamo dentro ci porta a guardare i fatti per
cercare di capire. Perché noi non vogliamo che in futuro altri ragazzi
muoiano. E questo ci costringe a riflessioni dure su questo momento.
Così ci sentiamo in dovere di fare la storia di queste
tragiche manifestazioni di Genova. Per mesi c’è stato un grande dibattito
nel movimento su come organizzare la contestazione al G8. Molti compagni
proposero di seguire la via di Porto Alegre, cioè di non andare a Genova,
come si decise di non andare a Davos, e di organizzare altrove una grande
manifestazione pacifica che ci permettesse di comunicare con la parola
e la festa le ragioni del nostro dissenso.
Questa posizione parve ad un certo punto maggioritaria ma alla fine la
rete di Lilliput ha deciso di andare a Genova. Fino all’ultimo abbiamo
cercato di opporci a questa scelta.
Scrivemmo a chiare lettere che a Genova si rischiava
il morto e che questo era il progetto dei potenti della terra: radicalizzare
in senso violento il Movimento costringendolo su un terreno militare.
Visto che ormai i più erano convinti di dover andare a Genova a tutti
i costi abbiamo proposto di andare ai cortei nudi, con le mani alzate,
e di non tentare assolutamente di entrare nella Zona Rossa. Questa posizione,
a metà giugno, sembrava maggioritaria all’interno della Rete di Lilliput.
Poi le Tute Bianche intensificarono le dichiarazioni sulla loro intenzione
di violare la Zona Rossa e il Genoa Global Forum decise di accodarsi a
questa scelta.
Il 7 luglio diffondemmo un comunicato nel quale dichiaravamo
che avremmo disertato Genova. Nessun giornale ripubblicò questo comunicato.
Ormai dopo il ragazzo ucciso in Svezia, le lettere esplosive
e la pioggia di falsi allarmi per le bombe era chiaro che anche a Genova
le probabilità della morte viaggiavano alte. L’ultima settimana è stata
per noi un bagno di angoscia, insieme a Dario Fo e Franca Rame e a tanti
altri compagni, abbiamo cercato di convincere le Tute Bianche e il Genoa
Social Forum a cambiare il programma, a spostare all’ultimo momento il
raduno in un’altra località, a lasciare potenti e provocatori da soli
con le loro armi. O, almeno, a rinunciare di avvicinarsi alla Zona Rossa.
Agnoletto ci rispose che aveva portato questa proposta al coordinamento
ma che era stata bocciata.
E arriviamo alla giornata tragica del 20 luglio. Viene
recitato un copione già scritto e rappresentato decine di volte negli
anni ‘70. Piccoli gruppi di disperati e di provocatori scatenano gli incidenti.
Le forze dell’ordine agiscono con ferocia disumana, spingendo i gruppi
violenti addosso ai gruppi pacifici e picchiando senza pietà. Certo condanniamo
senza mezzi termini questo comportamento barbaro. Ma non possiamo non
sapere che provocazione e crudeltà sono una prerogativa ovvia delle forze
militari dei potenti della terra.
Si tratta di reazioni meccaniche degli ingranaggi della
repressione.
Reazioni certe e prevedibili come quelle di una ghigliottina
che ti uccide se infili la testa sotto la lama che sta calando. Un movimento
che pretende di salvare il mondo dalla disperazione e dal sopruso non
può far finta di non sapere che se infili la testa sotto una ghigliottina
finisci decapitato.
La nostra domanda è: come è stato possibile che la Rete di Lilliput, che
professa con coraggio il pacifismo, abbia deciso di accettare lo scontro?
Molti si stanno esercitando nei distinguo: i militanti di Lilliput erano
per i fatti loro, inermi, in una piazza dove discutevano pacificamente
e facevano musica. La polizia ha spinto alcune centinaia di violenti in
quella piazza per avere la scusa di attaccare il corteo pacifico. Ma,
cari amici, care amiche, la polizia fa così da sempre. Potevate credere
che a Genova succedesse qualche cosa di diverso? Perché? Crediamo che
un movimento che vuole cambiare il mondo debba prendersi le proprie responsabilità.
Si è regalata la piazza alla violenza tradendo sostanzialmente l’idea
di lottare senza dare spazio agli scontri. E anche le Tute Bianche non
sono riuscite, come era ovvio, a mantenere le loro promesse di limitarsi
ad azioni difensive. Appena la polizia ha caricato a freddo il loro pezzo
di corteo si è passati dalla semplice difesa all’attacco. Ed era ovvio
che succedesse.
La radiocronaca degli scontri fatta da Radio Popolare
(e confermata dal Manifesto) ci ha raccontato di un cellulare dei carabinieri
che, nelle prime ore del pomeriggio, è stato bloccato con alcuni cassonetti
dell’immondizia e circondato. I carabinieri sono scappati, tutti eccetto
uno che è restato bloccato dentro il mezzo, bersagliato da pietre, con
alcuni giovani che saltavano dentro per colpirlo ulteriormente.
Il cronista di Radio Popolare urlava: “Lo massacrano!”. Poi per fortuna
la folla ha iniziato a urlare:”Basta! Basta!!” e il linciaggio è stato
interrotto anche grazie al sopraggiungere di un altro mezzo dei carabinieri.
E’ così che succede: quando si dà spazio alla violenza
non si riesce a limitarla.
Un episodio analogo, un’ora dopo porterà alla morte di
Carlo Giuliani: un poliziotto bloccato e ferito in un gippone perde la
testa e uccide. E’ chiaro come il sole che il comando militare dei potenti
ha cercato il morto, che non si è limitato a difendere la Zona Rossa,
resa invalicabile dalle reti di acciaio.
Ed è veramente strano che gli agenti siano stati mandati
al massacro a bordo di cellulari e gipponi che mancavano totalmente delle
reti di protezione ai vetri, elementare garanzia di sicurezza in questi
casi. Se ne sono dimenticati?
Negli anni ‘70 non c’era un solo mezzo che non fosse
protetto con reti di acciaio dal lancio dei sassi. E’ palese che in mezzo
ai “Gruppi Anarchici” c’erano provocatori di professione e agenti speciali
provenienti da mezzo mondo. E’ indiscutibile che questo macello sia stato
preparato scientemente da Bush e dai sui subordinati per spostare l’attenzione
dalle rivendicazioni del Movimento al disgusto per la violenza “dei soliti
estremisti”. E ci sono riusciti perfettamente.
Chi voleva fare dell’appuntamento di Genova uno strumento di comunicazione
esce completamente sconfitto. Ha vinto la strategia fascista della tensione
e della provocazione. E hanno vinto anche i gruppi terroristici che potranno
reclutare centinaia di giovani sconvolti dalla violenza del potere e desiderosi
di vendetta.
Ha vinto la logica dei film western dove trionfa sempre
chi è più bravo a fare violenza. E completamente fuori dal mondo ci è
apparso il comunicato fatto davanti alle telecamere dal portavoce del
Genoa Global Forum dopo la morte di Carlo Giuliani: si chiedeva di sospendere
il G8, si lamentava che le forze dell’ordine non fossero disarmate come
era stato chiesto, si protestava perché i cortei pacifici sono stati aggrediti
e si chiedeva come mai 400 casseurs, ben conosciuti dalle polizie di tutta
Europa, avessero potuto entrare a Genova indisturbati.
Il portavoce conosceva benissimo la risposta, ovviamente,
si trattava solo di “domande retoriche”. Si sa che il potere dei signori
del mondo è un potere totalmente criminale che uccide ogni anno decine
di milioni di persone per stupidità e per interesse. Il portavoce del
Genoa Social Forum avrebbe piuttosto dovuto chiedersi perché siamo stati
così coglioni da regalare al mostro della violenza un altro lago di sangue.
La Rete di Lilliput voleva questo? E’ questo il risultato
per il quale lavoriamo da anni costruendo concreti momenti di vita ed
economia alternativa, etica e solidale? Se non era questo che si voleva,
dobbiamo esercitarci in una pesante autocritica che coinvolge anche noi,
disperate Cassandre, perché non siamo stati capaci di comunicare una filosofia
diversa e un’iniziativa politica veramente altra rispetto a quella del
potere.
O forse qualcuno pensa che versando sangue nelle strade
d’Europa si possa muovere la coscienza di milioni di cittadini ricchi
del primo mondo e convincerli a ribellarsi? Non contateci. L’opinione
pubblica oggi è schierata più di ieri a fianco dei potenti. Noi, ancora
una volta, siamo stati accomunati ai teppisti. Se l’obiettivo era pagare
col sangue la visibilità sui media delle nostre denunce contro chi sta
distruggendo il pianeta il flop è stato clamoroso.
O forse si pensa che chiedendo cose impossibili da ottenere
risulteremo buoni agli occhi dell’opinione pubblica?
Noi crediamo che un movimento come il nostro debba chiedere
solo quello che sa di poter ottenere e avanzare a piccoli passi convincendo
e dando fiducia alla gente attraverso la solidità di risultati concreti.
La demagogia non serve a sfamare i popoli. E oltretutto non educa a un’azione
costruttiva e vincente.
Oggi niente appare più duro che continuare a costruire
e propagandare la filosofia del ridere. Per noi ridere non è un condimento
da usare per insaporire i cibi nei giorni di festa. Ridere è la forma
più alta ed efficace di opposizione al culto del dolore e del sacrificio.
Alla liturgia dei funerali dove si piange e si celebra la fine della vita
invece di festeggiare il fatto che prima della morte è esistita la vita.
Ridere è lo strumento della nostra opposizione contro la miseria del mondo.
Noi siamo quel popolo che va a ridere negli ospedali con i malati terminali,
nelle periferie disastrate con i ragazzi di strada, negli accampamenti
dei profughi dietro i campi di battaglia.
Il nostro cuore sanguina per il dolore di queste morti,
di questa disperazione portata dalle armi. E mai come oggi è difficile
trovare qualche cosa che faccia ridere. Ma il fatto che in questo articolo
non si sia trovato lo spazio neppure per una battuta umoristica non è
dovuto al nostro rispetto per la tragicità del momento ma alla nostra
debolezza. E per questo ci impegneremo con più forza, nel cambiare ancor
di più la nostra stessa cultura. Per liberare la nostra mente dai condizionamenti
dell’ideologia del dolore.
Trovare sempre dove la follia distruttrice fa ridere,
è l’unica speranza.
Solo una risata seppellirà la sofferenza di questo mondo.
“Guai a chi darà scandalo ad uno
di questi piccoli…”
Violenza e sfrutamento dei bambini e delle bambine
di Elena Buccoliero
“L’abuso sui minori è strisciante. Raramente le vittime
vengono uccise o portano segni esteriori di violenza. E nella quasi totalità
dei casi, la vittima stessa o i suoi parenti cercano di nascondere l’accaduto.
Questo rende assai difficile stilare delle statistiche. Per anni mi sono
portato dentro la convinzione che, nelle Filippine, una minore su dieci
fosse vittima di abusi sessuali di un qualche tipo: poi ho dovuto ricredermi
durante un convegno. Un esperto, certo più qualificato di me, sosteneva
che la proporzione corretta è di una bambina su tre!”
Shay Cullen è un missionario irlandese che da oltre trent’anni
opera nelle Filippine, ed ha orientato la sua opera contro l’abuso
sessuale sui minori, arrivando a promuovere incriminazioni contro una
sessantina di abusatori e a collaborare con l’Onu a campagne internazionali
di tutela dell’infanzia. Lo abbiamo incontrato a Ferrara, nella primavera
scorsa, dove ha ricevuto l’edizione 2001 del premio annuale Città
di Ferrara e ha raccontato la sua storia.
“Fui mandato nelle Filippine nel 1969, appena diventato membro della
Società missionaria irlandese di San Colombano. Trasferito a Olongapo,
venni ovviamente in contatto con la realtà della base navale americana.
Si può dire che tutti gli abitanti fossero coinvolti dalla sua
presenza, simbolo di un benessere che sembrava illimitato e alla portata
di tutti. Inoltre, in questa regione non c’erano molte altre possibilità
di lavoro. E così, col tempo, molti uomini finirono per diventare
dipendenti della base, oppure proprietari di bar, musicisti, procacciatori
di ogni genere di merci. E molte donne si tasformarono in intrattenitrici
e prostitute. A quel tempo il nostro aiuto ai minori consisteva nel tentativo
di assistere i tossicodipendenti e di contenere una violenza che rischiava
continuamente di degenerare”.
L’esperienza missionaria di padre Cullen si interruppe nel 1971 per
riprendere poi l’anno successivo. Nel 1972 nacque il nucleo centrale
di quella che è diventata Preda (la casa di accoglienza rivolta
a tossicodipendenti, minori, prostitute e famiglie in difficoltà),
in risposta alla legge marziale imposta da Marcos in tutto il Paese e
alle molte violazioni dei diritti umani che ne erano discese, anche nella
città di Olongapo.
Non ci volle molto perché padre Cullen destasse l’ostilità
della potente famiglia Gordon che governava la città. Ciò
nonostante, continuò la sua opera avviando programmi di sviluppo
economico, oltre che terapeutici e di assistenza. Il suo impegno era concentrato
intorno a due punti focali: giungere alla chiusura delle basi americane
e combattere lo sfruttamento sessuale delle donne e dei bambini. A questo
proposito ci fu un incontro fondamentale, nel 1982.
“La suora responsabile di una piccola clinica mi chiamò ad
assistere con urgenza una ragazzina. Aveva scoperto che diverse bambine
loro ospiti erano coinvolte nel giro della prostituzione e non sapeva
che cosa fare. Inoltre, le autorità le avevano intimato di non
far parola con nessuno. In quell’ospedale trovammo una ventina di
bambine tra i nove e i tredici anni in cura per malattie veneree. Erano
state vendute ai marinai della base americana, da parte di procacciatori
locali. Per noi fu come se improvvisamente si fossero aperte le porte
di un mondo che avevamo sempre guardato da lontano”.
Una di quelle ragazze, Jennifer, aveva tamponato una emorragia di sangue
con la maglietta del suo abusatore, un militare della base americana.
Grazie all’etichetta della lavanderia, fu possibile risalire alla
persona. Ci fu uno scandalo che non diede alcun risultato dal punto di
vista legale, ma ebbe risonanza sulla stampa internazionale. Si cominciava
a diffondere l’idea che le basi non fossero soltanto una benedizione.
“La scadenza del trattato che consentiva la presenza della marina
statunitense sul suolo filippino scadeva nel 1991-92. La gente di qui
non riusciva ad immaginare un mondo senza le basi. Uno dei problemi più
gravi era la disoccupazione che avrebbe colpito almeno 20.000 persone.
La nostra proposta era di creare una Zona economica, sull’esempio
di altre del Paese, che sfruttasse tutte le strutture esistenti, dagli
impianti aeroportuali alle abitazioni, alle zone ricreative, integrandole
tra loro e inglobandole in un piano di sviluppo nazionale. Elaborammo
un Piano di riconversione della base militare che, alla fine, venne approvato
e tradotto in Legge. Il Senato di Manila respinse il nuovo trattato presentato
da Washington e il 22 novembre 1992 le ultime navi lasciarono il porto”.
Cosa accadde allora?
“Per tre anni i bar sono rimasti inattivi. Poi, con la riconversione
al turismo e con il sopravvenire di gruppi di visitatori provenienti dall’estero
– tedeschi, svizzeri, inglesi, statunitensi, giapponesi, australiani…-
i vecchi problemi sono tornati alla superficie. Il mercato del sesso ha
ripreso quota, incoraggiando di fatto l’arrivo di turisti spesso
non disinteressati, con alle spalle un personale background di vizio e
organizzati dalle reti mondiali di fruitori di sesso esotico o di pedofili”.
Alcune tipologie di abuso sui minori
Dopo l’esperienza della base Usa e, ora, del turismo sessuale internazionale,
possiamo dire che la responsabilità degli abusi è comunque
da addebitare a stranieri?
“No, il problema non si esaurisce qui. L’80-90% dei pedofili
è filippino. E’ un problema enorme e delicato, anche perché
la maggior parte degli abusi avviene all’interno delle famiglie.
Anzitutto da parte del padre nei confronti delle figlie; poi da parte
dei vicini di casa che hanno accesso ai bambini”.
E’ possibile tracciare un identikit dei “turisti del sesso”?
“C’è il semplice molestatore, colui che ne abusa sessualmente,
ed infine il pedofilo vero e proprio. Il pedofilo tipo è perlopiù
maschio, sposato, con due o tre figli. In genere sono particolarmente
abili a mostrare un volto assolutamente irreprensibile. Non ci sono mostri
tra loro. Sono prevalentemente persone miti, gentili, che offrono dolci
e denaro ai bambini e riescono a guadagnarsi la loro fiducia. E comunque,
non sempre si tratta di turisti in cerca di emozioni forti o di poveri
alcolizzati che abusano dei propri figli: ci sono anche persone potenti,
che si sentono al sicuro”.
Padre Cullen accenna ad alcuni casi particolari.
“Una realtà che stiamo approfondendo è quella di minori
che abusano di altri minori, più piccoli. Qui a Preda stiamo seguendo
il caso di una bambina di sei anni violentata da ragazzi di dodici, tredici
anni, a loro volta vittima di violenza. Questo ci solleva dei grossi problemi
di coscienza: come possiamo perseguire legalmente adolescenti che abusano
di bambini dopo aver subito a loro volta violenza?
Abbiamo poi il caso di chi abusa di minorenni ma non si può considerare
pedofilo in senso stretto. Ragazzi di 14 o 15 anni sono facilmente manipolabili
ed è poi difficile stabilire se erano consenzienti oppure no. In
Olanda, ad esempio, si è legalmente consenzienti a 14 anni, 16
anni in Germania e in Italia. Nelle Filippine lo sviluppo psicofisico
è molto lento, persino l’età legale dei diciotto anni
non tiene conto della realtà”.
Che tipo di aiuto offrite ai bambini vittima di abuso?
“Il nostro approccio terapeutico è multidisciplinare: terapia
primaria, consulenza e altre forme di assistenza. I bambini trovano cure,
sostegno psicologico, comprensione. Non sarebbe sufficiente assisterli:
la maggior parte dei ragazzi non hanno nessuna fiducia in se stessi. Per
questo il lavoro è così importante ai fini terapeutici,
serve affinché possano provare a se stessi che valgono davvero
e possano reinserirsi nel mondo concreto”.
Una giustizia difficile
Da circa quindici anni Preda collabora con la giustizia per raccogliere
prove a carico dei pedofili. Dal 1986 al 1998, la sua organizzazione ha
contribuito ad individuare e, in alcuni casi, a condannare una sessantina
di pedofili.
“E’ molto difficile avere giustizia. In molti casi sarebbe meglio
se i pedofili venissero perseguiti nelle Filippine, perché nei
loro paesi la pena è irrisoria. Nelle Filippine il minimo è
otto anni. Un britannico e un australiano giudicati qui sono stati condannati
a diciassette anni; un giapponese, addirittura a quarantadue, per aver
abusato di cinque minorenni”.
Quali sono le posizioni del governo filippino?
“Attualmente gli strumenti legislativi per perseguire il reato di
pedofilia ci sono. Purtroppo resta il problema della corruzione, verso
giudici, poliziotti e verso gli stessi genitori dei ragazzini abusati,
per cui spesso le indagini vengono insabbiate.
C’è poi un’altra questione. Il governo pare intenzionato
a perseguire chi abusa di minori, addirittura con la pena di morte se
il minore ha meno di dodici anni e chi ne abusa è un parente. Questo
ci crea un problema ulteriore perché noi stiamo combattendo, insieme
a tutta la chiesa filippina, contro la pena di morte, da poco reintrodotta
nel Paese: a nostro parere non risolve nulla e crea ulteriore criminalità.
Porta all’uccisione di bambini da parte dei pedofili, ed accresce
il numero delle violenze sessuali: un criminale che sa di rischiare comunque
la vita, non si fa scrupolo ad abusare di dieci bambini anziché
di uno solo”.
E la Chiesa, in che modo guarda al problema dello sfruttamento infantile?
“Ora qualcosa sta cambiando. In passato, a lungo la gerarchia ecclesiastica
ha cercato di coprire il problema, anche perché la Chiesa stessa
non ne era immune, all’interno di parrocchie, scuole e strutture
educative. Credo che la Chiesa dovrebbe portarsi in prima linea nel denunciare
gli abusi, ed essere d’esempio nel cercare delle soluzioni concrete
ed efficaci. D’altra parte, se un medico o un insegnante commettono
dei crimini o degli illeciti nel loro lavoro, vengono immediatamente espulsi
dalla professione… perché questo non dovrebbe accadere in
ambito ecclesiastico?”
Quale sarà il passaggio fondamentale per ridurre gli abusi sui
minori?
“Ciò che potrà condurre all’eliminazione degli
abusi, in Europa come ad Olongapo, è la forza dell’opinione
pubblica. I governi possono fare qualcosa, ma alle radici di un vero cambiamento
sta solo il diffuso e concreto rifiuto di ogni tolleranza”.
Per chi vuole saperne di più segnaliamo il libro di Stefano Vecchia,
"Ladri d'innocenza - Un missionario contro i pedofili", Ed.
Monti, Saronno – Verese, aprile 2000.
Riferimenti legislativi e atti istituzionali di particolare importanza:
- la Dichiarazione delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia
(1959)
- la Convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia, siglata
a New York il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore il 2 settembre dell’anno
successivo. Da allora molti Paesi firmatari hanno modificato la loro legislazione
interna, o sono in procinto di farlo, come in alcuni stati dell’est
europeo.
Tutti i Paesi del mondo hanno ratificato la Convenzione sui diritti dei
minori, eccetto la Somalia e gli
Stati Uniti. Secondo Shay Cullen, “la mancata ratifica Usa è
dovuta ad una malintesa visione etica, per cui i genitori avrebbero ogni
potere sui figli, e poi perché laggiù si reclutano nell’esercito
anche sedici-diciassettenni”.
- il Programma di azione Onu per la prevenzione della vendita di minori,
della prostituzione minorile e della pornografia infantile (1992), basato
su: informazione ed educazione, misure sociali e assistenza allo sviluppo,
cooperazione internazionale.
- il piano d’azione approvato dai 122 governi partecipanti al Congresso
mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali,
a Stoccolma dal 27 al 31 agosto 1996, che insiste su tre punti: la prostituzione
infantile, il traffico e la vendita dei bambini per scopi sessuali, la
pornografia infantile.
In Italia nel ’97 è stato adottato un Piano nazionale contro
i maltrattamenti, gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei minori. Ad
esso è seguita l’approvazione della Legge contro lo sfruttamento
della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno
dei minori, (L.N. 269/98), che autorizza a perseguire connazionali che
compiano reati di natura sessuale o pedofila all’estero.
PREDA, un’azione concreta contro lo sfruttamento dei bambini
Preda (People’s Recovery Empowerment and Development Assistance)
è stata fondata da Shay Cullen nel 1974 come comunità di
prevenzione, educazione e recupero per tossicodipendenti. Dagli anni Ottanta
Preda si occupa anche di bambini di strada, emarginazione, sfruttamento
sessuale dei minori.
Attualmente Preda si occupa di:
Attività educative e terapeutiche
Ospitalità diretta a tossicodipendenti, prostitute e minori in
difficoltà.
Assistenza psicologica a bambini vittime di abusi.
Aiuto ai bambini amerasiatici privi di una vera famiglia, con programmi
di educazione che consentano loro di non sentirsi esclusi e marginalizzati.
Come strumento terapeutico e di autofinanziamento, Preda ha avviato diverse
attività lavorative, soprattutto legate all’artigianato e
alla commercializzazione dei propri prodotti.
Attività sociale e legale
Visite nelle prigioni per contattare i ragazzi di strada e organizzare
per loro attività ricreative.
Sostegno ai bambini di strada e alle loro famiglie, in termini psicologici
e materiali.
Supporto legale e indagini sui casi di abuso di minori, raccolta di prove,
coordinamento con le agenzie di assistenza ai minori, raccolta di documentazione.
Attività culturali e di prevenzione
Campagne a livello nazionale ed internazionale sui diritti dei minori
e delle donne, in collaborazione con numerosi partners stranieri.
Prevenzione sui temi della prostituzione, della pedofilia, della tossicodipendenza,
dell’aids, della povertà, con seminari ed incontri nelle scuole
statali e private, in luoghi pubblici, nelle comunità.
Attività teatrale di sensibilizzazione, nelle Filippine e altrove,
proposta da ragazzi e ragazze tra i 12 e i 18 anni.
Sostegno allo sviluppo
Appoggio allo sviluppo economico per tenere le famiglie unite nei villaggi
d’origine, per permettere loro di prosperare, tramite esperienze
artigianali avviate in molti villaggi, incentivi all’allevamento
di bestiame selezionato, produzione e trattamento di prodotti alimentari
da esportazione.
Programmi di sviluppo rurale e un piano di microcredito per i più
poveri tra i poveri urbani, finalizzato a piccole iniziative imprenditoriali
e che finora ha fruttato duemila posti di lavoro nell’industria ittica.
ECPAT – una rete mondiale a favore dei più piccoli
ECPAT (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) è nata
nel 1991 per volontà di una sessantina di rappresentanti di organizzazioni
governative e non governative, a seguito di un incontro in cui si era
preso atto dell’ampio fenomeno dello sfruttamento sessuale dei minori
e del legame fra turismo e abusi sessuali in alcuni Paesi asiatici: Filippine,
Sri Lanka, Taiwan e Thailandia.
Oggi Ecpat ha sedi in 48 Paesi e si occupa di tutto ciò che riguarda
l’abuso sessuale nei confronti di minori. L’area geografica
di interesse comprende i Paesi Asiatici, dell’est europeo e i Paesi
in via di sviluppo.
Per chi vuole contattare la sezione italiana di Ecpat:
Ecpat Italia
Piazza Santa Maria Liberatrice 45, 00153 Roma
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I diritti negati delle bambine e dei bambini
Un decalogo per farli vivere meglio
Di Daniele Lugli
E' vero: anch'io lo fò, ma per tutt'altre ragioni.
Erode
I diritti dei bambini sono, in ogni campo, solennemente proclamati e
palesemente disattesi. Lo dice bene Edoardo Galeano:
Giorno dopo giorno, si nega ai bambini il diritto di essere tali. I fatti,
che si burlano di questi diritti, impartiscono i loro insegnamenti nella
vita quotidiana. Il mondo tratta i bambini ricchi come se fossero denaro,
affinchè si abituino ad agire come agisce il denaro. Il mondo tratta
i bambini poveri come se fossero rifiuti, affinchè diventino dei
rifiuti. E quelli che stanno in mezzo, i bambini che non sono nè
ricchi nè poveri, li tiene legati alla gamba del televisore, perchè
fin da molto piccoli accettino, come destino, una vita prigioniera. I
bambini che riescono a essere bambini hanno molta magia e molta fortuna.
I bimbi che conosco meglio stanno in mezzo: fin da piccoli sono legati
alla gamba del televisore, che guardano intensamente, mentre la mano attende
la playstation e l'orecchio il telefonino, che non tarderanno ad arrivare.
"Vai dalla donna, non dimenticare la frusta" raccomandava a
Zarathustra la solerte vecchia. Così da millenni la donna è
il prodotto della frusta, il calco del dominio, per dirlo con Adorno.
Una condizione dalla quale è uscita non da molto, non ovunque.
"Vai dal bimbo - diciamo noi - non dimenticare la videocassetta".
Gli effetti cominciano a vedersi.
Un direttore didattico, amico dei bimbi e della natura, Gianfranco Zavalloni,
di Cesena, ha scritto una Carta dei diritti negati delle bambine e dei
bambini. Sleghiamo i nostri bambini dalla gamba del televisore ( sleghiamoci
anche noi ) e proviamo ad attuarla.
1 Il diritto all'ozio o meglio all'esperienza non programmata: è
un diritto radicalmente negato dal lavoro minorile, per eliminare il quale
è necessario, appena, appena, cambiare il modello di sviluppo del
mondo. Finora non ci si è riusciti e, visti alcuni cattivi risultati,
anche l'impegno generale sembra calato. Ma anche ai bimbi che non lavorano
non è riconosciuto il diritto all'ozio, a perdere tempo. Tutta
la loro giornata è super organizzata, poco o nullo è lo
spazio per accogliere il nuovo, per esplorare senza una meta, in compagnia
di coetanei ed adulti. Quando mia figlia era piccola ne ho accolto talvolta
l'invito "Ci perdiamo?". Dovunque fossimo abbandonavamo la strada
consueta e via per stradine o viottoli verso l'ignoto, verso l'avventura.
Il tempo che ho perso con lei è quasi il solo tempo che mi ritrovo
ora. Mi fossi più "perso" con lei mi sarei "perso"
di meno.
2 Il diritto di sporcarsi: anche ai bambini (sempre più ai bambini)
si chiede di apparire: capi firmati dai piedi ai capelli, per non parlare
degli accessori. I giochi sono fatti di materiali artificiali, appositamente
studiati, fatti apposta per i bambini: morbidi e tenaci, resistenti e
confortevoli, igienici e terapeutici, che si rivelano, nel tempo, inadatti,
pericolosi, tossici. Ed è un bene perchè ciò apre
la strada a nuove ricerche, a nuovi prodotti. Erba, fango, foglie, terra
non vanno toccate: è cacca. Credevo che le giornate di pioggia
fossero uggiose per grandi e piccini, finchè mia nipote non mi
ha fatto riscoprire lo straordinario mondo delle pozzanghere.
3 Il diritto agli odori: l'esperienza che la maggior parte dei bimbi compie
è povera e triste. L'aria puzza del fumo dei mille scappamenti
di macchine, moto, motorini, autobus, camion, scaricato giusto all'altezza
del naso del bimbo condotto dall'adulto per mano o in carrozzina. Di quando
in quando si aggiungono altre puzze più pungenti, che fanno guardare
allarmati verso la zona industriale. Deodoranti di varie fogge ed impianti,
che promettono meraviglie, tentano il contrasto nell'abitacolo delle macchine
e nelle case. Qualche differenza si può ancora cogliere anche in
città se portiamo i nostri bimbi dal fornaio, dal biciclaio, dal
calzolaio, dal falegname, se non siamo su una strada troppo trafficata,
nel parco o sulle mura dopo la pioggia. E' un diritto ad un modo di conoscere
ed alla non atrofia di un senso importante e ricco. Quando ho fatto un
corso di sommelier (sì, ho fatto anche questo) mi hanno chiesto
di riconoscere i sentori più frequenti nei vari vini ( a parte
quelli che ne denunciano i difetti come odore di tappo, muffa, legno,
feccia, solfuri, ossidato...) :
fiori - acacia, biancospino, iris, ginestra, rosa, violetta, sambuco,
fior di pesco, tiglio, frutta fresca - limone, fragola, lampone, marasca,
mora, ciliege. ribes, ananas, banana, mele (renetta, golden, delicius,
cotogna), pesca, albicocca, frutta secca - nocciole, mandorle, fichi secchi,
prugne, vegetali - erba, fieno tagliato, limoncella, menta, tabacco, sottobosco,
alloro, finocchio, mallo di noce, spezie - anice stellato, cannella, chiodi
di garofano, noce moscata, legno di liquirizia, animali - ambra, muschio,
cuoio, pelliccia, selvaggina, cacciagione, vari - caffè tostato,
mandorle toste, vaniglia, resina, catrame, tartufo, creosoto, cacao, caramello,
lieviti, crosta di pane, miele, confettura (precisare quale).
Mi sono reso conto, in buona compagnia, della mia ignoranza olfattiva.
Il docente apriva una boccettina di acetato di iso-amile ed ecco riconoscevo
l'odore di banana. Vorrei che mia nipote conoscesse la rosa selvatica
sulla sua siepe e non attraverso una immagine accompagnata da antranilato
di metile. Ma allora bisogna impegnarsi per salvare piante e mestieri
odorosi.
4 Il diritto al dialogo: il dialogo, che Calogero pone a fondamento della
sua proposta filosofica ed il suo amico Capitini alla proposta politica
dei Centri di Orientamento Sociale, è sempre più raro. "Chi
può parlare ascolta con maggiore attenzione" diceva Capitini,
ma ciò va contro la specializzazione. C'è chi è specializzato
a parlare e chi è specializzato ad ascoltare ed applaudire. Un
tempo i ruoli si giocavano rispettivamente da balconi e in grandi piazze,
ora più comodamente, dal televisore, che pensa anche all'applauso,
e nelle proprie case. C'è progresso. Ma anche il dialogo ed il
dibattito ci sono, tra esperti e presi dalla strada, su tutti i possibili
argomenti. Si moltiplicano i talk show che guardiamo ed ascoltiamo, tifando
per l'uno o per l'altro o, imparzialmente, aspettando che degeneri, come
deve, in urla di sopraffazione e, ahimè più raramente, in
rissa. Il rapporto faccia a faccia è molto difficile: quello feccia
a feccia è a portata di mano. Il bisogno di dialogo, che si esprime
anche nella CHAT (meglio di niente), può trovare un più
solido fondamento nell'incontro e nel dialogo tra adulti, tra bimbi, tra
bimbi ed adulti. Vanno costruiti, con attenzione e rispetto, spazi ed
occasioni.
5 Il diritto all'uso delle mani: ci sono abilità che non vengono
stimolate e trasmesse, abilità che scompaiono. I giochi per i bimbi
sono perfetti in sè: soffrono per un loro intervento, che può
solo guastarli, romperli. A chiedere l'intervento sono solo i viedeogiochi,
sempre più e sempre più precocemente diffusi. Sviluppano
una abilità monodirezionale, specializzata. Zavalloni suggerisce
di andare in ferramenta a comprare i regali per i propri figli, che imparino
a piantar chiodi, segare, scartavetrare, incollare. Mia figlia, molto
abile nell'uso delle mani, associa sua figlia ( per questo una nipote
è figlia due volte) nella realizzazione di allestimenti per feste
od oggetti. Mi sembra uno dei modi più belli ed intensi ( anche
per quel che ricordo e pur non essendo io affatto abile) di stare assieme.
6 Il diritto ad un buon inizio: è la grande questione dell'inquinamento
che viene alla ribalta. Il neonato ha un motivo in più per piangere
quando lascia il ventre materno ed aspira la prima dose di ossidi di carbonio,
azoto ed altri inquinanti. Poi verrà l'acqua sempre meno pura e
il cibo, derivato dalla chimica di sintesi ed ora anche dalle tecnocologie
transgeniche. "Mamma, attenta che il tuo bimbo non mangi schifezze"
ammoniscono i contadini, che fino a ieri denunciavano il terrorismo ambientalista
sulla produzione dei cibi, fieri di aver fatto fallire un referendum,
che voleva mettere al bando i pesticidi. Meglio tardi che mai, comunque.
Per assicurare un buon inizio occore portare l'attenzione sull'accoglienza
di una nuova vita. Ci sono da riprendere ed incentivare buone abitudini,
come l'allattamento al seno. Occorre che l'attenzione che si vuole morale,
o come ora si dice, bioetica non si arresti al momento della nascita (
giù le mani dagli embrioni ) per riprendere quando si tratta della
morte ( no all'eutanasia ), ma si preoccupi dei nati e delle loro condizioni.
7 Il diritto alla strada: la strada, la piazza erano i luoghi dell'andare,
del sostare, dell'incontro, delle iniziative sia per grandi che piccini.
Il maggior pericolo, per i ragazzi che giocavano a palla per le strade
cinquant'anni fa, nella mia città, era il temuto sequestro della
palla da parte dei vigili urbani. Venivano a due alla volta in bicicletta,
lentamente, dando tutto il tempo per nascondere il corpo del reato, sottraendolo
alla confisca. Se questa avveniva era perchè il confronto era così
accanito che l'arrivo dei vigili, pur così solenne, non veniva
notato. In prima no, ma in seconda elementare ci andavo da solo ed ero
abbastanza grande per accompagnare all'asilo mio fratello di tre anni
più piccolo, che forse non ne avrebbe neppure avuto bisogno. Già
con mia figlia le cose erano cambiate. Ora i bimbi debbono essere sempre
accompagnati, per via del traffico, meglio se in macchina, aumentando
quel traffico appunto che costringe ad accompagnarli. Il diritto alla
strada - a percorrerla con il massimo di velocità e di rumore,
ad occuparla, in lungo e in largo compreso il marciapiede, a riempirla
di puzzo e sangue - lo eserciteranno più avanti prima col motorino,
poi con la moto e l'automobile. L'eliminazione del traffico privato motorizzato,
ovunque possibile, nelle città è un fatto di civiltà
e libertà. Non è facile: ho visto sventolare, non mi accadeva
da tempo, una bandiera rossa. Naturalmente, dovevo indovinarlo, era della
Ferrari.
8 Il diritto al selvaggio: S. Francesco raccomandava di lasciare nell'orto
del convento una parte incolta, perchè la natura vi avesse il suo
sfogo. Io sono laico, ma la sua raccomandazione merita di essere tenuta
nella massima considerazione. Forse anche il suo impegno per la pace,
la sua contrarietà alle armi, il rispetto di ogni forma di vita,
il rifiuto dell'intolleranza meriterebbero attuazione più convinta
nel Paese che lo ha per patrono e che lo ricorda solo come l'inventore
del presepe. Abbiamo bisogno di un po' di natura non contaminata nel mondo
tecnologico che ci siamo costruiti. E' un bisogno semplicemente vitale,
per i nostri corpi, come il dissesto idrogeologico attesta e conferma
in tutti i modi e le occasioni, per il nostro spirito, che abbiamo imprigionato
in una crosta non meno costrittiva di quella realizzata sulla terra. Ne
hanno bisogno soprattutto i bambini, che non hanno più fossi dove
bagnarsi, boschetti dove nascondersi, alberi da scalare, animali da trovare.
9 Il diritto al silenzio: viviamo con il rumore di fondo del traffico
automobilistico, nel rumore che viene dai nostri elettrodomestici più
amati: televisori, radio, stereo, fissi e portatili, con le cuffie ben
piantate nelle orecchie. La musica più assordante accompagna i
momenti di festa di grandi e piccini. Il silenzio è fuggito, fa
paura. Perdiamo - dice Zavalloni - occasioni uniche: il soffio del vento,
il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua. Perdiamo, aggiungerei,
l'occasione di ascoltare veramente noi stessi e gli altri. Ci sono leggi
che, se applicate, diminuirebbero il rumore e aiuterebbero il diritto
al silenzio, l'educazione all'ascolto silenzioso per i bambini e anche
per noi.
10 Il diritto alle sfumature: la città ci abitua alla luce anche
quando la luce non c'è - dice Zavalloni. Il sorgere ed il tramontare
del sole passa inosservato. Non si percepiscono più le sfumature.
Quando vedi solo bianco o nero rischi l'integralismo. Non ci avevo pensato.
Ma l'attenzione alle sfumature, ai particolari, alle diversità
me l'insegna mia nipote, che tutto vede, tutto nota e mi fa rilevare.
Guardata con l'aiuto dei suoi occhi la realtà mi appare incomparabilmente
più ricca e più varia ed anch'io presto più attenzione.
In questa ricchezza sta forse la possibilità di attuazione dei
diritti negati e che la stessa, per il mutamento economico, politico e
sociale che comporta, aiuti anche i bambini più poveri, quelli
trattati come rifiuti. Come ad es. in Angola, ricca di petrolio e diamanti,
dove un bimbo su tre non arriva ai 5 anni ed i sopravvissuti sono destinati
a vivere, 8 su 10, in estrema povertà e senza cure mediche. Può
aiutare anche i figli dei ricchi offrendo loro un'alternativa alla prigionia
nel privilegio.
Israele/Palestina: il nemico che non ha volto
di Nicola Marchesoni
Abbiamo incontrato Dan Bar-On a Gerusalemme, presso le Notre Dame Center,
albergo di proprietà del Vaticano, raccomandatoci da Dan Bar-On
ed anche dal Consolato italiano, e che scopriamo essere spesso luogo degli
“incontri proibiti”, di cui vi racconteremo.
Il professor Bar-On è una persona colta, schiva e molto coraggiosa.
Ci racconta dei lavori fatti insieme al professor Adwan sia qui sia in
Germania, dove da alcuni anni è in atto una stretta collaborazione
con il team coordinato dalla prof. Ursula Apitzsch della facoltà
di scienze sociali della Università di Frankfurt e con il prof.
Harald Mueller, nominato, a suggello della positiva collaborazione, Presidente
Onorario dell’Istituto per la ricerca per la pace (PRIME) di cui
i due premiati sono fondatori e condirettori.
Entra subito nel concreto con l´estremo pragmatismo che ci accorgeremo
essere il tratto che contraddistingue la personalità e l´agire
dei premiati. Per prima cosa ci dice che la sede del PRIME, posta a Beit
Jala, vicino a Betlemme, fino a settembre scorso era facilmente raggiungibile
in pochi minuti di auto da Gerusalemme, mentre ora i numerosi posti di
controllo e di polizia rallentano ed ostacolano persino l`accesso principale
all`edificio. Il PRIME è ospitato presso la scuola luterana, frequentata
per il 90% da musulmani, che si chiama Thalita Kumi, il cui significato
è “giovane donna alzati” e si riferisce ad un miracolo
di resurrezione compiuto da Gesù, forse attesa di altri più
umani miracoli.
Avvertiamo, infatti, sin da queste prime battute che ciò entrambe
le parti si augurano di più sia un urgente ritorno alla normalità,
intesa come reintegro dalla follia di quella che appare essere una strisciante
e subdola guerra civile. I due premiati hanno tenuto spesse volte le loro
settimanali riunioni in auto, nella terra di nessuno, ma controllata da
tutti. Alle ore 18 di lunedì 21 maggio abbiamo avuto la possibilità
di presenziare ad uno dei giornalieri bombardamenti dalla collina di Gillo,
proprio come la TV mostra, su Beit Jala, sede della Brigata 77, coordinata
da Hamas.
L´ironia sottile di Dan (i nostri titoli e cognomi vengono immediatamente
aboliti dopo brevi ma doverosi salamelecchi) ci ricorda, con l´espressione
serena e franca che impareremo ad apprezzare anche in altri più
difficili momenti (come il clandestino superamento, protetto solo dalla
targa consolare della nostra auto, del check point per Beit Jala, recando
un cittadino israeliano al quale è preclusa l´entrata nei
“territori”) che ciò che più preoccupa è
proprio il ritorno alla normalità da troppo tempo atteso e che
si caratterizza, ad esempio, nel semplice diritto di spostarsi liberamente
per visitare un parente di un altro villaggio situato a dodici km, superando
tre check points e dopo varie ore di guida per strade secondarie, quando,
invece, prima dell’ultima intifada occorrevano poche decine di minuti.
La libertà di spostamento e di stabilimento di un´attività
economica è indispensabile per ragioni di lavoro, considerato il
tasso di disoccupazione, salito a livelli altissimi dopo l´aggravarsi
della situazione di settembre scorso causata dall´insorgere della
terza intifada (secondo un rapporto consegnatoci da Yael Stein, direttrice
di “B’tselem”, ONG israeliana che si occupa della violazione
dei diritti dell`uomo nei territori palestinesi).
Molti sono i palestinesi che si recano giornalmente a Gerusalemme, per
guadagnare lo stipendio, sola fonte di reddito accanto alle rimesse di
coloro che, considerati a seconda profughi o emigrati, si sono stabiliti
all´estero, negli ultimi anni specialmente in America meridionale
ed anche negli USA. Ad ogni spostamento è necessario essere muniti
dell´indispensabile permesso di lavoro, le cui procedure per il
rilascio sono sottoposte al rigido e spesso pedante controllo dei servizi
di sicurezza israeliani.
Dan ci ricorda che quasi tutte le organizzazioni miste, faticano molto
a lavorare, per il clima di sfiducia, ma mai di rassegnazione, parola
sconosciuta nel lessico dei nostri amici “indigeni levantini”,
mia libera espressione che vuole semplicemente sottolineare che ogni tanto
meglio sarebbe, in luogo di parlare di arabi, arabo-israeliani, palestinesi,
profughi etc., considerarli uomini sofferenti e stufi di una situazione
da troppo tempo in drammatico stallo, ora più che mai da Oslo 1993.
Fra due giorni Dan partirà per Washington, “per svolgere attività
di lobbyng” ed incontrare persone influenti che diano supporto e
finanziamenti specifici per i progetti futuri e per ottenere la liquidazione
dei fondi degli ultimi progetti, che hanno ottenuto anche il sostegno
della Banca mondiale, incentrati sullo studio dell´ “altro”
nella nostra cultura, sulla conoscenza e studio della storia (è
insieme triste e assurdo sapere che i libri di storia palestinesi non
contemplano l´olocausto degli ebrei!) condotta da gruppi paritetici
di adolescenti israeliani e palestinesi e sull´ individuazione di
strumenti per la risoluzione pacifica dei conflitti e per la costruzione
della pace.
Sami Adwan è docente di pedagogia all’Università di
Betlemme. Membro di una famiglia musulmana praticante di Beit Sahur, negli
anni 1991-1992 è stato rinchiuso nelle prigioni israeliane come
attivista palestinese, in applicazione dei provvedimenti di emergenza
che consentono di arrestare chiunque, senza alcun provvedimento di convalida
da parte del giudice, e mentenerlo in stato di detenzione per un tempo
non determinato. E´ il trionfo della legge del sospetto, ove la
pretesa imputazione di un individuo per un reato penalisticamente definito
“di mero sospetto” o “di posizione”, porta a “prevenire”
la commissione del reato “integrando” in luoghi di controllo,
dal carcere alla fabbrica, il probabile autore, facilmente individuabile
dalla sua lingua, dai suoi costumi, insomma dal suo essere umano,
Ha studiato dal 1972 al 1976 ad Amman, in Giordania, e ha conseguito il
suo diploma in Pedagogia, dal 1976 al 1979 ha lavorato in qualità
di lettore ad Amman. Nel 1979 è migrato a San Francisco, dove si
è laureato alla California State University. Vive a Betlemme con
la moglie e sei figli.
Dal 1982 al 1984 Sami ha lavorato come lettore all’Università
di Hebron. Nel 1987 torna all’Università di San Francisco
dove consegue il Ph. D. in Education Administration; ha lavorato con diverse
ONG`S, specialmente su progetti di revisione dei testi scolastici.
Dan Bar On e Sami Adwan si erano conosciuti attraverso il lavoro promosso
da diverse ONG´S, ed in particolare modo nel “Child and Health
Care Center” a Gerusalemme Est, ed il lavoro comune per lo studio
empirico sullo studio della storia tra adolescenti israeliani e palestinesi.
Nel 1999 hanno fondato a Beit Jala l´organizzazione non governativa
indipendente PRIME, che è gestito, in maniera completamente paritetica,
da israeliani e palestinesi.
Con il coinvolgimento diretto di numerosi altri colleghi e giovani il
PRIME promuove, in una situazione molto critica, progetti e iniziative
volte a ricostruire processi di pace e di democrazia, una lettura comune
degli avvenimenti storici, la difesa dell’ambiente come patrimonio
indiviso, come “common goods” messi in pericolo dal conflitto.
La pubblicazione che descrive i progetti del PRIME raffigura in copertina
un israeliano ed un palestinese che innaffiano due alberi vicini ma diversi,
ciascuno attingendo al proprio innaffiatoio, posti di spalle ma con l´occhio
rivolto in alto, dove si nota che le fronde delle stesse piante, rivolte
come ogni creatura al cielo, alla ricerca di luce e quindi di vita, necessariamente
si intrecciano e rigogliscono.
Nel dettaglio, ricordando che tutto il materiale e le fonti sono disponibili
presso la sede della Fondazione Langer, oltre agli obiettivi già
citati, il PRIME è deputato alla riduzione delle esistenti asimmetrie
e diseguaglianze tra israeliani e palestinesi, a promuovere i diritti
umani e a realizzare una piena libertà accademica, mantenendo l´indipendenza
da interessi politici di entrambe le parti e dimostrando una “practical
solidarity” quando i nominati principi e diritti siano minacciati
o violati, sempre mirando ad una eccellente livello qualitativo di scolarizzazione,
di convivenza e di rispetto per l´ambiente, quest´ ultimo
inteso, oltre che nel significato tradizionale, soprattutto come tessuto
socioeconomico in cui interagiscono gli individui, che troppo spesso appare
secondario e talvolta è giudicato ininfluente nella dinamica dello
sviluppo relazionale.
Attualmente i main projects sono quattro: azione congiunta per la costruzione
della pace di ONG´S ambientaliste israelo-palestinesi; opportunità
per la risoluzione pacifica dei conflitti che dividono israeliani e palestinesi;
condivisione della storia, dove palestinesi ed israeliani scrivono insieme
la loro storia (c’è anche un progetto per conservare la memoria
degli anziani, intervistati con videocamera, per costituire un patrimonio
audiovisivo finora inesistente); infine, un progetto di vera e propria
riconciliazione tra palestinesi ed ebrei rifugiati.
Insomma, obiettivi ambiziosi, condivisibili e difficili, spesso osteggiati
e mantenuti in piedi con il solo personale impegno dei collaboratori del
PRIME, come ad esempio il sig. Jasúr, responsabile del centro di
igiene mentale infantile di Betlemme, che ci ha raccontato episodi veramente
impressionanti di incredibile aumento di patologie psichiatriche infantili
dovute al riaccendersi dell´intifada. E’ facile, in totale
assenza di strutture ricreative come parchi o piscine o campetti da calcio,
adocchiare una ruvida pietra, soppesarla leggermente nella mano e scagliarla
lontano, verso “il nemico che non ha volto”.
Premio Alexander Langer 2001 Israele e Palestina
per la pace
Il comitato della Fondazione Alexander Langer ha deciso di assegnare
il Premio Alexander Langer a Sami Adwan e Dan Bar On.
Dan Bar On è nato a Haifa, figlio di emigranti ebreo-tedeschi.
E’ stato per 25 anni membro del Kibbuz Revivim, ha lavorato in ambito
agricolo e nel contempo ha studiato psicologia sociale. Per molti anni
si è occupato dei figli delle vittime dell’Olocausto e dei
figli dei loro carnefici analizzando le conseguenze dei traumi subiti
da entrambe le parti. I suoi libri su questo argomento sono stati tradotti
in molte lingue. Come docente dell’università di Beer Sheva
Dan Bar On, ancor prima che si arrivasse agli accordi di Oslo, aveva istituito
gruppi di dialogo fra studenti israeliani e palestinesi sulla base di
una concezione del conflitto che considera la convivenza all’interno
della società civile la cosa per cui “combattere” senza
però tralasciare di elaborare i motivi del conflitto. Dopo la stipulazione
degli accordi di pace di Oslo Dan Bar On ha allacciato stretti contatti
con organizzazioni non governative palestinesi che intendevano promuovere
il processo di pace al fine di migliorare le condizioni di vita della
popolazione palestinese.
Sami Adwan viene da una famiglia musulmana praticante di Beit Sahur nei
pressi di Betlemme. Dal 1972 al 1976 ha studiato in Giordania ad Amman,
dove dopo aver conseguito il diploma in pedagogia è restato per
lavorare in qualità di lettore. Nel 1979 si trasferisce a San Francisco
con tutta la famiglia, laureandosi alla California State Univerisity.
Dal 1982 al 1984 Sami Adwan ha lavorato come lettore all’università
di Hebron. Nel 1987 ritorna a San Francisco, dove ottiene il Ph.D. Dopo
il suo ritorno nella West Bank nel 1991-1992 è rinchiuso nelle
carceri israeliane con l’accusa di essere un attivista palestinese.
Dal 1992 è docente di pedagogia all’università di Betlemme,
specializzandosi in questioni relative al conflitto israelo-palestinese
e in educazione ambientale. Sin dall’inizio dei colloqui di Oslo
collabora con numerose organizzazioni non governative, occupandosi in
modo particolare della revisione dei libri di scuola nei territori autonomi.
Mentre molti parlano del fallimento del processo di pace di Oslo, Sami
Adwan e Dan Bar On con la loro collaborazione continuativa e con la fondazione
del PRIME alla fine del 1999 hanno dato un esempio pratico del fatto che
la collaborazione fra gli appartenenti ad entrambi i popoli rappresenta
il solo modo praticabile per uscire dal conflitto attuale che tenga conto
degli obiettivi umani, democratici e ambientali. Con il loro lavoro concreto,
svolto con grande impegno nonostante le crescenti difficoltà degli
ultimi mesi e esponendosi a gravi rischi, assistiti da altre donne e altri
uomini palestinesi e israeliane/i, Sami Adwan e Dan Bar On continuano
a credere nella possibilità di trovare soluzioni democratiche ed
eco-sostenibili per questa regione contesa, il che nel contempo è
anche ciò che si chiede alle forze politiche. Il PRIME si propone
di contribuire a realizzare le infrastrutture intellettuali per un possibile
progetto di pace, di rimuovere gli ostacoli attualmente esistenti e apparentemente
insormontabili che impediscono il processo di pace e di influenzare in
tale senso l’opinione pubblica in Israele e Palestina. Per fare ciò
bisogna soprattutto formare una nuova generazione di insegnanti e politici
che siano disposti a garantire la coesistenza pacifica e la cooperazione
nonché la salvaguardia dell’ambiente sociale e naturale. In
questo senso PRIME contribuisce già oggi al rafforzamento della
società civile in Palestina e in Israele attraverso una serie di
progetti, sia in fase di attuazione che di elaborazione.
Assegnare il premio a questi due uomini di scienza attivisti della pace
e ambientalisti significa premiare il lavoro e lo sforzo di persone che
vedono in uno sviluppo civile, democratico ed ecologico del Medio Oriente
l’unica possibilità di risolvere il conflitto nella loro regione
e che sono disposti ad impegnarsi per un superamento del conflitto nonostante
le pressioni e noncuranti dei pericoli.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Quando la passione politica si unisce al senso lirico
In una bella osteria di Bologna incontriamo e intervistiamo Claudio Lolli,
storico cantautore bolognese e indimenticato autore di un repertorio simbolo
dell’impegno in musica (per esempio “disoccupate le strade dai
sogni”, “vecchia piccola borghesia”…) quest’anno
ha pubblicato l’album “dalla parte del torto”.
Wodhi Gutrie affermava che “le canzoni sono da adoperare e non solo
da ascoltare passivamente”, tu in passato, soprattutto nel ’77,
eri considerato tra i cantanti “guida” del movimento di contestazione
e quindi le tue canzoni erano usate come simbolo da questo movimento.
Come ti trovavi in questo?
Non mi da fastidio pensare a questo anche se non era vero perché
io ho cominciato a scrivere e cantare in un periodo in cui le canzoni
erano un po’ troppo adoperate. Comprimevano molto il livello di emozione
individuale. Non mi piacevano quelle canzoni che erano degli slogan e
inni politici. L’inno, secondo me, ha linguisticamente qualcosa di
autoritario e di militaresco, che sia di destra o di sinistra. Io non
avevo voluto scrivere degli inni, ho cercato di combinare nelle mie canzoni
la passione politica e per il mondo ad un senso lirico di percezione di
stare al mondo che mi sembra più difficile e più vero. Di
inni ce n’erano molti ma erano troppo semplicistici e poco rispettosi
dell’ascoltatore. Le canzoni, quindi, vanno adoperate sicuramente
e io credo che qualcuna delle mie lo sia stata e questo mi fa piacere,
però non le ho scritte col progetto preciso che fossero adoperate,
le ho scritte per scriverle. Se qualcuno le ha trovate degne di essere
adoperate o se si è riconosciuto in parti di esse questo va benissimo.
Ti sei fatto un’idea di questi movimenti di base, non partitici,
che ultimamente stanno lavorando molto sulla contestazione alla globalizzazione
e sulla ricerca di forme di vita più sostenibili?
Mi sembra interessante la trasversalità che c’è all’interno
di questi movimenti e mi sembra un segno di un superamento di un sistema
di attribuzione di zone di pensiero, di zone di influenza o di modalità
organizzative. E’ come se tutto quello che abbiamo pensato di politico
fino ad oggi fosse inadeguato ad affrontare un problema di livello globale.
C’è un cambiamento di linguaggio rispetto ai vecchi modi da
far politica; questa novità linguistica, che risponde ad una percezione
affettiva del mondo, scardina la gabbia ideologica e va alla ricerca del
nuovo e del giusto.
Anni fa hai scritto “morire di leva”. Tra qualche anno la “naia”
scomparirà per far posto all’esercito professionista. Che
idea ti sei fatto di questo?
Questa domanda mi imbarazza molto, perché francamente non lo so.
Quella canzone nasceva dalla tragica esperienza di un mio amico siciliano,
un ragazzo normale che però ha vissuto il periodo di leva con molta
drammaticità. Quindi l’esercito di leva è sicuramente
una situazione violenta, gerarchica e la sua fine non può che farmi
piacere. Da un altro punto di vista però l’esercito professionale
mi inquieta molto perché sembra una specie di corpo separato dalla
volontà popolare che in qualche modo doveva rappresentare lo Stato.
Anche perché una certa “democraticità” (almeno
sulla carta) nell’esercito di leva era possibile, mi ricordo ad esempio
che nel periodo di Lotta Continua c’era una grande lotta politica
anche all’interno dell’esercito…
Ti riferisci ai “proletari in divisa”? con loro c’era anche
un giovane Alex Langer…
Certo, grandissimo e compianto personaggio. Loro cercavano di avere una
voce, di svolgere un’azione contrastiva e di controllo. Penso che
in un esercito professionale qualsiasi tipo di azione di controllo possa
venire meno.
Che cos’è la nonviolenza per Claudio Lolli ?
A volte mi sembra che venga considerata come un valore in sé, astratto,
un valore di principio e non contestualizzato.
Io penso che il mondo in cui viviamo sia molto violento e quindi non credo
che la violenza possa essere un’astrazione e valutabile in un unico
modo. Forse sarebbe più giusto parlare di violenze che di violenza.
Ci sono le violenze che uccidono le persone, le violenze che sfruttano
i minorenni, quelle che sfruttano capitalisticamente e le violenze dei
gruppi giovanili urbani che sfasciano qualche vetrina. Non penso che le
due cose possano essere messe sullo stesso piano. Penso che le questioni
di principio abbiano creato molti disastri, analizzare un problema dal
punto di vista del principio crea l’astrazione dal concetto. Non
possiamo sradicare i concetti dalla radicalità del contesto in
cui si verificano.
a cura di Massimiliano Pilati e Sandro Sorrentino
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Le strutture genealogiche della violenza e gli interventi di solidarietà
educativa
1. Le strutture genealogiche della memoria: la rielaborazione del passato.
Da almeno un paio di secoli la guerra è un modus vivendi della
cultura balcanica. Questa è un'affermazione piuttosto grave e me
ne rendo conto. D’altronde uscire dall’inconsapevolezza e dalla
banalità della violenza significa riappropriarsi della memoria
in senso critico e rielaborativo, abbandonando una visione basata sulla
pura e semplice rievocazione del passato (basti pensare alla fissità
con cui i Serbi hanno congelato certi avvenimenti storici, ad esempio
la trecentesca battaglia del “Campo dei Merli”).1
Questo è un processo formativo e culturale che necessariamente
impegna un’intera generazione.
La generazione che viene preservata dalla violenza può decidere
di rinunciare alla preparazione della vendetta per crearsi gli antidoti
affinché l’odio non si ripeta più.
Solo un'azione formativa basata sulla rielaborazione della memoria può
impedire che si ripeta inconsapevolmente e in maniera automatica il contenuto
del passato. La memoria da questo punto di vista è una struttura
culturale-formativa, che deve avere dentro di sé la dimensione
dell'apprendimento. La memoria è quindi una condizione rigenerativa
e non una condizione nostalgica a differenza di altre modalità
come la pura e semplice rievocazione. È la capacità di trasformazione
del passato in una dimensione che consenta di uscire dai vicoli ciechi,
dagli ingorghi oppressivi, dalle reiterazioni, dagli automatismi.
La capacità di usare costruttivamente la memoria è una capacità
abbastanza rara nei popoli. Senz'altro l'esempio della Germania è,
da questo punto di vista, uno dei più interessanti. Come dice lo
storico Gustavo Corni, sull'ultimo numero di Novecento. Rassegna di storia
contemporanea2, “Io ritengo che nella Germania federale dopo la fine
della guerra – superata una fase piuttosto lunga di relativa disattenzione
(motivata anche da ragioni politiche) per ciò che era avvenuto
durante il regime nazionalsocialista – si sia instaurata una sana
cultura della memoria. Una cultura che ha prodotto numerosi e accesi dibattiti
con un forte coinvolgimento dell’opinione pubblica e non soltanto
degli addetti ai lavori. Quest’attenzione per la riconsiderazione
della memoria storica ha prodotto fra l’altro il cosiddetto Historikerstreit
alla metà degli anni Ottanta; ma vorrei ricordare che forse il
vero punto di svolta si era avuto un ventennio prima, con la cosiddetta
Fischerkontroverse, che riguardava il ruolo dell’Impero tedesco nello
scatenamento (e nella conduzione) della prima gerra mondiale. Se facciamo
un confronto con l’Italia, ancor più con il Giappone (si veda
l’esauriente libro di I. Buruma, pubblicato qualche anno fa), ma
se facciamo un confronto anche – più recentemente – con
le riflessioni sulla storia contemporanea innescate nei paesi dell’ex
blocco comunista, mi sembra che il caso tedesco risalti per una forte
attenzione e per un profondo coinvolgimento dell’opinione pubblica.
La peculiarità tedesca arriva al punto – a mio avviso –
che, fedeli alle loro tradizioni culturali di Gründlichkeit, gli
storici tedeschi e la stessa opinione pubblica in non pochi caasi sono
arrivati all’orlo di fasi quasi ‘autodistruttive’, nelle
quali è emersa a tratti una sindrome di profondo rigetto della
propria storia, quasi di pessimismo culturale.”
In altre parole se Hannah Arendt nel suo famoso libro La banalità
del male3 seguendo il processo ad Eichmann a Gerusalemme aveva intercettato
la banalizzazione della memoria che veniva strumentalizzata , utilizzata
non in un senso pieno ma semplicemente strappata a brandelli utilizzando
solo i frammenti che potevano servire a liberare la Germania dall’ansia
del suo passato, ecco che dopo, con la generazione “dei figli”,
la Germania riesce, anche grazie al grande contributo di scrittori come
Peter Weir, Heinrich Böll, a fare un’operazione da un lato di
ricucitura morale rispetto al proprio passato e dall’altro di identificazione
di quelle che erano le radici profonde del nazismo. Non va dimenticato
che in Germania l’antisemitismo è presente in maniera piuttosto
profonda fin dalla seconda metà dell’Ottocento, non può
certo essere visto come un fenomeno unicamente legato all’ideologia
nazista, che ebbe piuttosto il ruolo di rendere palese e formalizzare
uno stato d’animo collettivo che era, come ci dicono tanti storici,
profondamente orientato almeno per alcuni aspetti verso l’antisemitismo.
Questa capacità tedesca è emblematica di ciò che
occorre fare per uscire dall’ingorgo genealogico, che si crea quando
i padri chiedono ai figli di ripetere lo stesso copione per legittimare
ciò che loro stessi hanno fatto di generazione in generazione.
Questo atteggiamento è sconvolgente, ma in tante parti del mondo
sta proseguendo con un’incredibile complicità e naturalezza.
2. Una vera solidarietà è anche educativa.
In questi ultimi dieci anni abbiamo assistito in varie parti del mondo
all’esplodere di conflitti etnici e non solo. Sanguinano zone molto
povere del pianeta, nel caso dell’Africa, o zone segnate storicamente
dalla violenza, come l’area balcanica, che appartiene all’Europa.
La fine della guerra fredda è servita come da detonatore per queste
violenze che si celavano sotto il tappo ideologico.
Il rispetto della cultura è anche comprensione della cultura. Non
si può pensare che il rispetto diventi una sorta di adorazione
della cultura dove si va a intervenire, lasciando intatti i meccanismi
profondi che hanno creato la violenza stessa. Questo è un atteggiamento
di grande irresponsabilità, che non è di aiuto né
a chi soccorre né a chi viene soccorso. Penso che un volontariato
attento, vigile si debba porre di fronte alla violenza altri tipi di problemi
che non siano semplicemente soccorrere le vittime. Già nel 1994
durante un convegno organizzato a Milano dal Centro Psicopedagogico per
la Pace, affrontando il tema dei bambini e la guerra si introdusse il
concetto di solidarietà educativa, ossia di un tipo di solidarietà
che si pone il problema di offrire anche risposte formative, in modo che
una serie di reiterazioni storiche non abbia a ripresentarsi di generazione
in generazione4. In quell’occasione dissi esplicitamente che le vittime
possono diventare aguzzini, e che un intervento puro e semplice a favore
delle vittime non preservava minimamente dalla possibilità che
queste stesse in un secondo tempo passassero dall’altra parte della
barricata. Nei Balcani questo è ampiamente avvenuto, anche solo
nel giro di dieci anni. La mia fu una facile profezia.
Ora nell’area balcanica assistiamo all’enfasi, sia in Croazia
che in Serbia, della ritrovata democrazia. Sembra una ripetizione di quello
che era successo con la fine della seconda guerra mondiale: tanti paesi
europei pretesero di uscire dalle dittature senza fare i conti con il
loro passato. Questo purtroppo è avvenuto anche in Italia. In realtà
è necessario che i popoli che sono vissuti in una situazione di
profonda violenza siano aiutati a ritrovare la capacità di uscire
dagli ingorghi che ho definito genealogici, e a ritrovare il senso della
memoria costruttiva.
Da questo punto di vista penso che ogni singola iniziativa vada immessa
in un contesto formativo, e occorre capire come vada a incidere sulle
strutture profonde di una civiltà. In Kosovo in altre parole il
problema non è semplicemente quello di aiutare i bambini ad uscire
dal trauma della guerra ma è quello di aiutare i bambini ad apprendere
a vivere senza la violenza, dal momento che per loro la violenza tenderà
ad essere una struttura relazionale ovvia e scontata.
Il problema non è soltanto fare in modo che si passi dall’aiuto
esterno all’aiuto autonomo e autocentrato, ma fare in modo che questo
aiuto consenta di imparare a fare a meno di ciò che ha creato la
violenza, di quei complessi sistemi culturali, relazionali, sociali, familiari
che sono alla base dei comportamenti collettivi devastanti. È quindi
una riflessione di senso che occorre attivare, e non semplicemente una
riflessione tecnica sull’efficacia di certi interventi. Questo non
è un giudizio, ma una comprensione. Un giudizio sarebbe una condanna
aprioristica; la comprensione è la capacità di cogliere
perché è successo quello che è successo e che cosa
fare per poter migliorare.
Vorrei in proposito ricordare l’esperienza di Danilo Dolci che negli
anni Cinquanta iniziò un grande lavoro sociale nella Sicilia occidentale,
un’area al limite della miseria, in cui le attività che creava
servivano a porre delle leve per un cambiamento più sostanziale.
Sentiamo per esempio cosa dice su un possibile centro educativo: “Il
centro educativo sta diventando, all’interno delle famiglie, un’occasione
di ripensamento dei rapporti familiari, una leva per far scricchiolare
una parte della vecchia struttura sociale economica e politica. Il lavoro
che svolgiamo si pone come obiettivo non solo quello di far maturare i
ragazzi, ma attraverso di loro penetra nelle famiglie e influisce sulla
loro mentalità creando e portando avanti nuovi fronti democratici.”5
Con gli opportuni aggiustamenti questa frase di Dolci include anche il
compito che oggi un volontariato maturo deve necessariamente porsi per
attuare una solidarietà educativa. Si richiede uno sforzo nuovo,
alla capacità di porre domande che finora non si è avuto
il coraggio di porre perché la storia non continui a ripetere se
stessa e il contributo di tante persone generose possa davvero segnare
l’inizio di nuovi patti – nonviolenti e pacifici – fra
gli individui e i popoli.
Daniele Novara
2° parte (fine)
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Le radici storiche dell’antimilitarismo
L’antimilitarismo ebbe in Italia alcune manifestazioni, per lo più
spontanee e disorganizzate, già prima degli anni Novanta dell’Ottocento,
ma fu proprio in questo periodo che esso acquistò nuova profondità
e diffusione. Esistevano allora tre filoni diversi di antimilitarismo.
Il primo era quello della sinistra democratica, che comprendeva garibaldini
e mazziniani, repubblicani e radicali. Essi, partendo da un acceso patriottismo,
condannavano l’impronta autoritaria dell’esercito e la crescita
vertiginosa delle spese militari. La loro critica, però, era condotta
all’interno della classe dirigente e non metteva in discussione l’essenza
dello Stato liberale; essa non ebbe alcun effetto, se non quello di rafforzare
fra le gerarchie militari il sospetto verso le forze progressiste di qualunque
genere. Il secondo filone fu quello dell’antimilitarismo delle masse
popolari, un sentimento difficilmente definibile, quasi impalpabile, eppure
profondamente presente fra la popolazione. Le masse allora provavano indifferenza
e spesso ostilità nei confronti dello Stato “che conoscevano
attraverso gli esattori di imposte e i carabinieri molto più che
per la fornitura di scuole e servizi”1. L’esercito era l’istituzione
statale con cui tutte le famiglie entravano in rapporto attraverso la
leva obbligatoria e in un’economia spesso ai limiti della sussistenza
la sottrazione di giovani vigorosi per due o tre anni era senz’altro
un’imposizione gravosa. Questa forma di antimilitarismo non ebbe
risultati pratici e anzi confermò fra i militari la convinzione
della necessità di una disciplina rigida e di una ferma relativamente
lunga. Bisogna anche aggiungere che il servizio militare era divenuto
un fatto culturale per la popolazione maschile, per la quale la chiamata
davanti al consiglio di leva rappresentava il passaggio dalla giovinezza
all’età adulta, quasi come l’equivalente laico di un
sacramento religioso. L’idoneità fisica era accoppiata alla
capacità virile e l’essere riformati veniva considerato un
disonore2, mentre le operazioni di sorteggio introducevano un elemento
cabalistico destinato a colpire profondamente l’immaginario popolare.
Infine i coscritti si identificavano come gruppo, legato da vincoli di
solidarietà e di complicità, tollerato nelle sue forme di
esuberanza chiassosa e spettacolare, legate soprattutto al canto e all’affermazione
della virilità. Per molti giovani delle classi popolari il servizio
di leva era la sola occasione per uscire dal ristretto orizzonte del paese
natio; costituiva perciò un’esperienza che spesso sarebbe
stata evocata con nostalgia. Il terzo e più caratterizzato filone
di antimilitarismo fu quello che unì anarchici e socialisti, i
quali condussero campagne dai toni violenti contro la struttura militare.
Ricordiamo in questo campo la figura di Andrea Costa (1851-1910) di Imola,
uno dei padri fondatori del socialismo italiano, che nel 1886, al tempo
della prima guerra d’Italia contro l’Abissinia, pronunciò
in Parlamento la storica frase: “Né un uomo né un soldo
per la guerra”. Nonostante la mancanza di successi concreti, questa
opposizione politicizzata allarmò fortemente gli ambienti militari,
aumentando la loro diffidenza verso le masse popolari e collocandoli ancora
più a destra nel panorama politico.
Nei primi anni del ‘900 esistevano in Italia molte associazioni per
la pace basate, secondo la tendenza dell’epoca, sul concetto di arbitrato
internazionale. Si trattava quindi di un pacifismo legalistico, non rivoluzionario
né assoluto. L’idea dell’arbitrato costituì il
centro degli sforzi dei pacifisti della seconda metà del secolo
XIX, che nutrivano fiducia nel progresso del diritto internazionale e
nei governi illuminati. In confronto ad altri Paesi, le organizzazioni
pacifiste sorsero in ritardo in Italia, anche perché poterono costituirsi
soltanto nel nuovo clima di libertà civile ottenuta dopo il 1870
con la sparizione dei vecchi regimi retrogradi e assoluti, con la diffusione
dell’istruzione pubblica e con la possibilità di conoscere
le idee presenti nelle altre nazioni. Molti uomini che avevano preso parte
alle guerre del Risorgimento divennero banditori della fraternità
delle patrie e della confederazione europea e serbarono le cruente visioni
dei campi di battaglia a stimolo per l’opera di conciliazione fra
i popoli. Nel 1891 al Campidoglio di Roma fu inaugurato sotto la presidenza
di Ruggiero Bonghi il terzo degli otto “Congressi mondiali della
pace” che dal 1889 al 1897 si tennero in varie città del mondo.
Milano divenne il centro delle attività pacifiste italiane che
trassero impulso dall’opera di Ernesto Teodoro Moneta3 (1833-1918).
Egli nel 1887 fondò l’”Unione Lombarda per la Pace e
l’Arbitrato internazionale”, che in seguito assunse il nome
di “Società internazionale per la pace (Unione Lombarda)”
e dal 1924 quello definitivo di “Società per la Pace e la
Giustizia internazionale”. Essa divenne l’organizzazione per
la pace più attiva non solo in Italia ma forse anche in Europa
e promosse congressi, conferenze, pubblicazioni, esposizioni e condusse
un’attiva propaganda antimilitarista. Per sua cura uscirono annualmente
dal 1890 al 1937 molti numeri di almanacchi illustrati per la pace, ricchi
di materiali e diffusi a forti tirature. Nel 1907 Moneta ricevette il
Premio Nobel per la Pace, condiviso con il francese Louis Renault. Ma
quando il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla
Turchia, il vecchio pacifista diede la sua approvazione in nome della
“legittimità dei diritti italiani”, augurandosi tuttavia
un conflitto di breve durata e di poche vittime! Infine nel 1937 la Società
fu disciolta dal fascismo perché svolgente “attività
contrastante con le direttive del Regime” e i suoi beni furono confiscati.
Il caso Moneta - al quale però non si possono negare benemerenze
- fornisce un esempio di quel pacifismo che, per essere circoscritto entro
basi “patriottiche”, sovente andava incontro a contraddizioni.
Un altro esempio è fornito dal deputato liberale Edoardo Giretti
che nel 1911 aveva protestato contro il bellicismo della Società
monetiana e che nel 1915 si schierò a favore dell’entrata
in guerra dell’Italia. Dello stesso tipo del pacifismo ultimo di
Moneta fu quello dello scrittore Angelo De Gubernatis, nonostante la bella
idea che ebbe di costituire a Roma, in occasione delle celebrazioni per
il cinquantenario dell’unità nazionale, un Museo storico della
Pace. Più integro fu invece il pacifismo di Enrico Bignami che
pubblicò dal 1906 al 1919 nella Svizzera italiana la rivista “Coenobium”
che dal 1913 ebbe una rubrica intitolata “Guerra alla guerra!”.
Ricordiamo anche la figura del padre barnabita Alessandro Ghignoni, che
sostenne sempre l’incompatibilità tra cristianesimo e guerra
e la necessità di un assetto sociale e morale atto a distruggere
le radici dei conflitti armati.
A. DOGLIOTTI (a cura di), Trieste, Istituto per
l’ambiente e l’educazione Scholé Futuro, Torino s.i.d.,
pagg. 76, s.i.p.
I sottotitoli del libro danno un’idea dell’argomento trattato:
“Memorie diverse in una città di frontiera. Idee e materiali
per percorsi didattici sulla storia del Novecento nella scuola secondaria”.
Come scrive la curatrice nella presentazione, nel contesto degli eventi
del ventesimo secolo la questione di Trieste e della Venezia Giulia è
caratterizzata da una grande intreccio di fattori, circostanze e processi
diversi, con componenti di tipo storico, culturale, etnico, sociale e
nazionale, da prestarsi ad essere un vero e proprio caso di studio, sia
a livello di ricerca storica, sia a livello didattico. Con i materiali
raccolti in questo testo è stato utilizzato il caso di Trieste
per esemplificare possibili percorsi innovativi nell’insegnamento
della storia del Novecento, nella speranza di dare un contributo al rinnovamento
didattico della nostra scuola. A testimoniare l’interculturalità
dell’operazione, il libro è scritto in italiano e in sloveno.
Il volume si rivolge soprattutto a quegli insegnanti di scuola media superiore
che abbiano il desiderio di mostrare ai loro discenti una maniera innovativa
di apprendere la storia rispetto a quanto è stato sempre proposto
nel passato, dove gli avvenimenti storici erano concepiti meramente come
alternarsi di dichiarazioni di guerra e di trattati di pace. Un nuovo
paradigma è invece possibile come metodologia di ricerca storica
ed è quello della nonviolenza, che ha come fine il tentativo di
proporre per il presente un modello di risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Infatti, come sta scritto nel museo del campo di concentramento di Dachau,
“coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterlo”.
La storia non è una materia asettica e staccata dalla nostra vita.
Hobsbawn scriveva nel 1994: “Sfortunatamente, come dimostra la situazione
di molte zone del mondo alla fine di questo nostro millennio, una cattiva
storia non è mai inoffensiva. E’ pericolosa. Le frasi battute
su una tastiera apparentemente innocua possono essere sentenze di morte”.
Difficilmente potrete trovare questo volume sui banconi delle librerie,
come purtroppo capita quasi sempre con questi libri intelligenti, che
sono fuori dal circuito distributivo. Perciò indichiamo il numero
di telefono dell’Istituto Wesen (tel. 0121 81 452) che ha realizzato
il libro e al quale dovrete rivolgervi per poterlo avere.
Sergio Albesano
James Hillman, Politica della bellezza, Moretti & Vitali Editori,
Bergamo, 1999
L'autore indaga in questi saggi - scritti nell'arco di venti anni, pubblicati
via via su riviste e per la prima volta riuniti in questa edizione italiana
- il rapporto tra estetica e politica, nel senso della relazione che intercorre
tra domanda di bellezza e vita pubblica.
A partire dall'idea che la psicologia (letteralmente: il 'discorso (logos)
sull'anima (psyché)' deve porre al centro della sua teoria e della
sua prassi il rapporto tra psiche ed eros, ossia il bisogno che l'anima
ha di bellezza, Hillman mostra le conseguenze che la perdita di bellezza
implica per la vita pubblica, per la città, e per il paziente,
che è anche cittadino.
Il legame tra eros (desiderio di bellezza, in senso platonico) e polis
(città) è mediato dal concetto di anima: è l'anima
individuale, la psiche, il soffio vitale, ad essere viva soltanto nel
desiderio di bellezza nei confronti dell'intero cosmo. "Nell'arco
della giornata è un continuo, sottile, rispondere esteticamente
al mondo", ma di queste nostre risposte estetiche - risposte al bello
e risposte al brutto che incontriamo nella quotidianità - siamo
diventati inconsci (pag.9), soffocati dal razionalismo, dal pragmatismo,
dall'economicismo, dominanti nella nostra cultura. Il punto è che
per Hillman in questo soffocamento ne va della vitalità della nostra
psiche: rimuovendo la dimensione estetica, negando all'anima il suo naturale
bisogno di bellezza, smarriamo il senso del nostro stare al mondo.
Hillman interpreta poi il testamento culturale freudiano ("là
dove è Es, deve diventare Io": l'inconscio deve essere reso
conscio) nel senso che la coscienza da risvegliare oggi non è soltanto
coscienza del vissuto interiore, ma è coscienza dell'appartenenza
alla dimensione pubblica, politica, civica. Ed è consapevolezza
che quest'appartenenza del soggetto al mondo è mediata dall'aspirazione
al bello: è coscienza estetica. Ciò che rimuoviamo, ciò
nei confronti di cui per difesa più ci anestetizziamo non è
soltanto l'abisso dell'interiorità, ma è la polis, il 'mondo
là fuori': "rimuoviamo la psiche (l'anima) dalla polis e siamo
inconsci nei suoi confronti: è la polis l'inconscio" (pag.10).
Liana Fiorani, Dediche a Don Milani dal cimitero di Barbiana, Edizioni
Qualevita, 2001, pagg. 736, Lire 50.000
Questo libro raccoglie le numerose dediche che ogni anno i pellegrini
in visita alla tomba di Don Lorenzo Milani lasciano sui quaderni del cimitero
di Barbiana, in un angolo di mondo situato "al di fuori delle mura"
di ogni centro di potere. Servono a ridare vita e voce a quel prete esiliato
che continua a scuoterci dal nostro menefreghismo con il suo I care ripetuto
quasi ossessivamente in tantissime dediche.
Il lavoro è stato affrontato per far conoscere sempre più
Don Milani, oltre che per invitare tutti ad interrogarsi sul fenomeno
che questo mondo di dediche rappresenta; le dediche non sono infatti che
l’infinitesima parte dell’immenso fiume di firme che ogni anno
viene depositato. Bisogna riconoscere che né l’isolamento
e neppure la morte, avvenuta 34 anni fa, sono riusciti a far cadere il
silenzio sul sacerdote di Barbiana.
Un obiettore dice che non avrebbe avuto la forza di affrontare tre volte
il carcere senza il sostegno trovato nelle parole e nell’opera di
Don Milani.
Vi è anche chi afferma di aver trovato linfa per adoperarsi in
difesa della pace (e di tutti i valori umani) solo dopo aver visitato
il luogo dove Don Milani ha svolto il suo operato.
Una voce, dal Brasile, assicura di essere giunta sulla tomba di Don Milani
per rinnovare la memoria della sua scuola che insieme a quella di Paulo
Freire tanto hanno dato: sono stati i pedagogisti della speranza.
Hanno voluto seppellirlo vivo ma non ci sono riusciti, nemmeno da morto.
La sua presenza continua. Il tempo ci conferma una sua paradossale ineluttabile
verità: “Perché dovrei fare fatica ad andare io a cercare
la gente? Quando è la gente che viene a cercare me?”. Verità
confermata: nonostante i tanti anni che lo separano da noi in molti vanno
ancora a cercarlo per la sua particolare capacità di scuotere coscienze.
Ciò che resta incancellabile del Priore di Barbiana è la
sua intuizione di riscatto dei poveri, senza compromessi. Basta saper
costruire uomini, non burattini. È convinto che una scuola seria
e un maestro impegnato sappiano risvegliare nei ragazzi la sete del sapere,
sappiano dare lo stimolo che fa vibrare i loro cuori. “Il maestro
deve avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non
bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dall’ansia
di elevare il povero a un livello superiore. Più uomo, più
spirituale, più cristiano, più tutto”. Il problema
è tutto qui, ma uno non può dare quello che non ha.
Lorenzo, il 14 luglio 1952, scrive: “Ho la superba convinzione che
le cariche di esplosivo che ho ammucchiato negli anni di San Donato, non
smetteranno di scoppiettare per almeno cinquanta anni sotto il sedere
dei miei vincitori”.
Quell’esplosivo continua a scoppiettare, quei rumori richiamano a
Barbiana tutti coloro che hanno condiviso e condividono ciò che
ha detto e fatto e che riconoscenti ringraziano e pregano.
Liana Fiorani
Chi volesse ricevere il libro che raccoglie le numerose dediche
che le persone in visita alla tomba di don Milani lasciano sui quaderni
del cimitero può chiederlo alla Redazione, anche via email.
RICEVIAMO
Gianfranco e Daniele Zavalloni, Fattorie didattiche biologiche, Distilleria
ecoeditoria, Forlì 2001, pp. 63
Reinhold Messner, Salvate le alpi, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pp.
92
Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza, Libreria Dante e Descartes,
Napoli 2000, pp. 172
AA.VV., Contro le nuove guerre, Odradek, Roma 2000, pp. 278
AA.VV., Sulla pena di morte, Istituto di istruzione Cavalese, Trento 2001,
pp. 203
Gerard Lutte, Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala, Edizioni
Kappa, Roma 1994, pp. 229
Francisco A. Munoz, La paz imperfecta, Eirene, Granada 2001, pp. 308
Alessandro Andreini, Bonhoeffer - l'etica come confessione, Edizioni Paoline,
Milano 2001, pp. 246
Roberto Rondanina, Simone Weil - mistica e rivoluzionaria, Edizioni Paoline,
Milano 2001, pp. 347
Alida Airaghi, Litania periferica, Piero Manni srl, Lecce 2000, pp. 117
Roberto Bosio, Verso l'alternativa, EMI, Missionaria italiana, Bologna
2001, pp. 157
F. Javier Rodriguez Alcazar, Cultivar la paz, Eirene, Granada 2000, pp.351
Jose Fernandez Ubina, Cristianos y militares, Eirenes, Granada 2000, pp.
730
Tarcisio Chignola, L'agibilità del vivere, febbraio 2001, pp. 111
Guidalberto Bormolini, I vegetariani nelle tradizioni spirituali, Il Leone
verde, Torino 2000, pp. 147
Servicio Paz Y Justicia, San