Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
ATTAC/Svezia ha ora tra i 4000 ed i 5000 membri; in proporzione alla popolazione
svedese sono tanti quanti, o più che, in Francia dopo meno di un
anno di esistenza ed è riconosciuto come un fenomeno politico significativo.
ATTAC svedese lavorava da molti mesi alla preparazione del summit di Goteborg
trattando con il governo e la polizia affinchè le manifestazioni
si svolgessero pacificamente. Il Presidente del Consiglio di ATTAC, Hans
Abramsson che occupa una cattedra universitaria di studi sulla pace e
il conflitto, era al centro di questa preparazione e America Vera-Zavala
ha incontrato il primo ministro Goran Persson (la foto di America con
il suo chemisier bianco adorno del simbolo rosso di ATTAC a fianco di
Persson era sulla prima pagina di "Metro", il quotidiano del
summit). Tutto questo è nella tradizione svedese della concertazione
e del consenso e, secondo i membri di ATTAC, si era stabilita una reciproca
fiducia.
Ahimè, tutti questi sforzi sono stati vanificati. I problemi sono
cominciati giovedì pomeriggio. Il governo aveva aperto numerose
scuole perchè i militanti vi potessero dormire; correva voce che
ci fossero armi nascoste in una scuola, gli occupanti si sono rifiutati
di uscire, la polizia ha fatto venire degli immensi container per bloccare
tutti gli accessi alla scuola e tafferugli tra polizia e manifestanti
si sono verificati in un parco attiguo dove la polizia era a cavallo,
contrariamente alle promesse fatte durante le trattative. Malgrado tutto
niente di molto grave è accaduto giovedì, anche se la tensione
cominciava a crescere. Venerdì gli occupanti di "Globalisation
from Below" "Ya Basta" e "Tute Bianche" sono
stati evacuati. Venerdì ero personalmente nel villaggio alternativo
dove si trovavano tende ospitanti diverse organizzazioni e tutti i forum,
ma a meno di 500 metri da là gli scontri e le distruzioni erano
cominciati. Sul grande viale, che i goteborghesi paragonano ai Champs-Elysées,
non restava una sola vetrina intatta alla fine della sera. Duecento persone
circa erano riuscite a farne precipitare nella zuffa un migliaio o più.
I poliziotti, completamente sopraffatti e con le vetture distrutte, hanno
sparato pallottole vere e una persona almeno è stata gravemente
ferita all'addome e altre più lievemente. Gli svedesi non hanno
mai visto violenze simili sul loro territorio e ne sono profondamente
colpiti.
Io condanno in modo chiaro e netto queste violenze e ciò per più
ragioni.
- Indipendentemente dalle posizioni filosofiche sull'argomento ed a prescindere
dal fatto che i nostri colleghi svedesi sono stati piuttosto traumatizzati,
le violenze fanno invariabilmente il gioco dell'avversario. Anche in caso
di provocazioni e quando la polizia è responsabile nell'aprire
le ostilità, come spesso avviene, ci si mette tutti nello stesso
sacco. I media evidentemente non parlano che di questo. Le idee, le ragioni
della nostra opposizione, le proposte vengono completamente nascoste.
- Lo Stato si definisce per il suo "monopolio della violenza legittima".
Chiunque pensi di poterlo affrontare e vincere su questo terreno non ha
fatto molta strada nell'analisi politica. Chiunque pensi che rompere vetrine
e picchiare poliziotti "minacci il capitalismo" non ha per niente
un pensiero politico.
- Noi non possiamo costruire un movimento ampio e popolare sulla base
di una cultura di giovani e persone che sono pronti a farsi spaccare la
faccia. Tutte le persone che hanno paura dei lacrimogeni, della violenza
- le persone della mia età, le famiglie con bambini, le persone
meno in forma fisicamente - si asterranno e non verranno a nessuna nostra
manifestazione.
- Questo non è democratico. Francamente ne ho abbastanza di questi
gruppi che non ci sono mai per il lavoro preparatorio, che non fanno mai
nulla nella politica quotidiana ma che arrivano nelle manifestazioni come
fiori ("velenosi") per distruggere, quali che siano gli accordi
negoziati dagli altri. Per di più ciò tende a spezzare l'alleanza
tra quelli che condannano queste violenze e quelli che le tollerano. -
Si insultano quelli che rifiutano e condannano la violenza trattandoli
da "riformisti", ma l'opposizione "riforma-rivoluzione"
non ha alcun senso nel contesto attuale e non è così, secondo
me, che si pone il problema. Non è "rivoluzionario" dividere
il movimento sociale e perdere alleati potenziali; non è "rivoluzionario"
suscitare la simpatia per i nostri avversari nella grande maggioranza
della popolazione; non è "rivoluzionario" opporsi a tutte
le misure parziali (come la Tassa Tobin): è solo idiota e controproducente.
In una parola, ne ho abbastanza di questi teppisti e temo che se si continua
a lasciarli fare finiranno per distruggere il movimento: la più
bella speranza politica da trent'anni a questa parte.
La globalizzazione è diventata una guerra
contro la natura e contro i poveri
di Vandana Shiva
Sono stata di recente a Bhatinda in Punjab per via di una epidemia di
suicidi tra i contadini. Il Punjab è sempre stata tra le regioni
agricole più fiorenti dell’India. Oggi i contadini sono indebitati
e disperati. Ampie distese di territorio sono diventate desertiche. E,
come fa notare un vecchio contadino, persino gli alberi hanno smesso di
dare frutti perché l’eccessivo uso di insetticidi ha eliminato
gli impollinatori – api e farfalle.
Il Punjab non è il solo ad aver sperimentato questo disastro ecologico
e sociale. L’anno scorso sono stata a Warangal, nell’ Andhra
Pradesh, dove altri contadini si sono suicidati. Agricoltori che coltivavano
tradizionalmente legumi e miglio e riso sono stati convinti dalle società
venditrici di sementi a comprare semi ibridi di cotone proposti come “oro
bianco”, che avrebbero dovuto renderli milionari. Invece sono diventati
poveri.
I semi indigeni sono stati soppiantati dai nuovi ibridi che non possono
essere riprodotti e devono essere acquistati ogni anno a costi elevati.
Gli ibridi sono anche molto vulnerabili agli attacchi degli insetti nocivi.
A Warangal la spesa per gli insetticidi è cresciuta del 2000% passando
da 2,5 milioni di dollari nel 1980 a 50 milioni di dollari nel 1997. Adesso
i contadini usano gli stessi insetticidi per uccidere se stessi così
da poter sfuggire per sempre da enormi debiti.
Le industrie stanno ora cercando di introdurre semi geneticamente modificati,
che aumenteranno ulteriormente i costi e i rischi ecologici. Ecco perché
dei contadini, come Malla Reddy della Andhra Pradesh Farmers’ Union,
hanno sradicato in Warangal il cotone Bollgard geneticamente modificato
della Monsanto.
Il 27 marzo, il venticinquenne Betavati Ratan si è tolto la vita
perché non poteva restituire un debito contratto per far trivellare
un pozzo profondo nella sua azienda di due acri. I pozzi sono adesso asciutti,
come lo sono in Gujarat e Rajasthan dove oltre 50 milioni di persone fronteggiano
una grave penuria di acqua.
La siccità non è una “calamità naturale”.
E’ provocata dall’uomo. E’ il risultato dell’estrazione
dell’acqua in terreni già scarsi in regioni aride per coltivare
prodotti da esportazione pagati in contanti, che richiedono molta acqua,
invece di prodotti meno esigenti in acqua che sarebbero in grado di soddisfare
i bisogni locali.
Sono queste esperienze che mi hanno fatto riflettere sul fatto che siamo
in errore ad essere accomodanti nei confronti della nuova economia globale.
E’ ora di fermarsi e riflettere sull’impatto della globalizzazione
nella vita della gente comune. E’ essenziale se vogliamo mantenere
la capacità di sopravvivere.
Le dimostrazioni a Seattle e le proteste contro l’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO) dell’anno scorso obbligano tutti noi
a rifletterci ancora. Per quanto mi riguarda è tempo adesso di
ripensare radicalmente ciò che stiamo facendo. Quello che stiamo
facendo verso i poveri in nome della globalizzazione è crudele
ed imperdonabile. In particolare questo è evidente in India dove
assistiamo a disastri in pieno svolgimento provocati dalla globalizzazione
soprattutto nei cibi e in agricoltura.
Chi sfama il mondo? La mia risposta è molto diversa da quella
data dalla maggioranza della gente.
Ci sono donne e piccoli contadini che lavorano con la biodiversità,
che sono i principali fornitori di cibo nel Terzo Mondo e, contrariamente
all’opinione dominante, la loro biodiversità basata sul sistema
di piccole aziende è molto più produttiva delle monocolture
industriali.
La ricca varietà e l’organizzazione sostenibile della produzione
di cibo sono stati distrutti in nome dell’incremento produttivo di
cibo. Peraltro, con la distruzione della diversità, fertili risorse
dell’alimentazione sono andate perdute. Quando vengono valutate in
termini di prodotto per acro, e dalla prospettiva della biodiversità,
le così dette “ottime rese” dell’agricoltura industriale
non implicano maggior produzione di cibo e alimentazione.
La resa in genere si riferisce alla produzione per area unitaria di un’unica
coltura. La quantità prodotta si riferisce invece alla produzione
totale di diversi raccolti e prodotti. Seminare solo una coltura su tutta
la superficie quale monocoltura incrementerà, naturalmente, la
sua resa individuale. Seminare più colture mescolate porta ad avere
una bassa resa della singola coltura, ma una grande quantità totale
di cibo prodotto. Misurando il raccolto solo con il criterio della resa
– e non calcolando l’effettiva quantità prodotta - si
fa scomparire la produzione dei delle piccole aziende, dei singoli contadini.
Tutto questo nasconde la produzione di milioni di donne contadine nel
Terzo Mondo – contadine come quelle del mio nativo Himalaya che combatterono
contro il taglio di alberi nel movimento Chipko, che nei loro campi terrazzati
coltivano diverse varietà di miglio, di legumi (piselli, soia,
lenticchie), di riso. Vista con la prospettiva della biodiversità,
la produttività basata sulla biodiversità è superiore
alla produttività della monocoltura. Questa cecità nei confronti
della diversità si può definire come una “Monocoltura
della mente”, che a sua volta crea la monocoltura nei nostri campi.
I contadini Maya nel Chiapas sono definiti non produttivi perché
producono solo due tonnellate di grano per acro. Peraltro, la quantità
totale di cibo prodotto è di venti tonnellate per acro quando la
diversità dei loro piselli e zucche, delle loro verdure e dei loro
alberi da frutta è valutata nel conteggio. A Java, piccoli contadini
coltivano 607 specie nel loro giardino di casa. Nell’Africa sub-sahariana,
ci sono donne che coltivano quasi 120 piante diverse nello spazio lasciato
a lato delle colture da reddito, e questa è la principale risorsa
di garanzia del cibo domestico. Un solo giardino casalingo in Thailandia
ha più di 230 specie, e i giardini delle case africane ospitano
più di sessanta specie di alberi.
Uno studio fatto nell’est della Nigeria ha messo in evidenza che
i giardini delle case - che occupano solo il 2% di superficie dell’
azienda familiare - rendono la metà del raccolto totale. Nello
stesso modo, si valuta che gli orti familiari in Indonesia provvedano
a più del 20% delle entrate domestiche e forniscano il 40% del
cibo familiare.
Ricerche fatte dalla FAO dimostrano che aziende che coltivano una varietà
di specie possono produrre migliaia di volte più cibo di vaste
monocolture industriali.
La diversità è anche la strategia migliore per prevenire
siccità e desertificazione.
Ciò che è necessario al mondo per nutrire in modo sostenibile
una popolazione crescente è l’incremento della biodiversità,
non l’aumento della chimica o l’ingegneria genetica. Mentre
donne e piccoli contadini cibano il mondo con la biodiversità,
noi continuiamo a ripeterci che senza ingegneria genetica e globalizzazione
dell’agricoltura il mondo si ridurrà alla fame. A dispetto
dell’evidenza empirica che ci mostra che l’ingegneria genetica
non produce più cibo – anzi - spesso porta all’abbandono
dei campi, questa è continuamente proposta quale unica alternativa
valida per cibare gli affamati.
Questo è il motivo per il quale io mi chiedo: chi sfama il mondo?
Questa deliberata cecità nei confronti della biodiversità,
cecità verso i prodotti della natura, prodotti dalle donne, prodotti
dai contadini del Terzo mondo, permette la distruzione e l’appropriazione
della programmazione della creazione.
Prendiamo il caso del tanto decantato “golden rice” il riso
geneticamente modificato nel combattere la deficienza di vitamina A quale
cura per la cecità. E’ dato per scontato che senza ingegneria
genetica non possiamo eliminare la carenza di vitamina A. Peraltro, la
natura ci offre abbondanti e diverse risorse di vitamina A. Se non venisse
lavorato, il riso stesso sarebbe una fonte di vitamina A. Se gli erbicidi
non fossero sparsi sui nostri campi di grano, noi potremmo raccogliere
bathua, amaranto, foglie di senape: verdure squisite e nutrienti, ricche
di questa vitamina.
Le donne in Bengala utilizzano come verdura più di 150 piante.
Ma il mito della creazione indica i biotecnologi quali creatori della
vitamina A, negando i diversi doni di natura e la conoscenza delle donne
su come utilizzare questa diversità per nutrire i propri figli
e la famiglia.
Il mezzo più efficace per attuare la distruzione della natura,
delle economie locali e dei piccoli produttori autonomi è rendere
le loro produzioni invisibili. Le donne che producono per la loro famiglia
e per la comunità sono considerate come “non-produttive”
e “economicamente inattive”. La svalutazione del lavoro delle
donne, e del lavoro fatto in economie sostenibili, è l’ovvio
risultato di un sistema costruito da un capitalismo patriarcale. Questo
è il motivo per cui la globalizzazione distrugge le economie locali
e la distruzione stessa è ritenuta una crescita.
E le donne stesse sono sminuite, perché molte di esse nelle comunità
rurali e indigene con il loro lavoro cooperano con i processi della natura,
trovandosi spesso in contraddizione con il dominante “sviluppo”
indirizzato dal mercato e dai traffici politici: il lavoro che soddisfa
i bisogni e assicura sussistenza è svalutato in generale. Ci sono
meno supporti alla vita e sistemi per garantire la sopravvivenza.
La svalutazione e l’invisibilità delle produzioni sostenibili
e in grado di riprodursi è più palese nel settore alimentare.
Mentre la divisione patriarcale del lavoro aveva assegnato alle donne
il ruolo di provvedere al cibo per le proprie famiglie e comunità,
l’economia patriarcale e la visione scientifica e tecnologica fanno
scomparire magicamente il lavoro delle donne per la produzione di cibo.
“Nutrire il mondo” si distacca dalle donne che a tutti gli effetti
lo fanno, e viene associato al commercio agricolo globale e dalle ditte
biotecnologiche.
L’industrializzazione e l’ingegneria genetica del cibo e la
globalizzazione dei commerci in agricoltura sono ricette per creare affamati,
non per nutrire i poveri. Dappertutto, la produzione di cibo diventa un’economia
negativa, con i contadini che spendono più per acquistare i mezzi
per produzioni industriali di quanto incassano per i loro prodotti. Le
conseguenze sono debiti in crescita ed epidemie di suicidi sia nei paesi
ricchi che in quelli poveri.
La globalizzazione economica ci sta portando a una concentrazione di
aziende sementiere, a un incremento nell’utilizzo dei fitofarmaci,
e, in ultimo, a un aumento del debito. Capitale concentrato e agricoltura
controllata dalle industrie si stanno diffondendo in paesi dove i contadini
sono poveri ma, finora, sono stati autosufficienti per il cibo. In paesi
dove l’agricoltura industriale è stata introdotta attraverso
la globalizzazione, i costi più alti hanno reso praticamente impossibile
sopravvivere ai piccoli agricoltori.
La globalizzazione dell’agricoltura industriale non sostenibile sta
dissolvendo le entrate dei contadini del Terzo Mondo attraverso la combinazione
di svalutazione della moneta, aumento dei costi di produzione e crollo
dei prezzi delle merci.
I contadini dovunque sono pagati una frazione di quanto hanno ricevuto
per la stessa merce un decennio fa. Negli USA, il prezzo del grano è
crollato da 5,75 a 2,43 $, il prezzo della soia è sceso da 8,40
a 4,29 $, e il prezzo del mais è passato da 4,43 a 1,72 $ per staio
[uno staio equivale a circa 7 quintali, n.d.T.]. In India, dal 1999 al
2000, i prezzi del caffè sono crollati da 60 a 18 Rupie al Kg.
e i prezzi dei semi oleosi sono scesi di oltre il 30%.
Quest’anno la canadese National Farmers’ Union lo ha così
puntualizzato in un rapporto al Senato:
“Mentre gli agricoltori che coltivano cereali - grano, orzo, mais
– hanno un reddito negativo e sono spinti a chiudere per bancarotta,
le industrie che fanno cereali per la colazione raggiungono enormi profitti.
Nel 1998, le ditte di cereali Kellogg’s, Quaker Oats e General Mills
hanno goduto di un aumento del tasso di rendimento rispettivamente del
56%, 165% e 222%. Mentre uno staio di mais era venduto a meno di 4 dollari,
uno staio di corn flakes era commercializzato a 133 dollari. Nel 1998,
le industrie di cereali incassavano utili da 186 a 740 volte più
delle aziende agricole. Può darsi che i contadini stiano facendo
troppo poco in quanto gli altri stanno ottenendo troppo”.
E un rapporto della Banca Mondiale ha riconosciuto che “dietro alla
polarizzazione dei prezzi al consumo e dei prezzi mondiali c’è
la presenza di grandi aziende commerciali nei mercati internazionali delle
merci”.
Mentre i contadini guadagnano di meno, i consumatori, soprattutto nei
paesi poveri, spendono di più. In India i prezzi per il cibo sono
raddoppiati tra il 1999 e il 2000, e il consumo di cereali come cibo è
crollato del 12% nelle zone rurali, accrescendo la privazione di cibo
per coloro che già erano malnutriti, accrescendo il tasso di mortalità.
L’aumento della crescita economica attraverso il commercio globale
è basato su false eccedenze. E’ commercializzato più
cibo mentre i poveri stanno consumando di meno. Mentre la crescita aumenta
la povertà, quando le produzioni reali diventano un’economia
negativa, e gli speculatori sono definiti “creatori di ricchezza”,
qualcosa non ha funzionato tra i concetti e le categorie di ricchezza
e la creazione di ricchezza. Portare la reale produzione della natura
e della gente all’economia negativa implica che la produzione di
beni reali e servizi è in declino, e si crea una maggior povertà
per i milioni di persone che non fanno parte del percorso verso la creazione
immediata di ricchezza.
Le donne - come ho detto – sono i principali produttori di nutrimento
e elaboratrici di cibo nel mondo. Comunque, il loro lavoro nella produzione
e nella elaborazione adesso è diventato invisibile.
In accordo con la società McKinsey, “i giganti del cibo americano
riconoscono che il commercio agricolo indiano ha poche possibilità
di crescita, soprattutto nella lavorazione degli alimenti. L’India
lavora un minuscolo 1% del cibo che coltiva rispetto al 70% degli USA,
Brasile e Filippine”. Non è che noi indiani mangiamo il nostro
cibo grezzo. I consulenti globali dimenticano di rilevare il 99% dell’elaborazione
di cibo effettuata dalle donne a livello casalingo, o da piccole industrie
artigianali, perchè non controllati dal commercio agricolo globale.
Il 99% dell’elaborazione dei prodotti agricoli è stata intenzionalmente
mantenuta ad un livello familiare. Ora, sotto la pressione della globalizzazione,
le cose stanno cambiando. Fasulle leggi sull’igiene, che smantellano
l’economia del cibo basata su processi di lavorazione locali su piccola
scala sotto il controllo della comunità, sono parte dell’arsenale
del commercio agricolo globale per instaurare il mercato dei monopoli
attraverso la forza e la coercizione, non la competizione.
Nell’agosto del 1998, la lavorazione su piccola scala di olio commestibile
è stata messa al bando in India attraverso una “legge di inscatolamento”
che ha messo fuori legge la vendita di olio sfuso e impone che l’olio
sia confezionato nella plastica o nell’alluminio. Questo ha obbligato
alla chiusura piccolissimi “ghanis” o mulini. Ha smantellato
il mercato dei nostri vari semi da olio – senape, lino, sesamo, arachidi
e cocco.
L’impadronirsi dell’olio commestibile da parte dell’industria
ha danneggiato 10 milioni di esistenze. La recenti decisioni che impongono
che la farina venga venduta impacchettata da parte di marchi di fabbrica
costerà 100 milioni di vite. Tutti questi milioni di persone saranno
spinti verso la nuova povertà.
L’obbligo del confezionamento aumenterà il carico sull’ambiente
di milioni di tonnellate di plastica e alluminio. La globalizzazione del
sistema del cibo sta distruggendo la diversità delle culture dei
cibi locali e le locali economie del cibo. Una monocoltura globale sta
forzando la gente a pensare che tutto ciò che è fresco,
locale, fatto a mano è un rischio per la salute. Le mani umane
sono state definite il peggior contaminante, e il lavoro per le mani dell’uomo
sta diventando fuorilegge, per essere rimpiazzato dalle macchine e dalla
chimica acquistati dalle industrie globali. Questi non sono concepiti
per sfamare il mondo, ma per rubare sostentamento ai poveri, per creare
mercati per i potenti. Le persone sono considerate parassiti, da essere
falcidiati per la “salute” dell’economia globale. Nel processo
nuovi rischi ecologici e sanitari sono stati imposti alla gente del Terzo
Mondo buttando su di loro – come pattumiera - cibi geneticamente
modificati e altri prodotti rischiosi.
Recentemente, a causa di una decisione del WTO, l’India è
stata obbligata ad abolire le restrizioni a qualsiasi importazione. Tra
i prodotti ammessi all’importazione ci sono carcasse e parti di animali
di scarto che sono una minaccia per la nostra cultura e portano rischi
per la salute pubblica, come la malattia della mucca pazza.
Il Center for Desease and Prevention (CDS) di Atlanta negli USA ha calcolato
che si verificano quasi 81 milioni di casi all’anno di malattie causate
dal cibo. I morti causati da intossicazioni alimentari sono più
che quadruplicati a causa della liberalizzazione degli scambi, passando
da 2000 nel 1984 a 9000 nel 1994. Molte di queste infezioni sono state
causate da carne allevata in aziende agricole-industriali. Negli USA ogni
anno vengono macellati 93 milioni di maiali, 37 milioni di bovini adulti,
2 milioni di vitelli, 6 milioni di cavalli, capre e pecore e 8 miliardi
di polli e tacchini. Adesso i giganti dell’industria della carne
degli USA vogliono usare l’India come discarica per la carne contaminata
prodotta con metodi violenti e crudeli.
Lo scarto dei ricchi è smaltito a spese dei poveri. La ricchezza
dei poveri è sottratta con violenza attraverso nuovi e astuti mezzi
quali il brevetto della biodiversità e la conoscenza indigena.
Si suppone che i brevetti e i diritti sulla proprietà intellettuale
vengano rilasciati per nuove invenzioni. In realtà, invece, sono
stati richiesti brevetti per varietà di riso come il basmati per
il quale la Doon Valley - dove sono nata – è famoso, oppure
per insetticidi derivati dal neem [un albero molto diffuso in tutta l’India,
di cui tradizionalmente vengono utilizzate foglie, frutti, linfa per le
proprietà insetticide e disinfettanti, n.d.T] che le nostre madri
e le nostre nonne hanno sempre usato. La Rice Tec, una industria di origine
USA, ha ottenuto il brevetto n° 5.663.484 per delle varietà
di riso basmati e dei frumenti.
Il basmati, il neem, il pepe, le zucche amare, la curcuma ... tutti gli
aspetti di novità espressi dal nostro cibo indigeno e dal nostro
apparato medico sono ora derubati e brevettati. La conoscenza dei poveri
è trasformata in proprietà delle grandi industrie globali,
e si arriva al punto in cui i poveri dovranno pagare per semi e medicine
che essi stessi hanno elaborato e hanno utilizzato per sopperire alle
loro necessità di cibo e cure mediche.
Tali falsi proclami di creazioni sono adesso la regola globale, con il
Trade Related Intellectual Property Rights Agreement del WTO che obbliga
i Paesi ad introdurre regimi che concedano brevetti per forme di vita
e conoscenze indigene.
Invece di riconoscere che i vantaggi commerciali sono costruiti dalla
natura e dal contributo di altre culture, la legge globale ha custodito
gelosamente il mito patriarcale della creazione per inventare nuove proprietà
sul diritto alle forme della vita proprio come il colonialismo utilizzava
il mito della scoperta quale motivazione dell’assorbimento delle
terre di altri come colonie.
Gli esseri umani non creano la vita quando la manipolano. La rivendicazione
del Rice Tec di aver fatto “un’invenzione repentina di una nuova
varietà di riso”, o la notizia del Roslin Institute che Ian
Wilmut “ha creato” Dolly rinnega la creatività della
natura, la capacità di auto-organizzazione delle forme di vita,
e le precedenti innovazione delle genti del Terzo Mondo.
I brevetti e la proprietà intellettuale sono preposti alla prevenzione
della pirateria. Invece stanno diventando gli strumenti di rapina delle
conoscenze tradizionali comuni del Terzo Mondo e le fanno diventare “proprietà”
esclusiva di aziende e scienziati dell’Ovest.
Quando i brevetti sono concessi per semi e piante, come nel caso del basmati,
il furto è definito creazione, e mettere in serbo e spartire i
semi è definito furto della proprietà intellettuale. Ditte
che hanno brevetti completi di raccolti quali cotone, soia e senape perseguono
i contadini che serbano i seme e assumono agenzie di investigatori per
scoprire dove gli agricoltori hanno messo il seme o se li hanno condivisi
con i vicini.
Il recente annuncio che la Monsanto ha messo a disposizione gratis il
genoma del riso è ingannevole: la Monsanto non ha preso l’impegno
di bloccare la richiesta di brevetti delle varietà di riso o di
altre colture.
La condivisione e lo scambio, le basi della nostra umanità e della
nostra sopravvivenza ecologica, sono state ribattezzate come un crimine.
Questo rende tutti noi più poveri.
La natura ci ha dato l’abbondanza. La conoscenza delle donne indigene
in biodiversità, agricoltura e alimentazione ha basato su questa
ricchezza la creazione di tanto dal poco, di crescita attraverso la condivisione.
I poveri sono spinti verso una maggior povertà dal fatto che devono
pagare per ciò che erano le loro risorse e la loro conoscenza.
Anche i ricchi sono più poveri poiché i loro profitti sono
basati sul furto e sull’uso della coercizione e della violenza. Questa
non è creazione di ricchezza ma saccheggio.
La sostenibilità richiede la protezione di tutte le specie e di
tutte le genti e il riconoscimento che specie differenti e genti differenti
giocano un ruolo essenziale nel mantenimento degli ecosistemi e dei processi
ecologici. Gli impollinatori sono fondamentali per la fertilità
e lo sviluppo delle piante. La biodiversità nei campi fornisce
ortaggi, mangime, medicine e protezione al suolo dall’acqua e dell’erosione
eolica.
Tanto più l’umanità continua sulla strada della non
sostenibilità, quanto più diventa intollerante verso le
altre specie e cieca verso il loro ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Nel 1992, quando i contadini indiani distrussero le piante da seme della
Cargill in Bellary, Karnataka, per protesta contro la mancanza di semi,
il direttore generale della Cargill affermò :”Noi forniamo
i contadini di tecnologie intelligenti che impediscono alle api di appropriarsi
del polline”. Quando partecipai alla Biosafety Negotiations delle
Nazioni Unite, la Monsanto faceva girare delle pubblicazioni per difendere
i suoi raccolti resistenti all’erbicida Roundup in cui c’era
scritto che impediscono “alle malerbe di rubare la luce del sole”.
Però ciò che la Monsanto chiama malerbe sono i campi verdi
che procurano la vitamina A al riso e prevengono la cecità nei
bambini e l’anemia nelle donne.
Una visione del mondo che definisce l’impollinazione come “furto
delle api” e asserisce che la biodiversità “ruba”
la luce del sole è una visione del mondo che mira essa stessa a
rapinare i raccolti della natura sostituendo varietà impollinate
e aperte con ibridi e semi sterili, e a distruggere la biodiversità
della flora con erbicidi quali il Roundup della Monsanto. La minaccia
rivolta alla farfalla Monarca dalle colture modificate geneticamente è
solo uno degli esempi della povertà ecologica creata dalle nuove
biotecnologie. Quando farfalle e api scompaiono, la produzione è
compromessa. Come sparisce la biodiversità, con lei se ne vanno
le fonti di nutrimento e di cibo.
Quando le più grandi industrie vedono i piccoli contadini e le
api come ladri, e attraverso lo sviluppo dei commerci e le nuove tecnologie
cercano la ragione per eliminarli, l’umanità ha raggiunto
una soglia pericolosa. L’imperativo di eliminare gli insetti più
piccoli, le piante più piccole, i contadini più piccoli
arriva da una profonda paura – la paura di tutto ciò che è
vivente e libero. E questa profonda insicurezza e timore portano a esprimere
violenza contro tutta la gente e tutte le specie.
L’economia del libero commercio globale è diventata una minaccia
alla sostenibilità. La sopravvivenza dei poveri e delle altre specie
è in gioco non solo come effetto collaterale o come un’eccezione
ma in modo sistematico attraverso una riorganizzazione della nostra visione
del mondo al più basilare livello. La sostenibilità, la
condivisione e la sopravvivenza sono economicamente banditi in nome della
competitività e dell’efficienza del mercato.
Abbiamo urgente bisogno di riportare alla ribalta il pianeta e la gente.
Il mondo può essere nutrito solo nutrendo tutti gli esseri che
costituiscono il mondo.
Nel dare cibo agli altri e alle altre specie manteniamo le condizioni
di garanzia della nostra stessa alimentazione. Cibando i lombrichi cibiamo
noi stessi. Nutrire le vacche è nutrire il terreno: procurando
cibo al suolo provvediamo alla nutrizione per gli esseri umani. Questa
visione del mondo di ricchezza si fonda sulla condivisione e sulla profonda
consapevolezza degli esseri umani quali membri della famiglia della terra.
Questa consapevolezza che depauperando gli altri esseri, impoveriamo noi
stessi e nutrendo gli altri viventi, nutriamo noi stessi è la base
della sostenibilità.
La sfida per la sostenibilità nel nuovo millennio è se l’uomo
globale economico è in grado di abbandonare la visione del mondo
basata sul timore e la scarsità, sulle monocolture e i monopoli,
sul furto e sulla spogliazione per assumere una prospettiva fondata sull’abbondanza
e la condivisione, sulla diversità e il decentramento, e il rispetto
e la dignità per tutti i viventi.
La sostenibilità ci chiede di uscire dalla trappola economica che
non lascia spazio alle altre specie e alla maggioranza degli uomini. La
globalizzazione economica è diventata una guerra contro la natura
ed i poveri. Ma le leggi della globalizzazione non sono divine. Possono
essere cambiate. Dobbiamo far cessare questa guerra.
In seguito a Seattle, una espressione sovente usata è la necessità
di un sistema basato su regole. La globalizzazione è legge del
commercio e ha posto Wall Street quale unica fonte di valore, e come risultato
le cose che dovrebbero avere maggior valore - la natura, la cultura, il
futuro – sono state svalutate e distrutte. Le regole della globalizzazione
minano le leggi di giustizia e sostenibilità, di pietà e
di condivisione. Dobbiamo spostarci da un totalitarismo di mercato a una
democrazia della terra.
Possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in armonia con le leggi
della biosfera. La biosfera è sufficiente per le necessità
di tutti se l’economia globale rispetta i limiti posti dalla sostenibilità
e dalla giustizia.
Come ci ricorda Gandhi “La Terra è sufficiente per i bisogni
di tutti, non per l’avidità di qualcuno”.
Traduzione di Maria Teresa Melchior
da un articolo pubblicato su Resurgence, N.ro 202, Pag.15-19, Sept./Oct.
2000)
Dov’è Porto Alegre? Dopo Seattle, e
prima di Genova
di Gigi Eusebi
“Noi siamo campioni del mondo di disuguaglianza! Il Brasile ha
attualmente circa 167 milioni di abitanti. Sfortunatamente non siamo oggi
campioni mondiali di calcio, però siamo certamente campioni del
mondo di disuguaglianza. Il 20% più ricco degli abitanti del Brasile
possiede il 64% del reddito nazionale, mentre il 20% più povero
deve dividere il 2,5% di questo reddito”. Frei Betto - al secolo
Carlos Alberto Libanio Christo, tra i più importanti esponenti
della teologia della liberazione, dominicano che durante la dittatura
militare brasiliana fu preso, incarcerato e torturato per quattro anni
– lancia da uno dei “palchi” del Forum Social Mundial di
Porto Alegre dello scorso gennaio una tra le tante denunce che rimbombano
da anni nelle nostre orecchie, nei comunicati, nei seminari pubblici,
nelle riunioni che il cosiddetto “popolo di Seattle” (con tutte
le sue lillipuziane ramificazioni internazionali) indice e/o gestisce.
Concentrando l’attenzione sui dati che mettono a fuoco il contesto
brasileiro, Frei Betto, uno dei promotori principali del Forum, insiste:
“Siamo la decima economia mondiale, siamo i primi produttori di frutta,
caffè e molte altre derrate, i sesti di prodotti alimentari, perché
il Brasile è l’unico paese al mondo che è in grado
di fare tre raccolti all’anno, visto che non ha nemmeno catastrofi
naturali, terremoti, uragani, non c’è la neve né il
deserto. L’unico problema è che non ha governo. Nonostante
tutti questi privilegi, che ci fanno pensare che Dio avesse voluto riprodurre
da noi il paradiso, abbiamo 111 milioni di persone che vivono tra la miseria
e la povertà ed abbiamo 15 milioni di contadini senza terra, cioè
contadini che fino a 50 anni fa l’avevano e poi l’hanno persa.
Questi sono gli effetti della globo-colonizzazione. Uno dei responsabili
di questa situazione è il presidente Fernando Henrique Cardoso,
che ha tradito il sociologo Fernando H. Cardoso (esiliato durante il regime
militare, professore in varie università tra cui la Sorbona ed
autore di numerosi saggi nei quali teorizzava la resistenza popolare contro
l’ingiustizia), perché il sociologo Cardoso era di sinistra
ed il presidente si è venduto alla destra. Deve essere un caso
di clonazione al rovescio. Siamo usciti da una dittatura militare ma oggi
viviamo in una dittatura economica. Tutta l’economia dell’America
Latina, ad eccezione parziale di Cuba, è guidata e diretta dal
Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale di Washington. Questa
è quella che chiamiamo globo-colonizzazione: i teorici del neoliberismo
scrivono ad esempio che la storia è finita e che la guerra alla
povertà ormai è terminata ed i poveri l’hanno persa”.
Alegre, questo Porto…
Solo questo ha detto il Forum Social Mundial? No, ha detto un sacco di
altre cose. Per esempio che c’erano oltre 10.000 persone, di cui
4.702 ufficialmente delegate (2.570 brasiliani, 1.509 stranieri, 623 “cani
sciolti”), rappresentando 117 paesi. Che 2.000 giovani e 700 indios
hanno convissuto e gestito spazi autonomi in rispettivi mega-accampamenti
dentro la città, che si sono svolti 16 grossi dibattiti su temi
generali e circa 440 “oficinas” di gruppo, che 19 “testemunhos”
(testimoni, da Galeano a Lula, da Bové a Stedile, da Danielle Mitterrand
a Augusto Boal) hanno acceso cuori e menti con il fuoco del loro carisma
dialettico e umano, che 65 realtà hanno esposto attraverso propri
stand storie e lavoro di tutto il mondo, che 1870 giornalisti rappresentando
764 mezzi di comunicazione hanno provato a raccontare se e come “un
altro mondo è possibile” (lo slogan del Forum), che circa
1.000 persone dello staff operativo hanno reso concreto il doppio miracolo
di gestire un’orda famelica di 10.000 “alternativi” e di
mettere in piedi in neanche 4 mesi un’organizzazione da far invidia
al parallelo World Forum di Davos, riuscendo anche a proporre a utenti
e giornalisti una batteria di 50 computer collegati in rete in modo…
ideologicamente non modificato, in quanto utilizzavano sistemi operativi
alternativi alla Microsoft.
L’analisi e le conseguenze dei risultati effettivi del Forum di Porto
Alegre si vedranno probabilmente nei prossimi mesi, sono già oggetto
di dibattiti un po’ in tutto il mondo e non sono l’obiettivo
principale di queste note, ma possono essere sottolineati alcuni successi
(non solo emotivi) e qualche limite:
+ (più):
1) la portata e la caratteristiche dell’incontro, forse la prima
esperienza mondiale di questo tipo – 2) la partecipazione numerosa
ed il fatto che la sede sia stata proprio Porto Alegre, città governata
da 12 anni (da… sempre, in Brasile, cioè da quando si vota)
da un’amministrazione di sinistra, famosa per la già esportata
esperienza del budget partecipato (i quartieri e la gente possono influenzare
con proposte l’attribuzione delle spese annuali del comune) –
3) l’essersi proposto come un Forum costituente e non solo di contestazione
contro i meeting economico-politici globalizzati, che ha contato con la
partecipazione di molte delegazioni istituzionali e ha promosso un parallelo
forum di parlamentari presenti – 4) l’impatto su alcuni media
internazionali (solo alcuni, come detto e di solito non italiani), principalmente
la teleconferenza in diretta tra “lor signori” di Davos (con
il grande speculatore internazionale Soros in testa, uscito dal confronto
piuttosto sbugiardato e sbeffeggiato) e alcuni rappresentanti del Forum
di Porto Alegre, trasmessa dalla televisione TVE brasiliana e da quella
svizzera – 5) la diminuzione, almeno pubblica, dell’alto livello
di rissosità, protagonismo e narcisismo che normalmente caratterizza
l’incrocio dei movimenti del terzo settore nostrano e mondiale (un
celebro detto brasiliano dell’epoca della dittatura rammenta che
la sinistra si sa unire solo in carcere)
-(meno):
1) qualcuno ha sottolineato un tono eccessivamente “light” del
Forum, in quanto gli organizzatori internazionali e l’amministrazione
del PT di Porto Alegre volevano evitare qualunque “marchio”
di estremismo attribuibile all’incontro – 2) alcune tra le minoranze
normalmente discriminate (negri, indios, ecc.) hanno lamentato una certa
ghettizzazione, nei contenuti e nella divisione logistica del Forum –
3) un po’ tutti hanno rilevato di essersi un po’ parlati addosso,
ripetendo slogan e concetti stra-conosciuti più che elaborare o
ascoltare nuove proposte – 4) altri sostenevano che hanno avuto voce
solo i leader carismatici e gli intellettuali, mentre la base e i movimenti
meno strutturati sono stati piuttosto silenziosi – 5) i latinoamericani
dei movimenti ritenevano di aver avuto poco spazio, mentre gli africani
lamentavano l’eccessiva latinoamericanità del Forum, e gli
asiatici dicevano che non se li filava nessuno, perché nao falavam
português ni hablaban español e neanche avevano la pella
nera che faceva tanto trendy – 6) e i “gringos” occidentali?
Per quanto riguarda anglosassoni e nordamericani: chi li ha visti? Mentre
i francesi spaziavano a tutto campo, tra Le Monde Diplomatique in cabina
di regia, ministri e deputati a gogò, delegazione estera tra le
più numerose, promotori di Attac che cercavano di impiantarlo dappertutto
(c’è chi ha malignato che dai tempi di Napoleone non si vedeva
un simile tentativo di “grandeur”). Discorso a parte meriterebbe
la figura mediatica di José Bové, il rappresentante dei
“paysan” francesi, globetrotter dell’anti-globalizzazione
(non se ne perde una: in questi giorni è anche a Città del
Messico vicino al sub-comandante Marcos ed è già attesissimo
a Genova a luglio per l’anti-G8), assurto agli onori (?) delle cronache
dopo i ripetuti attacchi ai Mc Donald francesi. Questo novello Asterix
(notevole la somiglianza) ha catalizzato da metà Forum in poi l’attenzione
dei media internazionali (e, purtroppo, di troppi partecipanti) per aver
co-partecipato insieme ad alcuni Sem-Terra e a decine di stranieri ad
un’azione simbolica di distruzione di qualche pianta OGM della Monsanto,
in un municipio prossimo a Porto Alegre dal nome propiziatorio di “Nao-me-toque”
(si chiama proprio così: non mi toccare…). L’eco mediatico
dell’azione ha indotto un zelante deputato a richiedere e ottenere
inizialmente un decreto di espulsione entro 24 ore dal Brasile del “nostro
eroe”, cosa che ha provocato nel Forum una caduta di livello nei
contenuti con reazioni di esaltazione del personaggio troppo sopra le
righe. Per la cronaca, secondo il sottoscritto (e qualche altro, compresi
alcuni parenti stretti di Bové), avendo anche avuto modo di chiaccherare
più volte con il nostro… Asterix, si tratta di un indubbio
“volpone” nel saper gestire i media mentre sarei meno convinto
della sua reale rappresentatività nei confronti del movimento contadino
francese e meno ancora internazionale (avete già visto dei “paysan”
dare interviste in tre lingue discettando di filosofia e globalizzazione?).
Frasi celebri
A Davos il sociologo tedesco Ulrich Beck ha detto che c’è
una sola cosa peggiore dell’essere manipolato dalle multinazionali:
non esserlo!
Su Repubblica l’ex candidato alla presidenza del Perù e celebre
scrittore Mario Vargas Lllosa ha paragonato il movimento anti-globalizzazione
ai contadini rivoltosi brasiliani di fine ottocento chiamati “quebraquilos”
(spacca-chili), che si opponevano ingenuamente all’introduzione del
sistema metrico decimale.
E a Porto Alegre? Un sindacalista vietnamita mi ha raccontato che la Coca
Cola ha iniziato a vendere bibite nel paese. Per farsi pubblicità
ha appeso grandi cartelloni nelle principali città del paese con
un’ironica e agghiacciante scritta a caratteri cubitali, che forse
più di ogni altra considerazione può racchiudere la filosofia
della globalizzazione: “Estamos de volta!” (siamo tornati!).
¡Hasta Porto Alegre 2002!
Kragujevac, Serbia: appunti di viaggio
Di Angela e Beppe Marasso*
Nella prima settimana di maggio siamo stati a Kragujevac con il Comitato
di solidarietà di Ivrea.
E’ stata un’esperienza ricca e stimolante: queste sono le nostre
riflessioni, al ritorno.
Conoscere una realtà difficile, incontrare le persone
Ci ha colpito, fin dal primo giorno, la cordialità con la quale
eravamo accolti, il sorriso di benvenuto che li illuminava quando ci riconoscevano
come italiani. E ciò ci stupiva: Kragujevac è stata bombardata
otto volte durante la guerra contro la Federazione Jugoslava, l’Italia
ha contribuito a tutto questo, gli avieri partivano da Aviano…, ci
saremmo attesi un po’ più di diffidenza e di ostilità.
Nulla di tutto ciò. I motivi possono essere molti, ci piace pensare
che anche la diplomazia popolare vi abbia contribuito in modo significativo.
Il comitato di Ivrea opera da circa due anni, ha stabilito contatti significativi
con diverse realtà, ma anche i sindacati sono stati presenti fin
dal tempo della guerra, costituendo il comitato piemontese “SOS Zastava”,
che dal 1999 sostiene economicamente i lavoratori della Zastava, bombardata
dai missili della NATO, con adozioni a distanza, medicinali, apparecchiature
sanitarie e tutto ciò che può essere utile ad alleviare
la dura condizione di 20.000 disoccupati su 24.000 lavoratori della fabbrica
di automobili che lavoravano a Kragujevac, una città di 230.000
abitanti . Il valore della diplomazia dal basso emerge con grande evidenza
in simili situazioni, in cui si può toccare con mano quanto sia
importante creare contatti attraverso i confini, parlare con le persone,
far sentire concretamente la solidarietà e la vicinanza, far crescere
il peso di quelle terze parti che rifiutano la logica dell’altro
come nemico e contribuiscono ad articolare le posizioni nei fronti contrapposti,
creando le condizioni per costruire ponti di dialogo e di riconciliazione.
Entrare in contatto con la società civile e le istituzioni locali:
scuole, chiese, gruppi sportivi, associazioni…
Siamo stati a visitare due scuole, l’Ekonomika skola, una scuola
secondaria ad indirizzo economico-amministrativo, con 1200 studenti e
32 classi, che aveva già stabilito un contatto con l’Istituto
tecnico Cena di Ivrea e una scuola dell’obbligo con 1000 bambini
tra i 7 ai 14 anni, in corrispondenza con la scuola elementare Olivetti
. Abbiamo trovato in entrambi i casi molto entusiasmo e cordialità,
ricevuto piccoli doni da alcuni insegnanti, sentito da parte loro un grande
desiderio di aprirsi ai contatti esterni, di superare chiusure e dogmatismi,
percepito un bel clima nel rapporto con gli studenti (40 per classe nella
scuola superiore).
Commovente è stata la visita all’orfanotrofio Mladnost, che
il comitato di Ivrea ha aiutato con l’acquisto delle attrezzature
per la cucina: un ambiente curato, con bambini vivaci e personale affettuoso,
che lavora con dedizione.
Abbiamo poi assistito al torneo di Basket al quale partecipava anche la
squadra dei ragazzi di Ivrea. Significativa è stata la partecipazione
di uno dei ragazzi della squadra di Kragujevac nella formazione dell’Ivrea:
è stato un modo, anche questo, per segnare simbolicamente un attraversamento
di confini, una solidarietà che vuole superare ogni divisione,
anche quelle poste dalle regole del gioco sportivo, per mettere in primo
piano l’amicizia e la relazione tra le persone.
Abbiamo preso contatto con associazioni come quella fondata da Vladimir
Pandurov, di Pancevo, uno dei partecipanti al training interetnico condotto
da Alberto L’Abate e Pat Patfoort a Ohrid, Pristina e Firenze, che
aveva organizzato uno spettacolo sulla difesa dei diritti umani al quale
purtroppo non siamo riusciti a partecipare.
Siamo andati a visitare il prete cattolico (500 anime, 32 chiese da seguire)
e il pope ortodosso: entrambi gli incontri sono stati cordiali e si sono
conclusi con scambi di doni.
Abbiamo, infine, assistito a ben due feste di matrimonio che si sono svolte
nell’albergo in cui alloggiavamo: grandi banchetti, con circa trecento
persone, musica dal vivo e danze. Ci ha molto colpito la capacità
di far festa, nonostante le difficoltà poste da condizioni di vita
assai dure, che traspaiono da tanti indizi, uno di questi è l’età
ancor giovane che si può leggere sui manifesti mortuari (quasi
tutte le persone decedute erano nate non prima degli anni trenta, diversi
erano degli anni cinquanta, alcuni giovani degli anni settanta: non si
può non ipotizzare una qualche relazione con la guerra, in tutto
ciò).
Rivisitare la memoria
Uno dei momenti più intensi è stata la visita al Parco memoriale,
una grande distesa verde che ospita 30 tombe, diversi monumenti e un museo
storico. E’ stato costruito per ricordare i morti durante la resistenza
antinazista, in particolare l’eccidio di 7000 cittadini maschi tra
i 16 e i 60 anni avvenuto il 21 ottobre del 1941, per una rappresaglia
dei tedeschi, che ordinarono la fucilazione di 100 abitanti di Kragujevac
ogni tedesco ucciso e 50 ogni ferito, in seguito ad uno scontro con i
partigiani. In quella occasione furono giustiziati anche 300 studenti
del locale liceo e 18 insegnanti: uno dei monumenti più suggestivi
del parco ricorda questa “grande lezione di scuola” come viene
chiamato oggi a Kragujevac questo episodio, che si può considerare
come un vero e proprio caso di resistenza civile, perché ai professori
fu offerta la possibilità di salvarsi, ma tutti scelsero di “continuare
la loro lezione” e di morire insieme ai loro studenti.
E’ chiaro che nessuna possibilità di relazione di pace può
essere costruita se non a partire dal riconoscimento di questo dolore,
dalla possibilità che esso sia espresso, raccontato, elaborato,
perché solo in questo modo diventa possibile, per chi ha subito
questi atti feroci, saper vedere anche la sofferenza di altri popoli,
comprendere il dolore altrui, non sentirsi l’unica vittima e interrompere
così un processo interminabile di perpetuazione della violenza
nella storia.
Sentire la voce di un protagonista dell’opposizione a Milosevic
Abbiamo posto alcune domande, nel corso di una conversazione informale,
a Cole Kovacevic, deputato del DOS per l’aggregazione politica Coalizia
Sumadija (la Sumadija è la regione di Kragujevic), uno dei protagonisti
dell’opposizione che ha vinto contro Milosevic.
In particolare gli abbiamo chiesto cosa pensa della questione del Kosovo
e quale opinione ha di Rugova. Ci ha risposto che il problema del Kosovo
non è un problema di 10 o 20 anni, ma un problema con radici più
profonde , che si estendono in un tempo molto più lungo. Di Rugova
apprezza la moderazione, ma pensa che abbia perso un’occasione, quella
di allearsi con l’opposizione interna al regime di Milosevic; c’è
stato un momento, a suo parere, in cui ciò sarebbe stato possibile.
Poi sono prevalse le posizioni più estremiste e nazionaliste, si
sono radicalizzate le posizioni da entrambe le parti e i moderati sono
stati sopraffatti, emarginati.
Ora come soluzione praticabile vede quella di un Protettorato per il Kossovo,
preferibilmente sotto controllo europeo, anche se ritiene l’Europa
troppo debole rispetto agli USA per poterlo sostenere.
Gli abbiamo chiesto che cosa possono fare, secondo lui, i movimenti di
base, per favorire una evoluzione pacifica della situazione. Ci ha risposto:
“prendere le distanze dalle posizioni nazionaliste di entrambe le
parti, sostenere le posizioni contrarie alle soluzioni armate”.
Gli abbiamo infine posto una domanda circa gli elementi e le circostanze
che hanno reso possibile la vittoria dell’opposizione in Serbia.
Ha sottolineato i seguenti fattori:
a-le numerose sconfitte militari di Milosevic , che lo hanno indebolito
e gli hanno tolto il sostegno di diversi apparati di potere;
b- la crisi economica, la corruzione, il degrado politico, che hanno allontanato
molta gente;
c-la capacità delle 18 forze politiche di opposizione , pur molto
diverse tra loro, di trovare una comune unità di intenti nella
sconfitta di Milosevic;
d-il risultato elettorale, che ha colto Milosevic di sorpresa , al punto
che non ha osato subito contrastarlo;
e-le grandi manifestazioni popolari , che hanno difeso il risultato elettorale
creando una mobilitazione continua per una settimana, con la presenza
a Belgrado di 200.000 persone in piazza; di fronte a ciò l’esercito
stesso ha rifiutato di intervenire contro i manifestanti: “a quel
punto abbiamo capito che avevamo vinto”.
Del Movimento Nonviolento- Movimento Internazionale della Riconciliazione
La strategia di azione nonviolenta come chiave della rivoluzione serba
La fiducia in una strategia di resistenza nonviolenta ha consentito all’opposizione
serba di cacciare Milosevic senza colpo ferire, sostiene Srdja Popovic,
uno dei leader del movimento giovanile di resistenza serbo Otpor (che
significa “resistenza”). Otpor è stato uno dei protagonisti
cruciali della rivolta del 5 ottobre, durante la quale i dimostranti presero
d’assalto il Parlamento yugoslavo, assunsero il controllo degli studi
televisivi statali e cacciarono Milosevic.
Sebbene molti osservatori abbiano descritto la rivolta come spontanea,
così non fu, a detta di Popovic, il quale sostiene che gli obiettivi
erano stati accuratamente individuati secondo un piano strategico ben
ponderato : “La nonviolenza è cruciale in questa storia”,
ha affermato al briefing dell’U.S.Institute of Peace “La Yugoslavia
dopo la rivoluzione”, che si è svolto il 12 ottobre 2000.
Popovic ha spiegato che i tre mesi di pacifiche dimostrazioni svoltesi
a Belgrado contro Milosevic nel 1996-97, guidate dall’opposizione
e dal movimento degli studenti, segnarono l’inizio della strategia
di azione nonviolenta, mostrando a Milosevic e ai suoi sostenitori che
la gente ormai non lo temeva più. La loro sfida disciplinata raccolse
consensi tra la popolazione.
La strenua pressione messa in atto dall’opposizione è “emblematica
di come funzione l’azione nonviolenta”, ha osservato Peter Ackerman,
principale consulente scientifico per il recente documentario della PBS
“Una forza più potente: un secolo di conflitti nonviolenti”
e co-autore del testo che accompagna il video ( “Strategia del conflitto
nonviolento: le dinamiche del people power nel ventesimo secolo”,
1994)
“Milosevic era riuscito a terrorizzare un ristretto gruppo per ottenere
l’acquiescenza della maggioranza, che gli ha consentito di usare
un piccolo gruppo di fanatici per perseguire i suoi obiettivi e avere
il controllo di molti”, ha detto Ackerman “la genialità
dei movimenti di resistenza nonviolenti è che sono presenti in
tutti i settori sociali, non solo geograficamente, ma demograficamente,
tra gli anziani e tra i giovani, gli uomini e le donne, i ricchi e i poveri,
rendendo difficile il controllo della situazione ed il mantenimento del
potere da parte dell’autorità.”…
Ackerman ha ancora sottolineato come il mondo degli affari esterno ha
ignorato le implicazioni politiche del conflitto nonviolento “ Di
solito si pensa che la violenza sia l’unico problema con cui fare
i conti, nella gestione di un conflitto. Tale convinzione resta intatta,
nonostante l’evidenza del contrario, come hanno mostrato i movimenti
nonviolenti nell’Europa dell’Est, che hanno posto fine alla
guerra fredda. ” Gli eventi in Serbia confermano ulteriormente queste
evidenze.
Il training nella resistenza nonviolenta
Nel corso degli ultimi due anni, ha affermato Popovic, l’opposizione
ha affilato le sue armi nella preparazione all’azione nonviolenta,
recentemente anche con l’aiuto di un ex colonnello USA, Robert Helvey,
che ha tenuto un seminario intensivo di venti ore sui principi e la strategia
della lotta nonviolenta nei mesi di marzo e aprile…
“Erano donne e uomini svegli”, ha detto Helvey dei partecipanti
di Otpor…”Erano naturalmente molto impegnati e coraggiosi. Molti
di loro erano già stati arrestati e picchiati diverse volte. Hanno
fatto un grande lavoro, e tutto il merito va a loro.” Helvey ha spiegato
che egli basa i suoi training sui concetti di Gene Sharp, autore di Politica
dell’azione nonviolenta, (1973, tradotto e pubblicato da EGA, Torino,
1985,1986,1997) Il secondo volume riporta 198 esempi di azioni dirette
nonviolente. Nelle sue sessioni di training Helvey esplora le fonti del
potere in una società, con i relativi punti di forza e di debolezza,
poi invita i partecipanti a definire i loro obiettivi e a sviluppare un
piano strategico per raggiungerli…..
Dopo il training Otpor ha creato un manuale di teoria e tecniche di resistenza
nonviolenta basate sul testo di Sharp e ha addestrato 70.000 attivisti
che, attraverso una grande varietà di metodi e tecniche nonviolente,
hanno preparato il terreno e portato al successo la rivolta del 5 ottobre.
Nonostante l’accurata preparazione, vi era ancora un elevato grado
di incertezza su ciò che sarebbe successo e su come si sarebbe
sviluppata l’azione, nessuna garanzia che la resistenza sarebbe stata
totalmente libera da violenza e da morti e molto spazio alle azioni spontanee
da parte dei dimostranti, ha detto Cerovic. I dimostranti hanno mostrato
molto coraggio, qualcuno ha detto che erano pronti a morire. E non tutti,
tra i partiti di opposizione erano d’accordo nell’assalire il
Parlamento, compreso, stando a quanto si dice, lo stesso Kostunica, il
nuovo presidente yugoslavo… Tuttavia, l’opposizione era riuscita
a creare una situazione in cui Milosevic non avrebbe più potuto
usare il suo potere repressivo perché aveva ormai perso ogni legittimazione.
“Quando non sei legittimato, non puoi usare la forza, perché
quando chiami per dare l’ordine, nessuno risponde al telefono”.
L’articolo è tratto da : Peace Watch, United States Institute
of Peace, December 2000, vol.VII, n.1, Washington, DC, tradotto e adattato
da Angela Dogliotti Marasso
In Palestina devono entrare i caschi blu dell’ONU
di Alberto Trevisan*
Se Ali Rashid, uno dei massimi rappresentanti dell'ambasciata palestinese
a Roma, da molti anni in Italia, da sempre sostenitore convinto del processo
di Pace per una risoluzione giusta ed equilibrata del conflitto israelo-palestinese,
dichiara che "il colpo mortale al processo di pace lo sta infliggendo
la comunità internazionale che con il suo silenzio sta pugnalando
chi, pur fidandosi di Israele ed esponendosi a gravi rischi, lo aveva
accettato" (il piano di pace da Oslo a Madrid e così via),
penso che ormai la misura sia colma e sia necessario rompere un silenzio
denso di morte e di tragedie umane.
Mi chiedo, è ancora possibile essere equidistanti? È giusto
puntare ancora sulla soluzione "pace in cambio dei territori"
quando questi sono sempre più occupati dagli israeliani? Come pacifista
convinto, solidale in tempi non sospetti per la causa Palestinese ma nello
stesso tempo per Israele sicura, credo sia giusto fermarsi, riflettere
perché quando i cannoni sparano esiste un solo imperativo che è
quello di fermare la guerra e i genocidi.
Ho lasciato la Palestina pochi giorni prima dell'incredibile provocazione
di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee. C'era qualcosa di grave
che si preannunciava: la possibilità del ritorno di una "Intifada"
non più con le pietre ma anche con i fucili o i missili ma sempre
comunque impari di fronte alle armi del quarto esercito al mondo. E così
è stato.
Ebbi questa sensazione proprio a Gaza quando, assieme a oltre mille pacifisti,
rientravamo a Gerusalemme e vidi le ombre dei frontalieri che rientravano
da Israele dopo una giornata di duro lavoro per ripartire poco dopo, sempre
che le autorità di frontiera israeliana fossero d'accordo nell'aprire
il varco. Gaza simbolo dell'autonomia palestinese, passaggio intermedio
per la nascita di uno Stato palestinese libero e indipendente, ancora
più occupata di prima: una specie di prigione "dorata"
da cui si può uscire solo se "altri", cioé l'altra
parte in conflitto lo permette, lo concede.
Com'è possibile pensare alla crescita economica, sociale e politica
di un Paese, in che modo si può costruire una situazione socioeconomica
che renda la struttura produttiva autonoma e indipendente quando lo sviluppo
è lasciato alla discrezionalità della forza "occupante",
quando i prodotti palestinesi entrano nel mercato internazionale solo
su "permesso" e per ragioni di "sicurezza"?
Eppure l'organizzazione economica della Palestina era lentamente riuscita,
dal 1994 in poi, a dare più benessere all'enorme campo profughi
di Gaza alzando il reddito pro-capite e cominciando a realizzare le prime
infrastrutture per la nascita di un nuovo Stato come il porto, l'aeroporto,
i primi investimenti produttivi e industriali. Quale la stampa o i mezzi
di informazione che, al di là delle notizie dei morti e delle tragedie
della guerra, trattano in maniera seria e approfondita questi problemi
o spiegano veramente cosa significa il piano Barak sul quale in molti
avevamo firmato quasi una cambiale in bianco. In sostanza il piano proposto
dall'ex Premier israeliano prevedeva la costituzione di un eventuale Stato
palestinese solamente sul 12\% della Palestina, con dei territori frastagliati,
non collegati tra loro, cioè delle vere enclaves o riserve indiane.
Solo conoscendo nel dettaglio questo "piano" di pace si può
capire la determinazione con cui ormai tutta la popolazione palestinese
si sta opponendo alla vera occupazione: quasi nessuno è più
disposto a rinunciare ad un solo metro quadrato di terra perché
le condizioni territoriali per costituire un nuovo Stato si sono quasi
ridotte al minimo. Ecco perché da molto tempo oramai Arafat, l'unico
in grado di firmare una qualsiasi pace, chiede e supplica l'intervento
della comunità internazionale e in particolare dei Caschi Blu dell’ONU
per difendere il popolo inerme da uno spiegamento militare che non ha
pari dimensione. Perché non è ancora entrato in terra di
Palestina un solo Casco Blu dell’ONU in più di 50 anni di
conflitto e per esempio a Cipro da oltre 30 anni esiste la presenza ONU
per garantire la "convivenza" o comunque non lo scontro armato
tra Greci e Turchi? A me pare che si sia applicata la logica di due pesi
e due misure e forse è tempo di rompere un silenzio che ogni giorno
che passa si fa sempre più equivoco e vicino alla corresponsabilità.
Ora si parla di iniziative sia europee che degli Usa per mediare e far
ritornare al tavolo le due parti in conflitto: speriamo sia una scelta
decisiva ma è certo che la pace potrà esistere solo sui
presupposti di una pace giusta e duratura e non sulla conferma dello status
quo o della conferma della forza militare.
*Movimento Nonviolento - Rubano (Padova)
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
La musica dei Mau Mau contro la “pornografia” della società
Tre musicisti, provenienti da diverse esperienze, si uniscono per dare
vita ad un gruppo che scuote la scena artistica torinese con il soffio
nuovo di una musica rivoluzionaria. Sono Luca Morino (voce e chitarra),
Fabio Barovero (voce e fisarmonica) e, dal Cameroun, Bienvenu Nsongan
(voce e percussioni).
Si chiamano Mau Mau, una parola che nel dialetto piemontese definisce
straccioni, marocchini, vagabondi, gente quasi sempre del sud dell'Italia
o del mondo. E Mau Mau erano anche il gruppo di liberazione del Kenia
che ha combattuto ferocemente i coloni inglesi fino a cacciarli.
Dopo dieci anni di attività, tanti dischi, riconoscimenti internazionali
e compagni di viaggio incontrati per strada, il gruppo è ormai
affermato e gode di un seguito non indifferente.
Intervistiamo Luca Morino alla Fiera del Libro, seduti sulla moquette
dello stand del Manifesto.
Allora Luca, cominciamo da una frase che compare in "Mustafaja",
l'hit che vi ha fatto conoscere al grande pubblico, e che dice: "sgamaluma
cun la Fulvia, l'uma nen fait al suldà" (sgommiamo con la
Lancia Fulvia, non abbiamo fatto il soldato).
Si, ovviamente ha una componente personale. Io non ho fatto il militare:
ho scelto l'obiezione di coscienza perché non avrei potuto indossare
una divisa, e adesso tanto meno. Quando l'ho fatto, nell'87, fare l'obiettore
di coscienza era abbastanza "spesso", era di 20 mesi e si andava
distante da casa. Io sono stato a Casale Monferrato, in una casa di riposo
per anziani, e quando ho chiesto l'avvicinamento mi hanno mandato a Varese...
E come è andata?
Hanno completamente ignorato quali erano le mie competenze. Quando sono
arrivato all'USL di Varese ho fatto notare che avevo fatto Geologia, e
potevo essere impiegato in vari settori: rilevazioni, dissesto geologico...
Per tutta risposta mi hanno mandato al reparto tossicodipendenze.
Il servizio è stato una botta, per me, molto interessante, soprattutto
al ricovero per anziani, anche se ci facevano impazzire con la burocrazia
e gli orari. Mi è servito per imparare ad attaccarmi alla terra,
a capire cose di vita concreta che non avevo ancora vissuto.
I Loschi Dezi, il gruppo in cui cantavi prima, era interamente composto
da obiettori, vero?
Beh, quella formazione ha cambiato componenti diverse volte, ma comunque
io nel mondo della musica, o per scelta o per caso, ho spesso avuto a
che fare con gente che non aveva fatto il militare.
Ora c'è il servizio militare professionale, che abolirà
di fatto la possibilità di fare obiezione di coscienza.
E' meglio o peggio?
Io temo che l'assenza di un canale come l'obiezione di coscienza possa
eliminare un potenziale di esperienze che potrebbero essere molto utili.
E devo dire che forse anche il servizio militare una volta aveva un suo
valore sociale: quando soprattutto nel dopoguerra i ragazzi non potevano
viaggiare e conoscere altre realtà, il fatto di essere presi, sradicati
dal proprio posto, spediti da un'altra parte e messi a confronto con un'altra
vita, dove tutti in teoria dovevano essere uguali, aveva una componente
perversa, ma efficace per molti.
Visitando il vostro sito (www.maumau.it), ho trovato una sezione dedicata
alla "pornografia".
Come Mau Mau, da sempre cerchiamo di associare la nostra musica, la nostra
figura, il nostro immaginario, a un contesto che è il mondo in
cui viviamo. Quando abbiamo deciso di aprire un sito, abbiamo pensato
che una vetrina collegata a questo immaginario ci stesse bene e l'ho chiamata
"Pornodrome", partendo dal significato della parola pornografia,
e cioè "esposizione dell'osceno". Di solito si associa
questa parola al sesso, ma l'esposizione dell'osceno, purtroppo, è
molto più ampia.
E infatti ci troviamo la Nestlé...
…una delle multinazionali più famose e blasonate, per gli
scempi che ha fatto e per la sua politica aggressiva. E' la punta di un
iceberg che comunque è fatto di tantissime componenti che sono
molto meno conosciute della Nestlé, che vedi dappertutto. Per esempio,
ho scoperto da poco l'esistenza degli eserciti privati, come Executive
Outcomes, e questo è allucinante. Se navighi su internet e hai
un pacco di soldi, puoi permetterti di assoldare un tuo piccolo esercito,
efficiente. E soprattutto, se lo puoi trovare, vuol dire che ha una sua
ragion d'essere, un mercato, c'è gente che lo richiede, e nonostante
tutto questo sia pazzesco, nessun giornale, anche i più battaglieri,
ne parla.
Quindi troveremo altri esempi di pornografia, sul vostro sito?
Si, mi piacerebbe trovare un sistema per rendere viva questa finestra,
confrontarmi con la gente e avere la possibilità di cambiarla,
modificarla.
Vuoi dire qualcosa ai lettori di Azione Nonviolenta?
Da nonviolento praticante ed ex-obiettore di coscienza...
Non si è mai "ex" obiettori, lo si rimane per tutta
la vita.
E' vero, hai ragione: con la differenza che però adesso non ho
problemi di orario! Direi che bisogna mantenere la componente battagliera
molto forte, e svilupparla ovviamente non con un pugno chiuso, ma con
una mano capace: capace a scrivere, o di aprirsi. Siamo circondati dalla
violenza, e combatterla senza usarne altra è molto più difficile.
A cura di Paolo Macina
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Natura e cultura del Nepal in un film che è un documento
Estate: la programmazione ormai langue inesorabilmente, eppure un colpo
di fortuna ben azzeccato potrebbe farvi incappare in una coraggiosa arena
estiva che proponga qualche «chicca», accuratamente sottovalutata
dalle ribalte.
Se così sarà, una preziosa perla che potrete opportunamente
recuperare sarà Himalaya. L’infanzia di un capo, che
è, a suo modo, davvero un kolossal: è un film avventuroso,
un racconto intrigante sulla giovinezza e sulla vecchiaia, un affascinante
ritratto delle montagne più alte del mondo, oltre che un reportage
etnografico sui popoli che in mezzo a tali montagne vivono.
La trama: gli abitanti dell’altopiano di Dolpo, in Nepal, hanno come
principale elemento di sopravvivenza il sale. Periodicamente, quindi,
una carovana di uomini e yak si mette in cammino verso l’alto Tibet
per trasportare questo sale e scambiarlo con grano: un percorso di giorni
e giorni tra le montagne dell’Himalaya. La tragica morte di Lapka,
giovane capo del villaggio, mette la comunità di fronte a un dilemma:
affidare la responsabilità della guida delle carovane al giovane
Karma, oppure al vecchio Tinlé, padre del defunto, pronto a rimettersi
di nuovo in marcia affinché il ragazzo Pasang, figlio di suo figlio,
possa venire iniziato ad assumere quel comando che a Lapka è stato
drammaticamente strappato?
Questo conflitto tra i due personaggi in primo piano, entrambi ammirati
dal nipote, è anche confronto tra generazioni e visioni del mondo.
Esso avviene nello svolgersi di un epico viaggio di carovane, costellato
di situazioni che grondano simultaneamente di fatica e di elegia, di quotidianità
e di eroismo, di emozione e di spettacolo (come dimenticare le sequenze
mozzafiato girate sul “sentiero del lago”?), fino all’armonico,
sebbene drammatico, compimento finale.
Per realizzare il film il regista Eric Valli, noto documentarista francese,
dal settembre 1997 al luglio 1998 ha realmente trasferito la sua troupe
a Dolpo, 5.000 metri sul livello del mare, a 3 settimane di cammino dall’ultimo
luogo cui le auto possono giungere, ed è riuscito a trasformare
gli stupendi e autentici montanari indigeni (così come il monaco
Norbou, figlio minore di Tinlé, è un autentico monaco buddista)
in attori efficaci e credibili, raccontandoci una storia che noi, spettatori
del Primo Mondo all’inizio del Terzo Millennio, potremmo incautamente
giudicare favolosa o tutt’al più anacronistica, e che invece
è assolutamente realistica.
Il risultato finale merita ampiamente di venire apprezzato e raccomandato:
si tratta di un prodotto capace di far respirare profondamente l’anima
dello spettatore, trasmettendogli quella purezza che immaginiamo appartenere
all’aria himalayana; non solo: si tratta di un invito, sullo sfondo
del rapporto tra il popolo di Dolpo e la montagna, a riconsiderare la
globalità della relazione della collettività con la natura.
Riflessione sulla natura, quindi; ma anche squarcio arricchente sulla
cultura di un popolo - quello nepalese - a noi sconosciuto, salito solo
per qualche giorno agli onori dei nostri telegiornali a causa di un cruento
e misterioso evento di cronaca nera che ne ha coinvolto la famiglia reale;
ma anche Katmandu, la capitale del Nepal, sembrerebbe essere lontana anni-luce
dall’altopiano di Dolpo.
I critici hanno riscontrato qualche pecca nel film; d’altra parte
è il loro mestiere: emerge invero una rappresentazione semplificata
ed agiografica, talvolta indulgente allo scontato, dei personaggi e delle
loro reciproche relazioni.
In effetti lo stesso Valli ha definito il suo film «un western himalayano»:
il racconto si reggerebbe ugualmente se fosse ambientato nel Kentucky
o nell’Ontario; anche la musica, pur debitrice delle melodie delle
nenie dei monaci buddisti, pare evocare in taluni passaggi alcuni echi
delle sonorità che hanno reso celebre Ennio Morricone.
È vero; così come è vero che avrebbe ulteriormente
giovato alla forza evocativa delle immagini se l’autore avesse rinunciato
alla pretesa di inglobarle - o ingabbiarle - nella narrazione di una storia,
accontentandosi, si fa per dire, di un semplice documentario; per la cronaca,
Valli lavora anche come giornalista-fotografo per il National Geographic
Magazine. Ma è altrettanto vero che la possibilità per un
documentario di raggiungere il grande pubblico degli appassionati di cinema
è ancora più bassa rispetto a quella di un film, per quanto
non targato USA; si tratta infatti di una produzione franco-anglo-elvetica-nepalese.
Ivano Mora
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni –
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Secondo voi può esistere una “assicurazione” etica?
Cosa vuole dire "etica" in campo assicurativo? A differenza
delle banche, dove il rapporto con il cliente è regolato soprattutto
dall'interesse riconosciuto ai soldi prestati o avuti in prestito, le
Compagnie assicurative si occupano, oltre all'aspetto finanziario, di
questioni molto più complesse. I risarcimenti previsti in caso
di disgrazia comprendono ogni aspetto dalla vita umana: la salute minata
da una malattia o da un infortunio, la casa colpita da fenomeni atmosferici
o malavitosi, l'auto in caso di furto o di incidente, la tranquillità
economica in caso di morte di un familiare o di pensionamento, la tutela
professionale quando la nostra responsabilità civile viene chiamata
in causa.
Esamineremo quindi, in tempi diversi, solamente due settori, quello della
RC auto e quello delle polizze sulla vita, sperando di aprire un dibattito
in proposito con i nostri lettori.
Recentemente i giornali hanno riportato con enfasi le notizie relative
all'aumento delle polizze automobilistiche. Tutte le associazioni di consumatori
si sono attivate per chiedere prezzi più bassi (sarebbe più
giusto chiederli più equi), ma un buon consumatore critico non
può limitarsi a tale richiesta tramite una contrattazione collettiva.
E nemmeno può ridursi a chiedere una vendita trasparente ed onesta,
perché questo è il minimo che si deve chiedere a qualunque
venditore, dal supermarket al bottegaio.
Vendere polizze etiche deve essere quindi cosa diversa dal dire di vendere
polizze in modo etico o meno costose. Procederemo quindi elencando cosa
sicuramente non è etico in questo settore, e partiremo dalle compagnie
internet o telefoniche.
Queste compagnie sono state negli anni scorsi al centro di vertenze sindacali
per lo sfruttamento dei lavoratori (sia in termini di ore lavorative che
per il basso livello degli stipendi) e per le condizioni che contravvengono
la legge 626 sulla salute nei luoghi di lavoro. Passare tramite loro per
avere uno sconto maggiore è (con i dovuti distinguo) un po' paragonabile
a comprare palloni Nike perchè costano meno.
Inoltre, quasi tutte evitano di assicurare clienti nel sud Italia, dove
gli incidenti avvengono con maggiore frequenza, nonostante l'assicurazione
sia un obbligo di legge che le compagnie svolgono per conto dello Stato.
La discriminazione geografica è assicurata tramite la proposta
di prezzi esorbitanti che scoraggiano l'acquisto della polizza.
Infine, il meccanismo di costruzione tariffaria della RC Auto è
diverso da quello adottato dalla maggioranza delle altre Compagnie; in
parole povere le loro tariffe costano meno finché non si hanno
incidenti (quando cioè si paga solo e non si gode di alcun servizio,
e per questo siamo considerati "buoni clienti"); i prezzi proposti
alle scadenze successive all'incidente recuperano con gli interessi quanto
risparmiato fino a quel momento, quando diventiamo clienti non più
desiderati. Si elimina quindi quel fenomeno detto di "mutualità"
che richiama in un certo senso il termine di "solidarietà"
sociale (pago un po' di più per chi sta peggio di me).
Sul prossimo numero analizzeremo altri aspetti di "etica assicurativa".
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Le radici storiche dell’esercito italiano
Il 25 giugno 1862 il ministro della guerra Agostino Petitti-Bagliani di
Roreto annunciò ai deputati del Regno, riuniti a palazzo Carignano
a Torino, che l’obbligo di leva era esteso a tutte le province italiane.
Dietro l’entusiasmo risorgimentale della dichiarazione si celava
un dibattito serrato sul modello di esercito da adottare. La questione
non era soltanto tecnica, ma profondamente politica.
Nel XIX secolo, infatti, gli eserciti erano chiamati a due compiti distinti.
Da un lato dovevano prepararsi ad un’eventuale guerra difensiva o
offensiva, mentre dall’altro dovevano garantire il mantenimento dell’ordine
costituito all’interno dello Stato, reprimendo qualsiasi tentativo
insurrezionale o eversivo. Gli eserciti si riferivano allora a due modelli:
quello francese e quello prussiano. Il modello francese prevedeva un esercito
piccolo e agile, ben armato e addestrato, composto per la maggior parte
da professionisti. Il suo elemento distintivo era la ferma lunga, compresa
tra i cinque e gli otto anni, che era considerata indispensabile per formare
un vero soldato, cioè per estraniarlo dal suo ambiente di origine
e abituarlo all’obbedienza. Oltre ai volontari era sorteggiata annualmente
una piccola percentuale di coscritti scelti fra gli idonei alla leva,
ma coloro che provenivano dalle famiglie più ricche potevano evitare
l’arruolamento procurandosi un sostituto oppure versando una considerevole
somma di denaro. Così i figli dei proprietari terrieri si facevano
surrogare dai loro contadini. Un tale esercito era strumento efficace
per il mantenimento dell’ordine interno, ma, rispetto alle esigenze
belliche, mostrava i limiti dei superati eserciti di mestiere settecenteschi.
Il modello prussiano, invece, si fondava sulla ferma breve (tale era considerata
quella di due o tre anni) e sull’arruolamento di tutti i giovani
fisicamente idonei, senza possibilità di sostituzione a pagamento.
Si sanciva così il principio del servizio militare come dovere
di ogni cittadino, che in caso di necessità poteva essere richiamato
dalla riserva. Inoltre i reparti traevano i soldati dalla regione in cui
erano stanziati; ciò permetteva la creazione di forti legami tra
i militari e la popolazione, semplificando quindi tutte le operazioni
di mobilitazione in caso di guerra. Dal punto di vista dell’efficienza
bellica questo tipo di reclutamento era ottimo, ma presupponeva una situazione
sociale tranquilla, perché gli stretti legami tra esercito e popolazione
escludevano l’impiego delle truppe per il mantenimento dell’ordine
pubblico. Il reclutamento regionale, possibile pertanto nella Prussia
socialmente compatta, era invece improponibile in Stati inquieti come
la Francia o travagliati da profondi contrasti di nazionalità come
l’Austria-Ungheria.
L’esercito piemontese, organizzato nel 1854 dal generale Lamarmora,
rappresentava un adattamento particolare del modello francese. La ferma
era di cinque anni e riguardava solo una parte esigua del contingente
di leva, scelta per sorteggio e con possibilità di sostituzione
a pagamento. Una percentuale limitata dei giovani rimasti riceveva un’istruzione
di quaranta giorni ed era richiamata in caso di guerra. Dopo l’unificazione,
l’ordinamento Lamarmora fu esteso a tutto il Regno, poiché
si pensava che le nuove province fossero troppo diverse fra loro e troppo
tiepide di entusiasmo patriottico per dare garanzie con un esercito di
modello prussiano. Infatti il primo massiccio impiego delle truppe unitarie
fu la repressione del brigantaggio meridionale tra il 1861 e il 1865.
“Da qui la scelta di escludere dall’incorporamento la maggior
parte dei volontari garibaldini, elementi dall’indubbio valore ma
di orientamento democratico, difficilmente compatibili con le direttive
autoritarie del governo centrale”1. Quindi l’annuncio del ministro
Petitti dichiarava che la leva obbligatoria veniva estesa a tutte le province,
comprese quelle che non l’avevano mai sperimentata come gli ex territori
pontifici, anche se i giovani effettivamente incorporati rimanevano una
minoranza. Una scelta ben diversa dalla leva di massa voluta dai rivoluzionari
francesi nel 1793.
La guerra franco-prussiana del 1870-71 dimostrò, però, che
l’esercito di modello francese non dava alcuna garanzia di efficienza
bellica. Le armate imperiali di Napoleone III capitolarono a Sedan, un
altro esercito francese si arrese alle truppe di von Moltke e Parigi stessa
fu stretta d’assedio. A tutti gli Stati maggiore europei fu chiaro
che il modello prussiano aveva travolto quello francese. In Italia il
dibattito portò alla ristrutturazione delle Forze armate condotta
dal generale Cesare Ricotti-Magnani, ministro della guerra dal 1870 al
1876.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Le strutture genealogiche della violenza e gli interventi di solidarietà
educativa
Culture educative, famiglia e individuo
Inizio con un ricordo tratto da un'esperienza formativa vissuta a Corleone,
vicino a Palermo. Corleone è un paese noto in tutto il mondo per
un destino alquanto sfavorevole che ha legato il suo nome a quello della
mafia siciliana. Da alcuni anni però c'è un tentativo serio
di trasformare questo destino e di liberarsi da questa immagine di città
capitale della mafia siciliana. In questi ultimi anni sono stati attivati
tantissimi interventi verso un rinnovamento. Anche il Centro Psicopedagogico
per la Pace e la gestione dei conflitti (CPP) ha lavorato diversi anni
per dare un contributo in questa direzione. Proprio per questo qualche
anno fa, a metà degli anni Novanta, mi trovai a Corleone per una
conferenza dedicata alla presentazione di un progetto formativo. Con me
c'era il sindaco, un uomo giovane, progressista, molto impegnato a trasformare
democraticamente il paese di Corleone; nativo del luogo, pieno di energia
e buone intenzioni. Alla fine della conferenza gli si avvicinò
una signora piuttosto anziana, che lo salutò calorosamente e poi
gli disse: "Caro sindaco, io non ti conosco, però le nostre
famiglie si conoscono. L'importante è che le nostre famiglie si
conoscano". L'episodio mi consente di iniziare una riflessione sul
rapporto fra l’individuo e il proprio destino familiare, e fra l'individuo
e il destino collettivo; in una seconda fase vorrei approfondire il rapporto
fra l'individuo e le culture educative di appartenenza.
La prima distinzione che mi sento di fare e che ritengo piuttosto importante
è fra culture educative centrate sulle potenzialità individuali
e culture educative centrate sull'appartenenza familiare. È una
distinzione che ovviamente non è solo educativa, ma che uso nell'accezione
pedagogica per chiarire che queste culture rappresentano un training formativo
a tutti gli effetti molto forte nei confronti dei figli e comunque dei
membri giovani della collettività.
Cosa si intende per culture educative centrate sulle potenzialità
individuali? Sono le culture educative tendenzialmente di natura democratica
che anche sotto il profilo politico riescono a elaborare culture democratiche
(anche se non si può stabilire un nesso automatico assoluto fra
i due piani). Il loro compito primario è quello di sviluppare l'individuo
nelle sue potenzialità e quindi di offrirgli una serie di risposte
formative centrate sulla valorizzazione delle sue risorse. In certi casi
in queste culture la creatività è un valore riconosciuto
in termini sociali, e viene enfatizzato anche sotto il profilo educativo.
L'individuo non appartiene insomma alla società o alla famiglia,
ma appartiene anzitutto a se stesso; la società e la famiglia si
impegnano a fare in modo che il soggetto liberi le sue facoltà
e porti al massimo il proprio esito personale.
Le culture educative centrate sull'appartenenza alla famiglia, viceversa,
mettono in primo piano il destino familiare: quello che conta è
la sintonizzazione fra il destino individuale e la programmazione familiare.
Pertanto l'individuo si realizza quando riesce a esprimere al meglio le
potenzialità del nucleo e del clan familiare. Non conta ciò
che l'individuo potrebbe diventare, ma quello che gli viene affidato dalla
programmazione genealogica familiare. Questa programmazione è intenzionale
da un lato, nel senso che l'intenzionalità compare quando un individuo
decide per esempio di staccarsi da questa programmazione familiare, e
allora si nota la reazione spesso brutale della famiglia nei suoi confronti,
ma dall'altro è anche un processo subliminale, nel senso che se
tutto procede liscio non esiste una coercizione, non esiste una repressione
vera e propria, ma il tutto viene vissuto nei termini di naturalezza,
di un evento scontato, quindi nei termini di un destino oggettivo, al
punto che in genere l'individuo neanche si accorge di far parte di una
programmazione genealogica. La forza della programmazione sta proprio
in questo, nella sua natura implicita, che non consente al singolo di
ragionare sulla programmazione stessa. L'individuo non appartiene a se
stesso, ma alla società familiare.
È molto importante cogliere la dimensione subliminale di questo
processo, perché questo rende ragione anche di eventi gravi –
come può essere una guerra etnica – che sembrano fuori dalla
storia e dalla civiltà, ma che in realtà dentro una programmazione
genealogica familiare acquistano il senso di una continuità storica
improntata alla necessità di vendetta, di riparazione dei torti
subiti, di sacrifici umani che in termini molto concreti possano sanare
le antiche ferite.
A proposito di violenza, e di strutture genealogiche, il caso del nazismo
è piuttosto interessante, anche perché è uno dei
pochi casi nella storia che sia uscito dalla subliminalità, per
essere sottoposto a un giudizio storico e quindi analizzato scientificamente.
Il nazismo, come struttura genealogica, si discosta da entrambi i modelli
precedenti. Nel nazismo non contano né la famiglia né l'individuo.
Nel nazismo il soggetto appartiene al Popolo, la grande struttura ancestrale
che il Romanticismo tedesco porta alle estreme conseguenze, l'entità
astratta che fa parte del background culturale teutonico, e che in qualche
modo rimanda alle tribù germaniche.
Il popolo è una struttura oggettiva in cui si stempera sia il soggetto
individuale che la famiglia. L'educazione nazista proviene sotto certi
aspetti dall'educazione prussiana, che voleva trasformare ogni famiglia
in una caserma, e che ci è documentata in maniera molto viva dall'autobiografia
di Rudolph Hess, comandante di Auschwitz1e da altri libri drammatici come
La famiglia che uccide di Schatzman2. D'altro canto va detto che il richiamo
ancestrale del nazismo come forma culturale arcaica ci proviene anche
dagli studi sull'educazione formale nazista che, senza mezzi termini,
tenta di eliminare ogni componente di civilizzazione cristiana, ad esempio
cercando di erodere progressivamente l'educazione cristiana nell'ambito
dell'educazione religiosa sostituendola con elementi di altra natura,
a dimostrazione della volontà di incorporare in maniera coattiva
l'individuo all'interno di un complesso statale e culturale che non è
semplicemente un complesso ideologico, ma è una volontà
di creare un 'appartenenza che va al di là di quella familiare3.
In questo contesto si spiega anche la violenza sistematica, volta all'eliminazione
di un intero popolo (quello ebraico), una modalità estrema di organizzazione
della violenza che erode le resistenze individuali ancorandosi a delle
componenti culturali che erano in qualche modo implicite nel background
tedesco. Su queste componenti il nazismo elabora una complessa forma di
adesione che induce nell'individuo l'abbandono delle radici personali
e familiari.
Possiamo fare questa riflessione sul nazismo perché il nazismo
ha perso la guerra ed è stato messo sotto la lente degli studiosi.
Non possiamo dire lo stesso di altri fenomeni di distruttività
di massa, come è stato lo stalinismo, lo sterminio degli armeni,
quel che è successo in Cambogia o quel che è successo nei
Balcani. Si tratti in questi ultimi due casi di situazioni aperte, non
ancora rielaborate, il che ci priva degli elementi di indagine che ci
consentirebbero di trarre delle conclusioni certe, come in qualche modo
– anche se il dibattito è ancora aperto – possiamo fare
con il nazismo. Certo la violenza delle guerre balcaniche appare legata,
rispetto ad altri contesti, a dimensioni genealogiche familiari, quindi
a un senso di appartenenza etnico-familiare sotto certi aspetti molto
tradizionale. Se il nazismo è un'operazione di relativa complessità
che si fa forte di varie componenti, il modello della violenza delle guerre
balcaniche appare abbastanza elementare, centrato su un'appartenenza primaria
del tipo cui accennavo sopra: l'individuo si identifica con la famiglia
etnicamente intesa a prescindere da ogni consapevolezza e in questo trova
le ragioni di atti violenti che altrimenti non avrebbero senso.
Per chiudere questo discorso vorrei citare un pensiero di Johan Galtung,
uno dei pochi studiosi che ha la capacità di ricondurre situazioni
locali in una logica mondiale. Anni fa nel corso di un convegno in Italia,
Galtung diceva: "Se è vero che il motivo profondo dei conflitti
che esistono oggi sul pianeta è in gran parte culturale, la terapia
per questi conflitti non può essere quella delle armi. Come la
cultura si fa con la parola, così la terapia si deve fare con la
parola. Questo anche nel caso in cui certe parole sono molto difficili
da pronunciare”.4
Daniele Novara
1° parte (continua)
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Alberto L’Abate (a cura), Giovani e pace. Ricerche e formazione
per un futuro nonviolento, Pangea, Torino, 2001
Il libro curato da Alberto L’Abate, che contiene saggi suoi e relazioni
di esperienze e ricerche di amici , studenti e collaboratori, rappresenta
una ricca e singolare miniera di materiali, spunti e contributi nell’ambito
dell’Educazione alla pace e alla nonviolenza, elaborati nell’ultimo
decennio e recentemente sistematizzati.
Dal punto di vista metodologico l’opera è caratterizzata dai
seguenti aspetti:
1-il costante intreccio di Ricerca-Educazione-Azione come impianto costituivo
dell’approccio proposto, elemento comune a tutte le esperienze presentate:
la ricerca muove dagli interrogativi e dai problemi della realtà
ed è orientata all’azione , l’educazione è uno
dei processi fondamentali per promuovere e mettere in atto il cambiamento;
2-l’attenzione all’interazione dei diversi livelli, delle caratteristiche
personali e situazionali da un lato e delle dinamiche strutturali, dall’altro;
3-una proposta formativa globale che coinvolge le tre fondamentali dimensioni
della mente (dimensione cognitiva/affettiva; sapere, conoscere, comprendere,
sentire), del corpo (dimensione operativa, saper fare), dell’anima
(dimensione esistenziale, saper essere);
4-l’accento posto sulla centralità delle metodologie e degli
strumenti usati: nella cultura della nonviolenza mezzi e fini coincidono,
non c’è subalternità, ma coessenzialità tra
strumento usato e fine perseguito.
I contenuti trattati sono molteplici, tra questi mi paiono di particolare
rilevanza:
1-la concezione dell’educazione alla pace come “educazione a
combattere ingiustizie e violenza senza usare le loro stesse armi”
(pag.184), vale a dire come educazione alla trasformazione nonviolenta
dei conflitti;
2-un approccio dinamico e relazionale al conflitto: il conflitto è
inteso come processo e l’accento è posto sui fattori personali,
struttu