Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Facciamo partire da Verona la politica della nonviolenza
Mao Valpiana
Il XXII° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento si svolgerà
a Verona dall’ 1 al 4 novembre 2007. Abbiamo scelto questa città
perché lì vi si trova la nostra Casa per la Nonviolenza e ci sembrava
giusto far conoscere a Verona e ai veronesi la dimensione nazionale del nostro
Movimento. Si tratta anche di un ritorno, dopo più di vent’anni,
della sede congressuale nella città scaligera. Quando il Comitato di
Coordinamento ha individuato Verona come sede del Congresso, non sapevamo ancora
che da lì a poco i veronesi avrebbero scelto, con una schiacciante maggioranza
del 62%, di affidare le sorti della città ad un sindaco leghista, condannato
in primo e secondo grado per “odio razziale” nei confronti degli
zingari e che ha impostato la campagna elettorale sulla priorità dello
sgombero di un campo nomadi. Verona nelle ultime settimane è salita agli
onori della cronaca nazionale per le iniziative del Sindaco sulla “sicurezza”:
multe salate a chi mangia panini per strada, a chi si sdraia sulle panchine,
a chi acquista merce dai venditori ambulanti abusivi (peccato, però,
che la stampa nazionale non riporti anche le notizie delle licenze edilizie
facili concesse a chi vuole costruire in deroga al piano regolatore….
ma questa è un’altra storia…). Verona, qualche decennio fa,
era da tutti considerata come il cuore della grande balena bianca democristiana,
il Veneto, e perciò culturalmente moderata, cattolica, insieme conservatrice
e solidale. Oggi pare aver cambiato pelle. Sembrano ormai lontani i tempi della
Verona missionaria, verso l’Africa e l’America Latina, che sapeva
riempire l’Arena con le adunate dei Beati i costruttori di pace. Ora il
Comune preferisce concedere gratuitamente l’anfiteatro a Mediaset per
il Festivalbar. Oggi Verona non esprime il moderatismo, ma il più sconcertante
estremismo leghista e fascista, di chiusura, di paura, di repressione. E’
questo il desolante clima cittadino nel quale il nostro Congresso si riunirà
per discutere di “politica per il disarmo”, a partire dal necessario
disarmo culturale. Accettiamo volentieri questa contraddizione, non come una
sfida, ma come uno stimolo in più per far emergere le nostre idee di
una politica della nonviolenza, necessaria per la salvezza dell’umanità,
a partire dal governo delle nostre città (così come si dice nel
dibattito precongressuale che pubblichiamo da pagina 4 a pagina 11 e nello speciale
inserto da pagina 14 a pagina 23).
A Verona il Congresso sarà ospitato nelle strutture dei missionari Comboniani,
cui va fin d’ora il nostro ringraziamento, e si concluderà con
una manifestazione che attraverserà il cuore della città, in luoghi
per noi di grande significato: partiremo dalla Casa per la nonviolenza (sede
nazionale del Movimento), passeremo da piazza San Zeno (il primo vescovo della
città, un cittadino africano), poi dal Tribunale militare (dove furono
processati e condannati molti obiettori di coscienza), poi dall’Arsenale
(un tempo deposito di armi e servitù bellica, ora parco cittadino a rischio
di diventare un parcheggio), per concludere in Piazza Brà, dove celebreremo
la data del 4 novembre (fine della prima guerra mondiale) con la nostra manifestazione
“non festa, ma lutto”.
Chiediamo a tutti gli amici della nonviolenza di partecipare alla manifestazione
nazionale nonviolenta del 4 novembre, per lanciare, proprio da Verona, una risposta
aperta, solidale, disarmata, all’involuzione che rischia di travolgere
tutta la politica italiana.
Se riusciremo a svolgere un buon Congresso e condurre una buona manifestazione,
avremo, nei fatti, già messo in atto la nostra politica nonviolenta.
E’ quello che possiamo e vogliamo fare.
Congresso del Movimento Nonviolento:
“La nonviolenza è politica per il disarmo, ripudia la guerra e
gli eserciti”.
Verona, 1 – 4 novembre 2007
Sala “Comboni”, Missionari Comboniani
Vicolo Pozzo, 1
1 NOVEMBRE, giovedì
Mattina, ore 10,30
Apertura del Segretario e relazione introduttiva
Pomeriggio
Comunicazioni sulla rivista Azione nonviolenta, sul centri studi, sui gruppi
locali…
Dibattito in assemblea plenaria.
2 NOVEMBRE, venerdì
Mattina
lavoro in 3 commissioni
I Corpi Civili di Pace
Il Servizio Civile Volontario
L’Educazione alla nonviolenza
Pomeriggio
lavoro in 3 commissioni
Economia, Ecologia, Energia
Risposte di movimento alla crisi della politica
Resistenza nonviolenta contro il potere mafioso
3 NOVEMBRE, sabato
Mattina
Riferiscono le prime 3 commissioni e poi dibattito
Riferiscono le altre 3 commissioni e poi dibattito
Spazio per presentare le mozioni.
Pomeriggio
Dibattito sulle mozioni
Votazioni
Rinnovo delle cariche
4 NOVEMBRE, domenica
Mattina
“Non festa, ma lutto”, iniziativa nonviolenta:
camminata attraverso luoghi simbolici della città
INFO: Casa per la nonviolenza
Via Spagna, 8 – 37123 Verona
Tel. 045 8009803 fax 045 8009212
Mail:
Sito : www.nonviolenti.org
Disarmare anche la nostra cultura per pacificare e non guerreggiare
Maria G. Di Rienzo
Costruire una cultura di pace è forse la questione più importante
collegata al disarmo, ed è una delle più complicate che abbiamo
di fronte oggi, poichè il suo "territorio" va dallo scenario
internazionale alla più piccola delle famiglie umane. Nessuno crede alla
possibilità di vivere in un "paradiso in terra", ma si può
certamente fare di meglio su questo pianeta, affinchè esso sia una casa
più felice per noi e per gli altri esseri viventi.
Il nostro addestramento al militarismo comincia a scuola, con la tecnica "competizione
contro cooperazione" e libri di testo che coprono sproporzionatamente la
guerra (con la versione dei conquistatori, Alessandro e Cesare e Augusto e Napoleone,
ecc.) e della pace non parlano: la storia dell'umanità sembra un ininterrotto
susseguirsi di sanguinosi conflitti. La maggioranza delle persone non sanno
assolutamente nulla, dal punto di vista storico, delle lotte prive di violenza.
Perciò, ogni volta che le persone danno inizio ad una lotta nonviolenta
devono praticamente ricominciare da zero.
Gene Sharp faceva già notare: "Pensate se questo fosse fatto con
la guerra. Supponete che nessun esercito venga organizzato, che nessuno abbia
studiato strategie e tattiche militari. Che nessuno abbia tentato di inventare
una nuova arma, o sviluppato l'addestramento all'uso delle armi esistenti".
C'è chi pensa che siano i media i primi addestratori all'uso della violenza,
ma la storia che si insegna a scuola manda ai ragazzi e alle ragazze il messaggio
che la guerra sia tutto ciò di cui la storia si occupa. Una guerra vista
sempre come eroismo, coraggio, eccitazione. Il senso di passione che pervade
la guerra è del tutto assente dalle (rare) rappresentazioni della pace,
vista come passiva e noiosa. Tramite i media, ci arriva invece la percezione
della guerra come forma di intrattenimento; uccidere non è sbagliato,
purchè tu uccida il "cattivo".
Quando nelle scuole chiedo ai ragazzi di associare la prima parola che viene
loro in mente al termine "conflitto", la risposta primaria è
guerra, persino con i più piccoli. Quando chiedo di continuare l'associazione,
assieme a morte e dolore la guerra evoca "eroi", "avventura",
"vittoria".
Per contro, le immagini che vengono associate alla pace appaiono prive di forza:
"colomba", "silenzio", "quiete". E questo nonostante
tutti dicessero che il conflitto ferisce, è pericoloso, eccetera.
Si può guerreggiare. Questo è un verbo. La guerra è in
azione.
Si può pacificare, ma a livello semantico non è la stessa cosa.
Non è la pace ad essere in azione, è l'atto del pacificare (riportare
la pace).
Sembra che linguisticamente la pace non sia qualcosa che si può "fare"
in modo attivo, non c'è un verbo che lo dica. Il concetto di pace viene
definito al negativo, come assenza di guerra o violenza, anzichè come
qualcosa di positivo e significativo per se stesso, e purtroppo i termini usati
non hanno reale significato, se separati da quelli di cui figurano l'opposto
o l'assenza.
Il militarismo è composto di attitudini e pratiche sociali che guardano
alla guerra ed alla sua preparazione come ad attività normali e socialmente
desiderabili. I giocattoli di guerra ne sono un esempio. Esalta il coraggio
e la nobiltà che sarebbero associati alla figura del guerriero, e occulta
la realtà dei conflitti armati. Il militarismo è dualistico, antagonista,
non considera i processi ma solo gli interessi immediati, riduzionista, e non
ha a che fare solo con il conflitto armato o l'economia di guerra, ha a che
fare con pratiche, istituzioni, relazioni interpersonali essenzialmente violente,
che stanno al centro del modo in cui ci muoviamo socialmente.
Pensate solo alla parola "riconciliazione": troppo spesso, attraverso
le lenti del militarismo, viene usata per dire solo "seppelliamo gli orrori
del passato sotto il tappeto". A chi gode di privilegi economici e sociali
la riconciliazione in questo senso suona come l'assicurazione che tale stato
continuerà indisturbato; a una madre i cui figli muoiono di fame o ad
una persona che ha perso in guerra parenti e casa, può suonare come la
certezza che nulla nella sua situazione personale cambierà. Le gravissime
ingiustizie di questo mondo necessitano di essere gestite, per giungere al disarmo.
Per avere riconciliazione abbiamo bisogno di stabilire buone relazioni attraverso
buone pratiche.
Chi si rifà a tradizioni religiose può facilmente trovare suggerimenti
in questo senso: Gesù dice più o meno che se ti trovi davanti
all'altare per offrirvi un dono e in quel momento ricordi di essere in lite
con tuo fratello è meglio lasciare il dono dove si trova e offrirlo più
tardi, dopo esserti riconciliato con lui; e la giustizia sociale fu il cruciale
interesse dell'Islam degli inizi, in cui ai musulmani veniva richiesto di costruire
una comunità (la famosa umma) caratterizzata dalla compassione pratica
(intesa come il "sentire insieme"), una comunità in cui vi
fosse un'equa distribuzione delle ricchezze, e ciò era di gran lunga
più importante di ogni insegnamento dottrinale.
"Non trattare gli altri in modi che tu stesso trovi dolorosi" (Buddha,
Udana-Varga 5. 18); "Questo è il centro del dovere: non fare agli
altri ciò che causerebbe dolore se fatto a te" (Mahabharata 5: 1517);
"Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo vicino" (Hillel,
Talmud, Shabbath 31a); "Guarda al guadagno del tuo vicino come fosse tuo,
ed alla sua perdita come se fosse la tua perdita" (T'ai Shang Kan Ying
P'ien, 213-218).
E vi sono esperienze pratiche e laiche che hanno parecchio da insegnare, e da
cui possiamo trarre ispirazione, come il programma "Donne che costruiscono
la pace" portato avanti da israeliane e palestinesi. Sumaya Farhat-Naser,
una palestinese che vi partecipa, racconta: "Quando hai vissuto per cinquant'anni
conoscendo l'altra solo come nemica, con dolore ed amarezza che si accumulano,
non è possibile dire semplicemente: 'Dai, sediamo insieme e abbracciamoci'.
Non possiamo abbracciarci, non ancora.
Perciò istruiamo i gruppi dapprima separatamente, in modo indipendente,
su come ci si incontra, come si impara a rispettare la visione dell'altra, come
riconoscere che vi sono almeno due versioni, sempre, per ogni storia che tu
racconti. E incontrarsi è all'inizio comunque doloroso, e devi impegnarti
per attraversare questo stadio di sofferenza e andare oltre. Nei gruppi separati
affrontiamo questa paura, esprimiamo a voce alta i nostri desideri e le nostre
speranze. Poi, quando sia le palestinesi sia le israeliane sono pronte a guardare
negli occhi delle altre con rispetto, sono pronte ad ascoltare, a guarire, a
contribuire ad una discussione logica che sia altresì sensibile nella
scelta delle parole e nelle attitudini, allora i gruppi si incontrano e cominciano
a lavorare insieme".
Lavorare insieme è un buon punto su cui soffermarsi. Un antico insegnamento
sufi dice: "Tu pensi, poichè hai capito l'uno, che sicuramente capisci
il due, perchè uno e uno fanno due. Ma devi anche capire l'e". Noi
possiamo pensare che capiamo le donne e gli uomini, ma dobbiamo ancora capire
l'e. Il militarismo è collegato direttamente alla costruzione sociale
della mascolinità, e la sua produzione di cultura machista danneggia
gli uomini quanto le donne. Il cambiamento da perseguire su questa via dev'essere
sistemico, se vogliamo che donne e uomini lavorino insieme verso la riconciliazione,
il disarmo, ed una cultura di pace. So che non è facile, ma la questione
non è eludibile: esaminate solo i progetti diretti allo sviluppo e alla
cooperazione internazionale, e vedrete che possono essere agevolmente divisi
in "maschili" e "femminili". I primi, dice Su zanne Williams
di Oxfam sono quelli "duri": urgenti, veloci, devono dare risultati
quantificabili in breve tempo e sono preminentemente basati sulla tecnologia;
i secondi sono quelli "morbidi": forme di intervento più sottili,
ma profonde e attente, i cui risultati sono più difficili da misurare
e prendono più tempo per manifestarsi, ma che agiscono in maniera positiva
sugli assetti sociali e culturali. "Tutte le ong", dice Suzanne, "sanno
benissimo quali sono quelli che verranno finanziati, quelli per cui è
facile trovare sostegno". E lo sappiamo anche noi.
In Timor Est, esiste un gruppo che si chiama "Mane Kontra Violencia"
(Uomini contro la violenza) e che affronta con molto rigore e chiarezza la questione
della violenza contro le donne. Uno dei suoi membri, Mario Araujo, viene regolarmente
accusato di voler "distruggere la cultura" della propria gente, sia
che tenga seminari sulla violenza domestica, sia che partecipi a manifestazioni
di protesta contro gli stupri. "Di solito rispondo così: Se mandi
a scuola tua figlia stai distruggendo la nostra cultura? Ovviamente mi rispondono
di no. Allora aggiungo: Come pensi che usciremo dalla miseria se alle donne
non viene permesso di istruirsi, se la violenza non permette loro di vivere
e studiare e lavorare in pace?". Il miglioramento delle condizioni economiche
e sociali delle donne, per quanto giusto e necessario, non evolve però
automaticamente in una reale "pace" tra uomini e donne, e cioè
in una relazione basata sul rispetto reciproco, sul riconoscimento della dignità
dell'altra/altro come completo essere umano. La differenza fra il progresso
materiale e la realizzazione dell'intero potenziale umano di una persona dev'essere
colmata. Anche questo è disarmo.
Quanto in là si possa poi andare con il lavoro quotidiano di costruzione
di pace, quello da fare dapprima nelle nostre teste, e poi nel modo in cui parliamo
e agiamo, nelle nostre famiglie e nelle nostre città e via allargando,
dipenderà da quanto saremo capaci di comunicare, di ottenere solidarietà,
di fare rete. Dipenderà da quanto saremo creativi e coerenti, capaci
di ascoltare, capaci di intervenire. So che possiamo farlo. Auguri a tutti e
tutte noi.
Ci sono tre possibili scelte davanti ad un ecologista o ad un comitato ambientalista,
che voglia fare i conti col potere politico, che si domandi: "come si può
contare di più nelle scelte legislative o di governo, locali o nazionali,
relative all'ambiente?"
1. mantenersi totalmente fuori dalla politica, facendo solo attività
di "movimento" (denuncia, pressione, manifestazioni, informazione,
ecc.);
2. presentare (o appoggiare) alle elezioni, quando si ritenga necessario, una
lista civica locale, di chiara ispirazione (anche) ambientalista;
3. inserirsi in maniera organizzata e trasparente (pubblica) anche in una formazione
politica nazionale.
1. La prima opzione, fare solo "movimento", è, forse, oggi
la più praticata tra chi si dà da fare a livello locale per difendere
un po' di verde, o per impedire un inceneritore, per spingere una raccolta "porta
a porta" dei rifiuti o per dare spazio a ciclisti e pedoni, per difendersi
dall'elettrosmog o da una base militare o per sostenere la produzione biologica.
Essa in realtà non comporta alcuna scelta esplicita, perché è
"naturale" per una associazione o comitato di base, mantenere gelosamente
la propria autonomia dai partiti politici. Ciò nonostante non è
raro incontrare comitati che, nonostante proclamino la loro indipendenza o "trasversalità"
rispetto all'arco della politica, di fatto privilegiano i rapporti con l'uno
o l'altro partito o schieramento. Volta a volta troviamo il pregiudizio positivo
per la sinistra (più spesso rifondazione che ds) o i verdi, o la leganord,
o (non solo al sud) per alleanza nazionale e persino l'udc.
Ma non mancano casi di legami espliciti col tale esponente del tale partito
che, nelle istituzioni locali o nazionali, sostiene apertamente la causa del
comitato. E' un male? Non necessariamente, a mio avviso, ma solo a condizione
che:
a. il comitato abbia una sua autonomia (culturale, finanziaria, organizzativa)
trasparente e partecipata, all'interno della quale queste "alleanze"
vengono valutate, decise e, se del caso, revocate;
b. il partito, lo schieramento o il singolo politico a cui ci si appoggia, oltre
ad avere una seria reputazione ambientalista, non faccia doppi giochi, cioè
difenda e sostenga coerentemente, in ogni sede (anche la più lontana
dal controllo popolare) le lotte e le proposte del comitato.
2. La seconda scelta, dare vita, anche solo occasionalmente, ad una lista elettorale
civica, in sede locale, di matrice (anche) ambientalista non è invece
una scelta "naturale". Deriva di solito da situazioni eccezionali,
che possono costringere il comitato a questo passo: si tratta di lotte o iniziative
molto forti, che trovano davanti a sé un muro compatto nelle istituzioni,
la sordità o addirittura l'ostilità di tutti i partiti presenti
nel Consiglio comunale.
Ho conosciuto di persona alcune di queste situazioni, come Sernaglia della Battaglia
(TV), con tutto il paese in piazza contro il Comune che, dopo aver venduto il
territorio ai cavatori, lo voleva rivendere all'azienda dei rifiuti di Padova
per riempire i buchi con milioni di tonnellate di rifiuti. Era il 1987, appena
eletto deputato alla Camera sono stato chiamato dal Comitato locale, guidato
da Adriano Ghizzo, che non si è limitato a organizzare il blocco delle
strade di accesso alle cave, ma ha dato ad una delle prime raccolte differenziate
d'Italia (carta, vetro, metalli e vestiti), per anni autogestita e boicottata
dal Comune. Poi, arrivate le elezioni per il rinnovo del Comune, hanno dato
vita ad una lista civica che ha avuto la maggioranza degli eletti, spazzato
via i vecchi amministratori e realizzato, tra l'altro una raccolta "porta
a porta" arrivata ai vertici nazionali (Comune riciclone con circa l'80%
di riciclo).
In Italia situazioni simili, più o meno conosciute, ci sono in quasi
tutte le regioni, almeno una per provincia. Si può parlare di molte decine,
con sindaci eletti a furor di popolo, come Laura Puppato nel 2002 a Montebelluna
(TV), sull'onda della lotta contro il progetto di un inceneritore al plasma,
perseguito dalla precedente amministrazione, monocolore della Leganord. Laura
Puppato, esponente del locale WWF, non è iscritta ad alcun partito, ed
è stata sostenuta da due liste civiche e da un centro-sinistra che mai
prima aveva avuto gran seguito e nemmeno ora, senza di lei (rieletta nel 2007)
avrebbe alcuna possibilità di governare.
Qualcuno propone di coordinare, "federare" e moltiplicare queste liste;
ma si tratta di esperienze molto locali, che mal sopportano inquadramenti di
alcun tipo, anche se di spirito "civico".
Il tentativo di Illy e dei suoi amici di dar vita, nel 2005-06 a un Movimento
delle Liste Civiche alleate al centro-sinistra (ma da esso formalmente indipendenti)
non ha avuto finora grande fortuna, sia a causa di una gestione troppo orientata
politicamente, sia per una profonda diffidenza di molte altre liste civiche
da qualsiasi "cappello" politico etero-diretto.
3. La terza opzione è, se possibile, ancor meno "naturale"
per un comitato o singolo ecologista: inserirsi in maniera pubblica (e organizzata,
se si tratta di un gruppo di persone) in una forza politica nazionale. Che senso
può avere?
Nel 1985 dall'Arcipelago Verde delle associazioni che si riunivano periodicamente
a Bologna (e che avevano dato vita all'agenzia di informazione/collegamento
omonima, diretta dal sottoscritto e redatta dal WWF milanese di Alessio Di Giulio)
abbiamo fatto nascere le Liste Verdi comunali e regionali un po' in tutt'Italia
(ce n'era già qualcuna a Trento, Bolzano, Viadana, Ancona, ma sono diventate
centinaia). Il progetto era mantenere e rafforzare il movimento, l'Arcipelago
degli antinucleari, ciclisti, animalisti, nonviolenti, riciclatori, università
verdi, consumatori e produttori bio, ecc ; e contemporaneamente tenere un altoparlante
e una sponda sicura dentro le istituzioni.
La cosa è durata così per alcuni anni, poi sempre più i
Verdi (con alcune importanti eccezioni) sono diventati una cosa a sé,
una parte, anzi un partito, con logiche di tessere (sempre più comprate
a pacchetti), carriere immeritate, fondi dilapidati, alleanze politiche di ferro
a cui sacrificare troppo, talvolta anche l'ambiente. Ecco un motivo di grandissima
diffidenza verso la forma "partito"; però bisogna farci i conti,
conoscerli e prendere delle decisioni ponderate.
Ora abbiamo di fronte:
- un Partito Democratico in via di formazione (il 14 ottobre 2007 gli aderenti
che versano da 3 a 5 euro eleggono i/le 1400 componenti l'Assemblea costituente
con i segretari nazionale e regionali),
- una Sinistra Europea fatta di Rifondazione, Comunisti it, gli ultimi fuoriusciti
dai Ds con Mussi, bandoli e Angius, e una parte di Verdisolecheride;
- poi ci sono un po' di partiti "di centro" che non hanno ancora deciso
che fare (Sdi, radicali, Italia dei valori, Udr di Mastella e Udc di Casini);
- il costituendo Partito delle libertà (Forza Italia e AN) e la LegaNord
indecisa.- Nel Partito Democratico stanno già entrando alcuni ambientalisti,
attraverso la Margherita (Realacci, tuttora presidente di Legambiente, il ministro
Gentiloni, ex direttore di Nuova Ecologia, pure lui Legambiente, Rutelli, già
sindaco verde di Roma, Ivo Rossi, già cons.reg.verde del Veneto, ora
assessore comunale a Padova, il sottosegretario agli esteri Vernetti, già
assessore verde di Torino); altri attraverso i D.S. (Ronchi, già ministro
verde all'ambiente, passato a Sinistra Ecologista di Fulvia Bandoli e ora senatore
Ds, il sottosegr. Alla giustizia Manconi, già portavoce dei Verdi, Luigi
Poletto, già cons. prov. verde di Vicenza, ora capogruppo Ds in Comune,
ecc.).
Si tratta, nonostante gli evidentissimi limiti d'origine, di una grande novità
da prendere in considerazione, esaminando senza pre-giudizi i contenuti del
programma (sarà quello dell'Unione?), i metodi di selezione della dirigenza
(le liste per il 14 ottobre), la gestione della fase nascente, ecc.
- Sinistra Europea non si sa ancora quando, come e con che nome definitivo nascerà;
è piena di pacifisti, ambientalisti, lettori del manifesto e del settimanale
Carta. Ha però anche una pesante ipoteca operaista-sindacalista ( e perciò
industrialista) e, per una quota, stalinista.
I "Verdi" sostenuti-sostenitori dei centri sociali del nord-est ,
romani ed altri, la vedono come una realizzazione del loro sogno rosso-verde
(più sociale che ambientale); gli ecologisti e nonviolenti guardano questa
aggregazione con molta attenzione (la svolta nonviolenta di Bertinotti del 2005
non era solo propaganda pre-elettorale), ma, finora, senza entusiasmo: ricorda
troppo il Pdup-Manifesto e la nascita di Democrazia Proletaria.
- I partiti di "centro" possono ispirare talvolta qualche simpatia
(una volta i radicali contro la pena di morte, un'altra Follini o persino -
ma è ormai rarissimo- Di Pietro) ma basta sentirli parlare di TAV, inceneritori,
nucleare, Mose per capire che c'è poca strada da fare assieme.
- Così pure per la LegaNord o il Partito delle Libertà, anche
se, anche lì dentro, si trovano alcune brave persone, protagoniste di
lotte contro l'elettrosmog, per la raccolta differenziata spinta dei rifiuti,
per le piste ciclabili, ila difesa del verde urbano, ecc. Si tratta di "mosche
bianche", con cui collaborare o da sostenere nelle singole attività
(come le lotte, condotte dal sottoscritto assieme al governatore Galan, contro
il progetto ENI di trivellazioni metanifere al largo di Venezia e Chioggia o
quelle contro il ciclo del cloro della chimica di morte di Marghera), molto
difficilmente però saranno alleati a tutto campo dei comitati ecologisti.
Questo è un ventaglio, forse ancora incompleto e comunque molto personale,
delle scelte che si presentano all'ecologismo politico ad inizio estate 2007.
Vogliamo discuterne di persona? Troviamo le occasioni, a partire dal prossimo
Congresso del Movimento Nonviolento
Delusi dalla politica governativa ma fiduciosi nel movimento
Piercarlo Racca
Il 22° congresso nazionale del Movimento Nonviolento dovrà rappresentare
una svolta capace di superare le delusioni che in questo ultimo anno sembrano
aver circondato la cosiddetta area pacifista. I motivi per essere delusi dalla
politica istituzionale sono tanti, in particolare ci pesano l’aumento
delle spese militari e il consenso alla richiesta USA per il raddoppio della
base militare di Vicenza. Ora che non c’è più l’alibi
di essere governati da un governo di centro destra ci troviamo a manifestare
contro la deriva del governo Prodi verso gli interessi delle logiche militariste
e guerrafondaie.
Il percorso di questi ultimi anni e da noi iniziato nel 2000 con la marcia Perugia
– Assisi “mai più eserciti e guerre” era stata anche
la risposta più chiara alla sconsiderata partecipazione – marzo
1999 – dell’Italia alla guerra della NATO in Serbia e Kossovo. Lo
stimolo di quella marcia ci ha poi portati a impegnarci molto sul tentativo
di far comprendere che la “nonviolenza è politica” e con
soddisfazione e speranza abbiamo guardato al convegno di Rifondazione Comunista
tenutosi a Venezia il 28-29 febbraio 2004 e il gran dibattito che aveva suscitato
per la svolta “nonviolenta” di questo partito. Finalmente si parlava
di nonviolenza in termini positivi, ma a tre anni di distanza quel passaggio
“nonviolento” sembra dimenticato, noi ci auguriamo che sia solo
momentaneamente “congelato”.
Il congresso del Movimento Nonviolento su questi aspetti che riguardano il governo,
le istituzioni, i partiti ecc… deve uscire con delle proposte che ci portino
a ottenere almeno due obiettivi politici importanti oggi identificabili in:
- impedire il raddoppio della base militare USA di Vicenza
- ottenere, come da accordi sottoscritti dall’Italia sul trattato di non
proliferazione delle armi nucleari, l’allontanamento delle bombe nucleari
presenti sul nostro territorio.
Questi due obiettivi sono raggiungibili attraverso due campagne che ovviamente
non riguardano solo il Movimento Nonviolento, ma sono campagne in cui il Movimento
Nonviolento deve impegnarsi a fondo e far si che queste iniziative siano il
collante per un’azione comune capace di coinvolgere le tante piccole associazioni
che costituiscono il variegato arcipelago pacifista.
Un secondo aspetto cui il congresso deve dare delle risposte positive è
la prosecuzione e il rafforzamento di tutta una serie di attività che
rappresentano il nostro seminare e su cui speriamo di raccogliere buoni frutti.
Questo seminare è fatto di tante piccole iniziative che giorno dopo giorno
ci permettono di ampliare e comunicare le nostre proposte. Parliamo di corpi
civili di pace, servizio civile volontario, educazione alla nonviolenza, decennio
della nonviolenza, economia nonviolenta, rete disarmo, rete lilliput, campi
estivi, seminari e convegni.
Infine dobbiamo consolidare, ampliare e rinvigorire quelle strutture che sono
diventate patrimonio del Movimento Nonviolento. Abbiamo una rivista, dei centri
di documentazione, delle sedi; questi sono punti fermi che vanno utilizzati
al meglio e dove è possibile, favorire la nascita di nuove sedi e gruppi.
Quest’anno ci è stata offerta la possibilità di acquisire
una nuova “casa per la pace”, di fatto una donazione dell’immobile
purché sia mantenuta la destinazione di “casa per la pace”.
Queste opportunità vanno colte perché ci permettono, o meglio
ci impongono, di scommettere su un futuro di espansione delle nostre idee di
nonviolenza. Quindi in questo congresso dobbiamo anche rispondere alla domanda:
quali sono le idee forti per gestire una “casa per la pace”? Il
pomeriggio del 1 novembre questo sarà sicuramente argomento del 22°
congresso del Movimento Nonviolento
Per una federazione politica nonviolenta fatta di valori, programmi, numeri
Enrico Peyretti
Cercando di contribuire alla riflessione che prepara il XXII congresso nazionale
del Movimento Nonviolento, scorro il programma.
In questo momento sento che bisognerebbe puntare, nella tragedia dei tempi,
sul positivo, sul "programma costruttivo" gandhiano da tradurre nei
giorni nostri. E puntare anche su un'analisi della realtà esterna nazionale
e mondiale, che nel programma (ma posso sbagliare) appare in secondo piano rispetto
alla ricerca e all'azione interna del Movimento.
Infatti, "La nonviolenza è politica per il disarmo, ripudia la guerra
e gli eserciti", come suona il titolo generale, dice troppo e troppo poco:
dice i massimi obiettivi, sempre davanti agli occhi, ma il vero problema di
un congresso per una linea di lavoro, è vedere i passi migliori e i passaggi
possibili verso quegli obiettivi, nel momento specifico. Dice però, quel
titolo, una cosa importante: la nonviolenza è politica.
Le sei commissioni mi sembrano orientate in questa direzione auspicata. Credo
che i sei temi possano tradursi anche così: 1) contributo nazionale alla
gestione internazionale dei conflitti preventiva e alternativa alla guerra;
2) pratica di socialità; 3) livello personale interiore e relazionale
della pace positiva; 4) modello produttivo, economia nonviolenta; 5) modello
civico, qualità politica; 6) modello minimo necessario di legalità,
entro la società italiana, costruito coi metodi della nonviolenza.
È mia opinione che il Movimento Nonviolento, con la sua storia ed esperienza,
sostenute però da un numero troppo esiguo di aderenti attivi, e ancor
meno conosciuto e compreso nel grosso dell'opinione pubblica, confusa e deviata
dai media più influenti, di infima e greve qualità, possa sempre
meno cercare da solo questi obiettivi, ma che necessiti di coordinarsi sempre
meglio con ogni analoga ricerca interna e internazionale, di cui non mancano
valide presenze.
Sul piano internazionale, vedrei necessario sviluppare, con apposito incarico
e mezzi, un costante lavoro di scambi, confronti, comunicazioni, visite, traduzioni:
ormai la dimensione del lavoro nonviolento è insufficiente se non è
inserita in una circolazione mondiale di apporti reciproci, nella diversità
ma unità e interdipendenza dei problemi, che possa anche dare maggior
forza alla solidarietà con le più gravi situazioni di violenza
sofferta.
Sul piano interno, riprendo con convinzione la proposta non nuova, ma sempre
più necessaria (che già ripresi nel seminario di ottobre 2006
a Verona, riferito in "Azione nonviolenta" n. 1-2, 2007, pp. 12-13):
pensare, preparare, costruire una Federazione politica nonviolenta, in cui i
vari movimenti e associazioni nonviolente italiane, da più o meno tempo
entrate in questa sincera ricerca, si aiutino a vicenda nel convergere a costruire,
anche col guadagnare consensi sociali, una concreta cultura politica nonviolenta
e di conseguenza una prassi politica più nonviolenta dell'attuale.
Infatti, la nonviolenza deve diventare politica, pur continuando a fare, prima
di tutto, cultura, educazione, propaganda ideale, esperienze, e premendo già
ora, quanto può, coi mezzi della democrazia partecipativa, sulla politica
operativa.
Ogni politica è fatta di valori (ideali, obiettivi); di idee (programmi
concreti, percorsi sul terreno del possibile verso gli obiettivi necessari);
di numeri (consensi necessari per attuare i programmi verso gli obiettivi).
Ora, la nonviolenza ha valori, forse può elaborare idee e programmi,
ma non ha assolutamente un numero di consensi nella società, tali da
poter contare nella politica deliberativa. Peraltro, sono in corso esperienze
di lotta nonviolenta su vari problemi politici, militari, giuridici, economici,
ambientali, che accomunano diversi rami del movimento per la pace nonviolenta,
ognuno con la sua modalità. La varietà è ricchezza, ma
non quando è dispersione. Ora, attorno ad elementi essenziali di politica
nonviolenta (in forma partecipativa dal basso e non necessariamente rappresentata
nelle istituzioni elettive, che possono però essere fertilizzate dalla
nonviolenza), quei rami del movimento dovrebbero saper convergere (non unificarsi
ma federarsi) in una Federazione politica nonviolenta, che forse tocca proprio
al Movimento Nonviolento proporre e promuovere
Spirito di servizio nella purezza di vita, di parola, di pensiero
Federico Fioretto
Caro Beppe Marasso, la questione che "ti afferra con mano d'acciaio"
non poteva trovare risposta più chiara di quella che precede di poche
pagine il tuo intervento (vedi Azione nonviolenta n. 6/2007, pagina 16): l'articolo
su "Comunità Libere" riferisce di un'esperienza straordinaria
che esemplifica l'essenza stessa della risposta nonviolenta ai problemi della
società.
Se ci rifacciamo ai grandi Maestri, come tu stesso fai, a tratti, nel tuo intervento,
vediamo come la loro azione in politica fu da un lato inevitabile, dall'altro
"incidentale", causata collateralmente dal loro agire di attori, come
li chiami tu, sociali e religiosi.
"Dio è Verità: la via che porta alla Verità passa
attraverso l'ahimsa (nonviolenza)" scrive Gandhi in un biglietto a un conoscente
che troneggia sul mio altare di preghiera.
Dunque l'eccelso Maestro della nonviolenza del XX secolo afferma chiaramente
che la nonviolenza è la via da lui seguita, e raccomandata a chi lo stima,
per trovare Dio; possiamo anche fermarci un passo prima dell'affermazione teistica
e dire che è la via alla Verità, nella quale possiamo trovare
tutti la ragione assoluta dell'unità e della convivenza pacifica.
Se, perciò, la nonviolenza è strumentale al conseguimento di una
realizzazione spirituale ne discende automaticamente che la vera nonviolenza
si può conseguire solo attraverso una coltivazione costante della purezza
di vita, di parola e di pensiero. La Verità non si compra né si
conquista a suon di euro né di voti, i quali spesso, purtroppo, si identificano
gli uni con gli altri.
Essa si lascia avvicinare solo da chi la coltivi e la ricerchi giornalmente,
attraverso un lavoro umile su se stesso; il cercatore della perfetta ahimsa
(secondo Gandhi impossibile da conseguire in vita, ma tuttavia da perseguire
indefatigabilmente) non cessa mai di lottare per espungere dalle proprie intime
profondità ogni granello di violenza che ancora vi si annidi; se cerchiamo
la violenza con i parametri che ci ha indicato Gandhi per la violenza diretta
e indiretta, beh, non c'è da starsene con le mani in mano!.
Il modo migliore di praticare la nonviolenza è quello del servizio, lo
dice chiaramente Vinoba nel suo "Lok Niti", da me tradotto e presto
disponibile in edizione italiana, lo ha detto molte volte Gandhi: nel servizio
sta la forza della nonviolenza.
Vinoba dice che la forza si trova nelle circostanze che presentano naturalmente
occasioni di rinuncia e di servizio all'altro; per una volta, perciò,
sono felice di contraddirti: per quel che capisco dall'articolo su ANV gli amici
della nonviolenza delle Comunità Libere sono puliti, ma tutt'altro che
impotenti. Sono loro che faranno a pezzi la 'ndrangheta, senza mai alzare le
mani su di essa.
Lo faranno con la forza del loro amore per la vita, per il prossimo, per i mafiosi
stessi, per la Verità che nessuno esclude.
Nessun partito della nonviolenza che si candidasse in Calabria o altrove potrebbe
avere la centesima parte della forza di questa iniziativa, proprio per la sua
purezza e per lo spirito di servizio disinteressato che li anima.
Credo che la debolezza di cui tu parli al punto 2) della tua lettera non stia
nella mancanza di una rappresentanza o di legami politico istituzionali, ma
nella carenza di una spinta spirituale al lavoro quotidiano e umile per la purezza
e la perfezione della prassi.
Troppo spesso ci si occupa tanto, a parole e con qualche azione, della violenza
perpetrata dagli altri e non si guarda dentro ai nostri movimenti e associazioni,
alle gelosie e alle invidie, alle antipatie che non sappiamo sconfiggere e ci
dividono inesorabilmente, ai rapporti interpersonali i quali, talvolta, assorbono
la gran parte delle nostre energie con i loro attriti che, ciechi i quali cercano
di guidare altri ciechi, non vediamo.
Il desiderio della vita spirituale e semplice nella quale si può meglio
coltivare la nonviolenza vera, e l'immersione entusiasta nelle occasioni di
servizio alla comunità umana che la vita ci offre rappresentano invece
le occasioni per acquisire e spendere a buon fine tutta la forza che sta nascosta
nella vita dei santi su cui ti interroghi; cosa ha permesso a sant'Ignazio,
don Bosco e san Francesco di segnare la storia? Cosa lo ha permesso a Gandhi?
Il loro amore per la vita, per chi l'aveva loro donata e per tutti quanti con
loro la condividevano, credo.
Caro Beppe, dunque, la via dell'aggiunta che i giovani uomini e donne delle
Comunità Libere sembrano suggerirci con tanta semplicità e candore
rappresenta a mio avviso, quella nella quale persone straordinarie come te,
e molto più ordinarie e umili come me, potranno meglio servire e rendersi
utili alla nostra comunità umana, travagliata da troppo tempo e troppo
in profondità, dal cancro della violenza scoppiato otto o nove millenni
orsono e mai curato a dovere.
Con grande stima e affetto ti auguro Pace, Armonia e Prosperità
Massimiliano, obiettore di coscienza cristiano all’esercito romano
Anselmo Palini
Da alcuni anni è attivo, su iniziativa della Caritas, dell’Azione
Cattolica e di alcuni Uffici della Conferenza Episcopale Italiana, un “Tavolo
ecclesiale sul servizio civile”, che ha anche un proprio sito internet
(www.esseciblog.it). Questo Tavolo ha indicato in San Massimiliano il protettore
degli obiettori di coscienza e di quanti svolgono servizio civile. Vediamo dunque
di conoscere meglio questo interessante personaggio, che ci riporta alla Roma
precostantiniana.
San Massimiliano è un giovane martire della Chiesa di Cartagine, che
ebbe il raro privilegio di essere sepolto ai piedi del vescovo Cipriano e la
cui vicenda venne a lungo proclamata durante le azioni liturgiche. La Chiesa
cattolica lo ricorda il 12 marzo.
Il caso di Massimiliano ci introduce al centro di un dibattito che impegnava
le Chiese cristiane antiche e che riguardava non solo lo specifico problema
della legittimità, per un cristiano, di prestare servizio militare, ma
anche, e soprattutto, quello più ampio dei rapporti con lo Stato romano.
Massimiliano è figlio del funzionario del fisco Fabio Vittore e coscritto
per il servizio militare. L’episodio ci è stato tramandato da un
breve documento, la Passio Sancti Maximiliani, che è di fatto il verbale
dell’interrogatorio, cui viene sottoposto Massimiliano da parte del proconsole
Dione per essere arruolato nell’esercito romano. Massimiliano, pur essendo
dichiarato arruolabile, si rifiuta di compiere il servizio militare: per lui
militare significa inevitabilmente mala facere. Massimiliano viene dunque accusato
di disubbidire al potere costituito e per questo condannato a morte. L’astensione
colpevole del cittadino costretto al servizio militare durante l’arruolamento
era appunto uno dei casi in cui veniva applicata la pena di morte.
L’interrogatorio di Massimiliano avviene nel foro. Alcune informazioni
precise contenute nella Passio ci consentono di fissare al 12 marzo 295 la data
della morte di Massimiliano.
Militia saeculi, militia Christi
La Passio S. Maximiliani ci fa assistere allo scontro frontale di due ordini
di ragioni: quelle di carattere militare e civile, impersonate dal proconsole
Dione, e quelle che prescindono dalle vicende contingenti di questo mondo per
affermare in maniera intransigente un principio, espresse dal giovane cristiano.
Il proconsole Dione non mostra astio né violenza nei confronti di Massimiliano,
anzi al contrario sembra manifestare una certa pazienza. Sicuramente il proconsole
non prova stupore di fronte alle parole del giovane e ciò forse sta ad
indicare che tali casi non erano rari. Tuttavia Dione non poteva tollerare che
fossero contestati i pilastri su cui reggeva l’impero romano: l’identificazione
del militare con il malefacere equivaleva a contestare radicalmente l’esercito
romano e ciò non poteva essere accettato. Da qui la condanna esemplare,
affinché servisse da lezione per tutti.
Il proconsole si trova di fronte un giovane nelle cui parole non vi è
polemica, né disprezzo nei confronti dell’autorità. La posizione
di Massimiliano non è venata neppure da propaganda o da apologia. Il
suo argomentare è limpido e semplice: il servizio militare è,
per il giovane cristiano, una professione intrinsecamente negativa in quanto
si identifica con malefacere, termine che si riferiva non solo agli atti idolatrici
che i soldati erano tenuti a compiere, ma anche e soprattutto alla violenza
e alla sopraffazione che caratterizzavano il servizio militare. Alla militia
saeculi Massimiliano contrappone la militia Christi. Massimiliano è convinto
che il cristianesimo non sia compatibile con la vita militare e con gli atti
che implica. Da qui il rifiuto, espresso con fermezza, ma senza alcuna punta
di superiorità o di tracotanza. Il proconsole Dione mette in atto dei
tentativi di convinzione, ma Massimiliano non cede e pone a giustificazione
del suo atteggiamento un motivo, espresso in due semplici parole: Christianus
sum. A fronte di una tale chiara e precisa posizione, il proconsole Dione pronuncia
la condanna e lo fa senza odio religioso e senza particolare accanimento nei
confronti di Massimiliano. La sentenza di condanna a morte è la conseguenza
del fatto che la situazione politica e militare della regione non permetteva
defezioni dall’esercito o tolleranza verso chi non intendeva vestire la
divisa. La condanna doveva servire da lezione per tutti coloro, che per vari
motivi, volevano sottrarsi all’arruolamento.
Non possum militare. Christianus sum.
La Passio S. Maximiliani si pone su una linea morale di rigida intransigenza,
che è poi quella che caratterizza anche i più importanti scrittori
dell’Africa cristiana nel III e nel IV secolo: da Tertulliano a Cipriano,
da Arnobio a Lattanzio.
Nel mondo del cristianesimo antico pre-costantiniano è diffusa una sorta
di nonviolenza cristiana, che si connota in generale come scelta di non rendere
mai male per male, come rifiuto assoluto di versare sangue umano, preferendo
essere uccisi piuttosto che uccidere e infine, in particolare, come rifiuto
di usare le armi contro altri uomini, ossia come una vera e propria obiezione
di coscienza al servizio militare. Con l’editto di Milano del 313 vi sarà
una svolta radicale. Da questo momento in poi, come ha scritto il prof. Remo
Cacitti, uno dei maggiori studiosi del cristianesimo delle origini, “il
soldato cristiano non è più militante contro satana e il male,
ma contro gli eretici e i barbari”.
L’avversione precostantiniana per la violenza e per il servizio militare
è presente anche a livello disciplinare: nella Tradizione Apostolica,
una delle più importanti costituzioni ecclesiastiche dell’antichità,
datata tra la fine del II e gli inizi del III secolo, vi sono in merito parole
molto chiare. Questo documento innanzitutto prende in considerazione il caso
del soldato che durante il suo servizio si converte al cristianesimo e non può
dimettersi dall’esercito. “Il soldato subalterno non uccida nessuno.
Se riceve un ordine del genere, non lo esegua e non presti giuramento. Se non
accetta tali condizioni sia rimandato” . Il soldato divenuto cristiano
può pertanto continuare a prestare il proprio servizio sotto le armi,
a condizione di astenersi dal compiere atti di violenza e dal mettere a morte
qualcuno. Vi è qui la distinzione fra il militare, consentito ai soldati
convertitosi durante il servizio, e il bellare, comunque proibito. Drastica
è invece l’esclusione e la scomunica nei confronti dei catecumeni
e dei fedeli che vogliono divenire soldati: “Il catecumeno e il fedele
che vogliono dedicarsi alla vita militare siano mandati via perché hanno
disprezzato Dio” .
La vicenda di Massimiliano, che qui presentiamo, si inserisce dunque in un contesto
di Chiesa primitiva fortemente avverso alla guerra e allo stesso servizio militare.
In terra africana, inoltre, il cristianesimo era divenuto un elemento catalizzatore
di un’antica insofferenza nei confronti della presenza romana e raccoglieva
attorno a sé diverse forme di resistenza al potere romano.
Dalle risposte di Massimiliano appare indubbio che vi è il rifiuto di
tutto il sistema su cui si regge il servizio militare.
Massimiliano pone a giustificazione del suo agire un motivo espresso più
volte in due semplici parole: Christianus sum. Giova ricordare che militare
al tempo di Massimiliano equivaleva a bellare, ossia combattere, esercitare
violenze ed uccidere. L’esercito romano, infatti, era costantemente impegnato,
soprattutto nelle zone di confine, a reprimere ribellioni e a contrastare l’avanzata
di nuove popolazioni, dunque i soldati erano chiamati inevitabilmente a combattere
e, se necessario, a uccidere.
Pur nella loro brevità, le parole Christianus sum racchiudono una sorta
di confessione di fede ed erano intese dai magistrati come dichiarazioni impegnative
per chi le pronunciava. L’annuncio di Massimiliano, fatto con queste e
con le altre parole che usa nelle risposte, sembra aver presente le formule
della professione di fede e si sviluppa attorno alla figura di Gesù Cristo.
Di lui si dice che è Figlio di Dio e che è stato inviato per riscattare
i peccati degli uomini. È Gesù Cristo che i cristiani seguono
e servono. Queste formule, di derivazione catechistica, stanno a testimoniare
che la concezione che il giovane Massimiliano aveva della fede era quella che
gli era stata comunicata nel cammino di fede dalla sua comunità.
La condanna per obiezione di coscienza
Massimiliano, come ampiamente dimostrato fin qui, trae le motivazioni per il
proprio agire dalla fede cristiana. Tuttavia egli non è propriamente
condannato perché cristiano, bensì perché si rifiuta di
“militare”. In altri termini, se Massimiliano fosse stato dispensato
dal portare il signaculum, ciò non sarebbe probabilmente stato sufficiente
per convincerlo ad entrare nell’esercito, in quanto per lui militare significava
malefacere.
Se obiezione di coscienza designa l’opporsi da parte del singolo ad un
comando dell’autorità, ad un obbligo giuridico e, in particolare,
all’ordine di prestare servizio militare e se tale rifiuto viene motivato
da profonde ragioni di coscienza, ecco che il caso di Massimiliano si presenta
chiaramente come quello di un obiettore di coscienza, uno dei primi di cui abbiamo
notizia.
Massimiliano con questo suo gesto ci presenta la novità di una manifestazione
di opposizione assoluta ad uno degli imperi più militaristici che mai
siano esistiti; ci offre una testimonianza resa col sangue all’idea della
pace tra gli uomini in un mondo che non conosceva se non la pace imposta con
la forza.
Per saperne di più
Anselmo Palini, Massimiliano, un obiettore di coscienza nella Roma antica,
in Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, editrice Ave, Roma
2005 (prima ristampa aprile 2006), prefazione di Franco Cardini.
P. Siniscalco, Massimiliano: un obiettore di coscienza del tardo impero, Paravia,
Torino 1974.
Il Tribunale dei poveri, dalle tribù dell’India un esempio di
gestione creativa dei conflitti
Wilma Massucco e Caterina Giustolisi
Il Lok Adalat - o Tribunale dei poveri – ha sede due volte al mese presso
l’Anand Niketan Ashram, nel villaggio di Rangpur (distretto di Baroda,
Stato del Gujarat, zona nord-ovest dell’India). E’ un tribunale
speciale - istituito da Harhivallabh Parikh nel 1950 e attualmente condotto
da Nagendra Patel - a cui partecipano i gruppi tribali aborigeni della zona,
facenti parte della famiglia degli Adivasi. Si tratta di un vero e proprio centro
per la mediazione di conflitti, in cui vengono trattate dispute di ordine minore
- quali conflitti tra marito e moglie, liti per il possesso di terreni o per
alcolismo, furti e simili – attraverso un iter metodologico ben contraddistinto.
Alla fase iniziale – PRESENTAZIONE DELLA DISPUTA - una parte si presenta
al Lok Adalat (che è aperto 24 ore su 24) per esporre il “fatto”
al Segretario il quale, dopo aver posto alcune domande a chiarimento dell’oggetto
della disputa, redige il VERBALE DEL CONTENZIOSO. Il verbale viene firmato dal
querelante che, se non sa scrivere, firma con l’impronta digitale del
pollice della mano destra (se è una donna) o della mano sinistra (se
è un uomo).
Quindi il Segretario trascrive il caso su apposito REGISTRO del Lok Adalat:
ad oggi si contano oltre 72.000 casi risolti.
L’incontro con la controparte può avvenire attraverso un incontro
bilaterale tra il mediatore e la controparte, oppure passando direttamente ad
un incontro triangolare con le parti. In questo caso sia il querelante che l’imputato
sono convocati ad una discussione allargata in sede di Lok Adalat mediante LETTERA
DI CONVOCAZIONE.
Al Lok Adalat partecipano diversi soggetti: il Chairman e il Segretario, i litiganti
con i loro parenti e amici; i soggetti chiave della tribù di cui fanno
parte; esponenti dell’ashram; osservatori esterni.
In questa fase si opera la vera e propria MEDIAZIONE TRIANGOLARE. Il linguaggio
usato dalle parti può anche essere rude e volgare, e gli atteggiamenti
aggressivi, sprezzanti, denigratori o altro. Il mediatore non interviene comunque
nella discussione: lascia che le parti si esprimano in piena libertà
perchè, una volta liberati i freni inibitori, le emozioni più
profonde possano emergere. Se la discussione degenera in uno scontro fisico,
si interviene per separare fisicamente le parti, dopo di che la discussione
riprende. Il mediatore fa qualche sporadico intervento per puntualizzare alcuni
elementi, emersi durante la discussione, che potrebbero essere significativi
per aiutare a far emergere i bisogni e gli interessi delle parti coinvolte.
Terminata la discussione tra i due litiganti, il mediatore chiede se qualche
altra persona presente in assemblea vuole intervenire. Non si chiedono consigli
ma spunti di riflessione.
Terminati gli interventi, il mediatore sintetizza e chiarisce la posizione delle
parti, chiede conferma alle parti, chiede all’assemblea se è tutto
chiaro o se ci sono altre questioni da considerare.
A questo punto avviene la NOMINA dei DECISION MAKERS: due esponenti per parte,
persone fidate a cui è affidato il compito di trovare la “miglior
soluzione” alla disputa, escono dall’assemblea, e discutono finché
non raggiungono un accordo, che viene successivamente proposto all’assemblea.
Se l’accordo non viene accettato, viene nominato un ulteriore referente
per parte (quindi 3+3) e si cerca di individuare una nuova soluzione.
Se l’accordo proposto trova il consenso unanime dei presenti, le parti
si alzano e dichiarano ad alta voce, davanti a tutti, l’impegno preso.
Il Segretario VERBALIZZA L’ACCORDO.
Poi legge ad alta voce, verifica che tutti diano il consenso, chiama a firmare
le parti coinvolte. La FIRMA viene richiesta non solo alle parti direttamente
coinvolte, ma anche a tutte le persone in qualche modo “influenti”
ai fini della gestione della disputa. Queste persone possono essere: genitori,
familiari, amici, leader del villaggio, ecc.
Da ultimo, ciascuna parte versa un uguale contributo in denaro, con il quale
si procede all’acquisto e alla DISTRIBUZIONE DI DOLCI a tutti i presenti.
E’ il rito simbolico che sta ad indicare: ”Ciò che prima
era amaro ora è diventato dolce”.
Strada alternativa al Lok Adalat è la CORTE DI GIUSTIZIA, solitamente
scartata dai poveri dei villaggi per mancanza di fiducia in un sistema di giustizia
che considerano corrotto e perché l’iter legale richiede in genere
molto tempo e molto denaro. Inoltre il verdetto emesso dalla Corte di Giustizia
potrebbe essere legalmente corretto, ma non soddisfacente per le parti, mentre
al Lok Adalat si discute finché le parti non raggiungono un accordo.
Una punizione, come potrebbe essere quella emessa dalla Corte di Giustizia,
può generare rancore, mentre un risarcimento concordato in seduta plenaria
predispone a ricostruire buoni rapporti, non solo tra le parti direttamente
coinvolte ma anche all’interno della comunità nel suo complesso.
Pertanto, per come è stato osservato, l’iter metodologico impiegato
al Lok Adalat può essere considerato una procedura alternativa per la
gestione creativa dei conflitti, a metà strada tra la cosiddetta “Procedura
di Problem solving” e la “Mediazione Trasformativa”.
Dal 1950 in poi i reati in queste aree tribali si sono significativamente ridotti,
il che ha indotto nel 1982 il Sig. Bagwati – Ministro della Giustizia
in India – a promuovere il Lok Adalat come una procedura legale alternativa
alla Corte di Giustizia per la risoluzione di dispute minori. Da allora oltre
2 milioni di casi sono stati risolti attraverso Lok Adalat governativi, dislocati
in tutta l’India, ovvero anche in zone non a carattere tribale. Il che
pone un nuovo interessante spunto di indagine: com’è possibile
che una metodologia di mediazione dei conflitti ad hoc per una cultura tribale
possa essere applicata anche a contesti non tribali?
Questo articolo è stato realizzato a seguito del tirocinio condotto presso
l’Anand Niketan Ashram – agosto 2006 - nell’ambito del Modulo
professionalizzante Tecnico Esperto in mediazione dei conflitti sociali e interculturali
(Tutor Dr. Giovanni Scotto, A.A. 2006, Università di Firenze, Corso di
laurea in Operatori di pace per la gestione e mediazione dei conflitti).
Abitanti globalizzati e abitanti localizzati di un pianeta messo in crisi dagli
umani.
Cornice teorica e piste di ricerca didattica
Elena Camino1,2, Giuseppe Barbiero1,3, Alice Benessia1,4
PARTE 1 - LA CORNICE TEORICA
L’economia e le scienze sociali mostrano gravi limiti nella loro capacità
di integrare le attività umane nel contesto dei sistemi naturali: le
risorse sono limitate, i ritmi di trasformazione e ripristino dei sistemi ecologici
richiedono tempi adeguati. Occorre ripensare le scienze economiche.
Le scienze sperimentali dal canto loro hanno spesso fornito una falsa immagine
di sé, proponendosi come capaci di descrivere oggettivamente il mondo.
La complessità dei sistemi naturali rende necessario utilizzare più
prospettive, di rado tra loro coerenti, e l’ignoranza appare sempre più
come un elemento ineliminabile ed ineludibile della dinamica di questi sistemi.
Occorre ripensare le scienze sperimentali.
Intorno al concetto di sostenibilità è possibile esplorare ambiti
condivisi dall’ecologia e dalle scienze sperimentali da una parte e dall’economia
e dalla scienze sociali dall’altra. La sostenibilità è un
tema forte che può investire l’idea stessa che abbiamo di democrazia.
E può richiedere comportamenti e persino procedure democratiche nuove
per realizzare le quali serve un’educazione adeguata e di alto profilo.La
Terra come icona
Fotografata, misurata, aggiustata. Grazie alla tecnoscienza, il pensiero occidentale
domina con crescente successo la natura, sviluppando l’idea di una umanità
esterna al sistema. Ma resta sempre la nostra unica casa!
Le fotografie della Terra vista dallo spazio sono relativamente recenti, ma
sono entrate presto nel sentire comune, utilizzate in innumerevoli programmi
televisivi, articoli di giornali, gadget e magliette. Tuttavia quante sono le
persone che colgono il messaggio implicito di queste immagini e cioè
che la Terra è un sistema chiuso e tutto ciò che avviene su questo
pianeta dipende dal flusso costante di energia dal Sole e dal continuo riciclo
di materia al suo interno?
La seconda immagine presenta un grafico assai meno conosciuto, e di lettura
meno immediata. Gli Autori, nell’articolo pubblicato nel 2002 su una prestigiosa
rivista scientifica, lo commentano così:
La sostenibilità richiede di vivere entro le capacità rigenerative
della biosfera. I nostri studi indicano che le richieste umane hanno superato
tali capacità rigenerative fin dagli anni ’80. Secondo questa nostra
preliminare valutazione, il carico umano, che corrispondeva al 70% della capacità
della biosfera nel 1961, è cresciuto fino al 120% nel 1999. (Wackernagel
et al, 2002)
Infine, un disegno pubblicato nel 2006 sulla copertina di una nota rivista
italiana di divulgazione scientifica illustra uomini in tuta bianca intenti
a “riparare” la Terra dai guasti causati dall’impatto antropico.
Tre modi di rappresentare la Terra, il nostro Pianeta, la nostra unica casa.
Tre modi che, da prospettive diverse, sottolineano comunque una separazione
tra umanità e Natura: l’uomo capace di prendere le distanze, lo
scienziato capace di misurare e quantificare l’uso globale del pianeta,
i tecnici che dall’esterno provvedono a sistemare i guasti.
L’approccio disciplinare e specialistico nello studio dei processi e delle
funzioni dei sistemi viventi che popolano il pianeta ben si accompagna alla
visione economicista che ha dominato il Novecento: dopo la monetizzazione delle
materie prime, delle risorse della Terra, si sta procedendo alla valutazione
economica dei servizi naturali. I processi vitali grazie ai quali abbiamo ogni
anno a disposizione aria, acqua e alimenti adeguati alle esigenze dei nostri
organismi sono stati valutati pari al budget annuale degli USA (Costanza et
al., 1997).
Sebbene la maggior parte della comunità scientifica, degli esperti e
dei decisori politici trova ragionevole ed efficace questo approccio, per alcune
minoranze nel mondo occidentale sviluppato e per intere altre culture, questa
chiave di lettura è totalmente incomprensibile. Esse mettono radicalmente
in dubbio i fondamenti epistemologici di una simile operazione, oltre che l’attendibilità
sul piano puramente scientifico. Misurare l’impatto del modello di sviluppo
dominante
Aumenta la capacità di misurare l’uso di natura a livello globale
e aumenta la percezione di una riduzione della qualità della vita a livello
locale. Si delineano sempre più chiaramente due categorie: non più
Nord/Sud, o Paesi sviluppati e Paesi sottosviluppati, ma abitanti “globalizzati”
e abitanti “localizzati”: i primi si spostano facilmente e godono
in abbondanza delle risorse naturali provenienti da ogni parte del mondo; i
secondi sono vincolati alla loro terra, e possono usufruire solo dei beni locali.
Se questi vengono a mancare, sono costretti a migrare per sopravvivere. Complessivamente,
si vanno riducendo risorse e servizi e il pianeta, profondamente perturbato
dalla presenza umana, ha dato avvio a profonde trasformazioni, di esito ignoto.
L’abuso delle fonti di vita da parte dell’umanità è
stato reso possibile dallo sviluppo della tecnoscienza, che ha permesso una
esponenziale moltiplicazione degli abitanti e ha fornito gli strumenti per alterare
l’omeostasi dei sistemi naturali, attingendo a fonti non rinnovabili di
energia e spezzando i cicli naturali.
L’introduzione di indicatori di sostenibilità, come l’Impronta
Ecologica (IE), ha contribuito a mettere in evidenza l’uso che le singole
persone, o le città o intere nazioni fanno della natura. La strategia
utilizzata da Mathis Wackernagel consente di calcolare i diversi usi di natura
da parte dell’uomo, esprimendone la somma con una sola grandezza, la superficie:
ciascuno di noi utilizza una certa area del pianeta che gli/le fornisce il cibo,
il combustibile per scaldarsi, lo spazio per abitare, le piante che producono
l’ossigeno necessario alla respirazione (Wackernagel & Rees, 1996).
Calcoli sempre più accurati hanno consentito di ricavare dati utili per
calcolare la propria IE, paragonarla con quella di altri, confrontarla con la
quota di pianeta che spetterebbe a ciascuno di diritto, nell’ottica di
una equa ripartizione.
Alla consapevolezza sul consumo di natura che si sviluppa grazie al calcolo
dell’IE si accompagnano altre constatazioni: ciò che ciascuno di
noi consuma per conservare il proprio stile di vita non deriva solo dalla natura
locale. Sempre più spesso si verificano situazioni in cui la biocapacità,
cioè la produttività della natura del luogo in cui si vive, non
è sufficiente a far fronte alle esigenze. Si attinge allora a luoghi
lontani, per ottenere l’energia e la materia necessari per la vita quotidiana.
Utilizzando l’IE emerge un quadro molto chiaro che si può riassumere
in due punti:
alcune fasce di popolazione, sia in occidente che in altri Paesi, utilizzano
una quota di beni naturali di gran lunga superiore a quella che spetterebbe
di diritto, sottraendone ad altri gruppi sociali, anche geograficamente lontani,
che a causa di ciò risultano deprivati;
la popolazione mondiale nel suo insieme sta utilizzando molta più natura
di quella in grado di rinnovarsi anno dopo anno, e impoverisce la Terra a scapito
della generazioni future.
Infine, come è ormai noto anche a livello dei mass media, l’intensità
e la pervasività dell’impatto umano ha innescato alterazioni dei
processi naturali che stanno provocando trasformazioni nel funzionamento globale
del pianeta, i cui esiti sono del tutto imprevedibili.
Queste radicali trasformazioni, avvenute nel volgere di un tempo brevissimo
rispetto alla storia dell’umanità – poco più di un
secolo a fronte delle centinaia di migliaia di anni dell’evoluzione umana
– sono state rese possibili da tre fattori concomitanti:
lo sviluppo di una conoscenza del mondo orientata al controllo e al dominio
sulla natura;
la messa a punto di tecniche in grado di sviluppare una crescente potenza;
l’accessibilità di enormi giacimenti di materia organica ad elevato
potere energetico.
Il progresso tecnologico ha accelerato la velocità con cui attingiamo
alle riserve energetiche della Terra ed ha altresì incrementato la velocità
con cui le consumiamo. La limitatezza di queste risorse, la loro distribuzione
geografica non uniforme, la crescente dipendenza di vasta parte dell’umanità
da queste fonti energetiche sta alla base di conflitti che vengono affrontati
con modalità violente, innescando processi distruttivi in un crescendo
di devastazioni.
Ogni modello di sviluppo racchiude anche una prospettiva di relazione con la
natura: come dice efficacemente Wolfgang Sachs, del Wuppertal Institute ( HYPERLINK
"http://www.footprintnetwork.org" www.footprintnetwork.org), “Il
mondo non sarà più diviso tra le ideologie di ‘destra’
e di ‘sinistra’, ma tra coloro che accettano i limiti ecologici
e coloro che non li accettano”.
Le nazioni più ricche tendono ad avere bilanci ecologici passivi, soprattutto
per l’elevato grado di correlazione tra la ricchezza (in termini di spese)
e i consumi di combustibili fossili. In regioni con modesto consumo di energia
una elevata percentuale dell’impronta ecologica è associata al
cibo (Footprint of Nations 2004 report). Le Nazioni più ricche (nonostante
i vantaggi tecnologici) hanno impronte ecologiche pro-capite molto maggiori
dei cittadini di Paesi che consumano meno: i dati del 2001 stimano a 18 acri
l’IE media pro-capite in Africa, contro i 234 del Nord America, a fronte
di una biocapacità media pro-capite globale 30 acri.
Riserve Ecologiche INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_007e0b.gif"
\* MERGEFORMATINET > 50% della biocapacità
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_b1aa03.gif"
\* MERGEFORMATINET < 50% della biocapacità
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_t.gif"
\* MERGEFORMATINET
Deficit Ecologico
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_cd501d.gif"
\* MERGEFORMATINET < 50% della biocapacità
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_a80108.gif"
\* MERGEFORMATINET > 50% della biocapacità
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_t.gif"
\* MERGEFORMATINET
INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_b9beb4.gif"
\* MERGEFORMATINET dati insufficientiL’ignoranza ecologica
I conflitti nascono spesso da una diversa visione delle situazioni: le parti
in causa si accusano di “colpevole ignoranza”. In senso etimologico,
il significato di ignorare ( i – gnosi) è contrapposto a quello
di conoscere (cum – gnosi), e indica che non c’è possibilità
di connettere noto e nuovo. L’ignoranza può essere volontaria,
e colpevole, quando non si tiene conto di tutte le possibili variabili, non
si effettuano misure, non si collegano eventi, oppure semplicemente non è
nelle priorità economiche. Oppure può essere un’ignoranza
involontaria ed incolpevole: non si può, non si riesce, non ci sono i
mezzi tecnici o economici. Nelle problematiche socio-ambientali complesse e
controverse ci si imbatte spesso nell’ignoranza inconsapevole. Essa deriva
da una mancanza di capacità riflessiva, da un sistema di valori accettato
interiormente e non portato alla coscienza. E’ possibile perlomeno rendere
consapevole questa ignoranza e adottare strumenti di contenimento dei rischi
come il principio di precauzione o la ‘’tecnologia dell’umiltà”
(Jasanoff, 2003). E’ sull’ignoranza ecologica del pubblico, non
di rado alimentata da un modello di conoscenza basato su una visione meccanicista
della realtà, che l’educazione può operare.
L’evidenza delle trasformazioni in atto dà luogo a interpretazioni
che, a seconda del contesto, del punto di vista e delle implicazioni che tali
trasformazioni hanno per i soggetti, individuano danni e benefici. Per esempio
l’aumento della rete di strade in una certa regione viene visto da alcuni
come indicatore di progresso e di benessere, da altri come sottrazione di terreno
all’agricoltura. La disponibilità di una gran varietà di
prodotti alimentari viene interpretata come segno di grande dinamicità
dei commerci internazionali e opportunità per i consumatori, oppure come
causa e risultato di degrado ambientale, per il saccheggio operato ai danni
di altre popolazioni e per i consumi di energia richiesti dai trasporti a lunga
distanza.
Dietro alla disparità di giudizi si nasconde una diversa interpretazione
della relazione tra natura e umanità, e del ruolo che ciascuna svolge
in tale relazione. Una posizione prevalentemente antropocentrica porta a analizzare
separatamente tra loro eventi e processi, secondo una logica lineare di causa-effetto;
a vedere la natura come un insieme di risorse passive a disposizione e ad attribuire
le cause dei guai alla limitatezza e inadeguatezza di tali risorse. Una posizione
ecocentrica è più portata a connettere fatti e processi secondo
una logica circolare, che mette in evidenza le interdipendenze e considera la
natura come un sistema nel quale l’umanità trova accoglienza. In
quest’ottica le cause dei problemi sono i comportamenti umani, che vengono
considerati inadeguati al contesto che il pianeta offre per vivere.
Naturalmente le diverse interpretazioni fornite a proposito delle cause delle
trasformazioni umane sui sistemi naturali, e i diversi giudizi espressi sull’esistenza
e l’entità dei danni portano anche a scelte diverse sulle strategie
da adottare per regolamentare i processi di trasformazione della natura. Scelte
che hanno visto negli ultimi due secoli aumentare in modo esponenziale l’energia
utilizzata, la potenza sviluppata, e gli investimenti finanziari reclutati.
In termini puramente energetici, il progressivo sviluppo di una potenza sempre
più elevata ha permesso la costruzione di manufatti umani di dimensioni
e impatto crescente (dagli aerei sempre più veloci e capienti, alle grandi
dighe) ed è stata resa possibile dalla stretta alleanza tra l’impresa
tecnoscientifica e i poteri economici e finanziari, bracci operativi di una
visione del mondo lineare, basata sull’idea del dominio sulla natura,
della crescita, della competitività e orientata al benessere materiale
individuale e alla vittoria: sulla povertà, sul nemico, sul diverso.
Le critiche che da più parti stanno emergendo rispetto al modello dominante
spesso si fermano agli aspetti più superficiali, senza riuscire a portare
alla luce e alla consapevolezza l’insieme degli schemi concettuali soggiacenti,
che costituiscono i punti di riferimento, spesso impliciti, in base ai quali
sono organizzate le istituzioni, sono promulgate le leggi, sono strutturate
le società e i sistemi educativi. Per operare un cambiamento significativo
è necessario ripensare non solo i singoli campi del sapere, come la scienza
o l’economia, ma scavare più in profondità, portare alla
coscienza e mettere in luce le assunzioni implicite, i giudizi di valore, rivedere
la propria relazione con se stessi e con le altre creature, umane e non umane:
in altre parole, portare alla luce l’ignoranza ecologica.Dalla scienza
post-normale alla scienza della sostenibilità
Dopo molti anni in cui le voci critiche sono rimaste circoscritte a piccoli
gruppi e associazioni, in tempi recenti anche in sedi istituzionali a livello
internazionale si è aperto un ampio e articolato dibattito sulle trasformazioni
delle relazioni tra scienza e società, che costituiscono il ‘motore’
delle trasformazioni indotte dall’umanità sull’ambiente.
Viene segnalata la necessità di una governance della scienza, il cui
statuto epistemologico è in fase di profonda revisione perché
ancora incapace di assumere il nodo cruciale del rischio e dell’incertezza
in cui sempre più spesso ci si trova ad operare. Per questa ragione sta
emergendo la prospettiva di una conoscenza scientifica che accoglie l’incertezza
come componente intrinseca ed ineliminabile (Tallacchini, 2005). A favorire
questo radicale cambiamento di prospettiva, questo cambio di paradigma, hanno
contribuito certamente alcuni fattori: uno è senz’altro il crescente
disordine dei sistemi naturali e delle relazioni tra umanità e natura.
L’altro è la maturazione di una consapevolezza circa la complessità
dei processi che collegano viventi e componenti abiotiche in reti di reciproca
interdipendenza. E proprio lo studio dei fenomeni complessi sembra fornire una
pista efficace per ristrutturare schemi interpretativi della realtà e
modelli di sviluppo e per orientare comportamenti e azioni.
L’idea di scienza post-normale è stata elaborata da Silvio Funtowicz
negli anni Novanta, a partire dalla constatazione che molti problemi socio-ambientali
complessi e controversi chiamano in causa diverse discipline, ciascuna con un
suo carico di schemi interpretativi, linguaggi, modelli, sistemi di valori,
finalità (Funtowicz & Ravetz, 1993; Funtowicz, 2002). In queste circostanze
i fatti sono incerti, i valori sono in conflitto, la posta in gioco è
elevata e le decisioni urgenti.
La pluralità di prospettive emerge dalla constatazione che si ha a che
fare con sistemi organizzati gerarchicamente, in cui vi è un forte accoppiamento
tra i diversi livelli organizzativi. Ma l’interazione tra i diversi livelli
avviene con modalità e ritmi temporali assai differenti tra loro. Per
questo si considera come fondante e ineliminabile la presenza di una pluralità
di prospettive tra loro incommensurabili e ugualmente legittime, e l’impossibilità
di giungere a una singola soluzione basata su fatti certi (Benessia, 2007).
Il quadro concettuale della scienza post-normale è stato poi ripreso
e articolato nella scienza della sostenibilità (Gallopin 2004; Gallopin
& Vesuri, 2006), che permette di integrare diverse linee di pensiero che
non erano state messe in correlazione tra loro:
la presa d’atto che l’impresa scientifica sta diventando sempre
più frammentata, dipendente dal contesto, orientata alla soluzione di
problemi (Jasanoff, 2003);
la ricerca di un ruolo appropriato della scienza e della tecnologia nella transizione
verso la sostenibilità;
la necessità di mettere la conoscenza specialistica a disposizione di
tutti gli interessati, favorendo il dialogo tra ricercatori di ambiti disciplinari
diversi, e tra modi diversi di produrre conoscenza;
l’opportunità di assicurare una partecipazione appropriata dei
cittadini ai processi decisionali che riguardano problemi ambientali complessi
e controversi, portando alla luce scelte basate su valori riguardo alle domande
da porre, a chi considerare esperto e sviluppando competenze sulla gestione
del disaccordo (Kasemir et al., 2003).
PARTE 2 – PISTE DI RICERCA DIDATTICA
Quale educazione scientifica per la scienza della sostenibilità?
Un’educazione scientifica coerente con il quadro concettuale della scienza
della sostenibilità fa riferimento a un’idea di scienza diversa
da quella tradizionale: da scienza della certezza a scienza della complessità;
dalla presentazione – talvolta enfatica – di una tecnologia in grado
di risolvere ogni sorta di problemi a una tecnologia che assume l’umiltà
come suo riferimento (Jasanoff, 2003); da una conoscenza neutrale e oggettiva
volta a sconfiggere l’ignoranza a una conoscenza basata sull’intersoggettività,
costruita nel dialogo tra prospettive diverse, la comunicazione, l’interazione
reciproca, l’interconnessione (Dalai Lama, 2006). Accettare la lezione
della complessità che ci viene dal mondo naturale rende razionale l’inclusione
della sorpresa e dell’ignoranza fra le componenti intrinseche, ineminabili
e persino euristicamente utili all’impresa umana della conoscenza.
La scienza della sostenibilità, che rigetta come inadeguata qualunque
spiegazione singola e unidimensionale, accoglie nel proprio statuto epistemologico
la legittimità dei saperi non formali, sovente indispensabili per dare
corpo alla pluralità di punti di vista. Da ciò deriva un cambiamento
delle strategie di insegnamento: diventa importante spostare il fulcro della
costruzione del sapere dall’insegnante alla comunità educante,
in cui ciascuno è chiamato a contribuire al sapere collettivo con le
proprie competenze.
Tuttavia il sapere degli studenti – come quello dei cittadini nel contesto
sociale – è per lo più contestuale, parziale e localizzato,
e non è facile integrarlo in una rete concettuale efficace e condivisa.
Occorre una formazione mirata a sviluppare capacità di comunicazione
costruttiva e di cooperazione tra persone con atteggiamenti mentali, obiettivi
e visioni del mondo diverse. In breve, ciò che Mushakoji (1979, citato
da Gallopin, 2006) ha chiamato dialogo interparadigmatico. Cambiano quindi le
finalità dell’insegnamento scientifico: si passa dalla prospettiva
di dominio della natura al cammino condiviso con gli altri viventi; dall’addestramento
ai saperi specialistici alla coltivazione dei talenti personali e degli sguardi
creativi. Il modello di sapere oggettivo, neutrale, specialistico, distaccato
di una realtà esterna, viene affiancato e trasformato da modalità
qualitative, intuitive, sistemiche, orientate alla ricomposizione, al senso
di inclusione e di interdipendenza con i sistemi naturali.
Le scelte di contenuti sono funzionali alle finalità: si punta alla individuazione
di concetti chiave connessi tra loro, funzionali a costruire una visione integrata
di insieme. Si esplorano le relazioni fra le discipline, si sviluppano schemi
interpretativi interdisciplinari che diventano sempre più cruciali nelle
prese di decisione politiche. Come ha recentemente ricordato Lester Brown, con
un velo di malinconica ironia:
in passato i ministri dei trasporti non pensavano alla sicurezza alimentare
quando formulavano politiche di trasporti. Ma […] molti paesi semplicemente
non hanno abbastanza terreno agricolo da asfaltare per le auto e da coltivare
per assicurare cibo alla popolazione (Brown, 2004).
Gli obiettivi educativi generali devono quindi essere orientati a sviluppare
competenze per una partecipazione consapevole, responsabile, attiva, cooperativa
ai processi decisionali, e in cui l’esercizio della democrazia sia praticato
entro i confini di un pianeta finito. Le parole pronunciate dal Mahatma Gandhi
quasi cento anni fa – “il nostro pianeta ha risorse sufficienti
per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti, non l’avidità di
alcuni” (Gandhi, 1909) – assumono in questo modo un significato
non solo simbolico, ma pragmatico. Aspetti metodologici
Adottando la prospettiva della scienza della sostenibilità – una
scienza della complessità, contestualizzata, consapevole della pluralità
di legittime interpretazioni – gli insegnanti e i ricercatori si trovano
ad affrontare due sfide fondamentali:
come dare attuazione pratica questo insieme di idee, atteggiamenti, azioni per
operare in classe nella scuola attuale?
di quali strumenti dotarsi per raccogliere e interpretare dati, e monitorare
le trasformazioni in atto?
La ricerca didattica attuale – che si ispira per molti aspetti alla ricerca
disciplinare – è fortemente orientata in senso riduzionista, a
raccogliere dati, a eseguire misure, a esprimere risultati in forma quantitativa.
I ricercatori spesso sono esterni al contesto scolastico; gli studenti di una
classe vengono considerati simili, a prescindere dalle differenze socio-economiche,
di maturazione personale, di competenza linguistica; si tende a proporre un
percorso che viene riproposto senza modifiche in più situazioni sperimentali.
Nello scenario di scienza della sostenibilità si accolgono e si valorizzano
altri modi di fare ricerca scientifica. La ricerca didattica, in particolare,
richiede uno sforzo di contestualizzazione. La possibilità quindi di
essere al tempo stesso ricercatori e docenti può offrire elementi di
pregio in una prospettiva diversa da quella che viene offerta dalla ricerca
tradizionale. La Ricerca–Azione (Elliott, 1993) che unisce il rigore di
un protocollo di ricerca all’attenzione per la componente riflessiva,
rappresenta un buon esempio di integrazione tra i limiti dell’approccio
tradizionale e le prospettive ancora inesplorate di un approccio integrato trans-disciplinare.
Esempi e proposte
Gli Autori sono membri di un gruppo di ricerca che si occupa di ricerca didattica
nell’ambito delle Scienze Naturali e che da molti anni elabora, sperimenta
e valuta percorsi formativi costruiti nell’ottica della scienza della
sostenibilità. Si presentano qui sommariamente alcune attività
a titolo esemplificativo.Nuovi strumenti concettuali per la biologia
Parole d’uso comune e di facile comprensione possono essere utilizzate
in modo riflessivo, e diventare uno strumento concettuale che aiuta gli studenti
a integrare conoscenze che altrimenti restano cristallizzate nell’ambito
delle singole sezioni della biologia, contribuendo d’altro canto a mettere
in evidenza la dinamica di costruzione della conoscenza scientifica, in continua
oscillazione tra statuto epistemologico (i paradigmi accreditati, le definizioni,
le conoscenze consolidate) e statuto metodologico (le nuove idee, i nuovi modi
di interpretare, gli aspetti controversi).
Un buon esempio è il concetto di confine. Sappiamo che i sistemi viventi
sono tutti interconnessi e interdipendenti: perciò individuare un “confine”
di un oggetto di studio è un’operazione mentale, di grande efficacia
ma anche relativamente pericolosa, perché in tal modo si recidono i legami
che connettono l’oggetto all’insieme che lo include.
La parola confine ha molteplici valenze linguistiche, e può essere inteso:
in un senso etimologico (cum–finis), che implica una relazione tra due
entità che entrano in contatto ed è quindi adeguato all’approccio
sistemico;
in un senso letterale (recinto) o metaforico (limite) che rimandano rispettivamente
a individuare una struttura discontinua o un ostacolo che impedisce di andare/vedere
oltre.
La riflessione linguistica che mette in luce la varietà di significati
della parola “confine”, può essere vantaggiosamente utilizzata
per fare da ponte tra le due polarità della costruzione di conoscenza
scientifica: le conoscenze consolidate e le immagini nuove che derivano dall’esperienza
empirica. Il frammento di DNA identificato come gene, la membrana che racchiude
la cellula, i confini dell’ecosistema esprimono lo statuto epistemologico
delle discipline che hanno elaborato queste prospettive. In aula questi saperi
possono ri-discussi aprendo prospettive nuove di esplorazioni della realtà,
e di integrazione dinamica di conoscenze: sia nell’esplorazione di livelli
organizzativi diversi, sia nell’interazione tra mente e natura.
Vi sono buone ragioni per ritenere che queste attività favoriscano non
solo una destrutturazione del noto e una successiva riorganizzazione della conoscenza
(Astolfi & Peterfalvi, 1993), ma privilegino l’acquisizione di competenze
conoscitive, linguistiche e metodologiche trasversali rispetto all’apprendimento
di nozioni disciplinari specialistiche, e siano quindi in grado di favorire
un apprendimento olistico.
Inoltre l’applicazione consapevole di strumenti concettuali consente agli
studenti di rendersi conto che la scienza procede selezionando non solo gli
oggetti di studio, ma anche le categorie concettuali con cui interpretare il
mondo (Cini, 1994), e li aiuta maturare una visione consapevole e meno ingenua
della natura della scienza (Aikenhead & Ryan, 1992) . La metafora di Gaia
La teoria di Gaia è una teoria scientifica che “considera l’evoluzione
dei biota e del loro ambiente materiale come un unico processo strettamente
accoppiato, dove l’autoregolazione del clima e della chimica dell’atmosfera,
dell’oceano e del suolo sono le principali proprietà emergenti”
(Lovelock, 1988). E’ una teoria alla cui elaborazione hanno contribuito
un gran numero di discipline scientifiche e che consente una visione globale
della vita sulla Terra. Essa rappresenta quindi l’ideale punto di osservazione
per studiare i margini di sostenibilità dell’economia umana in
relazione alle risorse del pianeta (Barbiero, 2005). L’universalità
e l’antichità del mito forse può spiegare perché
Gaia susciti tanto interesse nella psicologia analitica di ispirazione junghiana.
Gaia è un archetipo, che ben si presta alla narrazione (Barbiero, 2000).
Questo spiega anche perché la teoria di Gaia abbia faticato a lungo prima
di essere accettata anche dal mondo accademico più ortodosso: non tanto
per questioni inerenti alla teoria stessa – che in realtà ha dimostrato
di essere altamente predittiva oltre che euristica – quanto per la visione
del mondo che ad essa è associata.
Nella prospettiva di una educazione scientifica orientata alla sostenibilità,
una correzione di rotta del nostro modello di sviluppo sarà più
facile se le cognizioni scientifiche che andiamo via via acquisendo si assoceranno
ad una visione emotivamente coinvolgente della natura. Provando a coniugare
razionalità ed emozione possiamo così immergerci nello studio
dei cicli di Gaia e contemporaneamente incoraggiare gli studenti a godere della
gloriosa manifestazione della sua bellezza.
Gaia è costituita da biomi, che a loro volta si articolano in ecosistemi,
che sono costituiti da organismi viventi che sono organizzati in cellule. La
cellula a sua volta presenta strati di complessità crescente frutto di
endosimbiosi seriali affinate nel tempo: dalla associazione di procarioti (batteri
e archei) con organizzazioni cellulari relativamente elementari hanno avuto
origine i primi eucarioti (protisti) cellule dotate di nucleo e membrane, dalle
quali a loro volta hanno preso origine i metazoi: piante, funghi ed animali
(Margulis, 2002). Ogni sistema vivente è quindi un sistema olarchico,
ovvero un sistema completo in sé che si articola in parti che a loro
volta sono sistemi completi in se stessi e che a loro volta si articolano in
sub-sistemi completi in se stessi e così via. A ciascun livello dell’olarchia
compaiono proprietà emergenti, caratteristiche proprie del sistema in
quel determinato piano che non sono prevedibili a priori (Volk, 2001).
Anche soltanto questi brevi cenni sulla teoria di Gaia appaiono sufficienti
per illustrare in che modo sia possibile affrontare lo studio dei sistemi naturali,
affiancando all’approccio quantitativo, tutto rivolto all’esterno
e obbligato alla continua definizione di confini, un nuovo approccio attento
alla qualità, ai comportamenti, alle relazioni tra insiemi. La consapevolezza
sistemica inizia là dove lo studio analitico incontra il suo limite:
la capacità di apprezzare le relazioni e i processi tra le parti di un
sistema. I giochi di ruolo
Nel contesto dell’educazione alla sostenibilità è importante
mobilitare non solo risorse mentali, ma anche fisiche; non semplicemente funzioni
cognitive della mente, ma anche dimensioni affettive ed emozionali. I giochi
di ruolo su problematiche socio–ambientali complesse e controverse offrono
l’opportunità di sperimentare situazioni in cui si viene coinvolti
in prima persona, e si interagisce con gli altri, sia quelli con cui si condivide
una posizione, una visione; sia quelli dai quali ci si sente lontani, ostili,
per una dissonanza di vedute o per una divergenza di interessi o di obiettivi.
La simulazione prevede momenti diversi: l’immedesimazione nel proprio
ruolo, l’empatia per il personaggio, la ricerca dei dati (attinti da una
molteplicità di fonti e discipline diverse) utili per sostenere le posizioni
personali e del proprio gruppo; gli incontri con il gruppo di diversa opinione,
gestiti nella prospettiva di vincere oppure di trascendere il conflitto (Galtung,
1996); e ancora la costruzione collettiva dello scenario, la riflessione sui
processi decisionali, sulla molteplicità di punti di vista, sull’intreccio
tra fatti e valori.
I giochi di ruolo proposti dal nostro gruppo di ricerca sembrano avere molte
delle caratteristiche utili a un’educazione alla sostenibilità,
per la trasversalità dell’approccio e per la varietà di
competenze che sono in grado di sollecitare (Colucci et al., 2005). Inoltre,
nel coinvolgimento cognitivo, emotivo e relazionale offerto dalla simulazione
si può anche arrivare a comprendere, assai più che in una lezione
teorica, che nelle controversie ambientali può essere un esercizio senza
significato cercare “che cosa la scienza davvero ci dice” (Sarewitz,
2004). Anche lo studioso più “oggettivo” e disinteressato
ha una visione del mondo che è riconducibile a un sistema di valori piuttosto
che ad un altro. E’ la prospettiva disciplinare stessa che, nel momento
in cui viene assunta più o meno consapevolmente, trascina con sé
valori e interessi propri che possono entrano in conflitto con le prospettive
di altre discipline e di altri saperi. Il silenzio attivo
Esistono due forme essenziali di silenzio: il silenzio passivo e il silenzio
attivo. Il silenzio passivo è imposto dall’esterno ed è
frutto del condizionamento esercitato dalla parte forte all’interno di
una relazione autoritaria. Il silenzio attivo è invece desiderato e sorge
da un atteggiamento interiore.
La pratica del silenzio attivo, coltivata da alcuni membri del nostro gruppo
di ricerca, è stata proposta in forma sperimentale in contesti educativi,
nella prospettiva che esso possa diventare elemento significativo nell’educazione
alla sostenibilità. Riteniamo infatti che il silenzio possa rivelarsi
un mezzo abile nella maturazione di una consapevolezza ecologica sempre più
profonda.
Ma come integrare l’equilibrio tra il silenzio e la parola nella ricerca
e nella prassi educative? Da un lato la risposta viene dall’esperienza
personale: nel contatto profondo e naturale con se stessi e con la natura che
ci ospita si tende a connettere il cosmo esteriore con il cosmo interiore, coltivando
insieme il sé ecologico e il sé psicologico. La ricomposizione
delle parti di sé e l’integrazione di diversi sguardi disciplinari
risponde alle prospettive della scienza della sostenibilità.
D’altra parte, anche la scienza accademica sta esplorando le proprietà
della mente applicando l’approccio analitico delle neuroscienze alla pratica
esperienziale delle antiche tradizioni spirituali: recenti indagini (Lutz, 2004)
hanno evidenziato in meditanti esperti la capacità di sincronizzare l’attività
nervosa cerebrale in modo significativamente superiore ai non esperti. Diventa
quindi plausibile, e documentabile, l’ipotesi che la pratica del silenzio
attivo operi una trasformazione profonda nella fisiologia e persino nell’anatomia
della corteccia cerebrale, che può essere descritta nei termini di un
aumento di consapevolezza, dell’empatia e della capacità di attenzione,
di rimanere in contatto con la propria dimensione interiore e con il mondo esterno.
In generale, la pratica del silenzio può avere valore educativo perché
nel contesto di specifiche situazioni scolastiche, può essere interpretato
come la trasmissione di un insegnamento esperienziale, che coinvolge non solo
la sfera cognitiva, per sviluppare attenzione, ascolto, contatto e osservazione
delle emozioni, e come opportunità di tranquillità, di contatto
“sensibile” con l’ambiente naturale.Osservazioni conclusive
La sempre maggiore consapevolezza dell’entità e della portata dell’impatto
umano sui sistemi naturali e la conseguente urgenza di modificare sistemi di
valori e stili di vita verso una relazione più sostenibile, si accompagna
una riflessione critica non solo sui modelli economici di sviluppo, ma anche
sulla natura e sulle applicazioni della tecnoscienza. Da più parti si
sostiene l’opportunità di una profonda trasformazione della relazione
tra scienza e società, in vista di una governance della scienza che veda
partecipi e responsabili tutti i cittadini. Queste problematiche toccano tutti
gli ambiti dell’educazione, e richiedono in particolare una revisione
profonda dei processi di insegnamento-apprendimento delle scienze. Non si tratta
semplicemente di approfondire o migliorare la qualità dell’insegnamento
scientifico, come alcuni sostengono: occorre offrire ai giovani dei contesti
educativi adeguati a sviluppare in essi la consapevolezza di essere parte della
biosfera, interconnessi e interdipendenti con gli altri viventi, e aiutarli
a costruire un visione del mondo e della relazioni tale da permettere di vivere
in pace entro i limiti biofisici posti dai sistemi naturali.
Lo schema concettuale della scienza post-normale, che si è poi evoluta
nella scienza della sostenibilità, offre numerosi elementi utili a elaborare
percorsi educativi in grado di tener conto e di integrare in modo coerente aspetti
epistemologici e metodologici, scelte di contenuti e modalità di valutazione,
in uno scenario di educazione alla sostenibilità.
La nostra specie si è dimostrata capace di trasformazioni tanto straordinarie
e imprevedibili quanto sono consentite dai gradi di libertà del pensiero.
Abbiamo da poco cominciato a prendere coscienza dei meccanismi e dei vincoli
di questo grande sistema organico che chiamiamo Gaia. L’intuizione mistica
dei nostri antenati sta prendendo corpo e si trasforma in analisi scientifica
senza che questo diminuisca l’impatto emotivo che, più o meno consapevolmente,
ciascuno di noi ha con i cicli della vita. Questa presa di coscienza ci fa apparire
oggi per quello che siamo: figli un po’ immaturi e un po’ incoscienti
di Gaia. Siamo l’ultima specie di scimmie antropomorfe apparsa in ordine
tempo e siamo l’unica specie che nel suo insieme sfrutta le risorse del
pianeta senza riciclarle e che si appropria di quasi la meta del flusso energetico
incorporato nella fotosintesi. Abbiamo bisogno di una conversione del nostro
sistema economico perché diventi più equo e sostenibile. Abbiamo
bisogno di maggiore consapevolezza e maturità per trasformare la nostra
relazione con Gaia in una relazione armoniosa degna di figli a cui è
stato fatto il dono del pensiero e della riflessione.
[Ricerca svolta con il contributo della Regione Piemonte, Assessorato Ambiente
(Convenzione IRIS 2006/07) e con il contributo MURST – Università
di Torino, Progetti locali 2006].
Bibliografia
Aikenhead G.S. & Ryan A.G. Student’s preconceptions about the epistemology
of Science. Science Education 76(6), 559 - 580, 1992.
Astolfi JP & Peterfalvi B. Obstacles et constructions de situations didactiques
en sciences expérimentales" Aster 16, 1993.
Barbiero G. Gaia: dal mito alla metafora e ritorno. Ecole vol. 76, pp. 21-25
(2000)
Barbiero G. Presente e futuro della Terra: la parola all’Ecologia. In
AA.VV. Scenari del XXI secolo, Torino, Utet, pp. 248-257 (2005)
Barbiero, G Il DNA leggero. Naturalmente vol. 15, n.2, pp. 14-19 (2002)
Benessia A. Analisi dei processi di validazione e legittimazione della conoscenza,
nella prospettiva della scienza post-normale . Report IRIS per la Regione Piemonte,
2007.
Brown L. In “State of the World 2007: Our Urban Future”. World Watch
Institute, 2007.
Brown L.R. Outgrowing the Earth. The Earth Policy Institute, W.W. Norton &
Co., New York, 2004.
Cini M. Un paradiso perduto. Feltrinelli, Milano, 1994.
Co Gray L., Camino E. & Barbiero G. From scientific literacy to sustainability
literacy: an ecological framework for education. Science Education, 90 (2),
2006.
Costanza R. et al. The value of the world’s ecosystem services and natural
capital Nature 387,15 may 1997.
Crick F. Central dogma of Molecular Biology. Nature 227, 661-662, 1958.
Dalai Lama. Nuove immagini dell’universo. Dialoghi con fisici e cosmologi.
A cura di A. Zajonk. Raffaello Cortina Ed., Milano 2006.
Footprint of Nations 2004 report: HYPERLINK "http://www.ecologicalfootprint.org"
www.ecologicalfootprint.org
Ecological footprint network: HYPERLINK "http://www.footprintnetwork.org"
www.footprintnetwork.org
Elliott J. Ricerca-azione: teoria e pratica. In “La ricerca-azione: metodiche,
strumenti, casi. Pozzo G. & Zappi L. (a cura di) Bollati Boringhieri, Torino
1993.
Funtowicz S. “PostNormal Science. Science and Governance under Conditions
of Complexity”. Environment Preservation. 17, pag. 64, 2002.
Funtowicz, S. & J. Ravetz.. "Science for the Post-Normal Age."
Futures 25 (7): 735-755, 1993.
Gallopin G. Sustainable development: epistemological challenges to science and
technology. Background paper prepared for the Workshop on “Sustainable
Development: Epistemological Challenges to Science and Technology”, ECLAC,
Santiago de Chile, 13 – 15, October 2004.
Gallopin G. & Vessuri H. Science for sustainable development: articulating
knowledges. In “Guimaraes Pereira A., Guedes Vaz S. & Tognetti S.
Interfaces between Science and Society”. Greenleaf Publishing, Sheffield,
pages 35-52, 2006.
Galtung J. Peace by peaceful means. Peace and conflict, development and civilization.
SAGE, London. 1996.
Gandhi Hind Swaraj, Or The Indian Home-Rule NAVJIVAN PUBLISHING HOUSE, 1909.
Goldsmith E. The way. An ecological world – view. The ecologist 19, 160-185,
1989, citato da Tallacchini M. (2005)
Harding S. Animate Earth. Resurgence 236, pag. 55-57, 2006.
Jasanoff S. Technologies of humility: citizen participation in governing science.
Minerva 41, pages 223-244, Klugers Academic Publishers, The Netherlands, 2003.
Kasemir B., Jaeger C.C. & Jager J. Citizen participation in sustainability
assessments. Pages 3-36, in “Kasemir B., Jager J., Jaeger C.C. & Gardner
M.T. Public participation in sustainabilty science. Cambridge Universty Press,
Cambridge, 2003”.
Laszlo E. The Whispering Pond: A Personal Guide to the Emerging Vision of Science
(Element Books, Ltd., 1996)
Lovelock J. Homage to Gaia. The lifer of an independent scientist. Oxford University
Press, 2001.
Lutz A., Gresischar L.L., Rawlings N.B., Ricard M., Davidson R.J. Long-term
meditators self-induce high-amplitude gamma synchrony during mental practice,
Proceedings of National Academy of Science USA, vol 101, pp. 16369-16373, 2004.
Margulis L. Acquiring Genomes. New York: Basic Books, 2002.
Meadows D. Beyond The Limits To Growth, In context. Summer 1992.
Orr D. Ecological literacy. State University of New York Press, 1992.
Rhodes R.A.W., Understanding Governance. Policy Networks, Governance, Reflexivity
and Accountability, Open University Press, Maidenhead, 1997.
Sarewitz D. How science makes environmental controversies worse Environmental
Science & Policy 7, 385–403, 2004.
Tallacchini M.C. Before and beyond the precautionary principle: Epistemology
of uncertainty in science and law. Toxicology and Applied Pharmacology 207 S645
– S651, 2005
Vitousek M. et al. Human Domination of Earth's Ecosystems Science, Vol 277,
Issue 5325, 494-499, 1997.
Volk T. Il corpo di Gaia. UTE