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Azione nonviolenta - Agosto Settembre 2007 PDF Print E-mail

- Facciamo partire da Verona la politica della nonviolenza, di Mao Valpiana;
- Disarmare anche la nostra cultura per pacificare e non guerreggiare, di Maria G. Di Rienzo;
- Quali vie deve imboccare l’ecologismo politico?, di Michele Boato;
- Delusi dalla politica governativa ma fiduciosi nel movimento, di Piercarlo Racca;
- Per una federazione politica nonviolenta fatta di valori, programmi, numeri, di Enrico Peyretti;
- Spirito di servizio nella purezza di vita, di parola, di pensiero, di Federico Fioretto;
- Massimiliano, obiettore di coscienza cristiano all’esercito romano, di Anselmo Palini;
- Il tribunale dei poveri, dalle tribù dell’India un esempio di gestione creativa dei conflitti, di Wilma Massucco e Caterina Giustolisi.
Inserto: Abitanti globalizzati e abitanti localizzati di un pianeta messo in crisi dagli umani, di Elena Comino, Giuseppe Barbiero, Alice Benassia.

Le rubriche:

- Cinema. Partire, attraversare il mare alla ricerca del sogno, a cura di Enrico Pompeo;
- Educazione. Laboratorio di ricerca e formazione a Rocca di Pace, sugli Appennini, a cura di Pasquale Pugliese;
- Economia. Investire in Finmeccanica per fare affari con le armi, a cura di Paolo Macina;
- Giovani. Vivere per la pace, morire in guerra, a cura di Elisabetta Albesano;
- Per esempio. Difensori dei diritti umani in Sri Lanka e in Burundi, a cura di Maria G. Di Rienzo;
- Musica. Amnesty e Assisi premiano Samuele Bersani e Luca Carboni;
- Movimento. Appello e raccolta firme per un futuro senza atomiche, a cura della Redazione.


EDITORIALE

Facciamo partire da Verona la politica della nonviolenza

Mao Valpiana

Il XXII° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento si svolgerà a Verona dall’ 1 al 4 novembre 2007. Abbiamo scelto questa città perché lì vi si trova la nostra Casa per la Nonviolenza e ci sembrava giusto far conoscere a Verona e ai veronesi la dimensione nazionale del nostro Movimento. Si tratta anche di un ritorno, dopo più di vent’anni, della sede congressuale nella città scaligera. Quando il Comitato di Coordinamento ha individuato Verona come sede del Congresso, non sapevamo ancora che da lì a poco i veronesi avrebbero scelto, con una schiacciante maggioranza del 62%, di affidare le sorti della città ad un sindaco leghista, condannato in primo e secondo grado per “odio razziale” nei confronti degli zingari e che ha impostato la campagna elettorale sulla priorità dello sgombero di un campo nomadi. Verona nelle ultime settimane è salita agli onori della cronaca nazionale per le iniziative del Sindaco sulla “sicurezza”: multe salate a chi mangia panini per strada, a chi si sdraia sulle panchine, a chi acquista merce dai venditori ambulanti abusivi (peccato, però, che la stampa nazionale non riporti anche le notizie delle licenze edilizie facili concesse a chi vuole costruire in deroga al piano regolatore…. ma questa è un’altra storia…). Verona, qualche decennio fa, era da tutti considerata come il cuore della grande balena bianca democristiana, il Veneto, e perciò culturalmente moderata, cattolica, insieme conservatrice e solidale. Oggi pare aver cambiato pelle. Sembrano ormai lontani i tempi della Verona missionaria, verso l’Africa e l’America Latina, che sapeva riempire l’Arena con le adunate dei Beati i costruttori di pace. Ora il Comune preferisce concedere gratuitamente l’anfiteatro a Mediaset per il Festivalbar. Oggi Verona non esprime il moderatismo, ma il più sconcertante estremismo leghista e fascista, di chiusura, di paura, di repressione. E’ questo il desolante clima cittadino nel quale il nostro Congresso si riunirà per discutere di “politica per il disarmo”, a partire dal necessario disarmo culturale. Accettiamo volentieri questa contraddizione, non come una sfida, ma come uno stimolo in più per far emergere le nostre idee di una politica della nonviolenza, necessaria per la salvezza dell’umanità, a partire dal governo delle nostre città (così come si dice nel dibattito precongressuale che pubblichiamo da pagina 4 a pagina 11 e nello speciale inserto da pagina 14 a pagina 23).
A Verona il Congresso sarà ospitato nelle strutture dei missionari Comboniani, cui va fin d’ora il nostro ringraziamento, e si concluderà con una manifestazione che attraverserà il cuore della città, in luoghi per noi di grande significato: partiremo dalla Casa per la nonviolenza (sede nazionale del Movimento), passeremo da piazza San Zeno (il primo vescovo della città, un cittadino africano), poi dal Tribunale militare (dove furono processati e condannati molti obiettori di coscienza), poi dall’Arsenale (un tempo deposito di armi e servitù bellica, ora parco cittadino a rischio di diventare un parcheggio), per concludere in Piazza Brà, dove celebreremo la data del 4 novembre (fine della prima guerra mondiale) con la nostra manifestazione “non festa, ma lutto”.
Chiediamo a tutti gli amici della nonviolenza di partecipare alla manifestazione nazionale nonviolenta del 4 novembre, per lanciare, proprio da Verona, una risposta aperta, solidale, disarmata, all’involuzione che rischia di travolgere tutta la politica italiana.
Se riusciremo a svolgere un buon Congresso e condurre una buona manifestazione, avremo, nei fatti, già messo in atto la nostra politica nonviolenta. E’ quello che possiamo e vogliamo fare.


Congresso del Movimento Nonviolento:
“La nonviolenza è politica per il disarmo, ripudia la guerra e gli eserciti”.
Verona, 1 – 4 novembre 2007
Sala “Comboni”, Missionari Comboniani
Vicolo Pozzo, 1
1 NOVEMBRE, giovedì
Mattina, ore 10,30
Apertura del Segretario e relazione introduttiva
Pomeriggio
Comunicazioni sulla rivista Azione nonviolenta, sul centri studi, sui gruppi locali…
Dibattito in assemblea plenaria.
2 NOVEMBRE, venerdì
Mattina
lavoro in 3 commissioni
I Corpi Civili di Pace
Il Servizio Civile Volontario
L’Educazione alla nonviolenza
Pomeriggio
lavoro in 3 commissioni
Economia, Ecologia, Energia
Risposte di movimento alla crisi della politica
Resistenza nonviolenta contro il potere mafioso
3 NOVEMBRE, sabato
Mattina
Riferiscono le prime 3 commissioni e poi dibattito
Riferiscono le altre 3 commissioni e poi dibattito
Spazio per presentare le mozioni.
Pomeriggio
Dibattito sulle mozioni
Votazioni
Rinnovo delle cariche
4 NOVEMBRE, domenica
Mattina
“Non festa, ma lutto”, iniziativa nonviolenta:
camminata attraverso luoghi simbolici della città

INFO: Casa per la nonviolenza
Via Spagna, 8 – 37123 Verona
Tel. 045 8009803 fax 045 8009212
Mail:
Sito : www.nonviolenti.org


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Disarmare anche la nostra cultura per pacificare e non guerreggiare

Maria G. Di Rienzo

Costruire una cultura di pace è forse la questione più importante collegata al disarmo, ed è una delle più complicate che abbiamo di fronte oggi, poichè il suo "territorio" va dallo scenario internazionale alla più piccola delle famiglie umane. Nessuno crede alla possibilità di vivere in un "paradiso in terra", ma si può certamente fare di meglio su questo pianeta, affinchè esso sia una casa più felice per noi e per gli altri esseri viventi.
Il nostro addestramento al militarismo comincia a scuola, con la tecnica "competizione contro cooperazione" e libri di testo che coprono sproporzionatamente la guerra (con la versione dei conquistatori, Alessandro e Cesare e Augusto e Napoleone, ecc.) e della pace non parlano: la storia dell'umanità sembra un ininterrotto susseguirsi di sanguinosi conflitti. La maggioranza delle persone non sanno assolutamente nulla, dal punto di vista storico, delle lotte prive di violenza. Perciò, ogni volta che le persone danno inizio ad una lotta nonviolenta devono praticamente ricominciare da zero.
Gene Sharp faceva già notare: "Pensate se questo fosse fatto con la guerra. Supponete che nessun esercito venga organizzato, che nessuno abbia studiato strategie e tattiche militari. Che nessuno abbia tentato di inventare una nuova arma, o sviluppato l'addestramento all'uso delle armi esistenti".
C'è chi pensa che siano i media i primi addestratori all'uso della violenza, ma la storia che si insegna a scuola manda ai ragazzi e alle ragazze il messaggio che la guerra sia tutto ciò di cui la storia si occupa. Una guerra vista sempre come eroismo, coraggio, eccitazione. Il senso di passione che pervade la guerra è del tutto assente dalle (rare) rappresentazioni della pace, vista come passiva e noiosa. Tramite i media, ci arriva invece la percezione della guerra come forma di intrattenimento; uccidere non è sbagliato, purchè tu uccida il "cattivo".
Quando nelle scuole chiedo ai ragazzi di associare la prima parola che viene loro in mente al termine "conflitto", la risposta primaria è guerra, persino con i più piccoli. Quando chiedo di continuare l'associazione, assieme a morte e dolore la guerra evoca "eroi", "avventura", "vittoria".
Per contro, le immagini che vengono associate alla pace appaiono prive di forza: "colomba", "silenzio", "quiete". E questo nonostante tutti dicessero che il conflitto ferisce, è pericoloso, eccetera.
Si può guerreggiare. Questo è un verbo. La guerra è in azione.
Si può pacificare, ma a livello semantico non è la stessa cosa. Non è la pace ad essere in azione, è l'atto del pacificare (riportare la pace).
Sembra che linguisticamente la pace non sia qualcosa che si può "fare" in modo attivo, non c'è un verbo che lo dica. Il concetto di pace viene definito al negativo, come assenza di guerra o violenza, anzichè come qualcosa di positivo e significativo per se stesso, e purtroppo i termini usati non hanno reale significato, se separati da quelli di cui figurano l'opposto o l'assenza.
Il militarismo è composto di attitudini e pratiche sociali che guardano alla guerra ed alla sua preparazione come ad attività normali e socialmente desiderabili. I giocattoli di guerra ne sono un esempio. Esalta il coraggio e la nobiltà che sarebbero associati alla figura del guerriero, e occulta la realtà dei conflitti armati. Il militarismo è dualistico, antagonista, non considera i processi ma solo gli interessi immediati, riduzionista, e non ha a che fare solo con il conflitto armato o l'economia di guerra, ha a che fare con pratiche, istituzioni, relazioni interpersonali essenzialmente violente, che stanno al centro del modo in cui ci muoviamo socialmente.
Pensate solo alla parola "riconciliazione": troppo spesso, attraverso le lenti del militarismo, viene usata per dire solo "seppelliamo gli orrori del passato sotto il tappeto". A chi gode di privilegi economici e sociali la riconciliazione in questo senso suona come l'assicurazione che tale stato continuerà indisturbato; a una madre i cui figli muoiono di fame o ad una persona che ha perso in guerra parenti e casa, può suonare come la certezza che nulla nella sua situazione personale cambierà. Le gravissime ingiustizie di questo mondo necessitano di essere gestite, per giungere al disarmo. Per avere riconciliazione abbiamo bisogno di stabilire buone relazioni attraverso buone pratiche.
Chi si rifà a tradizioni religiose può facilmente trovare suggerimenti in questo senso: Gesù dice più o meno che se ti trovi davanti all'altare per offrirvi un dono e in quel momento ricordi di essere in lite con tuo fratello è meglio lasciare il dono dove si trova e offrirlo più tardi, dopo esserti riconciliato con lui; e la giustizia sociale fu il cruciale interesse dell'Islam degli inizi, in cui ai musulmani veniva richiesto di costruire una comunità (la famosa umma) caratterizzata dalla compassione pratica (intesa come il "sentire insieme"), una comunità in cui vi fosse un'equa distribuzione delle ricchezze, e ciò era di gran lunga più importante di ogni insegnamento dottrinale.
"Non trattare gli altri in modi che tu stesso trovi dolorosi" (Buddha, Udana-Varga 5. 18); "Questo è il centro del dovere: non fare agli altri ciò che causerebbe dolore se fatto a te" (Mahabharata 5: 1517); "Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo vicino" (Hillel, Talmud, Shabbath 31a); "Guarda al guadagno del tuo vicino come fosse tuo, ed alla sua perdita come se fosse la tua perdita" (T'ai Shang Kan Ying P'ien, 213-218).
E vi sono esperienze pratiche e laiche che hanno parecchio da insegnare, e da cui possiamo trarre ispirazione, come il programma "Donne che costruiscono la pace" portato avanti da israeliane e palestinesi. Sumaya Farhat-Naser, una palestinese che vi partecipa, racconta: "Quando hai vissuto per cinquant'anni conoscendo l'altra solo come nemica, con dolore ed amarezza che si accumulano, non è possibile dire semplicemente: 'Dai, sediamo insieme e abbracciamoci'. Non possiamo abbracciarci, non ancora.
Perciò istruiamo i gruppi dapprima separatamente, in modo indipendente, su come ci si incontra, come si impara a rispettare la visione dell'altra, come riconoscere che vi sono almeno due versioni, sempre, per ogni storia che tu racconti. E incontrarsi è all'inizio comunque doloroso, e devi impegnarti per attraversare questo stadio di sofferenza e andare oltre. Nei gruppi separati affrontiamo questa paura, esprimiamo a voce alta i nostri desideri e le nostre speranze. Poi, quando sia le palestinesi sia le israeliane sono pronte a guardare negli occhi delle altre con rispetto, sono pronte ad ascoltare, a guarire, a contribuire ad una discussione logica che sia altresì sensibile nella scelta delle parole e nelle attitudini, allora i gruppi si incontrano e cominciano a lavorare insieme".
Lavorare insieme è un buon punto su cui soffermarsi. Un antico insegnamento sufi dice: "Tu pensi, poichè hai capito l'uno, che sicuramente capisci il due, perchè uno e uno fanno due. Ma devi anche capire l'e". Noi possiamo pensare che capiamo le donne e gli uomini, ma dobbiamo ancora capire l'e. Il militarismo è collegato direttamente alla costruzione sociale della mascolinità, e la sua produzione di cultura machista danneggia gli uomini quanto le donne. Il cambiamento da perseguire su questa via dev'essere sistemico, se vogliamo che donne e uomini lavorino insieme verso la riconciliazione, il disarmo, ed una cultura di pace. So che non è facile, ma la questione non è eludibile: esaminate solo i progetti diretti allo sviluppo e alla cooperazione internazionale, e vedrete che possono essere agevolmente divisi in "maschili" e "femminili". I primi, dice Su zanne Williams di Oxfam sono quelli "duri": urgenti, veloci, devono dare risultati quantificabili in breve tempo e sono preminentemente basati sulla tecnologia; i secondi sono quelli "morbidi": forme di intervento più sottili, ma profonde e attente, i cui risultati sono più difficili da misurare e prendono più tempo per manifestarsi, ma che agiscono in maniera positiva sugli assetti sociali e culturali. "Tutte le ong", dice Suzanne, "sanno benissimo quali sono quelli che verranno finanziati, quelli per cui è facile trovare sostegno". E lo sappiamo anche noi.
In Timor Est, esiste un gruppo che si chiama "Mane Kontra Violencia" (Uomini contro la violenza) e che affronta con molto rigore e chiarezza la questione della violenza contro le donne. Uno dei suoi membri, Mario Araujo, viene regolarmente accusato di voler "distruggere la cultura" della propria gente, sia che tenga seminari sulla violenza domestica, sia che partecipi a manifestazioni di protesta contro gli stupri. "Di solito rispondo così: Se mandi a scuola tua figlia stai distruggendo la nostra cultura? Ovviamente mi rispondono di no. Allora aggiungo: Come pensi che usciremo dalla miseria se alle donne non viene permesso di istruirsi, se la violenza non permette loro di vivere e studiare e lavorare in pace?". Il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle donne, per quanto giusto e necessario, non evolve però automaticamente in una reale "pace" tra uomini e donne, e cioè in una relazione basata sul rispetto reciproco, sul riconoscimento della dignità dell'altra/altro come completo essere umano. La differenza fra il progresso materiale e la realizzazione dell'intero potenziale umano di una persona dev'essere colmata. Anche questo è disarmo.
Quanto in là si possa poi andare con il lavoro quotidiano di costruzione di pace, quello da fare dapprima nelle nostre teste, e poi nel modo in cui parliamo e agiamo, nelle nostre famiglie e nelle nostre città e via allargando, dipenderà da quanto saremo capaci di comunicare, di ottenere solidarietà, di fare rete. Dipenderà da quanto saremo creativi e coerenti, capaci di ascoltare, capaci di intervenire. So che possiamo farlo. Auguri a tutti e tutte noi.



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Quale via deve imboccare l’ecologismo politico?

Michele Boato

Ci sono tre possibili scelte davanti ad un ecologista o ad un comitato ambientalista, che voglia fare i conti col potere politico, che si domandi: "come si può contare di più nelle scelte legislative o di governo, locali o nazionali, relative all'ambiente?"
1. mantenersi totalmente fuori dalla politica, facendo solo attività di "movimento" (denuncia, pressione, manifestazioni, informazione, ecc.);
2. presentare (o appoggiare) alle elezioni, quando si ritenga necessario, una lista civica locale, di chiara ispirazione (anche) ambientalista;
3. inserirsi in maniera organizzata e trasparente (pubblica) anche in una formazione politica nazionale.

1. La prima opzione, fare solo "movimento", è, forse, oggi la più praticata tra chi si dà da fare a livello locale per difendere un po' di verde, o per impedire un inceneritore, per spingere una raccolta "porta a porta" dei rifiuti o per dare spazio a ciclisti e pedoni, per difendersi dall'elettrosmog o da una base militare o per sostenere la produzione biologica.
Essa in realtà non comporta alcuna scelta esplicita, perché è "naturale" per una associazione o comitato di base, mantenere gelosamente la propria autonomia dai partiti politici. Ciò nonostante non è raro incontrare comitati che, nonostante proclamino la loro indipendenza o "trasversalità" rispetto all'arco della politica, di fatto privilegiano i rapporti con l'uno o l'altro partito o schieramento. Volta a volta troviamo il pregiudizio positivo per la sinistra (più spesso rifondazione che ds) o i verdi, o la leganord, o (non solo al sud) per alleanza nazionale e persino l'udc.
Ma non mancano casi di legami espliciti col tale esponente del tale partito che, nelle istituzioni locali o nazionali, sostiene apertamente la causa del comitato. E' un male? Non necessariamente, a mio avviso, ma solo a condizione che:
a. il comitato abbia una sua autonomia (culturale, finanziaria, organizzativa) trasparente e partecipata, all'interno della quale queste "alleanze" vengono valutate, decise e, se del caso, revocate;
b. il partito, lo schieramento o il singolo politico a cui ci si appoggia, oltre ad avere una seria reputazione ambientalista, non faccia doppi giochi, cioè difenda e sostenga coerentemente, in ogni sede (anche la più lontana dal controllo popolare) le lotte e le proposte del comitato.

2. La seconda scelta, dare vita, anche solo occasionalmente, ad una lista elettorale civica, in sede locale, di matrice (anche) ambientalista non è invece una scelta "naturale". Deriva di solito da situazioni eccezionali, che possono costringere il comitato a questo passo: si tratta di lotte o iniziative molto forti, che trovano davanti a sé un muro compatto nelle istituzioni, la sordità o addirittura l'ostilità di tutti i partiti presenti nel Consiglio comunale.
Ho conosciuto di persona alcune di queste situazioni, come Sernaglia della Battaglia (TV), con tutto il paese in piazza contro il Comune che, dopo aver venduto il territorio ai cavatori, lo voleva rivendere all'azienda dei rifiuti di Padova per riempire i buchi con milioni di tonnellate di rifiuti. Era il 1987, appena eletto deputato alla Camera sono stato chiamato dal Comitato locale, guidato da Adriano Ghizzo, che non si è limitato a organizzare il blocco delle strade di accesso alle cave, ma ha dato ad una delle prime raccolte differenziate d'Italia (carta, vetro, metalli e vestiti), per anni autogestita e boicottata dal Comune. Poi, arrivate le elezioni per il rinnovo del Comune, hanno dato vita ad una lista civica che ha avuto la maggioranza degli eletti, spazzato via i vecchi amministratori e realizzato, tra l'altro una raccolta "porta a porta" arrivata ai vertici nazionali (Comune riciclone con circa l'80% di riciclo).
In Italia situazioni simili, più o meno conosciute, ci sono in quasi tutte le regioni, almeno una per provincia. Si può parlare di molte decine, con sindaci eletti a furor di popolo, come Laura Puppato nel 2002 a Montebelluna (TV), sull'onda della lotta contro il progetto di un inceneritore al plasma, perseguito dalla precedente amministrazione, monocolore della Leganord. Laura Puppato, esponente del locale WWF, non è iscritta ad alcun partito, ed è stata sostenuta da due liste civiche e da un centro-sinistra che mai prima aveva avuto gran seguito e nemmeno ora, senza di lei (rieletta nel 2007) avrebbe alcuna possibilità di governare.
Qualcuno propone di coordinare, "federare" e moltiplicare queste liste; ma si tratta di esperienze molto locali, che mal sopportano inquadramenti di alcun tipo, anche se di spirito "civico".
Il tentativo di Illy e dei suoi amici di dar vita, nel 2005-06 a un Movimento delle Liste Civiche alleate al centro-sinistra (ma da esso formalmente indipendenti) non ha avuto finora grande fortuna, sia a causa di una gestione troppo orientata politicamente, sia per una profonda diffidenza di molte altre liste civiche da qualsiasi "cappello" politico etero-diretto.

3. La terza opzione è, se possibile, ancor meno "naturale" per un comitato o singolo ecologista: inserirsi in maniera pubblica (e organizzata, se si tratta di un gruppo di persone) in una forza politica nazionale. Che senso può avere?
Nel 1985 dall'Arcipelago Verde delle associazioni che si riunivano periodicamente a Bologna (e che avevano dato vita all'agenzia di informazione/collegamento omonima, diretta dal sottoscritto e redatta dal WWF milanese di Alessio Di Giulio) abbiamo fatto nascere le Liste Verdi comunali e regionali un po' in tutt'Italia (ce n'era già qualcuna a Trento, Bolzano, Viadana, Ancona, ma sono diventate centinaia). Il progetto era mantenere e rafforzare il movimento, l'Arcipelago degli antinucleari, ciclisti, animalisti, nonviolenti, riciclatori, università verdi, consumatori e produttori bio, ecc ; e contemporaneamente tenere un altoparlante e una sponda sicura dentro le istituzioni.
La cosa è durata così per alcuni anni, poi sempre più i Verdi (con alcune importanti eccezioni) sono diventati una cosa a sé, una parte, anzi un partito, con logiche di tessere (sempre più comprate a pacchetti), carriere immeritate, fondi dilapidati, alleanze politiche di ferro a cui sacrificare troppo, talvolta anche l'ambiente. Ecco un motivo di grandissima diffidenza verso la forma "partito"; però bisogna farci i conti, conoscerli e prendere delle decisioni ponderate.
Ora abbiamo di fronte:
- un Partito Democratico in via di formazione (il 14 ottobre 2007 gli aderenti che versano da 3 a 5 euro eleggono i/le 1400 componenti l'Assemblea costituente con i segretari nazionale e regionali),
- una Sinistra Europea fatta di Rifondazione, Comunisti it, gli ultimi fuoriusciti dai Ds con Mussi, bandoli e Angius, e una parte di Verdisolecheride;
- poi ci sono un po' di partiti "di centro" che non hanno ancora deciso che fare (Sdi, radicali, Italia dei valori, Udr di Mastella e Udc di Casini);
- il costituendo Partito delle libertà (Forza Italia e AN) e la LegaNord indecisa.- Nel Partito Democratico stanno già entrando alcuni ambientalisti, attraverso la Margherita (Realacci, tuttora presidente di Legambiente, il ministro Gentiloni, ex direttore di Nuova Ecologia, pure lui Legambiente, Rutelli, già sindaco verde di Roma, Ivo Rossi, già cons.reg.verde del Veneto, ora assessore comunale a Padova, il sottosegretario agli esteri Vernetti, già assessore verde di Torino); altri attraverso i D.S. (Ronchi, già ministro verde all'ambiente, passato a Sinistra Ecologista di Fulvia Bandoli e ora senatore Ds, il sottosegr. Alla giustizia Manconi, già portavoce dei Verdi, Luigi Poletto, già cons. prov. verde di Vicenza, ora capogruppo Ds in Comune, ecc.).
Si tratta, nonostante gli evidentissimi limiti d'origine, di una grande novità da prendere in considerazione, esaminando senza pre-giudizi i contenuti del programma (sarà quello dell'Unione?), i metodi di selezione della dirigenza (le liste per il 14 ottobre), la gestione della fase nascente, ecc.
- Sinistra Europea non si sa ancora quando, come e con che nome definitivo nascerà; è piena di pacifisti, ambientalisti, lettori del manifesto e del settimanale Carta. Ha però anche una pesante ipoteca operaista-sindacalista ( e perciò industrialista) e, per una quota, stalinista.
I "Verdi" sostenuti-sostenitori dei centri sociali del nord-est , romani ed altri, la vedono come una realizzazione del loro sogno rosso-verde (più sociale che ambientale); gli ecologisti e nonviolenti guardano questa aggregazione con molta attenzione (la svolta nonviolenta di Bertinotti del 2005 non era solo propaganda pre-elettorale), ma, finora, senza entusiasmo: ricorda troppo il Pdup-Manifesto e la nascita di Democrazia Proletaria.
- I partiti di "centro" possono ispirare talvolta qualche simpatia (una volta i radicali contro la pena di morte, un'altra Follini o persino - ma è ormai rarissimo- Di Pietro) ma basta sentirli parlare di TAV, inceneritori, nucleare, Mose per capire che c'è poca strada da fare assieme.
- Così pure per la LegaNord o il Partito delle Libertà, anche se, anche lì dentro, si trovano alcune brave persone, protagoniste di lotte contro l'elettrosmog, per la raccolta differenziata spinta dei rifiuti, per le piste ciclabili, ila difesa del verde urbano, ecc. Si tratta di "mosche bianche", con cui collaborare o da sostenere nelle singole attività (come le lotte, condotte dal sottoscritto assieme al governatore Galan, contro il progetto ENI di trivellazioni metanifere al largo di Venezia e Chioggia o quelle contro il ciclo del cloro della chimica di morte di Marghera), molto difficilmente però saranno alleati a tutto campo dei comitati ecologisti.
Questo è un ventaglio, forse ancora incompleto e comunque molto personale, delle scelte che si presentano all'ecologismo politico ad inizio estate 2007. Vogliamo discuterne di persona? Troviamo le occasioni, a partire dal prossimo Congresso del Movimento Nonviolento


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Delusi dalla politica governativa ma fiduciosi nel movimento

Piercarlo Racca

Il 22° congresso nazionale del Movimento Nonviolento dovrà rappresentare una svolta capace di superare le delusioni che in questo ultimo anno sembrano aver circondato la cosiddetta area pacifista. I motivi per essere delusi dalla politica istituzionale sono tanti, in particolare ci pesano l’aumento delle spese militari e il consenso alla richiesta USA per il raddoppio della base militare di Vicenza. Ora che non c’è più l’alibi di essere governati da un governo di centro destra ci troviamo a manifestare contro la deriva del governo Prodi verso gli interessi delle logiche militariste e guerrafondaie.
Il percorso di questi ultimi anni e da noi iniziato nel 2000 con la marcia Perugia – Assisi “mai più eserciti e guerre” era stata anche la risposta più chiara alla sconsiderata partecipazione – marzo 1999 – dell’Italia alla guerra della NATO in Serbia e Kossovo. Lo stimolo di quella marcia ci ha poi portati a impegnarci molto sul tentativo di far comprendere che la “nonviolenza è politica” e con soddisfazione e speranza abbiamo guardato al convegno di Rifondazione Comunista tenutosi a Venezia il 28-29 febbraio 2004 e il gran dibattito che aveva suscitato per la svolta “nonviolenta” di questo partito. Finalmente si parlava di nonviolenza in termini positivi, ma a tre anni di distanza quel passaggio “nonviolento” sembra dimenticato, noi ci auguriamo che sia solo momentaneamente “congelato”.
Il congresso del Movimento Nonviolento su questi aspetti che riguardano il governo, le istituzioni, i partiti ecc… deve uscire con delle proposte che ci portino a ottenere almeno due obiettivi politici importanti oggi identificabili in:
- impedire il raddoppio della base militare USA di Vicenza
- ottenere, come da accordi sottoscritti dall’Italia sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari, l’allontanamento delle bombe nucleari presenti sul nostro territorio.
Questi due obiettivi sono raggiungibili attraverso due campagne che ovviamente non riguardano solo il Movimento Nonviolento, ma sono campagne in cui il Movimento Nonviolento deve impegnarsi a fondo e far si che queste iniziative siano il collante per un’azione comune capace di coinvolgere le tante piccole associazioni che costituiscono il variegato arcipelago pacifista.
Un secondo aspetto cui il congresso deve dare delle risposte positive è la prosecuzione e il rafforzamento di tutta una serie di attività che rappresentano il nostro seminare e su cui speriamo di raccogliere buoni frutti. Questo seminare è fatto di tante piccole iniziative che giorno dopo giorno ci permettono di ampliare e comunicare le nostre proposte. Parliamo di corpi civili di pace, servizio civile volontario, educazione alla nonviolenza, decennio della nonviolenza, economia nonviolenta, rete disarmo, rete lilliput, campi estivi, seminari e convegni.
Infine dobbiamo consolidare, ampliare e rinvigorire quelle strutture che sono diventate patrimonio del Movimento Nonviolento. Abbiamo una rivista, dei centri di documentazione, delle sedi; questi sono punti fermi che vanno utilizzati al meglio e dove è possibile, favorire la nascita di nuove sedi e gruppi. Quest’anno ci è stata offerta la possibilità di acquisire una nuova “casa per la pace”, di fatto una donazione dell’immobile purché sia mantenuta la destinazione di “casa per la pace”. Queste opportunità vanno colte perché ci permettono, o meglio ci impongono, di scommettere su un futuro di espansione delle nostre idee di nonviolenza. Quindi in questo congresso dobbiamo anche rispondere alla domanda: quali sono le idee forti per gestire una “casa per la pace”? Il pomeriggio del 1 novembre questo sarà sicuramente argomento del 22° congresso del Movimento Nonviolento


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Per una federazione politica nonviolenta fatta di valori, programmi, numeri

Enrico Peyretti

Cercando di contribuire alla riflessione che prepara il XXII congresso nazionale del Movimento Nonviolento, scorro il programma.
In questo momento sento che bisognerebbe puntare, nella tragedia dei tempi, sul positivo, sul "programma costruttivo" gandhiano da tradurre nei giorni nostri. E puntare anche su un'analisi della realtà esterna nazionale e mondiale, che nel programma (ma posso sbagliare) appare in secondo piano rispetto alla ricerca e all'azione interna del Movimento.
Infatti, "La nonviolenza è politica per il disarmo, ripudia la guerra e gli eserciti", come suona il titolo generale, dice troppo e troppo poco: dice i massimi obiettivi, sempre davanti agli occhi, ma il vero problema di un congresso per una linea di lavoro, è vedere i passi migliori e i passaggi possibili verso quegli obiettivi, nel momento specifico. Dice però, quel titolo, una cosa importante: la nonviolenza è politica.
Le sei commissioni mi sembrano orientate in questa direzione auspicata. Credo che i sei temi possano tradursi anche così: 1) contributo nazionale alla gestione internazionale dei conflitti preventiva e alternativa alla guerra; 2) pratica di socialità; 3) livello personale interiore e relazionale della pace positiva; 4) modello produttivo, economia nonviolenta; 5) modello civico, qualità politica; 6) modello minimo necessario di legalità, entro la società italiana, costruito coi metodi della nonviolenza.
È mia opinione che il Movimento Nonviolento, con la sua storia ed esperienza, sostenute però da un numero troppo esiguo di aderenti attivi, e ancor meno conosciuto e compreso nel grosso dell'opinione pubblica, confusa e deviata dai media più influenti, di infima e greve qualità, possa sempre meno cercare da solo questi obiettivi, ma che necessiti di coordinarsi sempre meglio con ogni analoga ricerca interna e internazionale, di cui non mancano valide presenze.
Sul piano internazionale, vedrei necessario sviluppare, con apposito incarico e mezzi, un costante lavoro di scambi, confronti, comunicazioni, visite, traduzioni: ormai la dimensione del lavoro nonviolento è insufficiente se non è inserita in una circolazione mondiale di apporti reciproci, nella diversità ma unità e interdipendenza dei problemi, che possa anche dare maggior forza alla solidarietà con le più gravi situazioni di violenza sofferta.
Sul piano interno, riprendo con convinzione la proposta non nuova, ma sempre più necessaria (che già ripresi nel seminario di ottobre 2006 a Verona, riferito in "Azione nonviolenta" n. 1-2, 2007, pp. 12-13): pensare, preparare, costruire una Federazione politica nonviolenta, in cui i vari movimenti e associazioni nonviolente italiane, da più o meno tempo entrate in questa sincera ricerca, si aiutino a vicenda nel convergere a costruire, anche col guadagnare consensi sociali, una concreta cultura politica nonviolenta e di conseguenza una prassi politica più nonviolenta dell'attuale.
Infatti, la nonviolenza deve diventare politica, pur continuando a fare, prima di tutto, cultura, educazione, propaganda ideale, esperienze, e premendo già ora, quanto può, coi mezzi della democrazia partecipativa, sulla politica operativa.
Ogni politica è fatta di valori (ideali, obiettivi); di idee (programmi concreti, percorsi sul terreno del possibile verso gli obiettivi necessari); di numeri (consensi necessari per attuare i programmi verso gli obiettivi).
Ora, la nonviolenza ha valori, forse può elaborare idee e programmi, ma non ha assolutamente un numero di consensi nella società, tali da poter contare nella politica deliberativa. Peraltro, sono in corso esperienze di lotta nonviolenta su vari problemi politici, militari, giuridici, economici, ambientali, che accomunano diversi rami del movimento per la pace nonviolenta, ognuno con la sua modalità. La varietà è ricchezza, ma non quando è dispersione. Ora, attorno ad elementi essenziali di politica nonviolenta (in forma partecipativa dal basso e non necessariamente rappresentata nelle istituzioni elettive, che possono però essere fertilizzate dalla nonviolenza), quei rami del movimento dovrebbero saper convergere (non unificarsi ma federarsi) in una Federazione politica nonviolenta, che forse tocca proprio al Movimento Nonviolento proporre e promuovere


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Spirito di servizio nella purezza di vita, di parola, di pensiero

Federico Fioretto

Caro Beppe Marasso, la questione che "ti afferra con mano d'acciaio" non poteva trovare risposta più chiara di quella che precede di poche pagine il tuo intervento (vedi Azione nonviolenta n. 6/2007, pagina 16): l'articolo su "Comunità Libere" riferisce di un'esperienza straordinaria che esemplifica l'essenza stessa della risposta nonviolenta ai problemi della società.
Se ci rifacciamo ai grandi Maestri, come tu stesso fai, a tratti, nel tuo intervento, vediamo come la loro azione in politica fu da un lato inevitabile, dall'altro "incidentale", causata collateralmente dal loro agire di attori, come li chiami tu, sociali e religiosi.
"Dio è Verità: la via che porta alla Verità passa attraverso l'ahimsa (nonviolenza)" scrive Gandhi in un biglietto a un conoscente che troneggia sul mio altare di preghiera.
Dunque l'eccelso Maestro della nonviolenza del XX secolo afferma chiaramente che la nonviolenza è la via da lui seguita, e raccomandata a chi lo stima, per trovare Dio; possiamo anche fermarci un passo prima dell'affermazione teistica e dire che è la via alla Verità, nella quale possiamo trovare tutti la ragione assoluta dell'unità e della convivenza pacifica.
Se, perciò, la nonviolenza è strumentale al conseguimento di una realizzazione spirituale ne discende automaticamente che la vera nonviolenza si può conseguire solo attraverso una coltivazione costante della purezza di vita, di parola e di pensiero. La Verità non si compra né si conquista a suon di euro né di voti, i quali spesso, purtroppo, si identificano gli uni con gli altri.
Essa si lascia avvicinare solo da chi la coltivi e la ricerchi giornalmente, attraverso un lavoro umile su se stesso; il cercatore della perfetta ahimsa (secondo Gandhi impossibile da conseguire in vita, ma tuttavia da perseguire indefatigabilmente) non cessa mai di lottare per espungere dalle proprie intime profondità ogni granello di violenza che ancora vi si annidi; se cerchiamo la violenza con i parametri che ci ha indicato Gandhi per la violenza diretta e indiretta, beh, non c'è da starsene con le mani in mano!.
Il modo migliore di praticare la nonviolenza è quello del servizio, lo dice chiaramente Vinoba nel suo "Lok Niti", da me tradotto e presto disponibile in edizione italiana, lo ha detto molte volte Gandhi: nel servizio sta la forza della nonviolenza.
Vinoba dice che la forza si trova nelle circostanze che presentano naturalmente occasioni di rinuncia e di servizio all'altro; per una volta, perciò, sono felice di contraddirti: per quel che capisco dall'articolo su ANV gli amici della nonviolenza delle Comunità Libere sono puliti, ma tutt'altro che impotenti. Sono loro che faranno a pezzi la 'ndrangheta, senza mai alzare le mani su di essa.
Lo faranno con la forza del loro amore per la vita, per il prossimo, per i mafiosi stessi, per la Verità che nessuno esclude.
Nessun partito della nonviolenza che si candidasse in Calabria o altrove potrebbe avere la centesima parte della forza di questa iniziativa, proprio per la sua purezza e per lo spirito di servizio disinteressato che li anima.
Credo che la debolezza di cui tu parli al punto 2) della tua lettera non stia nella mancanza di una rappresentanza o di legami politico istituzionali, ma nella carenza di una spinta spirituale al lavoro quotidiano e umile per la purezza e la perfezione della prassi.
Troppo spesso ci si occupa tanto, a parole e con qualche azione, della violenza perpetrata dagli altri e non si guarda dentro ai nostri movimenti e associazioni, alle gelosie e alle invidie, alle antipatie che non sappiamo sconfiggere e ci dividono inesorabilmente, ai rapporti interpersonali i quali, talvolta, assorbono la gran parte delle nostre energie con i loro attriti che, ciechi i quali cercano di guidare altri ciechi, non vediamo.
Il desiderio della vita spirituale e semplice nella quale si può meglio coltivare la nonviolenza vera, e l'immersione entusiasta nelle occasioni di servizio alla comunità umana che la vita ci offre rappresentano invece le occasioni per acquisire e spendere a buon fine tutta la forza che sta nascosta nella vita dei santi su cui ti interroghi; cosa ha permesso a sant'Ignazio, don Bosco e san Francesco di segnare la storia? Cosa lo ha permesso a Gandhi? Il loro amore per la vita, per chi l'aveva loro donata e per tutti quanti con loro la condividevano, credo.
Caro Beppe, dunque, la via dell'aggiunta che i giovani uomini e donne delle Comunità Libere sembrano suggerirci con tanta semplicità e candore rappresenta a mio avviso, quella nella quale persone straordinarie come te, e molto più ordinarie e umili come me, potranno meglio servire e rendersi utili alla nostra comunità umana, travagliata da troppo tempo e troppo in profondità, dal cancro della violenza scoppiato otto o nove millenni orsono e mai curato a dovere.
Con grande stima e affetto ti auguro Pace, Armonia e Prosperità


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Massimiliano, obiettore di coscienza cristiano all’esercito romano

Anselmo Palini

Da alcuni anni è attivo, su iniziativa della Caritas, dell’Azione Cattolica e di alcuni Uffici della Conferenza Episcopale Italiana, un “Tavolo ecclesiale sul servizio civile”, che ha anche un proprio sito internet (www.esseciblog.it). Questo Tavolo ha indicato in San Massimiliano il protettore degli obiettori di coscienza e di quanti svolgono servizio civile. Vediamo dunque di conoscere meglio questo interessante personaggio, che ci riporta alla Roma precostantiniana.
San Massimiliano è un giovane martire della Chiesa di Cartagine, che ebbe il raro privilegio di essere sepolto ai piedi del vescovo Cipriano e la cui vicenda venne a lungo proclamata durante le azioni liturgiche. La Chiesa cattolica lo ricorda il 12 marzo.
Il caso di Massimiliano ci introduce al centro di un dibattito che impegnava le Chiese cristiane antiche e che riguardava non solo lo specifico problema della legittimità, per un cristiano, di prestare servizio militare, ma anche, e soprattutto, quello più ampio dei rapporti con lo Stato romano.
Massimiliano è figlio del funzionario del fisco Fabio Vittore e coscritto per il servizio militare. L’episodio ci è stato tramandato da un breve documento, la Passio Sancti Maximiliani, che è di fatto il verbale dell’interrogatorio, cui viene sottoposto Massimiliano da parte del proconsole Dione per essere arruolato nell’esercito romano. Massimiliano, pur essendo dichiarato arruolabile, si rifiuta di compiere il servizio militare: per lui militare significa inevitabilmente mala facere. Massimiliano viene dunque accusato di disubbidire al potere costituito e per questo condannato a morte. L’astensione colpevole del cittadino costretto al servizio militare durante l’arruolamento era appunto uno dei casi in cui veniva applicata la pena di morte.
L’interrogatorio di Massimiliano avviene nel foro. Alcune informazioni precise contenute nella Passio ci consentono di fissare al 12 marzo 295 la data della morte di Massimiliano.
Militia saeculi, militia Christi
La Passio S. Maximiliani ci fa assistere allo scontro frontale di due ordini di ragioni: quelle di carattere militare e civile, impersonate dal proconsole Dione, e quelle che prescindono dalle vicende contingenti di questo mondo per affermare in maniera intransigente un principio, espresse dal giovane cristiano. Il proconsole Dione non mostra astio né violenza nei confronti di Massimiliano, anzi al contrario sembra manifestare una certa pazienza. Sicuramente il proconsole non prova stupore di fronte alle parole del giovane e ciò forse sta ad indicare che tali casi non erano rari. Tuttavia Dione non poteva tollerare che fossero contestati i pilastri su cui reggeva l’impero romano: l’identificazione del militare con il malefacere equivaleva a contestare radicalmente l’esercito romano e ciò non poteva essere accettato. Da qui la condanna esemplare, affinché servisse da lezione per tutti.
Il proconsole si trova di fronte un giovane nelle cui parole non vi è polemica, né disprezzo nei confronti dell’autorità. La posizione di Massimiliano non è venata neppure da propaganda o da apologia. Il suo argomentare è limpido e semplice: il servizio militare è, per il giovane cristiano, una professione intrinsecamente negativa in quanto si identifica con malefacere, termine che si riferiva non solo agli atti idolatrici che i soldati erano tenuti a compiere, ma anche e soprattutto alla violenza e alla sopraffazione che caratterizzavano il servizio militare. Alla militia saeculi Massimiliano contrappone la militia Christi. Massimiliano è convinto che il cristianesimo non sia compatibile con la vita militare e con gli atti che implica. Da qui il rifiuto, espresso con fermezza, ma senza alcuna punta di superiorità o di tracotanza. Il proconsole Dione mette in atto dei tentativi di convinzione, ma Massimiliano non cede e pone a giustificazione del suo atteggiamento un motivo, espresso in due semplici parole: Christianus sum. A fronte di una tale chiara e precisa posizione, il proconsole Dione pronuncia la condanna e lo fa senza odio religioso e senza particolare accanimento nei confronti di Massimiliano. La sentenza di condanna a morte è la conseguenza del fatto che la situazione politica e militare della regione non permetteva defezioni dall’esercito o tolleranza verso chi non intendeva vestire la divisa. La condanna doveva servire da lezione per tutti coloro, che per vari motivi, volevano sottrarsi all’arruolamento.
Non possum militare. Christianus sum.
La Passio S. Maximiliani si pone su una linea morale di rigida intransigenza, che è poi quella che caratterizza anche i più importanti scrittori dell’Africa cristiana nel III e nel IV secolo: da Tertulliano a Cipriano, da Arnobio a Lattanzio.
Nel mondo del cristianesimo antico pre-costantiniano è diffusa una sorta di nonviolenza cristiana, che si connota in generale come scelta di non rendere mai male per male, come rifiuto assoluto di versare sangue umano, preferendo essere uccisi piuttosto che uccidere e infine, in particolare, come rifiuto di usare le armi contro altri uomini, ossia come una vera e propria obiezione di coscienza al servizio militare. Con l’editto di Milano del 313 vi sarà una svolta radicale. Da questo momento in poi, come ha scritto il prof. Remo Cacitti, uno dei maggiori studiosi del cristianesimo delle origini, “il soldato cristiano non è più militante contro satana e il male, ma contro gli eretici e i barbari”.
L’avversione precostantiniana per la violenza e per il servizio militare è presente anche a livello disciplinare: nella Tradizione Apostolica, una delle più importanti costituzioni ecclesiastiche dell’antichità, datata tra la fine del II e gli inizi del III secolo, vi sono in merito parole molto chiare. Questo documento innanzitutto prende in considerazione il caso del soldato che durante il suo servizio si converte al cristianesimo e non può dimettersi dall’esercito. “Il soldato subalterno non uccida nessuno. Se riceve un ordine del genere, non lo esegua e non presti giuramento. Se non accetta tali condizioni sia rimandato” . Il soldato divenuto cristiano può pertanto continuare a prestare il proprio servizio sotto le armi, a condizione di astenersi dal compiere atti di violenza e dal mettere a morte qualcuno. Vi è qui la distinzione fra il militare, consentito ai soldati convertitosi durante il servizio, e il bellare, comunque proibito. Drastica è invece l’esclusione e la scomunica nei confronti dei catecumeni e dei fedeli che vogliono divenire soldati: “Il catecumeno e il fedele che vogliono dedicarsi alla vita militare siano mandati via perché hanno disprezzato Dio” .
La vicenda di Massimiliano, che qui presentiamo, si inserisce dunque in un contesto di Chiesa primitiva fortemente avverso alla guerra e allo stesso servizio militare. In terra africana, inoltre, il cristianesimo era divenuto un elemento catalizzatore di un’antica insofferenza nei confronti della presenza romana e raccoglieva attorno a sé diverse forme di resistenza al potere romano.
Dalle risposte di Massimiliano appare indubbio che vi è il rifiuto di tutto il sistema su cui si regge il servizio militare.
Massimiliano pone a giustificazione del suo agire un motivo espresso più volte in due semplici parole: Christianus sum. Giova ricordare che militare al tempo di Massimiliano equivaleva a bellare, ossia combattere, esercitare violenze ed uccidere. L’esercito romano, infatti, era costantemente impegnato, soprattutto nelle zone di confine, a reprimere ribellioni e a contrastare l’avanzata di nuove popolazioni, dunque i soldati erano chiamati inevitabilmente a combattere e, se necessario, a uccidere.
Pur nella loro brevità, le parole Christianus sum racchiudono una sorta di confessione di fede ed erano intese dai magistrati come dichiarazioni impegnative per chi le pronunciava. L’annuncio di Massimiliano, fatto con queste e con le altre parole che usa nelle risposte, sembra aver presente le formule della professione di fede e si sviluppa attorno alla figura di Gesù Cristo. Di lui si dice che è Figlio di Dio e che è stato inviato per riscattare i peccati degli uomini. È Gesù Cristo che i cristiani seguono e servono. Queste formule, di derivazione catechistica, stanno a testimoniare che la concezione che il giovane Massimiliano aveva della fede era quella che gli era stata comunicata nel cammino di fede dalla sua comunità.
La condanna per obiezione di coscienza
Massimiliano, come ampiamente dimostrato fin qui, trae le motivazioni per il proprio agire dalla fede cristiana. Tuttavia egli non è propriamente condannato perché cristiano, bensì perché si rifiuta di “militare”. In altri termini, se Massimiliano fosse stato dispensato dal portare il signaculum, ciò non sarebbe probabilmente stato sufficiente per convincerlo ad entrare nell’esercito, in quanto per lui militare significava malefacere.
Se obiezione di coscienza designa l’opporsi da parte del singolo ad un comando dell’autorità, ad un obbligo giuridico e, in particolare, all’ordine di prestare servizio militare e se tale rifiuto viene motivato da profonde ragioni di coscienza, ecco che il caso di Massimiliano si presenta chiaramente come quello di un obiettore di coscienza, uno dei primi di cui abbiamo notizia.
Massimiliano con questo suo gesto ci presenta la novità di una manifestazione di opposizione assoluta ad uno degli imperi più militaristici che mai siano esistiti; ci offre una testimonianza resa col sangue all’idea della pace tra gli uomini in un mondo che non conosceva se non la pace imposta con la forza.

Per saperne di più
Anselmo Palini, Massimiliano, un obiettore di coscienza nella Roma antica,
in Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, editrice Ave, Roma 2005 (prima ristampa aprile 2006), prefazione di Franco Cardini.
P. Siniscalco, Massimiliano: un obiettore di coscienza del tardo impero, Paravia, Torino 1974.

 


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Il Tribunale dei poveri, dalle tribù dell’India un esempio di gestione creativa dei conflitti

Wilma Massucco e Caterina Giustolisi

Il Lok Adalat - o Tribunale dei poveri – ha sede due volte al mese presso l’Anand Niketan Ashram, nel villaggio di Rangpur (distretto di Baroda, Stato del Gujarat, zona nord-ovest dell’India). E’ un tribunale speciale - istituito da Harhivallabh Parikh nel 1950 e attualmente condotto da Nagendra Patel - a cui partecipano i gruppi tribali aborigeni della zona, facenti parte della famiglia degli Adivasi. Si tratta di un vero e proprio centro per la mediazione di conflitti, in cui vengono trattate dispute di ordine minore - quali conflitti tra marito e moglie, liti per il possesso di terreni o per alcolismo, furti e simili – attraverso un iter metodologico ben contraddistinto.
Alla fase iniziale – PRESENTAZIONE DELLA DISPUTA - una parte si presenta al Lok Adalat (che è aperto 24 ore su 24) per esporre il “fatto” al Segretario il quale, dopo aver posto alcune domande a chiarimento dell’oggetto della disputa, redige il VERBALE DEL CONTENZIOSO. Il verbale viene firmato dal querelante che, se non sa scrivere, firma con l’impronta digitale del pollice della mano destra (se è una donna) o della mano sinistra (se è un uomo).
Quindi il Segretario trascrive il caso su apposito REGISTRO del Lok Adalat: ad oggi si contano oltre 72.000 casi risolti.
L’incontro con la controparte può avvenire attraverso un incontro bilaterale tra il mediatore e la controparte, oppure passando direttamente ad un incontro triangolare con le parti. In questo caso sia il querelante che l’imputato sono convocati ad una discussione allargata in sede di Lok Adalat mediante LETTERA DI CONVOCAZIONE.
Al Lok Adalat partecipano diversi soggetti: il Chairman e il Segretario, i litiganti con i loro parenti e amici; i soggetti chiave della tribù di cui fanno parte; esponenti dell’ashram; osservatori esterni.
In questa fase si opera la vera e propria MEDIAZIONE TRIANGOLARE. Il linguaggio usato dalle parti può anche essere rude e volgare, e gli atteggiamenti aggressivi, sprezzanti, denigratori o altro. Il mediatore non interviene comunque nella discussione: lascia che le parti si esprimano in piena libertà perchè, una volta liberati i freni inibitori, le emozioni più profonde possano emergere. Se la discussione degenera in uno scontro fisico, si interviene per separare fisicamente le parti, dopo di che la discussione riprende. Il mediatore fa qualche sporadico intervento per puntualizzare alcuni elementi, emersi durante la discussione, che potrebbero essere significativi per aiutare a far emergere i bisogni e gli interessi delle parti coinvolte.
Terminata la discussione tra i due litiganti, il mediatore chiede se qualche altra persona presente in assemblea vuole intervenire. Non si chiedono consigli ma spunti di riflessione.
Terminati gli interventi, il mediatore sintetizza e chiarisce la posizione delle parti, chiede conferma alle parti, chiede all’assemblea se è tutto chiaro o se ci sono altre questioni da considerare.
A questo punto avviene la NOMINA dei DECISION MAKERS: due esponenti per parte, persone fidate a cui è affidato il compito di trovare la “miglior soluzione” alla disputa, escono dall’assemblea, e discutono finché non raggiungono un accordo, che viene successivamente proposto all’assemblea.
Se l’accordo non viene accettato, viene nominato un ulteriore referente per parte (quindi 3+3) e si cerca di individuare una nuova soluzione.
Se l’accordo proposto trova il consenso unanime dei presenti, le parti si alzano e dichiarano ad alta voce, davanti a tutti, l’impegno preso.
Il Segretario VERBALIZZA L’ACCORDO.
Poi legge ad alta voce, verifica che tutti diano il consenso, chiama a firmare le parti coinvolte. La FIRMA viene richiesta non solo alle parti direttamente coinvolte, ma anche a tutte le persone in qualche modo “influenti” ai fini della gestione della disputa. Queste persone possono essere: genitori, familiari, amici, leader del villaggio, ecc.
Da ultimo, ciascuna parte versa un uguale contributo in denaro, con il quale si procede all’acquisto e alla DISTRIBUZIONE DI DOLCI a tutti i presenti. E’ il rito simbolico che sta ad indicare: ”Ciò che prima era amaro ora è diventato dolce”.
Strada alternativa al Lok Adalat è la CORTE DI GIUSTIZIA, solitamente scartata dai poveri dei villaggi per mancanza di fiducia in un sistema di giustizia che considerano corrotto e perché l’iter legale richiede in genere molto tempo e molto denaro. Inoltre il verdetto emesso dalla Corte di Giustizia potrebbe essere legalmente corretto, ma non soddisfacente per le parti, mentre al Lok Adalat si discute finché le parti non raggiungono un accordo. Una punizione, come potrebbe essere quella emessa dalla Corte di Giustizia, può generare rancore, mentre un risarcimento concordato in seduta plenaria predispone a ricostruire buoni rapporti, non solo tra le parti direttamente coinvolte ma anche all’interno della comunità nel suo complesso.
Pertanto, per come è stato osservato, l’iter metodologico impiegato al Lok Adalat può essere considerato una procedura alternativa per la gestione creativa dei conflitti, a metà strada tra la cosiddetta “Procedura di Problem solving” e la “Mediazione Trasformativa”.
Dal 1950 in poi i reati in queste aree tribali si sono significativamente ridotti, il che ha indotto nel 1982 il Sig. Bagwati – Ministro della Giustizia in India – a promuovere il Lok Adalat come una procedura legale alternativa alla Corte di Giustizia per la risoluzione di dispute minori. Da allora oltre 2 milioni di casi sono stati risolti attraverso Lok Adalat governativi, dislocati in tutta l’India, ovvero anche in zone non a carattere tribale. Il che pone un nuovo interessante spunto di indagine: com’è possibile che una metodologia di mediazione dei conflitti ad hoc per una cultura tribale possa essere applicata anche a contesti non tribali?
Questo articolo è stato realizzato a seguito del tirocinio condotto presso l’Anand Niketan Ashram – agosto 2006 - nell’ambito del Modulo professionalizzante Tecnico Esperto in mediazione dei conflitti sociali e interculturali (Tutor Dr. Giovanni Scotto, A.A. 2006, Università di Firenze, Corso di laurea in Operatori di pace per la gestione e mediazione dei conflitti).

 


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Abitanti globalizzati e abitanti localizzati di un pianeta messo in crisi dagli umani.

Cornice teorica e piste di ricerca didattica
Elena Camino1,2, Giuseppe Barbiero1,3, Alice Benessia1,4

 

PARTE 1 - LA CORNICE TEORICA

L’economia e le scienze sociali mostrano gravi limiti nella loro capacità di integrare le attività umane nel contesto dei sistemi naturali: le risorse sono limitate, i ritmi di trasformazione e ripristino dei sistemi ecologici richiedono tempi adeguati. Occorre ripensare le scienze economiche.
Le scienze sperimentali dal canto loro hanno spesso fornito una falsa immagine di sé, proponendosi come capaci di descrivere oggettivamente il mondo. La complessità dei sistemi naturali rende necessario utilizzare più prospettive, di rado tra loro coerenti, e l’ignoranza appare sempre più come un elemento ineliminabile ed ineludibile della dinamica di questi sistemi. Occorre ripensare le scienze sperimentali.
Intorno al concetto di sostenibilità è possibile esplorare ambiti condivisi dall’ecologia e dalle scienze sperimentali da una parte e dall’economia e dalla scienze sociali dall’altra. La sostenibilità è un tema forte che può investire l’idea stessa che abbiamo di democrazia. E può richiedere comportamenti e persino procedure democratiche nuove per realizzare le quali serve un’educazione adeguata e di alto profilo.La Terra come icona
Fotografata, misurata, aggiustata. Grazie alla tecnoscienza, il pensiero occidentale domina con crescente successo la natura, sviluppando l’idea di una umanità esterna al sistema. Ma resta sempre la nostra unica casa!
Le fotografie della Terra vista dallo spazio sono relativamente recenti, ma sono entrate presto nel sentire comune, utilizzate in innumerevoli programmi televisivi, articoli di giornali, gadget e magliette. Tuttavia quante sono le persone che colgono il messaggio implicito di queste immagini e cioè che la Terra è un sistema chiuso e tutto ciò che avviene su questo pianeta dipende dal flusso costante di energia dal Sole e dal continuo riciclo di materia al suo interno?
La seconda immagine presenta un grafico assai meno conosciuto, e di lettura meno immediata. Gli Autori, nell’articolo pubblicato nel 2002 su una prestigiosa rivista scientifica, lo commentano così:
La sostenibilità richiede di vivere entro le capacità rigenerative della biosfera. I nostri studi indicano che le richieste umane hanno superato tali capacità rigenerative fin dagli anni ’80. Secondo questa nostra preliminare valutazione, il carico umano, che corrispondeva al 70% della capacità della biosfera nel 1961, è cresciuto fino al 120% nel 1999. (Wackernagel et al, 2002)

Infine, un disegno pubblicato nel 2006 sulla copertina di una nota rivista italiana di divulgazione scientifica illustra uomini in tuta bianca intenti a “riparare” la Terra dai guasti causati dall’impatto antropico.
Tre modi di rappresentare la Terra, il nostro Pianeta, la nostra unica casa. Tre modi che, da prospettive diverse, sottolineano comunque una separazione tra umanità e Natura: l’uomo capace di prendere le distanze, lo scienziato capace di misurare e quantificare l’uso globale del pianeta, i tecnici che dall’esterno provvedono a sistemare i guasti.
L’approccio disciplinare e specialistico nello studio dei processi e delle funzioni dei sistemi viventi che popolano il pianeta ben si accompagna alla visione economicista che ha dominato il Novecento: dopo la monetizzazione delle materie prime, delle risorse della Terra, si sta procedendo alla valutazione economica dei servizi naturali. I processi vitali grazie ai quali abbiamo ogni anno a disposizione aria, acqua e alimenti adeguati alle esigenze dei nostri organismi sono stati valutati pari al budget annuale degli USA (Costanza et al., 1997).
Sebbene la maggior parte della comunità scientifica, degli esperti e dei decisori politici trova ragionevole ed efficace questo approccio, per alcune minoranze nel mondo occidentale sviluppato e per intere altre culture, questa chiave di lettura è totalmente incomprensibile. Esse mettono radicalmente in dubbio i fondamenti epistemologici di una simile operazione, oltre che l’attendibilità sul piano puramente scientifico. Misurare l’impatto del modello di sviluppo dominante
Aumenta la capacità di misurare l’uso di natura a livello globale e aumenta la percezione di una riduzione della qualità della vita a livello locale. Si delineano sempre più chiaramente due categorie: non più Nord/Sud, o Paesi sviluppati e Paesi sottosviluppati, ma abitanti “globalizzati” e abitanti “localizzati”: i primi si spostano facilmente e godono in abbondanza delle risorse naturali provenienti da ogni parte del mondo; i secondi sono vincolati alla loro terra, e possono usufruire solo dei beni locali. Se questi vengono a mancare, sono costretti a migrare per sopravvivere. Complessivamente, si vanno riducendo risorse e servizi e il pianeta, profondamente perturbato dalla presenza umana, ha dato avvio a profonde trasformazioni, di esito ignoto. L’abuso delle fonti di vita da parte dell’umanità è stato reso possibile dallo sviluppo della tecnoscienza, che ha permesso una esponenziale moltiplicazione degli abitanti e ha fornito gli strumenti per alterare l’omeostasi dei sistemi naturali, attingendo a fonti non rinnovabili di energia e spezzando i cicli naturali.
L’introduzione di indicatori di sostenibilità, come l’Impronta Ecologica (IE), ha contribuito a mettere in evidenza l’uso che le singole persone, o le città o intere nazioni fanno della natura. La strategia utilizzata da Mathis Wackernagel consente di calcolare i diversi usi di natura da parte dell’uomo, esprimendone la somma con una sola grandezza, la superficie: ciascuno di noi utilizza una certa area del pianeta che gli/le fornisce il cibo, il combustibile per scaldarsi, lo spazio per abitare, le piante che producono l’ossigeno necessario alla respirazione (Wackernagel & Rees, 1996). Calcoli sempre più accurati hanno consentito di ricavare dati utili per calcolare la propria IE, paragonarla con quella di altri, confrontarla con la quota di pianeta che spetterebbe a ciascuno di diritto, nell’ottica di una equa ripartizione.
Alla consapevolezza sul consumo di natura che si sviluppa grazie al calcolo dell’IE si accompagnano altre constatazioni: ciò che ciascuno di noi consuma per conservare il proprio stile di vita non deriva solo dalla natura locale. Sempre più spesso si verificano situazioni in cui la biocapacità, cioè la produttività della natura del luogo in cui si vive, non è sufficiente a far fronte alle esigenze. Si attinge allora a luoghi lontani, per ottenere l’energia e la materia necessari per la vita quotidiana.

Utilizzando l’IE emerge un quadro molto chiaro che si può riassumere in due punti:
alcune fasce di popolazione, sia in occidente che in altri Paesi, utilizzano una quota di beni naturali di gran lunga superiore a quella che spetterebbe di diritto, sottraendone ad altri gruppi sociali, anche geograficamente lontani, che a causa di ciò risultano deprivati;
la popolazione mondiale nel suo insieme sta utilizzando molta più natura di quella in grado di rinnovarsi anno dopo anno, e impoverisce la Terra a scapito della generazioni future.
Infine, come è ormai noto anche a livello dei mass media, l’intensità e la pervasività dell’impatto umano ha innescato alterazioni dei processi naturali che stanno provocando trasformazioni nel funzionamento globale del pianeta, i cui esiti sono del tutto imprevedibili.
Queste radicali trasformazioni, avvenute nel volgere di un tempo brevissimo rispetto alla storia dell’umanità – poco più di un secolo a fronte delle centinaia di migliaia di anni dell’evoluzione umana – sono state rese possibili da tre fattori concomitanti:
lo sviluppo di una conoscenza del mondo orientata al controllo e al dominio sulla natura;
la messa a punto di tecniche in grado di sviluppare una crescente potenza;
l’accessibilità di enormi giacimenti di materia organica ad elevato potere energetico.
Il progresso tecnologico ha accelerato la velocità con cui attingiamo alle riserve energetiche della Terra ed ha altresì incrementato la velocità con cui le consumiamo. La limitatezza di queste risorse, la loro distribuzione geografica non uniforme, la crescente dipendenza di vasta parte dell’umanità da queste fonti energetiche sta alla base di conflitti che vengono affrontati con modalità violente, innescando processi distruttivi in un crescendo di devastazioni.
Ogni modello di sviluppo racchiude anche una prospettiva di relazione con la natura: come dice efficacemente Wolfgang Sachs, del Wuppertal Institute ( HYPERLINK "http://www.footprintnetwork.org" www.footprintnetwork.org), “Il mondo non sarà più diviso tra le ideologie di ‘destra’ e di ‘sinistra’, ma tra coloro che accettano i limiti ecologici e coloro che non li accettano”.
Le nazioni più ricche tendono ad avere bilanci ecologici passivi, soprattutto per l’elevato grado di correlazione tra la ricchezza (in termini di spese) e i consumi di combustibili fossili. In regioni con modesto consumo di energia una elevata percentuale dell’impronta ecologica è associata al cibo (Footprint of Nations 2004 report). Le Nazioni più ricche (nonostante i vantaggi tecnologici) hanno impronte ecologiche pro-capite molto maggiori dei cittadini di Paesi che consumano meno: i dati del 2001 stimano a 18 acri l’IE media pro-capite in Africa, contro i 234 del Nord America, a fronte di una biocapacità media pro-capite globale 30 acri.

Riserve Ecologiche
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Deficit Ecologico
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INCLUDEPICTURE "http://www.footprintnetwork.org/images/dot_b9beb4.gif" \* MERGEFORMATINET   dati insufficientiL’ignoranza ecologica
I conflitti nascono spesso da una diversa visione delle situazioni: le parti in causa si accusano di “colpevole ignoranza”. In senso etimologico, il significato di ignorare ( i – gnosi) è contrapposto a quello di conoscere (cum – gnosi), e indica che non c’è possibilità di connettere noto e nuovo. L’ignoranza può essere volontaria, e colpevole, quando non si tiene conto di tutte le possibili variabili, non si effettuano misure, non si collegano eventi, oppure semplicemente non è nelle priorità economiche. Oppure può essere un’ignoranza involontaria ed incolpevole: non si può, non si riesce, non ci sono i mezzi tecnici o economici. Nelle problematiche socio-ambientali complesse e controverse ci si imbatte spesso nell’ignoranza inconsapevole. Essa deriva da una mancanza di capacità riflessiva, da un sistema di valori accettato interiormente e non portato alla coscienza. E’ possibile perlomeno rendere consapevole questa ignoranza e adottare strumenti di contenimento dei rischi come il principio di precauzione o la ‘’tecnologia dell’umiltà” (Jasanoff, 2003). E’ sull’ignoranza ecologica del pubblico, non di rado alimentata da un modello di conoscenza basato su una visione meccanicista della realtà, che l’educazione può operare.
L’evidenza delle trasformazioni in atto dà luogo a interpretazioni che, a seconda del contesto, del punto di vista e delle implicazioni che tali trasformazioni hanno per i soggetti, individuano danni e benefici. Per esempio l’aumento della rete di strade in una certa regione viene visto da alcuni come indicatore di progresso e di benessere, da altri come sottrazione di terreno all’agricoltura. La disponibilità di una gran varietà di prodotti alimentari viene interpretata come segno di grande dinamicità dei commerci internazionali e opportunità per i consumatori, oppure come causa e risultato di degrado ambientale, per il saccheggio operato ai danni di altre popolazioni e per i consumi di energia richiesti dai trasporti a lunga distanza.
Dietro alla disparità di giudizi si nasconde una diversa interpretazione della relazione tra natura e umanità, e del ruolo che ciascuna svolge in tale relazione. Una posizione prevalentemente antropocentrica porta a analizzare separatamente tra loro eventi e processi, secondo una logica lineare di causa-effetto; a vedere la natura come un insieme di risorse passive a disposizione e ad attribuire le cause dei guai alla limitatezza e inadeguatezza di tali risorse. Una posizione ecocentrica è più portata a connettere fatti e processi secondo una logica circolare, che mette in evidenza le interdipendenze e considera la natura come un sistema nel quale l’umanità trova accoglienza. In quest’ottica le cause dei problemi sono i comportamenti umani, che vengono considerati inadeguati al contesto che il pianeta offre per vivere.
Naturalmente le diverse interpretazioni fornite a proposito delle cause delle trasformazioni umane sui sistemi naturali, e i diversi giudizi espressi sull’esistenza e l’entità dei danni portano anche a scelte diverse sulle strategie da adottare per regolamentare i processi di trasformazione della natura. Scelte che hanno visto negli ultimi due secoli aumentare in modo esponenziale l’energia utilizzata, la potenza sviluppata, e gli investimenti finanziari reclutati.
In termini puramente energetici, il progressivo sviluppo di una potenza sempre più elevata ha permesso la costruzione di manufatti umani di dimensioni e impatto crescente (dagli aerei sempre più veloci e capienti, alle grandi dighe) ed è stata resa possibile dalla stretta alleanza tra l’impresa tecnoscientifica e i poteri economici e finanziari, bracci operativi di una visione del mondo lineare, basata sull’idea del dominio sulla natura, della crescita, della competitività e orientata al benessere materiale individuale e alla vittoria: sulla povertà, sul nemico, sul diverso.

Le critiche che da più parti stanno emergendo rispetto al modello dominante spesso si fermano agli aspetti più superficiali, senza riuscire a portare alla luce e alla consapevolezza l’insieme degli schemi concettuali soggiacenti, che costituiscono i punti di riferimento, spesso impliciti, in base ai quali sono organizzate le istituzioni, sono promulgate le leggi, sono strutturate le società e i sistemi educativi. Per operare un cambiamento significativo è necessario ripensare non solo i singoli campi del sapere, come la scienza o l’economia, ma scavare più in profondità, portare alla coscienza e mettere in luce le assunzioni implicite, i giudizi di valore, rivedere la propria relazione con se stessi e con le altre creature, umane e non umane: in altre parole, portare alla luce l’ignoranza ecologica.Dalla scienza post-normale alla scienza della sostenibilità
Dopo molti anni in cui le voci critiche sono rimaste circoscritte a piccoli gruppi e associazioni, in tempi recenti anche in sedi istituzionali a livello internazionale si è aperto un ampio e articolato dibattito sulle trasformazioni delle relazioni tra scienza e società, che costituiscono il ‘motore’ delle trasformazioni indotte dall’umanità sull’ambiente.
Viene segnalata la necessità di una governance della scienza, il cui statuto epistemologico è in fase di profonda revisione perché ancora incapace di assumere il nodo cruciale del rischio e dell’incertezza in cui sempre più spesso ci si trova ad operare. Per questa ragione sta emergendo la prospettiva di una conoscenza scientifica che accoglie l’incertezza come componente intrinseca ed ineliminabile (Tallacchini, 2005). A favorire questo radicale cambiamento di prospettiva, questo cambio di paradigma, hanno contribuito certamente alcuni fattori: uno è senz’altro il crescente disordine dei sistemi naturali e delle relazioni tra umanità e natura. L’altro è la maturazione di una consapevolezza circa la complessità dei processi che collegano viventi e componenti abiotiche in reti di reciproca interdipendenza. E proprio lo studio dei fenomeni complessi sembra fornire una pista efficace per ristrutturare schemi interpretativi della realtà e modelli di sviluppo e per orientare comportamenti e azioni.
L’idea di scienza post-normale è stata elaborata da Silvio Funtowicz negli anni Novanta, a partire dalla constatazione che molti problemi socio-ambientali complessi e controversi chiamano in causa diverse discipline, ciascuna con un suo carico di schemi interpretativi, linguaggi, modelli, sistemi di valori, finalità (Funtowicz & Ravetz, 1993; Funtowicz, 2002). In queste circostanze i fatti sono incerti, i valori sono in conflitto, la posta in gioco è elevata e le decisioni urgenti.
La pluralità di prospettive emerge dalla constatazione che si ha a che fare con sistemi organizzati gerarchicamente, in cui vi è un forte accoppiamento tra i diversi livelli organizzativi. Ma l’interazione tra i diversi livelli avviene con modalità e ritmi temporali assai differenti tra loro. Per questo si considera come fondante e ineliminabile la presenza di una pluralità di prospettive tra loro incommensurabili e ugualmente legittime, e l’impossibilità di giungere a una singola soluzione basata su fatti certi (Benessia, 2007).
Il quadro concettuale della scienza post-normale è stato poi ripreso e articolato nella scienza della sostenibilità (Gallopin 2004; Gallopin & Vesuri, 2006), che permette di integrare diverse linee di pensiero che non erano state messe in correlazione tra loro:
la presa d’atto che l’impresa scientifica sta diventando sempre più frammentata, dipendente dal contesto, orientata alla soluzione di problemi (Jasanoff, 2003);
la ricerca di un ruolo appropriato della scienza e della tecnologia nella transizione verso la sostenibilità;
la necessità di mettere la conoscenza specialistica a disposizione di tutti gli interessati, favorendo il dialogo tra ricercatori di ambiti disciplinari diversi, e tra modi diversi di produrre conoscenza;
l’opportunità di assicurare una partecipazione appropriata dei cittadini ai processi decisionali che riguardano problemi ambientali complessi e controversi, portando alla luce scelte basate su valori riguardo alle domande da porre, a chi considerare esperto e sviluppando competenze sulla gestione del disaccordo (Kasemir et al., 2003).

PARTE 2 – PISTE DI RICERCA DIDATTICA
Quale educazione scientifica per la scienza della sostenibilità?
Un’educazione scientifica coerente con il quadro concettuale della scienza della sostenibilità fa riferimento a un’idea di scienza diversa da quella tradizionale: da scienza della certezza a scienza della complessità; dalla presentazione – talvolta enfatica – di una tecnologia in grado di risolvere ogni sorta di problemi a una tecnologia che assume l’umiltà come suo riferimento (Jasanoff, 2003); da una conoscenza neutrale e oggettiva volta a sconfiggere l’ignoranza a una conoscenza basata sull’intersoggettività, costruita nel dialogo tra prospettive diverse, la comunicazione, l’interazione reciproca, l’interconnessione (Dalai Lama, 2006). Accettare la lezione della complessità che ci viene dal mondo naturale rende razionale l’inclusione della sorpresa e dell’ignoranza fra le componenti intrinseche, ineminabili e persino euristicamente utili all’impresa umana della conoscenza.
La scienza della sostenibilità, che rigetta come inadeguata qualunque spiegazione singola e unidimensionale, accoglie nel proprio statuto epistemologico la legittimità dei saperi non formali, sovente indispensabili per dare corpo alla pluralità di punti di vista. Da ciò deriva un cambiamento delle strategie di insegnamento: diventa importante spostare il fulcro della costruzione del sapere dall’insegnante alla comunità educante, in cui ciascuno è chiamato a contribuire al sapere collettivo con le proprie competenze.
Tuttavia il sapere degli studenti – come quello dei cittadini nel contesto sociale – è per lo più contestuale, parziale e localizzato, e non è facile integrarlo in una rete concettuale efficace e condivisa. Occorre una formazione mirata a sviluppare capacità di comunicazione costruttiva e di cooperazione tra persone con atteggiamenti mentali, obiettivi e visioni del mondo diverse. In breve, ciò che Mushakoji (1979, citato da Gallopin, 2006) ha chiamato dialogo interparadigmatico. Cambiano quindi le finalità dell’insegnamento scientifico: si passa dalla prospettiva di dominio della natura al cammino condiviso con gli altri viventi; dall’addestramento ai saperi specialistici alla coltivazione dei talenti personali e degli sguardi creativi. Il modello di sapere oggettivo, neutrale, specialistico, distaccato di una realtà esterna, viene affiancato e trasformato da modalità qualitative, intuitive, sistemiche, orientate alla ricomposizione, al senso di inclusione e di interdipendenza con i sistemi naturali.
Le scelte di contenuti sono funzionali alle finalità: si punta alla individuazione di concetti chiave connessi tra loro, funzionali a costruire una visione integrata di insieme. Si esplorano le relazioni fra le discipline, si sviluppano schemi interpretativi interdisciplinari che diventano sempre più cruciali nelle prese di decisione politiche. Come ha recentemente ricordato Lester Brown, con un velo di malinconica ironia:
in passato i ministri dei trasporti non pensavano alla sicurezza alimentare quando formulavano politiche di trasporti. Ma […] molti paesi semplicemente non hanno abbastanza terreno agricolo da asfaltare per le auto e da coltivare per assicurare cibo alla popolazione (Brown, 2004).
Gli obiettivi educativi generali devono quindi essere orientati a sviluppare competenze per una partecipazione consapevole, responsabile, attiva, cooperativa ai processi decisionali, e in cui l’esercizio della democrazia sia praticato entro i confini di un pianeta finito. Le parole pronunciate dal Mahatma Gandhi quasi cento anni fa – “il nostro pianeta ha risorse sufficienti per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti, non l’avidità di alcuni” (Gandhi, 1909) – assumono in questo modo un significato non solo simbolico, ma pragmatico. Aspetti metodologici
Adottando la prospettiva della scienza della sostenibilità – una scienza della complessità, contestualizzata, consapevole della pluralità di legittime interpretazioni – gli insegnanti e i ricercatori si trovano ad affrontare due sfide fondamentali:

come dare attuazione pratica questo insieme di idee, atteggiamenti, azioni per operare in classe nella scuola attuale?
di quali strumenti dotarsi per raccogliere e interpretare dati, e monitorare le trasformazioni in atto?
La ricerca didattica attuale – che si ispira per molti aspetti alla ricerca disciplinare – è fortemente orientata in senso riduzionista, a raccogliere dati, a eseguire misure, a esprimere risultati in forma quantitativa. I ricercatori spesso sono esterni al contesto scolastico; gli studenti di una classe vengono considerati simili, a prescindere dalle differenze socio-economiche, di maturazione personale, di competenza linguistica; si tende a proporre un percorso che viene riproposto senza modifiche in più situazioni sperimentali.
Nello scenario di scienza della sostenibilità si accolgono e si valorizzano altri modi di fare ricerca scientifica. La ricerca didattica, in particolare, richiede uno sforzo di contestualizzazione. La possibilità quindi di essere al tempo stesso ricercatori e docenti può offrire elementi di pregio in una prospettiva diversa da quella che viene offerta dalla ricerca tradizionale. La Ricerca–Azione (Elliott, 1993) che unisce il rigore di un protocollo di ricerca all’attenzione per la componente riflessiva, rappresenta un buon esempio di integrazione tra i limiti dell’approccio tradizionale e le prospettive ancora inesplorate di un approccio integrato trans-disciplinare. Esempi e proposte
Gli Autori sono membri di un gruppo di ricerca che si occupa di ricerca didattica nell’ambito delle Scienze Naturali e che da molti anni elabora, sperimenta e valuta percorsi formativi costruiti nell’ottica della scienza della sostenibilità. Si presentano qui sommariamente alcune attività a titolo esemplificativo.Nuovi strumenti concettuali per la biologia
Parole d’uso comune e di facile comprensione possono essere utilizzate in modo riflessivo, e diventare uno strumento concettuale che aiuta gli studenti a integrare conoscenze che altrimenti restano cristallizzate nell’ambito delle singole sezioni della biologia, contribuendo d’altro canto a mettere in evidenza la dinamica di costruzione della conoscenza scientifica, in continua oscillazione tra statuto epistemologico (i paradigmi accreditati, le definizioni, le conoscenze consolidate) e statuto metodologico (le nuove idee, i nuovi modi di interpretare, gli aspetti controversi).
Un buon esempio è il concetto di confine. Sappiamo che i sistemi viventi sono tutti interconnessi e interdipendenti: perciò individuare un “confine” di un oggetto di studio è un’operazione mentale, di grande efficacia ma anche relativamente pericolosa, perché in tal modo si recidono i legami che connettono l’oggetto all’insieme che lo include.
La parola confine ha molteplici valenze linguistiche, e può essere inteso:

in un senso etimologico (cum–finis), che implica una relazione tra due entità che entrano in contatto ed è quindi adeguato all’approccio sistemico;
in un senso letterale (recinto) o metaforico (limite) che rimandano rispettivamente a individuare una struttura discontinua o un ostacolo che impedisce di andare/vedere oltre.
La riflessione linguistica che mette in luce la varietà di significati della parola “confine”, può essere vantaggiosamente utilizzata per fare da ponte tra le due polarità della costruzione di conoscenza scientifica: le conoscenze consolidate e le immagini nuove che derivano dall’esperienza empirica. Il frammento di DNA identificato come gene, la membrana che racchiude la cellula, i confini dell’ecosistema esprimono lo statuto epistemologico delle discipline che hanno elaborato queste prospettive. In aula questi saperi possono ri-discussi aprendo prospettive nuove di esplorazioni della realtà, e di integrazione dinamica di conoscenze: sia nell’esplorazione di livelli organizzativi diversi, sia nell’interazione tra mente e natura.
Vi sono buone ragioni per ritenere che queste attività favoriscano non solo una destrutturazione del noto e una successiva riorganizzazione della conoscenza (Astolfi & Peterfalvi, 1993), ma privilegino l’acquisizione di competenze conoscitive, linguistiche e metodologiche trasversali rispetto all’apprendimento di nozioni disciplinari specialistiche, e siano quindi in grado di favorire un apprendimento olistico.
Inoltre l’applicazione consapevole di strumenti concettuali consente agli studenti di rendersi conto che la scienza procede selezionando non solo gli oggetti di studio, ma anche le categorie concettuali con cui interpretare il mondo (Cini, 1994), e li aiuta maturare una visione consapevole e meno ingenua della natura della scienza (Aikenhead & Ryan, 1992) . La metafora di Gaia
La teoria di Gaia è una teoria scientifica che “considera l’evoluzione dei biota e del loro ambiente materiale come un unico processo strettamente accoppiato, dove l’autoregolazione del clima e della chimica dell’atmosfera, dell’oceano e del suolo sono le principali proprietà emergenti” (Lovelock, 1988). E’ una teoria alla cui elaborazione hanno contribuito un gran numero di discipline scientifiche e che consente una visione globale della vita sulla Terra. Essa rappresenta quindi l’ideale punto di osservazione per studiare i margini di sostenibilità dell’economia umana in relazione alle risorse del pianeta (Barbiero, 2005). L’universalità e l’antichità del mito forse può spiegare perché Gaia susciti tanto interesse nella psicologia analitica di ispirazione junghiana. Gaia è un archetipo, che ben si presta alla narrazione (Barbiero, 2000). Questo spiega anche perché la teoria di Gaia abbia faticato a lungo prima di essere accettata anche dal mondo accademico più ortodosso: non tanto per questioni inerenti alla teoria stessa – che in realtà ha dimostrato di essere altamente predittiva oltre che euristica – quanto per la visione del mondo che ad essa è associata.
Nella prospettiva di una educazione scientifica orientata alla sostenibilità, una correzione di rotta del nostro modello di sviluppo sarà più facile se le cognizioni scientifiche che andiamo via via acquisendo si assoceranno ad una visione emotivamente coinvolgente della natura. Provando a coniugare razionalità ed emozione possiamo così immergerci nello studio dei cicli di Gaia e contemporaneamente incoraggiare gli studenti a godere della gloriosa manifestazione della sua bellezza.
Gaia è costituita da biomi, che a loro volta si articolano in ecosistemi, che sono costituiti da organismi viventi che sono organizzati in cellule. La cellula a sua volta presenta strati di complessità crescente frutto di endosimbiosi seriali affinate nel tempo: dalla associazione di procarioti (batteri e archei) con organizzazioni cellulari relativamente elementari hanno avuto origine i primi eucarioti (protisti) cellule dotate di nucleo e membrane, dalle quali a loro volta hanno preso origine i metazoi: piante, funghi ed animali (Margulis, 2002). Ogni sistema vivente è quindi un sistema olarchico, ovvero un sistema completo in sé che si articola in parti che a loro volta sono sistemi completi in se stessi e che a loro volta si articolano in sub-sistemi completi in se stessi e così via. A ciascun livello dell’olarchia compaiono proprietà emergenti, caratteristiche proprie del sistema in quel determinato piano che non sono prevedibili a priori (Volk, 2001).
Anche soltanto questi brevi cenni sulla teoria di Gaia appaiono sufficienti per illustrare in che modo sia possibile affrontare lo studio dei sistemi naturali, affiancando all’approccio quantitativo, tutto rivolto all’esterno e obbligato alla continua definizione di confini, un nuovo approccio attento alla qualità, ai comportamenti, alle relazioni tra insiemi. La consapevolezza sistemica inizia là dove lo studio analitico incontra il suo limite: la capacità di apprezzare le relazioni e i processi tra le parti di un sistema. I giochi di ruolo
Nel contesto dell’educazione alla sostenibilità è importante mobilitare non solo risorse mentali, ma anche fisiche; non semplicemente funzioni cognitive della mente, ma anche dimensioni affettive ed emozionali. I giochi di ruolo su problematiche socio–ambientali complesse e controverse offrono l’opportunità di sperimentare situazioni in cui si viene coinvolti in prima persona, e si interagisce con gli altri, sia quelli con cui si condivide una posizione, una visione; sia quelli dai quali ci si sente lontani, ostili, per una dissonanza di vedute o per una divergenza di interessi o di obiettivi. La simulazione prevede momenti diversi: l’immedesimazione nel proprio ruolo, l’empatia per il personaggio, la ricerca dei dati (attinti da una molteplicità di fonti e discipline diverse) utili per sostenere le posizioni personali e del proprio gruppo; gli incontri con il gruppo di diversa opinione, gestiti nella prospettiva di vincere oppure di trascendere il conflitto (Galtung, 1996); e ancora la costruzione collettiva dello scenario, la riflessione sui processi decisionali, sulla molteplicità di punti di vista, sull’intreccio tra fatti e valori.
I giochi di ruolo proposti dal nostro gruppo di ricerca sembrano avere molte delle caratteristiche utili a un’educazione alla sostenibilità, per la trasversalità dell’approccio e per la varietà di competenze che sono in grado di sollecitare (Colucci et al., 2005). Inoltre, nel coinvolgimento cognitivo, emotivo e relazionale offerto dalla simulazione si può anche arrivare a comprendere, assai più che in una lezione teorica, che nelle controversie ambientali può essere un esercizio senza significato cercare “che cosa la scienza davvero ci dice” (Sarewitz, 2004). Anche lo studioso più “oggettivo” e disinteressato ha una visione del mondo che è riconducibile a un sistema di valori piuttosto che ad un altro. E’ la prospettiva disciplinare stessa che, nel momento in cui viene assunta più o meno consapevolmente, trascina con sé valori e interessi propri che possono entrano in conflitto con le prospettive di altre discipline e di altri saperi. Il silenzio attivo
Esistono due forme essenziali di silenzio: il silenzio passivo e il silenzio attivo. Il silenzio passivo è imposto dall’esterno ed è frutto del condizionamento esercitato dalla parte forte all’interno di una relazione autoritaria. Il silenzio attivo è invece desiderato e sorge da un atteggiamento interiore.

La pratica del silenzio attivo, coltivata da alcuni membri del nostro gruppo di ricerca, è stata proposta in forma sperimentale in contesti educativi, nella prospettiva che esso possa diventare elemento significativo nell’educazione alla sostenibilità. Riteniamo infatti che il silenzio possa rivelarsi un mezzo abile nella maturazione di una consapevolezza ecologica sempre più profonda.
Ma come integrare l’equilibrio tra il silenzio e la parola nella ricerca e nella prassi educative? Da un lato la risposta viene dall’esperienza personale: nel contatto profondo e naturale con se stessi e con la natura che ci ospita si tende a connettere il cosmo esteriore con il cosmo interiore, coltivando insieme il sé ecologico e il sé psicologico. La ricomposizione delle parti di sé e l’integrazione di diversi sguardi disciplinari risponde alle prospettive della scienza della sostenibilità.
D’altra parte, anche la scienza accademica sta esplorando le proprietà della mente applicando l’approccio analitico delle neuroscienze alla pratica esperienziale delle antiche tradizioni spirituali: recenti indagini (Lutz, 2004) hanno evidenziato in meditanti esperti la capacità di sincronizzare l’attività nervosa cerebrale in modo significativamente superiore ai non esperti. Diventa quindi plausibile, e documentabile, l’ipotesi che la pratica del silenzio attivo operi una trasformazione profonda nella fisiologia e persino nell’anatomia della corteccia cerebrale, che può essere descritta nei termini di un aumento di consapevolezza, dell’empatia e della capacità di attenzione, di rimanere in contatto con la propria dimensione interiore e con il mondo esterno.
In generale, la pratica del silenzio può avere valore educativo perché nel contesto di specifiche situazioni scolastiche, può essere interpretato come la trasmissione di un insegnamento esperienziale, che coinvolge non solo la sfera cognitiva, per sviluppare attenzione, ascolto, contatto e osservazione delle emozioni, e come opportunità di tranquillità, di contatto “sensibile” con l’ambiente naturale.Osservazioni conclusive
La sempre maggiore consapevolezza dell’entità e della portata dell’impatto umano sui sistemi naturali e la conseguente urgenza di modificare sistemi di valori e stili di vita verso una relazione più sostenibile, si accompagna una riflessione critica non solo sui modelli economici di sviluppo, ma anche sulla natura e sulle applicazioni della tecnoscienza. Da più parti si sostiene l’opportunità di una profonda trasformazione della relazione tra scienza e società, in vista di una governance della scienza che veda partecipi e responsabili tutti i cittadini. Queste problematiche toccano tutti gli ambiti dell’educazione, e richiedono in particolare una revisione profonda dei processi di insegnamento-apprendimento delle scienze. Non si tratta semplicemente di approfondire o migliorare la qualità dell’insegnamento scientifico, come alcuni sostengono: occorre offrire ai giovani dei contesti educativi adeguati a sviluppare in essi la consapevolezza di essere parte della biosfera, interconnessi e interdipendenti con gli altri viventi, e aiutarli a costruire un visione del mondo e della relazioni tale da permettere di vivere in pace entro i limiti biofisici posti dai sistemi naturali.
Lo schema concettuale della scienza post-normale, che si è poi evoluta nella scienza della sostenibilità, offre numerosi elementi utili a elaborare percorsi educativi in grado di tener conto e di integrare in modo coerente aspetti epistemologici e metodologici, scelte di contenuti e modalità di valutazione, in uno scenario di educazione alla sostenibilità.
La nostra specie si è dimostrata capace di trasformazioni tanto straordinarie e imprevedibili quanto sono consentite dai gradi di libertà del pensiero. Abbiamo da poco cominciato a prendere coscienza dei meccanismi e dei vincoli di questo grande sistema organico che chiamiamo Gaia. L’intuizione mistica dei nostri antenati sta prendendo corpo e si trasforma in analisi scientifica senza che questo diminuisca l’impatto emotivo che, più o meno consapevolmente, ciascuno di noi ha con i cicli della vita. Questa presa di coscienza ci fa apparire oggi per quello che siamo: figli un po’ immaturi e un po’ incoscienti di Gaia. Siamo l’ultima specie di scimmie antropomorfe apparsa in ordine tempo e siamo l’unica specie che nel suo insieme sfrutta le risorse del pianeta senza riciclarle e che si appropria di quasi la meta del flusso energetico incorporato nella fotosintesi. Abbiamo bisogno di una conversione del nostro sistema economico perché diventi più equo e sostenibile. Abbiamo bisogno di maggiore consapevolezza e maturità per trasformare la nostra relazione con Gaia in una relazione armoniosa degna di figli a cui è stato fatto il dono del pensiero e della riflessione.
[Ricerca svolta con il contributo della Regione Piemonte, Assessorato Ambiente (Convenzione IRIS 2006/07) e con il contributo MURST – Università di Torino, Progetti locali 2006].

 

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