Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Il Movimento Nonviolento chiama a raccolta il ventiduesimo Congresso
Mao Valpiana
Con il XXII° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento, che si svolgerà
a Verona dall’ 1 al 4 novembre 2007, vogliamo in qualche modo concludere
quel confronto fra amici della nonviolenza che abbiamo iniziato con la nostra
Marcia Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre” del 2000
e proseguito con la camminata Assisi-Gubbio del 2003, il convegno eugubino sulla
difesa nonviolenta, la manifestazione del 2004 sul Ponte Europa per un'Europa
neutrale e disarmata, il Congresso del Movimento del 2004 su “Nonviolenza
è politica”, il convegno di Firenze del maggio 2006 su “Nonviolenza
e politica” e poi il seminario di ottobre 2006 su “La politica della
nonviolenza, alla prova della guerra”. Una lunga riflessione corale, fatta
di teoria e di azione.
Il Congresso di quest’anno ha un titolo lungo, ma che contiene tutte le
parole chiave sulle quali abbiamo lavorato nei sette anni che sono trascorsi
dalla Marcia nonviolenta del 2000: “La nonviolenza è politica per
il disarmo, ripudia la guerra e gli eserciti”. Il Congresso, nelle nostre
intenzioni, chiuderà un ciclo e ne aprirà un altro, che dovrà
lanciare iniziative e politiche che diano corpo all’elaborazione del pensiero
nonviolento.
Il Congresso è il momento principale e decisivo della vita del nostro
Movimento. E’ al Congresso che si decidono le linee guida dei prossimi
anni, e che ci si assumono le diverse responsabilità. Al Congresso sono
invitati tutti gli amici della nonviolenza, ma saranno gli iscritti a dare poi
corpo al Movimento stesso. Il Movimento Nonviolento è nelle mani delle
duecento persone che hanno sottoscritto la Carta programmatica e si sono fatte
centro propulsore. Come sarà e cosa farà il Movimento Nonviolento
nel 2008, lo decideranno i partecipanti iscritti al Congresso di Verona.
L’invito che facciamo fin d’ora è quello di predisporre la
propria partecipazione a tutte le fasi del lavoro congressuale, programmando
la presenza a Verona fin dalla sera precedente, che vedrà lo svolgimento
di un dibattito pubblico (in corso di definizione) di presentazione del Congresso
alla città. Il Congresso si terrà presso la Casa madre dei Comboniani,
e stiamo predisponendo l’ospitalità dei congressisti presso il
vicino Ostello della Gioventù. Nei prossimi numeri tutte le informazioni
più dettagliate.
L’appuntamento è a Verona, nei primi quattro giorni di novembre.
XX° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento
Programma di massima definito dal Comitato di Coordinamento
1 NOVEMBRE, giovedì
Mattina, ore 10,30
Apertura del Segretario e relazione introduttiva
Pomeriggio
Comunicazioni sulla rivista Azione nonviolenta, sul centri studi, sui gruppi
locali…
Dibattito in assemblea plenaria.
2 NOVEMBRE, venerdì
Mattina
lavoro in 3 commissioni
I Corpi Civili di Pace
Il Servizio Civile Volontario
L’Educazione alla nonviolenza
Pomeriggio
lavoro in 3 commissioni
Economia, Ecologia, Energia
Risposte di movimento alla crisi della politica
Resistenza nonviolenta contro il potere mafioso
3 NOVEMBRE, sabato
Mattina
Riferiscono le prime 3 commissioni e poi dibattito
Riferiscono le altre 3 commissioni e poi dibattito
Spazio per presentare le mozioni.
Pomeriggio
Dibattito sulle mozioni
Votazioni
Rinnovo delle cariche
4 NOVEMBRE, domenica
Mattina
“Non festa, ma lutto”, iniziativa nonviolenta:
camminata attraverso luoghi simbolici della città
Il respiro ampio della politica per un’economia al servizio dell’uomo
Eros Tommasi
Per consuetudine il respiro della politica deve essere ampio, ma da tempo mi
appare asfittico.
Occorre pensare a uno spazio creativo, una finestra culturale, che lavori su
modelli ideali, lontano dalla logica di potere e di convenienza elettorale,
libero di muoversi fuori dalle esigenze di partito, per costruire dei progetti
che ricerchino il benessere della collettività.
In premessa intendo fare una osservazione riguardante il rito dell’alternanza
di governo, che rischia di trasformarsi in democrazia apparente se non si riescono
a sviluppare contenuti veramente alternativi fra gli schieramenti. Anche in
politica si guarda al sistema americano come ad un modello da imitare, ma personalmente
lo trovo stucchevole. Probabilmente sarò miope, ma dopo anni di alternanza
fra “Repubblicani” e “Democratici” non riesco a vedere
cosa cambi nella sostanza se governano gli uni o gli altri. Ovviamente c’è
una miriade di provvedimenti marginali che servono a distinguersi, ma nell’insieme
non cambia nulla. Questo perché non viene mai messo in discussione il
“sistema”, che è funzionale al potere, sia economico che
politico.
Le oligarchie del potere trovano la loro legittimazione attraverso le elezioni,
che mantengono viva l’illusione della libertà e della democrazia,
mentre il cittadino non ha concrete possibilità di incidere sulle scelte
che gli vengono preconfezionate, quindi si accontenta di delegare, schierandosi
con una parte o con l’altra più per motivi affettivi che razionali,
oppure prende coscienza del gioco delle parti e si disinteressa alla politica,
tanto è vero che parte dell’astensionismo elettorale è paradossalmente
determinato da persone che hanno forse maggiore coscienza civica di tanti elettori
rituali. Se prendiamo atto di questi fatti, non ritengo si possa importare in
Italia questo sistema in modo acritico. Il problema comunque non risiede tanto
nel modello di governo quanto nei contenuti e nell’azione di governo.
Il modello economico capitalista – liberista, uscito vittorioso dopo la
fine della “guerra fredda”, ha ingabbiato il mondo politico, che
di fronte al trionfo del “sistema” non ha saputo replicare e ha
rinunciato a gran parte delle proprie prerogative in campo economico. Pensiamo
a tutti i provvedimenti internazionali che limitano la sovranità nazionale
a vantaggio del libero mercato. Abbiamo assistito inermi ad una politica di
“spolicitizzazione” che dietro pretesto di libertà, ha attuato
una deregolamentazione selvaggia e attribuito ai determinismi economici un potere
assoluto. La politica è stata costretta a muoversi entro limiti amministrativi,
ma se si tratta solo di amministrare forse un “tecnico” può
farlo meglio di un “politico” e può capitare che un uomo
di “destra” lo possa fare meglio di uno di “sinistra”.
A questo punto non si capisce più nulla e le differenze si appiattiscono
nel “pensiero unico”.
Il sistema economico dominante è funzionale al mantenimento delle oligarchie
di potere e non tiene conto dell’economia reale e delle sue grandi potenzialità.
Attraverso una assurda politica monetarista provoca, con il pretesto dell’inflazione,
una riduzione del potere d’acquisto delle masse, che genera ogni sorta
di povertà, che nel nostro mondo si chiamano “nuove”, anche
se sono piuttosto vecchie, mentre nel terzo mondo sono antiche e si chiamano
“fame”. Si calcolano centomila morti di fame al giorno, in un pianeta
le cui risorse alimentari potrebbero sostenere il doppio dell’attuale
popolazione.
Questo “sistema” riesce a crearsi dei problemi di sovrapproduzione
con conseguente stagnazione economica (prodotti invenduti, sussidi per ridurre
la produzione ecc.), a fronte di tanti bisogni insoddisfatti. Una tale incongruità,
sotto gli occhi di tutti, dovrebbe far scuotere il buon senso comune della gente
e condurre ad una riflessione su cosa diavolo stiamo combinando, invece non
accade nulla, le menti sono obnubilate dai falsi dogmi inculcati dal potere.
Un altro paradosso che possiamo osservare, fra i tanti, deriva dallo sviluppo
della tecnologia, la quale aumenta la capacità di produrre ricchezze
diminuendo il lavoro per l’uomo.
Questo fatto anziché migliorare le condizioni di vita per tutti, determina
disoccupazione fra i lavoratori e accumulo di capitale nelle mani di pochi (oligarchia
di potere). E’ noto infatti che i duecento più grandi capitalisti
del mondo gestiscono un reddito circa pari a quello del 50% della popolazione
mondiale, residente nelle regioni più povere.
Abbiamo lavoratori disoccupati, materie prime (ancora per un po’) e capacità
tecniche per realizzare grandi progetti, ma facciamo mancare le risorse per
realizzarle. Si preferisce pagare sussidi di disoccupazione piuttosto che dare
onesto lavoro alla gente per risolvere i tanti problemi che ci circondano. Siamo
costretti in un mondo di penuria e di grandi disparità sociali, allorché
per la prima volta nella storia dell’umanità, avremmo le potenzialità
per trasformare il Pianeta in un paradiso terrestre. Nella realtà occidentale
non manca la capacità di produrre una marea di beni tale da sommergere
e forse anche soffocare il mondo intero. Mi sembra evidente, il problema è
dare lavoro e reddito adeguato alla gente. Mi chiedo, dobbiamo insegnarlo noi
agli economisti liberali che per far funzionare una economia di mercato occorrono
consumatori in grado di consumare ?
Invece, se le cose vanno un poco meglio, la produzione e i consumi aumentano
e la disoccupazione diminuisce, i mercati finanziari sono colti dal panico,
perché questi indici sono premonitori di una possibile ripresa dell’inflazione
e del rialzo dei tassi di interesse, quindi la borsa va in flessione, frenando
rapidamente la ripresa economica.
E’ inutile fare politiche di sostegno alla produzione, come propone la
destra, quando il potere di acquisto delle masse è soffocato ed è
la causa principale della recessione. Per uscire dalla crisi permanente della
nostra economia, occorre un forte impegno pubblico, capace di sostituirsi alla
insufficiente domanda privata, e una politica monetaria meno restrittiva, che
in Europa significa anche rivedere i criteri previsti dal Trattato di Maastricht.
Tutto questo però non basta, il modello economico liberale va corretto
e governato, altrimenti porterà alla distruzione ecologica del Pianeta.
Il “sistema” è basato sul mito dello sviluppo espansivo e
illimitato, funziona bene solo quando c’è crescita, non prevede
che ci siano dei “limiti dello sviluppo”. E’ chiaro il richiamo
al documento, di oltre trenta anni fa, del Club di Roma, di quel grande personaggio
che è stato Aurelio Peccei. La prognosi del documento era evidentemente
sbagliata, per nostra fortuna, ma la diagnosi era a mio avviso corretta ed è
ancora attuale.
Oggi si parla molto di sviluppo sostenibile. Il concetto è giusto, ma
c’è poca chiarezza su come realizzarlo. Per lo più si pensa
ad un modello di vita morigerato e accompagnato da un’equa distribuzione
delle risorse. L’idea sul piano etico è molto bella, ma non si
attaglia alle regole dell’economia di mercato. Se anche si riuscisse a
far abbandonare i propri privilegi al mondo occidentale, cosa di cui dubito
fortemente, il risultato sarebbe verosimilmente una forte recessione economica,
senza concreti vantaggi per i lavoratori e per i poveri diseredati del mondo.
Il cambiamento dello stile di vita deve essere accompagnato dalla realizzazione
di una economia al servizio dell’uomo, che abbandoni la ricerca di una
affannosa crescita quantitativa, governata dalla sola logica del profitto, per
costruire uno sviluppo qualitativo, che abbia al centro dei propri interessi
la condizione di vita dell’uomo sul Pianeta. In questo ambito veramente
la crescita può considerarsi illimitata e può interessare tutti
i settori dell’economia, ma prioritariamente deve a mio avviso dedicarsi
alla eliminazione della condizione di povertà e alla salvaguardia del
patrimonio ambientale e culturale. Attraverso la ridistribuzione del lavoro
e il supporto della tecnologia, è anche auspicabile che l’uomo
possa affrancarsi da un lavoro alienante e riesca a trovare più tempo
per godersi la vita e per crescere spiritualmente, assecondando il proprio destino
evolutivo.
Per ottenere tutto ciò la politica deve recuperare capacità di
progettazione e di governo economico, non possiamo lasciarci guidare dalla acefala
“stateless global governance” proposta dai signori dei mercati mondiali.
Bisogna reagire a questo potere occulto e trovare strategie per ridare respiro
alla politica.
Idee sparse di una volontaria che osserva e pensa mentre svolge il suo servizio
annuale
Diana Napoli
Un paio di decadi fa, i volontari avevano un grosso vantaggio: quello di trovare
una questione, un fatto (che nella fattispecie era la lotta per il riconoscimento
dell'obiezione di coscienza) che sostanziavano la nonviolenza. La scelta antimilitarista
radicale era specifica del movimento nonviolento (i radicali ci passiamo su
e facciamo finta che non siano esistiti, se non altro per non tirarci i capelli
per quel che fanno ora) e l'obiettivo del servizio civile dava una forma specifica
all'obiezione di coscienza, la coscienza che diceva no e che sapeva quale fosse,
nell'immediato, l'oggetto del suo riferimento: poi si poteva trovare l'accordo
su tale o tal'altra faccenda, con questo o con quell'interlocutore, ma il nucleo
della nonviolenza, o così io almeno immagino, doveva sembrar rotolare
per la storia chiaro ed evidente come una massima cartesiana e si doveva solo
affermarlo.
Aggirandomi da qualche mese per i corridoi nonviolenti, la direzione di tutto
questo vorticoso nonviolento fare e disfare, lo confesso, mi sfugge. Ragioni
di contatto col mondo (e anche di "lotta", mi si passi il termine),
per carità, se ne possono trovare a iosa: e perché c'è
Vicenza, e perché la guerra e le armi, e l'acqua da ripubblicizzare,
Exa da contestare, Don Milani da commemorare. Ma quello che a me, volontaria
per un anno, sfugge è il nucleo, lo "spirito". Sarà
che non ho mai assistito ad un congresso; sarà che l'idea di rimettere
insieme i frammenti dell'esperienza mi richiama solo tragicità: ma la
direzione, il senso, la giustizia, non mi si rivelano. Poi si può certosinamente
risistemare l'archivio; rietichettare i libri, salterellare per gli uffici provinciali
per via della biblioteca. Ma se la nonviolenza è solo questo, è
solo forma vuota. Se è solo un principio generale, che al massimo serve
ad andare a braccetto con i centri sociali a Vicenza e che tenta da una parte
o dall'altra di trovare la situazione per inserirsi, serve a poco e allora sì
che la forza si perde. Allora sì che la coscienza non ha più ragione
né di obiettare, né di intenzionare il mondo. Dove sta l'apertura
di possibilità (se le possibilità si inseguono solo)?
Enumerare i mali del mondo è attività che riesce quasi a tutti;
quello che forse riesce meno è spiegarne il perché. Naturalmente
non sono così presuntuosa da attribuirmi capacità di esplicazione
inaudite, per cui quello su cui vorrei soffermarmi è il modo in cui il
movimento nonviolento (ho anche sentito dire da qualcuno che oramai anche Rifondazione
è nonviolenta per cui capirete che a volte userò l'etichetta "nonviolenza"
non filologicamente, ma in senso molto ampio, relativa a tutti coloro che rifiutano
la violenza in tutte le sue forme e in qualunque situazione) comunica all'esterno
la propria ragion d'essere, poiché servizio civile o meno, è dall'esterno
che io (in quanto nuova arrivata, foss'anche solo per un anno) ho la possibilità
di guardare.
Ovviamente dividere il mondo Nord/Sud come un tempo si faceva Est/Ovest, oppure
Occidente/Islam come pure qualcuno oggi fa, non è una spiegazione. E'
un modello interpretativo che rende conto di questo o quell'altro fatto, ma
non va mai al nocciolo del problema.
Io credo (come la maggior parte di coloro che conosco) che questo famigerato
nocciolo sia la crisi della democrazia. Siccome la democrazia (con tutto l'arsenale
di forme che porta con sé, dai diritti ad alcuni tipici meccanismi rappresentativi)
non è né un'ideologia, né un semplice sistema istituzionale,
ma è "un'umanità", un processo storico e evoluzione
filosofica a un tempo, si tratta chiaramente della crisi della democrazia occidentale.
E' qui che risiede l'origine di tutti i mali.
Di fronte a questa tanto indicata crisi della democrazia, la soluzione più
in voga è quella di proporre una "democrazia partecipata",
come se il problema fosse solo quello di istituzionalizzare dei meccanismi più
o meno diffusi (dal grande sol dell'avvenir di Porto Alegre) di massiccia partecipazione
"dal basso", meccanismi per altro in genere, se non in rari casi,
fallimentari e che a ben vedere sono il contrario, dal punto di vista dello
"spirito", dell'idea di democrazia. Infatti, tutte le esperienze di
democrazia partecipata almeno qui in Italia sono relative a decisioni su questioni
locali, per cui il territorio si mobilita (di solito mai in modo propositivo,
ma oppositivo) in virtù di, ad esempio, la Tav, la base, l'inceneritore.
Significa che, a parte qualche minoranza sparuta (e a parte il caso di Vicenza
che ha coinvolto un gran numero di persone sulle parole d'ordine: abbasso l'imperialismo
americano), se non si è direttamente coinvolti nella questione non ci
si impegna. Se la Tav la fanno in val di Susa e passerà a Brescia vicino
casa mia, allora scendo in piazza. Altrimenti no. Hannah Arendt scriveva che
un processo del genere è la fine della politica perché non è
altro che la gestione pubblica di affari privati, di interessi privati. La politica,
e se è democrazia, dovrebbe (stiamo sempre parlando teoricamente) essere
lo spazio pubblico in cui ognuno è libero da interessi privati: per questo
le riflessioni di questa filosofa sulla democrazia ateniese sono così
suggestive, poiché indicano la politica come uno spazio non di cure "domestiche",
ma in cui la libertà di ciascuno, non soggetta alle questioni private
(che inevitabilmente vizierebbero, egoisticamente, le nostre decisioni), possa
manifestarsi. Ed essendo la libertà l'essenza dell'uomo e della sua capacità
di agire, la politica è lo spazio che accoglie la caratteristica umana
per eccellenza: l'imprevedibiltà, la novità, il nuovo inizio che
ogni uomo, solo per il fatto di essere nato, rappresenta. A me Hannah Arendt
piace molto, poiché leggendola io mi riconcilio con me stessa (e col
mondo, ovviamente): anche se siamo "finiti" e se la nostra vita singola
non trascenderà la nostra esistenza biologica, siamo nati non per morire,
ma per ricominciare, dato che ogni nuova nascita è un nuovo inizio, una
novità assoluta, a ognuno di noi di prenderla in carica (ciascuno per
sé).
Non voglio con questo sottovalutare le grandi lotte, le mobilitazioni, e la
Tav e Vicenza e chi più ne ha più ne metta, così come tutte
le sacrosante opere di sensibilizzazione locali (a Brescia, per dirne una, quella
condotta da EXPA contro la fiera delle armi), ma credo che insistere come panacea
di tutti i mali col "coinvolgimento" del territorio, sia ozioso: la
gente quando viene "toccata", si muove sua sponte.
Eppur la riflessione pare essersi fermata alla nuova parola d'ordine "coinvolgimento
del territorio", i "territori", la "partecipazione",
con una grottesca sovrapposizione di esperienze geografiche storiche. Guardando
dall'esterno, la sensazione che ho è una vulgata del "movimento",
con i suoi Maîtres à penser, le sue parole d'ordine e una mancanza
assoluta di riflessione e di elaborazione. Il che significa, di dialogo col
mondo e con tutti coloro che per le tematiche che ci interessano hanno pure
prodotto risultati eccellenti. Io sinceramente prima di iniziare il sc non sapevo
cosa fosse la nonviolenza (semantica a parte), ma credo anche che ora potrei
darne una definizione solo mia, non condivisa, poiché nessuno tra i "padri"
del movimento in Italia sembra curarsi di trasmetterne l'eredità, il
patrimonio morale, spirituale (e non solo la lotta per questo o per quello).
Forse che si è smesso di pensare? Si crede effettivamente che la nonviolenza
sia solo una battaglia circostanziata per la questione del momento, o una generale
aspirazione alla pace nel modo, o peggio ancora una tecnica per non venire alle
mani se si litiga? Io mi rifiuto di credere che sia ciò: io ci vedo una
direzione, un sentimento (etimologico), un progetto preciso, perché altrimenti
il risultato è la vulgata giornalistica per cui basta fare la marcia
per la pace (che quest'anno, peraltro, proprio per sfotterci, si chiama marcia
per i diritti) e si è nonviolenti; Rifondazione comunista è nonviolenta,
e ci si mette la spilla e si fa la nonviolenza. Ma affinché ci sia il
"progetto", il senso, occorre pensare: non basta fare.
Rimanendo nell'ambito del pensiero (e però restringendo il campo al movimento
nonviolento vero e proprio) è sconcertante la povertà di autori
che ho trovato. Viva Aldo Capitini, viva il grande maestro. Non è mia
intenzione discutere il rigore morale di questo filosofo, né il suo contributo
all'apertura di orizzonti intellettuali che il suo pensiero ha consentito dalla
fine degli anni Trenta del secolo scorso. Però la gratitudine è
una cosa, il rispetto pure, il riconoscimento dei meriti imprescindibili anche,
la venerazione idolatrica no.
Io credo che un pensiero, per essere veramente fecondo, debba avere la capacità
di "parlare" anche oltre la propria epoca. Se rimane chiuso in un
percorso di storia delle idee serve a poco, anzi a niente. E il passato, in
generale, serve solo quando, senza anacronismi, può indicare una direzione
per il futuro. Se quello che ci viene consegnato è un'eredità
senza testamento, a noi (cioè a quelli che ad esempio hanno 27 anni)
serve a poco. Ora, ovunque io sia andata (formazione, comitati, semplici pour
parler), ho sentito i panegirici del concetto capitiniano di "apertura
all'altro". Certo, non solo ha parlato dell'altro ma ha anche inventato
i COS, pensiero e azione, ma perché però non dialogare con altro
che la cultura filosofica ha prodotto? Perché scrivere e pensare solo
sul maestro? Chi viene dopo (me, ad esempio), legge quel che ha scritto, non
può vedere quel che ha fatto e la lettura sarà un dialogo tra
sordi.
Il vittimismo che prolunga l’escalation della violenza in Israele come
in Palestina
Jerome Liss *
David Grossman ha sofferto una tragedia. Il proprio figlio, soldato per l’esercito
Israeliano, è stato ucciso in Libano. Anche prima di questo momento,
Grossman era conosciuto come uno degli scrittori più “liberali”
in Israele. Dopo questa tragedia, il suo nome è stato ancor più
associato con la visione della pace, la voglia di dare una svolta agli avvenimenti
e fermare una violenza che è stato l’incubo di Israele dai sessant’anni
della sua esistenza.
All’interno di Repubblica di venerdì 2 marzo, 2007, è stato
pubblicato proprio un articolo di Grossman, dal titolo “Israele, La Shoah
e il Futuro, Ritratto di un Paese Difficile.” Come altri lettori, ho pensato:
“Ecco una nuova luce, una prospettiva illuminata, sfortunatamente, della
tragedia personale, comunque sia una voce che può aiutare la marcia verso
la pace”. Invece, leggendo l’articolo, mi sono ritrovato a concludere:
“Nient’affatto. Il problema continua!”. Il modo di pensare
di David Grossman può favorire il prolungamento della violenza. Il suo
messaggio non dice che la violenza deve essere fermata ma solamente che gli
Ebrei hanno sofferto delle percezioni negative dagli altri e da se stessi.
Ecco come Grossman ha infatti analizzato la situazione. In primis lo scrittore
ha presentato lo stato di “ansietà esistenziale degli Israeliani”.
“Da cinquantanove anni della nascita dello Stato di Israele… la
terra continua a muoversi sotto i nostri piedi. La nostra esistenza non ci è
garantita… Lo Stato di Israele non è un luogo dove possano stare
al sicuro. Al contrario, spesso vediamo che gli ebrei sono il bersaglio di una
violenza incessante, e la nostra esistenza qui è in gioco.”
Questo è un linguaggio intrinseco di vittimismo: “poveri noi”,
“come soffriamo noi!”. E’ il linguaggio che troveremo in ogni
episodio nella storia di escalation militare, di violenza crescente. “Siamo
il bersaglio della violenza!” in altri termini vuol dire: “Non abbiamo
fatto niente! E’ colpa loro!”
Uno studio in psicologia ha evidenziato lo stesso fenomeno. Lo studio ha avuto
come oggetto diversi fratelli, di età compresa fra 10 e 12 anni. In una
situazione di gioco libero, i ricercatori hanno osservato in quale momento tra
di loro cominciavano i litigi. Proprio durante la lite, il ricercatore entra
dentro la situazione e domanda, ad ogni fratello: “Perché state
litigando?” Risposta inevitabile di ogni fratello: “Colpa sua! Non
ho fatto niente!” Nel colloquio, un fratello dice, “Mi ha spinto!”
L’altro, “Non è vero! Lui ha preso il mio capello!”
Il. primo: “Non è vero. Mi ha dato lui il capello!” Il secondo:
“L’ha buttato a terra!” “Perché hai colpito il
mio castello!?” L’altro: “Era già rovinato!”
Di risposta: “Non è vero!”
Un dialogo tra sordi, ma molto frequente. E che cosa succede quando i leader
delle nazioni e delle religioni parlano come fratelli di 12 anni? Si scatena
la guerra! George Bush: “Noi li elimineremo! Noi li cacceremo! Sono fanatici
che vogliono distruggere la democrazia!” Bin Laden: “Sono pagani,
infedeli! Sputano sul Corano! Allah ci darà il coraggio di difendere
il nostro onore!” Al livello della logica umana, George Bush e Osama Bin
Laden sono “fratelli epistemologici”. Entrambi fanno ragionamenti
come in un gioco di specchi – del tipo “Colpa loro! Sono innocente!”
– che caratterizzano situazioni di violenza ed escalation.
Così David Grossman, nel trasmettere l’insicurezza degli Israeliani,
l’incertezza, la paura, la precarietà, sottende un implicito “Non
è colpa nostra!”. Non c’è riferimento ai disaggi e
sofferenze dei Palestinesi. Non una riga sull’invasione territoriale dei
coloni, l’uccisone dei Palestinesi con carri armati ed elicotteri, il
rinvio dei Palestinesi, il rifiuto di permettere la riunione delle famiglie
arabe, l’umiliazione costante degli arabi alle frontiere, ecc. Solo un
grido difensivo: “Siamo il bersaglio!”, ed ecco che l’analisi
di un’interazione spinta di una escalation mutua è evitata.
Ma è interessante anche approfondire come Grossman spieghi questa precarietà,
paura ed insicurezza, che gli Israeliani vivono ogni giorno: “Per me,
la mancanza di fiducia esistenziale è uno dei sintomi tipici della condizione
ebraica, da generazioni e forse da millenni”. E’ quindi un’eredità
del passato. L’incertezza non sembrerebbe provocata dal presente: “La
tragedia della sua esistenza negli ultimi duemila anni. L’anomalia di
un popolo che vive presso altri popoli, il più delle volte ostili e sospettosi!”
Vittime dell’ostilità degli altri quindi. “Non ho fatto niente,
Io!”: dice il fratello, dodicenne. Ed ecco come Grossman scrive.
Possiamo riflettere: “Cosa avrà voluto dire Grossman? Quale messaggio
oggi può servire veramente alla pace?” Evidentemente, un messaggio
adulto che riconosca le responsabilità di ambo le parti: “Noi abbiamo
contributo a questa tragedia, questa violenza quotidiana. Ciò che vogliamo
è arrestare la violenza che uccide persone da entrambi i lati.”
E più precisamente?
Un articolo apparso su Repubblica di B. Zbrzenski, teorico politico degli Stati
Uniti, ha dato un orientamento importante. Ha detto con rammarico che gli Stati
Uniti non hanno preso una posizione efficace per raggiungere la pace dopo l’ll
Settembre 2001. Ciò che ha deluso è che gli Stati Uniti non abbiano
aiutato “i moderati” all’interno del mondo arabo. L’analisi
di Zbrzenski può stimolare i pensieri di chi è rimasto intrappolato
nella violenza di mutua escalation: Chi ha provocato questa violenza? Chi continua
a favorire la violenza? Risposta: Gli estremisti di qualsiasi lato. Gli estremisti
intorno a Bin Laden, gli estremisti vicini a George Bush (Cheney, Rumsfield,
Wolfowitz) spargono semi di violenza e ne coltivano il raccolto. Il gruppo di
estremisti di Bin Laden coltivano il raccolto dell’onore, del potere e
del martirio. Allo stesso modo gli estremisti degli USA raccolgono ugualmente
di un salto di prestigio e di potere. Inoltre, l’investimento nel petrolio
e l’avanzata dell’industria degli armamenti aggiungono ulteriori
guadagni. E’ inevitabile che un gruppo provi a trarre profitto da una
situazione catastrofica. Il dilemma è che interi popoli – Americano,
Islamico – seguono questa pazzia.
L’analisi di Brzezinski – secondo cui ogni parte di un conflitto
contiene estremisti che cercano la violenza e che godono di questa mutua escalation
– trova altri sostenitori nella storia. Un libro informativo – Il
Crollo della Democrazia in Europa – esamina gli anni 1920 e 1930 in Europa.
In questo periodo paese dopo paese ha visto crollare la propria democrazia:
Germania, Italia, Finlandia, Spagna, ecc. In ogni caso, gli avvenimenti sono
stati sempre gli stessi: scontri tra gli estremisti dell’ala sinistra
e gli estremisti dell’ala destra! Il risultato? Violenza nella strada.
Stragi. Innocenti uccisi. Una spirale di scontri, fino a che da un lato venga
fuori un leader (in questi casi, di destra) che salvi la situazione. La sicurezza
è ritrovata. Il prezzo? La democrazia. Ma fra vita e libertà,
la scelta fatta da un popolo, è quasi sempre la vita.
Ritorniamo a David Grossman. La sua analisi non frena la bellicosità
dell’ala violenta e estremista degli Israeliani. Non un riferimento alla
controparte nel mondo arabo. L’accento è tutto su “l’intensità
dell’ansia esistenziale, il peso della memoria storica, la profondità
di questo danno, della cicatrice che la storia ha inciso su di noi.” Ecco
una parola empatica per la sofferenza. L’appello di Grossman al suo popolo
è diretto a “liberarci da quella metafora distruttiva che altre
nazioni hanno proiettato su di noi vedendo in noi gli eterni stranieri, in perenne
nomadismo tra altri popoli.” Quindi gli Israeliani soffrono solamente
di una percezione sbagliata del passato, un’auto-valutazione negativa
causata da anni di esclusione, dall’essere un bersaglio delle “proiezioni”
di altre nazioni. La logica della sua analisi dice, “Cambiamo la nostra
auto-percezione negativa, condizionata da duemila anni di esclusione, e loro
dovranno cambiare la loro proiezione”. Credo che i militari e i coloni
non sentiranno un disagio da questo messaggio di Grossman.
Per concludere, possiamo riferirci a Noam Chomsky. La sua analisi in Egemonia
o Sopravvivenza si basa su una logica etica: “Le cose che vogliamo fare
devono essere permesse agli altri. Le cose che non vogliamo che gli altri facciano,
neanche noi dobbiamo farle a loro.” E’ proprio necessaria una mente
brillante – come gli scienziati, Noam Chomsky, Richard Feynman, Carl Sagan
ed altri -- per comprendere il loro messaggio che gli altri esistono, e che
possono godere degli stessi nostri diritti?
Nei luoghi della memoria: il silenzio non parla ma grida!
Alberto Trevisan
“Questo è un luogo dove il silenzio vale più di mille parole”:
è la frase semplice, agghiacciante, forse scritta da una mano tremolante
di uno scampato dal lager di Mauthausen che ho letto incisa su una parete a
fianco del forno crematorio. Per me è stato il momento più alto
ma anche più drammatico di un viaggio della memoria che, partendo dal
Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto di Padova, ci ha portato a Dachau,
Gusen e Mauthausen. Avevo deciso di affrontare questo viaggio della memoria
perché al termine di una riflessione sul senso del silenzio in una società
sempre più frenetica e gridata, volevo cogliere “ il silenzio che
parla” nei luoghi della barbarie dell’olocausto, ricordando anche
Alex Langer che ci ha chiesto di essere più dolci, più lenti e
più profondi. Ero assieme ad un gruppo di persone che fanno parte di
un Centro studi intitolato a Ezechiele Ramin , un giovane martire padovano da
me conosciuto, ucciso dai latifondisti brasiliani perché a fianco dei
contadini: un giovane prete gesuita che aveva capito subito da quale parte stare.
Nell’iniziare questo viaggio avevo presente il libro Hanna Arendt e la
sua celebre frase “La banalità del male” che scrisse dopo
aver seguito il processo a Gerusalemme contro Adolf Eichmann accusato di crimini
contro il popolo ebreo e tutta l’umanità. Ma proprio a Padova c’è
stato un “giusto”, il padovano Giorgio Perlasca, che, pur schierato
con il fascismo, seppe opporre alla “banalità del male” la
“banalità del bene” salvando migliaia di ebrei ungheresi.
Furono alcune donne da lui salvate che, dopo molti anni, lo ritrovarono e lui
della sua “banalità del bene” non ne aveva parlato quasi
con nessuno. Ora il suo albero cresce rigoglioso nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme.
Ma in questo viaggio c’era una guida preziosa e molto importante: é
Luigi Bozzato, cittadino di Pontelongo, un piccolo comune in provincia di Padova,
scampato, anzi miracolato, proprio a Mauthausen , la cui ragione di vita rimane
quella di accompagnare in questi viaggi della memoria quanti vogliano vedere
di persona ciò che è potuto succedere nella culla dell’occidente
europeo. I suoi 85 anni non gli pesano per niente tanto è l’impegno
di raccontare come lui, già nudo e pronto ad essere messo nel forno crematorio,
si trovò ancora in vita sopra un cumulo di cadaveri e vestendo la divisa
di un compagno già morto, riuscì a scampare ad una sorte già
segnata. Lo spazio non mi consente di raccontare a fondo né il diario
di viaggio né la vita di questo testimone ma il libro di Umberto Marinello,
“Il lager dentro”, può permettere, a chi lo voglia, di conoscere
e riflettere ciò che Luigi Bozzato ha vissuto nei lunghi anni trascorsi
tra un lager all’altro. In tutti questi viaggi Luigi veste la sua divisa
di internato con tanto di numero di matricola e senza proferire parola cammina
per i campi e molti sono i giovani e le persone che lo avvicinano dandogli così
la possibilità di raccontare che per lui e’ un modo di liberarsi
del nodo di angoscia che da anni opprime il suo animo. Un viaggio che si presentava
già alla partenza denso di emozioni e dove il silenzio avrebbe avuto
una parte importante proprio nei luoghi dove il silenzio sembra naturalmente
voler “ gridare” quasi squarciare il velo di vergogna che impedisce
ancora oggi un dibattito vero su ciò che c’è stato e riempire
di verità il grande buco nero che ha caratterizzato la storia del novecento
europeo. A pensarci bene avanza sempre di più il pericolo di un revisionismo
storico che, iniziato con gli scritti del tedesco Nolte, sembra fare ancor oggi
più proseliti che critici. In questo viaggio avevo anche un impegno:
dovevo proprio a Mauthausen trovare una targa deposta in ricordo degli obiettori
di coscienza, oltre ad un’altra targa che un amico di famiglia, vicesindaco
di Padova,. aveva portato con incise delle parole significative. Ho controllato
minuziosamente tutte le varie incisioni e, non trovando le targhe che cercavo,
la mia attenzione si è fermata sulla fotografia di un avvocato veronese,
certo Gracco Spaziani, torturato dai fascisti prima a Verona, dopo nel lager
di Bolzano e infine trasportato a Mauthausen dove morì. Me ne aveva parlato
anni fa un carissimo amico della nonviolenza, suo nipote, rompendo il riserbo
di una storia intima e così mi è parso importante stringere attorno
a questa fotografia la bandiera del nostro Movimento Nonviolento con impressa
la parola “Nonviolenza” e con raffigurato il fucile spezzato cercando
di fissarla in maniera che il vento e il freddo gelido di quel luogo non la
portasse via e soprattutto con l’idea che il nipote che, sicuramente,
tornerà a ricordare il nonno, potesse trovare questo segno importante
e sicuramente più duraturo di un mazzo di fiori. Cominciava all’imbrunire
il viaggio di ritorno dopo aver visitato i luoghi, aver sostato davanti ai forni
crematori, percorso con fatica e in silenzio la “scala della morte“
del campo di Mauthausen che gli internati dovevano salire con una pietra di
30 chili sulle spalle e che se non ce la facevano a proseguire, cadevano a terra
trascinando a morte i loro compagni. La tristezza aveva ormai da qualche ora
avvolto ognuno di noi ma una semplice proposta di fare alcune brevi e spontanee
riflessioni su quanto avevamo vissuto in due giorni ci ha permesso di capire
come ogni persona era partita con un sottile filo che lo attorcigliava e che
lo aveva spinto in questo viaggio della memoria per non dimenticare le “storie“
personali, i ricordi, i vissuti, il dolore di aver perso persone care che da
questi luoghi di barbarie non erano più tornati o se ritornati, per anni
hanno tenuto dentro di sé l’angoscia senza raccontare ad altri
per non aggiungere dolore a dolore, per non far pesare ai propri cari il dolore
che non li ha mai abbandonati come quello di Primo Levi. Mi é parso che
ognuno di noi ha voluto donare agli altri il suo vissuto cioè il motivo
per cui aveva scelto di visitare questi luoghi. Tutte le testimonianze che ci
siamo scambiati in pullman nella strada del ritorno, sono state di grande intensità
emotiva. Luisa e Rosalba, hanno raccontato, in sintesi la loro storia di figlie
specificando che “non siamo né parenti né amiche, siamo
qualcosa di più” aggiungendo poi che i loro padri si ritrovarono
fratelli per sempre per aver condiviso la sofferenza, la fame, la fatica dei
campi di concentramento ma anche la fiducia nel futuro per la famiglia. Quasi
allo stesso modo Anna e la sorella, hanno ricordato il padre, carabiniere caduto
prigioniero in Africa e poi deportato sino a Bassora in Iraq, il quale una volta
ritornato a casa preferì il “silenzio che parla” portando
avanti gli impegni di ogni giorno, accudendo i nipoti e coltivando i suoi amati
campi. E ancora il racconto delle amiche Romana e Anna che parlano della “rabbia”
vissuta per essere state private dell’affetto dei loro papà per
anni e che una volta ritornati loro, invece di serbare rancore, hanno ripreso
a vivere con coraggio e si sono dedicati con grande amore alle loro famiglie,
al loro lavoro più entusiasti di prima. E da ultima la testimonianza
più toccante di una ragazzina che con voce flebile, ingenua ma decisa
ci saluta dicendo: “sono venuta a vedere e ho capito che ciò che
ho visto non è una brutta favola ma è una cosa vera!”. Il
viaggio era finito. Il Tempio dell’Internato Ignoto ancora una volta accoglieva
il ritorno di viaggiatori, stanchi, con gli occhi un po’ lucidi ma certi
di non aver viaggiato invano rompendo così il silenzio dell’oblio
per “ricordare, imparare, non odiare” come è inciso sulle
vetrate del Tempio, accanto al quale sta per nascere un nuovo Giardino dei Giusti
dopo Gerusalemme ed Erevan in Armenia. Certamente i viaggi ripartiranno con
altre persone: Luigi Bozzato li guiderà ancora una volta confermando
che spesso è “il silenzio che parla” e che quello che la
bambina ci ha detto vale più di un saggio storico che voglia mettere
in discussione quello che e’ accaduto nei campi di sterminio.
ANTIGONE,
il contrasto fra la coscienza e la legge
di Anselmo Palini
Antigone a Creonte:
“Non potevo pensare che i tuoi decreti fossero a tal punto potenti da
dare, a te che sei mortale, il diritto di trasgredire le leggi non scritte,
ma inviolabili, degli dèi. Non da oggi, non da ieri, ma da sempre esse
sono vive e nessuno sa da dove e da quando siano apparse”.
Un conflitto inconciliabile
Definire che cosa sia una tragedia non è semplice. Ci può essere
d'aiuto quanto scrisse Goethe: "Ogni tragicità è fondata
su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione,
il tragico scompare" . L'essenza del tragico consiste dunque nel fatto
che i valori, incarnati da un personaggio, si scontrano con quelli proposti
da altri. L'origine della tragedia sta dunque in questo conflitto. La tragedia
in questo senso è lo scontro fra la volontà e la necessità,
ossia fra il desiderio di determinarsi in forma autonoma e la presenza di forze
esterne che intendono impedire questa libera determinazione. In realtà,
poi, una sola via si apre davanti all'individuo, quella indicata dagli dèi,
il cui volere rimane comunque per l’uomo imperscrutabile. Sono pertanto
le divinità ad avere l'ultima parola in merito al destino umano. Contro
questo destino l’eroe tragico misura la propria impotenza, senza però
mai cedere.
Se è vero che gli dèi hanno l'ultima parola in merito al destino
degli uomini, tuttavia Sofocle afferma anche la grandezza dell'uomo, che campeggia,
solo, di fronte al proprio destino. Tutte le tragedie di Sofocle, ad eccezione
di una, Trachinie, portano il nome degli eroi o delle eroine che ne sono protagonisti.
Ci si trova così di fronte ad una serie di figure monolitiche nella loro
grandezza, personaggi magnanimi e inflessibili, diritti e lineari, che rimangono
fedeli alla propria natura fino all'estremo esito. Questi eroi rispondono ad
un modello di determinazione tenace e pongono tutto il loro coraggio a servizio
di una causa.
Antigone: l’antefatto
La prima delle tre tragedie che Sofocle dedica al mito di Edipo è l’Antigone;
le altre due sono Edipo re e Edipo a Colono. L'Antigone ha per oggetto gli avvenimenti
conclusivi dell'antico dramma tebano.
Per comprendere bene l'Antigone, bisogna dunque risalire al mito che riguarda
Edipo, figlio di Laio, nipote di Labdaco, il fondatore della stirpe dei Labdacidi,
sovrani di Tebe. Un oracolo aveva predetto che Edipo avrebbe ucciso il proprio
padre Laio e sposato la madre Giocasta. Laio, sconvolto da questa profezia,
per sfuggire a tale destino abbandona il neonato Edipo sul monte Citerone con
le caviglie forate. Qui il bambino viene trovato da un pastore che lo porta
alla corte del re di Corinto, Polibo. Il re e sua moglie Peribea, che non avevano
figli, lo adottano e gli danno il nome di Edipo, che significa appunto "dai
piedi gonfi".
Edipo cresce e un giorno, dopo che i compagni di gioco lo hanno chiamato "bastardo",
ponendogli dei sospetti riguardo alle sue origini, decide di recarsi nella Focide,
a Delfi, per interrogare l'oracolo. La risposta è oscura e insieme terribile:
se farà ritorno in patria, ucciderà suo padre e sposerà
sua madre. Edipo, convinto che i suoi veri genitori siano Polibo e Peribea,
si allontana da Corinto per sfuggire al destino che gli è stato annunciato
dall'oracolo. Sulla via per Tebe, si imbatte in un carro sul quale viaggia Laio.
Scoppia un diverbio e Edipo uccide Laio, che non sa essere suo padre, e compie
così la profezia. Con la morte di Laio, a Tebe il potere passa nelle
mani di Creonte, fratello di Giocasta. Ma la città si trova assediata
dalla sfinge, un feroce mostro mitologico metà leone e metà donna.
La sfinge propone un oscuro enigma e uccide tutti coloro che non riescono a
risolverlo. "Qual è l'animale che al mattino si regge su quattro
zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre?". Edipo affronta coraggiosamente
il mostro e risolve il famoso enigma, affermando che quell'animale è
l'uomo. Viene così accolto trionfalmente in città e per riconoscenza
i Tebani gli chiedono di regnare su di loro e di sposare Giocasta. Così
accade e dal matrimonio con quella che Edipo non sa essere sua madre nascono
due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene. Improvvisamente
la città è invasa da una pestilenza. Interrogato sul perché
di tanta sciagura, l'indovino Tiresia fa in modo che Edipo giunga all'atroce
verità, ossia alla scoperta di essere figlio di Laio e Giocasta: Edipo
si rende conto così di avere ucciso il proprio padre e sposato la propria
madre. Frutto di questo incesto inaccettabile sono i quattro figli: ciò
ha scatenato l'ira degli dèi. A questo punto Giocasta, scoperto l'orrore,
si uccide, impiccandosi. Edipo, quando viene a sapere che la madre - sposa si
è impiccata, strappa gli spilloni dalla veste di lei e si trafigge gli
occhi, accecandosi. Allontanato da Tebe, Edipo si reca, accompagnato da Antigone,
in Attica, a Colono, dove viene accolto dal re Teseo. Prima di morire, maledice
i figli maschi per non averlo difeso e per non aver impedito il suo esilio.
Eteocle e Polinice, spaventati da questa maledizione che li condanna a darsi
una morte reciproca, stabiliscono di regnare su Tebe un anno ciascuno. Trascorso
un anno, Eteocle si rifiuta di cedere il trono al fratello. Allora Polinice
ripara, esule, ad Argo, presso il re Adrasto, di cui sposa la figlia Argia.
Successivamente raccoglie un'armata di sette principi, tra cui lo stesso Adrasto,
che schierano i loro eserciti davanti alle sette porte di Tebe (è la
guerra dei Sette contro Tebe messa in scena da Eschilo). Per porre fine alla
guerra e decidere il vincitore, i due fratelli si affrontano a duello, dandosi
reciprocamente la morte nello scontro. In questo modo trova compimento anche
la maledizione lanciata verso di loro dal padre Edipo. I Tebani riescono poi
ad avere la meglio ed i principi argivi sono costretti a fuggire. Il potere
a Tebe torna nelle mani di Creonte, zio dei due principi, il quale decreta che
solo Eteocle, avendo difeso la città, abbia gli onori funebri, mentre
Polinice, considerato traditore della sua patria poiché l’aveva
attaccata, dovrà restare insepolto. A questo punto ha inizio la tragedia
di Sofocle, Antigone.
La vicenda rappresentata nella tragedia di Sofocle
Nel prologo Antigone, sorella di Eteocle e Polinice, ritenendo che l’ordine
di Creonte sia empio, manifesta alla sorella Ismene l’intenzione di disobbedire
e la invita a ribellarsi con lei al decreto che offende il volere degli dèi.
Ismene non accetta di seguire Antigone nel suo proposito, temendo di incorrere
nell’ira di Creonte.
Ai componenti del Coro, dall’alto della sua sovranità, Creonte
ripete il suo ordine e ne sostiene i validi motivi.
Creonte ha appena terminato di illustrare i motivi che hanno portato all’emanazione
dell’editto relativo alla sorte riservata ai due fratelli, quando all’improvviso
arriva una guardia e informa il re del fatto che una persona sconosciuta ha
cosparso di polvere il cadavere di Polinice per dargli degna sepoltura. Esplode
a questo punto la collera di Creonte, che teme vi sia una cospirazione ai suoi
danni. Invia allora alla ricerca del colpevole una guardia che poco dopo torna
portandosi dietro Antigone, che era stata scoperta mentre per la seconda volta
gettava polvere sul corpo di Polinice. Antigone ammette il proprio gesto ed
afferma anche di essere al corrente dell’editto di Creonte, ma di avere
disubbidito in nome delle leggi eterne degli dèi, che garantivano per
tutti la sepoltura. Viene quindi condannata a morte.
Il figlio di Creonte, Emone, innamorato di Antigone, riferisce al padre che
la città è turbata e commossa per la vicenda; pur rispettoso dell’autorità
paterna e del suo prestigio, Emone esorta il padre alla ragionevolezza, ma si
trova di fronte ad un rifiuto netto.
Antigone viene quindi condotta ad una caverna per esservi rinchiusa; piange
e si lamenta, domandandosi quale giustizia divina abbia trasgredito. Si rivolge
poi al Coro, perché veda che cosa subisce per aver voluto seguire la
volontà degli dèi.
Nel frattempo da Creonte si reca Tiresia, il veggente cieco, l’infallibile
indovino: sinistri presagi indicano che gli dèi sono sdegnati con Creonte,
poiché ha impedito la sepoltura di Polinice. Accusato di essere menzognero,
Tiresia predice a Creonte che pagherà caramente il suo affronto agli
dèi e che contro di lui si leveranno le città contaminate dal
sacrilegio.
Creonte, dopo che il vate Tiresia si è allontanato, spaventato da quanto
sentito, recede dalle proprie decisioni, annulla l’editto precedentemente
emesso, autorizza la sepoltura di Polinice e si attiva per liberare Antigone.
Arriva un messaggero che informa prima il Coro, poi Euridice, moglie di Creonte
e madre di Emone, che Antigone si è impiccata e che Emone, dopo essersi
scagliato contro il padre, ha rivolto la spada contro di sé e si è
ucciso.
A Creonte, che avanza con il cadavere del figlio, un secondo messaggero riferisce
la notizia del suicidio di Euridice. Sconvolto dal dolore, Creonte invoca la
morte e piange la propria rovina, dinanzi ad un Coro apertamente nemico.
I diritti del ghenos e quelli della polis
L'Antigone di Sofocle è stata letta e commentata da tutti i maggiori
filosofi. Fra questi studi, interessante è quello di Hegel, il quale
tra l'altro scrive nell'Estetica che l'Antigone "è una delle opere
d'arte più eccelse e per ogni riguardo più perfette di tutti i
tempi" . Per Hegel, Antigone rappresenta la fedeltà ai valori della
stirpe (ghenos), mentre Creonte a quelli dello stato (polis). Antigone agisce
per l'affetto che la lega a Polinice e rappresenta, dunque, i diritti della
famiglia. Creonte si fa, invece, portavoce delle esigenze dello Stato e delle
sue leggi superiori. La famiglia chiede alla città la restituzione di
un corpo che le appartiene, affinché gli siano tributati gli onori funebri
e sia consegnato alla pietà dei parenti; la città pretende dalla
famiglia il rispetto di una legge, di un divieto, per non turbare l'equilibrio
dello Stato di diritto. Creonte difende un principio giuridico e ritiene che
nessuna legge morale possa porsi al di sopra dello Stato; Antigone, invece,
proclama la superiorità della pietas e dei legami familiari.
Il dramma dell’Antigone è dunque tutto impostato su una questione
morale e religiosa, che si esplicita nel conflitto fra la protagonista e il
re di Tebe, Creonte: Antigone incarna il valore universale delle leggi eterne
degli dèi, Creonte invece è irriducibilmente persuaso della necessità
politica del suo agire. Antigone afferma la propria completa fedeltà
alle leggi eterne e immutabili, pur se non scritte; Creonte invece è
il re potente che si fa portavoce dell’inviolabilità del diritto
positivo in quanto fondamento dello Stato.
Il contrasto fra ius e lex
In occasione del quarantennale dell’opera di aggiornamento e cultura giuridica
Leggi d’Italia, in una cerimonia svoltasi il 25 giugno 2003 a Roma, a
palazzo Montecitorio, Gustavo Zagrebelsky”, in qualità di vice-presidente
della Corte Costituzionale Italiana, tenne una lezione su “Antigone e
l’alba della legge”. Secondo Zagrebelsky il testo fondativo della
nostra civiltà giuridica è appunto l’Antigone, ove vi è
una grande riflessione sulla legge intesa come deinòs, ossia come un
qualcosa che può essere contemporaneamente meraviglioso e terribile.
E l’intera vicenda storico-spirituale e concettuale della legge nel corso
della storia non è altro che il continuo e mutevole rapporto fra ius
(diritto) e lex (legge). La tragedia sofoclea, secondo Zagrebelsky, deriva proprio
dal reciproco disconoscimento di ius e lex, impersonati rispettivamente da Antigone
e Creonte. Nella vicenda tebana la legge per la prima volta avanza le proprie
pretese e reclama la propria legittimità, che viene fortemente contestata
in nome dello ius, ossia dei legami sociali e familiari stabili e profondi.
I secoli che separano noi da Antigone sono stati un continuo confronto, a fasi
alterne, appunto fra il diritto e la legge. Oggi, afferma ancora Zagrebelsky,
il punto di partenza si è rovesciato: la legislazione ha invaso tutti
gli ambiti dell’esistenza e il mondo del diritto è saturo di leggi.
Il risultato è una sorta di “positivismo giuridico, cioè
la riduzione del diritto a sola legge positiva”. Tutte le diverse forme
di potere, democratica e antidemocratica, liberale o totalitaria, hanno usato
nel corso della storia la legge per legittimarsi: la legge era la legge, moderata
o crudele che fosse, e nessun altro diritto le si poteva contrapporre. Lo Stato
che operava secondo le leggi, era dunque, per questo motivo, legale e legittimo.
Ci ricorda ancora Zagrebelsky che però “le leggi, e tra queste
la Costituzione, possono molto ma non tutto. Esse formano come una grandissima
costruzione, ma non più solida di un castello di carte, in quanto il
loro fondamento sia posto solo in se stesse: cioè, in ultima analisi,
nel potere. Antigone ci ammonisce ancora: senza ius, la lex diventa debole e,
al tempo stesso, tirannica”.
L’eroina eterna del diritto naturale
Per Jacques Maritain, Antigone incarna l’idea del diritto naturale, ossia
la coscienza che vi è “per virtù stessa della natura umana,
un ordine o una disposizione che la ragione umana può scoprire e secondo
la quale la volontà umana deve agire per accordarsi ai fini necessari
dell’essere umano. La legge non scritta o il diritto naturale non è
altro che questo”. I grandi filosofi dell’antichità, secondo
Maritain, “sapevano che la natura deriva da Dio e che la legge non scritta
deriva dalla legge eterna che è la saggezza creatrice stessa. È
per questo che l’idea della legge naturale o non scritta era legata presso
di loro a un sentimento di pietà naturale, a quel profondo rispetto sacro,
indimenticabilmente espresso da Antigone”. La legge naturale è
dunque l’insieme delle cose da fare o da non fare, che risultano in modo
necessario e per il solo fatto che l’uomo è uomo, in assenza di
ogni altra considerazione. La legge naturale, per Maritain, è una legge
non scritta e la conoscenza che l’uomo ne ha aumenta a poco a poco con
i progressi della coscienza morale. Lo sviluppo di questa idea risale molto
indietro nel tempo. “L’idea del diritto naturale è un’eredità
del pensiero cristiano e del pensiero classico. Non risale alla filosofia del
XVIII secolo, che l’ha più o meno deformata, ma a Grotius e prima
di lui a Suarez e a Francesco de Vitoria; e più oltre a san Tomaso d’Aquino;
e più oltre ancora a Sant’ Agostino e ai padri della Chiesa, e
a san Paolo; e più oltre ancora a Cicerone, agli Stoici, ai grandi moralisti
dell’antichità e ai suoi grandi poeti, a Sofocle in particolare.
Antigone è l’eroina eterna del diritto naturale, che gli antichi
chiamavano legge non scritta, ed è il nome che meglio le conviene”
.
Fedeltà a leggi eterne
Per il filosofo Paul Valadier, già direttore della rivista Ètudes,
“il caso esemplare dell’Antigone di Sofocle mostra con straordinaria
chiarezza come l’uomo possa trovare la forza di opporsi a un ordine ingiusto
anche mettendo a repentaglio la propria vita. Antigone non può non celebrare
sulla salma del fratello i riti prescritti per onorare i morti. Sa che, comportandosi
così, contravviene agli ordini pubblici del re Creonte: se scoperta,
rischia la morte. Ciononostante obbedisce a quella che ancora non chiama la
sua coscienza, ma che ad essa assomiglia molto. Non agisce per ostinazione,
come le viene rimproverato: mentre disobbedisce agli ordini del re, la sua coscienza
obbedisce in realtà a leggi non scritte, a leggi eterne, che nessuno
ha mai letto in un codice e che tuttavia sono inderogabili. Quando, alcuni secoli
più tardi, esclameranno davanti al Sinedrio che “è meglio
obbedire a Dio che agli uomini”(Atti degli Apostoli 5, 29), Pietro e Giovanni
rinnoveranno la protesta morale dell’Antigone davanti all’arbitrio
e si richiameranno ad una fedeltà che obbliga senza riserve. Tale è
la coscienza morale quando, rispondendo a istanze assolutamente superiori, si
impegna a comportamenti di cui paga le conseguenze fino in fondo. Né
in Antigone, né in Pietro, né in Giovanni, è chiaro, la
coscienza si pone come unico riferimento: ogni volta si richiama ad una legge
che la trascende e, al tempo stesso, la obbliga” .
Per saperne di più
Anselmo Palini, Antigone, una donna fedele alle leggi immutabili degli dèi,
in Testimoni della coscienza.
Da Socrate ai nostri giorni, editrice Ave, Roma ottobre 2005 (prima ristampa
aprile 2006), prefazione di Franco Cardini
G. Steiner, Le Antigoni, Garzanti, Milano 1990.
P. Montani (a cura di), Antigone e la filosofia, Donzelli, Roma 2001.
Ibidem.
“1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di patria, tentò
di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua patria. Fra quei
briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro patria. Per
l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza
d'Italia un monumento come eroe della patria.”
Così scriveva Lorenzo Milani e questo testo è indicativo di come
il concetto di diserzione muti a seconda del punto di vista da cui si studiano
gli eventi: i disertori di alcuni sono gli eroi di altri e viceversa.
In genere al concetto di diserzione è stato abbinato il senso della vigliaccheria
e della codardia. Ma è proprio così? Esiste davvero un onore,
una dignità e un merito nelle azioni militari e c’è di conseguenza
un disonore, una mancanza di dignità e un demerito in coloro che disertano?
Analizziamo qualche fatto storico.
La prima guerra mondiale
Durante la prima guerra mondiale ci furono comportamenti collettivi contro la
guerra, come ad esempio quello di coloro che si stesero sui binari davanti alla
tradotta. Mancava a quei gesti l'organizzazione e l'espressione culturale, ma
c'era una luce di coscienza fondamentale che la nostra attuale cultura di pace
non può mancare di raccogliere. Tanti di questi atti sono già
stati studiati e documentati, insieme a quelle rivolte personali che dettero
luogo, durante e dopo la prima guerra mondiale, ai processi militari per diserzione,
per autolesionismo, per intelligenza col nemico. Si parla di “quattrocentomila
processi intentati dalle autorità militari in quattro anni di guerra,
centinaia e forse migliaia di esecuzioni sommarie e di decimazioni, una forsennata
propaganda di odio e lo sviluppo di un apparato repressivo imponente ed efficiente".
Nel libro L'"altra" guerra sono raccolti strazianti brani di lettere
di soldati che condannano e maledicono la guerra, incriminati per disfattismo,
e brani tratti dalle sentenze di condanna. Le manifestazioni contro la guerra,
soprattutto di donne, furono frequentissime: 459 solo nei primi mesi del 1917,
tra cui le più importanti ed estese furono i moti dell'agosto a Torino,
inizialmente per il pane, poi apertamente per la pace e contro la guerra, con
oltre cinquanta morti. Ci furono 870.000 denunce, diecimila condanne per automutilazione,
quindicimila condanne all'ergastolo e oltre quattromila a morte. E’ però
doveroso specificare che dei 470.000 processi per renitenza alla leva 370.000
furono contro emigrati che non erano rientrati. Comunque i disertori della guerra
1915-1918 furono così numerosi che fu necessaria un’amnistia, promulgata
nel 1919 dal presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti.
La seconda guerra mondiale
Durante la seconda guerra mondiale l'assistenza ai renitenti alla leva e la
copertura delle loro fughe divenne un compito delle bande partigiane, tra le
quali segnaliamo in particolare la 171° brigata Garibaldi, che in tal modo
toglievano alle guarnigioni repubblichine il necessario ricambio di soldati.
La 53° brigata Garibaldi nel marzo del '45 riuscì a far fuggire più
di duecento soldati della Russia asiatica, da poco inquadrati come ausiliari
nelle file dell'esercito tedesco. Altre truppe russe, in particolare dell'Arzebajan,
inquadrate nelle S.S., tentarono diserzioni di massa, ma avendole preparate
in maniera insufficiente subirono una tragica repressione da parte dei nazifascisti.
A guerra finita la prigione di Gaeta ospitava molti condannati per aver disertato
in Grecia, in Jugoslavia o in Africa settentrionale. Vecchi soldati, spesso
senza nemmeno il denaro per pagare un avvocato, condannati a pene detentive
dopo aver combattuto in guerra, sono diventati pazzi e sono stati mandati a
scontare la pena in manicomio. In una lettera pubblicata su "L'incontro",
scritta da un anonimo detenuto, veniva sottolineato crudamente quanto fosse
inumano il trattamento nelle carceri militari: "Fa pena vedere i cinquantenni
fare attenti e riposo, tremare per le sgridate e manifestare le loro idee sottovoce
per paura di essere sentiti (...). Le celle di rigore sono le stesse di ottanta
anni fa dove vi furono rinchiusi Mazzini e altri. Lunghe m. 2, larghe m. 1,50,
molto umide, con l'acqua talvolta per terra e con pochissima luce. Il detenuto
deve vivere in quella tomba a pane e acqua, con tre coperte d'inverno dove ne
occorrerebbero dieci e senza pagliericcio. Bisogna dormire sul cemento talvolta
per due mesi di seguito. Nelle carceri comuni han tolto la punizione a pane
e acqua per senso di umanità, ma le autorità militari son sorde
alle lagnanze dei detenuti. Trenta giorni a pane e acqua rovinano l'organismo,
spianano la strada alla tubercolosi e riducono un uomo sanissimo in uno straccio.
(...) Un trattamento di favore godono gli ufficiali tedeschi condannati per
crimini di guerra. Hanno stanzette a parte, ricevono tutti i giornali, scrivono
a chi vogliono. Hanno quattrini, comprano liquori e brindano assieme al comandante
del reclusorio, regalano qualche sigaretta ai detenuti italiani che devono andar
a pulire le loro stanze e a lavare i loro piatti. Il detenuto che ha quattrini
non può regalare venti lire al compagno che vuol scrivere alla mamma
e che non ha un centesimo. E bisogna tacer sempre: la paura della punizione
a pane e acqua fa tremare tanto che molti detenuti chiedono inutilmente di essere
trasferiti alle carceri comuni".
Il versante cattolico
La posizione di chiusura nei confronti dell’obiezione di coscienza da
parte della gerarchia non impedì che all'interno della Chiesa si sviluppassero
figure che hanno rappresentato pietre miliari nella lotta per la conquista del
diritto a obiettare. Ad esempio le tesi di don Mazzolari a favore dell'obiezione
di coscienza ispirarono un libretto anonimo intitolato Tu non uccidere, risultato
di discussioni da lui tenute con alcuni giovani in cui veniva condannata integralmente
la guerra. Stampato dopo molte difficoltà perché nessun editore
voleva pubblicarlo, il libro ebbe invece un clamoroso successo e ne uscirono
anche edizioni in inglese e in tedesco. La stampa di destra cercò di
stroncarlo, definendolo "i pensamenti di un gruppo di 'partigiani cattolici
della pace' , probabilmente scartati alla visita di leva, che suggeriscono ai
giovani italiani di non prestare servizio militare e li incitano alla diserzione
in caso di guerra nel nome di un fumoso internazionalismo cattolico".
Nel numero di domenica 13 gennaio 1963 de "Il giornale del mattino"
era riportata un'intervista a padre Ernesto Balducci intitolata "La chiesa
e la patria", nella quale egli tra l'altro affermava: "Un cattolico
in caso di guerra totale ha, non dico il diritto, ma il dovere di disertare".
La presa di posizione del battagliero sacerdote fiorentino suscitò scalpore
ed egli venne denunciato per apologia di reato, insieme a Leonardo Pinzauti,
direttore responsabile de "Il giornale del mattino". Balducci e Pinzauti
furono in seguito condannati dalla corte d'appello e allora ricorsero in cassazione.
La suprema corte ritenne che padre Balducci avesse superato nell'intervista
il limite imposto dalla costituzione alla libera espressione del proprio pensiero
spingendo i lettori a una condotta, la diserzione, espressamente vietata dalla
legge. Inoltre i giudici sostennero che il sacerdote stravolse l'insegnamento
della Chiesa cattolica per sostenere convinzioni personali. E' interessante
notare che in questo caso la giustizia civile si fece interprete e tutrice della
dottrina cattolica. La motivazione della sentenza fu depositata e venne confermata
la condanna a otto mesi di reclusione per il religioso, riconosciuto colpevole
di apologia di reato, e a sei mesi per Leonardo Pinzauti, quale responsabile
di reato commesso a mezzo stampa.
Testimoni di Geova e anarchici
I testimoni di Geova hanno costituito il gruppo più numeroso di obiettori
e di disertori ospitati nelle carceri militari. Nel 1963 su ottanta obiettori
riconosciuti dal 1947 ben l'82% era formato da testimoni contro i quali furono
instaurati circa 150 procedimenti penali militari, quasi tutti per disobbedienza,
tranne qualcuno per diserzione.
E’ attualmente impossibile conoscere i dati ufficiali ed esatti di quanti
fossero i giovani che ogni anno si dichiaravano obiettori totali, ma si stima
che le condanne per "renitenza alla leva", "mancata presentazione
alla visita militare" e "diserzione" fossero annualmente circa
settecento. Tali giovani erano in gran parte testimoni di Geova con una significativa
minoranza di anarchici.
Citiamo il caso di una diserzione anarchica. Il 19 agosto 1996 a Torino venne
fermato dai carabinieri e arrestato Marzio Muccitelli, disertore anarchico.
Muccitelli, rinchiuso nel carcere civile delle Vallette per scontare una condanna
di due mesi per un'occupazione effettuata a Pescara, venne condannato a otto
mesi di carcere militare per diserzione. Egli dichiarò: "Verso la
fine del CAR mi ero accorto che la vita militare mi stava trasformando. I gesti,
le azioni, persino i pensieri diventavano meccanici. Sentivo che la mia individualità
si stava spegnendo lentamente, che una garrota invisibile manovrata da un boia,
altrettanto invisibile, strozzava la mia coscienza. Era naturale; quando i giorni
si susseguono uguali, quando devi fare sempre le stesse cose, a che ti serve
una coscienza, un'individualità? (...) Io che sono uno spirito libero
e non ho voglia di sottomettermi a nessuno ho scelto la strada più logica
e, perché no, più divertente per esprimermi: ho disertato. La
sera del 17 gennaio ho preso le mie cose, sono uscito e mi sono scordato di
rientrare". Muccitelli richiese alla procura militare di La Spezia la conversione
della pena militare in civile. Infatti la detenzione in un carcere militare
lo avrebbe portato a scontrarsi nuovamente con quella serie di regole e riti
(divisa, cubo, barba e "signorsì"), che con la sua scelta aveva
già rifiutato. Nel mese di novembre Muccitelli venne trasferito nel carcere
militare di Forte Boccea a Roma. All'epoca del suo arresto si ebbero manifestazioni
di protesta a Torino, a Bologna e a Trieste. In quest'ultima città il
cippo di san Giusto, monumento ai bersaglieri, venne deturpato con una scritta
effettuata da ignoti, che collocarono anche una finta lapide in cui si inneggiava
ai disertori.
Obiezione di coscienza e diserzione
Le gerarchie militari dal loro punto di vista hanno considerato l'obiezione
quasi come una diserzione legalizzata.
L’on. Caporali, che aveva presentato alla Costituente un emendamento volto
ad assicurare "l'esenzione dal portare le armi per coloro i quali vi obbiettino
ragioni filosofiche e religiose di coscienza", affermò: "gli
obiettori di coscienza non sono degli irregolari, essi non devono confondersi
con i disertori, essi chiedono di servire la patria in umiltà rivendicando
il diritto di non tradire i principi spirituali ai quali sono legati, alle loro
convinzioni umane.”
Quando nel 1948 Pietro Pinna effettuò la prima obiezione per motivi politici,
gli anarchici si schierarono a suo favore. "Umanità nova" confrontò
l'obiezione con la renitenza alla leva e optò per la prima, considerando
la diserzione un modo per salvare solo la propria vita e la propria coscienza
e invece valutando l'obiezione come un incitamento nei confronti di altre persone
a trovare lo stesso coraggio di salvarsi e di lottare insieme.
Dopo la seconda guerra mondiale nel codice militare non esistevano norme che
menzionassero l'obiezione di coscienza e gli obiettori venivano giudicati per
il reato con il quale manifestavano il loro rifiuto: renitenza alla leva, quando
non si presentavano alla visita; mancanza alla chiamata, quando dopo l'arruolamento
non si presentavano alle armi; rifiuto di obbedienza, quando si presentavano
per esprimere la loro obiezione, in genere rifiutandosi di indossare l'uniforme
militare; o ancora diserzione in tempo di pace.
Nel 1950 venne rinchiuso nel carcere militare di Gaeta il ventunenne Mario Barbani
di Ozzano Emilia, disegnatore edile. Il 23 giugno di quell’anno durante
una rivista militare nel cortile della caserma dell'XI C.A.R. di Palermo il
giovane, giunto con il suo reparto all'altezza della tribuna delle autorità,
abbandonò le file e si presentò davanti al capo di stato maggiore
dell'esercito generale Marras, deponendo ai suoi piedi il fucile e dichiarando:
"Depongo le armi che mi sono state consegnate personalmente". Fu subito
arrestato e venne processato tre giorni dopo per direttissima. Il collegio giudicante
era presieduto dal generale Menzio; la difesa fu affidata all'avvocato Pierfranco
Bonocore che, pur essendo difensore d'ufficio, svolse il suo compito degnamente
e con coraggio. Interrogato, Barbani affermò di non aver rivelato le
sue convinzioni antimilitariste all'atto dell'arruolamento per aver voluto collaudarle
con l'esperienza del servizio militare; le aveva in seguito espresse al suo
tenente e al comandante di compagnia, ma senza effetto alcuno e allora aveva
deciso di dimostrarle direttamente al generale Marras. A seguito di questo fatto
il comandante della compagnia venne posto agli arresti. Il tribunale condannò
il giovane a un anno di reclusione con le attenuanti generiche. Al termine del
processo, quando Mario Barbani uscì ammanettato, una sessantina di giovani
lo applaudì; fra di loro vi era anche un sacerdote cattolico che esclamò:
"Non bisogna dare le armi a chi non le vuole usare". Intervennero
allora i carabinieri per disperdere il gruppo. Il giovane detenuto raggiunse
gli obiettori Elevoine Santi e Pietro Ferrua a Gaeta, ma fu posto in un reparto
separato. Un particolare: un gruppo di lavoratori disoccupati di Bologna gli
inviò come forma di sostegno un vaglia di lire cinquecento. Barbani nel
1952 fu nuovamente posto in prigione e il 27 gennaio 1953 fu condannato per
diserzione ancora a cinque mesi e dieci giorni di reclusione con le attenuanti
generiche e anche quelle di particolare valore morale e sociale. Ma il pubblico
ministero presentò ricorso e il tribunale di Milano riformò la
sentenza, revocando le attenuanti e applicando altri tre mesi di pena. Per espiare
questa residua detenzione Mario Barbani venne di nuovo arrestato a Bologna il
23 gennaio 1954 .
Nel 1963 Elevoine Santi, che nel 1951 era espatriato clandestinamente per non
dover essere costretto a svolgere il servizio militare, rientrò in Italia
per visitare la fiera campionaria di Milano e in un albergo di quella città
due guardie di pubblica sicurezza gli fecero visita, contestandogli un mandato
di cattura per diserzione. Ne seguì un processo ed egli fu difeso dagli
avvocati Bruno Segre e Salvatore Barto. La sua accusa riguardava la diserzione
con l'aggravante del passaggio all'estero per una durata superiore ai sei mesi,
oltre alla recidiva, ma i contatti che tenne in Svezia con le autorità
italiane nell'ansia di poter tornare presto a vedere il suo paese furono ritenuti
dal tribunale come elementi che avevano interrotto il suo stato di latitanza.
In considerazione di ciò il tribunale militare dichiarò di non
doversi procedere per amnistia.
Nel mese di agosto '93 i movimenti pacifisti organizzarono una marcia della
pace a Sarajevo, denominata Mir Sada, alla quale parteciparono anche sedici
obiettori di coscienza in servizio civile. Essi, non avendo ottenuto la necessaria
autorizzazione al distaccamento temporaneo di servizio, decisero di partire
comunque, anche a rischio di essere imputati del reato di diserzione. Con la
loro presenza vollero affermare il diritto degli obiettori a partecipare, durante
il servizio civile, a missioni di pace e solidarietà ovunque nel mondo,
a sostegno di popolazioni i cui diritti umani venivano violati. Poiché
la legge n° 772 non prevedeva che si potesse prestare servizio civile anche
all'estero, l'autorizzazione auspicata dagli obiettori sarebbe potuta derivare
solo da un decreto legge. I sedici obiettori, prima collettivamente con il supporto
dei Parlamentari per la pace e poi individualmente, richiesero al ministero
della difesa l'autorizzazione, specificando che il loro distaccamento era sollecitato
per un servizio pienamente coerente con la scelta dell'obiezione di coscienza,
nonché assolutamente in accordo con le finalità istituzionali
e le necessità operative degli enti presso i quali stavano svolgendo
il servizio civile. Il giorno della partenza, non avendo ottenuto le loro richieste
esito positivo, notificarono ai distretti militari competenti la loro decisione
di partire comunque. I rischi che correvano erano di due tipi: un procedimento
penale per diserzione, che sarebbe potuto sfociare in una condanna da sei mesi
a due anni di reclusione, oppure un procedimento disciplinare con sanzioni amministrative,
come l'obbligo del prolungamento del servizio per un periodo corrispondente
a quello dell'assenza o addirittura anche la perdita dello status di obiettore.
Gli obiettori, riuniti in un coordinamento appositamente creato a cui venne
dato il nome "Obiettori a servizio della pace", decisero che avrebbero
rifiutato un prolungamento del servizio, poiché ciò avrebbe neutralizzato
il loro gesto di disobbedienza civile. Il ministero non operò poi alcun
gesto di punizione nei riguardi dei sedici obiettori.
Molti furono i disertori nella guerra in Yugoslavia. Alexander Langer, per fermare
il diffondersi degli scontri, propose di sostenere apertamente coloro che si
sottraevano alla guerra: profughi, disertori e obiettori di coscienza.
Conclusione
Come abbiamo detto, alla diserzione è associato il concetto di codardia
e di vigliaccheria, mentre per coloro che partecipano alla guerra è riservato
l’onore e l’apprezzamento del coraggio. Ma è proprio così?
C’è coraggio a bombardare da diecimila metri di altezza popolazioni
inermi come facevano gli aviatori statunitensi in Vietnam? C’è
al contrario disonore nel sopportare la carcerazione per aver scelto di non
imparare a uccidere durante il servizio militare? C’è onore nell’aver
fatto parte della Wermacht e nell’aver invaso paesi indifesi? E c’è
vigliaccheria nell’essersi rifiutati di far parte dell’esercito
nazista e nell’aver accettato di essere condannati a morte per questo?
Dov’è l’onore? Dov’è la vigliaccheria? Da quale
parte stanno i codardi? E dove sta invece il coraggio? Probabilmente dovremmo
rivedere la scala valoriale su cui si basa la cultura della nostra società.
G. ROCHAT, Fascismo e società italiana, Einaudi, Torino 1973, pag. 95,
cit. in D. PICCIOLI G. PICCIOLI, L'"altra" guerra, Principato, Milano
1974, pag. 18.
E. FORCELLA A. MONTICONE, Plotone di esecuzione, Laterza, Bari 1968.
D. PICCIOLI G. PICCIOLI, op. cit., pagg. 197-205.
E. RAGIONIERI, Storia d'Italia, Einaudi, Torino 1976, vol. 4, tomo terzo, pag.
2036.
Per capire l'allusione bisogna sapere che i "partigiani della pace"
erano un'organizzazione sostanzialmente collaterale al P.C.I. che utilizzò
spesso le iniziative pacifiste per scopi propagandistici.
"Il giornale del mattino", 13 gennaio 1963.
Cfr. "L'incontro", gennaio 1953.
Cfr. "L'incontro", febbraio 1954.
Cfr. A. GARZENA, Sedici obiettori di coscienza hanno "disertato" per
Mir Sada, in "Dialogo in valle", n° 8/93, e A. GARZENA, Obiettori
in Bosnia, in "Obiezione di coscienza", n°1/93.
Cfr. B. Aleksov, Disertori nella ex Yugoslavia, Alfazeta, Parma 1995.
"Azione Nonviolenta", ottobre 1994.
Ode al disertore
Franz Thaler nel marzo del 1944 fu dichiarato abile al servizio di leva e fu
richiamato a fine maggio. Prese allora una decisione che segnò profondamente
la sua vita: con il sostegno di alcuni amici decise di fuggire nei boschi della
val Sarentino e di vivere in solitudine piuttosto che entrare a far parte dell'esercito
nazionalsocialista.
Franz Thaler si diede dunque alla fuga e si rifugiò sulle irte pendenze
della montagna. Conosceva bene la zona nella quale si muoveva ed era abituato
a vivere a contatto con la natura; certo, dover sopravvivere nella solitudine
e doversi procurare da mangiare come meglio poteva non fu un'impresa facile
neppure per un montanaro come lui. "Sono rimasto nel bosco per quattro
mesi vivendo come un animale selvatico”, dichiarò; “facevo
attenzione a ogni più piccolo rumore; cucinavo quel poco che trovavo
tra le pietre del bosco; i miei amici mantennero la promessa di aiutarmi: c'era
chi mi faceva avere un po' di latte, chi un po' di farina o del pane".
L'esercito tedesco non perse tempo a cercare il fuggiasco della val Sarentino;
non appena un altro dei fratelli Thaler fuggì sulle montagne seguendo
l'esempio di Franz le S.S. si rivolsero semplicemente alla famiglia: se i due
fratelli non fossero tornati, i genitori sarebbero stati imprigionati e deportati.
Ai due ragazzi invece, se fossero tornati, non sarebbe successo nulla: come
previsto avrebbero seguito un corso a Silandro e poi si sarebbero recati in
guerra. Così il 22 settembre terminò la permanenza di Franz sui
monti: il padre riuscì a rintracciarlo e lo pregò in lacrime di
tornare e di presentarsi ai nazisti. Il giovane Thaler racconta di non aver
mai creduto alle promesse dei nazisti e di essere tornato solo per amore dei
suoi genitori. Che cos'altro avrebbe potuto fare?
La sera in cui tornò a casa trovò i soldati tedeschi ad attenderlo
e il giorno dopo partì per Silandro, una località altoatesina
dove si svolgevano i corsi di addestramento per i soldati. Il corso durò
due mesi. Prima di partire per la Germania per unirsi all'esercito del Reich
ai giovani altoatesini veniva data la possibilità di trascorrere un breve
periodo a casa; Franz Thaler si vide negare quella concessione: fu portato a
Bolzano, dove dovette rispondere dell'accusa di diserzione davanti al tribunale
di guerra. Normalmente i disertori venivano mandati a morte, ma visto che Franz
Thaler era tornato "volontariamente" e che era ancora minorenne (la
maggiore età era ancora calcolata dai ventuno anni) a lui fu concessa
una condanna minore: dieci anni di prigionia da scontare nel campo di concentramento
di Dachau.
Trascorse quindi tre settimane in carcere. Poi fu trasportato a Dachau. Durante
il viaggio venne trattenuto per una notte nel carcere di Innsbruck, dove condivise
la cella con un uomo di circa trentacinque anni, che era incatenato a un anello
infisso nel pavimento. I suoi abiti erano lacerati, i capelli arruffati e il
volto sfigurato da una smorfia di dolore e di paura. Tremava e i polsi gli sanguinavano.
Aveva disertato, nascondendosi nei boschi intorno alla città, ma la polizia
lo aveva scovato. Durante le ore in cui Thaler si fermò nella prigione
ci furono due allarmi aerei. La cella dei due reclusi restò chiusa ed
essi non poterono fuggire nel rifugio e temettero di fare la fine del topo sotto
i bombardamenti. Durante la notte il compagno di Thaler continuò a gemere
e ne aveva motivo: nella cella faceva freddo e non c'erano coperte; inoltre
egli, a causa del suo incatenamento, non poteva cambiare posizione, né
stendersi. Thaler lo riconobbe in una fotografia che vide dopo la guerra: lo
stavano impiccando.
Con l'entrata nel campo di concentramento di Dachau cominciò la vita
veramente dura. I disertori non vivevano insieme agli altri detenuti e anche
la loro divisa era diversa: non indumenti a righe, ma un'uniforme militare italiana
sulla quale era stato dipinto in colore bianco e in grandi lettere "KZ".
Gli alloggi erano costituiti da alcune baracche molto pulite, visto che compito
principale dei detenuti era quello di fare le pulizie.
Dopo alcune settimane trascorse a Dachau, Franz Thaler fu trasferito a dicembre
nel lager di Hersbruck. Poi di nuovo a Dachau, dove fu posto in un reparto formato
totalmente da renitenti alla leva e disertori. L'esistenza di un tale reparto
dimostra l'ampiezza del fenomeno del rifiuto dell'arruolamento nell'esercito
nazista. Nonostante la vita disperata che le S.S. gli fecero condurre, Thaler
riuscì a sopravvivere, anche se in quattro mesi passò da sessantanove
a quarantacinque chili di peso. Giunta la liberazione, cadde prigioniero degli
statunitensi, che lo scambiarono per un soldato delle SS. Nell'agosto '45 poté
finalmente ritornare dai suoi cari.
Richard Nixon contro John Lennon per togliere una possibilità alla
pace
Titolo: U.S.A. contro John Lennon (The U.S. vs John Lennon)
Regia: David
Leaf, John
Scheinfeld
Nazione: Stati Uniti d'America, 2006
Durata: 99'
Il film documentario (da vedere!) è una ricostruzione appassionata e
attenta del travagliato decennio dal 1970 al 1980 quando John Lennon, conclusa
all’apice la storia dei Beatles, proseguì la carriera solista affiancando
al ruolo di rockstar quello di attivista politico. Prima era un musicista che
cantava la pace, poi divenne un pacifista che faceva musica. Il lavoro svolto
dai registi, con la collaborazione di Yoko Ono, è basato su incartamenti
ed atti giudiziari che hanno visto i coniugi Lennon-Ono coinvolti in quella
che è stata una vera e propria guerra ai danni del musicista da parte
del governo degli Stati Uniti.
John, come si sa, era di Liverpool, ma dopo l'unione con Yoko e lo scioglimento
dei Beatles volle trasferirsi a New York, città che amava moltissimo,
nella quale si trovava a proprio agio "per il modo di vivere e di pensare".
Negli Stati Uniti aveva molti amici, e venne subito introdotto negli ambienti
intellettuali e radicali americani. Partecipava alla vita politica del paese,
coinvolgendosi in manifestazioni, concerti, iniziative pubbliche. Il governo
non gradiva quella presenza, troppo visibile, troppo scomoda, troppo seguita
dai giovani. La CIA e l'FBI (diretta dal famigerato e potentissimo Edgar Hoover,
che riferiva direttamente al Presidente Nixon) iniziarono a raccogliere un dossier
su Lennon, per documentare le prove di un presunto antiamericanismo dell'ex
Beatle. Lennon si impegnò a fondo contro la guerra del Viet Nam, contro
l'industria bellica, le spese militari, la politica imperialista, partecipò
attivamente al movimento per la pace, anche con sostanziosi finanziamenti. Per
fare gli auguri di Natale fece riempire le città americane e le principali
capitali del mondo di manifesti con la scritta “War is over” (“la
guerra è finita - se tu lo vuoi”, firmati “con amore, John
e Yoko, da NY”). Insieme a Yoko comprò intere pagine dei giornali
americani per pubblicare i suoi pensieri sulla nonviolenza. Durante la campagna
elettorale in ogni angolo d’America dove c’era una manifestazione
del partito Repubblicano con Nixon, lì John organizzava un concerto rock
di protesta contro la guerra. Alla fine vinse John. Riuscì a stabilirsi
definitivamente a NY, fece un figlio con Yoko, e si dedicò a tempo pieno
alla paternità. Riconciliato con se stesso e con gli States regalò
al mondo intero capolavori come “Working class hero” ed “Imagine”,
il manifesto della nonviolenza. Poi, l’assassinio. Ma la parte migliore
d'America ha accolto Lennon come un proprio figlio, dedicandogli dopo la sua
morte quell'angolo di Central Park dove egli andava sempre a passeggiare con
suo figlio, come un americano qualunque. “Dovesse accadere qualcosa a
me o a Yoko in questo periodo, non sarà un incidente”, disse profeticamente
poco prima di morire, l'8 dicembre 1980.
Mao Valpiana
L’attualità di quella musica e quelle parole
Perché realizzare un film su John Lennon adesso?
E’ sempre attuale parlare di pace. Il modo in cui il governo ha soppresso
la libertà di parola, le azioni illegali dei servizi di Intelligence,
consistenti nell'uso di intercettazioni telefoniche e pedinamenti, l'uso di
agenzie governative per costruire prove false, il fatto che il governo fosse
disposto a calpestare la costituzione per denigrare ed espellere un cittadino
indesiderato, credo che siano questioni di grande rilevanza per gli Stati Uniti
e per il mondo intero di ieri e di oggi.
Una delle cose più interessanti che emergono dal film è l'uso
consapevole e coerente da parte di John Lennon del suo stesso mito per un messaggio
di pace.
In effetti quando John e Yoko iniziarono la loro campagna mondiale erano già
ricchi e famosi. Non avevano assolutamente bisogno di farsi pubblicità!
Non avevano nulla da guadagnare dalla campagna in favore della pace, a parte
rendere il mondo un posto migliore. Così la loro forte presa di posizione
artistica nei confronti della pace era completamente altruistica, lui usava
consapevolmente i propri fan per diffondere un messaggio importante. Non era
mai accaduto prima, e non è più accaduto dopo. E credo che si
debba dire che il suo grande capolavoro, al di là dei Beatles, è
stata proprio la sua campagna per la pace e contro la guerra.
Da un’intervista al regista David Leaf.
EDAP (Educare alla Pace):
Il Gruppo di Educazione alla Pace (EDAP) “Marilena.Cardone”, opera
all’interno del Centro Studi Sereno Regis di Torino da più di 20
anni. Oggi conta circa una ventina di formatori che in modo più o meno
assiduo, a seconda dei casi, offrono la propria esperienza e competenza per
realizzare progetti e percorsi formativi rivolti a ragazzi, insegnanti ed educatori,
genitori, gruppi di base e istituzioni con lo scopo di diffondere la nonviolenza
e l’educazione alla pace. La sede operativa è presso il Centro
Sereno Regis, Via Garibaldi 13, Torino
Tutti in teoria si dicono a favore della pace, ma ahimè le guerre continuano
ad essere combattute…a tutti i livelli
A partire da questa considerazione il gruppo EDAP è impegnato nella formazione
e diffusione di una cultura nonviolenta e nell’educazione alla trasformazione
nonviolenta dei conflitti. Infatti, la sola buona volontà non basta per
riuscire ad assumere atteggiamenti differenti da quelli violenti quando si è
coinvolti in un conflitto. Per poter essere praticato, tale comportamento differente
deve essere preparato.
Tutti abbiamo una percezione spiacevole e dolorosa del conflitto perché
lo associamo automaticamente alla violenza, ma esso può essere definito
molto semplicemente come situazione in cui emerge una contraddizione di
scopi tra due o più parti. La lingua cinese mette in luce l’ambivalenza
della parola “conflitto” composta da due ideogrammi che significano
“rischio” e “opportunità”, esprimendo in tal
modo la possibilità che esso possa essere distruttivo o costruttivo,
a seconda di come viene agito.
La nonviolenza è allenamento continuo
Il gruppo di formatori che compongono l’Edap provengono da ambiti lavorativi
talvolta anche molto diversi ma condividono le teorie e i metodi del training
nonviolento proposti e promossi presso il Centro Studi Sereno Regis grazie ai
corsi che ogni anno sistematicamente vi si organizzano (laboratorio della nonviolenza
e seminari di approfondimento) e alla possibilità di attingere direttamente
al vastissimo bagaglio documentale presente in sede, costituito dalla biblioteca
composta di circa 20.000 volumi sul tema della pace e della nonviolenza e grazie
anche al contatto diretto con i suoi soci fondatori (molti dei quali hanno lavorato
a stretto contatto con i padri della nonviolenza italiana).
La nonviolenza considera il conflitto come centrale nelle relazioni tra le persone
e i gruppi umani: una delle sue funzioni, se gestito in modo positivo, è
quella di permettere la costruzione di relazioni più giuste, facendo
valere e affermando i diritti-doveri di ciascuno. In età evolutiva il
conflitto è visto come motore dello sviluppo. Se si è capaci di
convogliare le energie coinvolte in un conflitto verso uno sbocco costruttivo,
crescere significa entrare in conflitto ed entrare in conflitto significa crescere.
Da un punto di vista nonviolento, educare per sostenere la crescita è
possibile solo nello sforzo costante di :
assumere uno sguardo critico che aiuti a comprendere ciò che accade
diventare capaci di individuare la violenza là dove c’è
riconoscere i meccanismi che ne sono alla radice
aiutare le persone a fare leva sulle loro stesse energie per contrastarne la
carica distruttiva e disgregante, trasformandola invece in un'occasione di crescita.
I progetti educativi e il metodo
Partendo da questi presupposti il gruppo Edap ha elaborato negli anni una propria
impostazione educativa e numerose proposte formative coerenti con essa rivolte
a scuole di ogni ordine e grado (sia per gli insegnati che per gli studenti),
a gruppi adulti (genitori, membri di associazioni, amministratori pubblici ecc.)
e altri ambiti formativi quali università, master e i corsi di specializzazione
ecc.
Queste proposte sono raccolte in un catalogo che è possibile consultare
anche on-line sul sito: HYPERLINK "http://www.cssr-pas.org" www.cssr-pas.org
(nell’area Edap – Formaz. Scuole/Corsi). Ci sono progetti rivolti
all’ambiente scolastico come quello per contrastare il fenomeno del bullismo
scolastico e quello sulla formazione di mediatori tra pari, altri rivolti a
adulti come quello per operatori carcerari e per la gestione dei conflitti condominiali,
ma anche progetti all’estero in aree colpite dalla guerra per sostenere
la ricostruzione come quello per formare giovani formatori bosniaci e croati
alla convivenza e al superamento dei conflitti inter-etnici. Inoltre, intendendo
la nonviolenza nella vita delle persone nel senso più pieno e olistico
del termine, alcune proposte educative hanno l’ambizione di educare alle
pari opportunità e al rispetto dell’ambiente.
Il metodo utilizzato è prevalentemente quello del training nonviolento
(il gioco, l’esercizio, il brainstorm, il video, role playing, lavoro
di gruppo con produzione di schede e cartelloni ecc.) che permette la sperimentazione
e l’azione.
Antonella Cafasso
Centro Studi Sereno Regis
Via Garibaldi, 13 - 10122 Torino (Italy) - Tel: (+39) 011 532824 - Fax: (+39)
011 5158000
E-mail:
- Indirizzo web: http://www.cssr-pas.org
EDAP
Gruppo di Educazione alla Pace
codice fiscale: 97568420018
ONLUS iscritta nel Registro Regionale del Volontariato con D.P.G. n. 1035/95
del 2/3/1995
Niente liti e cassa comune nel “condominio solidale
”Prendete nota di questo indirizzo: Via Farini 32, Torino, a due passi
da famosa Piazza Vittorio. Qui ha preso forma il primo e finora unico esempio
in Italia di condominio solidale. Che significa? Abbiamo preso spunto dalla
festa di presentazione, avvenuta il 9 giugno scorso, per vedere un po’
più da vicino questa singolare realtà.
Era l’inverno del 1998 quando “un gruppo di reduci dei campi estivi
MIR/MN piemontesi decise di riunirsi con la necessità di trovare uno
spazio abitativo utile per condividere esperienze comuni, fatta salva l’individualità
di ognuno di essi e la loro vita privata. Cose già sperimentate durante
i campi, ma per un periodo limitato di tempo e in momenti non proprio comuni
come quelli vacanzieri”, afferma Miria.
Dopo aver valutato diverse soluzioni, ed aver perso e guadagnato alcuni aderenti,
una decina di essi decide di collegarsi, per questioni organizzative e per comunità
di intenti, alla lombarda ACF (Associazione Comunità Famiglia); insieme
presentano un progetto all’Assessorato per le Politiche della Casa di
Torino, dove trovano personale sorpreso ma anche disposto a ragionare su alcune
soluzioni comunitarie all’interno del perimetro della città. Nel
2005 si rendono disponibili 8 appartamenti (più l’ex locale portineria
che fungerà da segreteria dell’associazione) presso un supercondominio
di 180 appartamenti appartenente all’Agenzia Territoriale della Casa che
gestisce le case popolari torinesi. “Ci hanno aiutato anche quando le
pratiche da espletare erano complicate, ci hanno proposto affitti ragionevoli
e probabilmente hanno anche valutato che potevamo essere dei buoni affittuari”,
ricorda Luigi, il presidente regionale di ACF. “Tutti eravamo alla ricerca
di qualche esperienza che dimostrasse la praticabilità dei concetti teorici
sull’economia alternativa; io penso sia l’unico modo per dimostrare
alle nuove generazioni che, se si vuole ottenere qualcosa di concreto, occorre
mettersi in gioco personalmente e non aspettare sempre che qualcuno ti aiuti”.
Ad alcuni obiettivi di evidente rilevanza sociale, come l’accoglienza,
presso uno degli appartamenti lasciato disponibile, di persone in stato di temporaneo
bisogno, segnalati da associazioni amiche, il gruppo punta a raggiungere risultati
che abbiano un impatto economico alternativo, per sé stessi e di riflesso
per il mondo esterno. “Vivendo a stretto contatto, il condominio solidale
riesce a mettere in atto politiche di mutuo aiuto in diversi ambiti”,
afferma Miria, funzionando in pratica come una continua banca del tempo: si
va dal sostegno in caso di lavori faticosi o di difficoltà, al mutuo
prestito dei mezzi di trasporto (biciclette ed autovetture) per gli spostamenti
quotidiani.
ACF ha voluto affermare anche in questa comunità tre punti che ritiene
fondanti per l’associazione: la condivisione dell’esperienza, l’accoglienza
di persone esterne in modo da socializzarla, e l’utilizzo di una cassa
comune per operare scelte economiche condivise. Tutti gli aderenti versano il
proprio stipendio, se lo percepiscono, nella cassa, ed ognuno può prelevare
ad inizio mese la somma di cui ritiene aver bisogno per arrivare alla fine del
mese stesso. Dopo aver pagato le spese comuni e le rate dei prestiti contratti
per ristrutturare gli alloggi, l’eventuale utile di fine anno viene versato
ad ACF nazionale, che provvede ad utilizzarlo per far nascere e crescere iniziative
simili.
“La nostra intenzione è quella di arrivare al più presto
ad effettuare una spesa collettiva con i soldi della cassa, in modo da renderla
più conveniente per tutti”, afferma Giovanni. “Ho proposto
anche di fare un solo collegamento internet ADSL, da piazzare nel locale della
segreteria, in modo da ottimizzare il costo dell’allacciamento: nessuno
rimane mai collegato più di un’ora al giorno” aggiunge. Probabilmente
la condivisione potrà essere in futuro estesa a molte altre attività.
“Non abbiamo inventato niente, negli anni passati le famiglie allargate,
soprattutto nei paesi, funzionavano già così. La nostra originalità
sta solo nel fatto che la nostra esperienza avviene nel centro di una grande
città, e senza alcun legame di parentela tra noi”, afferma ancora
Giovanni. L’apertura verso l’esterno ha portato il condominio ad
aderire al Servas (“in ogni caso quasi tutti ne facevamo già parte”,
dice ridendo Miria) e a mettere a disposizione, per la sezione piemontese del
MIR/MN e per il Centro Studi Sereno Regis che risiede in città, i locali
per il pernottamento dei relatori che partecipano ai convegni da essi organizzati.
Con un’offerta libera inoltre, chiunque può approfittare di una
accoglienza praticamente in centro città per ammirare una Torino trasformata
dagli eventi olimpici dell’anno scorso, e contemporaneamente conoscere
un’esperienza di economia alternativa che speriamo possa affermarsi anche
altrove.
I sette valori nonviolenti per essere una “babaylan
”C'erano una volta le babaylan ("donne mistiche"), le specialiste
della comunità filippina nei campi della cultura, della religione, della
medicina e della conoscenza dei fenomeni naturali, chiamate ad istruirsi per
rivestire questo ruolo onorato da un sogno, da un'esperienza traumatica o da
una babaylan più anziana... Prima dell'invasione degli spagnoli nel sedicesimo
secolo, queste donne erano il perno sociale e spirituale dei loro gruppi...
Ma no, non vi sto raccontando una fiaba. Le babaylan, anche se in minor numero
di un tempo, ci sono ancora. E il cuore del loro insegnamento, il centro di
una visione olistica che non crea immagini del divino poiché "siamo
tutti un unico respiro, e dio è in ciascuno di noi", è la
risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Aperte a tutto ciò che è buono e che aiuta la vita, hanno incorporato
il messaggio di pace cristiano nei loro canti di preghiera: traducendolo nei
linguaggi nativi, perché "dio ci capisce se parliamo la lingua materna".
L'educazione alla pace fornita dalle babaylan comincia molto presto, diretta
ai bambini. Ciascuna bimba o bimbo apprende a maneggiare il conflitto in modi
appropriati a seconda che esso si dia tra i suoi pari, con le persone adulte
e le babaylan stesse; violenza e guerra sono ovviamente escluse da questa visione,
perché distruggono e non gettano ponti. Il concetto di base è
che non potremo andare con grazia e gentilezza sul ponte che attraverseremo
dopo la morte ("tumatawid"), ne' trovare guida durante il passaggio,
se non abbiamo amato e curato in questa vita, che è sacra.
E poiché tutta la vita è sacra proteggere gli animali, l'acqua,