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- La mafia teme la forza della nonviolenza perche' le toglie il
potere sulle persone, di Mao Valpiana;
- E' possibile battere la mafia con la nonviolenza? Uscire dai
sistemi mafiosi usando coscienza e legalita', di Enzo Sanfilippo;
- Comunita' libere: un esperimento di difesa popolare nonviolenta
contro il dominio mafioso in Calabria, per la democrazia e la liberta',
di Pasquale Pugliese;
- L'abbraccio tentacolare di Mamma Mafia, che recluta i piu' giovani
nell'organizzazione, di Elena Buccoliero;
- I bambini della mafia sono vittime e i mafiosi adulti sono stati
bambini, di Rita Borsellino;
- Nonviolenza e politica: puri e impotenti o sporchi e potenti?,
di Beppe Marasso.
Le rubriche:
- Cinema. Nella cultura mafiosa un fascino difficile da dire,
intervista a Goffredo Fofi;
- Educazione. Gli altri siamo noi, sulle tracce della pace e dintorni,
a cura di Pasquale Pugliese;
- Economia. Dai diamanti non nasce niente ma sono il frutto della
guerra, a cura di Paolo Macina;
- Giovani. Pop, punk, metal, dance, techno, ogni momento e' quello
giusto, a cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera;
- Per esempio. Giocare per la pace nei luoghi di conflitto,
a cura di Maria G. Di Rienzo;
- Servizio civile. Dialogo aperto fra enti, Ufficio nazionale e
volontari, a cura di Claudia Pallottino;
- Musica. Fratelli d'Italia, cambiamo l'inno?, a cura di Paolo
Predieri;
- Movimento. Un seminario in Sardegna e un convegno nelle Marche;
- Euromediterranea e premio Langer per il Sudafrica contro l'aids,
a cura della redazione;
- Lettere. Capire le idee dei ragazzi dalle pagine di "Azione
nonviolenta", a cura della redazione.
La mafia teme la forza della nonviolenza perché le toglie il potere sulle
persone
Mao Valpiana
Studiare, capire, lottare, costruire, credere. Sono questi i cinque imperativi
che emergono dal lavoro su “mafia e nonviolenza” che pubblichiamo
nella parte monografica del presente numero di Azione nonviolenta.
Studiare il fenomeno mafioso, documentarsi, leggere, ricercare anche nelle origini
storiche, imparare ad interpretare la realtà sociologica ed economica
delle zone controllate della mafia.
Capire come oggi si è trasformata la mafia, come agisce, quali sono gli
ambiti in cui opera, dal traffico di droga alla gestione dei rifiuti, dalla
prostituzione al commercio d’armi, comprendere i meccanismi anche psicologici
attraverso i quali sottomette e controlla le persone, smascherare le commistioni
tra potere politico e potere mafioso.
Lottare direttamente contro la violenza mafiosa, denunciando i soprusi, i ricatti,
le prepotenze, ma anche indirettamente per superare il degrado, la disoccupazione,
l’abbandono e la lontananza delle istituzioni.
Costruire un’alternativa al sistema mafia, creare reti di solidarietà,
aprire spazi nuovi, inventare posti di lavoro, organizzare la scolarizzazione,
sostenere le cooperative libere, tutelare chi è nel mirino della mafia.
Credere che solo con la nonviolenza si può vincere sulla violenza, che
solo moltiplicando esperienze positive di persone e luoghi liberati sarà
possibile battere il sistema mafia. Credere che la forza per annullare il potere
mafioso ci verrà dalle storie luminose delle vittime di mafia, da chi
non avuto paura di testimoniare che l’onestà, la legalità,
la democrazia, la cultura, l’informazione sono valori superiori al disvalore
mafioso. Credere che la nonviolenza è già in atto.
Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace di Viterbo”
(che contro l’infiltrazione criminale e mafiosa nel suo territorio si
impegnò con rigoroso metodo nonviolento, e per questo fu accusato dal
potere politico di diffamazione, fu processato e fu assolto) ha scritto alcune
tesi su lotta alla mafia e nonviolenza, che qui riteniamo utile riprodurre in
sintesi.
La nonviolenza è già il cuore della lotta contro la mafia, poiché
nella storia dei movimenti che contro la mafia si sono battuti e si battono
la scelta della nonviolenza, le tecniche della nonviolenza, il progetto della
nonviolenza, sono stati in vario modo e misura sempre e decisivamente presenti
e operanti. Ed è naturale che sia così, poiché sistema
di potere mafioso e azione nonviolenta sono del tutto antitetici, e quindi ogni
progresso della riflessione e dell'azione nonviolenta è uno scacco per
il sistema di potere mafioso.
La nonviolenza sostiene senza esitazioni l'impegno delle istituzioni nella lotta
contro la mafia: la nonviolenza invera la legalità in quanto essa è
- e sempre dovrebbe essere - difesa dell'oppresso dalla violenza del potente;
la nonviolenza sostiene lo stato di diritto contro la guerra di tutti contro
tutti, l'ordinamento giuridico contro la barbarie, il sistema democratico contro
ogni totalitarismo; la gestione pubblicamente condivisa di ciò che è
bene di tutti contro la rapina privata che per l'appunto altri priva di beni
essenziali che devono essere comuni. La nonviolenza rafforza con la sua azione
anche le istituzioni: sia fornendo alle istituzioni valori, strumenti, risorse,
esempi; sia criticando e contrastando ciò che nel corpus legislativo
e negli assetti istituzionali non fosse accettabile alla luce della dignità
umana; sia lottando per avere leggi ed istituzioni migliori, per cancellare
ogni abuso e ogni arbitrio, per realizzare il potere di tutti, perché
a tutti gli esseri umani siano riconosciuti tutti i diritti umani.
La nonviolenza contrasta il sistema di potere mafioso già anche nell’affermare
valori e metodi intesi alla più vasta solidarietà, la coerenza
tra mezzi e fini, la consapevolezza che una e la stessa è la lotta contro
il patriarcato, lo sfruttamento, l'inquinamento, la guerra, il corrompere, il
terrorizzare e l’uccidere. La nonviolenza afferma il nesso che lega un
modello di sviluppo equo e solidale, con tecnologie appropriate e rispettoso
della biosfera, la democrazia estesa a tutti gli esseri umani, la costruzione
della pace intesa come relazioni di giustizia e di solidarietà fra tutte
e tutti, l’umanizzazione dei conflitti, la scelta della convivenza e della
sicurezza per tutte e tutti.
La lotta contro il sistema di potere mafioso è impegnativa e ardua. E
quante persone impegnate contro la mafia sono state dalla mafia assassinate:
il loro numero è così grande che a dire solo qualche nome non
riesci. E tuttavia insieme è scelta semplice e spontanea - come spiegò
una volta per sempre Paolo Borsellino, come spiegò una volta per sempre
Libero Grassi - se ascolti ciò che ti detta la voce che dal cuore ti
chiede di spezzare le catene e conoscere il fiore vivo.

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E' possibile battere la mafia con la nonviolenza?
Uscire dai sistemi mafiosi, usando coscienza e legalità.
di Enzo Sanfilippo
Nelle analisi correnti sul fenomeno mafioso è ben chiara la divisione
tra la mafia e chi la vuole studiare e combattere. Questi due soggetti sono
posti su piani nettamente separati: noi (cittadini impegnati, studiosi, intellettuali,
politici, preti, insegnanti, “società civile”) e loro (“cosa
nostra”, la “cultura mafiosa”, le “donne della mafia”,
i mafiosi ...).
Il laboratorio Percorsi nonviolenti per il superamento del sistema mafioso,
costituito a Palermo nel dicembre 2003, sta cercando di elaborare una nuova
prospettiva partendo da un filone di pensiero e di azione che si rifà
alla nonviolenza.
Esperimenti di nonviolenza contro la mafia
Nel laboratorio si confrontano persone di orientamenti culturali diversi, in
cui la stessa direzione nonviolenta è assunta con vari gradi di adesione
e/o criticità. L’intento comune è stimolare la ricerca sociologica
sul fenomeno mafioso (delle università, dei centri studi e dei singoli
ricercatori e analisti) a collocarsi in una posizione più interna: non
si tratta solo di conoscere una realtà criminale ma di far evolvere un
sistema di cui anche il ricercatore fa parte. Contemporaneamente si vorrebbe
far emergere la valenza scientifica, oltre che sociale, del lavoro delle associazioni,
dei movimenti, delle comunità, per comprendere le singole azioni in una
prospettiva di trasformazione storica e culturale complessiva.
La nonviolenza non è soltanto un metodo ma anche un modo di concepire
la realtà sociale, un organismo in cui le parti cosiddette “cattive”
sono intrecciate profondamente con quelle “sane”. Questa visione
rimanda alla impossibilità di estirpare, di annientare violentemente
una parte della società umana per quanto essa possa essere a ragione
giudicata “malata”, poiché ogni malattia lascia tracce in
tutto l’organismo, pronte a ricostituirsi velocemente.
Questa visione era ben chiara al giudice Giovanni Falcone quando, in Cose di
cosa nostra, affermava: “La tendenza del mondo occidentale, europeo in
particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e
su comportamenti che ci appaiono diversi dal nostri. Ma se vogliamo combattere
efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare
che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia.”
E ancora: “La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro
proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade
di protettori, complici informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli
maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati
della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con
tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o
no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione”.
La mafia come sistema sociale
Proprio a partire da queste intuizioni molti di noi parlano di “sistema
sociale mafioso”. Penso che, sul piano dell’azione per il cambiamento,
la nonviolenza sia la risposta più coerente con questa visione. Essa
ci ricorda che l’unico rimedio possibile alla violenza - sia essa fisica,
culturale o strutturale – sta nella trasformazione dell’intero insieme.
Per far questo bisogna porre in comunicazione conflittuale le parti del sistema,
sia quelle persuase di trovarsi in conflitto sia le altre che sembrano restarsene
fuori.
Questa ricerca passa attraverso processi che Gandhi definisce di auto-purificazione:
l’avversario, nel nostro caso il mafioso (incluso chi non delinque ma
riconosce la mafia come una cosa buona), non mi comprende perché, dal
suo punto di vista, io sono un nemico. C’è qualche cosa nella mia
storia, nella cultura mia o delle persone e delle istituzioni a cui egli mi
associa che, forse a ragione, sono ritenute cattive o “ingiuste”.
Dietro questa visione per alcuni disturbante non c’è “buonismo”.
Non si intende che tutti gli uomini sono buoni, poiché tutti gli uomini
sono in diversa misura buoni e cattivi. C’è piuttosto una fede
- non importa se religiosa o laica - nelle possibilità evolutive dell’uomo
e della società umana. Quando, laicamente, Giovanni Falcone affermava
che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani
ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”,
egli non aveva alcun fondamento scientifico. In ogni caso possiamo partire da
questa aspettativa-speranza che ognuno può rinsaldare nel suo intimo
con i propri fondamenti, spirituali, filosofici o religiosi che siano.
Sono personalmente convinto che questo potrebbe costituire un nuovo paradigma
nel processo storico di conoscenza e di contrasto alla mafia, da articolare
secondo diversi percorsi.
L'approccio della prova dei fatti
Gandhi ci ha trasmesso una grande fiducia nella prova dei fatti, infatti parlava
di “esperimenti con la Verità”. La sua fede nella Verità,
nella Giustizia, nell’Unità del genere umano lo portava a pensare
che un’azione purificata non può produrre che frutti positivi.
Quando ciò non avviene dobbiamo riprovare o trovare strade alternative,
senza dare nulla per scontato. Perfino l’uso della forza non è
per lui un tabù assoluto, anche se - proprio in forza delle sue esperienze
- era solito affermare che in tutte le situazione in cui si era trovato ad agire,
sempre la violenza si era potuta evitare o si sarebbe potuta evitare, nel senso
che a posteriori egli aveva potuto scorgere risposte nonviolente per niente
ingenue o banali.
Di fronte al fenomeno mafioso l’approccio della prova dei fatti ci invita
ad alcune riflessioni radicali, certamente un po’ fuori dal coro sia dei
soggetti istituzionali che di quelli “di movimento”.
Con quali strumenti si è cercato e si cerca di combattere la mafia? Possiamo
indicare tre grandi aree: la repressione, l'educazione e la lotta al sottosviluppo
economico. Tuttavia la mafia continua ad esistere e ad espandersi.
Potremmo chiederci se questo dipenda da una insufficienza quantitativa: poca
repressione, poca educazione, scarsi interventi sull'economia? O una combinazione
squilibrata tra i tre tipi di azione?
Domande legittime che dobbiamo continuare a farci. A mio avviso però
alcuni nodi risiedono nel nostro approccio. Perché, a ben pensare, repressione,
educazione e sviluppo sono azioni conseguenti ad una rappresentazione della
realtà mafiosa come cancro in un corpo sano. Questa visione ci porta
a reprimere, dare valori, cultura, risorse economiche a chi ne è privo…
La nonviolenza porta ad assumere un pensiero diverso, creativo ed evolutivo
nel senso che porta a soluzioni inedite, a “pensieri non pensati”.
Non si pone come alternativa assoluta ma, come diceva Capitini, è una
aggiunta che può aprire ad una realtà liberata.
Il richiamo della coscienza
La nonviolenza porta ad agire sulla e con la coscienza dell'avversario, nella
consapevolezza dell'umanità di cui ciascuno è portatore. Secondo
Lanza del Vasto il nonviolento è “colui che mira alla coscienza”.
Non esiste azione nonviolenta che possa prescindere da questo obiettivo.
Quest'approccio implica un riconoscimento dell’umanità dell’avversario,
un chiamarlo per nome in modo diretto, anche in modo aggressivo o provocatorio,
ma che appunto lo riconosca nella sua umanità e nella sua potenziale
capacità di risposta. Questo tipo di relazione comunicativa ha avuto
luogo anche nella storia della mafia, in verità non molto frequentemente.
La mafia provoca dolore, sofferenza, collera, ma al contempo cerca di sopravvivere
congelando i conflitti, frenando ogni possibile evoluzione significativa poiché
essa insegna a soffocare il dolore, a restare muti, a non piangere, a non urlare.
La chiave della nonviolenza consiste invece nella forza di comunicare la propria
sofferenza, di comunicarla al proprio avversario e alle terze parti, con coraggio
e senza pudore. Solo in questa prospettiva essa ci purifica e diventa “offerta”,
nel linguaggio gandhiano tapasya.
Nel 1989 Angela Casella si reca nella Locride dove suo figlio Cesare è
stato rapito dalla ‘ndrangheta. Lì compie un vero e proprio pellegrinaggio
nelle piazze e nelle chiese di San Luca, Platì, Locri, Ciminà.
In ogni città la Casella si incatena come immagina sia in quel momento
legato suo figlio e si rivolge soprattutto alle donne: “Aiutatemi a cercare
mio figlio. Ve lo chiedo come può chiederlo una mamma”. Alcune
di queste donne si uniscono a lei in una spontanea manifestazione che si conclude
in un blocco stradale. Un vecchio boss addirittura fa un appello ai rapitori
dalle pagine di Repubblica.
Ai mafiosi, assassini del marito si rivolse in chiesa Rosaria Schifani, moglie
di uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone nel giorno dei funerali.
Ai mafiosi si rivolse in alcune omelie Don Pino Puglisi. Ai mafiosi si rivolge
in una lettera ripresa dal Giornale di Sicilia Libero Grassi, in modo molto
provocatorio, dopo le prime richieste di pizzo.
Le azioni creative e di spiazzamento.
Nella comunicazione come nelle azioni i gesti di spiazzamento sono le risposte
non previste. Nella cultura mafiosa anche il solo rispondere è uno spiazzamento.
Anche la vittima del sopruso o dell’omicidio di un congiunto si adegua
a questo codice spesso per paura, ma più in generale perché non
coglie l’utilità di fare diversamente. In questo senso lo slogan
dei giovani della Locride “Adesso ammazzateci tutti” usa questa
tecnica comunicativa. Non “adesso dovrebbero ammazzarvi tutti”,
come pure si sarebbe potuto urlare, ma una frase che evidenzia in modo paradossale
l’illogicità della violenza in quanto pone fuori dal futuro l’intera
comunità, che ha nei giovani la sua sopravvivenza.
Così come spiazzante sul piano dell’azione è la volontà
del Vescovo di Locri, Monsignor Giancarlo Bregantini, di inserire nelle cooperative
sociali ex detenuti passati probabilmente dalle file della ‘ndrangheta.
Chi non percepisce certamente la pericolosità di una tale operazione?
Ma essa si pone in un'ottica di superamento della contrapposizione ed è
spiazzante, poiché afferma che la comunità non vuole annientare
l’avversario ma, per riprendere una frase biblica del profeta Ezechiele,
che “si converta e viva”. (Ez. 33,11)
La responsabilità di tutti
Se la mafia è sistema sociale, nel gioco delle interrelazioni tra i vari
soggetti e i vari sottosistemi anch’io, che mi oppongo alla mafia come
cultura o come sistema di potere, certamente le offrirò una qualche collaborazione,
anche non intenzionale. Un consenso inconsapevole e diffuso è veicolato
ad esempio dai nostri acquisti.
L’iniziativa di un nutrito gruppo di ragazzi di Palermo che ha per nome
“Addio Pizzo” ha centrato questo punto essenziale. Siamo tutti complici
e bisogna che ne prendiamo consapevolezza pensando alle strategie di fuoriuscita.
Nei miei viaggi faccio il biglietto aereo da Palermo presso una della agenzie
che non paga il pizzo alla mafia e che ragazzi di “Addio Pizzo”
hanno reso pubbliche. Ho così onorato un impegno preso alcuni anni fa
quando, con alcune migliaia di cittadini palermitani, ho sottoscritto il manifesto
contro il racket promettendo di sostenere i negozi che se ne tiravano fuori.
Tutto ciò non ha per ora rilevanza economica ma essenzialmente culturale,
relazionale. Quando mai prima d'ora avrei potuto chiedere all’agenzia
di viaggi: “Scusi, ma lei paga il pizzo?” Invece oggi grazie a questa
campagna cominciamo a rompere quel silenzio malefico su cui la mafia è
vissuta fino ad oggi.
Sull’aspetto economico dovremmo anche rompere un certo tabù sulle
droghe, anche leggere, poiché finché sono illegali il loro uso
e quindi il loro acquisto finanzia le mafie. Su questo non ho una soluzione
facile, ma dobbiamo cercarla.
Le prospettive di riconciliazione
In tutti i grandi processi di cambiamento sociale in cui si pone fine a un conflitto
violento si devono fare i conti con le persone che si sono macchiate di omicidi
o sono state complici dirette di situazioni di ingiustizia.
Parlando di mafia si pensa a esponenti come Bernardo Provenzano e mai a quella
miriade di persone che gli ruota attorno. Oggi molti uomini e donne del sud
Italia sostengono il sistema mafioso perché è quello che li ha
allevati e li sostiene, oltre ad essere l’unico che hanno potuto sperimentare.
Il cambiamento sarà possibile se costoro potranno immaginare di vivere
in una nuova situazione. Certo, è difficile pensare al “mostro”
Provenzano che si converte (per quanto a mio avviso dovremmo poterlo immaginare)
ma se solo ci allontaniamo di un passo e pensiamo ai suoi figli, ecco che la
cosa può sembrare plausibile - come ha fatto il fratello di Peppino Impastato
che si è rivolto ai mafiosi ricordando come il padre di Peppino e Giovanni
fosse un uomo della mafia.
Un problema di questo tipo è stato affrontato in una situazione altrettanto
violenta anche se diversa. Mi riferisco al Sudafrica di Nelson Mandela e Desmod
Tutu. Spesso la riconciliazione induce scetticismo, eppure in quella situazione
ugualmente intrisa di violenza, torture e complicità di regime è
stata possibile quella grande esperienza storica che è stata la Commissione
per la Verità e la Riconciliazione dove tutta la nazione ha assistito
per radio e per televisione alla ricostruzione della verità e, a partire
da questa, a reali episodi di pentimento e perdono. È questa la prospettiva
della “giustizia rigenerativa”, una nuova frontiera nel campo dell’amministrazione
della giustizia in cui non la legge, ma il danno arrecato alle persone e la
relazione tra vittima e autore del reato, giocano un ruolo centrale per la risoluzione
del conflitto anche negli aspetti di danno sociale.
Nell’estate 2006 abbiamo incontrato in Sicilia Marinetta Cannito (American
University di Washingthon), che sta studiando una applicazione della giustizia
rigenerativa applicata ai reati di criminalità organizzata. Poiché
ancora una volta vorrei ricordare che la sofferenza e il dolore che la mafia
ha seminato in tutti questi anni è grandissimo. Da quando mi occupo di
queste tematiche due persone hanno sentito il bisogno di raccontarmi che in
un caso il padre, nell’altro il fratello sono scomparsi per lupara bianca.
È lo stesso dolore dei familiari dei desaparecidos che non sanno dove
e come sono morti i loro cari, un dolore straziante e infinito. E grande è
la solitudine dei testimoni di giustizia…
Dobbiamo capire il senso di questa sofferenza. Essa non è certamente
inutile. Io penso che possiamo ancora darle un senso se sapremo ricostruire
la verità di questi lunghi anni e se allo stesso tempo possiamo guardare
senza paura al futuro. Ricostruzione della verità e costruzione del futuro
possono nascere da un lavoro collettivo in cui tutti i membri di una comunità
si sentano in qualche misura responsabili e protagonisti, capaci di reale pentimento
e altrettanto capaci di perdono.
Lo Stato e la legalità
Non disgiunta da tutto questo è l'esigenza di superare alcune parole
d’ordine del movimento antimafia, prima fra tutti l’educazione alla
legalità.
Ho una profonda gratitudine verso don Luigi Ciotti per il suo impegno prezioso
nella nostra terra, un impegno che lo espone personalmente, che ha dato opportunità
di riscatto a tante persone e che richiama costantemente il nostro torpore rispetto
al problema mafia. Voglio tuttavia avanzare l’idea che oggi ci è
richiesto un ulteriore passo in avanti.
Troppo forte sentiamo in alcune aree del sud il retaggio di una diffidenza forse
ancora legittima nei confronti dello Stato. È una diffidenza che purtroppo
non è dei mafiosi, ma della gente. Da qui dobbiamo ancora partire per
costruire una comunità civile. Dobbiamo costruire una comunità,
ovvero aggregazioni in cui ognuno si riconosca profondamente (e questo non è
un problema solo meridionale); giustizia nell'ottica di don Milani, come sistema
di garanzie dei più deboli e non mero e formale rispetto delle leggi;
società, intesa come sistema di organizzazioni che migliorino le relazioni
e non le appesantiscano; responsabilità, ossia senso di appartenenza
personale alla comunità e ai problemi. Ci vogliono parole nuove che significhino
immediatamente tutto questo.
La parola legalità richiama purtroppo soltanto al rispetto delle leggi
vigenti in uno Stato. Uno Stato che troppe scuole ha intitolato a Don Milani
senza elaborare un progetto educativo che potenziasse i presidi scolastici dal
punto di vista quantitativo e qualitativo, anzi che proprio a spese di questo
settore vuol fare quadrare i suoi bilanci.
Oggi, in un quadro di generale legalizzazione dell’illegalità,
appare più opportuno coniare termini che ci conducano alla costruzione
di leggi che ancora non esistono o all’obiezione a quelle che non rispecchino
chiaramente la giustizia e la pace - ma che ancor prima facciano riferimento
a valori che ogni cittadino del sud sente ancora dentro il proprio cuore.
Tutto ciò non è disgiunto neanche dalla necessità di ripensare,
Stato e Terzo Settore insieme, la legge sulla confisca dei beni mafiosi. Il
Presidente di una Cooperativa di Partinico ha riferito commosso che la processione
della Madonna del Borgo, dove la Cooperativa ha ottenuto l’uso di un terreno
confiscato impegnando dei soggetti svantaggiati del paese, si ferma proprio
in quel terreno, a significare una saldatura tra aspetti religiosi della comunità
e un progetto di riscatto sociale, con la partecipazione quindi di una parte
significativa degli abitanti. Penso che questi aspetti simbolici di riappropriazione
e di “restituzione” siano importanti tanto quanto la pur necessaria
efficienza burocratica. Anzi laddove essi non siano possibili può essere
in qualche caso utile desistere dall’assumere un carico di impegno economico
e imprenditoriale che non lasci contemporaneamente il segno nel cuore della
comunità.
E perché non puntare a una restituzione spontanea di beni e terreni?
Da parte di chi? Di ex mafiosi, di vedove della mafia, ma anche di persone normali,
e consentitemi, della Chiesa e degli ordini religiosi proprietari di conventi
in disuso, di terreni e fabbricati che potrebbero essere messi a disposizione
per progetti di sviluppo di comunità. La nonviolenza si costruisce anche
con la testimonianza, più credibile di ogni appello alla restituzione.
In India i seguaci di Vinoba proseguono ancora oggi il loro impegno contro le
multinazionali chiedendo porta a porta ai grossi proprietari terrieri un acro
di terra per i paria. Il dono della terra da parte di alcuni potenti raja indiani
(potenti soprattutto dal punto di vista religioso) diede vita ad un movimento
di redistribuzione della terra e alla costruzione di centinaia, forse migliaia
di villaggi.
Per maggiori informazioni sulle esperienze citate:
Libera - Associazioni Nomi Numeri contro le Mafie - http://www.libera.it
Addiopizzo - http://www.addiopizzo.org
E adesso ammazzateci tutti - http://www.ammazzatecitutti.org/

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Comunità Libere: un esperimento di difesa popolare nonviolenta
contro il dominio mafioso in Calabria, per la democrazia e la libertà
Nostra intervista a Vincenzo Linarello
a cura di Pasquale Pugliese
Dal Manifesto programmatico di Comunità Libere
Movimento di difesa popolare nonviolenta per la democrazia e la libertà
in Calabria
(…)
10. Le nostre problematiche non sono dunque determinate solo da un certo tipo
di cultura o di mentalità ma da precisi sistemi di potere o – per
dirla cristianamente – da strutture di peccato, che assoggettano la gente
servendosi delle esigenze di sopravvivenza quotidiana.
11. Questo sistema non è casuale. È un sistema di potere scientificamente
pensato e strutturato per compiere una manutenzione sistematica della precarietà
della gente. Le organizzazioni che governano questo sistema, pur con modalità
differenti sono la ‘ndrangheta e le massonerie
(…)
23. Gli obiettivi di Comunità Libere sono:
la DIFESA, TUTELA e PROTEZIONE di persone, famiglie, imprese, organizzazioni
e istituzioni che vengano attaccati da ogni potere forte, antidemocratico e/o
violento;
la DENUNCIA di ogni tipo di violenza e ingiustizia economica,
la DIFESA e la TUTELA delle libertà, della democrazia e della libertà
di mercato in Calabria
24. innanzitutto Comunità Libere difende prontamente chi sia ingiustamente
vittima degli attacchi di ogni forma di potere. A tale scopo viene predisposta
una rete di reazione nonviolenta capace di mobilitarsi in modo organizzato e
rapido di fronte a qualsiasi minaccia si presenti.
(…)
25. Comunità Libere vuole combattere e “demolire” le strutture
di potere antidemocratiche e/o violente. Nello stesso tempo, però, accoglie
e cerca di far crescere le persone che ne fanno parte, restituendo loro dignità.
(…)
30. Comunità Libere infine crede nei valori di gratuità, apertura,
trasparenza. Non difende solo i propri membri ma tutti coloro che non hanno
la possibilità di difendersi da soli, senza nulla chiedere in cambio.
HYPERLINK "http://www.comunitalibere.org/"www.comunitalibere.org
Vincenzo Linarello è il giovane presidente del Consorzio di cooperative
sociali Goel e animatore dell’esperienza di Comunità Libere. Vado
a trovarlo nella sua bella casa-comunità di Gioiosa Jonica, la “comunità
di liberazione”, dove vive insieme alla sua famiglia e a diversi compagni
di strada. Linarello è l’infaticabile promotore di un importante
esperimento che cerca di saldare i principi e il metodo della nonviolenza con
la difficile lotta contro la potentissima mafia calabrese, la 'ndrangheta. Quella
che i magistrati hanno definito “la mafia perfetta”, cioè
quell’organizzazione criminale che ha costruito il più chiuso e
impermeabile sistema di violenza, che dalla Calabria espande i suoi tentacoli
sul piano internazionale, in un continuo rimando tra violenza locale e affari
globali.
Prima e dopo il delitto Fortugno
Allora, Vincenzo, quando inizia la vostra storia?
Tutto parte nell’89 da un gruppo nonviolento di Gioiosa Jonica, il Gruppo
Akatistos che nella Locride ha promosso, tra le altre cose, l’obiezione
di coscienza e l’obiezione alle spese militari. Con l’arrivo di
mons. Bregantini in questa diocesi, circa 13 anni fa, il gruppo fu coinvolto
in un progetto di lotta alla disoccupazione giovanile che portò alla
nascita delle prime cooperative e poi alla creazione del Consorzio Goel.
Perché Goel? Cosa significa questo nome?
Goel è il riscattatore, colui che nell’Antico Testamento, pur non
avendo legami di sangue con chi non saldava i propri debiti ed era per questo
diventato schiavo, pagava il prezzo del riscatto rendendolo cittadino libero.
Il consorzio Goel nasce con due obiettivi: rafforzare le attività delle
cooperative e creare un’organizzazione per il cambiamento capace di far
fronte al sistema di potere che in Calabria controlla tutta la regione. Perché
è nostra convinzione che il cambiamento non si produce nel tempo libero,
o in maniera episodica o disorganizzata. Insomma, il cambiamento non si produce
semplicemente attraverso le buone intenzioni.
Soprattutto in un contesto come quello calabrese...
Infatti, parallelamente maturava una lettura sempre più consapevole del
nostro territorio, drammaticamente confermata dall’omicidio di Franco
Fortugno nell'ottobre del 2005. L'evoluzione della ‘ndrangheta in Calabria
inizia 30 anni fa quando furono istituiti all’interno del percorso iniziatico
i gradi supremi di santista e di vangelo, con la missione specifica di entrare
in tutte le logge massoniche in cui era loro consentito. Il passaggio successivo
è stato reinvestire l’immenso patrimonio accumulato dai traffici
di droga ed armi nell’economia legale e negli investimenti finanziari.
A questo punto i capi decidono di mandare i figli a studiare all’Università:
si comincia ad avere i ‘ndranghetisi in giacca e cravatta ed alcuni si
candidano alle elezioni amministrative. È un passaggio storico perché
si passa dai politici collusi ai politici affiliati. La loro affiliazione garantisce
un’affidabilità totale nella gestione di un immenso patrimonio
di denaro.
In che periodo si colloca questo passaggio?
Tra gli anni ’80 e ’90. Nasce così una nuova formula di scambio
con la politica: dapprima i voti della 'ndrangheta venivano ripagati con appalti,
poi con più posti di responsabilità e di governo diretto della
cosa pubblica. Tutto questo viene reso pubblico e formalizzato attraverso l’omicidio
Fortugno, il quale, secondo la nostra lettura, non è legato alla persona
ma è un omicidio politico che ha voluto mettere sul tavolo della politica
regionale e nazionale, appunto, la pistola della ‘ndrangheta.
E siamo ai giorni nostri…
Di fronte a tutto ciò il Consorzio Goel prende una posizione forte e
chiara: in un momento pubblico - a Roccella Jonica il 7 novembre del 2005 -
denunciamo apertamente queste cose e raccontiamo l’inquietante dato evolutivo
della mafia in Calabria. Quando ciò accade veniamo ferocemente attaccati
da tutti i capi delle più potenti massonerie italiane, anche quelle legali,
e dopo qualche mese avviene il primo serio attentato alle nostre cooperative:
vengono avvelenate tutte le piantine di frutti di bosco. Le circostanze di questo
attentato e quanto accaduto prima e dopo, in particolare la campagna diffamatoria
svolta da alcuni giornalisti contro il vescovo Bregantini, ci fanno capire che
dietro quell’attentato non ci stava solo la ‘ndrangheta ma anche
le massonerie deviate. Insomma maturiamo la lucida consapevolezza che ci troviamo
di fronte ad un sistema di morte molto più pervasivo di quello che avevamo
finora compreso e immaginato.
O stai dentro questo sistema o vai via dalla Calabria
Per cui decidete che il consorzio, da solo, non è più sufficiente
Partiamo da un’analisi del sistema attuale: noi pensiamo si mantenga attraverso
un “circolo di morte” nel quale la ‘ndrangheta e le massonerie
deviate si situano, direttamente o attraverso persone controllabili, dovunque
la gente deve rivolgersi per soddisfare i propri bisogni quotidiani fondamentali,
dal lavoro alla sanità, dalla pubblica amministrazione all'apertura di
un'attività commerciale… Insomma la gente è presa per il
collo: o stai dentro questo sistema o vai via dalla Calabria. La moneta principale
con cui la gente ricambia questi centri di potere è il consenso, ossia
il voto. ‘Ndrangheta e massoneria accumulano pacchetti enormi di voti
che poi rivendono ai partiti, i quali a loro volta pagano in due modi: facendo
spazio all’interno del partito e dei luoghi di governo a uomini che provengono
da questi centri di potere, o cedendo loro ulteriori posti nella pubblica amministrazione,
posti di responsabilità e di dirigenza. E il circolo ricomincia. In questa
logica costruire un’alternativa sul piano culturale e politico è
praticamente impossibile.
Questo spiega anche il trasformismo del personale politico in Calabria.
Infatti in Calabria i partiti non esistono, tranne qualche militante che continua
a crederci. Pertanto implorare dallo Stato un intervento risolutivo significherebbe
chiedere ai partiti di sputare nel piatto dove mangiano: qualcosa la si fa ma
mai in maniera risolutiva o efficace, perché far ciò significherebbe
mettere in crisi il sistema di scambio dei voti. Pensa cosa significa un milione
e mezzo di voti calabresi in un momento in cui in Italia si vince o si perde
per qualche migliaio. In questo contesto è inefficace, ed anche ingiusto,
l’appello al cambiamento culturale della gente. La gente in Calabria non
manca di valori, ma quotidianamente deve scegliere tra la sopravvivenza propria
e della propria famiglia e la coerenza e, naturalmente, molta gente sceglie
la sopravvivenza. Quindi non c’è solo il danno ma anche la beffa:
non solo non viene garantita alla nostra gente la possibilità di scegliere
ma deve anche assistere a pressioni fortissime su un preteso eroismo che sostanzialmente
lascerebbe immutata la situazione.
E allora come si esce da una situazione che appare bloccata da tutti i punti
di vista?
Noi vediamo una sola possibilità: intervenire nei luoghi di scambio tra
i bisogni delle persone e i centri di potere occulto. La parola chiave è
“alternativa”: o si riesce a dare realmente alla gente la possibilità
di avere un’alternativa o non se ne esce più. Ciò significa
organizzarci per dare risposte alternative a quelle che danno questi centri
di potere. Il primo bisogno fondamentale a cui bisogna dare risposta è
la sicurezza. La sicurezza oggi in Calabria non viene garantita dallo Stato,
perché lo Stato non risponde proporzionalmente alla gravità dei
fatti criminosi che avvengono, ma proporzionalmente all’importanza della
vittima che viene colpita. Dall’altro lato chi ha il coraggio di dire
no di fatto viene punito sia dallo Stato che dall’ambiente in cui vive.
La faccenda tristissima dei “testimoni di giustizia” è eloquente:
i testimoni di giustizia sono quelli che hanno avuto il coraggio di dire no,
avendo visto delle cose, ed oggi vivono una vita d’inferno nell’isolamento
sia da parte dello Stato e che da parte della società.
Organizzare un sistema alternativo
È sul bisogno di sicurezza che intervengono Comunità Libere?
Sì, e ovviamente scegliamo gli strumenti della nonviolenza. L’idea
è di organizzarsi in modo che, nel momento in cui qualcuno viene minacciato,
attaccato, colpito dalla ‘ndrangheta, si possa reagire simultaneamente,
in modo sincronizzato, a sua difesa. Si tratta di tessere una rete di persone,
famiglie, organizzazioni sociali, imprese che, nel momento in cui entrano in
Comunità Libere, dicano che cosa concretamente possano mettere a disposizione.
L’obiettivo è creare in tutta la Calabria dei coordinamenti locali
di Comunità Libere i quali ci danno l’o.k. per l’entrata
di nuovi soggetti nell’organizzazione e ci danno anche le indicazioni
su dove intervenire e dove no, perché le situazioni non sono tutte semplici,
trasparenti e lineari. A questo punto si mette in moto il coordinamento regionale
e ciascuno fa il suo pezzo.
Naturalmente maggiore è la reazione più efficace è il meccanismo…
Certo, e adesso siamo in piena campagna adesioni. Finora siamo intervenuti solo
in alcune situazioni che ci hanno riguardato direttamente e soprattutto con
una metodologia di tipo tradizionale: per esempio attraverso i comunicati stampa
di denuncia delle violenze. È una scelta di prudenza, perché se
la gente rischia la propria pelle nel dir di no, anche sulla base di una nostra
vicinanza, e quindi conta su di noi, noi dobbiamo poter contare su un’organizzazione
forte. Questo è un elemento cruciale, e di responsabilità, della
nostra strategia: se diciamo a chi è in difficoltà “resisti
perché c’è un movimento che ti dà una mano”,
però poi la reazione non è forte, non è efficace, non è
all’altezza, rischiamo davvero di lasciare isolate le persone. Il primo
passo quindi è il successo di una forte campagna di adesioni –
dentro e fuori la Calabria - in maniera che la reazione di volta in volta attivata
possa essere davvero pesante.
Il secondo è far nascere i coordinamenti locali. I primi saranno a Catanzaro
e nella Locride, mentre è già attivo quello regionale.
Che tipo di disponibilità chiedete a chi entra in questa rete di difesa
nonviolenta?
Di qualunque tipo, in base alle caratteristiche e alle possibilità degli
aderenti: scrivere sul giornalino parrocchiale, organizzare un sit-in, attivarsi
con la posta elettronica, organizzare azioni dirette... Qualunque disponibilità,
anche piccola, purché garantita. Più di tutto chiediamo serietà
e affidabilità. Oltre naturalmente all’adesione al nostro manifesto
che contiene due elementi di fondo, radicalmente antagonistici al sistema di
violenza: l’attenzione ai mezzi e la difesa di tutti, non solo degli affiliati,
come fanno mafia e massoneria. Inoltre è importante ciò che può
fare chi è fuori dalla Calabria, perché se questa lotta difficilissima
sarà vinta non lo faremo da soli. È necessario che molti fuori
dalla Calabria dicano: “quelli là ci interessano”, in maniera
che i poteri radicati sul territorio sappiano che non debbono vedersela solo
e unicamente con noi.
Siete consapevoli che con questa strategia alzerete il livello del conflitto,
e questo avrà una reazione.
La reazione c’è, c’è già stata, ci sarà
ancora: io mi aspetto tempi molto duri… Del resto, noi intendiamo distruggere
queste organizzazioni violente, la ‘ndangheta e la massoneria, ma abbiamo
la chiara consapevolezza che le persone non debbono mai diventare nemiche. Ciò
non solo per adesione alla nonviolenza, ma perché ci dobbiamo misurare
con il meccanismo dell’appartenenza. In Calabria non vali per ciò
che sei, o per ciò che dimostri di valere, ma per l’appartenenza
che riesci ad esibire: ad una famiglia forte, alla massoneria, alla ‘ndrangheta.
In questo contesto la classe sociale popolare è fatta di gente senza
appartenenze da esibire, e lì la ndrangheta pesca i suoi affiliati, dando
in cambio un'identità forte. Nella ‘ndrangheta non si entra prevalentemente
per soldi, ma per un’ideologia distorta di rispetto, perché nel
momento in cui ci entri diventi qualcuno, sei riconosciuto, rispettato e non
devi più avere un atteggiamento da suddito. Perciò il problema
dell’alternativa è molto serio.
Il programma costruttivo
E questo mi sembra, gandhianamente, il vostro programma costruttivo.
Proprio così. Una delle esperienze più significative del Consorzio
Goel, la coop. Valle del Bonamico nasce esattamente a questo scopo: opera nel
territorio di Platì e Bovalino con l’obiettivo di dare un’alternativa
a persone a forte rischio di coinvolgimento mafioso. Con l’idea che queste
persone non vanno emarginate ma coinvolte in percorsi positivi, di protagonismo,
integrazione e lavoro, dando loro anche l’opportunità di guadagnare
adeguatamente ma attraverso un lavoro onesto. Anche perché, tutto sommato,
la proposta che noi facciamo è competitiva: la ‘ndrangheta fa un’offerta
falsa, in cui sono pochi a vincere e tanti a perdere perché si rischia
di venire ucciso, perché se non si è un potente si va in carcere
e i soldi “guadagnati” si spendono in processi e vertenze legali,
perché non ci si gode la famiglia e si vive costantemente con la paura…è
una vita a perdere, una vita fallimentare, insomma un grande imbroglio.
Tutto ciò in una regione dove il problema del lavoro è un elemento
strutturale.
Infatti, oltre al bisogno di sicurezza ce ne sono altri da cui dipendono i possibili
cambiamenti. Il principale è proprio il lavoro: in Calabria lo stato
sociale di fatto è controllato direttamente o indirettamente da certi
poteri, quindi ogni qual volta riceviamo risposte, di fatto le negoziamo con
quelli. Inoltre c’è la tendenza generale volta allo smantellamento
dello stato sociale. Ci siamo chiesti se dal basso possiamo organizzarci per
dare risposte alternative, per rifondare il pubblico attraverso una gestione
democratica, coinvolgendo le comunità locali, la gente che si mette insieme
per dare risposte sul lavoro, sui servizi sociali, sulla previdenza, sulla sanità
ecc. Il modello di riferimento è quello delle società di mutuo
soccorso da cui è nata la cooperazione in Italia, quando non esisteva
lo stato sociale e per dare alcune risposte era necessario mettersi insieme.
In Calabria dobbiamo ripartire da qui, creando percorsi di mutualismo allargato.
Per questo abbiamo costruito un consorzio regionale di 3° livello che si
chiama Calabria Welfare in cui entrano i diversi consorzi sociali calabresi.
La descrizione che fai del sistema di dominio mafioso in Calabria mi sembra
da manuale: è fondato sulla violenza diretta, la violenza strutturale,
la violenza culturale…
È proprio così, perciò è importante agire a tutti
i livelli, anche su quello culturale: dobbiamo destrutturare tutto l’apparato
ideologico che sostiene questa organizzazione. Walter Wink nel libro “Rigenerare
i poteri” dice che ogni organizzazione umana ha una sua spiritualità,
negativa o positiva che sia, perché non c’è nessuna organizzazione
di potere che pretenda di avere la fedeltà dei suoi membri, che non si
fondi su un apparato ideologico”. Per cui prima di combattere frontalmente
queste organizzazioni è necessario destrutturare il loro apparato ideologico,
destrutturare quelle giustificazioni simboliche che sostanzialmente producono
obbedienza, offrendo una sorta di presunzione di innocenza a molti mafiosi e
massoni. Sono convinto che tanta gente è entrata in buona fede, ritenendo
giusto ciò che fa la ndrangheta: il punto è quello di destrutturare
questa mistificazione ideologica, questo imbroglio. Questo è il lavoro
più efficace, ma lo si può fare in un meccanismo di dialogo con
le persone, perché le organizzazioni vanno combattute ma con le persone
si dialoga… Infine, bisogna ridicolizzare alcuni assunti mitici della
'ndrangheta, questa è un’azione urgente e necessaria, perciò
abbiamo fatto anche un appello a molti artisti per aiutarci…
Caro Vincenzo, non posso lasciarti senza un’ultima domanda: qual è
il vostro rapporto con la paura?
La paura c’è, ma abbiamo la consapevolezza che prima della paura
c'è la dignità. Certo poi ci sono anche i sensi di colpa e la
responsabilità rispetto alla propria famiglia… Personalmente mi
aggrappo alla fede in Dio: credo che questo percorso non sia nato da noi, credo
che Dio ci stia conducendo in un percorso di liberazione, ed affido a lui tutto
quanto. Del resto questo aspetto della spiritualità per alcuni di noi
è così importante che abbiamo messo su un piccolo movimento di
preghiera che si chiama “Magnificat Calabria, movimento di preghiera per
il cambiamento”, per cui le nostre azioni sono supportate da tante persone
che ci seguono con la preghiera.
Insomma, non vi fate mancare niente…
…Siamo o non siamo nell’epoca della complessità?
2 Vice-presidente del consiglio regionale calabrese, ucciso dalla ‘ndrangheta
il 16 ottobre 2005 a Locri di fronte al seggio delle elezioni primarie dell’Unione.
Dal suo omicidio prende il via il movimento dei “ragazzi di Locri”
che oggi si riunisce intorno al sito www.ammazzatecitutti.org (ndr).

torna in alto
L'abbraccio tentacolare di Mamma Mafia, che recluta i più giovani nell'organizzazione
di Elena Buccoliero
I fatti di violenza tra i minori, dentro e fuori dalla scuola, hanno ormai
invaso le cronache dei media locali e nazionali. Ma che cosa significa l'azione
violenta in luoghi già segnati dalla criminalità organizzata?
Ne parliamo con Saverio Abruzzese, psicoterapeuta e criminologo clinico, impegnato
come psicologo scolastico in diverse scuole pugliesi. Saverio Abruzzese è
stato anche giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Bari. Sui centri
di ascolto in particolare è autore di un libro bellissimo, “Un
posto per parlare”, ed. la meridiana 2006, da cui sono stati tratti questi
frammenti.
Da che cosa deriva la forte aggressività che riscontriamo nei ragazzi?
“Una chiave interpretativa potrebbe essere quella comportamentista, che
presuppone una forte connessione tra frustrazione e aggressività, ampiamente
studiata. L'aggressività può prendere due vie: quella interna
e quella esterna. Nel primo caso osserveremo condotte che vanno dalle varie
forme di depressione alle dipendenze da droghe o alcol, all'autolesionismo,
ai tentativi suicidari e suicidi consumati. Nel secondo caso si osservano condotte
eteroaggressive, dalla violenza verbale a quella fisica, alla devianza, alla
criminalità, al terrorismo, eccetera”.
Si direbbe allora che non ci fosse troppa differenza tra chi fa e chi subisce
azioni aggressive. Ma in che modo questo si combina con l'esperienza della criminalità
diffusa?
“Se al carico di frustrazioni dell'adolescenza aggiungiamo un modello
familiare deviante, con genitori inseriti nella criminalità organizzata,
con codici di comportamento tipici di quella cultura, allora quella condotta
da bullo si rafforza e diventa un'identità da difendere.
Questi ragazzi diventano figli della mafia, una madre forte e severa, con delle
regole ferree, che non ammette disobbedienza. Ma anche una madre premurosa,
che non ti fa mancare nulla, che ti dà rispetto, identità, denaro.
Esattamente ciò di cui hanno bisogno questi ragazzi, sempre più
numerosi, attratti da queste “sicurezze”, che nessun altro è
in grado di offrire.
Una madre attenta ai bisogni dei propri figli, soprattutto di quelli che non
hanno altro modo di vederli soddisfatti. Ragazzi che vivono nella marginalità
e di cui non si occupa nessuno, spesso nemmeno i genitori. Il reclutamento nella
famiglia mafiosa è una valida alternativa per trovare una “base
sicura”. Il mafioso sta diventando una figura di riferimento in cui identificarsi
e a cui affidarsi”.
L'incontro con la violenza come modo per risolvere le incertezze dell'età?
“Sì, ma non è possibile restringere tutto alla violenza.
Questi ragazzi sono riconoscibili da un codice di comportamento peculiare, basato
sì su prevaricazione, silenzio, violenza, mancanza di scrupoli, ma anche
generosità, disponibilità, solidarietà. Insomma, aspetti
negativi, ma anche valori positivi.
Lo spirito di corpo, il sostegno e l'aiuto reciproco sono caratteristiche ricercate
in età adolescenziale, ed è per questo che il modello mafioso
ha successo con i ragazzi.
Un ragazzino reclutato si sente – finalmente – qualcuno e può
contare sulla protezione del clan. Il senso di appartenenza è garantito:
anche questo è un bisogno caratteristico della criminalità organizzata,
ma anche dell’adolescente”.
Un'identità esigente a cui poi rimanere fedeli.
“La criminalità organizzata offre ai ragazzi una serie di vantaggi
che, in molti casi, non hanno la possibilità di trovare altrove. “Te
li compri con un caffè”, disse un pentito riferendosi alla facilità
con cui si possono reclutare questi ragazzini. “E ti rimangono fedeli”,
aggiunse”.
In che modo si guarda alla giustizia?
“La giustizia vera è quella realizzata dalla mafia, anche perché
la punizione mafiosa è più rapida e più certa di quella
del sistema della legalità. Pertanto la “giustizia mafiosa”
è più efficace, perché garantisce la “certezza della
pena”. Raccoglie consensi. Come a Napoli, dove le donne hanno ostacolato
le forze dell'ordine che avevano osato penetrare nel loro territorio per catturare
il boss.
È successo anche a Bari in più di un'occasione, e c'erano anche
bambini che osservavano incuriositi. Così si diffonde sempre di più
quel senso di appartenenza tipico dei gruppi che subiscono le “ingiustizie”
della legalità, come accade per le minoranze, o come accadeva per i seguaci
di Robin Hood nella foresta di Sherwood o nei moti carbonari o nella Resistenza”.
Il boss mafioso trasformato in un eroe romantico...
“Già, tutto molto suggestivo, con la differenza che questi nuovi
eroi, che godono di un incredibile sostegno popolare, sono spesso criminali
responsabili di diversi omicidi. La criminalità organizzata pesca nella
crisi di identità dei nostri giovani. E i ragazzi abboccano perché
non hanno altre fonti a cui abbeverarsi. La mafia sta diventando un movimento
popolare che conta sull'appoggio del territorio. E così il suo richiamo
diventa sempre più forte, si sente nel sangue, perché ormai fa
parte del nostro modo di vivere, della nostra cultura, a tutti i livelli e in
tutti i ceti”.
Secondo questa descrizione la penetrazione mafiosa avviene tra i ragazzi dei
ceti popolari. È proprio così?
“No, la situazione è complessa. Tra i figli della mafia non ci
sono soltanto quelli che provengono dalla marginalità, ultimamente anche
i figli e le figlie di papà. Ragazzi e ragazze per bene, insospettabili,
annoiati, abituati ad avere tutto – forse troppo –, alla ricerca
di un'emozione in più.
Nella vita di questi ragazzi non solo è difficile individuare un evento
frustrante come causa dell'aggressività, ma è anche assente un
modello aggressivo da imitare. I genitori sono brave persone, che non litigano
mai e si preoccupano di non fornire occasioni di frustrazione ai loro figli.
Ma anche in queste famiglie c'è qualcosa che non va.
Spesso all'interno di questi contesti familiari si utilizzano modalità
comunicative incongrue, paradossali: i genitori non litigano fra di loro, ma
litigano attraverso i figli, cercando di stabilire una coalizione con il figlio
contro l'altro genitore. Il conflitto, in casi simili, non appare nella sua
drammaticità ma cova sotto le ceneri. Tutto questo diventa particolarmente
evidente se i genitori sono separati. Dal punto di vista relazionale è
la situazione più patogena per un bambino”.
In questi casi quale vantaggio dà l'introdursi in un sistema illegale?
“Di fronte alle loro famiglie disfunzionali accade che molti ragazzi si
rivolgano ad un'altra madre attenta a soddisfare questo bisogno di trasgressione,
a fornire emozioni forti e materiale da sballo per vincere il cosiddetto “malessere
del benessere”. E così ci troviamo ragazzini sorpresi a rubare,
a spacciare, a commettere ogni tipo di violenza con il beneplacito di una madre
mafiosa molto tollerante, ma solo finché si seguono certe regole, una
in particolare: il silenzio omertoso”.
È impressionante questa continua metafora della mafia come madre...
“La cultura mafiosa è una cultura familiare, non è un caso
se si parla di affiliazione, di padrino, di mammasantissima, di battesimo...
La mafia-madre non è un esercizio retorico, ma l'amara realtà
che stiamo vivendo. Il dibattito sulla prevenzione e sulla repressione deve
fare i conti con questa dimensione familiare del sistema mafioso. Cercare di
reprimere un legame di sangue può rinforzare questo legame: la prevenzione
dovrebbe offrire una valida alternativa, una presenza sul territorio altrettanto
attenta, scrupolosa, pronta. Largo al terzo settore e al volontariato, dunque,
ma soprattutto tanti assistenti sociali e tanti insegnanti pronti a cogliere
il disagio.
Soprattutto è necessario che questi operatori non abbiano paura e non
lascino il territorio alla mercé dei mafiosi, perché loro sono
sempre pronti ad occuparlo, come ogni madre premurosa”.
Come si può fare educazione alla legalità in questi contesti?
“Certo, diventa sempre più difficile proporre un intervento efficace.
Bisogna affrontare la questione all'origine, laddove c'è una percezione
distorta della legalità e del vivere civile. Ma attenzione! Siamo noi
che la consideriamo “distorta”; per questi ragazzi non c'è
una realtà deformata.
Provate a chiedere ai ragazzi che cosa farebbero se gli rubassero il telefonino.
Quasi tutti aspetterebbero che qualcuno gli chieda dei soldi per restituirglielo.
Se provate a spiegare che così facendo commettono il reato di ricettazione,
non ci credono. Per loro è assolutamente normale pagare per avere ciò
che gli hanno rubato, anzi è una fortuna.
Ma di fronte alla considerazione che la ricettazione è il modo migliore
per alimentare il furto, allora incominciano a capire come funziona il sistema
della legalità”.
Il conflitto è aperto tra legalità e illegalità. Difficile
per un ragazzo riuscire ad orientarsi...
“La devianza minorile è il prodotto di un conflitto tra cultura
della legalità e sub-cultura della illegalità, ma sarebbe più
corretto affermare che è semplicemente il prodotto del conflitto fra
due culture, di cui il minore è vittima. Non possiamo pretendere che
sia lui a discriminare fra cultura e sub-cultura, possiamo – questo sì
– aiutarlo a fare una scelta, offrendogli dei modelli di riferimento alternativi.
Inoltre dobbiamo sempre avere in mente che, nel momento in cui offriamo un’alternativa,
stiamo provocando un conflitto di lealtà al nostro ragazzo; infatti,
se si schiera con noi tradisce le sue radici, ma se rimane ancorato a queste
sue radici, tradisce le nostre aspettative. Tradisce, comunque. Questo conflitto
è alla base del suo disagio.
E così spesso accade che questi minori, che non sono in grado di discriminare,
siano discriminati, designati, additati, isolati e via discorrendo. Li rendiamo
ancora più vittime. Li rendiamo bulli”.
E qui siamo alle responsabilità della scuola, oltre che della famiglia.
“È necessaria una nuova pedagogia che si liberi di vecchi modelli
di riferimento, che sia in grado di parlare un linguaggio comprensibile per
questi ragazzi, che si adatti alle loro regole, prima di proporne altre nuove.
Molti insegnanti continuano a credere che l'alunno debba adattarsi alle regole
della scuola, non rendendosi conto che questo significa chiedergli di tradire
le sue regole familiari. Il processo dovrebbe essere inverso: sono gli insegnanti
che devono adattarsi agli alunni, entrare nel loro mondo, parlare la loro lingua.
Solo così potrà nascere un proficuo dialogo educativo, si potrà
provare un percorso pedagogico che recuperi una dimensione di legalità,
si potrà ex ducere, cioè condurre il minore da un sistema di riferimento
ad un altro: il significato dell'educazione è questo. Ma non si può
condurre fuori rimanendo fuori. Bisogna entrarci!”

torna in alto
I bambini della mafia sono vittime e i mafiosi adulti sono stati bambini
da un incontro con Rita Borsellino
“Venga a parlare nella mia classe. È una seconda elementare. Dopo
la morte di suo fratello Paolo i bambini vivono nel suo quartiere, hanno vissuto
la paura. Con l'esplosione le loro case sono state danneggiate. Sono solo spaventati.
Vorrei che li aiutassimo a elaborare quello che è accaduto per trasformarlo
e proiettarlo come speranza nel futuro”.
Devono essere state più o meno queste le parole con cui, dopo quel terribile
19 luglio del 1992, una giovane insegnante si è rivolta a me proponendomi
per la prima volta di tenere un incontro in una scuola. E io, che non avevo
mai parlato in pubblico né pensato di poterlo fare, io che sono da sempre
una persona molto riservata e poi ero piegata dal dolore per la morte di mio
fratello, ho sentito prevalere in me l'istinto materno e ho detto sì
senza pensare.
Subito ho cominciato a chiedermi: cosa posso dire a dei bambini di 7 anni? Ho
visto i loro occhioni spalancati su questa grande violenza, incomprensibile.
Mi sono detta: se parlo di Paolo come di un grande magistrato avranno ancora
più paura. Ho parlato di lui come di una figura amica: la nostra infanzia
insieme, i giochi, il suo carattere, e crescendo la voglia di occuparsi di giustizia
e perché. Noi in fondo vivevamo da privilegiati, eravamo figli di farmacisti,
non ci mancava nulla. Paolo si guardava attorno e continuava a dire: “Non
è giusto!” Scopriva la vita del quartiere, la sperequazione, i
bambini che a scuola non ci andavano perché dovevano lavorare oppure
si addormentavano sui banchi per la stanchezza, o perché avevano poco
da mangiare... Paolo li portava a casa nostra dopo la partita che giocavano
insieme con un pallone di stracci. Sentiva il desiderio di dedicare tutto se
stesso perché tutti avessero gli stessi diritti.
E poi Paolo adulto, Paolo papà, il suo amore per la vita, e mentre io
parlavo la paura dei bambini passava perché ora lo conoscevano come persona.
Ricordo che un bimbo mi chiese: “Posso chiamarlo zio Paolo?” Mi
hanno domandato quali erano i suoi piatti preferiti, se aveva un cane, come
giocava quando era bambino. Avevano imparato a conoscerlo e gli volevano bene.
Da allora parlo così di mio fratello, come di una persona da condividere
con gli altri.Il figlio del mafioso con il figlio del magistrato
Paolo amava rivolgersi ai ragazzi delle scuole. Poco dopo la morte di Giovanni
Falcone, nonostante il grande dolore, accettò di incontrare gli studenti
di una scuola media perché credeva nel rapporto coi piccoli. La scuola
è un luogo dove passano tutti i bambini, anche i figli dei mafiosi. C'è
la possibilità di offrire a tutti la stessa chiave di lettura. A scuola
non c'è differenza tra il figlio del mafioso e il figlio del magistrato.
Per alcuni bambini potrebbe essere lì l'unica occasione per sentir parlare
di legalità.
Totò Riina ha tre figli, due maschi e una femmina. Sua moglie fa la maestra.
Durante i primi anni di latitanza (durata in tutto 25 anni) i figli hanno studiato
con la mamma, poi sono entrati in una scuola pubblica. Quando la figlia Concetta
frequentava il liceo classico ci furono non poche polemiche perché era
stata eletta rappresentante d'istituto. Fu una vera e propria violenza nei suoi
confronti. Difendendosi diede una risposta stupefacente: “Per me mio padre
è una persona da amare e da rispettare” - e nessuno le aveva chiesto
di fare il contrario, - “ci ha educati al rispetto degli altri”.
Per me è difficile che un uomo possa educare al rispetto con le parole,
quando poi nei fatti distrugge tutto quello che ha seminato. In effetti i suoi
figli maschi sono stati uno condannato all'ergastolo, l'altro ha avuto una condanna
per associazione mafiosa.
Dobbiamo chiederci in che modo due ragazzi arrivano a fare una esperienza così
forte in seguito all'eredità del padre. Come Paolo quando interrogava
persone che avevano commesso delitti terribili ed erano stati suoi compagni
di scuola, e si domandava: “Quando li ho persi di vista? Perché
non mi sono preso cura di loro?”
Allora io mi domando, come società ci facciamo carico di questi bambini?
Anche solo per non trovarceli contro domani. Che precauzioni prendiamo perché
non seguano la strada dei loro genitori? Abbiamo una grande responsabilità
come società, ci prendiamo non abbastanza cura di chi nasce in un ambiente
deviante.
Oggi la situazione si sta evolvendo grazie al lavoro che si fa nelle scuole.
In molti casi i collaboratori di giustizia iniziano a parlare perché
spinti dai figli, più che dalle loro compagne. Le donne di mafia... è
una favola che non siano responsabili. La donna tiene insieme il nucleo familiare,
educa i figli, conserva i valori di riferimento, perpetua di fatto la cultura
mafiosa.
Negli ultimi anni anche la donna di mafia si è emancipata: prende il
diploma, ha una visione diversa della vita e dell'educazione e spesso sogna
per i figli un futuro migliore. Questo lo dobbiamo anche grazie all'inasprimento
delle pene.
Un mafioso oggi ha più possibilità che in passato di finire in
carcere, in più la confisca dei patrimoni è un danno anche per
i figli. Se questi figli frequentano la scuola e hanno la possibilità
di incontrare dei valori veri, portano nella famiglia la dualità della
loro doppia matrice culturale e spesso cercano di indurre i genitori a collaborare.
Di recente alcune donne di mafia che avevano amministrato il capitale mentre
i loro mariti erano in carcere hanno deciso di parlare perché non sopportavano
più la lontananza dai loro figli.
L'istituzione è la divisa che separa dal padre
In certe zone come i quartieri Brancaccio o Zen, a Palermo, i bambini conoscono
quella normalità, la respirano. Crescono in fretta, a 11 anni sono già
adulti. Cosa possono pensare di una società che li priva dei loro diritti
fondamentali? Nelle loro case rubano la luce dall'illuminazione pubblica, i
genitori non hanno il lavoro, il papà è in carcere, la mamma spesso
si prostituisce o i due genitori inducono i figli alla prostituzione. Non conoscono
quei valori che parrebbero naturali. Per loro i diversi siamo noi, siamo noi
gli strani. Contrastano e trasgrediscono su tutto perché sentono di avere
contro un mondo ostile, che li ha emarginati.
Brancaccio è un piccolo universo, i bambini che ci abitano conoscono
soltanto quello. Pasquale Puglisi non era un eroe, ha solo tentato un'opera
di civilizzazione, come del resto hanno fatto Giovanni Falcone o Paolo Borsellino.
È un'operazione che la mafia non consente.
Brancaccio è vicino al centro, conta 30.000 abitanti. Ognuno per sopravvivere
deve violare la legge, vista soltanto come repressiva. Don Pino Puglisi si batte
e muore per la mancanza di una scuola media in questo quartiere. (La scuola
è arrivata anni dopo e gli autobus per arrivare lì sono rarissimi).
Questi bambini sono abituati ad arrangiarsi. Per loro l'istituzione è
la divisa dei Carabinieri che entra nelle loro case per portare via i papà,
per arrestare il fratello. Come possiamo parlare con loro di questo? Certo,
ci si rivoltano contro e ci chiedono il conto.
In quartieri come questo però non crescono soltanto dei delinquenti -
Agostino Catalano, caposcorta di Paolo, veniva dallo Zen - ma è più
facile che si sbagli strada. Qui la mafia pesca a piene mani. Ha bisogno di
adepti, di manovalanza per il controllo del territorio attraverso la riscossione
del pizzo e lo spaccio di droga. Molti picciotti in queste sacche soddisfano
così i loro bisogni primari, che è poi il bisogno di vivere. La
tentazione di vivere di espedienti è grande. E la mafia sceglie il meglio,
non un debole, un ragazzo che si lascia intimorire. Vuole ragazzi svegli, che
sappiano come comportarsi. E i ragazzi lo sanno che devono farsi furbi, mostrarsi
adatti. Si allenano all'illegalità fin da piccoli per mostrarsi nel provino.
Il legame tra la mafia e le istituzioni
Ci si scandalizza per come la mafia utilizza i bambini ma la mafia non nasce
lì, è ben altro. È grottesco come sia stata esaltata la
cattura di Provenzano. Si è dato molto risalto al fatto che vivesse in
una stalla, o che mangiasse cicoria. Era il capo di una mafia in estinzione?
No, tutt'altro. Era a capo di una mafia pericolosissima. O meglio ci sono due
mafie che sono la stessa cosa, hanno l'una bisogno dell'altra. Da un lato quella
dei politici-colletti bianchi, dall'altra Provenzano. Sono elementi diversi
di una stessa realtà, e guai a volerli separare!
Dopo la cattura di Provenzano non ci sono state guerre tra famiglie perché
c'era già il successore. Cosa c'entrano con questo i bambini? Tutto questo
condiziona pesantemente la loro esistenza, in luoghi dove la mafia appare necessaria
ed è voluta, tollerata, permessa dalle istituzioni. Manca la volontà
di intervenire. Quante vite a perdere! Generazioni intere sono state abbandonate
a se stesse.
Comprendere la mafia e spiegarla ai bambini
Poi ci sono i bambini cosiddetti “normali”. Che conoscenza hanno
di tutto questo? Spesso proviamo a difenderli e non pensiamo che la salvezza
sta nella commistione, non nella esclusione di una parte della società.
Con i bambini possiamo parlare di tutto. Anche i bambini di 7 anni possono capire
se siamo in grado di parlare il loro linguaggio.
Abbiamo la responsabilità enorme non soltanto di difenderci ma di imparare
a conoscere questa realtà che è davvero complessa, anche per poterla
decifrare ai più piccoli.
Ho letto il libro intervista a Giovanni Brusca, che aveva rapito il figlioccio
di dieci anni, lo aveva tenuto segregato per un anno e poi sciolto nell'acido.
In seguito è diventato collaboratore di giustizia perché aveva
un bimbo di cinque anni e non sopportava la lontananza da lui. Ho letto questo
libro con enorme ripugnanza, ho sofferto profondamente ma mi sono imposta di
proseguire per capire in che modo queste persone operano. Agiscono quasi si
sentissero investite da un compito e svolgono azioni criminose sentendosi dalla
parte della ragione. Possiamo capirlo solo se ci siamo sforzati di conoscere
Brancaccio, Zen...
E paradossalmente loro fanno la stessa difficoltà a capire noi. A scuola
se si comportano in modo violento vengono espulsi e messi ai margini. L'unica
realtà che dia loro una identità, un ruolo, un senso di fiducia
è l'organizzazione mafiosa. Ho imparato da mio fratello l'importanza
di capire le ragioni dell'altro anche quando sono sbagliate, il valore di riconoscersi
un debito di solidarietà che non abbiamo pagato e forse nemmeno avevamo
pensato di avere.
I bambini della mafia sono vittime. Se riusciamo a concepire questo poi guarderemo
anche gli adulti in un modo diverso, perché sono bambini cresciuti.
Trascrizione a cura di Elena Buccoliero

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Nonviolenza e politica
Puri e impotenti, o sporchi e potenti?
La questione, che sempre mi afferra con mano d’acciaio, della prospettiva
di una politica nonviolenta specifica, si pone di fronte a due grandi difficoltà:
1 – La nonviolenza in profondità è tensione volta alla trasmutazione,
alla conversione e non solo alla transizione. Vuole un mondo nuovo non solo
come risultato futuro dell’agire politico ma come imperiosa novità
nel presente. Nel presente della mia/nostra vita. Ecco perché è
così affine e comprensibile alla/dalla esperienza religiosa e assai meno
comprensibile ai “politici” anche puliti e buoni. Questa tensione
che invoca e vive la escatologia nel presente riduce, quasi annulla, lo spazio
della politica che è appunto il tempo intermedio tra il presente e la
Parusia. Ecco perché, a mio parere, il nonviolento si trova stretto,
a volte a disagio, nell’agire politico. Gandhi fu prestato alla politica,
lui attore sociale-religioso, da forti e circoscritte circostanze storiche.
Vinoba, suo successore, fu solo attore socio-religioso. Lo stesso vale per i
nostri maestri, quelli che abbiamo amato e conosciuto di persona, come Domenico
Sereno Regis, Tullio Vinay, Sirio Politi, ecc…
2 – L’agire socio-politico che la nonviolenza suggerisce è
fondamentalmente legittimato dalla interiore persuasione. Questa legittimazione
interiore è insieme la nostra forza e la nostra debolezza. Siamo forti
perché non attendiamo da nessuno, da nessuna esteriorità, lo stimolo
ad agire e infatti siamo militanti imperterriti per decenni. Siamo deboli perché
non sottoponiamo a nessuno, in nessuna sede, il nostro “programma”.
L’agire politico-istituzionale è invece forte del consenso socialmente
espresso attraverso le elezioni.
Noi, con un “Partito per la Nonviolenza” saremmo forti in proporzione
ai voti raccolti. Questo consenso, questa fiducia sarebbe una grande forza.
Ma qui sta l’aspetto diabolico: la possibilità di un agire legittimato
(e ben retribuito), potente e visibile (quanto narcisismo, quanto gonfiore dell’io,
nel vedere il mio volto sui manifesti, il mio nome sui giornali…) attrae
anche chi non ha alcuna motivazione interiore… diciamo attrae per il possibile
cadreghino.
E da questo tipo di presenza quale drammatico, mortale inquinamento!
Sicché l’uscita dal dilemma: puri, millenaristi, impotenti –
sporchi, politici, potenti, non è per nulla facile. La santità
è la purezza potente? Forse dobbiamo indagare nella vita e nel pensiero
di uomini come La Pira. Qual è il segreto attraverso il quale Ignazio
da Loyola o Francesco d’Assisi o don Bosco hanno segnato la storia?
Rimango finché avrò vita a disposizione del progetto nonviolento,
sia nella forma dell’aggiunta, sia nella forma della politica nonviolenta,
che meno pudicamente dovremmo chiamare Partito per la Nonviolenza, (ma non ce
ne sono già diversi?).
Beppe Marasso

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CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Un fascino difficile da dire
Goffredo Fofi è tra gli intellettuali più attivi e provocatori
della cultura italiana. Interessato soprattutto alla realtà sociale e
alla sua rappresentazione nell'arte, ha partecipato alla nascita di riviste
come I Quaderni Piacentini, La Terra vista dalla Luna, Ombre rosse, Linea d'ombra,
e una grande quantità di interventi e articoli su vari giornali e riviste.
È un fine critico cinematografico. Scrive per Internazionale e dirige
la rivista Lo Straniero.
Della lotta nonviolenta contro la mafia ha un'esperienza diretta per aver collaborato
per alcuni anni fianco a fianco con Danilo Dolci, a Partinico.
Come valuti i film sulla mafia?
“Mi sembrano falsi. Mitizzazioni costruite da sceneggiatori ottimamente
intenzionati, persone serie e di sinistra, che però guardano alla mafia
con un occhio talmente esterno da produrre dei puri falsi. I loro film sono
costruiti a tavolino. Lo stesso, grandissimo Sciascia, ebbe il torto vero di
affidare al cinema i suoi libri, serissimi. Un personaggio come Totò
Riina meriterrebbe una interpretazione di Orson Welles, una sceneggiatura shakespeariana.
Ricordiamolo davanti al processo: “Signor Presidente, la prego, questa
è la legge. La giustizia è un'altra cosa”.
Quali pellicole salveresti?
“I film che a mio avviso meglio riescono a raccontare che cos'è
la mafia sono “Tano da morire” e “Placido Rizzotto”.
Il primo è quasi un comico e ha dato fastidio, al contrario dei soliti
film che alla mafia sono sempre piaciuti perché ci guadagna. Vengono
girati in Sicilia, c'è bisogno di comparse, di servizi... È la
mafia stessa ad offrirsi. Ne escono commedie all'italiana con un rapporto irrigidito
con la realtà. Mai che si faccia un'inchiesta, un tentativo di capire.
Si prendono così come sono i documenti ufficiali, i rapporti di polizia,
gli articoli dei giornali... si assumono posizioni moralistiche. In questi anni
di criminalità internazionale, possiamo ancora rappresentarci il mafioso
con la lupara?”
E tra i film stranieri?
“Sono buoni i film italoamericani, per una semplice ragione: Scorsese
c'è nato dentro, come del resto Coppola, Ferrara, Cimino. I loro genitori
migranti, di questa cultura mafiosa erano imbevuti, anche se non ne erano direttamente
parte. “Fratelli” di Abel Ferrara è straordinario. “Il
Padrino” è un'esaltazione della cultura mafiosa ma riesce a spiegarne
il fascino. Nella filmografia italiana questo fascino scompare, pare immorale
rappresentarlo. Ma sarebbe anche molto realistico provare a spiegare che cos'è
questa nuova mafia pulita”.
Che cosa significa?
“Che la criminalità organizzata è in un continuo periodo
di cambiamento. Vivevo a Napoli nei primi anni Settanta e mi è successo
di partecipare ai funerali di un grande capo camorra, in quanto ero stato testimone
di nozze al matrimonio di sua nipote. Ho incontrato i camorristi in doppiopetto,
quelli che provengono da classi sociali alte, mandano i figli a studiare nelle
migliori università inglesi e vivono in un mondo diverso da quello raccontato.
Difatti, dopo la mafia che uccide, ora ne conosciamo un'altra, meno cruenta,
che ha bisogno di continuare indisturbata a controllare l'economia”.
Che cosa pensi dell'educazione alla legalità nelle scuole?
“Di incontri nelle scuole su questi temi ne tengo parecchi io stesso.
Ne ricordo in particolare uno a Brindisi, dove mi sembrava di parlare a vanvera.
Dopo una prima diffidenza che non riuscivo a “bucare” ho cambiato
tono e ho detto: Molte di voi probabilmente avranno un ragazzo legato alla malavita,
per far fronte alle difficoltà di trovare un lavoro regolare. Un po'
alla volta la situazione ha cominciato a scongelarsi. Ho ascoltato storie strazianti,
contraddittorie, di grande sofferenza...
In genere sono diffidente verso i programmi di educazione alla legalità
dove andiamo a spiegare agli altri come devono comportarsi. “Panza chiena
non crede ai digiuni”, si dice. Con che faccia tosta chiediamo a chi muore
di fame, a chi non trova lavoro o un'assistenza sanitaria decente, di essere
onesti? Probabilmente stiamo riversando i nostri valori su di loro, senza chiederci
se sono condivisi”.
Allora quali interventi sono possibili per incidere realmente?
“Le cose da fare sono moltissime. Quelle che attualmente mi convincono
di più sono alcune realtà dove l'analisi e l'azione si alimentano
continuamente, stando dentro alle situazioni, insieme alla gente. A Napoli nel
quartiere Scampia per esempio è nata una cooperativa che lavora soprattutto
con i minori e con le donne. Ecco, questo è un esempio convincente di
lotta contro la mafia. Lo stesso vale per la campagna contro le discariche,
dove abbiamo il forte impegno di Alex Zanotelli”.
Intervista a cura di Elena Buccoliero

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EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Gli altri siamo noi, sulle tracce della pace e dintorni
L’associazione Pace e Dintorni – nei “dintorni” è
compreso tutto quello che ha a che vedere con la pace – è nata
a Milano nel 1989, da un gruppo studenti universitari che sentivano la necessità
di investire le proprie energie nel campo dell’educazione alla pace ed
alla nonviolenza. Dopo qualche anno insieme ad altre associazioni e gruppi nonviolenti
ha partecipato alla fondazione della “Casa per la Pace di Milano”,
luogo di riferimento per tutti coloro che cercano corsi di formazione , informazione
e proposta di azioni sui temi della pace e della nonviolenza.
I membri di Pace e Dintorni lavorano come volontari nel campo dell’educazione
alla pace offrendo progetti di formazione a scuole (insegnanti, studenti, genitori)
e ad organizzazioni sociali (associazioni, cooperative, ONG, comunità….),
su temi diversi quali la gestione e la risoluzione dei conflitti, l’intercultura,
la legalità, la nonviolenza, il lavoro cooperativo e così via.
L’associazione è inoltre autrice proprietaria di una mostra interattiva
itinerante intitolata “Gli altri siamo noi” che illustra temi quali
i pregiudizi, gli stereotipi, la discriminazione, i capri espiatori. La mostra,
indirizzata a ragazzi dai 10 ai 14 anni è stata esposta non soltanto
a Milano, ma in diverse città d’Italia, dal Veneto alla Sicilia
ed ha acquistato una rilevanza particolare negli ultimi anni con l’allargarsi
del fenomeno dell’immigrazione e la sempre più numerosa presenza
nelle classi di ragazzi provenienti da paesi lontani.
Il lavoro di ricerca e lo studio nel campo dell’educazione e l’esperienza
acquisita in lunghi anni di interventi a diversi livelli, hanno portato alla
compilazione di un piccolo manuale dal titolo “…..sulle tracce di
Gandhi, unità didattica per la scuole superiori sulla nonviolenza nel
cambiamento sociale” (stampato in proprio) e, qualche hanno più
tardi alla stesura del volume “Violenza, zero in condotta” , pubblicato
nel 2002 dalle Edizioni La Meridiana e tradotto in spagnolo con il titolo: Educar
en la Noviolencia (Ed. PPC). Le due pubblicazioni sono frutto di un lavoro collettivo
dei membri dell’associazione Pace e Dintorni che figura come autore. I
due testi sono un valido aiuto per chi desidera organizzare dei percorsi educativi
nelle scuole: in essi infatti esposti in modo chiaro proposte didattiche per
educare alla nonviolenza, casi storici di difesa e lotta nonviolenta, brevi
biografie di combattenti disarmati – da Gandhi a Rigoberta Menchù
e Aung San Suu Kyi –, esperienze ed organizzazioni di “costruttori
di pace”. Pace e dintorni ha inoltre partecipato alla stesura del volume
dell'UNICEF “Io non vinco, tu non perdi”, uscito nel 2004.
Dallo scorso anno scolastico Pace e Dintorni partecipa al progetto “Accademia
della Pace”, dell'Assessorato all'Istruzione della Provincia di Milano
che con la partecipazione attiva di oltre venti associazioni pacifiste, sta
portando all'interno delle scuole superiori di Milano e provincia iniziative
sulla pace e i diritti umani. Protagonisti sono studenti e docenti che possono
avvalersi del sostegno delle associazioni per la stesura e la realizzazione
di progetti in qualche modo collegato con l’educazione alla pace ed alla
nonviolenza.
In questa cornice Pace e Dintorni sta conducendo percorsi su “Gestione
nonviolenta dei conflitti”, “Educazione all’interculturalità”,
“Violenza, nonviolenza, partecipazione e cambiamento sociale” e
sta utilizzando in alcune classi il gioco di ruolo “La mia storia, la
tua storia, il nostro futuro” di Angela Dogliatti Marasso e Maria Chiara
Tropea, edito da EGA, per mettere i ragazzi di fronte alla realtà del
conflitto israelo – palestinese. Pace e Dintorni conduce anche percorsi
sull’educazione alla convivenza in scuole medie inferiori
Il metodo proposto in questi percorsi è attivo, socio-emotivo, esperienziale.
Si avvale prevalentemente del lavoro di gruppo, sia grande che piccolo, facilitato
dagli adulti oppure autogestito. Le tecniche comprendono giochi, simulazioni,
discussioni facilitate.
Gli operatori hanno il ruolo di facilitatori dell’espressione individuale,
del confronto e dell’elaborazione collettiva, garantendo un atteggiamento
non giudicante. La finalità è suscitare interrogativi e attivare
i gruppi in un percorso di ricerca di risposte collettive, passando attraverso
esperienze capaci di costruire nuove consapevolezze su di sé e gli altri
e indicare possibili strategie di soluzione dei problemi. Gli strumenti e le
attività proposte cercano tanto di favorire l’analisi e la consapevolezza
critica quanto di facilitare la ricerca di soluzioni per il cambiamento.
Altre info:
www.casaperlapacemilano.it
www.pacedintorni.it

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ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Dai diamanti non nasce niente ma sono il frutto della guerra
Probabilmente anche i più appassionati risolutori di giochi matematici
ignoreranno il nome di Marcel Tolkowsky. A differenza di Fermat, Eulero ed Euclide,
lo scienziato di origine russa è ricordato da generazioni di donne ed
uomini per il perfezionamento (nel 1919) della tecnica di intaglio che, con
abile maestria, permette alla luce di entrare nel vile carbonio cristallizzato
e farlo splendere come fosse dotato di luce propria: è la tecnica del
taglio dei diamanti che porta alla creazione dei brillanti.
Molti invece hanno imparato a conoscere la De Beers, conglomerato sudafricano
leader nella produzione di diamanti e principale beneficiario delle scoperte
di Tolkowsky. Gli incauti fratelli De Beers vendettero il terreno sul quale
fu rinvenuta la prima miniera africana in Rhodesia, ai confini del deserto del
Kalahari, per 6.300 sterline (lo avevano acquistato 10 anni prima a 50); il
consorzio di cercatori che lo aveva rilevato, e che mantenne il loro nome, ha
estratto finora gemme per un valore di 600 milioni di sterline, e la miniera
non è ancora esaurita. Dopo essere stata rilevata da Cecil Rhodes, la
società passò agli inizi del ‘900 nelle mani della famiglia
Oppenheimer proprietaria della Anglo American. Con i soldi delle banche Rothschild
e J.P. Morgan, l’industriale di origine ebrea ma convertito alla religione
anglicana costruì in breve tempo un monopolio grazie alle miniere possedute
in Namibia, Congo Belga, Rhodesia e Sudafrica.
Il capostipite Ernest, sindaco di Kimberley (la città dove la miniera
è diventata un buco di 5 km con un cratere di 1.200 metri di diametro
visibile anche dalla luna), lasciò nel 1957 l’impero al figlio
Harry, il quale ebbe la fortuna di scoprire i giacimenti del Botswana e riuscì
ad assicurarsi la commercializzazione della produzione dell’intero paese.
Ora il nipote Nicky si trova a dover fare i conti con la legge, voluta dal nuovo
governo sudafricano, che impone alle società minerarie di cedere il 26%
a persone africane.
Attraverso 10 aste annuali nelle quali vengono espressamente invitati solo i
mercanti più vicini alla società, nella sede situata nel cuore
di Londra la De Beers vende ancora il 60% dei diamanti trovati in giro per il
mondo (era l’80% negli anni ’90). Fino alla fine degli anni ‘90
i dirigenti De Beers non poterono permettersi di percorrere agevolmente gli
Stati Uniti a causa di una condanna del Dipartimento di Giustizia per violazione
delle leggi antitrust.
Intorno a questo mercato si muovono, ogni anno, 50 miliardi di dollari in gran
parte legati alla produzione e commercializzazione di gioielli, mentre la domanda
di pietre grezze è pari a circa 6 miliardi di dollari. Solo di pubblicità,
De Beers spende circa 200 milioni di dollari l’anno (lo slogan “un
diamante è per sempre” risale al 1948). Molto commercio avviene
in nero per ovvi motivi: la sola Liberia, grazie ai confini in comune con la
Sierra Leone, esporta ufficialmente 200 mila carati l’anno, quando tutti
gli esperti sono concordi nel valutare, nel migliore dei casi, la sua produzione
a 6 milioni di carati. In Sierra Leone infatti, la guerra civile è sostenuta
dal commercio di pietre preziose e, nonostante la presenza del contingente ONU
più grande e costoso della storia (17.500 soldati di 31 paesi che sono
costati nel solo 2001 ben 612 milioni di dollari), la vita media è di
circa 45 anni (cfr. “Diamanti di sangue”, G. Campbell, ed. Carocci).
I bambini soldato coinvolti sono 10 mila secondo le stime Unicef.
In quel disgraziato paese, nel ’97 l’esercito di mercenari della
Executive Outcomes, con 85 uomini ben equipaggiati, ci mise solo tre giorni
a riprendere il controllo della miniera di diamanti di Kono, da anni abbandonata
al saccheggio. L’anno dopo il banchiere thailandese Saxena, proprietario
di alcuni siti minerari, spese un milione e mezzo di dollari per ripristinare
il potere del presidente Kabbah grazie all’esercito di prezzolati capitanato
dall’ex colonnello delle forze speciali britanniche, Tim Spicer. Ma anche
in Angola avvengono episodi simili: lo stesso esercito irregolare conquistò
nel ’96 con gli stessi metodi le miniere di Cafunfo, e in quel caso il
presidente Dos Santos dovette sborsare 60 milioni di dollari per il disturbo.
Nulla, rispetto ai 2,1 miliardi di dollari che i suoi avversari, l’Unita,
avevano guadagnato nei quattro anni precedenti grazie al commercio illegale
dei diamanti provenienti dalla miniera riconquistata.

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GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera
Pop, punk, metal, dance, techno, ogni momento è quello giusto
“Musica? Ogni momento è quello giusto.” Questa affermazione
è valida almeno per gli adolescenti italiani che, in classifica di importanza,
collocano l'esperienza musicale al terzo posto, dietro solo a famiglia e amicizia.
Lo rivela un'indagine condotta nelle maggiori città italiane. I motivi
sono molteplici, ma uno dei maggiori è sicuramente la versatilità
di questo mezzo comunicativo. La musica, con i suoi vari generi e testi, si
adatta perfettamente allo stato d’animo di chi l’ascolta. Potendo
scegliere la canzone o la melodia che meglio si adatta al nostro umore, ogni
momento diventa davvero quello giusto e la musica una compagnia a cui è
impossibile rinunciare. I ragazzi più giovani che spesso hanno difficoltà
a esprimere i propri sentimenti, le emozioni e i pensieri più profondi
la utilizzano per comunicare fra di loro e a volte con gli adulti. Per questo
motivo il genere preferito diventa sempre più spesso identificativo di
un gruppo con convinzioni e obbiettivi comuni, un modo per ritrovarsi e per
stare insieme. La musica, come affermato in precedenza, rispecchia vari stati
d’animo: a partire dall’allegro disimpegno del pop fatto di melodie
orecchiabili e testi vivaci, passando per gli ideali ribelli del punk spesso
politicamente e socialmente impegnato, le atmosfere cupe ed evanescenti del
metal, l’intimismo della canzone d’autore, fino alla dance e alla
techno nate per essere ballate e poco altro. Proprio per la sua versatilità
nessuno riesce a farne a meno e spesso i cantanti, coloro che creano e danno
voce alla musica, diventano simboli e icone e con il loro stile di vita e i
loro ideali influenzano gli ascoltatori più giovani e più facilmente
condizionabili.
Talvolta nei fatti di cronaca si sente parlare di giovani che, condizionati
dall’ascolto di musica metal, hanno compiuto atroci delitti legati a sette
e riti satanici. Il problema in realtà non sta nel tipo di musica che
viene preferita, ma nella mente di chi l’ascolta. L’idea, ormai
largamente diffusa, che il genere metal inneggi a Satana risale ai tardi anni
Settanta, quando i rapporti con i temi dell'occulto e del demonismo di artisti
come Ozzy
Osbourne hanno portato all'accusa di influenze
sataniche da parte delle chiese cristiane, tanto in Europa
quanto negli U.S.A. Giornali e opinionisti trattarono questo tema e molti, come
spesso accade, senza essere ferrati sull'argomento: un'opinione comune all'epoca
fu che quegli album heavy metal contenessero messaggi nascosti che spingevano
chi li ascoltava ad adorare il
diavolo o a suicidarsi o a compiere atti sanguinari. Sicuramente fin dagli
albori alcuni sottogeneri del metal (quali thrash
metal, death
metal e black
metal) sono stati generi fortemente legati alla sfera dell'occulto, del
satanico e dell'anticristiano, ma probabilmente non c’è nessuna
volontà di influenzare le giovani menti. Quindi gli avvenimenti violenti
che sono accaduti non sono da imputare alla musica ascoltata o ai messaggi da
essa trasmessi, ma alla fragile mente di alcuni giovani che, non trovando aiuto
o supporto dal mondo degli adulti, non hanno modo di comprendere la società
e il mondo in cui vivono e di conseguenza la realtà viene vista in modo
distorto.
La musica rimane semplicemente una valvola di sfogo, un modo di comunicare e
di esprimere le proprie emozioni, portatrice di ideali ed esperienze.

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PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Giocare per la pace nei luoghi dei conflitti
Devono essere pazzi. Da più di 10 anni vanno in luoghi attraversati
da conflitti di ogni genere, in Guatemala, India, Irlanda del Nord, Vietnam,
Sudafrica... e cominciano a giocare a "palla di stracci" con i ragazzini
e le ragazzine del posto.
"Usiamo il gioco per promuovere relazioni fra le persone le cui comunità
soffrono a causa di lunghe storie di tensioni fra gruppi diversi. Il gioco è
uno dei modi principali in cui gli esseri umani imparano. In questo modo diamo
l'avvio ad un processo di costruzione di relazioni. Non siamo un evento, un
programma, qualcosa che si esaurisce in un tempo dato: favoriamo la creazione
di un ambiente che permette ad ogni persona, liberamente, di stabilire relazioni
a lungo termine con gli altri." Sono gli attivisti e le attiviste di "Play
for Peace" (Giocare per la pace), gruppo nato attorno ad un'idea di Daniel
Botkin: "Negli anni '80 facevo volontariato in America Centrale, come muratore
ed "emissario di pace". Giocare con le palle di stracci era uno dei
miei passatempi. Ad un certo punto mi chiesi se non poteva essere usato anch'esso
per promuovere la nonviolenza e la tolleranza fra etnie. E così cominciò
l'avventura. All'inizio eravamo in sei, e volevamo dimostrare che i comuni cittadini
potevano trovare modi creativi per essere "politici" ed operare cambiamenti.
La cosa si diffuse a macchia d'olio: all'inizio erano i bimbi, ma subito dopo
vennero giovani e vecchi, sportivi e non, bianchi e neri... tutti che danzavano
nelle strade, insieme, attorno ad una palla di stracci! E poi si rideva e scherzava,
ci si sedeva in cerchi di pace a discutere, si fabbricavano nuovi palloni. Nell'allegria
le paure si dissolvevano; l'atmosfera del gioco incoraggiava le persone a connettersi
direttamente l'una all'altra, superando i reciproci pregiudizi: dopotutto, facevano
parte della stessa squadra! E le attitudini cambiavano a poco a poco e persone
che si erano chiamate "nemici" sino al mese prima si aprirono ad amicizie
che avevano considerato impossibili. Torniamo regolarmente in Guatemala, ed
abbiamo girato un video sulla storia, ma ormai la cosa va avanti da sola."
Una giocatrice dell'Irlanda del Nord, Patti Giggans, creò invece fra
una partita e l'altra quella che è divenuta "L'Invocazione della
palla di stracci", che oggi viene recitata in ogni angolo del mondo in
cui gli attivisti di "Play for Peace" decidono di dar inizio alle
danze:
"Sono le pistole, ed è l'odio, ed è la paura, ed è
la rabbia. E' l'omofobia, e la violenza domestica, e l'abbandono, e l'abuso
sessuale. Sono le droghe, l'alcool, il denaro: sono il "io ti compro"
e il "tu mi vendi" ed è la solitudine, e sono gli stupri. E'
il dominio su qualcuno, su chiunque. E' la gelosia, ed è ciò che
non conosci, ed è il buio, e quello che non capiamo e quello che non
vogliamo capire. Sono i nostri limiti e il "non posso aver fiducia in te
perché sei differente da me". E' il "non c'è posto per
me" e la sensazione di essere perduti. Sono i bambini che crescono privi
di adulti che siano loro alleati ed amici. E' il non ascoltare. E' intessuto
nelle nostre storie, nei nostri paesi, ed è qualcosa che dobbiamo cambiare,
con i nostri figli e per i nostri figli."
La nostra attività è un seme, dicono a "Play for Peace",
forse una cornice, un modo per insegnarci reciprocamente qualcosa: "Gli
esseri umani ricordano meglio le esperienze legate ad emozioni profonde. La
carica emotiva del gioco, legata ad un clima di incontri positivi, incoraggia
la formazione di memorie forti, che poi si tradurranno in atteggiamenti diversi.
Noi lo abbiamo visto accadere con i ragazzini e le ragazzine che giocavano a
palla di stracci assieme a persone "diverse", persone che era stato
insegnato loro a temere, odiare o schernire, e che sono divenute per loro amici,
adulti significativi."
A leggere i messaggi che riempiono scrivanie e tasche degli attivisti non c'è
da dubitare che l'idea funzioni. Ne scelgo uno per tutti: "Grazie per essere
venuti a costruire i palloni con noi. Mi piace giocare perché è
bello fare la pace così. Anche alla mia mamma è piaciuto, e adesso
con i nostri vicini ci parliamo di nuovo e giochiamo ogni giorno. La canzone
che ci avete insegnato la ricordo ancora. A voi sono piaciuti i dolci della
festa? A me tantissimo." Noah, bambino africano, anni otto.

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SERVIZIO CIVILE
A cura di Claudia Pallottino
Nostra intervista ad Emanuele Pizzo, rappresentate nazionale dei volontari
in servizio civile
Qual è il tuo ruolo attuale?
Partecipo alla Consulta, un tavolo di confronto sui passaggi importanti del
Servizio Civile dove si trovano a discutere insieme gli enti principali, l’Ufficio
Nazionale e i rappresentanti dei volontari.
Con mio stupore ho riscontrato che è un organo che funziona, infatti
può essere considerato l’orecchio dell’Ufficio Nazionale
sul mondo attraverso il quale vengono ascoltate proposte dai volontari. L’ultima
avanzata è di fare dal prossimo anno un Vademecum per i volontari contenente
tutte le regole, i diritti e doveri di questi ultimi. Così da avere una
normativa chiara ed organica che aiuti i volontari ad orientarsi tutto l’anno.
In questo Vademecum volevamo inserire anche una bibliografia e sitografia sulla
nonviolenza, così da proporre a tutti non solo un qualcosa di tecnico
ma anche di significato politico.
Altre proposte portate avanti in questi anni dai rappresentanti sono: ispezioni
più frequenti a campione (non solo su richiesta del volontario); Agibilità
del monte orario; permessi cioè conferire al volontario la possibilità
di sostenere gli esami universitari senza dover usufruire dei pochi permessi
a sua disposizione; Promozione da parte della regione di incontri frequenti
tra i delegati regionali ed i volontari e che questi ultimi possano usufruire
di una banca dati dove inserire il proprio curriculum per un futuro percorso
lavorativo; ultimo ma non per importanza l’inserimento del concetto e
sistema di rappresentanza dei volontari come parte integrante della formazione
generale.
Com’è stato essere rappresentate nazionale in questo primo anno?
E’ stata dura perchè la Consulta è una forma di rappresentanza
giovane. Noi rappresentanti siamo poco conosciuti, manca una adeguata pubblicità
anche nel periodo elettorale; siamo legati ai tempi e modi dell’Ufficio
Nazionale; per esempio sono stato eletto a Marzo e ci avevano promesso un incontro
di bilancio dopo sei mesi. Invece abbiamo dovuto lottare per poter trovarci
in coda alla giornata nazionale del Servizio Civile di dicembre.
Una della cose utili per portare avanti il nostro lavoro è il sito nazionale,
che per quanto limitato ci consente di tenerci in contatto tra delegati regionali,
rappresentanti nazionali e volontari.
Noi rappresentanti molte volte siamo percepiti come rivendicatori sindacali,
cioè come se il nostro lavoro non avesse nessuna prospettiva per il futuro
ma si fermasse alle questioni puramente pratiche. La questione è che
noi rappresentiamo un gruppo che sente nel lavoro di ogni giorno delle esigenze
“primarie” concrete, per questo noi cerchiamo di migliorare le condizioni
lavorative dei volontari.
Quanto i volontari di oggi conoscono la storia del Servizio Civile?
E’ un disastro! In realtà molti pochi sanno che il Servizio Civile
ha le sue fondamenta nell’obiezione di coscienza. Credo che la formazione
generale debba dare basi e significati forti anche se molte volte i volontari
chiedono dalla formazione nozioni tecniche e professionali che li aiutino nel
lavoro di tutti i giorni. Infatti i contenuti proposti vengono percepiti come
qualcosa di imposto e datato anche perché a mio parere in molti enti
la formazione viene svolta in maniera non adeguata. Quello che ho visto in questi
anni è che la maggior parte dei volontari senta, solo alla fine del Servizio,
l’importanza ed il valore dei contenuti appresi durante l’anno.
Purtroppo in molti casi ho sentito dai volontari che la pace e la nonviolenza
non sono più considerate come i valori fondamentali del Servizio Civile,
portandomi a pensare che il servizio civile sia visto come cosa ben diversa
dall’obbiezione di coscienza.
Io darei, invece, un significato più politico al Servizio Civile in molti
modi, sostenendo per esempio la proposta fatta dall’ARCI di costituire
un registro nel quale i volontari si dichiarano obbiettori di coscienza.
Come viene visto il volontario oggi?
Io lo vedo come qualcosa di specifico che può portare al volontariato
o avvicinare al mondo del lavoro, infatti dà capacità e competenze
specifiche ma è qualcosa di diverso: qualcosa di peculiare come “la
difesa nonviolenta della patria”. Il problema è che è poco
chiaro cosa si intenda con queste parole, finchè questa questione non
si risolve il Servizio Civile verrà visto sempre più come forma
di precariato. Infatti ho notato come al Sud venga letto come opportunità
di lavoro anche perché viene presentato dagli enti sotto questa ottica.
Invece la filosofia del Servizio Civile è che il volontario offra dei
servizi che altrimenti l’ente non potrebbe offrire; questo per evitare
che il volontario vada a prendere il posto della manodopera mancante. Spero
che in futuro si rifletta un po’ di più su questa questione.
David, Ludmila, Francesca
in servizio civile al Movimento Nonviolento di Verona

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MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Fratelli d'Italia, cambiamo l'inno?
“L’inno nazionale è l’anima di un popolo. Visto che
amiamo la Francia, abbiamo l’ambizione che possa avere un inno in armonia
coi suoi ideali di liberté, égalité e fraternité”.
Così l’abbé Pierre, a partire dal 1990, cominciò
a proporre a più riprese il cambiamento delle parole della “Marsigliese”.
Théodore Monod chiese al Presidente “una festa nazionale senza
militari e una Marsigliese ripulita da espressioni sanguinolente”. Jean
Toulat raccolse in un libro opinioni vecchie e nuove di numerose personalità
circa la modifica della Marsigliese: scrittori come Victor Hugo e Dominique
Lapierre, cantautori come Brassens e Aznavour, sportivi come Jeanine Longo e
Yannick Noah e poi missionarie e missionari, studiosi, musicisti e docenti universitari
(1). “La Marsigliese”, scritta nel 1792 da Claude Joseph Rouget
de Lisle come “Canto di guerra dell’Armata del Reno” è
piena di braccia vendicatrici, stendardi sanguinanti, figli sgozzati |