Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Ci eravamo lasciati con “il mal di pancia”. Ora le elezioni
sono passate, ed abbiamo “il volta stomaco”. Non solo per i
preannunciati programmi della Casa della Libertà in materia di
ambiente, immigrazione, diritti, ma anche per l’assoluta inadeguatezza
dell’opposizione. E non parliamo solo dell’opposizione parlamentare
(che pur ha fatto la sua pessima figura), ma anche della opposizione sociale
che anziché lavorare preventivamente per rafforzare la crescita
di movimento, si è limitata a “turarsi il naso”, affidando
le sue sole speranze al risultato elettorale. Quel risultato (come era
prevedibile) non c’è stato, ed ora ci si ritrova senza fiato
e senza gambe. Gli appelli, anche accorati e in buna fede, dell’ultima
ora, non servono a nulla. Quello che serve è lavorare, da oggi
e per i prossimi anni, alla costruzione di un movimento che riesca ad
aprire un varco nel muro gommoso della politica dei partiti. Un movimento
che orienti e corregga la politica partitica. Un movimento di base che
non si suicidi ad ogni tornata elettorale degenerando in partito perché
ipnotizzato dal richiamo parlamentare….. come è successo anni
fa con i radicali ed ora con i verdi: cosa è rimasto delle speranze
aperte dal referendum sul divorzio e da quello antinucleare? Nulla, solo
qualche patetica figura di deputato aggrappato allo scranno; vecchi generali
malconci senza più nessuna truppa ad ascoltarli.
E allora si deve riprendere il lavoro originario. Quello che il Movimento
Nonviolento, pur nell’umile coscienza dei propri limiti, non ha mai
abbandonato: il lavoro politico per la crescita dal basso della nonviolenza.
Un qualche segnale di speranza viene oggi dal movimento di critica alla
globalizzazione, dalla cosiddetta rete di Lilliput. Ma… anche qui
c’è un ma… rappresentato dal cancro della violenza che
minaccia ogni crescita di movimento.
Gì otto
Li chiamano “popolo di Seattle”, e pensano al vertice G8 come
ad uno scontro epocale tra forze dell'ordine e giovani antiglobalizzazione.
Noi rifiutiamo questo scenario. Ma non basta auspicare una manifestazione
pacifica, perché essa si realizzi. Purtroppo è vero che
c'è chi sguazza nel fango ed è già in orgasmo da
scontro con la polizia. Gli amici della nonviolenza denunciano fin d’ora
chi usa Genova come vetrina per lanciare le proprie deliranti “dichiarazioni
di guerra”.
Il movimento per un'economia nonviolenta ha bisogno di chiarezza. La nostra
deve essere una proposta assolutamente limpida, nonviolenta: nella strategia,
negli obiettivi, nella tattica, nel linguaggio, nelle alleanze. Il Movimento
Nonviolento, che fa parte della Rete di Lilliput, lavora quotidianamente,
da anni, per elaborare e praticare un'economia di giustizia, con le tante
proposte emerse anche dal Giubileo degli Oppressi nel settembre 2000.
Le grandi manifestazioni di piazza (pacifiche e dialoganti con l'opinione
pubblica) sono per noi solo un momento, e certo il meno importante, di
un cammino per una società migliore.
Gli sfascia-vetrine, i cercatori di scontri con la polizia, gli sprangatori,
sono lontani e diversi da noi quanto i padroni di capitali anonimi, gli
sfruttatori di terre altrui, gli scienziati manipolatori di geni, gli
schiavisti del lavoro minorile. I violenti non fanno parte del movimento,
non sono interlocutori. Anzi, sono avversari temibili, in quanto sono
coloro che più direttamente (e volutamente) danneggiano il movimento
stesso. I loro vandalismi vanno denunciati all'autorità giudiziaria
e non ci può essere riconoscimento politico per dei teppisti.
Gli amici della nonviolenza, al contrario, andranno a Genova non per impedire
il vertice dei G8, ma con veglie, digiuni, incontri festosi, musica e
convegni, presenteranno ai governi e ai popoli la difficile strada per
il cambiamento verso un'economia nonviolenta (quella che Gandhi definiva
come “semplicità, povertà e lentezza volontaria”).
Una strada che, come un albero, cresce lentamente e senza rumore.
Pace e libertà per il Tibet, con la nonviolenza
Oltre 50 anni or sono il Tibet fu occupato dalla Cina. Sono trascorsi
più di 40 anni da quando migliaia di tibetani iniziarono la loro
esistenza di profughi. Tre generazioni di tibetani hanno vissuto nel più
buio periodo della nostra storia sopportando terribili difficoltà
e sofferenze. Però la questione tibetana è ancora viva.
Sia che il governo cinese lo ammetta o meno, il mondo è consapevole
della grave situazione in Tibet, non solo nella Regione Autonoma Tibetana
ma anche nelle altre aree tibetane. Il precedente Panchen Lama, nella
petizione in 70.000 caratteri inviata alle autorità di Pechino
nel 1962, aveva chiaramente denunciato la terribile situazione in cui
versava il Tibet. Da allora, sebbene vi siano stati alcuni miglioramenti,
la situazione rimane ancora molto grave. Il problema tibetano continua
ad essere non solo una continua fonte di imbarazzo per la Cina a livello
internazionale, ma è anche dannoso e pericoloso per la stabilità
e l’unità della Repubblica Popolare Cinese.
Il governo cinese continua a mascherare la drammatica situazione del Tibet
attraverso la sua propaganda. Se le condizioni in Tibet fossero come le
autorità cinesi le dipingono, allora perché non permettere
ai visitatori di entrare in Tibet senza alcuna restrizione? Invece di
cercare di nascondere la verità considerandola “segreto di
stato”, perché non hanno il coraggio di mostrarla al mondo
esterno? E perché il Tibet è pieno di forze di sicurezza
e prigioni? Ho sempre detto che se la maggioranza dei tibetani in Tibet
fosse soddisfatta della presente situazione io non avrei nessuna giustificazione,
nessun motivo e nessuna voglia di alzare la mia voce contro quello che
accade in Tibet. Purtroppo ogni volta che i tibetani protestano anziché
essere ascoltati vengono arrestati, imprigionati ed etichettati come controrivoluzionari.
Non sono liberi di dire la verità.
Se i tibetani fossero realmente felici le autorità cinesi non avrebbero
alcuna difficoltà a indire un referendum in Tibet. Numerose organizzazioni
tibetane non governative chiedono che si tenga un referendum in Tibet.
Ritengono che il modo migliore per risolvere una volta per tutte questo
problema sia lasciare che i tibetani in Tibet possano scegliere il loro
destino attraverso libere elezioni. Io ho sempre affermato che il popolo
tibetano debba poter decidere il futuro del Tibet. Io appoggerei con tutto
il cuore i risultati di un referendum di questo tipo.
La questione tibetana non riguarda la mia posizione ed il mio benessere
ma la libertà, i fondamentali diritti umani e la preservazione
della cultura di sei milioni di tibetani così come la protezione
dell’ecosistema del Tibet. Fin dal 1969 ho detto con chiarezza che
spetta al popolo tibetano decidere se l’istituzione del Dalai Lama,
che è antica di trecento anni, debba continuare o no. Più
recentemente, nel 1992, in un documento ufficiale sulla futura politica
del Tibet ho affermato con chiarezza che se dovessimo tornare in un Tibet
sufficientemente libero non avrei alcun ruolo nel futuro governo tibetano.
Ho sempre pensato che il Tibet del futuro dovrebbe avere un sistema di
governo laico e democratico. Sono certo che nessun Tibetano, in Tibet
o in esilio, voglia restaurare il passato sistema sociale.
Sono sempre stato consapevole che il Tibet avesse bisogno di mutamenti
sociali e avevo anche tentato di dar vita ad alcune riforme nonostante
le difficili circostanze politiche. Una volta in esilio, ho sempre incoraggiato
i profughi tibetani a seguire le regole democratiche. Oggi i tibetani
sono tra le poche comunità di rifugiati ad aver costruito i tre
pilastri della democrazia: legislativo, giuridico ed esecutivo. (…)
L’enorme fiducia che il popolo tibetano mi accorda rafforza il mio
senso di responsabilità. (…)
In quanto convinto assertore della nonviolenza e di un’attitudine
basata sulla volontà di riconciliazione e cooperazione, fin dall’inizio
ho cercato di prevenire un bagno di sangue ed arrivare a una soluzione
pacifica. Ho anche una sincera ammirazione per la Cina e per il suo popolo
con la loro antica storia e la loro ricca cultura. Quindi ritengo che
facendo ricorso al coraggio, alla saggezza e alla visione interiore sia
possibile stabilire una relazione tra Tibet e Cina che sia di benefico
per entrambi e si basi sul rispetto e l’amicizia. Conseguentemente
la mia posizione riguardo alla lotta per la libertà del Tibet è
quella di cercare una genuina autonomia per il popolo tibetano. Nonostante
le sempre maggiori critiche che ricevo e il peggiorare della situazione
in Tibet, rimango legato alla mia politica della “Via di Mezzo”.
Credo fortemente che una soluzione del problema tibetano legata al mio
approccio, soddisferà i bisogni del popolo tibetano e contribuirà
notevolmente all’unità e alla stabilità della stessa
Cina. Negli ultimi 20 anni i nostri contatti con il governo cinese sono
passati attraverso innumerevoli alti e bassi, qualche volta sono stati
molto incoraggianti e altre veramente scoraggianti.
Lo scorso luglio, il mio fratello Gyalo Thondup, ancora una volta si è
recato a Pechino e ha fatto ritorno con un messaggio del Dipartimento
del Fronte Unito che ribadiva la ben nota posizione della dirigenza cinese
riguardante la mia posizione. In settembre, tramite l’ambasciata
cinese di Delhi, ho fatto presente a Pechino che avrei voluto inviare
una mia delegazione in Cina per illustrare un dettagliato memorandum sul
mio pensiero riguardo al Tibet e per spiegare e discutere il contenuto
del memorandum stesso. Speravo sinceramente che questo avrebbe potuto
favorire la nascita di un approccio realistico alla questione tibetana.
Pensavo che attraverso un confronto diretto con la leadership cinese si
sarebbero potute chiarire le incomprensioni e superare la loro sfiducia.
Espressi la mia convinta opinione che, una volta superato questo punto,
senza eccessiva difficoltà si sarebbe potuto trovare un accordo
soddisfacente per entrambe le parti. Ma fino ad ora il governo cinese
si è rifiutato di accettare una mia delegazione affermando che
tra il 1979 e il 1985 Pechino aveva già ricevuto sei delegazioni
dei tibetani in esilio. Quindi adesso sono restii ad accettarne un’altra.
Questo è un chiaro segno dell’irrigidimento della posizione
di Pechino e della mancanza di una volontà politica di risolvere
il problema tibetano.
La presente linea dura della dirigenza cinese non metterà però
in crisi la nostra decisione di ricercare la libertà e la pace
tramite la nonviolenza. La pazienza, il coraggio e la determinazione sono
valori essenziali per noi tibetani di fronte ad una sfida di tale importanza.
Credo fermamente che sarà possibile in futuro discutere seriamente
la questione tibetana e affrontare la realtà poiché, sia
per la Cina sia per noi, non vi è altra soluzione possibile.
Se guardiamo alla situazione all’interno del Tibet, potrebbe sembrare
che non ci siano speranze a causa della repressione montante, delle distruzioni
ambientali, e dei drammatici tentativi di distruggere l’identità
e la cultura stesse del Tibet tramite il massiccio trasferimento di popolazione
cinese nelle regioni tibetane. In ogni caso però, la questione
tibetana è strettamente connessa a quanto succede all’interno
della Cina. E la Cina, non importa quanto potente possa essere, fa parte
del mondo. E il mondo oggi si muove verso una maggiore accessibilità,
apertura, libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. La
Cina in effetti sta cambiando. Nel lungo periodo non potrà evitare
di confrontarsi con la verità, la giustizia e la libertà.
Per noi è incoraggiante che vi sia un sempre maggior numero di
cittadini cinesi, inclusi gli intellettuali e i liberi pensatori, che
non solo si preoccupano di quanto accade in Tibet ma ci esprimono apertamente
la loro solidarietà.
Poiché la situazione in Tibet rimane grave, come ho appena detto,
ed anche perché le autorità cinesi si rifiutano di affrontare
la questione tibetana la mia posizione della “Via di mezzo”
è oggetto di un crescente numero di critiche. Ho sempre accolto
con favore il diritto ad avere differenti opinioni politiche. Vi sono
persone che credono fermamente nell’obiettivo dell’indipendenza
del Tibet. Alcuni mi criticano affermando che la mia posizione divide
e confonde il nostro popolo. Posso comprendere queste critiche dal momento
che la Cina si rifiuta di rispondere al mio approccio della “Via
di mezzo”. Inoltre non vi è dubbio che la stragrande maggioranza
del popolo tibetano pensi che l’indipendenza sia un suo diritto storico
e legittimo. Mentre rifiuto con fermezza l’uso della violenza come
mezzo della nostra lotta per la libertà, rispetto però il
diritto di ogni tibetano a discutere e approfondire tutte le opzioni politiche.
Vorrei cogliere questa opportunità per ringraziare gli individui,
i governi, i parlamentari, le organizzazioni non governative e i gruppi
religiosi che ci hanno sostenuto. Vorrei anche esprimere la mia gratitudine
a tutti quei cittadini cinesi che appoggiano la nostra giusta causa. Ma
soprattutto, a nome di tutti i tibetani, vorrei esprimere la nostra più
profonda gratitudine al popolo e al governo dell’India per l incommensurabile
generosità e il sostegno con cui ci hanno aiutato negli ultimi
quarant’anni.
In conclusione voglio rendere omaggio alle donne e agli uomini del Tibet
che con coraggio continuano a sacrificare le loro vite per la causa della
libertà e prego perché al più presto abbiano fine
le sofferenze del nostro popolo. Colgo anche questa occasione per ringraziare
i nostri coraggiosi fratelli e sorelle cinesi per i tremendi sacrifici
che compiono per portare la libertà e la democrazia in Cina.
IL DALAI LAMA
Discorso di Sua Santità il Dalai Lama in occasione del 10 Marzo
2001, 42° anniversario dell’insurrezione nazionale tibetana.
Marcia Internazionale per il Tibet:
30 Giugno - 6 Luglio 2001
Un Comitato promotore composto dalle Associazioni:
Italia Tibet-Cisl-Eurasia- AGAT-Firenze Trekking-Adepte Zanskar-Action
Dolpo
con l’aiuto del C.-A.I. di Bologna, garante Fosco Maraini, organizza
la prosecuzione della Marcia Mondiale per il Tibet che negli anni passati
si è svolta negli Stati Uniti (1997) - Australia (1998) - Francia
(1999) - Francia e Svizzera (2000).
Nel 2001 il Comitato propone una breve ma significativa marcia italiana,
aperta a tutti, da Bologna a Firenze, lungo la “Via degli Dei”,
antica direttrice d’origine romana, recentemente ritrovata e segnalata
ad uso escursionistico.
Partendo da Piazza Maggiore a Bologna, in 7 giorni arriveremo in Piazza
della Signoria a Firenze.
Partenza prevista da Bologna: Sabato 30 Giugno 2001. Arrivo previsto a
Firenze: Venerdi 6 Luglio 2001.
Una carovana, guidata da due degli eroi del Tibet: Ama Adhe e Palden Ghiatso,
ambedue per decenni imprigionati e torturati nelle carceri cinesi, e quindi
testimoni viventi dei soprusi fatti al popolo tibetano, verrà accompagnata
da un centinaio di escursionisti, ognuno dei quali avrà una bandiera
del Tibet libero. In testa a questa carovana dovrebbe esserci il famoso
alpinista Reinhold Messner (Testimonial), a nome del Parlamento Europeo
ed una rock star molto conosciuta. Ogni sera, nei paesi sedi di sosta,
verranno organizzate manifestazioni, conferenze ed incontri con la popolazione.
Alla partenza da Bologna sarà organizzata una Puja (Preghiera buddhista)
benaugurale per la marcia e spettacolare per la popolazione bolognese.
All’arrivo, nel tratto da Fiesole a Firenze-Piazza della Signoria-
si svolgerà una marcia “silenziosa” (alcune centinaia
di persone con una bandiera tibetana in mano ed una fascia sulla bocca
con scritto: “S.O.S. Tibet” si sederanno davanti a Palazzo Vecchio
per concludere la Marcia in modo pacifico).
Grazie alla Presidenza della Giunta Regionale Toscana, nel pomeriggio
del Venerdi 6 Luglio, sarà organizzato un convegno dal titolo:
“Tibet…quale futuro?” al quale hanno dato la loro adesione
: Fosco Maraini - Piero Verni - Gianfranco Bracci - Antonio Attisani -
Marie Claire Gentric - Marco Vasta ed altri tibetologi di fama internazionale.
Ovviamente gli ospiti d’onore del convegno saranno gli eroi tibetani
Ama Adhe e Palden Ghiatso. Possibile la venuta di Sua Santità il
Dalai Lama e/o di un Ministro del Governo tibetano in esilio.
Il Comitato sta tentando di portare al tavolo del convegno almeno un rappresentante
del Governo della Repubblica Popolare Cinese che assicurerebbe un dialogo
costruttivo e bilaterale.
Motivazioni della Marcia:
politiche:
Il Parlamento Europeo ha ultimamente prodotto una risoluzione che “obbliga”
la Cina a sedersi ad un tavolo per trattare con il Governo del Tibet.
Altrimenti, trascorsi 3 anni, lo stesso Parlamento riconoscerà
a tutti gli effetti, il Governo del Tibet attualmente in esilio.
umanitarie:
Informare la popolazione italiana con i più importanti media nazionali
di quello che veramente succede ancora oggi in Tibet e raccogliere consensi
ed aiuti per la causa tibetana.
escursionistico/turistiche:
Lanciare il percorso di trekking tosco-emiliano che attraversa il Mugello,
denominato: “Via degli Dei” (attualmente il percorso è
solo parzialmente segnalato e poco conosciuto).
Tramite l’iniziativa il percorso verrebbe conosciuto da milioni di
persone.
Queste le Tappe della Marcia per il Tibet:
(n.b. il percorso definitivo verrà deciso al più presto)
1)Bologna - Sasso Marconi
2)Sasso Marconi - Monzuno
3)Monzuno - Madonna dei Fornelli
4)Madonna dei Fornelli - Santa Lucia (Passo Futa)
5)Santa Lucia - San Piero a Sieve
6)San Piero a Sieve - Fiesole
7)Fiesole - Firenze
Si consiglia, a chi vuole partecipare ma non può fare tutta la
Marcia, di essere presente almeno alla partenza a Bologna il 30 giugno
e/o all’arrivo a Firenze il 6 luglio.
Come fare per iscriversi alla Marcia:
La partecipazione alla Marcia è libera a chiunque abbia a cuore
la causa tibetana..
Gli escursionisti, sia che percorrano una tappa o tutte le tappe della
Marcia, dovranno essere completamente autonomi. Dovranno avere con se
tutto l’occorrente per dormire (materassino-sacco a pelo) e per mangiare
(approvvigionamento di viveri).
Il Comitato Promotore si sta attivando affinché gli enti pubblici
offrano ai marciatori la possibilità di alloggiare in scuole e/o
palestre o altri edifici pubblici dei paesi luogo di tappa.
Ogni partecipante è invitato ad iscriversi alla Marcia inviando
la quota minima di £ 20.000 per ogni giorno di Marcia e/o £
100.000 per l’intera Marcia (questo contributo servirà a coprire
le tante spese dell’organizzazione).
I marciatori verranno guidati dalle guide del C.A.I.(Club Alpino Italiano)di
Bologna e dell’AGAT (Associazione Guide Ambientali Toscane) e si
impegneranno a rispettare gli itinerari e i tempi di marcia previsti di
volta in volta dal Comitato Promotore.
Per informazioni: www.inmarciaperiltibet.it
Gianfranco Bracci (Coordinatore e Portavoce della Marcia)
Tel. 0339/1181536
E-mail:
Per prenotazioni, info sugli alberghi e contributi di partecipazione:
Agenzia Demidoff Viaggi
Tel. 055/848490
Per i bonifici bancari d’adesione:
c/c n. 5932/00 Agenzia di Scarperia Cab 38090 Abi 6160
Io, Casco Bianco, nel Rwanda senza zebre e senza
tragedie
Di Luca Trevisan
Ho partecipato alla prima edizione del progetto Caschi Bianchi, un programma
che prevede l’invio di obiettori di coscienza all’estero per
azioni umanitarie, come prevede l’attuale legge sull’obiezione
di coscienza al servizio militare. Una iniziativa coordinata a livello
nazionale dalla Caritas Italiana e resa possibile dal considerevole sostegno
economico e organizzativo delle Caritas Diocesane, oltre ad un significativo
e rilevante contributo da parte della conferenza Italiana (CEI).
Quest’anno il progetto Caschi Bianchi si sta sviluppando in tre paesi
coinvolti in azioni di guerra: Kossovo, Bosnia e Rwanda nell’ambito
di un progetto denominato “Colomba di Noè” che, promosso
dalla Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di bjumba (Rwanda), ha
come obbiettivo principale la riconciliazione tra diverse etnie duramente
colpite da un genocidio nel 1994. La nostra esperienza durerà circa
dodici mesi, due per la formazione che si svolge in Italia e dieci all’estero
nei vari paesi sopracitati.
Tale periodo sarà intervallato da due rientri sia per mettere in
comune le diverse esperienze sia per fissare ulteriori obbiettivi alla
luce delle impressioni dei vari Caschi Bianchi.
Inoltre sto seguendo l’integrazione di futuri Caschi Bianchi a Gisenj
dove la Caritas Diocesana di Padova ha da orma tre anni avviato un gemellaggio
molto intenso e significativo.
In marzo siamo tutti rientrati per proseguire formazione in Italia, un
rientro che mi permette oggi di tracciare un piccolo quadro su questa
prima parte dell’esperienza.
E ripensando ai due mesi trascorsi in Rwanda e Rukomo il mio sguardo ritorna
a monte, paradossalmente non sulle mille colline del Rwanda ma sui colli
Euganei: non è tanto la loro somiglianza ma piuttosto un piccolo
episodio che non credevo potesse segnare così questa mia esperienza
africana laggiù nella foresta.
Mi riferisco ad un breve incontro che ebbi una sera di dicembre 2000,
in cui fui chiamato a porgere un breve saluto ad un gruppo della nostra
Caritas Diocesana di Padova.
C’erano gli obiettori di coscienza in servizio, le ragazze volontarie
AVS come anche i volontari più adulti e maturi e la curiosità
di tutte queste persone su che cosa significasse essere Casco Bianco mi
diede una grande intuizione e forse proprio quella sera compresi lo spirito
della missione che assieme ad altri amici mi accingevo a compiere.
Un Casco Bianco, o meglio un giovane obiettore di coscienza al servizio
militare che si reca all’estero non è né un missionario
né un operatore internazionale né un cooperante ma dovrebbe
essere semplicemente una persona che vuole creare ponti, attraverso la
sua esperienza mette le basi per avvicinare società diverse.
La figura dell’obiettore ben si presta ad assolvere quella nuova
esigenza di orientare l’aiuto internazionale verso altre forme, più
vicine al gemellaggio, alla conoscenza reciproca tra comunità diverse,
lontane e sparse per il pianeta globale.
Con la formazione ricevuta e lo spirito acquisito abbiamo appreso maggiore
consapevolezza del nostro ruolo così ancora poco conosciuto.
Siamo ormai consapevoli che non basta più l’aiuto economico
o altro intervento economico strutturale per risanare le profonde ferite
delle guerre ma piuttosto in questi interventi umanitari serve sviluppare
al massimo la variante interculturale. I Caschi Bianchi sarebbero dunque
non i primi né gli unici ma piuttosto dei nuovi tasselli su cui
ristrutturare l’incontro delle comunità degli uomini, in particolare
le più deboli.
Ma l’interculturalità significa dare vita a dei processi in
cui due realtà diverse si avvicinano a piccoli passi, silenziosamente
attraverso il rispetto reciproco e solidale.
La nostra esperienza : i criteri entro cui selezionare questa esperienza
sono immediati ma si potrebbe già incominciare con il pensare non
ad un viaggio o ad una semplice permanenza, anche ludica per certi aspetti,
ma soprattutto formativa. Sia sul piano umano che professionale in pochi
mesi abbiamo acquisito molte nozioni ambientali, cioè di conoscenza
vera del territorio, come l’assenza di luce elettrica e di acqua
corrente, le strade dissestate ma anche le belle piste in mezzo alla savana
o tra una collina e l’altra, le attitudini particolari della gente
del luogo, in sostanza abbiamo aumentato le nostre relazioni umane frequentando
i mercati, facendo la spesa assieme e tra di loro.
Calati nella nostra realtà tutto questo potrebbe sembrare un quadro
astratto e limitato :invece nella realtà in cui siamo immersi
questo significa acquisire professionalità rispetto alle attività
della Caritas in Rwanda. Gli ambiti territoriali in cui siamo inseriti
sono i Microprogetti Generatori di Reddito, assistenza alle categorie
svantaggiate (bambini di strada, malati di AIDS, etc.) e nella Formazione
(progetti di Riconciliazione, etc.).
Le cose da fare sono molte: i primi due ambiti sono il riconsolidamento
della vita sociale ed economica e l’assistenza. Appartenere alla
Caritas va a vantaggio di questo importante obiettivo perché si
riesce a collaborare quasi con una interfaccia comune e con una esperienza
storica di questa organizzazione a favore dei paesi più deboli.
Un altro dei ruoli fondamentali della figura del Casco Bianco è
quello di rendersi interprete delle dinamiche presenti sul territorio,
pur tenendo conto in particolare l’Africa e in particolare la regione
dei Grandi Laghi che sono territori non facili da comprendere sino in
fondo.
Tutto questo è parte integrante della nostra missione che è
quella appunto di portare chiarezza soprattutto a casa nostra, tra tutti
noi in modo da orientare efficacemente le volontà che esistono
presso la nostra gente.
Sapere che il Casco Bianco non è persona così coinvolta
come un missionario o così distaccata come qualche operatore, significa
affermare che questa figura agisce con entusiasmo molto diverso rispetto
alle prerogative di questa nostra società che ha sempre più
paura di mettere a nudo le emozioni delle persone, di valorizzare i rapporti
umani, di nascondere e a volte opprimere le differenze tra i popoli. Capire
cos’è l’Africa non è cosa facile: è sicuramente
il problema che più di altri interesserà nei prossimi anni
(circa 20 governi, strutture economiche e finanziarie di fronte alle inevitabili
immigrazioni che avranno carattere epocale).
Ritornando alla nostra missione è necessario puntualizzare che
stiamo parlando di Africa in generale, il primo punto di riferimento è
l’Africa Centrale, la regione dei Grandi Laghi, vale a dire cinque
paesi, il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire), l’Uganda,
la Tanzania e il Rwanda. Quest’ultimo paese se comparato a questa
parte come al resto dell’Africa sembra essere un francobollo, ma
su questa metafora mi trovo a riflettere e non vi trovo le zebre o gli
ippopotami e nemmeno le grandi tragedie. Questo paese dunque non
si distingue per le consuete immagini degli animali: le zebre non si vedono,
gli ippopotami sono una rarità e neppure le grandi tragedie si
vedono perché, a volte, la foresta o una collina le nasconde, ma
le tragedie sono nei cuori degli orfani, delle giovani vedove, delle vittime
del genocidio, delle guerre dimenticate che non trovano quasi mai spazio
nelle pagine dei nostri giornali occidentali.
Se siamo in Africa è perché, come gli altri amici in Bosnia
e Kossovo o in qualsiasi parte del mondo dove i popoli e i loro diritti
sono dimenticati o oppressi, lo dobbiamo a coloro che hanno aperto la
strada in tempi non sospetti, dai missionari agli operatori di pace, dai
primi obiettori di coscienza al servizio militare ai volontari delle organizzazioni
non governative e del volontariato, e in particolare dalla Caritas.
Noi ora ci siamo, siamo un piccolo tassello per poter alla fine comporre
tutti assieme il grande mosaico della pace e della giustizia tra i popoli
della terra.
Nel Sud Africa che non vuole armi tra speranze
e contrasti
Di Franco Perna
L'impegno dei quaccheri nel campo della mediazione e la pace in Sud Africa
è abbastanza noto all'estero, un po' meno in Italia. Già
da tempo nutrivo un certo interesse per questo Paese, traumatizzato da
decenni di Apartheid. Fu, però, un articolo del settimanale The
Friend sul lavoro del Centro quacchero per la pace a Città del
Capo che mi entusiasmò al punto di coinvolgermi direttamente andando
lì per un periodo. In seguito ad un breve scambio telefonico con
Jeremy Routledge, direttore del Centro, decisi, quindi, di partire all'inizio
di quest'anno per circa un mese (febbraio/marzo).
Una buona ventina di persone vi lavorano, più alcuni volontari
o studenti/ricercatori, soprattutto in scienze sociali, che utilizzano
il Centro per informarsi e organizzare le proprie attività. Insomma
c'era un via vai di gente, masse di documenti, i pochi computers disponibili
sembravano impazzire… un'atmosfera frenetica. Esattamente l'opposto
di quello che mi aspettavo, per cui la mia prima impressione fu piuttosto
negativa. Il terzo giorno, una lunga chiacchierata con Asma Haywood, assistente
di Jeremy (ed in seguito anche con quest'ultimo), sulle mie impressioni
ed aspettative, si rivelò utile a ridimensionare la mia critica.
Ci accordammo su un programma di visite ai vari progetti/attività
di cui il Centro è responsabile accodandomi ad alcuni operatori
e coinvolgendomi più concretamente nel lavoro quotidiano nella
Provincia del Capo.
Questo viaggio mi offrì, inoltre, la possibilità di partecipare
ad alcune manifestazioni popolari per chiedere al Parlamento un taglio
alle spese militari e di stanziare più fondi per i servizi sociali;
alla campagna per un Sud Africa senza fucili (a sedici anni tutti possono
averne uno, durante l'Apartheid l'età minima era appena 14, diritto,
però, concesso solo ai bianchi); infine, la Corte mondiale delle
donne contro la guerra, per la pace (5-10 marzo), cui partecipavano circa
3500 donne, e alcuni uomini, da una cinquantina di Paesi del Sud del mondo.
Di particolare interesse fu la presenza fianco a fianco, in una tavola
rotonda, di una palestinese e di un'ebrea che precedentemente avevano
condiviso la cella in una prigione israeliana per il loro impegno in azioni
di pace. I quaccheri del Sud Africa collaborano attivamente e direttamente
a questo tipo di iniziativa anche perché una di loro, Nozizwe Madlala,
militante del movimento di liberazione delle donne e moglie di Jeremy
Routledge, è ora vice-ministro della difesa. Fu lei, infatti, ad
aprire la giornata dell'8 marzo con un discorso che si unì al coro
delle donne per chiedere una trasformazione delle forze armate del suo
paese. Anche se a prima vista una quacchera in un posto chiave al ministero
della difesa sembrerebbe paradossale, di fatto non lo è quando
si è convinti di poter contribuire al cambiamento delle strutture
dall'interno. Io glielo auguro di tutto cuore!
Durante il mio breve soggiorno (purtroppo per via di un biglietto speciale
non fu possibile rimanere più a lungo) ebbi altresì modo
di visitare alcune iniziative di sviluppo dal basso in cui persone che
altrimenti non avrebbero un'occupazione, e quindi potenzialmente destinate
a commettere crimini di strada per sopravvivere, possono essere formate
ed incoraggiate a coltivare un pezzo di terreno messo a disposizione dalla
comunità per raggiungere un certo grado di autosufficienza e di
dignità. Il Centro organizza, inoltre, i corsi di formazione alla
mediazione comunitaria in vari quartieri. Ho potuto partecipare ad alcuni
di questi, nonché ad uno stage AVP (progetto di alternativa alla
nonviolenza), un organismo internazionale fondato da quaccheri americani
e che opera attualmente in vari paesi del mondo, per preparare operatori
sociali che desiderano introdurre la pratica nonviolenta nelle prigioni.
Un altro giorno Jeremy ed io ci aggregammo ad un gruppo di amici per sgomberare
le macerie di una casa di campagna distrutta da incendio (doloso?) e che
doveva servire anche come centro d'incontri.
Infine, una volontaria di origine olandese mi chiese di accompagnarla
fino a Swellendam (220 km. da Cape Town) per visitare una fattoria con
convento più centro d’incontri che si trova in cattive acque
perché manca di una gestione efficace. Si tratta di una grande
proprietà che, se ben gestita potrebbe dar lavoro e da vivere a
oltre 100 persone. Giuridicamente la fattoria appartiene alla diocesi
cattolica di Oudtshoorn il cui vescovo sarebbe disposto ad affittarla
per 99 anni per una somma simbolica di 1 Rand (300 lire !) all’anno
ad un gruppo gestionario ben qualificato, di cui farebbero parte anche
rappresentanti degli operai e del convento. La zona è molto bella
e il suolo molto fertile. Potenzialmente potrebbe diventare un centro
di formazione rurale per tutta la regione e oltre. Si cercano persone
interessate anche all’estero. Forse si organizzeranno lì alcuni
campi di lavoro internazionali per avviare alcuni progetti di trasformazione
e di risistemazione (su richiesta potrei fornire ulteriori dettagli).
Un’ultima esperienza, che ha confermato le mie prime impressioni
sul Sud Africa quale paese di molta bellezza e altrettanti contrasti,
fu un giro delle township (favelas) organizzato e condotto da un gruppo
conosciuto cool nome di WECAT (Western Cape Action Tour) secondo cui perdono
e riconciliazione non significano dimenticare, ma comportano elementi
di pentimento e di giustizia. A differenza di altri tour operators, WECAT
ti porta nel cuore della resistenza all’Apartheid e in posti dove
avvennero massacri di innocenti. Benché il coordinatore, ben conosciuto
nelle zone visitate, spesso facesse riferimento a ciò che il governo
sta facendo per migliorare le condizioni socio-economiche dei meno abbienti,
non mancava di sottolineare il grande divario tra ricchi e poveri. Il
gruppo mette l’accento sulla necessità di dialogo e di scambio
inter-culturale per promuovere iniziative dal basso nelle aree più
svantaggiate della regione del Capo.
L’importanza del Centro quacchero per la pace di Città del
Capo si estende anche all’utilizzo che ne fanno alcuni studenti/ricercatori
in scienze sociali quale punto di riferimento per meglio pianificare i
loro programmi. L’appellativo di mini-università per la pace
e lo sviluppo umano, credo, non sarebbe troppo fuori luogo. Tale è
stata l’impressione che ho avuto parlando a lungo con una studentessa
ungherese, attualmente iscritta alla Cornell University (USA), che cerca
di coinvolgere un gruppo di giovani (Rainbow Youth Group), che s’incontrano
settimanalmente presso il Centro, in un progetto di azione comune. Il
QPC intende, inoltre, rafforzare i legami con l’AVP, col “Trauma
Healing & Reconciliation Centre” del Burundi (che aveva inviato
quattro persone perché venissero ulteriormente formate per meglio
gestire, una volta rientrati in Burundi, il THRC. Il Sud Africa ospita
un grande numero di profughi provenienti dai paesi della regione dei grandi
laghi dell’Africa centrale.
Ci sono poi i contatti con altre agenzie (quacchere e non) che operano
nel resto dell’Africa. Ciò aggiunge una dimensione internazionale
al Centro. Viste da vicino molte delle attività organizzate/coordinate,
o in cui il QPC è coinvolto, anche indirettamente, e osservando
l’impegno dei suoi dipendenti, dentro e fuori del Centro, mi sento
obbligato a ricredermi sulle mie prime ed affrettate impressioni che mi
ero fatto all’inizio del mio soggiorno. Purtroppo il QPC come tante
altre iniziative non-profit, manca di mezzi finanziari adeguati per far
fronte alla grande quantità di lavoro, nonostante l’apporto
dei volontari e la buona volontà di tutti.
Per un’Italia sobria e solidale: 60 azioni
per iniziare
Cancellare il debito estero dei paesi sottosviluppati
1.Attuare subito alla lettera quanto previsto dalla legge n.209 del 28
luglio 2000
2.Correggere in base a quanto detto nella legge e nelle indicazioni delle
due Commissioni parlamentari, il regolamento di attuazione ancora da approvare,
e quindi liberare le decisioni dell’Italia dal consenso degli altri
paesi creditori
3.Cancellare tutti i restanti crediti di aiuto verso tutti i paesi sottosviluppati
indebitati verso l’Italia
4.Individuare un secondo gruppo di paesi, cioè tutti gli altri
“non IDA”, non compresi tra quelli più poveri e maggiormente
indebitati, ed estendere ad essi le norme della legge n.209 del luglio
2000
5.Chiedere alla Banca d’Italia di elaborare una formula che favorisca
la cancellazione della maggior parte dei crediti delle banche italiane
verso i paesi più poveri, ivi inclusa, senza compensazioni di alcun
genere, la cancellazione totale dei crediti concessi per l’acquisto
di armi.
6.Vietare le conversioni di ogni tipo di crediti verso i paesi più
poveri in finanziamenti che comportino investimenti di imprese o organismi
italiani
7.Creare un Fondo nazionale per finanziamenti a condizioni di estremo
favore(ad esempio restituzioni in 30 anni e tassi di interesse dell’1%)
per i 52 paesi più poveri e più indebitati, alimentato dalla
parte dell’8 per mille dell’Irpef che resta allo Stato e da
parte dei proventi delle nuove lotterie.
8.Organizzare ad ottobre del 2001 una Conferenza dei paesi africani più
indebitati in modo che possano presentare le loro richieste per la soluzione
della loro drammatica situazione debitoria.
Favorire il commercio estero dei paesi più poveri
9.Emanare una legge che elimini dazi e restrizioni non tariffarie per
il commercio verso l’Italia dei 52 paesi più poveri
10.Sostenere la stessa proposta in tutte le sedi internazionali, in particolare
in quelle europee
11.Creare una Agenzia che assista e promuova la vendita di prodotti dei
paesi più poveri sui nostri mercati
Tassare i movimenti internazionali di capitale
12.Introdurre una imposizione fiscale dello 0,25% su tutti i movimenti
transnazionali di capitali, in particolare su quelli da e verso i “paradisi
fiscali”
13.Introdurre una imposta sulle operazioni a breve termine di carattere
speculativo (Tobin Tax) dello 0,75 %
14.Sostenere le stesse proposte in tutte le sedi competenti dell’Unione
Europea
15.Eliminare tutte le norme (leggi, regolamenti, direttive e decreti ministeriali,
a livello nazionale e regionale) che hanno riconosciuto e agevolato i
“paradisi fiscali”, ad esempio autorizzando il pagamento di
“commissioni” (tangenti)
16.Proporre nelle sedi internazionali norme dirette a sottoporre a controlli
e tassazioni tutti i “paradisi fiscali”, coerenti con quanto
la Banca d’Italia dovrà imporre in virtù dei suoi poteri
di sorveglianza agli istituti di credito italiani relativamente alle operazioni
riguardanti tali “paradisi”
Fondo Nazionale per la lotta alla povertà
17.povertà dei paesi più poveri (IDA) fortemente innovativi
rispetto a quelli ancora previsti dalla cooperazione bilaterale e multilaterale
per lo sviluppo.
18.Costituire un Fondo Nazionale per la Lotta alla Povertà, in
grado di elaborare e finanziare strategie innovative di intervento volte
a garantire la soddisfazione dei bisogni essenziali delle fasce di popolazione
al di sotto delle soglie di povertà e la diffusione di attività
di lavoro per la realizzazione di prodotti adatti ai consumi locali. A
tale fondo devono essere destinati per legge i proventi delle tassazioni
dei movimenti finanziari, le entrate delle Fondazioni bancarie, i premi
non ritirati di lotto e lotterie, una quota della parte destinata allo
Stato di lotto e lotterie e del bingo, nonché i proventi di apposite
raccolte di fondi promosse da organismi privati e dalle televisioni
19.Promuovere presso le organizzazioni internazionali dell’ONU la
costituzione di un Fondo analogo a dimensione internazionale, al quale
dovrebbero essere destinate cifre non inferiori al 2% del prodotto interno
lordo dei paesi industrializzati.
Norme di recupero e salvaguardia dell’ambiente
20.Ratificare immediatamente il Protocollo di Kyoto e adottare le misure
necessarie per rispettare i tempi previsti o per conseguire alcuni degli
obiettivi di abbattimento delle emissioni anche prima delle scadenze internazionali.
21.Emanare una legge che finanzi i Comuni intenzionati a sostituire i
trasporti pubblici attuali con mezzi a trazione elettrica, già
ampiamente sperimentati, oppure a metano, biodiesel, olio di colza,ecc.in
misura sufficiente a ridurre drasticamente le emissioni entro tre anni.
22.Prevedere un contributo dello Stato per almeno tre anni sugli acquisti
di auto di cilindrata non superiore a 1500 a bassa emissione di inquinanti
23.Programmi per favorire la mobilità ciclabile e dissuadere dall'uso
dell'automobile (agevolazioni a chi usa la bicicletta; aumento progressivo
del prezzo della benzina fino a ricomprendere in esso tutti i costi indiretti
provocati dal traffico e dall'inquinamento, con eventuali sconti per portatori
d'handicap et similia; sistemi di car-pooling, bike-renting, ecc.integrati
con i trasporti pubblici);
24.Uso della leva fiscale (ad esempio, aliquote Iva differenziate, Carbon
Tax, ecc.) per penalizzare i prodotti ad alto impatto ambientale e favorire
quelli a forte incidenza di manodopera;
25.Pianificare il passaggio di tutti i sistemi informatici della pubblica
amministrazione, sia a livello centrale che periferico (ministeri, enti
locali, università, scuole, ospedali, ecc.) verso programmi e sistemi
operativi 'open-source' e 'royalties-free' (tipo Linux); incentivare i
privati a fare altrettanto.
26.Emanare una normativa organica e misure di incentivazione per tutti
gli enti locali che decidono e realizzano norme e interventi di riduzione
dei consumi, di recupero e salvaguardia delle risorse naturali del loro
territorio, di sostegno alla riduzione degli sprechi e ad un miglioramento
della qualità dei consumi privati delle famiglie e che adottino
bilanci ecosostenibili.
Interventi di recupero e protezione del Mediterraneo
27.Emanare provvedimenti per la eliminazione di scarichi non depurati
in mare, per il divieto della pesca a strascico e con altre reti dannose
per le specie non commestibili a rischio, per la per la periodica delimitazione
di aree di divieto di pesca e traffico per favorire il ripopolamento.
28.Finanziare e realizzare tutti i parchi marini approvati e previsti
29.Decidere uno stanziamento consistente per contribuire alla realizzazione
di parchi marini sulle coste dei paesi della sponda Sud del mediterraneo
30.Sorvegliare via satellite e GPS la rotta delle petroliere per evitare
il lavaggio delle cisterne in alto mare e dei pescherecci di altura per
evitare trasbordi di pescato
Per la salvaguardia del bene acqua
31.Emanare entro il 2001 un piano organico di revisione e recupero del
sistema idrico nazionale
32.Emanare norme vincolanti per garantire il rispetto del diritto di accesso
all’acqua per la soddisfazione dei bisogni essenziali su tutto il
territorio nazionale
33.Emanare entro il 2002 un piano organico, dotato di adeguati finanziamenti,
per la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua più a rischio
e per la riforestazione dei bacini idrici più disastrati.
34.Prima di approvare, finanziare o partecipare alla realizzazione di
nuove dighe in cemento armato nel Sud del mondo, deve essere attuato un
processo di revisione ,effettuato da esperti indipendenti, per verificare
il grado di funzionalità attuale dei progetti di irrigazione e
di produzione elettrica basati su dighe realizzate in tutto o in parte
da imprese italiane o al cui finanziamento ha comunque partecipato l’Italia.Su
tale base si dovrà lanciare entro il 2002 un programma di interventi
diretto a portare le aree dominate dalle dighe a produrre rendimenti standard.
Assistenza e formazione degli immigrati
35.Eliminazione dei centri di accoglienza temporanea forzata e creazione
di una rete di Centri qualificati per una accoglienza anche di lungo periodo,
per la formazione professionale e l’orientamento al lavoro, per l’assistenza
sanitaria e legale, alla cui gestione debbano partecipare le organizzazioni
del volontariato sociale e della società civile.
36.approvare una legge che riconosca il diritto di asilo, oltre che per
motivi politici, anche per motivazioni umanitarie (guerre, catastrofi
ambientali, crisi economiche, ecc.);
37.regolarizzazione di tutti gli stranieri presenti in Italia; avvio di
programmi per l'emersione del lavoro nero, della schiavitù e della
clandestinità; liberalizzazione degli ingressi;
38.Organizzare nei paesi di origine dei potenziali emigranti corsi di
formazione che però garantiscano una collocazione lavorativa in
Italia e non costituiscano sistemi di blocco e selezione dei flussi migratori.
39.Garantire agli immigrati presenti in Italia una formazione professionale
e culturale bivalente che faciliti il loro inserimento lavorativo e che
fornisca loro delle qualificazioni e specializzazioni che possono avere
un particolare valore al momento del rientro nel paese di origine
40.Emanare una legge che finanzi progetti e organismi anche non italiani
che predispongano possibilità di reinserimento di emigrati nel
paese di origine
41.Emanare una legge organica per la assistenza al popolo rom, che preveda
la creazione di una rete di campi attrezzati, dotati dei servizi per garantire
la frequenza scolastica, lo svolgimento di attività con reddito
minimo e di laboratori per la formazione professionale.
Interventi innovativi di cooperazione allo sviluppo
42.Emanare entro il 2001 la nuova legge per la cooperazione allo sviluppo,
che non deve avere più alcun collegamento con gli interessi commerciali
e di investimento delle imprese italiane e che deve riferirsi in tutti
i paesi dove esistono direttamente con le organizzazioni popolari e contadine.
A tal fine deve essere garantita l’autonomia dell’Agenzia per
la cooperazione anche da specifici interessi della politica estera italiana,
ogni volta che lo richiedano le esigenze più urgenti delle popolazioni
immerse in condizioni di povertà estrema.
43.Le organizzazioni non governative per lo sviluppo italiane devono poter
utilizzare esperti e cooperanti di nazionalità non italiana ed
essere finanziate in modo tale che possano a loro volta finanziare direttamente
progetti realizzati da organizzazioni popolari e non governative locali
44.Gli interventi governativi di emergenza devono poter contare su personale
qualificato, mezzi di trasporto e materiali in quantità tali da
poter costituireuna presenza significativa nei casi di calamità
in altri paesi. Un apposito provvedimento deve essere emanato entro il
2001.
Per il sostegno delle produzioni e dei consumi innovativi
45.Emanare un provvedimento organico per il sostegno finanziario e l’esonero
delle imposte per i prodotti ecologici contraddistinti da Ecolabel, per
quelli provenienti dal Sud del mondo distribuiti dalle Botteghe del commercio
equo e solidale, e per quelli realizzati dalle cooperative sociali.
46.Emanare una legge che riconosca e sostenga , con finanziamenti, esenzioni
ed incentivi, le attività dei gruppi di acquisto organizzati
47.Emanare entro il 2001 il disegno di legge sugli Acquisti Trasparenti,
da tempo presentata al Parlamento e creare il marchio di garanzia sociale
contro lo sfruttamento e il lavoro minorile e la agenzia di controllo
entro i primi sei mesi del 2002.
Per il ritorno alla natura delle produzioni di alimenti
48.Emanare una legge per la riconversione irreversibile entro il 2001
di tutti gli impianti per lo stoccaggio e la lavorazione delle farine
animali
49.Adottare una moratoria di 5 anni per la utilizzazione delle piante
geneticamente modificate e finanziare in modo adeguato le ricerche atte
a verificarne la assoluta non pericolosità. In ogni caso, anche
al fine di impedire importazioni fuori controllo, deve essere adottato
immediatamente un sistema di etichettatura, sottoposto a rigorosi controlli,
che evidenzino la eventuale presenza di OGM e i possibili effetti sulla
salute, in tutti i prodotti a rischio.
50.Adottare entro il 2001 un provvedimento analogo a quello di recente
approvato in Germania, che preveda di stimolare e sostenere le produzioni
biologiche(verificate da rigorosi controlli, da marchi e certificazioni),
fino a raggiugere il 20% della poduzione agricola complessiva entro il
2010.
Per la riduzione degli armamenti
51.Approvare una legge che preveda il divieto di produzione, l’uso,
il transito e lostoccaggio sul territorio nazionale di armi basate sull’uranio
impoverito e qualunque suo altro impiego, la distruzione delle mine ancora
conservate in Italia, maggiori controlli sull’applicazione rigorosa
della legge n.185 sulle esportazioni di armi.
52.Vietare i prestiti delle banche diretti a sostenere le esportazioni
di armi italiane
53.Il Fondo per lo sminamento approvato di recente prevede solo una spesa
in due anni di trenta miliardi, che è assolutamente inadeguata
dato l’alto costo della eliminazione di ciascun ordigno e il mostruoso
numero di mine che infestano migliaia di ettari di terra coltivabile.
Un nuovo provvedimento da approvare entro il 2001, volto a pianificare
un intervento più razionale ed efficace, basato sulle tecnologie
più avanzate, (che riducono il rischio per gli operatori) deve
prevedere un aumento del Fondo da 15 a 50 miliardi all’anno per i
prossimi cinque anni.
54.sospendere e/o annullare i programmi di acquisizione di nuovi sistemi
d'arma, in particolare EFA2000 (EuroFighter) e seconda portaerei;
55.avviare la costituzione di un corpo civile di pace ("Caschi Bianchi")
da utilizzare per azioni di peace-building ed interposizione, sotto l'egida
delle Nazioni Unite;
Per sostenere la creazione di posti di lavoro fuori dell’economia
formale
56.Deve essere emanata una legislazione organica per stimolare e sostenere
iniziative per la riduzione delle diverse forme di povertà e della
disoccupazione di lunga durata. Deve riguardare settori dove l’intervento
pubblico è particolarmente carente (restauro dei danni ambientali,
sorveglianza di parchi, flora e fauna, salvaguardia della biodiversità,
recupero e valorizzazione di risorse artistiche deteriorate o in stato
di abbandono, arredo urbano e risanamento di quartieri degradati, autocostruzione
di abitazioni popolari, rivitalizzazione di comuni in fase di abbandono,
attività culturali e recupero delle tradizioni locali, formazione
e inserimento immigrati, ecc.).Deve essere previsto un sostegno pubblico
transitorio per la fase di avvio a cooperative e altre forme associative
di adulti in condizione di povertà riconosciuta, di giovani e di
disoccupati, che possono dimostrare il sostegno anche finanziario della
popolazione locale.
57.Tutte le forme di prestiti di onore, sostegni formativi e contributi
per l’avviamento di attività, ecc., nazionali e regionali,
devono esser trasformati in microcrediti, di cui si deve esigere la totale
restituzione, onde evitare irregolarità e stravolgimenti. Devono
essere invece previste delle accurate attività di orientamento
e sostegno, in particolare per quanto riguarda la collaborazione tra le
diverse iniziative in corso.
Per la riforma delle istituzioni internazionali
58.Chiedere di ricondurre le competenze del Fondo Monetario a quelle
esclusivamente monetarie ed escludere che il WTO possa occuparsi di servizi
e di brevetti
59.Chiedere la costituzione presso l’ONU e presso le sue principali
Agenzie, con statuto consultivo, di un organo rappresentativo delle associazioni
di tutte le società civili del Nord e del Sud
60. incominciare da oggi, non da domani...
Promemoria e cura della Rete di Lilliput
“Cambiare il mondo è possibile”
“Rompere gli equilibri, modificare le logiche”
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Il passato che guarda al futuro
Il futuro che guarda al passato
Oltre alla domanda: “Perché?”, lo storico si pone anche
l’altra: “Verso dove?” Secondo alcune concezioni, il significato
della storia risiederebbe al di fuori di essa, mentre secondo altre essa
sarebbe priva di significato o ancora avrebbe molteplici significati tutti
egualmente validi o non validi. Con il cristianesimo la storia, che prima
era ciclica e non aveva una meta, acquistò un fine. Gli illuministi
concepirono la storia sotto forma di evoluzione progressiva, avente per
fine la miglior condizione possibile dell’uomo sulla terra. Decidere
se la storia stia vivendo una fase di progresso o di decadenza dipende
dal punto di vista che si assume. L’essenza dell’uomo in quanto
essere razionale è di sviluppare le sue potenziali capacità
accumulando l’esperienza delle generazioni passate. L’ipotesi
di una fine della storia ha un timbro escatologico più adatto al
teologo che allo storico e ci riporta all’erronea credenza in una
meta situata al di fuori della storia. La storia è una scienza
fondata sul progresso, intendendo quest’ultimo come un processo il
cui contenuto specifico è dato dalle condizioni dei successivi
periodi. Un gruppo che ha una funzione di guida nel progresso della civiltà
in un periodo difficilmente avrà una funzione analoga nel periodo
successivo e ciò per la ragione che sarà troppo profondamente
imbevuto delle tradizioni del periodo precedente per essere in grado di
adattarsi alle necessità del periodo successivo. Lo sforzo necessario
a far procedere una civiltà cessa in un luogo per essere ripreso
in un altro luogo, cosicché ogni progresso riscontrabile nella
storia è indubbiamente discontinuo nel tempo e nello spazio. Il
progresso non procede in linea retta, ma ha ritorni, deviazioni e soluzioni
di continuità. Credere nel progresso non significa credere a un
processo automatico o inevitabile, bensì allo sviluppo progressivo
delle potenzialità umane.
Lo storico che contesta il giudizio di uno dei suoi predecessori, lo rifiuta
non perché assolutamente falso, ma perché inadeguato o prodotto
da un punto di vista che fatti ulteriori hanno dimostrato superato. Il
fatto che il passato getti luce sul futuro e il futuro getti luce sul
passato è insieme la giustificazione e la spiegazione della storia.
Uno storico obiettivo ha la capacità di proiettare la sua visione
nel futuro, in modo tale da acquisire una comprensione del passato più
durevole di quella raggiunta da uno storico la cui visuale è limitata
alla situazione immediata. La storia è un dialogo tra gli eventi
del passato e le prospettive future emergenti a poco a poco. In un’età
di straripante fiducia nel futuro, qual era il positivismo, gli storici
affermavano l’esistenza di un moto della storia verso il positivo,
mentre l’instaurarsi dell’odierno stato d’animo pessimistico
ha aperto la strada a coloro che cercano il significato della storia al
di fuori di essa e a chi non scorge nella storia alcun significato. Lo
storico parte dalla volontà di dimostrare una sua teoria; l’onestà
intellettuale sta nell’accettare di abbandonare tale teoria quando
le fonti analizzate dimostrano che essa non è vera.
Lo storico si occupa di coloro che, vittoriosi o sconfitti, compirono
qualcosa. Soltanto i popoli che sono riusciti a organizzarsi in qualche
modo dal punto di vista sociale cessano di essere selvaggi e fanno il
loro ingresso nella storia. Ciò che in un’età era appropriato,
in un’altra è diventato un solecismo e perciò condannato.
In centocinquant’anni la schiavitù, che prima era considerata
moralmente indifferente, è diventata immorale. Al tempo stesso
le apparenti sconfitte di oggi possono risultare in definitiva contributi
decisivi ai successi di domani. Ricordiamoci che i profeti nascono prima
del loro tempo.
L’obiettività storica non esiste e si può parlare di
obiettività soltanto allorché si stabilisce un rapporto
coerente tra il passato e il futuro. La storia è per sua natura
mutamento, movimento e anche progresso. Dunque la storia può essere
scritta unicamente da coloro che rintracciano una direzione nel processo
storico e l’accettano. Pertanto assumere un paradigma nonviolento
per analizzare la storia è una base concettuale possibile.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Il Linguaggio Giraffa, con un cuore grande così…
Per comprendere questo linguaggio del cuore possiamo riferirci a situazioni
in cui noi stessi abbiamo detto o fatto qualche cosa per contribuire a
far sentire bene un altra persona e l’abbiamo fatto spontaneamente,
nessuno ci ha obbligato a farlo, l’abbiamo fatto perché questo
soddisfaceva il nostro stesso bisogno di rendere bella la vita anche per
l’altro. Se l’abbiamo fatto sulla base di questa motivazione
probabilmente ci siamo sentiti bene nel farlo, e ancora adesso se ci pensiamo
probabilmente ci sentiremo bene.
Parliamo il Linguaggio Giraffa quando facciamo qualche cosa per gli altri,
non perché siamo costretti, non per ottenere un premio, non per
evitare vergogna o senso di colpa, ma per quello che io ritengo essere
un modo naturale di dare l’uno all’altro, perché non
c’è niente che noi come essere umani amiamo di più
che non dare dal cuore. (MBR, idem)
Vogliamo influenzare l’altro a dare dal cuore, a cambiare il suo
comportamento, non per paura o senso di colpa, vergogna o per dovere,
ma perché amerà renderci la vita più bella.
Come realizziamo questo? Attraverso quattro passaggi che sono alla base
della Comunicazione Nonviolenta.
Innanzitutto chiariamo all’altra persona che cosa ha fatto che non
ha contribuito a rendere la nostra vita bella. E’ molto importante
non inserire nelle nostre parole alcuna critica, perché se le persone
sentono qualche cosa che suona come una critica le nostre possibilità
di vedere soddisfatti i nostri bisogni diminuiscono, le possibilità
invece di incrementare le situazioni per le quali pagheremo più
tardi aumenteranno.
Quando parliamo la lingua giraffa siamo molto onesti nell’esprimere
che cosa c’è nel nostro cuore, senza criticare o insultare
l’altro. Riveliamo onestamente, senza usare nessuna parola che implichi
che c’è qualche cosa di sbagliato da parte dell’altro,
e questo richiede un’abilità, che è quella di mostrare
esattamente che cosa è stato fatto, senza mescolarvi nessuna critica.
Il filosofo Krishnamurti, afferma che la forma più alta di intelligenza
umana è la capacità di osservare senza valutare, di essere
specifici sulle cose che non ci piacciono, senza mescolare diagnosi, e
questo è molto difficile per le persone alle quali è stato
insegnato a parlare sciacallo, perché il nostro modo di pensare
molto facilmente trasforma i fatti in diagnosi.
La Comunicazione Nonviolenta è un linguaggio della vita, invita
ad esprimere che cosa c’è di vivo dentro di noi senza criticare
l’altro, e questo richiede la capacità di poter esprimere
due cose chiaramente. Dopo avere osservato che cosa la persona fa , esprimiamo
che cosa noi sentiamo quando la persona fa quello che fa. Diciamo all’altra
persona quali sentimenti sono vivi dentro di noi quando compie una determinata
azione.
Forse ci sentiamo arrabbiati, o forse frustrati oppure amareggiati.
Ma non ci fermiamo qui, andiamo avanti e al terzo punto accettiamo la
responsabilità per i sentimenti che proviamo.
Sono andato a scuola per 21 anni, non riesco assolutamente a ricordarmi
di una sola volta che mi sia stato chiesto come mi sentivo, sono andato
a scuole sciacallo e a loro non interessava sapere quali erano i sentimenti
dei ragazzi. L’unico gioco era sapere cosa voleva l’autorità.
E ho imparato bene a svolgere quel ruolo, non è tanto difficile
imparare quel gioco, basta essere una persona morta, una bella persona
morta, scollegata dai propri sentimenti e vivere semplicemente solo nella
testa, cercare semplicemente di fare quello che le persone d’autorità
pensano sia giusto che tu faccia. Ma essere liberi richiede una consapevolezza
di emozioni, richiede la consapevolezza di sapere perché ci sentiamo
nel modo in cui ci sentiamo Che cosa ci fa sentire nel modo in cui ci
sentiamo? (MBR, idem)
Quello che vediamo sotto il nostro sentimento è sempre un bisogno.
Se proviamo sentimenti piacevoli è perché il nostro bisogno
in quel momento è soddisfatto. Se invece proviamo dei sentimenti
dolorosi significa che uno dei nostri bisogni non è soddisfatto.
Questa è la cosa più importante di cui essere consapevoli.
Quali sono i nostri bisogni. Questo è il nostro modo più
diretto per rimanere in contatto con la vita. Collegarci alla vita attraverso
i bisogni, i bisogni degli uomini, bisogni umani. Impariamo a collegarci
con i nostri bisogni e successivamente vedremo come collegarci con i bisogni
dell’altro. Perché quando siamo collegati al livello del bisogno,
i bisogni di entrambi possono essere soddisfatti. Ma quando perdiamo il
collegamento al livello del bisogno e cominciamo ad andare su nella mente
ad analizzare cosa c’è di giusto e di sbagliato allora abitiamo
il luogo in cui comincia la violenza.
Qualunque bisogno noi sentiamo vediamo che tutti gli esseri umani hanno
gli stessi bisogni indipendentemente dal paese in cui vivono, indipendentemente
dalla religione. Siamo creati tutti dalla stessa energia, ecco perché
è importante avere una consapevolezza dei bisogni, perché
sulla base del bisogno vediamo la nostra natura comune. (MBR, idem)
Come quarto punto chiariamo che cosa desideriamo che l’altro faccia
per contribuire a soddisfare il nostro bisogno, perché naturalmente
viviamo in un mondo di interdipendenze, e quindi per ottenere un soddisfacimento
dei nostri bisogni spesso abbiamo bisogno che gli altri collaborino, ma
è importante tenere il bisogno separato dalla strategia che noi
utilizziamo per soddisfarlo.
Quindi non è sufficiente che noi sappiamo parlare giraffa, è
importante che noi impariamo a parlare giraffa anche quando l’altra
persona continua a parlare sciacallo. La parte più importante di
tutto questo non è il linguaggio stesso, non sono le parole, ma
è la chiarezza spirituale che ci permette di essere consapevoli
del modo in cui scegliamo di comportarci come esseri umani; quindi dobbiamo
far si che sia molto chiaro dentro di noi che cosa significa essere esseri
umani.
Facciamo delle osservazioni chiare, andiamo dentro al nostro cuore ed
esprimiamo il sentimento, ed andiamo dentro al nostro cuore per esprimere
il bisogno, le tre cose insieme esprimono che cosa è vivo dentro
di noi, ed ecco perché io lo chiamo il linguaggio della vita, il
linguaggio del cuore. Dobbiamo essere vivi per riuscire a parlare questa
lingua. Poi proseguiamo con una chiara richiesta. (MBR, idem)
Vorremmo che l’altra persona sapesse con esattezza che cosa potrebbe
fare per soddisfare il nostro bisogno. Due cose sono importanti nel formulare
la nostra richiesta, prima di tutto la chiarezza, essere molto chiari
sulle cose che chiediamo, e in secondo luogo presentare la richiesta come
una richiesta e non come una pretesa. Vogliamo assicurarci che l’altra
persona non percepisca mai quello che chiediamo come una pretesa, perché
tutte le volte che una persona percepisce una pretesa, ha due possibilità:
sottomettersi o ribellarsi, e noi non vogliamo nessuna delle due. Vogliamo
far si che l’altra persona percepisca di avere una scelta e che noi
rispettiamo la sua scelta. Quindi formuliamo la richiesta e non la pretesa.
Utilizziamo inoltre un modo di comunicare legato alla realtà, molto
concreto. Usiamo dei verbi molto chiari, di azione, concreti.
Un marito e una moglie sono venuti ad un seminario: la moglie mi ha detto
o: il mio bisogno di comprensione non è soddisfatto quando parlo
con mio marito. Allora gli ho detto: rivolgiti a lui e fagli la tua richiesta..
“ Voglio che tu mi ascolti quando io ti parlo.” “Lo faccio,
ti ascolto”. “No, non è vero!.”
“Si è vero”. E mi hanno detto che hanno avuto una conversazione
di questo tipo per undici anni. Il problema è con la parola ascoltare.
Che cosa significa?
Quindi se esprimiamo la nostra richiesta con un linguaggio vago non riusciremo
ad ottenere quello che desideriamo.
Una parte della Comunicazione Nonviolenta consiste nell’esprimere
le quattro informazioni chiaramente, verbalmente oppure in altri modi.
L’altra parte consiste nel ricevere le medesime informazioni dagli
altri. Ci colleghiamo all’altro percependo ciò che egli osserva,
sente, ciò di cui ha bisogno, poi, ricevendo la quarta informazione,
cioè la richiesta, scopriamo che cos’è che arricchirebbe
la sua vita. Se manteniamo la nostra attenzione centrata su queste aree
ed aiutiamo gli altri a fare la stessa cosa, stabiliamo un flusso di comunicazione,
in entrambe le direzioni, fino al punto in cui ci incontriamo come esseri
umani, rivelando la nostra naturale compassione ed empatia. La CNV ci
invita ad ascoltare quello che gli altri osservano, sentono, hanno bisogno
e richiedono, anche quando sono nascosti dietro a una comunicazione alienata,
scollegata dalla vita, fatta di critiche, giudizi moralistici , pretese.
Sviluppiamo la consapevolezza che “ogni giudizio moralistico, ogni
critica sono soltanto l’espressione alienata, tragica e maldestra
di sentimenti e di bisogni”
Vilma Costetti (2° parte – fine)
Per informazioni su corsi e seminari tenuti in Italia da Vilma Costetti
si può chiamare il Centro Esserci
Tel/ fax 0522 307404
e-mail :
sito web: www.centroesserci.it
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Intervista impossibile a Fabrizio De Andrè
Incontriamo Fabrizio De Andrè in un momento di riposo nella sua
casa e azienda agricola di Tempio Pausania, nel cuore della Sardegna,
consapevoli del privilegio di questa chiacchierata. Lontano dal palcoscenico
e dai clamori della folla, Fabrizio è accogliente, allegro. Finalmente
a casa.
Uno dei motivi per cui sei tanto amato, è proprio il tuo rifiuto
per l’etichetta del cantautore, per l’ostinazione con la quale
hai mantenuto riserbo sulla tua vita e sui tuoi pensieri. Eppure attraverso
la musica, forse più di ogni altro autore italiano, sei entrato
nel vivo di tante questioni sociali. Quanto vale una canzone?
“Io credo che in qualche maniera possa influire sulla coscienza sociale,
almeno a livello epidermico. Tante persone vengono nel camerino alla fine
di ogni spettacolo e mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni. Non
so fino a che punto sia una cosa giusta. Io non ho nessuna verità
assoluta in cui credere, non ho nessuna certezza in tasca e, quindi, non
la posso regalare a nessuno e va già molto bene se posso regalarvi
qualche emozione. Però credo che in qualche misura le canzoni possano
orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi
di conseguenza”.
In Italia la cultura pacifista e antimilitarista deve molto alle tue canzoni.
La guerra di Piero è quasi un inno, ma ce ne sono molte altre ed
è quasi impossibile ricordarle tutte, dalle più vecchie
- Fila la lana, Geordie, La ballata dell’eroe, Fiume Sandr Creek
- fino agli ultimi dischi: Disamistade, Korakhanè... Hai detto
più volte che il tuo pacifismo affonda le radici nel pensiero anarchico.
“Come mai si diventa libertari? O hai frequentato un ambiente libertario,
cosa che ho fatto fin dai diciotto anni, o altrimenti perché hai
un impulso a pensare che il mondo debba essere giusto, che tutti debbano
avere come minimo le stesse condizioni di opportunità per potersi
esprimere ed evolvere. Quando avevo quattro anni, in campagna, ero sempre
dai contadini, assimilavo molto più da loro che dai miei genitori,
ero in mezzo alle bestie, volevo bene sia ai contadini sia alle bestie,
ci stavo bene, li sentivo parte di me, più veri. Il discorso poi
si è evoluto quando ho cominciato a chiacchierare con persone che
erano dichiaratamente di fede anarchica”.
Prima di questo c’è stata la guerra. Tuo padre, Giuseppe De
Andrè, fuggì da Genova nel 1944 per sfuggire alle persecuzioni
razziali, perché era di origine ebrea.
“Era una persona con l’animo nobile... Ci ha educato a essere
persone per bene, quindi mai essere raccomandati, ma farsi strada nella
vita attraverso i propri meriti... Eh, guai se lui mi avesse raccomandato
a scuola, non si sarebbe più guardato nello specchio e io sicuramente
gliene avrei dette di tutti i colori. Questo si è ripetuto da parte
mia anche nei confronti di mio figlio Cristiano, mai che io sia intervenuto
per facilitargli il compito. Sennò sarei un camorrista...”
E, se non sbaglio, un tuo zio venne rinchiuso in campo di concentramento
in Germania, perché aveva disertato.
“Sì, forse a livello infantile la coscienza è stata
smossa dallo zio Francesco, poi anche dalla frequentazione della Genova
povera dei bassifondi. Di questa esperienza terribile di due anni a Mannheim
ci ha raccontato pochissimo, bisognava tirarglielo fuori con le tenaglie,
non voleva parlare, era chiuso come un cassetto ammuffito. Comunque, quelle
poche cose che gli sono uscite dalla bocca, magari con l’aiuto di
un po’ di vino, erano proprio terribili”.
Proviamo a ripercorrere la tua carriera attraverso alcune canzoni molto
conosciute, legate al tuo percorso politico e culturale. Incomincerei
proprio dalla Guerra di Piero.
“Quando uscì rimase praticamente invenduta; divenne un successo
solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan
e compagnia. Nel ‘68 dissi che avrei finito per scrivere una canzone
in favore della guerra, che naturalmente avrei venduto nel 1980 per qualche
‘guerra sacra’ in nome di un non meglio identificato ideale...
Non potevo sapere che cosa sarebbero stati gli anni Ottanta...”.
La buona novella
“Compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco anacronistico.
Non avevano capito che La buona novella voleva essere un’allegoria
che si precisava nel paragone tra le istanze migliori e più sensate
della rivolta del ‘68 e le istanze, da un punto di vista spirituale
sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico-sociale
direi molto simili che, 1969 anni prima, un signore aveva fatto contro
gli abusi del potere, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza
universale. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è
stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti
i tempi”.
Mi soffermo su quest’album, che è tra i miei più amati
e rivela una dolcezza ed un’intimità davvero commovente, soprattutto
quando parli di Maria, una Madonna così umana, finalmente...
“Io mi ritengo un religioso, e la mia religiosità consiste
nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto
il creato, e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali
compresi, perché secondo me l’equilibrio è dato proprio
dal benessere diffuso in tutto ciò che ci circonda. La mia religiosità
non arriva a individuare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore,
regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello
che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo è un pensiero
al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari anche dandogli
i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia
per cercarne altri”.
Un altro album: Storia di un impiegato. C’è la questione del
‘68. La canzone del maggio: “Anche se voi vi credete assolti,
siete per sempre coinvolti...”
“Il ‘68 l’ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema
sinistra, partecipando al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti,
perché di solito un artista, indipendentemente dall’ideologia,
è un coniglio individualista. Mai avrei fatto la lotta armata,
ma condividevo quasi tutti quelli che oggi vengono definiti gli eccessi
sessantottini, anche perché li avevo quasi promossi, attraverso
le mie canzoni. Se alle manifestazioni un autonomo sgangherato iniziava
a tirare pistolettate, questo non lo condividevo sicuramente, ma condividevo
la rivolta contro un certo modo di gestire la società che non teneva
minimamente conto della società stessa. Volevamo diminuire la distanza
tra il potere e la società. Abbiamo ottenuto diverse vittorie.
Certo, ho anche fatto concerti in mezzo a bombe molotov e a lacrimogeni.
Ma il ‘68 è stata una rivolta spontanea, e il fatto che non
sia riuscita forse è un bene, se è vero che il grosso problema
di ogni rivoluzione è che, una volta preso il potere, i rivoluzionari
cessano di essere tali per diventare ammaestratori”.
La Domenica delle salme, con i suoi molti riferimenti alla politica e
non solo, è un po’ il funerale degli anni Settanta, celebrato
nel decennio successivo.
“Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia.
Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva pensare
che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è
un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava
di dirlo”.
“La piramide di Cheope volle essere ricostruita, masso per masso,
schiavo per schiavo, comunista per comunista”.
“Un monumento aberrante, inutile, direi berlusconiano”, ride.
“Io sono un libertario, quindi non un comunista e non sono mai stato
marxista, ma quando vedo trattare Marx così male da gran parte
della stampa estera e nazionale mi si drizzano culturalmente e storicamente
i capelli in testa. Uno come Marx, un economista e un filosofo, che all’inizio
dell’Ottocento faceva un’analisi così precisa su città
operaie invivibili, sfruttamento minorile, dilagare della prostituzione,
problemi ancora oggi di attualità. Non comprendo la demolizione
del comunismo e del marxismo dalle fondamenta, perché comunque
la teoria del plusvalore è alla base delle socialdemocrazie. Mi
pare che questo nostro tempo sia proprio quello giusto per studiare con
attenzione l’analisi che Marx fece della società proto-industriale
della metà Ottocento, e mi sembra altresì il tempo di incominciare
a rileggersi Gramsci”.
Tu sei stato molto vicino al movimento “Sardinna e libertade”
e, in generale, alle spinte per l’autonomia della Sardegna.
“Questi movimenti sono portatori della coscienza che può rompere
il condizionamento sociale. Do per scontato che la vera definitiva e completa
liberazione sia possibile solo a una condizione: l’appropriazione
del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte
dei lavoratori. Per quanto riguarda il popolo sardo io ho notato una cosa
senza scomodare grandi teorie; loro hanno molto rispetto per i vecchi
e i bambini, rispettano il passato e quindi direi che è una popolazione
molto sana, molto più sana di quella delle grandi città
del continente. Io qui mi ci trovo benissimo”.
Dopo aver compiuto tanta strada, che cosa potresti dire di te?
“Ho degli ideali precisi, quelli libertari che ho sempre avuto. Dare
una definizione è difficile perché sono tante cose; sono
anche un allevatore di bestiame, sono una persona innamorata degli alberi,
dell’acqua pulita”.
Traspare, come dalla tua musica, un grande attaccamento alla vita ed una
consapevolezza dolorosa del limite, la stessa di cui è intrisa
tutta la condizione umana.
“Innanzitutto l’uomo deve superare i grandi disagi, il primo
quando nasce e deve imparare a convivere con elementi a lui estranei;
il secondo quando scopre la paura della morte e, infine, la solitudine.
Accettandoli tutti e tre si arriva a una profonda maturazione spirituale.
Soltanto chi è davvero solo, è libero”.
A cura di Elena Buccoliero
Citazioni da:
Signora libertà, signorina anarchia - numero speciale di “A”,
rivista anarchica.
A. Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De Andrè, Palermo, 1997,
ed. Demos,
L. Viva, Vita di Fabrizio De Andrè, Milano, 2000, Feltrinelli
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Le armi di ieri e la violenza di oggi
TITOLO: IL MESTIERE DELLE ARMI
Regia e Sceneggiatura : Ermanno Olmi
Italia/Francia/Germania 2000
Con: Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Sandra Ceccarelli
Ermanno Olmi compie settant’anni e li festeggia con un film che
solo apparentemente “tradisce” le tematiche solitamente care
al regista bergamasco: la riflessione sulla contemporaneità, sul
significato storico dei piccoli gesti quotidiani indagato a partire dai
suoi protagonisti più umili. Il mestiere delle armi si spinge,
infatti, nel passato remoto della nostra civiltà: racconta, attraverso
i volti e le voci dei “grandi” protagonisti di quel tempo, (Pietro
Aretino, Matteo Cusastro e Luc’Antonio Cuppano interpellano lo spettatore
con frequenti sguardi in macchina carichi di una solennità capace
di travalicare qualsiasi barriera spazio-temporale), li ultimi fatti d’arme
dello illustrissimo signor Joanni da le Bande Nere, ovvero, gli ultimi
giorni di vita del giovane e valoroso cavaliere della “nobile”
arte della guerra, capitano di un’armata pontificia nella campagna
contro i Lanzichenecchi di Carlo V. Ma lo fa perché, come afferma
lo stesso Olmi: «…invecchiando si cerca di individuare le radici
della realtà che ci circonda e così lo sguardo si rivolge
al passato…».
Ciò che non cambia mai, invece, nel cinema del “maestro”,
sia che si occupi della realtà a lui più prossima, sia che
tenti di dipanare i fittissimi intrecci religioso-politici del Basso Medioevo,
è la potenza e la profondità del suo sguardo, l’atto
del guardare inteso come principio autentico del disvelamento e della
conoscenza dei lati più oscuri e trascurati della realtà.
Il cinema di Olmi, in quest’epoca di iper-pervasività dell’immagine
- del suo essere ovunque, in ogni ambito e in maniera profondamente acritica
- ci aiuta a recuperarne la valenza sacrale, la sua capacità di
andare oltre l’apparente, il superficiale, e restituire quindi dignità
e valore alla realtà che essa stessa rappresenta.
Ma con questa pellicola Olmi non si limita solo a questo; nel titolo c’è
un preciso riferimento alle armi che diviene, nel corso della narrazione
filmica, affermazione del loro essere, nelle mani degli esseri umani,
negazione della vita e strumento di morte; significativa in questo senso
risulta essere la citazione che apre il film: «Chi fu il primo che
inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre;
si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il
misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che ci diede
per difenderci dalle feroci belve. (Tibullo – I sec. a.c.)»
Attraverso la descrizione delle vicende di questo “campione”
dell’eroismo bellico, eroe non tanto quando sfida la morte in guerra,
quanto soprattutto, quando si confronta con la morte che gli si pone accanto
al letto durante una lunga agonia dopo che è stato ferito, il regista
bergamasco introduce ad una più ampia riflessione sull’uso
delle armi, dal Medioevo ai giorni nostri, sulla base del principio Hobbesiano
che afferma come sia la forza e non il diritto l’elemento fondamentale
della politica:
«Ancora al principio del Rinascimento, era l’uomo medesimo,
col suo stesso corpo, macchina da guerra. La sua potenza stava unicamente
nella forza dei suoi muscoli e nell’abilità del duellare…
La spada del guerriero altro non era che un prolungamento del suo proprio
braccio. I contendenti si affrontavano con le cosiddette armi bianche.
Posti l’uno di fronte all’altro, dovevano misurarsi con l’avversario
guardandolo negli occhi e nello scontro diretto ciascuno cercava di affermare
la propria forza, abilità e coraggio. Nella guerra d’arma
bianca – uomo contro uomo – si erano configurate delle regole
che i belligeranti si compiacevano di rispettare. Un modello esemplare
di comportamento della nobile arte della guerra. Ma la comparsa delle
bocche da fuoco hanno portato a distanziare sempre più i contendenti
in campo, tanto da non potersi più riconoscere tra loro.
Oggi, il soldato del nostro millennio non vede e non sa chi uccide, né
da chi viene ucciso. Oggi, sono guerre di tecnologie sempre più
impersonali. Oggi, più che in ogni passato, gli uomini, per gli
uomini, non sono più uomini, ma soltanto obiettivi da annientare.
Il nemico da abbattere non ha volto, né voce. Si fa sempre più
distante e muto il sentimento della sofferenza e della pietà (Note
di regia – Ermanno Olmi).»
Riflessione che indirettamente (al di là del film) dovrebbe aprire
le menti delle società cosiddette civili ad una semplice quanto
inoppugnabile e paradossale verità: nei conflitti di oggi, l’unico
soggetto veramente al riparo da qualsiasi rischio è forse proprio
il soldato, interprete moderno del Mestiere delle armi.
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Vacanze fantozziane “fai da te”con le pinne, fucile ed occhiali
Mare o montagna? Ad agosto, prima o dopo? E con viaggio organizzato oppure
"fai da te"? Quello che dovrebbe essere un momento di svago
rincorso durante l'anno rischia sempre di trasformarsi in un veicolo di
ansia. Ai classici tormenti che precedono la scelta delle vacanze, il
buon consumatore critico ne aggiunge un altro: quale vacanza mi dà
la certezza di non alimentare, con i miei soldi e magari contro la mia
volontà, un regime dittatoriale, oppure il lavoro minorile, o ancora
uno sfruttamento ambientale?
Con sei miliardi di spostamenti all'anno (594 milioni nei soli voli internazionali:
nel 1950 erano 25 milioni), il turismo è una delle prime industrie
del mondo, e rappresenta un fenomeno le cui conseguenze in termini di
impatto ambientale, culturale, sociale ed economico non possono più
essere ignorate. Il turismo è talora responsabile, o comunque ha
il pregio di mettere in evidenza, gravi forme di degrado materiale e morale
dettate dalle dure leggi dell'economia globale, con la complicità
e la responsabilità dei vari governi dell'Occidente. Basti pensare
al turismo sessuale, capace di sviluppare ormai un giro d'affari di 5
miliardi di dollari l'anno.
Esiste da tempo un modo di viaggiare più consapevole, rispettoso
dei paesi e della gente cui va incontro, della natura e delle usanze che
vi trova: sono state 30 mila le persone (triplicate negli ultimi cinque
anni) che, nel 2000, hanno deciso di rivolgersi ad associazioni e organizzazioni
non governative per viaggiare seguendo precisi criteri responsabili: conoscenza
del luogo visitato, minimo impatto ambientale e sociale, rispetto di usi
e costumi del luogo.
Capostipite di questa nuova via è l'AITR (Associazione Italiana
Turismo Responsabile), fondata dal genovese Renzo Garrone in collaborazione
con ACU, MLAL, Terre di Mezzo e altre associazioni. Forte della conoscenza
diretta di diversi paesi meta di viaggi (ha pubblicato guide su Thailandia,
India, Nepal e Birmania), l'AITR di Garrone organizza viaggi prevalentemente
in Asia, destinando il 2,5% del costo di ogni viaggio al progetto che
si visita. Ha coordinato negli scorsi anni il boicottaggio del turismo
in Birmania raccogliendo la richiesta della leader nonviolenta Aung San
Suu Kyi, con notevole successo.
A Torino Enrico Marletto, un lungo passato nella impegnata Radio Flash
e nel Folk Club ad essa connesso, ha aperto l'agenzia Viaggi&Solidarietà,
dove convergono le proposte di cinque ONG e della sede locale delle ACLI.
Insieme pubblicano un catalogo contenente le proposte di questa estate
e sponsorizzano i viaggi di conoscenza di Vittorio Castellani, alias Chef
Kumalé, proveniente anch'esso dall'emittente piemontese.
A Brescia invece si stanno unendo due realtà (l'altra è
veneta) sotto la guida di Riccardo Sudati, ex cooperatore ONG. Nella Tures,
attiva dal 1998, si possono anche organizzare viaggi di nozze responsabili.
Ma il primo tour operator di turismo responsabile, nato ormai cinque anni
fa a Milano come filiazione della Rete Radié Resch, è Pindorama,
che nella lingua Tupì del Brasile significa "terra delle palme".
Le proposte sono raccolte in due cataloghi semestrali ed inviate a chi
ne fa richiesta: chi partecipa al viaggio inoltre riceve uno schema che
mostra quanto incidono sul prezzo del viaggio le singole voci di spesa,
in modo da constatare quanto del prezzo pagato rimane alla comunità
che ospita.
Si può anche prendere contatto diretto con chi elabora concretamente
i progetti, rivolgendosi alle ONG che hanno una lunga tradizione in questo
campo: Manitese, CISV, MLAL, WWF o Legambiente; oppure, chi preferisce
un approccio più attento alla religiosità, può contattare
i Missionari della Consolata, i Comboniani o l'AIFO.
Infine, per la cronaca, rispondiamo alle domande di inizio pagina: un
italiano su due preferisce il mare, quasi altrettanti partono ad agosto
o a cavallo del mese, uno su cinque con destinazione casa di parenti o
amici, ma più di quattro su cento affollano i villaggi turistici
ponendosi ben poche delle domande che assillano i turisti responsabili.
E se quest'anno in quei posti piovesse a dirotto?
AITR V. Mortola 15 16030 S. Rocco di Camogli (GE) 0185/773061 www.solidea.org
TAM TAM Viaggi V. Sacchi 34 10100 Torino 011/5621605 www.arpnet.it/tam
CISV C.so Chieri 121/6 10132 Torino 011/8993823 www.arpnet.it/cisv
Manitese P.za Gambara 7/9 20146 Milano 02/4075165 www.manitese.it
Tures V. Tosio 1 25121 Brescia 030/9951115 www.unimondo.org/tures
Viaggi&Solidarietà C.so Regina Margherita 205 Torino 011/4379468
www.viaggisolidali.it
Pindorama V. Veniero 48 20148 Milano 02/39218714 www.pindorama.org
AIFO V. Borselli 4/6 40135 Bologna 051/433402 www.aifo.it
Missionari della Consolata C.so Ferrucci 14 10100 Torino 011/4400400
Missionari Comboniani V. Dante 87 36016 Thiene (VI) 0445/381848
Lettere
Adriano Celentano e la legge sui trapianti
Gentile redazione,
bene ha fatto Celentano a riaprire il dibattito su una questione per nulla
scontata, come è quella della legge sui trapianti. E' impossibile
realizzare l'intento di stimolare la solidarietà umana usando mezzi
che ribaltano il principio del rispetto e della libera decisione! E' indubbio
che il dispositivo del cosiddetto silenzio-assenso estorce preventivamente
il consenso del cittadino, salvo che questi non si esponga a precisa ed
esplicita diffida. Gioca indubbiamente un ruolo suggestivo la supponenza
dello stato secondo cui "il corpo di ciascuno è il corpo di
tutti", in una società dove, per il resto, non si perde occasione
per affermare che valori e privilegi non possono seguire principi egualitari
(basti pensare al mondi del lavoro!).
Inoltre, sono sempre più numerose le persone consapevoli che hanno
maturato la convinzione che gli eventi del destino, compresi gli incidenti
e la morte delle persone, sono eventi spesso (o in tutti i casi?) influenzati
più o meno consapevolmente dalla stessa natura umana e dalla natura
profonda delle circostanze che li favoriscono. E' possibile accettare
l'idea che, come già nell'economia, anche in questo campo dell'umana
salute e dignità debba instaurarsi una legge della domanda che
produce e governa l'offerta? In questo modo, che non lascia il principio
del libero arbitrio come centrale e sovrano, non si rischia di vanificare
l'intento della solidarietà, per favorire istinti primordiali (mors
tua vita mea) e gli interessi delle aziende che prosperano sulla malattia
sociale?
Sergio Martella
Padova
La Banca armata si è disarmata
Il gruppo bancario Unicredito ha deciso di sospendere i crediti concessi
all'industria bellica. La notizia era già stata pubblicata nel
numero di aprile di "Nigrizia", la rivista mensile dei Missionari
Comboniani che insieme a "Missione Oggi" (rivista dei Missionari
Saveriani) e a &qu