Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Dunque fra pochi giorni gli italiani saranno chiamati al voto. Se ci
si interroga dal punto di vista della nonviolenza, c’è davvero
poco da stare allegri.
Noi abbiamo un concetto altissimo della politica (ce l’hanno insegnato
Gandhi e Capitini), e quindi (nonostante le delusioni avute da movimenti
politici che anni fa avevano aperto qualche speranza e oggi si sono automodificati
geneticamente, come i radicali o i verdi/socialisti) vogliamo comunque
dare il nostro attivo contributo ad una scelta così importante
come l’elezione del nuovo Parlamento. La nostra democrazia si allontana
sempre di più da prospettive di partecipazione informata e ciò
avviene per responsabilità anche dei cittadini. Non ci consola
pensare che qualsiasi schieramento perda se lo sarà meritato, perché
già ora a perdere siamo noi tutti. Ci pare comunque possibile rifiutare
la scelta peggiore. Per questo, pur ribadendo la natura laica, aconfessionale
e apartitica del nostro Movimento, che svolge prevalentemente un lavoro
educativo e di coscienza, alla vigilia elettorale abbiamo incontrato i
responsabili di forze con le quali confronti e collaborazioni ci sono
stati, nella più piena autonomia, in vari momenti della nostra
attività. E fra questi incontri abbiamo avuto anche quello con
Francesco Rutelli, candidato premier per l’Ulivo.
Lunedi 9 aprile Rutelli era a Verona, ad un'assemblea organizzata dalla
rivista Nigrizia. Non un comizio, ma una bella occasione di riflessione.
Come rappresentante del Movimento Nonviolento ho riproposto il documento
politico della Marcia Perugia-Assisi del settembre 2000, con le seguenti
precise questioni:
-riduzione del bilancio militare (nel 2000, 34.000 miliardi);
-finanziamento alla Legge 230 per la formazione alla difesa nonviolenta;
-iniziative istituzionali per il decennio della nonviolenza;
-opzione fiscale (difesa armata e difesa nonviolenta);
-istituzione corpi civili di pace;
-istituto nazionale di ricerche sulla pace.
Nella replica Rutelli ha premesso di essere abbonato ad Azione nonviolenta,
di essere stato un obiettore di coscienza e di non rinnegare il passato;
ma ha voluto anche fare la distinzione tra "testimonianza" e
"politica": “i testimoni indicano la via, ma chi governa
deve tenere conto di tutto il paese e trovare un cammino di cambiamento,
un approdo condiviso. Da Sindaco ho imparato a fare sintesi fra chi deve
difendere l’idea di un gruppo minoritario e chi deve fissare le regole
in base all’interesse generale”. La politica è un'arte
complessa: ed infatti ha detto che le spese militari non saranno ridotte,
anzi, “i programmi internazionali ai quali l'Italia ha aderito nel
campo militare (esercito europeo e professionalizzazione delle forze armate)
sono molto costosi. Gli interventi militari internazionali cui l'Italia
è chiamata possono essere dolorosi ma vanno attuati, con finalità
di pace e interposizione: l’uso della forza e dell’autorità
può risolvere un conflitto. Rispetto chi non accetta questa posizione,
ma non la si può rifiutare per principio”.
Si è invece detto favorevole ad un maggior finanziamento per la
legge dell'obiezione e del servizio civile volontario “che dovrà
trovare integrazione con la leva professionale e la protezione civile”;
favorevole anche all'Istituto di Ricerca per la Pace; favorevole ad iniziative
istituzionali per il Decennio della Nonviolenza e “per programmi
di educazione alla pace, coinvolgendo il Ministero della Pubblica Istruzione,
della Cultura, della Difesa: su questo chiedo espressamente la collaborazione
del Movimento Nonviolento”.
In conclusione ha voluto chiarire che si rende ben conto di farci venire
il mal di pancia sulla questione delle spese militari: "Siamo d'accordo
sul 90% delle cose, e in disaccordo sul 10%. Mentre con il mio avversario
probabilmente sarebbe il contrario. Tenetene conto il 13 maggio!".
Grazie e auguri!
Resta il fatto che il rifiuto della preparazione della guerra è
il primo e ineludibile punto della nostra Carta Programmatica; ed è
stato anche l'obiettivo della Marcia "Mai più eserciti e guerre".
A Rutelli va riconosciuta l'onestà intellettuale, ma per lui l'adesione
dell'Italia al nuovo modello di difesa non si discute; nessuno spiraglio
su un tetto massimo di spese da rispettare o di armi da non costruire:
no, anche con il governo dell'Ulivo i bilanci militari saranno in aumento
e la guerra resterà una prospettiva. Questo è stato il messaggio
politico.
E noi rimaniamo con il mal di pancia…
…e questa volta per chi votiamo?
Nota di orientamento per le prossime elezioni politiche del 13 maggio
2001
Circa sessanta guerre in corso in varie parti del mondo, una accentuazione
degli squilibri tra aree ricche ed aree povere del pianeta, un progressivo
aumento del ruolo delle alleanze e dei legami militari rispetto a quelli
politici, una riduzione sostanziale degli spazi di democrazia e di partecipazione
popolare, una mondializzazione sempre più a servizio di un liberismo
sfrenato, senza regole, e senza rispetto per la vita delle persone e dei
viventi in genere, senza cura alcuna della natura, e senza nessuna attenzione
alle sorti dell' intero pianeta hanno accompagnato il nostro ingresso
nel nuovo millennio.
Nel nostro paese, agli effetti derivanti e devastanti - l'Italia è
tornata in guerra, nonostante la Costituzione - si aggiunge una fase di
grande confusione, di grave crisi culturale e politica, prima ancora che
di disgregazione istituzionale, di chiusura sociale, e di restrizione
sostanziale di spazi di democrazia e di partecipazione.
Ma gli amici della nonviolenza non disperano; aumentano il loro impegno,
guardando ai segni dei tempi: le rivoluzioni nonviolente degli ultimi
decenni, le scelte nonviolente che maturano nel mondo (significative la
marcia degli zapatisti e l’opzione della resistenza curda, oltre
al vasto movimento di critica alla globalizzazione), il Manifesto dei
premi Nobel per la pace e la nonviolenza, la finalizzazione ONU per la
decade 2001/2010 a decennio per l'educazione alla pace ed alla cultura
della nonviolenza.
In Italia il Movimento Nonviolento ha lavorato, in modo autonomo ed
in modo coordinato con altre esperienze ed altri movimenti, per gli obbiettivi
fondamentali definiti dal Congresso di Pisa.
Lo svolgimento con ampio successo della Marcia nonviolenta del settembre
scorso da Perugia ad Assisi con il titolo “Mai più eserciti
e guerre”, l'avvio del lavoro per la Federazione dei Nonviolenti,
l'impegno profuso anche a livello territoriale per tante iniziative, hanno
indotto il Coordinamento Nazionale a farsi carico di un lavoro anche più
propriamente finalizzato ad una interferenza politico-istituzionale, con
la volontà di proporre una "aggiunta" nonviolenta al
confronto politico elettorale.
Siamo consapevoli che l'uscita dalla crisi del paese non può
essere affidata alle risposte semplificatrici ed autoritarie di qualsivoglia
destra, nè alle proposte disgregatrici del leghismo, nè
tanto meno alle indicazioni confuse e contraddittorie di forze che sembrano
aver smarrito l'orientamento di superare uno statalismo burocratico, un
liberismo senza regole, la centralità degli apparati funzionariali
dei partiti, un tatticismo quotidiano privo di progettualità aperta.
Le nostre identità, i nostri valori, le nostre opzioni fondamentali
hanno portato il movimento a riconoscere con coerenza gli interlocutori
politici , ai quali proporre un limitato pacchetto di interventi concreti,
praticabili, visibili, la cui realizzazione ci pare garantire un livello
più avanzato di impegno ed assicurare un coerente processo di riforma
irreversibile.
Ancorati allo stato di diritto ed alla piena cittadinanza, alla laicità
dello stato e delle istituzioni, alla solidarietà responsabile
ed alla pratica dell'inclusione sociale, al consapevole coniugare sviluppo
ed ampliamento della democrazia, autogoverno e statualità, cittadinanza
attiva e correttezza di guida delle istituzioni, abbiamo individuato le
seguenti proposte/richieste:
- attuazione piena ed articolata della legge 230, con l'indicazione
dell'istituzione di un Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio;
- attuazione della risoluzione ONU: decennio 2001/2010 finalizzato all'educazione
alla pace ed alla cultura della nonviolenza, anche avviando un coordinamento
specifico delle diverse competenze (Istruzione, Università, Istituzioni,
Esteri, ecc.) attraverso una apposita Agenzia o Autorità.
- rivitalizzazione della Commissione Povertà presso la Presidenza
del Consiglio;
- intervento strutturale sul Bilancio statale per "bilanciare"
i fondi della difesa armata e quelli della difesa civile e nonviolenta,
con la definizione di un criterio/soglia di garanzia (attualmente il rapporto
è di 1 a 100 !);
Alla pratica realizzazione di tali obbiettivi il Movimento non farà
mancare il proprio sostegno ed il proprio contributo di idee, di lavoro
e di impegno diretto.
Il Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento
Riunito a Verona il 24 marzo 2001
Vota per chi vuoi, ma non per lui
Appello di
Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo
Sylos Labini
E' necessario battere col voto la così detta Casa delle libertà.
Destra e sinistra non c'entrano: è in gioco la democrazia. Berlusconi
ha dichiarato di voler riformare anche la prima parte della Costituzione,
e cioè i valori fondamentali su cui poggia la Repubblica italiana.
Ha annunciato una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di
stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire. Una tale
legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo
così uno dei pilastri dello stato di diritto. Oltre a ciò,
Berlusconi, già più volte condannato e indagato, in Italia
e all'estero, per reati diversi, fra cui uno riguardante la mafia, insulta
i giudici e cerca di delegittimarli in tutti i modi, un fatto che non
ha riscontro al mondo.
Ma siamo ancora un paese civile? Chi pensa ai propri affari economici
ed ai propri vantaggi fiscali governa malissimo: nei sette mesi del 1994
il governo Berlusconi dette una prova disastrosa. Gli innumerevoli conflitti
di interesse creerebbero ostacoli tremendi a un suo governo sia in Italia
sia, ancora di più, in Europa. Le grandiose opere pubbliche promesse
dal Polo dovrebbero essere finanziate almeno in gran parte col debito
pubblico, ciò che ci condurrebbe fuori dall'Europa.
A coloro che, delusi dal centrosinistra, pensano di non andare a votare,
diciamo: chi si astiene vota Berlusconi. Una vittoria della Casa delle
libertà minerebbe le basi stesse della democrazia.
La minaccia futura di un ritorno al passato
di Emilio e Grazia Honegger Fresco
Fin dalle elezioni regionali dello scorso anno, avevamo avvertito che
la democrazia poteva correre in Italia seri pericoli. Quelle elezioni
hanno consegnato al cosiddetto “Polo” o “Casa delle Libertà”
la maggioranza delle regioni italiane ed hanno costretto il Primo Ministro
D’Alema a rassegnare le dimissioni.
In quest’ultimo anno abbiamo assistito alle prime avvisaglie di quello
che ci attende se la coalizione guidata da Silvio Berlusconi vincesse
anche le prossime elezioni politiche:
1)1la minaccia da parte del Presidente della Regione Lazio Storace (di
Alleanza Nazionale) di sottoporre i libri di testo di Storia usati nelle
scuole ad una censura preventiva;
2)1un incrementarsi della campagna razzista e xenofoba da parte della
Lega di Umberto Bossi;
3)1l’estendersi a tutti coloro che, non solo in Italia ma anche all’estero,
osano sollevare qualche critica nei confronti del Polo e del suo leader
Berlusconi, dell’appellativo di “comunista” (usato persino
nei confronti di un giornale di prestigio come il londinese “Financial
Times”);
4)1gli insulti ai giudici e i tentativi di delegittimarli, fino a qualche
tempo fa limitati alla magistratura italiana, ora estesi anche alle magistrature
straniere (vedi gli attacchi al giudice spagnolo Bartasar Garzon);
5)1l’auto incensamento del leader di Forza Italia che ormai non si
accontenta di definirsi il migliore Primo Ministro d’Italia ma addirittura
il migliore Primo Ministro su scala mondiale;
6)1il fatto che Silvio Berlusconi ha aggiunto al suo enorme potere televisivo
la proprietà di parecchi giornali e il quasi monopolio delle Case
Editrici.
Vorremmo ricordare che a differenza di quanto accadde in Russia nel 1917/18
e in Spagna nel 1936/39, paesi nei quali la dittatura fu instaurata con
la forza delle armi, in Italia nel 192/25 e in Germania nel 1933 la dittatura
giunse al potere per vie legali e con il voto favorevole della maggioranza
dei popoli italiano e tedesco. Non diciamo, per favore, che “oggi
è tutto diverso”.
La stragrande maggioranza degli italiani che il prossimo 13 maggio si
recheranno alle urne non ha conosciuto sulla propria pelle il regime fascista:
noi purtroppo l’abbiamo vissuto, e oggi guardiamo con disgusto, ma
anche con senso di vergogna a quel periodo perché ricordiamo che
purtroppo anche noi, allora molto giovani, ci adattammo alla mancanza
di democrazia e di libertà e applaudimmo, come quasi tutti, un
prepotente che, da ultimo, si rivelò anche un vigliacco.
Che non sia ancora una volta il popolo italiano a dare, per primo, il
cattivo esempio all’Europa e al mondo.
Onorevole, hai voluto la bicicletta? Pedala!
Il Consiglio nazionale della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta)
ha approvato il testo di un appello da trasmettere ai candidati alle prossime
elezioni politiche ed amministrative del 13 maggio 2001.
Impegnatevi per una politica del trasporto in bicicletta
Egregio candidato,
il traffico è ormai la prima delle emergenze delle città
e delle aree metropolitane e sempre più viene considerato come
tale dai cittadini. Come, del resto, lo sviluppo incontrollato del turismo
di massa costituisce un serio pericolo per l’integrità dell’ambiente.
Si impone dunque il riorientamento della politica della mobilità
nelle aree urbane, assegnando priorità alla moderazione del traffico
ed alla protezione dell’utenza debole (bambini, anziani, disabili).
In particolare, occorre mettere in sicurezza i bambini nei loro spostamenti,
a piedi ed in bicicletta, da casa a scuola.
Così come necessita la promozione delle alternative di trasporto
rispetto all’utilizzo indiscriminato dei mezzi motorizzati. In questa
prospettiva, lo sviluppo dell’uso della bicicletta – mezzo a
propulsione muscolare - rappresenta senza dubbio uno dei modi per contribuire
a migliorare traffico e ambiente.
Eppure quasi nulla si è fatto a livello nazionale per promuovere
e sostenere una politica della mobilità ciclistica come componente
essenziale delle più generali politiche dei trasporti, dell’ambiente
e del territorio.
Nella prossima legislatura occorre che il Governo nazionale, in primo
luogo, ponga in essere un Piano Generale della Mobilità Ciclistica
– come sollecitato dalla Dichiarazione di Amsterdam a Velo Mondial
del 22 giugno 2000 - nel quale siano stabiliti gli obiettivi di sviluppo
dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto da raggiungere
entro l’anno 2010 ed istituisca il Servizio nazionale per la mobilità
ciclistica.
Occorre poi che per la mobilità ciclistica vengano destinate risorse
ben più adeguate di quelle simboliche messe finora a disposizione.
Più precisamente, occorre che, a partire dalla finanziaria 2002
, venga rifinanziata la legge 366/98 sulla mobilità ciclistica
con lo stanziamento di almeno 400 miliardi di lire all’anno per l’intera
prossima legislatura, ai quali devono aggiungersi, per analoghi importi,
le risorse delle Regioni e quelle degli Enti locali.
Le risorse, nella entità appena indicata - indispensabili se si
intende dare effettivo impulso alla mobilità ciclistica - rimangono
comunque incommensurabilmente inferiori a quelle da sempre destinate alla
circolazione dei mezzi motorizzati. A fronte, peraltro, di un loro rendimento
ben più elevato rispetto ad altri investimenti nel settore dei
trasporti, con evidenti e consistenti benefici in termini di decongestionamento
del traffico, protezione ambientale, risparmio energetico, miglioramento
della salute pubblica, aumento della sicurezza stradale, nonché
di sviluppo del cicloescursionismo, quale comparto turistico particolarmente
rispettoso dell’ambiente e con significative ricadute economico-occupazionali,
comprensive di un rilevante contributo all’incoming turistico nel
nostro Paese.
A livello degli enti locali, vale a dire delle istituzioni chiamate a
realizzare concretamente gli interventi in materia di ciclabilità,
occorre un analogo impegno per dare impulso alla mobilità ciclistica
sicura e confortevole.
E’ indispensabile, in particolare, che gli enti locali:
sviluppino localmente l’agenda 21 con particolare riferimento ai
percorsi casa scuola e, più in generale, alla mobilità sostenibile
· diano applicazione, meno timida rispetto a quanto fino ad ora
avvenuto, alle norme del Codice della Strada che consentono l’adozione
dei provvedimenti di moderazione del traffico; · diano piena attuazione
alle politiche di gestione della domanda di mobilità attraverso
l’applicazione dei decreti del Ministero dell’Ambiente in materia
di Mobilità sostenibile nelle aree urbane (decreto Ronchi del 27
marzo 1998 e successivi), nominando i responsabili della mobilità
(mobility manager) e organizzando le strutture di supporto necessarie,
e quindi mediante la redazione dei piani di mobilità;
destinino effettivamente ogni anno, come prescritto dalla legge, una parte
dei proventi delle multe a favore della mobilità in bicicletta
e, nella misura minima del 10 %, ad interventi di tutela della sicurezza
degli utenti deboli e non motorizzati;
costiutiscano al proprio interno un apposito Ufficio per la Mobilità
Ciclistica; · adottino ai sensi della legge 366/98 e delle altre
norme di legge in materia, il piano di rete per la mobilità ciclistica
e un piano pluriennale delle realizzazioni degli itinerari ciclabili –
stanziando le necessarie risorse per cofinanziare, con i contributi statali
e regionali, gli interventi progettati - sia a livello urbano, sia a livello
delle strade per la pratica del cicloescursionismo.
Caro Francesco, ti ricordi quando eri antimilitarista?
l'Associazione Obiettori Nonviolenti scrive a Francesco Rutelli
On. Francesco Rutelli
Candidato Premier dell'Ulivo
Caro Francesco,
come pacifisti ed obiettori ci aspettiamo, dalla coalizione da te capeggiata,
segnali ben chiari. Ci aspettiamo soprattutto una netta presa di distanza
da una legislatura che sui temi della difesa è sicuramente da dimenticare:
il profondo strappo della guerra del Kosovo, i maggiori poteri dati ai
vertici delle forze armate, l'elevazione dei carabinieri a quarta forza
armata e la trasformazione delle forze armate in uno strumento mercenario,
al solo scopo di poter intervenire in qualsiasi tipo di conflitto con
un distacco sempre maggiore da società civile e Parlamento.
Inoltre: il varo di una nuova portaerei da 4.000 miliardi, l'aumento delle
spese militari, che quest'anno hanno raggiunto la cifra record di 34.000
miliardi, ma che saranno destinate a crescere ulteriormente per fronteggiare
le maggiori spese previste per i sistemi d'arma, che devono passare dagli
attuali 6.000 a 9.000 l'anno, e quelle legate alla professionalizzazione
delle forze armate. Il crollo del reclutamento, registrato in questi giorni,
infatti può portare solo a percorrere tre strade: il ripristino
della leva, un ulteriore aumento delle spese militari, per dare ulteriori
incentivi ai volontari o, come auspichiamo noi, una drastica riduzione
dello strumento militare.
Una politica militarista, che la destra non avrebbe fatto meglio. Quasi
tutti i provvedimenti approvati, sono passati infatti anche con il voto
della Casa delle Libertà.
Non basta a controbilanciare tale politica, né l'approvazione della
legge sull'obiezione, né quella sul Servizio Civile Volontario.
Infatti ambedue sono nate sotto forti pressioni dei vertici militari,
che ne hanno influenzato negativamente l'esito. Oltretutto quel poco di
positivo che contengono è stato disatteso, da un lato con gli scarsi
investimenti economici, parliamo di 225 miliardi per quest'anno destinate
al servizio civile, dall'altro con un disinteresse gestionale, che sta
portando alla deriva il servizio civile: un pezzo non indifferente della
concreta solidarietà di cui molti giovani sono portatori, che rischia
di svanire nel nulla.
Lo spauracchio della Destra, non regge più: cosa potrebbero fare
di peggio?
Mettere in galera gli obiettori? Ne dubitiamo!
L'unica possibilità che l'Ulivo ha di farci uscire di casa il 13
maggio è un programma che dica chiaramente: no alla guerra nel
totale rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, che riduca lo strumento
militare a 120.000 unità, mettendolo prevalentemente a disposizione
delle Nazioni Unite, riducendo di conseguenza le spese militari e garantendo
il diritto all'obiezione di coscienza per i militari volontari; garantire
un servizio civile volontario, con 80.000 giovani che abbiano gli stessi
incentivi dati ai militari e creare i Corpi Civili di Pace.
Altrimenti, candidate pure i generali, però andate poi a chiedere
i voti alla Folgore, ed in bocca al lupo.
Saluti di pace
Massimo Paolicelli, Presidente
Enrico Maria Borrelli e Maurizio Magistrelli, Portavoce
ASSOCIAZIONE OBIETTORI NONVIOLENTI, Via Scuri 1c, 24128 Bergamo, tel
035/260073, fax 035/403220
sito internet www.obiettori.org
Fare pace all’Università per sviluppare
la ricerca e la prevenzione dei conflitti
Di Sergio Bergami
Il MIR di Padova, con l’Assopace, i Beati, il Gavci, ha organizzato,
in collaborazione col Centro diritti della persona e dei popoli, un dibattito
all’interno dell’Università di Padova sugli Studi per
la Pace. Il Bo, è la più antica Università del mondo.
Mentre organizzavamo questo dibattito alcuni studenti di medicina ci
hanno detto: "Ma noi che c'entriamo con la Pace?".
Potrebbero naturalmente esser stati anche studenti di altre facoltà
scientifiche come ingegneria o biologia a sollevare questa obiezione:
"E noi che c'entriamo?" A questi studenti vorremmo rispondere
proponendo dei semplici interrogativi:
"La pace, e di conseguenza la guerra, non coinvolge anche i medici
che si ritrovano di fronte questioni vitali, come quelle dell'uranio impoverito
che potrebbe contaminare migliaia di persone e danneggiare in modo permanente
l'ambiente e la vita? E ai futuri ingegneri: è forse la stessa
cosa progettare cacciabombardieri o progettare protesi per mutilati da
mine, progettate a loro volta da qualche altro abile ingegnere? Scusate
la banalità degli esempi, ma la questione della non neutralità
della scienza non la scopriamo certo noi, è anzi interrogativo
che gli scienziati si pongono da molto tempo. Mi piace qui ricordare almeno
due figure di scienziati come Einstein ed Oppenheimer e le loro crisi
di coscienza che li portarono a porsi di fronte alle questioni della pace
e della guerra in maniera critica, pagando anche di persona.
Piuttosto le obiezioni di alcuni studenti di questo ateneo fanno sorgere
in noi associazioni pacifiste altri interrogativi.
Che tipo di sapere viene impartito da questa Università? Un sapere
tecnico, indubbiamente di alta qualità, tanto da porla ai primi
posti nella graduatoria delle università italiane. Ma è
forse, e sottolineo il forse, un sapere che non si pone più in
maniera problematica, in maniera critica, che non si interroga più
sul perché ma solo sul come?
Veniamo allora a spiegare il perché di questo dibattito, quali
sono state le ragioni che ci hanno spinto a chiedere di incontrare all'interno
dell'Università gli studenti ed i docenti dell'ateneo.
Questa richiesta ha trovato la pronta e fattiva disponibilità del
Centro Diritti della Persona e dei Popoli, che ha chiesto quest'aula e
che qui voglio ringraziare sentitamente, dopo che una nostra richiesta
diretta al "competente ufficio" era stata respinta, perché
noi associazioni per la pace non facciamo parte dell'università.
In sostanza, noi che volevamo porre il problema di chi farà "pace"
dentro l'università padovana avremmo dovuto trovare uno spazio
fuori dell'università per poter discutere.
Il perché è indicato nel documento prodotto dall'Assemblea
generale delle Nazioni Unite che ha proclamato l'anno 2000 Anno Internazionale
per la cultura di pace.
Nella sua risoluzione 53/243 del 6 ottobre1999: Dichiarazione e Programma
d'azione su una cultura di Pace, l'Assemblea Generale all'art. 4 dichiara:
L'educazione a tutti i livelli è uno dei principali mezzi per edificare
una cultura di pace. In questo contesto, l'educazione nel settore dei
diritti dell'uomo riveste un'importanza particolare.
Ed all'art. 8 dichiara:
I genitori, gli insegnanti, gli uomini politici, i giornalisti, le organizzazioni
ed i gruppi religiosi, gli intellettuali, le persone che esercitano una
attività scientifica, filosofica, creativa ed artistica, gli operatori
nei servizi sanitari o nelle organizzazioni umanitarie, gli assistenti
sociali, le persone che hanno delle responsabilità a diversi livelli
così come le organizzazioni non governative hanno un ruolo primario
da giocare per ciò che riguarda la promozione di una cultura di
pace.
Inoltre l'Assemblea Generale dell'ONU ha anche proclamato il decennio
2001-2010 "Decennio internazionale della promozione di una cultura
della nonviolenza e della pace a beneficio dei bambini del mondo".
Per promuovere questo decennio l'Assemblea Generale ha anche stilato un
programma d'azione.
In questo programma d'azione l'art. 9 chiede tra l'altro che i diversi
attori, ai vari livelli, si attivino in favore di:
Iniziative per rafforzare una cultura di pace per mezzo dell'educazione:
[...]
b) Fare in modo che i bambini ricevano, fin dalla più tenera età,
una educazione al riguardo dei valori, delle attitudini, dei comportamenti
e dei modi di vita che debbano loro permettere di risolvere le controversie
in maniera pacifica e in uno spirito di rispetto della dignità
umana e di tolleranza e di non discriminazione; [...] d) Assicurare l'eguaglianza
dell'accesso all'educazione per le donne, specialmente per le ragazze;
e) Incoraggiare la revisione dei programmi di insegnamento, ivi compresi
i manuali, nello spirito della Dichiarazione e del Quadro d'azione integrato
riguardante l'educazione alla pace, ai diritti dell'uomo e alla democrazia
del 1995
[...]
h) Ampliare le iniziative in favore di una cultura di pace attuate dalle
istituzioni di insegnamento superiore nelle diverse regioni del mondo,
ivi comprese l' Università delle Nazioni Unite, l'Università
per la pace ed il progetto di gemellaggio delle università e il
programma dei quaderni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione,
la scienza e la cultura.
E all'art 16 al punto L chiede di: Incoraggiare la formazione alle tecniche
di comprensione, di prevenzione e di risoluzione dei conflitti in favore
del personale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, delle organizzazioni
regionali competenti così come degli Stati Membri.
La Regione Veneto si è dotata di importanti strumenti legislativi
per favorire la diffusione della cultura di pace. Lo stesso statuto dell'Università
di Padova recita all'art. 1.2: "Essa promuove l'elaborazione di una
cultura fondata su valori universali quali i diritti umani, la pace, la
salvaguardia dell'ambiente e la solidarietà internazionale".
Allora noi siamo andati a vedere cosa succede nelle università
straniere e limitandoci all'Europa abbiamo trovato:
Università europee con un dipartimento di ricerca per la pace,
i conflitti e lo sviluppo
Università di Uppsala (Svezia)
Università di Goteborg (Svezia)
Università di Bradford (Gran Bretagna)
Università Europeee con un Istituto di ricerca per la pace ed
i conflitti:
Università di Lancaster (Gran Bretagna) Università di Granada
(Spagna)
Molte università hanno invece Centri di ricerca o College con
programmi di ricerca specifici, come l'Università di Lovanio in
Belgio con una Divisione per le relazioni internazionali
L'Università dell'Ulster ha un College
l'Univewsità di Limerik in Irlanda ha un Centro studi per la pace
e lo sviluppo
In Italia i più conosciuti sono:
il Centro Interdipartimentale di ricerche sulla pace dell'Università
di Bari
il Centro interdipartimentale di scienze per la pace dell’ Università
di Pisa.
In questi dipartimenti ci si occupa di pace, dell'analisi della violenza
e dei conflitti, di prevenzione dei conflitti, di teoria della risoluzione
dei conflitti, di psicologia della cooperazione, del controllo sul trasferimento
di armi convenzionali, di controllo sulle politiche riguardo le armi biologiche
e la proliferazione nucleare, dell'applicazione pratica di tali studi
come per esempio la riconversione dell'industria bellica; alcuni istituti
si sono specializzati nell'analisi di aree geografiche determinate, in
modo da offrire soluzioni positive ai conflitti potenziali presenti in
tali aree. Ci si occupa anche della politica della sicurezza internazionale,
che oggi significa analisi dei rapporti Nord Sud e quindi delle questioni
socioeconomiche riguardanti lo sviluppo sostenibile, la cooperazione economica
e la tutela dell'ambiente. In queste istituzioni ci si preoccupa anche
di formare esperti in mediazione nei conflitti, supervisori alle elezioni,
di valutatori di programmi di sviluppo.
L'Anno Internazionale per una cultura di pace si è concluso, con
un bilancio per l'Italia non brillante. Resta il cammino da compiere nel
prossimo decennio se crediamo che la pace e la nonviolenza siano la prima
un valore fondamentale indispensabile al mantenimento della vita sulla
Terra, e la seconda un mezzo ed un fine per migliorare il mondo nel quale
viviamo.
Allora noi, associazioni pacifiste e nonviolente padovane, chiediamo quale
ulteriore contributo, oltre a quello che già fa il Centro sui Diritti
della persona e dei Popoli, potrà dare la nostra Università
su questi temi.
In particolare chiediamo:
se e come si sta sviluppando una ricerca per la pace e la prevenzione
dei conflitti, la cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile
- come sarà possibile rendere l'educazione alla pace e allo sviluppo
patrimonio di tutte le facoltà e di tutti i corsi di laurea e non
solo di quelli di tipo umanistico, come richiesto dalle già ricordate
Dichiarazione e Programma d'azione dell'Assemblea Generale dell' ONU e
affermato dallo Statuto dell'Università di Padova,
come adeguare la preparazione degli insegnanti, che viene svolta nelle
scuole di specializzazione, all'educazione alla pace e alla risoluzione
nonviolenta dei conflitti.
Nel processo di riordino degli studi universitari è stata creata
una classe di lauree che si chiama: lauree nelle scienze sociali per la
cooperazione, lo sviluppo e la pace ed è la n. XXXV.
L'Università di Firenze, per esempio, ha già istituito uno
specifico corso di laurea sulla pace e la prevenzione dei conflitti che
coinvolge due dipartimenti quello di Scienza della politica e quello dell'educazione.
E la nostra Università come si sta preparando? Quale organizzazione
pensa di darsi? Ci sarà un istituto specifico o si arriverà
ad un vero e proprio dipartimento?
Nel corso della legislatura che si è appena conclusa è stata
depositata nei due rami del Parlamento una proposta di legge per la creazione
anche in Italia di un Istituto di ricerca per la pace sul modello di quelli
stranieri come il Sipri o il Prio. L'Università di Padova ha qualcosa
da dire in proposito?
Un nuovo movimento di lotta lillipuziano e nonviolento
di Pasquale Pugliese
Lo scenario
In questi ultimi anni, a cavallo tra due secoli, molti nodi stanno venendo
al pettine.
Da un lato, gli esperti indicano ormai come prossimo il muro dell’insostenibilità
ambientale contro il quale il treno in costante accelerazione dello sviluppo
capitalista si sta per schiantare, con l’innesco entro qualche decennio
– se nessuno frena bruscamente - di una crisi sistemica globale che
aprirà scenari di miseria per tutti e di guerre per l’accaparramento
delle ultime risorse petrolifere ed idriche (1).
Dall’altro lato, dopo un lungo periodo di tessitura isolata di filamenti
di resistenza, gruppi sempre più numerosi di cittadini in tutti
i paesi del mondo - al Nord come al Sud - stanno collegandosi in un movimento
internazionale di opposizione e costruzione delle alternative a questo
modello. Seattle, nel cuore dell’Impero, rappresenta ormai il luogo
reale e simbolico di avvio della resistenza organizzata; Porto Alegre,
alla sua periferia, rappresenta, con il Forum Sociale Mondiale di gennaio
scorso, il luogo di avvio dell’elaborazione del programma costruttivo
comune per la realizzazione del “mondo diverso possibile”. Per
entrambi i percorsi la prossima tappa sarà l’appuntamento
del 20/21/22 luglio a Genova con i responsabili politici degli otto paesi
più ricchi del mondo.
I rischi
All’interno di questo scenario di rinnovato conflitto sociale condotto
in modo ampiamente pacifico e creativo, ed a volte decisamente nonviolento
(2), da parte della maggioranza dei partecipanti – e per questo collettore
di simpatia anche di persone e gruppi non usi a mobilitazioni di piazza
– alcuni segnali indicano un rischio di involuzione verso il cul
de sac, già visto, della guerriglia urbana e della repressione
poliziesca.
Un movimento che a Seattle ha raggiunto il massimo di risultato –
blocco e fallimento dell’assemblea del WTO – con l’imprevedibiltà
e l’assenza (quasi) totale di violenza, si è via via avvitato
nelle successive mobilitazioni pubbliche in un doppio circuito negativo:
la ripetitività e l’aumento degli atti di violenza. Ogni incontro
pubblico di organismi internazionali, formali o informali, vede ormai
il rito delle, ampiamente prevedibili, manifestazioni contrarie con la
conseguente militarizzazione delle città; ogni manifestazione o
corteo vede ormai il rito della distruzione delle vetrine dei McDonald
e delle banche da parte di alcuni gruppi organizzati con la conseguente
repressione, sempre più dura, delle polizie nei confronti di tutto
il movimento.
Gli avvenimenti di Napoli in marzo hanno dato la percezione di una vera
e propria escalation della violenza e il preciso segnale del rischio involutivo
del nuovo conflitto verso forme vecchie di lotta, già sperimentate
negli anni ’70, che hanno prodotto come estrema, ma inevitabile,
conseguenza il terrorismo, la repressione e la stabilizzazione del sistema.
Le possibilità
Eppure, le condizioni di malessere sociale ed esistenziale, di incertezza
di fronte al futuro, di diffidenza rispetto alla pretesa razionalità
del sistema, percepite più o meno distintamente da una grande maggioranza
di persone – frastornate da mucche pazze, uranio impoverito, cibi
geneticamente modificati, disoccupazione, immigrazione, inquinamento,
alluvioni, aumento del costo del petrolio ecc. ecc. - potrebbero oggi
favorire la trasformazione del disagio diffuso in dissenso e del dissenso
in lotta.
Ma perché questa alleanza con i cittadini del Nord del mondo, ricco
e malato, possa avvenire è necessario che l’azione politica
dei movimenti si indirizzi sempre più verso una pratica che sveli,
nella struttura e nei metodi, la violenza del sistema mettendone a nudo
i meccanismi perversi che producono miseria, insicurezza, devastazione
culturale e ambientale e guerre. Non può avvenire invece attraverso
manifestazioni di piazza che, trasformandosi in prove di forza con la
polizia, allontanano le persone dalle nostre ragioni a causa della militarizzazione
del conflitto.
Tra la violenza grande, ma nascosta ai più, del potere e la violenza
pur piccola, ma amplificata dai media, dei contestatori è sempre
la seconda che suscita tra la gente spavento e richiesta di protezione
allo stesso potere di cui essa è, per molte ragioni, suddita e
vittima.
La nonviolenza
Per minare le basi del consenso su cui si fonda il potere pervasivo del
nostro sistema di consumo e sfruttamento, per trasformare il disagio da
esso generato in lotta consapevole, bisogna perciò imboccare, come
scelta strategica del movimento di lotta in costruzione, la strada nuova
– ma antica come le montagne – della nonviolenza.
Non della generica e tattica non violenza che, in negativo, si astiene
dal compiere atti violenti, ma della specifica nonviolenza che, in positivo,
assume l’insieme dei principi e delle caratteristiche che definiscono
il metodo nonviolento a partire dalle campagne gandhiane. E’ questo
il metodo di lotta che mira alla comunicazione trasformatrice tanto con
l’avversario che con le terze parti, ossia, appunto, con i cittadini
da coinvolgere dalla nostra parte. E’ questo il metodo che mira non
alla presa del potere, e quindi allo scontro con esso sul piano della
forza, ma alla trasformazione di quello da potere dei pochi sui molti
a potere di tutti.
Del resto, anche l’ultima rivoluzione armata del ‘900, l’insurrezione
zapatista (che, con la sollevazione del 1° gennaio 1994 in Chiapas,
ha anticipato molti dei temi dei movimenti di resistenza anti-globalizzazione)
ha compreso la necessità di abbandonare progressivamente le caratteristiche
della guerriglia, al fine di favorire la propria capacità di radicamento
e dialogo con l’intera società messicana, evolvendosi verso
forme di mobilitazione nonviolenta(3).
La novità
Nel panorama italiano dei movimenti c’è in questo senso un
elemento nuovo, potenzialmente capace di produrre la trasformazione in
senso nonviolento del conflitto sociale ed ecologico: è la Rete
di Lilliput per un’economia di giustizia(4). Sono le centinaia e
centinaia di associazioni che in tutta Italia, collegandosi in oltre cinquanta
nodi locali, hanno scelto con nettezza e definitivamente la strada della
nonviolenza nella lotta di resistenza alla globalizzazione neoliberista
e per la costruzione di un’economia sostenibile e di giustizia.
Sono ormai numerosi i pronunciamenti e le riflessioni, dal Manifesto di
costituzione in avanti, sia a livello locale che nazionale, che indicano
nel metodo nonviolento il punto di riferimento irrinunciabile delle Rete
di Lilliput. L’ultima approfondita e articolata riflessione sulle
strategie lillipuziane di mobilitazione, a cura del Tavolo intercampagne,
definisce la nonviolenza “il principio etico/valoriale insito nella
stessa costituzione della Rete di Lilliput” e insiste sulla necessità
politica - per superare la “sindrome di ripetitività”
nella quale le manifestazioni del popolo di Seattle rischiano di cadere
– “di attivare tutta la ricchezza di una strategia nonviolenta”
(5).
Probabilmente mai prima d’ora un ampio e variegato movimento, capace
di mobilitare migliaia di persone sui temi sociali ed economici, aveva
compiuto una scelta di campo così esplicita per la nonviolenza.
Conclusioni
Naturalmente non sono sufficienti le dichiarazioni d’intenti.
E’ necessario fare ancora chiarezza intellettuale su ciò che
tra i lillipuziani si intende per nonviolenza. Sarebbe sicuramente utile,
in tal senso, riferirsi esplicitamente al metodo satyagraha per evitare
il rischio che le interpretazioni di questo principio siano talmente elastiche
da accogliere in sé approcci di lotta estranei alla tradizione
nonviolenta.
E’ necessario dare sostanza alle affermazioni di principio avviando
percorsi di formazione teorico-pratici alla nonviolenza specifica, per
prepararsi alle azioni già in vista del contro-vertice di Genova.
E’ necessario infine puntare molto sul “programma costruttivo”,
che è il sale di ogni lotta nonviolenta, da cominciare a realizzare
qui ed ora.
Ma perché tutto ciò possa realizzarsi appieno è necessario
soprattutto il contributo partecipe e fattivo dei movimenti nonviolenti
- e della loro esperienza maturata sul campo in decenni di lotte antimilitariste
ed antinucleari – affinché, con la Rete di Lilliput, si possa
costruire il primo esperimento in Italia di lotta nonviolenta di massa
nel campo della violenza strutturale.
Prima che sia troppo tardi.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
In quali modi noi sappiamo comunicare con gli altri?
Vorrei presentare la Comunicazione Nonviolenta di Marshall B. Rosenberg
e mostrare come la possiamo utilizzare nella vita di tutti giorni, nelle
situazioni in cui noi desideriamo educare, insegnare o influenzare le
persone a comportarsi in un modo che sia in armonia con i nostri valori
e bisogni.
Attraverso quali modalità noi cerchiamo di influenzare le persone
per ottenere il comportamento desiderato? Quali strategie utilizziamo
per far si che le persone cambino il comportamento che non ci piace?
Il Prof. Rosenberg evidenzia innanzitutto alcune strategie che le persone
usano spesso sul nostro pianeta per far cambiare i comportamenti agli
altri. Sono strategie molto tragiche e distruttive che si basano su una
comunicazione alienata e scollegata dalla vita.
Di quali strategie si tratta? Innanzitutto la punizione. Quando usiamo
la punizione possiamo dire ad un’altra persona: “Se non cambierai
il tuo comportamento ti punirò”.
Le persone sono state mal educate per centinaia di secoli nel credere
che la punizione a volte sia giustificata; in realtà la punizione
non funziona mai se ci rendiamo conto di qual é il suo costo; la
punizione distrugge qualche cosa di molto prezioso tra gli esseri umani:
distrugge la possibilità degli uomini di donare dal cuore, e più
le persone sperimentano la punizione meno provano il piacere nel dare.
Possiamo poi usare il premio per ricompensare la persona se ha intenzione,
se desidera cambiare il suo comportamento.
La ricompensa come la punizione distrugge la cooperazione. Quando le persone
fanno delle cose per ricevere un premio non collaborano, si sottomettono,
e paghiamo per la sottomissione.
Ora c’è un’altra tattica tragica per far cambiare il
comportamento di una persona: il senso di colpa. Possiamo provare a farlo
sentire in colpa per quello che ha fatto, e anche questo è un mezzo
estremamente costoso per far cambiare le persone.
Come usiamo il senso di colpa? Cerchiamo di ingannare l’altro facendogli
credere che é responsabile di avere fatto delle cose che mi fanno
stare male.
Possiamo dire a questa persona: “mi fai veramente male quando ti
comporti in questo modo”, oppure ”mi fai arrabbiare quando fai
così”.
Naturalmente sappiamo che questo non è vero.
Un’altra tecnica molto distruttiva è la vergogna. Per usare
la vergogna utilizziamo il linguaggio sciacallo. Il prof. Rosenberg chiama
sciacallo il linguaggio della critica, dei giudizi moralistici, il linguaggio
che implica che le persone sbagliano quando fanno determinate cose. Chi
utilizza questo linguaggio pensa di sapere cosa è giusto e cosa
sbagliato, che cosa è bene e cosa è male, che cosa è
normale e cosa è anormale, che cosa è appropriato e cosa
non é appropriato. Per esempio diremo all’altro: “ sei
egoista quando ti comporti così” oppure “sei irresponsabile”
oppure “sei prepotente ”.
Possiamo poi cercare di far fare le cose alle persone per dovere o per
obbligo.
Affinché le persone credano nel dovere e nell’obbligo dobbiamo
negare qualsiasi sentimento di responsabilità personale. Dobbiamo
insegnare loro il linguaggio degli schiavi: devi, dovresti.
Fare qualsiasi cosa per obbligo o per dovere toglie ogni gioia, ogni piacere
nel dare. E’ un’idea creata sulla base della dominazione. Se
creiamo una struttura gerarchica in cui poche persone beneficiano degli
sforzi di molti altri, il concetto di obbligo e di dovere è la
prima cosa che dobbiamo insegnare agli altri.
Ogni cambiamento che otterremo dall’altro attraverso la punizione,
il premio, il senso di colpa o di vergogna o il senso del dovere, lo pagheremo,
perché tutte queste modalità distruggono nelle persone la
possibilità di cooperare.
Sfortunatamente questi sono alcuni dei metodi utilizzati in tutto il mondo
per far si che gli altri cambino. Ed ecco perché, a mio parere,
questa è la ragione per cui abbiamo così tanta violenza
intorno al mondo. Perché se utilizzeremo questo strategie con le
persone che abbiamo vicino non ci sorprenderà il fatto di vedere
violenza tra le nazioni.(MBR, idem)
Il prof. Rosenberg ha così cercato dei modi per far si che possiamo
comunicare con gli altri ed influenzarli in un modo diverso. Vogliamo
influenzare gli altri a darci qualche cosa attraverso il cuore, ad agire
in armonia coi nostri desideri in modo spontaneo, desiderando farlo, provando
piacere nel donare.
Ha chiamato questo modo di comunicare Comunicazione Nonviolenta o anche
Linguaggio del cuore, Comunicazione Collegata alla vita o anche Linguaggio
Giraffa, perché le giraffe hanno il cuore più grande tra
tutti gli animali terrestri.
Vilma Costetti
Riferimenti bibliografici:
Marshall B. Rosenberg, Educazione Reciproca, Edizioni Esserci, RE, 1997
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione Nonviolenta, Edizioni Esserci, RE,1999
Vilma Costetti, CNV- sperimentazione nella scuola elementare, Edizioni
Esserci, RE, 2000
(1° parte – segue)
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Ma è proprio necessario andare in una Banca?
Sicuramente molti di voi hanno presente quei cassonetti bianchi o gialli
che, soprattutto nelle grandi città, servono per la raccolta differenziata
degli indumenti smessi. In provincia di Torino l'attività di raccolta
e smaltimento è data in appalto a due cooperative, una delle quali
è attiva in questo servizio nella città dalla fine del 1996
e utilizza come manodopera persone svantaggiate (è una cooperativa
sociale di tipo B).
Una volta ricevuto l'appalto dal Comune di Torino, la cooperativa ha avuto
bisogno di un sostegno finanziario per iniziare i lavori: si trattava
di garantire i primi stipendi in attesa dei pagamenti della sua clientela,
e di acquistare due camioncini per svolgere l'attività di recupero
dai cassonetti che intanto cominciavano a riempirsi.
Immagino la scena quando il presidente della cooperativa, recatosi in
banca per richiedere un prestito, dopo un iniziale scetticismo espresso
dal direttore, si sia sentito sparare il tasso di interesse relativo ad
un'attività ritenuta a rischio. Dispiaciuto ma non vinto, il presidente
si è quindi recato alla MAG4 presente in città, e dopo gli
accertamenti del caso, ha ricevuto senza troppi problemi il tanto sospirato
prestito. Ma il presidente, ché è uno di quelli tosti, non
contento del risultato, ha messo nell'orecchio del suo commercialista
una pulce destinata a produrre un sostegno prezioso per le attività
della cooperativa: "Possibile che l'unico modo per farsi prestare
denaro in questo mondo sia quello di passare attraverso enti finanziari?"
ha esclamato il nostro, ricevendone pronta risposta.
"Veramente, il decreto legislativo 385 dell'1/9/93 e la successiva
deliberazione CICR consentono alle cooperative di raccogliere denaro anche
presso i loro soci: basta inserire nello statuto questa possibilità
e mettersi d'accordo per il tasso di interesse…". Il presidente
non lasciò finire di parlare il suo commercialista: scrisse immediatamente
una accorata lettera a soci e simpatizzanti, richiedendo loro un impegno
diretto in cambio di un tasso di interesse inferiore a quello stabilito
da banche e MAG, ma conveniente anche per chi il denaro lo prestava: i
prestiti alle cooperativa godono infatti, in virtù di una legislazione
che in Italia ha sempre favorito questo tipo di società, di una
tassazione inferiore per esempio a quella dei BOT.
D'altronde, il meccanismo è lo stesso utilizzato dalle MAG per
erogare i loro prestiti, e anche dalla COOPERATIVA (la cooperativa più
grande d'Europa) per remunerare i soci che aprono un conto corrente presso
uno dei suoi supermercati. Se funzionava per loro, perché non poteva
funzionare anche per la cooperativa di raccolta indumenti?
Molte persone, tra i quali il sottoscritto, si sono così trovate
coinvolte nella vita di questa azienda (chi diventa socio può infatti
partecipare alle assemblee e orientarne le scelte) e vederne lievitare
a poco a poco le attività: alla raccolta e allo smaltimento degli
indumenti si è in questi anni affiancata una sartoria ed una attività
di decorazione, mentre non mancano altre idee per il futuro. L'investimento
"etico" dei soci sovventori ha prodotto un risultato concreto,
e questo racconto vuole essere da stimolo per chi, leggendolo, si guarderà
intorno chiedendosi se non esista una realtà analoga da finanziare
allo stesso modo.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
Le causalità della storia e la storia delle causalità
Studiare la storia significa ricercarne le cause. La storia consiste
nel dominio degli avvenimenti del passato inquadrati in una connessione
coerente di cause ed effetti. Di fronte ad un avvenimento lo storico deve
elencare tutte le cause che lo generarono e catalogarle in ordine di importanza.
Ma lo storico ha poi anche il compito di mettere ordine, di semplificare
le cause dopo averle moltiplicate. Bisogna muoversi fra i due estremi
del determinismo storico di Hegel e il concetto della casualità
nella storia, ovvero del naso di Cleopatra. Secondo il rigore panlogico
di Hegel nella storia ogni evento è determinato da una serie di
cause ed effetti. Ogni evento ha una causa ed è possibile accertare
un numero di cause tale da dar luogo ad un’immagine del passato e
del presente abbastanza coerente da servire da guida all’azione.
Tutte le azioni umane sono ad un tempo libere o determinate, a seconda
del punto di vista da cui le guardiamo. Nella storia non vi è nulla
di inevitabile, tranne nel senso puramente formale che, perché
le cose si svolgessero in un altro modo, anche le cause avrebbero dovuto
essere diverse. L’analisi storica costruita con i “se”
è tipica della storia contemporanea; infatti, a nessuno interessa
immaginare che cosa sarebbe successo se le truppe di Antioco III avessero
sconfitto i romani nel 191 a.C. presso il passo delle Termopili, ma molti,
che hanno sofferto per le conseguenze della rivoluzione sovietica, hanno
il piacere di sognare come la storia sarebbe cambiata se ad esempio la
guida della rivoluzione fosse stata presa dai menscevichi anziché
dai bolscevichi. Il problema del naso di Cleopatra nasce dalla teoria
secondo la quale la storia sarebbe un susseguirsi di accidenti, determinata
da coincidenze casuali; in realtà alla base di ogni evento permangono
cause, che possono riguardare anche l’infatuazione di Antonio per
Cleopatra, essendo la connessione fra bellezza femminile e infatuazione
maschile una delle correlazioni causali più infallibili che sia
dato riscontrare nella vita d’ogni giorno. Più che altro possiamo
domandarci come è possibile scoprire un rapporto coerente di causa
ed effetto, se i nessi causali da noi supposti possono in ogni momento
essere deviati da altri nessi che dal nostro punto di vista sono irrilevanti.
In genere nei Paesi che si trovano in momenti di crisi storica si ha una
prevalenza di storici che sottolineano la funzione del caso nella storia,
così come d’altronde gli studenti che ricevono brutti voti
hanno sempre aderito alla teoria che gli esami sono un terno al lotto.
“Se una causa particolare, come l’esito accidentale di una battaglia,
ha condotto uno Stato alla rovina, esisteva una causa di carattere generale
che provocò la caduta di quello Stato per colpa di un’unica
battaglia” (Montesquieu). Spesso definire un fatto storico un “incidente”
è un modo per sottrarsi al fastidioso compito di indagare la causa
del fatto stesso. Dobbiamo ammettere che tanti eventi accidentali, come
la forma del naso di Cleopatra, modificarono il corso della storia. Lo
storico non può abbracciare il complesso dell’esperienza,
ma soltanto una minima porzione dei fatti, limitatamente al settore della
storia da lui scelto.
La certezza della nostra morte non ci impedisce di redigere piani per
il futuro; allo stesso modo, nonostante la possibilità della distruzione
termonucleare, immaginiamo che la storia continui. L’uomo moderno
scruta ansiosamente il crepuscolo da cui è uscito nella speranza
che il suo pallido lucore illumini l’oscurità verso cui procede.
La pretesa di gettar luce sulle azioni dei grandi personaggi della storia
con i metodi della psicoanalisi deve essere accolta con diffidenza: il
procedimento psicoanalitico si fonda sull’interrogatorio del paziente
che è soggetto all’analisi ed è impossibile interrogare
i morti. Le motivazioni in base a cui gli uomini credono di aver agito
non sempre sono adatte a spiegare le loro azioni. Un tempo si credeva
che leggi economiche oggettive, sottratte al controllo degli uomini, regolassero
gli scambi commerciali umani, mentre oggi gli uomini sono convinti di
poter controllare il proprio destino economico mediante un’azione
consapevole. L’uomo è diventato capace, grazie all’esercizio
consapevole della ragione, non solo di trasformare l’ambiente, ma
anche di trasformare se stesso. La rivoluzione sociale, quella tecnologica
e quella scientifica sono parti integranti di un unico processo. Soltanto
oggi è diventato possibile per la prima volta immaginare un mondo
composto da popoli entrati tutti a far parte della storia e divenuti perciò
competenza dello storico e non più del funzionario coloniale o
dell’antropologo.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Conoscere “l’altro” per accettarne la diversità
LE FATE IGNORANTI
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli
Cast: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Serra Yilmaz, Gabriel
Garko
Distribuzione: Medusa
Durata: 100'
Nazionalità: Italia 2001
Roma: Mostra d’arte e scultura; primo piano su di un antico busto
marmoreo proveniente da un non meglio precisato periodo della classicità;
primissimo piano sul viso della statua: il senso di compostezza e pacata
serenità espresso dai bei lineamenti appare deturpato da uno sfregio.
L’elegante signora che la osserva un po’ distrattamente si scopre
pedinata neanche troppo furtivamente da un distinto signore sulla quarantina
che repentinamente azzarda un approccio: «desidererei tanto guidarla
ad una conoscenza più profonda di queste opere d’arte…»;
«ne faccio volentieri a meno» , risponde lei per sottrarsi
alle sue audaci avance. Subito dopo lo spettatore scoprirà che
i due protagonisti della sequenza sono marito e moglie e che… è
bene non perdersi mai i primi sei o sette minuti di un film perché
vi sono condensati alcuni tra gli elementi più importanti ed utili
ad una sua comprensione, per lo meno nei film di un certo valore; e questa
opera terza del regista Ferzan Ozpetek, inserita in un processo di approfondimento
di tematiche quali il potere dell’ambiguità, il recupero di
una dimensione istintuale e trasgressiva e la liberazione della propria
autentica sessualità, che già ne avevano sostanziato i film
precedenti Hamam- Il bagno turco e Harem Suare, lo è senz’altro.
Lo sfregio come una lacrima sul bel volto apollineo potrebbe voler indicare
il pregiudizio e l’ottusità con cui la pubblica opinione spesso
affronta un argomento tanto delicato e personale come l’omosessualità;
pregiudizio che, con questo film, il cineasta italo-turco sembra volere
con decisione combattere.
La sottile dissimulazione, la compiaciuta “finzione”, il gioco
a mentire e a nascondere la propria vera natura ed identità, sviluppato
dalla coppia nella sequenza iniziale, rappresentano metaforicamente ciò
a cui spesso e volentieri può condurre tale pregiudizio: l’impossibilità
di vivere con pienezza ed autenticità i propri sentimenti e la
necessità della menzogna come unico modo di conquistarsi una propria
libertà.
Antonia e Massimo sono sposati da molto tempo. Vivono un’esistenza
apparentemente monotona in un’incantevole e spaziosa villetta con
giardino e vista sul fiume. Finchè Massimo non muore in un incidente
stradale. Antonia cade in uno stato depressivo, scosso da una scoperta:
la dedica sul retro di un quadro regalato a Massimo firmata “la tua
fata ignorante” fa emergere la vita parallela di Massimo e la sua
relazione, vecchia almeno di sette anni, con un’altra donna: una
donna, però, di nome, Michele.
Antonia scopre, non solo che Massimo aveva un’amante del suo stesso
sesso, ma anche che dietro questa relazione vi era nascosto un mondo,
un modo di essere, fatto di luci e di ombre, una famiglia “altra”
felicemente “appollaiata” su una allegra abitazione con terrazzo
nel quartiere ostiense, in grado di cambiare e riempire la vuota routine
di Massimo, le “sue fate ignoranti”:«Con questo film –
afferma Ozpetek - ho voluto sottolineare come nella vita di tutti vi siano
persone in grado di cambiarci e di trasformare il corso della nostra esistenza.
In tal senso queste si rapportano a noi come delle “fate”, intenzionate
a renderci oggetto dei loro incantesimi. Sono tuttavia “ignoranti”
perché non si comportano come le vere fate: spesso sono bugiarde,
dicono le parolacce, hanno in sostanza un atteggiamento d’imbroglio».
E il progressivo ingresso di Antonia all’interno di questa “a-normale
famiglia”, il suo vincere i preconcetti e le oggettive difficoltà
iniziali, fino a diventare a sua volta, nel finale del film, portatrice
di cambiamento, vuole indicare, forse, come l’unica strada che può
condurre all’accettazione della “diversità” sia
quella della conoscenza dell’”altro” come persona e non
come “categoria sociale” , con le sue gioie e i suoi dolori,
nell’unica e più autentica dimensione possibile: quella della
condivisione.
Intervista a Massimo Bubola, cantautore-poeta, che oggi sta preparando
il doppio album “Il Cavaliere elettrico”, versione live di tutte
le sue canzoni più note. Ha collaborato artisticamente, fra gli
altri, con Fabrizio De Andrè e Fiorella Mannoia.
Partiamo dalla nonviolenza…
C'è la nonviolenza di Gandhi e c’è la nonviolenza di
Dylan.
La nonviolenza è legata al rispetto della dignità umana.
Esiste la violenza del mondo occidentale che vede le persone come merci
da comprare e vendere. Esistono meccanismi come quello della vendetta
che tendono a riprodursi perché fanno parte di una cultura atavica
e sono alimentati dai media.
Io che sono cristiano so che Gesù ha detto "perdona",
cioè rompi la catena della violenza. E' un lavoro duro… guarda
gli albanesi del Kosovo prima massacrati dai serbi, oggi massacratori
…
La violenza subita in mille modi, credo non si possa eliminare ed è
difficile da controllare. Però si può educare la gente a
gestire l'aggressività in maniera meno pericolosa per rompere la
catena vittima-carnefice, causa-effetto, scaricarla in altri modi, ad
esempio con una bella camminata, una bella ubriacatura. I Greci, che avevano
raggiunto un alto grado di civiltà la scaricavano nella tragedia,
grande momento di catarsi collettiva.
Come entrano questi aspetti nelle tue composizioni?
"Andrea", scritta con Fabrizio De Andrè rompe la sacralità
oggi ancora esistente attorno alla prima guerra mondiale, con la storia
di due soldati amanti. Quando passi il Piave puoi vedere il cartello "fiume
sacro alla patria"…non c'è nessuna guerra sacra …
Ho scritto diverse canzoni che hanno a che fare con la guerra: "Canzone
del guerrigliero cieco"; "Eurialo e Niso", "Fiume
Sand Creek". E' una delle presenze costanti nelle mie musiche e nei
miei testi il rapporto dell'uomo con i grandi sentimenti e con le tragedie.
Io ho una cultura storica, medievalista, per cui la storia dell'uomo è
storia di tragedie, con tutte le guerre e le devastazioni.
Fra chi ha espresso questi grandi sentimenti cosa ritieni importante
conoscere e far conoscere?
I grandi maestri si dovrebbero conoscere sempre: Shakespeare, Molière,
i grandi tragediografi greci… Ma dovrebbero essere fatti conoscere
alle nuove generazioni anche i nuovi grandi poeti, Bob Dylan, Steve Earle,
John Hiatt, Patti Smith, Lou Reed. Leonard Cohen è uno dei più
grandi maestri della canzone intimista, uno che veramente racconta dei
sentimenti in maniera profonda, pura, seria, non ipocrita.
Dalla musica e dal mondo musicale cosa può venire in questo senso?
Nel nostro paese la musica ha dovuto assolvere a funzioni che la poesia
non assolveva. La poesia italica dal Rinascimento ad oggi è una
poesia salottiera, di circoli letterari quasi inaccessibili, sempre più
incentrata su se stessa. Non ha potuto soddisfare quel bisogno fisiologico
di poeticità che aveva la gente. La canzone l'ha fatto per tanti
anni, in particolare negli anni settanta, ma non può farlo sempre.
Poi, al cantante, al cantautore spesso si è attribuito quasi un
ruolo di profeta biblico, per cui doveva fare concerti gratis per iniziative
di beneficenza di qualsiasi tipo, come se i cantanti dovessero assumersi
una costante emergenza sociale. La canzone può fare quello che
può. Su una bicicletta non puoi caricare una cassaforte.
Adesso ho scritto un inno per lo Slow Food. Un inno può servire,
pensa a cosa ha fatto "La Marsigliese" per la rivoluzione francese.
A volte un inno fa molto più dei cannoni, pensa al lavoro che ha
fatto "Blowin'in the wind" per il pacifismo.
Le canzoni possono fare molto, ma devono fare il loro lavoro. La canzone
è emotività. Va meglio la saggistica per trasportare ideologia,
per strutturala meglio, per essere esaurienti. Una canzone troppo greve,
troppo ideologizzata è come un cormorano pieno di petrolio, non
vola, dura poco. Meglio una canzone d'amore bella e leggera che tante
brutte e pedanti canzoni politiche.
La tua attuale priorità ?
La buona poesia può muovere le coscienze. Una persona che non si
crea un lessico sentimentale è asociale e diventa disadattato.
La poesia ha una sua funzionalità importante. Lavoro molto nelle
scuole per farci arrivare quello che non passano i media.
Dove intervieni e con che tipo di lavoro ?
Vado nelle scuole superiori e anche all'università. Parliamo di
poesia, dell'importanza che ha esprimersi bene, aprire il proprio cuore
a sé e al mondo.
Il vero fascismo delle coscienze cancella la poesia dalla nostra cultura,
perché la poesia è la cultura dei sentimenti. Così
anche il cuore della gente si impoverisce e si atrofizza. Parlare di sé
e dei propri sentimenti è una delle più grandi forme di
libertà che l'uomo possa conoscere.
LETTERE
Inviare le lettera a:
Difendere la Patria oggi, perché?
Questo è stato il tema dell'incontro di tutti gli obiettori della
Caritas del Triveneto, svoltosi ad Asiago il 17 Marzo 2001 in occasione
della ricorrenza del martire S. Massimiliano, patrono degli obiettori
di coscienza.
Presenze estremamente significative: Mario Rigoni Stern, l'uomo saggio
dell'Altopiano, scrittore, l'uomo del bosco, il "sergente d'inverno",
che narra e rivive la guerra, la ritirata dalla Russia per salvare la
pelle, racconta l'umanità dei nemici quando viene ospitato assieme
ai suoi soldati per vincere la fama e il freddo, un racconto di fronte
a giovani che la guerra non l' hanno mai fatta e che come gli obiettori
non la vogliono né ora né mai; Guido Petter, uno dei maggiori
esperti di psicologia dell'età evolutiva, profondo conoscitore
delle realtà giovanili, scrittore, in particolare di libri per
ragazzi, ma anche della sua esperienza di partigiano ("ci chiamavano
banditi"), ancora molto giovane nelle formazioni partigiane della
Val d' Ossola: lui pure di fronte a giovani che la resistenza non l' hanno
letta neppure nei libri di testo ma che proprio alla resistenza devono
la libertà di poter obiettare.
I luoghi: profondamente simbolici e pregnanti di significato. L' Ossario
di Asiago dove riposano soldati austriaci e italiani vittime della guerra
sull' Altipiano di cui Emilio Lussu ci ha così bene raccontato
("Un anno sull'Altopiano"). In questo luogo di raccoglimento
la testimonianza della nuova generazione di obiettori di coscienza, i
caschi bianchi, operatori di pace in zone di conflitto dal Ruanda alla
Bosnia, da Sarajevo al Kosovo , racconti veri, forti ma detti a bassa
voce per non disturbare chi alla guerra è andato e mai più
è ritornato a casa.
L' incontro è servito a dialogare, "a narrare le diverse generazioni",
a stringersi attorno ad un solo imperativo etico: non dimenticare.
Un grande momento di vera educazione alla pace e alla mondialità.
Alberto Trevisan - Rubano PD
E’ stato un bene abolire la leva?
Scrivo questa mia per fare due considerazioni sul servizio militare.
La legge approvata recentemente non abolisce la naia. Essa invece istituisce
l’esercito professionale.
Il fatto che la naia sia effettivamente abolita è una conseguenza
tutto sommato secondaria.
Quella legge fa sì che in Italia non ci sia più un esercito
di coscritti ma un esercito di professionisti, verosimilmente appartenenti
a una delle due categorie : o gente convinta di tutto tranne che
della nonviolenza, o gente che non ha trovato di meglio.
Io non sarei nemmeno tanto convinto della abolizione della leva obbligatoria.
Insieme alle tasse è l’ultima occasione in cui è sancito
un principio condiviso da tutte le posizioni politiche, tranne l’anarchia :
che uno stato abbai il diritto di esigere qualcosa dai cittadini. Tranne
interpretare questo fatto come un’imposizione arbitraria, ciò
significa che esista, o possa esistere, un organo al di sopra dei singoli
che segue gli interessi della collettività.
Abolire la naia, poi, implica inevitabilmente l’abolizione dell’obiezione,
palestra di civiltà per tanti ragazzi che magari la scelgono per
comodità e scoprono poi un mondo, dei valori e delle idee.
E questo non è affatto bene. Preferirei che non fosse abolita la
naia.
Ritengo quindi che sia stato fatto un grande passo indietro : la
società civile, e il Movimento Nonviolento, sono stati chiusi fuori
da un aspetto importante nella vita del paese, e mi domando come si farà
a impedire che vengano spesi sempre maggiori somme per l’esercito,
quando mancherà il contrattare dei fondi a favore dell’obiezione.
Non credo infatti che decolleranno mai i progetti dei corpi di pace nonviolenti
promossi dagli Stati, troppo compromessi con l’attuale andazzo internazionale,
né immagino facili finanziamenti a favore di organizzazioni transnazionali
e critiche nei confronti di quell’andazzo.
Spero di sbagliare, ma la vedo nera.
Riccardo Baldinotti - Milano
Corpi Civili di Pace in tutto il mondo
L’articolo di Raffaele Barbiero “La sinistra di governo e la
politica militare” (AN, marzo 2001), che ho letto con molto interesse,
parla di tentativi in Italia miranti alla creazione di Corpi civili di
pace. Vorrei aggiungere qualche informazione di quanto si sta facendo
all’estero per completare il quadro in questo campo, ed eventualmente
servirsi di tale contesto per cercare di fare avanzare le cose anche in
Italia, soprattutto a livello operativo.
A parte le Peace Brigades International che in meno di 20 anni si sono
affermate con centinaia di operatori-volontari in paesi come il Guatemala,
Colombia e Sri Lanka, proteggendo la vita di migliaia di persone in pericolo,
e che sono oggi altamente stimate anche nel campo diplomatico internazionale,
esistono molti altri tentativi che, passo dopo passo, stanno diventando
realtà operative, anche a livello di governi e istituzioni internazionali.
È il caso della Germania che, avendo giudicato positivamente l’iniziativa
del Nord-Rhein-Westfalia, ha deciso di stanziare oltre 50 miliardi annui
per la formazione e l’invio di volontari per la pace, di cui circa
70 sono attualmente in servizio in Sudan, Guatemala, Zimbabwe, Bosnia,
Croazia, Kossovo, Camerun e Ciad. C’è poi il governo austriaco
che, in collaborazione con l’OCSE, finanzia la formazione e l’invio
di molte decine, se non centinaia, di giovani - anche obiettori - nei
Balcani. Ultimamente, inoltre, il governo Britannico ha messo a disposizione
nel bilancio di quest’anno quasi 200 miliardi per la prevenzione
di conflitti. Si spera che almeno parte di tali fondi vengano devoluti
alla nuova organizzazione “Peaceworkers UK”, componente della
Rete europea dei corpi civili di pace. Le cose si stanno muovendo anche
in altri paesi, quali Canada, Norvegia, Svezia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera,
Francia, Bangladesh e Sud Africa.
A livello mondiale, c’è poi l’iniziativa lanciata in
occasione dell’Appello per la pace dell’Aia (maggio 1999) :
“Global Nonviolence Peace Force” (GNPF) che sta acquistando
consistenza soprattutto negli USA, grazie all’appoggio delle chiese
pacifiste storiche (Quakers, Mennonites, Brethren). In questo progetto
c’è anche un certo interesse nell’ambito dell’ONU
e di alcuni governi, come quello del Bangladesh, il cui Primo ministro,
Sheikh Hasina, ha scritto personalmente a tutti i capi di stato chiedendo
di sostenere concretamente la GNFP, che è inoltre appoggiata da
numerosi Nobel per la pace, tra cui il Dalai Lama, José Ramas Horta
(Timor Est), Mairead Corrigan (Irlanda del Nord) e Oscar Arias (Costa
Rica).
Infine, desidero segnalare ai lettori di Azione nonviolenta un incontro
internazionale che si tiene a Basilea (4-6 maggio) sui corpi civili di
pace col tema : “Verso un dialogo privato-pubblico”- un’analisi
critico-costruttiva delle iniziative prese a livello di ONG, governi e
istituzioni internazionali. Si esamineranno, inoltre, le possibilità
di confronto e di collaborazione tra enti privati e pubblici.
Franco Perna - Padenghe (BS)
In Turchia due milioni di fantasmi
Il 21 marzo eravamo a Diyarbakir e a Van, in Turchia, per il Newroz,
il Capodanno kurdo.
Non credevamo ai nostri occhi. Oltre 500.000 persone a Diyarbakir, nonostante
i tripli controlli di polizia. 150.000 a Van, davanti alle mitragliatrici
spianate. Due milioni nei villaggi e città del Kurdistan turco
e nelle metropoli turche circondate da baraccopoli di profughi. Due milioni
di uomini, donne, bambini, con i loro colori, canti e balli vietati.
Ci hanno festeggiati, noi, quarantaquattro italiani e italiane, la delegazione
più vasta dall’Europa. Medici, avvocati, sindacalisti, lavoratori,
studenti; Ambasciatori di un’altra Europa possibile. Persone fra
persone.
Fantasmi. Noi e loro. Perché per la televisione e la grande stampa
italiana ed europea il Newroz non è esistito. La polizia turca
ha anche attaccato. A Istanbul una donna è in coma, i feriti sono
decine e centinaia gli arrestati. I fuochi di libertà del Newroz
non si erano ancora spenti, che le squadre del Jitem si scatenavano casa
per casa. Ma grazie al senso di responsabilità di milioni di persone,
non una provocazione è stata raccolta. Non ci sono stati morti.
Occorrevano i morti perché il mondo si accorgesse di loro?
Il 21 marzo i kurdi hanno aperto una pagina nuova. Hanno avviato la loro
"Serhildane (Intifada) politica". E’ come se quei due milioni
di persone si fossero messi in marcia anche loro, verso Ankara ma anche
verso Roma, Ginevra, Strasburgo, Bruxelles, Washington. Un popolo negato
ha gridato la sua esistenza. In faccia alla polizia e all’esercito
ha gridato il nome del suo presidente in catene, legittimato dai giudici
di Roma e di Strasburgo ma rimosso dai politici europei.
Due milioni di persone si sono levate in piedi. Come i palestinesi, non
torneranno mai più in ginocchio. In Turchia cooperare per la pace
e' possibile.
Sentiamo il bisogno di un momento di incontro e riflessione. Per "un
nuovo inizio", che è appunto il significato del Newroz.
Quella giornata di manifestazioni quasi ovunque legali, con la repressione
che l'ha seguita, dimostra che è ancora tutto aperto in Turchia
il bivio fra pace e guerra, fra democrazia e militarismo, fra convivenza
e discriminazione.
Per troppo tempo gran parte dell'arcipelago italiano della solidarietà,
ricco di esperienze dai Balcani alla Palestina al Centroamerica, ha delegato
alla diplomazia l'esito di questo confronto in un paese candidato all'ingresso
in Europa.
Il tessuto di municipalità e società civile protagonista
del Newroz ha bisogno di presenza non episodica, di solidarietà
e cooperazione permanente.
Rafforzare questo tessuto, contrastare la repressione e aprire spazi ai
diritti negati, oggi è possibile. Dunque è necessario.
Vogliamo partire dall'esperienza di questa ed altre delegazioni, e dalle
preziose esperienze di cooperazione avviate da alcuni enti locali ed associazioni
italiane, per dare risposte all'angosciosa domanda formulata da migliaia
di labbra ed occhi agli osservatori italiani a Diyarbakir: "Ma l'Europa,
l'Italia che fa? voi, che fate?"
Dino Frisullo - Roma
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
L’attualità della pedagogia di Maria Montessori
AA.VV. (a cura di Grazia Honegger Fresco), Montessori: perché
no?, Una pedagogia per la crescita. Che cosa ne è oggi della proposta
pedagogica di Maria Montessori in Italia e nel mondo, Franco Angeli, Milano,
2000.
Maria Montessori è ancora oggi vista in modo contraddittorio:
da un lato come una grande innovatrice, dall’altro come l’ideatrice
di un metodo ormai superato. Questo volume invece le rende giustizia,
nel senso che mette in luce l’attualità e la forza delle sue
realizzazioni, che in varie regioni della terra hanno pieno riconoscimento
e una diffusione quale noi in Italia nemmeno immaginiamo.
Esse riguardano l’intera infanzia umana, suddivisa in “piani
di sviluppo”: dal neonato e dal bambino dei primi tre anni alla “Casa
dei Bambini” (corrispondente all’attuale scuola dell’infanzia),
dalle classi elementari alle medie superiori, anche con ragazzi svantaggiati
più o meno gravi, inseriti con gli altri. Per Montessori, ad ogni
fase di sviluppo occorre partire sempre dall’individuo e dare risposte
adeguate, non come se fosse vuoto, ma riconoscendogli tutta la sua potenzialità
ed originalità. Quindi le proposte educative o, più tardi,
le “materie” vanno pensate come “aiuti allo sviluppo”,
liberate dal peso dei continui confronti e dai voti. Grande importanza
riveste a tutte le età la “preparazione dell’ambiente”
come maestro indiretto, come luogo che il bambino o il ragazzo può
esplorare e utilizzare in prima persona. Il risultato è una formazione
alla libertà che, contrariamente a quello che si pensa, esige limiti
chiari e coerenti, ma anche, da parte degli adulti, un consapevole atteggiamento
nonviolento.
Montessori, e forse non tutti lo sanno, aveva progettato anche un’avveniristica
Scuola per gli adolescenti e si era occupata di analfabeti adulti, progettando
concretamente per loro un materiale semplice ed interessante. Di lei ci
sono documenti inediti della fase iniziale dei suoi studi (fra cui uno
assai toccante sulle sue esperienze nella sala anatomica, come giovanissima
studentessa di medicina), lettere, indicazioni circa la sua partecipazione
alle lotte per i diritti femminili; il tutto molto prima di occuparsi
di piccoli bambini.
Il libro - che raccoglie numerosi scritti di autori vari, non solo italiani
- presenta un ampio prospetto delle molte realizzazioni montessoriane
nel mondo. Interessanti le pagine sulla formazione degli educatori e sui
temi della pace. con un’intervista (raccolta da Daniele Novara) a
Renilde Montessori, che riferisce qualche gustoso aneddoto sulla sua celebre
nonna.
Nella parte finale il volume è arricchito da una sorta di storia
del movimento Montessori, in Italia e nel mondo, con i recapiti delle
varie organizzazioni.