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La memoria chiusa in due armadie la coscienza addormentata
Di Elena Buccoliero
Nel discorso di apertura dell’anno giudiziario 2001 è stato
detto che i processi sospesi a carico di criminali nazisti verranno regolarmente
espletati. O almeno - aggiungiamo noi - per quanto sarà possibile
farlo, a quasi sessant’anni di distanza. Quei processi - quasi 700!
- sono stati rinvenuti casualmente nel 1994, durante una ricerca d’archivio
presso la Procura Militare di Roma, in due armadi allucchettati e con
le ante rivolte verso il muro. Lì erano stipate alcune centinaia
di fascicoli “temporaneamente archiviati”.
Cerchiamo di ricostruire il perché di un così lungo ritardo
giudiziario, seguendo le orme di uno di essi, il processo a Michael Seifert.
La pratica venne avviata nel 1946 dalla Procura Generale Militare del
Regno - Ufficio Procedimenti contro criminali di guerra tedeschi - in
ordine al reato di “violenza con omicidio contro privati nemici e
prigionieri di guerra”. Come si legge nell’ordine di iscrizione,
“nel campo di concentramento di Bolzano, durante il lungo periodo
dell’occupazione nazista, trattarono in modo inumano gli italiani
(militari, ebrei ed altri civili) sottoponendoli a continue sevizie e
bastonature, imprigionamenti lunghi, terribili ed estenuanti. Per questo
brutale trattamento, alcuni internati perirono”.
“Mentre i procedimenti penali istruiti a carico di italiani furono
definiti con regolari sentenze”, spiega il P.M. Bartolomeo Costantini,
“quelli a carico di Seifert e degli altri militari nazisti non vennero
trasmessi alla Procura militare competente e procedettero blandamente
per un paio di anni, esclusivamente con qualche richiesta di documenti”.
“Il Procuratore Generale Militare della Repubblica, nel 1960, ordinò
la provvisoria archiviazione degli atti”, conclude Costantini, “motivando
che nonostante il lungo tempo trascorso dal fatto, non si sono avute notizie
utili per l’accertamento della responsabilità”.
“L’Archiviazione temporanea è un istituto che nel diritto
non esiste”, chiarisce Sandro Canestrini, avvocato di parte civile
al processo Seifert per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
e per l’Anpi di Bolzano, oltre che Presidente del Movimento Nonviolento.
“Una denuncia o è archiviata una volta per tutte, o dà
l’avvio ad un procedimento”.
Canestrini commenta il fatto con parole dure e precise.
“E’ uno scandalo nazionale e internazionale di incredibili proporzioni.
I giudici nascosero volutamente quei fascicoli a chiave in un armadio.
Si tratta di settecento processi per omicidio volontario, per strage.
In pratica, quei magistrati si rifiutarono di celebrare i processi”.
“Era tempo di guerra fredda, il mondo si era diviso in due blocchi”,
prosegue Canestrini. “Tutto doveva essere messo a tacere, Italia
e Germania ovest facevano parte del blocco occidentale. Si è impedito
che l’opinione pubblica fosse informata e fosse fatta piena luce
su quei crimini. Siamo stati privati anche delle lacrime per gli eccidi
documentati nei fascicoli. E poi, nel 1994, quando il materiale fu ritrovato,
il mondo politico ha taciuto di fronte a tutto ciò, non ha promosso
alcuna mobilitazione pubblica né riflessioni e ragionamenti”.
Solo nel 1994 questi frammenti di storia sono ritornati alla luce e i
dossier distribuiti alle Procure Militari, in base al principio della
competenza territoriale. “Di fatto”, si rammarica il P.M. Costantini,
“su alcune centinaia di casi arrivati alla Procura di Verona forse
solo 5 o 6 saranno perseguibili. Tanti sono morti, tra gli imputati come
tra i testimoni, e i reati meno gravi saranno ormai prescritti, cioè
non più giudicabili perché troppo tempo è passato”.
Il reato di omicidio, però, non decade, e per Michael Seifert il
tribunale ha pronunciato la condanna all’ergastolo. Secondo Canestrini,
“un processo come quello di Verona, che ripropone le tematiche dell’antifascismo
e dei diritti dell’uomo, è una scossa elettrica che può
risvegliare l’opinione pubblica da un sonno della ragione strisciante,
da un clima di latente appiattimento delle coscienze”.
Purtroppo però, nei giorni del processo abbiamo assistito al più
totale disinteresse di tv e giornali, e dunque dell’opinione pubblica
che, all’oscuro di tutto, non ha avuto la possibilità di “risvegliarsi”...
Nonostante tutto questo, c’è chi non si arrende. A Verona,
Bartolomeo Costantini è sulle orme di Otto Sein, l’SS ucraina
compagno di Seifert. A processo quasi ultimato, in attesa della sentenza,
riusciva a sorridere: “I nazisti sono come le ciliegie. Condannato
uno, viene voglia di prenderne un altro”.
Si può perdonare il nazismo?
E’ possibile riconciliare vittima e carnefice?
Servizi a cura di Elena Buccoliero
- Voglio concederti che da questo pugno di fango impregnato di lacrime
Dio abbia creato un ebreo. Ma non mi vorrai dire che dallo stesso fango
ha creato anche il comandante del lager?
- Tu dimentichi Caino.
- E tu dimentichi dove sei. Caino ha ucciso Abele in un momento di collera,
ma non l’ha torturato. Caino aveva un rapporto personale con suo
fratello: noi siamo dei perfetti estranei per i nostri assassini.
(da “Il Girasole”)
Se sia o no possibile perdonare al nazismo, questo interrogativo muove
il romanzo-saggio “Il Girasole” di Simon Wiesenthal, edito da
Garzanti nel 1970 e dato nuovamente alle stampe nel 2000, a significare
tutta l’attualità di questo argomento nonostante (o proprio
perché) alcuni decenni siano passati.
Il testo è suddiviso in due sezioni. Nella prima, Wiesenthal racconta
un episodio vissuto personalmente quando era detenuto nel lager di Leopoli.
Una giovane SS in fin di vita, attanagliata dal rimorso e dal timore della
dannazione, lo chiama al suo capezzale per confessare i propri delitti
e chiedere perdono.
Il giovane Wiesenthal, dopo aver ascoltato e soccorso il moribondo, esce
dalla stanza senza dare risposta.
L’inquietudine che rimane gli impone di parlare con altri. Nell’immediato,
i compagni di prigionia e, molti anni più tardi, una selezione
di interlocutori “speciali”, diversi per professione, posizione
sociale e politica, religione e nazionalità. Tra di essi, rabbini,
storici, scrittori, filosofi, sacerdoti, teologi, sopravvissuti, nazisti...
Dalla seconda sezione, che raccoglie le numerose risposte inviate a Simon
Wiesenthal, presentiamo alcuni stralci che ricostruiscono posizioni diverse
dello stesso dibattito.
Opinioni a favore del perdono
La prima buona ragione per soccorrere il moribondo è l’adesione
ad una fede - cristiana, per certi aspetti anche ebraica - che chiede
di perdonare chi si pente delle proprie colpe. Molti dei cristiani interpellati
da Wiesenthal rispondono in questo modo, magari attribuendosi il beneficio
del dubbio, poiché è pressoché impossibile mettersi
nei panni di Simon Wiesenthal in modo verosimile e sincero.
Il perdono era dovuto, per la forza del rimorso con cui l’SS chiedeva
di essere ascoltato. “Di nessuno sia dimenticata la colpa”,
scrive Manès Sperber, assistente di Adler e partecipante alla Resistenza,
“ma si perdoni a tutti quelli per cui la colpa è divenuta
una fonte inesauribile di tormentoso rimorso”. E conclude: “Contro
questo perdono non v’è obiezione, come non v’è
obiezione contro la misericordia pacificatrice”.
Ancora, il perdono era dovuto perché nessun uomo può erigersi
a giudice di un altro uomo. Scrive il sacerdote francese Michel Riquet,
vicepresidente dell’Unione nazionale dei deportati: “Il cristiano
che parla in me pensa che non esista un uomo innocente al punto da potersi
erigere a giudice inesorabile degli altri”.
Lo scrittore Hans Werner Richter lo affianca riconoscendo alle SS alcune
attenuanti: “Per me allora i nazisti erano topi di fogna che si dovevano
schiacciare ... ma erano anche uomini, disorientati, creduloni fanatici
e spesso fuorviati. Erano uomini come lei e come me. Io oggi posso perdonare,
ma sempre a fatica, e dopo tanto tempo. Anche noi, caro signor Wiesenthal,
non eravamo e non siamo degli dèi”.
L’SS era sinceramente pentita?
Anche chi rifiuta il perdono, o chi sospende il giudizio, adduce molte
buone ragioni. Alcune riserve riguardano la sincerità della SS
e il senso stesso delle sue parole, ovvero la possibilità o meno
di redimere un peccato collettivo nel dialogo a quattr’occhi al capezzale
di un uomo in fin di vita.
“(La richiesta della SS morente è) insolente”, scrive
Stefano Levi della Torre, pittore e saggista, “perché ancora
una volta il nazista si serviva dell’ebreo come di uno strumento:
esaminato in profondità, il suo gesto si tinge di egoismo, perché
vi si riconosce il tentativo di scaricare su di un altro la propria angoscia”.
Di più: su un “altro” che viene sbrigativamente assunto
a simbolo di tutte le vittime. “Pregando un ebreo di assolverlo per
ciò che aveva fatto ad altri ebrei, ci lascia nel dubbio se avesse
in realtà superato l’opinione nazista di giudicare gli ebrei
meno che entità umane intercambiabili piuttosto che esseri umani”,
riflette Harold Kushner, rabbino nel Massachussetts.
Secondo lo scrittore Roger Ikor, membro della Lega internazionale contro
l’antisemitismo e il razzismo, proprio questo rendeva impossibile
perdonare: “La SS rappresentava tutte le SS, tutto il sistema nazista...
dal canto suo Wiesenthal (rappresentava) tutta la deportazione. Non poteva
perdonare per ciò che egli incarnò e per ciò che
incarnava il suo interlocutore”.
Alcuni interpretano il gesto del morente come un tentativo opportunista
di “cavarsela” alla svelta. “In punto di morte non si ha
nulla da perdere. Allora si può tentare di guadagnare qualcosa...
il pentimento è anche un affare”, considera ancora Levi della
Torre, e si completa solo se conduce alla riparazione del male commesso:
“Se si fosse valso del diritto di un morente a essere ascoltato e
avesse chiamato i suoi camerati per denunciare di fronte a essi il proprio
e il loro crimine, allora, al contrario, avrebbe cercato di fare della
propria crisi privata un atto pubblico di denuncia”.
Difatti, come ci ricorda il sacerdote John Pawlikowski, membro della Commissione
dei vescovi cattolici per i rapporti con gli ebrei, reati come quelli
del nazismo non possono essere assolti individualmente, richiedono una
forma pubblica di perdono, cioè “la riconciliazione... un
processo molto più lungo e più complesso, che comporta pentimento,
contrizione, accettazione di responsabilità e, infine, riunione”.
A chi spetta perdonare?
Secondo la religione ebraica, il perdono delle colpe spetta alle vittime,
e soltanto a loro. Per questo chi si macchia di omicidio non ha speranza
in questa vita: se le vittime non ci sono più, nessuno può
perdonare. Soltanto Dio, forse, alla fine dei tempi. Queste parole vengono
ripetute, nel corso del Girasole, da quasi tutti gli interpellati di religione
ebraica, e non soltanto da loro. La questione è talmente seria,
che pone un limite persino alla misericordia di Dio.
Paolo De Benedetti, docente di giudaismo presso l’Università
di Milano, precisa che “A Kippur (giorno della purificazione nella
religione ebraica, n.d.r.) Dio perdona le colpe commesse contro di lui
ma non quelle commesse contro il prossimo”. E, citando Enzo Bianchi:
“Non si deve porgere la guancia dell’altro”.
Perché il perdono “per conto terzi”, il perdono a buon
mercato, “coltiva una sensibilità nei confronti dell’assassino
al prezzo dell’insensibilità verso la vittima. (Cynthia Ozick,
scrittrice).
Con una conclusione paradossale, presentata da Levi della Torre quando
interpreta provocatoriamente chi si assume il diritto di concedere assoluzioni:
“Noi abbiamo perdonato i vostri persecutori. Ma non perdoniamo voi
perché non perdonate. In conclusione, i nazisti sono perdonati,
gli ebrei no”.
Primo Levi, in appendice a Se questo è un uomo, sottomette il perdono
al pentimento sincero: “Non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né
sono disposto ora o in avvenire a perdonare ad alcuno, a meno che non
abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di
essere diventato consapevole delle colpe o degli errori del fascismo nostrano
e straniero, e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza
e da quella degli altri. ... Ma un nemico che si ravvede ha cessato di
essere un nemico”.
Perché un’altra paura, è che assolvere significhi cancellare
il male.
Ascoltiamo Albert Speer, ministro degli armamenti di Hitler dal 1940 al
1945, condannato a 20’anni nel processo di Norimberga: “Afflitto
da indicibili sofferenze, inorridito dai tormenti di milioni di esseri
umani, ho confessato la mia parte di responsabilità... Nemmeno
dopo vent’anni di reclusione posso perdonarmi... E lei, signor Wiesenthal,
dovrebbe perdonare, anche se io non posso perdonare me stesso?”
Perdonare, ricordare, rendere giustizia
“Si deve dimenticare prima di poter perdonare? E’ possibile
conservare la memoria dell’oltraggio, e tuttavia perdonare? E a quali
condizioni ciò può avvenire?”, si domanda Manes Sperber.
Il primo imperativo, di fronte ad una tragedia di dimensioni così
grandi, è non dimenticare.
“Martire, nell’etimo greco, vuol dire testimone. La testimonianza
era la prima virtà del cristiano. Quando prevarica sulla testimonianza,
il perdono è contiguo al condono e somiglia all’oblio, è
l’opposto della testimonianza”, precisa Levi della Torre. “Contrariamente
alle apparenze, talvolta chi perdona compie un atto di presunzione e usurpa
un diritto non suo, talvolta chi non perdona compie un atto di umiltà”.
Durante il processo ad Eichmann, Roger Ikor ricorda di avere proposto
di celebrare un processo per ogni vittima, in tutto sei milioni di processi:
“ognuno ha diritto ad un suo processo personale: era un essere umano,
quindi è stato individualmente assassinato. Accettare il processo
collettivo significa, in un certo senso, fare il gioco dei massacratori,
che consisteva nell’annullare gli individui sotto quell’entità
astratta che è il numero”.
Dio punisce e perdona
Hans Habe, giornalista viennese, ci svela un aspetto illuminante della
concezione ebraica del perdono.
“Perdonare è l’imitazione di Dio. Ma anche la punizione
lo è. Dio punisce e perdona: in questa successione. Ma Dio non
odia. Questo è il modello: degno di essere seguito e forse irraggiungibile”.
Ci dice Habe: il perdono non esclude affatto che si debba rendere giustizia.
Dio è un padre giusto, quindi punisce i suoi figli, ma li ama e
per questo li perdona. “Mi sembra indifferente che lei abbia o non
abbia perdonato... Ma lei non ha odiato l’assassino morente. E questo
è l’inizio. Il perdono senza giustizia è una presuntuosa
debolezza. La giustizia senza amore è l’illusione della forza.
E noi dobbiamo trovare la via per uscire e non per amore degli assassini,
ma di noi stessi. Né l’amore, che si esprime nel perdono,
né la giustizia, che esige la punizione, ci aiuteranno da soli
a uscire dal labirinto”.
Via Resia a Bolzano Il campo della memoria
Il lager di Bolzano - Polizeiliches-Durchgangslager-Bozen - fu uno dei
quattro campi di concentramento esistenti in territorio italiano, oltre
a quello di Fossoli nei pressi di Carpi (Modena), Borgo San Dalmazzo in
provincia di Cuneo ed alla Risiera di San Sabba di Trieste. Il Lager contava
sui lager satellite di Bressanone, Merano, Sarentino, Campo Tures, Certosa
di Val Senales, Colle Isarco, Moso in val Passiria e Vipiteno. Entrò
in funzione nel luglio 1944, nell’attuale via Resia, sotto il distretto
catastale di Gries, quando il campo di Fossoli non fu più ritenuto
sicuro. A Bolzano venne trasferito il nucleo di comando di Fossoli, tra
cui il tenente Karl Titho e il maresciallo Hans Haage, supportato da alcuni
sudtirolesi e da guardie appartenenti ad altre nazionalità.
I prigionieri: Non si è a conoscenza del numero esatto dei prigionieri
che vi transitatarono: sappiamo però che furono almeno 11.116,
soprattutto prigionieri politici, partigiani, ebrei, zingari e alleati.
Tra le donne, molte le militanti antifasciste, le ebree, le zingare, le
slave, e le mogli, sorelle e figlie di perseguitati antifascisti. Infine
i bambini, provenienti da famiglie ebree, zingare e slave già deportate
per motivi razziali.
I trasporti: Tra il luglio ‘44 e il febbraio ‘45, dal lager
di Bolzano, nato come campo di transito, partirono numerosi trasporti,
soprattutto di ebrei, verso i campi di sterminio di Ravensbrück,
Flossenbürg, Dachau, Auschwitz e Mauthausen. Solo 100-150 ebrei rimasero
poi nel campo dopo il febbraio '45, quando non fu più possibile
far passare i convogli per la strada del Brennero, perché gli alleati
avevano bombardato le linee ferroviarie.
La struttura del campo: Il lager occupava un’area di circa 2 ettari
circondata da un muro di cinta sul quale era stato ulteriormente fissato
del filo spinato. La struttura comprendeva due grandi capannoni in muratura
suddivisi in blocchi separati da tramezze, uno per le donne e gli altri
per gli uomini. Di fronte all’ingresso, sul fondo del campo, era
posizionata una baracca che costituiva il blocco celle, ovvero la prigione
del campo, destinata ai detenuti considerati pericolosi, a chi era sottoposto
a punizione o a chi doveva subire un interrogatorio.
Le violenze: Benché le condizioni di vita fossero meno disumane
che nei campi di concentramento e di sterminio, le punizioni frequenti,
le violenze e le angherie, il cibo scarso, le precarie condizioni igieniche,
la costante presenza di parassiti, il lavoro massacrante e le rigidi temperature
invernali rendevano dura e penosa l’esistenza quotidiana nel campo.
Bastonature crudeli avvenivano nella palazzina del comando ed entro le
celle, specialmente per opera di due ucraini, Otto Sein e Mischa Seifert,
processato a Verona nel novembre 2000. A tutt’oggi risulta difficile
quantificare le vittime del campo: sappiamo che 23 persone vennero uccise
il 12 settembre 1944 a colpi di pistola e seppellite in una fossa comune.
Gli internati ebrei morti all’interno del campo di Bolzano furono
14, 6 dei quali per le sevizie subite.
Il dissenso: Nel campo esisteva una struttura politica clandestina interna,
che riproponeva nella sua fisionomia quella del Comitato di Liberazione
Nazionale. Questa aveva il compito di assistere gli internati, procurare
loro del vestiario, introdurre cibo nel campo, mantenere i contatti fra
le famiglie ed i prigionieri, organizzare evasioni. A quanto pare furono
circa un’ottantina le evasioni preparate. Non sempre però
le fughe ebbero un esito positivo; gli internati catturati dopo un tentativo
d’evasione venivano riportati in campo dove venivano uccisi o subivano
una durissima punizione, come monito agli altri prigionieri al fine di
inibire altri possibili allontanamenti.
La liberazione: Il campo venne liberato alla fine dell’aprile 1945:
a partire dal 29 aprile e fino al 3 maggio gli internati cominciarono
ad essere rilasciati, pare a seguito di trattative fra la Croce Rossa
Internazionale, esponenti partigiani di Bolzano ed il comando del Lager.
Tutti i prigionieri ancora presenti, circa 3.500 persone, ricevettero
un certificato firmato dal comandante Titho e vennero condotti fuori dalla
città. Gli ebrei furono trasferiti a Merano, assistiti dalla Croce
Rossa e poi riportati alle loro case.
Oggi: Del campo di Bolzano-Gries non rimane più traccia, solo il
muro di cinta che circonda palazzi di edilizia popolare e una stele in
ricordo degli internati.
Testimoni: Don Domenico Girardi
“Quando l’odio si trasforma in pietà”
Don Domenico Girardi ha 89 anni molto ben portati, e se qualcuno gli
dà del vecchio, si sente profondamente offeso. Nel lager di Bolzano
è stato recluso per un mese appena, nell’aprile 1945.
“Ero parroco in un paesino della Val di Fiemme e davo da mangiare
e da bere, assistenza umana insomma, a russi, americani e disertori tedeschi”,
racconta don Domenico. “Ero accusato di assistenza a due disertori
dal fronte di Cassino che si erano effettivamente fermati da me per un
paio di mesi”.
Difatti portava sulla tuta il triangolo rosso, quello dei detenuti pericolosi,
insieme al numero.
“Quella era una delle sofferenze maggiori. Era nome, cognome, titolo
di studio, posizione sociale. Peggio di un cane. Chi non l’ha provato
non conosce questo avvilimento della personalità. Un cane ha un
nome: Fido, Bobi, noi non eravamo neanche un cane, soltanto un numero”.
Nonostante il tempo trascorso, l’esperienza del lager è ancora
dolorosamente viva nella memoria. Qualche momento prima dell’interrogatorio,
don Domenico la ricorda confessando l’odio che ha provato verso i
nazisti, nonostante il suo abito talare.
Lo ricorderemo, don Domenico, per la fatica di sintetizzare desiderio
di giustizia e sentimento di pietà. “Dopo tutti questi anni”
scuote la testa pensando a Mischa, prima di testimoniare, “ormai
sarà un vecchio anche lui…”.
“Una volta che mi poteva costar cara sì, perché...
Era morto mio papà. Per me papà e mamma erano tutto, come
io per loro, anche, ero tutto. Per caso ho saputo che mio papà
era morto il 14 aprile. Sono andato dal Lagerfuhrer, ho detto: “Mio
padre è morto, fatemi qualsiasi conversione, ma lasciatemi vedere
mia mamma. Soldi non ne ho da pagare le guardie, ma a casa ho campi, prati,
venderò uno di quelli ma lasciatemi veder mé mama - perché
lei non sapeva neanche se ero vivo o morto. Quello lì si alza,
mi viene vicino e mi dà un calcio - avevo dietro 14, 15 scalini
- e mi piglia di striscio. Sento qualche cosa di umido andar giù,
sulla parte deretana, tocco con la mano ed è sangue. Quando sono
stato sotto nel piazzale mi sono voltato, non ero più capace di
dominare me stesso. “Heute mir, morgen dir”, “Oggi tocca
a me, ma domani può toccare a te”. E l’altro prende la
rivoltella, crick-crack, e io via per il piazzale come un serpente, a
zig-zag. Non ha sparato, però”.
Testimoni di un passato che non si può dimenticare
Michael Seifert, detto Mischa, aguzzino del lager di Bolzano, è
stato condannato all’ergastolo. Il processo si è svolto a
Verona nel novembre 2000.
Il Seifert di cui parliamo ci guarda da un lucido proiettato sulla parete
dell’aula del Tribunale Militare di Verona. Ha vent’anni e la
divisa da SS. Il quotidiano di Vancouver – la città canadese
dove si è rifugiato nel 1951 e dove vive tutt’ora – lo
riprende, insospettabile signore, vestito da pescatore, mentre si occupa
del suo hobby preferito. Oggi ha 76 anni. Di più non sappiamo,
se non il rifiuto a scegliersi un avvocato difensore, la determinazione
a ritardare per quanto possibile l’estradizione, e la donazione alla
moglie di ciò che possiede, per scansare rivalse sui beni di famiglia.
Dopo la guerra infatti Seifert si è sposato con una ragazza di
nome Christine, ha avuto un figlio di nome John che probabilmente avrà
cresciuto con tenerezza...
I testimoni arrivano emozionati, cauti. I più giovani hanno superato
la settantina, c’è imbarazzo. Si ha l’impressione che
l’aula e i tempi del tribunale non siano i migliori perché
chi ha subito possa parlare. E poi, per ognuno è una storia diversa.
C’è chi ha cercato di dimenticare, chi ha perdonato, chi non
si è mai arreso, chi chiede giustizia... I più timidi sembrano
chiedere scusa di essere qui, a riportare a galla il passato. La gentile
signora altoatesina che nel lager lavava i panni dei morti, ancora si
dispiace perché la resa non era quella voluta, “con il sapone
che c’era, capirà, tutto quel sangue…”
Nella Lilli Mascagni è tra i testimoni più importanti. E’
deceduta prima dell’udienza, per lei parla il verbale dell’incidente
probatorio. “Michael Seifert e Otto Sein erano sempre insieme”,
racconta. “Erano prigionieri per avere violentato delle ragazze,
e col loro comportamento zelante dovevano dimostrare di essersi redenti”.
Sette e Otto - così li chiamano alcuni prigionieri, perché
anche nel lager si è capaci di scherzare... - sono i guardiani
delle celle di rigore, dove stanno rinchiusi. La loro cella è in
realtà l’unica ad essere aperta. Seifert e Sein hanno in consegna
le chiavi di tutte le altre, da cui possono entrare ed uscire quando vogliono,
e muoversi nel campo a loro piacimento. Più che una punizione,
sembra un trattamento di favore. Le celle in tutto erano cinquanta, piccole
da starci in due in piedi, senza materassi né coperte. L’ultima,
completamente buia, era il luogo delle torture.
Cosa avveniva esattamente, nessuno l’ha potuto raccontare. Erano
delitti perfetti, nessuno doveva assistere. I cadaveri poi venivano occultati
dietro un rifugio o trascinati via da quello che un testimone ricorda
come “un carro militare con le ruote alte così, tirato da
non so che asino rognoso. Portava via qualche cosa di coperto, non ho
visto che cos’era ma…”.
Un meccanismo così ben oliato ha necessariamente degli errori,
delle sviste, delle inceppature fortuite. Piccole coincidenze hanno permesso
che arrivassero fino a noi le testimonianze, quasi certamente parziali,
di quello che avveniva. C’era chi aveva spiato in un corridoio…
chi era stato chiamato a spostare i cadaveri… a pulire le celle prima
della visita della Croce Rossa…
“La notte di Pasqua del ‘45 i due ucraini uccisero a bastonate
un ragazzo di 18 anni”, racconta ancora Nella Lilli Mascagni, rinchiusa
in una cella attigua a quella “della morte”. “Sentivo le
ossa di questo ragazzo che scricchiolavano ad ogni bastonata e lui invocava
sua madre urlando. La mia cella era aperta. Mentre i due ucraini infierivano
su quel ragazzo, io e gli altri prigionieri urlavamo e dicevamo loro di
smetterla, dicevamo ad alta voce <<Basta! Basta!>>, non avevamo
più paura di niente e urlavamo loro di smettere di picchiare quel
ragazzo. Ad un tratto il ragazzo non urlò più”.
Non si sapeva con quale criterio Mischa e Otto scegliessero le loro vittime.
“Era un bambino nella stanza dei giochi”, spiega con orrore
la signora Scala. “Entrava nei blocchi, si guardava intorno e sceglieva.
Tutti noi eravamo terrorizzati. Ricordo una domenica alla messa, nel silenzio,
grida prolungate di dolore che provenivano dalle cellette”.
Oppure lo vedevano, Michael Seifert, uscire dal blocco celle ed entrare
in cucina per lavarsi le mani insanguinate.
Non sono mancati i tentativi di fuga, quasi sempre non riusciti.
C’è stato fortunatamente anche qualche lieto fine, come quello
che ci hanno raccontato il signore e la signora D’Antoni. Si sono
incontrati al lager di Bolzano, dove uomini e donne non potevano parlarsi.
Faceva freddo, la fonte era ghiacciata. Gli uomini andavano a lavarsi
per primi e spaccavano il ghiaccio anche per le donne. Da Bolzano sono
stati trasferiti a Merano, dove gli incontri erano più facili,
e si sono innamorati. Sono felici insieme ormai da 52 anni.
I capi di imputazione a carico di Seifert
Il nazista che si divertiva ad uccidere
Michael Seifert è stato processato per “concorso in violenza
con omicidio contro privati nemici, aggravata e continuata”. Di seguito,
dai verbali del Tribunale, la descrizione dei reati a lui imputati:
1) la sera di un giorno imprecisato del febbraio 1945, nelle celle d’isolamento
del lager, in concorso con il Cologna, con il Sein e con un italiano rimasto
ignoto, portava un prigioniero non identificato nel gabinetto e lo torturava
lungamente anche con il fuoco per indurlo a rivelare notizie, cagionandole
la morte che sopravveniva la mattina del giorno successivo;
2) in un giorno imprecisato ma comunque compreso fra l’8 gennaio
e al fine di aprile 1945, nelle celle d’isolamento del lager, in
concorso con il Sein, uccideva una giovane prigioniera ebrea non identificata
infierendo sul suo corpo con colli di bottiglie spezzati;
3) in un giorno imprecisato verso la fine del mese di gennaio 1945, nella
cella d’isolamento posta di fronte a quella contraddistinta dal numero
29, su ordine del Cologna e in concorso con il Sein, uccideva una prigioniera
di 17 anni, dopo averla torturata per cinque giorni con continue bastonature
e versandole addosso secchi d’acqua gelida;
4) in un giorno imprecisato ma comunque compreso fra il 20 gennaio ed
il 25 marzo 1945, nelle celle d’isolamento del lager, in concorso
con il Sein ed il Cologna, uccideva un prigioniero non identificato che,
scoperto a sottrarre generi alimentari e di conforto da un magazzino,
era stato ristretto in cella, lasciandolo senza cibo per tre giorni e
bastonandolo fino a cagionarne la morte;
5) in un giorno imprecisato ma comunque compreso fra il 20 gennaio ed
il 25 marzo 1945, nelle celle d’isolamento del lager, in concorso
con il Sein, uccideva un prigioniero ebreo di circa 15 anni rimasto non
identificato, lasciandolo morire di fame;
6) fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 1945, in concorso
con il Sein, nelle celle d’isolamento del lager, dapprima usava violenza
carnale nei confronti di una giovane donna incinta non meglio identificata,
indi le lanciava addosso secchi di acqua gelata per convincerla a rivelare
notizie ed infine la uccideva;
7) nella notte fra il 31 marzo (Sabato Santo) e il 1° aprile (Pasqua)
1945, in concorso con il Sein, nelle celle d’isolamento del lager,
dopo aver inflitto violente bastonature al giovane prigioniero Bortolo
Pezzutti, lo uccideva squarciandogli il ventre con un oggetto tagliente;
8) nel marzo 1945, in concorso con il Sein, Cologna ed altri militari
tedeschi, sul piazzale del lager uccideva con pugni e calci un prigioniero
che aveva tentato la fuga;
9) fra la fine di marzo e l’inizio di aprile 1945, sul piazzale del
lager, in concorso con Sein e Cologna, colpiva con calci due internati
non identificati e poi li finiva con colpi di arma da fuoco;
10) fra la fine di marzo e l’inizio di aprile 1945, nelle celle d’isolamento
del lager, in concorso con il Sein, uccideva un giovane prigioniero non
identificato massacrandolo e poi ne introduceva il cadavere nella cella
completamente buia nella quale era ristretta un’internata, la quale
decedeva di lì a poco;
11) tra la fine di gennaio ed il mese di febbraio 1945, nelle celle d’isolamento
del lager, in concorso con il Sein, torturava lungamente un giovane prigioniero
non identificato anche con l’infilargli le dita negli occhi, cagionandone
la morte;
12) tra il 1° e il 15 febbraio 1945, nelle celle d’isolamento
del lager, in concorso con il Sein, uccideva la prigioniera Leoni Giulia
in Voghera, ebrea, e la figlia di costei Voghera Augusta in Menasse, torturandole
per circa due ore, versando loro addosso acqua gelida e infine strangolandole;
13) il 1° aprile 1945 (giorno di Pasqua), nelle celle d’isolamento
del lager, in concorso con il Sein, uccideva un giovane prigioniero non
identificato dopo averlo torturato per circa quattro ore;
14) un giorno imprecisato dei mesi di febbraio o marzo 1945, nei locali
dell’infermeria del lager, in concorso con il Sein, picchiava con
un manganello un giovane italiano rimasto non identificato fino a fargli
perdere coscienza e lo lasciava nell’infermeria dove il giovane decedeva
per le ferite riportate;
15) un giorno imprecisato del dicembre 1944, e comunque poco prima del
giorno 25, su ordine del responsabile della disciplina maresciallo Hans
Haage e agendo in concorso materiale con il Sein, sul piazzale del lager,
dopo aver legato alla recinzione un prigioniero che aveva tentato la fuga,
alla presenza di tutti gli altri prigionieri fatti appositamente schierare
a Titholo di ammonizione, lo colpiva selvaggiamente e lo lasciava legato
alla recinzione, cagionandone la morte che sopraggiungeva entro la mattina
del giorno successivo.
Josef e Franz, due granelli di sabbia nel motore della macchina di Hitler
Mayr-Nusser
La figura di Josef Mayr-Nusser suscita interrogativi, tanto più
se si riesce a vedere le sue vicende come una possibile chiave di lettura
del nostro presente, apparentemente lontano dalla guerra, ma così
vicino alle intolleranze, ai nazionalismi, alle violenze tramite le quali
il più forte mette a tacere il più debole. Si legge di un
fiato il libro di Francesco Comina, Non giuro a Hitler, ed. San Paolo,
pp.116, £ 18.000
A distanza di 55 anni la storia di "Pepi" Nusser è attuale
come non mai. E commuove profondamente. Non optante al tempo della tragica
scelta tra Italia fascista e Germania nazista, Josef viene richiamato
alle armi ed inquadrato nelle SS. Un atto al di fuori dell'ordinamento
internazionale che impedisce ad una potenza occupante di richiamare nelle
file del proprio esercito cittadini di altro Stato. Josef Mayr-Nusser,
sposato e con un figlio piccolissimo, rifiuta di giurare fedeltà
a Hitler. "L'impellenza di tale testimonianza è ormai ineluttabile
- scrive alla moglie dal carcere -, due mondi si stanno scontrando".
Incarcerato e destinato al campo di concentramento, il 24 febbraio 1945
Mayr-Nusser viene trovato morto su un carro bestiame fermo alla stazione
di Erlangen.
Comina si cala in modo appassionato nei panni dell'obiettore Josef, ne
descrive il cammino, la vita esemplare, l'urgenza di essere testimone.
Testimone scomodo allora come oggi.
La domanda che l'uomo qualunque si pone di fronte a queste scelte così
radicali è questa: è valsa la pena morire per non dire sì
a Hiltler? Sono tante le piccole bugie che si dicono nel corso della vita...
Sono tanti i piccoli compromessi necessari per tirare avanti, è
valsa la pena lasciare una donna vedova ed un figlio orfano? La risposta
la dà lo stesso Mayr-Nusser: se mai nessuno dirà il suo
no ad un sistema ingiusto, quel sistema continuerà a mietere le
sue vittime. Non è questo un atteggiamento profondamente cristiano?
Josef ha, in quegli anni confusi, una consapevolezza totale: "Due
mondi si stanno scontrando" e dunque "l'impellenza di tale testimonianza
è ormai ineluttabile". Dare testimonianza: è questa
la chiave di una scelta tragica, consapevole, incamminata diritta verso
il sacrificio della vita. Il libro di Comina impedisce alla storia di
"archiviare il caso Mayr-Nusser". Rende vivo quel personaggio,
testimone della fede e del rapporto con il mondo, la politica, il potere.
Jagerstatter
“Franz Jagerstatter un contadino contro Hitler” ( Ed. Berti,
Erna Putz ) è il titolo assai significativo della storia di uno
dei pochi obiettori di coscienza austriaci contro il nazionalsocialismo:
per questo il 9 Marzo 1943 fu decapitato a Berlino nel carcere di Brandeburgo..
Il libro, ora tradotto in Italia grazie alla costanza del Gruppo di Trento
“Franz Jagerstatter”, curato da Giampietro Girardi, approfondisce
con documenti inediti e originali (lettere di Jagerstatter) una precedente
biografia arricchendo il racconto e soprattutto facendo cogliere lo stato
d’animo di Jagestatter prima, durante e persino nei pochi attimi
prima che precedettero la sua decapitazione a Berlino.
Un contadino di un piccolo paese, St. Radegund a 40 Km da Salisburgo,
che la sorte ha voluto far nascere solo a 10 Km da Brunau in Germania,
dove nacque Hitler: in pochi chilometri di terra, segnata da un confine
tra due nazioni, un uomo giusto e un uomo efferato, crudele.
La lettura del libro di Erna Putz, dove si alternano momenti della biografia
di Franz con le numerose lettere ai familiari, alla moglie, al vescovo
e ai sacerdoti, è la chiave di lettura di una scelta estrema che
per tanti anni o non è stata capita in paese e in Patria o è
stata rimossa : solo il coraggio di una presenza altrettanto forte
ma discreta della moglie Franziska e delle figlie hanno a poco a poco
sbloccato la situazione. Il problema riguardava soprattutto i paesani
che erano morti sulla linea russa per compiere il proprio dovere e che
anch’essi sono ricordati in quello splendido giardino che è
il cimitero di St. Radegund.
Ora il 9 Agosto di ogni anno gente da tutto il mondo arriva a St. Radegund
per non dimenticare il sacrificio per la pace di F. Jagerstatter e può
anche visitare la sua casa che è rimasta tale e quale come al momento
della sua dipartita per il carcere e che oggi rappresenta per singoli
e gruppi un momento di meditazione.
Albert Camus così scrive di Franz Jagerstatter : ”è
nella cornice di questo piccolo villaggio isolato che un modesto campagnolo
è diventato un ribelle. Ma il suo rifiuto non è una rinuncia :
egli è anche un uomo che dice SI fin dall’inizio, un uomo
che accetta di morire e di mostrare con ciò di sacrificarsi a favore
di un bene che ritiene superi il suo personale destino”.
Alberto Trevisan
La Shoah di ieri e di oggi Da Auschwitz all’Africa
Di Sandro Canestrini
Nei giorni scorsi le comunità israelitiche hanno ricordato in
tutto il mondo l’anniversario dell’entrata liberatrice delle
truppe sovietiche nel campo di concentramento di Auschwitz, così
liberando i 50 mila detenuti che erano già scelti per una sicura
morte, come tutti gli altri che li avevano preceduti.
Abbiamo partecipato a questo giorno della memoria con affetto e comprensione.
Invece la manifestazione è caduta nell’indifferenza dell’opinione
pubblica più generale, che già si appresta a votare alle
prossime elezioni soltanto per chi promette, come dicevano i latini, panem
et circenses, che oggi vuol dire il mangiare, spesso troppo, e i giochi
che non sono più del circo ma coinvolgono anche la televisione
e simili altri divertimenti.
È stato detto che chi dimentica il passato è destinato a
riviverlo e vi sono coloro che sono preoccupati di questa dimenticanza
perché da essa possono nascere nuovi tentativi di soluzioni violente
dei problemi delle nazioni. In un nobile appello, il Presidente nazionale
delle comunità israelitiche ha dichiarato che oggi gli israeliti
si battono non solo per ricordare la propria libertà ma anche a
favore di tutte le minoranze che sono perseguitate o oppresse. Io ho sentito
il dott. Luzzatto, Presidente nazionale di quelle comunità, ricordare
in modo particolare coloro che dall'Africa vengono spinti, per ragioni
di sopravvivenza, in Europa, dichiarando espressamente tutta la solidarietà
anche per questi sventurati confratelli.
Non dobbiamo dimenticare: né Auschwitz, né l'infinito numero
di perseguitati politici e religiosi del mondo, a cominciare dalle cosiddette
guerre sante e le cosiddette crociate della chiesa, su e su fino a quando
è stato scoperto che anche lo stato moscovita, che pure era stato
fondato su principi di eguaglianza e di libertà, si era macchiato
dell'infamia dei lager.
Al di là delle risultanze temporali della storia, al di là
delle sue stesse contraddizioni, bisogna innalzare la bandiera di pace
e di fratellanza, unica bandiera che può unire i popoli.
Un intellettuale di Praga, Julius Fucic, salendo nel 1942 il patibolo
dei nazisti, aveva gridato, mente la corda gli stringeva già il
collo: "Uomini non dimenticate!".
La marcia zapatista degli indigeni e la nonviolenza
attiva in Chiapas
Di Pietro Ameglio *
Lo zapatismo, e la caduta elettorale del partito di governo (PRI) dopo
71 anni, sono le due migliori cose che sono capitate al nostro paese nell’ultimo
decennio. Il primo ha fatto affiorare il meglio (solidarietà, forza
morale per evitare lo sterminio, capacità organizzativa...), ed
il peggio (razzismo, ipocrezia: “di cosa hanno paura, perchè
si coprono il volto?”, intolleranza, repressione...) della società
messicana. Questo movimento indigeno è stato fin dall’inizio
uno specchio per tutti noi, dove non vedendo le loro facce vedevamo le
nostre crudamente nude e limitate. Sono anche riusciti ad instaurare a
livello nazionale il tema indigeno e delle minoranze; la loro lotta non
è solo per gli indigeni del Chiapas, ma per quelli di tutto il
paese, che rappresentano circa il 10% della popolazione (12 milioni).
Le 56 etnie che abbiamo sono sempre state un’inosservabile sociale
e politico nazionale.
Per avvicinarci al tema, la prima condizione, mi sembra, deve essere
rompere i pre-giudizi ed il feticismo verso le armi; non solo vedere ma
piuttosto riuscire a guardare questo movimento sociale con certa profonditá.
Nemmeno nascondere o mistificare niente: si tratta di un popolo in armi,
in autodifesa armata di fronte alla sua possibilità di scomparsa1
fisica, sociale e culturale (non è una guerriglia di pochi illuminati),
che però realizza l’enorme maggioranza delle sue azioni, sul
piano della strategia e la tattica, nel campo della non-violenza attiva:
“Vogliamo che ci aiutate a che i nostri fucili siano inutili…Se
esiste un’altra strada fatecela vedere” (gennaio, agosto 1994).
Per molti versi la società civile nazionale ed internazionale
ha reagito a questa sfida, riportando la guerra un poco di più
sul terreno della politica, al meno della tregua. È opportuno chiarire
subito: sia lo zapatismo, e molto piú ancora la società
civile, sono ancora due progetti fragili in permanente costruzione e formazione,
umanizzazione, che dobbiamo aiutare e di cui dobbiamo farci carico affinchè
non scompaiano; sono processi di media e lunga durata. A momenti sono
più un desiderio che una realtà, a momenti viceversa. Ma
è innegabile che si può parlare sempre di più di
una cultura zapatista e non di un movimento sociale indigeno geograficamente
isolato, come il governo precedente cercava di far credere.
D’altra parte, il governo non ha regalato nè concesso niente
all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ma la società
civile nazionale ed internazionale e l’EZLN hanno saputo costruire
situazioni massive di forza e rottura morale non-violenta, davanti alle
quali l’esercito, i gruppi paramilitari ed il regime non hanno potuto
atturare una repressione per l’alto costo sociale, economico e politico
che avrebbero pagato. In questo senso credo che si stiano sviluppando
in Messico, e specialmente nel sudest, negli ultimi sette anni, una serie
di azioni nonviolente molto originali e creative per la storia di questa
cultura, sia dal punto di vista dell’azione che da quello della costruzione
sociale. In diverse occasioni in questi anni si é riuscita ad attivare
nel piano della lotta nonviolenta, e giá non solo della solidarietá,
una parte importante della riserva morale della societá messicana,
cosa che non risulta affatto facile e succede raramente nella storia.
Allora, quali sono le armi dello zapatismo? Queste sono soprattutto morali2,
espresse molto nei corpi che si rifiutano di cooperare con il sistema
o realizzano azioni di interposizione nonviolenta. Non bisogna dimenticare
che sono un popolo accerchiato da sette anni con circa 70 mila soldati
organizzati in gruppi paramilitari e di civili armati, che li reprimono
impunemente e constantemente. Gli zapatisti hanno sviluppato, insieme
alla societá civile, una gran serie di azioni molto creative, con
umorismo ed originali, che vanno dalle “carovane e accampamenti per
la pace” che rompono il cerchio militare e proteggono le comunitá
indigene, alla creazione di una propria “forza aerea” fatta
con aeroplani di carta che portano delle lettere per i soldati di Amador
Hernández.
Una parte centrale della strategia zapatista è stata la costruzione
di frontiere, prima fra le quali quella dell’autorispetto, l’assunzione
della propia dignità e presa di coscienza come soggetti sociali
con identitá indigena. Questo processo, durato almeno una ventina
d’anni, viene descritto con le parole degli anziani mayas tzeltali
con cui lavoriamo: “prima ci siamo accorti con la Bibbia che Dio
non voleva che vivessimo cosí sfruttati come animali; poi, dopo
aver provato in tutti i modi ad organizzarci e a protestare per i nostri
diritti, ci siamo accorti che non ci restava altra strada che usare altre
armi per fermare la morte che ci inseguiva e richiamare l’attenzione
pubblica”. Ecco l’origine del “Già Basta” del
1º gennaio 1994. Risulta interessante poter riflettere sulla complessità
di questo movimento che unisce una cultura e forme di lotta tratte dal
cristianesimo, dalla non-violenza ancestrale dei popoli indigeni e dall’esperienza
guerrigliera.
Un’altra frontiera è la politica costituita dal progetto
di “autonomia”. Qui ci si confronta a fondo col regime politico
ed economico nazionale, perchè si tratta di una radicale campagna
di non-cooperazione con nessuna istituzione o forma governamentale, soprattutto
nel campo politico, educativo e della salute. Quest’azione di chiara
disubbidienza civile ha molti aspetti similari al Programma Costruttivo
gandhiano, e da un’altra dimensione alla lotta indigena non centrandola
solo in azioni dirette non-violente di “resistenza civile”,
come loro le chiamano, ma aggiunge anche l’esistenza di un modello
sociale alternativo di autosufficenza, scopo centrale in Gandhi. La morale
di questa autonomia è “la disubbidienza a ogni ordine di inumanità”
3.
Finalmente, un’ultima frontiera che mi sembra centrale menzionare,
è quella della capacitá di riflessione: gli zapatisti non
hanno mai perso il “principio di realtá”, cosí
importante per saper lottare. Hanno saputo correggere permanentemente
la loro scelta, cominciando dal 12 gennaio 94, dove hanno riconosciuto
che la strada non doveva essere piú quella delle armi. Adesso stanno
uscendo dalla loro zona di controllo, e viaggeranno per un paio di settimane
per la metá del paese cercando di convincere il Parlamento e l’opinione
pubblica dell’importanza che ha, affinchè ci sia la pace,
approvare legislativamente gli Accordi di San Andrés. È
un’iniziativa creativa e molto rischiosa per le loro vite, ma questa
è la strada non-violenta che loro hanno scelto per costruire una
vera pace per tutti, con giustizia e dignità nel paese; a noi tocca
decidere se vogliamo camminare insieme.
* Pietro Ameglio, messicano di origine italo-uruguaiano, maestro di storia
contemporanea all’università di Morelos, attivista nonviolento
e fondatore del SERPAJ-Morelos, organizzazione che lavora con comunità
indigene in Chiapas nell’educazione autonoma e la ricostruzione della
loro storia.
23 febbraio 2001
Il Sub Comandante senza armi parla di pace, colore della terra
A cura dell'Operazione Colomba
Tre volontari dell'Operazione Colomba (corpo civile di pace dell'Ass.
Comunità Papa Giovanni XXIII), Daniele Aronne, Eva Murtas e Andrea
Mauri (obiettore di coscienza in servizio presso la suddetta associazione)
sono stati in Messico per comprendere, partecipare ed appoggiare il processo
di cambiamento e democratizzazione che "forse" si sta avviando
nel suddetto paese.
Per quindici giorni una rappresentanza di 24 comandanti dell'EZLN (Esercito
Zapatista di Liberazione Nazionale), tra cui l'ormai noto SubComandante
Marcos, ha affrontato una lunga marcia attraverso gli stati messicani
spiegando in ogni tappa i contenuti della legge sui diritti e sul rispetto
della cultura indigena (legge COCOPA) di cui andavano a chiedere al congresso
(parlamento) messicano l'approvazione, per ritornare al tavolo delle trattative
con il governo (e non per firmare la pace come molti vogliono lasciar
intendere...).
E' stata una marcia partita come zapatista, di un gruppo di comandanti
che, sebbene disarmati, militarmente si dirigevano verso la capitale,
ma poi trasformatasi in una carovana di massa composta da tutti quelli
"del colore della terra".
Noi per due volte (a Cuernavaca e a Tepotztlan) abbiamo raggiunto la carovana
per ascoltare le loro richieste ufficiali al governo (e non quelle confuse
e manipolate che si leggono sui giornali locali) e per consegnare ai comandanti
zapatisti la richiesta di un incontro diretto con la nostra associazione
(ne hanno già ricevute più di 300 da tutto il mondo...).
Abbiamo incontrato alcune associazioni messicane ed internazionali tra
le più rappresentative che si occupano della problematica indigena
e dei diritti umani (Serpaj, Serapaz, Mision Civil por la Paz, Cipaz,
Sicsal, Global Exchange...). Con loro abbiamo anche confrontato il nostro
progetto di intervento nonviolento nelle comunità indigene del
Chiapas.
Domenica 11 marzo, poi, anche noi siamo stati presenti nella piazza centrale
di Città del Messico (il Zocalo), ed eravamo in prima fila nel
cordone di sicurezza della società civile. Poi l'arrivo della "comandancia",
il caos e il silenzio in pochi istanti.
Le parole del sub-comandante Marcos sono state dure, ma in esse vi si
può leggere anche un nuovo e straordinario messaggio, un tentativo
di cambiare modello di lotta, verso un cammino nonviolento: "Siamo
ribelli, ribelli continueremo ad essere, pero' desideriamo esserlo con
tutto quello che siamo senza la guerra come casa e cammino, perchè
così parla il colore della terra: la lotta ha molte vie e un solo
destino."
Speriamo che finalmente la lotta possa trovare una via diversa da quella
delle armi, una via alternativa, una via nonviolenta, per questo speriamo
di riuscire ad incontrare la comandancia dell'EZLN , ma purtroppo (a detta
anche di molte associazioni locali) nel loro comportamento ci sembra di
vedere un esercito che alla società civile chiede solo appoggio
ai propri ordini e comandi invece di compromettersi seriamente.
Comunque gli zapatisti per riprendere le trattative di pace richiedono
il compimento dei cosiddetti tre segnali:
- il ritiro dell'esercito da sette (delle 259 attuali) postazioni strategiche
nella zona di conflitto in Chiapas, ma finora ne sono state tolte solo
tre;
- la liberazione di tutti i prigionieri politici zapatisti, ma finora
sono stati liberati solo quelli tenuti nelle carceri del Chiapas e per
mezzo del nuovo governatore di tale stato e non del presidente federale;
- l'approvazione della legge COCOPA (COmision de COncordia y PAcificacion),
scopo della marcia, contenente i punti fondamentali sul rispetto della
cultura e dei diritti indigeni: la legge è stata inviata al congresso
ma non potrà essere approvata (almeno in tempi rapidi) in quanto
contiene dei principi (legati all'autonomia indigena) al momento incostituzionali
e il presidente Fox non ha, nelle due camere, un'influenza tale da permettere
il cambio della costituzione.
Quello che ci è parso finora certo è la volontà del
presidente messicano Vicente Fox di apparire, attraverso una campagna
mediatica di notevoli proporzioni, come colui che sta portando avanti
il processo di pace, e lo fa attraverso spot pubblicitari e tante parole,
ma tutti aspettano il giorno in cui dovrà fare i conti con quello
che ha promesso e il poco che ha mantenuto...
Abbiamo anche incontrato don Samuel Ruiz, Vescovo emerito della diocesi
di S. Cristobal de Las Casas e una delle personalità che maggiormente
hanno segnato la storia indigena messicana degli ultimi quarant'anni.
Lui sembra nutrire speranze in un futuro migliore per le popolazioni indigene
del Messico e in una possibile soluzione pacifica del conflitto anche
se ci dice che il raggiungimento di un accordo di pace non sarà
sicuramente una cosa facile, e quello che possiamo sperare è che
entrambe le parti facciano il possibile perchè le speranze di pace
del Messico e del mondo intero non vengano tradite.
Per contattare via email i volontari a città del Messico:
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Via Mameli 1, 47900
Rimini
L’autonomia dei popoli indigeni sta nella loro storia e nell’educazione
Di Myriam Fracchia *
Forse ancora non si é capito del tutto che l’autonomia è,
per i popoli indigeni zapatisti, una cultura, una maniera di vivere che
perseguono da quando hanno preso coscienza che dovevano essere riconosciuti
dalla società como esseri umani, cioè politicamente, e non
soltanto come cittadini nominali dove in teoria “tutti siamo uguali
davanti alla legge”, ma senza il potere reale di esercitare i loro
diritti come cittadini. Ciò richiedeva in primo luogo di creare
le condizioni di vita necessarie per rendere possibile l’esercizio
di questo potere.
La costruzione dell’autonomia nel loro territorio (nonostante i diversi
accerchiamenti che hanno subito e che ci sono ancora: il militare, il
paramilitare, il sociale, l’economico-produttivo) mantiene questi
popoli in costante tensione. La differenza è che ora loro ne raccolgono
direttamente i propri frutti. Sono realisti: non sperano che qualcuno
faccia le cose per loro, nè il governo nè “la società
civile” nazionale ed internazionale. Sanno che, in primo luogo, devono
contare solo su se stessi.
La lotta per l’autonomia è una delle forme di resistenza civile
di questi popoli zapatisti. Loro hanno iniziato a proclamare i municipi
autonomi dal 1994 fino ad oggi, e lo fanno in maniera coerente con loro
stessi: non lo fanno per decreto. Dalla forza di questo processo i loro
proclami pubblici divengono reali, perciò un qualsiasi decreto
governamentale, non potrà mai far indietreggiare questo processo
di formazione di una cultura propria, di una normativa collettiva morale
propria e nemmemo i loro progressi materiali.
L’educazione
In una fase di questo processo di umanizzazione e di costruzione della
autonomia: si è fatta pubblica la notizia che, in maniera pacifica,
se ne sono andati via dal Chiapas i maestri del governo federale e statale,
e che i popoli zapatisti hanno iniziato il loro proprio processo di educazione
autonoma. Per fare ciò, hanno eletto collettivamente una parte
della popolazione per assumere il compito educativo, essendo questa una
delle forme in cui loro fanno reale e concreto il loro “mandare ubbidendo”.
Questa decisione zapatista viene vissuta positivamente tra molti messicani
di tutti i gruppi sociali: siamo di fronte ad un sistema educativo che
non funziona, che non ci da una formazione vera e propria, che non ci
rispetta, che risponde a interessi vari che non sono i nostri. Ma, a differenza
di quello che viviamo e soffriamo nel sistema tradizionale di formazione
scolastica, i popoli indigeni zapatisti hanno deciso di fare qualcosa
per cambiare questa situazione, in maniera collettiva ed organizzata.
Questi popoli hanno una forza morale scatenante: quello che si fa per
se stessi si fa anche per migliaia di persone, e non soltanto per quelli
che vivono oggi ma anche per le generazioni future. Nel nuovo sistema
educativo non bisogna maltrattare chi non va a scuola, non lo si può
umiliare, non è permesso ridicolizzarlo davanti a tutti, non lo
si esclude pur di non disturbare agli altri. Lo si include nel gruppo,
dal quale riceve sostegno, si lavora insieme a lui, si porta pazienzia,
si cerca di capirlo.
In questo proceso di educazione autonoma è centrale per i popoli
recuperare il loro processo storico che li ha formati come sono ora: ogni
uomo o donna di questi popoli, siano essi bambini, giovani, adulti o anziani,
partecipa a questo ampio processo. Cioè in questi popoli non si
fa niente che non sia deciso colletivamente prima, in contrasto con il
resto del paese dove ancora non esiste la figura del referendum.
Questi popoli hanno scoperto che la conoscenza della loro storia è
indissolubile da quella di chi li ha conquistati storicamente, di chi
li ha spogliati di se stessi, così come di quelli che hanno lottato
perchè questa storia cambiasse. Questi popoli stanno scoprendo
chi sono stati nel passato, chi sono oggi, perciò hanno la determinazione
morale di lottare per quello che vogliono diventare: cittadini sovrani
nella propia nazione, nel rispetto della loro identità..
E’ il pregiudizio che ci fa dire che questi popoli indigeni sono
manipolati da alcuni capi esterni, giacchè da soli non saprebbero
pensare. Scopriremmo forse che sono questi capi invece quelli che si alimentano
della vita di questi popoli e che lì radica il segreto della forza
morale della loro parola verso la societá civile e il loro enorme
peso morale.
Se conoscessimo questi popoli scopriremmo quanto abbiamo noi da imparare
per saper condividere, per sapere lottare, per trasformare, per non lasciarci
dominare dal senso d’ impotenza (“ormai, non si può fare
più niente”). Se questi popoli indigeni zapatisti avessero
pensato e agito come noi, starebbero ora construendo condizioni piú
umane di vita per se stessi e per il mondo?
* Messicana di origine paraguaiana, dottoranda in scienze sociali, attivista
nonviolenta del SERPAJ-Morelos, organizzazione che lavora con comunità
indigene in Chiapas nell’educazione autonoma e la ricostruzione della
loro storia.
Trecentomila africani accolgono i 300 di “Anch’io
a Bukavu”
24 febbraio – 4 marzo 2001: azione nonviolenta internazionale promossa
da Beati costruttori di pace, Operazione Colomba e Chiama l’Africa.
Bukavu è la capitale del Sud – Kivu, una delle regioni del
Congo
Trecento operatori di pace hanno incontrato trecentomila persone, per
testimoniare l’urgenza della pace per le popolazioni civili coinvolte
nella prima guerra continentale africana, che vede protagonisti gli eserciti
dei paesi che attorniano il Congo.
Sul ruolo di questi eserciti nella complessa situazione politico –
militare del Congo si possono avere diverse opinioni, ma una cosa è
certa: nessun esercito crea la pace e le ricchezze minerarie del Congo
hanno scatenato lotte di interessi all’intero e all’esterno
del Paese.
Non portiamo aiuti ma solo speranza
Dal diario di viaggio di Renato Fiorelli*
C’è un training per i partecipanti all’iniziativa il
27 e 28 gennaio: le autorità di BUKAVU e di GOMA (aeroporto) non
hanno ancora dato l’autorizzazione all’arrivo.
Secondo training il 10 e 11 febbraio: c’è una novità,
l’iniziativa si sposta a BUTEMBO nel Nord – Kivu: il vescovo
mons. SIKULI è a Bologna (sede del training) sabato 10/2 e rassicura,
invita ad andare.
Due del gruppo di coordinamento, da un paio di giorni a Butembo, inviano
domenica 11 febbraio un messaggio nel quali ci informano che a Bumenbo
c’è entusiasmo e molta gente è disponibile a lavorare.
Si parte con un charter la sera di sabato 24 febbraio. Nelle prime ore
del mattino si arriva all’aeroporto di ENTEBBE KAMPALA (capitale
dell’Uganda); verso le 8 con gli autobus si parte per KASESE, città
a 30 km dal confine con il Congo, dove arriviamo nel tardo pomeriggio,
cena e pernottamento in un centro della diocesi di KASESE.
Lunedì 26 febbraio al mattino verso la frontiera con il Congo,
si attraversa la frontiera a piedi e si sale sui pulmini congolesi. 200
km di strada di terra battuta.
Sosta a mezzogiorno a Boni: siamo attesi, tanta frutta, uova, bevande
e canti, tanti canti belli e danzati.
Si fraternizza e alle tre si riparte. Per tutto il tempo della nostra
sosta uno striscione con il richiamo alla nonviolenza è tenuto
ben alto dai seminaristi di Beni.
Lungo la strada tanti campi militari, qualche pattuglia e un posto di
blocco al passaggio di un fiume, tutto filo liscio.
Poco prima del tramonto arriviamo a Butembo, già a 10 km dalla
città ci sono gruppetti di gente che ci saluta e man mano i gruppi
diventano più grandi; a un chilometro un gruppo di giovani con
biciclette e fogli di palma ci precede, la gente aumenta, migliaia e migliaia
di persone, poi a piedi tutti assieme per 2 km fino al Convitto che ci
ospiterà per 4 giorni, dove arriviamo al buio (in città
non c’è la luce elettrica) mescolati in una folla che aumenta
sempre più. L’emozione è grande per tutti, festa, danze,
musica e cena.
Martedì 27 febbraio inizia il convegno SIPA (Simposio per la Pace
in Africa).
I cosiddetti interventi di saluto dei franchi interventi politici: il
vescovo di Butembo, l’amministratore di Bukavu, il rappresentante
della “società civile” vero e proprio movimento social-politico……
e infine la dichiarazione di apertura dei lavori fatta dal signor Bemba,
Presidente di questa parte del Congo e responsabile del FLC – Fronte
di Liberazione Congolese, le cui truppe sono in gran parte composte da
soldati ugandesi, che rivendica all’interno di un discorso di pace
la dignità per i congolesi, un mormorio di dissenso si propaga
nell’assemblea composta oltre che dai trecento invitati italiani,
spagnoli e da alcuni tedeschi che hanno viaggiato con noi da – stimo
– cinquecento partecipanti, delegati congolesi, delegazioni della
Tanzania, un rappresentate delle chiese norvegesi e altri.
Il Simposio è fatto molto bene, si capisce che c’è
un grosso lavoro di preparazione e viene tutto finalizzato con intelligenza
e partecipazione all’obbiettivo della PACE.
In questa giornata c’è anche il messaggio dei May-May (i partigiani
che vogliono un Congo unito ed indipendente) e anche un messaggio dei
detenuti may-may nel carcere di BENI. Altre relazioni.
Nel primo pomeriggio si concludono i lavori (domani all’inizio della
mattina verrà letto, approvato e sottoscritto, i documento finale)
e poi via via tutti a vedere la partita di calcio. Migliaia di spettatori,
ma la squadra dei giornalisti italiani intasca 8 a 0 dalla selezione di
quattro squadre a Butembo.
E’ il mercoledì delle Ceneri: la sera a messa oltre il simbolo
delle ceneri, inizio della Quaresima, si respira un senso di speranza.
Giovedì 1 marzo alle 9, inizia la parte finale del Simposio. Ci
sono 80 partecipanti da Bukavu, che hanno avuto una parte importante nella
preparazione del Convegno e che hanno avuto l’intenzione di trasferirlo
a Butembo di fronte agli ostacoli di Bukavu. I rappresentanti delle varie
organizzazioni sottoscrivono l’atto finale, poi tutti in un corteo
che si ingrossa fino alla spianata vicino alla Cattedrale, dove si trovano
decine di migliaia di persone (pochi gli uomini dai 20 ai 40anni perché
morti in questa lunga guerra).
All’inizio della Cerimonia arriva il signor Bemba con un po’
di militari di scorta.
Il vescovo di Butembo, mons. Sikuli (una colonna, sempre chiaro, preciso
e attento, non una parola o un intervento fuori posto) invita il presidente
Bemba a concludere. Bemba, con addosso una delle nostre bandiere arcobaleno
della pace, chiede PERDONO alla gente per quello che hanno fatto i suoi
soldati e invita i parroci e le comunità a rientrare nei villaggi,
applausi, vicino a noi qualcuno incredulo. Poi ad un invito di Sikuli
comunica il ritiro immediato da tre città ordinando il loro rientro
nella caserma di Beni. L’applauso è corale, convinto e lungo.
Il Vescovo parlerà la sera a messa di miracolo: qui si ha la sensazione
che siamo serviti a qualcosa (piccoli catalizzatori di un inizio di processo
di pace).
Venerdì 2 marzo da Butembo a Kasese (ci siamo riempiti di ananas
e maracuja per strada), cena e notte nel centro diocesano; atmosfera distesa
con una più lunga discussione serale se chiudere la giornata di
discussione a Kampala alla Chiesa dedicata ai martiri dell’Uganda.
Sabato 3 viaggio Kasese – Kampala, viaggio tranquillo, l’Uganda
ci pare più bella.
Dopo la messa incontro nel parco che circondava la chiesa con l’ambasciatore
italiano a Kampala: scende rapidamente il buio (siamo nell’Equatore).
Ci trasferiamo nell’aereoporto sul cui piazzale illuminato concludiamo
l’incontro con l’ambasciatore presentando la “lettera al
mondo” che ogni gruppo di affinità aveva elaborato. I gruppi
erano in totale 20 e sono stati e sono stati i microcosmi nei quali abbiamo
vissuto concretamente questi 7 giorni d’Africa. L’ambasciatore
dopo un intervento formale, parla come Gigi Napoletano e da osservatore
attento e partecipato dice che quello che abbiamo fatto è buono
ed importante per la dimenticata Africa.
La mattina di domenica 4 marzo siamo a Malpensa in Italia.
Domenica 11 marzo ci siamo rivisti a Bologna e una lettera di Padre Giovanni
del Congo lasciava intravedere una china diversa dopo il SIPA e la nostra
visita testimonianza: non abbiamo portato i classici aiuti, ma solo la
forza di una presenza in quella situazione di guerra sospesa.
*del Movimento Nonviolento - Gorizia
Siamo andati per ricordare le nostre responsabilità
Intervista a Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, padre conciliare,
già presidente di Pax Christi.
A cura si Sergio Paronetto
Con quale animo avete intrapreso la marcia per la pace in Congo?
La nostra azione è stata simile a quella del ’92 a Sarajevo.
Diceva in quel frangente Tonino Bello: siamo venuti a esprimere solidarietà.
A dire che vi ricordiamo. Non siete dimenticati da tutti. Da parte nostra,
abbiamo aggiunto: veniamo a ricordare le nostre responsabilità
di popoli sviluppati perché in gran parte i tormenti dell’Africa
derivano dai movimenti di potere presenti nei popoli occidentali . Quando
è scoppiata la guerra civile in Ruanda arrivavano sempre armi nuove.
Oggi c’è la guerra civile in Congo perché una parte
del paese è protetta dal Ruanda che è protetto da una nazione.
Un’altra parte è protetta dall’Uganda che è protetta
da un’altra nazione. Quell’altra da altre che sono protette
da altre ancora. Insomma, abbiamo le nostre responsabilità.
Quale messaggio, quindi, è stato comunicato? Come vi hanno
accolto?
Siamo andati a dire che bisogna cercare a pace, non credere alla violenza.
Troppo spesso, soprattutto noi popoli sviluppati, ci basiamo sulla violenza,
sulla logica del più forte. Non ci dedichiamo fino in fondo alla
ricerca di incontri di pace. Abbiamo partecipato al Simposio per la pace.
Per i congolesi, è stata una cosa insolita vedere 300 bianchi disarmati
venuti. L’hanno visto come un gesto gratuito di pace. E’ giunto
anche l’ambasciatore italiano in Uganda a salutarci e a dirci che
anche grazie a noi qualcosa si sta muovendo.
Come si è svolto e cosa ha prodotto il Simposio internazionale
per la pace in Africa (Sipa)?
Abbiamo parlato per due giorni. Abbiamo anche cantato, pregato, fatto
festa. Smettiamo di uccidere –si è detto- Ci sono già
due milioni di morti. In una località di 40.000 abitanti, ad esempio,
ci sono 60.000 profughi. Richiamiamo l’attenzione di chi può
far smettere la guerra. E’ avvenuto un fatto imprevisto. Il capo
del Fronte di liberazione del Congo, Pierre Bemba, è venuto il
giorno dopo la grande marcia per la pace, finita con una grande preghiera
ecumenica. L’avrà fatto per calcolo politico. Ma dopo aver
ascoltato le parole di dolore del vescovo di Butembo, ha voluto prendere
la parola. Ha chiesto perdono per i soprusi dei militari e ha ordinato
il ritiro dei suoi soldati dalle tre località citate. Una cosa
sconcertante che in Africa un capo militare chieda perdono. Questo per
me è stato il significato più bello di un’azione nonviolenta
effettuata in un luogo violento per chiedere che si insista e si faccia
il possibile e l’impossibile per cercare la pace.
La politica dei Grandi Laghi
Di Raffaello Zordan*
È giusto richiamare l'attenzione, perlomeno italiana ed europea,
sulla scandalosa situazione di guerra e di spregio dei diritti umani in
cui versa la Repubblica democratica del Congo (un paese grande 8 volte
l'Italia, con 50 milioni di abitanti), come ha fatto l'iniziativa "anch'io
a Bukavu". Ed è giusto, oltre che doveroso, scommettere sulla
possibilità di ristabilire una situazione di pace e di civile convivenza,
facendo leva sui settori più consapevoli e responsabili della società
congolese. Ma è altrettanto doveroso collocare le nostre speranze
nel contesto dei Grandi Laghi, delle tensioni che attraversano la regione
e degli interessi che vi sono in gioco.
La guerra che si combatte oggi in territorio congolese è il frutto
avvelenato di almeno quattro fattori fondamentali.
1)1Le lacerazioni etnico-politiche e il disastro economico provocati dalla
trentennale dittatura del maresciallo Mobutu Sese Seko. Un regime cleptocratico,
a lungo sostenuto da Belgio e Francia, che ha impedito ogni avvio di transizione
democratica e di ricomposizione degli interessi etnici: si pensi a quel
dialogo intercongolese tentato all'inizio degli anni '90 con al Conferenza
nazionale sovrana presieduta dal vescovo Laurent Monsengwo
2)1La convenienza di paesi come Uganda, Rwanda, Burundi, Angola di supportare
militarmente il movimento ribelle di Laurent-Désiré Kabila
(che nell'ottobre 1996, partendo da est, ha conquistato il potere in otto
mesi, autoproclamandosi presidente, ed è stato ucciso il 16 gennaio
scorso probabilmente da una congiura ordita dai suoi generali), così
da liberarsi di Mobutu e con lui delle guerriglie che, muovendo anche
dal territorio congolese, mettevano e mettono a repentaglio la stabilità
dei regimi dell'ugandese Yoweri Museveni, del rwandese Paul Kagame, del
burundese Pierre Buyoya, dell'angolano Eduardo dos Santos.
3)1L'occasione per gli Stati Uniti di farsi largo, in termini politici
ed economici, nell'area dei Grandi Laghi. Non a caso, Bill Clinton, nel
corso del suo secondo mandato, indicò i Kagame, i Museveni, ma
anche i Zenawi (Etiopia) e i Afworki (Eritrea) come i portabandiera di
un non meglio identificato "rinascimento africano".
4)1Le ripercussioni nella zona est dell'Rd Congo, in termini di rifugiati
e di destabilizzazione, del genocidio avvenuto in Rwanda nel 1994, con
l'uccisione di almeno 500mila persone (di etnia tutsi o hutu moderati).
Questa guerra, con gli schieramenti odierni, è iniziata nell'estate
nel 1998. Quando Kabila, insediato a Kinshasa, invita gli eserciti che
lo avevano aiutato, in maniera decisiva, a conquistare il potere a lasciare
la Rd Congo, tre su quattro gli si rivoltano contro. Così abbiamo
da un lato Kabila con a fianco l'Angola, alleato della prima ora, e due
nuovi alleati, Zimbawe e Namibia; dall'altro Rwanda, Uganda e Burundi
che spalleggiano un imprecisato numero di movimenti guerriglieri congolesi.
Una guerra che rivela ogni giorno di più il suo vero volto: la
spartizione di un paese ricchissimo di risorse minerarie, energetiche
e agricole.
Il dopo Kabila padre - che ha visto l'insediamento, con "procedura
monarchica", del figlio Joseph, un trentenne di incerta formazione
politica e militare – non cambia l'incertezza e l'instabilità
dello scenario. Un accordo di pace firmato dai belligeranti a Lusaka (Zambia)
nel luglio del 1999 è rimasto finora sulla carta: prevede il ritiro
degli eserciti stranieri, contestualmente all'avvio di una transizione
democratica che consenta un normale esercizio del potere. Transizione
che Kabila padre si è ben guardato dall'agevolare e che Kabila
figlio non sembra avere l'abilità e la forza di rendere effettiva.
Come si vede, le incrostazioni della storia e le dinamiche sul terreno
sono piuttosto intricate. Esistono certamente segmenti della società
civile che lavorano per la pace e che vanno incoraggiati. Ma esiste anche
una potente deriva che Nigrizia ha chiamato "legittimità combattente":
molti leader africani che si combattono nell'Rd Congo impersonano un potere
senza consenso, conquistato con le armi e che si legittima continuando
a combattere. È il circolo vizioso dal quale bisogna tentare di
uscire.
Dov’erano i giornalisti?
Di Gabriele Colleoni
A Bukavu non c‘erano loro. Loro chi? Ma i media dell’era della
globalizzazione che ti porta il mondo in casa, i profeti del «tempo
reale» capaci di collocarti nel centro di ogni evento. Quei media
pronti negli stessi giorni di intasare di inviati e contro-inviati la
cittadina di Sanremo - insieme al tempo e alla sopportazione dei cittadini.
No, ma a Bukavu no. Qui, al contrario del festival canoro, è valsa
la massima che il silenzio era d’oro. In realtà, quel silenzio
(o omertà? visto che il sipario calato sull’Africa di oggi
ha un putrido odore di morte), qualcuno ha voluto coraggiosamente romperlo
(«Famiglia Cristiana» tanto per citare un nome).
Forse attendevano - cinismo del mestiere; nelle redazioni si dice: ma
a chi vuoi interessino quei quattro matti (erano comunque 300) con le
bandiere arcobaleno - che ci scappasse il morto. Come fu, ricordate, per
la Bosnia o il Kosovo. Alla fine il tributo di sangue mise in chiaro che
accanto alle varie Ifor, Sfor, Kfor e via marciando, c‘era anche
un «esercito» di volontari impegnati in un oscuro, ma concreto
lavoro di testimonianza, di solidarietà e di ricostruzione a tutti
i livelli.
Fosse stato un esiguo manipolo di parà supertecnologicamente armati,
sai che notizia da titolone in prima pagina o di apertura del tg, con
tanto di bandierine da collocare sulla mappa degli interventi militar-umanitari
così di moda oggi... Magari - a qualcuno sarà scappato pure
di dire - quei disarmati pellegrini della pace dovevano mettersi sotto
altre bandiere o avere altri sponsor per dare alla loro «diplomazia
dal basso» nonviolenta un’enfasi diversa ed aspirare alle luci
della ribalta mediatica.
Poco importa se l’«avventura» dei Beati i Costruttori
e di Chiama l’Africa in quel «cuore di tenebra» del continente
abbandonato alla sua deriva aveva le «stimmate» di evento
originale e straordinario. O almeno i crismi di una di quelle «storie»
di cui i media dicono di essere affamati.
Né si può imputare all’iniziativa di non aver fatto
il possibile per non passare inosservata. L’ufficio pubbliche relazioni
ha fatto il suo dovere. Non tanto per ottenere la «legittimazione»
(innecessaria ai fini che il gesto si proponeva), quanto per ricordare
a un Paese abituato a guardare il proprio ombelico salvo poi sorprendersi
di stragi ed esodi biblici, che l’Africa e i drammi (e le speranze)
delle sue genti esistono ancora, a prescindere dall’attenzione dei
media. E chiedono disperatamente di non essere dimenticati.
Una ragione - questa - sufficiente per non rassegnarsi ostinatamente al
cinismo di chi chiede: «Quante divisioni hanno i nonviolenti?»,
anche se subito dopo è pronto a chiedere farisaicamente: «ma
dov’erano i pacifisti?». Erano a Bukavu. E noi giornalisti?
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Adesso basta, ti metto una nota sul registro
Con le nuove norme della riforma scolastica pare che il voto di condotta
e di conseguenza le note non esisteranno più (“Donnarumma
è stato quattro ore di seguito giù nel cortile”). Con
esse sparisce un “genere letterario” del tutto particolare (“La
Rocca esce senza permesso”). L’uso assoluto del presente indicativo
blocca l’azione in una posa stilizzata, come un fermo immagine (“Petrone
va a buttare la carta, finge di inciampare e fa canestro con la pallina”).
Ad esse ricorrono gli insegnanti come extrema ratio, quando le vie dei
ripetuti richiami verbali si dimostrano inutili (“La classe II A
si comporta in modo inqualificabile durante l’ora di Geografia, per
cui si richiede la convocazione dei genitori per informarli sul comportamento
dei figli. Laudano è escluso perché era in Segreteria a
fare le fotocopie”). Però anche il richiamo scritto palesa
la propria impotenza, poiché è un rimprovero fine a se stesso,
sentenza e sanzione insieme (“Donnarumma lancia un pezzo di gesso
a Scafa”). Di fronte ad un comportamento fuori dalle regole e iterato,
l’insegnante, disorientato e smarrito, verga sul registro il provvedimento
disciplinare, descrivendo con una frase l’atteggiamento stigmatizzato
(“Giorgio grida inutilmente in classe. Donnarumma non scrive”).
Sono lampi che con poche parole cercano di descrivere un comportamento
inammissibile, ma che rivelano anche l’impotenza e quasi la rassegnazione
di chi dovrebbe mantenere l’ordine all’interno di una classe
scolastica (“Laudano alle 11,30 non è in classe. Entra alle
11,40.”). Si tratta di una “potenza senza atto”, in altre
parole “impotenza” (“Donnarumma si allontana senza permesso”).
Enrico De Vivo, professore in una scuola media inferiore di Torre Annunziata
ha pubblicato su un supplemento della rivista “PerAria” l’elenco
di ventinove note che a fine anno comparivano sul registro di classe (“Scafa
Bruno viene a scuola senza penna, abitualmente”). Ne esce un estratto
dell’anno scolastico, dove in genere compaiono sempre i soliti nomi,
per il motivo che i personaggi più difficili sono anche quelli
più osservati e perseguiti (“Donnarumma si rifiuta di prendere
il quaderno per lavorare”). Si tratta di osservazioni asciutte e
svelte, che assomigliano alle buffe pose fisse di certi quadretti comici
ed è curioso che scritture concepite per reprimere facciano alla
fine l’effetto esilarante di una gag (“Donnarumma ha tentato
di togliere la sedia a Scafa Bruno”). Invece costituiscono le uniche
scritture ufficiali prodotte dall’istituzione scolastica in cui è
possibile osservare come si muovono i corpi dei ragazzi, altrove chiamati
“alunni” o “studenti” (“Improvvisamente Donnarumma
e La Rocca si sono presi a botte. Ore 10,10”). I corpi dei ragazzi
sono prigionieri nell’aula, insofferenti ai banchi, alle sedie, alle
mura, agli obblighi, agli orari (“Donnarumma soffia il naso e poi
lancia il fazzoletto”). E’ anche vero che a scuola ci sono pure
altri tipi di movimenti più ordinari di alunni più ordinati,
che però non si ha l’abitudine di registrare precisamente
(“Donnarumma disturba la lezione senza soluzione di continuità”).
Per un attento osservatore le note potrebbero permettere di ricostruire
processi e sistemi complessi e da esse si potrebbero anche arguire molte
interessanti osservazioni (“Montagnani va a richiamare i compagni,
ma si intrattiene con loro”). In certe scuole proliferano note veramente
illuminanti e adattissime alla comprensione delle cosiddette “realtà
a rischio” (“Donnarumma Biagio rompe il cappello di Scafa Bruno.
Deve essere accompagnato”). Altro che indagini ministeriali, griglie,
psicopatologi e scrittori: basterebbe saper leggere con attenzione certi
documenti per capire come va veramente la vista scolastica in alcuni luoghi
(“La Rocca e Donnarumma disturbano continuamente Scafa”).
Interessante è l’uso dei cognomi e talvolta del cognome e
del nome, a maggior precisione, come in un verbale di polizia (“Scafa
Bruno canta in classe e non esegue i compiti assegnati”).
L’insensatezza di questi scritti, rilevata a posteriori, conferma
che spesso le parole vanno beatamente al di là delle nostre intenzioni
e perfino degli eventi e quindi è meglio non utilizzarle mai troppo
seriamente per scopi estranei ad esse, cioè per comandare e imporre
(“L’alunno Donnarumma infastidisce e molesta la compagna Salernitano.
Si richiedono severi provvedimenti”). Prima o poi, infatti, esse
finiscono per ribellarsi a tutte le imposizioni, per servire soltanto
a far ridere un po’ chi avrà tempo e voglia di leggerle (“Donnarumma
sputa sul cappotto di Scafa Bruno”).
(NdR: Ci piacerebbe poter offrire a Donnarumma il diritto di replica…)
Sergio Albesano
N.B.: Tutte le note riportate sono vere.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Le diverse facce della “banalità del male”
CONCORRENZA SLEALE
Regia Ettore Scola
Sceneggiatura Ettore e Silvia Scola, Furio e Giacomo Scarpelli
Origine Italia 2000
Durata 110’
Roma, 1938. Una strada di sanpietrini attraversata dal vecchio tram con
i sedili di legno, i palazzi primo Novecento, le insegne dei negozi che
si affacciano sulla strada con scritte sobrie ed essenziali, senza inglesismi
o acrobazie linguistiche. E’ una strada come tante del quartiere
Prati, ed è qui che Ettore Scola ha ambientato il suo ultimo lavoro:
Concorrenza sleale.
Sotto l’insegna “Sartoria Melchiorri & Figli dal 1860”,
sull’uscio del suo elegante negozio che confeziona solo abiti su
misura, il livido Umberto Melchiorri guarda con astio e sospetto in direzione
della vicina modesta merceria, di proprietà di Leone Simoni che,
con i prezzi scontati dei suoi abiti confezionati e con astute campagne
promozionali, riesce a sottrarre clientela al suo vicino. Umberto e Leone
hanno figli della stessa età: i due maschietti sono inseparabili
compagni di scuola e di giochi, mentre il ragazzo e la ragazza vivono
segretamente la loro prima storia d’amore. I cordiali rapporti che
intercorrono tra le due famiglie non scalfiscono tuttavia minimamente
l’ostilità sempre più accesa tra i due commercianti,
che finiscono per venire alle mani, e vengono conseguentemente convocati
dal funzionario “fascistissimo” del commissariato rionale.
L’ordinaria guerra di vetrine, saldi e svendite tra Umberto e Leone,
conosce a questo punto un’imprevista interferenza, una “slealtà”
fino ad allora sconosciuta: vengono promulgate da Mussolini le leggi razziali.
Improvvisamente quindi la famiglia Simoni, così simile nella sua
composizione, nei suoi sogni e nelle sue aspirazioni, alla famiglia Melchiorri,
diventa “diversa” perché ebrea, e lo stillicidio delle
vessazioni subite porterà Leone al fallimento, costringendo la
famiglia a trasferirsi presso parenti in una casa del ghetto: il resto
è storia.
Non posso negare che il film mi ha lasciata molto perplessa. Per alcuni
critici esso ha il merito di aver imboccato coraggiosamente la strada
del “sottotono assoluto”, senza concedere allo spettatore alcuna
consolazione: nella storia infatti Umberto, quando si accorge che il suo
“nemico” di sempre sta per essere battuto da qualcosa di molto
più grande di entrambi, pur mettendo da parte la rivalità
che lo opponeva a Leone, e cercando di creare con lui un rapporto di amicizia,
rimane comunque un personaggio mediocre; non sa essere critico circa quello
che accade, non sa prenderne coscienza se non quando è troppo tardi,
e anche allora non sa agire, e come lui tutti i personaggi della storia.
Maurizio De Bonis giudica invece Concorrenza sleale “una commedia
decorosa, ma blanda”, “un lavoro sorprendentemente modesto,
in cui il conflitto umano tra il sarto e il merciaio è descritto
attraverso scene ripetitive, popolate di personaggi tipici della commedia
all’italiana che amplificano gli aspetti comico-grotteschi della
situazione. In definitiva non c’è analisi, se non superficiale,
con il risultato che il pubblico ride molto, anche quando la storia assume
connotazioni assolutamente tragiche”.
Perché allora scriverne una recensione per Azione Nonviolenta?
Perché, nonostante i dubbi e le perplessità, la riflessione
sul film continuava a suggerire alla mia mente un alquanto improbabile
confronto con Uno specialista di Eyal Sivan, giovane regista israeliano
dissidente. Si tratta di un film-documentario del 1999 che seleziona e
sintetizza due ore di serratissimo dramma giudiziario delle 500 ore filmate
di processo ad Eichmann, ex capo del dipartimento IV-B-4 della sicurezza
interna del Terzo Reich, che ha avuto luogo nella Casa del Popolo di Gerusalemme
nel 1961. Gli sceneggiatori hanno scelto come ferreo punto di vista l’interpretazione
che di quel processo diede Hannah Arendt nel suo libro “La banalità
del male”, seguendo la traccia preziosa della sua lancinante riflessione
etica, che analizza la sconcertante mediocrità del male rappresentata
dall’imputato, prezioso e pignolo burocrate della criminale macchina
amministrativa nazista, il quale sbandiera la propria obbedienza agli
ordini come una difesa, scaricandosi da ogni responsabilità. La
sua figura diventa così un’agghiacciante modello di ogni deresponsabilizzazione
“burocratica” contemporanea. L’alternativa, suggerisce
Sivan, “è una pratica attiva del giudicare, un esercizio che
contempli la possibilità della disobbedienza civile, una resistenza
deliberata ad ogni conformismo e ad ogni ethos collettivo”.
Forse il confronto tra i due film non era poi così “improbabile”:
pur nella evidente diversità dei due lavori si può trovare
il comun denominatore della denuncia di un atteggiamento acritico e privo
di responsabilità di fronte al “male”: Umberto non può
certo essere paragonato ad Eichmann, ma forse si possono vedere in questi
due “personaggi” due diverse declinazioni della “banalità
del male”.
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Il potere terapeutico sulla nostra anima
Intervista a Teresa De Sio, già voce dei Musica Nova, oggi raffinata
cantautrice. Il suo nuovo spettacolo si intitola “Da Napoli a Bahia,
da Genova a Bastia” ed ha come filo conduttore il mare che lega i
paesi ed il viaggio come avventura anche musicale.
Qual è il tuo punto di vista sulla nonviolenza?
Faccio un lavoro e ho scelto una strada, quella della musica, che è
parallela al cammino della nonviolenza. La musica, nella maniera in cui
l'ho sempre vissuta è un grande deterrente rispetto alla violenza,
perché non è soltanto un elemento di sfogo ma anche di contenimento
di energie e di spinte che potrebbero andare a finire in cose peggiori
e invece vanno a finire nella musica. Ritengo che già scegliere
nella propria vita di fare musica, nel nostro piccolo, per noi che lo
facciamo, sia già un gesto nonviolento.
Fra le tue composizioni c'è una specie di opera rock sulla guerra,
"La vera storia di Lupita Mendera"…
Sì, è nell'album "Sindarella Suite "dell'88, dove
canta anche Piero Pelù. La violenza legata alle guerre è
l'espressione massima e più condannabile, che trova le sue basi
nella violenza culturale, nella imposizione di modelli estetici, etici,
economici, produttivi che sfiorano il disumano, che ci mettono in una
condizione di competizione in tutti i campi. La competizione ha in sè
il germe della violenza. Non a caso purtroppo negli stadi si vive la violenza.
E' molto bello invece il gioco quando esiste per il piacere di giocare,
come un viaggio dove ha valore tutto il percorso e non solo la meta d'arrivo.
Nel tuo spettacolo attuale paragoni la musica al viaggiare per mare,
un mare che non divide ma lega i paesi. Collegare realtà anche
molto diverse e farle dialogare invece che contrapporle è un dato
fondamentale della nonviolenza…
Le divisioni, le spaccature, creano non conoscenza, la non conoscenza
crea paura e la paura crea violenza. E' una catena che funziona così.
La violenza dei razzisti è sempre basata sulla paura di qualcosa
che è sconosciuto, che è stato mostrato come diverso, come
realtà separata.
Nella mia musica e in particolare in quella che sto facendo adesso c'è
il collegamento col mare, col viaggio per mare, che mi fa immaginare un
punto di vista diverso sul mondo. Chi fa musica in maniera scollegata
dai grandi movimenti musicali di massa, per i fatti suoi, è come
il navigatore solitario che comincia a guardare alle relazioni fra le
cose i sentimenti e le persone con un'angolazione diversa, quella della
lentezza. Il ritmo naturale delle cose oggi spesso se ne va a quel paese,
a favore di ritmi legati all'efficienza e alla produttività. Siamo
abituati a consumare tutto in quantità superiori a quelle che ci
servono in natura. In mare devi andare all'essenziale, devi scegliere.
La lentezza e la sobrietà fanno parte della proposta nonviolenta
e di personaggi che ci sono cari come Gandhi o Langer… Che spazio
trovano nelle canzoni ?
Sono temi presenti in tutte le canzoni che faccio attualmente, temi mediterranei
ma anche latinoamericani, fanno parte di un mondo poetico che è
quello letterario degli scrittori come Marquez, dei grandi poeti come
Octavio Paz, dei grandi autori di canzoni come Chico Buarque o Caetano
Veloso. Ho tradotto per esempio una canzone di Veloso ("Terra"),
scritta quando era incarcerato negli anni sessanta in Brasile, perché
il suo pensiero non coincideva con quello del regime. Mentre stava in
galera su un giornale ha visto una fotografia della terra, il pianeta
nella sua interezza, la bellezza di questa terra che noi, quando siamo
in libertà, possiamo calpestare dimenticandoci che va protetta
e che in qualche modo dipendiamo da lei.
Qual è il contributo che la musica può dare a una cultura
di pace e di nonviolenza?
Il cammino parallelo della musica e della nonviolenza per me è
evidente anche in quelle musiche come l' hip-hop che parlano di violenza
o si esprimono attraverso sonorità, ritmiche e contenuti aggressivi.
Sono tutti elementi di scarico di violenza ed è violenza soltanto
formale, estetica, perché la musica alla fine è forma ed
estetica, ed è comunque una forma di difesa e di risposta nei confronti
di violenze subite.
Credo moltissimo anche nella musica come terapia psicologica. Ho lavorato
su questo argomento, ho fatto un disco, "La notte del Dio