Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
All’alba del terzo millennio ha ancora senso parlare di Patria?
Di Sandro Canestrini
Quello che ora sta succedendo in troppe parti del mondo pone un problema
molto serio : pensatori e filosofi, soprattutto dell’800, hanno elaborato
il concetto di Patria, come ente intermedio tra l’individuo di un
certo luogo topograficamente designato e il resto dell’umanità.
Valga per tutti l’esempio di Giuseppe Mazzini, o dello studioso Chabod,
come degli studiosi che hanno portato avanti il concetto di Patria, in
tutti i suoi aspetti positivi. Che sono il riconoscimento di una collettività
in base a certe caratteristiche storiche e la necessità di una
collaborazione tra le varie Patrie. Purtroppo poi nel ‘900 ed ora
questo concetto ha mostrato come troppo spesso gli aspetti negativi superano
quelli positivi, nel senso che gli abitanti di una Patria vengono indotti
a pensare che debbano odiare quelli delle altre, spesso all’insegna
folle e razzistica di essere i migliori di tutti. Sotto l’urto di
questa offensiva deleteria del concetto di Patria abbiamo avuto delle
guerre spaventose alla fine delle quali ci è rimasto solo di contare
dei morti per le strade e nelle case, molte decine di milioni di morti.
Pareva che nel maggio del ’45 avessimo maturato il concetto che Patria
è solo un termine intermedio e che la Patria vera è l’umanità
nel quadro culturale e solo culturale che arricchisce e fa arricchire
di pensiero se stesso e gli altri. In tal modo sembrava di poter dire
che la terribile frase di uno scrittore del ‘700 inglese (che evidentemente
guardava molto avanti a se) per cui “il concetto di Patria è
l’ultimo rifugio dei mascalzoni” sarebbe stato superato non
solo e non tanto da accordi internazionali quanto dal fatto che gli uomini
si riconoscevano tutti uguali. Oggi invece, con Gubert in testa, molti
uomini ci tengono a distinguersi gli uni dagli altri e si fa della questione
culturale un vessillo di lotta contro gli altri. Naturalmente la religione
viene, come sempre in questi casi, tirata in discussione, da destra, naturalmente
vengono sollecitati gli istinti peggiori dell’umanità, quali
il diritto al lavoro, il diritto al rispetto reciproco, etc. Oggi è
facile trovare una persona che si dichiara cattolica e nello stesso tempo
non vuole discutere di razze diverse, dalle chiese ai cimiteri, dal posto
di lavoro alla convivenza civile. Come sappiamo, il concetto di razza
è un concetto falso nel senso che le razze non esistono :nel momento
in cui, come abbiamo recentemente appreso, anche le differenze tra gli
uomini e il resto della natura sono minuscole per quanto riguarda il genoma,
non ha alcun senso parlare di razza secondo i termini tradizionali. Rimangono
soltanto i fascisti per i quali qualunque cosa possa essere utile per
menare le mani e per opporsi ad un vivere sereno è buona.
Ed ecco perché Bossi e i suoi amici cadono in questa incredibile
contraddizione: limitare al massimo (fra un po’ si chiederà
di sparare dalle coste sul mare) l’afflusso di altre persone, mentre
d’altra parte gli industriali fanno presente che c’è
una tremenda carenza di manodopera per poter andare avanti con i piani
di lavoro in molte fabbriche. Insomma almeno sotto il profilo dell’utile
individuale, questi cittadini di altre nazioni possono essere salutati
con serenità, o no ?
Riterrei di chiudere questo breve intervento a proposito di un conflitto
che fittiziamente viene classificato come razziale oggi in Palestina.
Mai il concetto di razza è stato adoperato in modo peggiore perché
arabi ed ebrei rappresentano anche secondo la antica tradizione, una unica
razza per le origini e la storia. I tragici fatti di Palestina sono invece
la prova di fallimento della Comunità Internazionale che non ha
saputo offrire né agli uni né agli altri una possibilità
di soluzione che tenga conto dell’esistenza di interessi di gruppi
diversi. Per chi fosse in buona fede il concetto di razza cadrebbe anche
per questo. Quando si discute della proprietà di terreni o dell’esproprio
di case (come si discute oggi laggiù) si fa riferimento a d interessi
specifici di carattere economico che non hanno nessun riferimento a fattori
spirituali. Per questo è da ritenersi encomiabile ogni sforzo che
tenda ad una più razionale discussione. Già Gaetano Salvemini
diceva che “quando canta la cicala dell’irrazionale, tace la
ragione”: ancora una volta spetta agli uomini di ragionare.
La sinistra di governo e la politica militare
a cura di Raffaele Barbiero
L’obiettivo che nel campo della soluzione dei conflitti mi sembra
fondamentale raggiungere è la riduzione ai minimi livelli della
violenza, anche se personalmente propugno la nonviolenza.
Sono infatti consapevole che se si incomincia a sparare si salva chi spara
di più e meglio (a tale proposito ascoltatevi “La guerra di
Piero” di Fabrizio De Andrè).
Segnalo però che già dal 1991, dopo la Guerra del Golfo,
il nostro Ministero della Difesa, obbedendo alle direttive degli Stati
Maggiori Militari, aveva prospettato un Nuovo Modello di Difesa basato
sull’esercito professionista con il compito di difendere gli interessi
nazionali laddove fossero minacciati e le vie di approvvigionamento alle
materie prime per il “nostro benessere”.
Dopo dieci anni e dopo cinque anni di Governi di centro-sinistra i militari
sono riusciti a realizzare completamente la loro strategia: hanno <portato
a casa> aumenti consistenti e progressivi negli anni del Bilancio della
Difesa (previsione per il 2001 di 34.235 miliardi) mentre quasi tutti
gli altri capitoli di spesa vengono tagliati, hanno ottenuto di investire
fortemente nell’ammodernamento dei sistemi d’arma (4.000 miliardi
per una nuova portaerei, alcune migliaia per il caccia Eurofighter, ecc.),
hanno investito molto in un rilancio della propria immagine e presentabilità
pubblica (non parlano più di azioni di guerra ma di peacekeeping,
peaceenforcing, peacebuilding, interventi umanitari) evidenziando di più
la parte di protezione civile e umanitaria, incluso anche la demagogica
“apertura” all’arruolamento delle donne nelle Armi dell’Esercito.
All’arcipelago pacifista non sono rimaste che le briciole, nonostante
i governi “amici” della pace.
L’unica soddisfazione per i pacifisti è stata l’approvazione
della legge di riforma dell’obiezione di coscienza (legge 230 del
1998), che relativamente alla risoluzione dei conflitti prevede all’art.8
comma e) la possibilità di studiare e sperimentare forme di difesa
non armata e nonviolenta e all’art. 9 comma 7 e 11 le missioni umanitarie
all’estero per servizi non armati sotto il comando di autorità
civili.
Eppure all’assordante e violento rombo delle armi ci sono alternative:
A livello internazionale rilanciare un ruolo forte dell’ONU.
L’ONU (che è di tutti) lo si vuole impotente, per poi poter
utilizzare il vuoto di potere internazionale per attuare i propri interessi
(soprattutto americani e dei Paesi legati alla Nato).
Ricordo che prima e durante la Guerra nel Golfo chi sostenne l’intervento
armato si era affrettato a promettere riforme in senso democratico e di
maggior efficienza dell’ONU. Riforme ancora tutte sulla carta.
Laddove ci sono dittature e non rispetto dei diritti umani bisogna attivare
percorsi di sostegno a quelle realtà associative, a quelle organizzazioni,
a quei gruppi che internamente lottano contro le dittature e per la libertà.
Solo se i processi di liberazione sono interni il risultato è duraturo,
altrimenti ci sono imposizioni, pace armata e instabilità permanente.
Nel rispetto dei diritti umani poi non ci deve essere un metro differente
a seconda degli interessi economici che ci possono essere (esempio Cina,
Arabia Saudita).
Attuare la creazione di Corpi Civili di Pace, per realizzare interventi
di prevenzione, mediazione e interposizione in zone di conflitto.
A livello giuridico la cornice esiste già a partire dalla Risoluzione
del Parlamento Europeo del 1999, per giungere a quella del Parlamento
Italiano del 16 novembre 2000 (risoluzione Saonara n. 7-00987) e alla
Legge 230/98.
Esempi di attività realizzate “sul campo” ne esistono,
ad opera di associazioni di volontariato qualificate (Caritas Italiana,
Ass. Papa Giovanni XXIII di Rimini, Gavci di Bologna, Berretti Bianchi
di Lucca, Beati i Costruttori di Pace di Padova, Peace Brigades International
di Vicenza), Manca solo la volontà di fare i Corpi Civili di Pace.
Non si vogliono investire per essi, così come si fa per le Forze
Armate, risorse economiche, umane, materiali.
E’ necessario invece fare formazione e addestramento; dare copertura
giuridica, “status” internazionale, garanzie salariali e lavorative
e quant’altro possa essere utile per avere strutture adeguate che
non dipendano solo dalla buona volontà e dalla lungimiranza del
volontariato.
Se non si va in questa direzione ci si condanna però ad accettare
per sempre o il silenzio e l’accondiscendenza difronte al sopruso
o la risposta armata e violenta, che causa comunque morti e distruzioni;
soprattutto fra civili ed innocenti, come tutte le guerre dimostrano (anche
se sono chiamate “interventi umanitari”).
Gervasia, la suora di Rebibbia
che vuole tutti i detenuti in Paradiso
Intervista a cura di Mao Valpiana
E’ un fiume in piena, suor Gervasia. Ha 84 anni, ma l’energia
e l’entusiasmo sono gli stessi di venticinque anni fa, quando l’ho
conosciuta. Gervasia Asioli, classe 1917. Suora Orsolina, delle Figlie
di Maria Immacolata, si è sempre occupata di barboni, detenuti,
emarginati, andando a trovarli per risolvere qualche problema materiale,
ma anche frequentando i gruppi che ricercano per loro soluzioni istituzionali
e politiche. E’ lì che l’ho incontrata a metà
degli anni settanta; stava nascendo il primo gruppo nonviolento veronese;
avevamo appena preso in affitto la prima sede, uno scantinato di via Filippini,
umido e desolatamente vuoto. Un giorno mi telefona a casa suor Gervasia;
dice di andare nel suo Istituto con una macchina, ma dopo le nove di sera,
non suonare il campanello, ma bussare. Non capisco bene il messaggio,
ma eseguo. Viene lei ad aprire, con aria circospetta ed una torcia in
mano. Percorriamo in silenzio il lungo corridoio della Casa Madre, e poi
giù nel refettorio. “Ecco, Mao, prendi questa tavola, alle
suore non serve, e poi non se ne accorgeranno, a voi invece sarà
utile per la nuova sede dei nonviolenti...”. Il lungo tavolo, oggi
restaurato, è ancora al centro della sala riunioni della Casa per
la Nonviolenza. E’ il testimone della mia amicizia con suor Gervasia.
Gervasia, sei sempre uguale... anzi, mi sembri ancora più matta...
Tasi, te dò un sciafòn sul muso, sèto?! Mi prendi
in giro perchè sono vecchia, ma io non ce la faccio più
a correre come prima. Fa finta di essere burbera, ma la voglia di scherzare
non l’ha mai abbandonata. Ancor oggi si reca ogni giorno a Rebibbia.
Lo fa dal 1983. Prende tre mezzi pubblici, metro e autobus e poi fa un
pezzo di strada a piedi o in autostop. Trovo sempre chi mi dà un
passaggio, avvocati o giudici, o parenti di detenuti, arabi, mussulmani.
E’ così che ho fatto amicizia anche con l’Imam di Roma
che mi ha invitato a visitare la Mosche dei Pratifiscali. Ci sono andata
e sono rimasta incantata. C’erano tanti uomini che pregavano e anche
sei, sette donne velate. Mi sono tolta le scarpe e mi sono inchinata con
loro. Quel giorno l’Imam non c’era, così al suo vice
ho detto: che peccato, l’Imam ha perso l’occasione per convertirmi...
peggio per lui, ma meglio per me! e giù, una bella risata.
Torniamo ai tuoi amici detenuti..
Adesso vado nel nuovo complesso di Rebibbia, al settore G 8, dove ci sono
gli omosessuali e i travestiti. Sono i miei prediletti. Mi piace sedermi
in mezzo a queste belle donne dalle forme prosperose. Quando arrivo mi
abbracciano, mi baciano e mi lasciano lo stampo del rossetto. Sono simpaticissimi.
Con loro cantiamo le canzoni latino americane, preghiamo, ognuno nella
sua lingua, tanto il Signore capisce tutto. Dalla mia borsa tiro fuori
ciò che mi avevano chiesto, sigarette, cartoline, buste affrancate
(quante me ne chiedono, e io resto su la notte a preparargliele e porto
loro anche santini e medagliette della Madonna, che attaccano alle loro
collane), poi mi danno tante commissioni da fare, e numeri di telefono
per avvisare i loro parenti... che io chiamo anche all’estero, la
sera quando torno a casa, dal telefono del convento… speriamo che
le sorelle non se ne accorgano...
Ma dove trovi tutta questa forza?
La sera, prima di coricarmi, vado nella cappella della mia comunità,
abbraccio il tabernacolo e supplico il mio Amore di farmi la grazia di
entrare in Paradiso, e di portarmi dietro tutti, ma proprio tutti i detenuti,
senza lasciarne fuori nessuno; ho una fiducia totale nella Misericordia
infinita di Dio “che ha sì gran braccia che prende ciò
che si rivolge a lei...”. Quando cammino per i corridoi di Rebibbia,
mentre dalle sbarre delle celle escono tante braccia che mi chiamano,
io ringrazio sempre Dio che mi ha permesso di conoscere questa realtà
sconvolgente ma ricca di umanità, che non ho mai trovato da nessun’altra
parte.
Come hai iniziato ad interessarti del carcere?
Ho sempre voluto bene al prossimo, e specialmente ai più sfortunati.
Quando ero a Verona andavo tutte le domeniche a trovare le detenute al
Campone. Di una sono diventata proprio amica, piangeva tutto il giorno
perchè non poteva più vedere i suoi figli... poi tutti i
sabati andavo a Castiglione delle Stiviere, al manicomio criminale...
poverini, che pena... tanti di loro non parlavano ormai più, ma
lo stesso quando arrivavo erano baci, abbracci, “strucamenti”...
per tutti i detenuti è molto importante il rapporto fisico, sono
privati degli affetti più cari, e così io li abbraccio sempre...
e dico “Signore, ma cosa ho fatto per meritarmi tutti questi uomini?”
se mi sposavo ne avevo uno solo, così ne ho tantissimi e anche
se son vècia i me strùca ancora… e ride di gusto.
Con Suor Gervasia è difficile mantenere l’argomento. I ricordi
le richiamano dei nomi, dei volti, per ognuno ha una parola, una lacrima,
una preghiera. Si ferma e ti racconta storie ed episodi di oggi o di anni
fa. Quando è scoppiata la Bomba di Piazza Fontana, io ero a Milano,
sono corsa subito lì, e ne è nata un’amicizia che prosegue
ancor oggi con Pizzamiglio, una delle vittime, che ha perso le gambe nello
scoppio. Con il giornale La Notte avevamo fatto una colletta per comperargli
una casa a piano terra. Poi sono rimasta a Milano, ho conosciuto Don Mazzi
mentre frequentavo il Parco Lambro, con i primi drogati.
Le suore superiori, come vedono queste tue attività?
Da parte delle Orsoline ho sempre trovato una grande comprensione e una
grande libertà. Quando sono entrata in convento, a vent’anni,
nel 1937, proprio il primo giorno mi è venuta una gran paura, non
volevo indossare quella veste nera. Allora ho chiesto il permesso di uscire
da sola, sono andata nella chiesa di Santa Teresa, ho pregato e mi sono
affidata a Dio. Quando alla sera sono tornata alla Casa Madre, c’è
stata la cerimonia e ho iniziato il noviziato, due anni senza mai uscire
fuori. Il 7 ottobre del 1940 ho fatto la professione religiosa a Roma.
Poi ho iniziato ad insegnare, erano gli anni della guerra. Con un prete
abbiamo avviato un doposcuola per gli sfollati, a Ferrara. Un giorno una
federale fascista ci ha fatto un’ispezione, e per me ha steso un
verbale negativo... forse ero già troppo indisciplinata. Non ho
risposto al saluto fascista.
Durante l’intervista dobbiamo interromperci spesso; entrano diverse
persone a salutare suor Gervasia. Lei scherza con tutti. Arriva anche
una busta anonima con dentro 250.000 lire “per i tuoi detenuti”.
Ecco vedi la Provvidenza? Questi soldi li userò per i bolli da
dare ai transessuali brasiliani di Rebibbia. Ma lo sai che la Provvidenza
esiste proprio? Un giorno avevo in tasca 50.000 lire, che mi servivano
per i bisogni di un detenuto. Per strada ho incontrato un barbone, aveva
fame, mi ha chiesto del denaro. Gli ho dato le 50.000 lire. Appena di
là della strada, dopo un minuto, incontro una signora che mi riconosce,
mi aveva visto in televisione, e mi dice: suora accetti questa offerta
per il suo lavoro in carcere, e mi dà proprio 50.000 lire. Capisci?
E’ stato proprio Lui, che ci aiuta sempre... o Dio, ecco che mi commuovo...Tra
un episodio e l’altro mi racconta anche la sua vita. Orfana a due
anni, viene affidata ad una zia. Lei cresce vivacissima, scatenata, a
5 anni la allontanano dall’asilo, a 12 anni viene sospesa da scuola.
Ero un demonio, in condotta avevo sempre 7, stavo buona solo nell’ora
di religione. Quando a 9 anni ho fatto la prima comunione, ho deciso anche
per la mia vocazione. Poi il collegio, il diploma, l’esame alla Cattolica
e, con la prima supplenza, a 17 anni, è arrivato anche il primo
moroso.
Racconta anche di alcuni scherzi memorabili fatti a preti o suore per
tagliare l’aria in tempo di guerra; come quella volta che durante
un funerale si è nascosta sotto il drappo della bara, per uscirne
a sorpresa (i gesuiti ci insegnavano che bisognava sperimentare, e io
volevo capire cosa mi sarebbe successa da morta); oppure quando ha finto
che il Vescovo convocasse d’urgenza un seminarista (si dava troppe
arie) facendolo andare a vuoto in città, una ventina di chilometri,
in bicicletta; e ancora quando si è nascosta nel pulpito della
chiesa in penombra mentre le suore facevano meditazione, con voce tenebrosa
ha urlato “nel nome di Dio fermatevi”: una suora è svenuta.
Hai programmi per il futuro?
Fino a che Dio mi darà energia, voglio proseguire il lavoro con
i detenuti. Pensa che qualche giorno fa i detenuti di Rebibbia mi hanno
regalato una targa d’argento. C’era una cerimonia con Caselli.
Io, come sempre, ero in ultimo banco, per non stare davanti con tutta
la pretaglia. Mi hanno chiamato nel primo banco e Caselli mi ha consegnato
la targa. “La conosciamo bene suor Gervasia, abbiamo un fascicolo
su di lei”. Tutti i detenuti si sono messi ad applaudirmi e a ritmare:
“Gervasia, Gervasia”, ma siete matti ?, gli ho detto!
Poi è venuto il Ministro Fassino in visita. Ho voluto conoscerlo
per dirgli di mollare fuori un po’ di gente; abbiamo celle da tre
posti con dentro anche nove dieci detenuti. E’ disumano, non è
possibile. Poi non ci si deve stupire se accadono certi fatti, o se qualcuno
si suicida. Io sono per l’indulto. Ci vogliono le pene alternative,
altro che carcere!. Ho conosciuto brigatisti, truffatori, ladri, assassini,
pedofili, rapinatori, e io assolvo tutti, buoni e cattivi A giudicarci
ci penserà Gesù nell’aldilà. Dentro ognuno,
anche il peggior delinquente, c’è sempre un raggio di luce.
Ma sai quanti esempi di altruismo ho visto in carcere?. Ho conosciuto
terroristi con un cuore grande così, sono amica della Mambro e
di Fioravanti, di Ciancimino, di Curcio, e di tanti sepolti vivi anonimi.
Ho compassione per tutti. Un ergastolano mi ha dedicato una bellissima
poesia: “Credevo che non avrei mai più ricevuto una carezza
da mia madre, ma tutto ad un tratto è arrivata lei, dolce come
un angelo....è lei la mia mamma”. Ogni volta che la leggo
piango.
Hai qualcosa da dire ai lettori di Azione nonviolenta?
Apprezzo molto la nonviolenza, in tutti i casi. Il nonviolento vince sempre
col suo silenzio, con la capacità di ricevere le calunnie, gli
insulti, le dicerie. La coscienza ti loda e ti premia se non rispondi
al male. Il nonviolento ci insegna che è meglio ricevere il male
che farlo: perchè male chiama male, e bene chiama bene.
Mandatemi delle copie di Azione nonviolenta, le distribuirò ai
detenuti, insieme ai cioccolatini, alle sigarette, ai santini e alle buste
affrancate...
Ho scoperto la bellezza della vita nel braccio
della morte
Morirò da innocente per combattere la pena capitale
Michael Toney è un detenuto nel braccio della morte del carcere
di Huntsville in Texas. Ha compiuto il clamoroso gesto di mettere all’asta
i cinque posti che ha a disposizione per assistere alla sua esecuzione,
al fine di ricavare denaro da lasciare alle sue due bambine.
“Azione nonviolenta” l’ha intervistato.
Perché la Giustizia statunitense, attraverso l’uso della
pena di morte, dimostra di non condividere l’idea europea che la
pena ha l’obiettivo di rieducare il condannato e di reinserirlo nella
società?
E’ una questione molto complessa e penso che nessuno abbia la risposta
esatta. Gli statunitensi hanno l’idea molto particolare che la vendetta
sia necessaria. In realtà la vendetta non è mai necessaria.
Non serve ad altro scopo che all’autogratificazione. Gli statunitensi
non capiscono che ogni esistenza è preziosa e che nessuno in nessuna
circostanza ha il diritto di prendere la vita ad un altro. La condanna
a morte non è niente di meno che un omicidio. Purtroppo le esecuzioni
sono molto ben pianificate ed effettuate in grandi quantità. Due
errori non creano un evento giusto! Qui in Texas le condanne a morte sono
comuni come i pozzi di petrolio e il bestiame. Non sembra affliggere la
coscienza delle persone il fatto che stanno uccidendo un uomo. Essi dicono:
“E’ un lavoro come un altro e qualcuno lo deve fare”. Ma
non è la verità. Nessuno può uccidere un altro. Penso
che nessuno sappia perché esiste la pena di morte negli Stati Uniti.
Io credo che la vendetta sia malsana e che l’unica via praticabile
sia comprendere e perdonare. Se una persona prende la vita di un’altra,
c’è qualcosa di sbagliato in quell’assassinio, qualcosa
di mentalmente sbagliato. Dobbiamo studiare le cause per cui la gente
uccide e risolvere il problema. La condanna a morte non risolve nulla.
E’ solo l’eliminazione di un indesiderabile. Non guarisce nessuna
ferita. Anzi apre un intero nuovo orizzonte di ferite.
Di fronte ad un delitto è sempre vero che si può e si deve
perdonare?
Domanda interessante. Io credo che sia sempre possibile perdonare, ma
che sia impossibile dimenticare. Il perdono è la via più
grande da percorrere per i parenti delle vittime di un omicidio. Però
in alcuni casi l’assassino non ha rimorsi o rimpianti e perciò
è molto difficile perdonare. E’ difficile perdonare chi ha
ucciso una persona che si ama. Cerco di rispondere alla vostra domanda
riferendomi alla Bibbia. Come si può chiedere perdono a Dio se
a nostra volta non sappiamo perdonare? Penso che il perdono sia la parte
più elevata del processo di riconciliazione e senza dubbio ne è
una fase indispensabile.
Come si può favorire un processo di riconciliazione fra assassino
e vittima (e suoi familiari)?
Deve essere un processo reciproco. Entrambe le parti devono volere la
riconciliazione. Secondo me l’assassino e i parenti della vittima
devono essere capaci di confrontarsi reciprocamente in un ambiente favorevole.
La famiglia della vittima deve avere risposte sul motivo per cui il proprio
congiunto è stato ucciso. So che nessuna risposta è accettabile,
ma ottenere risposte è una fase del processo di riconciliazione.
Non c’è modo di arrivare ad una riconciliazione totale, ma
ci sono alcuni passi di riavvicinamento che possono compiere sia l’assassino
che la vittima.
L’esperienza del braccio della morte, che ha pesantemente mutilato
la tua esistenza, privata di ogni possibile libero sviluppo, ti ha comunque
arricchito in qualche maniera?
Sì, senza dubbio! La mia situazione è differente da quella
che vive la maggioranza delle persone nel braccio della morte per il fatto
che io sono stato condannato a morte per un crimine di cui non so nulla,
ma ciò è servito ad aprirmi gli occhi. E’ però
una vergogna che sia un evento così tragico ad aprirmi gli occhi.
Ho avuto occasioni che non hanno prezzo. Io credo che un giorno sarò
scagionato e potrò raccontare ciò di cui sono stato testimone
e utilizzerò la mia esperienza per scopi sociali. Ho avuto l’opportunità
di guardare negli occhi uomini che sapevano di avere solo più poche
ore di vita. Ho potuto parlar loro poco prima che la loro vita fosse strappata.
Ho avuto la possibilità di porre molte domande, ad esempio perché
avevano ucciso altre persone. Ho capito che ogni esistenza è preziosa.
Ho avuto l’occasione di conoscere me stesso e ho capito perché
mi sono comportato in una certa maniera e di conseguenza ho imparato a
correggere i miei comportamenti. L’asta con la quale ho venduto i
miei biglietti è stata un successo e ciò prova il mio punto
di vista: gli statunitensi hanno uno strano fascino per la vendetta e
la morte.
Puoi dire di aver imparato una lezione sulla vita, magari un frammento,
e quell’impercettibile sensazione è stata o no in grado di
giustificare la realtà che hai vissuto e che stai vivendo?
Ho imparato molto di più di quanto potrei mai riuscire ad esprimere
a parole. Non giustifico la realtà della mia situazione e non posso
rispondere a questa domanda perché non so come finirà la
mia storia. Ignoro se sarò ucciso oppure no. Se lo sarò,
ogni cosa che ho imparato sarà inutile, a meno che io possa utilizzarla
in qualche maniera prima di essere ucciso. Penso che nulla possa giustificare
l’eliminazione di una vita umana, specialmente quando la persona
è innocente, come sono io. Sono molto preoccupato del rapporto
fra innocenza e pena di morte, perché io sono stato condannato
con facilità per un crimine di cui non ho saputo nulla per dodici
anni dopo che è stato commesso. Non sono mai stato sul luogo ove
è stato commesso. Ciò mi fa chiedere quante persone innocenti
sono state uccise. Ci sono seri problemi con il sistema giudiziario statunitense.
Esso rifiuta di ammettere che errori sono stati commessi e vuole che ognuno
creda che esso è il miglior sistema giudiziario nel mondo, ma non
è così. E’ un sistema come tanti altri e non vuole
migliorare perché non vuole imparare dai propri errori. Si preferisce
incarcerare e uccidere un innocente e permettere contemporaneamente al
colpevole di restare in libertà, piuttosto di ammettere di aver
sbagliato. Se io riuscirò invece a mostrare la verità e
a ottenere vera giustizia, allora ogni cosa sarà giustificata,
perché il sistema avrà riconosciuto le sue imperfezioni
e avrà operato gli opportuni cambiamenti.
(Intervista a cura di Sergio Albesano)
Condannati a morte per errore
Lo dimostra uno studio americano
Di Milena Nebbia
Vi è un crescente consenso sul fatto che i problemi inerenti al
sistema di pena di morte americano abbiano raggiunto le proporzioni di
una crisi. Molti temono che i processi relativi ai casi per cui è
prevista la pena capitale mandino nel braccio della morte persone che
non dovrebbero esservi mandate. Altri affermano che i ricorsi in appello
relativi a tali casi abbiano tempi troppo lunghi.
Il Comitato del Senato contro la pena di morte, costituitosi nel 1996,
nella sua relazione finale ha reso noto un interessante studio sugli errori
giudiziali nei casi di condanna alla pena capitale negli Stati Uniti (A
Broken System : Error Rates in Capital Cases, 1973-1995).I ricercatori
della facoltà di legge della Columbia University, guidati dal professor
James S. Liebman, hanno esaminato tutti i casi conclusi di tutte le istanze
giudiziarie nell’arco di quasi un quarto di secolo. Si tratta del
primo studio statistico degli appelli per casi riguardanti la pena di
morte in America in tempi moderni: 4578 appelli relativi a casi statali
tra il 1973 e il 1995 in 34 stati. Il lavoro, svolto in nove anni, mette
in luce un sistema che sta crollando sotto il peso dei propri errori.
Un sistema in cui sono in gioco vite umane e ordine pubblico, e che tuttavia
per decenni ha commesso più errori di quelli che saremmo disposti
a tollerare nell’ambito di attività molto meno importanti.
Un sistema che è dispendioso e malato e deve essere curato.
L’intenzione degli autori è stata quella di mettere da parte
i dilemmi morali e formulare la domanda che manager, consumatori e cittadini
pongono a proposito dei prodotti più svariati, dai pneumatici alle
scuole : funziona ? Lo studio conclude che la risposta è no : i
metodi con cui vengono condannati a morte gli individui sono chiaramente
difettosi.
Invece di tentare di operare una scelta tra i tanti casi, il che avrebbe
inevitabilmente condotto a pregiudizi o errori, gli autori hanno esaminato
ciascun procedimento di appello relativo a una condanna alla pena capitale
per un periodo di 23 anni. In seguito all’esame di migliaia di giudizi
di appello, gli autori hanno riscontrato che il 68% dei casi aveva dovuto
essere riesaminato e provato, rendendo necessari 2370 nuovi processi.
Le cause principali di tali errori sono state: avvocati incompetenti,
condotta scorretta di pubblici ministeri, istruzioni non corrette impartite
alla giuria, giudici e giurie parziali. In seguito alla revisione della
sentenza di condanna a morte, l’82% dei condannati si è visto
commutare la pena. In altre parole, in oltre quattro casi su cinque le
giurie hanno stabilito che l’accusato non meritava di morire. Delle
persone la cui sentenza di condanna a morte è stata rivista, una
su quattordici è stata assolta in fase di nuovo processo. Questo
significa che su ogni sei persone la cui sentenza di condanna a morte
è stata giudicata valida dalle istanze giudiziarie, una è
risultata innocente. Un altro problema emerso dalla relazione è
rappresentato dalla durata dell’iter giudiziario: dalla prima sentenza
alla pena capitale alla scarcerazione (o all’esecuzione) trascorrono
in media 11 anni. Nella maggioranza dei casi i detenuti nel braccio della
morte attendono per anni che si compiano le lunghe procedure di impugnazione
necessarie per rilevare tutti gli errori e giungere infine al ribaltamento
della condanna a morte. Gli alti tassi di errore e i tempi necessari per
rimediare agli errori implicano altissimi costi per i contribuenti, le
famiglie delle vittime, il sistema giudiziario e le persone ingiustamente
condannate. E annullano il carattere definitivo, la punizione e l’effetto
deterrente che sono le motivazioni solitamente avanzate per l’uso
della pena capitale.
In Illinois, uno degli stati presi in esame dai ricercatori, da circa
un anno è in vigore una moratoria delle esecuzioni voluta dal Governatore
George Ryan. La moratoria è stata stabilita per l’inaffidabilità
delle condanne a morte: sono stati accertati 12 casi di innocenti condannati;
spesso gli imputati poveri, per lo più di colore, non hanno difesa
adeguata; i giudici, eletti dal popolo, si lasciano condizionare da un’opinione
pubblica preoccupata dalla microcriminalità e desiderosa di veder
subito condannanti i presunti colpevoli. In 33 casi gli imputati erano
stati difesi da avvocati radiati successivamente dall’albo, 45 afro-americani
erano stati condannati da giurie composte esclusivamente da bianchi e
46 condanne si erano verificate a seguito di una testimonianza decisiva
resa da detenuti.
Secondo il professor Liebman, il consenso alla pena di morte negli Stati
Uniti è in diminuzione dal 1996 e nei cittadini va crescendo la
sfiducia nel sistema giudiziario americano. In particolare, l’appoggio
è meno diffuso tra i giovani , i cattolici, le donne, gli afro-americani.
E’ quindi essenziale che l’Europa continui ad esercitare pressione
sugli Stati Uniti in materia di pena di morte.
New economy e sviluppo immateriale
per mantenere la ricchezza dov'è
di Carlo Cavaglieri
“Se abbiamo un uovo ciascuno e li scambiamo, avremo ancora un uovo
ciascuno. Se abbiamo un’idea ciascuno e le scambiamo, avremo ciascuno
tante idee”. La saggezza di questa antica massima cinese è
stata utilizzata a scopo di lucro nella moderna economia e nella ripartizione
internazionale del lavoro. È il segreto dell’immateriale:
l’attuale generazione ragiona ancora in larga misura secondo schemi
materialisti e già deve fare i conti con l’esplosione dell’immateriale.
A cosa si deve la fase espansiva dell’economia americana, che dura
da quasi un decennio - il periodo più lungo mai verificatosi in
precedenza – se non al primato che gli americani hanno raggiunto
nel campo delle conoscenze tecnico-scientifiche, della “rivoluzione
digitale”, della new economy, del software, dei brevetti… tutti
settori largamente caratterizzati dall’immateriale?
La rivoluzione digitale, con la convergenza tra informatica e telecomunicazioni,
consente il trasferimento a basso costo delle informazioni, ma anche di
suoni e immagini, a qualunque distanza: essa ha quindi ricadute positive
su tutti i settori di conoscenza. Così vengono radicalmente ridotti
i vincoli di spazio e di tempo, si facilita la multimedialità e
l’interattività, si potenzia la globalizzazione sia economica
che culturale. Il digitale comporta un’ulteriore smaterializzazione
anche dei beni immateriali, che vengono sempre più slegati dal
supporto materiale prima necessario; informazioni, musica o filmati in
rete non hanno più bisogno di carta, dischi o altro: basta il computer.
È facile prevedere che, grazie anche a questi progressi informatici,
la nostra vita sarà sempre più segnata dall’immateriale.
Scambi ineguali. Nella divisione internazionale del lavoro gli americani
hanno conquistato il primato nei settori immateriali sopra indicati (sintetizzati
nel termine di terziario avanzato o quaternario), grazie ad una intelligente
politica di incentivazione della ricerca e di richiamo dei “cervelli”
da tutto il resto del mondo, politica che dura ormai da diversi decenni.
Avviene così che gli Stati Uniti e, in minor misura gli altri paesi
ricchi (Europa occidentale e Giappone), vendono al resto del mondo beni
ad alto contenuto immateriale, ricevendone in cambio beni prevalentemente
materiali. È ben noto che lo scambio avviene in termini iniqui,
ineguali, tanto che ne scaturisce il crescente divario tra paesi ricchi
e quelli poveri. Poco invece si riflette sulle caratteristiche dell’immateriale,
che lo allontanano di molto dal più usuale e considerato –
specie in economia – settore materiale.
Le peculiarità dei beni immateriali sono di tutto rilievo: non
sono distrutti dal consumo e non lasciano né scarti né rifiuti:
quindi non inquinano, se non… le menti. Inoltre chi li vende non
se ne priva (come avviene invece per i beni materiali) e così può
venderli un numero illimitato di volte. Il costo di produzione ha un valore
finito, mentre le vendite (e i relativi guadagni) possono avere un valore
illimitato. Ecco la scoperta di quella miniera inesauribile di profitti
che sono i prodotti immateriali. Ne sa qualcosa Bill Gates, proprietario
della Microsoft, che trentenne è diventato l’uomo più
ricco del mondo vendendo software, ma anche il nostro Armani, balzato
in testa alla classifica dei redditi italiani grazie alla vendita di moda.
Le vendite (e i guadagni) possono aumentare indefinitamente, purché
siano sostenute da adeguate azioni promozionali per spingere all’utilizzo
e al consumo il più rapidamente possibile, magari approfittando
del fatto che prodotti concorrenti non sono ancora sufficientemente conosciuti:
ecco perché assistiamo all’esplodere di una pubblicità
che ben poco ha a che fare con l’informazione, ma al contrario punta
sulla suggestione o la convinzione occulta. Anche la pubblicità
è una forma di immateriale, ma di tipo ben diverso dalle conoscenze
o dalla ricerca.
Due componenti. È di fondamentale importanza distinguere nell’immateriale,
una componente “virtuosa”, consistente nell’apporto di
nuove conoscenze, ricerca, progresso scientifico, umano…, e una componente
“viziosa”, basata invece su pubblicità, convinzione,
colonizzazione delle menti, tentativo di confondere forma e sostanza,
apparenza e realtà, fino all’uso sistematico della menzogna
(nella pubblicità o nella politica, ad es.). Non è difficile
vedere in questa seconda componente le tracce di una estesa violenza –
tanto più pericolosa, in quanto psicologica e camuffata. Mentre
la prima componente rende attivi e partecipi, con accrescimento di scambi
intellettuali, stimolo alla creatività, alla ricerca, all’iniziativa
personale…, la seconda rende passivi, dipendenti, incapaci di iniziativa
e di autonomia, facilmente anche violenti. La pubblicità va pure
combattuta perché è un’esaltazione del denaro, altera
i valori della società, uccide il senso critico, agisce negativamente
sullo sviluppo. Le diverse forme di convinzione – che passano non
soltanto dalla pubblicità, ma forse ancor più dai modelli
di comportamento diffusi dai media – possono avere effetti devastanti,
specie dove più carente è il senso critico (tra i giovani,
tra i poveri…): è forse la forma di violenza oggi più
pericolosa. Tenere distinte le due componenti di immateriale è
quindi importantissimo, anche perché queste possono innescare rispettivamente
un circolo virtuoso oppure un circolo vizioso nello sviluppo.
Tradimento dei chierici. Considerando l’importanza e le peculiarità
dell’immateriale - l’attuale capitalismo è forse basato
sulle conoscenze più che sullo stesso capitale - la situazione
dei rapporti tra mondo ricco e mondo povero può essere dunque configurata
come una specie di “tradimento dei chierici” a livello universale:
chi possiede le conoscenze le utilizza per sfruttare e dominare i poveri.
Ma questi, il terzo mondo, potrebbero anche loro progettare uno sviluppo
basato sull’immateriale? Certo non potrà trattarsi solo di
software o di brevetti, per i quali risulterebbero facilmente perdenti
di fronte all’occidente. Altrettanto perdenti resterebbero col mantenimento
dell’attuale divisione del lavoro: continueranno ad essere traditi
dai “chierici” occidentali. Per fortuna tra i beni immateriali
ve ne sono molti che non comportano spese elevate o sono addirittura gratuiti
– e quindi alla portata di tutti – pur favorendo lo sviluppo
umano; alcuni fanno parte del patrimonio culturale del passato e contribuiscono
a rafforzare l’identità personale o di gruppo. L’importante
è innanzitutto difendersi dalla pubblicità e dal consumismo,
spingendo al contempo le attività immateriali capaci di creare
un autentico sviluppo umano; senza dimenticare che “non tutto è
in vendita”. Chi si metterà in un’ottica economicista
e perseguirà la sola crescita economica è molto facile che,
in un mondo globalizzato, risulterà soccombente. Dove invece si
garantirà lo sviluppo umano, è probabile che a questo seguirà
anche lo sviluppo economico. È un po’ come il lavoro infantile:
lo si sceglie per avere subito un guadagno, ma si compromette la crescita
armoniosa, la salute e persino le possibilità di un maggior guadagno
nell’età adulta. È superfluo affermare che anche per
una società a sviluppo intermedio, come la nostra, vale questa
stessa ricetta: garantire anzitutto lo sviluppo umano; tutto il resto
“sarà dato in sovrappiù”.
La nonviolenza in Messico conquista gli zapatisti
Il 30 gennaio (anniversario della morte di Gandhi) è stato celebrato
in molte parti del mondo; ma particolarmente significativa è stata
un’iniziativa nonviolenta promossa dal Serpaj (Servizio Pace e Giustizia)
del Messico. Ce la racconta direttamente Pietro Ameglio, uno degli animatori.
“L'azione nonviolenta del 30 gennaio è andata molto bene.
C'era la stampa e la televisione, e soprattutto è stata un'opportunità
per condividere con un buon gruppo di studenti dell'università
nazionale (UNAM), molto attivisti rispetto a Chiapas ed all'università
(parecchi di loro incarcerati l'anno scorso), una forma diversa di avvicinarsi
a certe lotte, meno centrata su gridare e rompere cose e più vicina
a toccare la coscienza e la morale di chi è di fronte.
L'idea era fare l'azione in ricordo della data nel cuore del palazzo di
potere presidenziale, con una enorme tela dove ci si chiedeva "Può
esserci 'Ordine e Rispetto' (nome dell'area di giustizia dei ministeri
del nuovo governo) con prigionieri di coscienza?". Eravamo tutti
con maschere da detenuti o dipinti nella faccia con sbarre. C'erano cartelloni
grandi, un’enorme immagine di Gandhi e si camminava cantando o in
silenzio, si davano volantini alla gente (il testo riprodotto qui sotto,
NdR), e ci si sedeva davanti alla porta d'entrata del palazzo governativo.
L'importanza stava nel posto (non si fa mai niente lì, anche per
paura), e nell'associazione di Gandhi con lo zapatismo ed i prigionieri
di coscienza”.
Pietro Ameglio y Myriam Fracchia
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>
30 GENNAIO 2001, A 53 ANNI DALLA MORTE DI GANDHI
GIORNATA MONDIALE DELLA NONVIOLENZA ATTIVA
Gandhi è stato un uomo che ha lottato per la liberazione del suo
popolo, cercando sempre forme originali per contrastare la menzogna, l’oppressione
e la guerra, sempre rispettando l’avversario, intentando umanizzarlo.
Oggi in Messico non c’è pace. Negli ultimi sei anni abbiamo
vissuto una guerra che il Governo Federale dirige contro i popoli indigeni,
fra i quali gli zapatisti. In tutto questo tempo gli zapatisti hanno lottato
con la parola, il silenzio e la resistenza; hanno iseganto alla società
civile che è possibile lottare in diverse maniere. Dal 12 gennaio
1994, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e la società
civile hanno lottato in forma non-violenta, come Gandhi, lasciando chiara
la verità di fronte all’avversario e rispettando la propia
parola. Come Gandhi, sono stati perseguitati e diffamati, qualcuno di
loro è stato anche incarcerato in Chiapas, Veracruz, Tabasco e
Queretaro; altri indigeni che anche lottano come loro sono prigionieri
di coscienza nei Loxichas (Oaxaca), Guerrero, Distretto Federale, Jalisco.
¡¡¡LIBERTÀ A TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI E
DI COSCIENZA DEL PAESE!!!
Il nuovo governo di Vicente Fox ha parlato di pace e dialogo, ma le azioni
intraprese finora non sono sufficenti. L’EZLN ha chisto tre segnali
concreti per riprendere il dialogo:
1)Ritiro dell’esercito da 7 posizioni militari su un totale di 259
che ci sono (manca ancora il ritiro da Guadalupe tepeyac, la garrucha
ed il Río Euseba);
2)Compimento degli Accordi Legislativi di San Andrés, firmati nel
1996 dal governo e mai rispettati;
3)Libertà a tutti i prigionieri zapatisti: finora sono stati liberati
17, mancano 88, in tutti i casi i processi giudiziali sono pieni d’irregolarità.
Queste sono le condizioni minime che permetteranno di riprendere la strada
di una vera pace. Oggi veniamo fino alle porte del Palazzo Nazionale per
esigere dal governo di Vicente Fox segnali chiari, onesti e veri di una
volontà di dialogo.
Colombia: violenza contro i difensori dei diritti
umani
di Maria Panatero
Colombia. In un anno più di 3.500 vittime di atti di violenza
politicamente motivati; 250.000 persone costrette ad abbandonare le proprie
case; oltre 400 massacri compiuti dai gruppi paramilitari; più
di 1000 sequestri di persona realizzati da questi ultimi e dai gruppi
armati di opposizione.
Questo è il contesto in cui operano ogni giorno uomini e donne
che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani dei più deboli,
dei più indifesi. E deboli e indifesi finiscono per diventare anche
loro, i difensori dei diritti umani. Negli ultimi tre anni almeno 25 di
loro sono stati assassinati o sono “scomparsi”; altrettanti
sono scampati ad attentati mortali; 40 hanno dovuto lasciare il paese.
Non passa ormai settimana senza che arrivi la notizia di una nuova intimidazione,
di una nuova sparizione, di un nuovo omicidio. Ognuno vive pensando di
essere il prossimo obiettivo sulla lista.
La grande maggioranza degli attacchi contro i difensori dei diritti umani
viene organizzata e condotta dalle forze di sicurezza, dai gruppi paramilitari
loro alleati o da sicari da questi assoldati. Anche i gruppi armati di
opposizione si sono resi responsabili di uccisioni sommarie ed arbitrarie.
Questa sistematica campagna contro i difensori dei diritti umani in Colombia
è alimentata dalla profonda ostilità che le forze di sicurezza
e i paramilitari nutrono nei confronti del lavoro in difesa dei diritti
umani, che viene considerato come sinonimo di azioni di guerriglia.
All’inizio del suo mandato, il Presidente colombiano Andés
Pastrana dichiarò solennemente che avrebbe fatto della difesa dei
diritti umani una priorità di governo. Nel dicembre 1998, di fronte
alle Nazioni Unite, promise di proteggere i difensori dei diritti umani.
Nonostante siano state effettivamente intraprese alcune iniziative per
adempiere a questo impegno, gli attivisti per i diritti umani continuano
ad affrontare allarmanti livelli di pericolo. Il problema principale rimane
la mancanza di volontà politica da parte delle autorità
colombiane nell’identificare e portare davanti alla giustizia coloro
che eseguono attacchi contro i difensori dei diritti umani.
Negli ultimi anni varie organizzazioni internazionali per i diritti umani,
governative e non, sono ripetutamente intervenute per denunciare la drammatica
condizione dei difensori dei diritti umani in Colombia.
Amnesty International dal 1997 ha attivato un “Programma per promuovere
la protezione dei difensori dei diritti umani in America Latina”,
nel cui ambito pubblica regolarmente rapporti e lancia azioni in cui chiede
alle autorità colombiane di proteggere la loro vita, processare
i responsabili delle minacce nei loro confronti e adottare politiche efficaci
e credibili in tema di diritti umani.
Uno dei casi per i quali Amnesty International sta lavorando riguarda
Jairo Bedoya Hoyos, “scomparso” dal 2 marzo 2000. Esponente
della Organizacion Indigena de Antioquia (OIA), che rappresenta le comunità
indigene del dipartimento omonimo, ha svolto numerose campagne in favore
del rispetto dei diritti culturali e dell’incolumità della
comunità indigena Embera. Si teme che proprio questa sia stata
la causa della sua “sparizione”, ad opera dei gruppi paramilitari.
Negli ultimi anni diversi esponenti della comunità Embera, che
si erano schierati contro la costruzione della diga Urra (che distruggerà
buona parte della loro terra), hanno subito gravi abusi dei diritti umani
da parte dei gruppi paramilitari alleati alle forze di sicurezza. Alcuni
dirigenti della comunità sono stati assassinati, altri sono “scomparsi”.
Chi ha denunciato questi episodi è stato a sua volta preso di mira.
In risposta alla mancanza di sicurezza della popolazione indigena del
dipartimento di Antioquia, l’OIA ha dichiarato la “neutralità”
delle comunità indigene nel conflitto in atto, sperando in questo
modo che le parti belligeranti rispettassero l’integrità fisica
della popolazione civile indigena. Ciò nonostante, la comunità
continua a subire violazioni dei diritti umani.
Amnesty International chiede che sia aperta un’inchiesta indipendente
e imparziale per chiarire la sorte di Jairo Bedoya Hoyos e preme affinchè
siano presi tutti i provvedimenti che gli esponenti OIA ritengono necessari
a difesa della loro incolumità.
Per collaborare a questo programma, Amnesty International chiede di inviare
il seguente appello. (fotocopiare, firmare e spedire)
Senor Presidente
Andres Pastrana
Presidente de la Republica de Colombia
Palacio de Narino
Carrera 8 No. 7-26
Santafé de Bogota
Colombia
Excelencia,
Soy un ciudadano italiano e me dirijo a Usted para expresar mi preocupacion
por la desaparicion de Jairo Bedoya Hoyos, el 2 de marzo 2000, por mano
de grupos paramilitares. Temo que Jairo Bedoya Hoyos sea desaparecido
a causa de su trabajo en la Organizacion Indigena de Antioquia (OIA) y
de sus numerosas campanas a favor del respeto de los derechos humanos
y de la incolumidad de la comunidad indigena Embera.
Segun lo que he podido saber a traves de Amnistia Internacional, muchos
miembros de la citada comunidad, que se oponen a la construccion del dique
Urra, padecieron graves violaciones de los derechos humanos por parte
de los grupos paramilitares. Unos dirigentes de la comunidad fueron asesinados
y otros desaparecieron. A su vez, quienes documentaron y denunciaron estos
episodios devinieron objetivos de los grupos paramilitares.
Esperando de proteger la poblacion civil indigena, la OIA declaro su neutralidad
en el conflicto que se esta desarrolando en el departamento de Antioquia.
Sin embargo, los miembros de la comunidad siguen padeciendo violaciones
de sus derechos humanos.
Por lo tanto, le solicito, Senor Presidente, que se efectue una investigacion
independiente e imparcial avocada al esclarecimiento del caso Bedoya Hoyos
y que asimismo se proceda a disponer las medidas que los exponentes de
la OIA consideren pertinentes al fin de garantizar la incolumidad de todos
los sujetos implicados.
Agradeciendole por su atencion, acepte, Senor Presidente, mis mas respetuosos
saludos.
Cognome e Nome_______________________
Indirizzo ______________________________
Città e Stato____________________________
Firma_________________________________
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
I nostri debiti e i loro debiti
Vorrei raccontare ai lettori di Azione Nonviolenta un piccolo caso di
obiezione monetaria che ho vissuto personalmente nel mese di dicembre
2000.
A fine anno risultavo con mia moglie in possesso di un mutuo di circa
60 milioni, che avevamo contratto per acquistare la nostra prima casa.
Risparmiando, siamo riusciti in questi anni a mettere da parte la somma
necessaria per estinguerlo.
Alcuni giorni prima della data che ci avrebbe permesso di diventare pieni
proprietari della casa in cui abitiamo, un amico con il pallino della
finanza ci propone il seguente affarone: affidandogli la somma che avremmo
dovuto usare per l'estinzione, avremmo potuto lucrare cospicui guadagni
tramite una gestione patrimoniale in fondi: senza muovere nemmeno un muscolo
quindi, e senza stillare una sola goccia di sudore, avremmo intascato
alla fine di ogni anno il differenziale tra i due tassi di interesse.
La prospettiva ci ha allettato per un istante, poi tutto ci è risultato
più chiaro: il nostro amico, più o meno inconsapevolmente,
ci proponeva di usare la medesima rivoltella che le banche usano per rapinare
i paesi del sud del mondo, applicando tassi di interesse da capogiro a
chi è obbligato a ricorrere al debito per portare avanti la sua
attività. Niente male, nell'anno del Giubileo che avrebbe dovuto
vedere l'azzeramento del debito dei paesi in via di sviluppo.
Cosa sarebbe infatti materialmente successo, se avessimo deciso di aderire
all'offerta che ci era stata avanzata? Noi saremmo rimasti per qualche
anno in più con un debito, con un tasso di interesse accettabile.
I soldi che avremmo consegnato al nostro amico invece, sarebbero stati
immediatamente girati da qualche banca di investimento a chi ne aveva
bisogno, ad un tasso di interesse ampiamente maggiorato in virtù
del guadagno che la banca avrebbe voluto realizzare. Con i nostri soldi,
capite? Mica con quelli degli azionisti della banca. Questi signori non
avrebbero rischiato nulla, visto che si sarebbero trovati a fare semplicemente
da costosissimi, salatissimi passamano.
Molti dei soldi che noi decidiamo di affidare alle banche, purtroppo fanno
la stessa fine. Il tasso di interesse che noi chiediamo loro, adeguatamente
moltiplicato, viene richiesto a chi lo usa effettivamente per promuovere
una attività. E visto che il gioco sta in piedi solo se chi gode
del prestito può permettersi un tale esborso, la maggioranza delle
somme viene erogata in paesi dove l'inflazione galoppa, oppure dove il
denaro circola talmente poco che chi lo vuole deve sottostare a condizioni
belluine. Oppure ancora viene prestato a chi non si fa scrupolo di inquinare,
licenziare, affamare pur di arrivare a fine anno ad onorare il debito
contratto. Ci troviamo così ad essere indirettamente degli strozzini
senza neanche immaginarlo, e magari a chiedere a gran voce, nello stesso
tempo, la riduzione del debito che grava nei paesi del sud del mondo.
Così, la nostra casa è diventata veramente nostra, e l'unica
fatica che ho dovuto sostenere è stata quella di convincere il
nostro amico che non avevamo perso stoltamente una somma di denaro: semplicemente,
avevamo rifiutato di intascarne una di troppo.
EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Educazione alla nonviolenza in una scuola media
Dopo aver frequentato un corso di aggiornamento sui principi teorici
su cui si basa l’educazione alla nonviolenza, integrato l’anno
seguente da un altro corso più pratico sulla «gestione nonviolenta
dei conflitti», noi, insegnanti della scuola media di Diano d’Alba
(prov. di Cuneo), abbiamo programmato per l’anno scolastico ‘99/2000
un’attività di tipo interdisciplinare sul tema: «La
gestione nonviolenta dei conflitti e la mediazione tra pari».
Le classi coinvolte in quest’attività sono state una seconda
e una terza media, mentre le discipline interessate sono state: italiano,scienze,
francese, educazione musicale, educazione artistica, educazione fisica.
Gli obiettivi educativi comuni sono stati: portare gli alunni ad avere
una maggiore conoscenza di sé, acquisire un maggiore rispetto,fiducia
e stima reciproca, sviluppare atteggiamenti di ascolto e di collaborazione
tra loro, acquisire tecniche nonviolente nell’affrontare i piccoli
o grandi conflitti quotidiani.
Gli obiettivi didattici comuni: appropriarsi di linguaggi specifici (
parole, immagini, suoni) per poter comunicare, in modo chiaro e corretto,
i propri pensieri e le proprie emozioni; acquisire capacità di
valutazione e di autovalutazione del proprio modo di comunicare e di relazionarsi;
approfondire il metodo della «ricerca» personale e critica
nell’acquisizione dei contenuti.
Il lavoro è stato svolto nell’ arco di tre mesi ed è
stato suddiviso in tre fasi:
1^fase: la conoscenza di sé. Tale argomento ha comportato, da parte
degli alunni, un’analisi attenta ad approfondita sia del loro aspetto
esteriore (ad es. i cambiamenti fisici avvenuti nello sviluppo, attraverso
uno studio scientifico), sia un esame dei propri sentimenti e delle proprie
emozioni a seconda dei vari momenti e situazioni (guida all’introspezione,
anche mediante lo studio di poesie…). Molto utili, a questo riguardo,
le schede di Sunderland: «Disegnare le emozioni», perché
hanno permesso agli alunni di esprimersi con tecniche diverse (scritto,
parlato,disegno,ascolto…) e di coinvolgere così le varie discipline.
Tale lavoro ha portato i ragazzi a confrontarsi e a riconoscere nella
loro diversità alcuni elementi comuni, su cui far leva per poter
«guardarsi»con occhi «solidali» e non «rivali».
2^fase: il conflitto. L’osservazione, l’analisi ed anche la
simulazione di alcuni conflitti hanno aiutato gli alunni a comprendere
quali sono le motivazioni, le dinamiche e le varie strategie per affrontarli.
Si è scoperto un nuovo modo di intendere il conflitto, giungendo
a ritenere negativo, non tanto il conflitto in sè (che, a volte,
invece può aiutare a crescere,a migliorare,a mettersi in discussione),quanto
piuttosto certi modi distruttivi di affrontarlo. Partendo da questa considerazione,
gli allievi hanno approfondito, anche con giochi ed esperienze pratiche,
i vari atteggiamenti che si possono tenere di fronte ad essi (atteggiamento
aggressivo, passivo, assertivo).
3^fase: la mediazione tra pari. Purtroppo, per motivi contingenti (mancanza
di tempo), quest’ultima fase è stata svolta solo a livello
teorico, ed è mancata così l’esperienza concreta. È’
comunque risultata utile la conoscenza di questa tecnica come strumento
per una risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Tale esperienza didattica, molto interessante e coinvolgente, ha avuto
ancora altri risvolti: la produzione di due giornalini di classe e la
realizzazione di uno spettacolo teatrale.
Sul primo giornalino-dossier, i ragazzi hanno voluto riferire il percorso
seguito durante il lavoro e riportare alcune produzioni dell’esperienza
vissuta (disegni,riflessioni,esperienze,commenti personali…) , sul
secondo, invece, sono state pubblicate le ricerche di approfondimento
sui Testimoni della nonviolenza (Gandhi, Capitini, M.L.King, N.Mandela,
A.Langer…), realizzate dagli allievi della classe terza come lavoro
d’esame.
Lo spettacolo teatrale ( rappresentato pubblicamente al Teatro Sociale
di Alba) dal titolo «L’infanzia negata», è stata
una rielaborazione del libro: «Il diario di Zlata». Questa
lettura, riguardante le atrocità della guerra Serbo – Bosniaca,
narrate, con sofferta partecipazione, da un’ adolescente di Sarajevo,
ha rappresentato per i nostri alunni un’ulteriore occasione per constatare
quanto, anche a livello «macro», l’incapacità
di risolvere i conflitti in modo nonviolento, abbia sempre risvolti negativi
e tragici soprattutto per la popolazione civile e non risolva affatto
i problemi, ma anzi non faccia che aumentarne le dimensioni con violenza
…
l’esperienza didattica qui descritta è stata apprezzata dagli
allievi e dalle loro famiglie, ma ha costituito anche per noi insegnanti
motivo di riflessione e di maturazione personale sul cammino della nonviolenza.
Siamo d’accordo con Giuliano Pontara che «la nonviolenza s’impara»
e che la scuola può e deve essere luogo privilegiato di tale cammino.
Bianca Marengo
Scuola Media di Diano d’Alba
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Maestri e scolari di nonviolenza
AA.VV., Maestri e scolari di non violenza, riflessioni, testimonianze
e proposte interattive, a cura di Claudio Tugnoli, Franco Angeli Editore,
Milano, 2000, pp. 312 (anche presso IPRASE, via S. Margherita 10, Trento,
tel. 0461 270511).
Questo volume raccoglie le relazioni presentate al corso di formazione
sul tema della nonviolenza, organizzato dall’IPRASE del trentino
nell’anno 2000, in collaborazione con l’UNIP (Università
Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto).
L’alto livello dei vari saggi ne fa uno strumento di grande rilevanza
per la formazione pedagogica dei docenti, ai quali la pubblicazione è
espressamente indirizzata. Ciascuna delle dieci relazioni affronta un
tema specifico, che si può studiare autonomamente.
I.La distinzione tra mezzo e fine all’origine della violenza, di
Claudio Tugnoli. È un itinerario attraverso alcuni aspetti cruciali
della violenza, in un percorso trasversale che, includendo una lettura
critica di alcuni episodi della Bibbia, delle vite dei Santi, del Bhagavadgita,
giunge sino ai temi contemporanei (ad. es. Auschwitz).
II.Aldo Capitini, La nonviolenza come prassi educativa, di Rocco Alteri.
Il saggio esamina il contributo di Capitini alla ricerca pedagogica e
alla riforma della scuola. Si leggono con particolare interesse le pagine
sull’incontro con don Milani e sul progetto comune di un giornale-scuola
(del quale uscirono quattro nuovi numeri tra la fine del 1960 e l’inizio
del 1961).
III.“Preparare la via alla venuta della grazia”. Pace e problema
della violenza in Dietrich Bonhoffer, di Alberto Conci. Viene indagata
la tormentata ricerca sui temi della guerra, pace e nonviolenza, del teologo
luterano anti-nazista, arrestato nella primavera del 1943 e impiccato
nel campo di Flossenburg il 9/4/1945.
IV.Alla ricerca dell’origine perduta. Nuova formulazione della teoria
mimetico-sacrificale di Girard, di Giuseppe Fornari. L’autore espone
e approfondisce le ricerche del filosofo francese sull’origine della
violenza (in particolare nel volume La violenza e il sacro, Adelphi, Milano,
1980) in relazione all’esperienza del sacro.
V.Ontologia e cristologia in Simone Weil, di Guglielmo Forni Rosa. Breve
saggio, denso e impegnativo, articolato in due parti: la metafisica e
la specializzazione delle conoscenze; l’obbedienza alla necessità
del mondo.
VI.L’Islam oggi. Jihad, nonviolenza e modernità, di Adel Jabbar.
Nuovo contributo su Islam e nonviolenza. L’Autore, rifacendosi all’insegnamento
del Profeta Muhammad e alla tradizione musulmana, si schiera a favore
di un Islam teso alla pace e alla concordia tra i popoli di diverse fedi
e culture.
VII.La nonviolenza cammina con l’uomo: altre testimonianze da scoprire,
di Enrico Peyretti. Il saggio, scavando nel recente passato, riporta alla
luce testimoni della nonviolenza ancora poco noti come Jacopo Lombardini
e Guido Plavan. Viene indagata anche la dolorosa vicenda di molti altoatesini,
arruolati nell’esercito del Terzo Reich (circa 400), che disertarono
per non essere complici di una condotta di guerra che disapprovavano.
L’opposizione al nazismo da parte dei soldati tedeschi fu abbastanza
consistente: circa 35 mila ebbero il coraggio di disertare; 15 mila di
quei disertori vennero arrestati e fatti morire (p. 252).
VIII.Una coesistenza di volti. La memoria nonviolenta cammina con l’uomo,
di Francesco Comina. Questa relazione ha carattere storico e rievoca figure
emblematiche della nonviolenza da San Massimiliano a Josef Mayr-Nusser
che rifiutò il giuramento a Hitler e pagò con la vita (cfr.
anche dello stesso Comina, Non giuro a Hitler, ed. San Paolo, Cinisello
Balsamo, 2000).
IX.Gli scolari della nonviolenza. Gli operatori di diplomazia popolare
nei conflitti internazionali, di Mauro Cereghini. Viene presentata l’azione
a favore della pace nella ex-Jugoslavia da parte dell’Associazione
Giovanni XXIII ( Operazione Colomba) e del movimento Beati i Costruttori
di Pace. Alcune pagine sono dedicate alle Pace Brigades International,
nate in Canada nel 1981 con un’ispirazione gandhiana e quacchera,
presenti come mediatori di pace nel Centro-America e in altre zone.
X.La nonviolenza s’impara. Note introduttive per la didattica, di
Marco Baino e Flavia Favero. Il saggio espone la didattica della nonviolenza
con opportuni suggerimenti operativi.
STORIA
A cura di Sergio Albesano
La società e l’individuo La storia delle masse
Società e individuo sono termini reciprocamente integrantisi,
non già opposti. L’uomo è plasmato dalla società
così come i vari individui plasmano e creano una determinata società.
Il culto dell’individualismo è uno dei miti storici più
radicati, nato nel Rinascimento, poiché prima l’uomo aveva
consapevolezza di sé unicamente in quanto membro di un gruppo,
sviluppatosi con la Rivoluzione francese, che sancì i diritti del
cittadino, e proseguito con la rivoluzione industriale, che esaltò
l’iniziativa individuale; ma l’intero sviluppo storico fu un
processo sociale. Il conflitto tra libertà dell’individuo
e giustizia sociale non è una lotta fra individui da una parte
e società dall’altra, ma tra gruppi di individui facenti parte
della società. La storia talvolta viene immaginata come un corteo
in cammino, di cui lo storico non ha una visione d’assieme dall’alto,
ma di cui è semplicemente una figura che arranca tra le tante.
L’angolo visuale da cui egli guarda il passato è determinato
dalla sua posizione nel corteo e ciò significa che la sua interpretazione
del passato è influenzata dalla realtà che vive nel presente.
Mommsen era un liberale tedesco disilluso dalle confusioni della Rivoluzione
tedesca del 1848-49, che avvertiva la necessità di un uomo forte;
questo ci spiega la sua idealizzazione di Cesare e la contemporanea demolizione
di Cicerone, considerato un chiacchierone politicante. Mommsen non si
occupò della storia dopo la caduta della repubblica, poiché,
mentre egli scriveva, il problema che si presenta dopo l’ascesa al
potere dell’uomo forte non era ancora attuale ed egli, non essendo
spinto a proiettare questo problema sullo sfondo dell’antica Roma,
non scrisse mai lo storia dell’età imperiale. Si può
affermare che la Storia di Roma di Mommsen ci dice altrettanto sulle ripercussioni
del 1848 sui liberali tedeschi di quanto sulla repubblica romana del primo
secolo avanti Cristo. Cassio Dione fu uno storico che si faceva scrupolo
di tenere nel dovuto conto versioni diverse, e in qualche caso addirittura
contrapposte, dello stesso avvenimento, tranne quando parla di Nerone.
In tal caso vede soltanto i motivi di indegnità del figlio di Agrippina.
Questo eccesso di antineronismo si deve probabilmente ad un parallelo
tra il successore di Claudio e Commodo, imperatore dissennato, che ai
tempi di Dione chiuse in maniera indegna la stagione degli Antonini e
che alla sua morte per mano di congiurati lasciò, esattamente come
Nerone, Roma nell’anarchia. Dione, insomma, concede moltissimo alla
sovrapposizione tra l’immagine di Nerone e quella di Commodo e dà
così spazio ad un’invettiva i cui bersagli sono, più
che nel passato, nel presente. In uno dei suoi libri più belli,
quello dedicato a Tacito, Ronald Syme spiega che negli Annali l’ampia
trattazione riservata alla successione di Tiberio ad Augusto allude alle
vicende della successione di Adriano a Traiano; ciò significa che
Tacito ha usato quella per parlare di questa. Pertanto non si può
comprendere e valutare pienamente l’opera di uno storico senza aver
prima colto il suo punto di vista, che si situa in un preciso contesto
sociale. Poiché gli eventi sono in continuo divenire, l’opera
dello storico muta con il succedersi degli avvenimenti e perciò
quando prendiamo in mano un libro di storia non è sufficiente leggere
il nome dell’autore, ma è necessario guardare la data in cui
il testo è stato scritto. Lo storico che è consapevole dell’influenza
che il presente ha sul suo concetto di passato sarà anche in grado
di superarla. In conclusione, prima di studiare la storia bisogna studiare
lo storico e prima di studiare lo storico bisogna studiare l’ambiente
storico e sociale in cui egli ha vissuto.
Chiediamoci ora se l’oggetto della ricerca dello storico è
costituito dagli individui o dall’azione di forze sociali. E’
forte la tentazione di attribuire la forza creatrice della storia al genio
individuale, che ci conduce ad affermare che il regime elisabettiano crollò
per la scarsa intelligenza di Giacomo I, che il comunismo fu una creatura
di Karl Marx, che la Rivoluzione bolscevica fu dovuta alla stupidità
di Nicola II e che le due guerre mondiali furono causate dalla malvagità
di Guglielmo II e di Hitler. L’errore consiste nello stabilire una
linea netta di separazione fra lo studio dell’uomo come individuo
e come membro di una società, poiché l’individuo è
un membro della società. L’oppressione sancita per legge che
grava sull’animo di un singolo contadino non ha interesse per lo
storico; ma milioni di contadini malcontenti sparsi in migliaia di villaggi
costituiscono un fattore che nessuno storico può ignorare. Questi
milioni di individui agiscono insieme e, con o senza consapevolezza, costituiscono
una forza sociale.
L’individuo eccezionale è un fenomeno sociale di enorme importanza,
che esprime la volontà del proprio tempo e che fuori dalla sua
realtà storica non avrebbe potuto svilupparsi.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
E’ un mondo difficile
E quindi io obietto
Tonino Carotone, spagnolo di Pamplona, appassionato degli anni sessanta
italiani (Mina, Paoli, Celentano, Carosone…) è stato anche
da noi uno dei protagonisti dell'estate 2000 con l'album "Mondo difficile".
Dalle prime esperienze nei gruppi punk dove scriveva e cantava già
canzoni contro la guerra è approdato all'amicizia e alla collaborazione
con Manu Chao, musicista etnico-globale che gli ha aperto la strada del
grande pubblico e del business musicale.
Si definisce antimilitarista, antiproibizionista e libero pensatore. In
"Zapore di mare", rifacimento in chiave antimilitarista del
classico di Gino Paoli, afferma di non essere né terrorista né
pacifista e invita alla difesa e alla resistenza nei confronti del sistema…
Riportiamo stralci significativi di sue interviste apparse sulla stampa
nazionale
"Il potere non è sempre inattaccabile. C'è ancora
spazio per farsi ascoltare, per la denuncia e la protesta, anche in musica.
Con Manu Chao discutiamo spesso di zapatismo e diciamo che tra l'esercito
messicano e i guerriglieri del Chiapas c'è una bella differenza.
Io sono contro la violenza e per la pace, ma tutti abbiamo diritto a difenderci."
"L'anarchismo è un'etichetta. Io sono un libero pensatore.
La politica e la filosofia hanno dei limiti. Io ho soltanto dei 'non limiti'."
"(…) il mio modo di essere antimilitarista. Io ho disertato
per non fare il servizio di leva. Mi sono nascosto per quasi due anni
e poi ho fatto un anno di galera…"
Un archivio della musica antimilitarista e nonviolenta
Nello scarso tempo libero che mi lascia lo studio universitario, amo
dedicarmi all'ascolto e al suono della musica, anzi direi proprio che
la musica è una parte fondamentale della mia vita. Altro mio grande
interesse è quello relativo alla nonviolenza e all'impegno nel
riuscire un giorno a vedere una società senza più armi,
eserciti e guerre. Mi piacerebbe riuscire ad unire questi miei due grandi
interessi. Vorrei, un po' alla volta, raccogliere tutte le registrazioni
delle canzoni che parlano di opposizione alla guerra, di disobbedienza
e di antimilitarismo e per fare questo ho bisogno dell'aiuto di tutti.
Apprezzerei molto che mi venissero segnalati dischi, cantanti o libri
riguardanti l'argomento. Non importa se rock, musica classica, punk o
musica di tradizione popolare: l'importante è che sia inerente
agli argomenti sopra descritti. Quello che vi propongo è la costituzione
di un "Archivio della musica antimilitarista e nonviolenta",
che per forza di cose sarà di una semplicità estrema, ma
anche a disposizione di chiunque volesse farne uso. In futuro, sarebbe
bello, SIAE permettendo, poter creare delle raccolte di queste canzoni
e così diffondere un enorme patrimonio in molti casi poco commerciale
e sconosciuto ai più, che rischierebbe di essere dimenticato. Gradirei
essere contattato soprattutto da chi possiede dischi o registrazioni ormai
introvabili. Penso che la musica sia uno straordinario canale di diffusione
e che quindi vada approfondito il suo rapporto con le tematiche a noi
care.
Grazie.
Massimiliano Pilati
Tel.051/454757
Email:
Queste pagine su Azione Nonviolenta hanno un sogno nel cassetto: non
restare luogo di informazioni e idee (sia pure interessanti!) da buttare
al vento, ma arrivare ad essere stimolo per attività, iniziative,
incontri e collaborazioni. Un archivio come questo che viene proposto,
potrebbe sviluppare uno strumento culturale, pedagogico ("canzoni
da adoperare, non da ascoltare passivamente" per dirla con Woody
Guthrie), di grande interesse. Per essere pienamente valorizzato occorrerà
lavorare alla definizione dei criteri di raccolta e d'uso delle canzoni:
proprio questi ultimi potrebbero rivelarsi il vero contributo musicale
alla formazione nonviolenta.
P.P.
In questo numero ci ritroviamo nuovamente a parlare di Amos Gitai, cineasta
israeliano di fama internazionale, sempre presente con le sue opere nei
più importanti Festival cinematografici. Se siete tra quelli che,
negli ultimi mesi, non hanno avuto niente di meglio da fare che leggere
la rubrica Cinema di Azione Nonviolenta, allora vi ricorderete certamente
la recensione del suo film Kadosh, una finestra aperta sui casi di ordinaria
discriminazione della donna da parte del mondo ultraortodosso di Gerusalemme.
Il tema di Kippur è un altro, anche se Gitai rimane coerente rispetto
alle scelte stilistiche e contenutistiche alle quali è approdato
da quando, a metà circa degli anni Settanta, decise di intraprendere
le prime esperienze dietro la macchina da presa: l’inizio della narrazione
filmica ci porta al 6 Ottobre 1973. E’ il giorno dello Yom Kippur,
festa ebraica attraverso la quale il popolo di Israele chiede perdono
e possibilità di espiazione al Signore per le colpe commesse nei
secoli; la Siria e l’Egitto attaccano di sorpresa Israele e la situazione
si rivela subito drammatica. Weinraub e Rousso sono due giovani come tanti.
La loro vita è sconvolta: sono improvvisamente catapultati dentro
una terribile guerra. I due vengono destinati ad operare in una squadra
di salvataggio che deve recuperare i feriti, anche dentro il territorio
nemico. Compiono così diverse azioni con il loro elicottero fino
a quando cinque giorni dopo l’inizio del conflitto, nel tentativo
di salvare un pilota abbattutto, il veivolo viene colpito da un missile
siriano. Rimangono tutti feriti, cinque in modo grave. Per Weinraub e
Rousso la guerra è finita ma una volta tornati a casa non saranno
più gli stessi.
Agli inizi del mese di Ottobre di ventisette anni fa Amos Gitai era uno
studente di architettura: proprio come i protagonisti del suo film, si
ritrovò su un elicottero che venne bombardato, si salvò
e decise di utilizzare il cinema per manifestare il proprio sdegno e la
propria indignazione nei confronti delle intolleranze e delle guerre di
qualsiasi tipo. Il film è stato girato in un periodo di relativa
tranquillità per il Medio Oriente, un periodo di intensi incontri
e trattative tra le parti al fine di addivenire ad un accordo di pace.
“…Quando abbiamo girato il film – ha dichiarato Gitai in
una intervista rilasciata ad Alessandra Bitti – lo abbiamo fatto
in un periodo di relativo ottimismo per la situazione del medio Oriente,
nessuno pensava che ci saremmo ritrovati a pensare alla guerra; il film
esce in un momento particolare così ho pensato che se qualcuno
oggi ha il desiderio di fare una nuova guerra, forse guardando il film
gli passerà la voglia.” Purtroppo però qui da noi in
Italia, come consuetudine, il film, presentato a Cannes nel Maggio del
1999, è uscito sugli schermi solo nell’autunno del 2000, ad
un anno di distanza dall’intervista ed in un contesto completamente
mutato, per il Medio Oriente, da una situazione di relativa pace ad una
di guerra.
Agli inizi del mese di Ottobre del 2000, infatti, l’appena neo eletto
Primo Ministro Israeliano Sharon (sic!), con una “defatigante”
passeggiatina sulla spianata delle moschee di Gerusalemme riaccendeva
il fuoco di un conflitto, appena sopito dai tentativi di dialogo avviati
tra le parti in causa nei mesi precedenti, sotto la mediazione del presidente
degli Stati Uniti Bill Clinton.
Ma al di là di tutte queste casuali quanto tragiche coincidenze
e ricorrenze, la logica del lavoro di Gitai non muta assolutamente nella
sua sostanza; che è quella di un film di condanna nei confronti
della guerra del Kippur in particolare, e di tutte le guerre in generale,
realizzata attraverso una narrazione volutamente antispettacolare (se
vi capita di vedere questo film, ormai disponibile solo su videocassetta,
scordatevi tutta la produzione bellica hollywoodiana e in particolare
il soldato Ryan di Spielberg) volta a raccontare la guerra per quello
che è nella realtà: “…autentica caoticità
e informe delirio in cui nessuno capisce ciò che deve fare e in
cui il nemico non si vede mai. (Maurizio G. De Bonis).”
Forse, neppure la parola “frontiere”, del tutto artificiali
e suscettibili di variazioni, è sufficiente ad evidenziare i rischi
drammatici a cui la ultramoderna e sofisticata biotecnologia spinta espone
l’umanità. E’ possibile che il termine più esatto
sia limiti e potenzialità, perché più intrinsechi
e congeniti nella cosa che si elabora.
Temo che, in mano a tecnocrati, economisti e politici senza scrupoli,
il biotech, che percorre vie di intervento mediante laboratorio scientifico
nell’intima essenza della cosa vivente, il gene, compia un possibile
viaggio senza ritorno, senza rispettare frontiera alcuna. E coloro che,
anche in questo campo, piegano la scienza all’interesse immediato,
si assumono, di fronte al genere umano, e non solo, una enorme responsabilità.
Accade che i cittadini, che chiedono precise e documentate informazioni
prima, e cautela dopo ogni progetto transgenico, vengano additati come
miopi conservatori, passatisti, retrogradi, e che, se si espongono più
di tanto e contestano, ottengano risposte dal sapore di manganello.
Noi siamo qui per apprendere il più possibile sulle potenzialità
e i limiti delle biotecnologie, per muoverci più cautamente possibile
nei suoi percorsi labirintici. E non solo, perché, come cittadini
ci compete il dovere di difendere i nostri diritti, non solo quelli sociali.
Il diritto alla salute, essendo oggi più che mai a rischio, è
diventato prioritario, ed è doveroso difenderlo con i denti e con
le unghie.
Ergo, con latino maccheronico, forse, ma con forza dico : “Quo ducis
nos?” - dove ci porti, Amico biotecnocrate ?
Davide Melodia
Verbania
Cerco nonviolenti arabi e musulmani
Cari amici e compagni di Azione Nonviolenta, sono da anni un vostro abbonato
e iscritto al MN. Sono convinto che oggi più che mai sia doveroso
da parte mia rinnovare l’abbonamento sia alla rivista che al Movimento.
Vi chiedo solo di pazientare un mese (a fine febbraio, quando riceverò
lo stipendio, rinnoverò l’abbonamento).
La nonviolenza è più che mai indispensabile in questi mesi
di elezioni (sono un ex-radicale e cercano in questi mesi la mia iscrizione,
ma sono dubbioso, non mi convincono!) ; il Movimento Nonviolento ha un’urgente
necessità d’esserci, di ampliare le sue fila d’iscritti
in questi sempre più violenti tempi di liberismo, di new economy,
di razzismo ! E per tutto questo mi sento legato a voi (anche quando il
Partito Radicale, di cui ero militante, era diverso e c’era Pietro
Pinna ai banchetti dei loro congressi).
Vi chiedo di nuovo una gentilezza che mi avete già accordato: faccio
volontariato con extracomunitari del nord-Africa e vi avevo chiesto l’indirizzo
di associazioni e movimenti nonviolenti del mondo arabo, perché
vorrei corrispondere con nonviolenti di fede musulmana, voglio sperare
che non tutto l’islam sia integralista !
Ho provato a scrivere a qualcuna delle associazioni nonviolente di cui
mi avevate fornito l’indirizzo, ma non ho ricevuto mai alcuna risposta.
Forse hanno paura e non osano con una singola persona, temono in uno scherzo
o peggio ancora in una trappola.
Con il vostro aiuto magari si fiderebbero di più : se voi, come
Azione Nonviolenta e Movimento Nonviolento italiano, poteste dare il mio
indirizzo, dicendo che sono un nonviolento vostro simpatizzante e iscritto,
magari accetterebbero la corrispondenza e lo scambio di idee e opinioni.
Se potete farmi questo favore vi ringrazio, tanti auguri per il nuovo
2001 e per una nonviolenza sempre più affidabile a livello mondiale
!
Pierluigi Guarisco
Como
Gregory Corso
un poeta beat
Nel nostro paese non si è mai valutata opportunamente l’importanza
e il ruolo dei poeti e autori della beat generation per lo sviluppo del
pacifismo, ma anche della nonviolenza.
La cultura della pace ha avuto i suoi momenti più alti non soltanto
nelle marce per la pace di Capitini, nella resistenza nonviolenta di Gandhi
o nelle comunità di Lanza del Vasto, ma anche negli happening del
Living Theatre, nelle perfomance poetry contro la guerra nel Vietnam di
Ginsberg, nella disubbidienza civile dell’underground americano,
etc.
Gregory Corso era tra i più coinvolti nell’affrontare la non
facile questione “pace”. Anima gentile e faccia da duro, Gregory
Corso ebbi modo di conoscerlo nell’estate del 1999 a Cagliari in
un recital di poesie con altri poeti beat (Lawrence Ferlinghetti, John
Giorno, Philip Lamantia, e Sanders, etc.). Approfittando di una pausa,
il poeta in un bar ci parlò della vita a S.Francisco e ci raccomandò
di non perdere mai il senso dell’umorismo e della bellezza. Dopo
svariate richieste ci lesse alcuni brani di Bomb, inno contro le guerre,
il famoso testo che stampato alla grafica futurista era stampato in modo
da restituire la sagoma del fungo atomico.
Quella poesia fu ispirata da una dimostrazione contro la bomba atomica
alla quale il poeta assistette in Inghilterra nel 1958. Di quella dimostrazione
non lo impressionò tanto lo scopo quanto la carica di odio, di
violenza di rabbia. Un odio simile, una violenza simile gli parvero almeno
altrettanto mostruosi che la bomba e gli parve che la mostruosità
distruttrice della bomba non fosse diversa dalla mostruosità distruttrice
di uomini che tentavano di annientare una cosa nel momento stesso che
l’avevano creata. Perché tutti provavano orrore per la bomba
atomica e non ne provavano invece nel vedere “i bambini abbandonati
nei parchi” o “gli uomini che muoiono sulle sedie elettriche”?
La condizione umana, voleva dirci Gregory Corso, è abbastanza tragica
senza che la si debba rendere ancora più tragica con nuove cariche
di odio, di violenza, di rabbia. E’ così tragica anche per
colpa degli uomini, che l’hanno inquinata di violenza dalle origini
del mondo.
Il vero nemico dell’uomo è l’odio, il vero assassino
dell’umanità è l’odio, la vera rovina del mondo
è l’odio, diceva Corso. Perché l’odio è
un gesto di violenza. E dalla violenza non può nascere, per sempre,
altro che violenza.
Maurizio Pittau
Cagliari
Leggi ingiuste contro i deboli
Nel giornale la Repubblica del 27 dicembre 2000 ho letto, sotto il titolo
“clandestini costretti a lavori illegali”, la giusta reazione
di un lettore alla Legge che punisce con due anni di carcere e 50 milioni
di multa il datore di lavoro che, dopo essersi assicurato dell’onestà
e del buon comportamento di una persona, decide di dare a questa un alloggio
e una occupazione retribuita non solo per avere da lei un aiuto lavorativo,
ma anche per toglierla dal rischio di finire nella criminalità.
Ho saputo poi anche che per richiedere dall’estero una persona da
adibire ai servizi domestici occorre un reddito annuo familiare di 95
milioni, e per un part-time 83 milioni, escludendo così dal beneficio
di un aiuto reciproco non solo le classi più deboli e povere, come
quella dei vecchi pensionati malati italiani, ma anche chi ha già
trovato solidarietà e accoglienza da loro.
Mi chiedo allora e vi chiedo: è proprio questa la strada legale
più giusta per chiamare i cittadini a collaborare con il governo
nell’opera di selezione e integrazione degl’immigrati nella
nostra società già molto turbata da tanti problemi irrisolti
? E non è questa invece una tra le tante violenze che i più
deboli devono subire in silenzio da un potere che è solito rifiutare
ogni collaborazione dalla base ?
Sara Melauri
Firenze
Violenza umana contro gli orsi
La Cina mantiene oggi 10.000 (diecimila) orsi prigionieri, per l’estrazione
della bile dalla cistifellea di questi animali. Gli orsi sono collocati
orizzontalmente in gabbie che sembrano piuttosto delle bare; viene messo
loro un collare di ferro e sono trattenuti da sbarre a pressione; nel
corpo di questi animali viene introdotto un catetere, che assorbe continuamente
il liquido dalla cistifellea.
Gli orsi non possono cambiare minimamente la loro posizione e rimangono
in questa condizione di sofferenze interminabili dai 15 ai 20 anni!
Non possiamo accettare che questa crudeltà, tortura e barbarie,
continui formando parte della vita di questi poveri orsi, nemmeno per
un minuto.
Ogni istante che passa è decisivo per loro tra SOFFRIRE e VIVERE.
Con la zampa attirano il cibo attraverso una piccola apertura della gabbia.
Per placare la sete, devono allungare la lingua per leccare le sbarre
della loro prigione.
Soffrono dolori allucinanti per rimanere una media di15 anni nella stessa
posizione che deforma loro le ossa. Stiamo parlando di 15 anni, o 180
mesi, o 5.475 giorni, o 131.400 ore o 78.844.000 minuti di continuo dolore.
Per ottenere la bile, si sta promuovendo un commercio terribile: la bile
viene usata per confezionare shampoo, afrodisiaci e rimedi “miracolosi”.
Durante l’estrazione del liquido, si impianta un tubo nella cistifellea;
l’altro estremo resta fuori della pancia dell’orso, collegato
ad un apparecchio che estrae la bile.
I dolori dell’orso sorpassano ogni limite dell’immaginazione:
brama di dolore, si mutila e cerca di suicidarsi.
Per maggiori informazioni, visitate il sito: http:// www.geocities.com/Baja/2324/index.html