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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Violenza nella scuole, violenza della scuola, violenza fra giovani, violenza
dei giovani...
Alla scoperta del bullismo
di Elena Buccoliero
Dallo scorso autunno ad oggi quasi non passa giorno senza che i maggiori quotidiani
nazionali portino all’attenzione fatti di violenza tra bambini o adolescenti,
ormai da tutti conosciuti sotto il nome di “bullismo”. E al di là
del fatto che proprio di bullismo si tratti, ovvero di “prepotenze ripetute
nel tempo da parte sempre degli stessi ragazzi ai danni di altri, più
deboli e incapaci di difendersi”, e non di fatti episodici come vendette
passionali o aggressioni tra bande, tutti sembrano concordare sulla gravità
della situazione all’interno della scuola. Quasi che improvvisamente un
bubbone fosse scoppiato, destabilizzante e difficile da trattare. La scuola,
il luogo dove per antonomasia la violenza si ritiene bandita, il luogo dell’educazione
e della buona educazione, potrebbe essere una scatola nera densa di contenuti
infidi e maligni.
Il fatto è che in questa scatola nera non si è abituati a guardare,
ma a fidarsi. Gran parte degli adulti hanno un immaginario sulla scuola ma non
saprebbero dire che cosa succeda lì dentro, a meno che ci lavorino o
ci mandino i loro bambini. Già con i figli adolescenti si allentano i
contatti. Se poi non si hanno dirette implicazioni, la scuola risulta un luogo
opaco, con leggi tutte sue, di cui la politica può disinteressarsi senza
suscitare recriminazioni particolarmente visibili. Finché un giorno tv
e giornali ci hanno indotti a pensare che l’istituzione scolastica sia
una piazza non troppo dissimile da molte altre, dominata dalla prepotenza di
chi può permetterselo e dall’indifferenza dei più.
Alcuni ritengono, più o meno amaramente, che proprio così debba
essere il luogo dove una società prepara i più giovani ad una
progressiva integrazione. Per chi invece ritiene che fare scuola sia un esercizio
di profezia, cioè occasione per trarre dal presente i segni dei tempi
con cui costruire il futuro, il pessimismo è dilagante.
Ma perché questa improvvisa scoperta della violenza nella scuola? Possibile
che davvero sia così inedita?
La risposta è certamente negativa. Nei ricordi di ognuno si trovano facilmente
fatti di sopraffazione ai danni dei deboli, proprio all’interno della
scuola. Questi fatti vengono attraversati spesso poco consapevolmente e poi,
se non si è nella posizione di chi ha subito, vengono accantonati, ridimensionati,
cancellati, riletti come scherzo. Poi un giorno improvvisamente entrano nelle
case attraverso un telegiornale qualunque, vediamo un ragazzo down – ah
no, autistico... – messo all’angolo dai compagni e tutti insieme
gridiamo allo scandalo. Come è giusto fare, del resto. E poi...
Le due facce della medaglia
...poi le notizie rimbalzano da un sito ad un quotidiano, da una rivista a un
dibattito televisivo, con le inevitabili semplificazioni del caso. Rimbalzano
e intanto si riproducono, ovvero si alimentano in un effetto di emulazione ben
studiato sui casi di suicidio e quasi certamente presente anche nei fatti di
violenza. Soprattutto in adolescenza, vedere dei coetanei sui giornali ingolosisce
e mette in cerca di un analogo “successo”.
Bisognerebbe dire allora che è tutta colpa dei media? I ragazzi disabili
avrebbero maggiore rispetto se non ci fossero in classe telefonini muniti di
telecamera a riprendere le prodezze dei compagni e a metterle su Internet?
Probabilmente no. Certo, mezzi potenti nelle mani di bambini o ragazzi producono
un effetto di amplificazione sull’opinione pubblica, e di umiliazione
della vittima, decisamente superiore che se le azioni non fossero riproducibili
attraverso i media. Come dire che un neopatentato può sempre avere un
incidente dettato dall’inesperienza, ma se guida una macchina che raggiunge
i 160 chilometri orari può decidere di spingere al massimo, e può
fare e farsi molto più male.
D’altra parte, non ci fossero stati i ragazzi dell’istituto “Steiner”
di Torino ad accanirsi con un compagno disabile, gli studi sul bullismo che
avvenivano nel nostro paese da circa quindici anni (per il nord Europa bisogna
contarne dieci di più) sarebbero rimasti confinati tra pochi specialisti,
raccolti sporadicamente da qualche amministratore o dirigente scolastico illuminato.
Invece per fortuna è successa una cosa grave, e tutti l’abbiamo
saputa. Per fortuna, perché sono iniziate le prime risposte istituzionali.
Il Ministro della Pubblica Istruzione ha voluto affrontare il tema, un primo
piano nazionale è stato elaborato da un gruppo composito di “specialisti
della scuola” e sono ora allo studio percorsi di ricerca e di formazione
da attuare in tutta Italia, attraverso specifici osservatori che nasceranno
presso le Direzioni Scolastiche Regionali. Finalmente una risposta di sistema
e, ci si augura, lungimirante e coerente, per un fenomeno che investe tutti
gli attori della scuola ed assomiglia più ad una dinamica di gruppo,
adulti inclusi, che all’esplosione fuori controllo di singoli ragazzi
da salvare, da curare o da punire, a seconda delle lenti con cui li guardiamo.
Il che non esclude, naturalmente, un’attenta analisi delle responsabilità.
C’è bullismo e bullismo
Il bullismo è una relazione di abuso di potere ed ha contorni riconoscibili,
secondo la definizione anzidetta. Se si lavora per anni nella scuola ci si accorge
però che questa definizione, utilissima, dice ancora poco rispetto ad
un fenomeno vasto e multiforme.
Ci sono distinguo che riguardano il “bullo”, a seconda che:
agisca veramente “per scherzare” e sia inconsapevole delle conseguenze
– chiarite le quali cambierà comportamento – o giustifichi
i propri atti con un meccanismo di disumanizzazione del più debole, perché
precocemente avvezzo alla violenza o mosso da una spinta ideologica molto forte
(per es. il razzismo, l’antisemitismo, ecc.);
provenga da una famiglia in grado di giustificarlo e garantirlo ad oltranza,
magari per coprire la propria assenza nella relazione o perché convinta
che la furbizia e la forza siano meglio della correttezza e della lealtà,
o piuttosto da una famiglia dove la violenza c’è e si impara, o
semplicemente incapace di porre dei limiti pur volendo farlo. Tutti questi retroterra
possono stare alle spalle di un bambino o di un ragazzo prepotente, ma il tipo
di cose che questo ragazzo farà, il significato che attribuirà
alle sue azioni e ciò di cui andrà alla ricerca sarà completamente
diverso.
Le azioni di cui si parla cambiano di significato qualora:
l’obiettivo sia piacere agli altri oppure raggiungere uno scopo ben preciso,
per esempio accumulare denaro con la forma diretta dell’estorsione o rivendendo
oggetti rubati ai compagni;
le azioni di sopraffazione siano visibili o invisibili agli occhi degli adulti
e dei compagni, e siano dirette o indirette, vale a dire facilmente osservabili
perché di tipo verbale o fisico o invece psicologiche, come manipolazioni
del gruppo ai danni di uno solo, esclusioni, maldicenze...;
il tipo di prepotenza sia ritenuto dagli adulti legittimo oppure no. Avviene
ad esempio che talune prevaricazioni, soprattutto quando vengono agite da ragazzi
con un buon profitto, una immagine gradevole, dei modi educati o spigliati...
siano facilmente giustificate dagli insegnanti nonostante siano a tutti gli
effetti un abuso di potere. Il risultato è che mentre il bullismo rude
e trasgressivo, spinto all’estremo, diventerà probabilmente devianza,
ce n’è un altro, più pulito, che nel tempo potrà
condurre a posizioni di potere o di privilegio nella finanza piuttosto che nello
spettacolo, nel mondo accademico o altrove... senza mai essere percepiti come
“antisociali”.
Anche i compagni hanno ruoli diversi, a seconda che approvino o meno le azioni
di prevaricazione e, se non sono d’accordo, siano o no capaci di esprimere
le proprie posizioni. Quando il “bullo” è anche un leader
è difficile cercare un cambiamento, mentre se la maggioranza del gruppo
non si lascia sedurre dalle prevaricazioni allora il “bullo” risulterà
solo e depotenziato... al limite, lui stesso un po’ vittima dei compagni.
È abbastanza probabile che un ragazzo violento sia disapprovato fino
alle medie inferiori e sostenuto nelle superiori, dove si ritroverà circondato
da un certo numero di persone simili a lui per condizione ed esperienza.
Per quanto riguarda la “vittima”, ci sono differenze secondo:
il grado di responsabilità attribuito a chi subisce, sia da compagni
e adulti sia dalla vittima stessa. Ci sono ragazzi che si sentono ingiustamente
perseguitati, altri che vedono le prepotenze come una risposta voluta alle proprie
provocazioni (si parla perciò di “vittime provocatrici”),
altri ancora che finiscono per sentirsi sbagliati perché più deboli
o diversi dagli altri, e ritengono di meritare le prepotenze dei compagni;
la posizione all’interno del gruppo, perché ci sono ragazzi vittime
di uno ma sostenuti dall’affetto dei compagni (per lo meno di alcuni)
ed altri che si sentono ignorati, isolati o detestati da tutti, e conoscono
la situazione peggiore;
il margine di potere attribuito a chi è in una posizione di debolezza,
sia da chi guarda sia dalla vittima stessa, perché questo detta i confini
delle soluzioni possibili, tra vendetta, fuga, affermazione di sé, ricerca
di alleanze tra i compagni, intervento sanzionatorio della scuola, mediazione
da parte degli adulti, rovesciamento dei ruoli da vittima a prepotente in un
gruppo alternativo o futuro.
La scuola italiana produce bullismo?
Da Galtung in poi, sappiamo che per ogni conflitto è possibile rintracciare
nel contesto che lo contiene cause culturali e strutturali. Il bullismo, visto
come conflitto asimmetrico e bloccato nella ripetizione, non fa eccezione. L’istituzione
scolastica ha un funzionamento prevedibile e per certi versi iniquo, sostenuto
da una cultura in larga parte condivisa.
Tra le cause strutturali del bullismo scolastico:
la qualità e la gestione dello spazio e del tempo;
il tipo di formazione e selezione degli insegnanti;
l’attribuzione delle cattedre e delle sedi;
il numero di allievi che compongono una classe;
la reale impossibilità, per i docenti dalle medie inferiori in su, di
lavorare insieme e di confrontarsi con i ragazzi;
l’impossibilità di parlare delle relazioni senza “perdere
tempo”, cioè sottrarne alle materie;
l’assenza di educatori, pedagogisti, psicologi... come figure di riferimento
per ragazzi, insegnanti e genitori, all’interno di ogni scuola.
Tra le cause culturali si annoverano alcune convinzioni diffuse tra ragazzi
e adulti secondo le quali:
insegnare è soprattutto istruire, non educare;
è giusto farsi gli affari propri;
le persone valgono per il ruolo che occupano e non per ciò che sono;
chi è debole deve imparare a difendersi da solo;
le prepotenze subite aiutano a crescere;
chiedere agli adulti di intervenire a supporto proprio o di un compagno in difficoltà
è una infamia;
un bravo insegnante non ha bisogno di aiuto da parte di nessuno.
Molto altro si potrebbe aggiungere. Pur incompleti, questi elenchi sono forse
sufficienti a mostrare quanto il bullismo sia una forma di violenza profondamente
radicata. Volerlo prevenire o contrastare implica un impegno altrettanto approfondito
e costante sia per modificare l’ossatura della scuola – ma questo
richiede investimenti anche economici - sia le convinzioni che la reggono.
Alla lunga, nessun piano di prevenzione sarà efficace se si continuerà
a dover lavorare con classi di 28 ragazzi, soprattutto nei contesti o nelle
classi dove si ha una concentrazione impressionante di studenti in forti difficoltà
relazionali, familiari, scolastiche. E tuttavia, nelle condizioni date, c’è
ancora moltissimo che può essere fatto.
Alcune linee di prevenzione o di intervento
Ci sono casi in cui il bullismo ha una sua utilità. Va capito per poterlo
contrastare.
Le prepotenze possono essere una risposta del gruppo all’assenza di regole
condivise e realmente applicate all’interno della scuola o della classe,
o un modo che alcuni adottano per sentirsi protagonisti e spesso permette anche
agli altri di superare l’incertezza che assale nei primi tempi in una
classe di sconosciuti. Quando sono presenti diversità evidenti, la sopraffazione
può essere utilissima per eliminare o stigmatizzare chi è portatore
di queste diversità, ovvero per mettere a tacere il disagio o il conflitto
potenziale. È questo il caso del bullismo rivolto a ragazzi palesemente
“diversi” perché omosessuali, o di altre culture, o con caratteristiche
fisiche o psicologiche particolari e minoritarie.
È evidente che chi scrive non ritiene il bullismo una soluzione giusta,
né da un punto di vista etico né a una verifica di efficacia.
Ma è bene accorgersi che i bisogni da cui parte possono essere legittimi,
e vanno compresi per suggerire al gruppo sbocchi alternativi.
In questo senso ogni azione rivolta a favorire la conoscenza tra i compagni,
l’espressione di ciascuno, il riconoscimento e l’ascolto delle emozioni
proprie e altrui, il confronto con le differenze, la gestione dei conflitti
invece della loro rimozione, la proposta di un modello di gruppo basato sulla
cooperazione e sul rispetto anziché sulla competizione o sull’oppressione...
Ogni azione che vada in queste direzioni contribuisce a prevenire le prevaricazioni
partendo dalle cause più profonde e, all’occorrenza, è un
modo per contrastare il bullismo che c’è.
Per fare questo non ci si può occupare solo del “bullo” (che
in altri luoghi o tempi può essere stato o sarà magari vittima
o spettatore... e che tuttavia in questo momento può avere bisogno di
incontrare dei limiti alle sue azioni, senza sentirsi condannato come persona)
ma anche della “vittima” e degli “spettatori” e, quando
si può, degli insegnanti e delle famiglie.
L’invito è ad ampliare lo sguardo per varie ragioni. La prima è
che il bullismo nasce nel gruppo, adulti e contesto inclusi, ed è alla
responsabilità del gruppo che deve essere restituito.
La seconda buona ragione per chiamare in causa altri attori è che la
violenza subita ne produce altra, nelle logiche che Pat Patfoort bene semplifica
come escalation della violenza, rovesciamento dei ruoli (la vittima che diventa
bullo, in altri ambiti o comunque verso altri) o interiorizzazione della violenza
verso se stessi, con la convinzione di alcuni ragazzi di non poter essere altro
che vittime, ovunque andranno.
Anche chi sta a guardare con indifferenza raccoglie e trasmette un messaggio
poco felice. Matura la convinzione che sia la prevaricazione il modo vincente
per rapportarsi agli altri e contribuisce a confermare la solidità dei
ruoli che alcuni compagni rivestono, di prepotente e di vittima.
Quando i ruoli diventano identità, ecco che la cosa si fa seria. Se un
ragazzo o una ragazza di sei o dodici o sedici anni, aperto ancora a mille possibilità,
comincia a pensarsi sempre violento o sempre passivo nei rapporti con gli altri,
è chiara la violenza che interviene rispetto alla sua libertà,
al suo sviluppo. Diventa vitale mostrare e far sperimentare altre posizioni
e possibilità che potranno essere scelte e adottate ancora, in modo più
consapevole.
I ragazzi bisogna meritarseli
La “Lettera a una professoressa” iniziava confessando all’insegnante
la timidezza e la soggezione provata dai ragazzi nei suoi confronti. Tra tanti
tratti ancora attualissimi nello scritto dei ragazzi di Barbiana, questo sembra
invece un elemento desueto. Gli insegnanti pare abbiano perso il potere del
ruolo. Accade così che, nei corsi di formazione su come prevenire la
violenza nella scuola, sempre più spesso i docenti chiedano un supporto
contro l’aggressività che i ragazzi rivolgono nei confronti degli
adulti, non essendo per nulla impressionati dalle differenze di età,
di ruolo, di status.
È vero, gli insegnanti non hanno più un posto riservato e speciale
nelle nostre comunità e spesso le famiglie li mettono pesantemente in
discussione, difendendo i figli a priori. Ed è ancora vero, i ragazzi
sono abituati a sentirsi in una relazione alla pari con gli adulti, ragione
per cui il rispetto degli allievi non è un dato acquisito bensì
qualcosa che va guadagnato faticosamente giorno per giorno, mostrando di “esserci”
umanamente e professionalmente.
Certo è difficile e forse perfino crudele che, per riuscire ad insegnare,
in alcune scuole sia necessario proporsi come animatori, giocolieri, attori
o trasformisti. È duro soprattutto per chi non ha l’inclinazione
o la preparazione per farlo, ed è illusorio perché alimenta l’illusione
del luna park, come se fosse tutta lì la declinazione dell’esperienza.
Resta la consapevolezza e forse la speranza che l’autenticità di
una proposta sia riconosciuta dai ragazzi al di là degli stili personali.
Conosciamo ragazzi che hanno l’urgenza di contare per qualcuno, di essere
ascoltati e visti da adulti presenti davvero, di sentirsi riconosciuti nelle
loro ricerche di affermazione magari goffe, incomplete o sbagliate ma proprio
per questo ancora più fragili. Ci sono classi dove le storie dei ragazzi
– hanno magari dodici, quindici anni – sono un repertorio completo
di intrecci con i servizi socio-assistenziali di una città e racchiudono
molto più dolore di quanto si crede possa essere portato da persone così
giovani. A chi insegna resta da chiedersi come costruire una motivazione ad
aprire i Promessi Sposi in chi affonda la propria identità nelle sabbie
mobili.
In questi contesti, neppure troppo rari per il nostro paese, accanto all’impotenza
più nera, alla non comunicazione, all’incomprensione e agli abbandoni,
come fiori inattesi (ma pazientemente coltivati) si fanno laboratori di poesia,
si costruiscono spettacoli, si conducono percorsi e progetti partecipati con
un valore umano e culturale. Sono questi i miracoli preziosi della nostra scuola.
M.P., 16 anni, frequentava l'Ist. Tec. Sommellier di Torino. Dallo scorso anno
scolastico era stato preso di mira dai compagni, che lo deridevano perché
lo identificavano come omosessuale. Martedì 3 aprile u.s., M. si è
gettato da una finestra della sua abitazione al quarto piano.
Caro, M. P.,
ti scrivo per la prima e l'ultima volta, sapendo che non ci conosceremo mai.
Avremmo potuto, però. Avrei potuto essere quella signora spettinata dall'aria
stramba, chiamata a parlare di nonviolenza nella tua scuola, quella che dopo
i saluti avrebbe esordito dicendo: "Vorrei ricambiare il vostro benvenuto
dandovi il mio. Il mio benvenuto alle vostre differenze. Ai vostri corpi. A
coloro che vivono con un problema di salute, visibile o meno. Ai vostri sogni,
ai vostri desideri, alle vostre passioni. Alle vostre emozioni: gioia, dolore,
rabbia, indignazione, contentezza Alle lingue che parlate. Ai sopravvissuti
e sopravvissute a qualsiasi tipo di violenza. Ai gay, alle lesbiche, ai bisessuali,
agli eterosessuali. A coloro che vi sostengono e credono sia importante che
voi continuiate a studiare. Alle vostre famiglie. A coloro che amate. A coloro
che ci erano cari e sono scomparsi... Qualcun altro desidera ricevere un benvenuto?"
E poi avremmo parlato e raccontato e fatto qualche esperimento, ed avremmo riso
e pensato e giocato, e a volte ci sarebbe scappata pure una lacrima di commozione.
Forse, come mi è accaduto spesso, mi avresti fermato nel corridoio, dopo
l'incontro, con una scusa qualsiasi, e poi mi avresti parlato di te. Ma tu sei
volato via, come un angelo o un uccellino, e non accadrà. Io non sono
credente, pure, se mai ho desiderato che ci fosse un'esistenza dopo la morte,
M., l'ho desiderato oggi, per te di cui non conosco nulla tranne la sofferenza
che ti ha condotto alla fine del viaggio. Sarebbe facile e troppo comodo, e
lo so, mettere il fermo immagine al tuo salto nel vuoto e rivolgere a chi piange
la tua scomparsa solo parole di conforto e cordoglio. Quel salto è terminato
nella morte, ed io la sequenza la vedo intera. So che parleranno molto di te,
per qualche giorno, sino a che una notizia più "fresca" e appetibile
ti cancellerà. Ci saranno gli psicologi e i sociologi e i docenti e i
sacerdoti interpellati dai giornali: neppure loro ti hanno mai conosciuto, ma
diranno di te come se avessero fra le dita la tua anima da sfogliare, giustificheranno
e ammoniranno, ognuno in una direzione differente che li confermi nelle ideologie
o teorie che propugnano. Io intendo fare qualcosa di diverso, per te. Innanzitutto
dire a coloro che per settimane e mesi, nel nostro paese, hanno invaso i media
italiani con una campagna d'odio contro le persone omosessuali che il bullismo
di cui sei stato vittima a scuola si nutre delle loro parole. Che se ci sono
"cattivi maestri" per la gioventù sono proprio loro. Che il
tuo suicidio è uno dei risultati finali dei loro sforzi: e che devono
fermarsi, deporre odio e disprezzo e cominciare a riflettere su quel che fanno,
perché di brutti risultati possono essercene ancora. Che se vogliono
difendere le famiglie avrebbero potuto cominciare da quelle come la tua, in
cui oggi una madre si ripete singhiozzando: "Perché me lo hanno
trattato così? Non aveva fatto niente di male, era un essere umano come
tutti loro." Desidero assicurarti questo, M., che assieme a tanti altri
ed altre lotterò perché non capiti di nuovo. Voglio i ragazzi
e le ragazze qui, etero o omo, di qualsiasi colore e fede, qui, per discuterci
e progettare e costruire, e persino per litigare se serve, ma li voglio qui.
Perché nessun essere umano è superfluo, e amare non è mai
sbagliato. Questo ti avrei detto, se ci fossimo parlati in quel corridoio.
Maria G. Di Rienzo
Non picchio i compagni e amo la scuola non sarò mica un tipo strano?
Mi presento, sono un ragazzo napoletano, uno di quelli che ha la fortuna di
poter andare a scuola, un ragazzo come tanti, uno di quelli che può sedersi
di fronte ad un Pc per scrivere una lettera che probabilmente sarà ignorata
poiché non fa abbastanza "Spettacolo". Non siamo forse nella
società dello spettacolo ad ogni costo?
Ed allora guardando la televisione leggendo i quotidiani, non sento che parlare
della "Non scuola" , non leggo altro che articoli interminabili sull'ennesimo
video caricato su YouTube che riprende chissà quale altro atto di vandalismo
o di bullismo.
Si parla solo di questa "non scuola" che ormai sembra aver preso il
sopravvento su tutto e tutti!
E la scuola? Quella vera, quella dei ragazzi che scrivono per far sentire la
loro voce, quelli che in centinaia e centinaia parlano della "scuola che
c'é" su di un forum on-line di cui nessuno ha scritto, quelli che
si interessano dei reali problemi dei sistemi di istruzione, quelli che hanno
deciso di creare un manifesto europeo degli studenti
Che fine ha fatto quella scuola? Indubbiamente è più spettacolare
far parlare di sé piuttosto che parlare di sé. Allora forse più
che scrivere una lettera, dovrei filmarmi con uno di quei videofonini mentre
riempio di botte qualche insegnante. Non lo so! Forse sono un folle se penso
che a qualcuno importerà questa lettera, sono un sognatore nel cercare
ogni mattina sui titoli dei giornali "la scuola che c'è" restando
puntualmente deluso da quei caratteri cubitali
Forse dovrei già sapere che nessuno risponderà a questa lettera.
E forse mi dovrei abituare a non sapere cosa sono gli obbiettivi di Lisbona
2010, in fondo cosa importa! So cos'è YouTube. Ma scusate se non posso
fare a meno di sognare
Giuseppe Rosario Esposito
I progetti di educazione alla pace sono una realtà anche nella scuola
italiana
Di Pierangelo Monti
Ad Ancona, da giovedì 15 a sabato 17 marzo, al 3° Meeting nazionale
delle scuole di pace, 1500 studenti, insegnanti, dirigenti scolastici di centinaia
di scuole di ogni ordine e grado, amministratori locali e associazioni, si sono
incontrati e confrontati sul tema “Facciamo pace a scuola”. I promotori
sono: Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i
Diritti Umani, il Ministero della Pubblica Istruzione, la Regione Marche, Provincia
e Comune di Ancona.
E’ stato un evento significativo in questo periodo, in cui i mass media
parlano di scuola quasi solo per segnalare episodi negativi. E purtroppo, a
confermare che il bene non fa notizia, si è constatata l’assenza
delle TV e dei giornalisti.
Le centinaia di scuole che vi hanno partecipato, hanno portato su CD la presentazione
dei progetti di educazione alla pace. Anche l’Istituto di Istruzione Superiore
“G. Cena” di Ivrea, ha presentato il suo progetto, che da anni fa
parte del Piano dell’Offerta Formativa: un progetto che comprende attività
di educazione alla mondialità, all’amicizia tra i popoli, alla
legalità, alla nonviolenza, alla convivialità delle differenze,
alla cura dell’ambiente.
Al Meeting si è fatto un minuto di silenzio per ricordare i 115 milioni
di ragazzi nel mondo che non hanno la possibilità di andare a scuola,
poi al termine della mattinata di venerdì, dopo avere ascoltato in diretta
telefonica il direttore della nuova sede Rai di Nairobi, Enzo Nucci, e l’inviato
della Rai a Kabul Ferdinando Pellegrini, è stato fatto un sit-in per
chiedere la liberazione del reporter di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, per
il quale ha fatto un appello ufficiale in arabo il presidente dell'UCOII, Dachan
Nour.
Sul palco del grande Teatro delle Muse, c’erano dei banchi di scuola sui
quali hanno preso posto alcuni insegnanti, i relatori e le autorità (compreso
il Ministro alla Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, intervenuto al termine
dei lavori).
All’inizio, il coordinatore nazionale della Tavola della pace, Flavio
Lotti, ha spiegato gli obiettivi del Meeting:innanzitutto riaffermare l'importanza
dell'educazione alla pace, che è dovere non di qualcuno ma di tutta l’istituzione
scolastica (“se la scuola non educa alla pace a cosa educa?”), poi
il Meeting serve a definire le linee guida dell'educazione alla pace. Perciò
l’intero pomeriggio di venerdì è stato dedicato ai lavori
di gruppo degli insegnanti e degli studenti, per cui al termine sono state presentate
le indicazioni di programmi, contenuti, metodologie didattiche e proposte, per
un’eventuale direttiva ministeriale sull’educazione alla pace e
per la preparazione dei POF del prossimo anno scolastico.
E’ stato proposto un anno sui diritti umani e sul dialogo interculturale,
a partire dal 10 dicembre 2007 fino al 10 dicembre 2008, 60° anniversario
della Dichiarazione dei diritti umani. Il 2008 è anche l’Anno Europeo
del Dialogo interculturale. Ed inoltre, come ricordato in un intervento del
sottoscritto, occorre valorizzare il 60° anniversario della Costituzione
Italiana, entrata in vigore l’1 gennaio 1948.
La Carta dei Diritti, insieme allo Statuto dell’ONU, come ha detto sabato
il prof. Antonio Papisca, è la bussola che guida il cammino di pace e
di dialogo, in un mondo pieno di violenze, ingiustizie e guerre.
Nei lavori di gruppo, insegnanti, studenti e rappresentanti di associazioni
ed enti locali hanno fatto proposte concrete, quali: la giornata del 10 dicembre
dedicata interamente ai diritti umani, con scuole aperte alla città;
feste interculturali di ogni scuola o tra scuole; esposizioni di cartelloni
e lavori sui diritti umani, riscrittura ad opera degli studenti della carta
dei diritti con riferimenti all’attualità e all’ambiente
scolastico, realizzazione di spot, ecc. Interessante è stata anche la
proiezione di alcuni filmati: quello di MTV sul Forum Sociale Mondiale di Nairobi,
a sostegno della Campagna “No excuse” contro le povertà;
quindi la presentazione del film “Il giorno, la notte e poi l’alba”
su San Francesco e l’imperatore Federico, film, come ha detto il regista
Paolo Bianchini, che è stato fatto per l’educazione alla pace e
che il regista è disposto a presentare in tutte le scuole; inoltre molto
simpatiche sono risultate le interviste fatte direttamente ai ragazzi sul palco
e nel video box.
Don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione “Libera”, ha
ricordato con trascinante vigore i 2600 morti di mafia, i 5 milioni di morti
per le guerre negli ultimi 10 anni e le vittime della ingiustizia sociale, della
fame, della tratta degli schiavi e della prostituzione, dell’usura, dello
sfruttamento minorile e del lavoro nero: “Se non si migliorano le condizioni
di vita di milioni di persone nel mondo non ci può essere pace, anzi
cresceranno i traffici illeciti di armi e droga, la schiavitù e lo sfruttamento.
Bisogna vedere e non solo guardare, conoscere per capire e per cambiare.”
Alla solidarietà e alla responsabilità richiamate da Don Ciotti,
ha fatto riferimento nel suo intervento conclusivo il Ministro Fioroni, dicendo
che la pace a scuola si fa rispettando le persone e le regole, i diritti e i
doveri, non dimenticando le sofferenze del mondo e fermando le violenze e le
ingiustizie a scuola, non fregandosene di quel che accade al compagno di classe,
ma denunciando fatti di bullismo e discriminazione e salvaguardando la dignità
di tutti. Il compito educativo – ha detto il Ministro – spetta alla
famiglia e alla scuola, che devono operare insieme.
“La scuola – ha detto Flavio Lotti - deve essere luogo di pace,
dove si insegna e si impara la pace, si sperimenta e si cresce in pace. Educazione
alla pace significa educazione ai diritti umani, alla cittadinanza, al dialogo,
alla democrazia, alla legalità, alla nonviolenza, alle pari opportunità,
alla solidarietà, alla giustizia, alla cooperazione internazionale, al
rispetto dell'ambiente. La pace è una condizione politica e uno stato
d'animo, un sentimento collettivo e personale. Oggi, con centinaia di milioni
di persone che nascono e muoiono senza conoscerla, la pace è più
urgente che mai. Ogni bambino ed ogni bambina deve essere aiutato a diventare
operatore di pace. C’è più bisogno di questi che di vallette,
più di informazione di pace che di gossip”. Questa l’applaudita
critica ai mass media, che non hanno considerato questo riuscito meeting, che
si ripeterà in forma di Fiere delle scuole di pace l’anno prossimo
in Campania. Ma per tutti il prossimo grande appuntamento è il 7 ottobre
alla marcia per la pace Perugia-Assisi, della cui prima edizione organizzata
nel 1961 da Aldo Capitini sono state proiettate le immagini in bianco e nero
commentate da Gianni Rodari.
Le scuole impegnate nell'educazione alla pace sono collegate in rete attraverso
il sito www.scuoledipace.it
Per ampliare l’offerta formativa all’insegna della pace un maggiore
stanziamento economico statale per le scuole, per la formazione e l’aggiornamento
degli insegnanti, per il sostegno ai progetti di pace e l’incentivo di
chi li porta avanti.
Occorre che da episodica l'attività di educazione alla pace diventi sistematica,
inserendola nel Piano dell'Offerta Formativa (POF)
Siamo un modello di educazione, capace di dire 'sì' alla pace e 'no'
alla guerra, alla violenza, agli abusi, al bullismo e ad ogni atto di discriminazione
verso gli altri.
Cosa significa oggi educare alla pace? Cosa si può fare per trasformare
la nostra scuola in un luogo di pace? Quali sono i contenuti dell’educazione
alla pace e ai diritti umani? Quali sono gli insegnamenti essenziali?
Punto di riferimento è il sito "Scuole di pace", che mette
in rete insegnanti ed esperienze e consente di accedere ad un vasto catalogo
di iniziative già realizzate a cui ispirarsi. torna in alto
A cosa dobbiamo dire “sì” se diciamo “no” alla
base
di Giovanni Scotto * e Bernardo Venturi
Un movimento popolare
Il no alla base militare Dal Molin ha assunto tra febbraio e marzo proporzioni
più ampie di quello che lo stesso movimento di protesta si aspettava.
Il governo Prodi, osservando a posteriori la crisi, sembra essere stato messo
in difficoltà più da questa scelta che dalla stessa missione in
Afghanistan.
I motivi per il no rimangono oggi ancora concreti e comprensibili. Dire sì
significherebbe favorire la filiera della guerra che l'attuale governo neo-conservatore
statunitense sta promuovendo (oltretutto contro la crescente ostilità
degli stessi elettori Usa e la contrarietà del Congresso). La nuova base
di Vicenza, infatti, non sarà neppure una base dell'Alleanza atlantica,
ma solo statunitense. In più, servirebbe ad ospitare la 173esima brigata
aviotrasportata, già protagonista della guerra all’Iraq. Concedere
l’utilizzo di quel territorio significherebbe quindi di fatto appoggiare
la politica della guerra preventiva, che ha ampiamente dimostrato il suo fallimento
sia in termini di obiettivi che di consenso. A ciò si aggiunge che l’Italia
non aveva preso accordi formali, quindi il Governo era libero di rifiutare questa
proposta. Tralasciamo qui le assai valide obiezioni riguardanti l'impatto territoriale
e ambientale e la questione degli infondati ricatti economici-lavorativi: ricordiamo
solo che l’Italia sostiene quasi metà delle spese della base, e
tali risorse indubbiamente potrebbero essere investite in altro modo.
Il punto essenziale è che da Vicenza è ripartito, per la prima
volta dagli anni Ottanta, un ampio movimento popolare di opposizione alle basi
militari. Questo movimento si trova davanti a un’importante occasione:
non dire soltanto “no”, ma proporre alternative concrete, anche
sulla base di altre esperienze simili a livello internazionale, dimostrando
come la rinuncia alla base militare possa portare vantaggi economici, ambientali
e persino in termini di sicurezza interna e internazionale.
Per un nuovo rapporto tra Usa ed Europa
Noi crediamo che sia ormai urgente tessere in maniera nuova i fili tra Usa ed
Europa. Proviamo ad analizzare più da vicino questo aspetto. Il limite
drammatico del rapporto euroatlantico è che Usa ed Europa hanno un solo
spazio comune nel quale discutere di sicurezza e pace: l'alleanza militare della
Nato. Le altre istituzioni multilaterali (Onu, Osce), per quanto siano fondamentali,
sono dei luoghi di mediazione tra tanti soggetti diversi, non un forum di confronto
ed azione concertata tra le due sponde dell’Atlantico.
Quello che appare quindi necessario è creare una struttura dove Usa ed
Europa possano lavorare insieme, alla pari e sul lungo periodo, nel campo della
prevenzione e soluzione con mezzi civili dei conflitti che mettono in pericolo
la vita di milioni di persone. L'Europa ha molto da offrire: il concetto di
"potenza civile" su cui basa la sua azione nel sistema internazionale,
le singole esperienze di diplomazia su più livelli, le nuove politiche
di prevenzione dei conflitti nell’Est Europa e nel Caucaso. Anche gli
Usa possiedono però un enorme patrimonio storico e di competenze scientifiche
sul tema della prevenzione dei conflitti e dell'intervento civile, di mediazione
per la soluzione delle crisi: dallo storico accordo di Camp David, al lavoro
dell'amministrazione Clinton, a istituzioni come l'Usip (United States Institute
of Peace), fino a singoli progetti di ricerca e intervento per una soluzione
pacifica ai conflitti (come Preventing Deadly Conflict).
A partire da tutto ciò, il movimento di Vicenza potrebbe invitare un
tipo diverso di presenza statunitense: non migliaia di paracadutisti pronti
a intervenire militarmente ai quattro angoli del mondo, ma un Centro euroatlantico
per la prevenzione e l'intervento civile nei conflitti, dove i Paesi europei,
Usa e Canada (Paese quest'ultimo molto impegnato in politica estera sul concetto
di “sicurezza umana”) possano discutere e preparare insieme modalità
civili di soluzione delle crisi e di prevenzione di escalation violente, e addestrare
corpi civili di pace per interventi non armati. Una struttura civile, a basso
impatto ambientale e urbanistico. Vicenza diverrebbe così un nuovo luogo
di dialogo e produzione di politiche per la pace per lavorare in maniera diversa
alla sicurezza atlantica.
I prossimi passi
Il movimento di Vicenza nei prossimi mesi potrebbe dialogare con vari rappresentanti
governativi dei paesi atlantici, a cominciare proprio dagli Stati Uniti. Un
esempio? Coinvolgere nella discussione i candidati presidenziali Barak Obama,
che si è esplicitamente schierato contro la guerra in Iraq, o Hillary
Clinton. Oppure altre figure di spicco della politica e della cultura Usa, come
l'ex-presidente Jimmy Carter, che vogliono salvaguardare la cooperazione euroatlantica
senza aderire all'ideologa della guerra preventiva neo-con.
Il movimento nato in questi mesi a Vicenza non deve scoraggiarsi davanti alle
problematiche che hanno contrassegnato l’Unione e al calo fisiologico
di attenzione mediatica. Se la società civile e tanti singoli cittadini
hanno risollevato il problema delle servitù militari, la questione va
presa sul serio, anche perché rientra tra i punti programmatici della
stessa coalizione.
Dire sì con chiarezza a un'alternativa praticabile di pace, che valorizzi
la migliore Europa e la migliore America, potrebbe anche aiutare una politica
estera italiana che non da adesso sembra confusa e priva di un vero orientamento,
ma che oggi è il vero punto debole dell'alleanza tra centro e sinistre.
Il punto determinante sarà avere un visibile approccio costruttivo, pensare
in avanti, e proseguire con tenacia su questa strada.
* Università di Firenze
** Centro Studi Difesa Civile
Intervista ad Alberto Perino, membro storico del Gruppo Valsusino di Azione
Nonviolenta (GVAN)
Anche se dall'esterno, hai vissuto direttamente dall'inizio l'esperienza prima
elettorale e poi amministrativa del GVAN. Puoi raccontarci qualcosa?
Comune di Condove. Anno 1975. Si era scesi nella competizione elettorale, perchè
l'amministrazione uscente (composta quasi interamente da geometri del paese)
aveva proposto un'oscena speculazione edilizia sulla montagna di Condove. Vincemmo
con uno scarto enorme. In consiglio eravamo 16 a 4. Così il GVAN entrò
a gestire il comune, tutti praticamente senza alcuna esperienza amministrativa
alle spalle. La speculazione venne bloccata ed iniziò una vera politica
di recupero della montagna. Vennero convenzionati i primi 4 obiettori di coscienza
di Condove (con notevoli difficoltà di gestione) ma l'amministrazione
riuscì a continuare il progetto e ad utilizzare gli obiettori fino all'ultima
legge sul servizio civile.
Chi è stato nominato sindaco e in che rapporti era col Mn?
Massimo Maffiodo giovane operaio comunista delle Officine Moncenisio di Condove
(dove i dipendenti all'unanimità, nel 1970, avevano votato una mozione
in cui diffidavano l'azienda dal riprendere commesse di materiale bellico dalla
Marina Militare dichiarandosi indisponibili a fabbricare armi) membro dalla
fondazione del Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta GVAN.
Quanti altri membri del Mn erano in giunta?
Oltre a Massimo Maffiodo c'erano Giovani Croce, Giovanni Falco, Jean-Pier Davì,
Gianni Rapelli (rispettivamente sindaco e assessori) e Bianca Riva (consigliere)
ma comunque anche tutti gli altri erano nell'orbita o comunque amici del GVAN.
Pier Giovanni Listello ed io eravamo impegnati nel sindacato CISL a tempo pieno.
In che lista sono stati eletti?
Lista civica di sinistra (Massimo Maffiodo era iscritto al PCI gli altri erano
indipendenti, poi c'erano militanti del PCI e del PSI)
Dopo il primo mandato cosa è successo ?
Massimo Maffiodo è rimasto sindaco per vent'anni (con una breve parentesi
di alcuni mesi in cui era vicesindaco ed era sindaco Giovanni Falco) Bianca
Riva è rimasta consigliere per sette anni poi ha dato le dimissioni per
impegni di famiglia (3 figlie e un marito), gli altri sono rimasti per vent'anni.
Ancora oggi l'attuale maggioranza del comune la si può dire figlia di
quelle esperienze, infatti seppure con difficoltà stanno cercando di
mandare in porto una "casa per la pace", il comune è impegnato
nella rete dei comuni solidali ed è operativo (con altri comuni della
zona) un progetto di cooperazione con il Mali.
La grande lotta popolare nonviolenta che da oltre 15 anni vede cittadini, amministratori
e tecnici della valle opporsi al progetto dell'Alta Velocità ha radici
profonde nel seme gettato dal GVAN all'inizio degli anni '70.
Personaggi e fonti di ispirazione per il vostro gruppo?
Le figura di Achille Croce e di don Giuseppe Viglongo (ma anche di Carlo Carretto,
direttore didattico a Condove alla fine della guerra; di Don Mazzolari amico
di don Viglongo) hanno segnato profondamente e positivamente il tessuto sociale
di Condove e più in generale di tutta la valle di Susa.
Oggi è ancora attivo il GVAN ?
Il massiccio impegno sia nell'amministrazione comunale sia nel sindacato decretò,
di fatto, la fine operativa del GVAN. Rimase in piedi e lo è tuttora
(seppur tra mille difficoltà) il periodico mensile "Dialogo in Valle"
nato nel 1972.
Intervista a cura di Paolo Predieri
La “nascita” del Satyagraha I – Gennaio-Maggio 1907
Tra ottobre e dicembre del 1906 Gandhi aveva partecipato alla missione a Londra,
assieme all’esponente della comunità degli Indiani Musulmani Haji
Ojer Ally, con cui spesso ribadisce di aver lavorato fraternamente, in perfetto
accordo e in piena cooperazione (in un discorso dinnanzi alla Associazione Maomettana
di Durban del 3 gennaio 1907 esprimerà l’unità profonda
che aveva potuto crearsi tra Hindu¯ e Musulmani nel perseguire insieme,
oltre le reciproche differenze, agli alti principi della verità e della
giustizia). La delegazione a Londra era stata prevista per organizzare la resistenza
contro il Transvaal Asiatic Law Amendment Ordinance. Furono mesi di frenetica
attività, per incontrare e coinvolgere persone influenti: membri del
Parlamento, ex-governatori ed ex-pubblici ufficiali che avevano prestato servizio
in India, pubblicisti, attivisti sociali, mercanti ecc. Quando descrive questa
attività Gandhi ricorda che ebbero bisogno di più di cinquemila
francobolli da un penny. Per consolidare il lavoro della deputazione e per far
fronte a future contingenze, era stato anche predisposto un organismo permanente
in Inghilterra, la Commissione per gli Indiani Sudafricani Britannici.
Mentre era ancora in viaggio per il rientro in Sudafrica, egli ricevette due
telegrammi che lo informavano che il Governo Britannico aveva posto dei veti
all’Ordinanza. Ma l’effervescenza per questa situazione positiva
avrebbe avuto termine ben presto, in quanto in quegli stessi giorni alle colonie
del Transvaal e dell’Orange venne concesso l’autogoverno, che avrebbe
avuto inizio proprio il 1 gennaio 1907. Il nuovo parlamento del Transvaal, nella
sua prima sessione, riattivò l’Ordinanza tanto detestata, mediante
l’approvazione di un atto che ne era in sostanza una copia. Alla nuova
legge del neonato governo autonomo del Transvaal venne fatto seguire un iter
rapidissimo, che si concluse formalmente con l’avallo da parte del Governo
Imperiale il 9 Maggio. Essa avrebbe dovuto entrare in vigore agli inizi di luglio
1907.
Nei primi cinque mesi del 1907 quindi gli Indiani Britannici Sudafricani dovettero
prendere progressivamente sempre più chiara coscienza che non restava
altro da fare per loro se non richiamare la famosa quarta risoluzione dell’11
settembre 1906, che stabiliva la loro decisione di non sottomettersi all’umiliante
Ordinanza, se questa fosse stata attivata.
Quasi tutto quello che Gandhi ci ha lasciato scritto durante questo periodo
è relativo alla lotta che era in gioco. Egli fece ricorso a tutte le
sue risorse morali ed intellettuali per sollevare e sostenere, fra gli Indiani,
lo spirito di resistenza e la prontezza a qualsiasi sacrificio, includendo l’accettazione
dell’eventuale reclusione in carcere. Fu un grande sforzo di “animazione
sociale”: in questo periodo si svolsero moltissimi incontri ed assemblee
di vario genere, in alcuni casi anche con partecipazione di massa (ad es. l’11
e il 29 di marzo).
Il suo utilizzo della stampa era più intensivo che mai: attraverso le
pagine dei periodici che lui stesso dirigeva, ma anche con lettere ai grandi
quotidiani sudafricani, come “The Star”, “The Natal Advertiser”,
“South Africa”, ecc. Occorreva chiarire qual era il punto di vista
degli Indiani, e respingere qualsiasi atteggiamento ostile. Insieme, si preparava
la lotta e si predisponevano le basi per poter negoziare la pace. Non rinuncia
mai a cercare possibili compromessi costruttivi, né rinuncia mai a credere
nel buon senso, se non nella buona fede, dei Colonizzatori.
Per sostenere su basi morali la lotta che si andava sviluppando, egli trova
ispirazione nella lotta del movimento delle suffragette (le “coraggiose
donne britanniche”), di cui ricorda che erano disposte ad andare in prigione
piuttosto di accettare di pagare multe. La loro forza d’animo lo ispira,
e si chiede se anche i maschi indiani possano imitare il coraggio e la determinazione
di queste donne. Inoltre tra gennaio e febbraio egli riassunse in otto puntate
la prima parte del libro di William MacIntyre Salter Ethical Religion (Religione
Etica), sempre per le pagine in Gujarati di Indian Opinion. Era un invito a
rafforzare la propria adesione a principi di legittimità che stanno oltre
ogni legge positiva, ed a saldare convinzioni morali profonde con azioni corrispondenti.
Solo questa ispirazione radicata potrà permettere ai resistenti di pensare
che la loro arma principale è proprio accettare di essere incarcerati.
Ci è conservata una lettera del 30 aprile, da lui stesso inviata ad Indian
Opinion, che venne pubblicata pochi giorni dopo con il titolo “Il giuramento
del signor Gandhi”, e che meriterebbe di essere riletta integralmente.
Sentendo la responsabilità di orientare, incoraggiare e sostenere i suoi
compagni di lotta, dichiara pubblicamente che non accetterà di presentarsi
per la registrazione, e che considera un’umiliazione obbedire a questa
legge: preferisce quindi disobbedire, non sottomettersi, ed andare in galera.
Ripete instancabilmente che è in gioco la dignità della comunità
degli indiani del Transvaal.
Scrivendo al suo fratello maggiore Lakshmidas, Gandhi riassunse la sua fede
e il suo modo di vedere le cose, dichiarando che la sua nuova famiglia ora “comprendeva
tutti gli esseri viventi”.
Lo spirito profondo della sua azione in questo anno (ma è una caratteristica
che, come sappiamo, si confermerà e rafforzerà senza soluzione
di continuità lungo il resto della sua vita) è espresso proprio
nel discorso all’Associazione Maomettana già sopra menzionato.
In quel discorso gli afferma che si può operare per il bene della comunità
solo se ciascun volontario, se ciascun lavoratore, in ogni associazione, accetta
di agire come servitore di questi corpi sociali, secondo lo spirito del vero
servizio.
Fulvio C. Manara
Aprile 2007Fonti di riferimento
The Collected Works of Mahatma Gandhi, New Delhi, The Publications Division
- Ministry of Information and Broadcasting - Government of India, 1958- 1984,
vol. VI.
D. G. Tendulkar, Mahatma. Life of Mohandas Karamchand Gandhi, Vol. I, 1869-1920,
New Delhi, The Publications Division - Ministry of Information and Broadcasting
- Government of India, II ed. 1960 (rist. 1988), pp. 81-93.
1995 – 2007, memoria e giustizia per Srebrenica
Un'iniziativa della Fondazione Alexander Langer
… Che tutto ciò si può ripetere. A noi, oppure a loro. Se
non facciamo qualcosa. Se permettiamo che l’oblio grazi i carnefici. Di
tutto, il silenzio è quello che fa più male.
Una generazione è andata perduta. I morti ancora buttati qua e là
in centinaia di fosse comuni, i sopravvissuti impietriti nel passato. Crescono
nuovi bambini. Molti di loro studiano nelle scuole con le mura ancora insanguinate.
Guardano i carnefici. Liberi. E potenti. E ascoltano le storie dei loro dispersi.
E devono guardare al futuro. Le vittime chiedono verità e giustizia.
Loro il passato non lo possono dimenticare. Potranno andare avanti soltanto
se avranno la sicurezza che la loro sofferenza sarà riconosciuta.
(Irfanka Pasˇagic´ - da Presentazione Film Souvenir Srebrenica, marzo
2006)di Sabina LangerL’insegnamento più grande che ha lasciato
Alexander Langer alla Fondazione che porta il suo nome, è l’impegno
costante che metteva nel creare e mantenere legami personali di amicizia e di
cura verso coloro che incontrava sul proprio cammino.
Dal 1991 la questione balcanica fece parte della vita di Langer: assieme alla
deputata austriaca Marijana Grandits creò il Verona Forum per la pace
e riconciliazione nell’ex-Jugoslavia, offrendo un tavolo di confronto
e di trattativa dal basso al fine di elaborare proposte e vie d’uscita
dal conflitto, fatte proprie dal Parlamento Europeo ma di fatto inascoltate
dai governi e dalle diplomazie internazionali.
Il 25 maggio 1995 una bomba uccise 71 ragazzi nel centro di Tuzla. Besˇlagic´,
che era sindaco di Tuzla, mandò un fax al Consiglio di Sicurezza dell’ONU
e lo fece arrivare anche a Langer per conoscenza: “Voi state a guardare
e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite
per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non ve
ne rendiate conto”. Con una delegazione di deputati europei, Alexander
si recò il 25 giugno a Cannes, al vertice dei Capi di Stato e di Governo,
con un drammatico appello: fate qualcosa e fate presto per interrompere il ciclo
della violenza armata, perché “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”.
Mancavano pochi giorni alla strage “annunciata” di Srebrenica.
Langer non fece in tempo a sapere del genocidio di Srebrenica.
Il genocidio fu perpetrato contro la popolazione civile, tra l’11 e il
19 luglio del 1995 dalle truppe serbo-bosniache comandate dal generale Mladic´:
a Srebrenica furono torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni più di
8000 (più di 10 000 secondo le donne di Srebrenica) uomini e ragazzi
bosniaci di religione musulmana, rifugiati e residenti in quella che era stata
dichiarata zona protetta dall’Onu nel 1993. Centinaia di donne furono
stuprate e costrette ad assistere al massacro dei propri cari.
Nell’aprile 2004 il Tribunale penale internazionale dell’Aja riconobbe
tale massacro come un vero e proprio genocidio, i cui principali responsabili
(l’ex presidente della Republika Srpska Radavon Kara?ic´ e il suo
generale Ratko Mladic´) sono tuttora latitanti.
Il 4 dicembre 2006 ad Assen in Olanda furono conferite 500 medaglie al valore
ai soldati del Dutchbat III, che fecero parte del contingente di pace stanziato
a Srebrenica fino ai giorni del genocidio. Adriano Sofri scrisse: “Quei
militari e gli ufficiali furono o inerti o complici della selezione di donne
e bambini da cacciare e braccare e dello sterminio di 8000 uomini di ogni età,
ragazzi e vegliardi compresi, da parte degli sgherri di quel Ratko Mladic´
che l’Olanda del Tribunale Internazionale aspetta ancora invano. Tutto
si scorda prima o poi. Prima, tutto si decora di una medaglia al valore”
(Il Foglio del 9 novembre 2006).
Il 26 febbraio 2007 la Corte di Giustizia Internazionale si è pronunciata
– dopo 14 anni – sul ricorso della Bosnia Erzegovina contro la Serbia
per violazione della Convenzione sulla Repressione e Punizione del Crimine di
Genocidio. La Corte ha confermato il verdetto del Tribunale penale internazionale
dell’Aja, ma non ha trovato elementi a sufficienza per attribuire alla
Serbia il genocidio commesso a Srebrenica dall’esercito della Republika
Srpska – e, occupandosi di responsabilità tra stati, la Corte di
Giustizia Internazionale non può pronunciarsi contro la Republika Srpska,
che non viene riconosciuta come soggetto di diritto internazionale. L’indubbio
aiuto finanziario che durante la guerra in Bosnia Erzegovina pervenne da Belgrado
non ha rappresentato una prova sufficientemente forte che l’esercito della
Republika Srpska fosse parte dell’esercito della Serbia o dei suoi organi
statali. 1
La Serbia, quindi, è stata giudicata responsabile solo del fatto di non
aver impedito il genocidio né di aver punito i colpevoli, tuttora latitanti.
È il primo stato a essere condannato per aver violato la Convenzione
sull’impedimento e sulla mancata punizione del crimine di genocidio. È
una magra consolazione per le vittime di Srebrenica, le quali – contrariamente
a ciò hanno visto e vissuto – apprendono dalla sentenza che la
Serbia non ha né commesso il genocidio né lo ha pianificato né
ha istigato al genocidio.
La Serbia, dal canto suo, si sente alleggerita dal verdetto e si dichiara –
forse questa volta per davvero – disponibile a collaborare con il Tribunale
Internazionale dell’Aja. La Republika Srbska si unisce ai festeggiamenti
serbi – e non sembra realizzare le conseguenze della sentenza: se non
è stata la Serbia a commettere il genocidio, chi è stato allora,
se non coloro a cui Dayton ha regalato il 49% del territorio della Bosnia Erzegovina
come “ricompensa” per le pulizie etniche – o dovrei dire genocidi?
Le vittime di Srebrenica – perché, ricordiamo, anche i sopravvissuti
sono vittime – invece si rendono conto del peso della sentenza della Corte
di Giustizia Internazionale. Se ne è reso conto anche il Peace Implementation
Council che ha deciso di prorogare di un anno la presenza degli uffici dell'Alto
Rappresentante in Bosnia Erzegovina.
Molti hanno protestato e manifestato nei giorni seguenti la sentenza.
A Sarajevo martedì 27 febbraio 2007, il giorno dopo la sentenza, sono
scesi in piazza circa 5 mila persone, mettendo in scena la più grande
manifestazione di piazza dalla fine dei conflitti. Erano studenti, professori
dell’università, ma anche tanti singoli cittadini bosniaci. Gli
slogan che ci hanno riportato i giornali sono molto chiari: “Sono stati
i marziani?” oppure “Occidente, l’ennesimo tradimento”.
Contrariamente a ciò che ha affermato Giampaolo Visetti in un articolo
apparso su La Repubblica i primi di marzo2, non esiste alcun bosco di alberi
che portano il nome delle vittime di Srebrenica. Le donne quindi non possono
abbattere questi alberi. Come non hanno mai lontanamente pensato, contrariamente
a ciò che dice l’articolo, di bruciare le federe su cui hanno ricamato
con amore e cura i nomi degli scomparsi. L’11 marzo la manifestazione
è stata pacifica e triste come ogni mese da 12 anni, con la differenza
che molti italiani allarmati dal suddetto articolo sono stati presenti.
Leggere l’articolo di Giampaolo Visetti che oltre a diffondere fatti sbagliati
e/o inesistenti parla anche di vendetta e di odio, mi fa riflettere una volta
di più sul ruolo decisivo dei media nella guerra balcanica. Non riesco
a capire come dopo tutte le manipolazioni mediatiche che hanno fomentato odio,
nazionalismi e massacri, l’autorevole quotidiano italiano possa pubblicare
in un momento così delicato un articolo di un autorevole giornalista
che diffonde informazioni false che possono riaccendere rancori e riaprire vecchie
ferite. Perché con il senno di poi, non hanno smentito pubblicamente?
Dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale, il ruolo della Comunità
Internazionale è importantissimo. Il 12 marzo si sono incontrati a Srebrenica
i maggiori rappresentanti politici bosniaci – purtroppo i rappresentanti
della Republika Srpska non hanno voluto partecipare all’incontro. Hanno
discusso la possibilità che Srebrenica diventi un distretto autonomo
in Bosnia Erzegovina, come Brcˇko. Questo potrebbe far sì che si possa
finalmente pensare alla ricostituzione della vita a Srebrenica; infatti come
unico comune all’interno della Republika Srpska con un sindaco musulmano,
la situazione per quanto riguarda i finanziamenti è misera. Se diventasse
invece un distretto autonomo, inizierebbero a girare più soldi e si potrebbe
finalmente parlare di una ricostruzione di Srebrenica. Comunque vada, una nota
positiva c’è – sottolinea Irfanka Pasˇagic´: i cittadini
di Srebrenica hanno smesso di aspettare passivamente e hanno iniziato a esprimere
preferenze, a intravvedere una via d’uscita. La situazione psicologica
degli abitanti di Srebrenica è migliorata.
I profughi rientrati a Srebrenica affermano infatti di voler lasciare nuovamente
la propria città se non dovesse cambiare la situazione. Perché
continuare a far parte della Republika Srpska se essa si basa sul genocidio?
La data fissata per questo nuovo esodo è il 14 aprile per permettere
alle autorità politiche di trovare una soluzione.
D’altro canto in Republika Srpska stanno raccogliendo le firme per indire
un referendum per la separazione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina
– referendum incostituzionale perché stando agli accordi di Dayton
la Republika Srpska è parte integrante della Bosnia.
Senza l’aiuto e il supporto della Comunità Internazionale credo
sia molto difficile arrivare a un accordo. Bisogna però stare attenti
al tipo di supporto che si fornisce. Questo deve essere il più possibile
imparziale e neutrale, tenendo conto di tutti i cittadini bosniaci. Un commento
come quello apparso su repubblica può aiutare solo a riaccendere le micce
delle bombe inesplose durante la guerra, non a gettare le basi per un futuro
di convivenza.
La Fondazione Alexander Langer ha conferito a Irfanka Pasˇagic´ –
psichiatra deportata insieme a moltissimi altri da Srebrenica nel 1992 –
il premio internazionale del 2005. A lei e alla sua associazione Tuzlanska Amica
è stato riconosciuto il grande impegno per una società di convivenza
e di pace. Dal 2005 la collaborazione tra Fondazione e Tuzlanska Amica è
costante.
Ogni anno a Potocˇari vengono sepolti l’11 luglio i resti divenuti nelle
fosse comuni, spesso secondarie e terziarie, e identificati grazie al DNA. La
cerimonia è un momento solenne e importante, un momento in cui i presenti
si sentono accomunati nel dolore da un senso di solidarietà, di fratellanza.
Senza una tomba su cui piangere, i sopravvissuti non riescono a elaborare il
lutto. Ormai il viaggio organizzato per partecipare alla cerimonia ufficiale
di sepoltura dell’11 luglio è diventato tradizione. Quest’anno,
probabilmente, ancora più degli anni scorsi, si respirerà nell’aria
l’impotenza e la disperazione.
Nel 2005 è nato “Adopt Srebrenica”, un progetto che ha come
partner principali la Fondazione Alexander Langer e Tuzlanska Amica, che insieme
stanno lavorando per la costituzione a Srebrenica di un Centro Internazionale
di Documentazione e di Ricerca sulla pace, la convivenza e la gestione del conflitto.
Si sta organizzando una settimana internazionale che avrà luogo a Srebrenica
i primi di settembre 2007. La memoria sarà l’argomento principale
dei dibattiti, dei seminari, dei filmati e della tavola rotonda che avranno
come attori studenti, esperti, cittadini bosniaci, balcanici ed europei. Perché
non c’è futuro senza memoria, ma neanche senza giustizia.
La scuola di pace di Boves per non dimenticare i valori
Boves è una città di circa 10.000 abitanti, a 9 km.da Cuneo,
situata ai piedi della Bisalta, montagna che la sovrasta come una grande tenda.
Nelle sue frazioni più in alto, immediatamente dopo l’8 settembre
1943, si sono radunati i primi nuclei di partigiani, dando vita alla Resistenza.
Per noi Bovesani assumono un significato particolare le ricorrenze del 25 aprile,
come per tutto il popolo italiano, ma soprattutto il 19 settembre, a memoria
di quel 19 settembre 1943, il primo eccidio tedesco dopo l’8 settembre,
con la morte degli intermediari (il parroco ed un industriale locale), l’incendio
del paese, altre morti, altri scontri nei mesi successivi.
La memoria di quei fatti è alla base della scelta del sindaco Piergiorgio
Peano che, nel 1983, annunciò l’idea di costituire una Scuola di
Pace che potesse continuare a ricordare, non in modo retorico e soltanto celebrativo,
ma dando avvio ad una istituzione che non lasciasse affievolire il ricordo ed
ne attualizzasse i valori. Pareva anche significativo “non dimenticare
i caduti di tutte le guerre, le sofferenze ed il dolore che colpiscono indiscriminatamente
le popolazioni civili in caso di conflitto”, così si legge nella
premessa allo Statuto della Scuola rivisto di recente e “… perché
la comunità bovesana continui il lungo cammino iniziato dai partigiani
con la Resistenza, proseguito con la scelta della vita democratica, sostenuto
dagli ideali di lavoro, di giustizia, di libertà, di fratellanza, di
cooperazione e di progresso…”(deliberazione del 23.1.1987 che propone
la definizione di Boves come Capoluogo di Pace).
La Scuola è pertanto una emanazione del comune, retta da un comitato:
il coordinatore nominato direttamente dal sindaco e sei componenti, tre scelti
dal coordinatore stesso e tre dal consiglio comunale.
Dal suo lontano avvio molte cose sono cambiate, nell’organizzazione, nelle
attività proposte, ma anche nell’ampio scenario sociale e politico
nazionale e mondiale.
Regolari corsi, di durata annuale, su argomenti specifici, scelti di anno in
anno da esperti, con lezioni e lavori seminariali, erano le caratteristiche
dei primi anni. La trattazione di temi quali la Storia, la Filosofia, la Pedagogia,
il Diritto, la Geografia, l’Ambiente, la Comunicazione con l’intervento
di docenti universitari e personalità di rilievo, si completava con l’intervento
di testimoni di pace quali, in allora, Camara, Balducci, Bettazzi,…
Con il passare del tempo la Scuola si è trasformata in un riferimento
per molti, non neutro, rispetto a come va il mondo, ma che prende posizione,
si schiera, dice la sua sulle questioni che stanno a cuore a coloro che credono
che un altro mondo sia possibile!
Ci si confronta e si lavora con altri gruppi, associazioni, organizzazioni che
trattano temi analoghi, con la conseguente assunzione di iniziative pubbliche
e prese di posizione comuni.
Rimane importante lo stretto legame con l’Amministrazione comunale, rapporto
che, se da un lato limita i movimenti, nella la parte amministrativo –
burocratica, dall’altro impegna un ente locale a confrontarsi con questi
temi ed in qualche modo lo coinvolge.
Si è consolidato negli anni il rapporto con i Movimenti Popolari di Curitiba
( capitale del Paranà – Brasile) tanto da costituire la base per
l’avvio delle attività del Centro di Formazione Milton Santos –
Lorenzo Milani che ha regolari corsi qui e là, collaborazione coltivata
attraverso scambi, visite e confronti nelle due diverse realtà unite
dal medesimo desiderio di studio e cambiamento.
Quale futuro si intravede? Quando nel 2003 un convegno aveva ricordato il ventennale
dell’avvio delle attività della Scuola di Pace, il titolo era stato
“Camminando s’apre il cammino” e mi pare sia ancora questo
lo spirito che ci anima di volta in volta: non raggiungiamo mete per fermarci
a guardare il lavoro svolto, o meglio lo facciamo anche, ma insieme crediamo
che si debba continuare ad interrogarci, a confrontarci, perché tanto
c’è da fare, da capire e da agire. “Non ci sono cammini per
la pace, la pace è il cammino” diceva Gandhi: ci sforziamo di procedere
con questa convinzione, senza trionfalismi, ma con tanta voglia e determinazione.
Il percorso non è sempre facile, occorre attenzione, apertura ed attaccamento
anche al nostro territorio: in questo senso cerchiamo di avvicinare i giovani
e le scuole perché la Scuola di Pace sia risorsa anche per loro.
Per questo abbiamo anche aderito al “Comitato italiano per il Decennio
per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo” credendo
che soltanto unendo le forze qualcosa di significativo potrà cambiare.
Con la medesima speranza accogliamo ogni anno i giovani di Acmos e di Libera
che tengono a Boves il loro campo estivo, come significativo momento di formazione.
Costanza LerdaI nostri riferimenti: Scuola di Pace di Boves – via Marconi
4 – 12012 BOVES (CN)
www.scuoladipace.it ; email :
-
tel. 0171 – 391833.
Dove vanno a finire i soldi depositati agli uffici postali?
Molte associazioni di volontariato e no profit in questi anni (e tra queste
la rivista che state leggendo), in coerenza con l’impegno sociale da esse
scelto come ambito lavorativo, hanno deciso di gestire i loro denari tramite
l’apertura di un conto corrente postale perché considerato più
etico di un analogo conto presso una banca. La percezione che Poste Italiane
ha presso la popolazione continua ad essere quella di un ente vicino alla gente
comune, con gestori che nulla hanno da spartire con gli investitori spericolati,
dove insomma ci si può sentire ancora tutelati e guidati da personale
amichevole, nelle scelte finanziarie come nel ritiro della pensione.
A distanza di diversi anni da quando il primo governo Prodi ha deciso di trasformare
le Poste in società per azioni, primo passo necessario per poter quotare
in borsa oppure vendere a terzi una parte o tutta l’azienda (ma anche
per migliorare la trasparenza gestionale separando la contabilità dei
diversi servizi svolti), è utile fare il punto della situazione, per
verificare se così tante belle speranze sono ben riposte. Innanzitutto
occorre sottolineare che Poste Italiane continua ad essere una società
interamente a controllo pubblico, sebbene il 35% del suo capitale sia stato
venduto dal Ministero dell’Economia nel 2003 alla Cassa Depositi e Prestiti,
altro ente a maggioranza pubblica ma dove hanno da poco fatto ingresso alcune
fondazioni bancarie con il 30% del capitale sociale. I guadagni derivanti da
tale servizio sono quindi totalmente attribuiti alle casse dello Stato. Ma i
soldi raccolti presso gli uffici postali, dove vanno a finire?
Prima della trasformazione in SpA, le Poste raccoglievano il risparmio esclusivamente
tramite buoni e libretti postali: il denaro era girato alla Cassa Depositi e
Prestiti, che li usava per i bisogni infrastrutturali delle amministrazioni
locali e dello Stato. In parole povere, venivano usati per migliorare le condizioni
di vita della popolazione e risultavano quindi eticamente investiti quasi per
definizione, ma influivano poco nel bilancio dell’azienda, che invece
era in perenne deficit a causa del costoso servizio postale per legge garantito
in ogni sperduto angolo d’Italia. L’allora presidente Corrado Passera
(ora amministratore di Intesa/San Paolo) ebbe la brillante idea di copiare il
modello di sviluppo presente in altri paesi europei, dove le migliaia di uffici
postali (in Italia sono 14.000) sono usati per collocare anche prodotti finanziari
come conti correnti, assicurazioni, fondi e mutui, in modo da aggiungere una
stampella economica al traballante servizio di consegna della posta.
Nel 2005 infatti i conti fotografano una situazione dove i servizi Bancoposta
(quelli finanziari) generano ormai gli stessi ricavi dei servizi postali (lettere,
raccomandate, pacchi, ecc.) ma con un guadagno notevolmente superiore: mentre
i soldi investiti i buoni e libretti continua a concorrere al miglioramento
delle condizioni del nostro paese (ed il compenso dato dallo Stato alle Poste
per distribuirli è aumentato a dismisura in questi anni fino a toccare
il miliardo di euro nel 2004), quello raccolto dagli altri strumenti finanziari
prende però strade diverse. Per esempio, il denaro depositato dalla clientela
nei conti correnti (che sono ormai diventati 5 milioni e raccolgono oltre 35
miliardi di euro) viene girato al Ministero dell’Economia che garantisce
alle Poste un rendimento calcolato sulla base di un paniere di titoli di Stato.
Il servizio svolto dall’azienda è quindi remunerato e contribuisce
a migliorarne i conti, mentre la destinazione dei soldi può continuare
a considerarsi “etica”. Non altrettanto si può dire invece
per i fondi e le assicurazioni sulla vita, che non hanno alcuna selezione etica
per quanto riguarda la scelta dei loro investimenti ed il cui servizio è
demandato a società esterne. Non parliamo di quattro soldi: solo il Vita
ha raccolto nel 2006 circa 6,2 miliardi di euro di nuovi premi.
L’avvento dei conti correnti postali ha contribuito sicuramente a far
concorrenza al pietrificato mondo bancario, costretto in questi anni ad inseguire
le offerte, in termini di minori costi annui, dell’azienda pubblica. Il
guadagno ottenuto da Bancoposta permette inoltre a Poste Italiane di sopportare
il deficit ancora notevole dei servizi postali: il contributo statale concesso
perché viene svolto il cosiddetto “servizio universale” (cioè
il recapito della posta in qualunque parte d’Italia, anche dove il servizio
non è redditizio) e quello promo-pubblicitario durante le campagne elettorali
non è infatti sufficiente a ripianare la perdita derivante dall’invio
di lettere e pacchi. Piuttosto che aumentare il costo per lo Stato quindi, oppure
peggiorare il servizio evitando di recapitare la posta dove il costo è
fuori mercato, forse è meglio che Poste Italiane continui a gestire conti
correnti e mutui, e le associazioni a privilegiare questa possibilità.
GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera
“Papà, mi comperi le Nike?”
Campo Movimento Nonviolento 2007
Questo mese pubblichiamo la scheda del campo giovani che il Movimento Nonviolento
ha organizzato quest’anno, con un invito a tutti i giovani dell’età
indicata a prendervi parte!
Per chi: Il campo è rivolto a ragazzi dai quindici ai diciannove anni.
Tema: L’obiettivo del campo è quello di far capire ai giovani partecipanti
come i loro desideri influenzino gli acquisti delle famiglie e i motivi per
cui si possono modificare le proprie scelte di consumatori.
Formatrici: Patrizia Dal Santo.
Quando: dal 29 luglio al 5 agosto 2007.
Dove: Ca’ Rissulina, fr. Vigna 19, Chiusa di Pesio CN, tel. 0171 40 27
16.
Posti disponibili: Sedici.
Organizzatore: Movimento Nonviolento e Centro studi Domenico Sereno Regis di
Torino.
Quota di partecipazione: € 120 a persona, comprensiva di vitto, alloggio
e copertura assicurativa (infortuni: morte € 52.000, invalidità
permanente € 52.000; responsabilità civile: € 500.000). Eventuali
resti di cassa saranno devoluti al Movimento Nonviolento.
Notizie logistiche: Ca’ Rissulina è una caratteristica casa contadina
di montagna del XVIII secolo, situata tra due corsi d’acqua e completamente
immersa in boschi di castagno, betulle, aceri, carpini e ciliegi. Fino al 1802
era alle dirette dipendenze della certosa di Pesio; poi fu occupata dai soldati
di Napoleone e rivenduta ai Borgna nel 1813. E’ rimasta intatta e originale
in tutti i suoi ambienti ed è attualmente un museo laboratorio diffuso-sistemico-attivo.
In altre parole il museo non è un locale dove sono esposti in bella mostra
oggetti estranei al contesto. perfettamente puliti e intoccabili, ma è
costituito dalle strutture originarie della cascina: stalla, fienile, cucina
invernale con stufa murale (una vera rarità!), cucina estiva, stanzetta
da letto, cantina, forno per il pane e per la cottura del lavò (parte
dell’albero di castagno utilizzato per preparare ceste e manici), pollaio,
seccatoio per le castagne. All’interno dei locali sono esposti gli attrezzi
e gli arredi originali, collocati nel posto giusto a seconda del loro uso. Fanno
inoltre parte integrante del museo i prati, l’orto, il frutteto con antiche
specie, i boschi di castagno, i boschi misti con sentieri, i ponti in legno,
i muretti a secco, il vallone, il torrente Pesio e persino tutti gli abitanti
del luogo che interagiscono in un gioco meraviglioso sempre nuovo (appunto diffuso
e sistemico). Il museo è inoltre attivo perché vi sono laboratori
che offrono occasioni per stare insieme, per far lavorare mani, testa e cuore.
Notizie organizzative: Il campo è autogestito e quindi tutti dovranno
portare il loro contributo lavorativo per le esigenze fondamentali: cucina e
pulizia. Le giornate saranno organizzate come da seguente impostazione:
8,30: sveglia;
9: colazione;
9,30-12: lavori manuali per scoprire il valore del lavoro svolto con le proprie
mani e condiviso con gli altri e per lasciare alla comunità ospitante
un segno concreto del nostro passaggio (migliorare il museo soprattutto per
quel che riguarda la fruibilità del bosco, sistemando il seccatoio delle
castagne e le stradine, costruendo muretti a secco e aggiustando i ponti in
legno che attraversano il corso d’acqua Corde);
12,30: pranzo;
14,30-17: riflessioni sul tema, dibattiti, interventi, comunicazioni;
18: giochi di ruolo;
20,30: cena.
Un momento nel corso della settimana sarà dedicato a presentare il Movimento
Nonviolento e la rivista “Azione nonviolenta”. Nel corso della settimana
sarà organizzata una gita per prendere contatto con la realtà
che ci ospita. Sabato sera, a cena e dopo cena, si terrà la festa di
fine campo. L’alimentazione sarà vegetariana. Particolare attenzione
sarà rivolta all’utilizzo dell’acqua in modo consapevole
e attento.
Scarico di responsabilità: I genitori dei partecipanti minorenni dovranno
firmare e consegnare a uno dei coordinatori la seguente dichiarazione firmata
in originale:
Il sottoscritto ........, padre/madre di ........, dichiara di essere d’accordo
che suo/a figlio/a ........ partecipi al campo “Papà, mi comperi
le Nike?” organizzato dal Movimento Nonviolento che si terrà a
Ca’ Rissulina, fr. Vigna 19, Chiusa di Pesio CN dal 29 luglio al 5 agosto
2007 e con la presente dichiara di assumersi in toto la responsabilità
degli atti che suo figlio/a potrà fare, dei danni che potrà arrecare
a persone e cose e degli infortuni che potrà eventualmente subire, ritenendo
il Movimento Nonviolento e il coordinatore del campo esente da qualsiasi responsabilità
al riguardo.
In fede.
Data e firma.
Coordinatori: Cinzia Regini (tel. 347 44 930 43) e Sergio Albesano (tel. 349
40 31 378; e-mail:
)
Iscrizioni: da effettuarsi entro il 14 luglio 2007, rivolgendosi ai coordinatori.
Ospitanti: Rosé Passone e Donato Bergese.
Il diritto di stare al freddo mentre il pianeta si scalda
Da 12 anni, Sheila Watt-Cloutier fa qualcosa che suona un po' strano: come
dice lei stessa, difende per il proprio popolo, gli Inuit, "il diritto
di stare al freddo". Le vite degli Inuit, infatti, sono direttamente minacciate
dal surriscaldamento globale. Sheila vive in una remota comunità del
circolo polare artico e quest'anno il suo nome è fra i 181 segnalati
per il premio Nobel. "E' stato un compito duro e difficile portare all'esterno
il nostro messaggio. Non siamo che 155.000 e viviamo letteralmente in capo al
mondo, per cui molta gente non sapeva neppure che esistiamo."
Ma Sheila, una donna ordinaria e comune, senza alcun aggancio politico, ha saputo
usare molto bene ciò di cui è fornita: determinazione e forza
d'animo. Ha prodotto e partecipato a documentari, ha rilasciato interviste,
presentato appelli, ha narrato la storia del suo popolo davanti al governo canadese
e alle Nazioni Unite. "Cos'ho fatto? In realtà tutto quel che ho
fatto è stato dare un volto umano alla devastazione provocata dal surriscaldamento
del pianeta, agli effetti che essa ha sulle persone reali, sulle loro vite e
sul loro ambiente."
Basta ascoltarla, mentre narra di gente inghiottita dal ghiaccio che si assottiglia,
del cibo che diventa sempre più scarso, delle strade che si sciolgono,
delle case che franano; degli inquinanti che hanno intossicato persino il latte
delle donne Inuit, che non possono più nutrire al seno i loro piccoli
e della presenza di piante e animali così estranei all'ambiente che la
lingua Inuit non ha parole per definirli. L'organizzazione che Sheila rappresenta
(Conferenza Inuit del circolo polare artico, in sigla ICC) ha commissionato
studi e ne ha effettuati di propri, provando che la temperatura nell'Artico
si sta alzando con velocità doppia rispetto al resto del mondo. "Noi
ne sperimentiamo gli effetti su base giornaliera. E perciò siamo i guardiani
dell'ambiente, un segnale d'allarme anche per voi. A me basta mettermi alla
finestra: da casa mia, a Iqaluit, io posso vedere con i miei stessi occhi la
cappa polare che si scioglie, i ghiacci andare alla deriva. Non sto parlando
di teorie su ciò che accadrà in futuro, sto parlando di ciò
che accade oggi. E neppure è tutto, ciò che si vede in superficie.
I ghiacci si sciolgono da sotto, e quello che noi sapevamo su come maneggiarli,
tutta la saggezza che trasmettevamo alle giovani generazioni non ha più
senso. Molti dei nostri anziani sono completamente sotto shock, per questo fatto."
Sheila è nata nel 1953 nella città di Kuujjuaq (Quebec del nord)
e per i primi dieci anni della sua vita l'unico mezzo di trasporto che ha conosciuto
è stata la slitta tirata dai cani. Sua madre era una guaritrice ed una
guida spirituale molto nota, così Sheila è stata profondamente
immersa sin da bambina nella cultura del suo popolo. Dopo essersi laureata all'Università
di Montreal ha sempre lavorato nella sanità pubblica, offrendosi come
"ponte" grazie alla sua ottima conoscenza di inglese e francese oltre
che dell'inuktitut, la sua lingua madre. Sua figlia è rinomata nelle
arti Inuit, fra cui il "canto di gola" e la danza al suono del tamburo.
Nel 1995, quando fu eletta presidente dell'ICC, Sheila si gettò a capofitto
nella lotta contro il surriscaldamento globale e contribuì alla stesura
della Convenzione di Stoccolma, in cui furono messi al mando la produzione e
il commercio di un gruppo di sostanze chimiche accertate come inquinanti permanenti,
il cui uso agricolo ed industriale aveva causato intossicazioni agli Inuit.
"Sì, anche noi abbiamo linee aree e camion, ma la verità
è che il nostro contributo al problema è piccolissimo e che ne
siamo sempre più consci. L'inquinamento ci viene da fuori. Il 26% dei
gas che contribuiscono al surriscaldamento li producono gli Usa."
Forse, nel prossimo ottobre, il premio Nobel andrà a qualcun altro, ma
la "nomination" di Sheila Watt-Cloutier concentra un po' d'attenzione
sul problema di cui lei e la sua gente si stanno occupando. Un'attenzione che
dovrebbe essere molto maggiore, se vogliamo che gli Inuit, noi stressi e l'intero
pianeta sopravvivano alla sconsiderata avidità delle azioni umane.
Mi interessa quello che accade nel mondo anche se a me non succede mai niente
Ivano Fossati non ha bisogno di presentazioni: in oltre trent’anni di
carriera ci ha regalato momenti di grande musica e profonde emozioni. Fra le
tante sue canzoni che ce lo fanno sentire vicino:“Mio fratello che guardi
il mondo”, “Sigonella”, “Poca voglia di fare il soldato”,
“Pane e coraggio” (Che gli ha valso il Premio Amnesty nel 2004).
Non smetteremo di ricordare che ha ripescato e portato a nuova e definitiva
popolarità “Il disertore” (versione di Giorgio Calabrese),
presentata come “una grande canzone” e come contributo specifico
a una chiara prospettiva di opposizione alla guerra: l’ha proposta nei
concerti ai tempi della prima guerra del Golfo e poi l’ha incisa in diversi
dischi. Nel suo ultimo album “L’arcangelo”, si rivolge al
mondo della politica col cuore di chi non rinuncia a combattere. Riproponiamo
alcuni stralci di un’intervista realizzata per i quotidiani del gruppo
E Polis dal nostro collaboratore Filippo Ciardi, artista polivalente, che spazia
fra teatro, poesia e canzone d’autore.
- Chi sono oggi gli “Arcangeli” di cui parla nel suo ultimo album?
Sono gli uomini che fuggono dalla sofferenza, correndo, quasi volando e che
qualche volta passano inosservati sopra le nostre teste perché la nostra
capacità di comprensione non sufficiente neppure per vederli. Anche se
in futuro li incontreremo.
- In questo disco si parla di molti argomenti sociali e le influenze musicali
sono le più disparate: un album “aperto” su molti orizzonti,dunque
?
Oggi quello che è più interessante, sia per un musicista che per
un ascoltatore, è ciò che accade nel mondo. Lo spostamento planetario
dei migranti è il forse l’avvenimento più grande di questo
periodo. La musica di oggi ha bisogno di guardare intorno a se stessa a 360
gradi e non c’è nessun genere che può essere tralasciato.
Questo determina il fatto che i dischi di oggi sono così “aperti”.
- La canzone che ruolo si sta ritagliando oggi ?
La canzone ha lo stesso ruolo che poteva avere molti anni fa, però con
una grande amplificazione in più. Non c’è nulla a cui si
possa sfuggire con più difficoltà che a una canzone, che alla
musica: si ascolta dappertutto. Questo ne fa un mezzo di comunicazione formidabile.
Naturalmente il contenuto delle canzoni può essere di volta in volta
sensato o sciocco, sta a noi chiarirlo e capirlo.
- Come vive il suo tempo e i suoi anni ?
Ho atteso di compiere 50 anni pensando che cambiasse qualcosa, che succedesse
qualcosa. Con mia grande sorpresa ho scoperto che non sarebbe accaduto niente:
non avevo imparato abbastanza per essere un cinquantenne credibile.
a cura di Filippo Ciardi
Noi si chiedeva la pace/ e si riceveva la guerra
Lacrime per il petrolio/ sopra tutta la terra
Basterebbe una parola in bocca all’angelo di Dio
Ho comprato una strada/ in mezzo alla foresta
Prego per questi alberi/ e prego per la mia testa
Mi sono fatto una strada/ e ho costruito un ponte
E vi dico che aspetto l’angelo dall’orizzonte
Io sì
(“Ho sognato una strada”)
Penso che esistano due categorie di spettatori scontenti del film “In
memoria di me”. Quelli che si aspettavano un film antireligioso, di condanna
dei contenuti e dei metodi della formazione dei seminaristi e quelli che invece
si aspettavano un film grondante catechesi.
In realtà il film non è nulla di tutto questo, ma è a mio
avviso un affresco, potentemente evocativo, di due personali cammini di ricerca,
quello del protagonista (Andrea – Hristo Jivkov ) e quello dell’
“antagonista” (Zanna – Filippo Timi).
Il monologo iniziale di Andrea è quello “esemplare” di una
vocazione religiosa adulta, di chi cioè ha vissuto “nel mondo”
non trovandosene soddisfatto, ma al contrario con un senso di vuoto. É
per così dire, una vocazione della mente.
Zanna invece ha una vocazione del cuore, dove col termine cuore intendiamo la
casa delle passioni, dell’amore, assimilabile al fuoco che Geremia sente
dentro dopo la chiamata del Signore.
La scelta assolutamente felice del regista, Saverio Costanzo, è quella
di non cadere in un film verboso (tutt’altro), pieno di citazioni. I pochi
ed essenziali dialoghi invece servono quasi sempre ad esprimere le idee prima
a se stessi e poi all’interlocutore (modalità recitativa espressamente
rivendicata dal regista).
La potenza del film sta però in altro. Sta nella rappresentazione per
immagini e sottrazioni.
L’immagine totalizzante dell’ambiente. Il corridoio dove si svolge
buona parte della “ricerca” dei giovani è allo stesso tempo
seminario, caserma, carcere, ospedale.
Non a caso la parte più libera della vita dei protagonisti si svolge
di notte, quando le regole (e i controlli) lasciano spazio all’ “io”
di ognuno.
La sottrazione del colore. Tranne pochissime scene i colori mostrati sono freddi,
a volte fin troppo; anche nella chiesa domina l’ombra, non c’è
un raggio che arrivi ad “illuminare”. In questo leggo la stessa
finalità dell’ambiente: far abbandonare la personalità di
prima e farne acquistare un’altra (sant’Ignazio di Loyola dice che
il gesuita deve essere obbediente e malleabile “perinde ac cadaver”).
A questa lividezza cromatica fa da contraltare l’assoluto calore degli
sguardi. Andrea sembra avere quello più distaccato, invece ha l’occhio
spesso umido, quasi febbricitante della febbre della conoscenza, dell’arrivo
a completare un cammino che comunque non sente suo fino in fondo. Zanna ha l’occhio
perennemente tormentato di un profeta michelangiolesco, quello di chi reprime
dentro di sé l’urlo di ribellione perché non vede ardere
nei cuori degli altri quella fiamma che invece brucia incessantemente nel suo.
Da tutto questo non può che discendere anche la diversa scelta dei protagonisti.
Con la morte del confratello (amico?) che assisteva, sfogo della sua sovrabbondanza
di carità, nulla tiene più Zanna in quell’ambiente: è
infatti convinto l’incontro con Dio non sia confinato in quel luogo, ma
possa avvenire ovunque lui vada. Andrea invece placa la sua sete di conoscenza
capendo che non otterrà tutto subito, ma lasciandosi guidare nel cammino
di formazione.
Altra componente importante nella costruzione del film è la musica, quasi
sempre classica. Classica come classico (nel senso di uguale a se stesso) è
l’ambiente, sono i personaggi e i loro ruoli. A volte la musica riempie
i vuoti non solo di parole (durante i momenti in refettorio), ma anche di colore,
è l’unico elemento “vivo”. L’unico elemento non
classico è il “Kyrie” della Missa Luba che accompagna l’allontanamento
di Zanna dal Cupolone. È un altro elemento che testimonia la scelta di
Zanna di andare “in direzione opposta” a quella dell’istituzione
(nota maliziosa: queste messe caraibiche o sudamericane erano molto rappresentate
e suonate in epoca conciliare e immediatamente postconciliare. Personalmente
vedo in questa scelta la velata contestazione ad una Chiesa-istituzione –
la cupola di san Pietro – che allontana da sé il fermento portato
dalla primavera del Concilio).
La cosa che impressiona del film è la sua assoluta non indulgenza verso
lo spettatore. Si smonta la curiosità di Andrea verso il legame tra Zanna
e un altro seminarista. Zanna rivela al direttore del seminario la sua intenzione
di abbandonare (quindi non di fuggire) e la spiegazione di quest’ultimo
assume la valenza catartica di purificazione dell’anima. Capisce e assume
che il Dio della Congregazione non è il suo Dio, il suo è altrove.
Insieme al mio avviso già notevole Private, l’inizio della attività
registica di Costanzo si connota dunque per una certa scomodità. Scomodità
dettata dai temi affrontati e dal modo di realizzare i film. Quasi che non si
voglia andare in una direzione di successo “facile” come quello
di altri figli di “illustri”. Un affrancamento ad ogni costo dall’ombra
paterna.
Dramma palestinese, introspezione religiosa. Ora è annunciata una commedia…
Le premesse ci sono tutte, speriamo non diventi un altro D’Alatri.
Giuseppe Borroni
Procuratevi Abolire la miseria, Laterza 2001, (già edita nel '46 e successivamente
nel '77) di Ernesto Rossi, e leggetelo con attenzione. Ne raccomando la lettura,
a tutti, ma specialmente ai giovani in servizio civile, per più motivi.
Uno ne sottolineo: la centralità di un impegnativo servizio civile nel
programma delineato di welfare fondato sulla messa a disposizione gratuita di
beni e servizi per i bisogni fondamentali. La proposta di Rossi è messa
a punto nei lunghi anni di carcere (nove) e di confino (quattro) subiti per
il suo antifascismo. Si fonda su un esame scrupoloso dei programmi generalizzati
di assistenza, di carità privata e di carità legale, di assicurazioni
sociali denunciandone limiti e controindicazioni. Mentre ora si discute di riforma
del welfare e si sperimenta un servizio civile per giovani, sia femmine che
maschi, riflettere sulle pagine di un utopista concreto e documentato non può
che essere utile.
La miseria non solo "è talmente repugnante alle nostra coscienza
morale ed è così contraria al nostro ideale di civiltà
" ma "è una malattia infettiva. Chi ne è colpito demoralizza
tutti coloro con cui è in contatto". La sua soppressione è
dunque condizione della sopravvivenza stessa della società.
Un "esercito del lavoro" dovrebbe provvedere a quanto necessario per
alimentazione, alloggi, vestiario, sanità, istruzione. " I giovani
dei due sessi, terminata la loro preparazione scolastica, sarebbero obbligati
a prestare servizio in tale esercito, per un certo periodo di tempo: mettiamo
per due anni" Rossi argomenta la sostenibilità e convenienza della
sua proposta e aggiunge: "Il servizio nell'esercito del lavoro farebbe
sentire ad ogni individuo in modo più immediato i rapporti di solidarietà
che lo avvincono agli altri membri del consorzio civile".
Anche per questa via si aprirebbe la strada alla garanzia di un minimo di vita
civile e una spinta all'egualitarismo, che, nel libro di Rossi, fa perno sulla
riforma del sistema scolastico e delle remunerazioni. Raccogliere il suo contributo
per una caratterizzazione del Servizio Civile che ne realizzi le potenzialità
è anche un buon modo di ricordare, a quaranta anni dalla scomparsa, un
maestro, amico di Capitini, che con lui si rivolgeva, dalla Rocca di Assisi,
ai convenuti, al termine della marcia del '61: "Ho combattuto come volontario
nella prima guerra mondiale, perché volevo contribuire ad abbattere il
militarismo tedesco.. Riconosco che questa è stata una mia illusione,
che non si può, come è stato detto giustamente qui, combattere
l'odio con l'odio".
Daniele Lugli
Educatori e giochi cooperativi per una nuova scuola
S. LOOS R. VITTORI, Gruppo gruppo delle mie brame…, EGA, Torino 2006.
In questo agile manualetto le due autrici propongono più di sessanta
giochi cooperativi da usare a scuola, secondo un percorso formativo che, partendo
dall’imparare a sentirsi gruppo (giochi di conoscenza, di movimento, per
sviluppare la fiducia), si sviluppa nell’imparare a lavorare insieme (giochi
per abituarsi a punti di vista diversi, per imparare a valutare competenze e
difficoltà, per imparare ad ascoltare, a prendere decisioni, a suddividersi
i compiti), per giungere infine a saper valutare il lavoro fatto (dare e ricevere
feedback).
L’organizzazione delle attività segue alcuni chiari riferimenti
teorici, presentati nel primo capitolo.
Tra questi c’è in particolare l’approccio sistemico e il
modello socio-psicoanalitico della scuola di Quaglino, che si rifà, tra
gli altri, a Bion e al contributo di Carl Rogers e della psicologia umanistica.
Basandosi sulla convinzione, esplicitata da Delors, che la scuola dovrebbe poggiare
sui quattro pilastri del sapere, saper fare, saper essere e saper vivere insieme,
il testo si propone di integrare nel lavoro cooperativo queste quattro finalità.
L’apprendimento, inteso come destrutturazione e reintegrazione che avviene
in presenza di relazioni significative e in stretto collegamento non solo con
l’attività cognitiva ma anche con la dimensione emozionale dell’esperienza,
è facilitato dunque dal gioco strutturato e dal lavoro di gruppo, che
abituano a relazionarsi con la diversità.
Il gruppo può diventare così il nuovo contesto educativo che aiuta
a gestire insieme i problemi, ad ascoltare, a prendersi cura e a diventare responsabili.
Anche il ruolo dell’insegnante cambia. Egli/ella assume prevalentemente
le funzioni di facilitazione di contesti comunicativi basati sull’ascolto,
di garante dei processi di apprendimento e del clima relazionale del gruppo,
per sostenere il gruppo-classe e guidarlo nello sviluppo delle sue tappe evolutive,
proponendo metodologie di lavoro flessibili e “coerenti con i vari momenti
della giornata scolastica” (pag. 26)
Questo, secondo le autrici, è anche per l’insegnante un modo per
recuperare “l’ormai persa autorevolezza, perché non si basa
solo sulle sue conoscenze disciplinari, ma su una serie di competenze relazionali
e di conduzione del gruppo”, il che rende la sua presenza preziosa e tale
da non poter essere sostituita da nessuna tecnologia educativa.
E. SCARDACCIONE, Tu secchi. Io fiorisco, Progedit, Bari 2006.Eugenio Scardaccione,
amichevolmente chiamato Gegé, ha pubblicato qualche mese fa questo suo
secondo volume autobiografico che riporta come sottotitolo Sogni, ricordi e
viaggi di un educatore impertinente. Il primo volume, Tu bocci. Io sboccio,
era centrato sulle sue travagliate esperienze scolastiche, da cui erano scaturiti
l’impegno appassionato per una scuola diversa e la frequentazione dei
campi degli insegnanti per la nonviolenza a Barbiana prima, alla cascina La
Ghiaia e alla Casa per la pace di San Gimignano poi. Con questo suo secondo
libro continua a rintracciare i fili che lo legano al “cammino di una
generazione che ha creduto nella rivoluzione nonviolenta proposta da Danilo
Dolci, da don Lorenzo Milani, da Tonino Bello”, come scrive Daniele Novara
nella prefazione.
A guidarlo sono tre compagni: i sogni, i viaggi, i ricordi.
I sogni, che per un lungo periodo ha giornalmente e accuratamente annotato,
sono una miniera di spunti e di riflessioni per la conoscenza di sé.
Mondo altro, che sfugge alle nostre difese e razionalizzazioni e proprio per
questo è veicolo di conoscenza di sé più sincero, aperto
e affidabile.
I viaggi, sia quelli reali sia quelli metaforici, lo hanno portato a scoprire
il mondo intorno a sé, i paesi e le culture altre, a conoscere persone
(tenerissimo il racconto dell’incontro con Margaret, che poi sarebbe diventata
sua moglie e madre dei suoi tre figli) e quelli che lo hanno guidato a “trovare
modalità di incontro con l’anima”, ad “andare verso
il centro di se stessi”, per recuperare energie, chiarire i conflitti,
diventare protagonisti attivi della propria vita, guarire le ferite e scoprire
la propria vita interiore.
I ricordi servono per riconnettersi con la propria storia, con gli ambienti
e le persone significative che sono la ragnatela delle nostre relazioni, parte
della nostra stessa identità.
E’ significativo che quasi in contemporanea con l’uscita del testo
Scardaccione abbia contribuito a elaborare e a diffondere il documento “Cambiare
la scuola davvero si può”, sottoscritto da molti autorevoli maestri
ed educatori della nuova scuola e delle migliori esperienze scolastiche della
nostra storia (si può richiedere il documento allo stesso Eugenio Scardaccione,
)
Vivere la nonviolenza. Una settimana di condivisione e formazione
Quest’anno coincide il 25° anniversario dei campi estivi da noi proposti
ogni anno. Questi campi sono un’occasione di condivisione e di formazione
con l’intento di stimolare la curiosità per la nonviolenza di chi
ha già maturato un primo orientamento in tal senso e intende confrontarsi
con altri e approfondire alcune tematiche legate alla nonviolenza.
In ogni campo è prevista una parte di lavoro manuale come aiuto concreto
alle realtà che ci ospitano che è anche un’occasione per
dialogare e imparare cose nuove.
I campi sono autogestiti nelle loro esigenze primarie di pulizia e cucina. L’alimentazione
è vegetariana. Verso metà settimana è prevista una gita
per visitare i luoghi che ci ospitano e scoprirne le caratteristiche, la storia
e qualche volta le leggende.
1)Per partecipare occorre mettersi in contatto con il coor