|
- Vicenza e governo, movimenti e partiti, di Mao Valpiana;
- La guerra in Afghanistan e gli errori della politica estera del
governo italiano, di Alberto L'Abate;
- Fra testimonianza, dialogo e rapporto diretto con i partiti,
la nonviolenza è un'aggiunta o una proposta autonoma?, di Paolo Predieri;
- La nonviolenza è di sinistra? La sinistra è nonviolenta?
Analisi storica di un rapporto conflittuale e non risolto, di Sergio Albesano;
- Nonviolenza in carcere. Seminari e giochi di ruolo con detenuti
che cambiano. Un'esperienza in Belgio, di Pat Patfoort;
- La proposta di Capitini sul Concordato. 1929-1984-2007. Una questione
di attualità, di Raffaello Saffioti.
Le rubriche:
- Educazione. Se solo fosse così semplice, a cura di
Pasquale Pugliese;
- Servizio civile. Nella Carta di impegno etico l'identità
del servizio civile, a cura di Claudia Pallottino;
- Economia. Gli affari sono affari, specialmente in Transinistria,
a cura di Paolo Macina;
- Giovani. Un libro per spiegare la nonviolenza ai giovani,
a cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera;
- Per esempio. Morire per i diamanti, rinascere per la pace,
a cura di Maria G. Di Rienzo;
- Musica. Il varco della storia è solo una canzonetta,
a cura di Paolo Predieri;
- Libri. La violenza di Calvino, la nonviolenza di Tolstoi,
a cura di Sergio Albesano;
- Lettere. Pacifisti e militari impegnati per la sicurezza,
a cura della redazione.
Editoriale
Vicenza e governo, movimento e partiti
Mao Valpiana
A Vicenza il 17 febbraio c'era tantissima gente con la voglia di partecipare
e di essere responsabile. Centomila. Una bella prova di forza e di indipendenza
politica. Il movimento per la pace ha i suoi obiettivi ben precisi: abolire
gli strumenti che rendono possibile la guerra, e indicare alternative pacifiche
per la convivenza fra i popoli della terra.
Noi del Movimento Nonviolento eravamo presenti in tanti, mescolati in quella
parte del corteo riservata a “famiglie e bambini”. Non si sentivano
slogan politici, ma un gran rumore di coperchi di pentole, non c'erano bandiere
di partiti, ma palloncini colorati e si palpava quella “tensione e familiarità”
tanto cara ad Aldo Capitini, che insieme ad Alex Langer camminavano con noi
(ve lo assicuro, c'erano).
A Vicenza ci siamo stati tante volte nel passato, davanti alla Caserma Ederle,
anche quando a manifestare si era davvero in “quattro gatti”. Lo
diciamo non per rivendicare primogeniture, o per fare i primi della classe,
ma per mantenere viva una memoria storica che è necessaria al movimento
per la pace, per avere coscienza di sé.
Il movimento per la pace è l'unico vero movimento nazionale, trasversale,
che ha attraversato indenne tutte le stagioni politiche, dagli anni sessanta
ad oggi. Non c'è partito, non c'è ideologia, non c'è sindacato
che possa vantare questa longevità e questa lungimiranza. La sua forza
consiste nell'idealità del fine (la pace), nella scelta dei mezzi (pacifici),
e nel restare saldamente un movimento, senza mai cedere a tentazioni partitiche.
Pochi giorni dopo la manifestazione, il governo è caduto. Proprio sulla
politica estera.
Il governo rinviato alle Camere dopo la crisi ha posto alla maggioranza alcune
condizioni obbligate, fra cui la realizzazione della linea TAV e il rispetto
degli impegni internazionali presi (Afghanistan e base militare americana).
Comprendiamo bene la complessità e la difficoltà della situazione
politica italiana, ma sappiamo anche che il nostro giudizio sullo scempio ambientale
della linea ad alta velocità e sulla pericolosità della base militare
a Vicenza resta invariato. Quindi il nostro posto è con i cittadini che
si oppongono e si sono organizzati nei comitati “No Tav” e “No
Dal Molin”, ben sapendo che è meglio avere come interlocutore e
avversario un governo di centrosinistra piuttosto che un governo di centrodestra
(e sapendo, beninteso, che né questo né quello sono il nostro
governo...). Quindi dare il voto e il sostegno al governo e opporsi con nettezza
e forza alle scelte scellerate che questo stesso governo compie in Val di Susa
e a Vicenza, non è schizofrenia, ma semplicemente agire politico consapevole.
Le istituzioni e i partiti facciano la loro parte (ma la facciano con serietà
e competenza), i cittadini e i movimenti faranno la propria parte (con altrettanta
serietà e competenza).
Ora si deve guardare avanti, al dopo. Che fare? quale strategia per tenere aperto
il dialogo con il governo? quali possibilità ci sono per tornare indietro
dalle scelte fatte?
Noi siamo convinti che solamente se il movimento ecopacifista farà l’opzione
nonviolenta, chiara e consapevole, si riusciranno a raggiungere gli obiettivi.
Nessuno ha la bacchetta magica e non ci sono risposte già definite. La
strada della nonviolenza è lunga e in salita, e passa necessariamente
dalla persuasione di ogni singola coscienza. Il Movimento Nonviolento è
povero di mezzi materiali, ma ha una grande ricchezza di persone e di idee.
Nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni saremo ancora dentro
al movimento e al fianco della gente di Vicenza e della Val di Susa per liberarci
insieme dall'oppressione del militarismo e per salvare l'ambiente dallo sfruttamento
selvaggio, per il bene nostro, delle generazioni future e di ogni forma vivente.

torna in alto
La guerra in Afghanistan e gli errori della politica estera del governo italiano
di Alberto L’Abate
La principale giustificazione che si dà della guerra afgana è
quella che questa farebbe parte della generale guerra al terrorismo, fenomeno
dal quale l’Occidente dovrebbe difendersi, a rischio, altrimenti, di una
disfatta sua e del modello di sviluppo che questo ha portato avanti, con i suoi
innegabili vantaggi per questi stessi paesi, in particolare per il livello di
vita molto elevato di cui godono le sue popolazioni. Una ragione non dichiarata,
ma forse pensata, è quella che, secondo alcuni studiosi, in questo stesso
paese, in zone recondite protette dai guerriglieri talibani, si troverebbe ancora
Bin Laden, considerato l’ispiratore ed il finanziatore dell’attentato
alle Torri Gemelle di New York, se, come sembra, egli è sempre vivo ed
attivo. Altri studiosi di notevole valore (Chomsky, 2005; Martirani, 2001, 2002;
Chossudovsky, 2002) e con elementi non indifferenti a loro sostegno, ritengono
invece che le vere ragioni della guerra siano sempre da ricercare, oltre che
nella politica di potenza degli USA, anche nel controllo delle fonti energetiche
che sono un motore fondamentale dell’attuale modello di sviluppo dei paesi
occidentali, imitato e superato (oltre il 10 % di incremento annuo del PIL contro
il misero 2/3 % dei paesi occidentali) dai grandi paesi asiatici (Cina, India).
L’Afghanistan in realtà non ha petrolio ma è al centro di
una zona dove ci sono ancora le principali risorse di petrolio tuttora esistenti,ed
ha, nel Nord, importanti giacimenti di gas, ed è uno dei corridoi principali
per il trasporto del gas dall’ Asia Centrale verso il Pakistan, l’India,
ed i mari del sud (vedi i siti in Mappe).
Ma in questo articolo non voglio sostenere questa seconda tesi, che comunque
secondo me ha molti elementi di validità, ma cercare di analizzare a
fondo le ragioni ufficiali della guerra date dagli USA e dall’Inghilterra
e mostrarne i limiti.
Vediamo, uno per uno, questi problemi:
1) Lotta al terrorismo
I fatti dell’11 settembre hanno colpito l’immaginazione delle popolazioni
di tutto il mondo, e soprattutto di quelle del mondo occidentale. Il vedere
due grandi grattacieli, che erano il simbolo della ricchezza e della prosperità
del mondo “ricco”, crollare in poco tempo, ha dato alle popolazioni
del mondo “sviluppato” la sensazione che dietro la loro ricchezza
si celi in realtà una grande debolezza, che porta, a sua volta, ad una
grande insicurezza,. Qualcuno ha scritto che l’11 settembre è stato
una svolta nella storia, e che la storia futura non potrà più
essere quella del passato. Ma la risposta che Bush, seguito dai suoi vassalli,
sta dando, non è affatto nuova, anzi ripercorre esattamente la vecchia
storia, quella che vuole dimostrare che per aver ragione bisogna essere i più
forti, e che “ragione” e “violenza” vanno di pari passo,
sono l’una il riflesso dell’altra. Bush considera perciò
la guerra che sta portando avanti come un atto di doverosa “difesa”
del proprio mondo e dei propri valori, e ha cercato alleati in altri paesi del
mondo ricco.
Ma se volessimo realmente considerare l’11 settembre come una svolta storica
dovremmo al contrario non rispondere nel vecchio modo, quel modo che cerca di
scacciare la violenza con altra violenza più forte della prima, ma piuttosto
in quello, anche questo antico, e forse più antico dell’altro,
ma nuovo per la politica mondiale, del detto del profeta Isaia “che non
ci sarà pace finché non ci sarà giustizia”. Il fatto
che la popolazione del mondo occidentale, che è circa il 20 % della popolazione
mondiale, utilizzi circa l’80 % di tutte le risorse del mondo (petrolio,
cibo, acqua, aria, ecc.) lasciando agli altri paesi, chiamati eufemisticamente
“mondo sottosviluppato”, solo le briciole, sembra che non ci interessi,
e che non abbia alcun collegamento con i fatti dell’11 settembre. Infatti
si dice che bisogna spendere di più di quello che già spendiamo
attualmente per avere armi sempre più sofisticate, ed un esercito “professionalmente”
ben preparato, che possa rispondere con efficacia alle minacce del terrorismo
internazionale, e possa tornare a farci sentire “sicuri” nella nostra
roccaforte di “mondo ricco”.
Ma facendo così dimentichiamo due delle grandi lezioni che ci vengono
dalla storia di questo secolo. La prima è quella che ci ha insegnato
Gandhi che è riuscito, attraverso la lotta nonviolenta, quella che lui
chiamava “Satyagraha”, e cioè la lotta con la forza dell’amore
e della verità, a far ottenere l’indipendenza all’India,
liberando il suo paese dal colonialismo inglese e stimolando anche in Inghilterra
un cambiamento politico, e cioè la vittoria dei laburisti, che erano
contrari al mantenimento delle colonie, contro i conservatori, che pure, guidati
da Churchill, avevano vinto la guerra contro il nazismo ed il fascismo. Uno
degli insegnamenti principali di Gandhi è quello che ”la migliore
difesa è quella di non avere nemici”. In realtà invece,
non tenendo affatto conto di questa divisione tra mondo “ricco”,
che vede la morte di alcune migliaia di persone che si trovavano nelle due torri
procurata da due aerei dell’ ”esercito” di Al Qaeda come un
fatto da vendicare, e mondo “povero” che invece dovrebbe subire
senza fiatare questi squilibri e queste ingiustizie che portano ogni giorno
a morire migliaia dei propri figli, non fa che incrementare la “guerra”,
perché tale è, tra mondo ricco e mondo povero. Perciò la
risposta armata ed arrogante del mondo occidentale non serve ad annientare il
terrorismo, ma piuttosto lo fomenta e fa nascere ogni giorno dei nuovi Bin Laden,
giovani ed adulti che sono disposti a perdere la propria vita pur di non far
soccombere i propri popoli di fronte ai soprusi del mondo occidentale.
Per questo se vogliamo realmente che l’11 settembre sia una svolta storica
dobbiamo imparare a combattere le ingiustizie ed i soprusi, che sono tanti,
in modo nuovo, attraverso le armi della nonviolenza che sono sostanzialmente:
la non-collaborazione alle ingiustizie, l’azione diretta nonviolenta,
l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, da una parte, come
strumenti per combattere le tante ingiustizie sociali che il nostro mondo perpetua
giorno per giorno contro il mondo dei poveri, ed il progetto costruttivo per
dare vita ad un mondo, a livello planetario, più giusto ed umano.
Ma un importante contributo a vedere i limiti di questo comportamento dell’Occidente
nei confronti del terrorismo ci viene anche da un premio Nobel per l’economia,
l’indiano Amartya Sen. (Sen, 2006). Egli, trattando del contributo di
Gandhi al mondo attuale, parla del problema del terrorismo e di cosa, sia l’America
che la Gran Bretagna, potrebbero imparare da Gandhi. Scrive Sen. “Uno
dei grandi insegnamenti di Gandhi è quello che non si può sconfiggere
la malvagità, inclusa quella violenta, a meno che non si sia eliminata
quella propria. Questo ha una grande rilevanza al mondo d’oggi. Per esempio
ogni atrocità commessa per cercare informazioni utili a sconfiggere il
terrorismo, o nel centro di detenzione di Guantanamo, o nella prigione di Abu
Ghraib in Iraq, aiuta a dare vita ad altro terrorismo. Il problema non è
solamente quello che la tortura è sempre sbagliata (come lo è),
e non solo che la tortura può difficilmente procurare informazioni affidabili
dato che le vittime della tortura dicono qualsiasi cosa che può aiutarli
ad uscire dal miserevole stato attuale (il che è anche vero). Ma andando
oltre questi ovvii, ma importanti punti, Gandhi ci ha anche detto che la perdita
del proprio stato di moralità dà una forza tremenda ai propri
oppositori violenti. Lo sconcerto, a livello mondiale, che queste sistematiche
trasgressioni hanno provocato per la azioni anglo-americane, ed il modo in cui
il cattivo comportamento di coloro che dichiarano di combattere per la “democrazia
ed i diritti umani” è stato usato dai terroristi per arruolare
altre persone ed anche per avere una certa simpatia da parte del pubblico in
generale, può aver sorpreso gli strateghi militari seduti a Washington
o a Londra, ma sono completamente in linea con quanto il Mahatma Gandhi ha cercato
di insegnare al mondo. Il tempo non ha indebolito la forza delle argomentazioni
di Gandhi, né la loro incisiva rilevanza per il mondo. (Sen, 2006, p.6).
Come si vede, nell’interpretazione di questo noto studioso, il processo
di lotta al terrorismo, portato avanti in questo modo dagli anglo-americani,
e dai loro alleati, è bloccato perché tende a riprodurre il fenomeno
che vuole combattere, e cioè il terrorismo, dando anzi a questo nuova
linfa.
2) Presenza dei militari e sviluppo auto-centrato dell’Afghanistan
Un problema di fondo è questo: la presenza dei militari italiani e degli
altri paesi impegnati in quell’area può essere un appoggio all'attività
civile di aiuto allo sviluppo, oppure lo rende più difficile ed addirittura
impossibile? La mia opinione, che cercherò di argomentare anche con l’aiuto
di Gino Strada, il fondatore di Emergency, è del secondo tipo.
Una bugia che i militari sostengono normalmente è quella che se ci sono
attività realmente umanitarie (non quelle fatte come paravento dai militari
stessi che in Iraq, ad esempio, sono risultate essere non più del 5 %
della spesa totale dell’intervento militare complessivo) queste sono possibili
grazie alla loro presenza armata. E di questa verità, che è una
falsità in molte delle situazioni da noi sperimentate direttamente (Iraq,
Kossovo) (L’Abate, 1993,1997) si fa convincere anche qualche ministro
della difesa, anche se questi è di un governo di centro-sinistra come
Parisi. Il testo qui riportato di Gino Strada, fondatore e presidente di Emergency,
ne è una chiara dimostrazione. Scrive Strada: “Ho avuto il piacere
di conoscere il Ministro Parisi qui a Kabul, e ne ho apprezzato l'interesse
per il nostro lavoro. Tornato a casa, leggo sul "Corriere" di oggi
una sua dichiarazione che suona cosi': "Se Emergency può agire a
Kabul, e' grazie alla protezione dei militari" Domanda secca: perché
un Ministro dice bugie? Una bugia sciocca, tra l'altro, banale, facilmente confutabile:
Emergency era a Kabul gia' nel 2000, quando non c'erano truppe italiane e perfino
la nostra Ambasciata era chiusa da anni. Già, eravamo a Kabul, nella
Kabul talebana. E dal 1999 in Panchir, con un ospedale che curava chi viveva
da quella parte del fronte. Banalmente, per non fare torto a nessuno e occuparci
il più possibile di chi aveva bisogno, senza chiedere appartenenze. A
Kabul come in Panchir, abbiamo lavorato per anni senza protezione militare.
Dal 7 ottobre 2001 per oltre un mese Kabul e dintorni sono stati bombardati.
Lotta al terrorismo, sicurezza internazionale? La nuova guerra in Afghanistan,
signor Ministro, e' iniziata così, con i B52 a sganciare bombe anche
da sette tonnellate, da quarantamila piedi. Molte migliaia di civili sono morti
sotto quelle bombe, signor Ministro. Possiamo fornirle nomi e indirizzi, se
le interessa. Più morti, molti di più, che alle Torri Gemelle:
hanno fatto "giustizia" quei bombardamenti? O la "guerra al terrorismo"
non e' stata invece un altro atto di terrorismo? Moltiplicare le vittime, nella
macabra rincorsa ad uccidere di più, ciascuno per le sue ragioni, non
mi sembra una strada ragionevole. La trovo perfino disumana. Ma torniamo a Kabul.
Neanche in quella occasione abbiamo avuto bisogno dei militari a proteggerci
(anzi i militari di ogni sorta erano in verita' il pericolo). E abbiamo continuato
cosi', a Kabul e nel resto dell'Afghanistan. Nei cinque anni di "guerra
al terrorismo" abbiamo fatto il nostro lavoro - curare persone ferite o
ammalate - senza bisogno dei militari.
E allora, Ministro Parisi, perché quella bugia? Pero' in qualche modo
la capisco: lei "deve" dire bugie sull'Afghanistan. Vi é obbligato
dall'avere scelto di partecipare a una operazione di guerra camuffandola e spacciandola
per operazione di pace. Non si può fare senza raccontare bugie. E senza
apparire ridicoli. Gli Stati Uniti chiamano Gwat quello che stanno facendo in
Afghanistan (con Enduring Freedom prima, con l'Isaf poi, infine con la Nato):
guerra globale contro il terrorismo. Il nostro Ministro della Difesa tende invece
a far credere che le truppe italiane (che hanno partecipato a tutte le operazioni
lanciate in Afghanistan) siano qui a fare la guardia ai medici. Mi spiace contraddirla
signor Ministro, ma non siamo qui grazie ai suoi soldati, ne' ad altri militari.
Anzi la loro presenza e' per noi motivo di seria preoccupazione, per la sicurezza
nostra, del nostro staff e dei nostri pazienti. Provi a trovare altre scuse,
per giustificarla. Per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda Emergency,
può riportare a casa le sue truppe domani mattina. Anzi ci spingiamo
a pensare che lei dovrebbe farlo. Per molte ragioni, la più evidente
essendo che lei ha giurato di rispettare la Costituzione Italiana, articolo
11 compreso. (Strada, 2006).
3) Falsità delle motivazioni per l’intervento militare in Afghanistan
Ma la bugia del Ministro della Difesa del governo di centro-sinistra Parisi,
segnalata da Strada, è la diretta derivazione di molte bugie dette in
antecedenza, ma in questo caso non dai militari ma dai politici di vari paesi.
Se guardiamo infatti la guerra in Afghanistan, questa è stata giustificata
come lotta al terrorismo, ed in particolare per arrestare, “o vivo o morto”
Bin Laden, che si era vantato di essere l’ispiratore degli attentati alle
torre gemelle di New York, e che, a quei tempi era rifugiato in quel paese.
Senza voler assolutamente assolvere i Talebani che sono terribili dittatori,
ed hanno fatto azioni criminose orribili (si pensi anche solo alla distruzione
dei simboli religiosi più importanti di quella zona), va detto però
che, per ben due volte, nei nostri giornali, era apparsa la notizia che il governo
talebano era disponibile a consegnare Bin Laden purché questi fosse giudicato
da una corte internazionale realmente neutrale. Ma gli USA hanno rifiutato con
sdegno queste proposte perchè ritenevano di dover essere loro a giudicare
Bin Laden, con il loro tribunale militare, considerandosi perciò sia
poliziotti internazionali che giudici. Si può comprendere questa posizione
degli USA che hanno sempre rifiutato di aderire a Tribunali Internazionali veramente
neutrali perché non accettano che i loro cittadini, anche se commettono
crimini (ad esempio uccidendo persone come Calipari, oppure i molti civili morti
per l’ errore di un loro aereo militare che ha tranciato i cavi della
funivia del Cermis, nel Trentino, il 3 Febbrario 1998), possano essere giudicati
da giudici esterni, ma non si capisce come l’Italia, che è stata
promotrice del Tribunale Penale Internazionale di Roma (cui hanno aderito oltre
140 paesi con l’eccezione dei paesi più forti e più militarizzati
del mondo come gli USA, Israele, India e Cina), abbia voluto e potuto accettare
supinamente la posizione degli USA, senza prendere una iniziativa autonoma che
andasse verso la messa in atto, in questo caso, di un serio processo ad un personaggio
come Bin Laden che l’intervento in Afghanistan non è riuscito né
ad arrestare né ad uccidere, e che risulterebbe sempre vivo, intervento
inoltre che si è trasformato in una vera e propria guerra che ha ucciso
migliaia di cittadini afghani del tutto innocenti. Partecipiamo alla guerra
al terrorismo, o siamo solo i vassalli di un governo che pretende di essere
contemporaneamente polizia e giudice internazionale, ponendosi al di sopra di
tutte le leggi, e che non riconosce alcun tentativo di dar vita ad una reale
polizia internazionale delle Nazioni Unite, e ad un Tribunale Penale Internazionale
che sia realmente neutrale, e che possa intervenire con autorevolezza nei confronti
di chiunque, di qualsiasi paese sia, commetta dei crimini di guerra? E’
una domanda da rivolgere non solo al governo italiano di allora, che ha deciso
l’intervento in Afghanistan con l’appoggio della stragrande parte
dell’allora opposizione di sinistra, ma anche di quello attuale che dovrebbe
invece avere il coraggio di prendere posizioni meno servizievoli e subordinate
a quelle del padrone USA, o meglio del suo attuale Presidente Bush (per fortuna
sempre più in minoranza).
Conclusioni
Invece di aumentare le spese militari considerate come motore dello sviluppo,
come ha fatto anche il governo di centro-sinistra, ed accettare l’imposizione
degli USA ad un raddoppio della base di Vicenza, il governo Prodi dovrebbe seriamente
pensare ai limiti dell’attuale modello di sviluppo e darsi seriamente
da fare per dare vita ad un modello alternativo che è del tutto possibile,
purché lo si voglia (Pianta, 2001; Friedmann, 2004; Petrella, 2007).
Infatti di fronte alla globalizzazione in atto che è all’interno
di un modello di sviluppo che pone al suo centro il capitale che trasforma tutto
in merce e mette in primo piano nei processi che guidano quella che Padre Balducci
ha definito “la strategia dell’impero” (Allegretti, Dinucci,
Gallo, 1999), il potere del mercato, è in via di organizzazione un movimento
alternativo, definito come “globalizzazione dei diritti” oppure
di “globalizzazione della pace”. Un grosso insegnamento, per il
cambiamento dell’attuale modello di sviluppo ci viene da Aldo Capitini
(1969,1973), e da Danilo Dolci (1964,1968), che hanno ambedue sottolineato l’importanza
del lavoro dal basso, con la gente, del potere di tutti e del controllo dal
basso verso coloro che governano sia a livello locale che nazionale e dell’importanza
di una rivoluzione dal basso, nonviolenta, per la trasformazione della nostra
società, in una società più giusta, più umana. Bibliografia
citata
Allegretti U., Dinucci M., Gallo D., La strategia dell'impero, Ediz. Cultura
della Pace, Firenze, 1992
Balducci E., L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace, Firenze, 1992.
Capitini A., Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze, 1969., II ediz. Guerra
Ed. Perugia,1999.
Capitini A., “Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta”, in,
Azione Nonviolenta, 1973.
Chomsky N., Egemonia o sopravvivenza, Tropea Edit., Milano, 2005.
Chossudovsky M., Guerra e globalizzazione, EGA, Torino, 2002.
Dolci D.,, Verso un mondo nuovo, Einaudi,Torino, 1964.
Dolci D., Inventare il futuro, Laterza, Bari, 1968.
Friedmann J., Empowerment: the politics of alternative development, Blackwell,
Cambridge ,USA, Oxford, U.K, ultima ristampa 1996 (traduzione italiana, a cura
di A. L’Abate, Empowerment verso il potere di tutti. Una politica per
lo sviluppo alternativo, Ediz. Quale Vita, Torre dei Nolfi, (Aq.), 2004.
L’Abate A, Tartarini S., a cura di, Volontari di pace in Medio Oriente:
storia e riflessioni su una iniziativa di pace, Ediz. La Meridiana, Molfetta
(Ba), 1993.
L’Abate A., Kossovo. Una guerra annunciata. Attività e proposte
della diplomazia non ufficiale per prevenire la destabilizzazione dei Balcani,
Ediz. La Meridiana, Molfetta, (Ba), 1997, 2a ediz., 1999.
Mappe dell’Afghanistan (in vari siti informatici si possono trovare le
carte geografiche dell’Afghanistan con al nord i giacimenti di gas e le
linee dei gasdotti che trasportano i gas dell’Asia Centrale, tra questi:
www.blueprint-magazine.de/oil/oil2.htm; <Perry-Castaneda.library.map.collection-
Afghanistan>
Martirani G., Il drago e l’agnello, Ediz. Paoline, Milano, 2001.
Martirani G. Fire Countries/ Il paese dei fuochi, Usmi, Roma, 2002.
Petrella R., Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna, 2007.
Pianta M., Globalizzazione dal basso: Economia mondiale e movimenti sociali,
ManifestoLibri, Roma, 2001
Sen A., “Gandhi and the world”, in , Sarvodaya, vol. 4, n.4, July-August
2006.
Strada G., Perchè un ministro dice bugie?, 1 luglio 2006 - dal sito www.peacereporter.net

torna in alto
Fra testimonianza, dialogo e rapporto diretto con i partiti
La nonviolenza è un’aggiunta o una proposta autonoma?
Paolo Predieri
Il tempo dell’aggiunta nonviolenta che molti di noi hanno tentato di
portare in organizzazioni politiche varie, senza produrre risultati duraturi
nel tempo, sembra ormai superato. La nonviolenza si può presentare come
proposta politica complessiva e non da oggi, basti pensare alle proposte del
Man (Movimento per l'Alternativa Nonviolenta, Francia) del 1976 (“Una
nonviolenza politica”…).
Ci scontriamo però con due realtà quasi insormontabili: un sistema
politico sempre più lontano ed estraneo alle prospettive nonviolente
e una dimensione nostra (in termini di “numeri” nudi e crudi) che
resta insignificante per avere voce in un sistema politico del genere. La risposta
di Fassino alla richiesta di confronto sulle proposte programmatiche del Mir-Mn
prima delle ultime elezioni (“…ma voi quanti siete?...) è
emblematica.
Esistono però diverse esperienze in cui i gruppi locali Mir-Mn hanno
realizzato qualcosa di più dell’aggiunta e mi sembrerebbe importante,
oltre al ricordo, poterle analizzare per capire cosa hanno rappresentato, dove
sono andate a finire e cosa ci possono indicare oggi.
Presenze nonviolente di base
In alcuni casi è accaduto che un gruppo locale ben radicato e protagonista
di attività con largo coinvolgimento, per un certo tempo sia stato riferimento
dei nostri movimenti: il MIR di Ostia, nato sulle lotte popolari dell’Acquedotto
Felice, il Servizio Cristiano di Riesi, la Comunità del S.Cuore di Foggia
che diventa prima sede Mir e poi Mn, la Cooperativa La Collina a Reggio Emilia,
sede Mir. In questi casi non si è mai trovato un giusto equilibrio nei
rapporti fra realtà locali che in alcuni casi numericamente potevano
avere dimensioni anche superiori alle nostre assemblee nazionali, perdendo presto
queste partecipazioni che, dopo un primo periodo di entusiasmo, passavano a
cercare il collegamento con realtà nazionali “più serie”.
In altri casi, piccoli gruppi del Mir e del Mn hanno saputo realizzare una presenza
significativa, riconosciuta dalle istituzioni, dall’associazionismo, dagli
organi di informazione, ottenendo un buon impatto sulla cittadinanza e realizzando
fatti concreti. A Brescia e in Val Seriana sulle speculazioni edilizie, a Canale
(CN) sugli anziani e gli asili nido, a Desenzano (BS), Casalecchio (BO) e Salerno
sull’urbanistica e il verde pubblico, a Martellago (VE) sulla salvaguardia
dell’ambiente naturale, a Bolzano per migliorare i rapporti fra i vari
gruppi etnici. Alcuni gruppi locali in alcuni periodi hanno avuto capacità
di coinvolgimento e dialogo con gruppi affini, raggiungendo numeri di persone
oggi impensabili (riunioni regolari con 40 persone e rotazione di centinaia
…) come è successo ad esempio fra gli anni settanta e ottanta al
Mn di Verona, al Mir di Verona e Padova, al Mir di Parma.
La nonviolenza al governo…
I casi in cui militanti e iscritti ai nostri movimenti si sono trovati a governare
una realtà locale non sono pochissimi. C’è una realtà
dove il gruppo locale del Movimento Nonviolento è stato la base della
lista che ha vinto le elezioni comunali esprimendo un Sindaco e un’intera
giunta di formazione nonviolenta: è successo negli anni settanta a Condove
(TO). Altri Sindaci del Mn ? Io ricordo Renato Fiorelli a Moraro (GO) e Mariano
Cattrini a Domodossola (VB). Alcuni vice-sindaci: Gino Scarsi a Canale (CN)
dove il Mir-Mn negli anni ottanta era una forza politica più rilevante
dei partiti tradizionali e Luciano Benini a Fano. Poi abbiamo avuto diversi
Assessori, sia a livello comunale, ma anche a livello regionale, per non parlare
dei consiglieri che sono stati sicuramente un numero interessante e distribuito
in giro per tutta l’Italia, dalla Val d’Aosta al sud. Più
raro e controverso il discorso sul Parlamento: deputati e senatori “nostri”
sono stati pochi e a volte difficilmente identificabili. Fra gli “iscritti”
a Mir o Mn c’erano Rutelli, Pannella e Mattioli: ma erano da considerare
davvero “nostri”…? Se parliamo invece di Tullio Vinay, Alex
Langer, Michele Boato, Tiziana Valpiana, Lidia Menapace e anche Giancarlo Salvoldi,
saremo forse un po’ più d’accordo. Momenti di nonviolenza
amplificata
Sono svariati i periodi politici e i momenti specifici in cui ci siamo trovati
a dialogare o a coinvolgere numeri di persone nettamente superiori ai nostri
soliti. Un piccolo elenco di esempi disomogenei, solo per avere qualche idea:
La lotta antinucleare, soprattutto nella prima fase (1976-1980): le prime manifestazioni,
il primo convegno a Verona, il campeggio antinucleare a Montalto di Castro,
la produzione dei primi materiali (Sillabario, rivista Wise, audiovisivi e quaderni
Spie), l’obiettivo del nuovo modello di sviluppo e l’attenzione
alla connessione fra nucleare civile e militare, partivano dall’area nonviolenta;
Lo sviluppo del servizio civile per gli obiettori di coscienza, con oltre 500
obiettori passati per le sedi Mir e poi anche al Mn, i corsi di formazione gestiti
dalle nostre sedi che hanno coinvolto circa 1000 obiettori, la promozione del
primo coordinamento di Enti di servizio civile, il Cesc;
La formulazione (Mir di Napoli) della legge che consentiva ai giovani di leva
delle zone terremotate della Campania e Basilicata nel 1980 di scegliere il
servizio civile nella ricostruzione invece del militare, scelta poi decisa da
oltre 40 mila ragazzi!
L’assemblea su “La società desiderabile” con Ivan Illich
a Bologna nel 1980, con oltre 1000 persone;
La Campagna di obiezione alle spese militari che ha raggiunto nell’anno
di punta 10000 aderenti;
La marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza del 2000, che ha visto circa 5000
partecipanti.
Tentativi di riflessione e organizzazione
Non sono gli unici, ma in due momenti particolari abbiamo tentato in modo strutturato
di lavorare sull’aspetto politico. Negli anni ottanta con il progetto
“Apax-assise nazionale della nonviolenza” che ha suscitato assemblee
regionali di gruppi e associazioni in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e
Toscana e organizzato due ottimi convegni nazionali: “Nonviolenza e mondo
del lavoro” a Viareggio e “Per un nuovo modello di sviluppo”
a Cesena, senza però riuscire ad arrivare all’Assise Nazionale
che avrebbe dovuto formulare un vero e proprio programma politico nonviolento.
Negli anni novanta è stata la volta della “Costituente nonviolenta”
che aveva come obiettivo la costruzione di un rapporto stabile sugli obiettivi
della nonviolenza fra l’associazionismo di base e le persone elette ai
vari livelli (locale, regionale, nazionale). Anche qui alcuni convegni e seminari,
tentativi di avvio di commissioni miste (rappresentanti di associazioni e persone
“elette” nelle istituzioni) sia locali che nazionali, poi il graduale
esaurimento sia delle azioni intraprese, sia degli obiettivi intravisti.
…e adesso ?
I miei ricordi sono ovviamente parziali e datati: sicuramente il patrimonio
politico di Mir e Mn è superiore a quanto ho messo insieme, perciò
appare evidente il potenziale messo in moto per lunghi periodi e in svariate
realtà. Su ogni singola storia si possono conoscere o trovare spiegazioni,
ma è mancata una riflessione strategica generale basata su tutto quello
che è accaduto. E’ stato proposto in altre occasioni di ricostruire
questo patrimonio, prima di tutto a livello di conoscenza e poi a livello di
analisi su come si sono costruite certe realtà e, nei casi in cui si
sono concluse, per capire cosa è successo, cosa è rimasto o dov’è
andato a finire. In pratica però non siamo riusciti a lavorarci su con
continuità: troppo difficile e, sul momento, non produttivo rincorrere
persone in giro per l’Italia per recuperare faticosamente notizie e risposte
non sempre immediatamente utili.
Che fare ? Prima di ritornare alle delusioni dell’aggiunta nonviolenta
di vecchio tipo e prima di abbandonare (perché irrealizzabile nei fatti
?!) la prospettiva di una politica nonviolenta specifica, varrebbe la pena di
provare a lavorarci su, magari utilizzando strumenti e persone che potrebbero
essere interessate e disponibili.
Tesi di laurea proposte da docenti universitari collegati all’area nonviolenta
? Un bel progetto specifico per i giovani e le giovani del servizio civile ?
Altro ancora, magari coordinato da qualcuno individuato nei nostri Comitati
di coordinamento o Consigli nazionali?
Dopo il seminario di Verona sembrerebbe davvero opportuno non far cadere il
discorso…

torna in alto
La nonviolenza è di sinistra? La sinistra è nonviolenta?
Analisi storica di un rapporto conflittuale e non risolto
Sergio Albesano
Il Partito Comunista, il Partito Socialista e i Democratici di Sinistra
Il Partito Comunista Italiano (P.C.I.) non ha avuto alle spalle una tradizione
nonviolenta e non ha fatto propria, ad esempio, la campagna per il riconoscimento
dell'obiezione di coscienza, poiché ne temeva gli effetti negativi. Un'obiezione
generalizzata avrebbe potuto portare alla costituzione di un esercito di mestiere,
situazione ben vista dai gruppi militaristi e di destra, mentre i comunisti
consideravano l'esistenza di un esercito popolare una garanzia per la sopravvivenza
della democrazia. Si dovettero duramente ricredere nel 1973, quando il colpo
di stato in Cile dimostrò che la leva di massa non era una garanzia sufficiente
a difendere la nazione dall’instaurazione di una dittatura, mentre paesi
come gli U.S.A. e la Gran Bretagna che hanno sempre avuto un esercito di mestiere
non hanno mai vissuto derive dittatoriali. Non può neppure essere ricordata
come iniziativa pacifista del P.C.I. la costituzione dei "partigiani della
pace", che fu un'organizzazione sostanzialmente collaterale al partito
che utilizzò spesso le iniziative pacifiste per scopi propagandistici.
Il Partito Socialista Italiano (P.S.I.) era il partito italiano che poteva vantare
una tradizione antimilitarista, risalente alla formula di Lazzari nella prima
guerra mondiale: “Né aderire, né sabotare”. Ma quando
nel 1949 Pietro Pinna si rifiutò di svolgere il servizio militare, il
P.S.I. lo criticò, anche se con toni corretti e senza l'animosità
della destra. E' interessante leggere al riguardo un articolo apparso su l'"Avanti!"
nel novembre del '49. "La mentalità degli obiettori di coscienza",
scriveva il giornalista "a me pare peccare di astrattezza. E', il loro,
un atteggiamento senza dubbio nobile, ma di una nobiltà generica e astratta
che guarda alle cose umane dall'alto chiudendosi in un individualismo esasperato,
come è sempre l'individualismo di chi, religiosamente, non si pone altro
problema che quello di difendere in ogni modo la propria purezza di spirito.
L'obiettore di coscienza non fa nulla contro la guerra; rifiutandosi di combattere,
egli le sottrae un fucile, ma il riconoscimento legale dell'obiezione di coscienza
non ha impedito agli Stati Uniti o all'Inghilterra di fare la guerra e non potrà
impedire loro di scatenarne un'altra domani. E non può fare nulla proprio
perché la sua è una posizione individualistica e la guerra è
un fatto sociale. Membro di un partito marxista impegnato in questo momento
con milioni e milioni di uomini di tutto il mondo nella lotta per la pace, io
sento che l'obiettore Pinna non giova né alla causa della pace, né
a quella del proletariato e che nulla c'è da sperare in lui in questa
lotta dura e lunga contro la guerra" (1).
La sinistra e l’obiezione di coscienza
In effetti la sinistra ha sempre guardato all'obiezione di coscienza con una
certa sufficienza, se non addirittura con fastidio. Le ragioni di questo atteggiamento
risiedono nella cultura marxista e nella storia del movimento operaio. La sinistra
è sempre stata antimilitarista, ma ha individuato nel militarismo soprattutto
il naturale prolungamento del dominio capitalista e l'inesorabile preludio delle
mire imperialiste. Pertanto la lotta contro il militarismo è stata valutata
parte della battaglia politica generale, da sviluppare ed estendere con la mobilitazione
popolare, in fabbrica come nelle caserme. L'obiezione di coscienza è
stata considerata un gesto significativo nella sua opposizione radicale, ma
al tempo stesso soltanto simbolico e di portata individuale e dunque scarsamente
generalizzabile. Inoltre esisteva una ragione profonda che portava il pensiero
marxista, e di conseguenza i partiti che se ne facevano portatori, a rifiutare
la pratica dell'obiezione di coscienza e cioè la possibilità del
ricorso all'uso della violenza. Infatti l'obiettivo rivoluzionario, l'abbattimento
del potere borghese e poi la difesa del nuovo ordine, era configurato come un
atto di forza (l'insurrezione o la guerra civile) attraverso cui il proletariato
armato conquistava il potere politico. Tutto ciò è molto distante
dalla nonviolenza. Lenin, nel pieno dell'Ottobre, scriveva che "i socialisti
non possono essere contrari a ogni guerra senza cessare di essere socialisti"
e che "chi ammette la lotta di classe non può fare a meno di ammettere
anche le guerre civili, che rappresentano in ogni società di classi un'estensione,
uno sviluppo e un'acutizzazione naturale, in determinate circostanze, della
lotta di classe". Solo al completamento della fase rivoluzionaria, dopo
l'assestamento definitivo del potere proletario e con il comunismo ormai realizzato
non ci sarebbe stato più motivo di ricorrere alla forza. "Soltanto
dopo che noi avremo abbattuto, debellato totalmente e spodestato la borghesia
in tutto il mondo e non solo in un unico paese", scriveva ancora Lenin
"soltanto allora le guerre saranno impossibili". In ogni caso, al
di là dei principi dottrinari e dei dogmi, le forze del movimento operaio
hanno sempre rifuggito l'obiezione di coscienza anche nella pratica. L'antimilitarismo
marxista ha privilegiato l'intervento politico e possibilmente di massa direttamente
all'interno delle Forze Armate, sia nei periodi di pace sia, soprattutto, in
guerra. L'esempio più luminoso al riguardo è quello della rivoluzione
bolscevica e cioè il rovesciamento, grazie all'insubordinazione dei soldati,
della guerra zarista in guerra rivoluzionaria. In altre parole la pratica antimilitarista
delle forze marxiste per avere successo aveva bisogno dei soldati, che rappresentavano
il terminale di classe attraverso il quale organizzare l'opposizione al potere
militare. Si trattava dell'applicazione dello schema di classe alle gerarchie
nell'esercito. La truppa era identificata con il proletariato e il soldato diventava
il "proletario in divisa". La pratica politica nelle caserme poggiava
pertanto sul presupposto irrinunciabile della natura popolare delle forze armate,
cioè sulla leva di massa, che fu la grande riforma della rivoluzione
francese. La difesa della coscrizione obbligatoria, che nel secondo dopoguerra
fu salvaguardato come un importante patrimonio della sinistra, rispose all'esigenza
di contenere nei ranghi militari quei naturali anticorpi democratici e antimilitaristi
che erano considerati i giovani soldati di leva, i figli del popolo. L'obiezione
di coscienza teoricamente riduce tale garanzia e anzi, lasciando prevalentemente
l'esercito ai soli professionisti, favorisce la trasformazione delle Forze Armate
in un'istituzione ulteriormente separata dalla società e fuori dal controllo
democratico. E' questa la ragione più concreta per cui le forze del movimento
operaio non hanno mai favorito l'obiezione di coscienza e anzi l'hanno addirittura
ostacolata (2).
La sinistra extraparlamentare
Nell'ultima parte degli anni Sessanta nacquero gruppi che decisero di combattere
l'esercito dal suo interno. In genere tali formazioni erano estremamente politicizzate,
si trovavano sulle posizioni della sinistra extraparlamentare e non mettevano
in discussione l'esistenza dell'esercito, ma solo la sua attuale organizzazione.
Loro scopo non era quello di abolire le Forze Armate, ma di democratizzarle
e di trasformarle in un esercito di popolo. Spesso le idee di questi gruppi
erano piuttosto confuse e radicalmente filo-marxiste; molti loro aderenti sognavano
che la presenza di tanti proletari fra le fila delle Forze Armate avrebbe garantito
al momento opportuno la distribuzione delle armi al popolo, con conseguente
scoppio di una rivoluzione rimandata dall'ottobre 1917. Erano illusioni tanto
pericolose quanto irrealizzabili. Si deve riconoscere, però, che spesso
queste formazioni ebbero il merito di portare all'attenzione dell'opinione pubblica
il ruolo repressivo svolto dall'esercito e quindi contribuirono a una gestione
più aperta e democratica dell'apparato militare.
Il Movimento dei soldati
Uno di tali gruppi fu il Movimento dei soldati, il quale rappresentò
un'esperienza di impegno antimilitarista originale e stimolante. Sorto fra il
1969 e il 1970 sulla spinta di un'ondata di lotte studentesche e operaie che
avevano mandato sotto le armi giovani già politicizzati, il Movimento
fu il primo tentativo di organizzare l'opposizione di classe all'interno delle
nostre Forze Armate nel secondo dopoguerra. Strettamente legato alle organizzazioni
della sinistra extraparlamentare, in particolare a Lotta Continua (L. C.), esso
ne seguì la parabola, indebolendosi progressivamente dopo le elezioni
del 20 giugno 1976, quando venne meno il supporto organizzativo esterno indispensabile
per un intervento politico illegale o comunque considerato tale dalle autorità
militari sulla base del regolamento di disciplina e del codice penale militare
in tempo di pace. Il programma del Movimento partiva da una premessa semplice
ma precisa: l'esercito è uno strumento dell'oppressione di classe, destinato
a reprimere le lotte proletarie e a condizionare i giovani all'obbedienza passiva.
Un'azione rivoluzionaria doveva quindi mirare a sconfiggerlo dall'interno, rendendolo
inservibile per la borghesia e trasformandolo contemporaneamente in una scuola
politica. Un limite del Movimento fu quello di non cogliere le inquietudini
latenti dei sotto-ufficiali, né a prevedere la possibilità di
un'alleanza nella lotta con loro, sia perché il Movimento era radicato
in reggimenti di fanteria dove il ruolo dei sotto-ufficiali era secondario sia
soprattutto perché la sua logica antiautoritaria individuava nei sergenti
e nei marescialli solo il tramite dell'ordine gerarchico al livello più
basso e li considerava come i detentori di un potere che si manifestava in loro
nella sua espressione più rozza e aspra. Gli aguzzini più spietati
e di conseguenza gli uomini più odiati dalla truppa erano proprio i sergenti
e i sergenti maggiori, che essi valutavano come persone socialmente fallite,
che si erano arruolate nell'esercito per sfuggire alla fame atavica della loro
terra e che acquistavano con sconcertante facilità una mentalità
ottusa e fascista. In tale maniera il Movimento dei soldati fotografava con
lucidità la reazione istintiva del soldato, ma commetteva un grave errore
di superficialità politica, perché escludeva la possibilità
di un intervento che, per il carattere di quadro permanente e professionalizzato
dei sotto-ufficiali, avrebbe avuto peso e consistenza rilevanti. Ancora più
insufficiente fu l'analisi effettuata a proposito degli ufficiali. Il Movimento,
quindi, come diversi altri gruppi simili, ebbe innegabili meriti, ma non riuscì
a cambiare la questione di fondo e a raggiungere le sue mete (3).
I Proletari in divisa
I gruppi nonviolenti furono spesso contrastati dai movimenti della nuova sinistra,
che contrapponevano alla scelta dell'obiezione, da loro giudicata individualista
e moralista, la pratica di lotta nell'esercito, con il movimento dei Proletari
in divisa prima e dei Militari democratici poi. Dopo il Sessantotto affiorarono
le prime esperienze di lotta nelle caserme. Ne furono protagonisti i giovani
di leva. Dai loro atteggiamenti ribelli e trasgressivi nacque quello che diventò
presto un vero e proprio movimento dei soldati, che si dotò subito di
un'approssimazione politica largamente prelevata dalla storia dell'antimilitarismo
marxista. La nascita del movimento risale ai primi scioperi del rancio, cioè
al rifiuto di recarsi in mensa da parte dei soldati; il caso più noto
fu quello che si svolse a Casale Monferrato nell'autunno del 1970. I primi a
porsi politicamente il problema della lotta nelle caserme furono i militanti
di L.C., che fondarono i Proletari in divisa (P.I.D.), che nella loro proposta
politica affermavano che "lo sviluppo odierno della lotta di classe fa
sì che parlare di opposizione e lotte proletarie nell'esercito non sia
più velleitario: nei nuovi contingenti reclutati alle armi vi sono un
gran numero di proletari che nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole hanno
condotto dure lotte contro i padroni e i loro servi - siano poliziotti, professori,
parlamentari o sindacalisti - e che hanno capito che, in qualsiasi forma si
presenti, il nemico da battere è il sistema capitalistico nel suo insieme"
(4). A L.C. si unirono presto le altre organizzazioni della nuova sinistra:
"Il manifesto", che fondò i Comitati dei militari comunisti,
e Avanguardia operaia. Ciò ebbe l'effetto di dare un'ulteriore spinta
alle lotte dei giovani soldati, ma soprattutto di fornire al movimento un più
accurato corredo teorico-politico. Ci fu allora un grande dibattito tra i vari
gruppi e fra loro e l'area nonviolenta e la sinistra storica. Con i primi la
polemica ricalcava l'antica contraddizione tra iniziative di massa ed esperienze
individuali, mentre al P.C.I. si rimproverava un atteggiamento inerte e sostanzialmente
contiguo alle forze di governo. Ma anche tra i gruppi della nuova sinistra ci
furono polemiche e divisioni. L.C. fu accusata di sostenere uno schematismo
eccessivo lungo la traiettoria "proletario in divisa-proletario senza divisa".
Un'altra critica rivolta ai militanti di L.C. fu quella di diffondere un esagerato
allarmismo sul presunto uso repressivo delle Forze Armate, anche questo derivante
da un'analisi semplificata della lotta politica e dei rapporti di forza. Nonostante
le critiche da parte del gruppo de "Il manifesto" e di Avanguardia
operaia i P.I.D. restarono però l'organizzazione più influente
tra i soldati e la più partecipata. Il movimento nelle caserme, nella
sua crescita in parallelo con le battaglie sociali e politiche dei primi anni
Settanta, incontrò nel 1973 il colpo di stato militare contro il governo
di sinistra di Salvador Allende. Dopo quell'evento la nuova sinistra intensificò
la lotta contro le gerarchie, considerata l'unica garanzia in grado di bloccare
le manovre fasciste dentro le forze armate. Nacquero in questo clima alcune
iniziative clamorose, rivolte a spezzare l'isolamento sociale e politico in
cui vivevano i soldati. Si riteneva che soltanto così, costituendo un
collegamento di lotta tra i vari soggetti sociali, si potessero evitare pericolose
avventure golpiste.
Il rifiuto dell’obiezione di coscienza
I Proletari in divisa di Lotta continua attaccarono duramente i pacifisti e
gli antimilitaristi per il loro appoggio all'obiezione di coscienza. Essi affermavano:
"Volersene estraniare [dall'istituzione militare] perché questa
è organizzata e funzionale a interessi antagonisti a quelli della propria
classe è assurdo quanto lo sarebbe il rifiuto di entrare in fabbrica
perché in questa i rapporti di produzione sono di natura capitalistica".
Agli obiettori si rimproverò anche che il servizio civile riconosciuto
dallo Stato sarebbe alla fine risultato funzionale alle esigenze del sistema
neocapitalistico che è ben disposto a espellere ogni elemento rivoluzionario
dalle caserme in nome di una razionalizzazione che tende alla creazione di un
esercito professionale di volontari. Quindi l'obiezione di coscienza veniva
criticata come metodo scarsamente efficace nella lotta per la trasformazione
della società in senso socialista, almeno fino a quando essa non fosse
diventata iniziativa di massa.
“Il manifesto”
Tra il maggio e il giugno del 1972 si aprì un dibattito su "Il manifesto"
tra obiettori e sostenitori dell'impegno politico all'interno delle strutture
militari. Il confronto fu sollecitato da un articolo intitolato "Non in
prigione ma in caserma", apparso sul quotidiano il 16 maggio 1972. In esso,
prendendo spunto da alcune manifestazioni pacifiste svoltesi a Roma e a Vicenza,
veniva dato un giudizio negativo sulla nonviolenza e sull'obiezione di coscienza.
Partendo dall'analisi di Lenin nel Programma militare della rivoluzione, si
contestava l'affermazione dei nonviolenti che "tutti gli eserciti sono
neri" e repressivi allo stesso modo. "La parodia di azienda organizzata
dal Pentagono - gerarchica, costrittiva, mercenaria, razzista - è una
cosa; un'altra il piccolo esercito di liberazione dei vietcong, popolare, volontario,
egualitario". Ma soprattutto si affermava che "una forza popolare
ha il diritto e il dovere di combattere e di usare le armi (...) contro l'armatura
imperialistica e contro le compagnie di ventura che l'appoggiano". Riprendendo
la critica dei P.I.D. agli obiettori, accusati di restare fuori dalle lotte
dei proletari, si concludeva: "Non è con l'obiezione di coscienza,
anche se di gruppo, anche se fondata su ragioni politiche, che si faranno saltare
i meccanismi dell'esercito, meccanismo a sua volta del potere di classe: è
invece vivendo la naja come la vivono 300.000 giovani ogni anno, da proletari
costretti a una divisa fra altri proletari, lottando sui terreni politici che
la naja impone (nocività, gerarchia, sfruttamento), nel momento e nell'ambiente
in cui, 'stranamente' gli ufficiali, i fascisti, i padroni hanno soprattutto
paura: nella naja stessa".
Il Partito Radicale
Mentre il P.C.I. continuò a perseguire il progetto di democratizzazione
e di efficientismo delle Forze Armate, sollecitando nel contempo i militari
di professione al senso di indipendenza nazionale umiliato dalla subordinazione
alla N.A.T.O., altre forze, soprattutto il Partito Radicale (P.R.), denunciarono
non lo snaturamento del carattere democratico dell'esercito causato dalla deviazione
fascista di alcuni ufficiali, ma la preparazione di un vero e proprio smantellamento
delle istituzioni democratiche. "In questo contesto", leggiamo in
una mozione del P.R. della fine degli anni Sessanta, "deve essere promossa
l'obiezione di coscienza insieme ad ogni altra forma di lotta che valga a contrastare
la funzione oppressiva dell'organizzazione militare". Il Partito Radicale
fu una forza politica che fece propria la battaglia per il riconoscimento legale
dell'obiezione di coscienza, battendosi con grande energia e ponendo i suoi
mezzi al servizio della causa. Molte manifestazioni furono organizzate dal P.R.,
alcuni suoi membri effettuarono dichiarazioni collettive di obiezione e tanti
subirono processi e condanne sia perché furono obiettori sia perché
sostennero la necessità del riconoscimento attraverso dimostrazioni perseguite
dalla legge. Probabilmente il merito maggiore dei radicali sull'argomento fu
quello di aver dato un tono molto politicizzato alla lotta per l'obiezione e
di averla portata all'attenzione dell'opinione pubblica utilizzando la loro
struttura. E' però doveroso precisare che i radicali non hanno mai avuto
una chiara posizione nonviolenta. Più che altro essi si sono battuti
per allargare la sfera del privato e per far diminuire l'ingerenza dell'interesse
pubblico; in tal senso possono essere considerate le loro campagne per il divorzio,
per l'aborto, per il libero commercio della droga, contro la censura e, appunto,
per l'obiezione di coscienza.
Conclusioni
La guerra ha bisogno di semplificazioni: amico o nemico. Pure la distinzione
fra sinistra e destra è una semplificazione e collocare la nonviolenza,
anche in maniera sottintesa, in una di queste due posizioni è una sua
mutilazione, perché la nonviolenza va oltre queste schematizzazioni,
consapevole che non esiste un “noi” e un “loro”, ma
solo un “noi”, perché tutti facciamo parte dell’umanità.
La nonviolenza è un’aggiunta che le forze politiche davvero volenterose
di lavorare per il bene dell’umanità devono porre al loro operato.
Sergio Albesano

torna in alto
La nonviolenza entra in carcere. Un'esperienza in Belgio
Seminari e giochi di ruolo con persone che hanno ucciso
Pat Patfoort
Da sei anni lavoriamo regolarmente in 7 diversi carceri del Belgio con gruppi
di circa 10 detenuti. Ci incontriamo con i gruppi una o due volte la settimana,
per complessive 8-10 sessioni di 1 ora e mezza (più mezz’ora di
conversazione privata successivamente). Complessivamente abbiamo tenuto 20 serie
di simili sessioni, lavorando con circa 200 detenuti, prevalentemente maschi,
ma anche con alcune donne. Molti di loro erano in carcere da molto tempo, a
causa di gravi reati, tra cui l’omicidio.
1)Contenuti dei seminari
Dopo la presentazione della sessione e dell’organizzazione del seminario
da parte della facilitatrice, nel primo incontro si chiedeva ai detenuti di
identificare se stessi attraverso una metafora e in seguito venivano invitati
a raccontare al gruppo alcuni fatti concreti che mettessero in evidenza capacità
e sentimenti nei confronti di sé (come amore, felicità, eccitazione,
speranza, irritazione, rabbia, rincrescimento, odio). La maggior parte del tempo
tutti partecipavano molto attivamente in questa attività di presa di
coscienza di se stessi e di solito tutti raccontavano in seguito qualcosa al
gruppo. Come facciamo al termine di ogni sessione, alla fine facevamo una valutazione
di questo primo incontro e di solito dicevano che era loro piaciuto imparare
a conoscersi l’un l’altro, che avevano apprezzato l’atmosfera
di ascolto e di rispetto reciproco e che volevano continuare a scoprirsi e a
riflettere su se stessi .
Dalla seconda sessione abbiamo iniziato, usando il modello Maggiore-minore e
dell’Equivalenza1 a introdurre lezioni teoriche sulla violenza: come inizia,
come la gente affronta le differenze in un modo che porta alla violenza, che
cos’è un conflitto, quali sono i meccanismi della violenza, come
le persone si trovano implicate in essi e come è difficile uscirne, quali
sono i diversi strumenti della violenza , come può essere provocata,
che cos’è un comportamento aggressivo, come la gente di solito
lo affronta. Le lezioni teoriche erano supportate da molti esempi concreti e
integrate da esercizi per avvicinare la teoria all’esperienza concreta
dei detenuti . Attraverso questi esercizi imparavano a situarsi all’interno
di violenza e conflitti, a comprendere come erano giunti ad agire in modo violento,
a vedere quali erano stati i meccanismi ed i mezzi della violenza che ciascuno
di loro usava e a riconoscere le conseguenze dei propri atti.. Queste sessioni
erano talvolta cariche di emotività.
Passaggi importanti di queste lezioni erano “esprimere la collera”
e “difendersi”, non essere deboli e passivi. Discutevamo di quanto
importante fosse riuscire ad esprimere la propria rabbia e sapersi difendere;
diversamente, la violenza subita ci ferisce, si interiorizza e ci fa star male.
Ma consideravamo anche che ciò deve avvenire in modo diverso dal modo
aggressivo e distruttivo in cui solitamente accade. Va benissimo essere forti,
ma ciò non deve avvenire a scapito di altri. Così è stato
molto importante distinguere il difendere se stessi (che è sano e positivo),
dal modo in cui lo si fa (che spesso è negativo).
La seconda parte delle lezioni teoriche è stata sulle alternative alla
violenza, sulla nonviolenza: in che cosa differisce il modello alternativo da
quello basilare della violenza, quali sono gli strumenti di questo modello e
quali abilità dobbiamo avere per metterlo in pratica?
Abbiamo fatto esercizi per imparare ad usare quelle abilità e quegli
strumenti:
creare storie su fatti violenti e nonviolenti
piccoli role plays sulla comunicazione:
1.chiedere qualcosa a qualcuno in modo aggressivo e in modo nonviolento
2.esprimere critiche in modo aggressivo e in modo costruttivo
3.rifiutare di fare qualcosa in modo aggressivo e costruttivo
4.esprimere la collera in un modo e nell’altro
esercizi di ascolto, supportati da fogli con indicazioni riservate
questionari sui propri atteggiamenti in situazioni di conflitto, sui propri
modi di esprimere la collera, discussi poi insieme
offrire una “cassetta degli attrezzi” per imparare a gestire situazioni
di alta tensione e sperimentarne alcuni, come ad esempio il respiro profondo
e il rilassamento
scoprire qualità positive in se stessi e negli altri, dando e ricevendo
affermazione positiva.
Abbiamo lavorato con role plays su situazioni reali solo durante le sessioni
di follow up, in cui hanno potuto sperimentare diversi comportamenti, per sviluppare
quello nonviolento dell’Equivalenza. Ad esempio uno giocava il ruolo della
guardia e l’altro quello del detenuto che si sentiva insultato dalla guardia
(e questa era una situazione abitualmente vissuta da quel prigioniero). Il detenuto
ha tentato in diversi modi di non reagire aggressivamente nei confronti della
guardia (che avrebbe potuto essere molto aggressiva fisicamente). Dopo ogni
role play il gruppo discuteva quali elementi a loro parere erano stati aggressivi
e quali nonviolenti.
In cima a questi esercizi formali c’erano due ulteriori modi di praticare
la nonviolenza e le abilità per farlo:
in primo luogo, quando si presentavano momenti difficili all’interno del
gruppo (tra due detenuti, o tra uno di loro e il resto del gruppo, o anche tra
chi facilitava e un prigioniero o il gruppo intero di essi) si usavano queste
situazioni per mettere il più possibile in pratica quanto appreso e per
discuterne in seguito ed esprimere una valutazione in merito. Ciò contribuì
molto a rendere efficaci le lezioni. Rendeva più facile, infatti, credere
che il metodo poteva funzionare.
Secondariamente, tra una sessione e l’altra i detenuti si prendevano un
compito (“il lavoro in cella”, come “compito a casa”),
in modo da sperimentare quanto appreso durante la sessione con i compagni di
cella, o con un familiare visitatore, o con una guardia. Oppure portavano durante
la sessione una situazione difficile che avevano vissuto con una di queste persone
e noi la analizzavamo e ci lavoravamo sopra. Questo genere di lavoro ulteriore
permetteva loro di andare sempre più a fondo nei contenuti del corso.
Molto importante per dare profondità al lavoro è stato anche dare
all’inizio del seminario una cartella ad ogni partecipante, in cui per
ogni sessione essi potevano mettere materiale scritto su quell’incontro:
sia materiale stampato (ad esempio con modelli e diagrammi), sia materiali da
compilare (come questionari), sia commenti o conclusioni sugli esercizi (talvolta
dettati).
Alla fine dei seminari, i detenuti spesso dicevano quanto fosse stato per loro
importante avere quel materiale e poterlo consultare regolarmente.
2)Ciò che hanno appreso
Hanno imparato a parlare usando il “messaggio IO”, a capire come
gestire le proprie emozioni (le frustrazioni, la rabbia compressa, il senso
di impotenza, la gelosia, la mancanza di comprensione o l’ingiustizia,
il dolore), ad accettarle, a cercarne le motivazioni, a dare empatia, a offrire
alternative alle persone invece di metterle sotto pressione, a diventare consapevoli
delle diverse forme di comunicazione (la nostra intonazione, il nostro linguaggio
non verbale).
Sono diventati consapevoli di come gli altri possono vedere la realtà
in modo diverso, senza con ciò essere nell’errore. Gli altri possono
avere altri valori.
In particolare apprezzavano le discussioni in gruppo, soprattutto nel modo in
cui lo facevamo, al quale non erano per nulla abituati: ciascuno poteva avere
la parola, ognuno era ascoltato e rispettato, nessuno cercava di convincere
gli altri. Così avevano apprezzato molto che chi conduceva li avesse
fin dall’inizio fatti parlare uno per volta e fatti ascoltare l’un
l’altro, che non potessero parlare tutti insieme o interrompersi. Tutto
ciò era una novità per molti di loro.
Attraverso i modelli presentati, gli esercizi e le discussioni, i due punti
più importanti che avevano scoperto erano i seguenti:
1)Non ci sono solo due posizioni, la posizione Maggiore e la posizione minore
(il vincitore e il perdente), ma anche una terza, la posizione dell’Equivalenza.
L’unica posizione forte non è la posizione Maggiore, quella violenta,
ma c’è anche la posizione dell’Equivalenza, quella veramente
forte. Ci sono due tipi di eroi: quelli violenti, ma anche quelli nonviolenti.
E ci vuole più forza e coraggio per sviluppare la posizione Equivalente
che la posizione Maggiore.
Quando uno non si comporta in modo aggressivo, in posizione Maggiore, non significa
automaticamente che si trova in posizione minore, che è debole. Può
anche costruire una posizione di Equivalenza. E può essere molto forte.
2)C’è un modo di esprimere la rabbia e di difendersi che non è
aggressivo e distruttivo, ma costruttivo. C’è un modo di gestire
la propria energia in modo costruttivo. E loro hanno iniziato ad esercitarsi
per realizzarlo.Qui di seguito troviamo alcuni commenti dei detenuti al termine
dei seminari su quanto avevano imparato:
1.Quando ci dedichiamo tempo l’un l’altro, ci accorgiamo che ci
sono molte più persone buone di quanto non pensiamo.
2.La mia convinzione che la gente ha buona volontà è stata nuovamente
confermata.
3.E’ possibile avere un gruppo in cui ciascuno è Equivalente, in
cui nessuno è escluso o ignorato, in cui ciascuno può parlare
liberamente senza sentirsi messo in posizione minore.
4.Per me è stata molto importante l’atmosfera del gruppo, aperta
e piacevole.
5.Ho potuto avere nuovi contatti, e questo capita molto raramente in prigione.
6.La cosa più importante per me è stata che ho ascoltato molti
problemi degli altri.
7.C’è un modo nonviolento per gestire i conflitti
8.Ho imparato cose di cui non avevo mai sentito parlare prima.
9.Questo seminario sarà molto utile anche per la mia vita più
avanti.
10.Gli schemi mi hanno permesso di capire meglio.
11.Ho avuto nuove intuizioni su come sorgono i conflitti e i comportamenti aggressivi
e come gestirli.
12.Ho avuto maggiori possibilità di comprendere i conflitti e l’aggressività.
Ora vediamo se riesco a gestire meglio tutto ciò.
13.Come è possibile, già un bel po’ prima, riconoscere ed
eventualmente modificare un conflitto. Questo può essere molto utile
nella mia vita.
14.Ho imparato a guardare ai problemi in modo diverso.
15.Dobbiamo trattare i conflitti con maggiore consapevolezza.
16.La cosa più importante per me è che posso lavorare su problemi
di aggressività.
17.E’ possibile cambiare, se uno veramente lo vuole ed è aperto
al cambiamento.
18.Talvolta non conosciamo abbastanza noi stessi e come ci comportiamo.
19.Ho capito meglio cosa gli altri pensano di me. Questo è prezioso per
evitare o risolvere conflitti.
20.Noi non abbiamo alcune abilità, attraverso l’esercizio possiamo
migliorare la situazione.
21.Non ho ancora abbastanza competenze per affrontare in modo diverso le persone
aggressive.
22.Ho capito meglio quando mettiamo una persona in posizione minore, come questa
persona può reagire.
23.Non dovremmo mettere gli altri in posizione minore.
24.Quando ci comportiamo in modo aggressivo siamo sciocchi. L’aggressione
non porta a nulla.
25.Questo seminario mi ha fatto riflettere molto e mi ha fatto scoprire alcuni
aspetti che posso riconoscere in me o negli altri. Per contro, ho qualche esitazione
su alcuni punti della teoria e della pratica. Penso che ogni essere umano ha
i suoi limiti di tolleranza ed è condizionato dalle sue emozioni. Quando
queste emozioni dominano la mente, si fanno cose sciocche.
26.La cosa più importante che ho capito è che devo pensare bene
prima di agire, perché sono focoso.
27.E’ necessario imparare a diventare padroni di se stessi.
28.Chi ha pazienza sarà premiato, chi non ce l’ha sarà punito.
29.Ora so affrontare meglio le opinioni altrui.
30.Dobbiamo ascoltare di più gli altri perché anche le loro ragioni
e i loro fondamenti sono importanti e degni di considerazione.
31.Ho sempre saputo che violenza e aggressione non hanno senso.
32.Ho imparato come risolvere un problema con le parole e non subito menando
le mani.
33.La cosa più importante è: parlare, parlare, parlare.
34.Ho imparato che è importante usare il “messaggio-io”.
35.Non dovremmo avere paura ad aprirci agli altri.
36.Naturalmente la prigione non è il luogo migliore per imparare tutto
questo, comunque abbiamo avuto buone indicazioni anche per la vita in prigione.
37.Ho imparato molto sulla tolleranza, il rispetto per ogni essere umano, la
comprensione reciproca e l’autocontrollo.
38.Dobbiamo capirci e rispettarci l’un l’altro, imparare a conoscere
di più l’uno dell’altro, e in questo modo evitare situazioni
di sofferenza.
39.Tutti dovrebbero essere considerati in modo Equivalente; questo non succede
spesso nella realtà.
40.Ho imparato come non dovrebbe accadere, rispetto a me, al mio compagno, guardando
gli altri, sulla pazienza, il rispetto, l’autocontrollo, la soluzione
dei conflitti parlando, essendo positivi in situazioni negative, pensando positivamente,
il mio comportamento verso gli altri, come costruire un mondo migliore.
3)Cambiamenti provocati nei detenuti da questi seminari
Quelli che seguono sono alcuni cambiamenti che secondo i detenuti sono stati
prodotti dai seminari:
1)I problemi che ho avuto nel passato mi feriscono ancora molto, ma sto imparando
ad accettarli ed a trarre il meglio possibile da tutto ciò.
2)Questo corso mi ha dato alcune indicazioni preziose per ora e per il futuro.
3)Userò certamente la “cassetta degli attrezzi” nella mia
vita.
4)Ora sono più orientato al futuro.
5)Non voglio ritornare in prigione, perciò devo imparare ad affrontare
meglio l’aggressività e i conflitti.
6)Mi sembra di affrontare in modo diverso l’aggressività e i conflitti
perché ho capito meglio che cosa sono e come nascono. Voglio imparare
a gestirli meglio giorno per giorno.
7)Ho capito alcuni errori che ho fatto nell’affrontare l’aggressività.
8)Sbagliavo. Ora ho più padronanza di me stesso. Rifletto di più.
9)Non sapevo quando e dove affrontare i miei problemi. Qui l’ho imparato.
10)Avendo compreso meglio ciò che provoca l’aggressività,
ora rifletto di più e lavoro per avere più padronanza di me stesso
e parlare di più.
11)So meglio come gestire il mio autocontrollo.
12)Parlo di più sul momento.
13)Sto imparando a esprimermi con gli altri nel modo giusto.
14)Sono diventato più paziente: conosco me stesso un po’ di più.
15)Ho iniziato a pensare di più a me stesso e spesso mi fermo a riflettere
su situazioni quotidiane.
16)Mi accorgo di più di come reagisco in un conflitto.
17)Ora capisco meglio gli altri.
18)E’ stato importante imparare a guardare una persona in modo positivo
e a dirci qualcosa di positivo l’un l’altro, invece che sempre cose
negative.
19)Per evitare l’aggressione fisica ma anche verbale, ora cerco di pensare
a me stesso in modo più positivo.
20)Sono diventato più tranquillo perché ora so meglio che cosa
possiamo fare. Lavoro per imparare a parlare in modo più aperto, a conoscere
meglio la gente, a rivolgermi agli altri in modo più equivalente.
21)Questo corso mi ha portato a comprendere meglio che dobbiamo capire la reazione
dell’altro.
22)Faccio più attenzione ai problemi degli altri.
23)Ha cambiato l’odio e i sentimenti negativi che avevo verso chi mi aveva
ferito nella mia fiducia. Prima vedevo le cose o bianche o nere, ad esempio
tra Cristiani e Mussulmani, ora ho capito che non è così.. Questo
viene dalla propaganda di leaders e persone interessate.
24)Mi tengo lontano da comportamenti aggressivi, ora.
25)Ora stringo i pugni in tasca quando qualcuno mi provoca.
26)Ieri un uomo mi ha insultato Prima lo avrei immediatamente picchiato. Ora,
per la prima volta nella mia vita, ho tenuto i pugni in tasca (dice un uomo
con un aspetto molto orgoglioso)
27)Questo seminario mi ha confortato e mi ha dato coraggio.
Penso che questo elenco possa rendere bene l’idea di quanto possono dare
questi seminari a persone che hanno commesso terribili atti criminosi. Possiamo
riassumere questo elenco dicendo che questo tipo di seminari aiuta le persone
a riflettere sul proprio comportamento e le rende capaci di iniziare a cambiare
le proprie attitudini in una direzione nonviolenta.
E’ importante essere consapevoli che molte di quelle persone hanno avuto
(e spesso hanno ancora) situazioni di vita molto difficili, hanno conosciuto
poco rispetto e amore. E’ uno stereotipo dire che hanno avuto “un’infanzia
difficile”, tuttavia ciò è spesso un dato di fatto. Si consideri
ad esempio un uomo i cui genitori non lo avevano voluto e che per tutta la vita
ha dovuto sentirsi dire che non avrebbe mai dovuto essere là, che era
“il problema” in famiglia, che tutto era colpa sua…e che non
ricorda di avere mai ricevuto un apprezzamento o di essere mai stato coccolato
in alcun modo. Durante queste sessioni i detenuti si sono sentiti trattare come
esseri umani, si sono sentiti ascoltati, rispettati per quello che erano, con
i sentimenti che avevano, indipendentemente da ciò che avevano fatto.
Questa è spesso un’esperienza molto speciale per loro. Imparano
a conoscere un mondo molto diverso da quello che hanno sempre conosciuto. E’
importante per loro sapere che c’è un altro mondo, un altro tipo
di relazioni tra le persone, un altro modo di comportarsi l’uno con l’altro,
e soprattutto che possano, quanto più possibile, fare esperienza di una
piccola parte di tutto ciò.
Almeno ora sanno che questa possibilità esiste e imparano qualcosa su
come si presenta, come funziona e cosa significa emotivamente.
Ciò è significativo per diversi motivi:
In primo luogo, non dobbiamo dimenticare che un giorno quelle persone usciranno
di prigione ed è importante che escano avendo imparato qualcosa in modo
da saper gestire la propria aggressività e la propria collera in modo
più costruttivo di quanto facessero quando sono entrate.
Secondariamente, la prigione non dovrebbe essere una “punizione”
attraverso cui vendicarci per quanto esse hanno fatto, perché in questo
modo noi useremmo lo stesso sistema Maggiore-minore, il modello violento che
hanno usato per i loro crimini. Invece, il tempo di prigionia dovrebbe essere
usato come un periodo di riflessione, capace di renderli consapevoli delle conseguenze
dei loro atti, di insegnare loro a contestualizzare i loro atti e comportamenti
e a vedere come le cose possono andare diversamente.
Infine, molti di loro hanno figli ed è perciò importante che conoscano
meglio come si costruiscono relazioni umane costruttive, per la loro educazione.
Questi tre modi aiuteranno a diminuire la violenza nella nostra società
e a costruire un mondo più pacifico e sicuro.
Per concludere, vorrei esprimere la mia profonda gratitudine ai direttori degli
istituti di pena, alle guardie e agli ausiliari delle prigioni che ci invitano
a fare questo lavoro e ci consentono di svolgerlo nelle migliori condizioni
possibili.
Relazione presentata alla 21esima Conferenza generale del’IPRA (Commissione
sulla Nonviolenza), sul tema “Strutture di conflitto, sentieri di pace”,
presso l’Università di Calgary, Canada, 29 giugno-3 luglio 2006.
Traduzione di Angela Dogliotti Marasso.

torna in alto
Riaprire il dibattito sul Concordato
1929 – 1984 – 2007
L'attualità della proposta di Capitini
Raffaello Saffioti *
La cronaca recente dei rapporti tra l’Italia e la Chiesa cattolica registra
interventi delle gerarchie ecclesiastiche nella politica italiana. Sono interventi
compiuti personalmente dallo stesso Pontefice e dal Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana. Vengono fatte pressioni sul Parlamento per influenzare
l’attività legislativa, e vengono dimenticati quei patti che regolano
i rapporti tra Stato e Chiesa. Di quei patti fa parte il nuovo Concordato entrato
in vigore il 18 febbraio del 1984.
La vecchia “questione concordataria” sta ritornando di attualità
e riprende vigore. Ad essa dovrebbe essere interessato anche il Movimento Nonviolento.
La ricorrenza dell’anniversario della firma del nuovo Concordato è
una buona occasione per invitare gli amici del Movimento a ricordare quanto
Aldo Capitini scrisse sul Concordato.
Qui mi limito a riproporre una pagina tratta dalla Introduzione di Capitini
a Gli Atti dell’Assemblea Costituente sull’art. 7, Manduria, Lacaita,
1959. Il testo è riportato col titolo “Abolire il Concordato”
nell’antologia Il messaggio di Aldo Capitini, a cura di Giovanni Cacioppo,
Lacaita, Manduria, 1977.
*Associazione Casa per la Pace “D. A. Cardone”
Accettiamo l'invito di Saffioti ad aprire un approfondimento, ricordando che
già al Congresso di Pisa del 1999 il Movimento Nonviolento ha approvato
una mozione particolare per l'abolizione/superamento del Concordato, anche nella
sua attuale formulazione. Pensiamo che questo farebbe bene allo Stato e anche
alla Chiesa, e soprattutto ai tanti laici e ai tanti cattolici che guardano
con la stessa fiducia e speranza alla nonviolenza, come unica via di salvezza
e di liberazione per tutti.
ABOLIRE IL CONCORDATO
Il rapporto tra il Concordato e la Costituzione mi pare che si ponga in questi
termini:
1)se perdura il governo democristiano, cresce certamente il dilagamento del
potere confessionale attraverso l’art. 7 della Costituzione;
2)bisogna porre e allargare una vita morale e religiosa, culturale ed educativa,
diversa e antitetica a quella dell’impero ecclesiastico cattolico;
3)parallelamente, sul piano sociale e politico, bisogna promuovere tutto ciò
che meglio realizza la società di tutti, crescendo la quale, e articolandosi
e consolidandosi economicamente e giuridicamente, attraverso libertà
e giustizia, scadrà certamente l’influenza di una Chiesa assolutistica,
dogmatica e divisiva;
4)costituita saldamente una convivenza nazionale di apertura reciproca, con
tutte le garanzie giuridiche, ma anche con un costume di tutti formato e rafforzato
da molteplici associazioni e centri di vita morale e religiosa, sorgerà
il desiderio, nella grandissima maggioranza degli italiani, di liberarsi da
un Concordato così malamente vincolante, e produttivo di una degenerazione
nel vivente tessuto civile; si vedrà la possibilità di una vita
religiosa intensa su una base giuridica sana di presenza di tutti, e non su
quella malsana di ora, perché piena di privilegi; i cattolici religiosi
si sentiranno liberi da un’ansia che ora li tormenta, perché si
sentono connessi con un potere mondano.
Bisogna, insomma, che tutti insieme si lavori per dare l’impressione che
oltre, dopo e senza il Concordato del gelido febbraio 1929, non c’è
il vuoto, ma un pieno di vita elevata, aperta, di reciproco rispetto, di convivenza
nella libertà, nel lavoro, nella cultura, e anche nella speranza e fede,
se sapremo farla valere, in una realtà liberata. Lo vedo chiaro. O questa
via che è di pace (ma non d’impero); oppure non potrà che
avvenire, prima o poi, dopo tanta pressione, una reazione, una contropressione
tanto più violenta quanto insolente e assolutistica è la pressione;
e chi potrà allora frenare la reazione dal basso, la “vendetta”
dei lavoratori sfruttati o esclusi dal lavoro perché non conformisti,
di tutti coloro che si accorgeranno che li si voleva alimentare, prepotentemente,
con miti e leggende, con falsità storiche? Proprio per uscire dal dilemma
di prepotenza e di reazione violenta, credo che si debba porre il problema dell’abolizione
del Concordato in un quadro di iniziative attivissime e pulite; una prassi di
alta qualità e al livello più popolare va messa al posto della
incertezza di giudizio, di cui è stata riportata poco sopra una importante
testimonianza. E la lettura diretta di questi Atti della Costituente mi sembra
utile e opportuna anche per questo, che prova come le astuzie, le minacce, i
ricatti, le furbizie nascoste, i machiavellismi e i gesuitismi, disgustano sempre
più, con il passare del tempo, mentre ciò che è pulito,
della coscienza leale e schietta, a leggerlo, sembra detto ieri.
Aldo Capitini

torna in alto
EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Se solo fosse così semplice,
alla Scuola di Pace di Monte Sole
«Educazione alla pace».
Quando questa è la risposta alla domanda: «Di cosa vi occupate
alla Scuola di Pace di Monte Sole?», dallo sguardo dell’interlocutore,
ci si accorge che la risposta non è stata esauriente né soddisfacente,
la sua mente si è accesa in una ricerca di ancore. L’estrema complessità
e nello stesso tempo l’estrema familiarità di questo concetto spinge
a riferirsi a intrecci di luoghi comuni e stereotipi:
educazione = trasmissione di contenuti e/o di modi di agire;
pace = situazione idilliaca di amore e serenità reciproche.
L’interlocutore non sa che la mappa per districarsi da quegli intrecci
è già contenuta nella sua domanda: Monte Sole. Monte Sole come
luoghi. Della memoria.
Monte Sole è un triangolo di colline pochi chilometri a sud di Bologna,
sull’Appennino tosco-emiliano, tra le valli del fiume Reno e del torrente
Setta. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, quando il fronte era già
vicinissimo, il luogo fu teatro di un massacro di civili ad opera di soldati
nazisti, con l’aiuto di fascisti italiani. Nella strage, nota come strage
di Marzabotto, furono uccise 770 persone, soprattutto donne, vecchi e bambini.
Educare alla pace, a Monte Sole, vuol dire partire da qui, da queste memorie
che chiedono di essere ascoltate, studiate e riscattate (la decontaminazione
di cui parla Moni Ovadia1), diventando il primo motore di una riflessione sul
presente e sul futuro.
Educare alla pace, a Monte Sole, significa educare ad una cultura di pace: un
percorso lungo e complesso dove si intrecciano le memorie del passato ed uno
sforzo costante di rielaborarle, a partire dalla consapevolezza di sé,
dal riconoscimento dei propri limiti e delle proprie responsabilità per
riflettere sulle responsabilità altrui, sui meccanismi e sui percorsi
che permettono l’emergere e il consolidarsi della cultura della violenza
e della sopraffazione (l’indifferenza e il silenzio di chi vedeva avvicinarsi
l’orrore e non sapeva opporvisi; l’indifferenza e il silenzio di
chi, oggi, riconosce le premesse di analoghi processi di violenza e di terrore
e tuttavia tace).
Una cultura di pace non è una cultura che nega l’esistenza del
conflitto. Al contrario, essa ci insegna a riconoscerlo ed accettarlo, come
presenza costante e non necessariamente negativa in sé, purché
ne diventiamo consapevoli, impariamo a riconoscerne i diversi aspetti, ad agire
su di essi, trasformandoli in modo creativo, in forme non violente; purché
impariamo a comprendere ed accettare che esso appartiene alla quotidianità
del nostro vivere. Come dice Charles Villa-Vicencio, dopo la sua esperienza
alla Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica, «riconoscere
la possibilità del male in ciascuno di noi chiama in causa l’importanza
di assumerci l’impegno di fare in modo che il male del passato non debba
più ripetersi in futuro»2.
L’attività di educazione alla pace a Monte Sole - come ci piace
definire, in senso lato, il campo degli interventi che proponiamo e progettiamo
(dalla ricerca storica ed educativa, al confronto a livello nazionale ed internazionale
con realtà analoghe, ai laboratori didattici con le scuole di ogni ordine
e grado) - comincia sempre dal dialogo tra soggetti, uomini e donne, ragazze
e ragazzi, con le loro vite, le loro emozioni, desideri, idee, opinioni, visioni
del mondo, mantenendo viva l’attenzione per le differenze di genere, generazione,
cultura, etnia, nazione, classe. In questo lavoro, la visita ai luoghi è
viaggio in sé, punto di partenza di un percorso e perno di una riflessione.
E’ viaggio perché Monte Sole comporta il distacco da una realtà
quotidiana personale caratterizzata da ambienti familiari e comportamenti consolidati.
E’ punto di partenza perché dal racconto di Monte Sole si dipanano
percorsi storici, etici e civici. È perno di una riflessione poiché
la storia e le memorie di Monte Sole sono catalizzatrici di un processo educativo.
Monte Sole, tuttavia, non si può spiegare, si deve esperire.
Marzia Gigli ed Elena Monicelli
La Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole nasce ufficialmente nel dicembre
2002, dopo un lungo periodo di discussioni e di confronto dialettico tra enti
locali e società civile, nell’intento di coniugare le esigenze
di entrambi nella costruzione di un soggetto autonomo capace di svolgere la
sua prioritaria funzione educativa. Essa è costituita da:
- un consiglio di amministrazione con un Presidente, Vittorio Prodi, e una Direttrice,
Nadia Baiesi;
- uno staff di responsabili delle aree di attività: Marzia Gigli (storico-educativa),
Elena Monicelli (progettazione e comunicazione); Massimo Sterpi (amministrazione);
- uno staff di educatrici/ori.
www.montesole.org

torna in alto
SERVIZIO CIVILE
A cura di Claudia Pallottino
Nella Carta di impegno etico l'identità del servizio civile
“La nonviolenza non è un principio assoluto che basterebbe applicare
ad ogni circostanza, ma è un processo di conversione personale, di educazione
e di cambiamento delle istituzioni, attraverso cui le innumerevoli forme di
violenza presenti nella società vengono riconosciute e ripudiate, l’incidenza
delle pratiche autoritarie e violente viene ridotta al minimo, e la pace viene
costruita”
Giuliano Pontara
Un piccolo spunto teorico
“Lo spirito di difesa necessario è direttamente correlato con il
grado di attaccamento delle popolazioni al modello di società in cui
vivono. L’esperienza umana insegna che si sa difendere ciò che
si sa amare; si è pronti a correre dei rischi soltanto per ciò
a cui si è legati. (…) L’assunzione di responsabilità
da parte dei cittadini, lo sviluppo della loro autonomia, l’estensione
della vita associativa, sono fattori favorevoli ad una difesa civile.”
(Tratto da “Senz’armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in
Europa 1939-1943”, Jacques Sémelin, Edizioni Sonda, pagg. 212 e
213).
Dalla Carta Etica
La Carta di Impegno Etico del Servizio Civile Nazionale (familiarmente detta
“Carta Etica”) al primo punto indica che l'Ufficio Nazionale per
il Servizio Civile e gli Enti che partecipano ai progetti “sono consapevoli
di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità
il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi
non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi
tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la
società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità,
allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione
alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di
coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio
culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza
mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività
e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale”.
Saltando all’ultimo punto della Carta, troviamo anche che Unsc ed Enti
“si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale
accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono
disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello
spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio
impegno con i più giovani”.
Alcune considerazioni
Lasciandoci sollecitare da questi testi, possiamo provare ad osservare la composizione
di due percorsi che il servizio civile può intraprendere verso un’esperienza
di difesa civile, anche a sua insaputa. In primo luogo troviamo la dimensione
formativa implicita del mettersi al servizio della collettività grazie
alle risorse economiche che da essa arrivano. Tanto chi “serve”,
quanto chi “è servito” (o riconosce l’esistenza di
un servizio), si può dire che sia coinvolto in un potenziale “circolo
virtuoso” che lavora sulla coesione sociale o quanto meno sulla cura e
il riconoscimento dei bisogni della collettività, dove la differenza
la fa il livello di consapevolezza. Bisogni intesi non solo “del territorio
e della popolazione in cui si decide di progettare” ma relativi a tutti
i soggetti che vi partecipano, come ad esempio il bisogno dei giovani di costruire
i propri percorsi o quello di essere riconosciuti come elementi vitali nella
collettività e non solo soggetti “non produttivi”.
In secondo luogo vi è il percorso delle istituzioni, che iniziando ad
aprirsi ai contributi che i cittadini liberamente offrono, assaggiano la ricchezza
della possibile re-impostazione della relazione istituzione-individuo. Gli enti
pubblici, come anche il mondo del no profit, hanno un’occasione concreta
in più per “allenarsi” nella difficile arte della cooperazione
per un progetto comune, che non risparmia dagli sforzi e dagli investimenti,
ma che produce direttamente benefici alla collettività e può essere
d’aiuto nel creare canali relazionali tra istituzioni che all’occorrenza
si troverebbero ad essere già collaudati.
I tempi probabilmente non sono ancora maturi per poter condividere con tutte
le istituzioni e i soggetti coinvolti il linguaggio così nitidamente
orientato alla difesa civile della Carta Etica, ma è importante cominciare
a tracciare una mappa e organizzare il viaggio almeno per queste due strade-dimensioni.
Qualcosa si sta iniziando a fare in termini di formazione generale dei volontari
(vedi le “Linee guida” dell’Unsc), ma decisamente molto è
ancora da fare per la formazione degli operatori coinvolti, dai Progettisti
ai Formatori, passando per gli Operatori Locali di Progetto ed i loro colleghi.
Per molti si tratta ancora di comprendere la necessità del viaggio, per
altri scegliere la comitiva, ma l’importante è mettersi in Movimento.

torna in alto
ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Gli affari sono affari,soprattutto in Transnistria
Quando si tratta di affari, il mondo economico internazionale non va tanto
per il sottile. E mette in campo ogni mezzo per perseguire i suoi scopi, compreso
quello di inventarsi stati dove prima non esistevano.
La Transnistria, conosciuta anche come Transdniestria o Trans-Dniester, è
diventata recentemente una entità separata della Moldavia, nell'Est Europeo,
tra Moldavia e Ucraina. Il nome deriva dal fiume Nistro: la Transnistria è
infatti l'area della Moldavia posta ad est del fiume.
L’entità non è riconosciuta ufficialmente da alcuno stato
e neanche dall’Onu: solo la Russia vi intrattiene rapporti, ma non la
riconosce ufficialmente. Il 2 agosto del 1990, con la proclamazione di una nuova
costituzione, i suoi 550 mila abitanti hanno dichiarato unilateralmente l'indipendenza
come Repubblica Moldava Transnistria, assumendo la capitale a Tiraspol.
Per dire della democrazia che vige nel paese, che è poco più grande
della Valle d’Aosta, basta ricordare che alle elezioni presidenziali nel
2001, in alcune regioni, il presidente uscente Igor Smirnov raccolse il 103.6%
dei voti e per questo non furono considerate libere da molti analisti ed osservatori.
Non esiste stampa libera e la gente riceve l’acqua calda una settimana
al mese, mentre il ministro della sicurezza interna, ex-Kgb come l’attuale
presidente, è ricercato dalle polizie di mezzo mondo per omicidio.
Il regime separatista si regge in piedi grazie all’aiuto militare, economico,
finanziario e politico della Russia, che agisce con un “contingente di
pace” formato da cosacchi ucraini e i resti dei diecimila soldati del
14° corpo d'armata. Nel giro di alcuni anni sono spuntate frontiere e dogane
in ogni parte del perimetro dello stato: transinistriane, russe e moldave, ma
soprattutto miliziane, formate cioè da irregolari che amministrano il
vero tesoro della giovane repubblica: il contrabbando di ogni tipo di merce
con particolare attenzione al denaro sporco, alla droga e alle armi.
Il paese sta diventando sempre più una gigantesca lavatrice per ripulire
il traffico di combustibile, organi, vodka e tonnellate di armi che senza controllo
partono dai vecchi arsenali sovietici e dalle fabbriche di Tiraspol verso i
conflitti di tutta l'area, dal Kurdistan alla Cecenia, dall'Ossezia alla Serbia,
fino ad al Qaeda come lamentano i rapporti dei servizi segreti moldavi. Secondo
le polizie e i servizi segreti occidentali qui vengono a rifornirsi i gruppi
guerriglieri e terroristici di mezzo mondo. Più di una volta l'Interpol
ha segnalato la presenza in Transnistria di personaggi sospetti provenienti
dai paesi arabi e mediorientali, dai Balcani, dall'Africa, venuti qui a fare
acquisti. Tra i clienti sono stati annoverati militari coinvolti nel conflitto
dell'ex Jugoslavia, golpisti africani, terroristi libanesi e palestinesi, guerriglieri
curdi e ceceni, golpisti africani e, ovviamente, al Qaeda.
A comandare nella entità creata ad uso e consumo della malavita internazionale,
è principalmente un gruppo di militari russi che hanno deciso di cambiare
mestiere: i ragazzi della Brigata Solntsevo, diventati in questi anni uno dei
clan più potenti della malavita moscovita, che a Tiraspol hanno aperto
la loro sede principale. Da lì amministrano, tramite il figlio del presidente,
la Sheriff, unica azienda autorizzata a commerciare con l’estero. La Sheriff,
che ha un fatturato pari a 47 volte il PIL dalla Transnistria, gestisce supermercati,
distributori di benzina, casinò, compagnie telefoniche e, panem et circenses,
la locale squadra di calcio.
Dopo aver cambiato denominazione e timbri alla merce provenuta da ogni parte
del mondo, i pacchi prendono la strada per il porto ucraino di Ilichevsk, sul
Mar Nero, grazie ai buoni uffici di russi e politici ucraini. Di qui salpano,
ripuliti, per i mari più lontani, certi di godere di una ampia impunità
extraterritoriale.
Di fronte a questo quadro, le situazioni che si verificano in altri paesi off
shore come Montecarlo o il Lichtenstein impallidiscono. La nuova frontiera dell’economia
sporca passa per la costituzione di terre di nessuno, dove la giustizia non
esiste e le polizie internazionali non possono muoversi. Il fatto che dal 1°
gennaio scorso la Moldavia confini ormai con la nuova Unione Europea allargata,
allarma ancor più i governi occidentali, che temono l’esportazione
dell’illegalità e la conseguente destabilizzazione di tutta l’area
balcanica.
L’esempio della Transnistria non è il primo che si verifica a ridosso
del mondo occidentale: in precedenza il Kossovo e l’Albania si erano trovati
ad essere una terra di nessuno dove i traffici illeciti prosperavano, e vari
stati africani e asiatici avevano avuto i loro momenti di fama in tal senso,
ma la vicinanza territoriale e la metodicità in larga scala messa in
campo dalle mafie russe favorisce ancor più la contaminazione e la rende
evidente anche agli occhi più distratti.

torna in alto
GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano
Un libro per spiegare la nonviolenza ai giovani
“Ma che cos’è ‘sta nonviolenza?” E’ la
domanda che forse ci siamo posti spesso e che hanno rivolto due ragazze di tredici
e diciotto anni al loro padre. Questo padre si chiama Jacques Semelin ed è
un sociologo. Così non si è accontentato di dare una risposta
alle sue figlie, ma ci ha scritto sopra un libretto, peraltro breve, di sessantadue
pagine, che si legge in fretta, intitolato: “La non violenza spiegata
ai giovani”. L’ho letto anch’io e mi è piaciuto il
modo chiaro in cui sono offerte le risposte a domande che semplici non sono
proprio. Faccio qui di seguito una carrellata di alcune tra le parti che mi
hanno interessato di più, riassumendo un po’ i concetti.
Quando ci arrabbiamo con qualcuno, siamo violenti?
Un giovane che dice una parola ostile non è violento. Se fosse così,
violenza sarebbe tutto quello che non si sopporta più. Ma se alla parola
si dà un senso troppo ampio, va a finire che non significa più
niente di preciso.
Ma allora che cos’è veramente la violenza?
E’ quello che porta alla negazione dell’altro e in definitiva alla
sua morte. Non necessariamente quella fisica, ma anche quella del suo io più
profondo. E’ quando non consideri più l’altro una persona,
un essere umano, ma piuttosto un oggetto o un animale che può essere
sfruttato, violentato e ucciso.
Ma concretamente che cosa proponi per esempio contro il teppismo a scuola?
L’unica soluzione è parlarne subito con un adulto di cui si ha
fiducia. Anche se per il momento si è stati solo minacciati. Bisogna
rompere la legge del silenzio. E’ l’unico modo per proteggersi.
Il comportamento nonviolento consiste nell’avere il coraggio di dire chiaramente
come stanno le cose per non subire più.
Ho qualche dubbio che il dialogo possa funzionare con i giovani molto violenti.
Certamente è molto più difficile con loro perché non hanno
“le parole per dirlo”. O per meglio dire, le loro parole sono spesso
i pugni: un modo di comunicare aggredendo. Vogliono essere rispettati, ma non
rispettano gli altri. Allora bisogna punire quelli che non rispettano la legge.
E la punizione dev’essere commisurata alla colpa. E’ fondamentale
che gli adulti fissino limiti e si deve cominciare con le piccole cose. Ad esempio,
se un giovane ruba in un negozio e le persone che lo vedono fanno finta di niente
questa passività è una forma di incoraggiamento a fare qualcosa
di più grave la volta successiva.
Che cosa si può fare per recuperarli?
Anzitutto devono smettere di sentirsi qualcuno solo quando aggrediscono gli
altri. Bisogna dare loro responsabilità e lavoro. Oppure bisogna proporre
loro attività che li interessino, come lo sport o la musica. Poi è
importante parlare con loro, anche se qualche volta è difficile. Infine
c’è l’azione dei giovani che rifiutano la violenza. Nei quartieri
non tutti sono violenti. Ci sono molti esempi di ragazzi che hanno organizzato
manifestazioni contro la violenza e hanno invitato gli altri giovani a riunirsi
per discutere e fare proposte concrete. La nonviolenza non ha ricette miracolose.
Bisogna sapere con precisione quali obiettivi si vogliono raggiungere. Per avere
probabilità di successo bisogna formare un gruppo, cioè combattere
in tanti per farsi sentire e creare la forza del numero. Poi bisogna inventarsi
un tipo di azione che funzioni e che sia in grado di mostrare la forza del gruppo.
E non basta agire; bisogna anche spiegare quello che si fa. La forza delle parole
c’è quando si è uniti e si parla con un’unica voce.
Mi fermo qua. Il libro è scritto in maniera semplice, riporta tanti esempi
di casi di lotta nonviolenta che hanno avuto successo nella storia e diverse
idee che possiamo realizzare anche noi nella nostra vita quotidiana. Quindi
invito i giovani a leggerlo. Mio padre si lamenta che Semelin ha scritto il
termine “non violenza” staccato, mentre “nonviolenza”
è un’unica parola perché rappresenta un concetto positivo
e costruttivo, ma lui è un segone intellettuale e si preoccupa tanto
di questi aspetti semantico-concettuali. Non violenza o nonviolenza che sia,
è un libro che può essere utile e interessante per noi giovani.
Ah, dimenticavo, se decidete di comperarlo è stato pubblicato da Archinto
e costa euro 6,20 e lo potete chiedere alla Redazione di Azione nonviolenta.
Elisabetta Albesano

torna in alto
PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Morire per i diamanti, rinascere per la pace
Arrendersi alla rabbia e al dolore sarebbe stato facile. Hindolo Pokawa ha
visto i membri della sua famiglia massacrati. Ha visto vicini di casa mutilare
altri vicini. Era spaventato, minacciato, si sentiva privo di potere e finì
per fuggire dal suo paese, la Sierra Leone, nello Zimbabwe. Aveva 18 anni, ed
era convinto che un giorno sarebbe tornato per vendicarsi e predicare la guerra.
Invece, sta per tornare a casa con l’intento di costruire percorsi di
pace.
Oggi Hindolo Pokawa ha 30 anni, ed è un membro di Nonviolent Peaceforce,
il gruppo che sta lavorando da qualche anno alla costruzione di una forza di
pace internazionale impegnata nell’intervento nonviolento di “terza
parte”. Al presente, Nonviolent Peaceforce ha già addestrato e
formato centinaia di persone, e spera di arrivare a parecchie migliaia nel 2010:
capaci di interposizione, con completo supporto logistico, costoro dovrebbero
poter intervenire nei conflitti in ogni parte del mondo.
In Zimbabwe, Pokawa ha studiato il ruolo dei diamanti nella guerra civile che
ha devastato il suo paese per 11 anni, e grazie al padre, l’unico sopravvissuto
della sua famiglia, si è avvicinato agli insegnamenti di Gandhi e di
Martin Luther King. La decisione di approfondire la conoscenza della nonviolenza
lo ha portato negli Usa nel 2000, a Minneapolis, dove ha frequentato l’università
ed ha sposato una compagna di studi proveniente dall’India.
Le sue tracce rimarranno a lungo a Minneapolis, dicono i suoi compagni di Nonviolent
Peaceforce. Come membro dell’organizzazione, Hindolo Pokawa ha lavorato
con grande impegno nei quartieri più “duri” della città,
parlando di pace e nonviolenza a ragazzi coinvolti nelle gang e perpetratori
o vittime di crimini ed atti di violenza. “Sto davanti a voi come qualcuno
che abbia una pistola puntata alla testa.”, così cominciavano spesso
i suoi interventi, “Abbiamo qualcosa in comune, vedete. Dobbiamo lottare
insieme, e vi dico, e lo credo con tutta l’anima, che la nonviolenza è
molto più potente della pistola.”
Lo studio e la pratica della nonviolenza, racconta Pokawa, lo hanno cambiato
profondamente; tutto questo è diventato parte integrante di lui, qualcosa
che non può più essere messo a tacere o lasciato indietro: “La
mia nuova vita è come un’ombra che mi segue.”, scherza, “Se
anche tentassi di ignorarla, non me lo permetterebbe... So che parlare è
facile. So che rispondere con violenza sembra naturale. Immaginate di essere
costretti a guardare persone che amate in balìa di uomini armati, e questi
uomini chiedono loro: Manica lunga o manica corta? ‘Manica lunga’
significa che taglieranno via una mano, ‘manica corta’ che amputeranno
il braccio sino al gomito. Questo è ciò che noi in Sierra Leone
abbiamo vissuto.”
Oggi questo giovane uomo ritorna ad un paese in cui esiste una fragile pace.
L’industria dei diamanti proclama di essere puli |